Autore: Gabriele Serpe

  • Stonehenge, una ricerca per svelare i misteri delle “pietre sospese”

    Stonehenge, una ricerca per svelare i misteri delle “pietre sospese”

    StonehengeIl triangolo delle Bermuda, la città scomparsa di Atlantide, il Sacro Graal, i Moai dell’isola di Pasqua… sono misteri che, da sempre, affascinano gli studiosi e li spingono a nuove ricerche come quella che ha portato l’archeologo Henry Chapman, dell’Università di Birmingham, a formulare una nuova ipotesi sugli enigmi che circondano i maestosi menhir di Stonehenge.

    Le “pietre sospese”, questo è il significato del nome, è un insieme di megaliti disposti in cerchio, datati tra il 2500 e il 2000 a.C., (il terrapieno di forma circolare e il fossato risalirebbero al 3100 a.C.) sul cui significato rituale si sono fatte le più disparate ipotesi, partendo dal tempio per venerare i morti o per adorare il sole, passando per un santuario dalle virtù miracolose, finendo col etichettarlo come un gigantesco strumento astrologico.

    Ma qualunque fosse la finalità, la recente e costosissima ricerca dell’archeologo inglese, in base ad evidenze fossili, ha potuto accertare che il sito fosse, già, un luogo di culto 500 anni prima della deposizione delle grandi pietre. La scoperta emersa grazie a speciali radar per sondare il sottosuolo ha portato, infatti, all’individuazione di due grandi camere, allineate lungo un asse con direzione est-ovest, che passa nell’esatto centro di Stonehenge e raggiunge la Pietra del Tallone, un imponente megalito alto 5 m., che si trova all’estremità del complesso. Un vero “sentiero” rituale attraverso il quale, si ipotizza, si svolgessero processioni in onore di quel dio Sole che raggiungeva l’apice del cielo nel solstizio estivo.

    La ricerca è solo all’inizio e si concluderà tra due anni dopo aver sondato il terreno circostante fino alla profondità di due metri, per una superficie complessiva di 10km quadrati. Le “pietre blu”, arrivate nella piana inglese di Salisbury, dove si erge il sito archeologico, dalle cerulee rocce vulcaniche dei monti gallesi, potrebbero essere, dunque, i misteriosi guardiani di un segreto ancora più arcano fatto di altre decine, se non centinaia, di pozzi e di camere interrate che, ancora inviolate, potrebbero raccontarci ataviche storie di un popolo vissuto nel neolitico.

    Non si potrà , comunque rispondere all’ interrogativo, già posto per le coeve piramidi egiziane, di come massi così grandi possano essere stati trasportati ed eretti, stante i miseri mezzi a disposizione se non cercando nella tenacia con cui l’uomo ambisce a lasciare traccia di se nella storia di ieri, di oggi e di domani. Forse è proprio questo il fascino magico di questi luoghi dove si sente aleggiare, tangibile, la potenza della mente umana.

    Adriana Morando

  • Enpals, la manovra trasferisce funzioni e dipendenti all’Inps

    Enpals, la manovra trasferisce funzioni e dipendenti all’Inps

    Da oggi non esiste più. La manovra finanziaria sottoscritta da Mario Monti e presentata ieri alla stampa, ha decretato la soppressione dell’ENPALS, l’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Lavoratori dello Spettacolo e dell’INPDAP, Istituto di Previdenza dei dipendenti pubblici.

    La scomparsa dell’ENPALS avverrà in concomitanza con l’entrata in vigore della manovra, ovvero entro la fine dell’anno o nei primi giorni del 2012 e insieme alle sue funzioni verranno trasferiti all’Inps anche dipendenti e dirigenti.

    Così si legge nella nota del Ministero: “Le risorse strumentali, umane e finanziarie degli Enti soppressi sono trasferite all’Inps, la cui dotazione organica è incrementata di un numero corrispondente alle unità di personale di ruolo dell’Inpdap e dell’Enpals”. “I due posti di direttore generale degli Enti soppressi – si legge nella bozza – sono trasformati in altrettanti posti di livello dirigenziale generale dell’Inps, con conseguente aumento della dotazione organica dell’Istituto incorporante”.

    L’Inps diventerà quindi la nuova cassa previdenziale a cui i lavoratori dello spettacolo dovranno versare i contributi. Anche i contributi versati in precedenza verranno trasferiti nelle casse dell’INPS.

     

  • Couponing mania: milioni di utenti e milioni di euro

    Couponing mania: milioni di utenti e milioni di euro

    Ecco la notizia emblematica, la notizia che fotografa una civiltà legata visceralmente al consumo e al possesso, una società che ha imparato a vivere acquistando e ad acquistare non rinuncia, in barba alla recessione economica.

    In un anno e mezzo dal lancio in Italia i siti di couponing hanno letteralmente sbancato, un successo clamoroso con milioni e milioni di utenti iscritti e assidui frequentatori. Si tratta di siti web che propongono un nuovo business, fatto di offerte e prezzi stracciati, basta che a presentare l’offerta ci sia un numero minimo di persone… se ciò avviene gli utenti che hanno presentato l’offerta si aggiudicheranno un servizio, un oggetto, una vacanza a metà prezzo rispetto ad un acquisto “normale”.

    Groupon, Groupalia, Letsbonus (in quest’ordine) guidano la pattuglia del couponing seguiti da una ventina di nuovi siti.

    I dati Nielsen degli iscritti alle newsletter parlano chiaro: 3 milioni per Groupalia (dove l’Italia è addirittura indicata come “mercato leader”), 2 milioni per Letsbonus, mentre Groupon, il colosso americano fondato nel 2008, divulga solo dati ‘mondo’ essendo quotato in borsa (142 milioni di utenti).

    Tutti e tre funzionano con agenti di vendita operanti nelle città che offrono ai negozi la possibilità di vendere sul sito di couponing, i siti guadagnano con le commissioni sul venduto – variabili secondo il settore, dal 20 al 40%.

    E il numero di alberghi, i ristoranti e centri servizi che chiedono di entrare nel sistema couponing è in continua crescita.

    Andrea Gualtieri, Country Manager di Groupalia, racconta alcune  curiosità del settore: “Ci sono vere e proprie hit. Oggi abbiamo messo sulla pagina di Milano la Monticello spa, tra le più note: 2500 coupon a 36 euro a coppia sono stati acquistati in mezza giornata, mentre a Torino c’é una pizzeria, Lentinìs, che credo sia record di couponing, 15-16 mila pizze. Seguendo con attenzione questo sistema di acquisto si scoprono molti trend sociali”. Il fatturato previsto di Groupalia? “100 milioni di euro, quest’anno chiudiamo a 40 mila“.

  • Rifiuti cosmici: una discarica nello spazio per satelliti in disuso

    Rifiuti cosmici: una discarica nello spazio per satelliti in disuso

    L'universoAnche i rifiuti spaziali hanno un loro cimitero ovvero una “discarica a cielo aperto” dove, in mancanza di un galattico inceneritore, vengono parcheggiati tutti i corpi rotanti ormai desueti che, esaurita la loro vita, potrebbero rappresentare un serio pericolo sia per le nostre teste che per scontri frontali con altre entità spaziali.

    Sono 22mila i rottami cosmici che gravitano sopra di noi ed hanno, già, creato qualche serio allarme di collisione come quello occorso, l’estate scorsa, alla Stazione Spaziale Internazionale che si è vista sfiorare da un “proiettile” lanciato alla velocità di 7,5 km al secondo. Non proprio un gioco da Luna Park che ha confinato, per 30 minuti, l’equipaggio nelle capsule Soyuz di emergenza.

    Paragonabile ad una necessaria “raccolta differenziata”, si è deciso di creare una necropoli, su un’orbita sita a circa 25mila km di altezza, dove i relitti astrali possano godersi il meritato riposo eterno.

    Tutto ciò è attuabile, solo, con satelliti, vetusti ma ancora rispondenti, a cui impartire un comando da terra con le coordinate per la nuova orbita. Il problema più impellente, però, è rappresentato da quell’insieme, tra satelliti e scorie di vario genere ivi comprese le polveri che data la loro elevatissima velocità sono assimilabili a veri proiettili, che orbitano ad un’altezza tra i 200 e 600km.

    Qui il traffico si fa caotico e il pericolo di collisioni è all’ordine del giorno, il che potrebbe innescare una reazione a catena, la cosiddetta Sindrome di Kessler, con incremento esponenziale del volume dei detriti stessi e quindi del rischio di ulteriori impatti. Non solo, questa è la zona che più incrementa la caduta di oggetti volanti, magari grandi come autobus, come riportato dai recenti fatti di cronaca.

    Sono state proposte alcune soluzioni, talora molto stravaganti tra le quali quella di utilizzare speciali raccoglitori magnetici, novelli operatori ecologici dello spazio, o come il progetto della compagnia giapponese Nitto Seimo che prevede l’uso di vere e proprie reti, per una pesca d’altura veramente originale (l’Agenzia spaziale gisapponese ha annunciato per il 2014 il lancio in orbita con il satellite della prima rete…) ed ancora perchè non pensare ad una specie di caccia alla balena con sistemi di aggancio quali arpioni per recuperare i materiali in circolo e rilanciarli verso orbite più alte o verso la Terra sperando che l’inceneritore biologico dell’attrito li polverizzi prima che atterrino sul terrazzino di casa.

    Il problema tuttora sussiste e si è ancora lontani da possibili soluzioni anche perchè le strategie da adottare sono complicate da pastoie legali che obbligano i vari Paesi a recuperare solo oggetti di loro pertinenza, molti dei quali legati allo spionaggio industriale e militare, atavico retaggio della Guerra Fredda.

    Per adesso l’unico rimedio sono i tanti occhi telescopici che osservano lo spazio come quello attivato recentemente (Space Surveillance Telescope) e pregare che quello che scende dal cielo sia solo pioggia.

    Adriana Morando

  • Paul McCartney in Italia, il concerto dell’anno ad Assago

    Paul McCartney in Italia, il concerto dell’anno ad Assago

    Paul Mccartney in concertoArrivo fuori dal palazzetto un’ora prima dell’apertura dei cancelli, e ci sono già diverse code a serpentina che si allungano in mezzo alla nebbia gelida di Assago. Scendendo verso l’ingresso si ha una vista dall’alto dello spiazzo: la nebbia sembra latte, illuminata dalla luce giallognola dei lampioni, in lontananza si vedono muoversi lentamente solo le teste che emergono attraverso il buio e la foschia. Mi metto paziente dietro gli altri già parecchio infreddoliti, chi immobile con la sciarpa fino al naso, chi saltellante da un piede all’altro.

    Sono quasi le otto quando finalmente passo sotto la bocchetta d’aria calda dell’ingresso e riattivo la circolazione; coda per il bagno, coda per una bottiglietta d’acqua (rigorosamente servita senza tappo, non sia mai che ti venga un raptus e la usi come proiettile! Comodissimo assistere a un concerto tenendo in equilibrio la suddetta bottiglietta tra uno spintone e l’altro… l’unica soluzione è trangugiarla nel minor tempo possibile con ovvie conseguenze) e finalmente guadagno la postazione, nel primo anello. Nell’attesa guardo gradinate e parterre riempirsi lentamente, ed è esattamente come mi aspettavo: intorno a me, persone di ogni tipo e di ogni età. Letteralmente. Non è cosa da tutti avere la facoltà di riunire una tale congerie umana, eppure.

    Nel parterre ancora in parte vuoto, una meravigliosa bambina balla, salta e canta mimando il microfono a ritmo delle canzoni che vengono diffuse in attesa dell’inizio. Manco a dirlo, sue canzoni, in versione cover però, con tanto di chicche come la cover italiana di Day Tripper, il cui testo è conosciuto solo dai fan di lunga data o chi, come me, ha avuto la fortuna di tenere in mano gli spartiti originali anni ’60 versione italiana, con traduzione a lato: “….perché non sei dritta, come pensi tu, ci ho messo un po’ ma d’ora in poi non me la fai!”

    Paul Mccartney in concertoE con una puntualità assolutamente inglese, alle nove e un quarto buio in sala. Il pubblico comincia a urlare, e sul palco illuminato dall’occhio di bue compare lui: Paul McCartney. È un tripudio di grida, applausi e fischi. Si avvicina alla ribalta, guarda la platea, fa il gesto di toccarla con un dito e scottarsi per il calore del benvenuto. Ovazione.

    La divisa è quella dei primi Beatles: completo scuro con giacca di taglio militare a bottoni, colletto e polsini rossi. A tracolla il mitico basso Hofner di allora. Schiena al pubblico, cenno di ok con il batterista, dà il via. Hello Goodbye apre il concerto. Manco a dirlo, il pubblico è un’unica voce che canta ogni singola nota insieme a lui, mentre i due megaschermi laterali trasmettono le immagini del palco. Poco dopo arriva All My Loving: giù in platea si vede gente che salta mentre canta. Di qui in poi, un crescendo che non si arresta mai: musica suonata in modo sublime, mai una sbavatura, mai una pausa, mai un errore.

    Magistrali i musicisti che lo accompagnano. Facce da rock -magri, scavati, capelli un po’ lunghi, alla Mick Jagger- i due chitarristi, Rusty Anderson e Brian Ray, più David Arch alle tastiere e il trascinante Abe Laboriel Jr. a una batteria che è il suo naturale prolungamento. Tutti eccezionali performers, polistrumentisti e coristi, con in più la capacità di fare piccole scenette sul palco, nel mezzo delle canzoni, divertendo il pubblico… un vero spettacolo.

    Paul canta, trascina il pubblico, alterna pezzi ritmati a ballate, cambia strumento a ogni canzone, basso, chitarra, mandolino, pianoforte; tra una canzone e l’altra dice qualche frase in italiano, fa battute, scherza, dirige il pubblico in brevi gag sonore; il fisico è perfetto, la voce pure, non dimostra nemmeno un po’ i sessantanove anni, quasi settanta, che ha.

    Detta legge sul palco per tre ore filate, rendendo ridicoli al confronto gruppi e artisti molto più giovani che si fregiano di grande bravura e poi fanno concerti mediocri da un’ora e mezza. Messi in fila, anzi in un angolo, da un gigante. Questa è Storia della musica, anzi, è Storia, perché è notorio che musicisti come lui hanno cambiato il mondo non solo dal punto di vista musicale ma anche sociale e culturale. Chi dice che artisti come lui sono passati, che sono vecchi, che sono cose di un’altra epoca, non ha capito niente. Sono passati cinquant’anni da Please Please Me, ma quello che i Beatles hanno creato resta attuale più che mai, immortale, e va oltre la singola canzone. È un modo di fare musica, con il gruppo a quattro-cinque elementi, che è diventato un archetipo, e gli adolescenti scalmanati delle prime file, che saltano con le braccia al cielo e cantano ogni parola di tutte le canzoni, ne sono la prova.

    Loro hanno capito, e non si lasciano sfuggire l’occasione unica di vedere a pochi metri da loro una leggenda come Sir Paul.

    Drive My Car o Helter Skelter potrebbero uscire adesso e avere un successo strepitoso, non avendo niente da invidiare al rock odierno (e tanto meno a “soluzioni” pop tanto appariscenti quanto prive di sostanza, usate fino alla nausea per un’estate e poi finite esattamente dove meritano di stare, nel dimenticatoio).
    Dopo le prime canzoni Paul lancia la giacca e apre i primi bottoni della camicia, per il giubilo delle voci femminili che si levano in un coro di “Wooooooow!” (d’altronde quando uno è figo, è figo pure a settant’anni!). Si va avanti in un’alternanza di pezzi dei Beatles e pezzi degli Wings, con una scaletta serratissima e mai scontata, perché Paul lascia fuori alcuni pezzi più classici per mettere invece The Night Before, I’ve Just Seen A Face, I Will.

    Godimento puro in pezzi come Back in the USSR e Live Or Let Die, forse la più spettacolare perché accompagnata da una serie di fuochi d’artificio e fiammate vere che partono dalla ribalta per salire in aria per tutta la durata della canzone, mentre le immagini che si susseguono velocissime sugli schermi fanno il resto e Paul, in alto, pesta sul piano con l’energia di un ragazzo ma l’eleganza di un lord. E poi medley stupendi, come A Day In The Life/ Give Peace A Chance .

    Momenti di vera commozione invece quando suona Something dedicandola a George, con le foto di loro due giovani insieme che passano sugli schermi, o Here Today scritta per John, o Blackbird, suonate da solo con l’acustica, illuminato da un solo fascio di luce e accompagnato da un’enorme luna piena che sale lentamente, proiettata sulle quinte. Il pubblico canta piano, sussurra insieme a lui. I megaschermi mandano le immagini della platea, e molti hanno gli occhi lucidi.

    Quando arriviamo a Hey Jude, per tanti le lacrime ormai hanno la meglio. Oltre alla canzone in sé, è la magia che si crea in quel momento, in quel luogo, con tutta quella gente che canta insieme a lui, che ti stringe lo stomaco e la gola e ti investe con emozioni fortissime. Per una volta, per un istante, ti senti parte di un tutto, e questa sensazione ti sopraffà. “Hey Jude, don’t take it bad, take a sad song and make it better..”e poi l’esplosione, nel celeberrimo finale di quattro minuti con gli strumenti che uno a uno si fermano fino a lasciare la voce del pubblico che canta da solo: “Naa, na na, nanananaaaa, Hey Jude!”e poi riprendono per chiudere la canzone.

    Prima uscita. Eh no, non ci vorrai mica lasciare così? E allora tutti a richiamarlo sul palco, con un minuto buono, perfettamente a tempo, di coro “Hey Jude”. Rientra. Altre tre canzoni, di cui un medley. Seconda uscita e nuova standing ovation, secondo rientro, per il saluto definitivo. Le ultime tre sono Yesterday, Helter Skelter e un eccezionale estratto da Abbey Road lato B, il lato della suite per intenderci: Golden Slumbers/Carry That Weight/The End.

    Lunghissimo applauso. Inchino alla Beatles, come nel ’63. Alza la chitarra al cielo, mano che saluta: “Ciao ciao! Alla prossima volta! See you next time!”. Non si poteva chiedere di più. Sir Paul stasera ha dato lezione di grandissima musica, e ha dimostrato una volta di più, se ce ne fosse bisogno, che non c’è oggi gruppo in grado di far passare per vecchia o superata questa Musica.
    Esco di lì scollegata dalla realtà, con gli ultimi versi ascoltati che mi risuonano in testa:

    “And in the end
    the love you take
    is equal to the love
    you make”

    Grazie Paul. See you next time.

    Claudia Baghino

  • Ospedali genovesi in tilt: vietato sentirsi male

    Ospedali genovesi in tilt: vietato sentirsi male

    “..sul ponte sventola bandiera bianca”. Non è la strofa di una nota poesia-canzone, è il bollettino di guerra che arriva dai principali ospedali della città, assediati da un numero crescente di malati, stante l’ ondata influenzale arrivata con un imprevisto anticipo.

    Già martedì scorso il Direttore Sanitario del Galliera, aveva disposto un blocco temporaneo dei ricoveri ordinari, ieri è toccato al S.Martino e Villa Scassi ha retto, in qualche modo, pur avendo esaurito i 170 letti a disposizione del Pronto Soccorso.

    Barelle ovunque, pazienti abbandonati nei corridoi in attese estenuanti, alcune con un record di 7 ore, personale in tilt, questo è il triste scenario in cui sono incappati coloro che, per necessità e non certo per piacere, hanno dovuto ricorrere alle cure mediche del caso.

    Si è cercato di dirottare i degenti meno gravi in strutture più decentrate come Voltri, Pontedecimo, Sestri Ponente ma tale provvedimento ha trovato una strenua resistenza sia dei malati che dei famigliari.

    Non ha giovato, alla situazione ormai critica, la rottura dell’apparecchiatura per le radiografie dell’ospedale Evangelico di Voltri con i conseguenti ulteriori ricoveri presso altre strutture già allo stremo della recettività.

    Certamente “l’Australiana”, arrivata con largo anticipo nella nostra regione, non è stata di aiuto ma la causa principale sono gli effetti della politica dei tagli, specie in una regione che annovera un alto tasso di anziani e scarse strutture sul territorio in grado di offrire un’adeguata accoglienza.

    So che è anacronistico, ma quello di cui più si avrebbe bisogno è quella figura, ormai desueta, del vecchio medico di famiglia che, all’occorrenza, terminato il suo lavoro nello studio, metteva i “ ferri del mestiere” nella tipica panciuta valigetta di pelle e veniva a suonare alla porta per visitare “o marotto”.

    Adesso, è passato di moda anche il numero 33: nessuna visita, uno sguardo fugace all’insieme e giudicando dal colorito più o mene cereo, vengono prescritti una quintalata di esami dal costo non propriamente simbolico, per non parlare dell’impatto che comportano sulla spesa sanitaria nazionale. E poi parlano di risparmi.

    Mai farsi cogliere da malore dopo le 7 di sera: le alternative sono l’ospedale o la guardia medica che, lungi da non voler riconoscere il meritorio lavoro di questo servizio, è spesso affidata a giovani laureati che, nell’indecisione tra una colica renale e una gravidanza extra-uterina, fanno, comunque, riferimento ad un presidio sanitario.

    E, allora, lasciatemelo dire: evviva quel medico condotto che ancora esiste in qualche paesino sperduto del nostro paese che rischia, ogni giorno, un aumento incontrollato del colesterolo per le uova fresche di pollaio ricevute, talora, come compenso ma che, col suo carico di umanità, non ti fa sentire un codice, dal bianco al rosso, sperduto su un’anonima barella di uno squallido Pronto Soccorso.

    Adriana Morando

  • Incontro con Massimo Scalia, il fondatore di Legambiente

    Incontro con Massimo Scalia, il fondatore di Legambiente

    Massimo ScaliaStorico fondatore di Legambiente e del movimento antinucleare che porto’ all’abrogazione dell’utilizzo di energia nucleare in Italia, docente all’Universita’ La Sapienza di Roma, e’ stato fra i primi parlamentari eletti delle liste Verdi negli anni ottanta. Massimo Scalia e’ un’indiscussa autorita’ in campo ambientale e scientifico e non solo a livello nazionale…

    “Energia rinnovabile: niente piu’ bollette da pagare”: uno slogan fuorviante o una realta’ possibile da immaginare?
    Beh piu’ che fuorviante, direi utopistico. Il pianeta e’ finalmente proiettato verso il rinnovabile e la progressione e’ buona se si pensa al tetto del 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili che auspica di raggiungere la Commissione Europea nel 2020, ma immaginare nel medio termine l’autoproduzione energetica della singola famiglia, perche’ solo questo porterebbe a non “pagare piu’ bollette”, e’ impossibile, soprattutto in un contesto urbano. Al momento e’ bene pensare che per continuare a crescere e puntare al decollo dell’energia pulita sono indispensabili investimenti da parte di Stato e imprenditori, e magari fra dieci anni risparmieremo tutti qualcosa anche sulle famose bollette.

    E mentre il mondo sembra essersi definitivamente orientato verso l’energia prodotta grazie a fonti rinnovabili, in Italia si è parlato di energia nucleare…
    Il comportamento del nostro paese in tema di energia e’ assurdo. Gli ammiccamenti al nucleare altro non sono che chiaro sintomo di arretratezza. Prendiamo ad esempio Francia e Germania, due paesi che in passato tanto hanno puntato sul nucleare… Oggi, a differenza nostra, sono in piena corsa per raggiungere gli obiettivi del 2020. Non partecipare a questa sana competizione significa porre irrimediabilmente l’Italia in ritardo rispetto all’Europa e a buona parte del mondo. Il nucleare e’ in declino cronico da anni, per comprenderlo e’ sufficiente pensare agli enormi capitali da investire per la costruzione di una centrale. Capitali che inizieranno a fruttare non prima di dodici anni dopo, tempo minimo necessario per l’entrata in funzione della stessa. Io credo che nessun imprenditore in questo momento farebbe una follia simile.

    L’Italia, dunque, raggiungera’ l’obiettivo europeo nel 2020?
    Allo stato attuale no. Il governo Berlusconi aveva dichiarato di puntare addirittura al 25% di consumo di energia proveniente da fonti rinnovabili, ma si gioca sul dico e non dico e sui facili fraintendimenti, come sempre accade dalle nostre parti. Il 25% di energia rinnovabile di cui hanno parlato governo ed organi di stampa, si riferisce esclusivamente all’esigua fetta di torta attualmente occupata dall’energia elettrica. Mi spiego meglio: l’energia elettrica copre solo 1/5 dei consumi totali di un paese e i termini europei parlano del 20% sull’intera torta. Con un banale calcolo matematico e’ semplice rendersi conto che il 20% “all’italiana” altro non e’ che un ridicolo 5% per i termini stabiliti dalla nuova politica energetica europea.

    Quali sono le regole imprescindibili che ognuno di noi dovrebbe quotidianamente seguire per ridurre i consumi e permettere un giorno il pieno sostentamento con l’energia pulita?
    Come qualunque altro tipo di rivoluzione, anche quella energetica per verificarsi ha bisogno innanzitutto di mettere radici nella testa e nella coscienza della gente. E oggi questo e’ un obiettivo ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Per arrivare solo che a immaginare la totalita’ dei consumi sostenuta da energia proveniente da fonti rinnovabili bisognera’ aspettare decenni, soprattutto se pensiamo che ce ne sono voluti ben ottanta al petrolio prima di stabilirsi come fonte principale. Ad ogni modo l’attesa sara’ inutile senza l’impegno quotidiano di ognuno di noi per guadagnare di anno in anno importanti percentuali. Le buone norme da rispettare le conoscono tutti e vanno dal circondarsi di elettrodomestici a basso consumo, alle luci accese, sino agli stand by dei televisori… Io credo, tuttavia, che sia piu’ una questione di cultura e coscienza personale, indipendentemente da decaloghi e manuali da rispettare.

    I Paesi in via di sviluppo rischiano di commettere i nostri stessi errori per quanto riguarda l’utilizzo sconsiderato di combustibili fossili?
    Se cosi’ fosse il pianeta rischierebbe il collasso e il problema dei cambiamenti climatici diventerebbe ingestibile. Per fortuna, pero’, le cose non vanno in quella direzione. Paesi come Cina ed India, ad esempio, danno contributi fondamentali. Ci sono Paesi arabi di gran lunga meglio attrezzati di noi per quando riguarda energia solare e pannelli fotovoltaici, i deserti sono immensi recipienti di energia. Insomma, non e’ assolutamente detto che i Paesi in via di sviluppo debbano commettere i nostri stessi errori, anzi…

    Gabriele Serpe

  • Storia di Genova: il torrente Bisagno

    Storia di Genova: il torrente Bisagno

    Bisagno, una foto antica (1910)

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Scende dalle pendici meridionali del monte Spina, a quota 600m, tra le valli di Fontanabuona e del Lentro, a sinistra, e tra quelle dello Scrivia e della Val Polcevera, a destra. Il Bisagno, antico Feritore, porta un nome dall’origine incerta. Secondo G.Poggi (1856-1919) potrebbe nascere da” pisa” per estrapolazione da “piselli” che crescevano con altri ortaggi sulle sue rive, quando la zona era, ancora, aperta campagna. Da pisa, dunque, sarebbe derivato Pisagno ed infine Bisagno. Pare più congruente, però, la sua etimologia da “bis amnis” (due fiumi) ricordando che, all’origine, il torrente è formato da due confluenti: il fossato di Bargagli e quello di Viganego.

    Scendendo dal passo della Scoffera, il Bisagno si snoda per l’omonima valle, lungo un percorso di circa 26 Km, ricevendo l’acqua di molti ruscelli minori come il Consasca, il rio Torbido, il Geirato, il Veilino, il Fereggiano. Nel suo primo tratto, fino alla Presa, alcuni lo chiamano “Bargaglino” perché attraversa il territorio, segnando un confine naturale fra il comune di Bargagli e quello di Davagna.

    Nei secoli la sua valle è stata sede di operosi mulini, di alacri fornaci e, presso il Giro del Fullo, brulicava di attrezzature per la “follatura” della lana, macchine che battevano i panni per rassodarli ed infeltrirli.

    La riva destra era contrassegnata da una fiorente coltivazione agricola da cui origina il termine “bisagnini”, riservata ai commercianti ortofrutticoli. Un’altra intensa attività era quella delle lavandaie, lavoro molto pericoloso perché le esponeva al contagio di malattie epidemiche, quali il colera, che era considerata una vera malattia professionale. Quando qualcuno moriva, si diceva ”è andato a sentir cantare le lavandaie” usando questo eufemismo per intendere che il poveretto aveva “raggiunto” il vicino cimitero di Staglieno.

    La presenza di ampi spazi verdi e di boschi favoriva la villeggiatura o si prestava a sede atta a svolgere fiere in cui non mancavano tavoli imbanditi a salame, fave e vino bianco. Si sono consumati nel suo letto i falò che, numerosi, ardevano in occasione della festa di s. Giovanni o quelli meno gai in cui si distruggevano libri ritenuti insani come il settecentesco “Compendio della Storia di Genova”, dell’abate Accinelli. Tragedie ben più gravi sono quelle legate alle sue repentine e rovinose piene come quella storica del 1278, del 1822 che demolì il ponte di santa Zita, degli anni ‘ 70, ’90 o quelle dolorose del novembre 2011. Anche questo è il Bisagno.

    Adriana Morando

  • Commercio fra Genova e Nord Africa, dipende dalla democrazia

    Commercio fra Genova e Nord Africa, dipende dalla democrazia

    “La crisi globale e il commercio internazionale”, un convegno organizzato dalla Camera di Commercio e dall’Istituto di Economia Internazionale nel Palazzo della Borsa Valori di Genova. Il convegno ha messo a fuoco la situazione economico-politica in Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Tunisia, anche a seguito delle rivolte avvenute negli ultimi mesi. L’Istituto di Economia ha messo a punto un Osservatorio per analizzare la situazione economica del Nord Africa.

    “Mai come in questo momento – ha commentato Paolo Odone presidente della Camera di Commercio – appare utile analizzare con strumenti scientifici i processi in corso sull’altra sponda del Mediterraneo, che era e continua ad essere l’orizzonte principale delle imprese genovesi e liguri”.

    Amedeo Amato, direttore dell‘Istituto di Economia Internazionale ha dichiarato: “La situazione economica nei paesi oggetto dell’Osservatorio dipende dall’esito che avranno i processi di trasformazione politica in corso, in particolare in Egitto e Tunisia. Se tali processi avranno un esito democratico, abbiamo motivo di ritenere che già nel 2012 ci sia la ripresa con un rapido ritorno agli indicatori economici positivi che caratterizzavano il periodo precedente alle rivolte. Difficile, invece, prevedere sviluppi positivi se il processo di transizione in corso porterà a regimi autocratici o fondamentalisti”.

    Ha proseguito i lavori, coordinati da Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera ed esperto di Medio Oriente e Mediterraneo, Pejman Abdolomohammadi, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici presso l’Università di Genova, illustrando le ricadute delle rivolte in Nord Africa sui rapporti con l’Occidente e poi l’economista Giorgio Basevi, genovese di nascita e formazione, con una carriera accademica fra gli USA, l’Europa e l’Italia, che ha tenuto una lectio magistralis su “La crisi dell’Unione Europea: alcune urgenti riforme istituzionali” in cui, partendo dalla crisi greca e dalla manipolazione delle statistiche ufficiali avvenuta per mascherarla, ha analizzato il ruolo dei governi europei nell’attuale crisi europea identificando possibili scenari di uscita dalla crisi: un nuovo ruolo della BCE come prestatore di ultima istanza e l’istituzione di un’Agenzia Europea del Debito Pubblico.

     

  • Regione Liguria: abolizione del vitalizio ai consiglieri, ma dalla prossima legislatura

    Regione Liguria: abolizione del vitalizio ai consiglieri, ma dalla prossima legislatura

    Palazzo della RegioneIl Consiglio regionale ha approvato all’unanimità la proposta di legge che abolisce i vitalizi per i consiglieri regionali a partire dalla prossima legislatura.  Bene, dopo i senatori anche i nostri probi consiglieri regionali legiferano seguendo il modello dei “padri della patria” e con le stesse regole : tutto alla prossima legislatura del 2015 cioè, come dire, pur che non mi tocchi.

    Vergogna, vergogna e ancora vergogna. Tutti gli altri “pensionandi” del paese dovranno sottostare da subito alle restrizioni, appena le leggi verranno promulgate, e i soliti privilegiati si fanno normative ad personam”.

    Abbiamo cambiato habitus al governo, che risulta sicuramente meno “alternativo” ma la nostra classe politica non dimostra di volersi allineare su questa condotta di ritorno alla moralità ed all’etica, sentimenti che ispirarono la stesura della nostra Costituzione. Si sbandierano slogan di rigore con l’intento dichiarato di riavvicinare la popolazione alla politica: obiettivo raggiunto, nel senso che ci sarà la rincorsa a far parte della “ragion di stato” per poter avere accesso agli stessi agi che fatti uscire con somma calma dalla porta, attendono solo tempi migliori per poter rientrare dalla finestra.

    Certi che il sopito spirito risorgimentale non possa riaccendersi in una corale e collettiva protesta, ci trattano come un gregge di pecoroni che vengono indirizzati a destra o a manca a seconda del comodo. Come tali, pecoroni, continueremo a subire perché, diciamolo, noi siamo un popolo di tifosi campanilisti e quando ci affezioniamo ad un’idea o, come in questo caso, ad un partito non lo mandiamo a quel paese neppure davanti alla più becera evidenza. Quindi continueremo col “mugugno” ma poi ci rimangeremo la stessa ritrita minestra sperando in quel miracolo destinato a rimanere vano e, soprattutto, rischiando la ingloriosa fine di un celebre detto: chi vive sperando…

    Adriana Morando

  • Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    EuropaQuesti giorni saranno cruciali per il destino dell’euro. O si trova una soluzione veloce per dare fiducia ai mercati garantendo un salvagente di qualche tipo per i debiti delle economie europee, oppure lo scenario sarà davvero fosco. C’è il concretissimo rischio che l’Europa esploda ricatapultandoci indietro di vent’anni e scaraventandoci in una recessione economica paurosa, che avrà ripercussioni planetarie.

    In termini concreti questo potrebbe significare: chiusura del credito alle imprese, fallimento a catena delle aziende, disoccupazione a livelli record e misure draconiane di taglio alla spesa pubblica che deprimerebbero l’economia del nostro paese per molti anni. E’ questo che ci stiamo giocando forse già questa settimana.

    Al punto in cui siamo potrebbe bastare un incidente qualsiasi (tipo un’asta di titoli di Stato andata male) per scatenare il panico e il fuggi-fuggi generale, con i tassi d’interesse dei Btp che schizzano alle stelle e il governo italiano che deve chiedere aiuto alla Bce o al Fmi per finanziarsi. In pratica, la bancarotta. E una volta crollata la terza economia europea, il destino del resto dell’Europa sarebbe segnato, perché l’eurozona perderebbe definitivamente credibilità.

    Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che lo scenario sia così concretamente catastrofico induce molti a pensare positivo. Infatti, dato che è difficile che qualcuno possa prevedere di guadagnarci qualcosa in tutto questo, è più realistico supporre che la pressione delle diplomazie internazionali riesca a vincere gli egoismi dei singoli Stati europei fino a produrre una strategia risolutiva condivisa da tutti.

    Ormai persino gli Stati Uniti e la Cina, che da una caduta dell’euro rischierebbero fortissimi contraccolpi, dato che esportano tantissimo nell’eurozona, si sono mossi per fare pressioni sui partner del vecchio continente. Pechino, ad esempio, si è detta disponibile ad investire nelle infrastrutture europee: non significa che comprerà il debito dell’eurozona, ma è un segnale che gli Americani non hanno sottovalutato. Infatti Obama, da tempo preoccupato che i cinesi possano intervenire in Europa, comprandosi insieme con il debito anche una larga influenza sulla politica europea, si è addirittura spinto fino al punto di impicciarsi nelle discussioni tra Francia, Italia e Germania raccomandando caldamente gli eurobond (i famigerati titoli di Stato europei che, secondo alcuni, sarebbero al riparo dai timori di insolvenza e dagli attacchi speculativi).

    Queste interferenze, paradossalmente, sono segnali positivi: sono indici del fatto che un crollo dell’eurozona significherebbe una recessione globale che nessuno vuole. E più ci avviciniamo al punto di non ritorno, più è facile che la soluzione salti fuori. Tutto questo ricorda un po’ uno di quei “giochi” che facevano i teppisti degli anni ’80: rubare una macchina, lanciarsi giù da una scarpata a motore spento e fare a gara a chi scende dall’auto per ultimo. Più si avvicina il punto dell’impatto, più è probabile che uno dei “giocatori” apra la portiera e si catapulti fuori. Ma il rischio che si salti troppo tardi e che ci scappi il morto è sempre presente.

    Speriamo ovviamente che ciò non avvenga. Ma se per caso dovessimo riuscire a venirne fuori, non dovremo commettere l’errore di pensare di avere risolto tutti i nostri problemi. Non esiste una soluzione immediata e definitiva: esistono provvedimenti che possono dare ossigeno e “comprare” dai mercati il tempo che ci serve per intraprendere cambiamenti più radicali. Molti economisti dicono che il problema dell’euro è quello di una moneta unica che non ha una politica monetaria unica. O meglio: in teoria ce l’avrebbe, ma in pratica i veti incrociati dei singoli Stati fanno fallire gli accordi. Il che è più o meno quello che sta succedendo in questi giorni, con la Germania che (non proprio senza motivo, in verità) si oppone a quelle soluzioni che gli altri sembrerebbero anche disposti a condividere.

    La questione appare strettamente economica, ma in realtà è molto più ampia. Il punto è politico. Fare un’unione di mercati con una moneta unica è stato relativamente facile, perché era conveniente un po’ per tutti. I governi non potevano più svalutare la moneta (come ha fatto l’Italia fino agli anni ’90), ma comunque si agganciavano ad un mercato comune forte e prospero, in cui le importazioni e le esportazioni erano agevolate e l’economia ne poteva beneficiare largamente. Ma tutto il resto è passato in secondo piano.

    Oggi dovremmo aprire un largo dibattito su cos’è l’integrazione europea, per non buttar via quello che abbiamo costruito fin qui. In passato non siamo riusciti a fare una politica estera condivisa nemmeno nelle linee generali: un campanello d’allarme sottovalutato semplicemente perché, detto francamente, l’economia andava bene e a tutti questo bastava. Quasi che i tanti secoli di guerre che tutti gli Stati europei avevano attraversato per giungere ad un’unità politica e territoriale non avessero insegnato che il fatto di essere uniti e di sapere rispondere insieme alle difficoltà è un risultato politico nel contempo indispensabile e straordinario, che si raggiunge solo faticando molto. Invece, una costituzione che mette al centro il mercato comune e non i diritti e l’unione politica, alla lunga è controproducente.

    Oggi l’Europa non parla ad una voce perché è divisa: ha un mercato e un’economia comuni da proteggere, ma non ha una politica comune per farlo. Questo è il problema. Ovvio che non si possa pensare di sopravvivere rimanendo così come siamo: o si rimette in moto una politica di unione confederale, a scapito di pezzi di sovranità dei singoli Stati, oppure si muore. Ecco perché questa tempesta economica e finanziaria, oltre che un rischio enorme, può essere anche una grande occasione. Sempre che vogliamo dimostrare di avere ancora un futuro, come Europei.

    Andrea Giannini

  • Andrea Ceccon, il poliedrico: musica, teatro e televisione

    Andrea Ceccon, il poliedrico: musica, teatro e televisione

    Andrea CecconAndrea Ceccon e’ uno che riesce a sorprendere. Sorprende soprattutto perche’, anche in una chiacchierata privata, si rivela capace di spunti e considerazioni in grado di strappare il sorriso, ma non prive di un certo acume. Benche’ gia’ piuttosto conosciuto in Liguria e non solo, Ceccon ha raggiunto la piu’ vasta notorieta’ partecipando a Colorado Cafe’ insieme agli amici/colleghi Enrique Balbontin e Fabrizio Casalino (con i quali ha dato vita a popolari sketch come i savonesi, il maestro di vita Rabartha e gli scontrosissimi operatori turistici liguri, con la proverbiale “torta di riso” sempre finita).

    Ma Ceccon non e’ solo questo… Trombettista, cantante, attore di teatro, compositore, ha lavorato con Giorgio Gaber e i Matia Bazar, ha vinto due volte il premio Tenco, ha fatto parte dei “Mau Mau” e dei “Cavalli Marci”, ha fondato le “Voci Atroci” (con cui ha vinto il premio Quartetto Cetra) e recentemente ha scritto anche un libro, “Vapfan-ghala”, edito da DeAgostini. Un personaggio poliedrico.

    Andrea, cominciamo dai tuoi esordi. Oggi sei un comico, ma in realta’ nasci musicista….
    Ho studiato tromba al conservatorio, ma piu’ che altro ho sempre scritto “belinate”!

    Cioe’…?
    Si, insomma: cose che facciano ridere. Vedi, per me la musica e’ una cosa seria: mi hanno sempre insegnato che il musicista sta nella buca dell’orchestra. Ho scritto tantissime canzoni, ma la canzone non e’ solo musica: e’ anche parole. E le parole hanno un livello di comunicativita’ differente: e’ piu’ facile per la gente seguirle. Oggigiorno “La Musica” la capiscono in pochi.

    Hai studiato anche recitazione…
    Si, allo Stabile. Per me il teatro e’ piu’ affascinante della musica, piu’ vario. Nel teatro hanno la loro importanza anche cose che non ti aspetteresti: che so, ad esempio la falegnameria! Quando ho conosciuto Balbontin lui faceva gia’ quelle cose su Savona, ma io all’epoca stavo ancora lavorando con la Finocchiaro, se non ricordo male. Sai, all’inizio… mettersi a fare quelle “macchiette”, per chi viene dal teatro… Insomma: per trascinarmi, me l’hanno dovuto menare!

    Nelle vostre parodie spesso viene fuori lo stereotipo del genovese. Qual e’ il tuo rapporto con la citta’?
    Per me Genova e’ una citta’ unica: davvero, non riesco a parlarne male… Vedi, anche quando facciamo gli sketch tipo “torta di riso”, non e’ che non ci sia della verita’ dietro: vai in giro e ti rendi conto che la gente e’ proprio cosi’… Ma sotto sotto mi piace.

    Ti piace…??
    Si! Non che ogni tanto un sorriso in piu’ non guasti… Ma mi rendo conto che anch’io sono cosi’: se mi chiedi una cosa due volte, la seconda ti ho gia’ mandato a fare in culo! In fin dei conti, questo non mi dispiace completamente: mi piacciono i genovesi testardi, duri come sassi e indipendenti; mi piace il fatto che in generale non siamo “fighetti”. Se prendi Bologna, noti che tutto si standardizza dopo un minuto: la gente nelle mode ci crede veramente. Genova certo non le nega: le assorbe. Ma e’ anche in grado poi di filtrarle.

    Non l’avevo mai vista in questa prospettiva… Ma non e’ strano che tra i genovesi, che sono percepiti (e si percepiscono) come un popolo scontroso, di “musoni”, siano venuti su tanti comici?
    Nient’affatto: Genova e’ il migliore habitat culturale.

    In che senso, scusa…?
    Perche’, come ti dicevo prima, sono tutti cocciutamente indipendenti. Ognuno si tiene il suo modo di pensare, si intestardisce, non assimila. E questo crea un crogiuolo di opinioni diverse che mantiene l’ambiente vivace. Col risultato che anche i discorsi che si sentono al bar, a ben vedere, sono interessanti e seguono quasi sempre una certa logica.

    In effetti… Cosa mi dici, infine, del tuo rapporto con la televisione? Tu sei un comico che viene definito “di sinistra”: com’e’ lavorare a Mediaset?
    Guarda, le mie idee politiche sono ben note… Pero’ io sono per lo humor, non per la politica. Certo, ho visto “censurare” qualche battuta su Berlusconi, ma, alla fine della favola, solo perche’ erano volgari e gratuite. A me non piace parlare di queste cose: non mi piace la televisione che parla della televisione. La TV a casa non ce l’ho nemmeno! Quando mi presentano gente conosciuta, il famosissimo tal dei tali, io molte volte non lo riconosco: per me vale come un gatto schiacciato dal camion!

    Andrea Giannini

  • Lettera aperta a Mario Monti (…che intanto non la legge)

    Lettera aperta a Mario Monti (…che intanto non la legge)

    Merkel: «Necessaria un’unione fiscale». Finalmente una cosa intelligente.

    Mi perdoni ministro Monti, io non sono un’economista e mi intendo di finanze come una formica che guarda le stelle ma i bilanci, quelli molto più terra terra del quotidiano, credo proprio di saperli fare. Gas, luce, telefono, amministrazione, bollo e bollini auto, assicurazioni varie, canone tv, spese sanitarie ecc, un vero bollettino di guerra che, ogni giorno, il povero italiano deve affrontare per la quadratura di un cerchio che, dal mondo matematico, ci assicurano impossibile. In questo paesaggio sconsolato Lei, caro Ministro mi ripropone l’ICI sulla casa insieme ad altri simpatici balzelli (Iva, caro bollette, caro benzina…) che, inevitabilmente, si spalmeranno su tutti, ad eccezione del barbone da cui, spremuto dalla vita come una rapa, non si potrà ricavare più nulla.

    Questo percorso, che sarebbe persino condiviso dal popolo italiano solidale, stride davanti alle vergognose notizie di corruzioni miliardarie in cui fiumi di denaro, ben più consistenti di una manovra finanziaria, saltano da una tasca all’altra con la disinvoltura di Nureyev o all’iniquità fiscale che contraddistingue il nostro paese.

    Sollecitata a condividere l’emissione degli euro-bund, la cancelliera tedesca ci ha fatto il classico gesto dell’ombrello perché, da quelle parti, è pur vero che si mangiano kartoffeln ma ciò non è sinonimo di stupidità. “Con la socializzazione del debito non si risolve il problema” ha spiegato la Merkel, che tradotto in “casalinghese” significa il debito è tuo, tienitelo ,”ma mi sono schierata per un patto Europlus in modo da poter parlare di diritto al lavoro, di pensioni e un sistema uniforme di tasse”.

    E qui che La voglio caro ministro. Mi permetta l’impertinenza della massaia frustrata (se preferisce anche frustata) dalle sigle erariali quali Ilor, Irpef, Iva, ICI, Tia, ect, ben fatto il rinvio parziale dell’acconto Irpef 2011, dal 99 all’82% del reddito del 2010, che darà un boccata d’ossigeno a piccoli imprenditori, artigiani, commercianti tra i quali, non dimentichiamo, si annidano anche grandi evasori esemplificati nel noto caso di Treviso, ma che ne facciamo dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e di tutti quei ligi pagatori di imposte, loro malgrado, su cui più di tutti si farà sentire un aggravio erariale che già ci vede ai primi posti in Europa?

    Se, infatti, è un’anomalia l’esenzione ICI sulla prima casa e le entrate fiscali sul possesso immobiliare rappresentano solo il 1,47% di contributo sul totale del gettito tributario, aggiungendo le tasse sul lavoro (22,1%), più le imposte sul capitale (11,2%), arriviamo alla rispettabile somma del 34%, con un crescendo gravoso relativo ad altri oneri accessori quali balzelli comunali, sociali, sanitari e di servizi.

    Se ad un conteggio assoluto, apparentemente, il “monte–tasse” risulta minore rispetto ad altri paesi europei, la fallacità del dato si evince ricordando che, ad esempio, in Francia sono deducibili l’imposta sulla casa, sulle ristrutturazioni, sulla baby sitter, sulla colf, sugli asili, sulla sanità e tutta un’altra quantità di cose ivi compresi i figli. Considerata “bene nazionale”, la prole, già dal secondo figlio, permette di dimezzare il debito con lo stato e al terzo praticamente lo azzera. Per non parlare dei servizio sociali quali ospedali, trasporti, strutture scolastiche che “fanno luce”.

    Capisco che rischio di cadere nei soliti luoghi comuni, ma che ne direbbe di trovarmi un posto al Parlamento dove ti regalano la casa a tua insaputa, dove dopo una legislazione puoi contare su una pensione d’oro, dove percepisci uno stipendio non confacente alle squallide scene da cortile che ci offrono, talora, i nostri politici, dove faccendieri rampanti trovano un ottimo substrato per ruberie incommensurabili. Italiana convinta, non vorrei guardare alla Merkel come al salvatore della patria e sventolando una bandiera con il tricolore blu, inneggiare al grido di” Vive la France”.

    Adriana Morando

  • Retroscena, il programma televisivo che racconta il teatro

    Retroscena, il programma televisivo che racconta il teatro

    Retroscena
    Una puntata di "Retroscena"

    Vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori… Non per questa volta.
    La mano che sposta i lembi rossi di un sipario e lo sguardo di un occhio attento e curioso.

    Si presenta con questa prima immagine, Retroscena (segreti del teatro), unico programma televisivo – teatrale nel panorama italiano.
    Il programma nasce nel 2007, per opera di Michele Sciancalepore (giornalista laureato in lingue e letterature straniere moderne, autore e critico teatrale) e del suo cast composto da Eleonora Megna, Goffredo Merolla e Giuseppe Bartolomei.

    Michele, conduttore del programma, intervista i protagonisti del palcoscenico internazionale, ma la particolarità a mio avviso molto interessante è la possibilità di entrare “dentro” i processi di creazione artistica, nella sua realtà più vera e nuda, mostrando anche quegli aspetti poco sereni, faticosi e travagliati che vengono prima del prodotto finale.

    L’officina creativa che ci viene mostrata è davvero un’opportunità unica per osservare, a distanza, il lavoro di altri artisti, confrontarsi con essi, e anche accogliere consigli degli stessi sui modi con i quali si può affrontare questo mestiere.

    In “Lezioni AmericaneItalo Calvino scriveva che la fantasia è un posto dove ci piove dentro. Da dove viene la pioggia della creazione artistica?
    Coloro che provano a fare di questa pioggia un’arte, ci raccontano come raccolgono e mettono insieme tutte le goccioline minuscole che diventeranno nel migliore dei casi cascate pronte a fare breccia nelle nostre vite.

    Chi fosse interessato, nel sito di Retroscena (http://www.retroscena.tv2000.it) trova un archivio di tutte le puntate andate in onda dagli esordi fino ad oggi.

    Tra gli ospiti del programma ricordo Ascanio Celestini, Moni Ovadia, il teatro del lemming… e non solo personaggi, ma anche puntate dedicate a festival come “Premio Europa per il Teatro” svoltasi quest’anno a San Pietroburgo e luoghi teatrali nostrani come il “centro teatrale Umbro”.

    Retroscena va in onda
    sul canale 801 di Sky o 28 del digitale terrestre il :

    -lunedì alle 22.40
    -martedì alle 15.30,
    -sabato alle 10:35 e la
    -domenica alle 23:45, su TV2000

    Caterina Piserà

  • Galleria Studio 44: si cerca una nuova sede

    Galleria Studio 44: si cerca una nuova sede

    Con un comunicato il presidente dell’associazione culturale Galleria Studio 44, Michele Fiore, fa chiarezza dopo la notizia della chiusura dello spazio espositivo di arte contemporanea di vico Colalanza.

    “Vorrei portare un po’ di chiarezza tra le diverse notizie che sono circolate a proposito della vita della nostra associazione dopo la decisione di trasferirmi in Svizzera e quella di lasciare a malincuore lo spazio grande dedicato alle mostre dal mese di marzo 2012.

    Tutto ciò, unito al fatto che lo storico tunnel delle nostre mostre non è già più disponibile per noi dato che è stato acquisito dal condominio per farne l’accesso per un ascensore, ha portato molti a credere che la nostra associazione fosse al suo termine.

    Le cose stanno in maniera diversa, fortunatamente per tutti noi amici dell’arte contemporanea, soprattutto per quell’arte che la Galleria 44 è solita proporre ai suoi visitatori, agli amici, ai soci.

    Probabilmente in futuro ci sarà un numero minore di mostre all’anno, e in questo momento stiamo finalizzando l’acquisizione di un nuovo spazio in affitto, più piccolo e quindi alla portata delle nostre entrate finanziarie che sono rappresentate principalmente dalle vostre sottoscrizioni in qualità di soci ordinari o sostenitori e di alcune piccole entrate offerte da sostenitori/finanziatori e dalla piccola entrata data dalla Circoscrizione Centro Est del Comune di Genova.

    Il Consiglio Direttivo, formato da Federico Bruno, Piero Rivioli, Paolo Lorenzo Parisi e Paolo Saccheri, oltre che da me che resto naturalmente il presidente della associazione, continua a lavorare con lo stesso entusiasmo ed interesse e non cesseranno mai il mio supporto diretto (anche se a distanza per gran parte del tempo, scendendo a Genova una volta al mese) e le mie indicazioni per mostre e scambi culturali, in special modo con la Svizzera visto che ora posso concentrarmi proprio su queste nuove aperture artistiche.

    Il nostro sito www.galleriastudio44.it si è trasformato in blog anche per aumentare la possibile interazione tra noi, ricevere vostri commenti e indicazioni che per noi sono importanti.

    Teniamoci in contatto, molte altre cose interessanti le potremo fare insieme. Con il sostegno e la fiducia che ci avete sempre voluto dare per le nostre scelte artistiche e per la nostra accoglienza che speriamo sia sempre al livello delle vostre aspettative.”

    Michele Fiore