Autore: erasuperba

  • Pegli, Villa Durazzo Pallavicini riapre al pubblico dopo il restauro

    Pegli, Villa Durazzo Pallavicini riapre al pubblico dopo il restauro

    villa durazzo pallaviciniA partire dal 23 settembre Villa Durazzo Pallavicini, a Pegli, riapre al pubblico: una data non casuale, che coincide con il 170° anniversario dell’inaugurazione avvenuta il 23 settembre 1846, quella scelta dal Comune per restituire ai genovesi la dimora del marchese Ignazio Pallavicini dopo tre anni di chiusura per i lavori di restauro. In questo periodo sono stati restituiti alla loro bellezza originaria il tempio di Flora, il castello e il mausoleo del Capitano, l’obelisco egizio, la tribuna gotica, il ponte romano, il chiosco turco e la pagoda cinese.

    Oggetto degli interventi, per uno stanziamento complessivo superiore ai quattro milioni di euro, è stata in particolare tutta la parte alta del giardino con la ricomposizione delle scenografie vegetali, dei percorsi e dei muri, alle opere di ingegneria naturalistica e al riassetto di tutti gli impianti idrici. Lavori grazie ai quali è stato nuovamente reso fruibile il percorso ideato da Michele Canzio, architetto, scultore, decoratore e scenografo genovese. Impagabile la vista che, dal Castello del Capitano, permette una panoramica di 360 gradi sull’arco appenninico, il promontorio di Portofino e la Riviera di Ponente fino a Capo Noli.

    Orari di apertura
    Dal 1 aprile al 30 settembre da martedì a domenica, dalle 9.30 alle 19, ultimo ingresso ore 17, giorno di chiusura lunedì, salvo ponti o festività.
    Dal 1 ottobre al 1 novembre da martedì a domenica dalle 9.30 alle 18, ultimo ingresso ore 16.
    Dal 2 novembre al 31 marzo tutti i fine settimana dalle 10 alle 17, ultimo ingresso ore 15, escluso Natale e Capodanno. Garantito l’ingresso in settimana per i gruppi prenotati.

    Info: www.villadurazzopallavicini.it – cel. 393.8830842

  • Rifiuti, il “Patto per la Bellezza” di Amiu e Comune per ripulire la città

    Rifiuti, il “Patto per la Bellezza” di Amiu e Comune per ripulire la città

    AmiuPassata la tempesta (giudiziaria), Amiu e Comune si attrezzano per ripulire Genova, chiamando a raccolta anche la cittadinanza attiva. L’obiettivo è avviare fin da subito un’attività straordinaria per la rimozione dei rifiuti ingombranti in attesa che, entro la fine dell’anno, si concluda la gara per l’assegnazione del servizio ad una nuova ditta appaltatrice. Come è noto, infatti, in seguito all’inchiesta che in primavera ha travolto la principale ditta subappaltante, la Switch 1988 spa, il ritiro degli ingombranti porta a porta è sospeso dallo scorso mese di marzo e chi deve disfarsi di un mobile o di un qualsiasi altro rifiuto voluminoso è costretto a portarlo in una delle quattro isole ecologiche della città. Oppure ad affidarsi al camioncino EcoVan che da solo, tuttavia, non può minimamente fare fronte alla richiesta, come d’altra parte ammette lo stesso assessore all’Ambiente, Italo Porcile: «Nel bando di gara degli ingombranti si parla di 5250 pezzi da ritirare al mese, vale a dire circa 250 al giorno. Impossibile per un solo furgone».

    Contestualmente al lancio del piano di pulizia straordinaria che coinvolgerà tre cooperative – una per il Ponente, una per il Centro ed una per il Levante – incaricate di intervenire in tutta la città in coordinamento con Amiu e in base alle priorità indicate da ciascun Municipio, lo stesso Porcile ha anticipato i contenuti di una delibera che prevede un sostegno economico concreto a supporto dei progetti di cittadinanza attiva per il decoro urbano: «In questa fase è per noi di vitale importanza l’apporto che viene dai comitati e dalle associazioni di cittadini. Oltre che ringraziarle, dobbiamo garantire a queste persone i servizi di supporto necessari, assicurando loro il ritiro dei materiali raccolti nella pulizia di strade, parchi, giardini e spiagge». Concretamente, le organizzazioni di privati cittadini interessate a dare una mano dovranno rivolgersi al proprio Municipio di riferimento il quale, di concerto con il Comune, individuerà le iniziative più meritorie. «Le risorse che andremo a destinare a questo servizio dipenderanno dalle segnalazioni che ci arriveranno dal territorio, ma immagino che complessivamente la cifra ammonterà a circa 100mila euro da qui alla metà del prossimo anno», prevede Porcile.

    Il coinvolgimento dei cittadini, infatti, andrà avanti anche dopo il superamento dell’attuale fase di emergenza e porterà all’istituzione di un “Patto per la Bellezza” che dovrebbe prevedere, oltre ad una definizione strutturale della collaborazione tra Comune e privati, anche una serie di iniziative sul piano della comunicazione e della sensibilizzazione. «Anche da questo punto di vista – conferma l’assessore all’Ambiente – c’è ancora molto da fare. Al di là di chi viola consapevolmente le regole in materia di smaltimento dei rifiuti e per i quali servono solo adeguate sanzioni, infatti, molti non hanno ancora la piena coscienza del fatto che la raccolta differenziata non è solo un comportamento virtuoso, ma anche un obbligo di legge». La delibera anticipata oggi da Porcile sarà portata in giunta giovedì, assieme a quella per l’avvio del piano di differenziata spinta, che questa volta include anche il porta a porta. Secondo quanto riferisce lo stesso assessore, infatti, la sperimentazione avviata nelle alture del Levante sta dando gli esiti sperati e, in un quadro di riforma complessiva del sistema di raccolta, sarà implementata ad altre aree della città.

    Il presidente di Amiu, Marco Castagna, traccia invece la road map per il ripristino del servizio di ritiro degli ingombranti: «La gara partirà entro la fine di questa settimana e prevediamo che si concluda entro la fine dell’anno, in modo da rendere il servizio operativo già da gennaio 2017. Il nuovo appalto durerà due anni e recupererà i diciotto addetti utilizzati dalla ditta precedente, altri sedici saranno invece reimpiegati tramite la gara per il ritiro della carta conferita nei bidoncini da 240 a mille litri: anche questa partirà a breve e avrà durata di sei mesi più altri sei rinnovabili. Complessivamente, quindi, saranno nuovamente impiegate 34 persone che già erano impegnate nel precedente appalto, applicando così la clausola sociale di salvaguardia dei lavoratori ex Switch e Giglio».

    Sempre a proposito della carta, Comieco, vale a dire il consorzio incaricato del riciclo, ha annunciato che per i prossimi tre mesi destinerà alle popolazioni terremotate 70 euro per ogni tonnellata di materiale raccolto: «Una ragione in più per incentivare i cittadini ad un comportamento virtuoso, perché facendo una buona raccolta differenziata sarà possibile accantonare qualche milione di euro per le popolazioni colpite dal sisma», è l’appello di Castagna, che in generale invita i genovesi a proseguire con le loro segnalazioni delle principali criticità esistenti nei quartieri. L’ultimo punto toccato dal presidente di Amiu, riguarda il rapporto con le attività economiche. «Per contrastare l’abbandono dei rifiuti ingombranti, organizzeremo a breve un vertice in Camera di Commercio in cui sensibilizzare le imprese ad avvalersi delle isole ecologiche dove, è bene ribadirlo, è possibile conferire in maniera assolutamente gratuita. Basta essere in possesso del necessario patentino».

    Marco Gaviglio

  • Ordinanza Movida, vince il Comune. Il Tar respinge la richiesta di sospensiva: invariati gli orari per gli alcolici

    Ordinanza Movida, vince il Comune. Il Tar respinge la richiesta di sospensiva: invariati gli orari per gli alcolici

    movidaIl Tar della Liguria ha respinto la richiesta di sospensiva contenuta nel ricorso avanzato lo scorso maggio da Ascom-Confcommercio e Confesercenti contro l’ordinanza “anti-movida” del Comune di Genova. In attesa che il Tribunale si pronunci nel merito, dunque, restano in vigore le restrizioni agli orari di apertura dei pubblici esercizi del centro storico e di Sampierdarena, costretti ad abbassare le saracinesche all’una di notte nei giorni infrasettiminali e alle due il venerdì e sabato e nei prefestivi.

    Le associazioni di categoria, autrici anche di un esposto all’Antitrust, contestano un provvedimento a loro giudizio lesivo della libera concorrenza perché vincolante per tutte le attività economiche indipendentemente dal fatto che queste rispettino o meno le normative in materia di somministrazione delle bevande alcoliche.

    Diverso il parere del Tribunale amministrativo, secondo il quale “il provvedimento del Comune di Genova è stato fatto precedere da un’accurata istruttoria e realizza un equo contemperamento degli interessi in conflitto. Nel bilanciamento degli interessi proprio della fase cautelare, risulta sicuramente prevalente quello della tutela della quiete pubblica e del decoro urbano”.

    «Abbiamo vissuto come una sconfitta per la città il fatto che non si sia trovata una mediazione ragionevole con l’amministrazione, quando bastava un’ora in più di apertura per non penalizzare gravemente le attività regolari» replica Andrea Dameri, direttore di Confesercenti Genova. «La bocciatura della richiesta di sospensiva, che non abbiamo ancora potuto leggere, va analizzata e non significa il rigetto del ricorso, rimanendo comunque sul tavolo la penalizzazione delle attività regolari e l’insufficiente incidenza su chi viola sistematicamente le regole. Questo è un problema della città e che, come tale, spetta al Comune risolvere, non al Tar».

    «Devo ancora leggere nel dettaglio il provvedimento del Tar ma è la conferma che il Comune di Genova ha fatto un lavoro serio e approfondito per contemperare i bisogni dei cittadini con quelli dei locali notturni» è il commento, a caldo, dell’assessore alla Legalità, Elena Fiorini. «Le motivazioni del ricorso si sono dimostrate poco consistenti e pretestuose, ora si tratta di andare avanti con un dialogo con le associazioni di categoria che come amministrazione confermiamo, così come con i cittadini e con i giovani e tutti coloro che amano la nostra città e la vogliono vivere divertendosi nel rispetto delle regole».

    Per l’assessore Fiorini (e per il sindaco Marco Doria) la sentenza del Tar rappresenta una vera e propria vittoria anche all’interno della giunta. E’ noto, infatti, che l’attuale ordinanza sia molto più sostenuta dalla parte “arancione” dell’amministrazione genovese piuttosto che da altri esponenti come l’assessore allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza, che aveva più volte annunciato la propria volontà di rivedere il documento andando incontro alle richieste degli esercenti. Difficile ora che l’assessore filo-renziano possa avere la meglio.

    E a vedere di buon occhio l’espressione del Tar sono anche gli abitanti del centro storico che fanno parte dell’associazione Asset. «Il Tar ha effettuato un giusto bilanciamento degli interessi tenuto conto che l’ordinanza comunale si limita a ridurre di un’ora soltanto l’orario di somministrazione di alcolici nelle giornate prefestive (alle 2, anziché alle 3 di notte). I pubblici esercenti potranno dunque rimodulare l’orario, effettuando un orario maggiormente prolungato durante il giorno (infatti, attualmente, molti pubblici esercizi sono chiusi durante il giorno ed aprono la sera) e, se vogliono contribuire allo sviluppo turistico, dovranno offrire servizi più qualificati, rispetto alla semplice mescita notturna di prodotti alcolici». A dirlo è l’avvocato Andrea Pinto, portavoce di Asset. L’associazione si era già spesa in passato a sostegno del provvedimento, sottolineando come mirasse a tutelare la quiete pubblica e il decoro urbano, «valori prevalenti rispetto all’esercizio incondizionato dell’attività di impresa». L’associazione evidenzia inoltre che «la limitazione di orario e l’aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine hanno dato un segnale forte di sostegno agli abitanti e di fermezza nei confronti di chi vìola le norme di convivenza incivile». Per i cittadini del centro storico, inoltre, «la chiusura dei minimarket alle 21 ha arginato, almeno in parte, il fenomeno della diffusione di alcol (di pessima qualità) a basso prezzo e pone un argine al facile alcolismo tra i giovani. Per converso, la riduzione di orario non è tale da ostacolare lo svolgimento dell’attività di impresa».

  • “C’era una volta Banca Carige”: dalla rivoluzione degli anni ’90 all’inchiesta giudiziaria

    “C’era una volta Banca Carige”: dalla rivoluzione degli anni ’90 all’inchiesta giudiziaria

    banca-carigeUna situazione in divenire, anche se il crollo di questi giorni in borsa (in una settimana il titolo ha perso un quinto del suo valore) non è certo un buon segnale. Parliamo ovviamente di Banca Carige, ancora “malata”, a due anni di distanza dall’inchiesta giudiziaria che lasciò a bocca aperta tanti genovesi. E se il futuro prossimo di Carige è ancora un dilemma, vale la pena ricostruire il recente passato, per comprendere meglio il percorso che negli ultimi anni ha portato alla trasformazione della storica banca genovese.

    La storia: dal Banco di San Giorgio alla Cassa di Risparmio

    Genova da sempre ha legato la sua storia al suo mare, ai suoi monti e alle sue banche. La salute di queste ultime, fin dalla loro nascita, è stata la cartina tornasole della vita e dello sviluppo del capoluogo ligure, nel bene e ovviamente nel male. La nascita del Banco di San Giorgio, una delle prime banche della Storia, avvenne a seguito del dissesto economico della “Compagna Communis” genovese, provocato dalla guerra contro Venezia: con provvedimento statale del 1407 furono riuniti tutti i debiti verso i privati cittadini e fu affidato all’istituto la gestione del debito pubblico della città con la possibilità di emettere moneta, come una sorta di banca centrale. Il Banco divenne ben presto istituto di credito riconosciuto e “internazionale”, avendo tra i clienti armatori, enti religiosi e la corona spagnola. La sua ricchezza fu la ricchezza della città: nel XVI e XVII secolo si visse l’apice dell’impero finanziario genovese, e questo oggi è ancora materializzato nella grandiosità urbanistica dei palazzi, delle ville e delle strade. “San Giorgio” arrivò a possedere anche territori, come Famagosta, le colonie in Crimea e la Corsica; ma seguì le sorti della Superba: fu sciolto nel 1805 in seguito alla annessione della Liguria alla Francia giacobina. La Repubblica di Genova sarebbe stata cancellata dieci anni più tardi (qui l’approfondimento storico).
    Nel 1846, il ruolo di propulsore finanziario della città passò alla neonata Cassa di Risparmio di Genova: Carlo Alberto, infatti, trasformò l’antico Monte di Pietà di Genova, fondato nel 1483 dal frate francescano Angelo da Chivasso, oggi venerato come beato, ampliandone la base finanziaria, in modo da sostenere la rinascita economica della città. L’operazione ebbe successo: nacquero imprese, aziende, industrie che presto divennero grandi, e l’economica genovese tornò ricca. I genovesi avevano nuovamente la loro banca. Oggi questa eredità vive in Banca Carige, istituto compreso nel Gruppo Carige, uno dei più consistenti nel panorama italiano ed europeo. Almeno fino ad oggi: la salute del gruppo, e quindi di Banca Carige subisce gli andamenti di un mercato, quello del credito, in una fase di profondi cambiamenti e criticità, che come la Storia ci insegna, hanno dirette ripercussioni sulla vita economica cittadina, e non solo.

    Banca Carige, la “rivoluzione” del 1990: le fondazioni bancarie

    Via David Chiossone, sede banca CarigePer provare a capire meglio lo stato dell’arte odierno, dobbiamo fare ancora un salto nel passato, esattamente nel 1990, quando, per adeguarsi alle normative europee, e aprire al mercato finanziario comunitario, il legislatore italiano inventa le fondazioni bancarie. Le Casse di Risparmio, quindi, in virtù della legge delega 218/1990, diventano istituti di diritto privato, banche vere e proprie, con fini commerciali e speculativi, aperte al mercato finanziario internazionale. A controllarle, sulla carta in via transitoria, sono le fondazioni bancarie, enti di diritto pubblico, il cui unico obiettivo istituzionale, per legge, è quello di perseguire “fini di interesse pubblico e utilità sociale”.

    Nasce quindi Fondazione Carige, con ancora in mano le redini della banca; le cariche decisionali sono di nomina politica: il consiglio di indirizzo è composto, infatti, da personalità scelte, con diverse quote, dai sindaci di Genova e Imperia, dal presidente della giunta regionale e da quelli delle provincie toponimiche. Questo organo, oltre a nominare le altre cariche esecutive e amministrative dell’ente, decide come e dove investire il denaro a disposizione della fondazione, e soprattutto indirizza indirettamente le decisioni della banca vera e propria. In altre parole, la banca rimane nelle mani delle amministrazioni locali, che in questo modo possono usarla per finanziare iniziative, lavori, imprese e gli enti stessi, attraverso flussi di credito. Risulta evidente, quindi, che il meccanismo presta il fianco ad eventuali favoritismi, localismi e anche abusi. L’altra faccia della medaglia è, però, quella di garantire la liquidità necessaria per mandare avanti la città e la regione, nel bene e/o nel male. Le ricadute sul territorio sono abbondanti, anche se non per tutti.
    Nel frattempo Banca Carige differenzia i mercati e i prodotti, abbracciando il terreno delle assicurazioni e dei leasing, diventando Gruppo Carige, che nel 1995 fa il suo esordio in borsa. Da quel momento è una storia di crescita finanziaria ed espansione territoriale: vengono assorbite altre casse (come quella di Savona e il Monte di Lucca), acquisiti enti assicurativi (Vita Nuova e Levante NordItalia), mentre cresce il numero degli sportelli e dei dipendenti. La Liguria rimane il fulcro geografico dell’attività del gruppo, il quale però pensa in grande, conquistando spazi in tutto il paese.

    Giovanni Berneschi e l’inchiesta giudiziaria

    L’apice è raggiunto sotto la guida di Giovanni Berneschi, prima nominato amministratore delegato nel 2000 e poi presidente nel 2003; durante questo periodo, infatti, Banca Carige fa registrare numeri record: 678 sportelli sparsi su tutto il territorio nazionale (e anche all’estero), quasi 11 mila dipendenti, tra ramo bancario e assicurativo, un bilancio attivo che nel 2013 arriverà a 1,7 miliardi di euro. Fondazione segue trionfalmente questo andamento: con uno stato patrimoniale di 1,4 miliardi, può mettere a bilancio, nel 2012 un attivo di 67 milioni. Tutto questo ricade direttamente sulla città: Fondazione Carige concede erogazioni per quasi 20 milioni l’anno, finanziando attività e iniziative di ogni tipo, mentre la banca garantisce liquidità in forma di credito alle famiglie e imprese per 32,8 milioni (dato 2012) . Anche la politica e i grandi imprenditori ne traggono giovamento, visto che Carige concede prestiti per finanziare opere, cantieri e società: Erzelli è un esempio fra tanti, ma si potrebbero citare i prestiti alla Porto Antico s.p.a, in difficoltà perché troppo esposta con debitori insolventi, o quelli per tamponare il disastro Carlo Felice o i debiti di A.M.T. Anche Enrico Preziosi, presidente del Genoa C.F.C riceve un generoso prestito: tutta la città si muove grazie al flusso di liquidità garantito dalla sua banca.

    Performance straordinarie, che permettono al Gruppo Carige di assestarsi ai primissimi posti nella classifica degli istituti italiani, in un periodo storico dove la congiuntura finanziaria ed economica per molti suoi competitor è disastrosa se non letale. La cosa “non sfugge” agli ispettori di Banca di Italia e le indagini portano alla scoperta del trucco: a bilancio, infatti, venivano schedulati crediti malati, per oltre un miliardo, come se fossero esigibili, dopando in questo modo il saldo contabile. Anche i bilanci della Fondazione risultano alterati: i titoli azionari della banca posseduti (il 46,6% del totale sul mercato), infatti, erano contabilizzati come se il loro valore fosse di 1,35 euro, contro un valore reale di 0,4/0,6 .

    Il risveglio è molto brusco; i massimi dirigenti degli enti finiscono sotto indagine e i conti vengono ripuliti; il risultato è il materializzarsi di un situazione drammatica: Banca Carige vede cadere i suoi utili da 1,8 miliardi a 500 milioni di euro, perde posizioni nei rating e precipita in borsa; alcuni comparti vengono venduti (come le assicurazioni), ed è deciso un aumento di capitale. Fondazione, che ha negli utili derivati dai dividendi della banca oltre il 90% delle sue risorse, inizia a cedere quote importanti di azioni. La pulizia dei bilanci, infatti, ha portato alla luce un disavanzo, nel 2013, di oltre 900 milioni, e l’ente non può più permettersi investimenti nella banca; oggi la fondazione, dopo diverse fasi di cessioni, possiede quasi il 2% delle azioni di Banca Carige, ha messo in vendita parte del suo patrimonio (partecipazioni e immobili), passando da 1,4 miliardi a 257 milioni di rendite, avendo ancora un passivo di 216 milioni , con oltre 153 milioni di debito (nel 2007 il monte debiti pesavo solo per 1,9 milioni). Le conseguenze sul territorio non si sono fatte attendere: le erogazioni di Fondazione crollano, scendendo a 93 mila euro nel 2014, contro 11 milioni dell’anno precedente (nel 2009 si contavano addirittura 24 milioni di finanziamenti), mentre Banca Carige chiude i rubinetti del credito, scendendo a 30 milioni di prestiti verso famiglie e piccole e medie imprese contro gli oltre 49 del 2013. Il Gruppo Carige chiude 164 sportelli in Liguria, ridisegnando la sua distribuzione geografica complessiva, arrivando a quota 627 su tutto il territorio nazionale (nel 2013 erano 678 di cui 387 nella nostra regione). Anche il numero di dipendenti inizia a calare: senza contare gli oltre 5000 dipendenti delle assicurazioni cedute, che non sono più stipendiati direttamente dal gruppo, dopo una decennale crescita, si passa dalle 5387 unità del 2013 alle 5154 unità di giugno 2015 (nel 2010 erano 5536). Quindi meno soldi, meno liquidità e meno lavoro.

    Questo il quadro odierno, ancora in fase di assestamento: da tempo, infatti, si parla in maniera sempre più insistente di fusione del Gruppo Carige con un altro attore finanziario più solido, cosa che salverebbe l’istituto, ma lo slegherebbe definitivamente da Genova. La Fondazione, invece, rischia la stessa esistenza: il rientro dei debiti è ancora da completare e il suo patrimonio è già irrecuperabilmente ridimensionato; inoltre, è residualmente marginale nel controllo di Banca Carige, e di conseguenza anche gli enti locali e il territorio.

    La stagione del credito facile è finita, tutto quello che si muove a Genova ora dovrà trovare altri modi per garantirsi la liquidità necessaria. Che sia un bene o un male, dipenderà dalla capacità politica e progettuale degli amministratori. L’entrata in scena di Vittorio Malacalza, a capo del gruppo industriale che ha acquisito le quote azionarie di Banca Carige messe sul mercato da Fondazione, diventando il socio di maggioranza, è stata accolta con entusiasmo: imprenditore esperto, con una liquidità importante (recentemente uscito da Pirelli con oltre 500 milioni di ricavi), nei fatti ha sbloccato la situazione, salvando l’istituto nel nome della “genovesità” (nonostante sia nato a Bobbio, l’imprenditore è da sempre di base nel capoluogo ligure). Ma tutto il contesto è cambiato, e la banca, mai come oggi, è in balia del mercato e fuori dal “controllo” del territorio: il settantasettenne Malacalza è sì, infatti, genovese, ma prima di tutto è uomo di affari, con interessi diversificati e globali. Una sola cosa è certa: la stagione del credito è indiscutibilmente chiusa, quella che si apre è un’incognita.

     

    Nicola Giordanella

     

  • Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opereStretta tra mare e appennini, la Liguria ha da sempre sviluppato una rete viaria tanto complessa quanto intricata; una peculiarità, quella orografica, che è stata, ed è tutt’oggi, croce e delizia per gli abitanti e per il suo territorio; inaccessibile o inevitabile, protetta o indifendibile, aspra o suggestiva: diverse sono le facce delle varie medaglie che potrebbero essere poste a descrizione di questa terra, a seconda della prospettiva di chi l’ha guardata e vissuta nel corso dei millenni.

    Già per i Romani la rete stradale in Liguria fu un vero banco di prova: posta sulla direttiva che collegava Gallia e Iberia, senza vie adeguate era difficile portare e manovrare truppe, tenendole rifornite e al sicuro da imboscate. Nel 148 a.C., fu fatta costruire la via Postùmia, che collegava Genova con Aquileia, i due maggiori porti del nord italico; il tracciato vedeva il mare solamente nei pressi della città, seguendo poi la valle del Polcevera, inerpicandosi su per i Giovi, verso Tortona. Nel 109 a.C., visto che la via Aurelia (iniziata nel III secolo a.C.) si interrompeva nei pressi di Pisa, venne fatta costruire dal censore Marco Emilio Scauri la via omonima (AEmilia Scauri), che collegava Luni, appena sottomessa, a Vada Sabatia (Vado Ligure): il tracciato, secondo le ipotesi più accreditate, raggiungeva Piacenza, per poi passare da Tortona, Acqui Terme e Cadibona, aggirando tutto il bacino del Vara, il Tigullio e il genovesato. Sotto Augusto, fu costruita la Via Julia, che collegava Vada Sabatia con la Gallia meridionale. I sentieri, le mulattiere, le creuze e le strade che collegavano i vari villaggi, approdi e borghi costieri furono messi a sistema nei secoli successivi, in maniera sistematica, diventando la Via Aurelia che oggi conosciamo, inaugurata nel 1928.

    Genova – Serravalle: la “Camionale”

    La questione strade diventa pressante con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di trasporto; l’avvento del motore a scoppio, e la sua diffusione cambiano il modo di pensare alle comunicazioni terrestri, in tutto il mondo, Italia compresa. Durante il periodo fascista sono realizzate quelle che saranno le prime autostrade del paese; in Liguria la primissima è la “Autocamionale Genova-Valle del Po”, inaugurata nel 1935: strada ad una sola carreggiata che collegava il porto del capoluogo ligure con Serravalle. La peculiarità di quest’opera fu che per la prima volta venne predisposta un’ampia area sosta (al casello di Genova) con bar, parcheggi e servizi. Ma è solo nel dopoguerra, con il “boom” economico degli anni ‘50, che arriva la mobilità di massa, e iniziano a cambiare i parametri per pensare e costruire le strade.

    In quegli anni, Genova e la Liguria, vertici del triangolo industriale che sta trascinando il paese, sono ancora incastonate tra il mare e le montagne, con linee ferroviarie a binario unico per molti chilometri, una via Aurelia sempre più congestionata, e decine di provinciali totalmente inadatte per trasportare persone e merci al ritmo che la modernità va dettando.

    Gli anni ’60, le autostrade: la Liguria cambia volto

    ponte-autostrada-valpolceveraGli anni ’60 sono anni di cantieri e inaugurazioni: con una velocità che oggi sembra impensabile, vengono scavati chilometri di gallerie e innalzati decine di viadotti, con uno sforzo ingegneristico inedito e con un inevitabile ingente impatto ambientale, ammortizzato però dalle ricadute sul indiscutibile benessere collettivo. Nel 1960 viene completata la Milano – Serravalle, mentre il tratto verso Genova è raddoppiato con una nuova carreggiata (che diventerà la carreggiata nord, più corta della storica Camionale); lo stesso anno è inaugurata la Savona – Torino (A6), inizialmente a carreggiata unica; nel 1965 viene tagliato il nastro del primo tratto di quella che sarà l’A12, Recco – Rapallo; anno dopo anno si aggiungeranno gli altri pezzi di questo puzzle: prima Nervi – Recco, poi il raccordo con l’A7, successivamente si allunga fino a Chiavari; nel frattempo è stato completato il tracciato che collega Lavagna con Sestri Levante, che sarà unito al resto nel dicembre del 1969. Si arriverà a Livorno nel 1975, avendo costruito in quindici anni oltre 35 chilometri di tunnel e altrettanti di viadotti. Tutto questo mentre nel 1967 le prime automobili sfrecciavano sulla Genova – Savona, completata fino al confine di Stato di Ventimiglia nel 1971, dopo aver scavato gallerie per 50 chilometri, sospeso asfalto su 43 chilometri di ponti, per un totale di 159 chilometri. Il traffico privato e merci però è in continua crescita, per cui i cantieri non si fermano: nel 1975 incominciano i lavori per il raddoppio della A6, che, visto l’elevatissimo numero di incidenti, spesso mortali, aveva conquistato il soprannome di “autostrada della morte” (il raddoppio totale sarà ultimato solamente nel 2001), mentre nel 1977 è inaugurata l’A26, che, collegando Voltri con Alessandria, e successivamente con Gravellona, assorbirà parte del traffico della A7.

    In poco più di un 25 anni, quindi, la Liguria è collegata al resto del paese, e all’Europa, con 510 chilometri di tracciati autostradali costruiti sul suo territorio.

    La Gronda e i dati sul traffico autostradale

    Se nel 1970 le autostrade del paese registrano la cifra totale di 15 miliardi di veicoli per chilometro, quindici anni più tardi i numeri sono più che raddoppiati, con 28 miliardi di veicoli leggeri e 8 miliardi di mezzi pesanti (nel 1970 questi erano 4); iniziano a evidenziarsi alcuni problemi per le infrastrutture liguri, soprattutto nella zona di interconnessione di Genova, dove in pochi chilometri si intersecano A7, A10 e A12. Nascono, quindi, alcune ipotesi risolutive: nel 1984, per la prima volta, si parla di Gronda di Genova, intendendo con questo termine una ulteriore infrastruttura viaria pensata per bypassare il nodo del capoluogo, grazie a bretelle che aggirano a nord il tracciato urbano delle autostrade. Il primo disegno, che prevedeva il collegamento diretto tra Voltri e Rivarolo, fu prima approvato, poi bocciato dal TAR, poi riammesso dal Consiglio di Stato, ma successivamente scartato. Solo dal 2001 il progetto è tornato al centro del dibattito pubblico e politico, con le alterne vicende che si sono trascinate fino ad oggi e che Era Superba ha documentato.

    Se guardiamo i numeri, però, possiamo focalizzare il contesto odierno in cui eventuali opere del genere andrebbero ad inserirsi.

    Come dicevamo, secondo i dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), per quanto riguarda i volumi di traffico, dagli anni settanta fino agli anni novanta, l’incremento è stato costante, quasi esponenziale. Nell’ultimo quindicennio del XX secolo i numeri aumentano, ma con un trend leggermente più contenuto, soprattutto per quanto riguarda il traffico privato. Dal 1985 al 2000, infatti, i miliardi di veicoli per chilometro passano da 28 a 53, che, aggregati ai dati del traffico pesante, segnano un passaggio da 36 a 70 miliardi. A fine 2014 le cifre parlano di 83 miliardi. Quindi, dal 1970 al 1985 è stato registrato un incremento del +140%, mentre nel quindicennio successivo del +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Nel frattempo è cresciuta ulteriormente la rete infrastrutturale, passando da 3369 chilometri di tracciati del 1970, ai 4967 del 1985, ai 5380 del 2000, fino al 5660 del 2014.

    Le autostrade genovesi hanno seguito l’andamento generale, vedendo un aumento di traffico costante fino a metà degli anni ’80, seguito da una leggera flessione fino al 2000, e successivamente un drastico abbassamento del tasso di crescita dei volumi. Anzi, in alcuni casi, la crescita si è quasi azzerata: se prendiamo la A26, nel tratto ligure tra Genova Voltri e Alessandria, nel 2001 la media giornaliera registrata è stata di 54234 veicoli al giorno; questa cifra sale di anno in anno fino al 2007, quando tocca le 64587 unità; ma negli anni successivi decresce fino ad arrivare ai 56507 veicoli al giorno nel 2014, meno del 2002. Uguale situazione per l’A10: nel 2001 sono 207 mila i veicoli giornalieri, che toccano l’apice nel 2007 con 232600 unità, per poi riassestarsi a 207700 nel 2014. Anche sull’A12 abbiamo un andamento simile: si passa dalle 203 mila unità del 2001, alle 241 mila del 2008, mentre nel 2014 la cifra scende 216 mila. Per quanto riguarda l’A7 addirittura abbiamo una diminuzione: nel 2001 le unità giornaliere sono state 131603, cresciute a 141258 nel 2007, mantenendosi costanti fino al 2010, per poi crollare a 128581 nel 2014.

    La crisi economica ed occupazionale, quindi, sta avendo i suoi effetti anche sull’utilizzo delle autostrade liguri, che sono al contempo vie di pendolari e vie di vacanzieri, oltre che strade di trasporto commerciale; ad oggi, quindi, pensare di aggiungere chilometri ad una rete che con le sue infrastrutture occupa circa 5422 chilometri quadrati, cioè lo 0,07% di tutto il territorio, che è il tasso più alto del paese, non sembra economicamente strategico: se la crisi ha avuto il suo effetto, ad oggi, non esistono concreti segnali di ripresa, e comunque, come abbiamo visto, il tasso di crescita del traffico autostradale è strutturalmente in continua diminuzione.

    In passato, quindi, è stato fronteggiato il problema connettivo della Liguria con il resto del paese e del continente costruendo infrastrutture progettate sulla base di uno sviluppo economico fortemente sbilanciato sul consumo privato del trasporto. Oggi quest’ultimo si è assestato, e pensare di risolvere i problemi di oggi con modelli di crescita legati ad un contesto non più in essere, potrebbe non essere la soluzione migliore.

    Mai come oggi Genova e la Liguria sono collegate con il resto del mondo; nei secoli si è affrontato il problema dei collegamenti terrestri attraverso un approccio quantitativo: più traffico, più strade. I numeri però ci dimostrano che questo oggi non basta e non serve più; la categoria qualitativa potrebbe essere una delle risposte, non solo per quanto riguarda chi viaggia, ma anche per chi quel territorio attraversato dalle autostrade lo vive e lo vivrà. Per evitare che le strade costruite non servano alle persone, in un prossimo futuro, solo per fuggire da una terra ormai devastata.

     

    Nicola Giordanella

  • Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    fablabImparare a fare (quasi) tutto: un progetto ambizioso e interessante che vale la pena raccontare. Domenica pomeriggio, una splendida giornata di sole autunnale, sulla pagina Facebook di Fablab Genova vedo che il loro laboratorio di Corso Monte Grappa, di cui ho sentito parlare, dovrebbe essere aperto, quindi decido di andare a vedere di persona di che cosa si tratta. Il nome, così accattivante, proviene dal primo Fablab nato al Massachusetts Institute of Technologies, a Boston, dove un certo professor Neil Gershenfeld decise che sia gli studenti che gli insegnanti, se volevano, avrebbero potuto avere uno spazio dove non solo sperimentare quanto appreso in via teorica, ma anche condividerlo mettendo in rete le informazioni necessarie. Un apprendimento di tipo “partecipato” dove chiunque, avendo accesso alle tecnologie digitali, avrebbe potuto sviluppare in maniera autonoma un’idea nata da altri e da questi condivisa.

    Vengo accolta da quattro giovani, tre ragazzi ed una ragazza, rispettivamente due chimici, un architetto ed un informatico, che mi accompagnano spiegandomi con passione quello che stanno portando avanti nei locali messi a disposizione dal Laboratorio Sociale Occupato Autogestito (LSOA) Buridda.
    Il clima che si respira è informale, essenziale e un po’ grunge, nessuno sale in cattedra: «il Fablab è autogestito, e questa è una cosa che a volte facciamo un po’ fatica a far capire; non siamo una società di servizi, non si deve venire con la lista della spesa chiedendoci di fare una serie di cose, magari pagando, ma si può imparare a fare ciò che occorre con il nostro aiuto, e magari portando le competenze che ci mancano. Una vera e propria officina condivisa, insomma, dove chi ha voglia di capire di più su produzione e prodotti trova pane per i suoi denti».

    stampante-3d-fablab
    Stampante 3D

    Mi mostrano subito la stampante 3D che loro stessi hanno progettato e costruito, indubbiamente il vero “oggetto dei sogni” in questo momento, e infatti è la sola cosa per il cui utilizzo, mi dicono, occorre mettersi in lista online; poi una tagliatrice laser, un tornio ed alcuni computer, c’è persino un grande microscopio, non di ultima generazione ma ben funzionante. Hanno anche una fresa a controllo numerico computerizzato (CNC) e molte schede elettroniche, ovviamente costruite da loro partendo dal semplice foglio di rame.
    Nella stanza di falegnameria, alcuni utenti stanno costruendo degli sci artigianali larghi, per neve fresca: mi mostrano i materiali che hanno acquistato, legno, polimeri e fibra di vetro che vengono preparati e miscelati insieme e poi messi per 24 ore in una pressa pneumatica ovviamente costruita da loro.

    Continuando ad esplorare gli alti stanzoni un tempo adibiti a biblioteca, mi raccontano di come riescano, contando sul lavoro volontario di una decina di persone, a garantire la presenza durante gli orari di apertura al pubblico e a far funzionare tutta l’organizzazione.
    Le richieste di chi frequenta il laboratorio sono le più disparate, dal pezzo di ricambio per l’elettrodomestico fuori produzione, e quindi da ricreare con la stampante, alla semplice riparazione di chi non dispone di una saldatrice; molto spesso però chi si presenta ha un progetto in testa, un’idea, un prototipo ma non sa come realizzarlo, oppure non possiede gli strumenti per farlo e chiede collaborazione ed aiuto.

    Mi mostrano anche il prototipo di una mano bionica che funziona con il movimento del polso: è stata realizzata, raccontano, con la collaborazione condivisa fra il padre di un bambino nato senza mani a Città del Capo ed un team di ingegneri lontani migliaia di chilometri: attraverso la rete, il progetto è arrivato fin qui, sono stati in grado di riprodurla e, chissà, qualcuno potrebbe anche migliorarla, condividendo a sua volta quanto ottenuto.

    «Spesso qui arrivano architetti con progetti ben precisi, a volte sono studenti, a volte anche docenti; poi ci sono i professionisti che cercano magari di personalizzare alcuni strumenti di lavoro.Anche a loro diciamo di mettere a disposizione di altri quello che hanno studiato. In questo modo la produzione, grazie alle nuove tecnologie, diventa davvero “Open Source”».

    Cosa chiedete in cambio di questa condivisione di saperi, esperienze e strumenti?
    «Certo non denaro, anche se quello serve sempre. Noi ne utilizziamo poco perché il nostro grande costo sarebbe l’energia elettrica, però finché siamo qui seguiamo il destino del Buridda, e speriamo di resistere ancora per molto: questi primi quattro anni sono stati francamente molto esaltanti. Ogni tanto per finanziarci organizziamo una festa con musica e cibo, e facendo pagare il biglietto d’ingresso andiamo avanti parecchio».
    Unica condizione, chi viene e lavora qui deve lasciare la postazione di lavoro nelle condizioni in cui l’ha trovata. «Anzi, il 15 % più ordinata e pulita di come si è trovata!». E, se viene utilizzato del materiale consumabile, si deve reintegrare la scorta, oppure regalare un qualche utensile che non serve più, anche danneggiato.

    A giorni fissi vengono organizzati workshop, sia per insegnare ad utilizzare la “mitica” stampante 3D, che per realizzare progetti utilizzando Arduino, una piccola scheda elettronica di sviluppo Open Source per poter realizzare centinaia di creazioni.
    Qui la parola creatività ha decisamente un senso ampio e compiuto, e come a voler mitigare il mio senso di inadeguatezza nei confronti di chimica, informatica e fisica, l’architetto del gruppo mi mostra alcune verdure nate con la coltura idroponica, ossia cresciute in acqua: sono controllate da un piccolo processore che fa partire l’irrigazione ad intervalli regolari. Quando sono abbastanza grandi le trasferisce in una specie di vaso multiplo, che ovviamente ha creato lei stessa, utilizzando i vecchi contenitori della birra alla spina. «Lo stiamo preparando per la Maker Faire di Roma, dove già lo scorso anno abbiamo ricevuto una specie di “menzione d’onore”».

    Mi mostra poi le foto di un altro prototipo, apparentemente simile, da lei creato per ottenere la produzione di CO2 e che è stato rielaborato per lo sviluppo di alghe dalle quali ottenere idrocarburi puliti ed esposto alla Biennale di Venezia…

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale è pubblicato su Era Superba 62

  • Gabriele Serpe, “lascio la direzione di Era Superba”: esce l’ultimo numero della rivista

    Gabriele Serpe, “lascio la direzione di Era Superba”: esce l’ultimo numero della rivista

    era-superba-62-ultimo-numeroCari lettori di Era Superba, questo editoriale ha per chi scrive un sapore agrodolce. Dopo otto anni lunghi e intensi, siamo giunti alla fine di un percorso. Ho deciso di fare un passo indietro, lascio la direzione della testata che ho creato e cresciuto insieme ai miei compagni di viaggio Manuela Stella, Marco Brancato, Annalisa Serpe e, nei primi anni di vita, Andrea Vagni e Enrico Scaruffi. A tutti loro va la mia più sincera gratitudine.

    Con il numero in uscita (62) si interrompe la pubblicazione della rivista cartacea, ma siamo al lavoro in questi giorni perché Era Superba non finisca qui, non finisca con noi. Vorremmo – sotto la guida di un nuovo direttore – che il lavoro della redazione proseguisse sulle pagine di questo sito, in costante crescita dall’apertura nel 2011 e, adesso, pronto ad ampliarsi e imporsi ancora di più come voce indipendente e onesta nel panorama dell’informazione locale. Staremo a vedere come si evolverà la situazione e ovviamente vi aggiorneremo sul futuro.

    In quanto a me, voglio strappare con il “sistema di sopravvivenza” che ho imparato a memoria in 31 anni di vita, l’unico che conosco, convinto che altri siano possibili e più vicini ai miei bisogni. Non sono mai riuscito nell’impresa di accettare un’esistenza fondata sullo stipendio e sull’impiego come unico mezzo per soddisfare i bisogni primari dell’essere umano: mangiare, bere e dormire. Un mezzo, lo stipendio, che costa più di un terzo di giornata, l’altro terzo si dorme: quel che rimane non basta. Con lo stipendio si mangia, si beve, si dorme, ovvero supermercati e affitto/mutuo: quel che rimane non basta. Ne vale la pena? Secondo me no.

    Così vado dove un tetto in affitto costa cifre più umane, dove posso occuparmi della terra per procurarmi da solo il cibo e quel poco denaro necessario a pagare l’affitto. Stop. Un primo passo, che avevo necessità di fare. Non so quanto durerà e dove mi porterà in futuro questa scelta, ma al momento conta poco, l’importante è muoversi verso un qualcosa che possa con il tempo assomigliare sempre di più alla parola delle parole, quella che non ha definizioni valide nel dizionario, ma di cui ogni arte è pervasa e a cui ogni uomo tende, per natura, nel proprio inconscio. Libero da chi? Libero da che cosa? Staremo a vedere, confesso che in un angolo dell’anima sogno un “lavori in corso” lungo una vita intera. Come ho sempre fatto, in qualche modo ve ne renderò conto, se avrete voglia di leggermi o di ascoltarmi.

    Con affetto,
    Gabriele Serpe

  • Filter Bubble, il “web su misura”: quando il mondo ruota intorno a te. Intervista a Claudia Vago

    Filter Bubble, il “web su misura”: quando il mondo ruota intorno a te. Intervista a Claudia Vago

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    Prendiamo come esempio le foto del vostro weekend fuori città. Una volta pubblicate, non avete avuto anche voi l’impressione che tutti i vostri contatti di Facebook siano stati lì o abbiano fatto qualcosa di molto simile a voi? Allo stesso modo non vi pare che non sappiate più nulla di qualche amico che aveva idee un po’ lontane dalle vostre? E anche i risultati delle vostre ricerche su Google, non vi sembrano con il tempo sempre più azzeccati, sempre più vicini alle vostre abitudini?

    Non scopriamo niente di nuovo. Ormai in tutto il mondo si parla sempre più frequentemente di “Filter Bubble”, la “bolla”, una sorta di mondo su misura che ci avvolge quasi perfettamente quando navighiamo in rete e ci permette di trovare solo cose che ci piacciono o che pensiamo di voler cercare. Ne abbiamo parlato con Claudia Vago, ligure, vive a Chiavari, social media curator, esperta del web e già nota su twitter come @tigella; ci siamo fatti aiutare dal saggio pubblicato con il titolo “Il filtro” (thefilterbubble.com) di Eli Pariser, attivista ed esperto di web statunitense. Pariser scrive “il clic su un risultato di una ricerca costruisce un indizio della nostra personalità; i termini che cerchiamo rivelano i nostri interessi. Esiste un mercato dei comportamenti, ogni clic è merce e ogni movimento del mouse può essere venduto al miglior offerente…”. Da qui parte la sua definizione di Filter Bubble, in altre parole l’effetto che creano intorno a noi i servizi online che usiamo, su tutti, ovviamente, i social media (facebook, twitter, google+…).

    [quote]Il clic su un risultato di una ricerca costruisce un indizio della nostra personalità. I termini che cerchiamo rivelano i nostri interessi. Esiste un mercato dei comportamenti, ogni clic è merce e ogni movimento del mouse può essere venduto al miglior offerente.[/quote]

    Siamo tutti i giorni sui social network ma non ne conosciamo i meccanismi, questa è la piaga in cui Claudia Vago mette il dito. Non si tratta certo di questioni tecniche, ma è importante conoscere nello specifico le funzioni, come sono stati pensati e perché. Questo semplice bagaglio di informazioni aiuterebbe a muoverci con maggiore intelligenza e cognizione di causa, a selezionare e capire, prima di scegliere o commentare e ci permetterebbe, soprattutto, di godere maggiormente delle infinite potenzialità della rete. «Ho l’impressione che meno ci interessiamo allo strumento e più aumenta il rischio di diventare noi stessi strumenti», è il pensiero di @Tigella.

    Filter Bubble: nessuna cospirazione, è “solo” un problema culturale…

    «Tutte queste aziende, che hanno ovviamente lo scopo di fare soldi, raggiungono i loro obiettivi offrendo servizi sempre più rispondenti alle nostre esigenze – spiega Claudia Vago – e quindi tendono a raccogliere su di noi sempre più informazioni in modo da darci ogni volta la risposta che cerchiamo, che si tratti di consiglio di acquisto, del risultato di ricerca sponsorizzato che più si avvicina al nostro interesse o di un libro su Amazon».
    Il meccanismo è “semplice” e si basa sulle azioni che facciamo ogni volta che siamo in rete: quando aggiorniamo il nostro stato social, postiamo un tweet, cerchiamo una ricetta di cucina, acquistiamo un volo o prenotiamo un hotel, forniamo i dati e le informazioni che, in continuo aggiornamento, contribuiscono a creare intorno a noi la bolla più adatta.
    In modo ancor più semplice: se ci troviamo su Amazon, ad esempio, e girovaghiamo fra i titoli, sarà esso stesso a segnarsi quali copertine abbiamo ingrandito, quali recensioni abbiamo letto e ovviamente quale libro abbiamo comprato per poi mandarci via email i prossimi consigli per gli acquisti. E state tranquilli che se cercavate un libro di ricette ora anche gli annunci sul vostro newsfeed di Facebook saranno ricette di cucina, così come gli annunci pubblicitari di qualsiasi sito visiterete.

    «Tutte queste operazioni messe in campo dalle piattaforme web – continua Vago – sono dei veri e propri filtri; le informazioni che la rete contiene sono infinite, si parla di information overload, quindi queste piattaforme tendono a volerci orientare in questo sovraccarico di informazioni utilizzando filtri basati su algoritmi, così da creare intorno a noi la bolla nella quale ci muoviamo convinti di osservare il mondo intero quando invece si tratta solo di una piccola parte, costruita su misura, selezionata a monte».

    Una porzione di mondo, dunque, che ci è stata cucita addosso. «Tendiamo a vedere sempre più cose che ci assomigliano, a circondarci di persone che la pensano come noi, ed è qui che arrivano i pericoli: ogni giorno vediamo sempre più rafforzate le nostre opinioni e le nostre credenze perché quello che ci circonda sembra essere sempre sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Questo a me spaventa, perché noi consideriamo il web come il luogo nel quale chiunque può esprimere e allo stesso tempo venire a contatto con qualsiasi opinione, poi nei fatti quello che succede è che veniamo a contatto solo con le cose che chi gestisce i servizi che usiamo intende farci vedere».

    Il non avere coscienza, soprattutto sui social network, di vivere un’esperienza limitata soltanto ad una porzione di mondo ben selezionata, può portare di riflesso la persona ad una visione miope e a fare valutazioni non corrette sulla realtà che lo circonda. Appiattire e livellare personalità e conoscenza, capacità di analisi e di confronto. «L’errore è pensare che il web si riduca a ciò che scorre quotidianamente sulla timeline di twitter o facebook, occorre tenere sempre a mente che quello è il riassunto degli interessi che accomunano una cerchia di utenti. Partire da questo presupposto è importante per migliorare e rendere più interessante e stimolante la nostra esperienza in rete».

    Ognuno di noi ha la possibilità di approfondire il funzionamento di algoritmi e cookie, non nel dettaglio, ma quanto basta per avere un’idea di quali sono le loro caratteristiche e come funzionano. I cookie sono le “tracce” (stringhe di testo) che vengono inviate da un server ogni volta che vi accediamo, ogni volta che visitiamo una pagina web o una piattaforma social. Gli algoritmi raccolgono una serie di dati rispetto alle nostre ricerche o ai nostri mi piace ecc… In entrambi i casi i dati raccolti serviranno (una volta venduti) a creare le bolle intorno a noi. D’altronde, lo stesso Facebook ci avverte: “Le notizie che vengono mostrate nella tua sezione Notizie sono determinate dalle tue connessioni e attività su Facebook”.

    Spingerci ogni volta che navighiamo al di là della bolla significa ad esempio cercare informazioni su account twitter che non seguiamo, oppure per quanto riguarda gli hashtag scorrere sempre oltre quelli proposti e infine “armarsi” di browser che permettano di essere anonimi. È ovvio che non spetti alle stesse aziende spiegare nel dettaglio le dinamiche del loro operare finché queste rimangono nei confini, seppur sottili, della legalità. «Arriverà il momento in cui sarà compito della famiglia e delle scuole formare i ragazzi all’utilizzo consapevole del web. Anche partendo dall’abc, perché ancora oggi molte persone sono convinte ad esempio che avere un nickname voglia dire essere anonimi. Il fatto è che questi strumenti fanno parte del nostro quotidiano ma non ne sappiamo assolutamente nulla. É un problema in tutti i campi, un po’ come avere un’auto e non sapere dove mettere le mani in caso di guasto… Così sul web, andando avanti di questo passo dovremo sempre dipendere da altri».

     

    Claudia Dani

  • Le vie dell’acqua pubblica: dalle sorgenti ai rubinetti, da dove arriva l’acqua che beviamo?

    Le vie dell’acqua pubblica: dalle sorgenti ai rubinetti, da dove arriva l’acqua che beviamo?

    Lago del Brugneto LiguriaA Genova esistevano storicamente tre distinti acquedotti: il Nicolay, il De Ferrari Galliera, e Genova Acque (Amga). I primi due erano privati, il terzo era inizialmente una municipalizzata, poi ceduta ad un consorzio misto pubblico-privati. Nel 2006 dalla fusione delle tre società, nacque Mediterranea delle Acque, società del Gruppo Iren, in grado di gestire tutto il Comune di Genova e 39 dei 67 comuni dell’ex ambito Ato (Ambito Territoriale Integrato) sul quale occorre organizzare il servizio idrico sulla base della normativa regionale. Ad oggi dunque è uno solo il referente per la distribuzione in città dell’acqua potabile evitando curiose intersezioni fra acquedotti privati, pubblici e in via di privatizzazione.

    Negli anni ‘70 e ‘80 però, con eccezionali stagioni di siccità, gli acquedotti privati ebbero il loro momento di gloria, cercando di diversificarsi rispetto al principale, ormai municipalizzato: anche il piccolo Nicolay in quegli anni realizzò la diga sul lago Busalletta mettendosi in condizione di far fronte ai ciclici periodi di magra dello Scrivia. Insomma, la concorrenza poteva riservare qualche vantaggio, ma certamente appesantiva e irrigidiva l’offerta poiché fino al 1990 le interconnessioni praticamente non esistevano.

    Oggi, invece, il nostro bicchiere d’acqua ha lo stesso “marchio” qualsiasi provenienza abbia e l’acquedotto, grazie ad una condotta posta fra Val Bisagno e Val Polcevera di circa 8 chilometri, riesce a pompare acqua da una zona all’altra della città, in caso di criticità nella fornitura.

    Detto questo, l’acqua arriva comunque da siti posti anche a considerevole distanza fra di loro; si va dalla diga sul Brugneto al lago della Busalletta, dalla captazione delle acque del Bisagno a quelle del Polcevera.

    Dal Brugneto al rubinetto

    Ipotizziamo il viaggio di un bicchiere d’acqua che sgorghi ad esempio da un rubinetto di Nervi: in questo caso, il contenuto del nostro bicchiere nascerà con tutta probabilità nei prati della Val Trebbia, nel fiume Brugneto, sbarrato dalla diga che crea il lago più vasto della Liguria a 777 metri di altezza. L’acqua dell’invaso per prima cosa alimenta una piccola centrale idroelettrica che produce energia pulita. Dopo questo passaggio attraversa delle vasche dette di sedimentazione, dove le impurità tipo sassi e sabbia si depositano sul fondo, e a questo punto l’acqua è pronta per la partenza verso la città. Percorre circa 14 chilometri in una sorta di galleria, con una derivazione può anche alimentare, in particolari periodi dell’anno, il lago di Val Noci, pure utilizzato per l’acquedotto genovese.

    Attraverso i boschi dell’alta Val Bisagno, passando per La Presa di Bargagli, arriva infine nell’impianto di potabilizzazione di Prato, dove per mezzo di quattro vasche di decantazione si rimuovono le sostanze chimiche indesiderate e viene protetta dai microrganismi patogeni. Se l’acqua fosse stata raccolta dal Bisagno o dal Lavesa, un affluente (accade specialmente nei mesi invernali, quando le precipitazioni sono frequenti, in modo da conservare l’acqua dell’invaso per i periodi di siccità) sempre a Prato avrebbe trovato l’impianto “Civico” dedicato alla raccolta dal fiume. Infine, con il biossido di cloro o l’ipoclorito di sodio viene sterilizzata e si dirige verso l’ultima parte del viaggio, per raggiungere le nostre case.

    Qui sgorga fresca e pura, secondo le analisi di Arpal e della Compagnia erogatrice; un po’ meno pura secondo Altroconsumo e Greenpeace, che hanno messo in risalto la rilevante percentuale di metalli pesanti, seppur compresa entro i limiti imposti dalla normativa. A questo punto ovviamente è difficile per l’utente finale discriminare l’acqua in base alla provenienza, e probabilmente non è poi così significativo: quello che conta è la ragionevole certezza che, pur in presenza di stagioni secche, la capacità di erogare acqua rimanga il più possibile immutata.

     

    Bruna Taravello

     

  • TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    porto-antico-notte2-DITED (http://www.ted.com) è una piattaforma online che raccoglie “idee che vale la pena diffondere“. Un percorso iniziato nel 1984 negli Stati Uniti con una conferenza in cui tecnologia, intrattenimento e design (Technology, Entertainment and Design) erano i temi portanti. Oggi TED è un’organizzazione no-profit che organizza giornate convegno dedicate a molti argomenti in più di 100 lingue. I video degli interventi vengono poi caricati online sul sito. Dal 2009 è possibile organizzare gli eventi TED in tutto il mondo, convegni indipendenti che aiutano a condividere idee raccolte.

    Cosa ha a che fare una storia made in Usa con l’Italia, Genova e il Porto Antico? L’idea è di due fratelli genovesi Davide e Giulia Pignone, che hanno deciso di organizzare il TEDxPortoAntico. «Siamo partiti noi due e poi si è organizzato il team di lavoro, abbiamo creato un’associazione non profit. Abbiamo lanciato una call-to-action via Facebook per vedere chi aveva voglia di darci una mano e così si è creato il gruppo di lavoro», racconta Davide.

    TEDxPortoAntico, di cosa si tratta?

    La formula è la medesima delle conferenze sul modello statunitense: una giornata in cui i relatori si alternano sul palco avendo a disposizione al massimo 18 minuti ciascuno per esporre la propria idea. Ma le regole da rispettare sono rigide, come ci racconta Davide «Ci sono una marea di regole da seguire nel formulare la richiesta, prima di tutto per organizzare un evento locale è necessario chiedere una licenza all’organizzazione ufficiale indicando il nome che si vuole utilizzare, a quel punto sta a loro rilasciare o meno la licenza. Alcune domande del formulario sono incentrate sulle competenze in possesso di chi chiede di poter organizzare l’evento, poi è necessario inquadrare il tema e un’indicazione di massima sui relatori. È importante partire con le idee chiare, insomma Una volta ottenuta la licenza si ha a disposizione un anno per realizzare l’evento. Noi ci abbiamo lavorato con più intensità da maggio di quest’anno». La richiesta è stata fatta ad ottobre 2014 e accettata a gennaio 2015.

    Dunque una serie di relatori che si alterneranno sul palco della Sala Montecucco presso il Circolo Autorità Portuale di Genova dalle 10.00 alle 18.00 del 17 ottobre prossimo.

    Chi può intervenire ad un TED? «Quando si è saputo che stavamo organizzando un TED a Genova, quasi chiunque ti scrive per proporsi, la maggior parte li selezioni tu o il team – approfondisce Pignone – nel nostro caso alcuni relatori sono stati scelti da me altri proposti di comune accordo con l’intero team di lavoro. ll TED ufficiale mette veti su tante cose ad esempio gli speech non devono essere di natura politica o religiosa».

    La nostra città, dove nella maggior parte dei casi ognuno ama farsi i fatti propri protetto dal calore delle mura amiche, non sembra il palcoscenico adatto per un evento del genere. Cosa vi aspettate da Genova?

    «Siamo partiti con poche aspettative, la cosa bellissima è che abbiamo trovato molta apertura in aziende che hanno risposto e si sono complimentate per l’iniziativa; abbiamo trovato sponsor, persone che ci dessero una mano, è stata una sorpresa – continua Davide – la vendita sta andando bene, anche se abbiamo a disposizione solo 100 biglietti, questo è dovuto alla licenza di primo livello concessa dal TED ufficiale che non permette di avere più di 100 persone live durante il convegno».

    Chi sono i relatori di TEDxPortoAntico?

    Dall’agricoltura alla robotica, passando per la musica, dai gamer fino agli storyteller questi gli 11 speaker di TEDxPortoAntico.  La maggior parte sono genovesi ed è questa la bella scoperta: «Cercando speaker nell’ambito di Genova ci siamo accorti che ci sono molte realtà anche piccole, che si stanno dando da fare, peccato è che non siano coordinate, magari c’è l’azienda che sta facendo il pezzetto di A e non sa che l’altra azienda ha un altro pezzetto della stessa A».

     

    Claudia Dani

  • Il  vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    Il vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    1Il mondo dei giardini è immensamente vario e spazia dai cortili, alle terrazze ai parchi veri e propri. Non avrei però pensato che potesse comprendere anche i vigneti. Recentemente ho letto un articolo della stampa estera che parlava di un progetto davvero interessante realizzato da Fernando Caruncho, celebre paesaggista spagnolo, in Italia, per la precisione in Puglia.

    Il progettista ha, come propria formazione culturale, una preparazione da filosofo. Coltissimo e dotato di notevole sensibilità progettuale, mi ha sempre appassionato per i suoi parchi che mescolano abilmente un rigore architettonico di fondo ad una naturalezza nell’impiego di piante ed arbusti. Le linee pure del disegno sono infatti smussate attraverso un intelligente ed abile impiego dell’elemento vegetale.

    2I suoi giardini si fondano sempre sui capisaldi della storia dell’architettura. Sono quadrati o rettangolari, dotati di proporzioni perfette, corsi d’acqua e fontane attentamente disposte al loro interno, nonché di cipressi e di alberi dall’impianto classico che delineano e sottolineano il paesaggio. Le piante, il loro svilupparsi scomposto e la moltitudine dei colori di foglie e fiori fanno il resto. Rigore logico ed estro artistico sono perfettamente combinati e bilanciati tra loro.

    3In quest’ottica, va letta una delle sue più interessanti realizzazioni, sita in una area per tradizione millenaria dedita alla coltivazione della vite ed all’agricoltura. In un contesto naturale, selvaggio e profondamente legato alle consuetudini locali, egli ha reinterpretato con sapienza l’idea stessa di vigneto. Al posto dei tradizionali filari di piante, si susseguono, all’infinito all’orizzonte, onde verdi concentriche di rigogliose e lussureggianti viti. Il paesaggio è letteralmente attraversato da questo originale schema progettuale, ne è caratterizzato, profondamente. L’osservatore resta colpito dall’estensione della realizzazione, un centinaio di ettari di terreno ricoperto di piante (il Vaticano è ampio “soli” 44 ettari!) si susseguono concentrici, sotto un sole abbacinante e su un terreno di un marrone profondo.

    4L’insieme è interrotto, qua e là, da olivi millenari. Sono circa duemila enormi piante, la maggior parte delle quali risale al XIII secolo, trasferiti da un angolo della proprietà e ricollocati in luoghi ben definiti ed in base ad un preciso schema progettuale. Splendidi, sottolineano i punti, i passaggi, delineano le strade e conducono, anche visivamente, all’antica masseria in pietra. Il fogliame grigiastro luccica al sole, in voluto contrasto con quello chiaro e traslucido delle viti. I tronchi contorti e corrugati ricordano e sottolineano la storicità del contesto e la lunga tradizione della tenuta, sopravvissuta attraverso i secoli mantenendo intatta la proprio originaria vocazione.

    5Pur nella sobrietà dell’insieme, la studiata semplicità del progetto dimostra la profonda conoscenza della storia del paesaggio ed attesta una maturità progettuale che sa misuratamente fondere natura, estro e rigore.
    Irrilevante è che siano stati necessari quattro anni per completare l’insieme e che la movimentazione di alberi secolari abbia richiesto attenzioni e sforzi inimmaginabili. Ciò che conta è solo il raggiungimento della perfezione e l’estrinsecarsi della simbologia che sostiene l’insieme: una delle opere migliori in terra italiana di un moderno giardiniere (come ama farsi chiamare!) e filosofo spagnolo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Offerta di lavoroQuesto articolo non vuole stordire di numeri e dati, ma provare a fare chiarezza su un tema ampio e delicato che troppo spesso viene sbrigativamente ridotto ad un valore percentuale. A rotazione, infatti, il dato sul tasso di disoccupazione occupa le homepage dei media e le prime pagine dei quotidiani: le notizie sono sempre le stesse, il tasso che è salito, il tasso che è sceso… Ma come è possibile che da un trimestre all’altro tutto si stravolga? Viene naturale chiedersi se quel dato che finisce sempre in prima pagina sia davvero significativo.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Cerchiamo di fare chiarezza sui numeri e le percentuali, capire come funzionano, come vengono raccolti e come vanno interpretati. Per farlo, ci siamo fatti aiutare da chi sa che cosa si nasconde dietro a quella percentuale e come viene calcolata. Bruno Spagnoletti, sindacalista, è stato responsabile
    dell’Ufficio Economico Cgil Liguria, esperto di dati statistici sull’occupazione.

    I dati ISTAT 2014-2015

    cercare-lavoroI dati a disposizione al momento della stesura dell’articolo sono suddivisi per provincia per quanto riguarda il 2014 e relativi al primo trimestre 2015 solo a livello regionale. Il dato complessivo presenta un tasso di disoccupazione in diminuzione di 1,1% fra i due anni, che cosa significa? Spieghiamo meglio: la differenza è fra l’ultimo trimestre 2014, che aveva un tasso del 11.2 e il primo trimestre 2015 che ne ha uno del 10.1.
    Facciamo un passo indietro e vediamo come si arriva a questo dato percentuale. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e la forze di lavoro (persone occupate). Fa parte della forza lavoro chi ha dai 15 anni e più e che nella settimana di riferimento (quella in cui viene effettuata la rilevazione) ha svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario. Le persone in cerca di lavoro (disoccupate) sono invece le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare. L’ISTAT raccoglie le informazioni intervistando ogni trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui residenti in Italia, anche se temporaneamente all’estero. Le informazioni sono raccolte in tutte le settimane dell’anno.

    Approfondito il “dietro le quinte”, proviamo ad addentraci di più nei dati, che avranno un altro impatto visto quanto sopra. «È vero che il dato nazionale per il 2015 è in diminuzione – esordisce Spagnoletti – c’è una leggerissima inversione di tendenza, ma si tratta di lavoro “povero” (lavori stagionali, precari, ndr). Entrando più nel dettaglio dei dati 2014 ho evidenziato una sofferenza in particolare nel lavoro dipendente, in un anno si perdono oltre 11 mila dipendenti. Il settore che soffre di più è quello dei Servizi e del Terziario rispetto all’anno precedente, ma se valutiamo la perdita di lavoro sul periodo lungo tutti i settori economici perdono, nessuno escluso. Penso che pubblicare sui giornali un’analisi più approfondita sarebbe più utile per farsi un’idea, piuttosto che il singolo dato percentuale».
    Venendo al locale, i dati vedono 73mila liguri in cerca di lavoro, in aumento rispetto al 2013. «In realtà, se ai disoccupati censiti dall’ISTAT si sommano scoraggiati, Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale, ndr), lavoratori in mobilità e in cassa integrazione senza ritorno, il dato della disoccupazione ligure arriva intorno ai 135mila».

    Dall’analisi dei dati condotta insieme a Spagnoletti emerge ad esempio un errore rispetto ai numeri relativi alla provincia di Savona e a quella di Imperia. Questo deriva probabilmente dall’aggiornamento dei dati fatto dall’Istituto stesso. L’ISTAT, infatti, ha comunicato un aggiornamento dei dati dal marzo 2015 in modo “da rendere confrontabili i dati riferiti agli anni passati”, e ha provveduto a ricostruire le serie storiche. «In realtà quello che è successo – evidenzia l’ex responsabile dell’ufficio economico di CGil – è la modifica di due dati importanti: l’occupazione ligure del 2008 non più fissata a 635.687 ma aumentata a 650.606 (circa 15mila occupati in più) e l’occupazione media 2013 che da 603.113 a 613.091». Questo è solo un esempio a dimostrazione dell’imprecisione dei dati su cui si basano le oscillazioni del tasso di disoccupazione.
    «Si ricorre in errore più facilmente su numeri piccoli, come quelli delle due province liguri – chiosa Spagnoletti – i dati aggiornati non mutano le performance qualitative degli indicatori economici della recessione ligure ma producono distorsioni e contraddizioni evidenti nelle variazioni dell’occupazione». In conclusione la fotografia storica dell’Istat ha troppe ombre per essere considerata davvero significativa.

    E nella nostra regione? Confrontando il primo trimestre 2014 con quello 2015 in Liguria si registrano 19 mila occupati in più con una variazione positiva del 3.23% e 11 mila disoccupati in meno con una variazione negativa del 13.93%.
    Spagnoletti sottolinea quanto sia importante attendere i dati del secondo trimestre 2015 e quelli a seguire per verificare se la tendenza di lieve ripresa proseguirà, «al momento si tratta di dati deboli e vulnerabili, “drogati” dagli sgravi fiscali che il Governo ha voluto per le assunzioni a tempo determinato». In parallelo, infatti, i dati del Ministero a livello nazionale mettono in evidenza l’aumento di assunzioni a tempo determinato del 49.5% e l’81% in più di trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato; però questo non sta a significare, è fondamentale evidenziarlo, che vi siano state nuove assunzioni e
    quindi aumento dell’occupazione. In poche parole i numeri positivi sono prematuri rispetto alla reale situazione.

    Aumento delle Partite Iva: fumo negli occhi?

    Fino ad ora abbiamo trattato la realtà della disoccupazione, ma c’è un altro lato della medaglia ed è quello rappresentato dalle “nuove” partite IVA cosiddette “dei regimi minimi”.
    Diverse legislazioni negli ultimi anni hanno permesso l’apertura di partite IVA, sopratutto a giovani entro i 35 anni, che prevedono negli anni agevolazioni fiscali più o meno consistenti. In questo caso i numeri e i dati, che spesso vengono presi a riferimento dai media, ci aiutano ancora meno ad avere un quadro reale della situazione perché sono semplicemente il risultato di una banale somma (il numero di partite IVA, in quale settore, con quale classe di età di appartenenza…). I dati relativi alle partite Iva (fonte MEF Ministero dell’economia e delle finanze) raccontano infatti una Liguria che diventa sempre più imprenditrice di se stessa. Ma di che tipo di partita Iva si tratta? Corrisponde allo stesso lavoro svolto in precedenza da dipendenti in precedenza? Oppure queste partite Iva sostituiscono dei contratti a tempo determinato o a progetto?
    Fuor di dubbio che il dato sia in aumento, ma ciò, anche in questo caso, non è per forza sinonimo di maggiore occupazione.

    I dati relativi alla nostra regione seguono l’andamento nazionale, su 4.648 nuove partite IVA 5.729 sono state aperte da giovani fino ai 35 anni, circa il 39%. Lo stesso MEF ammette nella sua analisi dei dati che l’incremento è dovuto probabilmente all’approvazione della legge di stabilità 2015 che ha introdotto il nuovo regime meno vantaggioso, incrementando il numero di chi ha aperto partita IVA entro il 2014.

    A concludere questo nostro viaggio fra i numeri del lavoro in Liguria possiamo essere sicuri che la prossima volta che leggeremo o ascolteremo del tasso di disoccupazione sapremo meglio di cosa si tratta.

     

    Claudia Dani

  • Teatri genovesi, bilanci e finanziamenti: Cargo, Garage, Akropolis, Lunaria e Ortica

    Teatri genovesi, bilanci e finanziamenti: Cargo, Garage, Akropolis, Lunaria e Ortica

    Teatro Villa Duchesa di Galliera Genova VoltriDopo aver analizzato con i protagonisti della scena teatrale genovese lo stato di salute del teatro di prosa in città (qui la prima parte dell’inchiesta), fra finanziamenti e bilanci, e soprattutto progetti e riflessioni per un futuro caratterizzato da nuove forme di sostentamento, spostiamo la lente di ingrandimento sulle singole realtà. In questo articolo ci concentriamo su Teatro Cargo, Teatro Garage, Akropolis, Ortica e Lunaria

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    teatro-cargo-2Tra color che son sospesi, ancora in attesa di conoscere la quota di Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) in arrivo per il settore delle compagnie teatrali, c’è il Teatro Cargo che, tra gli altri progetti, gestisce le realtà voltresi del Teatro di Ponente e di Villa Galliera. «Ad ogni modo – specifica subito la direttrice Laura Sicignano – i contributi sono piuttosto risibili visto che l’anno scorso sono arrivati da Roma 28 mila euro ma più di 50 mila euro hanno fatto il percorso inverso solo per gli oneri sociali del personale». Anche dalla Regione tutto tace: in questo caso non si tratta di finanziamenti per la stagione poiché i contributi sono sempre arrivati per il cartellone estivo mentre non sono mai stati aperti bandi per il periodo invernale ai quali il Cargo potesse partecipare. «Per noi la vera catastrofe è stata l’abolizione della Provincia – prosegue la direttrice – anche perché dal Comune quest’anno al momento sono arrivati solo 9 mila euro per l’estate, poco meno dell’anno scorso a fronte di una programmazione che è più del doppio, mentre per la stagione invernale già conclusa non si sa neppure se mai uscirà il bando».

    teatro-villa-duchessa-di-galliera-voltri-2Come vengono coperti, dunque, i 350 mila euro di bilancio annuale che servono per realizzare la doppia stagione estiva e invernale, per mettere in piedi una tournée nazionale e la produzione di uno spettacolo? «Dal 2008 – ricorda Laura Sicignano – il flusso delle entrate si è dimezzato, siamo tornati indietro di 10 anni e stiamo cercando di sopravvivere alla crisi in qualche modo. Una mano vitale arriva dalla Compagnia di San Paolo ma i conti sono tenuti in piedi solo grazie alle nostre collaboratrici che sono delle vere e proprie stakanoviste».

    Teatro GaragePiù modeste le dimensione del Teatro Garage, con la gestione della Sala Diana a San Fruttuoso, per cui le uscite si attestano attorno ai 15 mila euro al mese, dovute soprattutto agli stipendi del personale tutto a tempo indeterminato e agli affitti degli spazi. «A questa cifra – sottolinea il direttore Lorenzo Costa – dobbiamo aggiungere lo “stipendio” che versiamo alle banche per coprire i 150 mila euro di debito pregresso». Ora i bilanci chiudono molto vicini al pareggio ma sono coperti solo per il 25% da fondi pubblici di Comune e Regione. «Un tempo – ricorda il direttore – arrivavamo anche al 40-45% e c’erano pure 50 milioni di vecchie lire che una quindicina di anni fa arrivavano dal Fus, poi ne siamo stati estromessi in maniera assurda per non aver realizzato un piccola parte del programma previsto». Così, adesso, la maggior parte degli incassi deriva dalla bigliettazione, dalla didattica, dalle tournée delle proprie produzioni.  

    Nel limbo anche Lunaria, la compagnia che oltre al noto “Festival in una notte d’estate”, gestisce la stagione invernale del Teatro degli Emiliani a Nervi. «Per il Festival – fa i conti la direttrice Daniela Ardini – non sappiamo ancora se riceveremo fondi regionali. Il Comune ci ha dato 18 mila euro  in attesa del contributo dal bando per la stagione, ormai conclusa. Intanto attendiamo risposta dal Fus per la distribuzione dei fondi destinati alle compagnie e ai teatri di innovazione». Il principale sostenitore di un bilancio che si aggira attorno ai 250 mila euro è, anche in questo caso, la Compagnia di San Paolo, seguita dal buon successo del pubblico pagante. Ma la grande incertezza provoca previsioni nefande: «Non sappiamo se saremo in grado di garantire la stagione invernale a Nervi» avverte la direttrice. «In questi ultimi anni ci siamo dovuti ridimensionare molto. Non abbiamo personale fisso per cui abbiamo una grande flessibilità che è quella che ci ha permesso di sopravvivere ma lavoriamo ben sopra le nostre forze e la cinghia a un certo punto non si può più tirare».

    teatro akropolisChi ha trovato una via al momento unica all’interno del panorama genovese per racimolare un po’ di fondi vitali è il Teatro Akropolis che nel 2015 ha ricevuto un finanziamento ministeriale per un progetto di residenze dedicato ad attori che vengono da fuori e che hanno bisogno di spazi per produrre i propri spettacoli. «Il progetto – ci racconta Veronica Righetti, responsabile relazioni esterne del Teatro – è frutto di un percorso dal basso che abbiamo iniziato assieme ad alcuni teatri nazionali e all’Università di Bologna e punta a sostenere le produzioni indipendenti». Sostanzialmente si tratta di mettere a disposizione di compagnie nazionali e internazionali gli spazi e le attrezzature necessarie, vitto e alloggio per una ventina di giorni. «Per quest’anno abbiamo ricevuto 90 richieste ma abbiamo i fondi solo per poter dare risposta a 6, 7 compagnie». Questa realtà di Sestri ponente non ha una vera e propria stagione ma un festival che ogni anno dura 45 giorni. «Le spese più sostanziose che dobbiamo sostenere sono quelle dedicate all’ospitalità delle compagnie che vengono a Genova e a cui teniamo molto. Poi naturalmente ci sono i costi di gestione del teatro e del personale». Le entrate, invece, oltre che dalla bigliettazione, sono garantite dalla vendita degli spettacoli all’estero (al momento è in corso una rappresentazione in Brasile) e dall’organizzazione di laboratori e seminari. Qualche contributo arriva dagli enti pubblici locali (Regione, Comune e Municipio) e da Società per Cornigliano mentre alcuni progetti sono resi possibili grazie a partenariati con Università, Biblioteca Berio e altre città italiane che non mettono a disposizione soldi ma spazi e materiali tecnici.

    Chiudiamo questo prima parte di viaggio nel cuore dei teatri genovesi a Molassana, con la particolare realtà del Teatro dell’Ortica, che fa della promozione sociale a mezzo teatro la propria ragione d’essere e che l’anno prossimo festeggerà i venti anni di attività. Il bilancio da 140-150 mila euro all’anno si chiude in pareggio sempre con molta difficoltà. Dal Comune arrivano mediamente 6 mila euro per la stagione e 5 mila euro per l’estivo Festival dell’Acquedotto (a cui se ne aggiungono altrettanti di Fondazione Palazzo Ducale): «Ma in passato – lamenta il direttore Mirco Bonomi – per il Festival arrivava anche più del doppio. Invece, adesso non c’è più neanche la Provincia mentre la Regione finanzia solo l’attività sociale nelle carceri e con pazienti psichiatrici ma con cifre assolutamente non sufficienti per l’attività fatta in tutta la Regione (20 mila euro nel 2014, ma un tempo erano anche 28 mila – non ancora deliberato lo stanziamento per il 2015)». La diminuzione di finanziamenti da parte degli enti pubblici provoca a cascata altre conseguenze non piacevoli: ad esempio, l’impossibilità di ottenere fidejussioni bancarie a copertura di bandi europei per partnership internazionali i cui costi, in questo modo, devono per forza di cose essere anticipati dal teatro.

    Il teatro, però, almeno nel caso dell’Ortica non è solo spettacolo. Finanziare con soldi pubblici determinate attività diventa anche una connotante scelta politica per le amministrazioni locali: «Per noi il teatro è un momento di crescita e di formazione – conclude Bonomi – e cerchiamo di portarlo nel degrado, nelle periferie, in realtà in cui non è mai entrato. Il teatro diventa qualcosa di vivo, che entra nel cuore pulsante della gente e della città. Il sostegno pubblico per noi non è elemosina ma investimento sulle diversità».

     

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • Congresso di Vienna: 200 anni fa veniva sancita la fine della Repubblica di Genova

    Congresso di Vienna: 200 anni fa veniva sancita la fine della Repubblica di Genova

    Garneray-genova-800“Gli stati che componevano la già Repubblica di Genova, sono riuniti in perpetuo alli stati di S. M. il Re di Sardegna, per essere come questi posseduti da esso in tutta la sovranità, proprietà ed eredità, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura nei due rami di sua Casa, cioè il ramo reale e ramo di Savoia-Carignano”. Con queste poche parole, duecento anni fa, veniva cancellata per sempre la Repubblica di Genova, dopo oltre sette secoli di storia. È l’articolo 86 delle disposizioni finali del Congresso di Vienna, attraverso il quale i grandi stati europei cercavano di restaurare l’ordine mondiale sconquassato dalla Rivoluzione Francese prima, e dal terremoto napoleonico dopo. Un tentativo che vedeva nella creazione di autonomi e forti stati-cuscinetto, pronti a tamponare una eventuale “ricaduta” dell’epidemia francese, la strategia fondamentale per il mantenimento dello status quo: di questo “trend diplomatico” ne approfittò casa Savoia, che vide accrescere il proprio territorio, ottenendo il dominio sul quella antica repubblica marinara che da sempre ne frenava e contrastava l’accesso al mare.

    La rivalità con i Savoia e il declino della Repubblica

    darsena-fine800Una rivalità, tra quella che sarebbe diventata la casa reale dell’Italia unita e la Superba, che fin dal XVI secolo aveva movimentato la vita nella riviera di ponente e nei territori controllati dai Liguri al di là dell’Appennino, il cosiddetto “Oltregiogo genovese”. La prima guerra combattuta contro i Savoia, Genova la sostenne per il controllo del piccolo feudo di Zuccarello, vicino a Savona, di cui ne aveva comprato, nel 1567, parte del territorio. Gli stessi diritti venivano, però, rivendicati dal Ducato di Savoia, finché, dopo ricorsi e sentenze imperiali, si venne alle armi nell’aprile del 1624: appoggiati da un contingente francese, le truppe piemontesi presero Rossiglione, Novi, Voltaggio e Gavi, intenzionate a conquistare lo stesso capoluogo ligure. Solo grazie all’arrivo di una cospicua flotta spagnola, le ostilità cessarono, riportando la pace e ripristinando i confini. Da quel momento in avanti, Torino, cercò in tutti i modi di avere la meglio sui liguri, destabilizzando il governo della repubblica, alimentando rivalità intestine, aprendo questioni territoriali, portando avanti alleanze strategiche: famose le congiure Raggio, Balbi e Della Torre, tutte fallite, gli assedi di Albenga, Oneglia, spalleggiati dalle navi francesi, che nel 1684 bombardarono la città, tentando addirittura uno sbarco nei pressi di Albaro. La Repubblica di Genova, come è noto, dopo i fasti del XVI secolo, si stava avviando inesorabilmente verso il declino, incapace di far fronte agli interessi dei grandi stati nazione, che potevano armare centinaia di migliaia di soldati, contro le poche migliaia a disposizione del doge di turno. Le rivalità tra le famiglie nobili e lo spostamento dell’asse commerciale mondiale verso altri mari, fecero il resto.

    Così, nel giro di poche decadi, la Dominante aveva visto ridursi lo spazio commerciale e l’influenza territoriale e politica; il controllo della Corsica, da sempre ribelle al dominio genovese, già ridotto a poche città costiere, venne meno: dopo diverse rivolte, alcune foraggiate dalla diplomazia segreta sabauda, l’isola fu ceduta ai francesi, all’epoca alleati, nel 1769. Genova dovette subire l’occupazione austro-piemontese, scaturita dalla rivendicazione territoriale di Finale, finita male; le truppe straniere furono guidate da Botta Adorno, un nobile di origine genovese, la cui famiglia però era stata rinnegata ed esiliata dalla Repubblica in seguito ad un attentato. In quel contesto nacque l’insurrezione popolare di Portoria, che portò alla cacciata degli occupanti, sconfitti sul campo, però, solamente grazie al supporto di truppe franco-spagnole. Questo episodio, diventato simbolo mitizzato della lotta contro lo straniero, fu in realtà una sommossa contro l’oppressione nobiliare, che veniva esercitata attraverso il governo dogale, più attento ai residui interessi finanziari delle grandi famiglie che alla prosperità del popolo. Giovan Battista Perasso detto il Balilla, al quale negli secoli gli furono fatte indossare diverse “giacchette”, da quella risorgimentale a quella fascista, in verità, quel sasso l’aveva scagliato contro una rappresentazione di autorità, che, ancora una volta, vessava il popolo. Questa scintilla, infatti, portò alla formazione spontanea di un governo popolare, in netta contrapposizione alla classe dirigente, poi contrastato e non riconosciuto, che tentò una riorganizzazione della repubblica. Un germoglio morto sul nascere, ma che anticipava in qualche modo quello che la deflagrazione della Rivoluzione Francese avrebbe reso ineluttabile qualche decennio più tardi. La Repubblica di Genova, quindi, sul finire del XVIII secolo, era divenuta poca cosa: un territorio esiguo, fuori dalle rotte commerciali sempre più mondiali, totalmente dipendente dagli equilibri diplomatici internazionali, e alla mercé delle forze straniere, visto che nel 1776, l’esercito ligure poteva contare solamente 2418 effettivi.

    Il periodo napoleonico

    Quello che accadde a Parigi, cambiò i destini dell’Europa, e Genova ne seguì la sorte: l’Assemblea Legislativa rivoluzionaria aveva proclamato i diritti dell’uomo, abolito la nobiltà, distrutto i privilegi feudali e del clero; queste idee raggiunsero rapide tutti i popoli, muovendone gli animi.

    “Il re di Sardegna, Vittorio Amedeo III, proponeva un’alleanza tra i Governi italiani per opporsi al torrente rivoluzionario che dilagava ovunque – scrive Federico Donaver nel 1890 – ma la Repubblica di Genova, come quella di Venezia, protestò di volersi serbare neutrale, sebbene la nobiltà, nelle cui mani stava il potere, tremasse al progresso delle idee francesi”. Una neutralità che però non fu rispettata dalla flotta inglese, che, affondando una nave francese ancora in porto, volle provocare la reazione di Parigi, come diversivo, per alleggerire il fronte settentrionale: a comandare le truppe d’oltralpe, però, c’era Napoleone Buonaparte la cui rapida avanzata nel ponente convinse il governo genovese ad allearsi nuovamente con i francesi. Era il 1796, e in Francia la rivoluzione si stava assestando, resistendo ai reflussi realisti e a se stessa: il giovane generale corso, all’inizio della sua epopea, alimentando moti insurrezionali (tra cui la vera e propria guerra civile tra i giacobini locali e i cosiddetti “Viva Maria”, fedeli alle autorità cittadine) e facendo intervenire le sue truppe in Val Bisagno e Polcevera, impose una costituzione che concedeva l’autorità legislativa a due assemblee elette, e il governo al Senato. Il 2 dicembre 1797, quindi, la Serenissima Repubblica di Genova divenne la Repubblica Democratica Ligure a cui furono annessi alcuni territori d’Oltregiogo sottratti agli austriaci. Il generale Andrea Massena, guidò la resistenza all’assedio portato dagli inglesi e dagli austriaci, in guerra contro la Francia, riuscendo a respingerli sulla linea dei forti. Perfino Ugo Foscolo combattè per la repubblica giacobina genovese, rimanendo ferito nei pressi del forte Puin. Anche in questo caso, però il destino del piccolo seguiva quello dei grandi: con la svolta dittatoriale di Napoleone, la stagione democratica terminò anche a Genova, annessa de facto all’Impero dei francesi nel 1805, e il suo territorio diviso in tre dipartimenti, con qualche residua autonomia, concessa grazie alla mediazione di Luigi Emanuele Corvetto, che sarebbe diventato ministro delle finanze del primo governo francese post 1815. Dopo pochi anni, e dopo feroci guerre, la parabola napoleonica si chiuse con la vittoria delle potenze restauratrici europee, il cui precipitato diplomatico fu discusso e messo nero su bianco durante i lavori del Congresso di Vienna, apertosi ufficialmente nel novembre del 1814, presso il castello di Schonbrunn, in Austria.

    Nel frattempo, durante il materializzarsi della disfatta francese, sotto la minaccia di assedio da parte di Austriaci e Inglesi, ricevendo promessa di ripristino e tutela e della antica autonomia, il 26 aprile 1814, le autorità della città proclamavano la rinascita dell’indipendente Repubblica Genovese. Ma la ritrovata libertà, durò pochi mesi. Come spesso accade, la Storia regala coincidenze simboliche: il 10 dicembre 1814, mentre a Genova si festeggiava l’anniversario della cacciata degli austriaci, seguita alla rivolta di Portoria del 1746, in Austria, in virtù di un accordo segreto, veniva decisa irrevocabilmente la fine dell’indipendenza genovese, nonostante i tentativi dei diplomatici Agostino Pareto e Antonio Brignole Sale, inviati dal governo repubblicano a trattare le sorti del piccolo stato ligure. Il 7 gennaio, per compensare la cessione della Savoia alla Francia, Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, annetteva tutti i territori di quella piccola repubblica che per secoli la sua casa aveva combattuto, contrastato e disprezzato. Un disprezzo che sopravvisse alla pacificazione, visto che il sovrano discendente Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, nel 1849, a seguito dei moti insurrezionali scoppiati in città, definì i genovesi “vile e infetta razza di canaglie”, giustificando ed elogiando l’operato del generale piemontese Alfonso La Marmora, che aveva ristabilito l’ordine dopo aver bombardato e saccheggiato la città.

    Con il Congresso di Vienna, dunque, veniva posta la parola fine alla storia della Repubblica di Genova; ma da questo scaturì un nuovo capitolo: la Superba e la sua gente, negli anni, furono il terreno fertile da cui nacquero uomini, idee e imprese che prima fecero l’Italia, libera, e poi la difesero dal nazifascismo. Se quindi non era più il vessillo di San Giorgio a garrire sulle antiche mura e sui palazzi nobiliari, testimoni di un fasto che fu, tra i monti e il mare della Liguria, era lo spirito di libertà a ispirare ad accompagnare gli animi del popolo, e a continuare a scriverne la storia.

     

    Nicola Giordanella