Autore: erasuperba

  • Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    GenovaLa settima arte ama Genova, da sempre. Negli ultimi anni il capoluogo ligure ha ospitato soprattutto spot pubblicitari e riprese televisive, ma è proprio attraverso il cinema che la città, probabilmente anche oltre le intenzioni dei vari registi, ha spesso assunto un ruolo da protagonista, trasformandosi da semplice quinta scenica a vera diva della storia.
    Non vogliamo elencare qui tutti i film che sono stati girati a Genova, abbiamo scelto quelle pellicole dove a nostro giudizio la nostra città è riuscita a dare il meglio di sé. E, in questo senso, non si può che partire citando il meraviglioso Le Mura di Malapaga del 1949, film con il quale il regista René Clement vinse a Cannes e guadagnò l’Oscar Onorario nel 1950 come miglior film straniero (le attuali categorie furono introdotte solo nel 1956).
    Questa pellicola, solitamente trasmessa ad orari impossibili sulle reti minori delle tivù generaliste, si può ora fruire più facilmente grazie alla rete, e ci mostra struggenti immagini di una Genova che fu. Il film fu girato intorno alle attuali Piazza Cavour, via del Colle, Sottoripa; le Mura del titolo in realtà appaiono raramente, ma poiché erano il luogo dove anticamente venivano incatenati e lasciati a patire fame, sete e freddo all’aperto coloro che non onoravano i propri debiti, hanno una valenza fortemente evocativa rispetto alla trama.
    Vedere Jean Gabin che, in uno splendido bianco e nero, si aggira lungo i negozietti di Sottoripa, percorre i vicoli fino alla bettola dove incontrerà Marta (una dolente Isa Miranda che vinse a Cannes come attrice protagonista), ci fa inevitabilmente riflettere su quanto abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi, e su quello che non potremo più vedere. La scelta della location genovese del film pare si debba allo sceneggiatore, Alfredo Guarini, marito di Isa Miranda nato a Sestri Ponente.

    una-voglia-da-morire-img-87247Da un film pluripremiato ad uno volutamente dimenticato: Una voglia da morire, film del 1965 di Duccio Tessari con Raf Vallone e Annie Girardot, una commedia con tinte gialle dove si racconta di una coppia di amiche, signore dell’alta borghesia milanese, che, in vacanza ad Arenzano, decidono quasi per gioco di prostituirsi con i camionisti di passaggio sulla statale. In questo caso la nostra regione, luogo del delitto, risulta più evocata che mostrata: in ogni caso la pellicola fu sequestrata ed il regista denunciato per oscenità; solo due anni dopo caddero le accuse, ma il film non ebbe più alcuna visibilità e della bobina risulterebbero sopravvissute solo due copie.

    In quegli anni la nostra città non era certo in gran spolvero dal punto di vista turistico. Incerta sul come ricostruire il complesso di Madre di Dio, il Carlo Felice ed il Porto Antico, stretta fra gli Anni di Piombo che erano già iniziati ed un ruolo industriale sempre più arduo da sostenere, vede i set spostarsi verso il Ponente cittadino: Cornigliano ed il gasometro dell’Italsider (abbattuto nel 2007) sono i protagonisti di molte scene clou del B-movie Mark il poliziotto spara per primo del 1975, con sparatorie, inseguimenti e l’allora divo dei fotoromanzi Franco Gasparri che sgommava a bordo di una Lancia per le vie del quartiere.

    Padre-e-figlio-Placido-Campa-1994Il gasometro sarà poi ancora la location all’ombra della quale si dipana la vicenda di Padre e Figlio, il film del 1994 di Pasquale Pozzessere, dove un padre (Michele Placido) portuale a Genova, deve affrontare il figlio, Stefano Dionisi, che rientrando dal servizio militare (altra cosa smantellata, al pari dell’ Italsider) non ha alcuna intenzione di ereditare il lavoro del padre preferendo vivere di espedienti e sognare la fuga, in qualsiasi modo riesca ad ottenerla.
    Qui abbiamo riprese del quartiere mentre il ragazzo vaga rabbiosamente in moto, soffocato fra acciaierie e Stazione merci , ed attraverso lo scontro generazionale viene offerto il ritratto di una città che sa perfettamente di non poter proporre il vecchio modello di economia statalista ma è incapace di trovarne uno nuovo, così che, vent’anni dopo, siamo ancora tutti intorno al capezzale della capacità produttiva di Genova.

    Ma se molto incerto è il cammino industriale e commerciale, molto più spedito, per fortuna, è stato quello culturale ed ambientale. Pur fra mille passi falsi, partenze in salita e dubbi, dalle Colombiadi del 1992 in poi l’attrattiva turistica di Genova si è sviluppata quasi senza che i cittadini se ne rendessero conto. Grazie poi alla costituzione, nel 1999, della Genova Liguria Film Commission, Fondazione creata da Regione Liguria, Comune di Genova ed altre realtà territoriali liguri, che ha come scopo il marketing territoriale, la produzione audiovisiva è letteralmente esplosa nel nostro territorio. Non solo: prima della GLFC esisteva la Italian Riviera Alpi del mare Film Commission, sulla falsariga dell’esempio americano e fra le prime ad essere attive in Liguria; lo scopo, oltre a promuovere il territorio, è anche facilitare l’ottenimento di permessi, autorizzazioni, collaborazioni da parte di privati per concedere i propri beni durante le riprese.

    giorni-nuvole-albanese-buyGrazie a questa preziosa sinergia fra privati, enti locali ed operatori si sono arrivate in città, solo per rimanere al cinema, nel 2004 Agata e la tempesta del regista Silvio Soldini, che poi, innamorato della magia del luogo, nel 2007 ambienterà qui anche Giorni e nuvole, con Margherita Buy e Antonio Albanese.
    Fra queste due pellicole c’è la produzione internazionale del film Genova di Michael Winterbottom, che vede Colin Firth (Premio Oscar per Il discorso del Re nel 2011) nella parte del vedovo che, arrivato in città con le due figlie, proprio da Genova prova ad iniziare una nuova vita dopo il lutto.

    In queste ultime produzioni la città, con le due riviere, vengono inevitabilmente messe in bell’evidenza; non a caso si sono anche moltiplicati spot pubblicitari, videoclip e serie televisive ambientate fra il Porto (una delle viste più gettonate, spesso dal mare ma anche dalla Spianata) i vicoli e Corso Italia.

    A partire dal 2010, poi, tutte queste produzioni possono contare sul Cineporto, la palazzina ex- Italsider, di fronte all’altoforno, integrata con la non distante Villa Bombrini, dove Genova Liguria Film Commission ha la propria sede.  E tutto questo, oltre all’indubbio ritorno di immagine per la nostra Regione, rappresenta un giro di affari di tutto rispetto: l’area ospita infatti 44 piccole imprese e diversi studi professionali con un centinaio di persone occupate ed un indotto in costante crescita (dati maggio 2014).
    È addirittura di questi giorni l’uscita di un bando che per la prima volta mira a sostenere le piccole produzioni audiovisive locali, istituito proprio dalla Genova Liguria Film Commission: l’iniziativa si chiama Sarabando (sic) e resterà aperta fino al 30 gennaio 2015.

    Insomma, qualcosa si muove e, sia pure in minima parte, prova a rimediare ai numerosi danni causati da una crisi feroce che a Genova ha forse mietuto più vittime che altrove.
    Perché se è pur vero che oggi con la cultura non si mangia, a volte però qualche pranzetto aiuta a prepararlo.

    Bruna Taravello

  • La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    trebah_gunneraSempre in tema di piante poco note o inusuali, questa settimana parleremo della Gunnera. Questo genere appartiene alla famiglia delle Gunneraceae che comprende numerose varietà, principalmente provenienti dal Sud America o comunque da aree del pianeta a clima subtropicale. Ne esistono in natura tipologie di piccole dimensioni ma la Gunnera è nota proprio per essere pianta dal portamento imponente.

    Vi sono infatti cespi che producono foglie, su di uno stelo alto svariate decine di centimetri, che possono raggiungere i tre metri di larghezza e persino i nove di lunghezza. Le Gunnere fioriscono poi in modo altrettanto incredibile. Dal centro del cespuglio, spuntano infatti numerose pannocchie di grandi dimensioni, di colori verde, giallastro bruciato. Le foglie, dal colore intenso, sono profondamente incise, dal margine dentellato e talvolta presentano, nella pagina inferiore, sorte di spine flessuose e molli.

    gunnera2La Gunnera dà il suo meglio in terreni ricchi, fertili e profondi, preferibilmente in zone soleggiate o a mezz’ombra. Il suolo deve essere poi estremamente umido, specie nei periodi caldi o d’estate. Il cespuglio cresce in modo particolarmente soddisfacente soprattutto a ridosso dei corsi d’acqua e dei laghetti, sulla cui superficie le foglie si riflettono con effetti estetici di grande impatto visivo.

    leavesDato che la pianta proviene dalle aree subtropicali del pianeta, potrà essere coltivata dove il clima non sia troppo rigido e non vi siano forti gelate invernali. In autunno, si consiglia comunque una spessa pacciamatura (ossia coprire il terreno con resti organici per proteggere le piante) con foglie (anche le stesse della pianta, una volta essicate), da rimuovere in primavera non appena sarà passato il periodo delle gelate.

    Tra le molte esistenti, ci limitiamo qui a citare due varietà: la Gunnera Manicata e la Gunnera Tinctoria. La prima è spontanea in Brasile, dove cresce, grandiosa, lungo i corsi d’acqua. Le foglie, per le quali viene principalmente coltivata, raggiungono infatti i due metri di altezza ed i tre di larghezza. È anche nota come “Rabarbaro Gigante”, per la somiglianza con quest’ultimo. Si può trovare però, di frequente, sull’isola scozzese di Arran, dove le foglie vengono persino raccolte per essere impiegate come ombrelli per proteggersi dalla pioggia.

    gunnera1La seconda varietà proviene dal Sud America (in particolare dal Cile e dall’Argentina), dove prospera come pianta perenne. Cresce fino a due metri di altezza, in prossimità di laghi e fiumi. Le foglie ed i gambi della Gunnera Tincitoria sono commestibili, consumati nelle zone di origine sia freschi che nella produzione di marmellate e liquori.
    A differenza di altri paesi, la Gunnera è poco diffusa e conosciuta in Italia. Ne sono stati impiantati, nel tempo, alcuni gruppi in parchi e giardini storici e specie nel Nord ma è da noi quasi una rarità. Più presente in Gran Bretagna, anche nel freddo Nord del paese, dove però prospera grazie alla tiepida Corrente del Golfo. Ne ho viste di impressionanti e rigogliosissime persino in alcuni giardini scozzesi, in prossimità di laghetti ed in contrasto a turriti manieri medioevali. Un abbinamento curioso ed apparentemente poco usuale (ma da sempre praticato nel Regno Unito) che lascia, senza dubbio, colpito l’osservatore, spesso ignaro dell’esistenza di un simile “gigante” verde tropicale.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)
    Bitcoin, che cosa significa? Si tratta di una forma di denaro digitale. Una rete decentralizzata di pagamento “peer-to-peer” (volgarmente senza server fissi), gestita dai suoi utenti senza autorità centrale o intermediari. “Dalla prospettiva di un utente – dal sito bitcoin.otg – Bitcoin è per la maggior parte denaro liquido che circola in internet”. Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)

    In Liguria abbiamo il 25% degli apparecchi ATM di bitcoin presenti sul territorio nazionale. Uno di questi è a Genova, in via Prè e un altro a Chiavari. Ad oggi inItalia ce ne sono solo 8: 2 a Roma, 1 in Emilia Romagna, 2 a Milano, 1 Verona e 2 in Liguria.

    A che cosa serve un ATM di bitcoin? A chi è venuto in mente di installarlo? Ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori del progetto, un gruppo di amici. «È una scommessa e siamo perfettamente consapevoli che potrebbe non portare a nulla o a poco ritorno. In fondo vogliamo fare cultura» ci racconta Andrea Rossi uno degli ideatori del progetto e socio e amministratore di Viva!, la società che ha in carico gli apparecchi sia a Genova che a Chiavari. L’ATM si trova all’interno dell’agenzia di viaggi Viva Viajes (parte di Viva! srl) in via Prè 129r, si occupano di money transfer e viaggi per stranieri. Insieme a lui Paolo Rebuffo nato a Genova, attualmente vive in Svizzera,  si occupa di investimenti  e cura un blog (http://www.rischiocalcolato.it/) «in Svizzera è una valuta riconosciuta ufficialmente e per lavoro sono entrato in contatto con un’azienda che produce queste macchine (gli ATM) che permettono di cambiare soldi contanti (euro ad esempio) in bitcoin, ne ho parlato ad Andrea ed è nato il progetto. In questa fase si tratta di aiutare la rete a diffondere l’esistenza e le possibilità di utilizzo dei bitcoin. È una fase pionieristica. Noi crediamo molto nel significato di bitcoin e nelle sue caratteristiche di essere auto-generata, non manipolabile dalle banche centrali, ne inflazionabile».

    «Ci sembra un’opportunità, è uno strumento molto vicino al business del moneytrasfer, oltre che un buon risparmio rispetto ad altri servizi esistenti» aggiunge Rossi.

    Bitcoin: la moneta di domani?

    Risponde Rebuffo: «proprio come nelle intenzioni attuali delle banche, tendiamo ad un mondo in cui non si ha più bisogno di contanti, i soldi girano dentro ai computer come impulsi elettronici. Questo accade con i bitcoin che sono immagazzinati in database mantenuti da pc distribuiti nel mondo e sono milioni in rete, ma, rispetto alla situazione attuale,  non esiste un ente centralizzato (una banca) che possa inibire l’accesso ai soldi di ognuno, cosa che può succedere oggi per motivi giustificabili o meno con la presenza delle banche».

    «Non esiste una banca centrale e la quantità di bitcoin che è in circolo nel mondo è precisamente stimabile in qualsiasi momento, ad esempio ora, mentre parliamo, ci sono 13 milioni 733 mila di bitcoin. In questo modo si ha la certezza che non esista nessun comitato di banchieri  centrali che possa creare inflazione monetaria, cioè aumentare la quantità di monete in circolo».

    Altro aspetto da sottolineare quello legato all’anonimato: «non è vero che bitcoin sia anonimo; è possibile, in qualsiasi momento, vedere da sito pubblico tutte le transazioni fatte da quando bitcoin è nato. I bitcon sono legati a un indirizzo, una serie di numeri e lettere che è il “posto” nel quale si possono ricevere e dare via bitcoin, nel nostro linguaggio bancario corrisponde all’IBAN bancario, queisto dato è visibile, è pubblico. Non si sa a chi appartiene però è pubblico. Esistono modi, tramite gli indirizzi IP, per accedere all’identità che corrisponde a quell’indirizzo bitcoin. Questo per dire che bitcoin non nasce per evadere il fisco, il suo scopo è avere un sistema monetario non inflazionabile e non controllabile dalle banche. Oggi, in Italia, e nel mondo, bitcoin non è ancora una moneta e non è ancora abbastanza stabile ma, secondo me, lo sarà».

    In questo momento i bitcoin si scambiano tramite wallet, si tratta di app per smartphone (https://play.google.com/store/search?q=bitcoin%20wallet)  e pc (https://bitcoin.org/en/choose-your-wallet)  che permettono di ricevere e dare bitcoin, ma la semplicità d’uso per il cosiddetto “uomo della strada” al momento non c’è ancora. Proprio applicazioni come queste interagiscono con gli apparecchi ATM come quello in via Prè, tramite qrcode semplicemente inserendo gli euro nella macchinetta. In altre parole inserisco gli euro che diventano una quantità in bitcoin. L’ATM non funziona nel senso inverso, «a noi non interessa, diventerebbe uno strumento di cambio-valute e al momento il bitcoin non è una valuta, è una questione di cultura non si tratta di cambiare i bitcoin per avere euro. Va usato per una delle mille possibilità: abbonarsi ad un giornale, comprare software in rete… L’ATM serve per entrare nel mondo bitcoin e scoprirlo».

    Claudia Dani

  • Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Illustrazione di Nicoletta MIgnone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Innanzitutto, che cos’è il Pacs? Si tratta del “patto civile di solidarietà” stipulato fra i componenti di una coppia di fatto (omosessuale o eterosessuale) che regola l’unione dal punto di vista giuridico ed economico. Un’alternativa concreta all’istituto giuridico del matrimonio, così come i matrimoni gay e le unioni civili (tutte pratiche non contemplate in Italia a differenza della quasi intera Europa e di buona parte degli USA).
    Incontro Giacomo e Arnaud in una piovosa serata genovese. Due ragazzi sui trent’anni sorridenti e forse un filo imbarazzati per essere al centro dell’attenzione: sì, sono contenti di essersi sposati, se no non lo avrebbero fatto; certo, se ne parlava già da un po’ di tempo, visto che sono cinque anni che stanno insieme. E no, non sanno ancora se faranno una festa ma forse sì, almeno una bella cena con gli amici probabilmente si farà. Giacomo è ligure, nato nella Riviera di levante, Arnaud è un francese del Sud. Abitano a Genova, quindi la prima domanda è d’obbligo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Proviamo a partire proprio dall’inizio: come avete fatto ad arrivare al Consolato? Avete avuto bisogno dell’assistenza di qualche organizzazione, di un legale, o qualcosa del genere?
    Arnaud: (mi guarda perplesso, forse ignora la nostra assuefazione alle tortuose pratiche burocratiche) «ma no, perché? È stato semplice: ho chiamato il Consolato, mi hanno detto quali certificati servivano, e quando è stato tutto pronto nel mio giorno libero siamo partiti per Milano».
    Giacomo: «non avevamo la sensazione di fare qualcosa di eccezionale, praticamente non lo abbiamo detto a nessuno; anche il Console appena ci siamo presentati ci ha solo chiesto: questo è un Pacs d’amore o di convenienza? E noi gli abbiamo detto che sì, era d’amore».

    Ma perché scusate, ci sono anche quelli di convenienza?
    Arnaud: «in Francia ci sono tre livelli di legame. Uno è molto semplice, chiunque lo può contrarre semplicemente per difendere un interesse di tipo economico, oppure avere la possibilità di assistere in ospedale e poco altro; anche fratello e sorella possono farlo. Poi c’è il Pacs appunto, che è una sorta di matrimonio attenuato. Ti cambia lo stato civile, c’è l’obbligo di sostentamento e di cura reciproci e dopo tre anni vengono applicati gli sgravi fiscali e le norme a difesa del reddito, se spettano. Spetta anche il ricongiungimento familiare, però non si deve essere parenti (per evitare che si firmi solo per poter rifiutare trasferimenti di lavoro o per far entrare extracomunitari), non si può cambiare la cittadinanza e neanche adottare bambini: per fare queste cose occorre il vero matrimonio, che Hollande ha istituito anche per le persone dello stesso sesso, poco più di un anno fa».

    Ecco, sulle adozioni come la pensate voi? Rientra nei vostri sogni, o progetti?
    Giacomo: «vista la nostra precarietà economica, per ora niente è più lontano dell’idea di adottare un bimbo. In ogni caso per farlo dovremmo sposarci, ma per ora ci accontentiamo di sognare una casetta nostra, compreso mutuo e giardino, e dei gatti a farci compagnia. In linea generale, ovvio che se concedi il matrimonio alle persone devi anche accettare che vogliano un figlio, è un’esigenza che ad una coppia non si può negare per principio».

    Voi siete in un certo senso un “caso di cronaca”: state insieme da cinque anni, vi volete bene e avete deciso di rendere pubblico il vostro legame. Come vi sentite rispetto a questo, orgogliosi di poter essere utili alla causa oppure sentirvi dei pionieri vi infastidisce?
    Arnaud: «pionieri? Nel 2014? No, scusa, io non sono infastidito, ma certo non mi sento un pioniere o un difensore di chissà quale causa. Sono 15 anni che queste cose in Francia sono normali e sono cresciuto con la consapevolezza di avere queste possibilità davanti a me».

    In conclusione: Arnaud per la legge italiana è un francese celibe; per la legge francese è coniugato; vivendo qui però non ha nessun diritto nei confronti di Giacomo, né ovviamente nessun dovere; Giacomo per l’italia è celibe, non potrebbe chiedere la cittadinanza francese in virtù del Pacs ma, se vivessero in Francia, sarebbero un nucleo familiare con tutti i diritti e doveri che questo comporta. E anche lui sarebbe coniugato, ma solo per la Francia.
    Come garbuglio di status e norme non è male, speriamo che una normativa in grado di armonizzare i diritti riconosciuti nel resto d’Europa semplifichi la vita dei cittadini comunitari.
    Salutando Giacomo ed Arnaud, provo a caldeggiare l’inserimento nel registro delle Unioni del Comune di Genova: in ogni caso, è un documento ufficiale che attesta il vincolo affettivo che li unisce e la loro volontà di stare insieme. Volontà che, di questi tempi, qualunque istituzione dovrebbe proteggere ed incoraggiare.

     

    Bruna Taravello

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

    Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

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    Foto di Diego Arbore

    Mentre in Italia l’occupazione continua a calare e gli impieghi sono sempre più precari, neppure ai margini del dibattito politico compare un aspetto fondamentale, a maggior ragione in tempi di crisi e di attacco alle residue tutele dei lavoratori: la sicurezza sul lavoro.
    I controlli in materia di sicurezza del lavoro, prevenzione infortuni ed igiene sono attribuiti in via generale alle Aziende Sanitarie Locali (ASL), che li esercitano attraverso i servizi Psal – Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro. Di alcune specifiche attribuzioni sono invece titolari i servizi ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro (controllo e verifica del rispetto delle normative che regolano i rapporti di lavoro) e le rappresentanze sindacali. Per la tutela della salute dei lavoratori, le ASL sono dotate di particolari poteri, tra i quali rientrano la prescrizione ad adempiere in caso di accertamento di contravvenzioni, ed il potere di accesso e di disposizione, cioè il potere, rispettivamente, di visitare in ogni parte ed in qualunque ora del giorno aziende, cantieri, opifici, laboratori, ecc., nonché i dormitori e refettori annessi agli stabilimenti, e di imporre al datore di lavoro un determinato comportamento, al fine di colmare eventuali vuoti normativi. Anche i lavoratori, attraverso le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.
    In tutta Italia sono meno di 2000 i tecnici della prevenzione dei servizi Psal – operatori della sicurezza sul lavoro, così come definito dal D.Lgs 758/94 (Organo di Vigilanza con qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria) – che dovrebbero garantire i controlli per la sicurezza sul lavoro nei confronti di una platea complessiva di circa 3-4 milioni di aziende. Troppo pochi per svolgere adeguatamente un compito così delicato, mentre l’importanza del loro ruolo spesso non viene riconosciuta sia all’interno delle Aziende Sanitarie Locali sia nella pianificazione regionale, come vedremo nel dettaglio per quanto concerne la Regione Liguria.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    L’unico vero organo di vigilanza in tema di sicurezza negli ambienti/luoghi di lavoro, come detto, sono i tecnici della prevenzione delle Asl, deputati a controllare aziende e cantieri tramite visite ispettive, comminare sanzioni in caso di inadempienze, comunque agendo sempre in via prioritaria a fini preventivi, piuttosto che repressivi. Agli operatori Psal è attribuita la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria.

    Il servizio Psal dell’Asl genovese denota gravi carenze di personale e di organizzazione del lavoro. «Quest’anno siamo arrivati addirittura allo sciopero del 3 aprile scorso (ma la vertenza sindacale va avanti da almeno 7 anni, nda) – spiega Vincenzo Cenzuales, tecnico della prevenzione Psal-Asl 3 di Genova, delegato del sindacato autonomo Fials) – penso che il nostro sia l’unico caso in Italia». Nel 2008 l’organico Psal contava 35 tecnici e 13 dirigenti. All’inizio del 2014 il numero dei tecnici è sceso a 29, quello dei dirigenti a 9. La Regione Liguria tra 2008 e 2009 aveva sottoscritto degli accordi con le organizzazioni sindacali (Protocollo 4 Luglio 2008, recepito dalla Delibera di Giunta 97/08; Protocollo 6 Maggio 2009, recepito dalla delibera di Giunta 722/09), assumendo dei precisi impegni in direzione del “…rafforzamento delle strutture regionali deputate allo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo sia con l’incremento degli organici, sia con iniziative continue di aggiornamento e formazione, sia con la valorizzazione delle figure professionali…”, impegni rimasti tuttora disattesi. Nel frattempo l’Asl 3 genovese ha chiesto alla Regione delle “deroghe” al blocco assunzioni, una delle quali è stata finalmente concessa nel corso del 2014 (dopo lo sciopero e l’arrivo della Costa Concordia per le operazioni di demolizione), mentre nel prossimo futuro i tecnici della prevenzione Psal dovrebbero raggiungere nuovamente quota 35 (rispetto alla richiesta dei sindacati di una dotazione organica minima pari a 40 operatori).

    Il LEA (Livello Assistenziale di Assistenza stabilito quale obiettivo dalla Regione) prevede per il servizio Psal l’obbligo di visitare almeno il 5% delle aziende presenti su territorio (parliamo di un accesso per ogni azienda). «Se da una parte il numero di infortuni e di ditte da visitare sono diminuiti a causa della crisi economica – spiega Cenzuales – dall’altra sono aumentati i cantieri da ispezionare (secondo indicazioni regionali), e ci sono state attribuite nuove competenze sulla vigilanza delle cave e sul Reach (regolamento sulle sostanze chimiche). A ciò si aggiunge la mole di lavoro per la trattazione delle comunicazioni sugli infortuni gravi che ci arrivano direttamente dall’Inail, a seguito della sottoscrizione del Protocollo Infortuni per iniziativa della Procura della Repubblica».

    La Liguria, terra di industrie pesanti, cantieri navali, porti, edilizia e agricoltura (tutte attività considerate ad alto rischio), compare in testa alle classifiche nazionali relative agli indici infortunistici sui luoghi di lavoro. Secondo i dati che siamo riusciti a visionare – numeri non ufficiali, va detto, ma risultato di comunicazioni pervenute al servizio Psal-Asl 3 da vari enti, di conseguenza sottostimati – a Genova nel 2012 gli infortuni sul lavoro denunciati sarebbero stati circa 7.000, di cui circa 2.000 gravi (ovvero con più di 40 giorni di prognosi e perciò procedibili d’ufficio). Nel 2013 il servizio Psal genovese avrebbe ispezionato circa 700 cantieri temporanei mobili (edilizia), e visitato circa 2.000 aziende, poco più del 5% di quelle presenti. La Legge prevede che, in caso di infortuni con prognosi superiore ai 40 giorni, il procedimento parta d’ufficio. Considerando come abbastanza indicativo il rapporto 2000 infortuni gravi su 7000 complessivi in un anno – dai quali vanno sottratti gli infortuni avvenuti in itinere (tragitto casa-lavoro), quelli stradali, gli infortuni che riguardano i titolari, ed altri casi limitati, in pratica poco meno del 50% – gli appena trenta tecnici della prevenzione Psal-Asl 3 dovrebbero eseguire indagini per accertare l’esistenza di eventuali responsabilità relative a circa un migliaio di casi procedibili all’anno. È del tutto evidente come ciò sia impossibile.

    I fondi provenienti dalla sanzioni non investiti per migliorare l’attività di prevenzione

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7I servizi che si occupano di sicurezza sul lavoro comminano sanzioni amministrative secondo il meccanismo previsto dal D.Lgs 758/94. Gli introiti di tali sanzioni sono rimasti a disposizione delle varie ASL – senza chiari e definiti vincoli di spesa – fino all’entrata in vigore del D.Lgs 81/08. Il comma 6 dell’articolo 13 del Decreto 81, infatti, recita: “L’importo delle somme che l’ASL, in qualità di organo di vigilanza, ammette a pagare, integra l’apposito capitolo regionale per finanziare l’attività di prevenzione nei luoghi di lavoro svolta dai Dipartimenti di Prevenzione delle ASL”.
    In Liguria fino al 2010 la norma è stata ignorata, e le somme sono state totalmente incamerate dalle Asl. Eppure la Regione con la già citata delibera di Giunta 722/2009 aveva dato alcune indicazioni per promuovere l’utilizzo delle risorse da sanzioni irrogate dagli Psal quali fonti incentivanti agli operatori per svolgere attività preventive.  La delibera, secondo il sindacato Fials, contiene numerosi elementi di criticità, in primis l’indicazione: “…è altresì possibile destinare parte delle risorse al personale interno dell’ente, purché ciò… non costituisca frazione rilevante dell’ammontare del progetto”. I progetti della Asl 3, inoltre, sono criticabili perché non contengono, se non in misura modesta, indicatori di risultato. L’unico obbligo previsto è quello di effettuare le attività come prestazioni aggiuntive. «Nel concreto i progetti si riducono ad un finanziamento sostitutivo dello straordinario – sottolinea Cenzuales – Altro aspetto critico riguarda il fatto che il resto dei soldi viene investito in attrezzature (software, automobili, hardware, fonometri, ecc.) per lo più non “integranti” ma “fondanti” le normali attività. Le risorse economiche vengono così usate per comprare arredi (sedie, armadi e scrivanie) e persino indumenti e DPI (dispositivi di protezione individuale!)». In parole povere, gli addetti ai controlli se non fosse per i proventi delle multe entrerebbero loro per primi nei cantieri senza protezione…

    Per capire di quali cifre stiamo parlando ecco alcuni dati relativi all’azienda sanitaria locale genovese: nel 2011 l’Asl 3 ha versato 436.127 € e ottenuto 372.000 (di cui 144.000 per il personale interno); nel 2012 ha versato 281.882 € ottenendo 140.000 (di cui max 70.000 per il personale); nel 2013 ha versato 338.134 € e la Regione esprime la volontà di trattenere per altre incombenze le somme nel frattempo versate per l’anno 2012, mentre a novembre ai lavoratori viene addirittura ventilata la possibilità di un blocco per quattro annualità dello stanziamento dei fondi.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #57

  • La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    1Ho letto, con curiosità, l’altra sera un interessante articolo relativo ad un notissimo paesaggista italiano. Devo dire la verità, ne sono rimasto affascinato, profondamente. Non sono un neofita, ho visto i principali giardini d’Europa e del mondo. Ho letto molto, tanto gli autori inglesi (maestri nel campo) quanto gli scritti dei principali architetti italiani, qualcosa dei francesi e persino dei belgi… Ho addirittura comprato un volume sul “Landscape design” in Svezia ma devo essere onesto, ho ceduto di fronte all’impossibilità di comprensione linguistica. In un certo senso, sinora ho però solo capito di non sapere. Come opera e chi è veramente il paesaggista?

    2In fondo in tanti articoli che si sono succeduti nella nostra Rubrica non abbiamo mai definito questa figura. Ebbene leggendo quel brano e soprattutto ragionando sul tema forse ho in parte compreso. Non è un architetto, non è un artista, non è un botanico o un ingegnere, non può neppure essere definito un giardiniere. E’ un insieme di tutte queste cose, unite ad una indomita passione per il viaggio, alla sbigottita ed ingenua meraviglia di fronte allo spettacolo della Natura ed alla bizzarra fantasia dell’alchimista.

    3Il paesaggista deve possedere le doti del pittore, la sensibilità del poeta, deve capire il mondo naturale, distinguere le specie vegetali, percepire le leggi non scritte che regolano la vita delle piante… Deve essere un tipo “straordinario”, nella sua accezione di fuori dell’ordinario. Deve muoversi con sapienza tra rigide norme (architettoniche e botaniche) senza il rispetto delle quali crollerebbero i muri dei parchi, cederebbero gli argini dei torrenti, morirebbero le piante senza mai acclimatarsi, poter crescere o fiorire.

    4Deve però essere in grado di violare le regole e di sapere esattamente quando ciò deve essere fatto. Senza questo innato talento, il progetto sarebbe sterile, lineare e privo di quella aura vitale che solo la natura solitamente infonde. Il paesaggista deve rispettare il contesto ma saperlo, al tempo stesso, piegare docilmente al suo volere senza che ciò sia percepito o risulti mai percepibile. Il giardino apparirà così come parte del verde circostante, mera porzione del tutto, rispetterà il “genius loci” e, nell’impalpabile distaccarsene, lo esalterà.

    5I cespugli che sono costati ore di sapienti potature sembreranno così naturali e soltanto frutto di crescite regolari e continue. Gli alberi faranno da cortina al tutto come se fossero stati sempre lì, spuntati in basi alle casuali leggi della natura. I prati si perderanno tra i boschi, si confonderanno con i laghetti ed i ruscelli, avranno contorni smussati e si caratterizzeranno per una attenta e studiata trascuratezza. Il paesaggista deve quindi capire l’esistente, rispettarlo e sapersi imporre su di esso impercettibilmente e leggiadramente. Per questo pochi sono i progetti veramente riusciti, in cui il talento innato dell’autore spicca. A prescindere dai suoi titoli accademici. Per fare tutto questo è necessario un lungo percorso di studi, di viaggi, di curiosa visita a parchi e giardini di tutte le epoche e di tutti i paesi ma anche una lenta e profonda crescita professionale, personale ed umana. Serve acquisire una peculiare e non immediata sensibilità, un rispetto profondo per le cose e gli esseri viventi, animali e vegetali.

    Per tutti questi motivi ho conosciuto molti paesaggisti ma pochi sono effettivamente all’altezza di tale nome in quanto questi soli sanno incidere nel contesto senza cedere alla naturale tendenza di apparire e di dominare la scena. Possono spontaneamente riuscire nel non facile compito di riprodurre il paesaggio senza copiarlo. Sono in grado di esaltarlo semplicemente, attraverso sapienti e mirate variazioni sul tema.
    Come le fotografie qui riprodotte ben dimostrano forse per fare questa professione bisogna essere, al tempo stesso, innatamente poeti, avventurosi viaggiatori, artisti estrosi ed avere uno Studio, dall’apparente caotico disordine di una “wunderkammer”, simile a quello di un moderno alchimista!

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    San-Salvatore-CogornoDavanti ad uno scorcio perfetto, un angolo di Liguria con i muretti a secco, le vigne in leggera pendenza e la Basilica dei Fieschi che si staglia contro il cielo azzurro. Siamo a San Salvatore di Cogorno; l’aria della mattina è gelida e sferzante nonostante il sole, e le vigne sembrano riposare sotto lo sguardo benevolo della basilica.

    Daniele Parma, viticoltore per professione e per passione, ci aspetta sulla strada: siamo in ritardo e saltando i convenevoli ci incamminiamo verso la vigna. Daniele ha la schiettezza e la ruvida timidezza tipica di tanti liguri e quando parla di vino la competenza, la dedizione e la passione emergono con una forza che è impossibile non notare. Camminando tra i filari di vermentino ci racconta la sua storia «Ho iniziato a lavorare nella distilleria di famiglia ma nel 2004 ho deciso di mettermi in proprio perché avevo capito che la vigna e il vino erano la mia strada. Nel 2007 ho iniziato a recuperare vigne abbandonate, lavorando sulle piante esistenti e, in alcuni casi, piantandone di nuove: questa – dice indicando con la mano i filari intorno a noi – è una di quelle vigne. Alcune di queste piante hanno quarant’anni»

    Oggi Daniele, con la sua azienda agricola, La Ricolla, può contare su quattro ettari di vigna per un produzione di circa 25.000 bottiglie. Oltre al vermentino che cresce nel vigneto di San Salvatore di Cogorno, Daniele produce una bianchetta da una vigna che si trova alla Prioria di Carasco e un rosso da uve sangiovese e ciliegiolo coltivate a Tolceto. Dalle sue parole emerge chiaramente l’amore del vignaiolo per il vermentino che «può toccare vette qualitative davvero importanti» ma ci piace la schiettezza con cui Daniele ci parla della bianchetta «è un vitigno del nostro territorio, un vino bianco fresco, da focaccia. Non facciamolo diventare quello che non è». Il sangiovese è una scelta che ci stupisce: «Quando ho deciso di mettere il sangiovese mi hanno dato tutti del matto. Non è un’uva di queste parti, è un vitigno nervoso, difficile ma io ne sono innamorato da sempre». Camminiamo tra i filari e Daniele ci mostra alcune foglioline verdi sulle piante «A dicembre questo non si è mai visto. E pensa che la prima brina l’abbiamo avuta solo in questi giorni. Si sentono tanti ragionamenti e tante teorie ma io guardo i fatti: sono 28 anni che lavoro in questo settore e in questo territorio e posso dire che il clima è davvero cambiato».

    E qui scatta la fatidica domanda, la croce di tutti i viticoltori in questo anno così anomalo e piovoso “Come è andata la vendemmia?” «Sicuramente non è stata un’annata facile. Ma settembre è stato un buon mese e io ho scelto di correre dei rischi sfruttandolo appieno e vendemmiando tra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre. Ho rischiato tanto ma ho raccolto un prodotto di qualità». Ma com’è fare il viticoltore in Liguria? «Non è facile. Innanzitutto per la morfologia stessa del territorio: questa vigna è relativamente agevole, con una pendenza limitata ma, per esempio, la Prioria, dove ho la bianchetta, ha una pendenza importante e non è semplice da lavorare. E poi in Liguria non è facile perché a livello istituzionale manca spesso un sostegno e tra di noi non siamo in grado di fare sistema cosa che invece altrove sono stati in grado di fare. Comunque va detto che qui a Levante, per l’iniziativa dei singoli, la viticoltura negli ultimi anni sta crescendo e c’è un bel fermento». Daniele vende la maggior parte delle sue bottiglie tra Recco e Moneglia e da un paio d’anni, grazie ad un piccolo importatore, spedisce a New York circa il 10% della sua produzione. Ma la sua vocazione non è certo commerciale e ad un certo punto della nostra chiacchierata ci regala una frase che racchiude il senso del suo essere viticoltore «Il vino si fa in vigna. E’ lì che passo tanto tempo. Intervengo il meno possibile, osservo. Fare il vignaiolo significa saper leggere tra le righe».

    Queste parole ci accompagnano anche durante la visita alla cantina che è accanto alla distilleria F.lli Parma, l’ultima attiva in Liguria, oggi gestita dal fratello di Daniele. In cantina troviamo solo acciaio, niente legno. E anche qui Daniele lavora riducendo al minimo gli interventi sul vino: «Pulizia e attenzione sono i due ingredienti fondamentali per lavorare su un vino che sia il più naturale possibile». Ci soffermiamo sull’assaggio del Berette, il vino su cui in questi ultimi anni Daniele ha investito più energia. Le berette in genovese sono le bucce. Ed è proprio sulle bucce che questo vermentino in purezza fa una macerazione di 4 giorni che diventano 6 per quello di quest’anno che assaggiamo direttamente dalla vasca di acciaio «Erano anni che provavo a fare questo vino; i primi tre anni ho buttato via tutto. L’anno scorso finalmente ho ottenuto quello che volevo».

    Al di là del fatto che il vino ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare all’imbottigliamento, si capisce al primo assaggio che il Berette di Daniele unisce alla freschezza del vermentino una ricchezza che al palato lo rende particolarmente avvolgente. È un vino bello e ambizioso che, nel solco della tradizione, ci racconta una storia di passione e dedizione. E da quello che vediamo nel bicchiere possiamo dire che il Berette crescerà ancora perché il tempo potrà solo giocare a suo favore.

    Chiara Barbieri

  • “Il partito della Polizia”, rapporti fra politica e forze dell’ordine: intervista a Marco Preve

    “Il partito della Polizia”, rapporti fra politica e forze dell’ordine: intervista a Marco Preve

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    Foto di Roberto Manzoli

    È di poco tempo fa la notizia dell’assoluzione degli imputati per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta a Roma durante la custodia cautelare il 22 ottobre del 2009. La fine di Stefano, così come quelle di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, di Michele Ferulli portano con sé tante domande a cui la giustizia in questi anni ha faticato a dare una risposta.
    Ed è partendo da questi interrogativi che abbiamo incontrato Marco Preve, giornalista di Repubblica e autore de “Il Partito della polizia” libro inchiesta pubblicato da Chiarelettere.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Partendo dalle vicende della scuola Diaz e dai giorni convulsi del G8 genovese, Preve contestualizza l’operato della polizia inserendo i singoli fatto in un quadro più ampio. Il waterboarding e le torture subite negli anni ‘80 dai brigatisti collegati al sequestro Dozier; le false molotov della Diaz; i criteri nebulosi con cui la DIA scelse i suoi uomini di punta negli anni d’oro della lotta alla mafia; e infine le morti di Federico, Stefano, Giuseppe, Michele: episodi apparentemente lontani ma legati da un filo rosso che ci racconta una storia di impunità e omertà il cui protagonista indiscusso è il potere.

    Tra le pagine del tuo libro ripercorriamo la genesi e lo sviluppo del partito della polizia, un gruppo di potere che negli ultimi decenni ha tenuto saldamente in mano la pubblica sicurezza del nostro paese. Quello che emerge è un mondo caratterizzato da omertà e logiche clientelari al pari della peggiore politica. Come è nata questa inchiesta?

    «Nasce dalla mia esperienza di cronista relativa alle vicende del G8 del 2001. Nel libro parlo soprattutto dell’inchiesta giudiziaria e delle vicende politiche che l’hanno intrecciata. Credo che quanto accaduto nell’inchiesta Diaz sia stato un banco di prova unico per la democrazia in Italia. I vertici della polizia italiana, quelli per intenderci che hanno combattuto la mafia, sono stati accusati di aver falsificato prove e intralciato l’accertamento degli atti come i peggiori sbirri della cinematografia americana. Ancor più delle botte, la costruzione di false prove è il massimo tradimento per un poliziotto. E seguendo l’inchiesta ho anche potuto vedere il timore, e in alcuni casi il clima di complicità che esisteva tra molti politici di destra e sinistra con la polizia di De Gennaro. Alcuni dei personaggi principali di questo scenario li ho ritrovati in altre vicende italiane spesso legate a periodi oscuri della nostra storia. E questo è uno dei fili che ho seguito nel libro: storie, nomi, politica, gestione di fondi, segreti inconfessabili che uniscono».

    Nel 1985 a Palermo di fronte alla morte di Salvatore Marino, fermato per sospetta complicità nell’omicidio del commissario Beppe Montana, Oscar Luigi Scalfaro, allora Ministro dell’Interno, rimosse immediatamente i responsabili del fermo che vennero indagati per omicidio colposo e motivando la sua decisione disse “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia ed è uscito morto”. Perché la politica non riesce a fare sua questa fermezza e questa verità tanto elementare?

    «La copertura della politica nei confronti della polizia non è cosa solo italiana. Ma quando si arriva ad un punto in cui la verità emerge dai fatti ancor prima che dai processi, nei paesi civili la politica si fa da parte. Da noi questo non avviene perchè la polizia è permeata dalla politica, le è strettamente legata in un rapporto malsano, che non premia la meritocrazia ma l’appartenenza e i rapporti clientelari. Nel libro lo racconta bene il criminologo Carrer, collaboratore delle forze dell’ordine, e lo affermano gli stessi funzionari di polizia, i commissari Montalbano d’Italia, in un questionario scottante del 2007 a cui è stata data scarsa pubblicità dagli stessi committenti, l’Associazione Funzionari di polizia».

    Prendiamo due casi diversi tra loro. La “macelleria messicana” della scuola Diaz e la morte di Federico Aldrovandi. Al di là della violenza ciò che è altrettanto inquietante è la dimestichezza delle forze dell’ordine con il falso e con l’inquinamento della verità. Un atteggiamento che sembra appartenere tanto alle alte sfere quanto alle figure più operative. E’ un problema di valori, di formazione, di metodo?

    «Deve essere chiara una cosa: è il vertice che deve dare l’esempio. Torno ancora al caso Diaz. Che insegnamento possono trarre gli agenti di volante da un ministero, una politica un sistema che per anni ha premiato a livello di carriera i dirigenti indagati e già condannati per la Diaz? Che non sempre chi sbaglia paga. Comportamenti illeciti al vertice e alla base fanno comodo uno all’altro, consentono a entrambi di sopravvivere. Con che autorevolezza i vertici possono applicare la linea dura nei confronti della truppa se i funzionari coinvolti in quella vergognosa vicenda del caso Shalabayeva sono stati promossi? Ma ancor prima di loro in quella vicenda è stato salvato il ministro Alfano, e allora si torna a monte, alla responsabilità della politica».

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Molto più di un viaggio in bicicletta. Il ritorno di Alessandro Zeggio dalla Terra Santa

    Molto più di un viaggio in bicicletta. Il ritorno di Alessandro Zeggio dalla Terra Santa

    zeggio-taravelloL’avventura di Alessandro Zeggio, da Genova a Gerusalemmme in bicicletta, si è conclusa sabato scorso al Castello D’Albertis, proprio là dove, sotto forma di un sogno, era nata.
    Alessandro, infatti, ha salutato tutti quanti, ha posato per innumerevoli foto con la sua bici e con tutti gli amici che in questi mesi lo hanno seguito, sostenuto, accompagnato da lontano.
    Anche Era Superba lo ha seguito, vi abbiamo raccontato le tappe del suo viaggio, durato tre mesi, attraverso sette paesi e più di 5000 chilometri.

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    Road to Jerusalem: Turchia e Cappadocia >> Il racconto del viaggio

    Sede più appropriata del Castello D’Albertis per la festa conclusiva non ci sarebbe potuta essere: il Castello ospita il Museo delle Culture del Mondo, e durante le festività sarà liberamente visitabile la piccola mostra che è stata allestita per Alessandro. Sono infatti esposte, insieme ad alcune immagini del suo viaggio, le fotografie inedite del capitano D’Albertis scattate negli stessi luoghi visitati da Zeggio, fotografie rimaste per decenni nascoste in fondo ad un baule e che la pronipote, Anna, ha tenacemente e con fatica voluto riportare alla luce. Queste immagini ci mostrano come, al di là della biografia ufficiale, il capitano D’Albertis amasse sopra ogni cosa viaggiare; Alessandro, che evidentemente condivide la medesima passione, in diverse tappe ha cercato di ricreare le stesse inquadrature ma, qualche volta, ha dovuto arrendersi. Infatti il paesaggio, in poco più di un secolo, in alcuni casi è talmente cambiato da essere stravolto, e certi angoli di mondo, semplicemente, non esistono più.

    Ma quello che Alessandro ci ha riportato, quello che sabato è passato attraverso le sue immagini, le sue parole e forse anche al di là delle sue intenzioni, non è tanto il racconto di un viaggio, ma il resoconto di un sogno che mentre si realizzava diventava tante cose diverse, lasciando intravedere diverse possibilità di lettura praticamente per ogni episodio raccontato.
    Una storia di libertà, ovviamente, la libertà di partire pedalando verso un mondo nuovo e forse non accogliente; ma basata su un piano di disciplina, di pianificazione dei tempi, di inevitabile ottimizzazione degli sforzi.
    Dentro però c’era anche una storia di incontri, di accoglienza, di accettazione: ma anche di frontiere, divieti, autorizzazioni e permessi, di visti e timbri ossequiosamente eseguiti rispettati ed esibiti.
    Mondi diversi, culture diverse a pochi chilometri l’una dall’altra, la voglia di capire entrambi ma la capacità di saper fermare il passo, di rendersi conto che voler capire a volte è solo presunzione di esser migliore.

    Un piccolo aneddoto la dice lunga su quello che Alessandro ha imparato in questi mesi. Ad un certo punto, mostrando le foto del capitano D’Albertis, dice: «ecco, quella è la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, io sognavo di rifare quella foto, proprio quella. Sapevo che la piazza è rimasta quasi identica, mentre molte altre foto non ho potuto riprodurle, perchè certi angoli non esistono più. Invece no, niente, non ho potuto andare su quella piazza: solo se sei musulmano puoi andare. Ho provato tutti gli accessi, ho cambiato punti di controllo, anzi li ho tentati tutti: ingresso riservato ai musulmani. E basta».

    Era costernato, era dispiaciuto, era anche un po’ frustrato: ma non si poteva fare altrimenti.
    Subito fra il pubblico, molto partecipe, si sono levati consigli e pareri, tutti nello stesso senso: dovevi provare a fregarli. Sei italiano, perbacco, era il sottotitolo.
    Ma no, non è per questo che Alessandro ha attraversato sette paesi e pedalato per più di 5000 chilometri, non è per questo che ci raccontava quello che ha provato, non è per questo che ha condiviso con noi il suo viaggio.
    La voleva proprio fare, quella foto: ma erano loro che stabilivano le regole, e dopo tre mesi che sei in viaggio se non ti lasciano entrare in una piazza, che puoi fare?
    È risalito in bicicletta, è ripartito: direzione Giordania. Ed è’ arrivato ad Aqaba, sul Mar Rosso, il 6 dicembre.

     

    Bruna Taravello

  • Santuario dei cetacei: i tesori del Mar Ligure che uniscono Italia, Francia e Principato di Monaco

    Santuario dei cetacei: i tesori del Mar Ligure che uniscono Italia, Francia e Principato di Monaco

    Il Mare
    Il Santuario è popolato da otto specie di cetacei fra cui balenottera, capodoglio e delfino. La balenottera comune a seconda degli anni varia dai 150 ai 1600 esemplari. Il tursiope (delfino) si aggira attorno ai 1000, numeri più alti presenta la stenella striata (sempre appartenete ai delfinidi) che in estate arriva ai 39000. «È chiaro – sottolineano dal Segretariato del Santuario – che per i cetacei il Santuario è una zona importante. Gli esemplari tornano regolarmente, pur muovendosi lungo tutto il Mediterraneo nord-occidentale, in quel “triangolo” di mare nel quale trovano il loro habitat naturale».

    Sentiamo parlare spesso del Mar Ligure per quel che riguarda i traffici commerciali e le rotte di crociere e traghetti, eppure sappiamo che il triangolo di Mediterraneo compreso tra la nostra costa, quella francese, parte di quella toscana e il nord della Sardegna raccoglie un tesoro naturale molto importante, il Santuario dei cetacei (Sanctuaire Pelagos).

    Il Santuario è una zona marina di 87.500 km², una ASPIM – aree specialmente protette di importanza mediterranea – che è regolata e protetta da un accordo tra l’Italia, il Principato di Monaco e la Francia. È, a livello mediterraneo, l’unica Area Marina Protetta internazionale di mare aperto dedicata alla protezione dei mammiferi marini.
    Un mare nel quale si muovono molte specie di cetacei, una ricchezza che dal 1999 le tre nazioni coinvolte studiano e monitorano continuamente. Nel 2004 Italia, Francia e Principato hanno siglato un accordo per un piano di gestione congiunto, e da quel momento, il Santuario viene gestito, potremmo dire, “a tre mani”.
    Uno degli obiettivi del patto è gestire e minimizzare gli impatti delle attività umane, assai intense in un tratto di mare così piccolo, sui mammiferi (la cui popolazione è costantemente sotto controllo) e sui loro habitat. Ma anche sensibilizzare e coinvolgere i professionisti e chi semplicemente ama e si gode il mare, sulla salvaguardia dell’area.
    Un esempio positivo di collaborazione fra nazioni. Come funziona?

    La Conferenza delle Parti (COP, cioè i tre Stati) è l’organo decisionale dell’Accordo, chiamato ad approvare le raccomandazioni formulate dal Comitato Scientifico e Tecnico (CST). La Conferenza delle Parti, che si svolge ogni due anni, è costituita da un Presidente, dalle delegazioni nazionali delle tre Parti, dai componenti del Segretariato Permanente e dagli osservatori.
    È il Segretariato Permanente a coordinare tutte le parti; oltre ad assistere il Comitato Scientifico e Tecnico (l’ultima edizione si è svolta proprio a Genova a fine novembre), si occupa della gestione finanziaria e di rappresentare il Santuario Pelagos. Il Segretariato Permanente ha sede presso il Palazzo Ducale di Genova.

    La balena biancaÈ il Ministero per l’Ambiente insieme alle regioni Liguria, Toscana e Sardegna ad occuparsi degli aspetti italiani dell’Accordo ed ogni anno preventiva azioni e budget. «Ci sono i contributi ordinari, che servono al funzionamento tecnico dell’Accordo e che sono in gestione al Segretariato Permanente, e poi ci sono quelli dedicati alla parte scientifica o all’implementazione dell’Accordo che sono a discrezione di ogni paese e non sono gestiti direttamente dal Segretariato. I contributi ordinari sono utilizzati per il funzionamento tecnico, l’organizzazione delle riunioni, il comitato scientifico, la Conferenza delle Parti, gli stipendi dei dipendenti, hosting…», ci spiega Fannie Dubois del Segretariato Permanente.  «Quella del 2014 è una situazione particolare, perché dal 2010 al 2013 il Segretariato non è stato attivo. Tuttavia è comunque stato possibile tramite un bando e grazie ai finanziamenti versati dai singoli paesi portare avanti le iniziative relative al Santuario anche per quest’anno».

    Santuario dei cetacei: cosa è stato fatto nel 2014?
    «Sono stati finanziati due progetti – continua Dubois – il primo per lo studio dell’impatto del rumore, stimato attraverso i dati del traffico marittimo su capidoglio e zifio (due delle specie di cetacei che popolano il santuario) che ha avuto inizio fra settembre e ottobre 2014 e durerà per un anno. Il finanziamento ammonta a 70 mila euro. Nello stesso periodo è partito un altro progetto che individua la stima d’abbondanza del grampo, cioè a quanto ammonta la popolazione di quel particolare cetaceo. Qui il finanziamento è stato di 36.250 euro».

    Proprio nella nostra città qualche settimana fa si è svolto il 7° Comitato scientifico e tecnico dell’Accordo (27-28 novembre 2014). Fra i temi principali sul tavolo, la sinergia fra il progetto Life Whalesafe e il sistema Repcet per concentrare gli sforzi e ridurre più efficacemente i rischi di collisione tra le navi e i grande cetacei. Il sistema Repcet consiste in un software per la navigazione commerciale, il cui scopo principale è quello di ridurre i rischi di collisione tra grandi cetacei e navi commerciali. Il concetto di base è semplice: ogni avvistamento di grandi cetacei da parte del personale di guardia a bordo di una nave fornita di Repcet, viene trasmesso via satellite in tempo “quasi-reale” ad un server sulla terraferma. Il server centralizza i dati e invia un’allerta a tutte le navi provviste di Repcet che potrebbero essere interessate.

    Il progetto Life Whalesafe, invece, mira a mettere a punto un sistema per l’eliminazione delle interferenze finalizzato a individuare e localizzare i capodogli, tramite un sistema di boe e idrofoni per l’ascolto sott’acqua, a identificare le minacce per gli stessi e a prevenire le collisioni ed altri rischi grazie all’invio in tempo reale di messaggi di avvertimento alle navi presenti in zona.
    «Il Santuario non ha partecipato al progetto Life Whalesafe (il progetto è stato presentato solo in Italia) ne siamo stati informati successivamente e non abbiamo potuto essere coinvolti direttamente, – spiega Dubois – però risponde totalmente agli obbiettivi dell’Accordo, è ovvio che potrebbe sovrapporsi ad altro progetto nel quali le Parti (intese come tre parti dell’Accordo Italia, Monaco e Francia ndr) si sono già impegnate: il sistema Repcet. Proprio per questo il nostro Comitato si è raccomandato che i due progetti si armonizzino».

    Al momento il sistema Repcet è installato su una decina di imbarcazioni francesi e sarà gratuito per i porti, per essere operativi ne servono 30 installati. Il progetto Whalesafe, invece, dovrebbe partire a settembre 2015, sembrerebbe dunque esserci ampi margini per riuscire ad armonizzare i due progetti.

    Un altra questione fondamentale sollevata dal Comitato scientifico tecnico riguarda la cooperazione tra le reti nazionali di spiaggiamento in particolare al livello della comunicazione tra i tre paesi in caso di spiaggiamento in zona trasfrontaliera di cetacei vivi. E infine l’estensione del marchio di qualità “high quality whale watching” Pelagos-ACCOBAMS (già implementato in Francia) all’Italia e al Principato di Monaco.

     

    Claudia Dani

    [foto di Roberto Manzoli]

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  • Regione Liguria, nuovo Piano Energetico Ambientale: fonti rinnovabili ed efficienza energetica

    Regione Liguria, nuovo Piano Energetico Ambientale: fonti rinnovabili ed efficienza energetica

    Energia del SoleRidurre i consumi di energia sul territorio puntando sull’efficienza energetica nei settori residenziale, terziario, imprese e cicli produttivi; incrementare lo sfruttamento delle fonti rinnovabili, portando la produzione energetica regionale da 146 ktep a 373 ktep entro il 2020: sono questi alcuni dei punti chiave dello schema di Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR) 2014-2020, approvato venerdì 5 dicembre 2014 con delibera di Giunta n. 1517 su proposta dell’Assessore allo sviluppo economico Renzo Guccinelli. «Il piano rappresenta un modello di sviluppo sostenibile del territorio – spiega Guccinelli – oltre a proporsi la crescita economica e occupazionale delle aziende operanti nei settori dell’energia e della green economy».
    Il Piano vigente è stato approvato dal Consiglio regionale con deliberazione n. 43 del 2 dicembre 2003, e successivamente aggiornato per quanto concerne l’energia eolica con delibera di Consiglio n. 3 del 3 febbraio 2009, prevedendo un aumento dell’obiettivo di potenza installata da 8 a 120 Megawatt (vedi il nostro precedente articolo sul tema).

    La strategia energetica della Regione Liguria

    Gli indirizzi del PEAR devono rispondere al quadro normativo nazionale ed europeo, pianificando in particolare le politiche regionali atte a soddisfare i vincoli dettati dal “Burden Sharing” regionale. Il Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico 15 marzo 2012 (cosiddetto “Burden Sharing”) recante “Definizione e qualificazione degli obiettivi regionali in materia di fonti rinnovabili e definizione delle modalità di gestione dei casi di mancato raggiungimento degli obiettivi da parte delle regioni e delle province autonome”, ripartisce l’obiettivo nazionale di sviluppo delle fonti rinnovabili (17%) tra le varie regioni italiane, assegnando alla Liguria l’obiettivo finale del 14,1% ed obiettivi intermedi biennali vincolanti.

    Il nuovo piano PEAR si articola in tre macro-obiettivi (A. Burden Sharing, B. Sviluppo economico, C. Comunicazione), a loro volta declinati in due obiettivi generali verticali – la diffusione delle fonti rinnovabili (elettriche e termiche), il loro inserimento in reti di distribuzione “intelligenti” (smart grid), e la promozione dell’efficienza energetica – ed in due obiettivi generali orizzontali – il sostegno alla competitività del sistema produttivo regionale, l’informazione dei cittadini e la formazione degli operatori sui temi energetici – a loro volta declinati secondo linee di sviluppo e azioni coordinate con la programmazione dei fondi POR FESR 2014 – 2020.
    Per quanto riguarda il macro-obiettivo A. Burden Sharing, l’azione di sviluppo delle fonti rinnovabili viene declinata secondo obiettivi specifici per ogni fonte, i quali consentono di delineare uno scenario di consumi finali da fonti rinnovabili al 2020 di circa 373 ktep al 2020.
    Parallelamente le politiche regionali sull’efficienza energetica, in particolare per i settori civile (pubblico e privato), dell’illuminazione pubblica, delle imprese e dei cicli produttivi, potrebbero consentire una riduzione dei consumi finali lordi pari a circa 332 ktep, che porterebbero ad un CFL (consumo finale lordo) di circa 2.640 ktep.

    La situazione regionale al 2011

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaIl Piano Energetico Ambientale Regionale del 2003 definiva tre obiettivi generali al 2010: aumento dell’efficienza energetica; stabilizzazione delle emissioni climalteranti ai livelli del 1990; raggiungimento del 7% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili. I primi due sono stati raggiunti, mentre il terzo rimane ancora una chimera.
    Ai fini dell’incremento dell’efficienza energetica la Regione Liguria prevedeva di raggiungere un risparmio del 10% dei consumi energetici regionali complessivi. Dall’analisi del Bilancio Energetico Regionale (BER) per l’anno 2011 si desume un dato di consumi finali totali pari a circa 2.550 ktep (rispetto ai 3.400 del 1998), tuttavia è opportuno sottolineare come la contrazione dei consumi sia da ritenersi in gran parte legata alla crisi economica.
    Le emissioni di CO2 al 2011 (8.225 ktCO2, calcolate a partire dal Bilancio Energetico Regionale del 2011) risultano essere inferiori del 30% rispetto al 1990. Tale drastica riduzione è dovuta alla riconversione industriale avvenuta nella nostra regione, alla chiusura dell’ILVA di Cornigliano, ma anche all’impegno della Regione sul fronte dell’attuazione del Piano di Risanamento e Tutela della Qualità dell’Aria.
    Dal Bilancio Energetico Regionale al 1998 emergeva che solo l’1,5% dell’energia consumata in Liguria proveniva da fonti rinnovabili. La produzione complessiva di energia da rinnovabili al 2010 risultava di 134 ktep, pari al 5,3% del fabbisogno energetico regionale al 2011 (2.547 ktep).

    La Liguria mantiene la propria funzione quale importante porta d’ingresso per le importazioni di energia del Paese – si legge nel rapporto ambientale del PEAR – Circa la metà dell’energia elettrica prodotta in regione (528 ktep su 960 ktep prodotti) viene effettivamente consumata all’interno del territorio regionale; il resto viene esportato attraverso la rete di trasmissione nazionale. Pertanto la Liguria svolge un’importante funzione per il Paese, subendone nel contempo i relativi disagi ed impatti ambientali in termini di emissioni inquinanti (SO2, NOx, polveri) e di gas climalteranti”.
    Il sistema industriale regionale ha subito una significativa contrazione a causa della crisi prodottasi intorno agli anni 2002-2004, di conseguenza i consumi finali del settore sono passati da 925 ktep del BER 1998 (PEAR 2003) a 353 ktep, ed oggi rappresentano il 14% del totale. Al settore civile va attribuita una quota pari a circa il 50% dei consumi finali, preponderanza imputabile soprattutto alla ridotta efficienza energetica degli edifici. Il settore dei trasporti, invece, incide per il 35% circa dei consumi finali “Ma resta dipendente dal sistema nazionale e quindi risulta al di fuori del controllo delle autorità regionali: in Liguria, attraverso il sistema portuale, il sistema ferroviario ed il sistema autostradale, infatti, transita una quota significativa del traffico merci nazionale”.
    Infine, dal confronto con la media italiana (pro capite) emerge che in Liguria “Nonostante la deindustrializzazione e la chiusura della siderurgia a caldo, la quota di combustibili solidi, legata alle trasformazioni energetiche, rimane molto alta, di molto superiore alla media italiana; mentre il contributo delle fonti rinnovabili resta di scarso rilievo”.

    Il punto di vista degli ambientalisti

    Il PEAR rientra fra le tipologie di documenti pianificatori da sottoporre a Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Nell’ambito di quest’ultima procedura nei mesi scorsi le associazioni ambientaliste si sono confrontate con la Regione, presentando osservazioni in merito.
    «Sicuramente puntare sullo sviluppo delle rinnovabili contestualmente al miglioramento dell’efficienza energetica è un segnale positivo – spiega Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – Rispetto al piano che allora ci era stato presentato, però, noi avevamo sottolineato determinate mancanze. Innanzitutto spiccava l’assenza della parte relativa all’utilizzo delle fonti fossili, carbone in primis. La nostra richiesta era che questo tema fosse affrontato in un’ottica di uscita dal carbone entro il 2020».
    Oggi, nello schema di piano definitivo approvato dalla Giunta, l’argomento è trattato nel paragrafo 5.2. “La produzione di energia elettrica da fonti fossili in Liguria”, ma l’unico accenno alle prospettive future è contenuto nella frase “Anche in Liguria la situazione è destinata a cambiare gradualmente a seguito delle previste dismissioni dei vecchi gruppi a carbone. A Genova il programma di dismissione della centrale prevede la disattivazione graduale dei tre gruppi, l’ultimo dei quali sarà disattivato nel 2017; a Vado Ligure il progetto di ampliamento che prevede la realizzazione del gruppo a carbone VL6 ed il rifacimento dei gruppi esistenti a carbone, è attualmente sospeso. L’Azienda ha richiesto una modifica anticipata dell’AIA che prevede solo interventi sui gruppi esistenti al fine di migliorarne le prestazioni ambientali. A La Spezia si prevede che il gruppo a carbone resti operativo”.
    Inoltre, Legambiente ha sollecitato la Regione affinchè nel PEAR venissero introdotte «Tutte le questioni connesse alla mobilità, fattore di dispendio energetico notevole – continua Grammatico – Secondo noi, sarebbe neccesario un maggiore dialogo tra le differenti forme di pianificazione, invece, di solito le rispettive visioni sono fin troppo parziali». Nelle osservazioni redatte dall’associazione leggiamo: “Manca un riferimento all’introduzione di questo comparto nel panorama dei settori strategici per il raggiungimento degli obiettivi del piano, considerato il peso che ha nel totale dei consumi energetici regionali (circa un terzo). Auspichiamo proposte per interventi sulla portualità, l’integrazione e sviluppo del trasporto su ferro (sia merci che pendolare) e lo sviluppo della rete di servizi e distribuzione per la mobilità sostenibile (elettrico, metano, ecc.)”.

    Pale eoliche a TenerifePer quanto riguarda le fonti rinnovabili «Gli obiettivi che la Regione in alcuni casi si è prefissata, ad esempio sulle biomasse, sono molto elevati considerando l’attuale realtà delle cose, e quindi difficilmente raggiungibili», sottolinea Grammatico. Detto ciò, Legambiente esprime soddisfazione per tale scelta, mentre per le altre fonti rinnovabili aggiunge «Sull’eolico pensiamo si possa fare ancora di più, su fotovoltaico e solare termico siamo decisamente indietro, nonostante le potenzialità della Liguria».
    Per l’eolico “Si potrebbe valutare l’eventuale utilizzo di installazioni galleggianti Off Shore, già usate in altri contesti europei simili al nostro, con condizioni di fondale costiero ad alta profondità – si legge nelle osservazioni al PEAR – Per il fotovoltaico e solare termico bene l’aumento di potenza previsto, soprattutto in relazione all’aumento di installazione di piccoli impianti più vocati all’autoconsumo di energia. Da auspicare è lo sviluppo di meccanismi che semplifichino l’installazione di impianti su edifici tutelati ed in contesti paesaggistici tutelati attraverso l’indicazione di normative chiare e recepibili uniformemente dalle P.A. locali. Sarebbe opportuno altresì che il piano promuovesse lo sviluppo di attività manifatturiere legate alla produzione di componentistica del settore”.
    Infine «Riteniamo che il miglioramento dell’efficienza energetica, in particolare degli edifici, sia un aspetto fondamentale – conclude Grammatico – Si tratta di un modo per rilanciare il comparto dell’edilizia producendo ben più lavoro rispetto agli aumenti volumetrici stile piano casa».

    L’associazione ambientalista Italia Nostra Liguria, come spiega il presidente Roberto Cuneo, sulle rinnovabili contesta soprattutto «L’eccesso di eolico, che in realtà produce poca energia in Liguria». “L’obiettivo di 400 MW è insostenibile per il territorio ligure (e peggio ancora l’obiettivo da 500 MW) – evidenziano le osservazioni di Italia Nostra – Il gigantismo delle pale non è condivisibile per la maggiore impronta paesaggistica e per la devastazione che comporta la fase di trasporto e costruzione (nonostante gli impegni assunti, infatti, dopo l’installazione il territorio martoriato è abbandonato e non rinaturalizzato)”. Inoltre «Abbiamo chiesto di proibire il fotovoltaico a terra – continua Cuneo – perchè lo riteniamo uno spreco di terreno, una risorsa scarsa che dovrebbe esser maggiormente tutelata».
    Nel contempo, secondo Italia Nostra, non vengono considerati elementi importanti quali il teleriscaldamento. “A breve distanza dalle grandi centrali termoelettriche di Vado e la Spezia sono situati grandi centri commerciali che possono utilizzare efficacemente parte dell’energia oggi versata in mare, per raffrescamento e riscaldamento – si legge nelle osservazioni – Sono facilmente raggiungibili anche condomini e strutture pubbliche di grande dimensione (Università, impianti sportivi al coperto) e fabbriche che impiegano energia termica a bassa entalpia. Quindi, occorre prevedere due iniziative specifiche di teleriscaldamento per le centrali termoelettriche di Vado Ligure e La Spezia. Il risparmio ottenibile è rilevante se si pensa che un incremento dell’1% dell’utilizzo del combustibile delle centrali corrisponde a 12 ktep. Ciò vuol dire che con soli due progetti è possibile realizzare l’obiettivo di tutto il fotovoltaico ligure”.
    In merito al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici «Noi chiediamo di aumentare i controlli nell’ambito degli interventi di ristrutturazione – conclude Cuneo – Le prescrizioni ci sono, ma spesso vengono aggirate. Vedi ad esempio quando si attua il rifacimento di un tetto, senza realizzarne l’opportuno isolamento. D’altronde gli amministratori di condominio fanno finta di non conoscere la legge e rispondono solo agli inquilini. Quindi ci vuole un controllo severo, non sanabile tramite multe, bensì con il rifacimento a regola d’arte dei lavori in precedenza mal eseguiti».

     

    Matteo Quadrone

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  • Fecondazione eterologa a Genova e in Italia. Non ci sono donatori, manca cultura e informazione

    Fecondazione eterologa a Genova e in Italia. Non ci sono donatori, manca cultura e informazione

    fecondazione-eterologaDa aprile 2014 è possibile sottoporsi a fecondazione eterologa anche in Italia. Dopo anni di polemiche adesso è possibile utilizzare ovociti o spermatozoi di donatori anonimi esterni alla coppia per concepire.
    Qui non vogliamo porre alcun giudizio di tipo morale, riteniamo che la coscienza di ognuno possa svolgere il suo compito. È stato chiaro da subito però, parlando dell’argomento con istituzioni e ospedali pubblici sul nostro territorio, che ci sono ancora problemi concreti da risolvere e non solo dal punto di vista organizzativo. Problemi che nello specifico riguardano Genova e la Regione Liguria, ma che ritroviamo anche sull’intero territorio italiano.

    Da un lato manca completamente la cultura della donazione, è tutta da costruire. Dall’altro, non emerge un numero così grande di coppie che ha bisogno dell’eterologa o la cui richiesta immediata riguardi questa tipologia di fecondazione assistita. «Nella maggior parte dei casi si tratta di donne fra i 39 e 43 anni che hanno già affrontato diversi cicli precedenti di fecondazione omologa senza successo», racconta la Dottoressa Paola Anserini, referente del Centro pubblico attrezzato per fare la fecondazione eterologa presso l’Ospedale San Martino.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Prima della sentenza sentivamo parlare di turismo procreativo, quando le coppie cioè erano costrette ad andare all’estero per poter utilizzare semi altrui, ora non è più necessario, possiamo trovare i donatori in Italia.
    Ma li troveremo? In una situazione in cui non è ancora chiaro cosa sarà a carico del Servizio Sanitario Pubblico e allo stesso tempo cosa sarà gratuito per il donatore/trice è molto difficile reperire donatori. Chi paga il farmaco per la donatrice? Chi gli esami a cui devono sottoporsi i donatori? Sarà possibile rimborsare i donatori?

    Ma oltre ai dubbi sul pagamento di esami e prelievi (al momento al donatore viene garantito solo il rimborso della giornata di lavoro persa), il fattore di difficoltà in più rispetto all’estero è che in Italia i donatori e donatrici non sono per così dire “incentivati”. Detto in maniera più esplicita: in altri paesi è più facile reperire donatrici o donatori perché questi, oltre ad avere garanzia del rimborso delle spese, vengono direttamente pagati in denaro.

    Ma se i problemi amministrativo-burocratici troveranno prima o poi una soluzione, rimangono dubbi sugli aspetti prettamente culturali. Genovesi, liguri, italiani… siamo pronti a donare?
    Le difficoltà maggiori, stando ai dati in nostro possesso, riguardano il reperimento di donatrici, rispetto ai già rari donatori. È chiaro che la stessa donazione implica un coinvolgimento diverso e meno “invasivo” per l’uomo. Per la donatrice, oltre alla serie di esami iniziali a cui si deve sottoporre anche il donatore uomo, segue un intervento con anestesia per il prelievo degli ovociti.

    Tuttavia, come detto, fino a che lo Stato non si deciderà a prendere posizioni chiare sul tema, questi percorsi rimarranno incerti. Il primo passo è stato fatto poco dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale, la Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome ha infatti emesso un documento con lo scopo di risolvere le problematiche relative alla fecondazione eterologa e che potesse essere sottoscritto da tutte le Regioni. In questo modo si è tentato di coprire un vuoto di linee guida statali. Il documento contiene i requisiti di chi può accedere all’eterologa, ovvero coniugi o conviventi di sesso diverso sterili e infertili e propone, dal punto di vista finanziario, che l’accesso a carico del servizio sanitario segua i criteri della fecondazione omologa cioè solo fino ai 43 anni per la donna e con un massimo di 3 cicli.

    Quale è la situazione ad oggi nei due centri genovesi specializzati?

    Sia a San Martino che all’Evangelico i medici si stanno occupando della primissima fase (detta “fase ambulatoriale”), cioè stanno illustrando alle coppie che la possibilità concreta di eseguire la fecondazione eterologa (escludendo le questioni ancora nebulose che riguardano il ticket) è vincolata al reperimento di donatori e donatrici. Le coppie ad oggi vengono inserite in una lista d’attesa e verranno contattate nel momento in cui ci saranno i donatori. A questo proposito è importante ricordare che presso il Centro dell’Ospedale San Martino è attivo un servizio che fornisce tutte le informazioni necessarie a chi voglia intraprendere il percorso di donatore o donatrice (010 5555840 dalle 11,30 alle 13,30).

    La Liguria dunque ha i mezzi, le strutture e presto avrà anche l’assetto burocratico per avviare il processo di fecondazione eterologa. Ma non esiste nessun programma per quanto riguarda la diffusione delle informazioni sul territorio, indispensabili per una sensibilizzazione sul tema. Non è difficile ipotizzare che se la situazione dovesse rimanere quella odierna fra qualche anno i numeri di richiedenti e donatori continueranno ad essere molto bassi. Da un lato è fondamentale incentivare le persone alla donazione e dall’altro sensibilizzare la comunità su un tema così ampio e delicato. Perché, non dimentichiamolo, la fecondazione eterologa potrebbe ovviamente aprirsi anche alle coppie omosessuali, cosa che da anni è più che normale in alcuni paesi europei come ad esempio Spagna e Gran Bretagna.
    Il futuro non si può fermare, ma pensare di non investire idee e risorse sulla sensibilizzazione e di demandare al caso l’istruzione sui temi legati alla fecondazione sarebbe un gesto profondamente incosciente. E, purtroppo, è quanto sta accadendo.

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale su Era Superba #57

  • New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    1Dopo aver descritto la High Line, questa settimana parleremo di un secondo progetto, ancora nella fase iniziale, che mira a valorizzare il ruolo del “verde” ed ad accrescere gli spazi dedicati a parchi e giardini nella città di New York.
    L’idea di realizzare alcune gigantesche isole galleggianti sul mare, chiamate “Green Loop”, trae origine dalla volontà di migliorare la gestione dei rifiuti urbani, specie di quelli riciclabili ed “umidi” di una grande metropoli. New York produce, infatti, qualcosa come 14 milioni di tonnellate di scorie l’anno, il che implica costi di loro stoccaggio e trasporto per oltre 300 milioni. Tale movimentazione congestiona le strade, crea un enorme traffico, grandi quantità di anidride carbonica e notevole inquinamento atmosferico.

    2L’obiettivo degli ideatori del progetto consisterebbe nel valorizzare il “verde” cittadino, creando delle vere e proprie enormi isole sul mare, prospicenti a varie aree della metropoli. Tali spazi, sottratti all’acqua, verrebbero anche utilizzati per stoccare i rifiuti riciclabili da trasformarsi, attraverso un elaborato procedimento ecocompatibile, in compost ricco di minerali ed altamente concimante. Quest’ultimo verrebbe reimpiegato a New York o potrebbe essere eventualmente rivenduto a terzi. Nel progetto si mirerebbe a realizzare più o meno un’isola per ciascun quartiere in modo che ogni diversa area della città possa essere indipendente e possa autonomamente gestire lo smaltimento ed il riutilizzo dei propri rifiuti.

    PrintQuesti giganteschi “Green Loop” permetterebbero inoltre di sfruttare enormi, nuove estensioni di terreno, si ipotizzano almeno 135 acri, da destinare esclusivamente a spazi verdi e parchi pubblici. Da un punto di vista estetico, spunterebbero dal mare varie aree verdi galleggianti sull’acqua, tutte diverse tra loro per vegetazione, scelte progettuali e finalità di impiego.

    4I centri di lavorazione delle scorie sarebbero infatti siti all’interno degli isolotti e completamente coperti dalla folta vegetazione. Sarebbe così possibile realizzare boschetti, giardini, piste ciclabili ed orti collettivi dove crescere vegetali e verdure, magari reimpiegando lo stesso compost derivante dall’operazione di riciclo e bonifica dei rifiuti urbani.

    5Il progetto nel suo complesso è assai avveniristico ma permetterebbe, al tempo stesso, di riutilizzare rifiuti, abbattere i costi di loro smaltimento, ridurre l’inquinamento e di creare, dal nulla, numerose aree verdi dai più svariati impieghi.
    Le metropoli del futuro potrebbero quindi vedere, se questo ed altri progetti analoghi verranno realizzati, parchi e giardini che galleggiano sul mare o alberi spuntare dai balconi dei nuovi grattacieli, come nel caso del “Bosco verticale” di Stefano Boeri a Milano.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    sturla-3Il sopralluogo di #EraOnTheRoad di questa settimana ci ha portato a visitare in diretta Twitter il quartiere di Sturla, in compagnia di Francesco , residente ed attivista del “Comitato in Difesa di Sturla”.
    La nostra visita inizia da Piazza Cadevilla, nelle immediate vicinanze di Piazza Sturla, dove ha sede il deposito e stoccaggio di materiali da costruzione della ditta Viziano, oltre che di “zetto”, che viene scaricato ed ammucchiato nel piazzale: «Nei giorni secchi e ventosi – racconta Francesco – si alza una gran quantità di polvere. Sembra assurdo concepire un’attività di questo genere nel cuore di un bel quartiere come Sturla. Da segnalare anche la vicinanza con il liceo M.L. King, dove i ragazzi sono costretti a stare ore in un ambiente insalubre. Inoltre nell’area attorno alla piazza c’è una situazione non decorosa, anche quella rischiosa da un punto di vista sanitario, a causa di topi e sporcizia».

    Effettivamente la piazza è puntellata di costruzioni fatiscenti, divenute evidentemente ricettacolo di immondizia ed abbandonate a sé stesse «Quella di Piazza Cadevilla è una problematica che permane da più di vent’anni, quando il Comune cedette l’area a Viziano Costruzioni».

    Altrettanto vicina a Piazza Sturla, ma dalla parte opposta della strada, sorge invece l’ex-Casa Littoria o Casa del Soldato, che costituisce la seconda tappa della nostra visita. Era Superba si è già occupata di questo edificio nel marzo 2013, sarà cambiata la situazione? Purtroppo no, lo stabile è ancora in disuso, e non ci sono elementi che facciano presagire una veloce presa in carico da parte delle amministrazioni e del demanio (proprietario dell’immobile) del destino di uno spazio che potrebbe diventare una risorsa per Sturla, anzi che costituire un problema: anche in questo caso la prossimità con edifici scolastici pone la questione dell’igiene a causa di topi ed animali che hanno colonizzato la zona.

    «La Casa del Soldato fino a qualche anno fa era abitata almeno nella sua parte superiore da ufficiali dell’esercito. Da quando se ne sono andati lo stabile è nel più completo abbandono. Pensare che potrebbe, con un piccolo investimento, essere utilizzato con finalità pubbliche, come richiesto dal nostro Comitato circa 5 anni fa. L’abbandono è completo, l’edificio è diventato il regno dei roditori, tanto da rendere praticamente inutili le disinfestazioni nelle scuole vicine». Dunque il problema, oltre a riguardare la pulizia e la salubrità della zona, riguarda il mancato sfruttamento di uno stabile pubblico che non avrebbe bisogno di ristrutturazioni straordinarie, ma semplicemente di un pochino di ordinaria manutenzione, come dimostrano le finestre, spesso aperte ed a volte rotte, dal vento o da qualche vandalo. Prima di procedere con la prossima tappa del sopralluogo, gli impianti sportivi ed il giardino pubblico di Villa Gentile, ci soffermiamo a vedere come l’ingresso posteriore ai giardini di Via Chighizola sia stato reso impossibile da una frana frutto delle recenti ondate di straordinario maltempo.

    Con un breve spostamento ci rechiamo dunque, sempre in compagnia di Francesco, nell’area di Villa Gentile. Anche di quest’area Era Superba si è occupata recentemente. L’impianto sportivo di Vila Gentile è al centro di una vertenza che vede contrapposti il Comitato per la Difesa di Sturla e la società Quadrifoglio, affidataria degli sopazi comunali. La principale accusa mossa a Quadrifoglio è quella di non aver dato seguito all’impegno di mantenere aperti e fruibili alla cittadinanza i giardinetti pubblici limitrofi alla pista per l’atletica, ma di tenere anzi chiusi tre dei quattro accessi, rendendo di fatto possibile accedere all’area verde se non attraversando il campo di atletica. Dal canto suo la società che ha in gestione l’impianto replica che i cancelli sono tenuti chiusi per motivi di sicurezza, a causa di lavori in corso, oltre che per la difficoltà nel gestire economicamente anche la manutenzione degli spazi verdi. «L’unico lavoro sul giardino che abbiamo visto –spiega Francesco- è la rimozione di una transenna che divideva la pista ed il giardino, che pare sia stata effettuata senza i permessi necessari. Il risultato è di fatto quello dell’annessione dello spazio che dovrebbe essere di uso libero e pubblico al campo sportivo».

    Recandoci sul posto lo stato di abbandono del giardino pare evidente: rifiuti, vegetazione incontrollata e cancelli chiusi. «Un problema aggiuntivo – incalza Francesco – sempre derivante dalla chiusura degli accessi al campo, è costituito dal fatto che uno di questi varchi era previsto come via di fuga dalla vicina materna in caso di emergenza. Si è dovuto programmare un piano di evacuazione temporaneo, che prevede il deflusso delle scolaresche in un’area molto meno funzionale, compiendo un tragitto che prevede anche l’attraversamento di una strada percorsa dalle macchine: una soluzione sicuramente meno felice della precedentemente che sfruttava il campo di atletica come via di fuga».

    Ultima questione legata a Villa Gentile è quella del parcheggio annesso, una volta ad uso degli spettatori delle gare, ed attualmente adibito a parcheggio privato. Recandoci sul posto abbiamo notato come sia anche esposto un cartello che annuncia la possibilità di affittare dei posti macchina, una situazione che a prima vista sembrerebbe normale, ma Francesco tuona: «Ci sembra assurdo, non è certo facile venire in macchina ad assistere a delle gare; personalmente ho dei dubbi sulla legittimità di un uso simile del parcheggio». Per quanto riguarda Villa Gentile, in buona sostanza, abbiamo potuto constatare come la situazione sia sostanzialmente tale e quale a quella che avevamo raccontato a Giugno.

    Francesco ci accompagna infine alla ex-Casa del Dazio, un piccolo edificio in Via dei Mille, dismesso da una trentina d’anni. Lo stabile è chiuso e transennato, come inaccessibile è anche il parcheggio retrostante. «Originariamente la struttura sarebbe dovuta andare alla Polizia, ma nel 2004 – racconta Francesco – è stato compiuto un doppio attentato dinamitardo ai danni della vicino commissariato: da allora sono stati chiusi e transennati sia la casa de Dazio, che il parcheggio, e tutto è rimasto immutato fio ad oggi».

    «A mio parere – conclude Francesco – la situazione del nostro quartiere non è certo ottimale. Sturla è una zona molto bella, con angoli e scorci meravigliosi, ed è un vero peccato che sia così mal gestita. Con interventi poco onerosi e volontà politica si potrebbero restituire alla cittadinanza aree verdi e spazi pubblici. A parole specialmente dal Municipio abbiamo ricevuto promesse e rassicurazioni, vedremo in cosa si tradurranno concretamente».

     

    Carlo Ramoino

  • Porto, servizio ferroviario: il punto con i gestori in ottica nuovo bando. «Adeguamenti in ritardo e costi troppo alti»

    Porto, servizio ferroviario: il punto con i gestori in ottica nuovo bando. «Adeguamenti in ritardo e costi troppo alti»

    treno-fuorimuro-portoTra 7 giorni (15 dicembre 2014) scade il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse relative alla gestione del servizio ferroviario portuale che l’Autorità Portuale genovese affiderà in concessione per i prossimi 5 anni (più un anno di eventuale prosecuzione ). Ma Fuori Muro – l’impresa che oggi effettua il servizio integrato di manovra ferroviaria (ovvero composizione/scomposizione e movimentazione dei treni all’interno dello scalo), trasporto e navettamento dei convogli verso gli interporti oltre Appennino – potrebbe anche non partecipare alla procedura che, di fatto, anticipa l’emanazione del nuovo bando, prevista a breve considerata l’imminente scadenza (maggio 2015) dell’attuale concessione.
    «Non abbiamo preso ancora decisione definitiva, la società sta valutando il da farsi», afferma il presidente di Fuori Muro, l’ingegnere Guido Porta. Insomma, è difficile far quadrare i conti, anche perchè la riqualificazione delle infrastrutture portuali procede a rilento (vedi l’approfondimento di Era Superba sul Piano del Ferro, destinato a potenziare il traffico merci su rotaia da/per il porto genovese). «Riteniamo che la durata della concessione (5 anni più uno eventuale) sia troppo breve – sottolinea Porta – e questo rappresenta un problema perchè dobbiamo fare investimenti importanti, che in un così breve lasso temporale non possono essere ammortizzati. Inoltre, saranno caricati maggiori oneri sul futuro gestore delle attività di manovra ferroviaria. Dunque, diventerà più difficile applicare tariffe che da un lato coprano i costi, e dall’altro consentano lo sviluppo del traffico su ferro da/per il porto».

    Elemento, quest’ultimo, per nulla secondario, visto che Fuori Muro è pure impresa abilitata al trasporto ferroviario verso le realtà retroportuali. La società, costituita nel 2010, attualmente conta 106 dipendenti, lo scorso anno ha fatturato circa 12,5 milioni di euro (il capitale sociale è ripartito tra Rivalta Terminal Europa 50%, InRail 25% e Tenor 25%), e ha movimentato oltre 130 mila carri ferroviari all’interno del porto di Genova.
    Il servizio di trasporto combinato sviluppato sull’asse Italia-Francia e la capacità di integrare il servizio di manovra con la trazione in linea sono proprio gli elementi che hanno recentemente permesso a Fuori Muro di aggiudicarsi il titolo quale “Migliore operatore ferroviario merci europeo dell’anno 2014”, davanti all’impresa partner InRail, GB Railgreight (Gran Bretagna), e Grup Feroviar Român (Grampet Group, Romania).

    Il servizio ferroviario portuale

    porto-waterfront-genova-DIPer servizio ferroviario portuale si intendono “…la terminalizzazione, ossia l’introduzione e l’estrazione delle tradotte (un convoglio ferrroviario composto da almeno 15 carri) nei/dai terminal portuali da/per i parchi di interscambio… – leggiamo nel regolamento per l’esercizio del servizio ferroviario nel porto di Genova, adottatto dal comitato portuale lo scorso 29 settembre – Le manovre ferrovarie che includono: la composizione e scomposizione delle tradotte, e la movimentazione dei carri tra i parchi di interscambio ed i terminal portuali…”.
    Il servizio, erogato in esclusiva dall’impresa di manovra concessionaria “…è fornito a titolo oneroso dall’impresa di manovra a tutte le imprese ferroviarie interessate in maniera non discriminatoria. Le relative tariffe sono approvate dall’A.P. e vengono applicate dall’impresa di manovra nei confronti delle imprese ferroviarie”. La controprestazione a favore del concessionario “…consiste esclusivamente nel diritto di gestire funzionalmente e di sfruttare economicamente il servizio dietro il pagamento di un canone pari allo 0,5% del fatturato annuo”.
    Nel regolamento si sottolinea ancora: “Il servizio ferroviario portuale è garantito dall’impresa di manovra 24/h al giorno per l’intero arco annuale… il dimensionamento minimo della squadra di manovra è costituito da un’unità a bordo del mezzo e due unità per attività accessorie, tra cui la protezione del convoglio in fase di traino e spinta, e la manovra dei deviatoi… l’impresa è tenuta ad assicurare il servizio anche nel caso di temporanea rottura o guasto delle barriere di protezione nelle zone di intersezione con la viabilità stradale, nonché a provvedere agli interventi occorrenti di ripristino e connessa procedura di emergenza nel caso di svii di materiale rotabile”.

    Le criticità

    Per quanto riguarda i presunti maggiori oneri previsti a carico del futuro soggetto gestore del servizio ferroviario portuale, il presidente di Fuori Muro, spiega «Innanzitutto sarebbe necessario affrontare il discorso delle attività di manutenzione ordinaria della rete. Noi da tempo sollecitiamo che esse vengano affidate a Fuori Muro, ma siamo inascoltati dall’Autorità Portuale. La conseguenza è il persistere delle problematiche di malfunzionamento. Poi sussiste la criticità rilevante delle interferenze con la viabilità in sede stradale. Ad esempio per quanto concerne i passaggi a livello. A noi viene richiesto di garantire la continuità del servizio, ma nello stesso tempo non possiamo intervenire direttamente. E garantire la continuità ci costa circa 100 mila euro all’anno». Inoltre, secondo l’ing. Porta «Nel nuovo bando verrà richiesto di portare il presenziamento a 24h nel porto storico (Sampierdarena), ma il numero di treni è insufficiente per sostenere tali costi».

    C’è poi tutta la questione relativa ai lavori che coinvolgono i parchi di interscambio e le infrastrutture ferroviarie portuali. Interventi compresi sia nell’ambito dei lavori del Nodo Ferroviario di Genova in carico a RFI, sia nel nuovo Piano del Ferro, redatto dall’Autorità Portuale genovese con l’obiettivo di portare al 40% la quota di traffico merci su rotaia.
    «Non è chiaro come, e neppure chi, dovrebbe sostenere i maggiori oneri economici generati dal periodo transitorio in cui si svolgeranno i lavori e la gestione del servizio sarà da essi interferita – sottolinea Porta – Noi avevamo ipotizzato che l’A.P. potesse prevedere eventuali indennizzi, ma non sembra essere così. Inoltre, non conosciamo la data di fine dei lavori. Ad oggi non esiste una previsione immediata neppure in merito agli interventi del Nodo. I cantieri in corso limitano la nostra attività e ci obbligano a svolgerla interamente sul Campasso, visto che il Parco Fuori Muro sarà bloccato, e l’unico punto di uscita/ingresso dei treni sarà appunto quello del Campasso. Dovremo mettere a disposizione una squadra in più h24, parliamo di 14-15 persone, 700-800 mila euro all’anno di ulteriori costi».

    Nel momento in cui i treni di Fuori Muro diretti ai retroporti sono un numero esiguo «Siamo partiti con 3 treni al giorno, oggi ne facciamo 1-2 al giorno, è evidente che l’attività di impresa ferroviaria non è remunerativa. Le due cose, manovra e trasporto, possono stare insieme, e rappresentare anche un vantaggio, se entrambe funzionano a dovere – conclude Porta – Oggi non è così. Tutto ciò si riflette in tariffe più alte per quanto riguarda le attività di manovra. Perchè manca il contesto intorno e mancano gli interventi correlati agli incrementi dei volumi di traffico registrati negli ultimi anni».

     

    Matteo Quadrone

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