Autore: Gabriele Serpe

  • Solstizio d’inverno: il giorno più corto, la notte più lunga

    Solstizio d’inverno: il giorno più corto, la notte più lunga

    Notte per innamorati quella appena trascorsa, il 21 dicembre, la più lunga da passare al chiaro di luna o la più gradita ai licantropi, vecchi mostri desueti che, sotto sembianze lupesche, amavano vagare alla luce del nostro astro d’argento; notte magica ricca di valenze simboliche; notte in cui la natura ha sospeso il suo respiro quasi soverchiata dalle tenebre che trionfano sulla luce; notte che è finita esattamente alle ore 5h30m28s nel solstizio (dal latino “solis statio”) d’inverno, momento in cui il sole, nel suo apparente cammino lungo l’eclittica, raggiungendo il punto più basso nel cielo,  sembra fermarsi per poi, lentamente, ricominciare a prevalere sul buio.

    Da oggi, infatti, le giornate incominceranno, gradualmente, ad allungarsi per traghettarci verso un’altra primavera. Questa data ha evocato, da sempre, misteri ed arcani rituali che si perdono tra le pietre megalitiche di Stonehenge o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan (Iran), ricorrenza citata da Eraclito di Efeso (560/480 a.C) così come da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide), festa glorificata dai Gallo-Celti (“Alban Arthuan”= rinascita del dio Sole), dai Germani (“Yulè”=la ruota dell’anno), dagli Scandinavi (“Jul”=ruota solare), dai Finnici (“July”=tempesta di neve), dai Russi (“Karatciun”=il giorno più corto) etc.

    In questo connubio tra notte più lunga e giorno più breve, tutte le culture hanno celebrato liturgie che, con diverse modalità, avevano come matrice comune il tema della morte e della rinascita. In particolare, nella versione cristiana, questa data, spostata al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352), trasfigura nella nascita di Cristo, il risorgere di un “sole” portatore di pace e giustizia. Condividono la natalità, in questo periodo, tante altre divinità legate a religioni molto distanti tra loro: il dio Horo e Osiride(antico Egitto), Freyr, figlio di Odino (Nord Europa), Buddha (Asia), Zaratustra (Azerbaigian), Krishna (India), Scing-Shin (Cina) per citare solo i più importanti. Reminiscenze pagane di queste antichi cerimoniali sono sopravvissute fino ai giorni nostri anche se le ripetiamo senza conoscerne l’origine.

    Il baciarsi sotto il vischio o semplicemente regalarlo, ad esempio, implica augurare fortuna, fertilità e amore ma perché? Presso i Druidi questa pianta, simbolo del solstizio d’inverno, era ritenuta discendere direttamente dagli dei, in quanto figlia del fulmine, ed era reputata incarnazione di vita per le sue perlacee bacche assomiglianti allo sperma maschile.

    Immortalità e rigenerazione, dunque, presente anche in un’antica leggenda in cui si narra della dea anglosassone Freya e del figlio Balder, ucciso dal fratello con un dardo di vischio. Le lacrime della disperata madre, al contatto con la freccia, fecero nascere, sullo sterile legno, delle piccole bacche che ridiedero vita allo sfortunato giovane. Per ringraziamento, da allora, la dea decise di baciare chiunque passasse sotto questa magica pianta. Un bacio che le ragazze innamorate sperano di ricevere sotto il complice sguardo dell’arbusto galeotto perché, come recita la tradizione, avranno la certezza di sposarsi entro l’anno.

    Adriana Morando

  • Mangiare troppo invecchia il cervello: la medicina cerca soluzioni

    Mangiare troppo invecchia il cervello: la medicina cerca soluzioni

    Mangiare troppo invecchia il cervello. Questo è l’ultimo allarme che ci arriva dal mondo della medicina. Secondo una ricerca, pubblicata sulla rivista “PNAS”, dal team dell’Università Cattolica di Roma, coordinato da Giovambattista Pani in collaborazione con Claudio Grassi, una iperalimentazione inibirebbe una proteina, nome scientifico Creb1, deputata a mantenere dinamiche le sinapsi neuronali, centri strategici per il passaggio delle “informazioni” chimiche dal cervello–periferia o dalla periferia-cervello che servono a mantenere l’efficienza dell’intero organismo.

    Con l’avanzare dell’età, questa proteina va incontro ad una diminuzione fisiologica che innesca un processo progressivo di senescenza delle capacità cerebrali, non ultima quella della memoria, e che rende la nostra “centrale operativa” più esposta alle malattie tipiche della terza età quali demenza senile ed Alzheimer.

    Creb1 agisce modulando l’espressione di altri geni tra cui quelli delle molecole della longevità, le sirtuine e, a sua volta, può essere modulata da fattori di crescita chiamati neurotrofine, da alcuni farmaci e, persino, da caffè e tè ma ridurre, con una dieta parca, di circa il 30% l’apporto calorico, sembra il metodo più immediato ed efficace per attivarla e ripristinare il corretto funzionamento delle sinapsi.

    I risultati, emersi da sperimentazioni su topi, dimostrano, infatti, che animali sottoposti a restrizione calorica hanno migliori performance cognitive, sono meno aggressivi e non sviluppano, se non tardivamente, alterazioni simili a quelle della malattia di Alzheimer.

    L’azione di questo prezioso meccanismo si estrinseca, in modo particolare, sull’area prefrontale, dove risiedono le funzioni legate alla memoria, area che è soggetta, coll’avanzare dell’età, ad una diminuzione di peso e volume quantizzabile in un calo di circa il 15% in un ottuagenario.

    Nessun allarme per i buongustai nostrani: le industrie farmaceutiche sono già in moto alla ricerca di medicine in grado di sortire lo stesso effetto senza privarci del piacere della tavola, piacere a cui ci “sottopone” la nostra variegata cucina italiana, specialmente, in questo periodo dell’anno. Il fine, oltre a quello di fornire uno strumento per un benessere generale, è di migliorare malattie quali quelle legate a disordini metabolici come obesità e diabete.

    A tal proposito, in un articolo del luglio scorso, pubblicato su Nature, si individuava nella guanfacina uno dei composti più promettenti per ‘ringiovanire i neuroni‘, un farmaco approvato per il trattamento dell’ipertensione negli adulti e i deficit prefrontali nei bambini. Ma il cammino è ancora lungo: non ci rimane che moderare i pranzi pantagruelici in agguato tra Natale e Capodanno non senza rivolgere lo stesso consiglio alla nostra vetusta classe politica che ogni giorno ci dimostra come l’immunità parlamentale non si applichi alle funzioni fisiologiche delle loro menti “eccelse”.

    Adriana Morando

  • Natale 2011: calo dei consumi e saldi anticipati al 5 gennaio

    Natale 2011: calo dei consumi e saldi anticipati al 5 gennaio

    Shopping on lineSaldi anticipati in tutte le più importanti città italiane (5 gennaio) ad esclusione di Roma:  la notizia pare scontata in tempi di crisi che costringono ad un più attento bilancio famigliare. Qualcuno, io credo lungimirante, aveva proposto di anticiparli al Natale per incrementare quei consumi che registrano un previsto calo del 2,4%, rispetto al 2010, della spesa dedicata ai tradizionali regali.

    Lungimirante perché a fronte delle manovre che il governo si appresta a varare, ogni famiglia vedrà assottigliarsi la disponibilità di denaro da investire in questa consolidata tradizione e, senza di questo, pare ovvio che non si possano fare grandi spese.

    I settori maggiormente penalizzati saranno, secondo gli esperti, editoria, abbigliamento ed elettrodomestici. Sarà più difficile rinunciare ad alimentari e giocattoli, mentre sempre più persone sembrano orientarsi ad acquisti su internet (13%) con un bilancio che si preannuncia negativo per commercianti ed artigiani. Recessione, dunque, che Confcommercio stima in un calo dei consumi pari 0,3% per l’anno 2012 e un calo del PIL valutabile intorno ad un -0,6%.

    Previsioni che nonostante la loro intrinseca negatività, appaiono ottimistiche rispetto all’aria di scoraggiamento che serpeggia tra i disincantati acquirenti che affollano le vie del centro. La solita folla natalizia ma poche code alle casse, i soliti sguardi di desiderio ma l’occhio fisso sul prezzo, i soliti gioiosi pacchi infiocchettati ma con un contenuto più scarno e di minor valore: ecco il Natale 2011.

    Affollatissimi, al contrario i mercatini che, con pochi euro, offrono idee poco costose ma foriere di quel pensiero di affetto e di ricordo insito in questo gesto ben augurale. In linea con uno spirito di parsimonia, va molto di moda il regalo fai da te: un cesto confezionato in modo casalingo, capi in lana sferruzzati con amore, decorazioni dipinte con pazienza, bigiotteria inanellata con fantasia e così via, in nome del più rigoroso risparmio. A latere, naturalmente, si muove un popolo di “paperoni” a cui le novelle tasse non cambieranno la vita e che si possono permettere borse firmate dai costi improponibili o la gioia di un nuovo e brillante gioiello.

    Ma all’insegna di “non lasciamoci scoraggiare” si potrebbero orientare i consumi verso cammini più pratici e fantasiosi e, all’insegna della provocazione, propongo una bella bistecca infiocchettata in  “carta dorè”, un vasetto di pesto per “primo DOC”, un buono benzina per “treni locali soppressi”, un paraocchi per “sguardi indiscreti allo speco della politica”, una sfera di cristallo “ per vaticinare la fine della crisi” e un caleidoscopio “per il ritorno di un mondo a colori.

    Quello che rimane a buon prezzo, anzi è gratis, è lo spirito di solidarietà, di amore e pace che dovrebbe permeare l’atmosfera di questi giorni ma come diceva Epicuro “nessuno può essere saggio a stomaco vuoto2 e, dunque, prepariamoci ad un Natale un po’ più triste con un pensiero di solidarietà a coloro a cui, con un reddito già minimo, questo Natale regalerà altra povertà.

    Adriana Morando

     

  • Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Non c’è dubbio che questa classe politica abbia accumulato negli anni privilegi faraonici. Tant’è che  ormai si parla dei nostri politici usando abitualmente il fortunato termine di “casta”, suggerito dal best-seller omonimo dei giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

    Anche grazie a inchieste come questa gli Italiani hanno cominciato a prendere coscienza del fatto che una grande parte della politica ha perso di vista il senso del proprio lavoro e della propria missione per dedicarsi alla cura dei propri interessi personali e al mantenimento dei propri privilegi. Non è un fatto inedito: lo riscopriamo ciclicamente.

    Primo fu Berlinguer nel ’81 con la questione morale; poi venne Tangentopoli nel ’92 con la corruzione dei partiti. Ci risvegliamo a fiammate, salvo poi riaddormentarci ogni volta. Anche se rimane nella gente un senso viscerale di disgusto e disillusione per la politica, tutto viene come rimosso, dimenticato, archiviato, nell’illusione che, dopo essersi sfogati, basti non parlarne più per riprendere una vita normale. E invece il problema si ripresenta sempre.

    Per chi ha seguito da vicino la politica nel ventennio berlusconiano, sa benissimo che, a destra come a sinistra, c’erano molte ragioni per rendersi conto di come la classe politica non si fosse affatto rigenerata. Per tutti gli altri si ricomincia nel 2007, in sordina, quando esce, appunto, La Casta di Rizzo e Stella.

    Nel 2008 scoppia la crisi delle banche anglosassoni, ma comincia anche il quarto governo Berlusconi, che rimarrà negli annali come uno dei momenti più bassi per la dignità della nostra classe politica, a causa di proposte di legge sempre più liberticide, di politici sempre più impresentabili, di comportamenti pubblici sempre più spregiudicati e di scandali sempre più numerosi.

    Infine, con il paese sull’orlo del default, Berlusconi si dimette e arriva Monti con una manovra “lacrime e sangue” di cui abbiamo parlato più volte. Ed è a questo punto che, come dicevano Gino e Michele, «anche le formiche s’incazzano».

    Per anni abbiamo tollerato dai nostri politici cose che in nessuna democrazia conosciuta si tollererebbero; cose che sono possibili solo nel paese dei feudi, delle signorie e dei potentati, del «io so’ io, e voi non siete un cazzo», del «è normale che chi ha potere lo usi: lo faresti anche tu». Poi improvvisamente, quando la situazione si fa tragica, imbracciamo i forconi.

    E’ in quest’ottica che va considerata la nuova campagna “anti-casta” che sta appassionando il paese: da una parte cittadini indignati e organi di stampa improvvisamente conquistati alla causa che chiedono l’abolizione dei vitalizi e la riduzione degli stipendi, dall’altra politici arroccati nella difesa spudorata dei privilegi acquisiti. Per alcuni tutto ciò sembrerà una grande conquista, ma purtroppo lo è solo in parte: vale a dire che, continuando su questa strada, probabilmente otterremo poco, faremo danni peggiori e poi ci riaddormenteremo nuovamente.

    Infatti, se è senz’altro giusto chiedere che i nostri mille parlamentari partecipino ai sacrifici del paese rinunciando a un po’ dei loro costosi privilegi, questo non può bastare. Non è un’eventuale rivalsa che ci dovrebbe appagare. Il fine dovrebbe essere piuttosto quello di avere una classe politica onesta ed efficiente. Per questo pensare solo ad abolire i privilegi non può portarci lontano.

    Ad esempio, sul tema dei vitalizi abbiamo già commesso degli errori. Scandalizzati dalla cronaca di Stella e Rizzo, che raccontava come i parlamentari prendessero la pensione solo per il fatto di essere stati eletti e senza versare i contributi che tutti gli altri cittadini sono tenuti a versare per legge, abbiamo ottenuto a furor di popolo l’obbligo minimo di una legislatura: ora un parlamentare per avere la pensione deve fare almeno 5 anni in parlamento. Ma il vitalizio non è di per sé un privilegio: è una garanzia di democrazia.

    Per la Costituzione i parlamentari sono in carica senza vincolo di mandato: significa che non devono rispettare accordi politici, ma solo votare per il bene dei cittadini. Per evitare che potessero subire ritorsioni per questo, si garantiva che, terminato il loro incarico, avessero comunque di che vivere: ecco il senso del vitalizio. Invece con il limite dei 5 anni cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ottenuto i Razzi e gli Scilipoti, cioè persone che, solo per garantirsi il vitalizio (si veda il video-confessione trasmesso da Nuzzi su LA7), il 14 dicembre 2010 tennero in piedi una legislatura già finita e una maggioranza risicata che non prenderà più alcuna misura seria, portando lo spread a 570 punti e il paese sull’orlo del fallimento. Un bel risultato.

    Chiedere l’adeguamento degli stipendi dei parlamentari alla media europea, invece, è senz’altro più sensato. Eppure io non mi scandalizzo tanto per il fatto in sé che i miei politici siano i più pagati di Europa: mi andrebbe anche bene, se fossero i migliori. Il problema è che sono i peggiori. Se li pago meno, certo sono più contento: ma resto comunque molto preoccupato per la loro scarsa affidabilità.

    Insomma, la lotta ai privilegi va certamente bene, se è fatta con criterio: il politico non deve avere nulla che non sia strettamente necessario per la sua funzione. Ma se vogliamo delle regole che servano ad avere politici migliori, dovremmo preoccuparci di chiedere una buona legge elettorale, di esigere un codice etico molto più severo e soprattutto di scardinare il sistema di potere dei partiti, che si basa su un finanziamento pubblico troppo generoso e un finanziamento privato poco trasparente.

    I partiti, in barba a un referendum votato da una larghissima maggioranza di cittadini, si auto-assegnano rimborsi elettorali astronomici; poi, grazie ad incredibili agevolazioni fiscali, raccolgono anche denaro privato tramite le fondazioni, che non hanno bilanci pubblici (memorabile la giustificazione di D’Alema: «c’è la privacy!»).

    E’ così che diventano troppo vicini a una certa imprenditoria, così che controllano la Rai, Finmeccanica e tutte le altre aziende pubbliche, che pilotano gli appalti pubblici e che prospera il virus del conflitto di interessi.

    Ecco dove bisognerebbe dirottare la nostra attenzione e dove sono le regole da cambiare. Eppure, anche le regole migliori del mondo non bastano a regalarci una buona politica. Contro i cattivi politici c’è solo un metodo infallibile, già sperimentato e vecchio di centinaia d’anni: non votarli.

    Andrea Giannini

  • Ruby “rubacuori” ha avuto un figlio: ma chi se ne frega!

    Ruby “rubacuori” ha avuto un figlio: ma chi se ne frega!

    Ruby rubacuoriE’ uscita su tutti i giornali, le agenzie di stampa hanno battuto con foga la notizia riportata in tempo reale dai portali web… Cosa è successo? Chi è morto? No no cari miei, Ruby “rubacuori” ha avuto un bambino...

    Ma siamo matti?! Addirittura la notizia si è rincorsa da sola tutto il dì, fra smentite e falsi allarmi, c’è addirittura chi l’ha definito un “giallo”…

    Quando si assiste a questi spettacoli indecenti la fiducia nei confronti del genere umano sfuma via come un incenso profumato, perché, tra l’altro, l’articolo sul bimbo di Ruby è stato uno dei più letti della giornata. E si torna con il dito puntato contro noi stessi: siamo un nutrito gruppo di coglioni?

    Già c’è chi considera stupida e fuorviante la stampa che si occupa di parti (senza y) e inciuci di vip o presunti tali, in questo caso neanche di vip o presunti tali si tratta.

    Vi prego di fare una cosa, non voglio risultare sgarbato o poco delicato, ma per piacere se avete cliccato su quella notizia almeno abbiate il buon gusto di farvi qualche domanda, di provare a migliorarvi, mettete in campo l’orgoglio e la dignità, insomma, non abbiate vergogna di lavorare su voi stessi.

    Gabriele Serpe

     

  • Londra, gli storici bus a due piani non sono più in circolazione

    Londra, gli storici bus a due piani non sono più in circolazione

    Routemaster bus, LondonAnche nella compassata Inghilterra si parla di pensione, non quella di anzianità e neppure quella dei membri del Parlamento. Si tratta della fine dell’onorata e famosa carriera degli scarlatti “routemaster bus” londinesi che, insieme ai “cabs”, già pensionati, sono, nell’immaginario collettivo, il simbolo di quella parte della capitale britannica che si muove in superficie tra altri gloriosi emblemi che vanno dalle guardie di Sua Maestà alle tipiche cabine telefoniche, dai completini pastello della regina alle tearooms di vittoriana memoria.

    Muovendosi nel traffico vorticoso, trasportano , da sempre, viaggiatori di tutti i tipi: eleganti e compassati uomini della city, imbalsamati nei loro severi abiti grigio-fumo, “hippy” multietnici abbigliati con i colori dell’arcobaleno, gente comune che si perde nell’anonimato della folla, turisti frastornati dalla caotica e stravagante animazione di questa città. In paziente ed educata fila, sotto una grigia pioggerellina o in un giorno di tiepido sole, tutti li hanno visti arrivare, caracollando, tra il rumore del traffico, colore nel colore, per offrire, dal piano più alto, uno sguardo meravigliato su un’incredibile metropoli che ben si identifica con la citazione di Hanif Kureishi “Londra sembrava una casa con cinquemila stanze, tutte diverse. Il trucco era di scoprire come si collegavano, e alla fine attraversarle tutte”.

    Accanto a quelli classici, modelli “decapitati” offrono un’alternativa “open” del piano alto per permettere ai turisti, a cui sono riservati, una migliore visuale di quelli che sono i luoghi-monumento più famosi della città : Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Westminster Abbey, Tower Bridge, Big Ben, per citarne solo alcuni.

    Adesso vanno in pensione, non per un look demodé, ma in nome di una qualità, efficienza, sicurezza che i “vecchietti” non possono più assicurare. Non ci sono, ad esempio, ingressi facilitati per i diversamente abili; le piattaforme per salire e scendere sono poco sicure anche per i normali passeggeri, protagonisti di molte indignitose cadute; i motori non sono da annoverarsi certamente tra i più ecologici e, non ultimo, gli alti costi non più sostenibili in tempi di crisi.

    Se ne vanno per fare posto a esemplari più moderni che, assicura Boris Johnson, sindaco di Londra, sono veri gioielli sia per design che per tecnologia. La presentazione, a Trafalgar Square, di un fiammante prototipo pare, però, abbia ottenuto un’accoglienza freddina da parte dei tradizionalisti inglesi, devoti per mentalità, si parli della monarchia, della sterlina o di mezzi di trasporto.

    Un double-decker bus, ideato da Thomas Heatherwick che entrerà in servizio nel prossimo anno e che è frutto della join-venture tra Foster And Partners, Aston Martin e la Capoco Design Ltd. e la cui realizzazione è affidata alla ditta irlandeses Wrightbus: rigorosamente rosso ma con linee più morbie ed ampie vetrate… avrà bisogno di tempo per conquistarsi il cuore degli inglesi.

    Adriana Morando

  • Lovejoy, la stella cometa che ha perso la coda

    Lovejoy, la stella cometa che ha perso la coda

    Compare puntualmente a Natale tra le statuine del presepe, foriera di un evento eccezionale: è la stella cometa, sorella di cartapesta di quella ben più reale che si è presentata, agli occhi telescopici del satellite NASA SDO, nel nostro sistema solare, su un’ orbita talmente vicina al nostro astro (140000 km) da far temere di vederla sparire per sempre.

    La “Lovejoy”, questo è il nome del corpo celeste, che è balzato agli onori della cronaca in questi giorni prefestivi, è stata scoperta dall’astrofilo australiano, Terry Lovejoy, il 27 Novembre scorso, con un telescopio Schmidt-Cassegrain C8 (20 cm di diametro). Si tratta di un grosso vetusto masso di circa 200-500m di diametro a cui è stato dato il nome ufficiale di C/2011 W3 (Lovejoy), ma è diventata una novella diva grazie al fatto che nessuno avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza, destinata come era, a transitare in quella zona chiamata corona solare, dove le temperature raggiungono i 2 milioni di gradi.

    Con grande stupore degli astronomi , dopo un restyle forzoso, che le ha fatto perdere la sua luminosa chioma, è ricomparsa per riprendere il suo errabondo viaggio nelle vie dell’universo. Le spiegazioni per questa “dolorosa perdita” potrebbero essere sia di tipo prospettico, che ne impedirebbero la visualizzazione, sia di tipo fisico che avrebbero portato, per le elevatissime temperature, alla evaporazione delle componenti gassose.

    Nessuno sa dove e quando sia nata, ma come tutte le comete della famiglia Kreutz o sungrazing comets (comete radenti al sole), a cui anche questa appartiene, si ipotizza che esse siano i residui della cosiddetta “Grande Cometa” osservata da Aristotele e da Eforo di Cuma nel 371 a.C. che, frammentatasi, ha dato origine a corpi celesti più piccoli come quella del 1843 (C/1843 D1), del 1882 (C/1882 R1), e la Cometa Ikeya-Seki (C/1965 S1) del 1965.

    L’ipotesi è supportata dal fatto che tutti i componenti di questa famiglia seguono all’incirca la stessa orbita e per dare l’idea dell’entità numerica del fenomeno basti pensare che, dal 1995, grazie a SOHO, si sono scoperti ben 528 esponenti assimilabili a questo gruppo. Avendo un perielio (punto più vicino al sole) compreso in un intervallo di 0.005 U.A. (~750.000 Km), non possono sottrarsi all’interazione gravitazionale del nostro astro e sono destinate a ridursi fino a scomparire definitivamente.

    Prima del funereo evento, quale canto di un cigno morente, esibiscono il loro miglior repertorio in fatto di luminescenza, sfoggiando code lunghe diversi milioni di chilometri: uno spettacolo affascinante, in questo caso, destinato ai soli addetti ai lavori che si ripresenterà tra altri 400 anni.

    A noi rimane l’inquietante interrogativo di cosa succederebbe se qualcuno di questi “sassolini vaganti” decidesse di venirci a trovare: scenari apocalittici come quelli evocati da certi film di fantascienza o annientamento totale della terra come “aficionados” cultori della civiltà Maya ci propinano, con un tormentone che ci seguirà per tutto il 2012 fino alla fatidica data del 12 dicembre?

    Rassereniamoci al pensiero che occhi tecnologici eseguono un totale monitoraggio di ogni più piccolo spicchio di cielo, pronti a segnalarci qualsiasi tipo di UFO in avvicinamento. A noi rimane il rammarico di non poter vedere brillare nel cielo di Natale, un astro che con una magnitudine pari a quasi quella di Venere, avrebbe potuto rendere ancora più magica l’atmosfera delle prossime feste.

    Adriana Morando

  • Abbazia di San Giuliano: dopo 40 anni il restauro non è ancora concluso

    Abbazia di San Giuliano: dopo 40 anni il restauro non è ancora concluso

    L'abbazia di San GiulianoQuando al posto di una brutta copia della “Promenade des Anglais”, Corso Italia era ancora una scogliera frastagliata, ricca di piccole insenature e la Foce ospitava l’antico lazzaretto, che ebbe l’onore di ospitare J. J. Rousseau (1743), l’abbazia di S. Giuliano era già li, affacciata direttamente sul mare.

    Risalente al X secolo, il primo documento ufficiale in cui compare, per un atto di compravendita, porta la data del 17 agosto 1282. Secondo alcune fonti la struttura fu fondata dai frati Francescani, passò nel 1309 ai monaci Cistercensi e, nel 1429, ai Benedettini dell’Abbazia di San Fruttuoso di Capodimonte.

    Come tanti edifici religiosi, subì l’onta di essere trasformata in dimora ad uso abitativo, quando nel 1797 le truppe di Napoleone giunsero a Genova. Tornerà ai monaci solo nel 1982, per essere definitivamente chiusa nel 1939.

    Oasi di pace, prima dello sbancamento per far passare l’attuale via, da Punta Vagno si raggiungeva il  forte di S. Giuliano, attraverso quella zona chiamata “Marinetta”, per una creuza che si snodava tra aromi di erbe selvatiche e alti muraglioni, veli di pietra che nascondevano ville signorili , e si giungeva all’abbazia, accompagnati, si dice, da file di vigneti.

    Non vi era la spiaggia, creata artificialmente in seguito, ma solo scogli contro cui, narra la leggenda, incappò un” lœidu” (leudo-barca a vela latina), quegli stessi scogli che continuarono ad essere abitati dai fantasmi dei naufraghi i quali si divertirono, per anni, a tormentare i pescatori di lampare.

    Risparmiata dagli adiacenti sbancamenti del 1914, per la realizzazione della passeggiata a mare, subì pesanti danni durante l’ultima guerra, periodo dal quale incominciò un lento degrado fino al 1986 quando iniziarono i primi restauri interni. La facciata, invece, venne rifatta nel 1992 in occasione delle colombiadi. Dopo quarant’anni, tra fermi e riprese dei lavori, tra carte bollate e mancanza di soldi, le  opere non sono ancora concluse e rischia di rovinarsi ciò che è già stato fatto.

    Il ministero dei Beni Culturali, attuale proprietario, fa sapere che sono ancora necessari dagli 800 al milione di euro, non più reperibili, come i precedenti, dai proventi del gioco del lotto (1999) e coi tempi che corrono…non rimane che rivolgersi alla Vergine coi Santi, uno degli affreschi di Lorenzo e Bernardino Fasolo, o al crocefisso in legno della scuola dello scultore A. M. Maragliano che, unici custodi, resistono all’incuria e ai tortuosi cammini della burocrazia.

    Adriana Morando

  • Genova, incontro Italia – Francia per la nuova linea ferroviaria

    Genova, incontro Italia – Francia per la nuova linea ferroviaria

    Incontro presso la Camera di Commercio di GenovaSi è tenuta nelle sale della Camera di Commercio di Genova la prima riunione ufficiale tra i rappresentanti di Francia e Italia per la realizzazione del progetto LGV-PACA deciso dal governo d’oltralpe nel 2009 che prevede il potenziamento della linea ferroviaria francese da Nizza sino al confine con l’Italia.

    La Francia realizzerà la nuova linea ferroviaria a partire dal 2020 e questo primo incontro getta le basi per una collaborazione di intenti e strategie con l’Italia.

    Presenti i rappresentanti di RFF (ferrovie francesi), Regione PACA (Provenza-Alpi-Costa Azzurra), Provincia delle Alpi Marittime e, da parte italiana, Camera di Commercio di Genova, Regione Liguria e rete ferroviaria italiana rappresentata da RFI e ITALFERR.

    Inutile sottolineare i vantaggi che porterebbe il progetto francese alla città di Genova e alla Liguria: Genova-Marsiglia in tre ore, Genova-Lione in quattro ore, Genova-Parigi e Genova-Barcellona in sei ore.

    Questi risultati, però, saranno raggiungibili solo ed esclusivamente con il raddoppio della linea Genova-Ventimiglia: “Il completamento della linea ad alta velocità nel sistema ferroviario della Regione Paca – ha dichiarato l’assessore regionale Raffaella Paita – sarà efficace solo se integrata con il potenziamento organico della linea ferroviaria da Ventimiglia a Genova, in coerenza con le opere del raddoppio del ponente ligure, il Nodo di Genova e il Terzo Valico.”

    Il progetto e la collaborazione fra Regione Liguria e PACA dovrà convincere il parlamento europeo a riconoscere il Corridoio Mediterraneo all’interno delle reti TEN-T. Lo scopo è quello di rafforzare l’asse commerciale dell’Europa meridionale dalla Spagna oltre Marsiglia, coinvolgendo la Liguria e la Toscana, un tratto gravato da flussi di traffico alpini pari a 18 milioni di teu all’anno, equivalenti al 40% del traffico transfrontaliero, con la movimentazione di 20.000 mezzi pesanti.

    “Ho chiesto alla controparte francese – ha dichiarato il presidente della Camera di Commercio Paolo Odone – che la nuova linea fra Nizza e la frontiera sia attrezzata anche per le merci, oltre che per i passeggeri. In questo modo il progetto LGV-PACA servirà non soltanto a potenziare il turismo – importantissimo all’interno dell’Euroregione AlpMed (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Provenza, Costa Azzurra Rhône Alpes) – ma anche a supportare i traffici del porto di Genova. L’obiettivo di Genova-Marsiglia in tre ore di treno può diventare una realtà sia per i cittadini sia per le merci”.

    Questi contatti confermano la crescente importanza a livello economico di “fare sistema“, allargare le vedute oltre il proprio territorio per creare macro zone unite dagli stessi interessi e obiettivi.

    Il secondo appuntamento della concertazione, cui parteciperà la Camera di Commercio di Genova, si svolgerà a Mentone il 16 gennaio prossimo.

     

  • La cucina di “Era”, il nuovo programma a puntate su Era Superba TV

    La cucina di “Era”, il nuovo programma a puntate su Era Superba TV

    Un viaggio alla scoperta dei migliori ristoranti genovesi, a caccia di ricette e curiosità. “Ricette & Cocktail, la cucina di Era” vi accompagna dietro le quinte della ristorazione genovese, in cucina con gli chef alla scoperta dei segreti del mestiere, delle preparazioni e delle curiosità.

    Abbiamo incontrato e incontreremo i ristoratori e le storie che si nascondono dietro i locali, le antiche osterie e le nuove scommesse, tutto a portata di click.

    Ecco le prime tre puntate del nostro viaggio… Buona visione...

  • Sciopero e allerta meteo, giornata nera: il punto sulla viabilità

    Sciopero e allerta meteo, giornata nera: il punto sulla viabilità

    Quarto dei mille, PriaruggiaTempo grigio foriero di pioggia, periodo natalizio di shopping, sciopero dei mezzi pubblici, un cocktail destinato a far vivere alla nostra città una giornata di passione.

    Il problema del traffico genovese, 4° in Italia come intensità e flussi, non è una novità come non è una novità che i vari assessori preposti non siano stati in grado di modificare questa annosa situazione.

    L’orografia del territorio certo non aiuta, lavori di manutenzione che provocano improvvisi restringimenti delle careggiate, alcuni provvedimenti “bizzarri” di cui non si capisce l’utilità, la carenza perenne di un trasporto pubblico inadeguato, sono il panorama desolante per chi si deve muovere nel contesto urbano per lavoro, per necessità o per semplice shopping.

    Usare i mezzi pubblici: belle parole. Dopo mezz’ora di attesa, al freddo e al gelo, di un autobus che quando arriva fa concorrenza ad un barile di acciughe, l’alternativa è il mezzo personale, un vero lusso, di questi tempi, con gli ultimi rincari tra accise e quant’altro.

    Se si riesce a superare, indenni, il ronzante sciame di motorini che sfrecciano da ogni lato (meno male che esistono) e si giunge al traguardo, una selva di righe blu, che vanno da Righi all’aeroporto, presentano, all’automobilista coatto, un altro salasso.

    Finalmente, il Comune ha deciso di intervenire in maniera seria! Mi si passi l’ironia: è pur vero che è stata sospesa l’area blu di S. Fruttuoso ma non era necessaria una mente eccelsa per percepire che sarebbe stato un ulteriore pesante fardello a carico di una zona densamente popolata, già oberata dalla presenza del mercato rionale (per le feste, ne era prevista la presenza anche alla domenica) e dello stadio che riducono drasticamente il già insufficiente numero di parcheggi a disposizione del quartiere.

    Altro provvedimento: nelle corsie gialle di Corso Buenos Aires, via Gramsci, corso Quadrio, via Archimede, via di Francia, da gennaio, dopo le 20 di sera fino alle 6.20 del mattino, sarà possibile transitare senza incorrere nelle note sanzioni rilevate da intransigenti telecamere.

    Commento: qual è l’utilità di un simile provvedimento che non incide sullo smaltimento del traffico quotidiano?

    All’insegna del giallo, via Buranello diventerà una corsia aperta solo ai mezzi pubblici e ai residenti, convogliando il restante flusso su vie parallele già caotiche. All’insegna della giustizia, invece, verrà rimossa la telecamera “ingannevole” di via Barabino. E le altre? Sono 23 con l’ultima (entrata in funzione in via Siffredi a Sestri Ponente), regolate da ben otto fasce orarie differenti: una giungla a cui il Comune ha promesso di mettere fine, a partire da gennaio. In attesa di decisioni che incidano concretamente su un problema di non facile risoluzione, prepariamoci, pazientemente, a “godere” di questa giornata che, tutti sono avvisati, sarà da bollino nero.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il pesto e i “primi piatti” alla genovese

    Storia di Genova: il pesto e i “primi piatti” alla genovese

    La storia dei “primi piatti” genovesi, a partire dal condimento per eccellenza, ovviamente il pesto. Ma anche trofie, pansotti, ravioli per restare nel mondo dei primi piatti, oppure la farinata (l’oro di Pisa) e la sua “sorella” panissa.

    Non può mancare la storia della focaccia alla genovese e della cima la cui ricetta è stata magistralmente musicata da Ivano Fossati e Fabrizio De Andrè.

    La cucina ai tempi della Superba – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

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  • Anziani e computer: i dati sono in continua crescita

    Anziani e computer: i dati sono in continua crescita

    Il sostantivo “vecchio”, insieme ai suoi sinonimi, è un termine che si rischia di dover andare a cercare sul vocabolario, come conferma una ricerca condotta dal Prof. Nadio Delai, esperto di socio-economia, per conto di “Navigare Insieme” di Telecom. Come è evidente, le nuove prospettive di vita hanno spostato molto più avanti la barriera degli “anta”, una specie di soglia oltre la quale si guardava come a qualcosa da mettere in naftalina.

    Del resto, nel Medioevo, la vita media era poco al di sopra dei 40 anni mentre, ai nostri giorni, gli over 60 sono una realtà in crescita, un’età, si potrebbe pensare, per andare in pensione, per fare i nonni, per sedersi in poltrona tra qualche acciacco e tanta nostalgia.

    Niente affatto: la “terza età” non vuole più essere etichettata “anziana” ma solo “matura” : lo prova con mille occupazioni che vanno dalla palestra alle attività ludiche, dalla cultura al volontariato nonché all’informazione che non esita ad acquisire attraverso mezzi tecnologici come il computer.

    Questa consapevolezza, di essere una parte della rappresentanza dinamica della collettività, lo dimostrano il fatto che, lungi dal essere un peso, circa l’85% degli anziani fa vita autonoma e come un “welfare” alternativo o una finanziaria “Onlus” trasferiscono, ai figli o ai nipoti, sostegni dell’ordine di 80 miliardi l’anno.

    Non solo: all’orizzonte di questo mondo “vintage” è sempre più presente la tecnologia con un 12% che ritiene irrinunciabili le spese per internet, un 10% che già si collega al web e un 20% che lo vuole conoscere.

    Usare l’e-mail o Skipe, fare acquisti sul web, eseguire il download di musica o film, è una crescente esigenza per la terza età. Franco Bernabé, presidente di Telecom Italia, ha paragonato l’attuale periodo storico con l’avvento della televisione degli anni 50-60, per l’alfabetizzazione di quella grande fetta di popolazione a cui era stata preclusa la scolarizzazione più elementare.

    Questo input è supportato dai dati, relativi agli ultimi 12 mesi, che possono essere sintetizzati con un aumento dal 39.9% al 44.4% di registrazioni in rete da parte di over 60, legate alle più disparate esigenze: mail (il 70.1%), consultazione di articoli (47.7%), controllo di conti bancari (40% circa), salute (27.5%), Skype (17.1%), acquisto di prodotti on-line (12.7%), Facebook o altri social network (10%), download di musica e film (7.9%), radio o tv su Internet (7.4%), creazione di un blog personale (3.5%), partecipazione ad una chat (1.2%).

    Telecom ha anche proposto un piano, realizzato in collaborazione con Informatici Senza Frontiere, Auser e Confagricoltura pensionati, che muoverà i suoi primi passi all’inizio del 2012 e che coinvolgerà 12 città italiane (Genova non è fra le 12), si chiamerà “NavigareInsieme“.

    In quest’anno proclamato dalla Commissione europea  dell’ “Invecchiamento attivo” e in tempi in cui si sente parlare di pensionati solo in termini di “costo”, è un atto dovuto incominciare a guardare nella direzione “risorsa” che già, oggi, fa sentire il suo peso sintetizzabile con un esempio per tutti: la partecipazione ad associazioni di volontariato viene sostenuta per il 36,8% da persone con un’età superiore ai 54 anni.

    Riportiamo uno stralcio della “Lettera agli anziani” di Giovanni Paolo II (1999): “Possa la società valorizzare l’anziano che.. sono stimati biblioteche viventi di saggezza, custodi di un patrimonio inestimabile di testimonianze umane e spirituali”.

    Adriana Morando

  • Gente Comune: l’associazione di cittadini presenta un candidato sindaco

    Gente Comune: l’associazione di cittadini presenta un candidato sindaco

    Associazione Gente Comune
    Un ragazzo dell'associazione gente comune al lavoro per ripulire una zona di Castelletto

    Secondo l’art. 55 del D.Lgs. 267/2000 sono eleggibili a sindaco gli elettori di un qualsiasi comune della Repubblica che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età. Partendo da questa banale premessa, l’Associazione genovese “Gente Comune” scende in campo e propone il proprio candidato sindaco per le elezioni comunali del prossimo maggio.

    Sabato 17 dicembre dalle 10 alle 18,30 “Gente Comune” indice le sue Primarie dove saranno i cittadini genovesi a scegliere il candidato sindaco.

    “Due mesi or sono – dichiarano i rappresentanti dell’associazione – quando siamo scesi ufficialmente in campo ed abbiamo esposto i nostri intendimenti, abbiamo detto chiaramente e senza possibilità di equivoci che chiunque si sarebbe voluto dare da fare e candidare per qualunque posizione amministrativa alle prossime elezioni sarebbe potuto venire da noi, e sarebbe stato candidato, ovviamente dopo opportune valutazioni di compatibilità personali. Lo scopo dichiarato erano le elezioni primarie da svolgersi entro la fine dell’anno, a cui le persone più adatte che si fossero presentate sarebbero state candidate.”

    Ed eccoci qua, quindi. Tre persone si sono proposte per essere scelte come candidato sindaco per la Gente Comune, ed il più votato nella giornata di sabato sarà candidato a Sindaco di Genova “scelto dal popolo” nelle elezioni amministrative e sfiderà i candidati dei partiti.

    Le Primarie di “Gente Comune” non saranno incentrate solo sulla persona, ma anche sui programmi: infatti verranno a sottoposti alla cittadinanza dieci punti da votare e ognuno avrà a disposizione uno “spazio bianco” dove proporre consigli e progetti, ulteriori punti del programma politico.

    Sabato sarà possibile votare dalle 10 alle 18,30 nelle seguenti postazioni:

    Quinto: p.zza Rusca (giardini di Quinto)

    Foce: c.so Italia all’altezza di Puntavagno

    Sampierdarena: p.zza Montano angolo Via Cantore

    Centro: via XX settembre  (ponte monumentale)

  • Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Degli antichi sapori genovesi oggi è rimasto poco… dai tempi della Repubblica marinara vengono ad esempio le trippe, lo stoccafisso o il “bianco e nero” e resistono al corso del tempo, anche se trovano sempre meno posto sulle tavole dei genovesi.

    In questo articolo ripercorriamo la storia dei piatti tipici della tradizione ligure fra leggende popolari e tradizioni. Ma anche un viaggio attraverso gli antichi sapori (spezie, condimenti, salse) che oggi sono ormai scomparsi.

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