Categoria: Vivere Genova

  • RareNoise Records: il lavoro del discografico. Da Genova a Londra per produrre il jazz

    RareNoise Records: il lavoro del discografico. Da Genova a Londra per produrre il jazz

    britannia-houseGiacomo Bruzzo, imprenditore genovese, con un bagaglio di studi economici presso l’Imperial College a Londra, fondatore della casa discografica RareNoise specializzata in un jazz aperto ad ogni possibile contaminazione. La RareNoise parte da Genova per stabilirsi in pianta stabile a Londra e fino a tempi relativamente recenti in pochi la conoscevano dalle nostre parti; durante il Gezmataz Festival dello scorso anno lo showcase dell’etichetta ha attirato l’attenzione di molti addetti ai lavori e non: «Il rapporto con il Gezmataz Genoa Jazz Festival è nato in seguito al mio incontro con Marco Tindiglia, direttore artistico della rassegna. Abbiamo sviluppato l’idea di creare una serata RareNoise all’interno del festival, una serata focalizzata su nostre produzioni discografiche,  più “rischiose” rispetto a quelle normalmente presentate dal Gezmataz. Tuttavia, i miei rapporti con l’ambiente musicale genovese sono limitati al festival – sono in contatto con alcuni musicisti genovesi che risiedono negli Stati Uniti, ma nulla di più. Siamo sempre aperti a parlare con tutti, quindi perché no, potrebbero anche nascere collaborazioni con altre realtà genovesi in futuro».

    Si dice che il mercato musicale sia morto, ma è davvero così? Quale è la linea che segue RareNoise per lavorare e sopravvivere in questo scenario, considerando anche il genere che trattate (“un rumore pregiato”)?

    Rare Noise Records

    «Domanda non facile – diciamo che il nostro essere “di nicchia” ci offre una certa protezione dalla contrazione del mercato discografico, infatti le nostre vendite sono cresciute negli ultimi anni. Vediamo crescere il contributo della vendita del digitale (che comunque rappresenta una parte limitata del nostro fatturato) e godiamo del ritorno del vinileNon avendo preclusioni di genere riusciamo ad interagire con comunità di ascoltatori diversi e non rischiamo di soffrire se dovesse venir meno un intero genere, cosa che ad esempio succede a molte etichette di dubstep monotematiche. Inoltre, lavoriamo sul medio lungo periodo creando un discorso tale da permettere a dischi nuovi di ringiovanire implicitamente dischi precedenti e comunichiamo spasmodicamente coi social network,  per cercare di sviluppare rapporti il più possibile personali con il pubblico, in appoggio al lavoro che fanno i musicisti stessi. Che sia chiaro: avere esposizione mediatica oggigiorno non vuol dire vendite sicure. Questa è una triste chimera. Bisogna essere presenti dovunque, in tutti i formati. A quel punto si lavora duro per creare uno zoccolo di acquirenti fedeli ed “ossessivi”. Le etichette di livello di nicchia (per esempio Rune Grammofon e su scala più grande ECM) sono state capaci proprio di questo, ovvero di creare un rapporto di profonda fiducia con gli acquirenti tale da garantire acquisti “a scatola chiusa”».

    Domanda difficile: definisci la tua professionalità.

    «Lavoro ossessivo, minuzioso, dedicato. Qualità su tutto il fronte. Trasparenza con tutte le parti coinvolte. Apertura alle idee anche più avanzate. Si lavora 20 ore al giorno 6 o 7 giorni alla settimana. Si rischia in proprio. Si mantengono le promesse fatte».

    Chi entra a far parte dell’etichetta RareNoise? Chi vuole essere prodotto da voi?

    «Buona domanda! A grandi linee sono quattro le tipologie di progetto/pubblicazione nel nostro catalogo: lavori legati al mio socio Eraldo Bernocchi (es.: Metallic Taste Of Blood); lavori dallo sviluppo più tradizionale (es.: Free Nelson MandoomJazz); progetti che arrivano praticamente fatti sul tavolo (es.: il primo disco di Naked Truth o il primo lavoro degli Animation o ancora Cuts con Merzbow, Mats Gustafsson e Balazs Pandi); progetti che nascono dalla contaminazione interna, quindi da noi voluti e che vedono coinvolti in varie permutazioni musicisti che già hanno una presenza discografica in RareNoise (es.: Berserk! e Twinscapes)».

    Qual’è il vostro rapporto Italia – UK dal punto di vista giuridico, per esempio nella distribuzione legale della musica da voi prodotta?

    «RareNoise è sia etichetta discografica sia editore e come tale è registrata presso la PRS e la MCPS inglesi. Con la SIAE non abbiamo lavorato. Noi stampiamo solo in inghilterra ed esportiamo».

    Come giudichi il ritorno del vinile come supporto fisico?

    «È una moda, ma ha sicuramente dei margini più importanti rispetto al cd. È un prodotto fisico obsoleto, dotato però di un certo fascino. Non so se durerà nel tempo, secondo me una nicchia si cristallizzerà e, in quanto tale, potrà essere utile, purché ci siano aspettative congrue».

    Michele Bensa

  • Genova in un libro di Nicholas Walton, giornalista della BBC: la nostra intervista

    Genova in un libro di Nicholas Walton, giornalista della BBC: la nostra intervista

    GenovaNicholas Walton, un nome che magari a molti è capitato di sentire e apprezzare, ma che forse ai più di voi non accenderà alcuna lampadina. Se fate parte di questo secondo gruppo di persone, vi consigliamo di tendere le orecchie e informarvi sul suo conto perché ne sentirete parlare presto: Walton ha scritto un libro sulla storia di Genova, in cui ha cercato di ricostruire il passato e interpretare il presente, interessandosi alle storie dei genovesi di ieri, ma anche a quelli di oggi. La stesura del suo libro è in corso: la prima bozza sta per essere ultimata, mentre per la pubblicazione – l’editore sarà l’inglese Hurst, ma sembra sarà pubblicato anche negli USA con la Oxford University Press – ci sarà da attendere ancora un po’.

    Leggendo la biografia di Walton, si capisce subito che non servono grandi presentazioni. Originario di Newcastle, nell’Ighilterra del nord, ha studiato Scienze Politiche, Filosofia ed Economica all’Università di Oxford, prima di diventare giornalista. Poi, 14 anni trascorsi alla BBC ad occuparsi soprattutto di esteri: corrispondente da Sarajevo e Varsavia, si occupa anche di Russia, Turchia, Stati Uniti e Sierra Leone. Inoltre, si interessa anche di Europa (Europe Editor per la redazione BBC World Service, ha collaborato con il think-tank ECFR – European Council on Foreing Relations).
    Coltiva da sempre un profondo interesse per la storia e di recente ha sviluppato una spiccata propensione per le vicende genovesi: sarà che, sposato con una genovese, ha avuto modo di vivere qui per un po’ durante il congedo di maternità della moglie. Genova lo ha colpito tanto che, dopo la nascita di suo figlio (che ha ormai un anno) ha continuato a vivere qui con la sua famiglia, dividendosi tra il capoluogo ligure e l’Inghilterra. Ora si avvicina, però, un nuovo cambiamento: il trasferimento a Singapore, che costringerà la famiglia Walton ad assentarsi da Genova (almeno per un po’).

    Parliamo del libro: di cosa tratta?
    «È una biografia della città: mi piace la storia ma sono un giornalista, così ho deciso di affiancare all’approccio storico una presentazione della Genova contemporanea. Il libro racconta le vicende di alcuni dei più grandi personaggi che hanno segnato la storia della città, dal più noto Andrea Doria ad altri meno famosi, cercando di mettere in luce gli aspetti meno conosciuti, come le vicende che hanno portato alla fondazione dell’Albergo dei Poveri.
    Non si tratta di un semplice libro che racconta la città, ma di un testo che coinvolge l’intera Liguria e che prende in considerazione molti aspetti della vita quotidiana e della cultura, come il calcio e il cibo, la storia e le tradizioni».

    Perché un libro sulla storia di Genova?
    «È stata una scelta inevitabile: Genova ha una straordinaria tradizione storica che non può essere ignorata, ma che tuttavia resta in gran parte sconosciuta ai più. La città in passato era considerata una vera potenza, ha assunto un ruolo di rilievo in età medievale e ha contribuito in prima istanza al consolidamento dei rapporti tra oriente e occidente e all’unione di questi due mondi.
    All’epoca non si può dire che non abbia svolto un ruolo di primo piano in molti momenti cruciali: si pensi al periodo della “Peste nera”, al contributo dato alle esplorazioni dell’Impero spagnolo nelle Americhe, ai primi grandi movimenti di emigrazione italiana e all’introduzione del gioco del calcio nel Paese. È una storia travagliata e complicata (specialmente per quanto riguarda il periodo medievale e quello tra XVI-XVIII secolo), ma allo stesso tempo molto potente: sentivo che se avessi provato a mettere in luce certi aspetti, svelarne le dinamiche e renderli più comprensibili, raccontando storie di vita vissuta piuttosto che fornendo un freddo resoconto di numeri e date, sarei riuscito a scrivere un libro molto potente e d’impatto. Io personalmente adoro leggere libri di storia, ma ritengo che la storia dovrebbe riguardare le vite delle persone, invece di trasformarsi in qualcosa di noioso!».

    Come è nata l’idea di questo libro?
    «Casualmente: in una delle mie visite in città, stavo facendo una passeggiata con mia moglie nella zona dei forti sulle alture di Righi, e abbiamo iniziato a parlare della storia della città. Appena rientrato a casa, ho cercato su Amazon e ho notato che non c’erano libri su Genova in inglese (se non testi accademici e guide turistiche). Più mi addentravo all’interno delle dinamiche storiche della città, più mi intrigavano e ne restavo affascinato, soprattutto da quando ho iniziato a interessarmi alla rivalità con Venezia, un anno fa: una storia impressionante che non penso sia abbastanza nota fuori dai confini nazionali italiani. Quando poi è arrivata la notizia che io e mia moglie ci saremmo dovuti trasferire in città per un paio di mesi, ho preparato una bozza e ho contattato il mio editore. Anche lui era stato da poco a Genova e si era innamorato della città, così si è subito interessato al mio progetto».

    Genova nel passato, Genova oggi: cosa pensi della città?
    «Oggi resta una città straordinaria: amo il suo porto, la sua conformazione urbana, con le strade che si inerpicano e salgono fino alle colline. Amo soprattutto il suo centro storico, i vicoli, quella sensazione di trovarsi di fronte a una città inalterabile, molto più simile a quel che è stata in passato di quanto non lo siano oggi altre città italiane (come Firenze, Venezia, Roma, che sembrano tutte costruite esclusivamente in funzione dei turisti). Senza contare i suoi magnifici musei, come il Galata – Museo del Mare e il Castello D’Albertis.
    Ad ogni modo, resta il fatto che oggigiorno Genova si è trasformata molto ed è cambiata rispetto a come era un tempo: ha i suoi problemi e le sfide specifiche da affrontare (come, d’altra parte, il resto dell’Italia e l’Europa intera). La vera domanda per la città è se sia in grado di dare risposte a questi problemi e a queste sfide, per continuare ad essere un luogo accogliente in cui vivere e in cui progettare il futuro. Personalmente, vedo molti giovani convinti di dover andare altrove a cercare lavoro, e questo è molto triste».

    Vero: come pensi che si dovrebbero affrontare i problemi e come accendere i riflettori sulla città?
    «Ogni città deve fare leva su propri punti di forza. Nel caso di Genova, questo significa puntare sul suo passato di superpotenza mercantile e sul suo ruolo di primo piano nella determinazione dell’assetto europeo, sulle storie di pirateria, schiavitù, rivalità con Venezia (e Pisa), su personaggi come Andrea Doria, gli esploratori, e così via. Alcune di queste cose possono anche essere sgradevoli e non piacere, ma è tutto molto affascinante! È ciò che rende Genova diversa da qualsiasi altro posto. I Rolli, ad esempio, sono splendidi, ma l’Italia è piena di edifici altrettanto magnifici, per questo è necessario puntare l’attenzione altrove».

    Abbiamo visto di recente dei documentari sulla BBC dedicati a Genova e alla Liguria e ci siamo chiesti: cosa pensano i tuoi connazionali della nostra città?
    «Sfortunatamente, non penso che molti di loro conoscano Genova e il suo passato (per questo spero di cambiare le cose grazie al mio libro!). Tutti conoscono Venezia, Firenze, Roma, ma Genova è una realtà differente. Certo, non è un posto facile per un turista: a volte, è troppo sporca, o troppo affollata, ed è spesso difficile per i visitatori ritrovarsi in questa cornice. Sono sicuro che, una volta tornati a casa, scopriranno di avere fatto molte più foto in altre città! Ma se i visitatori potessero vedere Genova attraverso il prisma del suo passato (i caotici caruggi medievali, la grandi famiglie feudali, le galee che hanno combattuto contro i pirati e contro Venezia), acquisirebbero una nuova visione della città, comprendendola meglio per le sue origini.
    In Gran Bretagna, c’è un forte interesse anche per il futuro dell’Italia e a noi sono ben noti i problemi che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi anni. Molti miei connazionali amano l’Italia e hanno esperienze magnifiche quando vengono qui in vacanza. Io credo che ci sia un desiderio profondo di capire il Paese oltre gli stereotipi e oltre le banali esperienze da turista “mordi e fuggi”. Accendere i riflettori su una città così affascinante ma ancora poco conosciuta come Genova potrebbe permettere a noi inglesi (e agli americani) di capire qualcosa in più riguardo alla vita di oggi in Italia, e incoraggerebbe molti a prenotare un volo per la vostra città, piuttosto che per Roma o Venezia».

    Tu dici che c’è “un desiderio profondo di capire il Paese oltre gli stereotipi”, lontano dalle copertine patinate dei magazine da un lato, e dai disastri politici dall’altro. Perché Genova dovrebbe essere la città giusta?
    «Ci sono diversi tipi di turisti in Italia: molti sono alla ricerca delle cose più scontate, ma molti altri amano profondamente l’Italia e hanno visitato, oltre alle attrazioni principali del Paese, anche Toscana, Sicilia, Verona, le Cinque Terre e la Liguria, lo splendido porto di Genova con la sua storia unica, e una quantità infinita di splendidi panorami e che davvero vale la pena vedere. Dunque, sì, penso che un turista che voglia sul serio conoscere aspetti più profondi dell’Italia dovrebbe venire qui (a Genova per una breve visita in città, o a Genova e in Liguria per una vacanza più lunga). Certamente la città dovrebbe puntare di più sulla sua promozione all’estero come “città degli esploratori”, facendo in modo di attirare visitatori desiderosi di capire e ricostruirne le vicende storiche».

    La città e i suoi abitanti: l’accoglienza che hai ricevuto dai genovesi ha confermato lo stereotipo dell’animo brusco e scontroso o hai avuto un’impressione diversa?
    «Molti sono stati estremamente gentili, e li ho trovati molto attenti al loro lavoro. Ad esempio, un ragazzo che lavorava all’Albergo dei Poveri era dispiaciuto che l’edificio, con alle spalle secoli di storia, si trovasse adesso in uno stato orribile. Ho intervistato anche persone sorprendenti, come una prostituta trans e una coppia di immigrati: le loro storie oggi rappresentano una parte vitale della città. Molti genovesi sono riservati, ma ho notato che il fatto che qualcuno si interessi alla storia della loro città suscita orgoglio.
    Penso che i cittadini debbano credere di più nella città in cui vivono, accettare sia i momenti affascinanti ma bui della loro storia, sia quelli positivi. Allo stesso tempo, per alcuni è forte l’orgoglio di essere genovesi e c’è il desiderio di rendere nota la storia della città in tutto il mondo. Ho riscontrato anche preoccupazione per il futuro e le nuove generazioni, e per il fatto che gli stessi genovesi stanno cominciando a dimenticare il loro passato glorioso».

    Elettra Antognetti

  • Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Genova città di mercanti, Genova città di marinai. Ma i genovesi davvero conoscono il mare, il porto, i mestieri ad esso legati e la realtà che vi gravita attorno? Probabilmente no. Attualmente quale genovese, ad esclusione degli addetti ai lavori, saprebbe davvero descrivere cosa succede in una giornata di lavoro in porto o su una nave? Il rapporto tra la città e il mare, anticamente così naturale, è stato interrotto dalle trasformazioni del progresso, e la maggior parte di noi verosimilmente non sa proprio nulla della vita di un marinaio dei nostri giorni.

    Ecco un’occasione per conoscerne e capirne qualcosa di più: il Mu.Ma Galata Museo del Mare ospita fino al 9 marzo la mostra fotografica “Animanauta”, una collezione di immagini scattate da Fabio Parisi, ufficiale di coperta della Marina Mercantile e fotografo. Il mare, insomma, visto attraverso gli occhi di chi quella realtà la conosce, la vive, la respira tutti i giorni e, trovandosi ad avere una propensione innata per l’espressione artistica, cerca di rendere le tante sfaccettature di quella realtà con una macchina fotografica in mano, nonostante «sia molto difficile descrivere e sintetizzare un mondo così complesso e articolato che oltretutto è distantissimo, sia in senso fisico che figurato, dalla vita di terra, e per quanto da anni ci si arrovelli nel cercare una riposta esaustiva, questa non si è ancora trovata».

    Dedicatosi per diverso tempo interamente alla musica, Fabio, classe ’79, ha iniziato ad avvicinarsi alla fotografia nel 2004: «nello scatto vedevo la possibilità di ampliare la mia espressività. Le navi sono arrivate qualche anno dopo. Il concept Animanauta ha iniziato a prendere forma nel 2011».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Le foto, scattate per lo più in navigazione tra Oceano Indiano, Mediterraneo, Atlantico e Caraibi, presentano un comune denominatore che conduce il visitatore attraverso l’esposizione: una dominante rossa molto accesa (tramonti, fianchi delle navi…) che si contrappone a fondi plumbei, metallici, con un effetto meravigliosamente stridente.
    «Come in un concept album (vedi The Wall dei Pink Floyd tanto per citarne uno a caso) c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le canzoni, per Animanauta ho seguito la stessa logica: volevo che ci fosse un filo conduttore che legasse le foto tra di loro. Quando scatto non parto con un’idea precisa, ho un approccio assolutamente istintivo e non credo che potrebbe essere altrimenti. Nella postproduzione invece vengono fuori tutte quelle azioni necessarie ad esaltare le emozioni catturate negli scatti e quello è sicuramente un lavoro più razionale e tecnico».

    L’essenza del lavoro della Marina Mercantile è «il trasporto di merci e persone da un punto all’altro del globo. Questo trasporto avviene per mezzo di giganteschi vettori: le navi». Il ruolo che Fabio ricopre è carico di responsabilità tavolta, come ammette lui stesso, pesanti e scomode: «L’ufficiale è il responsabile della vita dei membri dell’equipaggio, della nave e del suo carico nonché dell’ecosistema marino. Nello specifico delle mie competenze, ad oggi sono stato delegato alle pianificazioni dei viaggi in tutti i suoi aspetti, quindi tracciare e calcolare le rotte di volta in volta più sicure e convenienti; la preparazione dei documenti necessari per arrivi e partenze dai vari porti e infine la tenuta della farmacia e dell’ospedale di bordo. Attualmente lavoro su navi reefer che portano ananas e banane; andiamo a prendere i carichi in centro america, nei caraibi e le portiamo in Europa. Il viaggio dura 28 giorni e normalmente faccio 3 viaggi a bordo e tre a casa».

    Nella vita quotidiana a bordo i ritmi sono scanditi «dalla tenuta di guardia sul ponte, dove convergono tutti i sistemi di monitoraggio della nave e della navigazione (dai radar ai pannelli d’allarme antincendio). In porto si seguono le operazioni commerciali». Ed è proprio nello spazio limitato della nave che «vive un microcosmo con ruoli e deleghe precise. Ogni componente dell’equipaggio, dal comandante al mozzo, lavora nel comune intento di portare a termine con successo quella che ancor oggi viene chiamata “spedizione”».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Un termine scelto non a caso, che già da solo evoca difficoltà, distanze, intemperie, fatica, dedizione, coraggio. Tutte cose che emergono nei primissimi piani su mani e braccia di uomini al lavoro, con una preferenza per i dettagli che tralascia il volto e concentra tutta l’attenzione sul gesto, astraendolo in qualche modo dal contesto e rendendolo simbolo universale del fatto che il lavoro reca con sé fatica, una fatica nobile, carica di dignità e di una bellezza che si riflette direttamente nelle immagini. Chiunque può immedesimarsi in quelle mani al lavoro, eppure Fabio assicura «non pensavo a quello mentre scattavo. Ero semplicemente affascinato dall’arte marinaresca dei miei colleghi. Fondamentalmente le foto hanno immortalato ciò che in quei momenti attirava la mia attenzione e mi emozionava. È comunque molto gratificante quando una foto (così come una canzone o un quadro) attiva qualcosa nel cervello delle persone, al di là di ciò che passava per la testa dell’esecutore».

    Anche per questo le immagini sono mute per scelta dell’autore, che non ha voluto apporre alcuna didascalia: «per quanto aiutino l’autore a portare i terzi nella direzione della sua opera, vincolano o condizionano l’interpretazione che una persona può dare o non dare». Ciò detto, l’intenzione principale era quella di trasmettere «rispetto e ammirazione per i colleghi e per il loro lavoro».

    Posto che il fotografo deve avere la capacità di creare un filo di contatto con il soggetto ritratto, le foto suggeriscono un legame più forte del solito, questo perché gli uomini immortalati, intenti a svolgere «per lo più lavori di manutenzione ordinaria, atti a mantenere la nave entro determinati standard di sicurezza ed operatività» sono persone con cui l’autore lavora, con cui quindi esiste grande confidenza. Va ricordato infatti che il mestiere implica la convivenza sulla nave per mesi e la condivisione quindi di ogni momento della giornata: «Non avrei mai potuto fare un lavoro del genere se alla base del rapporto che ho instaurato con alcuni miei colleghi non ci fosse stato un forte rispetto per loro come individui e poi come naviganti. Va anche detto che non imbarco come fotografo, a bordo sono prima di tutto uno che lavora. Confesso che mi piacerebbe fare un imbarco in cui mi dedico fisicamente e mentalmente solo a raccontare con foto, video e musica quello che succede a bordo, ma d’altro canto credo che come “estraneo” potrei non entrare in sintonia con le persone».

    Come ultima cosa, Fabio ci racconta un aneddoto carico di poesia sull’origine del titolo della mostra: «Quando ho iniziato a capire che il “progetto” si stava concretizzando ho avuto la necessità di dargli un nome. Dopo parecchio tempo a pensare ad un degno titolo, e quasi deciso a rinunciare, un anziano bevitore mi disse che avrei dovuto usare qualcosa di molto semplice come “vita da marinai”. Ovviamente non mi piaceva affatto, ma mi ha dato lo spunto per andare a vedere che “suono” potesse avere in altre lingue… in latino anima vuol dire “vita” e nauta “marinaio”: Animanauta altro non è che vita da marinaio. Mi piace molto, lo trovo forte, intenso e ampio».

    Claudia Baghino

  • Cre.Sta, festival dell’arte indipendente a Genova. Sinergia tra Comune e volontari di Arbusti

    Cre.Sta, festival dell’arte indipendente a Genova. Sinergia tra Comune e volontari di Arbusti

    Porticato di Palazzo DucaleCre.Sta – Festival di Creatività Stanziale a Palazzo Tursi. Si tratta di un progetto attivato nel 2013 per la valorizzazione della creatività artistica indipendente, promosso da Arbusti (rete genovese di promozione dei creativi locali indipendenti) e dal Comune di Genova, Ufficio Cultura e Città. Il Festival ripercorrerà il cammino già tracciato lo scorso anno e darà spazio a eventi dislocati in giro per tutta la città, dal centro storico alle altre municipalità (Sampierdarena, Sestri Ponente, Quarto). Qui avranno spazio le arti indipendenti come musica, danza, teatro, visual e performing art. Si parte a maggio e si prosegue fino a settembre: si preannuncia un’estate ricca e movimentata… Ma il calendario per l’estate è solo il preludio di un programma più articolato, che si estenderà anche all’autunno.

    Che cos’è Cre.Sta: i progetti per il 2014 e il ruolo di Arbusti

    Si tratta di un progetto triennale per la valorizzazione delle migliori esperienze nell’ambito della creatività artistica “cittadina”, con attenzione alle produzioni indipendenti, ai giovani e alla relazione con il territorio: non a caso è proprio l’Ufficio Cultura e Città del Comune ad occuparsene, cercando di dare spazio alle esperienze che coniughino entrambi gli aspetti, quello locale e quello culturale. Si cerca di mettere in evidenza esperienze artistiche normalmente escluse dai circuiti tradizionali e in questo Amministrazione e Arbusti lavorano congiuntamente e in modo sinergico.

    Il progetto è partito per iniziativa dell’ufficio comunale, che a fine 2012 ha presentato un’istanza al Sindaco Doria e all’Assessore alla Cultura e al Turismo Carla Sibilla per testare i presupposti e mettere a punto una condivisione di intenti. Da qui, è nata una collaborazione e sono stati investiti tempo, forze, risorse per la programmazione di un evento (che è soprattutto un nuovo modo di percepire la cultura all’intesto del contesto urbano) di ampia portata. Per questo da Tursi si è scelto di coinvolgere Arbusti: il collettivo genovese, attivo ormai da qualche anno sul territorio, è servito da spinta per l’Amministrazione e ha fornito istanze per la sperimentazione e nuove modalità di valutazione delle proposte culturali. In pratica, Arbusti svolge la funzione di mappatura del territorio e individua artisti, che entrano a fare parte del gruppo e creano una rete. Arbusti propone all’amministrazione la lista dei soggetti mappati, che si esibiranno in giro per la città.

    «Quello che stiamo portando avanti con Arbusti è un progetto organico: vogliamo far crescere una generazione di artisti scelti “dal basso”, direttamente dal pubblico – commenta Max Morales di Arbusti – Tutto ciò ha soprattutto un risvolto socio-politico: l’offerta culturale è ampia e vogliamo incentivarla. Inoltre, ciò avrebbe ricadute anche sotto il profilo economico e sarebbe di slancio al turismo: si devono coltivare gli artisti cittadini indipendenti, sperare che molti di loro crescano e si affermino qui e oltre i confini cittadini. In questo modo si potrà creare una cultura artistica: facendo un lavoro “interno”, si creerà un sostrato ricco e si potrà puntare in futuro sulle eccellenze locali. Ad esempio, non si dovranno chiamare artisti da fuori per organizzare mostre, concerti, festival. Un processo virtuoso a 360 gradi, ambizioso e difficile: si basa sul nostro lavoro di volontari».

    giardini-di-plastica-urban-street-vandalismo-d5Per quest’anno sono previste novità rispetto alla già fortunata edizione 2013, che aveva raggiunto quota 7 mila presenze. Si parla di aumentare gli spazi (prima solo nel centro storico) e individuare aree strategiche nei vari municipi, in collaborazione coi soggetti locali. Lo scopo è quello di valorizzare la scena creativa locale. Si pensa, pertanto, di spostare parte delle iniziative alla Biblioteca Gallino di Sampierdarena e a Villa Rossi a Sestri Ponente, dove organizzazioni locali (il progetto “Coloriamo Sampierdarena” e altri) si stanno dando da fare e hanno di recente riqualificato gli spazi e dato avvio a progetti culturali interessanti. Cre.Sta arriverà poi anche a Quarto e al Teatro Altrove. Molte location del centro saranno mantenute, con l’esclusione forse del Porto Antico (o perlomeno con qualche differenza di forma rispetto allo scorso anno). Restano i Giardini di Baltimora, ma con importanti novità: lo scorso anno, tre giorni di musica e concerti; quest’anno sarà allestito un palco a maggio e resterà fino a settembre. Con le associazioni (Associazione Giardini di Plastica), il Municipio e il Comune, Cre.Sta porterà qui una serie di eventi e spettacoli diversi, per ridare vita a un luogo prezioso e spesso non annoverato tra gli spazi cittadini da utilizzare a scopi artistici.

    Inoltre, quest’anno l’amministrazione, nonostante il momento difficile per la cultura, proverà a sostenere i soggetti che più si mostreranno in grado di dare voce alla scena indipendente genovese. In questo Tursi fungerà da incubatore e sarà aiutato anche dal nuovo piano settennale 2014-2020, grazie al quale sarà possibile orientare in questo senso fondi POR-Fesr. Racconta Egidio Camponizzi dell’Ufficio Cultura e Città: «Non vogliamo fossilizzarci sulla dimensione locale, tuttavia riteniamo giusto dare voce ai soggetti calati sul territorio e sostenerli».

    Altra novità è quella di provare a estendere la manifestazione anche all’autunno, individuando strutture idonee e ricettive, in cui sono già attivi progetti culturali. «Genova brulica di realtà artistiche interessanti – commenta Max Morales di Arbusti – vorremmo dare modo a molte di loro di esibirsi, trovare spazio, movimentare la città e fare in modo che chi la vive percepisca che c’è sempre qualcosa che si muove. Ad esempio, sapevate che a Genova ci sono oltre 600 gruppi musicali? Se si riuscisse a farli suonare tutti ci sarebbero circa 2 concerti al giorno! Non è vero che in questa città non succede niente, che non c’è fermento: al contrario, Genova può ambire a diventare città culturale a tutti gli effetti, e noi ci impegniamo affinché ciò avvenga».

    Per saperne di più: Cre.Sta edizione 2013

    Grazie a Cre.Sta dal 28 giugno al 3 agosto 2013 a Genova si sono svolti oltre 50 appuntamenti in poco più di un mese, con esibizioni di teatro, danza e musica. Sono stati coinvolti vari soggetti, tra associazioni musicali, compagnie teatrali e di danza. Gli artisti erano oltre 300 e si sono esibiti in diversi spazi del centro storico, da una zona centrale per turismo e movida come il Porto Antico, agli affascinanti caruggi della Maddalena, alla via dei cantautori e della musica per eccellenza, Via del Campo. Proprio al Porto Antico, inoltre, gli eventi di Cre.Sta si sono svolti in apertura alle serate della consueta rassegna estiva Porto Antico EstateSpettacolo.

    Gli eventi si sono svolti nella fascia oraria compresa tra le 18 e le 20.30: scelta che può apparire impopolare, ma che rispondeva a una precisa strategia per movimentare la città in un orario poco sfruttato. Hanno avuto spazio concerti di musica antica, jazz, rock, spettacoli teatrali. Degna di nota l’iniziativa “Su la Cre.Sta”, una tre giorni di festeggiamenti (18-20 luglio) ai Giardini di Baltimora, con musica indipendente a cura di Collettivo Genova Urla, Greenfog e 89bpm / Hi Hat: hanno avuto spazio generi musicali diversi, dall’hip-hop, all’indie, al metal-rock, grazie alla collaborazione di realtà associative del territorio, al Municipio I, all’Associazione Giardini di Plastica. Uno spazio importante, una delle poche aree verdi cittadine: un non-luogo che si trasforma in luogo di aggregazione.

     

    Elettra Antognetti

  • Un “Bang!” nella movida genovese: niente spari, sono i Nonostante Clizia live ai Luzzati

    Un “Bang!” nella movida genovese: niente spari, sono i Nonostante Clizia live ai Luzzati

    I NonostanteClizia ai LuzzatiLa nuova gestione dei Luzzati (qui l’approfondimento) si conferma ormai come una realtà consolidata e di successo. I giardini sono probabilmente una tra le mete più tranquille del dopocena nel centro genovese, via via più vivaci con il passare delle ore. E la dimostrazione di una movida intelligente e giovane (visto che, a differenza di quanto pensano i più, l’accostamento è possibile) non ne compromette il divertimento. All’ingresso c’è la simpatia e la grinta di Michele Ferrero, promoter d’eccezione con i suoi slogan e la sua parlantina da tribuno. Presenta i “Nonostante Clizia, un giovane gruppo di Acqui Terme che stasera terrà un concerto mirabolante”. E a fine serata, nessuno avrà il coraggio di contraddirlo. I Nonostante Clizia sono una formazione a cavallo tra alternative rock e synth pop di Acqui Terme, con influenze «che vanno dai Bluvertigo agli Arcade Fire», composta da Valerio Gaglione (voce e chitarra), Marco Gervino (chitarra), Matteo Porta (basso), Simone Barisone (tastiere) e Manuel Concilio (batteria). Attivi dal 2009, anno del loro primo demo “Sarà la Moda”, al quale segue “Amori Etichettati” (2010), hanno registrato l’EP “BANG!” nel 2013 (registrazione e produzione di Matteo Cantaluppi).

    Con le luci spente si vede bene il clima di festa del venerdì sera che c’è fuori; e, dall’altra parte, s’intravedono gli scavi romani dalle vetrate scure, e ci si chiede come sarebbe quello spazio illuminato con luci adatte, immaginandosi uno sfondo unico per un locale e il suo palcoscenico live. I ragazzi si lasciano sfuggire le ultime note preparando gli strumenti già caldi e, a un certo punto, rullano le bacchette di Manuel, preludio della sua serata… riceverà dal pubblico i cori tutti per lui. Pezzo d’apertura L.A., un’analisi intima di una generazione che si domanda: “che cosa sono gli incubi per noi: viver come chi apre nei locali, sentirci vuoti dentro e imbarazzati, vederci belli fuori ma scoppiati”. Julian è un brano ispirato al film Less than Zero, e fornisce in qualche modo il fulcro della politica dei Nonostante Clizia: “e non lo so se lo apprezzo svendermi a poco prezzo”. A buon diritto, dato che, come ha scritto lo stesso Andrea Pinketts, autore del libro che da il nome al gruppo, “le bugie sono sempre regali. Le verità si pagano”.

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    A chi bazzica su MTV, I Ragazzi dell’Alaska potrebbe essere un titolo familiare. Il pezzo, infatti, è stato mandato in rotazione su MTV new generation, in onore dell’elezione del gruppo ad artisti del mese. Il synth pop dei Nonostante qui raggiunge una forma compiuta: interventi strumentali giustapposti a una struttura melodica piacevolissima. Il testo diventa un setaccio della freddezza della gente: chi al cuore, chi al collo, chi alla testa, per cui “la malizia serve a conquistare; la furbizia invece per scappare”. Insomma, come dare torto alle motivazioni per cui MTV new generation ha scelto loro: “Anticonformisti e coinvolgenti, i NonostanteClizia possono davvero fare strada nel panorama indie italiano”. Il tuo stile è una ballata in cui il basso e la batteria si fondono in una ritmica metafisica e cupa; l’arpeggio strozzato della chitarra e i rintocchi delle tastiere completano il telaio armonico del pezzo, su cui, alla fine, la voce di Valerio, profonda e (in pieno accordo con Giovanni Facelli, chitarrista dei Tomakin e amico dei concittadini acquesi) resa ancora più efficace dall’effetto ruvido dell’altoparlante, canta un momento di introspezione: “guarda lo specchio, dimmi cosa riflette quando ti svegli alle tre”.

    A fine concerto, richieste di bis e complimenti confermano l’ottima prova del gruppo e lo stato di grazia che il palco gli fornisce. A proposito di live, parlando con i ragazzi scopriamo che «le date non mancano: saremo ad Alessandria, Imperia, Prato, Grosseto, Roma, Brindisi, Bari, Catania, a partire da questa primavera». Nel frattempo, «stiamo preparando la pre-produzione del nuovo disco, che uscirà molto probabilmente in autunno 2014». Con la certezza che il risultato sarà all’altezza delle aspettative, a giudicare dagli inediti che abbiamo potuto sentire durante il live. Che quel “Bang!” sia il colpo di pistola che dia il via alla loro corsa musicale e che Bolivar, alter ego dei Nonostante che compare sulla copertina, con il suo ghigno, il sangue al naso e gli occhiali da sole, riesca ancora sbeffeggiare, pestare e scrutare i suoi coetanei e le loro vicende.

    Nicola Damassino

  • FIM, Fiera Internazionale della Musica a Genova: “Un’opportunità per tutta la città”

    FIM, Fiera Internazionale della Musica a Genova: “Un’opportunità per tutta la città”

    musica-live-concertoFIM, la Fiera Internazionale della Musica sbarca a Genova e per tre giorni, dal 16 al 18 maggio, arricchirà l’offerta di eventi del capoluogo ligure, facendo ben sperare anche per una stagione estiva ricca e variegata. Il tutto è organizzato da Verdiano Vera e dalla moglie Linda dello Studio Maia di Genova, ed è stato salutato calorosamente dall’assessore regionale al Turismo, Cultura e Spettacolo Angelo Berlangieri, assessore comunale alla Cultura e Turismo Carla Sibilla e da Sara Armella, presidente della Fiera di Genova: l’entusiasmo è tanto e le aspettative sono alte.

    La manifestazione è giunta quest’anno alla seconda edizione: la prima si è svolta all’Ippodromo dei Fiori di Albenga nell’estate del 2013 e ha avuto durata di 2 giorni, con tanti eventi distribuiti in oltre 15 palchi. Quest’anno, in considerazione del grande successo di pubblico e della qualità degli eventi proposti, si è riusciti a portare FIM a Genova, grazie alla sinergia tra istituzioni competenti e organizzatori. Oltre ai concerti (condensati in 7 palchi), ci saranno stand gastronomici, presentazioni di libri, interventi di esponenti del mondo culturale. Lo scopo è trasformare la città in punto di riferimento per il mondo della musica, sia sotto l’aspetto espositivo che delle performance. Genova, d’altra parte, vanta una tradizione musicale di tutto rispetto e un fermento presente che si conferma degno dell’illustre passato.

    FIM dunque, prenderà il via il 16 maggio: tra i primi eventi ad essere stati annunciati, l’inaugurazione di giovedì 16 con la serata- tributo a Jimi Hendrix. Tra gli ospiti anche personalità del calibro di Eddie Kramer, noto per aver collaborato con Beatles, David Bowie, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Rolling Stones, Santana e altri: Kramer sarà protagonista sabato 17, con spettacolo sulla storia del rock arricchito da foto, video e aneddoti su Woodstock ’69. Un altro “tecnico” della musica che presenzierà alla FIM sarà Colin Norfield, che ha lavorato con grandi artisti, dai Pink Floyd a Zucchero. Inoltre, durante la manifestazione verranno assegnati una serie di premi, i FIM Awards 2014, ad artisti di risonanza internazionale: oltre ai già citati, un altro sarà Bobby Kimball, frontman dei Toto, che verrà insignito del titolo di “Legend of Rock – best voice” e canterà i suoi più celebri successi sul palco principale del FIM domenica 18 maggio, in occasione della chiusura della manifestazione.

    Fim Festival Internazionale della MusicaNon solo eccellenze internazionali: un occhio di riguardo anche per il panorama ligure, con una serata dedicata a Genova, alla presenza del Conservatorio Niccolò Paganini, che preparerà un’esibizione di quasi 80 elementi d’orchestra. In questa occasione saranno premiati i Buio Pesto, in rappresentanza della musica ligure nel mondo; i Tuamadre, “Band emergente ligure”; l’Orchestra Bailam, scelti come esponenti della tradizione ligure; Roberto Tiranti (ex New Trolls e voce dei Labyrinth) sarà premiato come “Voce ligure” e Claudia Pastorino è stata eletta “Cantautrice ligure” del 2014.

    Prevista anche un’area riservata a persone “del settore”: discografici, produttori, editori e distributori di musica, uffici stampa e agenzie di booking. Si chiamerà MTM – Meet The Music 2014, e qui gli addetti ai lavori avranno uno spazio per scambiarsi opinioni e contatti del mercato musicale, potranno incontrare cantanti e gruppi.
    Se si parla di grande evento musical a Genova, non si può non parlare di Black Widow Records, che sempre nell’ambito della FIM organizzerà la seconda edizione Riviera Prog Festival, palco dedicato alla musica rock progressive, su cui si esibiranno Osanna, Il tempio delle clessidre, La locanda delle fate, Aldo Tagliapietra (ex Le Orme), La maschera di cera. Naturalmente ci sarà varietà: si passa dal prog in versione heavy metal, alle varianti jazz rock, al classico sinfonico.

    Fim, le anticipazioni

    Parliamo con Massimo Gasperini, titolare della nota etichetta discografica nonché storico negozio di dischi e cd di Via del Campo, Black Widow. Massimo ci svela che «in quei tre giorni sarà dato un premio alla carriera allo storico gruppo dei Delirium e sarà presente Richard Sinclair, voce storica e basso dei Caravan, che si esibirà assieme al gruppo italiano PropheXy, riproponendo il repertorio dei Caravan».
    Insomma, per quanto riguarda l’evento le prospettive sono buone, c’è già una lista così lunga di musicisti che vogliono esibirsi ma non sarà possibile accontentarli tutti: «Ad esempio, suoneranno gli Osanna, che non si esibiscono qui dagli anni ’70, quando si esibirono coi Genesis; poi Tagliapietra delle Orme; ci sarà Gianni Leone virtuoso delle tastiere, in un solo set di 45 minuti. Non mancheranno Yamaha, Gibson, Roland».
    E anche Genova ne gioverà: «FIM è un evento eccezionale -prosegue Massimo- non avremmo mai sperato in un evento di questa portata a Genova. Tre giorni: una durata anomala per un festival, un’occasione per la città intera. Riceviamo già richieste di partecipazione da Roma, dall’Olanda e dal Giappone (e mancano ancora 4 mesi!): in tre giorni, chi viene da fuori sarà “costretto” a fermarsi a Genova e tutta la città – alberghi, ristoranti, b&b, bar – ne gioverà. Ci auguriamo che diventerà un appuntamento fisso per la città, per un rilancio culturale».

     

    Elettra Antognetti

  • Crime Story, Teatro dell’Archivolto: in scena la nostra storia, quella che non vogliamo vedere

    Crime Story, Teatro dell’Archivolto: in scena la nostra storia, quella che non vogliamo vedere

    teatro-archivolto-2Prima nazionale a Genova, al teatro dell’Archivolto, per “Crime Story” il nuovo spettacolo in cui Massimo Carlotto si propone sia come autore che come attore in scena.
    Prodotto da Sosia&Pistoia srl, e diretto da Giorgio Gallione, la storia parte dalla preparazione di un romanzo sulle mafie, richiesto dall’editore allo stesso Carlotto che, nella parte di sé stesso, vorrebbe raccontare di Toni, un pentito di cui ha letto nelle cronache e che ha colpito la sua immaginazione. Ma via via che il collaboratore di giustizia ascolta l’autore dar vita al romanzo, e voce al suo personaggio, sente mistificata la propria storia e le proprie ragioni ed irrompe sulla scena. A questo punto, mentre lo scrittore si rende conto che è ben difficile ridurlo al protagonista del libro che vorrebbe scrivere, Toni occupa sempre di più la scena raccontando non solo la sua, ma anche la nostra storia, quella che non vogliamo vedere anche se è tutti i giorni sotto i nostri occhi. Lo scrittore però insiste, vuole piegarlo all’immagine che lui ha, o vorrebbe dare, del crimine, vuole che il lettore non si senta battuto.
    Ma il suo sforzo è tutt’altro che facile, il pentito vuole restare nel solco della realtà, ma della sua realtà, raccontando i fatti che ha vissuto dal suo punto di vista, con tutte le interazioni fra la società visibile ed il mondo chiuso, complesso e sfaccettato della nuova mafia. Ha il dono della memoria, vuole usare quella per salvarsi, ma nello stesso tempo difendere sia quello che è stato sia quello che è ora, un collaboratore.

    Il palcoscenico è spoglio, il sassofonista è sullo sfondo, di fianco a neon luminosi che richiamano le sbarre di una prigione. Dietro, un uomo seduto dal volto coperto. La musica si alza, lo scrittore entra in scena con i suoi appunti, brandisce la penna ed inizia a raccontare. I dati che legge sul crimine sono veri, la storia che vorrebbe raccontare è verosimile, il pentito ci ricorda che tutto, tutto ha un’altra chiave di lettura, cambiando il punto di vista di chi racconta.

    L’accompagnamento musicale, terzo protagonista in scena, si deve al bravissimo ed instancabile Maurizio Camardi, amico di Carlotto e da lui inserito come personaggio anche nella serie dell’Alligatore. Il pentito, Titino Carrara, ha grande presenza scenica ed appare risoluto nel volerci tutti coinvolti, tutti colpevoli.
    Il protagonista, scrittore non nuovo ad incursioni teatrali (come sempre più spesso gli autori amano fare, vedi Carofiglio o Pennac) appare perfettamente a suo agio nei… propri panni, il regista Giorgio Gallione ha la mano leggera, riuscendo a consegnarci un racconto avvincente nonstante la fine (forse) sia nota ma anche una sorta di guida al noir d’autore. E la domanda spunta inevitabile: ma sarà davvero questo ciò che capita scrivendo di delitti e delinquenti?

    Massimo Carlotto, 58 anni, di Padova, scrittore e sceneggiatore, ha lui stesso una biografia quanto mai “noir” suo malgrado.
    All’età di 20 anni fu accusato dell’omicidio di una studentessa di Padova da lui trovata agonizzante in casa. Dopo una prima assoluzione fu condannato in appello a 18 anni, pena confermata in Cassazione mentre si trovava già latitante all’estero, prima in Francia e poi in Messico. Qui rimase per tre anni prima di essere arrestato e nuovamente incarcerato in Italia, dove si ammalò gravemente; in seguito ad una campagna internazionale per la sua liberazione ottenne nel 1993 la grazia dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro dopo aver incassato una nuova condanna in seguito alla revisione del processo.
    Il suo primo romanzo “Il fuggiasco“, uscito nel 95, diventato un film nel 2003, attinge proprio da questa difficile esperienza. Sempre del 95 è “La verità dell’Alligatore” dove appare per la prima volta il suo personaggio più famoso, Marco Buratti detto l’Alligatore, un detective privato senza licenza ed ex detenuto che lavora, si fa per dire, nella zona di Padova.
    Ad oggi si può dire che Massimo Carlotto sia l’autore e non più ” il caso”. Ma non dimentica, nessuno dovrebbe farlo, tanto meno la sua generazione uscita dal ’77 può permettersi di farlo. La memoria è centrale nelle sue opere, e, come ha detto citando il suo romanzo di riferimento (Stefano Tassinari – Assalti al cielo):

    [quote]Non siamo capaci di mandarvi assolti, per le ferite che (non) avete aperto nella nostra memoria, per le strade che (non) avete interrotto nella nostra coscienza e, soprattutto, per non averci chiesto un’altra sera da passare insieme” è sulla memoria che noi ci giochiamo tutto.[/quote]

    Giorgio Gallione, 61 anni, di Genova, è regista e direttore artistico del Teatro dell’ Archivolto dal 1986. Collabora con Stefano Benni, Altan, Pennac, Michele Serra e molti altri artisti di primissimo piano. Nel 2006 e 2007 ha curato per La7 “Crozza Italia”. Sono numerosissimi gli allestimenti teatrali che ha diretto: attualmente sono in cartellone nei teatri italiani, fra gli altri “(L)’invenzione della solitudine” con Giuseppe Battiston, e “La misteriosa scomparsa di W” con Ambra Angiolini protagonista.

    Bruna Taravello

  • Zen Circus alla Feltrinelli, “Canzoni contro la Natura”: Ufo e Appino improvvisano il duo

    Zen Circus alla Feltrinelli, “Canzoni contro la Natura”: Ufo e Appino improvvisano il duo

    Zen Circus, La Feltrinelli Genova
    Andrea Appino e Ufo Schiavelli

    Dopo l’anno sabbatico che ha tenuto gli Zen Circus impegnati nei progetti solisti di Andrea Appino (“Il Testamento”) e Karim Qquru (“Morte a Credito” con La Notte dei Lunghi Coltelli), il gruppo di Pisa torna sulla scena musicale con il nuovo disco “Canzoni contro la Natura”. Il tour, che partirà dal 7 marzo, toccherà le principali città italiane, tra cui Firenze, Bologna, Milano, Torino e Genova (il 25 aprile). Nel frattempo, gli Zen sono impegnati nella presentazione della loro ultima fatica discografica, con tappa, ieri (lunedì 27), alla Feltrinelli di Genova.

    [quote]Gli Zen non possono prescindere dal ruolo di “rompicoglioni”, per le insite perplessità che abbiamo dentro e che ci spingono a prendere le parti del contraddittorio.[/quote]

    Lo spazio eventi al primo piano è già gremito di pubblico, affacciato anche dalla spirale delle corsie ai piani superiori. Intanto Andrea Appino e Massimiliano “Ufo” Schiavelli si siedono imbracciando immediatamente gli strumenti, dando purtroppo una brutta notizia: Karim Qquru non sarà presente, costretto a casa con 39 di febbre. Ma si viene subito al sodo: il nuovo disco riprende il discorso interrotto dall’anno sabbatico, lasciando da parte le influenze dei lavori solisti e riaprendo il tendone del circo Zen. Se “Andate tutti affanculo” puntava in qualche modo il dito contro -appunto- “tutti”, e “Nati per Subire” poneva il gruppo di fronte al riflesso della propria condizione, “Canzoni contro la Natura” prosegue questo percorso di introspezione, costringendo gli Zen a rivolgere quel dito verso sé stessi. Il disco è interamente autoprodotto, così da rendere il suono più puro degli Zen Circus, quell’«energia e naturalezza che si respirano a pieni polmoni nei nostri live».

    Viva”, primo singolo del nuovo album, è anche la canzone che apre la piccola performance. L’assenza delle percussioni di Karim, pur inducendo Andrea a definirla «una versione scabra» del pezzo, sottolinea come la sua voce sia perfettamente a proprio agio anche senza la ritmica, culminando nel fatidico “vivi si muore“, monito aureo a non prendersi troppo sul serio.
    Si prosegue con “Dalì”, e qui emerge il protagonismo del basso di Ufo, a cui la chitarra fa da accompagnamento. «Dalì non esiste, è un ipotetico barbone ‘carrarino’ dal passato anarchico», svela Andrea circa il mistero intorno all’identità del personaggio, la cui «utopia, scontratasi con la vita reale, si infrange nella moltitudine delle esperienze di coloro che, più o meno mitologicamente, abitano le realtà di quartiere».

    Vai, vai, vai”, con quel “vai così ragazzo, vai dove credi necessario che vai bene come vai“, suggerisce alla mente un ideale seguito di “Ragazzo Eroe”. Il brano, rivela Appino, «non tratta di fuga dei cervelli»; e, prosegue Ufo, «non c’entra con “chi è andato a vivere a Londra, Berlino, a Parigi, Milano, Bologna”; la questione è più metafisica e il riferimento, se vogliamo, è piuttosto da ricercare nel film “Il Minestrone”».

    Postumia” è una strada che «garba un casino» ad Appino, che collega l’Ovest all’Est; una strada lungo la quale passeggia una rassegna di umanità, dominata dalla disillusione tanto da indurre a smentire le aspettative del proprio nonno: “non è il Paese che sognavi te“. Sull’origine della canzone, Andrea ricorda «questo vecchio, affacciato alla finestra, a osservare i meccanismi del sabato sera di una via di Salerno: mi è venuto da interrogarmi su cosa pensasse, con e senza i moralismi annessi». Rincara Ufo, sostenendo che «quello di Postumia sembra essere lo sciopero degli eventi, e percorrerla da la consapevolezza della tragicomica situazione del presente».

    Si conclude la presentazione del disco con “Sestri Levante”, omaggio al concerto degli Zen alla Baia del Silenzio. «La Baia è bellissima e, specialmente, non a tutti i concerti facciamo un falò», così Andrea ricorda la serata, di cui emerge anche la testimonianza di parte del pubblico presente.

    L’albero di Tiglio”, infine, che sfortunatamente non viene eseguita, ha del provocatorio sulla questione della spiritualità e su Dio. «Il brano alza il tiro sull’argomento che io preferisco: piangere, cantare, suonare… è innanzitutto pregare»; così Appino conclude l’evento, azzardando un’idea che lo incuriosisce da tempo: «se Dio fosse la creatura più evoluta del pianeta, una pianta?». Come lui stesso si chiede: «esiste il Bene, in Natura?». O è Bene essere “Contro la Natura”?

    Nicola Damassino

  • Storie al Lavoro, la visita alla mostra: parole e immagini raccontano la crisi

    Storie al Lavoro, la visita alla mostra: parole e immagini raccontano la crisi

    sala-dogana-ducale-DIC’è molto da leggere, e molto da osservare, su un tema – il lavoro, con tutte le problematiche che oggi vi sono legate – che è ormai presente nella nostra quotidianità come un’estrema e dolorosa urgenza. Gli autori di “Storie”, allievi della scuola di storytelling StudioStorie di Sergio Badino (curatore della mostra), ci danno il loro personale punto di vista sulla situazione: racconti che partono da spunti evidentemente reali, talvolta librandosi in trame futuristiche o iperboliche, talaltra rimanendo saldamente ancorati al terreno con uno sguardo impietoso su ciò che è il nostro paese oggi. A dar loro man forte giunge il prezioso apporto dei disegnatori coinvolti da Badino in questo progetto per arricchirlo fornendo un supporto visivo ad alcune delle sceneggiature, con un risultato di grande effetto grazie all’unione di parole e immagini: «Sceneggiatori e disegnatori si sono conosciuti a cose fatte, direttamente in mostra. Scopo dei miei corsi – racconta Badino – è dare un’impostazione professionale alla scrittura, quindi gli sceneggiatori dovevano scrivere storie comprensibili da un disegnatore. La sceneggiatura doveva essere completamente accessibile. Interpretabile, naturalmente, come ogni sceneggiatura, ma prima di tutto chiara». Non è detto, infatti, che in una situazione tra professionisti le due figure entrino necessariamente in contatto.

    Colpisce, in questi racconti, la profonda consapevolezza della realtà, e la capacità degli autori di restituirla pienamente, cosa ancora più notevole se si considera che tra gli allievi del corso – così come tra i disegnatori – ci sono molti giovani sui vent’anni (e un giovanissimo sceneggiatore di sedici, Ezequiel Espinosa): a dimostrazione del fatto che i giovani sanno tutto di crisi, lavoro, futuro negato, e attraverso le immagini e le parole dei loro racconti ne parlano con un’efficacia inaspettata, che distoglie il fruitore da qualsiasi torpore e lo prende a schiaffi, tirandogli fuori rabbia e sentimenti altrimenti anestetizzati dall’abitudine ormai consolidata a questa realtà.

    Sergio Badino storie al lavoro fumettiBadino ha creato le coppie sceneggiatori-disegnatori, scegliendo questi ultimi «in certi casi in base all’affinità emotivo-artistica: avendo letto le storie e conoscendo i tratti, ho capito che insieme alcune persone avrebbero creato una miscela interessante, e così in alcuni casi è stato. In altri invece mi sono mosso in base alla curiosità di vedere cosa sarebbe uscito da una certa sceneggiatura interpretata da un dato segno». A quanto pare la logica seguita ha funzionato: i riscontri dei visitatori e i complimenti reciproci tra sceneggiatori e disegnatori lo attestano.

    Ma la scelta di un tema così dolorosamente attuale può rischiare di concentrare troppo l’attenzione dello spettatore sui contenuti, impedendogli di apprezzare appieno le qualità puramente estetiche delle opere? No per il curatore:

    [quote]Nel fumetto la storia è narrata dagli sforzi congiunti di parole e immagini: in questo mezzo di comunicazione, dall’unione di questi due elementi, la storia prende vita. Tutto il resto è esibizionismo, di parole come di immagini: tutto ciò che esula dal fine ultimo, cioè la narrazione, è da considerarsi un di più. Una tavola a fumetti deve prima di tutto raccontare una storia, attraverso testi incisivi e immagini efficaci.[/quote]

    Ed ecco allora che una congerie di figure umane che tutti conosciamo si affastellano nei racconti, cercando di districarsi in un mondo inospitale: migranti, camalli, giovani che fanno tre quattro lavori per sopravvivere, ricercatori con le mani sporche di sangue (degli animali che uccidono per lavoro), esodati, impiegati di call center, laureati all’estero, freelance squattrinati.

    A differenza degli sceneggiatori, tutti i disegnatori sono professionisti, ci ricorda Badino. Tra di loro, per fare qualche esempio «Matteo Anselmo ha di recente vinto un concorso nazionale per il miglior omaggio ad Andrea Pazienza, Francesco D’Ippolito è da oltre un decennio un disegnatore Disney, Federico Franzò disegna le Winx; Stefano Tirasso è stato segnalato da un importante sito di critica fumettistica come uno dei cinque giovani disegnatori italiani da tenere d’occhio; Giorgia Marras sta per uscire con un romanzo a fumetti dei cui testi è anche autrice».

    Un motivo in più quindi per apprezzare questo grande lavoro collettivo carico di aspetti molto diversi tra loro: «Primo fra tutti mostrare la pari dignità di fumetto e narrativa – dice Badino – come forme di comunicazione, entrambe in grado di far emergere tematiche forti, sociali, sentite. Si avverte spesso un po’ di snobismo tra l’uno e l’altra, quando invece si tratta semplicemente di modi di narrare sì differenti, ma con principi comuni. Ogni mezzo di comunicazione ha da imparare dagli altri, senza distinzione. Altra nota importante è l’aver proposto una mostra in cui racconti e fumetti sono mescolati come carte in tavola, si presentano vicini, gli uni accanto agli altri, nudi e crudi, sinceri: non è una cosa che si vede così spesso. Ultimo aspetto: l’aver offerto una carrellata priva di retorica su un problema più che mai oggi percepito come tangibile. “Storie al lavoro” ci dice, attraverso oltre trenta storie brevi, quale sia la percezione del tema per un gruppo di universitari, giovani studenti, professionisti, che col lavoro hanno a che fare ogni giorno. Una discreta fotografia panoramica».

    Si esce dalla mostra con una domanda: perché siamo tutti così consci della situazione ma così immobilizzati? Per Badino «scopo di chi scrive non è trovare soluzioni, ma far sì che l’opinione pubblica si concentri e sensibilizzi su un dato problema. Siamo stati tutt’altro che immobili: “Storie al lavoro” è la nostra risposta». Allo spettatore non resta che cercare, anch’egli, una propria risposta.

     

    Claudia Baghino

  • Roberto Vigo, la professione del fonico e del produttore artistico

    Roberto Vigo, la professione del fonico e del produttore artistico

    roberto-vigoProsegue il nostro viaggio (qui la prima intervista) attraverso le esperienze di chi nella nostra città è riuscito nell’ardua impresa di “vivere di e con la musica”. Roberto Vigo è fonico professionista: tanti dischi registrati a Genova hanno il suo nome nei famosi “credits”. Da molti anni ha uno studio suo, lo ZeroDieci, e da quasi altrettanti insegna il suo mestiere a giovani e meno giovani.

    Spesso, a Genova come in tanti altri luoghi, si dice che “tutti suonano e nessuno ascolta”: tu cosa ne pensi?

    «In realtà, secondo me, c’è un sacco di gente che ascolta. Un pubblico che spesso è tecnico, cioè formato da musicisti, molto attento ai particolari ed esigente, anche se talvolta (mi riferisco ovviamente ai musicisti) più per quello che suonano gli altri che non per i propri lavori. Si tende cioè a non ascoltare a sufficienza quello che si produce in proprio, cosa che invece è fondamentale per focalizzarsi su un proprio miglioramento artistico.
    Esiste però un numero crescente di gente che, grazie alla rete, va in giro a cercare la musica che più gli piace, artisti non molto conosciuti di cui poi diventa fan. Questa audience però non fa mercato, ed è quasi invisibile in termini economici, vuoi per la crisi discografica, vuoi perché trattasi di musica gratuita, legale o illegale che sia. Ed è anche il motivo per cui questa fetta di ascoltatori è difficilmente quantificabile in termini numerici».

    mixer-fonico-suono-musicaSembra che da qualche anno tutti vogliano o cerchino di registrare un disco… È davvero diventato così facile o è un riflesso del consumo sfrenato di musica, che ormai viene misurata in GB e non in supporti fisici?

    «Intanto da qualche anno è diventato possibile per tutti registrare un disco, cosa che era preclusa a molti in passato, perché le strutture, gli studi di registrazione, costavano un rene al giorno! Era un tipo di attività che non era alla portata di chiunque. Adesso che i costi si sono ridotti in misura drastica, la registrazione è davvero alla portata di tutti, ma se si fa un discorso qualitativo non è che, sapendo registrare, si fa anche della buona musica! Nel discorso “qualità” entrano anche la preparazione dei musicisti, la musicalità in generale del progetto. E la parte più difficile: la voglia di comunicare qualcosa attraverso la musica. Per la quantità si può essere d’accordo sulla misurazione in GB della musica, ma nelle nicchie di mercato molto piccole c’è un ritorno al supporto non digitale (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr) e questo per me è incoraggiante».

    Definiscimi la tua professionalità…

    «Passione, puntualità, precisione, ed amore per le cose che si fanno».

    Da diverso tempo fai anche corsi per fonici, e in qualche caso dai battesimo anche a futuri professionisti… Chi sono i tuoi studenti? Perché hai sentito l’esigenza di insegnare il tuo mestiere?

    «Vengono da me musicisti appassionati che ne vogliono sapere di più, perché è giusto avere un background tecnico sul suono… se suoni, e soprattutto se lo vuoi fare di professione. Vengono da me anche persone che vogliono fare il fonico come lavoro, ad esempio il tecnico a bordo delle navi da crociera, oppure gente che ha il proprio studio a casa e vuole migliorare la qualità di quello che registra. Il motivo per cui insegno è che in realtà sto ancora adesso imparando! Nonostante vent’anni d’esperienza sento ancora il bisogno di imparare e di trasmettere tutto quello che ho ricevuto negli anni. È una soddisfazione vedere allievi che trovano una propria strada grazie anche ai miei insegnamenti».

    Qual’è, al netto dei problemi, la difficoltà maggiore che incontri nel tuo lavoro in un momento storico come questo?

    «Non so risponderti. Sinceramente in questo momento non ho problemi nel mio lavoro. A me sta andando tutto bene, e non vorrei essere quello che va controcorrente… Magari alle volte i problemi sono le tasse eccessive, cose comuni ad altre attività, ma nel mio settore va tutto bene, c’è interesse per tutto quello che faccio!»

    Hai un tuo rapporto con la SIAE? Tu partecipi a dei progetti artistici, come produttore e come fonico: c’è differenza tra i due casi?

    compressore-musica-fonico-registrazione

    «Semplicemente non ho un rapporto con la SIAE, né mi interessa averlo. La SIAE avrebbe uno scopo nobile, pagare i diritti agli artisti, ma il meccanismo non funziona. Personalmente non ho mai pensato di fare l’editore o chiedere all’artista percentuali sul diritto d’autore. L’unico rapporto che ho con la fonico-musica-registrazione-suonoSIAE è quando vado a chiedere i bollini per i CD come produttore artistico».

    Un musicista che stimo un giorno mi ha detto: il mercato musicale è morto; ma allora, tu che i dischi li registri, cosa gli rispondi? Come si vendono – se si vendono – i dischi?

    «Musicista e fonico stanno dalla stessa parte della barricata, anche perché per entrambi il prodotto finito ha in sé la soddisfazione personale di averlo creato. Il fonico non ha un ritorno economico dal disco in base alle vendite, diversamente da quanto succede negli U.S.A., ha un ritorno di fama, di popolarità, eccetera. È cambiata la forma entro cui si ascolta e si consuma musica: il mercato musicale è morto se lo interpretiamo come compravendita di dischi. Rimangono delle nicchie piccolissime che hanno bisogno di un dato supporto fisico. L’utenza rimane: il problema è che non s’è trovato un modo per rimonetizzare il consumo di musica in maniera efficace – e giusta – per tutti gli attori.
    L’artista odierno deve mettersi in gioco, salire sul palco e suonare; non si guadagna più vendendo i dischi, il disco serve all’artista come promozione per andare in giro con uno spettacolo. Non è più vero il contrario, cioè fare lo spettacolo per promuovere il disco. Non si vive di diritti sulle canzoni, via SIAE: una volta si potevano guadagnare milioni anche solo componendo canzoni, prendendo i diritti sui passaggi radio e televisivi, adesso non più».

     

    Michele Bensa

  • Portrait Gallery: mostra di Jackie Saccoccio a Villa Croce

    Portrait Gallery: mostra di Jackie Saccoccio a Villa Croce

    Jackie Saccoccio Portrait Gallery

    Il museo di arte contemporanea di Villa Croce ospita dal 16 gennaio al 9 marzo Portrait Galler –  galleria di ritratti, mostra di Jackie Saccoccio.

    La prima mostra monografica in un museo europeo della pittrice americana classe 1963: i suoi grandi quadri astratti riflettono la luce mediterranea delle sale bianche della villa; le tele sono così in dialogo con lo spazio della villa, ricreando un allestimento da pinacoteca classica.

    «La pittura è un’attività strutturata attraverso l’improvvisazione, infatti uso per le mie tele pigmenti, olii e minerali liquidi e semi solidi da stendere strato dopo strato – dice la pittrice – Voglio che la tela racconti l’intera esperienza pittorica, portando traccia dei dubbi delle bravate che fanno parte del processo creativo, ciascuno strato racconta l’esperienza gestuale del momento. Così la tela diventa la traccia delle trasformazioni giornaliere, una forma di cubismo psicologico»

    Nella grande sala affrescata del museo di Villa Croce, l’artista ha ricreato una galleria di ritratti satura di opere e di colori, in cui ciascuna tela emana un’aurea, una presenza. Le opere raccontano attraverso pigmenti e forme l’essenza di una personalità, il suo spirito attraverso il peso e i toni del colore, dalle sovrapposizioni e dalla materia pittorica.

    La mostra prevede anche una sala apparentemente vuota, dal titolo Portrait (Absence), Ritratto (Assenza), un wall drawing (quasi un affresco) monocromo di linee non intersecanti segnate dal vuoto lasciato da una serie di tele rimosse. Questo spazio bianco vuole evocare un’assenza, in contrasto al pieno della sala adiacente mettendo in moto un gioco dinamico di vuoti e pieni.

    In altre sale l’interferenza tra pieno e vuoto viene esplorata attraverso grandi tele in cui spirali labirintiche scherzano con il vuoto rendendo il visitatore una figura lillipuziana confrontata dalla forza dell’arte.

    16 gennaio – 9 marzo 2014
    Anteprima stampa 16 gennaio, ore 11.30 – 13.00
    Opening 16 gennaio ore 18.30

  • Guitar Ray and the Gamblers, il nuovo disco della bluesband chiavarese

    Guitar Ray and the Gamblers, il nuovo disco della bluesband chiavarese

    guitar_ray_and_the_gamblers-2In passato hanno collaborato con mostri sacri della musica come Fabio Treves, Otis Grand, Big Pete Pearson, Jerry Portnoy (armonicista del grande Muddy Waters e di Eric Clapton). Oggi i Guitar Ray and the Gamblers, blues band capitanata dall’artista chiavarese Ray Scona, tornano con un nuovo disco di inediti “Photograph“, un blues tradizionale che abbraccia anche sonorità più moderne e attuali. Prodotto da Paul Reddick, cantautore blues canadese, il disco può contare anche su guest di tutto rispetto: l’armonica di Fabio Treves, bluesman tra i più apprezzati e seguiti in Italia, e gli archi e flauto dei Gnu Quartet.

    Il tema e filo conduttore dell’album è il “viaggio”, inteso come cammino dal passato al presente lungo la storia di questa band, ma anche come esplorazione senza sosta di mondi diversi e nuovi. Non a caso molti di questi brani nascono dalla penna di Paul Reddick durante le lunghe trasferte del suo tour canadese.

    E a proposito di viaggi dal passato al presente: dopo tanti anni di carriera, come se la passa Ray Scona? Gli abbiamo chiesto se sa dirci a cosa deve riununciare un bluesman ai nostri giorni per riuscire a vivere e mangiare con la musica, ma lui preferisce non scendere troppo nei particolari… «Credo che in questo periodo davvero difficile, le rinunce siano all’ordine del giorno per chiunque. Immagina per chi ha fatto della musica una professione. La cosa interessante però, è il modo in cui il palco ed il pubblico ti ripagano per tutto questo».

    guitar-ray-and-the-gamblers-photographLa formazione attuale della band vede Guitar Ray Scona alla voce e chitarra, GabD al Basso, Henry Carpaneto al piano e Marco Fuliano alla batteria. Quest’ultimo genovese doc e batterista di grande talento, mentre Gab e Henry sono chiavaresi come Ray. Ma alle coinvolgenti sonorità del disco hanno contribuito anche Michele Bonivento (veneziano, Organo Hammond), Paul Maffi (genovese, Sax Tenore) e JP Lobello (nato ad Albenga, Tromba).

    «Avevo bisogno di qualcosa di nuovo – racconta Ray Scona – volevo rinnovare il suono mio e della band. Spero che questo nuovo album, raccolga un pubblico più ampio, e trovi consensi anche tra gli ascoltatori di diversi generi musicali»

    La passione è sempre la stessa, anche oggi che la pubblicazione di un album è diventata a portata di chiunque in qualunque momento… La rete ha spalancato le porte a centinaia di nuove uscite di dischi e canzoni ogni giorno, di qualunque genere e di qualsiasi livello, dal grande lavoro che rimarrà perlopiù inascoltato sino all’album acerbo che avrebbe fatto meglio a rimanere nel cassetto; Ray Scona però non sembra accusare questa situazione, anzi… «La rete è sicuramente un mezzo fantastico. Io faccio sempre un lavoro di ricerca che 35 anni fa, quando ho cominciato a suonare io, non avrei neanche saputo sognare. Basta sapere cosa cercare».

     

  • Paolo Bonfanti al Count Basie, il bluesman genovese e il suo “esilio”

    Paolo Bonfanti al Count Basie, il bluesman genovese e il suo “esilio”

    count-basie-paolo-bonfantiCount Basie, Vico Tana. Un locale ricavato tra le arcate in pietra delle antiche fondamenta del convento quattrocentesco di Santa Brigida. La suggestione estetica del jazz club non lascia indifferenti; ma quella acustica sarà in grado addirittura di far dimenticare la prima. Un bicchiere di buon vino non può che completare il quadro, magari incrociando subito il protagonista della serata vicino al bancone del count-basie-paolo-bonfanti-2bar. Paolo Bonfanti ha l’entusiasmo di un ragazzo al suo primo concerto e la cordialità di un amico.

    Fresco di uscita, il suo nuovo disco è paradigmatico: Exile on Backstreets manifesta la dedizione del chitarrista genovese verso il blues, non solo genere musicale, ma genere di vita. Ai problemi sociali, economici e personali, la risposta viene sempre da una struttura di accordi di settima. Lui stesso conferma che «è praticamente impossibile fare qualcosa, ormai, senza pensare al contesto sociale in cui viviamo: non si tratta tanto di voler fare per forza musica impegnata, quanto di non poter proprio fare altro». Un disco più che mai di black music, potente, ruvida e penetrante; un genere per certi versi naturale a Genova, «dove una scuola di cantautori di prim’ordine ha potuto nascere tra i suoi vicoli» (e il pensiero va a De Andrè, nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa). Un disco che sa di nuovo rispetto alla produzione di Bonfanti. Come ammette anche lui «è stato partorito quasi di getto, senza soffermarsi sugli arrangiamenti o sugli orpelli da studio». Che si tratta di brani non addomesticati lo si sentirà a brevissimo, quando il live ne scatenerà tutta l’intensità.

    Il Count Basie è gremito. Bonfanti si muove sul manico della sua Brontocaster con lo slide inanellato al mignolo ora come un forsennato che cerca di straziare le corde, ora come un incantatore di serpenti, che ipnotizza lo strumento e il pubblico. Il suo chitarrismo vigoroso ma sempre calligrafico percorre la corrente elettrica che sprigiona la sua chitarra, confluendo nella corrente sanguigna di ogni presente. Pleonastico sottolineare l’enorme qualità dei brani, che implica l’ancora più pleonastica levatura di chi abbiamo di fronte: un musicista avvelenato (o benedetto) dal blues, che l’ha assimilato intossicandosene e che lo canta e lo suona autoinfliggendoselo. Bonfanti merita il posto che gli spetta: tra i maggiori musicisti blues in Italia.

    Dalla tiratissima Father’s Things, azzardando un quasi ska blues rockabilly, attraverso lo struggente lamento di Slow Blues for Bruno (che fa correre la mente a Since I’ve been Lovin’ You degli Zeppelin), in cui il gemito della chitarra è sorretto da tutti gli strumenti e consolato dal dialogo con le sfumature della fisarmonica, creando un ponte transatlantico tra blues del Missisipi e tradizione mediterranea; alla titletrack Exile on Backstreets, in cui Bonfanti riprende il controllo della sua musica, domando la sua chitarra, oppure facendosi domare da lei.

    Groove, basso incalzante e bottleneck immergono la stanza in un’atmosfera da periferia statunitense, e viene una voglia irrefrenabile di uscire nella polvere, mettersi in auto e viaggiare tutta la notte per rettilinei indefinibili e sconfinati. Le cover regalano nuova linfa a Up to My Neck in You degli AC/DC, rockettara come si conviene; e I’ll Never Get Out of This World Alive, omaggio a un maestro totale come Hank Williams. Il gospel di Breack’em Chains e il funky di Black Glove sono riprove del morale e delle intenzioni del bluesman di Sampierdarena: il primo riprende le storie dei Railroad Gandydancers (ricordando in un lampo la ballata di John Henry e Joe Bonamassa); il secondo la lotta per l’emancipazione raziale, ricordando le Black Panther e il loro leader Bobby Seale. Emblematica la copertina del disco, in cui campeggia un pugno nero.

    Paolo Bonfanti, proprio come De Andrè prima di lui, sceglie un “esilio nei vicoli” che possa rendere quella libertà che sembra mancare sulle strade principali, sapendo bene che vi troverà la gente per cui la sua musica possa significare qualcosa. E in Vico Tana la sua musica ha significato tantissimo.

     

    Nicola Damassino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Fabio Gremo

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Fabio Gremo

    Fabio Gremo, genovese classe ’76, ha la musica nel sangue fin da piccolo: dopo aver conosciuto la chitarra a scuola nell’ora di musica, compie la sua formazione musicale frequentando il conservatorio dove si diploma in chitarra classica e approfondendo poi le sue conoscenze in corsi internazionali. Partecipa a diversi contest e festival sia come singolo sia come membro di gruppi (come chitarrista e bassista) ed ottiene il terzo posto al concorso chitarristico nazionale “Pasquale Taraffo” nel ’91. Si cimenta inoltre nell’attività di composizione creando brani per gruppi prog rock, prog metal e new dark ma anche pezzi strumentali, colonne sonore, brani d’atmosfera. Si esibisce nel frattempo anche come chitarrista solista o in duo e lavora inoltre come autore di testi. I progetti di cui fa parte sono Il Tempio delle Clessidre, Daedalus, Thought Machine (come bassista) e Ianva (come chitarrista).

    A ottobre 2013 è uscito il suo primo album solista, intitolato significativamente “La mia voce”: è la sua chitarra, attraverso la quale parla a chi ascolta, raccontando in ognuno dei brani una storia diversa con un “tono di voce” differente. La chitarra classica che usa in questo disco è un pezzo unico perché, come lui stesso racconta, «è realizzata da un liutaio e ho faticato non poco per averla! Ha il manico un po’ più largo del solito e un suono che io trovo eccezionale». È con questa fida compagna che Fabio ha affrontato l’avventura del primo disco – per di più realizzato in regime di completa autoproduzione – tornando al “primo amore” dopo tanti anni di sound elettrico.

    Fabio Gremo, chitarrista e bassistaGenere: rock, folk, prog, musica classica

     

     

     

  • Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, classe ’75, è un’artista genovese. Cresciuta in una famiglia amante dell’arte e piena di creatività, per lei la scelta di intraprendere professionalmente questo non sempre facile percorso è giunta in maniera molto naturale.

    Come è avvenuta la tua formazione artistica? Quando e come hai preso la decisione di fare l’artista e di farne un mestiere?

    «Ho frequentato il liceo Artistico Nicolò Barabino e mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali, perché l’ambiente familiare ha contribuito a questa mia scelta, avendo la madre ritrattista e una cugina designer; mio padre, inoltre, dal quale ho ereditato la creatività, mi ha fatto partecipare fin da piccola a concorsi e mostre.  Ho così iniziato molto presto ad entrare in questo mondo e, fin dai primi anni di università e alla fine dei miei studi, dopo tante mostre e lavorando contemporaneamente in altri campi, ho deciso di dedicarmi soltanto all’arte. Tutte le esperienze che ho fatto sono state comunque stimolanti e mi hanno portato al risultato di oggi».

    particolare di baia del silenzio 2Baia del Silenzio -Sestri Levante-terracotta

     

     

     

     

     

     

     

    Mi ha colpito molto il modo in cui nelle tue tele restituisci la realtà: un’interpretazione mi viene da dire soave, colorata, che sembra arrivare direttamente dagli occhi di un bambino, nei colori e nelle forme essenziali, ma soprattutto priva dello sgomento che caratterizza tanta arte odierna, profondamente legata alle angosce del nostro mondo attuale. Come mai scegli questa via così serena di rappresentazione? Ha a che fare con il tuo carattere? O è una sorta di catarsi proprio dalle brutture del reale?

    «Grazie per la domanda molto indovinata. Penso siano entrambe le cose: se i momenti della vita di maggior sofferenza sono anche quelli più fecondi artisticamente, è per come sono fatta, ma il risultato è sempre qualcosa di gioioso, nonostante a volte appartenga, appunto, ad un periodo triste.
    Probabilmente la mia creatività, unita al forte senso del colore, è un antidoto agli episodi negativi della vita, è un modo per vivere, sia pur virtualmente, in un “habitat” che, in qualche modo, mi accoglie, mi conforta e mi fa sognare e questo lo riscontra anche chi apprezza il mio lavoro.
    Infatti, ultimamente, mi sono sentita dire da chi ha acquistato le mie opere che,  nel momento attuale così duro, colore e vitalità aiutano ad evadere dalle preoccupazioni e dai pensieri malinconici».

     

    Cactus-tempera su carta marrone- 100 x70 cm-Tele, ma anche terrecotte e ceramiche: sono mezzi artistici molto tradizionali, anche qui un po’ in controtendenza con le tendenze odierne, penso a tecniche completamente diverse come videoarte o altri media digitali che ormai prendono sempre più piede. C’è un motivo particolare per cui usi certe tecniche piuttosto che altre?

    «Entrambe le tecniche, per strane combinazioni del destino, hanno scelto loro me e non viceversa e non le ho più abbandonate, essendo, per ora, il mezzo di comunicazione che più riesce a tradurre la mia fantasia in un’opera concreta.
    Ad esempio nel Ponente ligure c’è una grande tradizione legata alla ceramica, mentre io, lavorando più a Levante, vedo che molti rimangono spiazzati quando presento opere in terracotta, perché non sono abituati a vederne di simili e ad immaginarle inserite in un ambiente, io, invece, lo reputo un materiale fantastico, molto caldo ed unico che dovrebbe affascinare oltre che per l’originalità dei pezzi; purtroppo, spesso, si è diffidenti verso tecniche d’espressione che non si conoscono bene e si tende a non sperimentarle. Questo penso mi penalizzi a volte, in quanto, purtroppo, l’arte attuale è influenzata dalle mode e la richiesta spesso segue questo meccanismo.  L’Arte dovrebbe essere oltre la moda e le tendenze: è un valore universale per eccellenza con qualsiasi tecnica o mezzo venga espresso».

     

    Rapallo- tempera ed acquarello su carta-78x30cm-Hai esposto anche in Francia: che idea ti sei fatta del ruolo dell’artista fuori dall’Italia? Un artista qui riesce a vivere di quello che fa? E fuori?

    «Forse all’estero c’è più rispetto per il “mestiere” d’artista come figura, ma questo non significa che non ci sia la stessa difficoltà per affermarsi; inoltre Bosco- tempera su cartaspugna- cm 200x80ho riscontrato un forte “nazionalismo” e la tendenza a portare avanti gli artisti locali, mentre in Italia è quasi l’opposto. Inoltre, specialmente in Italia, ci sono tanti bravi creativi ed  anche per questo è difficile riuscire a vivere del proprio lavoro».

    Cosa ispira le tue creazioni? Luoghi, persone, avvenimenti…? Cosa vorresti che provassero le persone davanti a un tuo quadro o tenendo in mano un oggetto realizzato da te?

    «Tutto può stimolare la mia creatività, anche se sinceramente non faccio fatica a produrre ambienti ricchi di forme e colori, diversi fra loro; probabilmente è una esigenza innata, che soddisfa la mia ammirazione per tutto il creato.
    Ultimamente mi sono dedicata alla progettazione di testiere per letti; tutti mi hanno detto “che cosa strana!” Io non so perché ho avuto questa idea, ma era tanto che ci pensavo, forse è la sintesi di qualche viaggio che ho fatto con la passione forte per la casa e l’arredamento; non so a volte da dove arrivino le idee, l’importante è che continuino ad arrivare…
    Ascolto con molta attenzione quello che provano le persone quando sono davanti ad un mio quadro o vedono un mio lavoro e mi dicono che comunica sensazioni molto positive, come gioia, freschezza e speranza, forse perché i miei pezzi sono ispirati alla natura e hanno colori caldi e forti, qualunque sia il motivo, non potrei essere più soddisfatta del risultato e non potrei desiderare altro».

    Cosa significa secondo te essere un artista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti?

    «Per me essere artista oggi come ieri, significa avere il coraggio di fare una scelta non facile soltanto per concretizzare il proprio sentire. L’energia me la danno le persone che apprezzano e capiscono le cose che faccio e che m’incoraggiano e mi fanno comprendere che ho intrapreso la strada giusta».

    Claudia Baghino