Autore: erasuperba

  • Ecco il più grande labirinto di bambù esistente al mondo

    Ecco il più grande labirinto di bambù esistente al mondo

    1Ho avuto recentemente modo di leggere un interessantissimo articolo su uno nuovo progetto di Landscape design, realizzato a Fontanellato nelle vicinanze di Parma grazie alla dedizione di un famoso ed illuminato mecenate italiano.
    L’ideatore del progetto è un uomo di grande cultura, appassionato di storia dell’arte e collezionista di libri e di oggetti artistici. Dopo aver lavorato una vita nel settore dell’editoria e della grafica, si è ritirato a vita privata e ha completato il progetto su cui meditava da sempre: realizzare il più grande labirinto vegetale esistente al mondo.

    2Il parco che lo contiene aprirà ufficialmente al pubblico il prossimo primo maggio. Il disegno del labirinto si ispira ai percorsi geometrici raffigurati nei mosaici romani ed è caratterizzato da una complessa pianta a stella. Si estende su un territorio di ben sette ettari intorno ad un quadrato centrale. A differenza dei progetti realizzati dai romani, questo si compone però di un intricato insieme di biforcazioni, bivi, vicoli ciechi e ramificazioni che rendono l’insieme assai particolare e molto suggestivo. Chi passeggia tra i viali, che compongono per stratificazione il progetto, ha a disposizione ben tre chilometri di stradine che richiedono più di un’ora per essere percorsi a piedi. Sempre che non ci si perda tra le siepi di bambù alte oltre cinque metri! 

    3Quest’essenza è presente in ben venti specie tra loro diverse, da quelle di piccole dimensioni a quelle giganti. Esse provengono dai più disparati angoli del pianeta: dalla Francia, dall’Italia e persino dalla Cina. Il bambù è stato volutamente scelto, a seguito di attente valutazioni e studi approfonditi, in luogo del più tradizionale bosso. Quest’ultimo avrebbe infatti necessitato di decenni e decenni per raggiungere un adeguato grado di sviluppo ed a trasformare così un mero disegno in una articolata realtà tridimensionale. In pochi anni il velocissimo bambù, impiantato in sito in dimensioni adeguate, ha infatti già raggiunto il pieno sviluppo e svetta ora alto verso il cielo. Muri verdi, scomposti e ondeggianti al vento, compongono un articolato disegno geometrico che si staglia all’orizzonte e che però, solo dall’alto, si può effettivamente percepisce nel suo pieno sviluppo.

    5Il bambù è poi una pianta eccezionale in quanto, assorbendo grandi quantità di anidride carbonica, purifica, tramite la sua crescita rapida e quasi prodigiosa, l’aria. Proprio per questo motivo, la fondazione del proprietario del parco ne mette a disposizione della collettività ben trenta diverse varietà. Esse sono disponibili per restaurare il paesaggio, per rivestire i lati delle autostrade, per nascondere il degrado e persino per ricucire le ferite causate alla campagna dalle speculazioni edilizie. A riprova di ciò e grazie al miglioramento dell’aria nella zona circostante al Labirinto, anche gli uccelli sono tornati a nidificare e le poiane sono diventate tanto numerose da essere oggi quasi un problema.

    Il progetto del Labirinto è stato pianificato a quattro mani dal suo proprietario insieme ad un giovane architetto, la cui tesi di laurea sulla ricostruzione dell’isola di Citera è stata pubblicata del nostro editore-mecenate qualche anno fa.
    Il parco circonda un complesso di edifici di circa cinquemila metri quadrati, di mattoni di un rosso tenue all’esterno e neoclassici all’interno con stucchi, colonne e busti in marmo. Essi completano in modo sobrio ed elegante l’idea progettuale che ha il verde come suo elemento dominante e centrale.

    4Sulla falsariga di quanto fece il principe de Ligne nel diciottesimo secolo, negli edifici sono già contenute le sconfinate collezioni d’arte del proprietario: libri, volumi, intere collane editoriali e le pubblicazioni di una vita… Verranno poi aggiunte, in un altro complesso di edifici, importanti raccolte di sculture, realizzate sia da autori antichi e celeberrimi quali Bernini e Canova che dai più moderni Carracci ed Antonio Ligabue. A completamento del complesso e per valorizzare il territorio parmense verranno poi realizzati anche un bistrot, un ristorante, uno spaccio di prodotti locali.

    Ciò che colpisce del Labirinto è però, in ultima analisi, il significato profondo del progetto. L’intrico dei viali e lo smarrirsi tra di loro simboleggia la vita, il suo articolarsi, il perdersi ed il continuo ritrovarsi delle persone nel tempo. E’ una metafora dell’esistenza umana tra certezze illuministiche ed altalenanti, continue divagazioni.
    L’ondeggiare dei bambù, molli e cedevoli al vento, accompagna costantemente il visitatore nel percorso, dissimula le vie di uscita e gli fa al tempo stesso da guida. Confonde ed indirizza. Nasconde prima, rendendo il percorso ignoto, ma poco dopo svela cosa si cela in realtà al di là dell’angolo.
    Il progetto del Labirinto è spesso specchio dell’anima del suo proprietario: articolata e complessa. La sua ideazione progettuale postula forse una comprensione delle cose che si può formare solo attraverso il lento stratificarsi delle più disparate conoscenze e delle infinite esperienze, maturate nel corso di un’intera vita.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    economia-soldi-D3La borsa firmata, il motorino, i mobili nuovi come quelli della vicina. Il dentista, il funerale della nonna, la facciata del palazzo da rifare. I motivi che portano le persone ad indebitarsi sono i più disparati, e non necessariamente ricorrere ad un finanziamento ha delle valenze negative, questo è ovvio. In Liguria, dove secondo tradizione gli abitanti sono persone morigerate e poco disposte a fare il passo più lungo della gamba, in realtà si ricorre all’indebitamento in maniera piuttosto massiccia, come in ogni altra parte d’Italia. Secondo una ricerca della CGIA di Mestre (Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato), che mantiene un ufficio studi molto attivo in materia economica, ogni famiglia italiana è esposta in media per 19.251 euro, esclusi i finanziamenti alle imprese o agli artigiani. Ma mentre le province lombarde hanno un indebitamento medio di 27.544 euro, in Liguria siamo ad una media di 16.468, che va dai 14.568 di Imperia (la più virtuosa) ai 17.280 di Genova, la città maggiormente indebitata. In questo dato sono compresi anche i mutui per l’acquisto della casa ma, visti gli andamenti del mercato immobiliare, specialmente nella nostra provincia, è difficile immaginare che l’aumento tendenziale dei prestiti (+34,9% dal 2007 ad oggi) dipenda da questa ragione.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Purtroppo la diminuzione drastica del reddito pro capite in Liguria (-2,9%, maglia nera secondo l’Istat) è probabilmente una delle cause, e forse la principale, del massiccio ricorso al credito; in ogni caso, trovare i canali attraverso cui ottenerlo non è un grande problema, e spesso è lo stesso venditore che propone di rateizzare un acquisto tramite finanziarie convenzionate. Una volta si ironizzava molto su chi pagava la crociera a rate, oppure comprava un abito da sposa con una sfilza di cambiali più lunghe del matrimonio stesso. Oggi per che cosa si fanno debiti in Liguria, e a Genova in particolare? Vediamo di capire qualcosa di più con l’aiuto di Luca (nome di fantasia) che segue il credito al consumo presso un primario istituto bancario ligure. «Se dobbiamo fare una “hit parade” delle motivazioni per cui si chiede un prestito, a Genova sicuramente al primo posto c’è l’auto nuova, ed era così anche prima dell’emergenza alluvione. In generale per comprare l’auto non ci si sente particolarmente in colpa ad indebitarsi, anche se talvolta vengono richieste durate tali che, si può ipotizzare, il cliente avrà sostituito la vettura ben prima di aver finito il debito! Durante quel periodo, qualsiasi altra necessità finanziaria abbia, si trova con l’accesso al credito probabilmente bloccato». Eh sì, perché una persona non si potrebbe in teoria indebitare per una percentuale troppo elevata rispetto al reddito totale… «Che poi esistano finanziarie che ti offrono qualunque tipo di pagamento pur di prendersi il cliente, questo non significa che sia opportuno farlo.Tenete presente che, con due sole rate arretrate, si entra nel registro Crif che cataloga tutti i “cattivi pagatori” che restano tali per parecchi mesi anche dopo aver onorato il proprio debito, ed in ogni caso non sono certo agevolati nel futuro ricorso al credito».

    Ovviamente non è sempre la voglia di strafare che porta ad indebitarsi. Chiunque, per una serie di motivi, si può trovare a corto di liquidi. Per fortuna ci sono i pensionati, che nella nostra regione stanno diventando la vera stampella alla crisi. Molte famiglie vanno avanti grazie all’impegno quotidiano dei “nonni” e non solo in termini di aiuto pratico, ma anche e soprattutto economico. «Non sa quante richieste abbiamo che sono state accolte proprio grazie alla “seconda firma” del pensionato di turno!». Casi, purtroppo sempre più numerosi, in cui chi chiede il finanziamento è già impegnato con altre rate, e ovviamente non si può superare una certa percentuale del reddito totale, di solito intorno al 30%. E chi non riesce ad avere questa seconda firma? «Si può ricorrere alla cessione del quinto (in pratica viene liquidata una somma in base allo stipendio annuale e su quella si trattiene una rata non superiore al quinto dello stipendio direttamente in busta paga o dall’Inps, ndr), ma se anche questa strada è già stata percorsa, il soggetto dovrebbe cercare il più possibile di evitare la spesa, in caso contrario è molto facile che si ricorra a canali “paralleli” che quasi automaticamente significano cadere nelle mani degli strozzini, che anche qui a Genova hanno purtroppo un buon giro d’affari».

    Per proteggere ed aiutare le persone cadute in questo genere di trappole, o che sono comunque a rischio usura, è nata a Genova nel 1996 la Fondazione Santa Maria del Soccorso per iniziativa dell’allora arcivescovo di Genova, il Cardinale Tettamanzi. Finanziata da enti pubblici (Sezioni Antiusura del Ministero dell’Interno e del Dipartimento del Tesoro) e privati, si avvale del lavoro di una cinquantina di volontari.

    Ma l’orizzonte del credito non è fisso, si muove sempre, ed ecco comparire il Social Lending di Smartika (ed esiste anche Prestiamoci): in pratica si tratta dei prestiti diretti fra privati, dove chi ha del denaro da investire lo mette a disposizione guadagnando un interesse superiore a quello che si vedrebbe riconoscere dalla propria banca, mentre chi ne ha bisogno ottiene un prestito a condizioni nominalmente inferiori (non sempre sostanzialmente) e soprattutto una valutazione del merito, si dice, meno severa.

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    cinema«Ti auguri sempre che il cinema sia una di quelle cose che possono restare. Essendo cresciuto con il cinema, a rischio di essere banale, per me ha sempre il suo fascino stare in una stanza buia e ascoltare e vedere qualcosa. Io spero sempre di trovare lì delle risposte e delle sicurezze». Così dice Tim Burton, il regista di Edward mani di Forbice e La fabbrica di cioccolato.
    Così in fondo siamo anche noi, accaniti consumatori di cinema da sala, costretti a fare i conti con i mormorii degli altri spettatori, le capigliature afro, le sale affollate, il fastidioso odore di pop corn e le esecrabili conversazioni telefoniche del maleducato di turno. Oppure orgogliosi frequentatori di sale semideserte, in orari improbabili, dove ti incanta proprio il film che non ti aspettavi , quello che non hai avuto il coraggio di proporre a nessuno, ma che domani potrai con fierezza consigliare agli amici che condividono la tua passione.

    Genova, per gli appassionati di pellicole inconsuete, quelle un po’ fuori dai circuiti maggiori, rappresenta una specie di tormento: non certo una piazza dove un film non passa se non è di cassetta, ma certamente dove occorre seguire attentamente le programmazioni se non si vogliono perdere delle occasioni “quasi uniche”.
    Diciamo che in quella terra di mezzo fra lo spettatore abituale delle ultime novità ed il cinefilo incallito che non perde un evento, ci starebbe una comunicazione, una visibilità ed un posizionamento più forte per quelle sale che meritoriamente seguono questa strada. Fra questi ci sono il Club Amici del Cinema, per esempio, che con il Missing Film Festival da vent’anni compie un’opera preziosa, spesso trascurata dai mezzi di comunicazione e talvolta poco pubblicizzata dal cinema stesso, la Sala Don Bosco a Sampierdarena.
    Sempre fra chi propone una scelta “più di nicchia” c’è la rassegna Cineforum genovese, che resiste dal lontano 1953, ad opera dell’Istituto Arecco, che utilizza la sala America un paio di martedì al mese; anche il Ritz, pur in orari e con film di cartello, opera una certa selezione posizionandosi fra le sale “d’essai” come recita il nome. Il Sivori ha recentemente aperto una terza, piccola sala chiamata appunto “Filmclub Sivori” dove proporre e riproporre titoli meritevoli di attenzione particolare. Come non dimenticare, poi, le rassegne organizzate dal Teatro Altrove e l’appuntamento del venerdì con il Cineforum The Space.

    I genovesi, però, che pubblico sono?

    biglietto cinema

    La città ha subito, ricambiata, il fascino della settima arte (ne abbiamo parlato qui), ed un accurato studio di Stefano Petrella, pubblicato dalla rivista FilmDOC nel numero 100, ci racconta come, fin dagli esordi, il pubblico ligure e genovese si riversasse nelle sale a vedere quello che allora rappresentava una novità assoluta. Nel 1914 la città si avviava all’Esposizione internazionale con circa 466 mila abitanti, opere notevoli create ad hoc per l’evento in tempi brevissimi, ed un numero di sale cinematografiche in centro città che si aggirava intorno alla settantina; l’anno dopo la rivista americana “Moving picture of the world ” parlava della “Twentieth of September street” che da lì in poi fu chiamata la Broadway genovese. Ma alla molto più dimessa Esposizione per le Colombiane del 1992 le sale cinematografiche arrivarono più che dimezzate ed in pochi anni dalla Broadway italiana scomparvero anche le ultime, l’Orfeo, l’Olimpia, l’Universale mentre aprivano i battenti i primi Multiplex: pur fra qualche difficoltà, probabilmente più gestionale che altro, questi continuano ad essere ancora oggi  “il nuovo che avanza”.
    Infatti alla fine del 2010, dopo un periodo di chiusura della struttura Cineplex nell’area dell’Expo, il Consiglio di amministrazione della società Porto Antico ha indetto una gara per ri- assegnare gli spazi: ha vinto, ottenendo un contratto di affitto per 18 anni, “The Space Cinema”, il colosso numero 1 delle multisala in Italia.
    Chi ha avuto la peggio è stata proprio la cordata genovese di Beppe Costa (Acquario di Genova) e Alessandro Giacobbe (Circuito CinemaGenova) che, a suo tempo, lamentò la vittoria dell’omologazione su di un’offerta, la propria, molto più culturalmente articolata.

    Cinema a Genova, dal multisala al cineclub nell’era del digitale

    cinema-provini-castingDunque, ricapitolando, ad oggi nel comune di Genova troviamo il complesso Uci Fiumara, 14 sale, nato dalla partnership fra Universal e Paramount Pictures e primo circuito in Europa; The Space, per l’Italia il diretto concorrente, 10 sale nel rinnovato complesso del Porto Antico; poi abbiamo il Circuito Cinema Genova (Odeon, City, Sivori, Ariston e Corallo) proprio di Alessandro Giacobbe ed infine le sale America e Ritz d’essai, del circuito Cinema Genova Centro gestito da Luigi Cuciniello. Quest’ultimo, genovese, da novembre presidente Anec (Associazione nazionale esercenti cinema), direttore organizzativo della Sezione Cinema alla Biennale di Venezia ed ex presidente Agis, è uno strenuo sostenitore della necessità per il cinema di saper catturare i giovani anche attraverso una diversa programmazione per fasce orarie, e promotore di un calendario delle uscite annuali che possa ottimizzare anche i momenti di bassa e bassissima stagione.
    Poi ci sono le piccole sale delle delegazioni, da Nervi fino a Palmaro, ed alcuni cineclub, spesso adiacenti alle parrocchie che hanno salvaguardato, in questi anni, la conservazione di alcuni, strategici spazi.
    Tutte queste sale hanno una propria ragione di esistere, dovuta ad un pubblico comunque attento alle novità, agli eventi, disposto ad uscire di casa e spesso molto numeroso: solo le nuove generazioni tendono a non essere esplorative nella scelta dei film trascurando titoli fuori dal circuito mainstream.
    Questo zoccolo duro di pubblico ha permesso anche alle piccole sale fuori dai circuiti di dotarsi della nuova tecnologia digitale, quella che nel giro di un paio di anni ha rivoluzionato il modo di fare cinema: anche i registi più tradizionali o più famosi, che si ostinavano a girare con la vecchia pellicola che poi riversavano in digitale si sono arresi, o forse hanno colto i numerosi vantaggi del nuovo mezzo. Non solo il costo delle riprese ed anche della post-produzione si è ridotto drasticamente, ma sono possibili finezze di colore e di particolari prima impensabili. Quindi quello che fino a poco tempo fa era considerato il tipico ripiego di chi voleva girare piccoli film indipendenti a budget ridotto ora è il mezzo e basta: ma come è stato per il disco in vinile, dato più volte per morto e tuttora vivo (ne avevamo parlato qui), e neanche troppo malconcio, così potrebbe succedere per le pellicole, che proprio in Liguria sono tornate a vivere.

    Grazie ad una fortunata campagna di fund raising, infatti, Ferrania, azienda savonese un tempo leader nella produzione di pellicole da cinema, è stata riaperta da due intraprendenti ragazzi, che hanno recuperato i vecchi magazzini della compagnia e, con il sostegno finanziario anche della Regione Liguria, hanno assunto nove vecchi dipendenti e affittato nuovi locali: stanno realizzando, con macchinari rimodernati e più efficienti, quelle stesse pellicole a colori che altrimenti sarebbero ufficialmente estinte. Per la conservazione nel tempo delle opere, il vecchio supporto fisico pare essere ancora la miglior scelta.

    Ma tornando alle nostre sale indipendenti, la rivoluzione digitale ha rappresentato, ed ancora in parte rappresenta, una grossa difficoltà per cui le alternative erano: adeguarsi, anche indebitandosi, o chiudere.
    Adeguarsi permette infatti, oltre che di disporre delle pellicole (che non sono più tali, poiché sono stati trasferiti in dati contenuti in supporti digitali) in maniera più semplice ed economica, ma anche, volendo, di trasmettere in diretta eventi come concerti o partite, insomma di esserci. Però, nonostante l’impegno della Regione Liguria che ha stanziato circa un milione di euro in contributi, il costo dello switch- off è stato comunque elevato, poichè stiamo parlando di piccoli enti dal bilancio molto risicato.
    Ognuno ha cercato fondi come meglio ha potuto, ad esempio il cinema San Pietro di Quinto ha aperto una sorta di crowdfunding fra i clienti e gli abitanti del quartiere: «Abbiamo conservato il proiettore – ci hanno detto – solo nel caso ci fosse stata qualche pellicola vecchia, che volevamo proiettare, non ancora trasferita in digitale. Ma a dire la verità non sembra proprio che fosse necessario, ormai lo sono tutte».
    La Regione Liguria, con loro, è intervenuta per 34mila euro, ai quali hanno dovuto aggiungerne altri 28mila; il cinema Albatros di Rivarolo aveva vissuto analoga vicenda oltre un anno fa, ora esibisce orgogliosamente, accanto ai titoli dei film , il codice 4k che sta ad indicare una risoluzione superiore al full hd televisivo; stessa cosa per il Nuovo Cinema Palmaro, mentre il San Siro di Nervi, digitalizzato ovviamente, continua nella raccolta fondi per completare il pagamento.

    Altri problemi, questa volta di un più oculato sfruttamento degli orari, vivono invece le sale degli altri circuiti; in questo caso si tratta di rinnovare il tipo di offerta, sperimentando pacchetti di proposte. Il circuito Cinema Genova per un paio di anni ha proposto l’abbinamento cena e cinema, ad un prezzo unico; ora, con un successo che è stato definito discreto, sta tentando una diversa articolazione delle proposte e degli orari: il cinema Odeon offre alla domenica mattina la proiezione di grandi film e animazione per tutta la famiglia… ci dicono che «all’estero funziona questo tipo di proposta, noi dobbiamo ancora abituarci all’idea, ma con il tempo potrebbe essere una mossa vincente».
    Certamente, e su questo concorda anche Cuciniello, gestore del circuito Cinema Genova Centro, sono i giovani che occorre riportare nelle sale, quei ragazzi che devono abiturasi alla frequentazione delle sale e anche ad osare nella scelta dei film: in fondo la magia del cinema è proprio questa, la sua capacità di incantarti proprio quando credevi di averlo messo nell’angolo. Ed un modo intelligente per catturarli potrebbe essere l‘ opportunità che si chiama “Life in Liguria“: da maggio ad ottobre 2015, chiunque voglia, può filmare ciò che ritiene possa raccontare la “sua” Liguria, nel bene e nel male, e con qualunque supporto (telefoni cellulari ad esempio). I filmati migliori diventeranno un documentario della durata di un film, come è stato per “Italy in a day” di Salvatores che ha incontrato molto successo. Certo, qui si tratta di fare e solo dopo di mettersi al buio a guardare e guardarsi, ma chissà che, una volta cambiato lo sguardo, non rimanga la voglia di trovare un’altra risposta.

     

    Bruna Taravello

  • Centro Storico, spazi verdi e giardini pubblici cercasi. Da Strada Nuova ai Babilonia

    Centro Storico, spazi verdi e giardini pubblici cercasi. Da Strada Nuova ai Babilonia

    giardini-babilonia-7Il centro storico di Genova, nella sua innegabile bellezza, soffre di una eccessiva densità di costruzioni e della carenza di giardini pubblici godibili. Le aree presenti sono spesso frammentate, di piccole dimensioni ed incastonate in mezzo ai palazzi, oltre che in molti casi soggette a scarsa manutenzione, quando non ignorate e chiuse alla cittadinanza.
    Vogliamo raccontare in quest’articolo due progetti diversissimi fra loro, a partire da chi li ha promossi e messi in atto, che però hanno in comune se non altro, almeno nelle intenzioni dei protagonisti, il fine di restituire alla città vecchia preziosi spazi pubblici: i giardini di Strada Nuova e le zone di verde fra la Facoltà di Architettura e piazza di Santa Maria in Passione, cuore della collina di Castello, una parte delle quali conosciuta come “Giardini di Babilonia”.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    I Giardini di Strada Nuova

    palazzo-tursi-D3Avevamo già toccato in passato la questione relativa all’apertura dei giardini di Strada Nuova, un ottimo investimento in termini di offerta turistica e vivibilità del centro storico che si ritroverebbe finalmente con uno spazio verde di grande pregio a pochi passi dalle abitazioni. L’ostacolo principale sono i probemi di sicurezza e i conseguenti costi di adeguamento per la parte dei giardini di competenza del Comune con accesso da Palazzo Tursi, mentre l’altra parte, quella adiacente a Palazzo Bianco, è esclusivamente a beneficio del polo museale, in quanto giardini “storici” e di pertinenza dei Musei di Strada Nuova.
    Tuttavia, all’interno del Programma Operativo Regionale, sono stati attribuiti dei fondi alla Provincia di Genova per un intervento su “Giardini e Musei di Strada Nuova”, ed il Comune è stato indicato come soggetto attuatore dei lavori. Abbiamo chiesto quindi aggiornamenti all’assessore Cultura e Turismo Carla Sibilla, nello specifico, se almeno parte di questi fondi sono stati indirizzati all’apertura pubblica dei giardini. I fondi a disposizione superano il milione di euro, per la realizzazione di un intervento che coinvolge Tursi, Palazzo Bianco e la porzione dei giardini di Strada Nuova compresa fra i due palazzi. «I lavori sono attualmente in corso – ci spiega l’assessore – ed abbiamo l’obiettivo di inaugurare l’opera entro fine maggio, in occasione delle giornate dei Rolli». L’intervento consiste nella messa in sicurezza dell’area e nell’installazione di un camminamento vetrato che collegherà Palazzo Bianco a Tursi, permettendo ai visitatori di fruire di alcune parti del giardino. Dunque rimarrebbe fuori dal progetto la parte est dei giardini (quella compresa fra Tursi e Palazzo N.Lomellino in direzione Fontane Marose), e soprattutto, nell’ottica della massima fruibilità possibile, genovesi e abitanti del centro storico non è ancora chiaro se avranno la possibilità di godere liberamente come spazio pubblico dei giardini rinnovati, oppure solo in veste di visitatori del polo museale. In quest’ultimo caso, si tratterebbe senza dubbio di un’occasione sprecata.

    I Giardini Babilonia

    giardini-babilonia-4Una storia radicalmente diversa, nelle premesse così come nelle modalità con cui è nata e si è sviluppata, è quella dei Giardini di Babilonia. Si tratta di uno spazio verde aperto spontaneamente da un gruppo di studenti della Facoltà di Architettura alla fine del novembre 2011: «Volevamo smuovere le coscienze assopite degli studenti di Architettura – raccontano – solo quando abbiamo effettivamente messo piede e iniziato a vivere il giardino, ci siamo accorti che si trattava di uno spazio “di frontiera”, che rispondeva effettivamente alle esigenze della nostra generazione, ma che intercettava anche i bisogni di altri».
    Da questa prima esperienza improntata allo spontaneismo è nato in qualche mese il “Progetto Conviviale”, un lungo, interessante ed ambizioso documento nel quale sono messe nero su bianco le possibilità di recupero e messa a valore di un’area più vasta, comprendente anche il complesso in rovina di Santa Maria in Passione, ad oggi ancora lontano dalla concreta attuazione. «Attualmente lo spazio dei Babilonia è collegato agli orari accademici – continuano – quindi chiuso alla sera e nel weekend. Ma il progetto approvato dall’Università nel 2013, che dovrebbe essere realizzato in questi mesi, permetterà invece di riaprire la viabilità della scalinata esterna ad Architettura ed il passaggio alle aree verdi in comodato al Comune». L’orizzontalità e l’autogestione sembrano dunque essere le direttrici del lavoro e della vita ai Giardini di Babilonia, ma che rapporti ha questo progetto con le istituzioni?
    «Dopo un primo dialogo legato all’approvazione del Progetto Conviviale, i rapporti si sono di fatto interrotti. L’Università non ci riconosce in quanto non siamo formalizzati in associazione, il Municipio probabilmente aspetta che i lavori siano terminati. Noi non abbiamo mai cercato né rifiutato il dialogo con le istituzioni, semplicemente viviamo la quotidianità della maggioranza dei cittadini: disinteresse. Fino a che non si risolve la questione dell’accessibilità, la nostra esperienza è fortemente limitata. Una volta che sarà aperto nel weekend, sarà semplicemente l’unico parco pubblico del centro storico, potrà essere animato da mostre, mercati, feste di compleanno».

    Il percorso dei Giardini di Babilonia nasce dunque dalla necessità di luoghi di socialità pubblici e vivibili.
    Su queste pagine e su Era Superba #56 vi avevamo già raccontato il progetto “Down Town Plastic”, l’esperienza in corso ai Giardini di Plastica (Giardini Baltimora) per il rilancio di un’area frutto di sciagurate politiche del passato che hanno cancellato il quartiere medievale di Madre di Dio già ferito dai bombardamenti bellici. Grazie all’impegno dei cittadini e alla sinergia creatasi fin qui con le istituzioni, i “giardini urbani” di Piazza Dante (ma facilmente accessibili da Ravecca e Sarzano) provano a rialzare la testa.
    Ennesima conferma di quanto quella dei giardini ad uso pubblico sia un’esigenza fortissima per il nostro centro storico.

     

    Carlo Ramoino

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    IMG_3696La Sprea scorreva torbida come il suo passato, mossa da un vento fresco di fine estate, rifletteva i bagliori di un pigro sole settembrino, tuttavia Berlino aveva il solito sguardo severo e austero. Ascoltavo People are strange dei “The Doors” seduto sulle rive del fiume mangiando una pizza presa dentro un forno gestito da un marocchino trapiantato in Germania, parlava con un buffo accento partenopeo e fumava continuamente tra un’infornata e l’altra. La sua pasta morbida e alta profumava di pomodoro fresco e basilico, la mozzarella filante e un filo d’olio d’oliva completavano l’opera, il risultato è stato una delle pizze più buone mai mangiate in vita mia. Gli ho chiesto alcune informazioni stradali ma non conosceva altro che la strada dal suo modesto appartamento al lavoro, il resto non gli interessava, con il ricavato della sua attività sarebbe ritornato a vivere in Marocco con i figli a costruire una fattoria e coltivare i campi.

    berlino-knut-DILa mattina, nel famosissimo zoo, guardando l’orso Knut che si annoiava nel suo spazio, uno sbuffo di vento ha trasportato fin sotto i miei piedi, il volantino di una mostra fotografica privata esposta all’interno di una vecchia casa. Il figlio del fotografo aveva ritrovato alcuni scatti risalenti alla seconda guerra mondiale, ritraevano famiglie ebree e scene di deportazione, nascondigli inaspettati e oggetti ritrovati negli appartamenti. La mostra si trovava a Charlottenburg, un elegante quartiere, un tempo piccolo centro abitato unificato in seguito nella grande Berlino, non ho perso tempo e sono salito sulla monorotaia che oltre alla comodità offre una splendida vista sopraelevata della città.

    Sceso ad Alexanderplatz, la principale piazza del centro, mi sono diretto nella bellissima stazione della metro, giusto il tempo di abbottonare il parka che un uomo rabbuiato in viso si avvicina lentamente e mi chiede una sigaretta, non parlava bene l’inglese ma si era fatto capire benissimo a gesti. Indossava un pastrano blu molto trasandato, una camicia a righe bianche e azzurre, scarpe di cuoio bucate, barba trascurata da settimane e capelli lunghi che uscivano da sotto il berretto di lana. L’abbigliamento, nonostante l’usura era di pregevole fattura, i suoi modi gentili facevano emergere un’antica eleganza ancora inconsciamente presente dentro di lui. Avevo del tabacco con me, l’ho preso e ho girato una sigaretta, potevo offrire solo quello, lui mi ha ringraziato con un inchino e un cenno della testa. Gli ho parlato di Charlottenburg e i suoi occhi si sono subito illuminati, quasi commossi, la sua vecchia casa era li, un tempo aveva una vita normale, una famiglia e un lavoro, adesso doveva scroccare sigarette ai passanti. La sua maschera piano piano si stava sciogliendo e ne era consapevole, i ricordi più aspri tornavano a galla e improvvisamente la sua espressione si è fatta cupa, con la mano mi ha salutato e voltandosi si è allontanato lasciando al suo posto solo una scia di fumo.

    Camminare per Berlino è come immergersi dentro le pagine di un libro di storia, un film del dopoguerra o un racconto dei nonni, in ogni angolo si celebra la caduta del muro o si ricorda la triste vicenda dell’olocausto, una pagina che tutti vogliono dimenticare e allo stesso tempo ricordare.

    Charlottenburg2-DIGiunto a Charlottenburg, sono entrato in una birreria per chiedere informazioni, il barman mi ha messo davanti a una birra senza chiedere nulla, ho pagato due euro per il disturbo e mi sono avvicinato per chiedere informazioni. Il suo aspetto era poco rassicurante, sembrava avere un occhio di vetro e gli mancava una falange, tuttavia mi sono rivolto a lui per chiedere lumi sulla mostra e ho scoperto una persona gentile. Con il suo dito mozzo mi ha indicato la via, dovevo svoltare alla destra di una grande casa coperta da edera e percorrere il vialetto alla fine del quale avrei trovato un cancello.

    Arrivato davanti, mi sono guardato intorno ma non c’era nessuno, il cancello era semiaperto e dietro di esso un giardino lo separava dalla casa. Non ricordo cosa recitasse il cartello piantato nell’erba, faceva riferimento alla mostra di fotografia, non conoscevo il tedesco ma avevo intuito di essere nel posto giusto. Era una costruzione molto datata, la sua architettura, poco uniforme con quella del quartiere, ricordava una casa dei fantasmi vista nei film horror, aveva il profilo di una chiesa sconsacrata e le sue pareti grigiastre erano inquietanti. Le grandi finestre lasciavano intravedere del movimento all’interno, poche fievoli luci diventavano sempre più intense a mano a mano che il sole calava, il vento aveva spazzato via ogni nuvola e Venere cominciava a brillare solitaria.

    La porta era aperta, ho bussato timidamente ma troppo piano per attirare l’attenzione di qualcuno, ho atteso qualche secondo prima di colpire con maggiore decisione e sono entrato. La pianta dell’atrio era pentagonale e a ogni lato corrispondeva una porta o una scala, una di queste conduceva al piano superiore, il suo pianerottolo era illuminato e mi sono avvicinato per capire se c’era qualcuno. Un cigolio sinistro e una voce profonda dietro le spalle mi hanno fatto balzare in aria –Guten Abden– disse qualcuno enfatizzato dall’eco della stanza. Non vedevo nessuno dietro di me, volevo scappare dalla porta ancora aperta,  poi ho preso coraggio e mi sono avvicinato nella direzione da cui proveniva la voce. Nella penombra ho visto qualcuno muoversi, ondeggiava lentamente verso di me, il passo felpato lasciava intatto quel silenzio ovattato fino al click dell’interruttore della luce, poi da un lato della stanza è apparso un nano.

    Aveva un sorriso simpatico e compiaciuto per il mio spavento, avvicinandosi mi tende la mano destra e si presenta, il suo nome era Jimi e lavorava per il padrone di casa. Mi ha chiesto il motivo che mi aveva spinto a cercare quella mostra e come mai ero arrivato a quell’ora, la maggior parte dei visitatori era andata via, le luci soffuse facevano intendere che erano in chiusura, tuttavia avrebbe fatto un’eccezione per me. Ho seguito Jimi al piano di sopra, il suo passo era lento ma sapeva bene come muoversi nella casa. Ogni stanza esponeva le fotografie dell’epoca, ritratti di famiglia, vestiti e cimeli di ogni genere, cappelli, giacche, libri e quaderni.

    Jimi raccontava la storia della famiglia nascosta in quella casa, nulla era valso a salvarli, neanche il nascondiglio più improbabile. Nella stanza da letto Jimi mi ha chiesto di stare fermo e di guardare cosa avrebbe fatto, io curioso non mi sono mosso e ho aspettato. Che fosse un tipo strano lo avevo intuito, ma quando l’ho visto entrare in un armadio mi sono chiesto se era scemo lui o se lo ero io immobile nel mezzo di una stanza con un nano dentro un armadio. La sua voce riecheggiava nella stanza, quando mi ha chiesto di aprire l’anta e di farlo uscire mi sono avvicinato all’armadio e ho impugnato il pomello, poi ho aperto in maniera decisa, ma dentro c’era solo una vecchia giacca sgualcita. Guardando bene ho visto che la parte dietro dell’armadio si muoveva, così ho spinto anche quella e con mio stupore ho visto Jimi, dietro di lui una scala di legno che portava a un piano superiore. Quell’incredibile passaggio nascondeva una piccola mansarda, era arredata da quattro materassi e un tavolino di legno, nulla era stato rimosso dal giorno in cui erano stati scoperti.

    Una sensazione di angoscia mi ha pervaso l’anima e dopo aver visto le altre stanze e le ultime fotografie ho ringraziato Jimi e sono uscito nel buio della sera.

    La luna mi teneva compagnia mentre scalciavo le foglie gialle cadute dagli alberi nel viale del mio hotel, riflettevo su ciò che avevo visto, molte persone conoscono solo le storie più famose legate all’olocausto, tante altre sono raccontate da chi, come Jimi e il suo padrone, ha avuto il coraggio di mostrare il lato oscuro dell’essere umano.

     

    Diego Arbore

  • Idroponica: coltivare fiori e ortaggi nell’acqua, senza utilizzare la terra

    Idroponica: coltivare fiori e ortaggi nell’acqua, senza utilizzare la terra

    1Una delle ultime tendenze “verdi” consiste nella coltivazione dei così detti “orti urbani”. Non sono però solo quelli tradizionali in piena terra, cui eravamo abituati, ma sono ora anche illuminati a Led ed “idroponici”. Popolano gli interni e gli esterni di grattacieli, terrazze al centotrentesimo piano e persino rifugi antiaerei di città e metropoli sparse per tutto il mondo…
    Partendo dall’Italia, di recente è stato realizzato un grande orto cittadino a Bologna, sui tetti di un colosso dell’informatica nella periferia cittadina. Il progetto ha come obiettivo, da un lato, la condivisione del cibo coltivato a “chilometri zero” e, dall’altro, divulgare le tecniche di produzione idroponica.

    2Proprio questa nuova metodologia sta recentemente diffondendosi in tutti i continenti. Essa consente di far crescere e sviluppare vegetali ed ortaggi fuori dal suolo, in vaschette d’acqua arricchita di sostanze nutritive e sali minerali. La tecnica trae la sua origine dalla coltivazione “in bottiglia”, ampiamente diffusa in Birmania e Perù.
    Grazie a queste recenti scoperte, a New York si parla già di realizzare specifici grattacieli, autonomi energeticamente e dedicati alla produzione di ortaggi e verdure. Ogni loro piano potrà essere destinato ad una diversa tipologia di coltura, dalle insalate, ai legumi fino all’allevamento del bestiame.

    3In Svezia, il grattacielo “Green House”, già in fase di costruzione, sarà integralmente finalizzato alla coltivazione idroponica, alla produzione di concimi naturali, di energie “pulite” e persino al recupero ed alla purificazione dell’acqua piovana. Oltre alla funzione abitativa e di coltivazione di vegetali, anche la parte estetica verrà attentamente curata: pareti trasparenti e spazi dal design avveniristico.

    Il successo dell’idroponica è tale che, a Londra, essa è stata persino impiegata nel progetto “Growing Underground”, in un tunnel sotterraneo. In un vecchio rifugio antiaereo, utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, vengono ora prodotte, grazie all’impiego di moderne luci a Led, diversi tipi di insalata ed ortaggi vari.

    4Il progetto “Farmed Here” a Chicago è invece dedicato alla coltivazione specializzata, in particolare qui alla coltura del basilico. Infine neppure l’Oriente è immune dalla recente tendenza: a Tokyo alcuni designer hanno infatti trasformato la sede di un’azienda di selezione del personale in una enorme fattoria urbana. Qui si è sapientemente ottenuta una perfetta fusione tra le tradizionali tecniche giapponesi di coltivazione e l’idroponica. Grazie all’illuminazione con Led di ultimissima generazione, i diversi piani sono dedicati a varie colture: ortaggi, piante verdi e persino fiori. L’esterno dell’edificio, all’avanguardia dal punto di vista energetico, è invece ricoperto da una fittissima foresta verticale. Nel via vai mattutino si mescolano così contadini ed impiegati, anch’essi direttamente coinvolti nella coltivazione e soprattutto nella raccolta degli ortaggi di stagione.

    5Se qualche dubbio residua sulla sapidità delle verdure “idroponiche”, celebri professori garantiscono che esse siano gustosissime e per nulla differenti da quelle cui siamo abituati. Grazie anche ad un migliore impiego delle sostanze nutritive, della salinità dell’acqua e dei nuovissimi e potentissimi Led, i risultati saranno, assicurano, in futuro ancora migliori. Fragole e pomodori saranno così, con minore dispendio di risorse naturali e di terreno rispetto ad ora, indistinguibili da quelli cresciuti nella terra, sotto il sole e nel vento. Anzi si sbilanciano, persino più gustosi e dolci di quelli “naturali”…

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Illustrazione di Valentina Sciutti
    Illustrazione di Valentina Sciutti

    Intervistare Tonino Conte è una di quelle cose che hanno a che vedere con l’emozione. L’emozione davanti al sipario che si alza, davanti alle luci che si spengono, davanti alla magia del teatro che non si può né creare né distruggere ma soltanto trasformare.
    Il 29 maggio prossimo Palazzo Ducale inaugurerà Due volte quaranta, una mostra che nasce per festeggiare gli ottant’anni di Tonino, un artista eclettico, visionario e popolare nel senso più ricco e bello del termine. E proprio guardando a questi ottant’anni dedicati all’arte e al teatro, abbiamo cucito con Tonino Conte una conversazione ad ampio spettro, tenendoci in equilibrio tra temi, passioni e pensieri diversi, certi che questa delicata entropia all’insegna della curiosità per il personaggio e per l’uomo potesse essere la chiave per tratteggiare al meglio un artista a tutto tondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Ivano Fossati scrive “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”. E parlando di prospettive e punti di vista, com’è Genova vista da Tonino Conte?
    Ho una sincera amicizia per Ivano Fossati, è stato uno dei primi musicisti con cui ho collaborato, io ero agli inizi come regista e lui era un giovanissimo brillante compositore già conosciuto in campo musicale, ma molto sensibile al teatro. Però questa volta non sono del tutto d’accordo con lui. C’è una Genova di pietra scavata nelle montagne e nei caruggi, una Genova da dove non vedi spesso il sole, ma che era – ed è tornata ad essere – brulicante di vita, di relazioni, con la particolare atmosfera e i profumi che ne sono l’essenza. Una città che però qualche volta dà un po’ l’idea di essere pigra, quasi “senz’anima”.

    Lei un giorno ha detto che per essere un buon regista non si devono mai svestire i panni dello spettatore. Quali spettacoli hanno segnato il suo modo di fare teatro?
    Quando dicevo questo intendevo che non amo un teatro fatto solo per se stessi, rinchiuso in un’idea “autistica”, guardandosi l’ombelico. Il teatro è comunicazione, anche se parte – spesso – da “un moto dell’anima” dell’artista, sia esso autore o regista.
    Gli spettacoli che mi hanno profondamente colpito sono soprattutto quelli di Aldo Trionfo: assistere a una serata della Borsa d’Arlecchino – dove ero stato scritturato all’inizio come “spettatore” perché si rischiava di non tenere la rappresentazione per mancanza di pubblico – mi fece capire come il teatro non fosse soltanto uno stanco rito ripetitivo a beneficio di un pubblico abitudinario, ma un’esperienza coinvolgente, ironica, originale, e insieme profonda.
    E poi mi ha molto colpito la visione de La Classe Morta di Tadeusz Kantor a cui ebbi la fortuna di assistere al suo debutto in Italia, a Firenze negli anni ’70, al Rondò di Bacco, dove lo spettacolo era stato invitato da Andres Neumann: quei grigi manichini umani, quei banchi dove si aggiravano allievi invecchiati ma sempre prigionieri di una vuota ripetizione, con il regista che li “comandava” dall’esterno con gesti e sguardo imperiosi rappresentavano in modo misterioso e completo l’unione tra la morte e la risata, tra l’ironia e il dolore. Ancora adesso il segreto del teatro “vivo” ha una sua verità in questo binomio.

    Ma Tonino Conte non è solo teatro e l’eclettismo è una parte centrale del suo essere artista. Si è misurato con la letteratura e, soprattutto, con le arti visive. E parlando di arti visive il pensiero corre inevitabilmente a Emanuele Luzzati.

    ubu-re-conte-luzzatiInsieme avete creato grandi momenti di teatro e un nuovo modo di approcciare la scena. Ci racconta qualcosa del vostro lavorare insieme?
    Ubu Re di Jarry, il mio primo spettacolo, è nato con scene e costumi di Luzzati. Insieme abbiamo fondato il Teatro della Tosse. Tanta concomitanza di vita e di lavoro non ci ha spinti alla sindrome di Bouvard e Pécuchet, nel senso che non siamo diventati dei “fissati” del nostro mestiere, avevamo caratteri molto diversi e interessi a volte divergenti. Tutto ciò ci ha consentito una collaborazione “leggera”, quasi svagata, fatta di poche parole e di molte libertà.
    Quasi trent’anni dopo ritornammo a Jarry con Ubu Incatenato prodotto per la stagione ‘95/96 al Teatro della Tosse. Nacquero decine di tavole di straordinario vigore espressivo, popolate di donne con tre seni e cosce abnormi, di uomini senza faccia e due cappelli, magrezze spettrali e grassezze oscene. Manipolando il monumento scoprii che il piedone poteva diventare carrozza, il grosso sedere tavola da imbandire, gambe e braccia divani. Togliendo tutti i pezzi di cui era composto il monumento, l’intelaiatura di ferro che lo sosteneva era la prigione più teatrale che ci possa immaginare. Tra i due “Ubu” di cui ho parlato c’erano stati almeno un centinaio di altri spettacoli, così come molte altri sono venuti dopo, saltando da Shakespeare ai burattini, dalle opere liriche alle ombre cinesi, dai grandi spettacoli estivi all’aperto alle sperimentazioni in quella sorta di moderna cantina che è l’Agorà del Teatro della Tosse. Nella maggioranza dei casi siamo stati così astuti da evitare la trappola della routine, cercando di risolvere in modi sempre diversi lo stesso problema: inventare un bello spettacolo.

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #58

  • Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    piazza-maddalena-centro-storico-genovaEravamo curiosi di conoscerlo. Padre Paolo, dei Padri Somaschi, è arrivato a Genova poco più di un anno fa, era il settembre 2013 quando si è stabilito alla Maddalena, cuore della città vecchia. Orso per sua stessa definizione, poco propenso a raccontarsi, ha alle spalle un’esperienza di quarant’anni nella lotta all’emarginazione. Non è la prima esperienza nella nostra regione, a fine anni 90 e nel 2011 si era occupato di avviare prima e di “risistemare” poi una comunità alloggio a Vallecrosia, nel ponente.

    Una volta alla Maddalena Padre Paolo si è subito calato nel quartiere, è riuscito ad integrarsi e a dare egli stesso un contributo diretto alle diverse associazioni attive (scrive per il magazine del quartiere, è parte di AMA, è uno dei soci fondatori del quartiere della solidarietà…) «Dopo i primi periodi di “ricognizione” ha iniziato a prendere forma l’idea di realizzare una Casa, un ambiente accogliente per ospitare chi ha bisogno ma anche chi ha voglia di fare e si mette a disposizione e aiuta gli altri. Sempre all’insegna del “ti accompagno per un pezzo e poi tu riprendi la tua vita”». Padre Paolo ha fondato la Casa della Maddalena, un edificio appartenente all’ordine dei Padri, adiacente alla parrocchia del Sestiere, utilizzato in passato solo per attività parrocchiali, in parte ad uso magazzino, in parte affittato e in parte vuoto. Entro l’estate offrirà un appartamento alloggio protetto gestito dalla Cooperativa Il Laboratorio, due appartamenti dati in uso temporaneo a famiglie che si trovano in difficoltà e saranno ricavati, dai 180 mq di un intero piano, tre bilocali per giovani con problemi di emarginazione, anche questi ad uso temporaneo. Un altro piano sarà ristrutturato in modo da creare sei alloggi, stanza e bagno, con una cucina e due sale comuni.

    Attualmente la Casa della Maddalena ospita un asilo e le stanze multiuso al piano terra sono a disposizione di tutte le associazioni che collaborano fra loro per usarli e gestirli insieme. Un luogo aperto al quartiere e alla città.  «L’edificio è di proprietà dei Padri Somaschi, in alcuni spazi era contenuto l’archivio generale che è stato spostato a Roma. Io ho ricevuto il mandato di venire qui a Genova e cercare di creare alla Maddalena un polo di carità Somasca, accompagnando chi ha bisogno per un periodo della vita per poi lasciarlo andare quando è di nuovo in grado di camminare con le proprie gambe». Occorre spiegare meglio chi sono i padri Somaschi e come operano: da sempre si occupano di emarginazione, di poveri e giovani in difficoltà, sono stati fondati da un laico che nel 1500 si è tolto le ricche vesti per diventare servo dei poveri e aiutare le persone avviandole ad un mestiere. Da qui parte il concetto di “carità Somasca”.

    Ma come è  possibile un’operazione del genere a livello economico? Il punto di partenza per Padre Paolo è quello di non fare speculazione; gli spazi comportano spese, ma l’obiettivo è chiudere in pari «non ho guadagnato ma nemmeno ho perso… fino a qui sono riuscito a coprire le spese». Le spese per le ristrutturazioni sono in parte sostenute da Caritas che avrà in gestione alcuni alloggi e in parte anticipate dai fondi dei Padri Somaschi, mentre per ulteriori fondi necessari si aspetta un’eventuale asta di beneficenza e in parte si confida «nella divina provvidenza… nel senso che una volta che le persone si renderanno conto che tutto funziona e che si fa del bene, gli aiuti economici arriveranno spontaneamente».

    Altre soluzioni sono quelle che il Padre è bravo a mettere in piedi come l’accordo con chi sta ristrutturando l’ultimo piano dell’edificio che poi potrà usufruirne per un periodo senza alcun canone. Ma per far sì che realtà come quelle di Casa della Maddalena possano prendere corpo e forza nel tempo, è indispensabile che si formino gruppi di persone unite da volontà comuni. «È inutile che faccia tutto io da solo senza trasmetterlo ad altri, perché il rischio è che tutto il lavoro fatto muoia con la persona che l’ha iniziato. Ecco perché ho sempre cercato, anche nelle esperienze precedenti, di formare persone che potessero poi gestire i progetti anche senza la necessità della mia presenza. Anche questa volta sarà così».

    E in attesa di vedere tutti i lavori ultimati, vi avvertiamo che Padre Paolo si sta muovendo anche verso altri quartieri della Superba…

     

    Claudia Dani

  • Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    terzo-valico-cantiere-2015-2Il finanziamento del terzo lotto costruttivo del Terzo Valico Genova–Alessandria, per 607 milioni di euro, è stato definito il 9 gennaio scorso, con la sottoscrizione dell’atto siglato dal consorzio COCIV (General Contractor incaricato della progettazione e della realizzazione dell’opera, oggi composto da gruppo Salini Impregilo con il 64%, Società Italiana Condotte d’Acqua con il 31%, CIV con il 5%), e da RFI (Rete Ferroviaria Italiana). I relativi interventi – che comprendono il proseguimento dei lavori della Galleria di valico (già iniziati con il finanziamento del secondo lotto) e la realizzazione dell’intera galleria di Serravalle – verranno avviati entro il 30 giugno 2015. Il valore complessivo dell’opera Terzo Valico è di 6.200 milioni di euro, ed è suddiviso in 6 Lotti Costruttivi, si svilupperà per 53 km, di cui 37 km in galleria, coinvolgendo 12 comuni delle province di Genova e di Alessandria.

    Sicurezza del territorio, questa la parola d’ordine che tiene in apprensione le popolazioni delle valli Verde e Polcevera. Le poche informazioni che si leggono sugli organi di stampa in merito ai grandi cantieri della zona non aiutano a creare le condizioni per un clima disteso fra costruttori ed abitanti. Ma aldilà delle opinioni personali sulla bontà della grande opera ferroviaria, rimane il dato di fatto che buona parte delle osservazioni, delle testimonianze e dei dubbi ancora oggi rimangono aperti, senza risposte certe. Ogni accusa viene rispedita al mittente da Cociv.  A destare preoccupazione fra abitanti e attivisti è il pesante impatto ambientale connesso all’apertura di cantieri in aree densamente popolate, con inevitabili rischi per la salute: dall‘inquinamento acustico a quello atmosferico conseguente alla dispersione nell’aria di polveri inquinanti, dalla movimentazione di terre di scavo (“smarino”) potenzialmente pericolose alla regimentazione delle acque e relativi sistemi di scarico.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Abbiamo visitato le zone di cantiere e ascoltato le osservazioni di abitanti e attivisti del Movimento No Tav, successivamente abbiamo interpellato direttamente Cociv per provare a chiarire i punti più critici. Siamo andati a vedere da vicino come procedono i lavori in Val Polcevera e Val Verde, soprattutto nelle zone di Fegino-Trasta, Maglietto, e Cravasco. Il “Cantiere Fegino” in via Castel Morrone è il più importante nell’area di Genova perchè consente l’attivazione degli scavi sia della galleria di Campasso sia della trincea di raccordo con le linee esistenti. Poco distante, in prossimità della fine di via Trasta direzione monte e del primo tratto di via Adda, confluisce la nuova viabilità che porta ai cantieri per la realizzazione degli imbocchi Campasso Nord e Valico Sud. Nel “Cantiere Polcevera” a San Quirico in via Tecci, dove sarà scavata la finestra Polcevera (galleria di servizio rispetto al tunnel principale), allo stato attuale  sono partite le attività di cantierizzazione dei piazzali, come nel “Cantiere Cravasco” (comune di Campomorone), dove sono al via anche le attività di scavo della finestra Cravasco (altra galleria di servizio). Infine, è ormai quasi completato il “Campo base Trasta” in via Polonio, con l’ultimazione di alloggi, mensa, uffici, e lavori di finitura della pavimentazione stradale, mentre il “Campo base Cravasco”, in realtà ubicato in località Maglietto (comune di Campomorone) è tuttora interessato dalla cantierizzazione.

    terzo-valico-cantiere-2015Proprio la costruzione di quest’ultimo, avrebbe peggiorato la già precaria condizione delle strade a causa dell’intenso passaggio di mezzi pesanti, passaggio non previsto almeno in tale misura. «Nel cantiere dovrebbero allestire solo il campo base – raccontano i residenti – in realtà in questi mesi al Maglietto stanno conferendo gran parte dello “smarino” proveniente dallo scavo della galleria di Cravasco. Cosa che riteniamo assolutamente illegittima visto che non compare in alcun progetto. Il transito dei mezzi ha aumentato la criticità di una zona già fragile, inoltre lo sbancamento di terra ha già provocato una piccola frana». I residenti ricordano ancora come nel primo lotto dei lavori fossero compresi gli interventi di adeguamento e miglioramento della viabilità esistente, tra cui il previsto l’allargamento della via di ingresso al campo base e di altri due tornanti attigui, eppure nulla di tutto ciò è finora stato realizzato. «Gli unici lavori avviati sono gli scavi delle gallerie, e le demolizioni di abitazioni alle Ferriere (Comune di Ceranesi) e a Pontedecimo, questo è il loro modo di rendere l’opera irreversibile. Approntando gli scavi, anche per brevi tratti, quando saranno esauriti i finanziamenti comunque nessuno avrà il coraggio di dire l’opera non si conclude, nell’attesa di risorse economiche che magari salteranno fuori dopo qualche anno».

    In merito alla gestione delle terre di scavo, il consigliere di opposizione nel Comune di Campomorone, Valentina Armirotti, aggiunge «Stanno facendo come per la costruzione del campo base, poi divenuto deposito di materiali, della Biacca a Bolzaneto (qui l’approfondimento). Lo smarino passa da un cantiere all’altro, Cociv assicura che le terre di scavo non sono pericolose, ma a noi non risulta alcun controllo su di esse da parte di soggetto esterni».
    I siti attualmente utilizzati per il conferimento dello smarino «Sono quelli autorizzati dal Piano di Utilizzo approvato dal Ministero dell’Ambiente – risponde il COCIV In particolare, per lo scavo di Cravasco il materiale viene inviato, come previsto dal progetto definitivo e dal Piano di Utilizzo approvato, alla ex cava Cementir Vallemme (Voltaggio)».

    In località Cravasco criticità principale è rappresentata dal rischio di impatto con le falde acquifere, in una zona riccha di sorgenti. «Quando ho percorso la galleria – spiega Valentina Armirotti consigliere del Comune di Campomorone – che allora raggiungeva una lunghezza di 150 metri (mentre oggi sarebbe arrivata a quota 300 metri, nda), erano presenti due perdite, una dinanzi all’altra. Poi hanno posizionato delle pompe per intercettare le fuoriuscite. Acqua comunque ne usano tantissima: per abbattere le polveri, lavare i mezzi, ecc. Dopo la prima alluvione di ottobre 2014 in galleria proprio non si poteva entrare, l’acqua fuoriusciva da tutte le parti. Francamente non sono a conoscenza di quante falde siano state intercettate. Il problema è che neanche il Cociv lo sa, e purtroppo neppure il Comune di Campomorone. Infatti, non esiste una mappatura aggiornata delle falde acquifere. Questa è una responsabilità anche dell’amministrazione locale. Comunque, il Cociv non ha approntato alcuno studio a riguardo».
    Il general contractor risponde così alle accuse «Per quanto riguarda Cravasco esisteva un’indicazione del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) sull’eventuale impatto dello scavo in galleria sulle falde. Sono stati eseguiti i dovuti accertamenti, ed i risultati sono stati inviati al Ministero. Il programma di cantierizzazione, approvato dal Ministero, prevede tutte le necessarie opere di regimentazione delle acque, e la realizzazione viene, di prassi, fatta contestualmente all’apertura del cantiere». Ricostruzione contestata dal movimento No Tav che sottolinea «Il cantiere è tuttora in fase di allestimento. A luglio-agosto 2014 hanno cominciato lo scavo, e soltanto da un mese (novembre 2014, nda) si sono preoccupati di regimentare le acque di scarico e di servizio per le lavorazioni. Liquidi che dovrebbero subire un processo di depurazione e successivamente, una volta ripuliti, finire nel sottostante torrente Verde. Fino ad un mese fa le acque uscivano dall’area di cantiere, attraversavano la strada, si incanalavano a lato della carreggiata, e poi lungo un tombino defluivano nel fiume. Adesso, invece, vengono raccolte da un’apposita tubatura che le indirizza nel torrente. Ultimamente, però, abbiamo visto che il corso d’acqua rilascia un limo strano, pesante, che potrebbe consistere in residui dei lavaggi di cantiere. Domenica 21 dicembre il torrente era di un colore bianco ed emanava un forte odore, di conseguenza qualcuno ha avvisato l’Arpal. I tecnici dell’agenzia regionale hanno eseguito i prelievi nel pozzetto fiscale del cantiere. Ma non si sono recati a fare prelievi nel fiume, perchè a dir loro mancavano le condizioni di sicurezza. Secondo noi si è persa un’occasione per controllare l’impatto ambientale dell’opera».

    Secondo il Cociv «I controlli vengono effettuati in tutti i cantieri in via prioritaria da Arpal Liguria. I dati delle attività richieste da soggetti esterni (Osservatorio, Arpal, ecc.) sono di proprietà di tali enti, pertanto devono essere richiesti a loro».

    Spostandoci via Inferiore Rocca dei Corvi, troviamo una porzione di cantiere in cui verrà installato un impianto di betonaggio che alimenterà i lavori del cantiere “Fegino”. Al termine dell’opera tale spazio rimarrà a servizio di RFI come area di triage con piazzola di atterraggio elicotteri. Curiosamente la strada, che prima della cantierizzazione conduceva direttamente in aperta campagna, è stata chiusa in occasione del deragliamento del treno Freccia Bianca, avvenuto sulla linea Milano-Genova il 9 ottobre 2014, proprio nelle immediate vicinanze di un’altra porzione di cantiere, quella di via Rocca dei Corvi (a neppure un kilometro di distanza in linea d’aria da via Inferiore Rocca dei Corvi).
    Come spiega un abitante «Prima almeno avevamo l’opportunità di accedere ai nostri terreni (in parte espropriati). Superato il voltino (in fondo alla via Inferiore Rocca Dei Corvi) sembrava di entrare in un altro mondo, c’erano soltanto boschi. La frana è venuta giù dal ponte dei martiri di via Rocca dei Corvi. Dopo la frana gli operai del Cociv hanno messo in sicurezza il tutto. Lavorando due giorni e due notti come formiche. In precedenza non avevamo mai visto così tanto movimento. Evidentemente sussiste una loro responsabilità relativa sia allo smottamento che ha causato il deragliamento del Freccia Bianca, sia ai ripetuti allagamenti di via Inferiore Rocca dei Corvi, che ormai si verificano puntualmente da quando, nel settembre 2014, hanno disboscato anche la parte a valle dell’attuale linea ferroviaria».
    Per quanto riguarda l’episodio del 9 ottobre il Cociv sottolinea «Ricordiamo è in corso un’indagine della Procura della Repubblica di Genova. Il deviamento del treno, comunque, non è avvenuto nell’area del cantiere».

    In merito ai ripetuti allagamenti, invece, la causa potrebbe essere da ricercare nell’eventuale deviazione di qualche rivo sotteraneo, evento plausibile considerando la numerosa presenza di rogge e rivi tombinati nell’area di Fegino-Trasta. Anche in questo caso il Cociv, chiamato in causa, nega con fermezza qualsiasi responsabilità.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaPartendo dal momento di massima visibilità che ha avuto la Maddalena nei mesi scorsi in seguito all’iniziativa #lamafianonè (che consiste in un semplice autoscatto con i negozianti o con i prodotti acquistati da diffondere sui social network tramite l’hashtag #lamafianonè terminando la frase), vogliamo fare il punto della situazione di un quartiere che da anni si racconta e agisce con dignità e coesione. Abbiamo percorso i caruggi e parlato con chi nel cuore della città vive e ha attività commerciali. Un racconto che si è arricchito ad ogni nuovo incontro, i cittadini del sestriere sono come tanti piccoli pezzi di un unico puzzle.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «L’iniziativa è prima di tutto un’operazione pubblica, di apertura, l’affermazione della volontà di un’auto-formazione collettiva del quartiere sul tema, per contrastare le mafie bisogna partire da una consapevolezza collettiva – ci racconta Silvia Melloni di ARCI Genova– l’idea è stata quella di partire dal “basso”, dagli esercizi commerciali, di fare qualcosa in senso positivo e così è nata #mafianonè». I genovesi più attenti sanno che la Maddalena è da ormai diversi anni un quartiere molto attivo, forse il luogo di maggior fermento della nostra sopita città grazie al lavoro quotidiano di associazioni e cittadini. Da anni tra questi caruggi esistono più percorsi che vanno nella stessa direzione e di pari passo. L’iniziativa di cui sopra con hashtag e selfie ha unito ad oggi un gruppo numeroso (più di 30) di esercizi commerciali e, oltre ai volti della politica che si sono “esposti”, è stato firmato un disciplinare, un codice etico sul rispetto dei diritti di chi lavora nel quartiere per il contrasto alle mafie.

    «La cosa positiva che sta succedendo in queste settimane è che abbiamo trovato il modo giusto di mettere in luce un tema importante e delicato – sottolinea Andrea Piccardo titolare di Mielaus e vice presidente del CIV – è la risposta pubblica di un movimento cittadino che già esisteva e che ha incontrato il sostegno delle istituzioni, che conoscevano già il problema e che insieme hanno deciso di metterci la faccia. Non vanno però confusi i due piani, quello sociale e quello istituzionale, uno di sollecitazione, l’altro politico che dovrebbe agire istituzionalmente».

    La mafia alla Maddalena

    In questo racconto non vogliamo fare gli investigatori, ma un po’ di segnali chiari li abbiamo raccolti. Oltre a questi ci sono delle verità giudiziarie, delle sentenze definitive che testimoniano la presenza di 97 beni confiscati alla mafia ovviamente non solo alla Maddalena ma in tutta la città di Genova. La sentenza Canfarotta (confisca definitiva, in virtù della normativa antimafia di beni alla singola famiglia da decenni attiva a Genova ndr), ad essi legata, è la prima in Liguria a confermare con le sue condanne la presenza della mafia nella nostra regione. Tuttavia quella dei beni confiscati in Liguria è una situazione ancora in via di definizione (qui l’approfondimento).

    Le attività in cui sono coinvolte le famiglie mafiose presenti alla Maddalena, mirano a mantenere lo status quo attuale. Ovvero un sistema ben radicato che buona parte degli abitanti conoscono, un sistema che lavora quotidianamente per rimanere in piedi e soprattutto nel silenzio più assoluto. In alcuni casi, se è loro tornaconto, aiutano economicamente attività commerciali in difficoltà. «Qui c’è l’interesse a mantenere lo status quo, l’economia va benissimo e non c’è interesse a far troppo casino. È presente una “direzione” che se ne sta dietro le quinte – raccontano dal Manena Hostel – ad esempio, non ha interesse a venire qui al Manena e minacciarci e sta anche qui la difficoltà di fare percepire la complessità della realtà che esiste, del sistema e del suo funzionamento».

    È innegabile che le istituzioni siano al corrente della presenza ormai radicata della criminalità organizzata. Tutte le persone con cui abbiamo parlato raccontano le istituzioni come presenti e l’averci messo la faccia con l’iniziativa #lamafianonè diventa automaticamente ossigeno per il quartiere; ma il motore è sempre la gente della Maddalena, le istituzioni rispondo a richieste che partono dal basso e che finiscono per “tirare per la giacchetta” i politici, che hanno risposto, hanno capito e aderito. È iniziato un percorso che non può che proseguire sulla strada tracciata. «È chiaro che ci dovranno essere azioni future – racconta Daniela Vallarino presidente del Civ – noi abbiamo cercato di sensibilizzare la città sul fatto che esiste alla Maddalena, e non solo, un insediamento mafioso da decine e decine di anni. È un fenomeno molto antico. Non è una situazione con cui è possibile convivere, ha un peso molto grande. Sono costi sociali che poi si tramutano in degrado sociale perché la criminalità che è sul territorio non è sganciata da questa fenomenologia, anzi a volte è supporto o braccio e manovalanza di chi dirige i fili».

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero #58 di Era Superba

  • L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    2013-04-27 11.47.21Questa settimana forniremo un esempio particolare di come si possa realizzare una cassetta o un contenitore, diversi dal solito, mediante l’impiego di una particolare varietà di pianta, poco conosciuta ed utilizzata assai di rado in Italia.
    Ho recentemente avuto modo, in viaggio, di vedere realizzato un immobile (vedi immagine accanto), adibito a locale, che ha sfruttato in modo interessante ed innovativo l’elemento vegetale. La struttura esterna dell’edificio era in ferro e metallo dipinti di colore grigio scuro opaco, nel quale si inserivano finestre ed aperture in semplice cristallo. Tutto l’insieme era quindi estremamente lineare, moderno e dal taglio molto “pulito”. Affacciandosi il locale su una strada in discesa ed essendo esso realizzato su due diversi livelli, vi era una balaustra, sempre in ferro laccato di colore scuro, di delimitazione tra l’edificio e la via in salita. Il progetto architettonico ed il predetto dislivello erano stati, a mio avviso, sapientemente completati e valorizzati a mezzo dell‘impiego di numerosi grandi vasconi e di vaschette poste sulle finestre e riempite con varie essenze vegetali, attentamente scelte.
    Nella parte posta in prossimità della porta di accesso al locale, era stato inserito un contenitore in cui era stata fatta crescere una pianta di edera rampicante verde scuro, dalle fogli coriacee e lucide. Lungo la balaustra in ferro si susseguivano, invece, numerose vasche in cui erano state collocate e fatte sviluppare varie tipologie di piante dalle foglie di colorazioni grigio-verdastre e verde chiaro, molto frammiste tra loro. I loro colori sottolineavano quindi le scelte architettoniche dell’edificio e valorizzavano la palette chromatique dell’insieme. Tutti i contenitori erano stati attentamente ubicati, erano anch’essi in lega metallica e dalle forme estremamente semplici e lineari. Di particolare interesse erano poi i vasconi, collocati su tutte le finestre del locale, dalla forma rettangolare e di colore grigio ferro. Questi ultimi si inserivano perfettamente nel contesto moderno e nell’insieme del progetto. La scelta più riuscita consisteva però, a mio avviso, proprio nella varietà di piante (unica e ripetuta in tutte le vasche) scelta per completare il locale. Nel caso di specie, anziché riprodurre lo schema variegato ed articolato di essenze presente alla base della balaustra, si era optato per l’inserimento di soli e scultorii ciuffi di acanto (Acanthus mollis).

    2013-06-11 19.51.55 jLa pianta in questione è estremamente elegante e lineare, le sue foglie sono infatti quelle tipicamente utilizzate nell’architettura greca classica e sono proprio quelle che compaiono sul capitello corinzio. Esse sono lunghe, lanceolate, profondamente frastagliate e dentellate e dipartono, tutte, da un lungo gambo coriaceo.
    I colori della pianta sono poi molto uniformi e si compongono di un verde scuro, luminoso, intenso e lucido, dalle striature argentee. Gli apici terminali delle foglie sono appuntiti, con piccole spine grigie chiare. Il portamento del cespuglio è molto elegante e regolare. Essa si adatta perfettamente al clima mediterraneo ed è estremamente frugale nelle esigenze di crescita. A fine maggio, prima metà di giugno, i cespi producono poi numerose infiorescenze di grandi dimensioni (anche superiori al metro di altezza) che si ergono, alti, al di sopra delle foglie coriacee. La loro forma ricorda quella delle bocche di lupo, ossia lunghe spighe verdastre, con numerosi fiori bianco-argentei. Come si evince dalla descrizione, la pianta risulta estremamente semplice ma, al tempo stesso, molto sofisticata ed adattissima a contesti moderni e lineari, quale quello appena descritto.

    L’insieme complessivo, dato anche dal ripetersi delle vasche, tutte identiche tra loro e quindi tali da determinare un’idea di dilatazione dello spazio, risultava estremamente soddisfacente. Ad un occhio attento il progetto e la scelta delle piante appariva attentamente studiato, a mezzo di un brillante impiego sia di scelte cromatiche, che di essenze vegetali che di volumi. L’esempio dimostra davvero come la natura possa diventare parte integrante di un progetto e possa anzi esserne l’elemento caratterizzante. Una sola pianta, dalle forme scultoree e, al tempo stesso, dalle minime esigenze colturali può infatti diventare il punto focale di una intera realizzazione.

    Acorus Gramineus (Ogon) FRONT, Festuca Glauca (Elija Blue) LEFT, Imperata Clindrica (Red Baron) REARPer completezza, devo dire di avere visto raggiungere analoghi risultati anche tramite l’utilizzo di un altro insieme di piante, in particolare le c.d. “erbe ornamentali”, tra cui: Achnatherum calamagrostis, Acorus Gramineu, Ampelodesmos mauritanicus, Anemanthele lessoniana, Calamagrostis brachytricha, Helictotrichon sempervirens, ecc…

    Queste ultime posso apparire, ai non esperti, quasi delle semplici varietà di normale erba. I loro colori, le loro forme, lo sviluppo regolare e compatto dei loro cespugli, le spighe che producono nonché le necessità idrico, colturali bassissime le rendono però estremamente adatte all’inserimento in progetti architettonici ed in contesti moderni. Sui terrazzi di New York, in vasconi a Cape Town come lungo i docks di Anversa, crescono, apparentemente spontanei, cespugli di spighe verde-brunastro, verde-giallastro o verde-biancastro in grado di spiazzare completamente l’osservatore. Difficilmente egli potrebbe infatti aspettarsi che dei ciuffi, seppur adeguatamente disposti, di semplice “erba” possano cambiare completamente l’immagine di una terrazza di una metropoli o il fronte mare di un moderno porto commerciale!

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    acquedotto-storicoL’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad ci ha portato a visitare un tratto dell’acquedotto storico di Genova: abbiamo scelto di partire da via di Pino, dando seguito alla segnalazione di una nostra lettrice, Antonietta, che ci ha accompagnato sul posto. Arrivati a Molassana abbiamo preso l’autobus 481 fino alla fermata successiva al campo sportivo; una volta scesi abbiamo incontrato Antonietta e Fausto, membro della sezione del CAI locale, ed abbiamo lasciato la strada asfaltata per giungere in pochi minuti, grazie ad un sentiero, sul tracciato dell’acquedotto.

    La segnalazione che ci è pervenuta informava la redazione del grave stato di abbandono in cui versa questo tratto dell’acquedotto storico, sia da un punto di vista di degrado materiale della condotta, sia dal punto di vista dell’inquinamento ambientale di una zona molto bella, tradizionalmente sfruttata dagli abitanti dei quartieri limitrofi per passeggiate ed escursioni.

    Incontriamo quasi subito una prima sezione dell’acquedotto la cui copertura in lastre di pietra è mancante: «In questo caso – sottolinea Antonietta – chi di dovere ha pensato bene di installare un paio di ringhiere e fare di fianco una gettata di ghiaia, non sarebbe stato più opportuno ripristinare le pietre a chiusura della condotta?» Mentre seguiamo il percorso dell’acquedotto Antonietta racconta che  «Da sempre è noto che questa zona è soggetta a frane e smottamenti, infatti in diversi punti è ancora oggi possibile apprezzare sdoppiamenti del condotto, frutto della sovrapposizione di diversi lavori di ripristino effettuati negli anni, almeno fino a quando l’acquedotto aveva un’importanza centrale perché veniva usato. Poi mano a mano è stata interrotta la manutenzione e ad ogni alluvione ci sono nuovi cedimenti e crolli».

    In pochi minuti raggiungiamo una frana che ha letteralmente tagliato la struttura della condotta: una gran massa di detriti si è staccata dal versante in occasione delle ultime violenti piogge, ed ha travolto la struttura, tranciandola di netto e rendendo difficoltoso il passaggio. «Tradizionalmente – spiega Antonietta – questa zona è meta di passeggiate per residenti, spesso anziani o bambini, per i quali ora è certamente più difficile fruire della bellezza e della tranquillità di questi luoghi. Fino a non molto tempo fa era possibile seguire agevolmente il tracciato della condotta anche in bicicletta, ma oggi per farlo è necessario in diversi punti portare la bicicletta in spalla. Ovviamente il problema è più grave per coloro i quali hanno minor facilità nei movimenti ed una peggiore condizione fisica».

    Superando la frana si possono notare alcuni interventi, realizzati con materiali di fortuna da residenti e volontari, volti a recuperare la fruibilità del passaggio almeno a piedi: «Sono diversi i lavori che gli abitanti della zona volenterosi portano avanti – racconta Fausto – a partire da piccoli lavoretti di ripristino, fino alla pulizia da rovi e vegetazione, che altrimenti in poco tempo invaderebbero i sentieri». Infatti l’importanza di questo tratto dell’acquedotto, oltre che dal valore d’uso per gli abitanti e dal valore storico della struttura, è costituita anche dalla fitta rete di sentieri e piccole strade mattonate che collegano il percorso della condotta al territorio circostante, formando una sorta di reticolo in grado di permettere lo spostamento da una zona ad un’altra a piedi, immersi nel verde. «Uno dei problemi – aggiunge Antonietta – è che non possiamo nemmeno ipotizzare in autonomia interventi più consistenti: opere di carattere permanente potrebbero essere considerate abusive, e chi le ha messe in pratica potrebbe anche rischiare dei problemi legali. Ci piacerebbe in questo senso che le istituzioni si preoccupassero di più di mettere in condizione cittadini e volontari di dare il loro contributo alla manutenzione dell’acquedotto. Avremmo bisogno per questo di una autorizzazione ad effettuare interventi, e magari, anche se sappiamo che in questo periodo le risorse in mano alle amministrazioni scarseggino, un piccolo sostegno, almeno in materiali, sarebbe opportuno: noi potremmo metterci gratuitamente la mano d’opera, in fondo non si tratterebbe di un impegno così oneroso».

    Nel frattempo la nostra visita continua gradevolmente offrendo scorci fantastici, anche se purtroppo continuiamo ad incontrare buchi nella copertura della condotta, a causa di lastre rotte o del tutto mancanti. In alcuni punti è anche possibile notare rattoppi realizzati in cemento, sicuramente destinati, vista la matura del materiale, ad un veloce deterioramento.

    Fausto spiega inoltre come il tracciato dell’acquedotto sia stato inserito dal CAI locale, del quale lui è un iscritto, in diversi itinerari escursionistici. In particolare il tratto di acquedotto che abbiamo visitato è compreso in un anello che conduce da via Piacenza, di fronte alla chiesa del quartiere San Gottardo, a visitare il forte Diamante, in vetta all’omonimo monte, le trincee napoleoniche a dente di sega, e le neviere di recente individuate e ripristinate grazie al CAI, per poi seguire il tracciato dell’acquedotto sulla via del ritorno. Questi itinerari escursionistici sono tra l’altro segnalati da apposite tabelle con le indicazioni realizzate ed installate da volontari appassionati come Fausto: «La cosa assurda – spiega lui – è che periodicamente qualcuno si prende la briga di distruggere questa nostra segnaletica, non riesco a capire chi possa fare una cosa simile, e a chi i cartelli che abbiamo posizionato, e che continueremo a rimettere, possano dare fastidio. Oltre alle bellezze della natura, gite simili sono anche in grado di far apprezzare e conoscere la storia locale, grazie a grandi opere architettoniche come l’acquedotto, o le fortificazioni, ma anche grazie ad opere certo meno imponenti ma altrettanto significative; basti pensare alle neviere, che sono la testimonianza degli usi e costumi che ci erano propri, in fondo non poi così tanto tempo fa».

    acquedotto-storico-trekking-4«Un altro peccato – continua Fausto – è quello di lasciare all’abbandono ed alla ruggine dei manufatti in ferro che hanno un certo pregio». Ed infatti in pochissimo incontriamo prima una ringhiera e poi un bel cancello in ferro: «Vedi – dice Fausto indicando le giunture degli oggetti – non si tratta di saldature, che al tempo non c’erano, ma di imbullonature realizzate a mano. Per me lasciare così degli oggetti simili dovrebbe essere un reato».

    È bene sottolineare che, fortunatamente, questo stato di abbandono non riguarda in generale l’intero tracciato dell’acquedotto; la porzione di opera che val ponte sifone fino a Staglieno è quella che presenta maggiori criticità, mentre dal ponte sifone in su, cioè verso monte le cose vanno meglio: «Il Circolo Culturale Via Sertoli fa un gran lavoro con la manutenzione di quella parte di acquedotto, però purtroppo non sono attivi su questa zona, che è dolorosamente lasciata a se stessa».

    Arriviamo in prossimità di un tratto del percorso che, mi viene spiegato, è gravemente inquinato da due tipi di rifiuti: materiale edile abbandonato, e una piccola baraccopoli, ora deserta, in cui i rifiuti la fanno da padrone. Residui di recinzioni, materiale plastico e le classiche reti rosse da cantiere non si fanno attendere, e fanno capolino dalla vegetazione, che inarrestabile le sta man mano inglobando. Ma ben più grave è lo spettacolo che troviamo al nucleo di baracche, la cui condizione, ci avevano anticipato Antonietta e Fausto costituisce un problema, anche igienico. Va sottolineato come la passata convivenza fra i residenti del quartiere e gli abitanti di questo piccolo villaggio abusivo non sia stata per nulla facile, ma ora che se ne sono andati, almeno a quanto sembra e a quanto i nostri accompagnatori ci riferiscono, i problemi non sono finiti: esiste infatti un seria necessità di bonificare il posto. “L’eco-villaggio”, come lo chiama Antonietta in maniera simpaticamente ossimorica, sorge lungo il tracciato dell’acquedotto, in prossimità di un rudere con le porte murate e senza tetto, adibito ad enorme cassonetto della spazzatura: l’edificio è infatti stato riempito di rifiuti di ogni genere, che per altro giacciono anche sparpagliati a terra tutto intorno. Le baracche sono una quindicina, tutte almeno apparentemente prive di inquilini abituali. La varietà ed il numero di oggetti, rotti e non, sparsi al suolo è piuttosto impressionante: si va dalla lavatrice, al passeggino fino al tostapane, si tratta ormai di una discarica abusiva. Dovrebbe essere inutile sottolineare la necessità di bonificare una simile situazione in posto così bello e prezioso intrinsecamente e grazie alla presenza di un bene di alto valore storico. Guardando con attenzione si può anche notare amche che alcune lastre di copertura dell’acquedotto sono state utilizzate come elemento costitutivo di queste improvvisate abitazioni.

    acquedotto-storico-trekking-5Abbandonato il deserto villaggio ci dirigiamo verso la meta finale del sopralluogo, deviando leggermente dal tracciato dell’acquedotto: si tratta di una splendida cascatella, che ristora gli occhi dopo il sopralluogo alla baraccopoli. «Qua –racconta Antonietta- era solito venire mio figlio in bicicletta a giocare quando era piccolo. Ora lui ha quarant’anni, ma è una sofferenza pensare che altri bimbi vengano privati di questo piacere e questa libertà, ai tempi lui ci veniva da solo e io non avevo alcun timore, non era pericoloso. Ora non credo sarebbe più possibile, senza dire che se continua questo abbandono totale dell’acquedotto si rischia letteralmente, fra crolli e vegetazione, la sua scomparsa».

    Durante la preparazione dell’articolo e del sopralluogo sull’acquedotto storico abbiamo fatto avere la documentazione fotografica realizzata agli assessori comunali Crivello e Garotta, oltre che a Gianelli, presidente del Municipio della Media Val Bisagno: rimaniamo in attesa di un commento o di una presa di posizione delle istituzioni sulle condizioni di questo prezioso patrimonio comune.

     

    Carlo Ramoino

  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    1Questa settimana forniremo un paio di esempi di come sia possibile realizzare una cassetta autunnale-invernale, dapprima soffermandoci su un contenitore più naturale e successivamente su di uno di impianto più classico.

    Nel primo caso, consigliamo di mescolare varie essenze al fine di ottenere, nella cassetta, un insieme eterogeneo ed un intersecarsi della vegetazione che risulti il più spontaneo possibile. Nel fare ciò si potrà scegliere tra un numero enorme di piante. A titolo esemplificativo ne menzioneremo solo alcune, spetterà poi al lettore decidere quelle che si attaglino meglio alle sue esigenze. In generale sarà anche possibile utilizzare, per l’ossatura del contenitore, alcune essenze che risultino verdi d’inverno ma che producano fiori nel periodo primaverile-estivo e che dunque si prestino a tale doppio impiego.

    2Con riferimento a questo periodo dell’anno, possiamo menzionare, per la parte arbustiva, bossi, agrifogli, piccole tuie, la più esotica feijoa sellowiana (dalle foglie grigio-verdaste), piccole conifere, cespugli della famiglia dei ginepri, lavanda ma anche, eventualmente e qualora si volesse realizzare una cassetta per la zona cucina, piante aromatiche quali timo, rosmarino, alloro, erba salvia

    In merito invece alle piante da fiore, si potrà optare per essenze dalle fioritura breve ma intensa quali settembrini (come dice il nome durano in fiore solo a settembre) eriche, margherite della famiglia dei crisantemi (preferibilmente quelle a fiore semplice), viole, gli eleganti ellebori oppure per piante dalle infiorescenze più durature come i ciclamini.

    3Una menzione a parte merita l’inserimento delle solanacee. Tra queste spicca il solanum capsicastrum che forma dei cespugli di medie dimensioni, dalle foglie di un verde brillante intenso, produce una fioritura nei toni del bianco ma soprattutto, nella stagione in discussione, molte bacche di colore arancione acceso. Queste ultime appaiono, da un punto di vista estetico, molto decorative ed interessanti.

    4Analogamente a questo cespuglio, nel contenitore potranno essere inserite altre essenze che producano frutti quali ad esempio: berberis, alcuni ginepri o eventualmente alcune varietà di rose tra cui quella rugosa. Molto ovviamente dipenderà dalle dimensioni della cassetta ed anche dall’insieme di piante, alcune infatti tra quelle menzionate sono spoglianti (la rosa rugosa) e quindi saranno esteticamente interessanti soprattutto se mescolate ad altre sempreverdi. In ogni caso, al fine di colmare eventuali vuoti, sarà sempre possibile l’impiego di edere, dalle foglie variegare, o del senecio dal fogliame grigio-argenteo.

    5Nel caso si voglia creare una cassetta che si caratterizzi per un aspetto più formale e meno classico, si potrebbe invece optare per il seguente insieme di piante. Innanzi tutto, si potrebbero collocare, ai due lati del contenitore, due identici arbusti di bosso, oppure specie di inverno di skimmie o piccoli agrifogli. A questo punto, specie per i bossi che ben si prestano ad essere modellati secondo i dettami dell’“ars topiaria”, si potrà optare per una duplice scelta: lasciar crescere le piante in forma spontanea oppure regolarle a cono, a sfera, a piramide o come meglio si vorrà. Tra le predette piante, sarà poi possibile collocare, nel primo autunno, eriche, settembrine o margherite (preferibilmente quelle semplici e non doppie) appartenenti alla famiglia dei crisantemi, in inverno, ciclamini o anche gli ellebori dalle splendide fioriture bianco puro o bianco-rosate.

    6Nel caso in cui si voglia mantenere questo impianto di base per tutto l’anno, sarà sufficiente continuare ad introdurre, nel tempo, nuove essenze (annuali o bulbose) in sostituzione di quelle che, via via, sfioriranno. L’ossatura della cassetta rimarrà quindi sempre la stessa ma il variare delle colorazioni, delle forme e delle dimensioni delle essenze che verranno ad inserirsi tra i bossi o gli altri arbusti scelti, trasformeranno completamente l’insieme, rendendolo sempre nuovo ed esteticamente interessante.

    Alle piante sopra descritte sarà poi evidentemente sempre possibile, a completamento dell’insieme, aggiungerne altre. Ad esempio, possiamo menzionare, tra le infinite possibilità, edere bianche e verdi o verdi, elicriso oppure anche, eventualmente e secondo una moda molto British, dei Paesi Bassi e del Belgio, rami secchi ritorti o molto ricchi di gemme e rametti laterali.
    Il risultato complessivo sarà articolato, spontaneo ed ottimo, specie quando nel cuore dell’inverno la pioggia, la brina o la neve risaltano sulle cortecce, sui rami secchi e frastagliati, sulle foglie coriacee dei piccoli arbusti o tra le bacche colorate.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Disegno Genova: città vecchia, porto e periferia. Concorso per illustratori

    Disegno Genova: città vecchia, porto e periferia. Concorso per illustratori

    fumetto
    “Disegno Genova” scade il 2 aprile 2015 alle ore 19. Si partecipa con una copia delle opere in formato digitale a info@smackcomics.it e disegnogenova@gmail.com | Regolamento e info sul sito www.smackcomics.it

    Il 30 gennaio è stato bandito il concorso di illustrazione, fumetto, vignette Disegno Genova – Città vecchia – Porto – Periferia aperto agli under 35.

    Il progetto, alla prima edizione, è organizzato e sostenuto da Smack!, la Fiera del Fumetto di Genova organizzata da Enrico Testino in collaborazione e con il sostegno di Fondazione Labò e Giovani Urbanisti,  Progetto Yepp Genova, Coop Liguria, Porto Antico s.p.a., e in collaborazione con Liceo Artistico Klee Barabino, Grandi Navi Veloci, scuole media di Istituto Comprensivo Pra’ e Istituto Comprensivo Oregina/Lagaccio.

    Al concorso sono abbinati diversi progetti con diverse realtà. Non solo il concorso di illustrazione, vignette e fumetti, ma anche opere “fuori concorso” con il laboratorio di una classe del Liceo Artistico di Genova Klee/Barabino, la partecipazione di alcuni artisti e fumettisti scelti da Smack! e i laboratori in 6 classi delle scuole di Pra’ e Oregina/Lagaccio che svilupperanno le tavole sui temi “Il mio Porto” e “Il mio quartiere”.

    La quasi totalità delle opere realizzate in questi percorsi andranno a formare una grande mostra il 25 – 26 aprile 2015 durante Smack! – Fiera del Fumetto di Genova e saranno raccolte in un libro-catalogo. «La nostra è una città che ha bisogno di immaginare e immaginarsi – dice Enrico Testino, l’organizzatore – come molte altre città mediterranee è in trasformazione e il futuro è tutto da giocare. Da parte nostra, come fiera del mondo della creatività e del fumetto, abbiamo voluto aprire un percorso che ospiti giovani artisti con le loro visioni su Genova».

    Dopo aver fatto nascere il concorso, ormai diventato internazionale, EurHope, Smack! realizza dunque un altro progetto rivolto agli illustratori. «Nella nostra città esistono energie considerevoli che hanno più difficoltà, che in altre culture, ad uscire, ad esprimersi – continua Testino – Nel nostro piccolo con Disegno Genova diamo spazio e raccogliamo in un’iniziativa comune ragazzi e studenti. Una fiera come Smack! non deve essere a mio parere solo una occasione per avere una panoramica del mondo della creatività e del fumetto, ma anche un “dispositivo” culturale che apre spazi di espressività e facilita la creazione di cultura comune».

    Il 1° classificato avrà come riconoscimento da Smack! 200 euro di buoni acquisto da effettuare presso gli espositori della Fiera del Fumetto di Genova il 25-26 aprile 2015. Ad oggi hanno dato conferma per la presenza in giuria nomi di spicco della cultura cittadina come Luca Borzani e Andrea Freccero.