Autore: Gabriele Serpe

  • Mentana si dimette dal Tg di La7, Minzolini cacciato dal Tg1

    Mentana si dimette dal Tg di La7, Minzolini cacciato dal Tg1

    EnricoMentana e Augusto MinzoliniSi è aperta oggi un’inaspettata campagna trasferimenti per quannto riguarda due delle più ambite poltrone del giornalismo televisivo. Con modalità e in circostanze totalmente diverse, Enrico Mentana e Augusto Minzolini abbandonano la direzione del Tg di La7 e del Tg1.

    Enrico Mentana si è dimesso dopo aver ricevuto ieri, come una doccia fredda, la denuncia “per comportamento antisindacale” dell’Associazione Stampa Romana d’intesa con il comitato di redazione di La7. La motivazione? Il rifiuto da parte del direttore di leggere nel Tg il comunicato della Fnsi (sindacato unitario giornalisti italiani) che solidarizzava con lo sciopero dei poligrafici, indetto nell’ambito della mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil e Ugl contro la manovra del governo Monti. “Un rifiuto irricevibile e contrario a quanto previsto dagli accordi collettivi di lavoro” ha fatto sapere l’ASR.

    In mattinata è arrivata così la nota di Enrico Mentana: “Ieri pomeriggio ho appreso dalle agenzie di essere stato denunciato alla magistratura ordinaria dal mio cdr. Ho atteso 24 ore per verificare eventuali ravvedimenti, che non ci sono stati. Essendo impensabile continuare a lavorare anche solo per un giorno con chi mi ha denunciato, rassegno da subito le dimissioni dalla direzione del Tg La7”.

    Pochi minuti dopo arriva la nota del Cdr di La7: “Nessuna denuncia è stata mai presentata alla magistratura contro Enrico Mentana ed inoltre allo stesso Mentana viene rinnovata la stima e l’apprezzamento per lo straordinario lavoro che sta svolgendo insieme alla redazione. La vicenda cui si fa riferimento non riguarda i rapporti tra il direttore e il Cdr, ma la questione insorta tra la direzione e il sindacato nazionale sul diniego opposto alla lettura, secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, del comunicato.”

    Insomma a carte in tavola sembra una bolla di aria fritta, risultato di rapporti d’ufficio che davvero poco contano se si sposta l’occhio di bue sull’italiano che guarda il Tg. In sostanza ci permettiamo di dire che si tratta di un comunicato che, anche se fosse stato letto, non sarebbe interessato a nessuno.

    Spostiamoci invece in un altro ufficio romano, quello di mamma Rai. Il Cda, su proposta del direttore generale Lorenza Lei, ha disposto a maggioranza il trasferimento del direttore del Tg1 Augusto Minzolini ad altro incarico equivalente.

    Tradotto in veritiese ora che i santi in paradiso sono un po’ meno santi il ramo secco si può tagliare. Lo scandalo delle spese illegittime con la carta di credito Rai ha avuto peso nella decisione, certo, ma non crediamo così tanto come si potrebbe pensare ad una prima riflessione. La motivazione del presidente Garimberti, dopo lo sfogo di Minzolini che ha giudicato illegittima la decisione dell’Azienda, ha parlato chiaro: “Il direttore faceva un brutto Tg”.

    Ma signori cari, ve ne siete accorti ora? Dopo due anni e mezzo di pietoso giornalismo?

  • Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Umberto BossiBossi l’altro ieri ha commentato: «La guerra l’ha persa l’Italia e l’ha vinta la Padania. Il resto sono tutte cazzate!». Commentando la crisi dell’euro, poi, ha aggiunto: «La Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti!». Ordinaria amministrazione, si dirà. Dopo diti medi, rutti e scoregge ormai ci siamo abituati a tutto.

    E per carità! Da un lato è certamente giusto non prendere troppo sul serio queste cose. La Lega Nord minaccia la secessione dagli anni ’90, ma nella pratica non ha mai disdegnato le poltrone romane. Ha sempre fatto un po’ il partito “di lotta” e un po’ il partito “di governo” a seconda di quando perdeva o vinceva le elezioni: per cui certe sparate sembrerebbero davvero poco credibili.

    Eppure è da molti anni ormai che il fenomeno della Lega Nord viene considerato con una certa serietà. Dopo le diffidenze e le risatine che i media riservarono a Bossi e ai suoi per tutti gli anni ’90, in seguito, con le vittoriose elezioni del 2001 e 2008, molti commentatori si dovettero ricredere: si riconobbe alla Lega un forte radicamento sul territorio, amministratori locali generalmente capaci e il monopolio sul tema centrale della sicurezza.

    Tant’è che l’influenza di Bossi su tutto il centrodestra, soprattutto in tema di immigrazione e lotta alla piccola criminalità, si è estesa fino a diventare predominante. Questo ha amplificato l’importanza percepita del Carroccio nello scacchiere della politica; ma bisogna fare attenzione a non sopravvalutare il fenomeno.

    Un conto è riconoscere alla Lega alcuni successi e un’oggettiva capacità di farsi portavoce del disagio di una certa parte del paese, un altro conto è dare credito a velleità autarchiche e tendenze secessioniste.

    Non dovremmo dimenticare di valutare il merito delle proposte leghiste: non basta riderne, così come non si può dare la patente di rispettabilità a un partito solo per via di discreti successi elettorali del passato. Certo, discutere la politica leghista come si trattasse di una cosa seria è un esercizio impietoso: ma almeno non si da l’impressione che si faccia ironia per nascondere la mancanza di argomenti seri. E poi, in un momento in cui Bossi scommette sullo sfascio del paese, è sempre utile ricordarsi per quali motivi il folklore leghista non sia un’opzione da prendere seriamente in considerazione.

    Ora, è indubbio che il Carroccio abbia costruito il suo successo elettorale sul tema della lotta all’immigrazione e sul federalismo. Ma è altrettanto indubbio che i risultati concretamente ottenuti, anche se sbandierati come vittorie ineguagliabili, siano stati piuttosto scarsi.

    In tema di federalismo segnalo una bellissima puntata di Report di fine ottobre; e sulla reale composizione del problema dell’immigrazione clandestina rimando ad un bel articolo di Maurizio Ambrosini del luglio 2009 su Lavoce.info.

    Questi riferimenti sono utilissimi per soppesare una componente ineliminabile dei partiti populisti: vendere fumo al proprio elettorato. In questo Berlusconi e Bossi si intendevano benissimo. L’importante non è tanto raggiungere un risultato, ma convincere chi ti vota di averlo raggiunto.

    Prendiamo la lotta alle mafie. A parte il fatto che tutti i governi hanno fatto pochissimo per azzoppare la criminalità organizzata là dove davvero conterebbe, cioè sul versante economico-finanziario e il riciclaggio del denaro sporco; resta comunque agli atti la cattura di diversi boss di peso, che ha dato lustro e rispettabilità all’azione del ministro Maroni. Il quale, infatti, non perdeva occasione per sottolineare i propri meriti. E difatti, quando l’altro giorno hanno arrestato Michele Zagaria, l’ultimo boss della vecchia guardia dei Casalesi, quasi quasi la festa non sembrava riuscita senza le dichiarazioni dell’ex-ministro dell’interno. Ma come: arrestano un boss e nessuno se ne prende il merito?

    Eppure oggi abbiamo scoperto che le forze dell’ordine e la magistratura gli arresti riescono a farli benissimo anche senza i politici. Ma più che valutare quello che la Lega ha fatto nel passato, mi interessa qui discuterne le premesse teoriche, le basi ideologiche e il progetto politico.

    La ragione d’essere del Carroccio è la difesa degli interessi del Nord, cosa che presume una qualche forma di abuso da parte di Roma e da parte del Sud: e non c’è dubbio che il paese viva uno squilibrio storico, nel senso che aree geografiche a lungo sotto dominazioni straniere diverse si sono ricongiunte 150 anni fa senza che il Mezzogiorno riuscisse mai a raggiungere il livello di sviluppo e occupazione del settentrione. Si chiama “questione meridionale” ed è figlia di un processo di unificazione fortunoso e rocambolesco.

    Ma da questi dati di fatto, così come dai legittimi interessi della parte produttiva del lombardo-veneto, non si può in alcun modo giungere alla conclusione che mettere il Nord contro il Sud o lavorare per la secessione siano pretese accettabili. Innanzitutto non sono esigenze condivise. Persino Beppe Grillo è arrivato a dire che, se si facesse un referendum, il Nord si staccherebbe dal resto d’Italia. Ma è una bufala colossale.

    I numeri raccontano che alle ultime elezioni su 36.457.254 votanti la Lega ha raccolto 3.024.543 voti: vale a dire l’ 8,3 %. Si dirà: se ci concentriamo al Nord, la percentuale sale. Vero. Ma anche in Lombardia e in Veneto i seggi conquistati dalla Lega nel 2008 sono stati più o meno gli stessi di quelli del PD (che le elezioni le perse).

    Inoltre bisogna considerare che molti votano Lega più per la politica dura contro l’immigrazione che per altro. E attualmente i sondaggi non sono positivi. A ben vedere, dunque, coloro che confidano nella secessione come soluzione estrema sono un’esigua minoranza. Ed è normale che sia così. L’idea di uno Stato autarchico padano che batta moneta propria è talmente assurda che non ci credono nemmeno i dirigenti leghisti. Un Nord che chiudesse le frontiere e facesse import/export in talleri che tipo di chances di sviluppo potrebbe mai avere? Inoltre la “Padania” è chiaramente un’invenzione folkloristica. Non che le differenze regionali e geografiche non esistano: abbiamo una varietà vastissima di dialetti e usanze locali. Ma questo non dà alla Lombardia più ragioni culturali di pretendere un proprio Stato di quante non ne darebbe alla Puglia o alla Sardegna. La vera ragione per cui al Nord potrebbe interessare la secessione sarebbe quella di togliersi la palla al piede di un Sud che non riesce a svilupparsi. Ma non è un caso che non esistano precedenti al mondo su basi simili.

    Anche il caso degli Stati Uniti, che raggiunsero l’indipendenza a spese dell’Inghilterra per ragioni essenzialmente fiscali, non è nemmeno lontanamente paragonabile: avvenne più di duecento anni fa, con distanze geografiche enormi e soprattutto con il motivo determinante dell’ostinazione inglese a trattare gli americani come colonizzati e non come colonizzatori.

    Se la Padania dovesse nascere davvero, allora sulle stesse basi il Veneto potrebbe a sua volta chiedere l’autonomia dalla Padania! Infatti liberandosi di Piemonte e Liguria si ritroverebbe uno Stato più omogeneo economicamente.

    Se passasse l’idea che lo sviluppo non si raggiunge insieme, ma che basti tagliare i rami secchi, si diffonderebbe un virus da cui non sarebbe immune nemmeno un ipotetico Stato padano. Per questo oggi nessuno Stato moderno e democratico tollera che al suo interno operino spinte secessionistiche tanto dichiarate e pretestuose: non solo perché il mondo va in direzione opposta, ma anche perché questo minaccia la coesione interna.

    Se abbiamo un paese diviso e frastagliato, che è politicamente incapace di prendere decisioni condivise, ciò è anche causa ed effetto insieme di spinte secessionistiche come quelle leghiste.

    Da tifosi di calcio, non tollereremmo che i giocatori della nostra squadra pensassero solo a se stessi remando contro; ma trattandosi di politica, queste cose vengono curiosamente sottovalutate. Così come viene sottovalutato il razzismo strisciante che è insito in tutto questo. Quando nel 2009 Berlusconi venne colpito da una statuetta lanciata da uno squilibrato, partì un processo mediatico che fece le pulci a tutti coloro che a sinistra avevano osato rivolgergli critiche troppo aspre. Poi si scoprì che le cose non avevano alcuna correlazione e che l’aggressore aveva agito così solo a causa dei suoi disturbi mentali.

    Ora che un antisemita iscritto a Casa Pound ha ucciso due senegalesi, a qualcuno verrà in mente di suggerire che forse certi messaggi provenienti da destra hanno una qualche responsabilità nell’accaduto?

    Andrea Giannini

  • Villa Scassi o nuovo ospedale? E intanto il Galliera è in difficoltà

    Villa Scassi o nuovo ospedale? E intanto il Galliera è in difficoltà

    Ospedale Villa Scassi“Occorre mantenere la funzionalità dell’ospedale ponendola come polo di riferimento per l’intero ponente nord della città di Genova”, sono le parole di Stefano Quaini, presidente della commissione regionale Sanità, che oggi a margine del Consiglio regionale ha affrontato il tema del futuro dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    Villa Scassi o nuovo ospedale di ponente? Questa è la domanda a cui è necessario rispondere in fretta, per non compiere passi poco lungimiranti in tema di sanità cittadina. Senza contare che Sampierdarena oggi ha i connotati di una vera e propria scommessa, il futuro della città passa anche attraverso la riqualificazione del suo quartiere più difficile e in questo senso avere un progetto preciso sull’ospedale di Villa Scassi sarebbe quanto meno di aiuto.

    Perché sia a Tursi che in Regione sembra ormai chiaro l’intento di ottenere denaro dalla vendita di immobili pubblici per investire su un nuovo ospedale capace di rispondere alla domanda di tutta l’area di ponente, e in questo senso il PUC, approvato la scorsa settimana in Consiglio Comunale, parla chiaro aprendo senza mezzi termini alla costruzione del nuovo nosocomio, cosa che inevitabilmente porterebbe Villa Scassi al definitivo ridimensionamento (in parte già iniziato…)

    Le garanzie che il progetto ospedale possa andare in porto, però, non sono così alte come potrebbe sembrare (forse siamo noi cittadini genovesi troppo diffidenti? Un primo indizio dovrebbe arrivare dal fatto che alle aste pubbliche per la vendita degli immobili del Comune non si presenta nessuno…) e una frettolosa riduzione dei servizi offerti da Villa Scassi potrebbe rivelarsi micidiale fra qualche anno se non si riuscisse a trovare fondi per il nuovo ospedale: “Per quanto riguarda il piano di riorganizzazione del pronto soccorso, sede di un DEA di primo livello, esso prevede lo scorporo dall’attività degenziale di medicina d’urgenza – ha detto Quaini – e questo è in contrasto con ciò che avviene regolarmente all’interno delle strutture d’emergenza nazionali e internazionali.”

    Altre attività critiche per la funzionalità globale dell’ospedale Villa Scassi sono la chirurgia vascolare e l’oncologia medica.  “L’oncologia risulta essenziale per l’elevata quantità di pazienti – continua Quaini – secondi come numero a quelli affetti da patologia cardiovascolare, e rappresenta un insostituibile complemento alle attività di chirurgia oncologica. Da questo punto di vista, anzi, potrebbe essere opportuno fornire all’oncologia medica una piccola dotazione di letti degenziali, come avviene in tutte le altre regioni italiane, eventualmente inserito in un contesto di ospedale per intensità di cura, una struttura in cui i pazienti vengono assegnati non a singoli reparti, ma a strutture graduate in base al loro fabbisogno di cure.”

    Nel frattempo, in un’altra zona della città, l’ospedale Galliera non se la passa affatto bene. Durante il consiglio di oggi il capogruppo della Lega Nord Edoardo Rixi ha chiesto spiegazioni all’assessore Montaldo sulle carenze di personale denunciate dall’ospedale.

    “Nonostante si tratti di uno dei principali ospedali della Regione – ha detto Rixi – il reparto di radiologia soffre carenza di personale: dal 1 giugno cinque medici radiologi, su un organico di diciassette, non sono più in servizio. Questo provocherà la cancellazione di moltissime analisi: almeno 260 tac, 2.400 risonanze, 400 ecografie e 100 mammografie, con conseguenti disagi per gli utenti. In vista dei tagli in altri ospedali, sarà anzi necessario potenziare questa struttura”.

    In vero la Regione ha autorizzato la copertura di due posti di dirigente medico in radiologia facendo seguito alla richiesta dello stesso Galliera, ma sicuramente questo non potrà risolvere definitivamente il problema.

    E anche qui fino a pochi mesi fa tenevano banco annunci a sei zeri, il famoso progetto del nuovo Galliera doveva essere a pochi passi dalla realizzazione e invece, allo stato attuale, sembra più probabile il gentile riponimento nell’enorme cassetto del “vorrei tanto, ma non posso”…

     

  • Barego: il paese abbandonato trecento anni fa

    Barego: il paese abbandonato trecento anni fa

    BaregoC’è un luogo affascinante e misterioso sulle alture della Valbisagno, un luogo che i genovesi non conoscono. Si trova sopra l’abitato di Traso, a 700 metri sul livello del mare, si tratta dell’antichissimo borgo di Barego.

    Un paese abbandonato più di tre secoli fa dai suoi abitanti per ragioni a noi sconosciute e conservatosi in ottime condizioni fino ai nostri giorni, protetto nei secoli da rovi e sterpaglie, fronde e penombra. Lassu’, nascoste fra la vegetazione, sono ancora in piedi ben 25 case le cui fondamenta risalgono al VII Secolo. La storia non riporta alcun documento di archivio, neanche di tipo ecclesiale, che identifichi questo piccolo centro.

    Sappiamo solo che a causa dell’invasione longobarda, Onorato, vescovo di Milano, fuggì a Genova e il vescovo della Superba gli fornì una «mensa vescovile», ovvero un’area produttiva che avrebbe dovuto servire a sfamare la moltitudine di servi e schiavi di Onorato. C’è chi sostiene che quella “mensa” potrebbe essere stata proprio Barego, facendo risalire la maggior parte delle rovine che oggi possiamo ammirare proprio a quel periodo vescovile (ad esempio gli archi a sesto medioevali e le grandi mangiatoie in pietra).

    Restano comunque misteriose le ragioni che hanno portato Barego ad una morte cosi’ repentina agli albori del XVIII Secolo, in una zona che costituiva il crocevia dell’antica strada del sale tra Genova e Piacenza, e quindi in una posizione favorevole per il prosperare di attività economiche.

    Nel 1990 lo scrittore Eugenio Ghilarducci fu il primo ad occuparsi di questo antico borgo, poi il silenzio sino alla proposta nel 2007 dell’ Intertek Group, un progetto che fra utilizzo di biomasse e impianti fotovoltaici prevedeva l’installazione di attività “legate alla conservazione delle tradizioni e del bosco circostante”… in parole povere, un agriturismo! La proposta avanzata dall’Intertek giunse puntuale in seguito agli scritti pubblicati nello stesso anno da Tullio Pagano, docente di Italiano al Dickinson College in Pennsylvania: “… restituire al borgo quel ruolo di cerniera tra il Mediterraneo e i ricchi mercati dell’Italia settentrionale”, scriveva Pagano.

    Da quei giorni infuocati, in cui fra generali sfregamenti di mani improvvisamente Genova scoprì il suo borgo misterioso, Barego è nuovamente precipitato nella penombra che per lunghi secoli tanta pace gli ha assicurato. Dell’agriturismo “dei furesti” non se n’è più parlato (ai tempi si diceva che il progetto avrebbe dovuto attendere otto anni prima di vedere la luce), probabilmente i tre milioni di euro sotto la voce costi (finanziamenti in buona parte pubblici) hanno fatto tramontare velocemente la prospettiva. Anche perchè forse, pensiamo noi, dopo tre secoli di stoica resistenza al tempo, Barego non meriterebbe un così triste epilogo. Sarebbe sufficiente limitarsi a curarle ed amarle quelle storiche pietre, ma cio’, si sa, non porta guadagno a nessuno.

    Gabriele Serpe

    Foto di Daniele Orlandi

  • Andrea Di Marco, intervista con il comico genovese

    Andrea Di Marco, intervista con il comico genovese

    Andrea Di MarcoAndrea Di Marco, profondi occhi colore grigioazzurro-acciao-italsider, bolzanetese doc come ama definirsi, si è diplomato in tromba nel 1995 e dal 1996 ha fatto parte del gruppo comico musicale dei Cavalli Marci (capitanati dall’indimenticato Claudio Rufus Nocera).

    In televisione ha partecipato alle più importanti trasmissioni di genere comico degli ultimi anni, ma anche partecipazioni cinematografiche, teatro e radio… Insomma Andrea, ne hai fatta di strada sino ad oggi…

    Non credo affatto però di essere arrivato, anzi, penso che tutto quanto fatto finora sia ancora una preparazione, mi sento un po’ come l’atleta nella fase di allenamento prima di iniziare la vera partita.

    E quale sarebbe questa importante partita?

    Ovviamente esibirbi in un One-Man-Show il sabato in prima serata su Rai1!

    Musicista, comico, attore… Di tutti i ruoli che sai ricoprire con quale ti riscontri maggiormente?

    Principalmente come musicista, mi sono formato come tale, tutta la mia vita è stata sempre improntata alla musica, non potrei pensare ad una giornata senza la sua presenza. Poi come attore comico.

    Dei tanti personaggi da te creati ce n’è uno che ti rappresenta maggiormente e perché?

    Sicuramente Don Giorgione, che più che rappresentarmi è esattamente il mio contrario, il mio alter ego, la mia parte oscura, l’altra metà di me! In lui faccio vivere ciò che è diametralmente opposto al mio sentire, così l’ho creato avido, opportunista e maschilista!

    Il filosofo Bergson diceva: “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”. Io credo che le tue creature siano grondanti di umanità…

    Fin da bambino gli artisti che mi hanno lasciato un segno sono quelli che facevano intravedere la loro umanità dietro ai personaggi. Totò, Troisi, i più recenti Paolo Rossi, Corrado Guzzanti e soprattutto la Gialappa’s Band. Un mio stimato collega, Rocco Barbaro, dice “…la comicità è svelare il meccanismo“, aprire una tenda dietro la quale si sta nascondendo qualcosa, svelare una realtà altrimenti non detta, puntare il dito sull’ipocrisia.

    Io credo che la risata sia il momento più vero con noi stessi, come quando starnutendo è impossibile tenere gli occhi aperti, non si può mentire quando si ha un sinceros croscio di risata. Non c’è mediazione della coscienza, è una reazione pura, è il contatto con il nostro sentire più profondo.

    Silvia Guerra

  • Indennità parlamentare: quanto costano le pensioni di Camera e Senato

    Indennità parlamentare: quanto costano le pensioni di Camera e Senato

    Al momento, l’indennità di un deputato italiano ammonta, medialmente, a 11.704 euro, al netto della diaria. Qualche “disgraziato” sabotatore ha proposto di adeguarla allo standard europeo e quindi di ridurla di circa la metà. Politici furiosi. “Tocca a noi decidere come procedere”,”lede l’autonomia del parlamento”, “depositeremo un emendamento correttivo”. Qualche dubbio? Nessuno! C’è da fare sacrifici? Tocca a te! Si deve ricuperare denaro? Tocca a loro!

    Questa è la norma che vige nel nostro Stato par tutelare la “casta” che ogni giorno ci delizia con un nuovo vergognoso show, granitica contro il resto della popolazione che ne denuncia, da sempre, infamie ed abusi. Taglio vitalizi? Si, ma a quelli che verranno. Riduzione indennità? Ingiusto e viziato nella forma quindi da rimandare e poi… vedremo. Rivendicano, anche, la competenza decisionale sull’argomento: è come chiedere al condannato di stabilire se il boia lo deve impiccare o no.

    Bene, rivendico anch’io lo stesso diritto. Rivendico il diritto del pensionato che viene tassato non una ma dieci volte: le tasse le paga, in anteprima, direttamente sul compenso mensile; le paga se il governo decide di congelare l’adeguamento; le paga sull’Ici della prima casa; le paga su un’eventuale seconda casa; le paga dall’aumento della benzina; le paga sull’aumento dei servizi; le paga sull’aumento dell’Iva e, quindi, dei prezzi; le paga sulle transazioni con bancomat o carte di credito; le paga con la necessità di aprire un conto corrente; le paga sui famosi “diritti acquisiti”, tanto declamati ma sempre calpestati. Cosa è rimasto dell’assegno mensile? Nulla!

    Lo stesso, naturalmente, vale per tutti i dipendenti a stipendio fisso che si sono visti, negli anni, ridurre il potere di acquisto per contratti mai rinnovati; per blocchi sugli adeguamenti salariali; per aumento di lavoro a parità di stipendio, dovuto a pensionamenti mai reintegrati da nuove assunzioni; per blocco degli scatti di anzianità; per il prolungamento della vita lavorativa (nella speranza che muoiano) e così via.

    E i giovani? Ne parliamo tanto ma, per lo stato, non esistono. Niente lavoro se non precario (quando sei fortunato); stipendi che rasentano lo sfruttamento, nascosto sotto diciture di un “apprendistato” che non finisce mai; nessuna possibilità di pensare ad un futuro di “casa o famiglia”; bamboccioni per necessità e non per scelta, perennemente a carico dei suddetti tartassati genitori. Come risponde il parlamento? Si indigna (loro!!!!!).

    Si indigna, uno per tutti, l’onorevole (mica tanto) Dini che, vorrei ricordare, è stato il promotore, anni fa, di una riforma sulle pensioni-baby, ad eccezione della sua et compagni. Vediamo: il nostro amato parlamentare, di pensioni ne ha ben 2, per un totale di 27mila euro al mese (più la tredicesima mensilità), a cui va aggiunta l’indennità da senatore. Per avere un’idea di quanto ci costano questi “rigorosi” personaggi, basta leggere la lista delle loro pensioni, pubblicate da un noto settimanale e presenti in rete: “Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l’anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti)”. La Mussolini, un’altra illustre indignata contro i tagli ai privilegi, tuona: «istigazione al suicidio». Si, il nostro!

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Cattedrale S.LorenzoNella storia di Genova ricca di streghe, pirati e fantasmi non potevano mancare animali reali o nati dalla fantasia popolare che compaiono più o meno nascosti, in molti angoli della nostra città.

    I più noti sono i leoni stilofori, risalenti al 1840, opera dello scultore Carlo Rubatto, che campeggiano, maestosi, ai lati della Cattedrale di S. Lorenzo. Simbolo della forza che sta a guardia dello spazio sacro (Cristo è chiamato “il leone della tribù di Giuda”), fregiano la facciata della chiesa con il loro marmo bianco parimenti a quelli stilofori o in bassorilievo, attribuiti ad uno scultore della scuola di Benedetto Antelami (tra il XII ed il XIII secolo), allegorie della lotta di Cristo sul male. Ad altezza d’uomo, a destra di una delle due porte di accesso, è nascosto il profilo di un piccolo cane, testimonianza d’amore del suo padrone scultore che durante i lavori per la costruzione della cattedrale fu colpito dal lutto e decise di immortalare il profilo del suo amico a quattro zampe…

    Una vera curiosità è lo sbalzo raffigurante un asino che suona l’arpa, fregio insolito sulla soglia di una chiesa. Il significato è controverso: l’emblema di cose che si vogliono fare, senza esserne in grado o anelito verso Cristo cui tendono anche le creature più umili?

    Il drago di S. Giorgio “impazza” per la città in tante effigi scultoree o pittoriche di cui la più nota si trova sul prospetto principale dell’omonimo palazzo. I grifoni, mezzi leoni e mezzi aquila, guardano i falneurs dalle volte di Galleria Mazzini e compaiono, financo, sulla bandiera del Genoa o sullo stemma comunale, dove sono raffigurati con le code abbassate, per antico volere dei Savoia, in segno di sottomissione.

    Che dire del basilisco, emblema dell’eresia ariana? Era un serpentone, dalla testa di gallo, dallo sguardo mortale, dal fiato flautolente, che risiedeva in un pozzo, vicino alla chiesa di S. Siro. Stufo dei fetidi miasmi, il vescovo gli impose, con veementi invettive, di lasciare quella sede molesta e di perdersi in mare. La leggenda è evocata, nel coro della chiesa, da un affresco di Gian Battista Carlone (XVII secolo), dipinto per sdebitarsi dell’asilo ricevuto, in seguito ad un’accusa di omicidio.

    I tritoni, dalla coda di pesce, hanno un imponente rappresentante, intento a cavalcare un delfino, presso il Palazzo del Principe.

    I centauri, metà uomo metà cavallo, galoppano nel “trionfo Doria” sul portale di via Chiosone così come quelli del “trionfo degli Spinola” in via Porta Vecchia.

    Reale, invece il “porcus”di S. Antonio cioè i maiali che potevano circolare liberi per la città (1400-1751), fino a quando imbrattarono e morsero un corteo di senatori, diretti a Castelletto. La vendetta dei notabili fu immediata: venne emanato un editto che permetteva a chiunque di “appropriarseli” sia vivi che morti. Il Magnifico Basadonne, abate dei frati Antonelliani, sollevò un contenzioso giudiziario, ma per i suini la sorte era segnata.

    Vico dei Gatti é un omaggio ai felini, che trovarono il loro cantore in Edoardo Firpo “Staggo a vedilli fra l’erbetta do giardin: assetta in sci quattro pe con un aia indifferente, incommensa a mescia a coa comme un serpente…”, e che insieme a lepri, orsi, galli, gazzelle, scimmie, tartarughe, rane, cicale sono ricordati nei nomi dei tanti “caruggi”della nostra città.

    Anche l’amore per i cani ha le sue leggende: si dice che Cesare Cattaneo avesse un cagnolino di nome Brighella, in onore di Goldoni, che portava sempre con se, nelle sedute del Minor consiglio, lanciando una moda che rese alquanto “rumorose” le riunioni dei probi senatori. Anche Gian Andrea Doria edificò una tomba (1615) con tanto di lapide per il suo cane “Gran Rolando”, rinvenuta nel 1838 nel palazzo Pamphily, i cui denti furono trasformati in pendenti per una dama dai gusti, che definirei, originali.

    Adriana Morando

    Foto di Daniele Orlandi

  • Inchiesta su La7: telecamera nascosta in Parlamento, ecco come si comprano i voti

    Inchiesta su La7: telecamera nascosta in Parlamento, ecco come si comprano i voti

    Francesco Barbato in Parlamento
    Il deputato Idv Francesco Barbato

    L’inchiesta video andata in onda durante la puntata del 7 dicembre de “Gli intoccabili”, programma tv di La 7, è stato il definitivo termometro della “schifezza”, passatemi il termine, di alcuni (voglio fare un atto di fiducia verso gli altri) dei nostri illuminati parlamentari.

    Un’ “infiltrato”, Francesco Barbato deputato IDVcioè un politico compiacente, ha accettato di munirsi di telecamera nascosta e registrare il pensiero reale di personaggi discutibili che siedono, impuniti, là dove si legifera e si decide. Vuoi entrare in Parlamento? Basta pagare e in base al quid, tanto più sborsi, tanto più sali in classifica ed hai probabilità di essere eletto.

    Un 18esimo posto nella lista elettorale? Basta un assegnetto da 50000 euro, poi, salendo via via, si arriva a 150000 ed oltre. Bella meritocrazia! Sarei curiosa di sapere quanto o quale sia stato il prezzo di tutti quegli onorevoli che assurgono, quotidianamente, agli onori della cronaca, per i loro malaffari tra collusioni con mafia e corruzione e che il nostro benemerito Parlamento salva con dei “non luogo a procedere”.

    Forse perché anche loro hanno qualcosa da nascondere? Parrebbe di si, visto che si è appurato un merceologio inqualificabile di compra-vendita di voti con cifre da capogiro che possono superare il milione di euro, elargiti sotto varie forme: scambi di favori, accesso a cariche politiche più prestigiose, offerta la possibilità di aprire una “qualsiasi fondazione” a cui successivamente “ti faremo avere un contributo di un milione e mezzo da Finmeccanica o un’altra società” (offerta fatta, per fortuna ricusata, a Aldo Biagio) o semplicemente il superare quel minimo di legislatura che ti consente di accedere ad un congruo vitalizio, nonché al mantenimento di un altrettanto congruo stipendio e ad una buona indennità di fine “lavoro” che grida vendetta alla luce delle recenti manovre fiscali proposte dal governo.

    Questa è una consuetudine molto diffusa, come emerge in modo lampante dal servizio, ma difficile da provare con mezzi leciti, come le intercettazioni, perché gli “intoccabili” sono tali anche da questo punto di vista e difendono a spada tratta il privilegio, temendo che le loro vergogne vengano diffuse sulla pubblica piazza.

    Ma qualcuno ha deciso di infrangere questo muro di omertà e si è prestato a violare la legge, in nome della “decenza “, per scoprire, ad esempio, che l’integerrimo deputato Razzi, passato all’ultimo momento nel PDL e in virtù del quale l’ex-governo ha ottenuto la fiducia, non ha agito per amor di patria o per quello spirito di responsabilità così tanto sbandierato, ma per bieco, spregevole interesse cioè di raggiungere il tempo minimo per l’acquisizione del vitalizio (è stato abolito ma a partire dalla prossima legislatura).

    Bene questo è il fatto e quale è stato il compenso pattuito? La richiesta di nomina a console onorario di Lucerna, città dove il Razzi ha sempre vissuto, di una persona che, un domani, potrebbe restituire il favore maggiorato degli interessi. Questa che potrebbe essere una mera illazione fa sorgere qualche dubbio se assembliamo insieme alcuni fatti: la nomina è effettivamente avvenuta e, antecedentemente a questa, poco prima del “salto della quaglia” come viene definito il tradimento politico del parlamentare, ci sarebbe stato un incontro “culinario” Razzi-Frattini presso un noto ristorante. A noi non è dato di conoscere se il summit sia stato dedicato ai dettagli di un “inciucio” o ai meri piaceri di gola, sta di fatto che Frattini nega fermamente il meeting ma il ristoratore lo conferma senza ombra di dubbio. Se non ci fosse niente di losco, perché smentire una banale colazione di lavoro? Per il garantismo doveroso, non è giusto esprimere giudizi e si demanda ai PM che, pare, vogliano acquisire le intercettazioni incriminate.

    Non dissimile comportamento mostra un altro “spiato” che, tra un crescendo di intercali irripetibili, esprime chiaramente il suo pensiero che riassumiamo: ognuno deve guardare al proprio interesse, senza curarsi di altro, senza porsi problemi morali in un Parlamento, covo, di soli ladroni… Complimenti per l’opinione espressa sui colleghi ma se lo dice lui che li conosce bene…

    Resta l’amaro verdetto che si può emettere su una casta corrotta, amorale, senza scrupoli che ci propina una manovra salva-Italia solo perché sono fatti nostri. Si aggiungano a ciò, le ultime notizie comparse su “Libero” e che suonano come l’ennesima beffa: incostituzionale toccare le regioni e capitali scudati difficili da scovare e, quindi, da tassare. Cosa rimane della manovra? Solo noi.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il pandolce (pandùce) e un rametto di ulivo

    Storia di Genova: il pandolce (pandùce) e un rametto di ulivo

    Il Pandolce GenoveseTempo di feste, tempo di pandolce: “u pandùce” come si dice in dialetto, u pan du bambin come si chiama a S. Remo, Genoa cake come lo definiscono a Londra… La ricetta giunge dal medioevo e associa ad ingredienti italiani, quali quelli del pane, i profumi orientali come quelli dell’acqua ai fiori di arancio, dei pinoli, dello zibibbo, del cedro candito.

    Fino al ‘900 rimane quasi esclusivamente un dolce casalingo, preparato con una ricetta che passava, gelosamente custodita, da una generazione all’altra, mentre le pasticcerie o i forni lo preparavano, solo su espressa ordinazione, per forestieri di passaggio.

    Qualcuno fa derivare u pandùce da un antico dolce genovese, “ il pane con lo zibibbo”, ma secondo lo storico Luigi Augusto Cervetto (1834-1923) avrebbe un origine persiana in quanto, presso questo popolo, all’alba del giorno di Capodanno, era consuetudine offrire al re una specie di grande torta ripiena di mele e canditi che gli veniva recata dal più giovane dei suoi sudditi.

    Di questa antica usanza, rimarrebbe una ricetta rimaneggiata, il panettone genovese con i suoi tipici 3 taglietti a formare una specie di corona triangolare, e il rituale con cui il dolce veniva presentato: era il più piccolo della famiglia a portarlo in tavola, decorato con un rametto di ulivo, simbolo di pace e serenità.

    L’ANTICO RITUALE

    Passando da un convitato all’altro, per il rito del bacio, il più giovane  giungeva al capofamiglia a cui era affidato il taglio del pandolce, mentre la madre recitava il messaggio augurale “ Vitta lunga con sto’ pan, prego a tutti sanitæ, comme ancheu, comme duman, affettalu chi assettae, da mangialu in santa paxe, co-i figgeu grandi e piccin, co-i parenti e co-i vexin, tutti i anni che vegnià, cumme spero Dio vurrià. (Vita lunga con questo pane! Prego per tutti tanta salute, come oggi, così domani affettarlo qui seduti, per mangiarlo in santa pace coi bambini, grandi e piccoli, coi parenti e coi vicini, tutti gli anni che verranno, come spero Dio vorrà”).

    La prima fetta, avvolta in un tovagliolo, veniva conservata per il primo povero che avesse bussato alla porta, un’altra veniva riposta e mangiata il 3 febbraio in occasione della festa di S. Biagio, protettore della gola.

    LA PREPARAZIONE NELLA TRADIZIONE GENOVESE

    Oggi viene preparato, oltre che nella versione classica ”bassa” anche in quella “alta”, voluta, sembra, dal doge Andrea Doria che bandì un concorso tra i pasticcieri genovesi per un dolce a lunga conservazione, adatto agli interminabili viaggi per mare. Qualunque ne sia l’origine, la preparazione deve essere accurata con particolare riguardo alla lievitazione che ha bisogno di un caldo costante per cui alcune “scignùe” se lo portavano a letto insieme al “præve” (il portascaldino) per tenere alzate le lenzuola.

    A preparazione finita, si cuoceva nel “runfò” cioè una stufa di mattoni, a carbone o a legna, con forno metallico e in genere senza canna per il fumo o si portavano dal fornaio di fiducia… Completavano la coreografia la lettura della letterina di Natale, nascosta sotto il piatto del babbo, l’immancabile poesia dei più piccini e l’albero di Natale che, tradizionalmente, era un ramo di alloro decorato con maccheroni, mele, arance, frutta secca, il tutto infiocchettato con nastri rossi e bianchi.

    Adriana Morando

  • Bandi per le imprese alluvionate, 5 milioni dalla Regione Liguria

    Bandi per le imprese alluvionate, 5 milioni dalla Regione Liguria

    Fnac Genova alluvioneSegnaliamo due bandi utili alle piccole medie imprese che hanno subito danni dopo l’alluvione del 4 novembre scorso (la stima definitiva è di 1.290 imprese danneggiate, per un totale di 89.164.285 euro).

    Il primo è il bando legge 266/1997 Municipi III – Bassa Valbisagno e IV – Media Valbisagno che è partito il 21 novembre e rimarrà aperto sino al 20 maggio 2012. Il secondo è stato presentato oggi in Regione dal presidente Claudio Burlando e dall’assessore allo sviluppo economico, Renzo Guccinelli, partirà lunedì 12 dicembre e si chiuderà il 31 gennaio del 2012.

    BANDO LEGGE 266/1997

    Soggetti beneficiari: Piccole imprese artigiane, commerciali, turistiche e di servizi nell’ambito dei Municipi III – Bassa Valbisagno e IV – Media Valbisagno.

    Agevolazione in “de minimis”
    a) un contributo a fondo perduto del 40% dell’investimento ammissibile fino ad un massimo di € 25.000,00;
    b) un finanziamento agevolato del 40% dell’investimento ammissibile fino ad un massimo di € 25.000,00. Il finanziamento è concesso sotto forma di prestito ad un tasso annuo dello zero e cinquanta per cento e dovrà essere rimborsato in dodici semestri, compresi i semestri di preammortamento, mediante rate semestrali posticipate costanti. La concessione del finanziamento agevolato sarà effettuata previo rilascio di idonee garanzie personali.

    Sono considerati ammissibili gli interventi relativi alle seguenti voci:
    1) ripristino dei locali;
    2) rinnovo delle attrezzature, macchinari ed arredi;
    3) ampliamento, ammodernamento, ristrutturazione dell’azienda;
    4) miglioramento dell’estetica esterna dell’azienda.

    Spese ammissibili (investimento minimo 15.000 + IVA) sostenuti dopo la presentazione della domanda, ad eccezione studi di fattibilità, progettazione esecutiva, direzione lavori:

    A) studi di fattibilità, progettazione esecutiva, direzione lavori, servizi di consulenza e assistenza (nel limite del 10% del programma di investimenti);
    B) acquisto e installazione di vetrine, vetri antisfondamento, cancelletti, insegne, tende esterne, illuminazione esterna,
    C) opere murarie e assimilate, per la ristrutturazione e per l’ampliamento dei locali compresi arredi fissi realizzati con opere edili;
    D) impianti di videosorveglianza, impianti produttivi, macchinari, attrezzature, arredi nuovi di fabbrica ed usati purché debitamente periziati da un professionista abilitato;
    E) sistemi informativi integrati per l’automazione, impianti automatizzati o robotizzati, acquisto di software per le esigenze produttive e gestionali dell’impresa; (es. sistema POS, Fidelity card, ecc.)
    F) investimenti per la sicurezza dei luoghi di lavoro dipendente, dell’ambiente e del consumatore (es. piano per la sicurezza, ecc.).
    G) acquisto brevetti, realizzazione di sistema di qualità certificati (ISO 9000 e altri), certificazione ambientale (ISO 14001, EMAS, ECOLABEL), ricerca e sviluppo;

    Sono escluse le spese per mezzi mobili targati destinati al trasporto di merci e/o persone, per materiale di consumo e lavori in economia, oltre alle spese relative alle voci D) E) F) i titoli di spesa di importo unitario inferiore a Euro 250,00.

    Non è ammissibile il cumulo con altri contributi e le domande possono essere presentate fino al 20 maggio 2012. Per maggiori informazioni: Ufficio Credito CNA (contattare dal lunedì al venerdì h 9-13 simonetta.agostini@cna.ge.it tel 010 54537353, daniela.locati@liguria.cna.it tel 010 54537349).

    BANDO REGIONALE

    Da lunedì 12 dicembre e fino al 31 gennaio 2012 le imprese alluvionate con un danno inferiore a 30.000 euro potranno presentare domanda di contributo per investimenti a fondo perduto alla Camera di Commercio di Genova. Il bando è di 5 milioni di euro complessivi (comprende anche la Camera di Commercio di La Spezia), i finanziamenti, erogati dalla Regione, consentiranno alle imprese di ottenere un contributo a fondo perduto del 40%, a fronte di spese già sostenute o che saranno sostenute per consentire la continuità dell’attività.

  • XXX, ieri alle 17 è scattata la nuova era dei siti pornografici

    XXX, ieri alle 17 è scattata la nuova era dei siti pornografici

    Da ieri alle ore 17 oltre 100mila siti pornografici sono apparsi (meglio dire ri-apparasi) con il nuovo suffisso .xxx, un’operazione guidata dall’ICM (l’azienda che regola l’iscrizione dei domini) per portare maggiore sicurezza in rete e regolamentare il vastissimo e ricco mercato (basti pensare che un terzo circa delle pagine web contengono porno) della pornografia online.

    Il dominio era stato approvato lo scorso anno dall’Icann, l’organizzazione internazionale non-profit internazionale che gestisce gli indirizzi web. L’idea di inaugurare il suffisso .XXX e’ stata contestuale all’introduzione dei suffissi .gov, .edu e .org.

    La richiesta era già stata avanzata cinque anni fa, ma era stata rifiutata dall‘ICM. Lo scorso marzo è arrivato il “ripensamento” e la valutazione per la vendita dei nuovi domini fissata a 60 dollari ciascuno.

    La legge in Italia in materia di pornografia è incentrata sul termine “pudore”. La punibilità, quindi, è legata alla definizione del concetto di “osceno”, e di “offesa al pudore”, che inevitabilmente assumono significati diversi a seconda della società e del periodo storico in cui si collocano e perciò suscettibili di variazioni a seconda dell’evoluzione della morale comune.

    In conclusione, non esiste nel nostro ordinamento un generale divieto di creazione, acquisto, detenzione o messa in circolazione di immagini “oscene”, sono vietate solo quando siano svolte con ostentazione a danno di terzi non interessati o non consenzienti o dei minori di anni diciotto.

  • Ecco la manovra “Salva Italia”: tanto fumo e arrosto amaro

    Ecco la manovra “Salva Italia”: tanto fumo e arrosto amaro

    Nicola Cosentino
    L'ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino

    Tanto fumo, arrosto amaro per i soliti noti, tartassati e tassati, cittadini, quelli normali dai più poveri, che vedi rovistare tra i cassonetti dei mercati di quartiere, a quelli un po’ più ricchi ovvero con una vita dignitosa ma che, certamente, non nascondono i loro tesori nelle banche svizzere o possono usufruire dei mille cavilli legali, quali società di comodo, per continuare a perpetrare, indisturbati, i loro lucrosi traffici.

    Tanto fumo, per mascherare dietro un fiume di parole quello che nessuno vuole confessare apertamente ma che non può nascondere: i soldi per la manovra “salva-Italia” sono stati presi là dove era più facile reperirli immediatamente, alla faccia dell’equità.

    Arrosto amaro per i pensionati di reddito medio-basso che si vedono “rubare” il frutto del loro lavoro, già ampiamente tassato alla fonte, a cui dovranno aggiungere l’ICI, se hanno la sfortuna di possedere la casa, il rincaro del cibo quotidiano per un aumento a pioggia dovuto a benzina ed IVA, aumenti dei servizi ect. etc. Giusto per la cronaca, ricordiamo che l’adeguamento delle pensioni non viene calcolato sul 100% dell’aumento del costo della vita ma solo sul 30%. Dov’è l’equità?

    L’equità andrebbe ricercata, ad esempio, in quei 5,5 miliardi di euro di buonuscita dati a Cosentino che sono una vergogna incommensurabile degna di una rivolta di piazza come avvenuta in Islanda, qualche tempo fa. Queste cifre da capogiro di cui dispongono una folta schiera di managers, faccendieri, trafficanti e, riccastri di ogni sorta e che non sono spendibili nell’arco di un’intera vita, come possono essere dimenticate o “glissate” dai vari esponenti della vita pubblica quando si confrontano con stipendi o pensioni che variano medialmente tra i 3000 (i più fortunati) e i 500 euro?

    Arrosto amaro anche per i piccoli proprietari da quelli che hanno la casa in cui vivono, acquistata con mille sacrifici o che ancorano stanno pagando con mutui da salasso, a quelli che ne possiedono una seconda, magari un’eredità dei genitori defunti, sulle quali già gravano pesanti oneri legati a spese di amministrazione ordinarie e straordinarie, balzelli di ogni genere per adeguamenti in materia di sicurezza (giusti) o per “fantasie” atte a far cassa (ricordo l’incredibile tassa sull’acqua piovana).

    Chi ha una seconda casa deve fare i conti, talvolta, con affittuari morosi con l’aggiunta dell’incredibile beffa che lo stato continua a richiede contributi su un affitto non percepito. La vuoi vendere? Impossibile, non ci sono le risorse economiche per portafogli “normali”. Una seconda casa, talora, lungi dall’essere un lusso si rivela una fonte di ulteriori aggravi su un bilancio via via più modesto, a meno che non parliamo del castello di Portofino che di acquirenti ne avrebbe una lunga fila tra i soliti “ignoti” al fisco italiano.

    Cosa diversa sono i grandi patrimoni immobiliari fonti di speculazioni che fanno lievitare costi e guadagni. La rabbia nasce spontanea, anche, tra coloro che si vedono allungare la vita lavorativa di 5-6 anni, in un solo colpo, a fronte di baby pensionati che, da anni, percepiscono un emolumento non propriamente guadagnato.

    Di chi la colpa? In Islanda, stabilito che il dolo era stato perpetrato dalle banche, si è stabilito che queste dovessero pagare per il loro incauto comportamento. In questo caso, poiché sono stati i politici, azzeriamo i loro privilegi e abbassiamo gli stipendi che sono analoghi a quelli di un magistrato a fine carriera (più vari ricchi incentivi): la solita vergogna se paragonata a una pensione minima.

    Analogamente si potrebbe andare a pescare su stipendi incommentabili come quelli di certi professionisti della televisione o dello sport ma qualcuno si ricorda quello che è successo, recentemente, quando si voleva fare pagare un po’ più di tasse ai calciatori? Mai toccare i privilegi delle varie caste!

    “Questa è una manovra di stampo ragionieristico, voi siete andati a prendere i soldi lì dove era più facile prenderli, dove c’erano sui grandi numeri minori capacità di reazioni, da quella parte del Paese meno capace di interdizione rispetto alle azioni del governo” mi permetto di rubare questo amaro ma veritiero commento di un politico, di cui non è importante l’ideologia, ma che riassume in pieno la percezione di iniquità che emerge da queste misure fiscali che, se pur fatte per la necessità di uno stato, rischiano di fare una” strage” dei suoi abitanti.

    Adriana Morando

  • Terzo Valico, il punto di Claudio Burlando: a gennaio apre il cantiere

    Terzo Valico, il punto di Claudio Burlando: a gennaio apre il cantiere

    Il giorno prima delle dimissioni di Silvio Berlusconi, il governo aveva finanziato il primo lotto di 600 milioni di euro per la realizzazione del Terzo Valico, conseguentemente Cociv e Rfi hanno firmato il contratto per l’avvio del cantiere.

    Il tanto atteso/discusso Terzo Valico del “Corridoio 24” (asse ferroviario Lione/Genova – Basilea – Duisburg – Rotterdam/Anversa), ha avuto questa mattina un’ulteriore “benedizione”, quella del presidente del consiglio Mario Monti che in sede Cipe ha sbloccato risorse per 1,2 miliardi di euro per il secondo lotto dei lavori del valico ferroviario Genova-Milano.

    “Siamo a un miliardo e 800 milioni di fondi – ha dichiarato oggi il presidente della Regione Claudio Burlando – pari ad un terzo del necessario, in pratica siamo molto avanti nel finanziamento e si può partire con i lavori. Il contratto firmato da Cociv e Rfi non è ancora quello definitivo perché manca il pieno accordo degli Enti locali e Autorità portuale sui cantieri, il trasporto e lo smaltimento dello smarino. Abbiamo già previsto di affrontare tali questioni con enti locali, Cociv e Autorità portuale e pensiamo di concludere questa fase prima delle vacanze di Natale. In quel caso agennaio potrebbe partire il cantiere.”

    “Con il finanziamento del Terzo Valico – ha aggiunto Burlando – si è avviata finalmente la stagione in cui riusciremo a mettere a posto le infrastrutture liguri. Infatti è in corso il raddoppio della linea del ponente, manca solo il tratto Finale – Andora per completare la risistemazione della linea ferroviaria ligure diretta in Francia. A questo si aggiunge il lavoro in corso per l’installazione dei binari a servizio del terminal di Sampierdarena che si raccorda con le opere per la nuova strada a mare che interviene anche sulla zona del Campasso e sulla Valpolcevera.”

    “L’auspicio è che si creino le condizioni perché ritorni economicamente positivo il trasporto su ferro. Se questo comparto si riorganizza si aprono prospettive molto interessanti con un volume di traffico di 7/8 milioni di teu”, ha concluso Burlando.

     

  • Aeroporto di Genova, il mistero della vendita a privati

    Aeroporto di Genova, il mistero della vendita a privati

    Analizzando i tanti progetti per il futuro dello scalo genovese, ci eravamo già imbattuti nel dilemma della privatizzazione dell’aeroporto genovese “Cristoforo Colombo”. Esisteva una data stabilita come termine ultimo per la presentazione delle offerte, il 27 luglio 2011. Da quel momento non se ne sa più nulla.

    Con un’interrogazione durante il Consiglio regionale odierno, il consigliere Raffaella Della Bianca (Pdl) ha portato nuovamente in luce la questione del passaggio a privati dell’areoporto, chiedendo chiarimenti al presidente Burlando sulle intenzioni dei compratori riguardo la gestione e il piano strategico.

    Questa la risposta del presidente della Giunta Claudio Burlando: “Alle questioni che lei pone ho già risposto per iscritto, dicendo che non sono in grado di rispondere a queste domande perché riguardano le competenze di un altro ente. Ho inoltrato la sua richiesta al presidente dell’autorità portuale Luigi Merlo e poi le trasmetterò quanto appreso”.

    Insoddisfatta dalla risposta, Della Bianca ha richiesto al Consiglio una riunione urgente della commissione trasporti per conoscere la situazione reale dell’aeroporto.

    In sostanza ad avere le idee poco chiare su quanto sta accadendo all’areoporto di Genova non siamo solo noi. L’Ufficio apposito dell’Areoporto non è stato in grado di risponderci e non è sembrato in grado di farlo neanche il presidente della Regione. Nessuna forzata dietrologia, per carità, ma questa situazione inizia a farsi inspiegabilmente misteriosa.

  • La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    Spese e debito pubblicoLa prima cosa da notare è che con l’annuncio della manovra di Monti è sceso drasticamente lo spread. L’indice che esprime la differenza tra quanto rendono i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani ha rappresentato il termometro della terribile febbre finanziaria che ci ha colpito quest’estate.

    Nei giorni più caldi della crisi, in pratica, lo spread ci spiegava che se la Germania piazzando un titolo obbligazionario a un compratore si faceva dare 100 promettendogli a dieci anni 101, l’Italia per fare lo stesso doveva promettere 107 o 108. La differenza tra le due “promesse” è appunto il valore in percentuale dello spread (che in inglese vuol dire proprio “apertura, gamma”).

    Considerando che la Germania paga i rendimenti più bassi e costanti d’Europa, se aumenta la nostra differenza da loro e cioè sale lo spread, significa che ci stiamo indebitando sempre di più per reperire liquidità. E questo avviene perché i compratori non si fidano della nostra capacità di ripagare i debiti ed esigono un margine di guadagno più ampio per correre il rischio. Ma più salgono i tassi, più aumenta il debito. E più aumenta il debito, più aumenta la sfiducia dei compratori: e così i tassi tornano a salire. Una spirale perversa che se non viene invertita fa schizzare verso l’alto i rendimenti fino alla soglia di non ritorno: lo Stato che dichiara la bancarotta.

    Ci siamo andati vicini e il pericolo non è del tutto scongiurato. Gli effetti già si vedevano e si vedono ancora: la fuga dei capitali, la corsa all’oro come bene rifugio, l’aumento del costo del denaro, l’aumento dei tassi sul prestito bancario e via dicendo. Se avessimo varcato la soglia di non ritorno, il mutuo per la casa o il finanziamento per l’impresa sarebbero diventati impossibili: è il cosiddetto “credit crunch”, la contrazione del credito, che chiude i rubinetti all’economia provocando fallimenti di imprese a catena, disoccupazione ai massimi livelli e taglio selvaggio della spesa sociale. Uno scenario che andava scongiurato. Ed è proprio per questo che è stato sostituito Berlusconi: perché si era rivelato inadatto a gestire la crisi. E per lo stesso motivo è stato chiamato Monti: perché aveva la reputazione e la stima necessarie per gestire una situazione così grave.

    Non dobbiamo dimenticarci di tutto questo. Non dobbiamo dimenticarci di quanto si sia rivelato inconcludente il precedente governo. Berlusconi aveva governato otto degli ultimi dieci anni garantendo una crescita economica ridottissima; aveva fatto tre manovre in una sola estate e quando si è dimesso, ci ha lasciato con uno spread superiore ai 560 punti. Non dobbiamo dimenticarci che in 20 giorni dal suo giuramento, Monti ha presentato una manovra che deve ancora essere approvata e già ci restituisce uno spread attorno ai 380 punti. Siamo lontani dai valori molto più bassi di un anno fa, ma è innegabile che siamo sulla buona strada.

    Ciò non significa che siamo guariti. La manovra deve ancora passare tra le forche caudine del parlamento e, soprattutto, la partita vera si giocherà in Europa. Se Monti incassa una manovra rigidissima sul versante dei conti, con un nuovo sistema pensionistico più rigoroso di quello tedesco, potrà poi andare a parlare con Francia e Germania e spingere con maggiore credibilità sul tasto della messa in sicurezza dell’euro, che è l’unica cosa che può scongiurare davvero la crisi.

    Ma niente è certo: siamo ancora appesi ad un filo. Quello che si può dire per ora è che Monti sta facendo davvero quello per cui è stato chiamato. E che stiamo toccando con mano quanto ci sia costato Berlusconi e, più in generale, una classe politica incapace ed inefficiente.

    Detto questo, il giudizio sulla manovra in sé e per sé non può che essere negativo. Era giusto ricordare come mai siamo arrivati a questi punti e cosa rischieremmo se ora l’iter di approvazione si arenasse in parlamento: ma ciò non vuol dire che la manovra sia giusta ed equa. Ha il pregio di garantire i saldi finali, ma ha il vizio di farlo passando attraverso le solite tasse e i soliti tagli.

    Ho già scritto su queste colonne che esistevano molti modi per reperire le risorse necessarie a raggiungere la parità di bilancio nel 2013: sono talmente tante le soluzioni che qualcuna l’ho certamente dimenticata. Eppure Monti ha fatto pochissimo in questo senso. Ha fatto pagare quasi tutto alla gente e pochissimo ai privilegiati, agli evasori e ai partiti.

    Imporre la tracciabilità dei pagamenti in contanti sopra i 1000 euro temo che servirà a poco. Chiedere un 1,5 % in più a chi aveva rimpatriato capitali tenuti all’estero evadendo il fisco e pagando solo il 5 % per rimettersi in regola, fa sorridere: costoro se la cavano comunque pagando un 6,5 % totale laddove in altri paesi per la stessa cosa si era chiesto il 20 %. Se si voleva introdurre una norma retroattiva (a rischio di incostituzionalità), tanto valeva osare di più. La Chiesa dal canto suo si è scampata l’ICI. La casta poi se l’è cavata piuttosto bene, come ha scritto Sergio Rizzo sul Corriere (uno che se ne intende, visto che il libro La Casta lo ha scritto lui): i pilastri su cui si basa il sistema di potere dei partiti non sono stati toccati. Insomma, Monti che predicava l’equità si è rivelato iniquo?

    Ad esser onesti non ce la possiamo prendere con lui più di tanto. Innanzitutto perché è sempre il Parlamento che approva le leggi. Una tassa sui patrimoni, ad esempio, che per entrare in funzione già richiede del tempo che non abbiamo, il PDL non l’avrebbe votata. Stesso discorso per le frequenze del digitale terrestre. Semplificando molto, oggi le stiamo regalando a Rai, Mediaset e LA7, quando mettendole all’asta potremmo ricavarne qualche bel miliardo di euro: ma c’è qualche dubbio che Berlusconi avrebbe fatto il diavolo a quattro contro un provvedimento simile? La realtà purtroppo è sempre la stessa. Quando bisogna prendere dei provvedimenti in Italia, chi vede toccato i suoi interessi si muove compatto: sindacati, corporazioni, associazioni di categoria, ordini religiosi e professionali, politici e via dicendo. Gli unici che non si sanno muovere insieme, come le pecore di un gregge, sono gli Italiani.

    Se oggi la gente subisce una manovra durissima, la colpa è senza dubbio di politici inefficienti che sono stati a guardare fino a che non è dovuto intervenire un “podestà straniero”. Ma in ultima analisi la colpa è degli Italiani stessi, che questi politici li hanno votati, che hanno creduto ciecamente a Berlusconi prima e a Monti adesso e non hanno ancora imparato che, come dice Fitoussi, «non c’è Zorro e non c’è Superman».

    Dovremmo smetterla di affidare il controllo sulle nostre vite ad un individuo solo, perché questo, per bravo e volenteroso che sia, si scontrerà sempre contro le medesime resistenze e finirà sempre per accontentare chi ha potere di ricatto, lasciando sullo sfondo quei cittadini che pure dovrebbero essere i padroni in democrazia.

    Anziché disinteressarci della vita pubblica per poi subirne le conseguenze, dovremmo tornare ad interessarci, a comprare i giornali, a seguire la politica e l’economia, a scendere nelle piazze, a dedicare un po’ del nostro tempo ad acquisire elementi utili a prendere noi le decisioni, tramite rappresentati scelti da noi e da noi monitorati severamente. Sarebbe semplicemente la democrazia, cosa che non esercitiamo più da tanto tempo. Per questo oggi non ha senso prendersela perché si va in pensione 5 anni più tardi: è solo uno dei tanti prezzi da pagare per aver lasciato la nostra sovranità in mano ad altri.

    Andrea Giannini