Autore: erasuperba

  • Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    teatro-corte6-DIGenova città dei teatri. La definivano così il sindaco e l’assessore alla Cultura di una manciata di anni fa, Marta Vincenzi e Andrea Ranieri. Un’esagerazione, forse, ma certamente un’espressione che dava piena dignità a una delle principali attrattive culturali della città.
    Sul numero 61 di Era Superba abbiamo pubblicato una lunga inchiesta per approfondire il “dietro le quinte” dei teatri di prosa genovesi. Bilanci e finanziamenti, programmi e progetti, per restare in piedi in un momento di grande difficoltà per un settore che storicamente ha vissuto in primis grazie a quelle risorse pubbliche oggi sempre più in via di estinzione e che ancora è alla ricerca di nuove forme di sostentamento.
    Vi proponiamo sulle nostre pagine online un viaggio a puntate fra i teatri cittadini, partendo da un quadro generale per poi concentrarci sulle diverse realtà, palcoscenico per palcoscenico: Teatro Stabile, Teatro della Tosse, Archivolto, Politeama Genovese, Altrove, Teatro della Gioventù, Teatro Garage, Teatro Akropolis, Lunaria, Ortica e Teatro Cargo. Analizzeremo, dunque, esclusivamente il teatro di prosa, lasciando ad altri contesti le analisi sul Carlo Felice e sulla Gog e le numerose attività di compagnie professionali o amatoriali che non hanno una sede fissa.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    teatro-archivolto-D«Sono molto orgogliosa dei nostri teatri – dice la direttrice dell’Archivolto, Pina Rando – perché da Genova passa davvero il meglio del teatro italiano. Ognuno nel suo settore, rispetto alle proprie caratteristiche artistiche. Abbiamo un’offerta straordinaria rispetto al bacino d’utenza e i teatri, molto spesso, sono pieni». Non solo l’opera del Carlo Felice o la prosa dello Stabile ma anche gli spettacoli del Politeama e dell’Archivolto, le sperimentazioni della Tosse e il fermento di un nugolo sterminato di realtà più piccole e un po’ di nicchia.
    Ma non è tutto rosa e fiori. Anzi. È proprio a partire dagli anni in cui si inneggiava alla città dei teatri che sono iniziati i dolori: la crisi e i tagli hanno ridotto al lumicino i finanziamenti pubblici e privati. Le piccole realtà, laddove non hanno alzato bandiera bianca, hanno comunque boccheggiato a fatica. E le difficoltà non sono mancate neppure alle istituzioni cittadine, come il Carlo Felice, l’Archivolto e, ultimamente, anche lo Stabile, spesso protagoniste sulle prime pagine dei quotidiani locali. «Se ci fossimo messi a lavorare tutti insieme in modo concreto, avremmo potuto davvero raccontare Genova come città dei teatri – riprende Pina Rando – ma quando c’erano un po’ di soldi si è fatto poco o nulla e quando invece ci sarebbero stati i presupposti per iniziare a concretizzare l’idea, non c’erano più i soldi per farlo».
    Già, i soldi. Il problema è sempre quello. Secondo Laura Sicignano, direttrice del Teatro Cargo: «Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».
    Ma quali sono le cifre che girano attorno al sistema teatro genovese? Quanti fondi servono per portare avanti un ente di caratura nazionale come lo Stabile o una realtà decisamente più di nicchia come il Verdi? Chi fa più fatica? Proviamo a rispondere a un po’ di queste domande, andando a mettere il dito nelle piaghe di questo settore e facendoci raccontare lo stato dell’arte dagli stessi protagonisti.

    Su il sipario: una visione d’insieme

    [quote]Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».[/quote]

    Teatri pubblici (Carlo Felice e Stabile), fondazioni (Tosse e Archivolto), associazioni (Cargo, Ortica, Lunaria, Akropolis e molte altre) e realtà esclusivamente private (Politeama). A Genova c’è un po’ di tutto e non è semplice riuscire a fare un discorso complessivo. «Ci sono realtà interamente pubbliche come il Carlo Felice o lo Stabile – spiega Laura Sicignano – Fondazioni che hanno importanti elargizioni da Ministero, Regione e Comune e tante altre realtà che cercano di mettere insieme gli scarsi contributi pubblici con quelli privati, spesso attraverso procedure burocratiche complicatissime per cui non c’è neppure la forza lavoro sufficiente per seguirle». I teatri genovesi hanno una natura giuridica estremamente variegata producendo realtà difficilmente comparabili tra di loro, sia dal punto di vista della produzione artistica sia da quello della sostenibilità economica.

    Ingresso Teatro della TosseIl primo elemento che riunisce grandi e piccole realtà è rappresentato dall’indispensabilità dei contributi pubblici, siano essi del Ministero, della Regione o del Comune. Basti pensare che nel 2015 solo per Stabile, Archivolto e Tosse sono previsti da Roma quasi 3 milioni e 200 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi non ancora deliberati per il Politeama, quelli che potrebbero arrivare per le compagnie teatrali e 25 mila euro per il Suq. A tutto ciò vanno sommati i contributi del Comune grazie al bando per la richiesta di finanziamenti per la stagione 2014/15 (a bilancio sono state confermate le stesse cifre dello corso anno, ndr), e della Regione, che storicamente ha puntato quasi esclusivamente sulle grandi realtà. Il tutto senza dimenticare la scomparsa della Provincia che per anni ha rappresentato più di una stampella soprattutto per le piccole realtà costrette a dire addio ai fondi statali e che devono spartirsi le poche briciole elargite dagli enti locali e lottare con le unghie e con i denti per portare a casa qualche sponsorizzazione privata.
    Anche considerando le incertezze dei contributi locali, i finanziamenti pubblici al settore teatro nel suo insieme non sono comunque bruscoletti. Eppure, non bastano. Come sia possibile, prova a spiegarlo Stefania Bertini, di Assoartisti-Confesercenti: «La vita culturale e l’espressione teatrale non sono fatte solo di teatri e festival. I teatri, anzi, rischiano di fagocitare tutto nonostante siano sempre meno e i festival siano sempre gli stessi. In questo modo restiamo bloccati anche a vecchi sistemi di finanziamento: si cerca sempre l’appoggio degli stessi enti che, però, ormai non possono offrire più di quanto già non stiano facendo e, anzi, per farlo sono costretti a togliere risorse ad altri settori. Manca il coraggio di aprirsi a nuovi orizzonti anche sul fronte delle risorse, come la progettazione europea che richiede molto lavoro, è più incerta e soprattutto costringe al confronto e ad avere i conti veramente in regola».
    Le maggiori difficoltà sembrano, dunque, subirle le realtà più piccole, come ben sintetizza Daniela Ardini, direttrice di Lunaria: «I teatri piccoli non riescono a crescere, i medi non si consolidano e solo i grandi hanno finanziamenti pubblici e leggi che li tutelano». Certo le spese hanno ordini di grandezza differenti ma anche le capacità di incasso. «Il problema è che il modello dei finanziamenti a pioggia, in cui si dà un contentino a tutti, è sbagliato alla radice e crea veri e propri danni economici – sostiene Massimo Chiesa, direttore del Teatro della Gioventù – perché chi riceve pochi spiccioli prova comunque ad andare avanti e si indebita, spesso non riuscendo a rientrare degli investimenti e magari per tenere aperta la sala solo poche decine di serate in un anno. Invece, ci vorrebbe una riforma del sistema a livello locale, un Fondo unico per lo spettacolo regionale e comunale gestito con competenza e che possa fare selezione: un tesoretto da dividere, premiando la storia dei teatri e la qualità delle proposte».

    Intervista a Massimo ChiesaIn una realtà che prova a studiare la strada verso la rinascita, non sembra aiutare molto la tanto contestata riforma Franceschini che si poneva proprio l’obiettivo di riorganizzare i finanziamenti pubblici, rivedendo il poco funzionale sistema di elargizione a pioggia del Fondo unico dello spettacolo e puntando sulle realtà di maggior valore. Ma la nuova classificazione dei teatri in Nazionali, di Rilevante Interesse Culturale e Centri di Produzione, al momento non sembra dare i frutti sperati: «È una riforma scritta male e applicata peggio – sostiene, senza indugio, il direttore dello Stabile di Genova, Angelo Pastore – che speriamo possa essere ripresa nel breve periodo attraverso un tavolo di confronto con il Ministero. Non crea posti di lavoro, non libera energie e creatività ma ingabbia ancora di più il sistema con il difetto strutturale di voler punire chi aveva già qualche difficoltà e qualche difetto, inserendo paletti sempre più stringenti, ad esempio disincentivando le co-produzioni. Il teatro, invece, dovrebbe essere una palestra per il cervello».
    «Una pulizia andava sicuramente fatta – ammette il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa – ma la terra bruciata che stanno facendo rischia di non poter più essere recuperata. Il Ministero sta mettendo in pratica un repulisti pericoloso: qui non si tratta di fare rottamazione ma di valorizzare chi ha decenni di esperienza in questo campo».
    Così, laddove non arriva il pubblico, ci si aggrappa al privato. «La maggior parte delle piccole realtà – dice Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi – si regge esclusivamente sui contributi privati, se in essi consideriamo anche gli introiti della bigliettazione, che altro non sono che il sostegno pagato dal pubblico. D’altronde è così anche all’estero, dove tutt’al più esistono leggi che aiutano i grandi e piccoli teatri privati dal punto di vista delle agevolazioni fiscali ma non con contributi diretti. Diversa, invece, deve essere la situazione per il Carlo Felice e per lo Stabile che sono teatri pubblici».
    L’appiglio privato più importante a Genova ha un nome e cognome ben preciso: Compagnia di San Paolo. Dalla Fondazione torinese solo per attività teatrale (esclusi dunque i contributi per musica e concerti che ammontano a circa 300 mila euro e quelli per Palazzo Ducale che nel 2014 ammontavano a 550 mila euro) quest’anno sono arrivati sotto la Lanterna 615 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi per lo Stabile non ancora definitivi ma che l’anno scorso erano di 400 mila euro. Anche in questo caso, però, vige al momento grande incertezza perché la stessa Compagnia ha annunciato che il 2015 è l’ultimo anno per i finanziamenti elargiti attraverso lo storico bando per le “Arti Sceniche”, dall’anno prossimo si cambierà regime, anche se non si sa bene come.
    Risulta, dunque, difficile, se non impossibile, fare programmazione ad ampio respiro. Come se ne esce?

    Un teatro da ripensare: il prossimo atto

    [quote]Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico»[/quote]

    «Se Genova, dopo 25 anni, vuole confermarsi veramente città dei teatri – è la ricetta di Angelo Pastore, neo direttore dello Stabile – deve fare un decisivo investimento culturale. Cultura e turismo possono salvare la città e la Regione». Anche perché «studi economici hanno dimostrato che le risorse investite in un teatro, vengono restituite sette volte tanto» sostiene il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa.
    «Bisogna reinventarsi un modello – riprende Pastore – seguendo l’esempio di Torino e del Piemonte che non hanno più la produzione delle utilitarie ma si sono reinventati in polo di lusso. Così anche noi dovremmo puntare a un target medio alto, creando nuove sinergie con altri poli di produzione culturale come Palazzo Ducale e il Carlo Felice». Secondo Pastore, pubblico e privato devono fare sistema per capire come rilanciarsi in un contesto che ha decisamente meno risorse: «Bisogna studiare una serie di nuove proposte e alleanze e guardare con più ampio respiro al teatro europeo». Tra le proposte concrete, ad esempio, la creazione di abbonamenti incrociati e la necessità di dare risposta in maniera condivisa alle tante realtà genovesi di produzione artistico-teatrale. «Non ne vieni a capo se non c’è un progetto forte – avverte il direttore – unire forze e risorse può tornare utile. Ciò però non significa necessariamente creare un ente unico: noi siamo persone serie e facciamo collaborazioni solo se c’è un senso, non facciamo operazioni tra il ridicolo e l’imbarazzante com’è successo in altre realtà italiane che si sono unite a caso solo per potersi fregiare del titolo di teatro nazionale».

    teatro-stabileCi vuole però anche un po’ di autocritica, come emerge dalle riflessioni di Stefania Bertini, Assoartisti: «Probabilmente sarà perché mancano le risorse ma c’è pochissima disponibilità a crescere e innovare: non viene data linfa ai giovani autori, attori o registi che siano, che vedono bloccata la propria creatività. Ne risulta un mercato assolutamente statico. Ed è un peccato perché Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico. E poi manca una promozione organica del sistema teatro, assieme a un processo di educazione del pubblico su cui, invece, si punta molto in Europa. Che cosa si fa per fidelizzare gli spettatori? Che cosa si fa per formare nuovi interessati?» Sulla stessa lunghezza d’onda, Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi: «In un sistema in cui le risorse pubbliche sono sempre minori, è evidente che le amministrazioni siano chiamate a fare delle scelte sui propri investimenti. E credo che nessuno direbbe, ad esempio, di togliere i soldi da un ospedale a favore di un teatro. Quindi è giusto che i privati si reggano sulle proprie gambe. Ma non possiamo passare di colpo da un sistema di finanziamento all’altro: bisogna riflettere su questo tema e trovare delle nuove forme efficaci per rilanciare il teatro».
    Anche Lorenzo Costa, direttore del Teatro Garage, tende ad assolvere gli enti pubblici: «La situazione economica è molto difficile e gli enti locali fanno quello che possono. Le piccole realtà come la nostra non possono fare altro che rimboccarsi le maniche per cercare di ampliare le possibilità di entrata, ad esempio incrementando le produzioni: ma non è un compito facile perché nella maggior parte dei casi non si tratta di prodotti commerciali».
    Dare una risposta univoca alla crisi sembra essere un compito improbo, anche perché ogni realtà ha la sua specificità non solo artistica ma anche economica, che tende giustamente a custodire. Nei prossimi articoli, dunque, proveremo a puntare la lente di ingrandimento sui singoli teatri per capire meglio quali siano quelli più in difficoltà e dove si possa trovare qualche via d’uscita.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    delfino-santuario-cetaceiCapire il mare conoscendo la vita di chi lo abita. Questa l’idea alla base del progetto di ricerca chiamato “Delfini Metropolitani”, attivo dal 2001 e sostenuto dalla Fondazione Acquario di Genova. Un’iniziativa finalizzata a studiare i cetacei, attraverso l’osservazione del loro stile di vita, fatto di brevi spostamenti e ricerca di cibo. «Abbiamo iniziato a studiare i movimenti di questi animali – spiega Guido Gnone, coordinatore scientifico dell’Acquario di Genova e responsabile del progetto – imparando a conoscerli e a seguire i loro spostamenti». Il nome del progetto non deve trarre in inganno: i delfini che abitano i nostri mari, non stanno nelle vasche dell’acquario, ma si spostano in lungo e in largo per tutta l’area del Santuario Pelagos (il Santuario dei cetacei, istituito nel Mar Ligure nel 2001, e che si estende per 90 mila km quadrati, tra Punta Escampombariou, in Francia, Capo Falcone e Capo Ferro, Sardegna e Fosso Chiarone, Toscana. Qui l’approfondimento), a seconda delle stagioni e delle attività dell’uomo.
    Queste ultime, come evidente, modificano le abitudini di questi animali. Sono, quindi, molto adattivi: possono variare la propria dieta in base alla abbondanza e alla facilità di reperimento. Diversi gruppi di cetacei sono abitudinari nel seguire i pescatori durante le battute di pesca per recuperare eventuali pesci fuggiaschi, oppure nel soggiornare presso le foci dei grandi torrenti o nelle vicinanze di colture ittiche, per approfittare del fall out alimentare.

    Sono stati più di mille i singoli delfini catalogati durante questi anni, creando in questo modo uno dei più grandi database di questa specie: «Gli spostamenti registrati degli individui noti, non superano in media i 50 chilometri – continua Gnone – perché hanno sviluppato dei veri e propri comportamenti abitudinari, in qualche modo “tradizionali”. Dal qui il nome metropolitani: si sono create delle vere e proprie micro comunità di cetacei, che risiedono nella varie zone del Santuario».
    Le abitudini alimentari e le attività dell’uomo, ovviamente, non sono i soli parametri che influenzano attività e spostamenti dei tursiopi: il fondale marino compreso all’interno dei confini di Pelagos, infatti, è molto diversificato da zona a zona, comprendendo molteplici ecologie abitative. Questo fattore è alla base della grande biodiversità del Mar Ligure, che «Vive di un equilibrio molto complesso e di non così facile studio: è un mare in continuo cambiamento, dove insiste una forte attività dell’uomo – sottolinea il coordinatore del progetto – prima non esistevano dati storici, si poteva fare riferimento solamente agli esemplari spiaggiati, per cercare di capire quali fossero i movimenti dei delfini, come di altre specie marine».

    QuintoLa ricerca è semplice quanto efficace: uscendo in mare, si procede agli avvistamenti dei cetacei, seguendo le mappe statistiche: molti di loro sono “volti noti”, riconoscibili grazie a caratteristiche estetiche della pinna dorsale o dalle cicatrici; in questo modo si può registrare presenza e abbondanza, mettendo a sistema i dati con le aree ecologiche degli avvistamenti e quindi la relativa dieta dei delfini. Con questi tre parametri, confrontati sul medio-lungo periodo, si possono dedurre dati fondamentali per lo stato di salute del nostro mare. «I delfini cambiano la loro dieta in base alla abbondanza di cibo – spiega ancora Gnone – ed è per questo che studiando questi cambiamenti, possiamo capire quali specie di pesci siano più o meno in sofferenza». Ma i delfini sanno essere anche pigri: «spesso  intere comunità di cetacei sposano determinate attività umane, per avere cibo senza troppa fatica, come molti altri animali non per forza marini, per esempio i gabbiani; per questo motivo il dato sulla dieta da solo non può essere dirimente, e soprattutto è per questo che è necessario fare rete con altri enti di ricerca sparsi per il Santuario Pelagos»

    I numeri di questo progetto, dopo oltre dieci anni di attività, sono consistenti: oltre 11 mila le miglia marine percorse in oltre 1500 ore di missione; gli avvistamenti registrati sono stati più di 200, concentrati maggiormente nello spazio di mare tra Genova e La Spezia. «L’area interessata dalla nostra ricerca, purtroppo, non può essere troppo estesa per evidenti motivi logistici». Acquario di Genova, per Regione Liguria, ha sviluppato un applicativo che sfrutta la piattaforma WEBGIS per aggregare, visualizzare e integrare dati georeferenziati e fotografici.

    tursiopeIl soggetto che con più frequenza viene studiato è il Tursiope, un delfinide che può raggiungere i 4 metri di lunghezza per 350 kilogrammi ed è diffuso in tutti i mari del mondo, cosa che garantisce sulla sua adattabilità. La sua dieta, fatta di molteplici varietà di pesci e di cefalopodi, gli consente una vasta gamma di scelta: è un animale socievole, che vive in gruppi composti da una dozzina di individui, e che oggi sappiamo essere abbastanza sedentari e abitudinari. La caratteristica che lo rende però così utile è la capacità di confidenza che riesce a dare alle attività umane, cosa che li spinge ad avvicinarsi alle imbarcazioni, permettendo, così, di farsi studiare.
    I tursiopi, però, non sono gli unici abitanti del nostro mare: le diverse tipologie di cetacei presenti all’interno di Pelagos comprendono molteplici varietà di delfinidi, come la Stenella, il Grampo e il Globicefalo, ma anche altri di diverse famiglie, come il Zifio, il Capidoglio e la Balenottera. Tutti questi, però, non hanno comportamenti sociali così spiccati come il Tursiope: i grandi cetacei, inoltre, seppur avvistati con un buona frequenza, difficilmente vengono studiati in questi termini, anche perché la loro capacità di lunghe percorrenze li rende particolarmente girovaghi e poco stanziali.

    Come per tutti i settori di ricerca, oggi il contesto economico e politico non semplifica il lavoro: per poter perfezionare i risultati occorrerebbe investire in strumenti e personale; e per avere un quadro maggiormente contestualizzato a livello di sistema Mediterraneo si dovrebbe avere la possibilità di condividere i dati ricavati da altre aree di osservazioneCome in molte situazioni, fare sistema è la soluzione a molteplici problemi, sia tecnici che di finanziamento. Scenari politici non stabili impediscono lo sviluppo della ricerca, e molte aree del nostro mare, al momento, non possono essere osservate, studiate, capite».

    Con i dati che sono stati raccolti fino ad oggi, si può iniziare a tracciare una sorta di geografia della popolazione “metropolitana” di questi cetacei, e di conseguenza di tutte le altre specie che in qualche modo sono influenzate dalla loro presenza. Attraverso questa ricerca, abbiamo una prospettiva ulteriore per tenere d’occhio lo stato di salute del nostro mare, che volenti o nolenti è sempre lì, a sorreggere da secoli le attività dell’uomo. Acquario di Genova, quindi, come soggetto divulgatore, e non solo come attrazione turistica: l’asso nella manica dell’offerta culturale in città, punta a mantenere anche il suo ruolo di aggregatore scientifico, uscendo fuori dalle vasche. Questa grande infrastruttura, che continua a ricevere riconoscimenti per la qualità del suo approccio turistico-divulgativo, può diventare anche un polo unico e all’avanguardia. In fondo è nato anche per questo, e le sue iniziative di ricerca dovrebbero essere sostenuto maggiormente dalle scelte politiche e amministrative. “Delfini Metropolitani” è un buon esempio di ricerca applicabile ad un’idea di turismo naturalistico di particolare suggestività. Sopra e sotto la superficie dell’acqua, il Mediterraneo è intensamente abitato, vissuto, solcato: anche i cambiamenti climatici fanno registrare il loro contributo sulla creazione di nuove ecologie ittiche, in continuo assestamento. La ricerca coordinata da Guido Gnone e Fulvio Fossa, quindi, raccoglie e racconta la abitudini di questi cetacei “urbanizzati”, e attraverso la gestione di questi dati si può cogliere una prospettiva nuova per conoscere il nostro mare “metropolitano”.

     

    Nicola Giordanella

  • “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    ATLETICA (1)I liguri lo sport lo seguono, lo praticano, comunque lo amano; ma se andiamo a spulciare i dati oltre il calcio, che fagocita la maggior parte delle risorse e dell’attenzione dei media, troviamo un mondo talmente variegato da essere quasi impossibile da catalogare. La prima difficoltà, infatti, la riscontriamo al Coni, dove non riescono a suggerire un modo per individuare quanti potrebbero essere gli sport praticati in Liguria; però ci consigliano, e ci procurano, l’Annuario Ligure dello Sport 2015. Si tratta di un volume, giunto all’ottava edizione, scritto da Marco Callai e Michele Corti, che è una minuziosa e puntuale immagine di quello che è oggi lo sport in Liguria, sia dal punto di vista delle società, enti o associazioni che da quello dei media e delle istituzioni. Qualche numero giusto per capire di cosa stiamo parlando: 3000 Società sportive, 45 Federazioni, 15 Enti di Promozione e 19 Associazioni Benemerite.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Basta un’occhiata all’Annuario per realizzare che riportare qui un elenco degli sport praticati anche solo in provincia sarebbe cosa lunga e pedante: fra i più praticati, citiamo su tutti il football americano, maschile e femminile, la pallamano ed il cricket, il canottaggio e l’hockey. Poi c’è il softball e i grandi arcipelaghi dell’atletica – che comprende discipline diversissime – e delle arti marziali che è in continua evoluzione.
    Sono tantissimi gli atleti che praticano in condizioni non certo ottimali, spesso costretti ad anticipare il costo di attrezzature e materiali, se agonisti, o comunque ad adattarsi all’ormai perenne carenza di fondi che rende ogni società, ogni associazione, in balia di finanziatori e di sponsor talvolta raccogliticci e di dubbia affidabilità. Il problema dei soldi è ovviamente un tema ricorrente nella nostra ricerca: spesso l’esistenza stessa di un’associazione, il suo federarsi o meno è dovuto alla cronica incapacità, o forse impossibilità, di reperire le risorse necessarie.

    Daniele e il kendo

    Daniele ha 26 anni, è laureato in Storia, ed è genovese: una volta a settimana va nella palestra di Colle degli Ometti dove si allena per il Kendo, un’antica disciplina orientale di arti marziali, in cui spirito, tecnica e corpo sono ugualmente importanti, ma dove l’elemento dominante è proprio lo spirito, che guida la tecnica a fare ciò che è necessario per il corpo. «La nostra non vuole essere solo un’attività sportiva, tanto è vero che non viene richiesto l’inserimento negli sport olimpici, perché in realtà c’è il timore che la purezza del gesto possa essere stravolta per ottenere dei risultati agonistici», racconta Daniele.
    Ma come mai ad un ragazzo viene voglia di praticare uno sport così introspettivo? «Io sono sempre stato molto affascinato dall’Oriente, dalla lingua, dai costumi e dalla civiltà orientale. Frequentando il Cus Genova, qualche anno fa, il Kendo era nell’offerta insieme ad altri sport: ho voluto subito provare e ne sono rimasto affascinato. Pratico anche altri sport, faccio tennis, nuoto: però cercavo qualcosa che mi facesse crescere, oltre che il fisico, anche lo spirito. E nel kendo direi che l’ho trovato». Il Cus non è l’unica palestra dove si pratica il Kendo a Genova: «la palestra principale è l’Andrea Doria, in zona Carignano; poi a Levante c’è appunto la palestra Colle degli Ometti, ed esistono almeno un paio di altre strutture, una a Sampierdarena ed una a Rapallo». E quanti atleti a Genova si sono avvicinati a questa discplina? «Sono circa 30/40 che frequentano regolarmente l’Andrea Doria, nella mia palestra invece siamo meno di dieci e stessa cosa mi sembra sia nella palestra di Sampierdarena». Cerchiamo di capire a grandi linee in che cosa consiste questa disciplina e se si tratta di un’attività costosa: «No, come sport non è costoso anche se quando devi comprarti l’armatura almeno 500 euro li spendi, ma per iniziare e per parecchi mesi non ti serve niente, la palestra ha quanto ti occorre. Per noi allenarsi è una cosa sia fisica che mentale, infatti arrivi all’incontro con l’avversario quando sei già parecchio avanti nella preparazione: all’inizio il compagno è lì solo per farsi colpire. Come sport non è affatto competitivo, certo non c’è lo spirito di squadra ma è anche vero che quando l’avversario ti colpisce in realtà devi essergli grato, perché ti ha mostrato un tuo lato debole su cui lavorare, qualcosa insomma da migliorare».

    Matteo e il football americano

    FOOTBALL (1)Da un ragazzo che passa parte del proprio tempo libero con uno sport che è anche introspezione, ad un altro che dell’istinto fa il proprio punto di forza. Matteo Espinoza oggi è un quarantenne che fa il broker a Montecarlo, e del suo sport “di nicchia” ha uno splendido ricordo. «Ero andato allo Sport Show, una manifestazione che organizzavano alla Fiera del Mare negli anni ‘90, avevo 21 anni, ero appassionato di tanti sport fra i quali proprio il Football americano, che in quegli anni veniva trasmesso da Italia1 ed io ero molto incuriosito. C’era lo stand degli “Squali Golfo del Tigullio”, lo vidi, ne rimasi folgorato, e mi buttai a capofitto in questa impresa. Allenamenti a Chiavari, corsa quotidiana, palestra: per diventare un giocatore vero devi allenarti un’infinità di tempo». Ora, per chi volesse provare con questo sport occorre andare a Savona, dove c’è la bella realtà dei Pirates, che giocano a 9 (una specie di serie B, ndr) o a Sarzana, dove i Red Jackets sono Campioni d’Italia in carica. Intanto nel Tigullio hanno rifondato la squadra dei Predatori Golfo del Tigullio, ma a Genova purtroppo non riesce a decollare niente in questo senso. «Io ormai ho attaccato il caschetto al chiodo: questo sport non puoi praticarlo come un passatempo, è troppo impegnativo dal punto di vista fisico, praticamente devi avere lo scatto di un centometrista in un corpo di 100 chili. Ma anche se la nostra fu una stagione d’oro, se guardo all’ambiente da esterno vedo che che l’interesse dei giovani c’è, anzi forse gli appassionati sono anche aumentati. Quello che manca è piuttosto un coordinamento fra le federazioni ed un accordo fra queste ed il Coni, con il quale invece i problemi sono tantissimi».

    Sonja e la corsa

    Ma per un atleta che rinuncia, ce ne sono altri che non smetterebbero mai, anzi: «Basta? Io penso di non aver mai detto basta alla corsa, e non riesco neanche ad immaginarmi un futuro senza poter correre». Così Sonja Martini della Cambiaso Risso Running Team, una vita per la corsa. «Ho 38 anni ed ancora sto migliorando, sto crescendo. Se qualcuno mi considera una sportiva amatoriale ha ragione, in effetti io come lavoro faccio ben altro che correre: cucino, vendo, affetto salumi in una gastronomia, e faccio anche lavori di pulizia, quindi un’attività fisicamente pesante. Ma una persona che si allena come faccio io, con i ritmi che mantengo, con un allenatore vincente (Sergio Lo Presti, ndr) ed essendo la campionessa italiana in carica dei 10.000 su strada, beh, qualcosa più di una dilettante mi posso considerare. Certo, della corsa non sono riuscita a fare una professione, ma la mia è una passione grandissima, intorno alla quale gira il resto della mia vita».

    «L’ambiente della corsa  – continua Sonja – è molto bello, molto allegro, partiamo tutti insieme per andare alle varie gare, magari stiamo nello stesso albergo, organizziamo cene, ci incontriamo tutti quanti. Essere sereni è fondamentale per avere dei risultati, ed io ne sto avendo, perché quest’anno oltre al titolo ho fatto i 10mila su pista in 35’40” e mi sono anche classificata per i 3mila siepi a Torino, campionato italiano. Il mio futuro? Di corsa, ovviamente. Appena mi renderò conto di avere il recupero rallentato, invece di insistere con i 10mila o con le siepi, che sono la mia ultima passione, mi dedicherò alla maratona. Non c’è niente da fare, io senza la corsa mi spengo, non sono più io».

    Queste sono solo tre persone in un mondo che conta migliaia di praticanti, tre atleti con preparazioni, storie, vite completamente diverse. Storie di entusiasmo, di passione, di fatica, mentre alle loro spalle, nelle associazioni, nelle strutture, ci sono esempi di persone che svolgono un lavoro anche più oscuro con impegno e assoluta correttezza, ma anche altre con un’atavica tendenza all’autogoverno, alle rendite di posizione, per quanto piccole possano essere, all’incapacità di condividere conoscenze ed opportunità.

    Bruna Taravello

  • Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di GenovaDopo le dimissioni della presidente della Fiera di Genova, Sara Armella, contestuali alla presentazione del primo bilancio in pareggio e seguite a quelle dell’amministratore delegato Antonio Bruzzone, è stato nominato su indicazione del Comune Ariel Dello Strologo nuovo presidente della Fiera di Genova. Per quanto riguarda invece l’amministratore delegato, nomina che spetta a Regione Liguria – Filse, ecco Luca Nannini, docente, insegna all’università di Pisa Strategie di Risanamento Aziendale.

    Nelle settimane che hanno preceduto l’assemblea dei soci si era tornati a parlare con insistenza di un possibile matrimonio tra l’ente fieristico e la Porto Antico Spa. La nomina di Dello Strologo, presidente della Porto Antico dal 2009 che manterrà le due cariche, conferma quella che era molto più che un’ipotesi. Un progetto che dovrebbe in un certo qual modo ricalcare a livello amministrativo quanto potrebbe accadere sul piano urbanistico con la realizzazione del Blue Print di Renzo Piano, che ha l’obiettivo di mettere finalmente in comunicazione diretta l’area dell’Expo con quella della Fiera. E così, esattamente com’era successo per la riqualificazione degli anni ‘90, la figura dell’archistar torna a essere nuovamente decisiva.

    Nel numero 61 di Era Superba, in uscita lunedì 3 agosto, troverete un ampio approfondimento sulla situazione dei due enti (vi proponiamo qui un estratto), con un’intervista al direttore generale di Porto Antico Alberto Cappato, che voci di corridoio indicavano in corsa con lo stesso Dello Strologo per il ruolo di presidente di Fiera. Una volta che sarà formalizzato il rapporto fra i due enti, Cappato avrà comunque un ruolo operativo di coordinamento fra le due realtà cittadine.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61  di Era Superba

    foto porto antico dall'altoL’avvocato e presidente della Comunità ebraica genovese, Ariel Dello Strologo, dunque, sarà il trait d’union dirigenziale tra i due enti. È comunque esclusa, almeno in tempi brevi, qualsiasi fusione. Anche perché sarebbe piuttosto azzardato mettere sulle spalle di un ente che funziona, come la Porto Antico, il fardello di una realtà che deve trovare la giusta strada per ripartire, come la Fiera di Genova. La fusione, peraltro, non sarebbe neppure semplice dal punto di vista tecnico: parte degli azionisti dei due enti coincide ma le quote di capitale variano sensibilmente da ente a ente e da proprietario a proprietario. Si parla piuttosto di «integrazione operativa – come la definisce il sindaco Marco Doria – da costruirsi soprattutto attraverso la rete di imprese come precondizione per verificare altre e future forme di integrazione». Una rete in cui dovrebbero confluire spazi, eventi e comunicazione, progetti e servizi, iniziative di vario genere, come lo stesso Salone Nautico, allo scopo soprattutto di evitare una concorrenza fratricida e di ricercare fresche fonti di finanziamento.

    «I fatti recenti – commenta l’assessore comunale con delega ai rapporti con Fiera e Porto Antico, Carla Sibilla – sicuramente contribuiranno ad accelerare i processi: l’integrazione si stava studiando, ripartiremo da lì ma per quanto riguarda un’eventuale fusione vanno fatti sicuramente studi più approfonditi di due diligence».

    Integrare, però, non significherebbe solo tagliare qualche poltrona, che certo è necessario fare per risparmiare un po’ di soldi sul capitolo management, ma vorrebbe dire soprattutto creare un nuovo contenitore che, ad esempio, punti forte sulla nautica, offrendo accosti sia alla Fiera che lungo il Molo Vecchio, ma anche sul turismo e sull’intrattenimento. Il che vorrebbe dire, da un lato, provare appunto a rilanciare il Salone Nautico, dall’altro allargare gli orizzonti delle proposte culturali del Porto Antico che, forse, negli ultimi anni si sono adagiate un po’ troppo sugli allori e rischiano di anno in anno di ripetersi solo perché previste dal calendario.

    Fiera di Genova

    fiera-genova-kennedy-DILa Fiera (32,46% Comune di Genova, 27,39% Filse-Regione Liguria, 21% Città Metropolitana, 17,24% Camera di Commercio di Genova, 1,91% Autorità Portuale), com’è noto, è finalmente giunta al pareggio di bilancio dopo anni di durissimi tagli e un consistente ridimensionamento degli spazi. Il fardello degli spazi lasciati liberi se lo è accollato il Comune, con la speranza di poterli rivendere, anche a lotti, in vista della riqualificazione di questa porzione di waterfront. «Se non si venderanno – allerta il vicesindaco Stefano Bernini – l’onere ricadrà sui genovesi, dato che per risanare i conti di Fiera e acquisire queste aree il Comune ha acceso un mutuo con la Bnl di una ventina di milioni di euro». In un modo o nell’altro, dunque, i conti dell’ente di piazzale Kennedy andranno definitivamente a posto non appena Comune, Regione e Autorità Portuale firmeranno l’accordo di programma che deciderà il futuro delle aree. «Solo a quel punto sarà possibile l’unione tra Fiera e Porto Antico – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – indipendentemente dal Blue Print, che non verrà mai realizzato perché, com’era già successo con gli Affreschi dello stesso Piano, è un’idea completamente sconnessa dalla possibilità di progettare qualcosa che sia economicamente sostenibile». La società con sede ai Magazzini del Cotone, così, non dovrebbe essere caricata di oneri eccessivi ma, anzi, riceverebbe nuovi spazi da gestire in modo coordinato e con personale commisurato.

    Porto Antico

    [quote]Abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».[/quote]

    Ma se dell’ente di piazzale Kennedy e del suo precario stato di salute economica molto si è parlato sulle pagine di quotidiani genovesi, Era Superba compresa, meno si sa di che cosa succede negli uffici della Porto Antico Spa (51% Comune di Genova, 43,44% Camera di Commercio, 5,56% Autorità Portuale), che navigano almeno apparentemente in acque ben più tranquille.

    porto-antico-sfera-piano-acquario-DIIntanto le note positive: il bilancio 2014, chiuso entro il 30 aprile ma non ancora ufficialmente pubblicato sulle pagine del sito della società, fa tornare il segno + con oltre 500 mila euro di utile. Passata, dunque, la mareggiata dello scorso anno, quando fu registrata una perdita da 1,8 milioni legata soprattutto alla fallimentare operazione di Ponte Parodi, a causa degli infiniti ritardi di Autorità portuale. «Ma il nostro obiettivo – dichiara Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico spa, che circa un suo coinvolgimento in vista di un’eventuale unione con la Fiera di Genova preferisce il silenzio – non è tanto quello di produrre utili, quanto di reinvestire le risorse per migliorare l’area e renderla più attrattiva».

    A proposito di miglioramenti, con l’esplosione di caldo delle ultime settimane non possono non essere apprezzati i miglioramenti alla piscina prospiciente i Magazzini del Cotone. Ma la riqualificazione che più sta a cuore ad Alberto Cappato è quella della Città dei Bambini: «Abbiamo ripreso la gestione diretta dallo scorso dicembre – racconta – e abbiamo completato un grosso intervento di rinnovamento e nuova disposizione dei giochi per fasce d’età. Grazie alla collaborazione con il Cnr, è stata completamente rivista la sezione delle illusioni ottiche ma abbiamo pensato anche alla parte manuale, un aspetto educativo importante nell’era dei nativi digitali».

    C’è poi tutto il settore degli eventi, sia organizzati direttamente sia solo per la concessione degli spazi o altre partnership. «Ogni anno – ammette Cappato – abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».

    porto-antico-notte2-DIBudget che, invece, non dovrebbe essere un problema per un grande sogno di Cappato che potrebbe consentire proprio all’area dell’Arena del Mare di vivere anche in autunno e in inverno. Si tratta della famosa ruota panoramica, una sorta di London Eye sotto, anzi di fronte, alla lanterna. L’installazione era già stata annunciata per lo scorso inverno ma, poi, non se n’è saputo più nulla: «Abbiamo avuto qualche lungaggine con le autorizzazioni soprattutto per quanto riguarda l’Enac per l’occupazione dello spazio aereo ma adesso è tutto a posto. Solo che la ruota che sarebbe dovuta arrivare dall’Olanda (con cabine climatizzate e la possibilità anche di realizzare servizi di catering all’interno, ndr) è stata installata altrove perché l’acquirente non poteva aspettare oltre dato che doveva iniziare a rientrare di un investimento sull’ordine di grande dei 2, 3 milioni di euro. Quindi, ora, aspettiamo la fabbricazione di una nuova ruota con le stesse caratteristiche che consentano di installarla nei mesi invernali e rimuoverla in quelli estivi».

    Altro pallino di Cappato per il futuro è l’incentivazione della mobilità elettrica come strumento di potenziamento turistico: «Abbiamo da poco vinto un bando europeo – ci anticipa Cappato – per l’installazione di colonnine di ricarica veloce ogni 50 chilometri, nelle aree di servizio autostradali: 14 milioni di finanziamento che nel giro di due anni dovrebbe dare vita a un lungo percorso che creerà un corridoio europeo di mobilità elettrica, che si chiamerà Unit-E, tra Genova, Dublino e Bruxelles. La speranza è quella di attirare un nuovo tipo di turismo che risiede non così lontano da noi, visto che a Nizza esiste una flotta di car sharing elettrico con 60 auto».

    Sembrano, invece, essere risolti i problemi di natura economica con Costa Edutainment: «La nuova vasca dei delfini – spiega Cappato – sarebbe dovuta entrare in servizio molto prima e i ritardi hanno fatto andare a rotoli tutti i piani finanziari. La vasca, infatti, la stiamo pagando noi ma l’Acquario sta restituendo nei tempi previsti tutto il dovuto».

    Una nota negativa è rappresentata dalla crisi del Museo Luzzati che ha annunciato il rischio chiusura. «Il grido di allarme purtroppo non stupisce – dice laconicamente Cappato – perché le istituzioni non ce la fanno più a supportare tutte queste realtà: i soldi non bastano ed è necessario fare delle scelte». Difficile pensare che la società Porto Antico possa intervenire direttamente con finanziamenti: «Piuttosto – prosegue il direttore generale – cercheremo di farli entrare più a sistema con il resto dell’area, ad esempio pensando a qualche sinergia con la Città dei bambini».

    Infine, c’è il buco nero dell’ex Wow, nel modulo 1 dei Magazzini del Cotone: inaugurata a marzo 2013, la cittadella della scienza non è mai decollata ed ha chiuso miseramente i battenti dopo neanche un anno di vita. Scaduto il contratto con i concessionari (prima Garrone, poi Ferrero), gli spazi sono stati utilizzati temporaneamente solo per il Myba, importante fiera internazionale per i professionisti di Superyacht e Charter. Al momento il padiglione resta tutto chiuso, in attesa di una nuova destinazione di medio-lungo periodo.

    A proposito di ospitalità congressuale, anche su questo punto non solo la Porto Antico ma tutta la città di Genova dovrebbe investire. «Quando i congressisti arrivano a Genova – sostiene Cappato – restano sempre estasiati dei servizi e delle location per le loro riunioni, anche i tempi di permanenza tengono a ridursi a causa dei costi». Ma nel 2014 sono state solo 110 mila le presenze in zona Expo legate a questo settore: il mercato è ancora eccessivamente stagionale e Genova sconta sicuramente la difficile accessibilità con mezzi pubblici e privati dai grandi centri italiani ed europei.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba

  • Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    zelenkovac-9Valorizzare una storia poco conosciuta, ma incoraggiante e portatrice di un messaggio universale; fare maggiore chiarezza su quanto è accaduto durante e dopo la guerra in ex-Jugoslavia e avere il piacere di lavorare insieme a un gruppo di amici, condividendo un’esperienza di vita prima ancora che professionale. Sono queste le ragioni che hanno spinto il nostro gruppo, composto da sette giovani genovesi, Michele Giuseppone (regia e montaggio), Luca Fiorato (presa diretta, montaggio audio e musiche), Silvia Giuseppone (riprese), Davide Castagnola (fotografia), Serena Ferrari  e Davide Montaldi (supporto logistico) e me, Daniele Canepa (interviste, testi e traduzioni), a realizzare un film documentario sul villaggio eco-turistico di Zelenkovac, fondato da Borislav – “Crazy Boro” – Jankovic, poeta, pittore, scultore e… amante della natura e della vita.

    A circa venti minuti di auto dalla cittadina di Mrkonjić Grad e a un’ora e mezza da Banja Luka, dopo essere stata una comune di artisti ex-jugoslavi ed essersi salvata miracolosamente dalla furia distruttrice della guerra in Bosnia, Zelenkovac è diventata oggi un villaggio di montagna eco-turistico composto da capanne e bungalow in legno – costruiti, nel tempo, da Boro stesso e dai suoi amici – adibiti a strutture ricettive per viaggiatori che desiderano passare qualche giorno a contatto con la natura. Per capirne meglio il valore nel contesto bosniaco, tuttavia, è necessario prima fornire un quadro complessivo sul passato prossimo e sul presente della Bosnia Erzegovina.

    La Bosnia Erzegovina: Un quadro generale

    Una classe dirigente spesso incompetente e corrotta, clientelismo diffuso, immense potenzialità naturali, storiche e artistiche sfruttate soltanto in minima parte, problemi nello smaltimento dei rifiuti, infiltrazioni criminali in settori chiave dell’economia, fuga dei cervelli… No, non è l’Italia. Spesso da noi percepita come distante geograficamente e culturalmente, la Bosnia Erzegovina, in realtà molto più vicina al confine italiano rispetto a una nazione da noi sentita affine come la Spagna, presenta delle difficoltà e una realtà sociale per molti versi analoghe a quelle del nostro paese. A differenza del nostro passato recente, però, quello bosniaco è stato segnato dalla guerra più violenta consumatasi sul suolo europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale: una guerra bollata come “odio etnico” dai media mainstream, sempre alla ricerca di comodi slogan che semplifichino, anziché aiutare le persone a capire le cause profonde.

    La guerra in Bosnia è stata, secondo le parole del giornalista e scrittore Luca Leone, esperto in materia da noi intervistato per il film: «Un laboratorio dell’orrore e del male. Il nostro compito di giornalisti e scrittori è andare sul posto e raccontarla per quello che è stata. Non è stata una guerra etnico-religiosa, ma piuttosto una guerra di aggressione, combattuta da gruppi di potere che avevano il solo fine di spartirsi un paese e creare una grande Croazia da un lato e una grande Serbia dall’altro. Punto.»

    L’assetto politico attuale della Bosnia Erzegovina, complicato ai limiti dell’ingovernabilità, è frutto degli accordi di Dayton, negli Stati Uniti, firmati nel novembre 1995. Il risultato ha dato luogo a un paese “transgenico”, secondo la definizione di Leone, diviso nelle entità territoriali della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con capitale Sarajevo, a maggioranza croato-musulmana, la Repulika Srpska, a maggioranza serbo-ortodossa, con città di riferimento Banja Luka, e il distretto di Brčko. I costi insostenibili della politica, il pantano burocratico di amministrazioni locali e nazionali e una presidenza tripartita, che prevede la frequente alternanza di un rappresentante di ciascuno dei gruppi nazionali alla guida del paese, sono solo alcune delle cause alla base di una paralisi che tiene in scacco una popolazione all’interno della quale le diseguaglianze si acuiscono, anziché diminuire.

    Se da un lato le pensioni non assicurano nemmeno la sopravvivenza, dall’altro le famiglie faticano a reperire le risorse necessarie per mantenere i figli e per provvedere alla loro istruzione.

    I partiti, tuttavia, invece di rivolgere la propria attenzione verso questi problemi, preferiscono soffiare sul fuoco del nazionalismo. Il parallelismo con l’Italia è evidente anche qui: destra contro sinistra – o almeno presunte tali – da noi, partiti dei gruppi nazionalisti in Bosnia. Dietro le urla delle finte fazioni, tuttavia, la voce della gente comune rimane inascoltata, mentre essa non chiede nient’altro che di potersi costruire un futuro pacifico e ritornare a vivere armoniosamente. Proprio per tutte queste ragioni, l’esempio di Boro e di Zelenkovac sono così preziosi e valgono la pena di essere raccontati.

    La Bosnia attraverso una lente diversa. Il documentario Zelenkovac

    Documentari e réportage sulla Bosnia si limitano di solito a descrivere ciò che è accaduto durante la guerra o a presentare il profondo senso di lacerazione generato da un conflitto fratricida, a causa del quale il vicino di casa, da un giorno all’altro, è diventato il nemico dopo anni di pacifica convivenza. Dopo tali letture e visioni, il senso di frustrazione, misto a rabbia e impotenza, è l’unica cosa che rimane. La realtà presentata nel film Zelenkovac e l’esperienza stessa di Boro, invece, insegnano che anche in una situazione apparentemente priva di uscita, come quella della Bosnia di oggi, è possibile creare valore.

    «Volevo dimostrare che ognuno ha il diritto di vivere nel posto in cui è nato…», afferma con convinzione Boro, la cui “creatura” rappresenta in miniatura quanto la Bosnia ha da offrire: una natura meravigliosa, come quella che circonda Zelenkovac, immersa nel bosco; storia e arte; multiculturalità e un senso dell’ospitalità a tratti commovente. Persone come Boro, secondo quanto Luca Leone afferma nel film: «Sono come panda, che hanno bisogno di essere protetti, in quanto Boro è un esempio di uomo che ha capito come ridare speranza ai bosniaci».

    Spinti dall’obiettivo di far emergere questo tipo di atteggiamento di fiducia nei confronti della vita e di non darla vinta a coloro che prosperano sull’ “intanto non cambia niente”, abbiamo deciso di investire il nostro tempo e denaro per realizzare Zelenkovac, le cui riprese sono iniziate nel luglio 2013 e il cui montaggio è terminato a febbraio 2015.

    Un progetto autoprodotto e autofinanziatotra mille difficoltà

    Per tre di noi, Luca, Michele e io, non si è trattato del primo lavoro insieme. Anzi, la nostra amicizia è iniziata proprio conoscendoci sul precedente posto di lavoro. Tuttavia, da tempo discutevamo su come si potesse realizzare un progetto prodotto in totale autonomia. L’investimento ha riguardato le attrezzature, le spese vive, di alloggio e di viaggio per andare a girare in Bosnia – e a Modena per avere il contributo decisivo di Luca Leone – in due periodi diversi di venti giorni in totale. Se la parte riguardante il girato è andata tutto sommato liscia, una volta superati i primi due o tre giorni di ambientamento a Zelenkovac, i problemi hanno riguardato invece il montaggio. Completare un documentario che dura circa settanta minuti richiede tempo e idee in quantità. Se le seconde ci sono sempre state, la prima risorsa è invece spesso mancata. Tanti, infatti, sono stati gli impegni della quotidianità e della vita lavorativa a Genova che si frapponevano alla realizzazione del nostro progetto, portandoci via energie preziose.

    A tali ostacoli si è poi aggiunto quello linguistico: se nel realizzare le interviste, per la metà in serbo-croato, ci eravamo avvalsi dell’aiuto di amici sul posto che traducevano il senso generale delle dichiarazioni di Boro e dei suoi aiutanti, durante il montaggio si è reso indispensabile avere una traduzione dettagliata per poter operare i tagli nei punti giusti. È stato soltanto grazie all’aiuto di diversi amici serbi e bosniaci che vivevano qui o che abbiamo conosciuto in Bosnia che siamo riusciti nell’impresa. Il lavoro, comunque, è giunto al termine, con un prodotto sottotitolato sia in inglese sia in italiano.

    Il prossimo passo? Pubblicare il cofanetto (libro e dvd) Zelenkovac. Per questo motivo, abbiamo creato una pagina di crowdfunding sul sito Indiegogo, allo scopo di raggiungere la cifra minima necessaria per la pubblicazione e ci siamo riusciti, suprandola anche di qualche centinaia di euro. Ora non rimane che la pubblicazione, ultimo atto di un percorso indimenticabile.

    Daniele Canepa

  • Emergenza casa, morosità incolpevole: il Comune corre ai ripari con un fondo ad hoc

    Emergenza casa, morosità incolpevole: il Comune corre ai ripari con un fondo ad hoc

    castello-centro-storico-vicoli-4L’emergenza casa a Genova è una piaga di cui nel recente passato ci siamo occupati approfonditamente, con una lunga inchiesta divisa in tre parti (parte 1, parte 2, parte 3) e pubblicata integralmente sul numero 59 della nostra rivista. L’ultimo caso di cronaca, il tragico suicidio di Sestri Ponente nel giorno dell’esecuzione dello sfratto, ha infiammato le pagine dei quotidiani e riportato al centro dell’attenzione dei più un male endemico che riguarda non solo Genova ma tutta la penisola.

    Nei primi sei mesi del 2014 gli sfratti negli alloggi popolari genovesi sono stati 815, di cui 492 eseguiti e i restanti in via di esecuzione. E, a fronte di 3088 domande pervenute per l’ultimo bando di Edilizia Residenziale Pubblica, il Comune ad oggi ha assegnato 187 abitazioni. Bastano questi dati a rendere l’idea delle proporzioni del problema casa e dell’incapacità della pubblica amministrazione di affrontare ed estirpare la piaga con le proprie forze.

    L’ultimo tentativo di palazzo Tursi per contrastare il dilagare del fenomeno è il  Fondo per la Morosità Incolpevole avviato tramite l’Agenzia Sociale per la Casa. Si tratta di circa 671 mila euro provenienti da un Fondo nazionale creato ad hoc che garantiranno a persone che non hanno la possibilità di provvedere al pagamento di un affitto contributi fino ad 8000 euro da utilizzare per permettere la stipula di un nuovo contratto concordato o come pagamento parziale delle morosità per differire lo sfratto.

    Il Fondo tiene conto dei criteri  per l’accesso ai contributi stabiliti dal decreto ministeriale (contratto di locazione regolare, ISE non superiore a 35mila euro, ISEE non superiore a 26mila) che definisce la morosità incolpevole come “la situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare”.

    Per maggiori informazioni contattare l’Agenzia Sociale per la Casa, c’è tempo per presentare domanda sino al 31 ottobre.

  • Progettare un giardino, i consigli per un’illuminazione bella e funzionale

    Progettare un giardino, i consigli per un’illuminazione bella e funzionale

    1Uno dei temi che vengono, secondo me, molto spesso del tutto trascurati o poco considerati nella progettazione di un giardino è quello inerente alla sua illuminazione. L’ho sempre pensato, visitando parchi e case private, ma la cosa mi è parsa ancora più evidente di recente. Nel periodo estivo si vive infatti di più all’aperto e nel verde e risulta quindi più facile rendersi conto di questo aspetto e di quanto nel progetto complessivo l’elemento luce incida in contrasto con il buio penetrante delle notti estive.

    Ultimamente ho anche avuto modo di scorrere un catalogo in cui venivano riportate varie, moderne tipologie di lampade, torce, faretti o fasci di luce da giardino. Le immagini mi hanno fatto pensare a quanto le diverse tipologie di luce possano essere utili per trasformare completamente, nelle ore notturne ed in base alle esigenze del progettista, un’area a verde.

    2Ovviamente i grandi paesaggisti ben sanno che la stessa scelta cromatica delle piante, degli alberi e delle fioriture ha un’incidenza determinante nella “luminosità” notturna del loro progetto. Anche in presenza di poca luce, le piante dal fogliame grigiastro (ad es: gli ulivi), chiaro o screziato di bianco scintillano e si distinguono, nitide, nel paesaggio. Nello stesso modo, non passano certo inosservate le cortecce ed i rami di alberi quali le betulle, dal colore bianco puro e quasi metallico. La medesima considerazione può infine essere ovviamente fatta a proposito delle fioriture, specie di quelle appariscenti ed estive. Il rosa chiaro, il bianco puro ed il giallo si scorgono nettamente anche nelle ore serali o persino a tarda notte. In particolare le Hydrangee, le Impatiens ma anche la Wisteria, la Westringia, il Teucrium, solo per fare qualche esempio e moltissime altre, formano masse ben distinte ed evidenti, persino nella luce fioca.

    3In estate e specie in Liguria, se si opta per un ben dosato e diffuso impiego degli Agapanthus, nella loro varietà dalla fioritura bianca, si potranno sottolineare vialetti, accentuare e dilatare certi spazi e davvero stupire i visitatori. Le infiorescenze sono infatti assai voluminose e dalla caratteristica forma a fuoco di artificio, composte da varie corolle di forme tubolari.

    In realtà e come si sarà capito, sarebbe possibile parlare per ore dell’illuminazione di un giardino, passando in rassegna gli impieghi e le diverse tipologie di luci: siano esse radenti o meno, verticali, orizzontali, di delimitazione dei vialetti o di evidenziazione di particolari architettonici o di alberi antichi o di essenze particolarmente caratteristiche…

    4Solo per citare qualche impiego pratico, nel passato mi è capitato di vedere illuminati viali interni di accesso a ville storiche con candele o con lumi a petrolio dalle fiammelle oscillanti… in un caso due torciere inclinate sottolineavano, con studiato e voluto contrasto, l’accesso ad un maniero medioevale, uniche e sole nel buio assoluto della tarda estate… al mare e nel perenne vento delle isole greche, intere scalinate delle case sono spesso delimitate da candele in pura cera d’api…

    Anche la più prosaica luce elettrica può peraltro garantire risultati altrettanto eclatanti, specie grazie all’impiego dei moderni e poco dispendiosi led, dalle svariate tipologie di colore.

    5Per fare solo un esempio, tra le migliaia di modelli di dispositivi di illuminazione esistenti, vi segnalerò una tipologia davvero inusuale e da me recentemente vista impiegata in loco. Per colpire gli ospiti del giardino, i progettisti si sono avvalsi della collaborazione di alcuni artigiani del vetro per realizzare suggestivi “sassi” luminosi. Come ben si vede nell’immagine, essi si possono mescolare a quelli in pietra ed accendere la sera. Passano inosservati di giorno, spiccano la notte e lasciano basito l’osservatore che non si aspetta certo che persino il suolo e le pietre stesse di un giardino si illuminino di luce propria.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    bike-trialInizialmente era uno spazio verde pubblico, abbandonato all’incuria, come ce ne sono tanti a Genova e provincia. Poi un gruppo di ragazzi che da tempo frequentava la zona ha pensato di fare di quel luogo un bikepark. È la storia del Poggio Bike Park, un’area attrezzata per il biketrial a San Cipriano, il piccolo centro della Valpolcevera a pochi chilometri dai confini della città. Una storia che racconta la perseveranza dei cittadini che,  spinti dal desiderio di migliorare e valorizzare il proprio territorio in modo sostenibile e partecipativo, sono riusciti negli anni a portare a termine la loro impresa fino all’inaugurazione del nuovo park aperto agli appassionati di ogni età.

    Ci siamo fatti raccontare come è andata e che cosa succede oggi in quello spazio rinato.

    «Il percorso per la creazione del park è stato abbastanza lungo – raccontano – anticamente l’area, di proprietà comunale, era adibita a parco gioco per le abitazioni limitrofe, poi dismessa e abbandonata a se stessa per tanti anni. Noi ragazzi del posto ci andavano con le bici per costruire percorsi e salti improvvisati. Qualcun altro prima di noi, quello che poi sarebbe diventato il nostro maestro, per gli amici Johnny, aveva già adocchiato il piazzale e aveva iniziato a portarci materiale per costruire piste per il biketrial. Per un problema di permessi però, due anni dopo il Comune ha fatto togliere tutte le strutture, lasciandoci a mani vuote. È stato da quel momento che abbiamo deciso di prendere in mano la situazione e ampliare il progetto, aggiungendo anche un pistino in terra e una linea di salti ancora più grossi; così siamo andati in Comune a proporre l’idea…»

    L’idea è stata accolta con successo, ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo la burocrazia. Prima di ottenere il permesso è trascorso un anno, poi il raggiungimento di un accordo che ha concesso l’area ai ragazzi per un periodo di prova di quattro anni. Così è iniziato il via vai di camion di terra e poco alla volta il bikepark ha preso forma.  «Fortunatamente il Comune di Serra Riccò si è sempre dimostrato entusiasta del nostro lavoro, in questi quattro anni abbiamo lavorato con passione e il progetto è migliorato mese dopo mese. Scaduta la concessione il Comune ci ha suggerito di trovare un’associazione sportiva che gestisse l’area, per evitare la sua definitiva chiusura».

    bike-trial-sequenzaI ragazzi hanno così deciso di contattare una A.S.D. (Associazione Sportiva dilettantistica) genovese, non è stato difficile trovare nella Associazione Deep Bike e nella persona del suo Presidente Maurizio D’ippolito la figura adatta per poter prendere in affido il park. «Deep Bike ha completamente condiviso il nostro spirito contribuendo con le sue forze al raggiungimento dell’obiettivo. Solo alcuni condomini limitrofi all’area erano un po’ scettici, ma è bastato poco per farli ricredere».

    Il park oggi è aperto a tutti gli associati Deep Bike e la presenza di un responsabile è richiesta solo per gli ingressi giornalieri, o per la prima visita del nuovo associato. Generalmente gli associati richiedono l’abbonamento annuale comprensivo di chiavi per l’accesso al park, in questo modo possono entrare quando vogliono rispettando il regolamento interno (consultabile sul sito di Deep Bike).

    poggio-bike-parkChe cosa offre un bike park, c’è qualcos’altro di simile in Liguria?

    «Il bike park offre divertimento per tre diverse discipline, il bike trial, il dirt jump e la bmx, avendo un piazzale dedicato alle zone da trial, un anello pump track con salti in terra, gobbe e paraboliche, e una linea di salti da dirt jump. Questa sua caratteristica lo rende unico in Liguria. I bike park liguri sono generalmente dedicati al downhill e freeride, altrimenti ci sono davvero pochi luoghi dove poter praticare bike trial, o saltare in dirt o in pump track. Nessuno li unisce tutti e tre come il Poggio Bike Park!»

    Siete volontari? è il vostro lavoro? riuscite a viverne?

    «Siamo sei ragazzi volontari, con tanta passione e tanta voglia di fare, non avendo un luogo dove poter saltare, ce lo siamo costruiti! Non è il nostro lavoro anche se ci occupa parecchio tempo, abbiamo lavorato senza prospettare un guadagno, rimettendoci economicamente, ma ripagandoci di vita… cosa c’è di più bello che condividere momenti di sport e divertimento all’aria aperta in una struttura costruita grazie all’unione delle forze?. Il sorriso, il sudore lo sguardo felice delle diverse persone presenti all’inaugurazione (svoltasi il 7 giugno scorso, ndr) hanno ripagato l’impegno di tutti, Deep Bike compresa. Con gli introiti dell’ingresso giornaliero o dell’abbonamento annuale, speriamo di coprire le spese di manutenzione».

     

    Claudia Dani

  • Piste ciclabili, il progetto finanziato dal Ministero procede a rilento. Si riparte da via XX Settembre

    Piste ciclabili, il progetto finanziato dal Ministero procede a rilento. Si riparte da via XX Settembre

    bicicletta-DI2«Il progetto delle piste ciclabili a Genova procede a rilento». Ad ammetterlo è l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino, spiegando che l’interferenza con altri grandi interventi di manutenzione e riqualificazione della viabilità cittadina ha messo i bastoni tra le ruote al progetto finanziato dal ministero dell’Ambiente con 1,2 milioni euro. «D’altronde – prosegue Dagnino – la nostra è una città caratterizzata da spazi stretti, limitati in cui devono coesistere diversi servizi e molteplici funzioni: qualche problema di convivenza nasce per forza». Effettivamente molti dei grandi e annosi cantieri della città insistono proprio in alcune zone interessate dalla realizzazione della pista ciclabile: è il caso del tratto Brignole – Questura, con la copertura del Bisagno, di Fiumara – Piazza Montano, con la Strada a Mare, di San Benigno – Terminal Traghetti, con la risistemazione del nodo di San Benigno.

    «Non è possibile – tuona Enrico Musso, noto cicloamatore – che non ci sia ancora un metro di pista ciclabile sui 6 chilometri previsti. Stiamo parlando di percorsi che attraversano tutta la città ed è normale che qualche cantiere ci sarà sempre. Ma i finanziamenti ormai risalgono a parecchi anni fa». L’ex senatore ha ragione: dei 6 chilometri previsti, al momento non è stato realizzato neppure un centimetro. Per capirne le ragioni, occorre fare qualche passo indietro e un po’ d’ordine.

    Piste ciclabili a Genova: il progetto finanziato dal Ministero non è ancora partito

    bicicletta-neve-piazza-vittoria-DINel 2006 il ministero per l’Ambiente ha concesso i fondi per realizzare una pista ciclabile di circa 6 chilometri, che attraversasse tutto il centro cittadino. Sono, infatti, previsti gli allestimenti dei tratti Fiumara – Piazza Montano, San Benigno – Terminal Traghetti, itinerario ciclistico del centro storico – Porto Antico, Piazza De Ferrari – Stazione Brignole, Brignole – Stadio e Brignole – Questura.

    Il finanziamento sarebbe dovuto scadere l’estate scorsa ma l’approvazione di alcuni progetti esecutivi ha scongiurato il ritorno dei soldi a Roma. Dall’elenco va però stralciato il tratto della Bassa Valbisagno, su cui il Municipio ha posto il veto nonostante la progettazione fosse già disponibile. Progettazione che, invece, manca nella zona di Ponente, probabilmente in attesa del ritorno in servizio del raccordo di via Buozzi (anche in questo caso il blocco arriva da altri lavori, quelli del rifacimento del deposito della Metropolitana).

    Come detto, a disposizione del Comune c’è all’incirca 1 milione e 200 mila euro: al momento sono stati rendicontati solo 428 mila euro, principalmente per costi di progettazione dei vari interventi e proprio per non perdere tutti i soldi. Ma sulle spese c’è chi vorrebbe vederci più chiaro, come l’ex senatore Enrico Musso: «Togliamo pure il costo delle bici per il bike sharing, che a valore di mercato potrebbe attestarsi attorno ai 12-13 mila euro, restano comunque a disposizione 216 mila euro per ciascun chilometro di pista ciclabile da realizzare. Mi sembrano un po’ tanti per fare una riga di pittura per terra e mettere due cartelli. Vorrei capire come vengono usati questi soldi, a chi vengono dati e in quali modalità».

    Come sono stati spesi i soldi fino ad oggi?

    teatri-duse-biciDai documenti in nostro possesso non emerge il dettaglio della spesa per le nuove biciclette del servizio bike sharing ma si sa, ad esempio, che il preventivo per la realizzazione di 4 nuove “stazioni”  ad hoc presso Largo Zecca, Questura, WTC e piazza Vittorio Veneto ammonta a circa 100 mila euro. Non proprio spiccioli per un progetto che ha da sempre mostrato forti difficoltà ed è ampiamente sottoutilizzato. «Nel finanziamento ministeriale era previsto un capitolo anche su questa partita – spiega l’assessore Dagnino – e abbiamo deciso di dare ancora un po’ di ossigeno al progetto nella speranza che con l’avvio delle piste ciclabili possa risollevarsi. L’alternativa sarebbe stata chiuderlo e mi sarebbe dispiaciuto».

    La spesa più sostanziosa, naturalmente, riguarda la realizzazione concreta della pista ciclabile: la progettazione complessiva, finora, è costata circa poco meno di 65 mila euro, mentre il preventivo per l’esecuzione supera i 515 mila euro, tutto al netto dell’iva.

    All’interno di questa cifra ci sono i 160 mila euro per la tratta di via XX settembre, per la cui realizzazione è già attiva l’ordinanza. Dopo le estenuanti lungaggini per un complesso intervento sulle sotto-utenze e una complicata trattiva con il tessuto commerciale della zona, i lavori sono pronti a partire con l’allestimento della corsia in salita, parallela al marciapiede, e il leggero spostamento della corsia riservata ai mezzi pubblici. Il tratto a scendere, invece, dovrebbe arrivare alle porte dell’autunno con annessi ennesimi cambiamenti per il traffico privato. Anche le auto, infatti, potranno tornare a scendere da de Ferrari al Ponte Monumentale, parallelamente alla corsia dei bus e alla pista ciclabile. Tratto promiscuo auto-Amt, invece, nella parte bassa di via XX settembre, in cui naturalmente proseguirà anche la corsia riservata alle bici.

    Dei 515 mila euro fanno parte anche i 215 mila previsti il percorso Brignole – Questura. Benché la realizzazione di questo collegamento sia subordinata al completamento dei lavori di copertura del Bisagno, anche in questo caso è già stata predisposta l’ordinanza esecutiva perché nell’ambito del rifacimento della Stazione Brignole deve essere già contemplato il passaggio della pista ciclabile. Compreso è anche l’allestimento dell’itinerario del centro storico, che partirà a breve e che, a causa degli spazi ristretti, per normativa europea non potrà essere visivamente delimitato sulla pavimentazione ma solo con segnaletica verticale.

    Dai dati comunicati dalla direzione Mobilità non si capisce, invece, che fine abbiano fatto i tratti ponentini della pista: come detto, la progettazione manca e non è chiaro se l’importo totale previsto per la realizzazione dei percorsi comprenda anche Fiumara – Piazza Montano e San Benigno – Terminal Traghetti.

    A bilancio ci sono ancora 60 mila euro per l’installazione di 11 nuovi cicloposteggi a disposizione di tutti i cittadini: 3 a Sampierdarena (Wtc, Montano e Fiumara), 3 alla Foce (Questura, Fiera, via Rimassa), 1 in zona Stadio, alla Zecca, in Darsena, alla nuova uscita della Metropolitana in via Buozzi e in piazza Sarzano.

    Infine, esterno al finanziamento da 1,3 milioni, è in corso di progettazione anche un intervento per corso Italia: un passaggio dovuto, soprattutto quando (?) i famosi 6 km di pista ciclabile potranno arrivare fino alla Foce, anche per evitare spiacevoli commistioni con i pedoni sul lungomare.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il “Giglio ad ananas”: una pianta sudafricana dalla spettacolare fioritura estiva

    Il “Giglio ad ananas”: una pianta sudafricana dalla spettacolare fioritura estiva

    1Questa settimana ci occuperemo di una pianta, in particolare di una bulbosa, poco nota ma esteticamente molto interessante. In Italia non l’ho mai vista crescere e per questo vale la pena di parlarne nel nostro articolo. Anche chi non è esperto o non coltiva abitualmente bulbi potrà infatti conseguire, grazie alla sua sperimentazione, ottimi risultati. Il Giglio ad Ananas, come viene spesso chiamato a causa della particolare forma del fiore, è una pianta appartenente alla famiglia delle Hyacinthaceae dall’aspetto esotico ed originariamente proveniente dal Sud Africa. Il nome scientifico con cui la si individua normalmente è Eucomis.

    OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuesta bulbosa, introdotta in Europa nel diciottesimo secolo, ha avuto ampia diffusione solo da una quindicina di anni a questa parte, quando si è iniziato a scoprire che si adatta meglio di quanto si credesse al clima continentale. Inoltre è risultata essenza meno delicata di quanto l’apparenza suggerisca e persino di facile coltivazione nei giardini privati.

    La pianta produce un cespuglio di foglie verdi scure, lussureggianti e dall’aspetto tropicale. Il fiore, dalle molteplici infiorescenze tubolari sovrapposte, si sviluppa lentamente e dura a lungo nel corso dei mesi estivi, appassendo solo gradualmente e nel tempo. Ciò garantisce una fioritura prolungata, che dura generalmente per tutto il mese di agosto e settembre, quindi dalla tarda estate fino all’inizio dell’autunno.

    3Dal punto di vista colturale, l’Eucomis può crescere direttamente in terra piena, come altre bulbose estive e più delicate, predilige però terreno sciolto, ben drenato e pienamente esposto al sole. Nelle zone a clima continentale o comunque molto freddo in inverno, si suggerisce invece di piantarla in vasi di grandi dimensioni da porre in serra durante le stagioni di riposo vegetativo. I bulbi devono essere collocati in profondità nel terreno, circa a venticinque-trenta centimetri dalla superficie. Questa precauzione limiterà gli eventuali danni dovuti a gelate improvvise. Sempre per tale fine ed in aggiunta a quanto detto, si suggerisce di non lesinare sulle pacciamature, da ripetere durante la stagione invernale, con foglie, composto o persino, qualora il clima abbia da volgere di colpo al freddo intenso, con strati di pagine di quotidiani.

    4Passando ora a suggerire alcune tipologie di facile coltivazione e che garantiranno, anche al neofita, ottimi risultati, possiamo menzionare le seguenti. L’Eucomis bicolor è una delle varietà più diffuse, con spighe di uno strano color verdastro, terminanti in propaggini marroni, e con foglie nastriformi verde chiaro. La varietà Autumnalis è simile, dalle fioriture però bianco puro. Raggiunge, a pieno sviluppo, l’altezza di settantacinque centimetri. L’Eucomis Comosa è ancora di dimensioni maggiori, dal portamento imponente e dalle fioriture di lunga durata bianco verdastre intense. La tipologia “Sparkling Burgundy” presenta invece foglie scarlatte e fiori dalle macchie rossastre. Quest’ultima è indubbiamente molto particolare e merita di essere provata, nelle aiuole, in abbinamento con altre piante dalle colorazioni affini, verdi scuro o grigiastre.

    6La più spettacolare tra le varietà coltivate e mia preferita è, infine e senza alcun dubbio, la Pallidiflora. Questa è una pianta davvero gigante, dalle enormi foglie a nastro e dalle spighe floreali imponenti che raggiungono il metro e venti di altezza e che sono di un colore verde giallastro particolarissimo. Merita assolutamente di essere piantata come sfondo nelle aiuole, il risultato ricompenserà di ogni dedizione necessaria per farla sviluppare fino alla grandiosa dimensione finale.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La Genova della Grande Guerra: l’industria e il sacrificio umano, come eravamo cento anni fa?

    La Genova della Grande Guerra: l’industria e il sacrificio umano, come eravamo cento anni fa?

    Illustrazione di Nicoletta Mignone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    “Popolo grande di Genova, Corpo del risorto San Giorgio; Liguri delle due riviere e d’oltregiogo […]oggi dice la fede d’ Italia: “Qui si rinasce e si fa un’ Italia più grande”. Con queste parole, il 5 maggio di cento anni fa, Gabriele D’Annunzio incendiava la folla accorsa allo scoglio di Quarto, per l’inaugurazione del monumento dedicato alla spedizione garibaldina dei Mille. Pochi giorni dopo, il 24 maggio, il Regio Esercito italiano iniziava le operazioni militari contro l’Impero Austro-Ungarico, facendo seguito alla dichiarazione di guerra proclamata il giorno precedente. Si apriva così il fronte italiano della Grande Guerra, che da un anno stava insanguinando l’Europa, e che presto sarebbe diventata il primo conflitto su scala mondiale.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    Oggi sappiamo come andò, e quali furono i costi di quella epopea: oltre un milione di morti, tra soldati e civili (di cui molti falciati dalla epidemia di Spagnola del 1918), e una vittoria che rimase “mutilata” dal disegno post bellico della diplomazia internazionale. Un fallimento della politica e dell’economia imperialista europea, che fece germogliare i semi del totalitarismo fascista.

    Genova, lontana dal fronte, non divenne teatro fisico di questo conflitto, ma partecipò in prima linea alla mobilitazione totale che la giovane nazione italiana faticosamente sostenne in quegli anni. Lo fece con le sue industrie, con la sua terra, con la sua gente.

    A poter viaggiar nel tempo, girando per le strade del capoluogo ligure in quei giorni, gli occhi del visitatore vedrebbero ovunque un gran fermento; all’epoca, infatti, l’assetto urbano della città era in gran trasformazione. L’Esposizione Universale di Marina e Igiene Marinara e delle Colonie dell’anno precedente, aveva lasciato in eredità ai genovesi due grandi infrastrutture: lo Stadium, un enorme impianto sportivo edificato in quella che oggi è Piazza della Vittoria, e la Telfer, un trenino su monorotaia rialzata, che collegava la zona di fronte alla stazione Brignole, sede dell’esposizione, al Molo Giano, passando per quella che oggi è la Fiera del Mare. Entrambe le costruzioni fecero la loro parte durante gli anni del conflitto: lo Stadium, fu demolito per far spazio, dal 1916, ad una piazza d’armi, dove le reclute completavano il loro addestramento prima di partire per il fronte, mentre la piccola ferrovia fu convertita per il trasporto del carbone, necessario per le industrie della Val Bisagno, smantellata a fine conflitto. Anche i cantieri erano in forte attività, per garantire allo sforzo bellico del paese tutto il materiale necessario: oltre a quelli della Foce, situati dove oggi troviamo Piazzale Kennedy, furono soprattutto le catene di montaggio dell’Ansaldo a crescere grazie alle commesse dell’Esercito. Dai 30 milioni di lire di capitale sociale pre-guerra, si arriverà a 500 milioni, grazie ai ricavi ottenuti dalla produzione del 46% di tutta l’artiglieria prodotta dal paese: 3000 aerei, 96 navi da guerra e 10 milioni di munizioni. I dipendenti passarono da 17 mila del 1914 agli oltre 80 mila del 1918.

    Il conflitto, come sappiamo, divenne subito guerra di logoramento, e Genova, come tutte le grandi città del paese, fu “spremuta” per sopportarne lo sforzo: oltre all’arruolamento di massa (è difficile calcolare precisamente quanti genovesi partirono per il fronte, le stime sono dai 30 mila agli 80 mila, contando anche tutto il genovesato), vennero organizzate requisizioni  forzate di automezzi agricoli, bestiame da traino e da macello, cosa che depauperò ulteriormente l’economia ancora fortemente contadina della città. Nel 1918, quando tutto il paese era allo stremo, venne disposto l’obbligo per i proprietari di “donare” i cadaveri del bestiame, censito nel 1914, per poterne estrarre grasso per le industrie di armi. Anche le difese della città, inizialmente rafforzate, vennero via via smantellate, per fornire il fronte di più armi possibili. Questo avvenne soprattutto dopo Caporetto, nonostante la forte opposizione delle autorità cittadine, che temevano attacchi aerei, come successo a Napoli, città decisamente distante dal fronte, bersagliata dalle bombe di un dirigibile tedesco.

    Ma il “prodotto” principale di questa guerra fu l’immane tragedia umana. Genova, lontana dalle trincee, non poté sottrarsi dal penoso spettacolo dei convogli di ritorno dal fronte: centinaia di feriti e mutilati, accolti in ospedali militari adibiti in alcune scuole della città, tra cui la Garaventa, la Dapassano, la Mameli e la Chiabrera. La cosa non fece scalpore: fin dall’inizio del conflitto, infatti, molte infrastrutture scolastiche erano state requisite per far spazio a caserme, depositi e corpi di comando.

    piazza-vittoriaMa oggi, cosa rimane di quegli anni? Quali sono le tracce lasciate dalla Grande Guerra? Decine sono le lapidi, le targhe e i monumenti eretti per eternare il sacrificio dei giovani soldati, sparse per la città e i suoi sestrieri: all’epoca comuni indipendenti, quasi tutti i quartieri di Genova hanno il proprio monumento ai caduti: Sturla, Nervi, Cornigliano, Voltri, Pegli, Sestri Ponente, Quinto, Rivarolo, Bolzaneto, Prà e Pontedecimo.

    Il monumento più famoso e simbolico è senza dubbio l’Arco della Vittoria, detto anche Arco dei Caduti: ideato nel 1924, inaugurato nel 1931, è la costruzione centrale della gigantesca omonima piazza, cornice della Scalinata del Milite Ignoto, oggi conosciuta come “Le Caravelle”. Lo stile e il contesto storico in cui sorse, legano indissolubilmente questo manufatto al fascismo (tanto che tra i volti dei bersaglieri rappresentati nel fregio del lato ovest, spunta puntuale un ritratto del duce), facendo dimenticare tutte le tragedie che dovrebbe rappresentare; 680 mila, per la precisione, quanti furono gli uomini tramutati in soldati dalla legge e costretti a morire nel fango delle trincee o nei ghiacci delle alpi.

    Esistono inoltre dei frammenti urbani che raccontano storie più piccole: è il caso dell’ex orfanotrofio di Granarolo, dedicato ad Angelo Campodonico, giovane ufficiale genovese, morto ventenne sul Carso, nel 1917: una struttura composta da due edifici uguali, separati da una piccola chiesa, dove riposa il soldato, voluta e fatta costruire dal padre, e visibile da ogni parte della città vecchia. All’esterno, un cannone austriaco, trofeo della vittoria, è puntato sulla città, forse per ricordare il pericolo scampato e il significato del sacrificio di quella giovane vita spezzata, e non solo della sua.

    monumento-mutilatoIl luogo che più di tutti evoca le tragedie e le contraddizioni della Grande Guerra, rimane però la Casa del Mutilato, situata all’inizio di Corso Aurelio Saffi: edificio inaugurato nel 1938, sede della Associazione Nazionale Fra Mutilati e Invalidi di Guerra (la precedente sede genovese era in via San Donato), oggi è una quinta quasi dimenticata della vita frenetica della città. Sulla facciata, tra due teste di medusa, campeggia la scritta “La Guerra è una lezione della Storia che i popoli non ricordano mai abbastanza”, autore Carlo Del Croix, fondatore dell’ANMIG, orrendamente mutilato durante la guerra, divenuto orgogliosa bandiera del fascismo prima, e del Partito Monarchico poi.  Al suo interno troviamo opere dedicate alla tragica sorte dei soldati, tra cui il Monumento al Mutilato, dove un fante esausto è sorretto da una magra e anziana signora incappucciata e un soldato, che gli indica, con un braccio senza mano, il futuro di sofferenza che ha davanti. Autore della scultura Eugenio Baroni, lo stesso che realizzò il monumento di Quarto dedicato ai Mille, sotto il quale, tra l’entusiasmo inconsapevole della folla, la corsa verso l’inferno delle trincee era incominciato.

     

    Nicola Giordanella

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60 di Era Superba

  • Parchi liguri, le risorse non bastano più. I direttori lanciano sos alla Regione Liguria

    Parchi liguri, le risorse non bastano più. I direttori lanciano sos alla Regione Liguria

    Lago del Brugneto LiguriaNel 2013 la Regione Liguria aveva pensato di accorpare gli Enti Parco in un unico ente creando cinque sezioni territoriali. L’idea dell’ente unico doveva rispondere a un’esigenza di spending review dettata dallo Stato centrale. A quell’epoca la voce dei parchi liguri e dei comuni interessati si era levata per evidenziare le difficoltà che si sarebbero create con una direzione centrale che non poteva conoscere le reali e diverse esigenze di ciascun territorio. Lo “spauracchio” dell’ente unico è svanito, quando sempre nel 2013 la Regione è tornata sui suoi passi e ha rinunciato al progetto. Si è comunque deciso di dar luogo a una serie di razionalizzazioni e messa in comune di servizi per ridurre i costi. Gli enti parco sono rimasti quelli esistenti prima della bufera: Alpi Liguri, Antola, Aveto, Beigua, Monte Marcello-Magra e Portofino.

    A distanza di due anni siamo andati a sentire le loro voci, a farci raccontare come se la sono cavata e quale è la situazione attuale. La questione dal punto di vista politico è ancora aperta, la domanda che gli enti pongono all’unisono alla Regione Liguria è semplice: quale politica si intende adottare riguardo gli enti e il turismo ambientale?

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    «Da allora ci sono stati tagli diretti e indiretti sui bilanci degli enti – ci racconta Alberto Girani direttore dell’Ente Parco di Portofino – il primo diretto è quello del mancato trasferimento dell’ecotassa (finanze che derivano dalla raccolta differenziata) che corrisponde ad un 10% del totale, l’altro deriva dalla declinazione delle nuove politiche europee in Liguria, nella quale scompaiono i fondi per la biodiversità, che avevano dato respiro e significato negli ultimi anni all’azione dei parchi».
    Le voci di ciascun parco concordano sul fatto che i finanziamenti della Regione pur essendo sempre presenti sono appena, e a volte nemmeno (dipende dal parco stesso e dalle sue caratteristiche) sufficienti a coprire le spese ordinarie.

    La S.U.A.R e i lavori nei parchi

    La Stazione Unica Appaltante Regionale opera all’interno del settore Amministrazione generale della Regione Liguria, è stata pensata per cercare di avere un maggiore controllo sulle gare d’appalto della Regione.
    L’obbligo dei parchi di doversi affidare alla Suar, regola introdotta in quei mesi di bufera, per gli appalti economicamente più significativi (sopra i 40000 euro) ha comportato soprattutto il dilatarsi delle tempistiche delle procedure. «Sono due le cose che posso lamentare, da un lato le lungaggini eccessive derivate dall’obbligo dell’utilizzo della Stazione Unica – continua Girani – e dall’altro che non sempre gli esiti delle gare forniscono la soluzione migliore, soprattutto per un ente come il nostro che aveva instaurato un rapporto con alcune realtà locali snelle e operative». Anche Eligio Bertone direttore del parco Alpi Liguri, Paolo Cresta direttore del parco dell’Aveto e Roberto Costa direttore del parco Antola confermano le problematiche legate alla Stazione Unica. «Il ricorso alla Suar ha comportato un’evidenza dei bandi a livello regionale e sovraregionale – commenta Costa – con la conseguenza di appesantire notevolmente le fasi di monitoraggio delle offerte e alle gare, anche per via della crisi economica in atto, partecipano una gran quantità di imprese provenienti da ogni dove, spesso con scarsa conoscenza del territorio e frequentemente con ribassi d’asta tali da suscitare preoccupazione in merito alla buona esecuzione dei lavori, con il risultato che le imprese locali lavorano molto meno (e ciò il territorio lo percepisce come un danno) e quasi sempre nel ruolo di subappaltatori, mentre il rispetto dei tempi di lavoro è spesso disatteso (con rischio di perdita di fondi quasi sempre legati a tempi di conclusione e rendicontazione molto stretti), e la qualità va controllata in modo certosino per evitare lavori mal eseguiti».

    La situazione attuale

    Come detto, il problema di fondo è che gli enti parco tendono a sopravvivere, cioè a coprire a malapena le spese ordinarie (stipendi, costi vivi, comunicazione…) e i tagli hanno ovviamente aggravato la situazione. Manca una politica regionale orientata a “favorire” il turismo ambientale, potenziale fonte di ricchezza per la nostra regione. «Per i parchi non esiste nessuna seria politica di modernizzazione da parte della Regione e sembra assai lontana la presa d’atto che questo potrebbe essere il nostro turismo di punta – racconta amaro Girani – siamo sottoposti a poteri che non ci mettono nella posizione di reagire. Se si continua così, la chiusura dei parchi verrà attuata per progressivo soffocamento e innocuizzazione degli enti». Dal parco dell’Aveto Cresta aggiunge che non si può pensare di essere in ripresa finché non si potranno ripristinare almeno i fondi di bilancio utili alla permanenza degli enti e al loro bene operare, che sono già stati tagliati a partire dal 2010 e tuttora progressivamente di anno in anno «per ora riusciamo a sopravvivere – continua – ma ci sono state attribuite una serie di incombenze nuove o straordinarie che comportano sforzi lavorativi e organizzativi al di sopra delle capacità degli attuali organici». Sulla stessa linea Costa dell’Antola: «per il 2015 siamo riusciti a salvare sui bilanci regionali gli stessi importi del 2014 con la significativa differenza che da ormai tre anni molte delle attività erano finanziate dall’ecotassa che ora non c’è più, questo va a tagliare azioni come l’educazione ambientale, la manutenzione e la pulizia dei sentieri…»

    Tagliare ancora metterebbe in dubbio l’esistenza stessa degli enti. Nel 2014, dopo la querelle ente unico si percepiva da parte della Regione lo sforzo di permettere la sopravvivenza dei parchi. Grande sostegno finanziario arrivava dall’ecotassa. Diversa la prospettiva per quest’anno, che vede la sola conferma dei fondi 2014 e il sospetto che gli enti parco non siano ritenuti essenziali alla politica regionale è sempre più fondato: «in Regione ci sono due volontà – attacca Girani – quella politica che prevede di utilizzare gli enti parco per la realizzazione di politiche territoriali, l’altra, che emerge nei fatti, di dissolvere i parchi ritenuti non essenziali alla strenua di un ente qualunque, che deve estinguersi, anche se in maniera meno traumatica di come è stato fatto, unico caso in Italia, per le comunità montane. I comuni e tutte le realtà territoriali pensano che con la sparizione delle provincie non ci siano più riferimenti locali che possano sviluppare delle politiche locali efficaci – prosegue – si tratta di una questione politica aperta».
    Aperta e, più che altro, ben lontana da una definizione. Perché al momento non c’è nemmeno chiarezza sugli obiettivi che i singoli enti parco devono raggiungere.
    «I soldi che riceviamo li utilizziamo per tutelare l’ambiente e grazie a questo fornire servizi e opportunità ai cittadini; ma se dobbiamo iniziare a ragionare come un’azienda capace di produrre profitti allora cambia tutto, servono investimenti e a queste condizioni non è possibile. È un po’ come arare un campo con un carro armato, o meglio andare in guerra con un trattore», conclude Girani.
    «La nostra disponibilità di risorse è legata quasi esclusivamente all’accesso a bandi di finanziamento nazionali e/o comunitari – aggiunge Costa – peraltro quasi tutti gravati dal vincolo di un co-finanziamento al 20% (quello che dovrebbe reperirsi fra i fondi regionali che da soli riescono a malapena a coprire le spese) reso spesso impossibile dalle scarse risorse disponibili».

    Prima delle elezioni avevamo parlato con l’ex assessore al bilancio Pippo Rossetti che, ben conscio della situazione che attanaglia i parchi liguri, aveva sottolineato l’impossibilità di fare di più con i denari a disposizione della Regione. «Concordo sul fatto che siano soggetti da potenziare – le aprole dell’ex assessore – ma questa mia convinzione si scontra con la realtà attuale, dove i soldi bastano appena “per rimanere in piedi”. Come accaduto per i parchi, buona parte dei servizi regionali ha subito tagli della finanziaria (120 milioni per la Regione Liguria), siamo stati costretti a fare dei sacrifici in alcune aree, cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto».

    In parole povere, dobbiamo già essere contenti del fatto che gli enti parco esistano ancora. E pazienza se al momento le risorse non bastano nemmeno per pulire i sentieri, bisogna guardare al futuro con ottimismo. Quasi una barzelletta.

    Claudia Dani

  • Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    barche-pesca-d1Ami, esche, lenze, canne, fiocine, reti, nasse. Bolentino, gozzo, lampara e sagola. Ci siamo cresciuti in mezzo a questi termini, ce li insegnavano a scuola durante le immancabili uscite didattiche; eppure che cosa sappiamo, noi liguri, del pesce, che a volte ci dimentichiamo persino di comprarlo, e finiamo per cercarlo solo al ristorante?
    Molta parte del nostro essere liguri, entroterra e monti compresi, attinge essenza ed unicità proprio dalle acque che abbiamo di fronte, e noi, che non siamo molto disponibili a farci carico “anche” dei problemi del mare, alla fine non sappiamo bene cosa c’è dietro quelle onde e come succede che i suoi frutti, cioè il pesce, arrivino sulla nostra tavola.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 60  di Era Superba

    Abbiamo incontrato Stefano, pescatore dilettante e pescivendolo professionista nella grande distribuzione, che vuole mantenere l’anonimato perché, mi dice, se racconta tutto quello che ha imparato in questi anni rischia di perdere lavoro e clienti.
    La leggenda del pesce che arriverebbe prima a Milano che nel suo negozio genovese me la conferma, e, per la precisione, aggiunge che la nostra città è solo terza: «prima che da noi il pescato passa anche da Torino. Questo perché si tratta di città con un mercato ben diverso dal nostro, gli acquirenti sono disposti a pagare di più per lo stesso branzino che potrebbe essere venduto a Genova. Si parla ovviamente di grande distribuzione: in questo caso quando arrivano i pescherecci caricano il pesce sui camion che lo trasportano prima di tutto a Milano; quello che resta viene offerto a Torino e dopo quello che non ha trovato mercato in queste città riparte per la Liguria. Ciò è vero però solo se parliamo di pesce di una certa pezzatura, molto omogenea, ed anche un pesce pregiato, quello dei menu di livello». L’acciuga, ad esempio, pesce popolare altamente deperibile, non può certo permettersi di compiere un tale tragitto, ed è molto probabile che sia venduta a Genova e che, anzi, a Milano talvolta non arrivi nemmeno, perlomeno non quella ligure, se non espressamente richiesta.

    pesca-pesce-d3«Nella nostra regione – racconta sempre Stefano – il mercato del pesce più esclusivo spesso non passa neanche dalle pescherie, ma si conclude fra il pescatore ed il diretto acquirente, che sia un privato o un ristoratore. Io, ad esempio, ho una lista di persone che aspettano solo di essere chiamate: quindi se oggi pesco totani chiamo il cliente che mi ha detto che li vorrebbe, o quello che comunque li prende sempre; se pesco, che so, la ricciola, chiamo chi ho in lista per quello e così via. Non vado neanche a vedere i prezzi che fa il mercato per quei pesci, io voglio vendere il pescato e so che, avendo una bella lista di clienti, difficilmente mi rimarrà invenduto. Ecco, il milanese, il torinese, una cosa così non possono averla, devono passare comunque attraverso gli intermediari e non trattando direttamente con chi pesca è ovvio che molto spesso devono prendersi pesce di vivaio o proveniente dall’estero, spesso da Croazia e Grecia».

    Non c’è dunque un solo tragitto del pesce, ma bisogna distinguere fra vendita diretta e altri canali. Immaginiamo, però, che ciò non sia il massimo per pescatori professionisti e pescivendoli… «eppure secondo me c’è spazio per tutti – continua Stefano – il pescatore dilettante non è che ruba quote di mercato al super, peschiamo letteralmente in acque diverse, non mi sento in colpa, vado solo quando e se posso, per me è poco più di un passatempo. E poi devo dirlo, chi vuole del pesce sicuro al cento per cento deve per forza muoversi così…».

    Da questo punto di vista, un rapido giro nei supermercati sembrerebbe confermare questa tesi, il pesce, quando ha la provenienza indicata, tradisce molto spesso la propria origine remota e porta scritto “ Oceano Atlantico” oppure “Mare del Nord”. Ma come fa ad essere fresco?
    Proviamo a sentire qualcuno che dal “pan do ma” come chiamavano un tempo le acciughe, ricava la maggior parte del proprio reddito. Abbiamo rintracciato il capitano dell’Aquila Pescatrice, Simone Orecchia, pescatore professionista che fa da 10 anni questo lavoro. «Per quanto riguarda la grande distribuzione, come da noi partono i camion per Milano, anche a Genova arriva ogni giorno il camion con il pesce da Amsterdan, che è il mercato del Mare del Nord, da Sète in Francia e dalla Croazia. Arriva poi una volta alla settimana dalla Spagna, mentre dalla Grecia tutti i giorni, a volte anche con l’aereo. Questo pesce arriva con un aspetto davvero invitante, vengono preparate cassette appositamente con pesci di qualità diverse per farli sembrare più “artigianali”: un pagaro, una ricciola, un tonnetto, li spruzzano con acqua fredda, acido di limone e ghiaccio, talvolta pochissima acqua ossigenata se ci sono polpi o seppie. Niente di velenoso o nocivo, sia chiaro, però il cliente dovrebbe sapere che sta comprando il pesce che sembra fresco mentre ha già un paio di giorni. Quindi, prima di affermare il fatto che il pesce arrivi prima in un posto piuttosto che in un altro, bisognerebbe capire da dove arriva, intendo dire da dove arriva davvero».

    [quote] A noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi…»[/quote]

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    Qui in Liguria ci sono 600 licenze di pesca attive, da professionisti – racconta il capitano dell’Aquila Pescatrice (nella foto) – e lampare grandi come la nostra ne esistono 13 in tutto, 5 a Genova, 3 a Sestri Levante, 1 ad Imperia e 4 a La Spezia: erano 20 una decina di anni fa, ma la pesca è decisamente un’attività in calo, specialmente quella tradizionale che pratichiamo noi“.

    L’Aquila Pescatrice va soprattutto ad acciughe, tempo permettendo tutti i giorni tranne il sabato notte, e riforniscono in questo momento due mercati: Genova e Savona. Questo perché le acciughe non possono fare tanta strada… «Appena sbarcati ci sono i camion del mercato di Genova e di quello di Savona, si caricano metà cassette ciascuno e vanno diretti al mercato. Se abbiamo molto pesce, o delle varietà diverse, una parte va al mercato in Darsena, che hanno chiamato Street Fish perché i clienti possono direttamente andare a comprare il pesce già cucinato in maniera semplice, quindi fritto, al forno oppure in carpaccio, e anche trovare quelle varietà che prima ho definito “diverse”, ovvero quelle che il pescivendolo magari non mette sul banco. A questo proposito devo dire che a noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi».

    Abbiamo chiesto un intervento nel dibattito anche a Lorenzo Viviani, biologo e pescatore: «a volte i pesci dalla Spagna, Turchia o Croazia vengono trattati con il cafados, una sostanza vietata in Italia e che può diventare tossica ma che “cristallizza” l’aspetto del pesce, così che sembri sempre brillante e quindi fresco – spiega – però non interrompe il degrado interno delle carni, che continuano a produrre sostanze che possono essere nocive per l’uomo. Purtroppo l’unica arma di difesa è assaggiare, ma a quel punto l’acquisto incauto è già stato fatto. Poi, sia chiaro, magari il pesce d’importazione non è necessariamente trattato o necessariamente peggiore, ma in ogni caso il cliente deve essere messo in grado di scegliere, sapendo per che cosa sta spendendo il proprio denaro».

    Quindi possiamo affermare che il pesce può giungere in tavola direttamente dal mare davanti a casa o dopo un viaggio in aereo neanche troppo breve senza che ai nostri occhi faccia troppa differenza? E se l’unica garanzia è rivolgersi ad un pescatore “di fiducia”, questo crea danni al “sistema pesca”?

    darsena-barche-pesca-d4Risponde il capitano Orecchia: «A Genova e forse in tutta la Liguria circa il 75% del mercato locale è fatto dai venditori “abusivi” cioè i pescatori dilettanti che una sera ogni tanto escono, pescano quello che possono, e vendono ai loro clienti che aspettano pazientemente (come ci ha raccontato Stefano, n.d.a.). Il pesce è buono e nessuno fa danni alla salute altrui, ma al sistema sì perchè questi non hanno ovviamente partita Iva, non vivono sui proventi della pesca e non pagano le tasse». La Regione Liguria cerca di fare qualcosa, si parla del taglio alla pinna caudale per alcuni tipi di pescato da parte dei dilettanti, ai quali ha anche imposto l’obbligo di registrarsi per poter pescare in mare.
    «Tuttavia, a onor del vero, il rischio maggiore per il nostro lavoro non sono i dilettanti che vendono abusivamente, ma i grandi gruppi di pesca intensiva che battono il Meditarraneo rispettando solo le proprie regole. La Comunità Europea, ad esempio, ha sospeso la caccia al tonno, con ragione almeno fino a poco tempo fa, e noi dobbiamo vedere le tonnare cinesi di 80 metri nelle acque (internazionali, ma pur sempre del Mediterraneo) catturarli legalmente sotto i nostri occhi. In più, oltre che per il tonno, queste squadre praticano una pesca intensiva, non tanto per l’utilizzo del sonar, che usiamo anche noi per accorciare i tempi, ma perché quando scandagliano i fondali con lampare di 50 o 60 metri se trovano branchi di pesce non smettono finchè non li hanno tirati su tutti. Loro non rientrano mai nel porto, il personale fa i turni sulle barche d’appoggio e quando se ne vanno via non c’è più un pesce. Per fortuna ora hanno vietato l’uso dell’elicottero, perchè in questo modo dall’alto battevano i fondali palmo a palmo e chiamavano i pescherecci nella zona precisa dove c’era il branco. Qui da noi è tutto molto più artigianale, tradizionale, da noi pescare è ancora sinonimo di passione e mestiere, quello antico. Noi quando troviamo un branco, per esempio lo scorso inverno abbiamo catturato 140 ricciole, beh, ovviamente cerchiamo di prenderne finché si riesce, poi rientriamo. Magari là sotto ce n’erano più di 800… Questa è la nostra pesca».

     

    Bruna Taravello

    L’inchiesta integrale sul numero 60 di Era Superba

  • Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    1In questo articolo vi parliamo di un’altra interessantissima iniziativa sul tema del Verde e sul suo inserimento in una moderna metropoli d’oltreoceano. Questa volta torniamo a New York ed in particolare a Brooklyn. Questo quartiere sta infatti attraversando una fase di vera e propria rinascita, anche sotto il profilo della maggiore attenzione all’ecologia ed allo sfruttamento dello spazio. Tre anni fa, i soci fondatori delle Brooklyn Grange Farms hanno dato vita ad un ambizioso progetto: realizzare degli orti sui tetti dei palazzi cittadini.

    3Anastasia Cole Plakias è una delle ideatrici. Divide oggi il suo tempo tra una acclamata trasmissione radiofonica sul tema della cucina, la coltivazione di ortaggi e persino l’apicoltura. Le Brooklyn Grange Farms includono due distinte “fattorie” in cui si producono sia prodotti destinati ai ristoranti cittadini che al mercato newyorkese, il tutto su un’estensione complessiva di ben due acri e mezzo. Ogni anno si raccolgono, su queste aiuole, svariate migliaia di libbre di ortaggi, tolti dal terreno alla mattina presto e trasportati direttamente la sera stessa ai destinatari finali. Su questi tetti si trova anche il più grande centro di produzione di miele, cera e derivati di tutta New York; esso comprende oltre trenta distinti alveari, tutti perfettamente funzionanti.

    2La sfida iniziale più ardua da affrontare per il primo dei due “tetti verdi”, al di là di far approvare un progetto del tutto innovativo, è poi consistita nel trasportare in cima al palazzo ben cinquantaquattro tonnellate di terra, senza l’utilizzo di alcun ascensore!

    4L’iniziativa, sebbene sia principalmente sostenuta con fondi privati e donazioni via internet, ha ottenuto molti riconoscimenti e sta riscuotendo tutt’ora un enorme successo. I tetti producono infatti ortaggi in grandi quantità ma vengono anche utilizzati per lezioni di yoga, visite guidate, incontri delle scolaresche e per aperitivi o cene con un’incredibile vista su tutta New York.

    5Le Brooklyn Grange Farms sono, in fondo, la dimostrazione più concreta di come sia possibile ottimizzare gli spazi, creare aree verdi dai positivi effetti ambientali e persino spazi di socializzazione tra gli abitanti delle metropoli.

    6Gli ortaggi crescono poi, grazie all’esposizione favorevole, al terriccio facilmente coltivabile, all’irrigazione ed alle temperature elevate, di ottima qualità. Visitando i luoghi prima e dopo la realizzazione dei progetti, la differenza è infine enorme. Pochi centimetri di terriccio hanno infatti trasformato, in un brevissimo lasso di tempo, assolate ed inospitali superfici in cemento in uno spazio verde, caratterizzato dalle più diverse forme e sfumature degli ortaggi. Come loro quasi surreale sfondo vi è tutta New York, grigia e scintillante grazie ai suoi grattacieli, tra i più noti al mondo.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Piazza Caduti Partigiani Voltresi, la riqualificazione voluta dai cittadini diventa realtà

    Piazza Caduti Partigiani Voltresi, la riqualificazione voluta dai cittadini diventa realtà

    Giardini Caduti Partigiani Voltresi“Uno spazio pubblico innovativo, dinamico e multifunzionale, partendo dal basso, dalle esigenze dei cittadini. Una piazza dotata di tutte le carte in regola per diventare un luogo “aperto”, simbolo identificabile del quartiere di Voltri“. Era l’ottobre del 2012 quando incontrammo per la prima volta i ragazzi del laboratorio di progettazione Zerozoone per parlare del progetto di riqualificazione di Piazza Caduti Partigiani Voltresi (qui l’approfondimento).  Superato il periodo di impasse dovuto alla mancanza di fondi che aveva fatto temere il definitivo accantonamento nonostante l’ok in sede di conferenza dei servizi, è finalmente arrivata l’apertura del cantiere per la realizzazione del primo lotto di intervento che prevede la riqualificazione della pavimentazione della piazza e il collocamento delle “sedute”. Un primo passo, funzionale e propedeutico alla realizzazione di quelli successivi, ovvero i restanti tre lotti come da progetto iniziale, fondi permettendo. Ma aldilà degli aspetti economici legati al futuro, la realizzazione degli interventi previsti in questa prima tranche  rappresenta comunque un successo per i promotori dell’iniziativa oltre che un’opera sicuramente migliorativa del contesto urbano. Per presentare il progetto voltrese, il laboratorio Zerozoone è stato invitato alla Biennale dello Spazio Pubblico che si è tenuta a Roma a maggio e per l’occasione è stato aperto il gruppo su facebook “PIAZZAgioco _URBANcare”.

    Ma facciamo un passo indietro. Tutto nasce nel novembre 2009, quando numerose realtà associative (“Ponente che Balla”, “La Spiaggia dei Bambini”, “Gli Amici del Mare”, solo per citarne alcune) ed un gruppo di genitori dei ragazzini che abitualmente giocano nel campetto asfaltato della piazza, si rivolgono al Laboratorio Zerozoone (collettivo di architetti, alcuni di loro abitanti del quartiere) al fine di elaborare una proposta in grado di riqualificare un’area di circa 1900 metri quadrati che versa in condizioni di degrado. Dopo un percorso ad ostacoli lungo tre anni fra pratiche burocratiche e permessi, la perseveranza dei promotori del progetto viene premiata nel novembre 2012 con l’approvazione in conferenza dei servizi.

    «Il progetto è volto ad incrementare la qualità estetica, cioè la bellezza, e i valori dell’area in oggetto, rendendola utile e utilizzabile da tipologie diverse di persone: bambini, giovani, scuole, famiglie, anziani, associazioni; con tempi e modalità differenti a seconda delle stagioni, degli orari e delle prospettive di utilizzo seguendo di fatto nuove coordinate interpretative. L’intervento non vuole essere solo un’operazione di risanamento dell’area, bensì un’azione dimostrativa che migliori gli standard di confort urbano e di uso delle risorse con un insieme di interventi sperimentali a valenza estetico-funzionale. Il progetto – raccontano dal laboratorio Zerozoone – vorrebbe inoltre innescare un processo di rigenerazione che abbia una risonanza su tutti quegli spazi del territorio genovese che allo stato attuale sono di fatto virtuali e non utilizzati. Un’opportunità di fare esperienze condivise attraverso un abitare consapevole degli spazi pubblici, coinvolgendo beneficiari diretti e indiretti che in forme e modi differenti contribuiscono all’esperienza progettuale».

    Ad oggi è stata messa in opera la pavimentazione centrale in elicotterato per lo svolgimento di giochi liberi e di eventi come quelli che da anni l’associazione “Ponente che Balla” svolge in piazza. Inoltre, è in opera in questi giorni la realizzazione dell’anello esterno che ha come funzione quella di includere sedute di diverse lunghezze che sono raccordate al pavimento tramite rampe per poter essere utilizzate oltre che come panchine anche per percorsi adatti a skaters.

    Dal primo giorno di avvio dei lavori Zerozoone ha realizzato un laboratorio mobile al fine di rendere vivo il cantiere e dare la possibilità ai cittadini di avere un’ interfaccia attiva di approfondimento, oltre ad essere un’occasione per raccogliere idee e proposte per il territorio del Municipio VII Ponente.