Autore: erasuperba

  • Bandiere blu a Genova e in Liguria: come si ottiene il titolo? Non solo acque pulite

    Bandiere blu a Genova e in Liguria: come si ottiene il titolo? Non solo acque pulite

    Il Mare
    (foto di Roberto Manzoli)

    Ogni anno i “fortunati” comuni annunciano con orgoglio di aver avuto l’assegnazione. Quest’anno le bandiere blu in provincia di Genova sono Chiavari – Zona Gli Scogli, MonegliaSanta Margherita Ligure – Scogliera Pagana – Punta Pedale- Zona Milite Ignoto e Lavagna. Mentre in tutta la Liguria i comuni premiati sono 23. Ma che cosa si nasconde dietro al titolo ottenuto e come si fa ad ottenerlo?

    La bandiera blu è una certificazione ISO 9001 – 2008 che viene rilasciata dalla FEE Fondation for Environmental Education (Fondazione per l’Educazione Ambientale). Per ottenerla è necessario rispondere ai requisiti di un questionario e allegarvi la documentazione necessaria. Sono i comuni a presentare richiesta per le diverse zone presenti sul proprio territorio. Ma questo è possibile solo per le località le cui acque sono risultate eccellenti l’anno precedente.

    Un documento di 15 pagine elenca i dettagli dei criteri e della documentazione da riportare per l’ottenimento della bandiera blu. La procedura prevede cinque fasi che vanno dal ricevimento del questionario, passando per la pre analisi dei questionari da parte della sezione italiana di FEE per permettere l’accesso alla giuria tecnica fino all’assegnazione della bandiera confermata dalla FEE internazionale. Il questionario viene modificato quasi ogni anno, al fine aiutare le amministrazioni nel percorso di ottenimento della bandiera. Si compone di 12 sezioni ciascuna con assegnazione di un punteggio, relative alla spiaggia, alla qualità delle acque, alla gestione dei rifiuti, all’educazione ambientale, al turismo alla pesca.

    Inoltre, è stata introdotta una sezione dedicata allo stabilimento balneare, a quanto leggiamo sul documento, per individuare e premiare alcuni stabilimenti balneari  delle località bandiera blu che si siano contraddistinti  nel corso della precedente  stagione.  Insomma non si tratta semplicemente di acqua cristallina. Viene assegnata ad una “località ambientale” che può coincidere con l’intero comune o ad alcune zone di esso.

    Oltre a valutazioni “classiche” come la qualità della spiaggia o delle acque si valutano la gestione dei rifiuti, la presenza di discariche o di termovalorizzatori e la realizzazione di un minimo di 5 attività di educazione ambientale promosse dal Comune.

    La sezione dedicata al turismo, ad esempio, per l’assegnazione del punteggio si basa sul rapporto fra flusso turistico e ricettività, il comune, cioè, deve garantire la presenza di strutture adeguate  e allo stesso tempo il flusso turistico non deve causare un impatto negativo  sul territorio comunale.

    Una volta ottenuta la bandiera resta blu per un anno, per riaverla bisogna ogni anno rifare da capo l’intera procedura e allegare le foto che documentano di aver rispettato tutti i doveri dell’averla ottenuta.

    FEE, la fondazione che assegna il “titolo”

    Il Mare e la Scogliera
    La FEE, Foundation for Environmental Education (Fondazione per l’Educazione Ambientale) fondata nel 1981, è un’organizzazione internazionale non governativa e non-profit con sede in Danimarca. La FEE Italia, costituita nel 1987, gestisce a livello nazionale i programmi: Bandiera Blu, Eco-Schools, Young Reporter for the Environment, Learning about Forests e Green Key (foto di Roberto Manzoli)

    Vi sono diversi passaggi prima di arrivare al verdetto finale, in prima battuta è il personale di FEE ITALIA a ricevere i questionari dei comuni, interviene poi la giuria nazionale e infine si passa al vaglio di FEE Internazionale. Della giuria fanno parte esperti in tematiche ambientali, sia rappresentanti istituzionali o privati, in questo modo tutte le tematiche affrontate nel questionario hanno un referente di riferimento.

    Sono tante le istituzioni pubbliche che vengono chiamate a partecipare con un loro rappresentante, per citarne alcune: Ministero dei beni e delle attività Culturali e del turismo, coordinamento assessorati al turismo  delle regioni, Capitanerie di porto, FIN sezione salvamento, ecc…

    In questa sede vengono verificate  le risposte riportate e emerge una classifica. Questa viene trasmessa al coordinamento internazionale della FEE che effettua verifiche a campione  sui dati ricevuti e esprime parere positivo o negativo per la bandiera blu. Per valorizzare al meglio gli esperti che compongono la Giuria, la procedura di valutazione è suddivisa in 4 gruppi di lavoro (che riuniscono le tematiche trattate nel questionario): acque di balneazione, depurazione delle acque – certificazione ambientale e gestione dei rifiuti – turismo, spiaggia, pesca – educazione ambientale, informazione e iniziative per la sostenibilità ambientale.

    I singoli gruppi di lavoro assegnano un voto alle singole tematiche. Ogni tematica (ad es. spiaggia oppure acque di balneazione) ha un peso diverso, questo per tenere conto dell’impatto che ciascun tema ha sulla salvaguardia ambientale.

    Scorrendo i criteri richiesti (la maggior parte rigidi e specifici) alcuni ci hanno fatto un po’ sorridere, ci pare che si tratti di buona e normale gestione delle spiagge e dell’ambiente più che di assegnazione di titoli. Ad esempio “la spiaggia deve essere pulita”, “adeguato personale di salvataggio deve essere disponibile” o ancora “equipaggiamento di primo soccorso presente” , “tutti gli edifici e le attrezzature di spiaggia devono essere mantenuti in buono stato”. Ci ha incuriosito un requisito “imperativo” (così sono definiti criteri obbligatori): “vegetazione algale o detriti naturali dovrebbero essere lasciati sulla spiaggia” che usa un condizionale nella forma. Allo stesso modo incuriosisce il criterio che richiede che “almeno” una spiaggia con bandiera blu per ogni comune debba avere accesso e servizi per i disabili.

     

    Claudia Dani

  • IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    iit-istituto-italiano-tecnologiaL’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è un orgoglio genovese. In più di un’occasione ne abbiamo parlato su queste pagine, in particolar modo, ormai due anni fa, vi avevamo raccontato la nostra giornata con i ricercatori dell’istituto sulle alture di Bolzaneto. In questi ultimi anni l’Istituto Italiano di Tecnologia è cresciuto molto anche per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, in rete e non solo, un territorio che si è dimostrato ricettivo. Abbiamo discusso di questo con l’ufficio Comunicazione di IIT e abbiamo scoperto che l’Istituto seleziona i ricercatori in maniera innovativa e trasparente.

    «IIT si occupa di fare ricerca scientifica, ideare, progettare tecnologie che possano migliorare la vita dell’uomo e della terra. L’essere umano è al centro di questo percorso» ci raccontano. Un percorso che non si ferma al processo di ricerca prima e sviluppo poi, ma vuole spingersi fino all’avviamento alla produzione della tecnologia. Questo può avvenire in due modi o tramite la costituzione di start-up dei ricercatori o tramite un’azienda interessata alla produzione di quella specifica tecnologia.

    L’IIT esiste dal 2006, istituito come fondazione di diritto privato e vigilato da Ministero dell’istruzione, delle Università e della ricerca oltre che da quello dell’Economia e Finanza, e riceve ogni anno un finanziamento pubblico di 95 milioni ( l’1% dei fondi per la ricerca nazionale) oltre a finanziamenti privati. La sede centrale è a Genova, vi sono poi altri 11 centri sparsi in Italia e 2 negli Stati Uniti.

    La comunicazione

    Un’istituzione di livello internazionale interessata a comunicare e interagire il più possibile con il territorio nel quale risiede. «Abbiamo fatto molto negli ultimi anni per arrivare al pubblico generalista: i Caffè Scientifici (arrivati alla 4 edizione, ndr) ma non solo, abbiamo partecipato all’evento “La Storia in Piazza” con dei laboratori, ideato un concorso sull’energia a cui hanno partecipato numerose scuole genovesi  – raccontano da IIT – siamo consapevoli che IIT sia riconosciuto a livello internazionale ma molto meno sul proprio territorio e dal pubblico non specializzato. Su questo aspetto vogliamo migliorare».

    Ognuno degli undici centri sparsi per l’Italia comunica con il proprio territorio, alcuni in modo più assiduo ed efficace, altri meno. Gli eventi sono pensati e organizzati dalle varie sedi in modo indipendente, ma sono coordinati e sostenuti dalla sede centrale di Genova.

    «Gli eventi hanno avuto piena risposta dal territorio – continuano –  e in più da un paio di anni, pur avendo profili social da diverso tempo, si è deciso di utilizzarli in modo più bidirezionale di cercare di avere maggiore engagement (coinvolgimento degli utenti ndr). Utilizziamo principalmente Twitter e la pagina Facebook». Sui profili social si trovano le novità e gli eventi in programma.  IIT ha anche un gruppo su LinkedIn che utilizza, al momento solo per le ricerche di personale. Il canale Youtube è seguito (669 iscritti) e ogni video ha in media un migliaio di visualizzazioni.

    Il personale di IIT

    Vediamo se sono cambiati i numeri, rispetto al nostro ultimo approfondimento. L’organico fra sede centrale e altri centri è aumentato di circa 200 persone. Chi lavora in IIT è giovane, la media d’età è di 34 anni, e proviene da 50 nazioni diverse: gli internazionali sono aumentati di 3 punti percentuali dal 2013. Quali i numeri su Genova, quanti liguri? Rispetto al totale di 734 persone sono 249 quelle nate in Liguria.

    Ma vediamo come si entra nell’organico di IIT. Superfluo dirlo, le ricerche hanno respiro internazionale, «l’ultima chiamata, la ricerca in oggetto è ancora in corso in questo periodo, ha avuto una risposta prettamente internazionale, più bassa la percentuale degli italiani che hanno risposto, ne aspettavamo di più».

    Internazionali le ricerche, internazionali le selezioni. L’Istituto, oggi, ha adottato un processo di selezione in uso nei paesi ad alto sviluppo tecnologico come gli USA: il Tenure Track. Questo meccanismo prevede che il reclutamento dei ricercatori avvenga mediante valutazione condotta da un panel di esperti esterni all’IIT. Gli esperti costituiscono un comitato scientifico, si tratta di una dozzina di scienziati provenienti da istituti internazionali, per citarne uno su tutti il MIT.

    «Direttori di dipartimenti scientifici di università internazionali, esperti dei settori di riferimento, è indubbio che nell’ambito dei settori di alta tecnologia a livello internazionale i referenti siano ben individuabili, il desiderio, dato che siamo una fondazione di diritto privato fondata dallo Stato, era di rendere le selezioni più trasparenti possibile».

    Una volta selezionato, il ricercatore ha a disposizione, un numero di anni (5 o 10) per dimostrare di poter condurre in autonomia un programma di ricerca. É totalmente autonomo e responsabile, sia dei collaboratori che del budget a disposizione.

     Per chi non l’avesse ancora fatto rimane ancora (per quanto riguarda la quarta edizione) un “caffè scientifico” cui partecipare. Appuntamento l’11 giugno alla Pasticcieria Liquoreria Marescotti di Cavo alle 18.30. Si festeggerà il primo anno di attività del Nikon Imaging Centre, un laboratorio congiunto con IIT per lo sviluppo di microscopi per la diagnosi non invasiva.

     

    Claudia Dani

  • Oltre il Juke Box, kermesse rivolta a cantautori e gruppi musicali

    Oltre il Juke Box, kermesse rivolta a cantautori e gruppi musicali

    fonico-musica-registrazione-suonoTorna a Genova la kermesse musicale Oltre il Juke Box che, tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, diede spazio e voce a molti artisti emergenti.

    Grazie all’iniziativa dell’etichetta discografica indipendente Riserva Sonora, al patrocinio del Comune di Genova e alla partnership di Assomusica, Audiocoop e la Rete dei Festival, Music Line, Mei, Made in Etaly e molti sponsor tra negozi di musica presenti sul territorio ligure, Oltre il Juke Box torna dal passato e rivive in un importante progetto musicale che vuole dare voce e spazio ai tanti artisti indipendenti.

    La kermesse è rivolta a cantautori e gruppi musicali di età compresa tra i 18 e 40 anni. Sono ammessi tutti i generi, purché brani inediti e in lingua italiana. La finale si svolgerà a Genova il 22 agosto, presso i giardini Baltimora. Un palco, un pubblico, degli ospiti dal passato, una venue nel centro della città; tutti gli ingredienti necessari per un vero spettacolo della musica. Durante la serata, ad ingresso rigorosamente gratuito, sarà decretato il brano e l’artista vincitore attraverso il voto del pubblico e quello di una giuria selezionata e specializzata nel settore.

    Il vincitore avrà la possibilità di una registrazione, mix e master, presso Riserva Sonora, promozione su radio/stampa nazionali e distribuzione digitale. Saranno previsti anche menzioni e targhe speciali da parte di centri culturali e enti genovesi che hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa.

    Tutte le informazioni sullo svolgimento della gara, regolamento e per poter scaricare il modulo d’iscrizione, sono reperibili sul sito ufficiale di Oltre il Juke Box.

  • L’Anemone Nemorosa: una pianta poco appariscente dalle fioriture spettacolari

    L’Anemone Nemorosa: una pianta poco appariscente dalle fioriture spettacolari

    1Questa settimana parleremo di una specifica e poco nota varietà di Anemone, quella Nemorosa. Abbiamo già trattato, in un nostro precedente articolo, di una inusuale varietà di questa pianta, l’Anemone Giapponese. In effetti gli Anemoni sono piante molto interessati e presentano alcune tipologie assai particolari.

    La varietà Nemorosa deriva il proprio nome dal latino “nemus”, ossia bosco. Essa cresce infatti spontaneamente in natura nelle aree boschive, in particolare nelle foreste di latifoglie, nei faggeti, nei querceti, nelle radure ivi presenti e nelle aree ombrose. Altri derivano il nome di questa essenza dal termine, sempre latino, “anima” ossia “soffio vitale”, facendo quindi riferimento alla delicatezza, raffinatezza e soprattutto alla caducità dei suoi fiori. Questi ultimi sono, nella varietà Nemorosa, di un particolare colore bianco puro appena soffuso di viola. La loro forma, bellissima e semplicissima, può ricordare, una volta che essi siano completamente aperti, quella di una stella.

    2La nostra pianta è in generale di piccole dimensioni, si aggira intorno ai venti centimetri di altezza a pieno sviluppo. Fiorisce tra le prime in primavera e per questo annuncia, insieme alle Primule ed ad alcune bulbose, l’inizio della stagione più mite. Essendo una rizomatosa che si riproduce con una certa facilità, essa colonizza alla svelta boschi ed aree aperte. Per questo motivo ne suggerisco l’impiego nei giardini, specie di grandi dimensioni e soprattutto nelle aree di confine con prati e boschi dove l’Anemone Nemorosa si inselvatichirà velocemente. Si avranno così spettacolari, candidi prati a fine inverno, inizio primavera, dalle fioriture spontanee, naturalissime come solo certe piante rustiche e semplici sanno dare.

    3Dal punto di vista colturale, questo Anemone è facilissimo da coltivare, non presenta difficoltà di alcun tipo e non è neppure soggetto a malattie particolari. Dà senza alcun dubbio il suo meglio se viene coltivato in terra piena ma sopporta anche la crescita in vaso, preferibilmente di grandi dimensioni. Il terreno migliore per ottenere un sano sviluppo della pianta è quello ricco, umido (ma non troppo) e l’area di collocazione preferibile è quella ombrosa o semiombrosa.

    Unico difetto della pianta è che essa scompare completamente in inverno, perdendo le foglie che rispunteranno solo a primavera. Anche durante la stagione estiva, specie se molto calda, l’Anemone tende a cadere in una fase di riposo vegetativo, anche piuttosto prolungata. Si dovrà quindi tenere in considerazione questa caratteristica, che determina l’improvviso scomparire della pianta, nel momento della progettazione del giardino e dell’inserimento dei tuberi nei prati o nelle aiuole.

    4Esistono diversi cultivar di Nemorosa, tra cui si ricordano: l’Alba Plena a fiori bianchi doppi e la Robinsoniana e la Vestal.
    Non è facilissimo reperire sul mercato questa tipologia di Anemone, bisognerà quindi rivolgersi a vivai specializzati. Si consiglia, infine, di scegliere le varietà più semplici e dai colori bianco puro, che spiccheranno in parchi e giardini. In sede di impianto, meglio abbondare nel numero, i risultati saranno, in breve tempo, spettacolari. Unico suggerimento: dimenticarsi della pianta. Farà tutto da sé, con esiti inaspettati ed imprevedibili per qualunque neofita!

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La “Strada a Monte” di Cornigliano, un percorso fra le antiche ville della delegazione ponentina

    La “Strada a Monte” di Cornigliano, un percorso fra le antiche ville della delegazione ponentina

    Ville Cornigliano 03Nella delegazione di Cornigliano, dopo l’apertura della Strada a Mare avvenuta lo scorso 7 febbraio, si è assistito quasi contemporaneamente, per iniziativa della sezione genovese di Italia Nostra, anche all’”apertura” della strada a Monte. Non si tratta di una nuova opera di asfalto e cemento ma un percorso inedito, dai Giardini Melis su per Via Cervetto e Via Tonale, attraverso una sorta di arteria lungo la quale visitare le ville che le famiglie nobili genovesi costruirono soprattutto dal 1500 in poi, quasi obbligati in ragione del prestigio che la città aveva assunto nel mondo allora conosciuto.

    Erano i tempi in cui gli esponenti della Genova blasonata si risolsero a lasciare le budella della Città Vecchia per far costruire i propri palazzi nelle zone limitrofe, su tutte Via Garibaldi e via Balbi (comunque entro le mura, per entrare nelle “liste” delle dimore di interesse, Rolli appunto, e poter ospitare personalità illustri in transito). Quando dovettero scegliere dove costruire le proprie residenze estive, invece, videro nella zona alle spalle del lido fra Cornigliano e Sestri un buon compromesso fra la vicinanza ai propri affari e la posizione privilegiata al fresco della campagna ma sempre con il mare a portata di sguardo.

    Si dice che già il Petrarca cantasse la bellezza della zona come  località di villeggiatura, e infatti già dal 1300 erano sorte casine di campagna e di vacanza, senz’altro più modeste di quelle che oggi ammiriamo; sicuramente ne fu colpito Ugo Foscolo, che dedicò l’”Ode a Luigia Pallavicini caduta da cavallo”, alla bella nobildonna genovese che ebbe la famosa disavventura proprio cavalcando fra Cornigliano e Sestri, e che il poeta, allora comandante dell’esercito napoleonico, aveva conosciuto ad una festa a Villa Imperiale, in  Corso Perrone.  Possiamo quindi immaginare le vie che portavano alle colline che ancora oggi sono alle spalle di Cornigliano, Coronata e gli Erzelli, allora probabilmente disseminate solo di poche costruzioni, e capire il perché i genovesi più abbienti   iniziarono a trasferire qui le proprie dimore estive, conservando ove presente la caratteristica torretta oppure inserendola ex novo nelle ville in costruzione, poiché era considerata un elemento indispensabile per avvistare malintenzionati e briganti, che molto spesso arrivavano dal mare.

    Nacque in questo modo una vera e propria “Strada a Monte”, appunto, disseminata di ville cinque-seicentesche dai nomi blasonati come quelli dei palazzi del centro: Cattaneo, Durazzo, Serra, Dufour, Raggio, Spinola fra gli altri, costruite spesso dagli stessi architetti artefici dei più noti palazzi cittadini.  In occasione dell’Esposizione Universale del 1892, anche Margherita di Savoia ed il Re Umberto scesero alla stazione di Cornigliano per soggiornare presso Castello Raggio, distrutto poi nel 1951 per costruire le acciaierie. Tante altre  residenze oggi non esistono più, o si sono trasformate o sono a stento riconoscibili per le modifiche apportate negli anni, una di queste fu, tra l’altro, sede di un pastificio industrale (Villa Spinola Narisano) altre sono state trasformate in piccoli condomini. Strade e nuovi tracciati ferroviari hanno tagliato giardini e parchi, mentre si è riempito il lido di Cornigliano  per far posto agli insediamenti produttivi, così che dell’antica vocazione turistica si è perso anche il ricordo.

    Italia Nostra, in collaborazione con la Pro Loco Cornigliano e con Associazione Dimore Storiche (all’interno della quale è sorto il  Consorzio proprietari delle ville) ha però da almeno un decennio puntato l’attenzione su questa zona, grazie anche alla caparbia passione di alcuni addetti ai lavori ai quali non è sfuggita occasione per segnalare come si stesse gettando via una porzione di  territorio dalle caratteristiche architettoniche forse uniche.

    Con un lavoro accurato e puntuale sono state catalogate tutte le residenze, in alcuni casi si sono avviati i primi lavori di restauro, provvedendo alla realizzazione di un percorso che sarà guidato tramite l’installazione di pannelli descrittivi e la pubblicazione di una mappa delle ville. Nel mese di maggio ci saranno poi due eventi distinti, entrambi con i palazzi di villa protagonisti: durante la “Settimana di Italia Nostra 2015” a maggio ci saranno tre passeggiate con guida, mentre come evento collaterale dei Rolli Days per due giorni, il 30 ed il 31 maggio,  le ville sia di proprietà pubblica che private saranno aperte al pubblico, così come i parchi ed i giardini annessi, ed ospiteranno concerti, conferenze, degustazioni e mostre.

    Abbiamo percorso questo itinerario inconsueto, camminando intorno alle mura delle ville, ci si riesce ad immergere in un’atmosfera che niente ha a che fare con il caos commerciale della Fiumara o i capannoni riverniciati di azzurro dell’ex Italsider. Tuttavia,  pur armati di cartina e con tanto di elenco di ville da vedere, non è per nulla facile, se non si è addetti ai lavori, riconoscere il cortile, la sopraelevazione, lo steccato che in realtà nascondono una ricchezza architettonica. Non va molto meglio interrogando chi abita in zona, la risposta è sempre vaga, spaesata, e alla fine si cerca di mandare il visitatore a Villa Bombrini. In realtà, ad un secondo giro le cose vanno meglio, si impara a stare un po’ con il naso in su, ed ecco Villa Spinola Muratori, il suo bel parco con le statue; le rovine di villa Doria e, con il cancello ben chiuso, il profilo di Villa Marchese. Ad averle continuamente sotto gli occhi, le cose non si notano più, e tanto meno qui, dove soffocano fra transenne, ingressi carrabili e divieti di accesso.

    La sfida quindi è impegnativa, per Italia Nostra, Pro Loco e tutti i soggetti attivi su questo fronte. E se per il vicesindaco Bernini grazie alla Strada a Mare Via Cornigliano “diventerà presto una sorta di Boulevard parigino con alberi e panchine”, noi nell’attesa guardiamo con speranza alla collina e alle sue ville come punto di partenza per restituire respiro al polmone industriale della Grande Genova.

     

    Bruna Taravello

     

     

  • Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    1Continuando il nostro viaggio per vedere quali siano le ultime realizzazioni in tema di Landscape Design nelle principali capitali europee, questa volta ci recheremo a Parigi. In questa città, lo studio di architettura francese SOA ha realizzato un progetto teso a creare una serra in grado di ospitare numerosissime piante tropicali. L’obiettivo è quello di riuscire a produrre a Parigi abbondanti raccolti di banane mediante l’impiego di moderne tecnologie ed impattando in modo poco gravoso sull’ambiente. Nonostante il clima fresco e temperato della capitale francese, sarà quindi possibile coltivare e far prosperare, all’interno di un futuristico “cubo” di cristallo, alberi da frutto tropicali.

    Il progetto in questione si chiama Urbanana e consiste più specificamente in un edificio di sei piani che contiene un grande giardino verticale, con pareti di vetro atte a generare un particolare tipo di effetto serra. La rifrazione della luce solare garantisce infatti un clima umido e costantemente tiepido. La struttura è stata inoltre progettata in modo che l’installazione sfrutti gli edifici preesistenti limitrofi. Il nome Urbanana deriverebbe dalla crasi tra le parole “rifiuti urbani” e “banana”.

    2L’idea di base dei progettisti della Tropical Farm di Parigi è quella di ridurre al massimo il consumo di energie e risorse, di non danneggiare l’ambiente mediante l’impiego di sostanze nocive e di limitare al massimo il trasporto di merci. Altra finalità del progetto consiste nel contenere i costi di coltivazione della frutta. Nello specifico, si punta ad una produzione a “chilometri zero”, che riduca moltissimo il prezzo dei prodotti e preservi l’ambiente dalle emissioni di CO2 causate dal trasporto, specie da quello aereo.

    3Per realizzare l’idea sono stati utilizzati edifici, specificamente adattati e progettati per le esigenze del caso. Si ha così un’area verde, costituita da centinaia di alberi da frutto che crescono in condizioni ottimali grazie all’impiego di un particolare tipo di illuminazione artificiale supplementare.
    Sotto un profilo progettuale, il piano inferiore dell’edificio consente l’accesso del pubblico e ha una superficie espositiva che è altresì destinata a laboratorio di ricerca ed a ristorante. Tutto lo spazio restante è occupato da piantagioni di banane, disposte in diversi insiemi di alberi per controllare, in modo scientifico, le varie fasi della crescita delle piante, dall’accrescimento alla finale maturazione dei frutti.
    Gli architetti ritengono che la produzione di banane, ottenute attraverso questo particolare e modernissimo processo, incrementerà l’interesse dei parigini per i frutti tropicali e ridurrà i costi di quelli importati o già presenti sul mercato cittadino.

    SOA_URBANANA_exterieur-nuit1Senza dubbio nell’Urbanana si è in presenza di un perfetto connubio tra moderne tecnologie ed ambiente. In questo progetto i materiali più moderni vengono infatti sapientemente impiegati per incrementare la produzione di frutti tropicali. Anche sofisticatissime modalità di coltura rendono possibile la coltivazione di banane nel bel mezzo di una moderna, antropizzata e cementificata metropoli europea.
    Nel “cubo” a sei piani cresceranno così particolari varietà di frutta, non presenti nell’attuale mercato ortofrutticolo europeo. Queste piante aggiungeranno, al tipico paesaggio parigino dai viali ottocenteschi con platani ed ippocastani centenari, uno spazio verde dal fogliame lussureggiante ed esotico.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Storybus, il quinto episodio della webserie firmata da Screenfabula

    Storybus, il quinto episodio della webserie firmata da Screenfabula

    Viviamo un periodo storico in questo Paese che facciamo finta di reputare “normale”, quando di normalità certe pulsioni non hanno nulla.
    Sono di questi tempi iniziative quali “Chiedo asilo anch’io” per denunciare l’intramontabile presunta discriminazione degli italiani rispetto ai rifugiati, invitando i nostri concittadini a rinunciare alla propria cittadinanza.
    Screenfabula si butta nella mischia della provocazione e lancia la sfida: se il razzismo è al contrario cosa succede? Un crescendo surreale, che gioca con leggerezza sui toni della follia e dell’italianità nel tema.

  • A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    A tutto G.A.S.! Gruppi di Acquisto solidale in crescita, viaggio fra produttori e consumatori

    verdura-ortoNati nel 1994 a Fidenza, i Gas (Gruppi di acquisto solidale) in Italia sono in continua e costante crescita. Dopo vent’anni non hanno neanche più bisogno di grosse presentazioni, si tratta di gruppi di persone che si mettono insieme per condividere in modo continuativo l’acquisto di prodotti alimentari o di uso comune per poi ridistribuirli al loro interno; non si tratta di spendere meno, si tratta di spendere meglio e di avviare un processo virtuoso nel difficile ciclo produzione- commercio-consumatore. Una connessione dal produttore al consumatore quanto più possibilmente breve e rispettosa dei diritti di tutti gli attori, garantendo un salario dignitoso a chi lavora, una ricompensa adeguata per chi produce ed un prodotto biologicamente sano con un prezzo corretto per chi consuma.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 59 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    I Gas, negli anni successivi alla crisi del 2009, vantano un incremento dell’11% in valore assoluto, con 3 miliardi annui di giro d’affari: si calcola che circa il 20% degli italiani acquisti da fonti “alternative” rispetto alla grande distribuzione.
    In Italia il sito ufficiale conta circa 970 Gruppi di acquisto solidali, ma si calcola che moltissimi, forse addirittura altrettanti, potrebbero essere quelli che non hanno ritenuto di doversi registrare. La Liguria ne conta una quarantina, una trentina solo nel capoluogo, ma anche qui sono molto numerosi i “cani sciolti”.

    Il punto di vista dei consumatori

    mercato-frutta-verdura-sarzanoAbbiamo parlato con Enrica e Michele, una coppiache partecipa al gruppo Birulò di Genova Centro: «noi siamo in questo gruppo da quasi 15 anni, avevamo letto su un giornale dell’esistenza dei Gas, abbiamo partecipato ad un incontro e da lì in poi è nata la nostra collaborazione. Birulò, essendo un gruppo numeroso, è suddiviso in microGas formati da diverse famiglie con un denominatore comune, che può essere il posto di lavoro, la vicinanza di abitazione, il rapporto di amicizia o addirittura il condominio. Lo scopo principale è alimentare un’economia alternativa ai canali usuali, basata sui principi di equità, solidarietà e sostenibilità, soprattutto attraverso gli acquisti, possibilmente a chilometro zero, da produttori marginali o in difficoltà finanziaria, che sarebbero strangolati dalla grande distribuzione, scomparendo dal mercato».

    I gruppi non hanno bisogno di fare opera di ricerca per avere nuovi membri, anzi sempre più persone cercano di inserirsi in questo mercato parallelo, condividendone gli obiettivi e creando nuovi gruppi che si appoggiano a quelli già esistenti. «Nessuno ha un impegno minimo di acquisto, anzi certe famiglie partecipano solo ad un certo tipo di forniture ed altre si fanno vive solo attraverso internet per inviare gli ordini e ci si incontra semplicemente per il ritiro della merce. Voglio dire che non è obbligatorio socializzare, se si ritiene di non farlo, ma ci sono anche volontari che invece, oltre che occuparsi di tenere i contatti con il fornitore e riscuotere i pagamenti, tengono anche la contabilità interna, gestiscono le iniziative collaterali come la Banca del Tempo e si riuniscono periodicamente con rappresentanti di Gas fuori Regione per confrontarsi e scambiarsi conoscenze e competenze anche su argomenti diversi come le energie alternative ed altro».
    E riguardo alla scelta dei produttori? «Funziona il passaparola o la conoscenza diretta, noi li cerchiamo preferibilmente sul territorio ligure o comunque molto vicino ma, per gli agrumi, gestiamo personalmente il contatto con un consorzio di produttori della Sicilia dove abbiamo passato una settimana non solo di vacanza, ma visitato e osservato le tecniche agricole, instaurando anche una bella amicizia».

    Il punto di vista dei produttori

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareIl consorzio cui fanno riferimento Enrica e MIchele si chiama Le galline felici, è in provincia di Catania, collabora a sua volta con una piccola serie di cooperative sociali: ce lo racconta Beppe, lo abbiamo raggiunto al telefono mentre sta visitando i campi di produzione.
    «Noi siamo partiti in nove soci, eravamo proprio piccoli però il nostro socio fondatore aveva già le idee chiare. Ora siamo 23 persone, ci siamo divisi i compiti all’interno dell’azienda, che nasce come produttrice di agrumi siciliani e serve esclusivamente i Gas: niente negozi, niente privati, men che meno grande distribuzione. Il nostro scopo, fin dai primi passi, è stato produrre in maniera biologica, certo, ma soprattutto etica: io dico sempre che un arancio biologico raccolto da un extracomunitario sfruttato è più nocivo di uno cresciuto a pesticidi».

    Riguardo ai rapporti del consorzio con i Gas, Beppe aggiunge: «noi non vogliamo entrare in competizione con i produttori del nord, che sono magari vicini come area geografica a Gas nostri clienti: ad esempio i pomodori non li coltiviamo, perché sono ottimi anche quelli liguri, lombardi o piemontesi, e per arrivare nelle case dei clienti non attraversano l’Italia. Invece forniamo agrumi anche a gruppi francesi e belgi da molti anni ormai: e stiamo studiando una sorta di collaborazione, vorremmo avere i loro prodotti di eccellenza, come la birra, e scambiarli con i nostri, ma è una cosa un po’ complicata, non so ancora se e come la concluderem

    Abbiamo incontrato Enrica, titolare dell’Azienda Agricola Boccarda di Busalla (Ge) che ci racconta di essere diventata fornitrice del Gas Fratello Sole di Albaro tramite conoscenti comuni, perché «alla fine quello che conta è il passaparola, è la gente che ti fa buona pubblicità e parla bene di te dopo che ha assaggiato i tuoi prodotti».
    «Noi abbiamo anche provato ad avere la certificazione biologica – aggiunge – ma è molto costosa, e sinceramente neanche così rigorosa come si potrebbe pensare. Chi ci conosce sa benissimo i criteri con cui lavoriamo, volendo ci vengono a visitare in qualsiasi momento. Abbiamo un piccolo allevamento, dove gli animali sono alimentati con i nostri prodotti; abbiamo polli e galline e infatti al Gas vendiamo sempre le uova, ovviamente quando ci sono. In più, abbiamo il bollo Cee per il nostro Macello a Sarissola, e fra i piccoli produttori ormai siamo quasi gli unici ad essere autorizzati a macellare, e vengono da noi anche da fuori valle».

    Si dirà che sono lussi che non tutti possono permettersi ed in parte può essere vero: ma per qualcuno il lusso può essere anche un semplice panino al salame, a patto di conoscerne l’origine e la qualità.

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #59

  • I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    I “soldi di Colombo”, Genova e i grandi eventi: Expo ’92, G8 e Capitale della Cultura 2004

    porto-antico-bigo-DILa prima volta che si parlò di “manifestazioni colombiane” in occasione dei 500 anni dalla “scoperta” dell’America (1992) fu nel 1984 su proposta di Renzo Piano. Il via ai lavori e finanziamenti risale al 1988. Fu il primo passo verso il cambiamento che la nostra città avrebbe subito: scoprire il centro storico come risorsa e il porto come occasione turistica e fare in modo che le due realtà potessero essere legate. Nei primi duemila sono seguiti altri due grandi eventi: il vertice G8 e Genova 2004, Capitale europea della Cultura. Periodi di progettazione urbanistica e finanziamenti. Cosa hanno portato e cosa hanno lasciato? Abbiamo raccolto dati e dettagli per suscitare nel lettore una riflessione su come eventi di questo tipo possano segnare in modo indelebile lo sviluppo di una città.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Quando siamo partiti nella ricerca era recente la notizia che alcuni residui dei fondi colombiani avessero partecipato alla spesa per gli interventi di riqualificazione dei parchi di Nervi. Come è possibile che a oltre vent’anni di distanza dal grande evento ci siano ancora denari in cassa da investire? Cerchiamo di fare chiarezza.
    Nel marzo 2007 viene sottoscritto un Accordo di Programma tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione, Provincia e Comune di Genova per l’impiego di fondi residuali dalle manifestazioni colombiane per interventi di recupero del tessuto urbano e del patrimonio storico artistico. Questi fondi ammontano a 97 milioni di euro. La somma è frutto delle riduzioni dei tassi di interesse sui mutui (grazie al passaggio lira-euro) che erano stati contratti originariamente dal Comune. Inizialmente era stata prevista la disponibilità dei fondi in 5 anni, però lo Stato non essendo riuscito a rispettare i tempi nel 2013, ha prorogato fino a fine 2015 il loro utilizzo. Ad oggi i denari sono stati completamente versati dallo Stato e quasi interamente reinvestiti.

    Le Colombiane

    porto-antico-bigo-ML’Expo 1992 è stato realizzato con 600 miliardi di lire (300 milioni di euro) e il passaggio lira-euro, come detto, ha permesso di avere risparmi riutilizzabili. G8 e Genova 2004 (per l’evento Capitale della cultura sono stati spesi circa 160 milioni di euro), in base ai dati in nostro possesso, non hanno prodotto residui né risparmi.
    Proviamo dunque a tracciare un percorso che parta dalle Colombiane, passi attraverso il G8 per arrivare a Genova 2004. Insomma un viaggio fra i grandi eventi genovesi dell’ultimo ventennio, con l’aiuto dell’architetto Bruno Gabrielli (Giunta Pericu, assessore urbanistica e centro storico dal 1997, assessore qualità urbana e politiche culturali dal 2001 al 2006) e dal professore Francesco Gastaldi dell’Università IUAV di Venezia. «I grandi eventi degli ultimi 20 anni hanno giocato un ruolo decisivo, hanno messo in campo ingenti risorse economiche, hanno attivato capitale sociale e hanno ridefinito l’immagine della città», esordisce il professore. Secondo Gastaldi è stata la ricerca del binomio waterfront-centro storico (iniziata con le Colombiane e proseguita fino all’evento capitale della Cultura) che ha caratterizzato le scelte di politica urbana degli anni ’90 e 2000. Binomio che ora, sembrano convinti sia Gastaldi che Gabrielli, non è più priorità della politica. «Si era parlato di proseguire il percorso anche con opere non-materiali di valorizzazione degli interventi eseguiti per Genova 2004, ma questo non è stato fatto – commenta Gabrielli – se non vi è continuità si perde il senso della strategia iniziata con le Colombiane e proseguita con G8 e Genova 2004, cioè che Genova non ha bisogno di soldi, ma di eventi».

    Aldilà dell’errore politico che portò a sovrastimare la portata dell’evento in termini di visitatori (a pochi mesi dal via la stima sulle presenze di visitatori all’Expo raggiungeva un milione e 800 mila, a evento concluso si contarono in realtà poco più di 800 mila visitatori e l’Ente Colombo che gestiva la manifestazione incassò solo 13 miliardi di lire rispetto ai 45 previsti in partenza), “i soldi di Colombo” hanno dato il via ad una strategia di urbanizzazione della città che si è sviluppata fra il 1986 e il 2006 e che ha trasformato il rapporto fra la città e il porto. Una complessa orchestrazione fra strumenti urbanistici e rapporti fra le autorità, gestione degli interventi e dei finanziamenti. L’arch. Gabrielli ricorda: «Nonostante le scarse risorse di base, Genova ha saputo sfruttare i tre grandi eventi, sono stati il volano per mettere in moto cospicui investimenti pubblici e privati».
    Nel 1984 la giunta affida a Renzo Piano l’incarico per progettare modi e luoghi per l’esposizione del 1992. L’intento è realizzare opere che anche dopo l’evento possano essere utilizzate per lo sviluppo della città, le cronache di quel periodo raccontano di parte dell’area del Porto Antico chiusa a cui non si può accedere, il destino di Acquario, Centro Congressi dei Magazzini del cotone e dell’area sono incerti. La soluzione è rappresentata dalla costituzione della Società Porto Antico spa (80% del comune), punto di partenza per il riavvio di una nuova gestione dell’area. L’Acquario diventa privato e Genova acquista un valore aggiunto impensabile fino a pochi anni prima, ovvero il libero accesso di cittadini e turisti alle aree portuali, l’apertura alla città di zone cruciali ma per secoli rimaste inaccessibili e gestite solo dall’Autorità portuale.

    Gli interventi dal 2001 al 2004

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoAltri interventi di riqualificazione sono stati eseguiti in occasione del vertice G8 del 2001 i cui finanziamenti hanno permesso l’avanzamento del progetto di integrazione fra centro storico e waterfront già avviato nel ‘92, grazie alla pedonalizzazione di molte aree. Interventi urbani che in qualche modo hanno anche aiutato il riutilizzo degli spazi creati dalle Colombiane (Magazzini del cotone, Acquario, Bigo, Metropolitana). Non trascorre neanche un anno che arriva il momento dell’esecuzione degli interventi pensati per Genova Capitale della Cultura Europea che hanno l’obiettivo principale del miglioramento e della riorganizzazione del sistema museale cittadino e del patrimonio architettonico.
    Per la manifestazione del 2004 i finanziamenti hanno raggiunto un totale di circa 160 milioni di euro, fra Comune, Provincia, Regione, fondazione CARIGE, Università di Genova e Comunità Ebraica. Gli interventi si sono realizzati sul polo museale di via Garibaldi, su quello della Darsena, su alcune strutture statali e altre per la formazione come ad esempio Abbazia di San Giuliano o Palazzo Belimbau. I fondi sono stati spesi per i musei cittadini, per la ristrutturazione o l’abbellimento di chiese, ville e strade cittadine.
    Per quanto riguarda il waterfront con il G8 si completa innanzitutto l’opera di Piano iniziata nel 1992 (Acquario, Magazzini del Cotone, apertura dell’area portuale ai cittadini) con pavimentazioni, illuminazione, piantumazione delle palme, sistemazione di piazza Caricamento e limitrofe. Poi l’intervento privato della Marina di Genova, l’hotel, le residenze e il porto turistico. I finanziamenti di circa 5 milioni di euro hanno in parte permesso la realizzazione della Passeggiata alla Lanterna oltre, ad esempio, al restyling di via delle Palme a Nervi e delle principali strade cittadine: San Lorenzo, San Vincenzo, Lomellini, Balbi, Fontane Marose, Garibaldi, Via del Campo. Dulcis in fundo, il recupero della Darsena con il Museo del Mare cofinanziato da fondi Urban (Commissione Europea) e Compagnia di San Paolo (oltre 23 milioni di euro). Da sottolineare anche i progetti per la viabilità, come la metropolitana che collega la Valpolcevera al centro, impegno di spesa pari a 492.360.110,54 € a cui saranno aggiunti circa 167 milioni di euro per l’ultimo tratto fino a Brignole. Circa il 60% dei costi è stato coperto dallo Stato Italiano.

    Veniamo ai musei. Sono stati spesi per la riforma del sistema museale cittadino circa 52 milioni di euro di cui circa 15 milioni governativi, altri 15 da fondi privati e dalle amministrazioni l’investimento è stato di circa 10 milioni. Discorso a parte per il Galata che, come abbiamo visto, è stato finanziato da Urban, quindi dalla Commissione europea. Sono stati poi realizzati nuovi spazi verdi, su tutti la valletta del Rio San Pietro, la Fascia di Rispetto di Prà e l’area verde Fiumara. In totale fra il 2000 e il 2004 sono stati investiti dal Comune circa 1000 miliardi di lire per opere pubbliche, come ad esempio opere di riassetto idrogeologico o di tipo manutentivo.
    Tirando le somme, il bilancio 2001-2005 vede circa 999 mila euro di cui il 35% è derivato da progetti speciali del Ministero del lavori pubblici. Privati ed Enti hanno contribuito per il 26%, il finanziamento governativo per G8 e Genova 2004 è stato del 13%.

    Cosa rimane oggi

    «Il compito di chi si trova a gestire i grandi eventi e i denari che ne derivano – commenta il prof. Gastaldi – è quello di mettere in moto un processo che non sia solo occasione per spendere soldi “extra”, ma che diventi prima di tutto opportunità di tipo strutturale per cambiare la città. Non è tanto importante il grande evento ma la sua capacità di mettere in moto azioni, cose che poi rimangono, anche quando esso è terminato».
    Insomma dopo un ventennio Genova ha capitalizzato in modo appropriato o no denari e grandi eventi?
    «In parte sì e in parte si sono verificati dei passi indietro, nel senso che si è puntato meno sul binomio che aveva dato il via a questo processo e cioè il binomio porto-centro storico». prosegue. «Ci sono meno fondi, ma bisogna avere anche la capacità e la voglia di sapere dove e come andarseli a prendere questi fondi..

    Certo, di quel piccolo grande “boom” Genova oggi non eredita solo l’Acquario e il Porto Antico e un abito più bello fra i caruggi e i campanili, ma anche vuoti urbani. Gli Erzelli, il cui avvio formale al progetto venne dato in quell’ormai lontano 2004 e che oggi a distanza di dieci anni ha già un piede nel grande album delle “potenzialità inspresse di Genova”, la stessa Passeggiata alla Lanterna abbandonata per anni al suo destino dopo la realizzazione, il faraonico progetto di riqualificazione di Ponte Parodi, giusto per citare alcuni esempi.
    La città di oggi è diversa da quella degli anni ‘90 e dei primi 2000, eppure il declino dell’industria e delle trame sociali che caratterizzano il tessuto genovese continuano ad essere i problemi principali a cui ancora non si è riusciti a trovare soluzioni. Se è vero che il treno delle grandi manifestazioni passa una sola volta, allora dovremo attendere ancora qualche anno prima di poter affermare se davvero siamo stati bravi a coglierlo per farlo fruttare al massimo delle sue possibilità oppure no. Per adesso una sola cosa è certa: i soldi sono finiti. Anzi, due: passare le notti in stazione sperando che prima poi il treno ripassi non è una buona idea.

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero 59 di Era Superba

  • Storybus, il quarto episodio della webserie firmata da Screefabula

    Storybus, il quarto episodio della webserie firmata da Screefabula

    Nell’epoca del selfie selvaggio neppure la fermata dell’autobus sembra essere dispensata dal fenomeno; lo strumento social è in grado di ribaltare la situazione che ritenevamo di controllare fino a un attimo prima, facendo assumere alle nostre microscopiche figuracce proporzioni non più arginabili.
    Le cose più belle, quelle che ammiriamo con gli occhi spalancati ricchi di desiderio, non accontentandoci, spesso si rivelano essere quelle che svaniscono più rapidamente per lasciarsi nuovamente ammirare.
  • Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    Femminismo, che cosa significa oggi? Intervista a Monica Lanfranco, direttrice della rivista genovese Marea

    monica-lanfrancoLe scorse settimane a Palazzo Ducale un ciclo di incontri e una mostra hanno celebrato i 20 anni della rivista femminista Marea, nata nel 1994 come trimestrale con una redazione genovese, da sempre senza remore nel dichiararsi femminista, ha seguito il corso della storia delle donne nel nostro paese e non solo. Abbiamo intervistato Monica Lanfranco, giornalista e formatrice oltre che direttora di Marea, da anni si occupa a diversi livelli di tematiche femministe. Una chiacchierata sull’attualità del femminismo e di una Genova poco partecipe e poco consapevole…

    Qual è il bilancio di dieci giorni di eventi per Marea?

    «Enorme ricchezza, dovuta alla scelta di aprire con il tema della politica invitando una parlamentare femminista Soraya Post, (la prima europarlamentare eletta in un partito femminista lo svedese Feminist Initiative, ndr) una scommessa e un segnale esattamente come quello di chiudere gli eventi con il grande tema dei fondamentalismi religiosi e della laicità.
    Una piccola rivista che esiste da vent’anni avrebbe potuto limitarsi a fare una mostra e un insieme di letture, invece abbiamo fatto questo proprio per fare un regalo a noi stesse e per dire che il movimento delle donne che noi rappresentiamo ha dei pensieri e delle visioni politiche e generali: un pensiero di cambiamento verso l’intera umanità. Il Bilancio è positivo anche per i social media e grazie alla loro grande eco ha permesso la partecipazione di persone da fuori città».

    Come accoglie questi temi Genova?

    «Per quanto riguarda Genova sono delusa per la poca partecipazione. Genova è pigra, partecipa più facilmente ad eventi con grandi nomi noti e manifesta una certa diffidenza rispetto a temi proposti e visti attraverso l’analisi femminista, questo non accade in altre città»

    Perché avete deciso di fare un evento per “ricordare” ?

    «Da sempre la nostra volontà è raccontare questo mondo in perpetuo cambiamento ed è stato importante averlo fatto e continuare a farlo. Ricordare le cose fatte per metterle in mostra e guardarle attraverso una prospettiva nuova e critica, capire, per esempio, che i primi numeri sono stati i più belli, perché erano tempi molto più ricchi, c’era un livello di dibattito più appronfondito, più lento rispetto al web, ma in grado di andare più a fondo».

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    Femminismo, che significa oggi?

    «La banalità del male, citando Hannah Arendt, è sempre lì in agguato. Esprime un’ignoranza di fondo e la mancanza di consapevolezza profonda per ció che significa femminismo. Un visione femminista non è una visione solo per le donne, ma a 360 gradi della società e della necessità del cambiamento. Non solo è necessaria ma anche dinamica perché mette al centro e rende prioritarie tematiche che non lo sono.
    Penso alla riproduzione sociale della specie, che non significa fare bambini ma rappresenta quelle che sono le necessità dei corpi e delle età della vita, tutto quello che riguarda l’ economia e la finanza. Viviamo in una società in cui conta il denaro invisibile più che produrre lavoro e soddisfare i bisogni delle persone. Mettere al centro queste priorità e non il capitale è vitale per tutti e tutte.
    Ecco perché penso che il femminismo sia di grande attualità, perché mette al centro la volontà di risolvere i conflitti, di abbassare il livello di violenza; in un mondo in cui le donne sono in pericolo in quanto donne, non possiamo pensare che gli uomini stiano bene, perché se la metà della popolazione sta male stiamo male tutti.
    Queste parole e concetti sono elementari ma vanno ripetuti e compresi fino in fondo. Il femminismo in Italia è ancora giovane.

    Essere donna ed essere femminista sono due declinazioni. La prima definisce la mia identitá sessuata e la seconda la scelta di declinare in modo critico l’essere una donna. E dire da che parte io comincio per raccontare il mondo. Il problema dei maschi e degli uomini è che il maschile non ha ancora imparato a definirsi parziale, che poi è quello che è, perché se sei un uomo sei un pezzo».

     

    Claudia Dani

  • Cottage e casa in legno: tra alberi ed arbusti, per vivere al ritmo delle stagioni

    Cottage e casa in legno: tra alberi ed arbusti, per vivere al ritmo delle stagioni

    1Ho recentemente notato, viaggiando e leggendo, che l’approccio sulle tematiche del “verde” sta lentamente ma progressivamente mutando. Alcuni principi teorici e quello che era, un tempo, un sentimento solo latente viene spesso ora tradotto in concreto dai progettisti.
    Si va infatti diffondendo una maggiore integrazione ed una crescente interazione tra “costruito” e “spazio verde”, tra edificato e campagna, tra interno ed esterno.
    In molte recenti ideazioni, si nota come le stesse linee progettuali mirino a valorizzare la natura e renderla parte integrante dell’edificato. Abbiamo già accennato a questo tema in un nostro recente articolo sul grande Labirinto di un celebre editorialista. Qui l’insieme dei bambù è stato concepito come parte essenziale del progetto, nel quale gli edifici si inseriscono armonicamente e sono essi stessi secondari all’insieme. Prima il “verde”, le piante ed il paesaggio e poi tutto il resto.
    2Le foto di questo articolo dimostrano come anche all’estero (nel caso di specie nella campagna olandese) e nei contesti più vari, si tenda ad enfatizzare sempre di più la natura, che non fa solo da sfondo ma costituisce lo sostanza principale dell’idea progettuale.
    La scelta stessa dei materiali cambia profondamente: quelli naturali come legno e pietra, uniti all’impiego del cristallo per valorizzare gli esterni e gli scorci sul paesaggio. In particolare, mi ha recentemente molto colpito il progetto, qui riprodotto nelle fotografie, di una “capanna” nel bel mezzo di una parco, tra i prati, gli alberi e gli arbusti. La struttura è semplicissima. I materiali sono basici: ardesia, legno e vetro.

    3I colori quasi neutri: marrone che si fonde tra i tronchi, grigio-azzurro come il cielo ed uno sfavillare scintillante dato dalle vetrate che enfatizzano il verde della campagna circostante. Dalla casa si ha una visuale completa sul paesaggio, che si confonde in lontananza. Lo sguardo attraversa la struttura, vaga da un lato all’altro senza soluzione di continuità, dando quasi all’osservatore l’idea che la muratura non esista o sia essa medesima parte integrante del paesaggio. Gli alberi, le piante ed i prati sono i veri protagonisti. Niente di più. Nulla di superfluo appesantisce inutilmente l’insieme.

    4Il progetto rispecchia quindi la moderna maggiore sensibilità verso la natura. Se per secoli l’uomo ha costruito palazzi ed edifici per “tenere fuori” e separarsi dalle intemperie, dal freddo, dal sole e dal vento, oggi le cose sono completamente cambiate e direi persino l’opposto. Si edifica infatti per conglobare la natura, per sentirsene parte integrante e per essere porzione del tutto.

    5Grazie anche ai moderni materiali ed alle innovative tecniche di coibentazione, è ora possibile che soli pochi centimetri di cristallo ci separino dalla neve delle montagne, dai flutti del mare o dal vento incessante di alcune valli. Abbiamo così oggi modo di sperimentare una nuova ed inedita dimensione di percezione della Natura, davvero non cosa da poco.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Storybus, il terzo episodio della webserie firmata da Screenfabula

    Storybus, il terzo episodio della webserie firmata da Screenfabula

    In amore gli opposti si attraggono. Sarà vero? Oppure spesso si tende, anche inconsapevolmente, a cercare di plasmare l’altro? Per amore si compiono sacrifici, ma ci sono abitudini e attitudini a cui non si può proprio rinunciare, perché significherebbe tradire il proprio Io. Per questo talvolta per sfuggire alla monotonia, ai drammi, agli ostacoli che la vita ci presenta, ci si rifugia in un mondo immaginario creato da noi, per trovare le certezze di cui abbiamo bisogno. Ancora una volta la fermata dell’autobus diventa luogo di attesa per una coppia come tante e unica nello stesso tempo.

  • Storybus, il secondo episodio della webserie firmata da Screenfabula

    Storybus, il secondo episodio della webserie firmata da Screenfabula


    “Coppia in attesa”
    Una situazione quotidiana, la banale attesa del bus che tarda ad arrivare, crea nei nostri due protagonisti di turno reazioni differenti sino a rappresentare la miccia che farà esplodere uno dei due. Spesso le accoglienti mura domestiche, il ritmo sempre più intenso delle nostre vite, le abitudini in cui inesorabilmente cadiamo, sono causa di silenzi assordanti, di mancanza di comunicazione, di sopravvivenza per la maggior parte delle coppie. In questo episodio una situazione innocua viene improvvisamente colta come un’opportunità di sfogo e di ribellione ad una vita che ha preso oramai una piega diversa, distante dalle promesse e aspettative di amore e passione duraturi.

  • Storybus, schegge impazzite alla fermata dell’autobus: la webserie

    Storybus, schegge impazzite alla fermata dell’autobus: la webserie

    Dopo “Come Kubrick in Ombre Rosse”, la Content Factory genovese Screenfabula torna sugli schermi di YouTube con “Storybus”, nuova webserie tutta ligure online dal 24 Marzo e di cui Era Superba pubblicherà un episodio a settimana, con appuntamento fisso al martedì per tutti i suoi lettori.

    “Storybus” è composto da episodi di breve durata (tra i 2 e i 4 minuti ciascuno), con personaggi differenti da una puntata all’altra. La fermata dell’autobus diventa luogo di incontro e di scontro, di indagine e conflitto, di attese e di presenze sospese tra realtà e verosimiglianza, il tutto condito da molta ironia.
    La serie è concepita ad hoc per la piattaforma web sia per linguaggio narrativo, che per struttura e dinamismo. Quale set migliore per esprimere tali requisiti se non la fermata del nostro amato/odiato servizio di trasporto pubblico? Luogo che non solo sposa perfettamente il concetto di velocità di narrazione ma soddisfa un’altra caratteristica fondante del progetto: raccontare il contrasto, la diversità, il tema dell’interazione e quello dell’indifferenza.

    «Partiamo da un semplicissimo interrogativo – raccontano gli autori di Screenfabula – a chi non è mai capitato di trovarsi in compagnia di qualche bizzarra presenza durante gli interminabili tempi di attesa del proprio autobus? Talvolta ci sentiamo importunati, talvolta quasi consolati. Spesso rispondiamo in automatismo con un tipo di chiusura definibile pressoché ermetica, ancor più frequentemente con derisione. Alcune volte li osserviamo, altre li ignoriamo».
    É sempre più difficile (ri)specchiarsi nell’altro, presi come siamo a comunicare col resto del mondo schermati da ogni genere di display, dal quale raramente distogliamo lo sguardo. «Con Storybus vogliamo giocare sui luoghi comuni falsi e veritieri, ironizzando sull’ambiguità, sui tradimenti, su improbabili alleanze, sulle piccole grandi crisi che ci attanagliano».
    La fermata dell’autobus diventa così un palcoscenico vero e proprio: «schegge impazzite provenienti da spaccati di vita che affondano le radici nell’azione comune dell’attesa del mezzo pubblico che ci riporti alle nostre case, alle nostre famiglie, al nostro lavoro, ai nostri appuntamenti. Ci siamo forse mai chiesti se questo spazio/tempo lo viviamo e lo riempiamo? Sì, no, boh…». “Storybus” tenta di dare una risposta con quel tocco di surrealtà che caratterizza la content factory made in Zena.