Autore: Gabriele Serpe

  • Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    ParlamentoE’ di oggi la notizia che la commissione Giovannini, sul sito della Funzione pubblica, ha stimato in più di 16.000 euro lordi al mese lo stipendio dei nostri parlamentari, che si pongono così ufficialmente in testa alla speciale classifica dei politici più pagati d’Europa. Il che, come ho scritto due settimane fa, non sarebbe necessariamente un male: qualcheduno l’onere di questo primato se lo dove ben prendere. Lo scandalo piuttosto è che, pur essendo i più pagati, sono probabilmente anche i peggiori. Almeno a giudicare dai numerosi casi di corruzione, dalla scarsa coerenza ideologica, dal trasformismo a pagamento e soprattutto dalla situazione di estrema gravità a cui hanno portato il paese.

    Ma c’è anche un altro aspetto. Ridursi una retribuzione faraonica non sarebbe solo un bel gesto nei confronti della gente normale, che in questi giorni è stata chiamata a grossi sacrifici e le cui retribuzioni medie viaggiano di gran lunga sotto, un gesto che, come amano ripetere più volte questi amabili burloni che ci rappresentano, sarebbe solo simbolico, dato che non è in questo modo che si mettono a posto i conti pubblici.

    Ora, a parte il fatto che anche un vitalizio di 3.000 euro al mese per i giornalisti di Era Superba non sposta i conti pubblici, ma io mi guarderei bene dal proporlo o dal difenderlo con queste motivazioni; in realtà un taglio degli stipendi avrebbe un effetto sostanziale. Significherebbe dimostrare che chi siede in Parlamento pensa alla patria e non alla pagnotta. Al contrario, se questi politici esitano, cincischiano e alla fine non votano per ridursi le retribuzioni nemmeno nelle condizioni attuali del paese, dimostrano con i fatti per quale motivo sono lì: denaro, potere, carriera e influenza personale.

    E ciò comporta che, chiamati a scegliere tra interessi privati e interesse pubblico, opteranno per i primi, a loro vantaggio e a nostro danno. Non si fermeranno – e non si sono fermati, infatti – nemmeno davanti al ridicolo: una maggioranza parlamentare assoluta ha preferito votare impassibile che il primo ministro italiano ha scambiato davvero Ruby per la nipote di Mubarak, piuttosto che provocare una crisi di governo e rischiare di perdere la poltrona.

    Eppure, come ha detto Milena Gabanelli, non lo ordina il medico di entrare in politica. Chi si vuole arricchire, ha tutto il diritto di farlo scegliendosi la professione che preferisce, purché non violi la legge. Ma chi si prende l’onere di governare, dovrebbe farlo unicamente per spirito di patria e, perché no, per la sana ambizione personale di ottenere considerazione e stima. Non certo per denaro.

    L’arricchimento privato è incompatibile con la funzione pubblica, perché presenta sempre il rischio di far perdere di vista gli obiettivi che deve tenere a mente chi è chiamato a mettere al centro della sua azione l’interesse di tutti. Ecco perché non dovremmo permettere che chi ci governa si goda retribuzioni faraoniche, perché è probabile che gli facciano smarrire il senso dello Stato.

    Non dovremmo dare ascolto ai discorsi dei cinici di professione, quelli che di fronte a ideali e buoni propositi sorridono e che di fronte agli scandali fanno spallucce: questi, a voler dimostrare di saperla lunga, passano in realtà per fessi. Ignorano che uno Stato democratico esiste solo perché ha finalità ideali: se, ogni volta che queste finalità vengono richiamate, le si ignora o le si nega, si distruggono i presupposti stessi di una società democratica, e ci si consegna al dominio dei più forti e dei più spregiudicati. I quali quasi sempre non siamo noi, ma sono gli altri.

    E’ nostro interesse, quindi, salvaguardare e curare la cosa pubblica, mettendola al riparo dagli interessi privati. Questo dovremmo tenere a mente quando scegliamo i nostri rappresentanti, preoccupandoci che si dimostrino desiderosi di lavorare per il bene di tutti e che eliminino ogni possibile sospetto sul persistere di interessi personali, del tutto legittimi nella vita privata ma non in quella pubblica. Insomma, ciò da cui dobbiamo guardarci, in una parola, è il conflitto d’interessi. E’ questo il cancro della nostra democrazia malata, che Berlusconi ha incarnato meglio di chiunque altro, ma che di certo non ha inventato e che, statene certi, dopo di lui, per ora, non è destinato a sparire.

    Andrea Giannini

  • Inps, stop alle pensioni in contanti superiori ai 1000 euro

    Inps, stop alle pensioni in contanti superiori ai 1000 euro

    InpsL’Inps ha inviato una lettera a circa 450 mila pensionati: addio alle pensioni pagate in contanti superiori all’importo di 1000 euro. Lo impone, si sa, la legge n. 214 dell 22 dicembre 2011: “[…] le Pubbliche Amministrazioni devono utilizzare strumenti di pagamento elettronici, disponibili presso il sistema bancario o postale, per la corresponsione di stipendi, pensioni e compensi di importo superiore a mille euro (limite che potra’ essere modificato in futuro con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze)”.

    L’adeguamento alle nuove modalita’ di pagamento dovra’ avvenire entro il 6 marzo 2012. L’Istituto quindi non potra’ effettuare pagamenti in contanti per importi superiori a mille euro a partire dal 7 marzo 2012. I pensionati che stanno ricevendo la lettera dell’Istituto potranno comunicare entro il mese di febbraio 2012 le nuove modalita’ di riscossione, scegliendo tra l’accredito in conto corrente, su libretto postale o su carta ricaricabile.

    E veniamo ad un problema di fondo, i decreti del governo Monti volti a combattere l’evasione fiscale favorendo la tracciabilità delle spese impongono, a chi non lo ha, l’apertura di un un conto, in banca o in posta che sia, poco cambia. Questo, se per molti è un problema irrilevante, per altri è una costrizione, un’imposizione difficile da digerire.

    Per carità, non è certo questo decreto che pone il sistema bancario al centro della vita di tutti noi, ma non poter pagare in contanti per una spesa superiore ai mille euro e non poter ricevere il pagamento della pensione senza prima aver donato liquidi alle casse bancarie è un segnale da non sottovalutare, indipendentemente dalle personali opinioni in merito.

     

  • Egitto, processo a Mubarak per le sparatorie sulla folla

    Egitto, processo a Mubarak per le sparatorie sulla folla

    Il processo all’ex presidente egiziano Hosni Mubarak e’ ripreso questa mattina all’accademia di polizia del Cairo. L’ex rais, 83 anni, e’ giunto in ambulanza dall’ospedale militare alla periferia della capitale dove si trova agli arresti. Mubarak e’ accusato di essere coinvolto nella decisione di sparare sulla folla durante le dimostrazioni di un anno fa in cui morirono 850 persone. Se riconosciuto colpevole, potrebbe essere condannato alla pena di morte.

    Dopo la “primavera d’Egitto” e la rivoluzione del popolo egiziano sceso in piazza per chiedere le dimissioni di Mubarak, il Primo ministro Ahmed Shafiq, da lui nominato, è rimasto in carica fino al 3 marzo 2011, giorno in cui si è insediato il nuovo primo ministro Issām Sharaf, scelto dal Consiglio supremo delle forze armate, per traghettare l’Egitto al referendum costituzionale e alle elezioni presidenziali e legislative che avrebbero dovuto dare un volto nuovo al paese.

    Come è noto le cose non sono andate secondo le previsioni: Sharaf, già ministro sotto la presidenza Mubarak, si è dimesso una settimana prima delle elezioni dopo i gravi incidenti nuovamente esplosi nella seconda metà del novembre del 2011.

    Il Consiglio Supremo militare, accusato dal popolo in rivolta di aver instaurato un nuovo regime dittatoriale e corrotto, ha incaricato di formare una nuova compagine governativa a Khamal Ganzouri, un politico della vecchia nomenclatura, accreditato di personale onestà,  legato tuttavia al deposto regime di Mubarak.

    Ganzouri dovrà traghettare il paese alle nuove elezioni amministrative fissate per la metà di giugno 2012. Ma la situazione non è certo così lineare come sembra. Il potere di Ganzouri non è riconosciuto da parte della popolazione e la rivolta degli ultmi mesi del 2011 è stata nuovamente soffocata nel sangue con 650 feriti e almeno 3 morti.

     

  • Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Forte Diamante, Genova

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Da posizioni dominanti, alcuni dei forti storici di Genova lasciano spaziare il loro immoto sguardo da Portofino fino all’isola di Bergeggi, per poi scendere tra campanili e torri, percorrendo il centro storico e perdersi sul molo, dove la Lanterna, simbolo della città, si fonde in un tutt’uno col mare.

    Gemme incastonate nella natura, quasi tutti sono stati edificati su preesistenti strutture militari (ridotte) che nel 1747 sono state approntate al fine di contenere l’assedio austro-piemontese: semplici costruzioni in pietra, secondo le regole dei muri a secco, o specie di gabbie per sostenere terrapieni, non hanno subito ulteriori modificazioni, per mancanza di fondi, ad eccezione del forte Diamante, l’unico ultimato grazie alla generosità della famiglia Durazzo.

    Tali sono rimasti, infatti, per tutto il periodo napoleonico finché, tra il 1815 e il 1830, il Regno del Piemonte ha deciso di fornire Genova di una barriera difensiva-offensiva munitissima, vera testa di ponte tra l’Italia sabauda nord-occidentale e la Sardegna. Una nuova tecnica che intrecciava il dinamismo romantico alla robustezza dell’arte romanica ha portato alla costruzioni di imponenti baluardi, con bocche da fuoco scanalate, che hanno visto il loro unico impiego nell’insurrezione del 1849 o come batterie antiaeree nell’ultimo conflitto mondiale.

    Il forte “Diamante”, sito a 667 metri di altezza lo si può raggiungere, partendo da Righi con una passeggiata di circa un ora e mezza o, in macchina, lungo la via che da Begato costeggia lo Sperone. In posizione strategica, sia per scendere verso la Val Polcevera che la Val Bisagno, è stato teatro di eroiche resistenze come quella del comandante francese Bertrand o di cannoneggiamenti verso i paesini sottostanti di Torrazza, Trensasco, Campi, Casanova, o di occupazioni come quella dei mazziniani nel 1849. Sorte poco felice è toccata al “Fratello Maggiore”, completamente demolito durante l’ultimo conflitto, mentre il “Fratello Minore”, ubicato sul monte Spino, resiste eroicamente, seppur in pessime condizioni. Il “Puin” è il più vicino alle mura e vi si arriva a piedi con un cammino di circa venti minuti, da un varco a monte del Castellaccio. Circondato da un fossato con tanto di ponte levatoio, oggi scomparso, ed insignito di una targa, anch’essa svanita, in memoria del ferimento del celebre poeta Ugo Foscolo (ben due volte), si dice debba il suo nome ad un fantomatico “puin” (padrino), abitante in una baracca sottostante.

    Il forte “Sperone”, in cima al monte Peralto, deve il suo nome alla caratteristica forma del bastione settentrionale: dalla piccola “bastia”, datata 1319, con continui rimaneggiamenti, nel 1830, si è giunti alla struttura attuale in cui spiccano caratteristiche torri cilindriche. Ceduto nel 1958 alla Guardia di Finanza è, dal 1991, utilizzato per rappresentazioni teatrali (luci sui Forti) e si può visitarlo da marzo a novembre con tour organizzati dal Comune.

    Il “Castellaccio” è il primo forte che si incontra salendo da Manin: un vecchio cancello in ferro sbarra la strada agli estranei. Di qui salendo per una vecchia strada lastricata si arriva su un pianoro occupato da altissime torri per telecomunicazioni. Dell’antica struttura rimane una vecchia caserma bipiano, in passato, in uso alla Poste e alla Marina Militare, poi, sede del “Club Castellaccio anni ’30”. Dall’alto, il terreno degrada verso la Torre della Specola, edificio in mattoni rossi, edificato nel primo ottocento, sorto in quel triste luogo dove, dal 1509, si eseguivano le condanne a morte. In buono stato di conservazione viene utilizzato dall’Istituto Idrografico della Marina come deposito materiale e come archivio.

    Il forte di “Begato” si trova sulla carrozzabile delle Mura Nuove, salendo da Sampierdarena: su progetto del Barabino, è una struttura a pianta quadrata, rinforzata, ai lati, da bastioni a tronco di piramide, uniti da spalti su cui potevano trovare posto 26 bocche da fuoco. Dal 1990 il Comune ne ha avviato il recupero per offrire ai cittadini, ampi spazi aperti per attività polivalenti.

    Altre imponenti presenze, occhieggiano da molti punti della città, talvolta integrati nello stesso tessuto urbano, ma di questi.. ne parliamo un’altra volta.

    Adriana Morando

  • Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Le corna di Silvio BerlusconiNell’ultimo appuntamento del 2011 parliamo ancora una volta di spread. Ormai anche l’uomo della strada ha capito di cosa si tratta (differenza di rendimento fra Btp italiani e Bund tedeschi) e cosa comporta quando sale troppo (la caduta di fiducia degli investitori sui nostri titoli pubblici e la conseguente bancarotta del paese).

    L’ultima volta che avevo toccato l’argomento (il 6 dicembre) eravamo scesi sotto quota 400. Avevo dato atto a Monti di aver fatto qualcosa di concreto per diminuire un pericoloso indicatore, che aveva toccato il suo record con gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Mentre scrivo, siamo tornati di nuovo sopra quota 500: non ancora ai massimi storici, ma ad un valore di nuovo altissimo e sempre più preoccupante. Dunque non era vero niente? Monti non sta facendo bene? Berlusconi non era il problema?

    E’ una chiave di lettura che circola in questi giorni: ma è una chiave di lettura estremamente superficiale e interessata. Ho già scritto cosa penso dei provvedimenti adottati dal governo Monti, che per molti versi non mi piacciono: ma si dovevano garantire dei saldi e questo è stato fatto, garantendo anche un provvisorio allentarsi della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevo anche scritto, però, che dopo il varo della manovra la partita vera si sarebbe giocata in Europa. Ed è proprio da lì che sono venuti segnali non particolarmente positivi per i mercati.

    Monti ha assolto il suo compitino: dimostrare che i conti dell’Italia sono in ordine e che non accumuliamo nuovo debito ogni anno. Ma questo serviva anche per poter andare in Europa a trattare con Francia e Germania alla pari. Stringere la cinghia è stato importante anche per dimostrare che l’Italia volesse risolvere la crisi internazionale del debito non per accumularne di nuovo, ma per salvare l’economia europea. Ma poi, appunto, sarebbe stato cruciale trovare delle misure condivise come UE, dato che abbiamo un mercato e una moneta unica. Senza una soluzione comune non bastano le misure che possano adottare singoli Stati: non solo l’Italia ma anche l’Euro è a rischio.

    Peccato che questa importantissima partita internazionale sia stata affrontata dai leader europei in un modo che non ha convinto i mercati. Questo è il nodo del problema. L’accordo europeo di dicembre non è stato accolto come una soluzione definitiva, ma come un compromesso che può ancora portare di qua o di là: pertanto i mercati restano a guardare, reagendo bene a notizie positive e male a notizie negative, come le recenti stime sulla crescita del nostro paese. E la tensione sui mercati per ora non scende.

    Come andrà a finire? Staremo a vedere. Intanto da questa analisi potremmo ricavare una triplice lezione per il futuro.

    Primo: liberarsi dal provincialismo del nostro dibattito politico. Spesso in Italia siamo troppo occupati a guardarci l’ombelico: a livello mediatico “buca” di più un bel dibattito sulla pillola anticoncezionale, che i problemi internazionali nei quali siamo coinvolti, e che poi magari ci capitano fra capo e collo trovandoci impreparati e spingendoci a beccarci tra di noi come i polli di Renzo. Magari può servire a qualcosa stare attenti agli equilibri di potere geopolitici, alla finanza internazionale, agli andamenti della produzione mondiale o alle guerre e alle rivolte in paesi che si potevano definire distanti solo prima della nascita del villaggio globale.

    Seconda lezione: volete capire come sta andando l’economia? Andatevi a informare leggendo l’economia, non la politica. A volte le due cose si intrecciano: ma a volte no. Su Berlusconi, Monti e lo spread sono state dette cose assurde. Forse se vogliamo capire perché lo spread sale o scende, magari troviamo qualche informazione utile andando a vedere cosa è successo nelle borse, o ascoltando gli analisti. Certo, può sempre capitare che noi non riusciamo a capire i dettagli tecnici oppure che gli esperti si sbaglino. Ma è pur sempre un approccio migliore che farsi rifilare una versione precotta da Cicchitto o da Fassino.

    Terza lezione: per quello che riguarda casa nostra, critichiamo pure Monti per quello che ancora non sta facendo (per esempio provvedimenti per la crescita, leggi dure contro la corruzione o l’asta delle frequenze digitali televisive), ma non facciamoci raccontare che Berlusconi non era un problema. Capire gli errori che abbiamo fatto è la prima condizione per non ripeterli. E in questo caso le responsabilità sono chiare, a meno di non volersi prendere in giro. Il valore dello spread era praticamente irrilevante quando il Cavaliere andò al governo nel 2008: infatti all’epoca nessuno, a meno che non fosse uno specialista, aveva mai sentito la parola “spread”.

    E’ pur vero che tutto ha origine dallo scoppio della crisi bancaria internazionale, che certo non è dipesa dal Cavaliere; ma è un dato di fatto che, se oggi siamo più a rischio di quasi tutti gli altri Stati europei, la colpa è delle condizioni di partenza già pregiudicate del nostro paese e della maldestra gestione dell’emergenza. E chi è responsabile di tutto questo? Sulla gestione della crisi c’è poco da dire: Berlusconi dapprima ha perso tempo prezioso negandola, e dopo in extremis ha annunciato provvedimenti-spot a cui nessuno ha dato credito.

    Sulle condizioni di partenza, poi, l’analisi è ancora più impietosa. Se i primi responsabili del nostro grande debito pubblico sono stati i governi della Prima Repubblica, che ora non ci sono più, perché tutta questa devozione nel PDL per la figura di Bettino Craxi? Perché Brunetta si tenne il pregiudicato De Michelis come consulente? E comunque nella Seconda Repubblica si sarebbe potuto benissimo risolvere molte cose. Ora, dal maggio del ’94 al 16 novembre scorso, in 17 anni e mezzo, Berlusconi ha governato per più di 9 anni, intervallato da 7 anni di centro-sinistra (in cui comunque il Cavaliere manteneva un’opposizione numericamente rilevante) più 1 anno abbondante di governo tecnico Dini. Se non è stato risolto nulla e anzi la situazione è peggiorata (il debito ad esempio è aumentato), di chi sarà mai la colpa? Certo, le responsabilità non sono tutte solo dei governi di Berlusconi: ci sono anche gli altri. Ma è comunque assurdo che ora si cerchi di attribuire delle responsabilità a chi è venuto dopo per i danni fatti da chi ci ha governato prima. Proprio per questo, pur con tutte le sue contraddizioni, non si può non dar ragione a Beppe Grillo quando scrive: «è necessaria una Norimberga pubblica della classe politica con un calcio in culo al posto delle forche».

    Andrea Giannini

  • La nascita di un’isola in diretta, è accaduto a largo dello Yemen

    La nascita di un’isola in diretta, è accaduto a largo dello Yemen

    Benvenuta! E’ l’espressione benaugurale che si fa in questi casi davanti ad una nascita, anche se parliamo di un evento insolito per “rumore”, per spettacolarità, per interesse scientifico e per implicazioni geografiche. Intanto le presentazioni: non ha ancora un nome ma la sua natura fisica la classifica come isola; non è stato possibile pesarla ma ha una certa consistenza tenuto conto della sua natura magmatica, ricca di lava basaltica; è nata dopo una parto travagliato in seguito all’esplosione di un vulcano sottomarino; è piccola, come tutti i neonati, presentando una superficie di soli 500mq; è yemenita, avendo visto la luce a circa 1 km a nord di Rugged Island, una delle Zubayr, una decina tra isole e scogli che fatichi a trovare persino sull’atlante, ubicate a circa 50 km a ovest di Salif; ha avuto un’assistenza veramente speciale, come quella della NASA, che ne ha diffuso le prime immagini ad alta risoluzione grazie al dispositivo “Advanced Land Imager “, dotazione di bordo del satellite EO-1 d.

    L’arcipelago, sito nel Mar Rosso in corrispondenza della cosiddetta Great Rift Valley, una vasta fossa tettonica che si estende per circa 6.000 km dal nord della Siria fino al Mozambico centrale, condivide una stessa paternità identificabile in un vulcano sottomarino a scudo attivo. Fenomeni eruttivi e sismici, dovuti ad un progressivo allontanamento dell’Africa dall’Asia, non sono una novità lungo questa linea: l’eccezionalità sta nel fatto che si sia potuto seguire il fenomeno “in diretta”.

    Normalmente, infatti, l’attività di questo vulcano sommerso non si evidenzia in superficie né tantomeno con una portata di dimensioni tali da dare origine ad un nuovo lembo di terra. Per avere memoria di un fenomeno analogo, bisogna risalire al lontano 1824, con la nascita dell’isola da cui l’arcipelago prende il nome. I pescatori del luogo riferiscono che le prime avvisaglie si sono avute nei primi giorni del mese, con un apice intorno al 19 dicembre che si è manifestato con getti di lava alti fino a 30m. Per fortuna, non vi sono state vittime a differenza di ciò che è accaduto, il 30 settembre 2007, quando il vulcano Jebel al-Tair, sito più a nord, nell‘omonima isola, ha provocato la distruzione della base navale e la morte di 8 militari che, inutilmente, hanno cercato di salvarsi a nuoto tra la lava incandescente.

    Un’altra perla “nera “ si aggiunge, dunque, a questa manciata di sassi sparsi in un mare blu, dove pesci pappagallo dal bernoccolo, squaletti pinna nera e tartarughe stanziali condividono un paradiso naturale incontaminato con aironi Golia e fenicotteri rosa. Come tante guglie color antracite, emergono dagli abissi per esibire panorami mozzafiato in cui la bizzarria del magma ha disegnato geometrie primordiali, in un alternarsi di impervie gole e profondi solchi, cicatrici di un passato recente.

    Il terreno arso dalla salsedine concede la vita a stentare mangrove che si aggrappano, tenaci, a crateri spenti o esplosi i quali ci rendono conto dei fermenti concitati che ribollono in agguato nel sottosuolo.

    Una nuova nata, ubicata a migliaia di chilometri di distanza da El Hierro (Canarie) dove, da mesi, è in corso un’attività analoga che si manifesta con scosse sismiche di lieve entità, accompagnate da costante fuoruscita di lava dalla bocca di un vulcano “hot spot”, apertasi nel fondale marino, a 2 chilometri a sud dell’isola e che porterà, a giudizio degli esperti, anche in questo caso, al formarsi di una nuova terra.

    Adriana Morando

  • Rissa da stadio a Betlemme, i protagonisti sono i sacerdoti

    Rissa da stadio a Betlemme, i protagonisti sono i sacerdoti

    Rissa alla Basilica della Natività di BetlemmeBetlemme la piccola cittadina della Giordania che ricreiamo ogni anno, con personale fantasia, nell’allestimento dei presepi, è balzata agli onori della cronaca per un episodio che non ha nulla da condividere con la sacralità del luogo.

    Qui, dove la tradizione cristiana colloca la nascita del figlio di Dio, è stata eretta una chiesa che risulta essere la più antica della Palestina e una delle più vecchie del mondo. La Basilica della Natività, questo è il suo nome, risalente al periodo bizantino, ospita nel suo interno, a fianco dell’abside centrale, una cripta che corrisponderebbe al punto preciso in cui è avvenuto il biblico evento, che, oggi, è ricordato da un incisione in latino, su una stella d’argento, con le parole “Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù”.

    La proprietà di questo spazio, come la maggior parte della struttura, è di pertinenza della confraternita greco-ortodossa mentre la restante è riservata alla chiesa apostolica armena ad eccezione dell’ area in cui si presume fosse situata la mangiatoia, culla del bambinello, la cui cura è affidata ai Padri Francescani.

    La convivenza di queste differenti congreghe religiose, lungi dallo spirito di pacifica fratellanza, è stato, da sempre, motivo di dissidi e dissapori, culminati nel 2007, in un vero e proprio scontro fisico che ha lasciato sul campo ben 7  feriti tra portatori di abiti talari e le forze dell’ordine.

    Un fatto analogo è accaduto ieri e si può sintetizzare in poche righe: accantonato il regno dell’ascetismo, un centinaio di “amabili” ecclesiastici tra quelli appartenenti alla religione cristiana ortodossa e i confratelli armeni, hanno dato vita ad uno spettacolo “ultraterreno” con il solo scopo di darsele di “santa” ragione.

    Se il comportamento è disdicevole, il motivo è ancor più grottesco: armati di ramazze e di olio di gomito, i religiosi erano intenti alle quotidiane pulizie quando è avvenuto un “intollerabile” sconfinamento, innescando un contezioso che, passando dalle parole ai fatti, ha visto trasformarsi, i mansueti monaci, in vigorosi lottatori di Sumo. Sono entrate in campo anche le armi perché le operose scope sono state brandite ed usate come indomite clave. La rissa, che per fortuna non ha registrato feriti a differenza di quella precedente, è terminata all’arrivo della polizia palestinese che, anch’essa, ha avuto ragione sui contendenti, solo, a suon di manganellate.

    Lo “spettacolo”, diffuso da alcune emittenti, può evocare un sorriso divertito ma nel contempo spinge ad un’amara considerazione. Solo alcuni giorni fa, nella ricorrenza del Natale, il Patriarca latino di Gerusalemme, Fuad Twal, aveva auspicato il ritorno alla fratellanza e alla riconciliazione tra i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa, terre quali Siria, Egitto, Irak , senza dimenticare la Nigeria, che hanno riempito la cronaca con episodi di inumana violenza. Sembrava ispirarsi a questo desiderio di pace la richiesta, fatta dai Palestinesi all’ONU, per il riconoscimento di uno Stato sovrano “con la speranza di una soluzione giusta del conflitto, con l’intenzione di vivere nella pace e nella sicurezza coi loro vicini”.  Ma se sono proprio i ”buoni” a dare, per primi, il cattivo esempio come possiamo superare questo odio fratricida che alimenta conflitti in tutte le parti del mondo?

    Adriana Morando

  • I monumenti italiani tra degrado e incuria, Genova non fa eccezione

    I monumenti italiani tra degrado e incuria, Genova non fa eccezione

    Chiesa del Gesù GenovaL’Italia, è proprio il caso di dirlo, è tutta una rovina. Rovina per la stangata erariale che ha impoverito tutti e che ha fatto registrare un crollo delle vendite che vanno dal -30 (abbigliamento, scarpe) al -5 % (giocattoli) e una media che si asseta sul -28%?No, si tratta dello sfascio a cui nostri monumenti storici vanno incontro considerato che, pezzo dopo pezzo, vengono giù, spinti più che dalla forza di gravità dal degrado e dall’incuria.

    Dopo il tragico crollo della Casa dei Gladiatori, a Pompei, che ha fatto gridare allo scandalo ma che si è cercato di giustificare con le forti piogge, oggi è la volta del Colosseo: poche “briciole” di tufo staccatesi da un arco dell’Anfiteatro Flavio, antistante l’Arco di Costantino, che seguono quelle di Natale,” piovute” dal prospetto esterno.

    Nonostante la smentita della direttrice del Colosseo, Rossella Rea che parla di allarmismo ingiustificato e che ipotizza si tratti di quelle “vecchie” riferibili al 25 dicembre, sta di fatto che sono planate tra noi non smosse da un erculeo Golia ma da banali piccioni, la cui esigua massa ponderale ci da l’idea di quanto precaria sia la situazione.

    Il patrimonio storico di una nazione è un bene che tutti cercano di proteggere, tutti ad eccezione dell’Italia che, con un eccellenza artistica invidiata dal mondo intero, si permette di non curare e valorizzare questo bene incommensurabile.

    E’ indubbio, infatti, che l’arte italiana, oltre ad essere testimonianza della genialità dei nostri avi, rappresenterebbe, se ben sfruttata, un richiamo turistico invidiabile e, quindi, una fonte di sicuro denaro.

    Per sopperire alla miopia di un governo che tiranneggia la cultura con continui tagli, ci siamo dovuti affidare a stranieri come John Julius Norwich o alla fondazione onlus inglese “Venice in Peril” per salvare una città unica che rischia di naufragare miseramente in un mare di incapacità ed indifferenza.

    Non paghi di ciò, aspettiamo ancora di vedere i risultati degli aiuti internazionali devoluti a favore del restauro del patrimonio artistico dell’Aquila, devastata dal terribile terremoto e, soprattutto, siamo ancora in attesa di vedere interventi concreti su monumenti, vedi Pompei o il Colosseo, che sono simboli del “made in Italy” di passata memoria.

    In questo panorama non certo idilliaco, risulta angosciante, inoltre, la perdita quotidiana di opere minori come piccole pievi dimenticate, quadri di famosi pittori nascosti in chiese frequentate solo da pii praticanti, insegne o altri oggetti lasciati alle intemperie del tempo o alla portata di ladri sacrileghi.

    Genova non fa eccezione: nella chiesa del Gesù, ad esempio, due pale di Rubens sono spesso l’unica compagnia” dell’Assunta” di Reni o del “ Riposo durante la fuga in Egitto “ del Piola; opere del Piola o di Fiasella, parimenti, sono presenti nella chiesa dell’Annunziata, chiesa dimenticata dai percorsi turistici, così come ignoto ai più è l’”Apparizione di Maria Vergine” del Grechetto in quel gioiello architettonico che è la chiesa di santa Maria di Castello.

    Non parliamo delle ”Edicole”, Madonnine votive che vegliavano dall’alto su ogni angolo dei “caruggi” e che sono state lasciate in pasto a trafugatori senza scrupoli con il risultato che ne sono sparite più della metà.

    Svanito nel nulla è, anche, un curioso cartello che, pur non essendo esempio di mano sapiente, risultava essere una delle tante piccole testimonianze della storia della nostra città : rotondo, come quelli stradali di divieto, campeggiava da tempo immemorabile all’incrocio di vico Carabraghe (antico Calabraghe), e proibiva il transito ai “minori”, nelle ore scolastiche, per preservare innocenti occhi dal meretricio che lì aveva uno dei punti di maggior “traffico”.

    Piccolo esempio a fronte di opere più imponenti come i forti che sovrastano le alture della città o l’acquedotto romano destinati, però, ad un medesimo destino: un lento triste oblio, soffocati da erbacce e degradati da inevitabili ”tracolli”.

    Adriana Morando

  • Riciclare il cibo è la ricetta contro la crisi

    Riciclare il cibo è la ricetta contro la crisi

    Spreco di ciboIl riciclo è una  parola che, accanto a “raccolta differenziata”, è entrata sempre più insistentemente nel nostro quotidiano,  insieme alla consapevolezza  che le risorse del nostro povero mondo  sono destinate ad esaurirsi se non si mettono in atto strategie oculate di recupero e di riutilizzo di quei materiali o cose che riteniamo desueti, ma che potrebbero avere un’ulteriore chance di vita.

    Gli ecologisti lo sostengono in nome dell’ambiente, gli artisti lo utilizzano per composizioni futuristiche, il design lo ambisce per la creazione di oggetti originali, la moda ha lanciato il vintage (dal francese “l’age du vin”, l’annata del vino) per “svuotare” i cassetti polverosi della nonna o semplicemente per liberarci da quel regalo che proprio stona col look della nostra casa.

    In tempo di crisi, nulla può sottrarsi al riciclo neppure il cibo. Tema già affrontato in sedi altisonanti come può esserlo stato  il Salone del Gusto o da inchieste come quella condotta dal WWF, nel Regno Unito, da cui è emerso che ben 8 milioni di tonnellate di cibo e bevande finiscono, ogni anno, tra i rifiuti degli inglesi.

    Sprecare il cibo non solo è deprecabile, basti pensare a quanti bambini muoiono di inedia ogni anno,  ma è anche una spesa inutile che grava sul bilancio domestico. Mai come quest’anno, gli italiani ne hanno avuto la riprova che si è concretizzata con un drastico calo di acquisti per generi alimentari che, come sottolinea la Coldiretti, si attesta su un valore di -18%, il peggior Natale degli ultimi 10 anni le fa eco la Codacons.

    Da questi dati se ne trae la conclusione che la prima regola, per evitare inutili sprechi, è comprare solo i cibi che siamo sicuri di consumare ma se poi, comunque, avanzano? Ecco arrivare il riciclo! Da interviste mandate in onda da network televisivi, emerge che non solo persone dall’aria dimessa ma eleganti signore impellicciate offrono le più svariate soluzioni con un unico scopo: non buttare via niente.

    Il pane? Si riscoprono antichi sapori come quello della Panzanella o della Pappa al Pomodoro, si può utilizzare per ottenere pangrattato o si può “trasformare” in uova cedendolo alle galline del contadino.

    La pasta? Timballi, frittate o perché non riscaldarla in padella, come usava la vecchia nonna, o sfarne uno sformato magari arricchendolo con melanzane e provola affumicata per arricchirla di  sapori” mediterranei”?

    Minestroni, passati, torte salate, ratatouille colorate sono una degna fine per rimasugli di verdure; polpettoni, polpettine o ripieni per prelibati ravioli è l’alternativa per piatti di carne riciclati.

    Stesso trattamento per il pesce che, in aggiunta ad aglio e prezzemolo, si trasformerà in deliziose crocchette da gustare con un buon bicchiere di vino bianco.

    Pandoro o panettone in esubero? Con un po’ di fantasia, creme, cioccolato e liquori si possono ottenere dolci dall’aspetto diverso a cui nessuno saprà resistere. Se l’arte della culinaria non fa per voi o, semplicemente, ve lo potete permettere, il consiglio è quello di essere generosi : donare il superfluo ad una delle tante associazioni che si occupa degli emarginati.

    Nella nostra città, ad esempio, la comunità di S. Egidio ha allestito un pranzo di Natale in  16 location, tra cui la basilica di San Lorenzo, la chiesa di San Siro, Palazzo Tursi, pranzo in cui si sono serviti ben 5000 pasti. Forse quel panettone in più, rimasto intonso dopo una cena pantagruelica, sarebbe stato molto gradito.

    Adriana Morando

  • La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    L’atmosfera di magica attesa del Natale lascia il passo agli ultimi giorni di un anno che si conclude. I media riassumono gli avvenimenti più salienti, le persone ripercorrono, con la mente, momenti gioiosi o tristi di un passato recente e guardano al futuro con rinnovata speranza: una parentesi che si chiude, un’altra che si apre, pronta ad accogliere, tra bollicine e fuochi artificiali, il Capodanno imminente.

    TUTTI GLI EVENTI IN PROGRAMMA PER IL CAPODANNO 2012 A GENOVA

    STORIA E CURIOSITA’ – Una festa che si perde tra i riti pagani di un tempo remoto come quelli che si celebravano nel II millennio a.C., in Mesopotamia, in onore del Dio dell’Ordine, Marduk. Costui, dopo aver ceduto il potere, per 11 giorni, alla dea del Caos, Tiamas, faceva cessare il frastuono e il disordine generale che, tra libagioni e licenze amorose, permetteva persino agli schiavi di insultare i padroni.Celebrata con la prima Luna Nuova, dopo l’equinozio di primavera, la ricorrenza era l’emblema della riscossa sul gelo dell’ inverno e, nell’occasione, si praticavano esorcismi e rituali esoterici al fine di allontanare gli spiriti maligni.

    Analogamente, gli Egizi facevano coincidere l’inizio di un nuovo anno, verso il 20 giugno, con l’arrivo, a Menphi, della piena del Nilo che, con il suo fertile humus, assicurava fecondità e vita.

    In un frenetico rincorrersi di date e significati, il Capodanno è sempre stato festeggiato ovunque: dai Celti, nella notte tra ottobre e novembre (Halloween); il 1 settembre dai Bizzantini; il 25 marzo dagli Inglesi (fino al 1752); il giorno di Natale, nella cattolicissima Spagna (fino al 1600); in Francia, coincideva con la domenica di Pasqua; in epoca recente, quella fascista, si è tentato di farlo collimare col il 28 ottobre, giorno della marcia su Roma, senza alcun esito.

    Dobbiamo, però, a Cesare e al suo calendario Giuliano, un calendario solare che si sostituiva a quello lunare di Romolo (primo re di Roma), lo sforzo di mettere un po’ di ordine: l’inizio del nuovo anno era fissato con la festa di Giano, divinità pagana da cui deriva il nome del primo mese “gennaio”, la cui data, però, rimaneva ancora ballerina, ponendosi in un periodo compreso tra gennaio e marzo, a seconda dei luoghi. Solo con l’avvento del calendario Gregoriano (bolla papale “Inter Gravissimas”) e il successivo intervento, nel 1691, del Papa Innocenzo XII, venne stabilito come giorno definitivo, il primo di gennaio.

    Alle origini, ai miti e alle usanze sopravvivono tradizioni curiose che, ancora, ripetiamo per scongiurare fantasmi o alimentare speranze. Perché fare “botti” o indossare qualcosa di rosso? Per spaventare il dio cinese Nián, orrida bestia mangiatrice di uomini, senza dimenticare che il rosso è anche il colore del matrimonio o, per gli antichi romani, il simbolo del potere, della salute, della felicità.

    Perché buttiamo via, si spera non dalla finestra come incivile usanza di un passato recente, oggetti vecchi? E’ un modo per liberarci dalle negatività. Offrire strenne come un rametto di alloro, fichi secchi e datteri? E’ la speranza benaugurale di una vita di “dolcezze”. Mangiare lenticchie, chicchi d’uva o mandorle? E’ simbolo di ricchezza o di fecondità come, del resto, baciarsi sotto il vischio. Sulla tavola non può mancare il melograno, incarnazione della fedeltà coniugale, la stessa che legò la dea Proserpina a Plutone, dopo averne mangiato i gustosi chicchi.

    Ed infine, attenzione a chi incontrate, per primo, dopo lo scoccare della mezzanotte: meglio un vecchio o un gobbo, metafore di lunga e fortunata vita: si devono evitare, invece, bambini e preti. Questi ultimi devono la loro malasorte all’usanza di indossare stole viola, durante la quaresima, periodo in cui, nel medioevo, erano banditi tutti i divertimenti. E un capodanno senza un moderato pizzico di follia che inizio d’anno è?

    Adriana Morando

  • Lettera di un tassista genovese: “Siamo una lobby, che c’è di male?”

    Lettera di un tassista genovese: “Siamo una lobby, che c’è di male?”

    Taxi in piazza De Ferrari

    Ecco il testo di una lettera che un tassista genovese ha inviato alla Redazione di EraSuperba dopo la pubblicazione dell’articolo su uno studio della Cgia di Mestre in merito all’ andamento dei prezzi in seguito alle liberizzazioni:

    “Quando nel lontano 1993 decisi di “acquistare” una licenza di taxi tutti mi dissero: ” ma come! Vai a fare il tassista, l’ultima ruota del carro, fa il tassista chi non sa cos’ altro fare ecc. ecc”. Oggi scopro che tutti vogliono fare il tassista, incredibile! Da ultima ruota del carro il nostro lavoro è diventato ambitissimo…
    Ma come, dico io, quando mi indebitavo per comprare una licenza di taxi, gli altri ambivano a posti in grandi aziende della mia città, al posto in Comune, Provincia, Regione, al gettonatissimo posto in banca; nessuno si sognava di fare carriera come tassista, tutti volevano il posto “sicuro” nel privato o, meglio ancora, nel pubblico, e allora si facevano carte false per ottenerlo, raccomandazioni, amicizie e chi più ne ha più ne metta.

    Oggi il periodo delle vacche grasse è finito, quei posti sono rarità per pochi e allora? Allora, vogliono fare tutti i tassisti a costo zero. Considerate che, chi come me ha comprato una licenza e già lavorava, ha lasciato il posto da dipendente a qualcuno che era iscritto nelle liste di disoccupazione quindi, non tutti i mali, se così la vedete, vengono per nuocere. […] Clicco su internet e vado a cercare il significato di lobby, il primo dizionario che trovo è il Sabatini Coletti e riporto testuali parole: “Gruppo di persone legate da interessi comuni e in grado di esercitare pressioni sul potere politico per ottenere provvedimenti a proprio favore, specialmente in campo economico e finanziario” (seguono esempi).

    Ebbene, non mi sembra una definizione così satanica. Mi sembra che la definizione calzi per tutti quei gruppi di persone che manifestano per ottenere un qualche cosa che li accomuna, si può applicare al comitato di quartiere che manifesta o fa pressioni per ottenere il campo di calcetto, alle associazioni di consumatori, alle associazioni di inquilini (a proposito io “capitalista” a 49 anni mi sto ancora pagando il mutuo sulla prima e unica casa), ai lavoratori che vanno in corteo per il proprio lavoro ecc.

    Allora, secondo quanto detto, anche i tassisti sono una lobby, certo, ma nel senso che indica il dizionario, non nel senso di gruppo chiuso, inaccessibile. Quando mi sono rivolto alle associazioni per comprare la licenza nessuno mi ha chiuso la porta in faccia, chiunque può acquistare una licenza, come dite? E’ proprio questo il punto? Ma signori miei io sono riuscito ad acquistare una licenza di taxi facendo sacrifici, ma non avrei potuto acquistare qualsiasi attività più quotata sul mercato, ognuno fa il passo secondo possibilità, non mi potrei permettere una banca o una s.p.a. con dipendenti e nemmeno una licenza taxi di altre città ma non per questo pretendo che mi si diano gratis.

    Per quanto riguarda i tanto sbandierati vantaggi per i consumatori, vorrei che mi ricordaste quale settore, che è stato liberalizzato, abbia portato vantaggi al cittadino: i supermercati? Se non stai attento a quello che compri e dove lo compri ci lasci lo stipendio; i telefoni? Una selva, mille tariffe in continua evoluzione senza possibilità di comparare quelle di un gestore da un’ altro; gas, luce, assicurazioni ecc. ecc. Vi siete mai chiesti come mai negli ultimi anni si sono viste proliferare miriadi di associazioni consumatori?

    Andate un po’ a vedere i consigli, le raccomandazioni le istruzioni che queste associazioni sono costrette ad emanare per contrastare un elenco faraonico di problematiche sorte grazie alla diversificazione dell’offerta, è tanto diversificata che non ci si capisce più nulla, occorrerebbero commercialista e avvocato sempre a portata di mano! La gente non ne può più …

    Privilegiati mi sento dire e rimango lì …. a pensare, privilegiato ma in che cosa? Ho investito per una attività come fanno tutti, in tutti i settori, dal bar alla FIAT, lavoro 12 ore al giorno altrimenti non si riesce a coprire tutte le spese (e adesso con la manovra Monti vedremo…) , gli incassi sono diversi da città a città e in alcune realtà è veramente dura (e qui si potrebbe parlare dei piani di viabilità dei singoli Comuni il vero ostacolo al rapporto incasso/tariffe); Natale Capodanno e Pasqua, quando ti tocca ti tocca; niente mutua, se ti ammali sono affari tuoi, la settimana scorsa sono stato a casa 2 giorni con la febbre, il terzo giorno non passa, a lavorare con berretto e sciarpa; non abbiamo ferie pagate, se ti vuoi fermare una settimana sono cavoli tuoi; tredicesima, quattordicesima, cosa sono schedine del totocalcio? Tutte le spese dell’auto? A carico tuo; Assicurazioni? più care, siamo soggetti a rischio essendo tutto il giorno nel traffico; Liquidazione? niente, la nostra liquidazione è appunto il valore della licenza; cassa integrazione, non esiste ovviamente, se non c’è lavoro, amen; assenteismo, quello sì che ne possiamo fare uso, se ti assenti, lo paghi subito, non incassi e risolto il problema; poi vogliamo parlare di una giornata in mezzo al traffico? Lasciamo immaginare; d’inverno c’è il freddo, d’estate fa caldo; malattie professionali mai riconosciute e come se non bastasse ogni tanto c’è chi ti punta un coltello alla gola e ti rapina.

    Se vogliamo dirla tutta, in effetti, abbiamo un po’ di sconto sul bollo dell’auto e qualche cosa sull’iva del carburante che ogni anno viene sempre più ridotta (e questo indipendentemente dai timbri che mettiamo sulla scheda carburante).

    Evasione fiscale? Ecco il tallone d’ Achille, ora lo frego …
    E si, siamo additati come grandi evasori, non lo nego in passato si pagava poco ma chi non era evasore fiscale nel periodo delle vacche grasse, e senza citare liberi professionisti, imprenditori e politici voglio ricordare che anche il lavoratore dipendente che fa il doppio lavoro in nero è un evasore fiscale e tra le mie conoscenze ne ho diversi esempi, e allora in questo campo chi è senza peccato…

    Adesso non è più così, i bollettini dell’ Inps arrivano regolarmente da pagare e per quanto riguarda la dichiarazione dei redditi ci pensa l’ Agenzia delle Entrate a monitorare, devi dichiarare quello che dicono loro altrimenti scatta l’accertamento.

    Ecco, Signori, questi sono i nostri privilegi, certo un cliente mi ha detto che potevo scegliere di fare l’operaio o l’impiegato, come per dire: “non ti ci ho messo io sul taxi”, vero ma noi non abbiamo chiesto niente .. sono piuttosto ALTRI a cercare noi.
    Ora, se quella che vi ho descritto è un’immagine di una categoria privilegiata, i casi sono due, o siete male informati e allora niente da dire, succede, oppure siete in malafede e dietro a certi commenti che si leggono sul web che rasentano il linciaggio ci sono appunto gli ALTRI di cui sopra. […]

    Quindi? Quindi è una guerra tra poveri diavoli che ci vogliono far fare, attenti! Da queste liberalizzazioni sbandierate come progresso e beneficio per tutti ne verrà fuori che il nostro lavoro lo faranno altri ma per il comune cittadino non cambierà nulla, come è successo con le altre liberalizzazioni, c’è chi vuole il nostro posto e null’altro, dopo aver scardinato l’intero sistema lavorativo con speculazioni, corruzione, trasferimento di capitali e manodopera all’estero, dopo aver causato un’enorme emorragia di posti di lavoro andando a produrre nei paesi emergenti ora, per rimettere le cose a posto (secondo loro), attaccano l’unico sistema lavorativo che per forza di cose sta in piedi da solo, il lavoratore autonomo.
    Meditate Gente, meditate!! (e lo scrivo maiuscolo perché io ho ancora rispetto di questo popolo che troppe volte è stato ingannato).

    Roberto Cappanera. Un tassista.
    robertolaser80@libero.it

  • Lettera aperta a Babbo Natale

    Lettera aperta a Babbo Natale

    Egregio sig. Babbo Natale,

    ieri mi sono preso qualche ora per sgranchire le gambe e fare due conti. Mi trovo in pieno centro in coda alla cassa di un negozio di elettronica anche se non ho comprato nulla, sono solo curioso. Dieci minuti scarsi, spesa complessiva delle 4/5 persone che mi precedono: 6800 euro. Sarà un caso, proviamone un altro. Negozio di abbigliamento in via XX Settembre, la coda è un po’ più lunga, 10/11 persone davanti a me, per cui mi avvicino alle casse fingendomi interessato alla bigiotteria esposta così da poter tendere l’orecchio: spesa complessiva in un quarto d’ora 3400 euro. Per non tediarla, signor Natale, vado al sodo e le comunico che ho girato 5 negozi in due ore scarse e che il risultato ha ampiamente superato i 20000 bigliettoni.

    Io la taglio caro Babbo, mi dia giusto il tempo di buttar giù la manovra, una settimana, massimo due, non di più, cosa ne pensa? Lei che potrebbe affermare senza vergogna di essere diventato più famoso di Gesù… Ora sarebbe disposto a farsi da parte? Si tira su in qualche mese un bel Natale Tecnico, mi metto di buona lena e trovo un giovane che sia sbarbato e smilzo, e un po’ meno rosso. Che so, vendo bene una storiella sul riciclo dei giocattoli, magari stimolo anche un po’ di fantasia… vuol mettere la sua vecchia letterina scritta con la penna del bambino e il pugno del mercato?!

    Ci ragioni,
    Gabriele Serpe

  • Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Piazza Fontane Marose

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Tra la ragnatela di “caruggi” che disegnano il centro storico di Genova cerchiamo di ripercorrere i tempi in cui le signorine di strada, le Amorose, scesero in campo, incredibile dictu, per condizionare la storia di un toponimo. Andiamo indietro nel tempo e fermiamoci in quel luogo oggi noto come piazza Fontane Marose, antico centro cittadino dominato dai palazzi della famiglia Spinola costruiti tra il ‘400 e il ‘500 e dichiarati patrimonio dell’umanità.

    Palazzo Spinola dei Marmi e il suo convicino Palazzo Spinola Luccoli-Balestrino, aggettano su un piazza priva da tempo (come ricordano tre lapidi su un lato di viale Interiano verso piazza Portello) del suo monumento più caratteristico: un’imponente fontana a tre arcate.

    Nella “valle Bacheria”, oggi via Caffaro, sgorgavano delle sorgenti tumultuose che, confluendo in un rio, raggiungevano il mare attraverso la zona di Soziglia; nel 1206 iniziarono i lavori di ristrutturazione che portarono alla costruzione della fontana. Si giustifica, così, la prima parte del nome, ma da dove scaturisce l’aggettivo “marose”?

    La fantasia ha spiegato le sue ali più capaci per cercare di risolvere il misterioso arcano. Uno studioso genovese, Giulio Miscosi, attribuisce l’origine del nome a “maros” località famosa per un furto al tempio di Nettuno. Per trasposizione sarebbe derivato l’aggettivo “maroso” ad indicare monumenti, quali le fontane, attinenti le acque. Ma il termine si potrebbe, semplicemente, riferire al mare che, a quei tempi, stante un’urbanistica diversa, si poteva osservare facilmente dalla piazza. Quest’ultimo accostamento sembra un po’ forzoso anche se, la turbolenza delle acque sorgive, potrebbe avere evocato l’agitarsi di un mare in burrasca, con l’ovvia conseguenza.

    Un aneddoto popolare e di folklore è quello riportato da un altro dotto, Giuseppe Marcenaro: le figlie di tal “stea mou rousu” (Stefano il rissoso), affittavolo dei marchesi Spinola, continuando il lavoro del padre, aprirono un’osteria nei pressi della piazza portandosi dietro un nome tanto ingombrante che, a poco a poco, si trasformò in “de moe rouse”, poi in Mauruse ed infine in Maruse.

    Che dire, poi, del cavaliere teutonico Van Rosen, giunto a Genova per andare in Terra Santa e, invece, trasformatosi in un mastro birraio di via Luccoli? Estrapolare dal suo nome “Marose” sembra un gioco da ragazzi.

    Tra le molte citazioni e leggende popolari, senza alcuna certezza storica, ci piace, però, avvalorarne una su tutte: quella che il nome originario fosse “Fontane Amorose”, intendendo che qui, durante il giorno, si riunissero delle fanciulle spensierate e tra ciarle e risate sciacquassero i loro panni; le stesse fanciulle che, alla sera, ritornavano nello stesso luogo per mercificare il loro amore.

    Con l’avvento del perbenismo, un tale ricordo offendeva il pudore dei benpensanti che trasformarono il nome, prima in Morose e definitamente in Marose. E col nome se ne è andata anche la fontana, che fu demolita a metà dell’800, proprio per permettere l’apertura di Viale Interiano, la cui vasca è tutt’ora interrata sotto al livello del suolo e  sulla quale vegliano i monumentali palazzi Spinola, rimasti unici testimoni di quei tempi.

    Adriana Morando

    Video di Daniele Orlandi

     

  • Edilizia sanitaria e immobili pubblici: che cos’è la cartolarizzazione?

    Edilizia sanitaria e immobili pubblici: che cos’è la cartolarizzazione?

    PratozaninoLa Sanità in Liguria chiude il 2011 con un passivo di 146 milioni. E’ il dato ufficiale pubblicato dalla Regione dopo le voci dei giorni scorsi che volevano il debito molto più elevato. Questi cento milioni, sempre stando ai dati, sarebbero la perdita in termini di quota pesata degli anziani e “corrispondono a quanto pensiamo di realizzare con la cartolarizzazione”, ha dichirato il presidente Burlando.

    Ma che cos’è la cartolarizzazione? E’ un’operazione finanziaria che consiste nella cessione di immobili a società-veicolo in cambio di un corrispettivo economico ottenuto attraverso l’emissione ed il collocamento di titoli obbligazionari;  in pratica, la conversione di immobili di proprietà pubblica in strumenti finanziari più facilmente collocabili sui mercati.

    La società veicolo ha per unico oggetto sociale la gestione dell’operazione di cartolarizzazione. Una volta acquisito il patrimonio immobiliare, la società emette obbligazioni sui mercati internazionali garantite dal valore dell’immobile/i, ma soprattutto dal flusso di incassi previsti derivanti dalla destinazione d’uso e quindi dalla vendita finale dello stesso/i a un terzo soggetto (imprenditori, società ecc ecc) denominato “investitore finale”.

    Ecco che diventa di fondamentale importanza la destinazione d’uso, come nel caso dell’ex manicomio di Quarto: “Tra la cultura americana che ogni 20 anni demolisce e ricostruisce tutto e la nostra cultura europea che non demolisce niente – ha detto Claudio Burlando – dobbiamo trovare una via di mezzo. Se Basaglia ha chiuso i manicomi trent’anni fa in quelle strutture enormi bisognerà fare dell’altro. Vendendo possiamo avere soldi a beneficio di tutta la comunità. Credo sia sbagliato tenere tutto immobile. Giusto definire una presenza significativa con una casa della salute dove serve, ma il resto si può utilizzare diversamente”.

    Sono di queste settimane le dure proteste dei comitati di Santa Margherita che difendono la struttura dell’ex ospedale chiedendo il mantenimento della funzione sanitaria. Burlando sul tema non ha dubbi: “I comitati di Santa Margherita non hanno ragione, in quella struttura, dopo la creazione dell’ospedale di Rapallo bisogna farci dell’altro. Poi se un privato mettendoci fondi propri vuole fare un suo intervento, ben venga, ma noi no. La nostra offerta sanitaria è già ipertrofica, non possiamo tenere qualsiasi ambulatorio. Dobbiamo cartolarizzare bene e investire in sanità.”

    Ecco perchè l’edilizia sanitaria è un tema strategico di grande importanza per il nostro territorio. A Genova strutture sanitarie come Quarto o Pratozanino a Cogoleto, sono emblema di un cambiamento sociale che negli anni ha lasciato dietro sé enormi spazi inutilizzati; oggi, in odor di recessione, la macchina pubblica procede con vigore ad una nuova razionalizzazione di mezzi e strutture, proprio come avvenne in passato. A quelli del primo novecento, quindi, si aggiungeranno presto gli spazi lasciati in eredità dai primi anni 2000, un patrimonio da gestire con raziocinio.

    E’ la cartolarizzazione la strada giusta? Non siamo certo in grado di dare una risposta certa. L’unico dato di fatto è che cartolarizzare un bene significa in parole povere doverlo rendere il più appetibile possibile per un compratore, tradotto possibilità di realizzare residenze, alberghi o strutture commerciali che nella maggior parte dei casi è sinonimo di miopia e ricerca del ricavo immediato. In buona sostanza al termine “investimento” spesso e volentieri si sostituisce quello di “speculazione”.

     

  • Marina Pugliese, è genovese la direttrice del Museo del 900 di Milano

    Marina Pugliese, è genovese la direttrice del Museo del 900 di Milano

    Marina PuglieseIl 6 dicembre 2011 il Museo del 900 di Milano ha compiuto il suo primo anno di vita. Abbiamo intervistato la direttrice Marina Pugliese, genovese, storica dell’arte e conservatore responsabile delle collezioni di arte del XX secolo per il Comune di Milano.

    Lavorare a Milano è stata una scelta libera o obbligata?

    Né libera né obbligata. Laureata a Genova ho vinto una borsa di studio dell’Accademia dei Lincei che comportava la presenza a Milano. Sono così diventata milanese adottiva e ne sono fiera. Resto però sempre legata a Genova per affetti familiari ed amicizie.

    La situazione delle sedi espositive genovesi è bivalente: da un lato musei in crisi come il Museo dell’Accademia Ligustica, il polo museale nerviese (Luxoro-Gam-Wolfsoniana) o il Museo Navale di Pegli, che con poche migliaia di visite l’anno rischiano la chiusura, dall’altro esempi come Palazzo Ducale col successo di mostre come “Mediterraneo” o “Van Gogh e il viaggio di Gauguin” proprio adesso. Come interpreta questa situazione e una così diversa risposta di pubblico?

    Genova ha sempre un certo ritardo ad accogliere le novità perché i genovesi sono conservatori di indole quindi voi state vivendo adesso il fenomeno delle mostre con grossi nomi basate più sull’immagine che sul contenuto, fenomeno che in altre città ha attecchito da anni per poi dimostrarsi diseducativo e comunque antieconomico. Non scorderei però il successo dei musei di Strada Nuova dovuto alla professionalità di studiosi come Piero Boccardo e Raffaella Besta.

    In linea generale il pubblico non informato mostra di attribuire più autorevolezza e credibilità all’arte non contemporanea. Di solito si sente dire “le cose contemporanee non mi piacciono, non le capisco, mi sembrano stupidaggini” passando per l’immancabile “questo lo saprei fare anch’io” che delegittima totalmente il valore dell’opera e demolisce quella fiducia e quel rispetto che il fruitore porta invece all’opera d’arte più antica. Possibile che non si riesca a colmare questo vuoto comunicativo nel rapporto artista-opera-pubblico?

    L’Italia ha rinunciato da anni ad investire sulla contemporaneità, in assoluto non solo nell’arte. La fuga dei cervelli è la fuga di chi vuole fare ricerca e portare innovazione e non lo può fare in un paese che non riconosce il valore dell’investimento sul futuro. L’arte contemporanea appartiene a questa sfera. Se i nostri musei arrivano solitamente all’arte del XIX secolo e i visitatori non hanno confidenza, come invece succede in Inghilterra, Francia e Germania, con l’arte delle avanguardie, come possono capire i fenomeni più recenti? Inoltre, non tutto ciò che viene proposto è interessante ma per operare delle distinzioni si devono avere strumenti che né la scuola né il sistema museale nazionale sono in grado di fornire in modo diffuso. Tutto questo nonostante l’inventiva italiana sia molto forte anche in questo ambito, basti pensare che il modello, oggi diffuso in tutto il mondo, della Biennale d’Arte è stato inventato a Venezia nel 1895.

    A Genova Sala Dogana mette a disposizione gratuitamente spazi espositivi e strumentazione per incentivare progetti di giovani artisti e curatori. Quali altri iniziative porterebbe avanti per muovere l’arte se dipendesse da Lei?

    Non conosco bene la situazione e non posso quindi dare suggerimenti puntuali. In assoluto però partirei da una scuola di eccellenza. Gli studenti hanno un potere trainante e dalla scuola potrebbe arrivare molta energia.

    Claudia Baghino