Categoria: Vivere Genova

  • Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Nel 2012 l’occasione che non ti aspetti. Scrivere due brani per chitarra classica da inserire in un progetto didattico per le scuole elementari: dopo quella esperienza Fabio Gremo decide che è arrivato il momento di tornare al vecchio amore, dopo anni come bassista nel mondo del rock e del prog e le tournée internazionali con la band genovese Il Tempio delle Clessidre.

    Dopo oltre un anno ecco il disco “La mia voce“, il primo da solista, brani strumentali per chitarra classica, ognuno accompagnato da una fotografia e una descrizione testuale.

    Passare da un ruolo di bassista in un gruppo già molto attivo a un progetto solista. È un po’ come rimettersi in gioco?

    «Suonavo la chitarra classica già prima di entrare nel Tempio delle Clessidre (e in tutti gli altri progetti in cui ho suonato il basso, ad esempio i Daedalus), pertanto è stato più che altro un tornare al mio primo strumento. Sin dai tempi del conservatorio sognavo di realizzare un album tutto mio con la chitarra ed ho sempre tenuto viva questa idea, nonostante le vicende successive mi avessero allontanato da quell’ambito. Effettivamente posso dire di essermi messo in gioco sotto molti punti di vista… È stato un lavoro denso ed impegnativo, più volte ho temuto di non farcela e solo quando ho avuto il disco finito tra le mani ho potuto tirare un colossale sospiro di sollievo!».

    Sei compositore, arrangiatore, orchestratore, autore di testi, nonché bassista; come cambia l’approccio a queste diverse attività e quale ti stimola maggiormente?

    «Ogni settore ha le sue peculiarità ed il suo fascino, in ciascuno di essi riesco sempre a trovare qualche stimolo ed ispirazione. Sicuramente la differenza maggiore si pone tra le attività che posso svolgere da solo, per le quali sono libero di seguire il mio istinto fino in fondo, e quelle che necessitano della partecipazione di altre persone, con cui occorre necessariamente raggiungere un equilibrio. Vivo con molto trasporto il momento in cui un’idea melodica si affaccia alla mente dandomi la possibilità di costruirvi sopra un brano, si innesca qualcosa di magico… Lo stesso accade quando mi trovo da solo ad improvvisare sulla chitarra, ma d’altro canto è così trascinante ed intenso poter calcare il palco con un gruppo! La condivisione delle esperienze ha un sapore dolce».

    Quali sono state le reazioni del pubblico al tuo ultimo lavoro?

    «Il disco è stato accolto con entusiasmo da chi lo ha ascoltato, forse perché i pezzi che contiene sono molto melodici ed offrono spunti per viaggiare con la fantasia. Ho ottenuto alcune belle recensioni in Italia e all’estero. Purtroppo la diffusione non è ampia, ora come ora mi sto occupando personalmente della distribuzione, forse le cose migliorerebbero se avessi il supporto di una etichetta discografica».

    Cosa significa secondo te essere un artista/musicista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti? È ancora possibile vivere di musica?

    «L’attività di musicista oggi si inserisce in un panorama decisamente saturo: viviamo in un’epoca che ha già visto numerose rivoluzioni in ambito musicale, pertanto è assai difficile proporre qualcosa di veramente originale. Credo che la cosa più importante, tuttavia, sia riuscire a comunicare attraverso la musica, definendo un personale linguaggio che permetta di esprimere agli altri i propri sentimenti. Per quanto mi riguarda non c’è nulla di più entusiasmante del riconoscere in chi ascolta le stesse emozioni che mi hanno permesso di creare la musica che suono. Ciò non toglie che vivere di musica sia comunque un’impresa eroica: gestire in autonomia un lavoro complesso, con molteplici aspetti da tenere sotto controllo, richiede parecchie risorse economiche, fisiche e mentali, perciò si può essere tentati a scendere a compromessi ad esempio suonando cover, sottostando ai dettami di una direzione artistica o ricoprendo il ruolo di turnista/orchestrale. È la ben nota diatriba tra il vivere di musica o della propria musica: il primo caso ha una valenza quasi impiegatizia, seppur rispettabilissima, il secondo permette a mio avviso una completa espressione artistica, ma è drammaticamente più arduo».

    Con la band Il Tempio delle Clessidre hai girato molti palcoscenici mondiali, dalla Corea agli Stati Uniti. Come cambia l’approccio al mestiere del musicista, pensi ci sia più propensione all’ascolto rispetto al nostro paese?

    «Per quel che ho potuto constatare, l’unica vera differenza rispetto all’Italia è nel modo in cui il musicista viene considerato: all’estero l’attività musicale è semplicemente trattata come un qualunque altro impiego, con la sua dignità ed il rispetto che merita. Non c’è alcun pregiudizio, né ci si sente in imbarazzo affermando di lavorare nel settore, qualunque sia l’interlocutore. In Oriente in particolare questa sensazione diviene quasi viscerale, per il profondo senso di devozione e riguardo che si respira. Per quanto concerne gli appassionati di musica c’è molta curiosità, ma non mi sento di recriminare su quanto accade nel nostro Paese; forse in altre nazioni è più diffusa la consuetudine di frequentare concerti con regolarità, ma devo ammettere che in ogni nostra esibizione abbiamo sempre riscontrato un calore ed una amicizia veramente forti da parte del nostro pubblico».

     

    video a cura di Daniele Orlandi e Claudia Baghino

  • In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    in-via-del-campo-nascono-i-fiori-rossella-bianchiL’abbiamo incontrata al Berio Cafè per la presentazione del suo libro In via del Campo nascono i fiori (edito da Imprimatur), lei è Rossella Bianchi, la trans presidente dell’Associazione Princesa fondata da Don Andrea Gallo. I lettori più attenti ricorderanno lo speciale di Era Superba sul Ghetto, chi scrive aveva già conosciuto Rossella in quell’occasione (qui l’intervista): mi era piaciuta subito, vedevo in lei grande dignità. Di poche parole, ma al contempo aperta e disponibile nei miei confronti, ha suscitato in me dal primo momento simpatia, ammirazione e curiosità. Rossella avrebbe tante storie da raccontare, mi dicevo. Adesso, quelle storie le ho trovate nel suo libro, un libro onesto, sincero e senza censure. E nel locale della biblioteca Berio, ho avuto la possibilità di approfondire con lei quello che all’epoca, per pudore e per rispetto, non le avevo chiesto.

    “Sono nato il 14 novembre 1942 in un paesino delle colline lucchesi da una famiglia contadina. Da piccolo sentivo il desiderio di immedesimarmi in una identità femminile. Fino a quando ho creduto di essere l’unica mente malata sulla faccia della terra, avevo pensato a come aggirare l’ostacolo: farmi prete”. Così scrive nel suol libro Mario Rossella Bianchi. Poi sappiamo già com’è andata: ha deciso di non farsi prete ed è arrivata a Genova, nei vicoli, dove tutt’ora esercita il mestiere più antico del mondo.

    L’arrivo a Genova, città in cui si è dovuta ambientare, le violenze, le amiche perse lungo la strada, la piaga della droga, poi l’arrivo di Don Gallo, come un angelo, come un amico, più di un padre.

    La storia di Rossella e del Ghetto

     «Farvi sorridere, emozionare e riflettere, senza pretese letterarie era lo scopo che mi ero posta e penso di averlo raggiunto». È una storia difficile la sua, come quella di molte altre trans arrivate negli ’60 (e poi nei decenni a seguire fino ad oggi) nel Ghetto, quadrilatero racchiuso tra Via del Campo, Via Lomellini, Via delle Fontane e Via Balbi. È una storia anche orgogliosa: quella di una persona forte e determinata. È la storia di chi ha vinto: ha vinto la sfida più grande, quella con se stessa, non solo con gli altri.

    «Fin dalle scuole elementari avevo capito che qualcosa in me non quadrava: ero attratta dai ragazzini. A 8 anni ho incontrato il mio primo (e unico: da grande mi sono rifatta abbondantemente!) amore platonico, che però non mi corrispondeva. Ho capito subito di essere “diverso” e le mie zie, quando lo hanno saputo, mi hanno mandata a Lourdes per chiedere la grazia alla Madonna e farmi tornare “normale”. Lì ho conosciuto una ragazzina di Milano che si è invaghita di me e mi ha invitata a trovarla nella sua città. Le mie zie mi hanno mandata a pranzo da lei, erano 7 tra fratelli e sorelle, il padre era un maresciallo della buon costume! Primo piatto servito a tavola, un vassoio di finocchi: oh Madonna, ho pensato, qui finisco nel piatto pure io!».

    Una simpatia naturale e intelligente, che coinvolge il pubblico del Berio Cafè  e cela una personalità più complessa e riflessiva «Tra i 15 e i 20 anni, ho scritto una cinquantina di poesie, tutte un po’ cupe: percepivo le difficoltà del futuro. Facevo la “checca pazza” in giro, facevo un vanto del mio essere diverso e mi autos-puttanavo (non esisteva ancora la parola outing), ma alla sera mi guardavo allo specchio e capivo che qualcosa non andava ed ero triste, di una tristezza leopardiana». All’epoca Mario viveva ancora nella provincia lucchese e iniziava a frequentare le prime amicizie gay. In quegli anni il battesimo di Mario come ‘Rossella’, un omaggio alla protagonista di “Via col Vento”: «tutti i miei amici gay avevano un nome femminile, di un’attrice o comunque con riferimento mai casuale. Avevo paura che mi dessero un soprannome brutto: pensate che una di noi la chiamavano “Aiutami a piangere”! Alla fine mi hanno chiamata Rossella perché, in preda a sofferenze amorose, decisi di reagire pronunciando la frase del noto film: “Domani è un altro giorno”. Sono passati 50 anni e sono ancora Rossella, anche se i miei documenti non dicono la stessa cosa».

    Nello stesso periodo le difficoltà a trovare un lavoro: la sua esuberanza non la faceva passare inosservata e, nella provincia toscana degli anni ’50-60, non erano molti quelli disposti a offrirle un lavoro. Da qui la decisione di emigrare a Genova. «Sono arrivata a Principe il 31 dicembre 1964: era la prima volta. Mi sono diretta in Vico delle Cavigliere, nel Ghetto, dove abitavano alcuni amici che mi aspettavano per festeggiare il capodanno: il tassista nemmeno voleva portarmici. Non nego che l’impatto sia stato brutto. Era sporco, pieno di prostitute e brutta gente, ma dopo pochi giorni me ne ero innamorata perdutamente e mi sono trasferita qui. C’era un’atmosfera nuova: qui non ti facevano sentire diversa, ero una come tutti. Così ho deciso di restare, ma non è stato facile, mi sono successe tante cose negative. Alla fine però non mi sono mai arresa».

    rossella-princesa-trans-ghettoLa sua vita privata, da questo momento, si intreccia con la storia del ghetto di Genova, segue le sue trasformazioni sociali e urbane. Il quartiere inizia a trasformasi, arrivano i ragazzi, travestiti, truccati e colorati. Anche Rossella così decide di tagliare i legami con la vita di prima… All’epoca era illegale: vigeva il reato di mascheramento, retaggio fascista (decaduto più tardi con una sentenza della Cassazione), così c’erano frequenti incursioni e arresti da parte delle forze dell’ordine. «Eravamo non transessuali ma travestiti: uscivamo la mattina pronte a tutto, anche ad essere arrestate e passare la notte in cella. Quando ci prendevano, ci rilasciavano la mattina dopo, con la barba che aveva vinto la battaglia con il fondotinta. Una lotta continua con la polizia fino agli anni ’70, ma siamo ancora qui».

    [quote]Molte di noi, nei primi tempi, non erano nemmeno troppo attraenti: sembravamo uscite da un film di Fellini e se il regista avesse fatto una capatina nei vicoli avrebbe trovato del bel materiale![/quote]

    Arrivano gli anni ’70, scompare la polizia ma sopraggiunge la piaga dell’AIDS, la droga, la morte per overdose, i suicidi: una peste. Era il 1975, era arrivata l’eroina e si era portata via l’entusiasmo e la gioia di vivere. «Ci sono caduti quasi tutti e l’ambiente era invivibile. Ci siamo salvate in poche: non le più intelligenti ma le più fortunate, quelle che non hanno incontrato le persone sbagliate nel momento sbagliato». Poi, negli anni ’90, l’immigrazione: arrivavano nel ghetto i diseredati, i “senza futuro”, quelli che erano costretti a delinquere perché non avevano scelta. Oggi la situazione si è normalizzata e chi è rimasto si è integrato.

    Fino alla storia die nostri giorni, l’ordinanza dell’ex sindaco Marta Vincenzi, che imponeva di chiudere i bassi perché un’offesa al pudore. Da qui una battaglia costata molti soldi, e una causa persa. Poi, però, siccome nulla viene per caso, c’è stato anche l’incontro con Suor Teresa, una suora brasiliana che è stata trait d’union tra le trans e Don Gallo: il padre che ha preso a cuore la causa delle Princese e le ha aiutate a restare nel ghetto. Anzi proprio lui le ha chiamate così: sapete da dove viene questo nome? Princesa era una trans brasiliana arrivata in Italia per guadagnare soldi per la madre e i fratellini. Lavorava a Roma e metteva da parte un buon gruzzolo che consegnava in custodia alla proprietaria della pensione in cui alloggiava; al raggiungimento della somma desiderata, scoprì che nel frattempo la padrona aveva speso tutto. Princesa l’ha accoltellata ed è stata condannata per omicidio: dal carcere ha scritto un libro, che ha poi ispirato la celebre canzone di Fabrizio De André.

    Il libro di Rossella si snoda attraverso gli eventi più importanti, quelli che come sliding doors hanno cambiato il corso della sua vita e di tutto il ghetto: «Ho vissuto una vita intensa, nonostante il carcere e le altre disavventure, ma non rimpiango niente. Se fossi stata diversa, non sarebbe stata così speciale. Vorrei che tutti la potessero vivere».

    La stesura del manoscritto è iniziata 4-5 anni fa: all’epoca era solo una bozza, un’idea che sembrava un sogno anche alla stessa autrice. Oggi il sogno è diventato realtà: l’appuntamento di martedì era il primo di una serie di incontri per la promozione del testo, che andrà oltre i consueti tre mesi. Lo conferma Domenico Chionetti, portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto: «Partiamo dal basso in tutti i sensi, perciò il libro avrà una lunga promozione, cercheremo di portarlo in tanti territori e sarà presentato in estate anche all’interno del Gay Village romano. La storia di Rossella si legge tutta d’un fiato: la storia di una straordinaria emancipazione collettiva e della più grande comunità transessuale d’Italia».

     

    Elettra Antognetti

  • Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    silvia-robertelliViaggiare e cercare di cogliere il senso del luogo in cui ci si trova. Coglierlo per immagini, e farlo attraverso un sottile segno di matita che su un quaderno delinea, a tratti snelli e veloci, l’impressione che quel luogo, con le sue evocazioni e i suoi particolari irripetibili, ha generato dentro di noi. Questo è ciò che più di tutto viene fuori dal lavoro di Silvia Robertelli.
    Immagini di luoghi consegnati allo sguardo dello spettatore, che si immedesima ma rimane in qualche modo “insoddisfatto”, perché i disegni di Silvia mostrano solo un frammento, un angolo, e il resto sta all’immaginazione, tanto da far venir voglia di andare a vedere di persona i posti rievocati sulla carta: «Scegliendo che cosa esporre (per la mostra presso Cibi&Libri, ndr), in modo molto spontaneo è emerso dai miei lavori il tema del viaggio, e soprattutto delle città. Mi sono accorta quasi per caso che questo tema ritornava spesso nelle mie rappresentazioni e ho pensato che potesse assumere un significato accostare questi lavori che appartengono a momenti di vita molto diversi – dal 2011 ad oggi. Per me il viaggio è un movimento solitario verso e attraverso realtà nuove; non importa la lontananza, essere dall’altra parte del mondo o nella tua stessa città: è intraprendere strade nuove, sentieri mai percorsi e stupirsi voltando l’angolo. In questo senso ci sono molte affinità con la creazione artistica: necessariamente a confronto con se stessi, si percorrono strade nuove e si sorride con stupore».

    silvia-robertelli-3A vent’anni Silvia ha iniziato a viaggiare: «Il mio primo viaggio da sola è stato in Spagna nel 2009, per andare a trovare mia sorella in Erasmus ad Alicante, approfittandone poi per passare qualche giorno da sola a Valencia. In allegra compagnia di un’australiana, di un messicano e di un newyorkese, incrociati casualmente e spontaneamente, mi son lasciata trasportare nella vita della città e mi sono innamorata del viaggiare da sola».
    Poi, il trasferimento a Urbino per perfezionare i propri studi, e l’inevitabile scoperta che anche questa occasione stava generando nuove riflessioni, finite tutte in un taccuino che poi è stato stampato e rilegato, diventando una sorta di racconto breve per immagini accompagnate da frasi concise: «Questo librino, poco più che un quaderno di schizzi, è nato raccogliendo disegni di vari moleskine durante il primo anno a Urbino, dove mi ero trasferita per frequentare l’Isia, i brevi ritorni a Genova, e i lunghi tragitti in treno». Così si spiega la bellissima visuale soggettiva con cui Silvia sembra mostrare allo spettatore ciò che lei vedeva, attraverso i suoi stessi occhi: «Erano tutti disegni fatti per esercizio, dal vero, senza un intento preciso. Erano ritratti rubati di passeggeri addormentati in treno, le colline fuori dalle finestre durante le lezioni, momenti in città seduta al sole, la nuova casa e la casa di sempre. Rimescolando le immagini, il racconto è venuto da sé, le parole sono uscite fuori dai disegni stessi, per guidare e suggerire un percorso nella quotidianità. Questo mio lavoro parla delle emozioni contrastanti dell’iniziare a vivere in un posto nuovo: la ricerca di un’intimità con il luogo, trovare i propri “posti segreti” dove rifugiarsi, la meraviglia e la scoperta, il piacere delle piccole cose, ma anche la malinconia e la lontananza. Un lungo viaggio, insomma».

    da "Ritorno a Genova", Silvia Robertelli
    da “Ritorno a Genova”, Silvia Robertelli

    Così da queste immagini esce qualcosa che suggerisce un indefinito senso di riflessiva e malinconica intimità. Viaggiando, guardando, incontrando, ti allontani da ciò che è noto, diventi permeabile e ti lasci attraversare dall’ignoto, forse fuggi, in parte, per perdere e ritrovare te stesso alla fine del viaggio. Tornando al punto di partenza, come nella grande stampa “Ritorno a Genova”. Sul noto tema della fuga e ritorno alla nostra città, spesso madre ostile, racconta: «Genova è difficile, attrae e respinge al tempo stesso. E’ facile cercare (e soprattutto trovare) molto altro altrove, lamentarsi di quanto manchi alla città e quindi andar via; ma al tornare si percepisce quanto sia mancata, unica e bellissima in tutte le sue contraddizioni, quanti “giardini segreti”, quanti tesori nasconda nei suoi vicoli».

    Che si tratti di Urbino o di Parigi, il luogo determina lo stile e il risultato e in ogni caso quel che conta è sperimentare il più possibile: «Cambio molto stile e tecniche nei miei lavori; da un lato sicuramente perché sto ancora scoprendo tante cose e non ho ancora trovato il mio stile “definitivo”. D’altra parte vorrei sempre continuare a sperimentare e confrontarmi con tecniche e modi differenti e non fossilizzarmi su un solo modo di fare illustrazione. Del resto, le proprie creazioni riflettono quel che siamo e io sento di cambiare costantemente. La serie di illustrazioni di Parigi è del 2011, e credo che il momento che stavo vivendo spieghi sia la tecnica utilizzata che il tipo di atmosfera. Stavo frequentando l’ultimo anno della triennale in Disegno Industriale e mi trovavo in Erasmus. E’ stato in quel momento che ho scoperto che potevo usare in modo creativo gli strumenti digitali che mi avevano insegnato per la progettazione grafica, che ho scoperto qualcosa di più dell’illustrazione e che ho iniziato a immaginare di poter percorrere questa strada. Facevo uno stage in un’agenzia di comunicazione e tra un lavoretto di grafica e l’altro (per lo più noiosa manovalanza) avevo iniziato, per divertimento, a illustrare Parigi: tutti i suoi colori e la miriade di piccole sorprese che di giorno in giorno scoprivo in quei mesi. Un modo per portare la vita frizzante che c’era fuori all’interno di quell’ufficio un po’ noioso».

    Tra una sperimentazione e l’altra, inoltre, Silvia ha avuto l’opportunità di essere illustratrice per Garante Infanzia e Città Amica, esperienza cui è giunta «grazie a due buoni amici: Massimiliano Salvo, giornalista per Repubblica, è curatore del sito Garanteinfanzia.it, un portale di informazione legato all’Unicef dedicato sia ai ragazzi sia a genitori che insegnanti, dove si parla di attualità, diritti dei bambini e dei ragazzi, scuola. Daniele Salvo, suo fratello, è laureando in Urbanistica e sta seguendo il progetto Genova Città Amica dell’Infanzia e dell’Adolescenza, promosso dal Comitato Unicef Genova. Si tratta di un’indagine condotta in tutte le scuole della provincia sulla percezione dello spazio urbano da parte dei ragazzi, con l’obiettivo di coinvolgerli nella definizione degli spazi. Il progetto nazionale Città Amica ha un logo ufficiale ma il Comitato Unicef Genova mi ha chiesto di realizzare questo logo per l’iniziativa genovese proprio per caratterizzarla maggiormente. Spero che anche questo piccolo contributo possa servire a darle rilievo e che il progetto venga ben recepito dalle istituzioni e che si possa davvero tradurre in reali interventi di riqualificazione urbana a vantaggio dei ragazzi. Sono entrambe bellissime iniziative e sono felice di esser stata coinvolta».

    Scegliere di fare l’illustratrice come lavoro: è possibile farlo qui o no? Paure e speranze? «Mi piacerebbe provare a lavorare come illustratrice da Genova… sono molto ottimista per le possibilità che offre internet e quindi credo che con una buona conoscenza delle lingue, qualche viaggio di esplorazione e un po’ d’intraprendenza si possa lavorare anche per qualche cliente straniero dal proprio atelier genovese, dopo una soleggiata pausa pranzo in terrazzo. Almeno, questo è il mio sogno! Purtroppo è vero che la quantità di possibilità che ci sono all’estero (ma anche solo in altre città italiane, Bologna per dirne una) e soprattutto il livello di considerazione nei confronti dell’illustrazione (e del visivo e della cultura in generale) non sono paragonabili alla realtà genovese. Ma sto scoprendo e conoscendo tanti altri ottimi illustratori e fumettisti genovesi, silenziosamente qualcosina si muove e io da inguaribile ottimista credo che possiamo insegnare a Genova ad apprezzare e valorizzare questa bellezza». L’importante è metterci sempre tantissimo spirito d’iniziativa. Per esempio, visto l’amore per l’estero e per i viaggi, «insieme a Lisa Fruehbeis, un’amica di Augsburg (Germania) abbiamo creato il progetto comune lively-lines.com specializzandoci soprattutto nell’illustrazione esplicativa di idee, spesso in grande formato. In questo momento, ad esempio, siamo a Parigi e disegneremo durante OuiShare Fest, interessantissimo festival di economia collaborativa. Grandi idee meritano grandi disegni!».

     

    Claudia Baghino

  • Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Teatro GarageIl Teatro Garage nasce a Genova negli anni ’70, prima con altre denominazioni e sotto forma di cooperativa teatrale. Dal 1981 è diventato Teatro Garage, così come lo conosciamo ancora oggi. Nel corso degli anni tante le modifiche: ad esempio, ha smesso di girovagare da una sede all’altra e ha trovato stabilità in Via Paggi, nel quartiere di San Fruttuoso, a due passi da Villa Imperiale, Piazza Martinez e Piazza Terralba.

    Il teatro propone produzioni ed eventi teatrali: nel tempo ha messo in scena numerosi spettacoli e partecipato a varie rassegne promosse dal Comune di Genova. Oggi si dedica perlopiù al genere del cosiddetto ‘docu-teatro‘ (un teatro documentario, di parola e basato sul racconto) e mantiene una spiccata propensione per la drammaturgia contemporanea, in controtendenza con un mercato che chiede sempre più di ridere con commedie di vario genere.

    Nel corso di #EraOnTheRoad siamo andati negli uffici amministrativi del teatro e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lo “storico” direttore artistico Lorenzo Costa.

    Torniamo indietro nel tempo, agli anni ’80: la genesi del Teatro Garage e i suoi primi anni.

    lorenzo-costa-small«Il teatro è stato fondato come cooperativa teatrale nel 1974: non ci chiamavamo ancora Teatro Garage, nome che abbiamo assunto dal 1981. Per i primi tempi siamo stati nomadi, ma negli anni ’80 era normale: erano anni di fermento, delle botteghe teatrali. Gli artisti si rifugiavano nelle cantine, e tutto era più semplice. Genova era una città silente e per fare teatro bastava avere delle buone idee da realizzare. Tutto era possibile: anche l’atteggiamento dell’amministrazione era diverso, dava impulso e favoriva i giovani artisti, chiedendo loro di rinvigorire il panorama culturale della città. Abbiamo cambiato sede varie volte, ma siamo rimasti sempre fedeli al quartiere di San Fruttuoso: per qualche anno siamo stati anche in Via Donghi, poi ci siamo stabiliti in una vecchia sala sopra ad un garage in disuso. C’era ancora la grande insegna ‘GARAGE’ a caratteri cubitali, perciò abbiamo deciso di chiamarci così: bastava solo aggiungere la scritta ‘Teatro’ sopra all’insegna, e il gioco era fatto. Siamo rimasti qui circa 6 anni, poi siamo stati cacciati: c’era stata la tragedia del Cinema Statuto di Torino, in cui morirono molte persone a causa di un incendio, perciò furono chiuse le botteghe teatrali e le sale non a norma. Dopo essere stati un po’ in giro per la città senza fermarci, nel 1988 l’Amministrazione Comunale ci ha affidato in gestione la Sala Diana, un piccolo teatro ricavato dalla galleria dell’ex cinema omonimo: una vecchia sala di circa 1000 posti, in Via Paggi, che Coop aveva già acquisito dal Comune di Genova per farne un supermercato. A distanza di ormai 30 anni, quella è ancora la nostra sede».

    Il Garage oggi: cosa è cambiato?

    «Una cosa non è cambiata: oggi come allora, svolgiamo un lavoro costante per la città di Genova e soprattutto il territorio di San Fruttuoso, in cui siamo molto radicati. I nostri spettacoli nascono qui, poi girano l’Italia: insomma, il quartiere è fonte di ispirazione, in qualche modo. In questi 20 anni, però, siamo anche cambiati molto: quello che abbiamo creato si è trasformato in un lavoro vero e proprio, e non è più solo un divertimento. Siamo rimasti gli stessi dall’inizio e ora siamo un gruppo solido, attento e dinamico. Inoltre, altra cosa ad essere cambiata è il pubblico: mentre prima c’erano soprattutto persone che venivano da fuori, oggi il 50% degli spettatori sono della zona; mentre prima eravamo snobbati, oggi il nostro lavoro è apprezzato».

    A proposito di pubblico, che tipo di spettatori sono quelli che vengono al Teatro Garage?

    «Come dicevo, un buon pubblico, con una forte componente locale, attento e curioso, ma con qualche pecca (se così vogliamo chiamarla): in generale ci sono pochi giovani, l’età media supera i 45 anni e l’80% sono donne. Ci siamo trovati a fare dibattiti a fine spettacolo, con 60 donne e 20 uomini, che raccontavano di essere lì solo perché trascinati dalla moglie o dalla fidanzata. La risposta che ci siamo dati è che le donne sono più propense ad avvicinarsi al teatro perché è un campo per cui è necessario avere una sensibilità particolare, che di norma appartiene più all’universo femminile e meno agli uomini. Sono tendenze che accomunano molti teatri in Italia, non sono una prerogativa del Garage: c’è una disaffezione generale. Ad esempio, molti ragazzi pensano ancora che il teatro sia un posto vecchio e ‘incartapecorito’, ma è importante ribadire che non è più (o sempre) così».

    Parliamo invece di voi: la vostra compagnia è composta da persone fisse o cambiano ad ogni spettacolo?

    «Quattro persone fanno parte dell’organico del teatro con un contratto a tempo indeterminato e si occupano di amministrazione, casse, ufficio stampa e direzione artistica (lo stesso Costa, n.d.r.), mentre gli altri cambiano in ogni spettacolo, anche se spesso collaboriamo con gli stessi artisti assunti con contratto a progetto. Per ogni spettacolo ci sono decine di persone che ruotano attorno alla produzione».

    Che tipo di produzioni preferite: qual è il vostro ‘genere’, se di genere si può parlare?

    lorenzo-costa-small-2«Nel tempo il nostro atteggiamento è cambiato: negli anni ’70 pensavamo che dovevamo fare quello che ci piaceva, anche se il pubblico non lo capiva (tipico atteggiamento snobistico dell’intellettuale di quegli anni). Poi ci siamo cimentati in produzioni diverse, a cicli e fasi alterne: dopo gli inizi con il teatro dell’assurdo, è arrivato il giallo; poi ci siamo avvicinati da ultimo alla drammaturgia contemporanea e al docu-teatro, più parlato e raccontato, per emozionare e mai fine a se stesso (un esempio, lo spettacolo “Io, Giacomo e Leopardi” o “La Grande Guerra”, per commemorare i 100 anni dallo scoppio della prima Guerra Mondiale). Sono scelte impopolari, in un momento in cui il pubblico chiede di ridere e vuole vedere commedie. Sono generi che non pagano in termini di pubblico e incassi, e non sono richiesti nelle programmazioni: per sopravvivere, nel 2014 ci siamo aperti per la prima volta alla commedia e stiamo portando in scena “Sinceramente Bugiardi”, con Debora Caprioglio. Il nome di spicco dell’attrice e la commedia tratta da Alan Ayckbourn ci hanno garantito già un discreto successo. A me però non piace, e ho affidato la regia a un collega romano. Al contrario, lo spettacolo “Girotondo” tratto da Schnitzler non gode dello stesso successo. Insomma, produrre lavori più ‘leggeri’ è un piccolo prezzo da pagare per fare cassa e riuscire a concentrarci su quello che ci piace».

    A proposito di questo, quanto è difficile oggi fare teatro? Come sopravvivete e come reperite finanziamenti?

    «Oggi fare questo mestiere è difficile, spesso si hanno crediti che non vengono corrisposti e debiti da retribuire: ci sono difficoltà di natura economica dovute al momento storico. Prima avevamo sovvenzioni esterne fino al 50%, ora i fondi si sono ridotti a circa il 10% e il resto dobbiamo trovarlo da soli. Abbiamo 15 mila euro di spese di gestione degli spazi (nonostante si tratti di un piccolo teatro con circa 105 posti) e da quando è arrivato l’euro non riceviamo più il FUS (fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.). Siamo obbligati, come dicevo, ad aprirci a commedie e produzioni che portano maggiore liquidità; inoltre curiamo la programmazione teatrale per alcuni comuni liguri, soprattutto nel Ponente (Loano, Finale Ligure, Ventimiglia)».

    Avete da qualche tempo dato avvio a un’iniziativa: la biblioteca teatrale. Di cosa si tratta?

    «Si chiama biblioTGteca’, un servizio gratuito rivolto a teatri e compagnie teatrali che collaborano con noi, allievi ed ex-allievi dei nostri corsi, abbonati alla stagione in corso, universitari. Permette di consultare e prendere in prestito testi teatrali, monografie e manuali sul teatro, e cercare copioni sia fisici che in rete, in formato digitale».

    Genova e il teatro: un rapporto tormentato?

    «A Genova c’è una antica e prestigiosa tradizione di teatro ‘tradizionale’, quella che si identifica con il Teatro Stabile, ma anche una tradizione amatoriale, con decine di compagnie che lavorano in modo professionale e che hanno background misti. C’è fermento, voglia di stare sul palco e fare teatro, ma meno voglia di guardare e andare a teatro. Un problema da risolvere…».

    Qualche anticipazione: le novità per il 2015?

    «L’idea è quella di puntare su un settore in cui c’è al momento un mercato buono e per cui sentiamo una vocazione: gli spettacoli per bambini. Vogliamo iniziare un ciclo di racconti di fiabe davanti al braciere, o al caminetto, come si usava una volta. Potrebbe chiamarsi “Il nonno racconta”: un modo per insegnare a nonni e genitori a raccontare storie, e per insegnare ai bambini ad ascoltarle».

     

    Elettra Antognetti

  • Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    munch-marras-particolareSe amate la figura e l’opera di Edvard Munch, o se avete visitato la mostra a Palazzo Ducale e vorreste scoprire di più sull’inquieto artista, è appena uscito un libro perfetto per voi: “Munch before Munch”, graphic novel scritta e illustrata dalla giovane Giorgia Marras, che ha dato vita a un’opera interamente dedicata alla figura adolescente del tormentato artista: «Innanzitutto con Silvia Pesaro, editrice di Tuss, volevamo dare vita a un’opera che riguardasse Munch» racconta Giorgia. «All’inizio avevamo pensato a un libro illustrato, ma la mia passione per le biografie storiche, combinata al linguaggio del fumetto a me più familiare, ci hanno portato a optare per una graphic novel su Edvard Munch. Forse molti non lo sanno ma Edvard scriveva tantissimo. Teneva molti diari in cui annotava pensieri, situazioni, ricordi, dialoghi. Ecco, credo che una delle cose che mi ha affascinata di più da subito siano state le sue parole, il suo speciale sguardo verso le cose del mondo». La coincidenza con la mostra genovese «è stata una felice casualità e una buona occasione per presentare questo lavoro partendo da Genova. Gli stimoli più grandi in realtà sono stati due: la ricorrenza del 150° anniversario della nascita di Edvard Munch e il bisogno di scavare negli aspetti della sua persona ancora poco conosciuti qui in Italia».  

    munch-marrasMa come funziona il lavoro quando sei a un tempo illustratore e romanziere? Dare vita a una storia non solo attraverso la trama ma pensandone anche ogni singola immagine è un lavoro complesso e faticoso eppure proprio per questo molto più appagante, una volta che il risultato comincia a prendere forma: «È stato difficile, ma questo è il tipo di lavoro che preferisco in assoluto, quindi è stata una fatica “sana”. Solitamente parto da immagini o scene che considero importanti e belle, che immagino e che lascio “maturare” nella mia testa. Dopodiché realizzo una scaletta, tenendo conto della struttura della storia e poi passo ai dialoghi:  li scrivo di getto, li butto, li riscrivo… forse è uno dei momenti più delicati. Infine disegno uno storyboard per rendermi conto delle inquadrature, dei ritmi e delle esigenze visive della storia e, per ultimo, concludo con i definitivi». Parlando della tecnica usata per le sue tavole in bianco e nero, Giorgia spiega: «Ho scelto una tecnica che potesse in qualche modo rimandare ai lavori grafici di Munch (molti dei quali sono sconosciuti ai più). Ho utilizzato della carta a grana ruvida e un pennarello-pennello molto popolare tra i fumettisti, il Pentel-Brush Pen, che usato in una certa maniera conferisce al tratto un segno “graffiato”. Ho completato il tutto con della matita nera sfumata, per i mezzi toni».

    Sullo squisito sfondo di una perfetta ed evocativa ambientazione d’epoca, ricreata nei minimi dettagli dalle strade alle architetture, dalle acconciature agli abiti di fine Ottocento, «protagonisti sono gli anni di formazione di Munch, ovvero da quando ha circa diciassette anni e decide di abbandonare gli studi d’ingegneria per intraprendere una carriera artistica fino ai suoi trentacinque anni, quando per la prima volta ottiene un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese. La vita di Munch è stata densa di avvenimenti e anche altri fasi della sua esistenza sono degne di essere raccontate, ma ho scelto di focalizzarmi sui primi anni – precisa l’artista – perché affrontano delle tematiche a me più care, forse anche perché anche io mi trovo in un momento di crescita/formazione».

    munch-marras-2Ambientare il racconto in Norvegia non è stata cosa facile per Giorgia, dal momento che non ci ha mai vissuto né l’ha visitata personalmente, ma ha investito grandi energie per ovviare a tale mancanza, documentandosi in ogni modo possibile: «La difficoltà maggiore credo sia stata quella di provenire da una cultura totalmente diversa da quella scandinava. Diciamo che quando disegno e scrivo scene ambientate a Parigi o in Germania mi sento più a mio agio perché ho vissuto in quei paesi e ho assorbito un certo modo di fare. Ho un grande repertorio visivo, d’atmosfere. Ecco, io non ho avuto la possibilità di vivere un po’ la Norvegia, d’incontrare e interagire con norvegesi. Allora ho cercato di compensare con le preziose indicazioni di Silvia (Pesaro, editrice di Tuss, ndr), che si è recata ad Oslo per documentarsi e per intervistare la curatrice della Galleria Nazionale e il responsabile dell’Archivio dei diari di Munch presso il Munch Museet. Inoltre ho letto tutte le pubblicazioni possibili riguardanti Munch, ho visto film norvegesi, ho cercato foto d’archivio di quell’epoca».

    La lettura dei diari dell’artista, dalla nota personalità depressa e nevrotica, è stata fondamentale per carpire più informazioni possibili sul suo carattere e riuscire poi a farle riemergere nei disegni: «Uno su tutti “Frammenti sull’arte”, una selezione di scritti di Munch tradotti dal norvegese dallo psichiatra Marco Alessandrini. Questa è stata una delle poche documentazioni trovate in italiano. Per il resto solo documenti in inglese e francese, come il dettagliatissimo libro di Atle Næss, “Munch, les couleurs de la névrose”».

    Ed ecco che l’Edvard adolescente ha preso lentamente forma, le parole dei suoi stessi diari venendo assorbite e poi filtrate dalla penna e dalla fantasia dell’artista: «Ho cercato di essere il più fedele possibile agli scritti in mio possesso, ma credo che scrivere una storia biografica acquisti senso nel momento in cui va oltre un elenco oggettivo di fatti accaduti. Ho provato molta empatia nei confronti di Edvard, leggendo i suoi diari, i suoi pensieri, le sue annotazioni. Ho cercato di capire quali sentimenti potesse provare in determinate situazioni, che gesti avrebbe compiuto, che tipo di fisicità avrebbe posseduto. Da lì sono partita per creare il “mio” Edvard che ha una base di veridicità storica ma anche delle sfumature che appartengono al mio mondo».

    Gestazione e realizzazione del libro sono avvenute in diverse città, il che dà un sapore molto “europeo” a questo lavoro: «Il lavoro di ricerca, scrittura e storyboard l’ho realizzato a Genova; in Austria, a Linz (dove Giorgia ha vinto una residenza artistica nell’ambito di un programma della Commissione Europea) ho realizzato i definitivi. L’esperienza a Linz di per sé è stata davvero arricchente perché ho vissuto in mezzo ad artisti contemporanei molto in gamba provenienti da tutta Europa. Vivere con loro ha significato scambiarsi opinioni, pensieri, modi di pensare e di lavorare. Essendo io la più piccola ho cercato di assorbire come una spugna tutti gli input che mi venivano dati».

    Il piacere della lettura sta soprattutto nel riuscire a immedesimarsi in ciò che si legge, e il protagonista di questa storia, con tutte le sue paure, le sue ossessioni, la sua inclinazione alla depressione, ben riflette le angosce esistenziali che attraversano i nostri tempi: «Questo è un nodo focale che mi ha guidato fin dal primo momento della creazione della storia. Mi sono subito chiesta: che senso ha raccontare di una persona morta da settant’anni, che non ho mai conosciuto e che appartiene a una cultura e un’epoca lontana dalla mia? Io credo che tutto questo acquisti un senso nel momento in cui si cerca di raccontare la complessità dell’animo umano (e l’animo umano non resta forse sempre lo stesso, nelle sue caratteristiche fondamentali, nonostante lo scorrere delle epoche?) di Edvard, dei suoi problemi, delle sue angosce e delle sue aspirazioni, così tanto simili a un qualsiasi giovane che ha un sogno e  che lotta per esso con tutte le proprie forze. Per esempio, Munch ci ha messo quindici anni per ottenere un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese, che lo ha criticato aspramente e ha ottenuto un grandissimo successo e importanti commesse prima in Germania e solo molto tempo dopo nel suo paese natio. Questa situazione non è attualissima, oggi?».

     

    Claudia Baghino

  • Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta - Frame castelli di sabbia 45x70cmFino al 30 aprile è possibile visitare l’esposizione di Giulia Vasta, classe ’84, diplomata in Pittura all’Accademia Ligustica. La mostra si intitola “Le forme dell’assenza” ed è ospitata dalla Unimediamodern Gallery.

    Frammenti di vita di altri, colti per caso su una spiaggia dopo una mareggiata, luoghi abbandonati, scanditi da vecchie finestre rotte da cui filtra una luce opaca, vecchie porte di legno tarlato e consumato dal tempo, tenute chiuse da un fil di ferro arrugginito… Questi sono solo alcuni dei soggetti immortalati da Giulia durante la sua ricerca, utilizzando media diversi.

    Osservando le foto esposte, si finisce col cercare di immaginarsi la storia del vecchio stivale che giace sulla sabbia, o di come sia arrivato fin lì il piccolo rosario dai grani sbiaditi che pende da un vecchio tronco bianco lavato dall’acqua salata: «Il mio modo di lavorare – spiega Giulia –  nasce e si sviluppa a seguito dell’accumulo di materiale. Provo un grande fascino per tutto ciò che è trascurato, tralasciato, abbandonato. Raccolgo frammenti, fotografie, oggetti, qualsiasi cosa attiri la mia attenzione, in qualsiasi momento. Mettendo insieme le cose, in qualche modo il lavoro nasce. Tutto trova la giusta combinazione».

    È così che accanto alle immagini di questi oggetti prendono posto radici vere e proprie, prelevate e portate fino alla piccola sala dove sono adesso esposte insieme alle fotografie. Radici fotografate e radici fisicamente presenti: «Le radici e le ramaglie sia esposte che fotografate sono le stesse che hanno attraversato il corso del fiume e che ho raccolto, in questo caso sulla spiaggia dopo la mareggiata. Il loro significato risiede nella loro essenza, nel loro percorso, nel loro viaggio, nel loro passato e in tutto ciò che le ha portate fino a lì».

    Giulia Vasta - CanniccioVicino, un video manda l’immagine di un tratto del Bisagno, l’acqua che scorre rapida lambendo i grossi piloni di cemento grigio: al tema del ricordo, rappresentato dagli oggetti e dai luoghi, si unisce il tema del flusso: «La mia ricerca si muove nell’ambito dell’esistenza e la ricerca del “senso”. In particolare questa mostra nasce da un’immagine: rami piegati, accumulati e incastrati nei piloni dei ponti dei fiumi. Questa immagine mi ha dato un senso profondo di resistenza, qualcosa che, nonostante tutto, non si lascia trascinare dalla corrente. Ricordi, tracce, tutto ciò che resta. E poi il fiume, con la sua forza irrefrenabile, il suo continuo movimento, il suo perenne passare. Per “immortalare” questa immagine ho deciso di utilizzare una vecchia telecamera e fare diverse riprese, inquadrature dell’acqua che scorre sotto il ponte. Da questo video ho scelto alcuni fotogrammi: dal flusso, quindi, ho estrapolato alcune immagini».

    Giulia Vasta - Frame cambiamento 45x70cmSu una delle pareti, il concetto di flusso è ribadito chiaramente da lunghe sequenze di frame da video digitali: acqua che scivola via dalle mani a coppa, una costruzione di sabbia che si consuma sotto l’onda, una saponetta che si scioglie tra le mani. Panta rei: il tempo ci scorre tra le dita prima ancora che ce ne accorgiamo, gli istanti non tornano più: «Esattamente, è lo scorrere inesorabile del tempo e le tracce lasciate dal suo passare.“…Non ti bagnerai mai due volte nella stessa acqua di un fiume, perché tutto cambia continuamente, vi è una sola cosa che non cambia, il cambiamento (Eraclito)».

    Diversi mezzi artistici, diverse opportunità per trovare la via più adatta a ciascuna creazione: «La pittura per me è un modo di guardare il mondo. In accademia ho studiato pittura, e tra le altre, fotografia, arti performative e video. Dopo il primo approccio accademico alla pittura ho iniziato a sperimentare. Sono partita dall’informale e ho iniziato ad utilizzare diversi materiali per poi concentrarmi su quelli edili: stucco, cemento, gesso e da lì sono nati i miei “muri”. Le crepe, le sbeccature hanno dato inizio alla mia riflessione sul tempo. Il tempo è diventato il tema fondamentale del mio lavoro e ho iniziato ad esprimere questo concetto attraverso diversi linguaggi. Credo che l’importante sia sapere cosa si vuol dire e cercare il modo (mezzo) migliore per esprimerlo».

    Il video del Bisagno è girato in 4/3, con una vecchia telecamera analogica appunto, con cui l’artista ha potuto dare sfogo al suo amore per la tecnologia passata: «Ho una grande passione per la fotografia soprattutto analogica, ho anche una bella collezione di macchine fotografiche tra le quali una Rolleicord degli anni cinquanta. Le foto in mostra però sono digitali. La fotografia digitale, grazie alla sua immediatezza, è di grande aiuto nel mio lavoro perché mi permette di accumulare un gran numero di immagini, anche se cerco sempre di non “sprecarle”. Uso la fotografia non come fotografia fine a se stessa ma come raccolta di immagini».

    Il lavoro analogico però mette in contatto con ciò che si sta creando in maniera infinitamente più viscerale rispetto alle tecniche digitali: «Sono d’accordo con te, stampare in camera oscura è un’esperienza incredibile dove il tempo diventa rivelatore di immagini. Anche questa esperienza è stata fondamentale nel mio lavoro (Giulia ha seguito il corso di camera oscura di Alberto Terrile, ndr). Tuttavia la praticità della fotografia digitale è di grande aiuto per il mio lavoro di “accumulatrice”».

    Se è vero che il lavoro dell’artista nasce da una pulsione personale alla creazione, è vero anche che il suo approdo finale è davanti al pubblico: una congerie di sguardi, nell’insieme tutti indistinti eppure così diversi l’uno dall’altro. L’idea è quella di riuscire a comunicare qualcosa a tutti loro: «Spero che chi guarda il mio lavoro sia stimolato dal punto di vista emotivo. Spero che le persone si mettano in relazione con il lavoro che stanno osservando, spero che arrivi la sensazione di “ricordo”, “vissuto”, qualcosa che appartiene a tutti, qualcosa di condiviso e difficilmente comunicabile».

     

    Claudia Baghino

  • I Tre Allegri Ragazzi Morti sul palco dello Zapata: il racconto della serata

    I Tre Allegri Ragazzi Morti sul palco dello Zapata: il racconto della serata

    tre-allegri-ragazzi-morti-2C.S.O.A. Zapata, quarta tappa delle dieci date del tour dei Tre Allegri Ragazzi Morti per celebrare i 20 anni di attività. I luoghi scelti per l’esclusività degli eventi non sono casuali: ripercorrono infatti, come si legge sul loro sito, le loro stesse orme, “nei posti dove suonavano, quelli che sono rimasti, nelle città che per prime hanno risposto all’urlo di Mai come voi’”. La formazione è rimasta praticamente immutata da vent’anni, raro esempio di alchimia vincente nel panorama musicale italiano, scevro da personalismi interni e immune da discordie artistiche. D’altronde la coerenza e la dignità intellettuale di Davide Toffolo -chitarra e voce-, Enrico Molteni -basso- e Luca Masseroni -batteria- non è messa in discussione, e questo rende il gruppo un caso più unico che raro.

    A riprova di questo c’è il voto della band di non svendere la propria immagine ai media, proteggendo la propria individualità, spesso mercificata dalle regole dell’industria discografica, con un’arma più appuntita di una lancia e più esplosiva di un missile: la matita di un fumettista di rilievo come Davide. E così le maschere dei teschi sono, fin dalle origini, un simbolo del gruppo, anticipando una tendenza che significa, paradossalmente, il contrario nello stesso periodo, quando i Daft Punk ne fanno un motivo di marketing per alimentare la trovata discografica di impersonare musicisti cyborg venuti dal futuro.

    Nati dall’esperienza punk della Pordenone fine anni’70 e dal movimento denominato Great Complotto, i TARM (come spesso viene abbreviato il nome della band) toccano uno dei punti più alti del punk e del rock indipendente italiano, diventando capostipiti di una nuova concezione musicale, autoprodotta e dichiaratamente live, dimensione prediletta rispetto a quella in studio.

    tre-allegri-ragazzi-mortiI primi lavori, “Mondo Naif” del 1994, “Allegro Pogo Morto” del 1995 e l’EP “Si Parte” dell’anno successivo, sono i manifesti di questa loro filosofia. Il tour Aprile1994 intende ripercorrere proprio questi album. E, questo è importante sottolinearlo, non solo riproporli. Tra le spesse mura dello Zapata, infatti, viene annunciato un esperimento spazio temporale, un virtuale viaggio a ritroso dal 2014 al 1994, per dare la possibilità a chi ancora non c’era di assistere a come sarebbe stato uno dei primi concerti marchiati TARM, e a chi c’era di rinfrescarsi i ricordi. Quei ricordi che, come suggerisce l’esperimento stesso, sarebbe più importante imprimere nella mente, invece di fissarle nella tecnologia che ormai sembra sostituire il nostro cervello. Oltre a questo, lo scopo è anche molto più pratico. I Tre Allegri Ragazzi Morti, infatti, proprio come alle origini suonano senza maschera. E le fotografie sono bandite. Naturalmente rispettiamo la decisione per il rispetto dovuto alla loro scelta artistica. Così ci facciamo piombare addosso un concerto di puro punk, come, forse, non ne abbiamo mai sentiti. L’impatto sonoro è poderoso: le casse sparano al massimo e le loro vibrazioni, con la complicità di centinaia di persone che saltano, fanno addirittura scalcinare pezzi di intonaco dalle pareti!

    >> Ascolta su Spotify i brani eseguiti dai Tre Allegri Ragazzi Morti al CSOA Zapata

    La scarica di adrenalina e di nostalgia che riescono a infondere versi come “non saremo mai come voi, siamo diversi: puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi” di Mai come voi; o “sessanta milioni di topolini davanti alla tivù non dimenticheranno mai il facile du du du” di 1994 (riprendendo il motivo dell’inno di Forza Italia) scatenano quel pogo profetico. Profetico perché anticipa il capitolo successivo di Allegro Pogo Morto, da cui spiccano pezzi del calibro di Dipendo da te, Una cosa speciale e Quindici anni già con “tutta la noia di sua madre e tutte le bugie di suo padre”. L’esperimento si conclude con l’epitaffio di Sono Morto dall’EP “Si parte”: “non sarà il fumo di marijuana, la febbre al fine settimana, sarà che sono disperato o che mi sono consumato: ma sono morto!”. Un concerto fatto di memoria e sudore, e -come direbbe un altro maestro del punk new wave- una bella “botta di energia del rock”.

    concerto-zapataLo Zapata permette anche di assistere al concerto nel salone del bar, grazie a un proiettore che trasmette il palcoscenico su un telo gigante. Rindossate le maschere, i TARM tornano al 2014, proponendo alcune tra le loro più belle canzoni degli ultimi anni, tra cui “Francesca ha gli anni che ha”, “La mia vita senza te”, “Il mondo prima” e “Alle anime perse”. Una menzione particolare è dovuta al gruppo di spalla, i Numero6: la formazione ligure di indie rock capitanata da Michele Bitossi (qui l’intervista di Era Superba), a nostro parere, merita sempre attenzione.

    Nicola Damassino

  • Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    gavoglio de angeli-36Fino al 4 aprile è possibile visitare, presso lo Spazio 46 Rosso di Palazzo Ducale, la mostra fotografica di Federica De Angeli sulla caserma Gavoglio al Lagaccio. L’esposizione fornisce un’eccellente panoramica su quest’enorme area urbana le cui sorti hanno sempre suscitato particolare interesse e preoccupazione nei residenti (qui l’ approfondimento di Era Superba).

    Le associazioni di quartiere, che si sono prestate attivamente alla creazione del comitato “Voglio la Gavoglio” per il recupero della zona e per la sua restituzione alla collettività, hanno finalmente visto un punto di svolta il 20 marzo con la cessione a titolo gratuito, da parte del Demanio al Comune, di un primo lotto degli oltre 60.000 metri quadrati dell’area (qui maggiori informazioni), precisamente della parte più antica, tra l’altro sottoposta a vincolo dalla Soprintendenza in quanto bene culturale.
    A latere si è tenuta, sempre a Palazzo Ducale, una conferenza sul tema, dal momento che l’area – se riconvertita e recuperata – potrebbe essere la chiave di volta per la riqualificazione di un quartiere penalizzato da decenni di edilizia selvaggia, da una viabilità pessima e dalla mancanza di servizi essenziali.

    La Gavoglio è solo un tassello del grande mosaico genovese di luoghi abbandonati da restituire alla comunità: il lavoro fotografico documentario di Federica De Angeli sta progressivamente mettendo insieme le numerose tessere di questo mosaico (la scorsa tappa è stata la mostra fotografica su Valletta Carbonara presso l’Albergo dei Poveri, ndr). Le tappe «sono state tante in questi anni: il mercato di Corso Sardegna, il Parco dell’Acquasola, Ponte Parodi, Calata Gadda, gli Erzelli, ma uno dei più importanti è il progetto che si è concluso dopo tre anni di lavoro sulla bonifica dell’area di Cornigliano dal titolo Ilva Cornigliano 2006-2008 con una mostra a Palazzo Rosso nel marzo 2012 e un catalogo a testimonianza. Il lavoro l’ho condiviso con Ivo Saglietti, grande maestro dell’immagine» racconta Federica.

    A volte il lavoro viene portato avanti a quattro mani dunque, altre volte sono stati messi insieme gruppi di lavoro più numerosi che hanno fornito diversi punti di vista, questa volta invece la fotografa ha lavorato da sola: una macchina fotografica e 60.000 metri quadri da percorrere in lungo e in largo alla ricerca dell’inquadratura giusta. «Sono curiosa, da tanto tempo pensavo a quell’area semiabbandonata, inaccessibile e proibita alla gran parte della popolazione. Per anni ho cercato di avere i permessi per fotografare, finalmente l’anno scorso qualcosa si è mosso e ho ottenuto l’autorizzazione. La motivazione è sempre quella di lasciare traccia documentale di un luogo che non sarà mai più».

    gavoglio de angeli-32Per questo tipo di lavori la fotografa parte sempre «da un progetto personale, dall’individuazione di aree che possano essere di interesse pubblico e faccio una ricerca. Nessuna commissione da parte di enti, di associazioni e comitati. Devo essere libera di testimoniare con il mio punto di vista. Il taglio è rigoroso, lavoro con il cavalletto, in pellicola BN proprio per evidenziare il lavoro documentaristico. Chiaro che racconto come vedo, non faccio cronaca ma racconto attraverso il mio punto di vista».

    L’intenzione di dare un taglio prettamente documentaristico non impedisce comunque a molte di queste immagini di essere anche evocative e poetiche, come per esempio l’istantanea di una stanza abbandonata con tanto di scrivania vuota, telefono impolverato e sedia. A tal proposito impressiona particolarmente l’aspetto di “interruzione” che emerge da questi luoghi abbandonati: nonostante i locali siano per lo più vuoti, alcune stanze è come se fossero state lasciate all’improvviso – invece che per un processo di dismissione – e le loro soglie mai più varcate: «Sì, è vero, ho avuto la sensazione di una fuga più che un abbandono. Infatti speravo ingenuamente di trovare all’interno della caserma tracce “militari”, invece non ho trovato nulla che mi riportasse alla vita di caserma, di officina militare. Tutto ripulito meticolosamente, tranne qualche rara traccia negli alloggi degli ufficiali o come lo chiamo io: “il monumento al proiettile” che spicca appena varcato il primo cancello, a memoria, a perenne ricordo».

    Per eseguire il lavoro Federica ha percorso meticolosamente corpi di fabbrica, cortili, giardini e viali: «Nelle immagini della mostra sono ripresi tutti i luoghi “fotografabili”, ho dovuto lasciare fuori gli edifici dove ancora risiedono la Marina Militare e il deposito della Guardia di Finanza, inaccessibili per divieto militare e un deposito della Croce Rossa Italiana. Alcuni di questi edifici sono ristrutturati (quelli occupati), altri in stato di abbandono e degrado».

    Formato 6×6 e bianco e nero conferiscono all’insieme omogeneità e rigore, a tutto vantaggio della funzione documentale. La fotografa ci spiega il suo modus operandi: «Lavoro anche in digitale ma prediligo la pellicola soprattutto per i lavori di documentazione, è una sorta di valenza in più. Lavoro con l’Hasselblad e il banco ottico (in questo caso con Hasselblad), mi “gusto” l’inquadratura con molta cura, la foto che viene stampata la ri-conosco da subito. In pratica la scelta delle immagini è a monte, in fase di ripresa e non in fase di stampa o di lettura del provino. Le fotografie di questa mostra sono stampate a mano ai sali d’argento su carta baritata, mi sono avvalsa della preziosa professionalità del laboratorio De Stefanis di Milano».

    La mostra permette a tutti perciò di conoscere per immagini una realtà cittadina preziosa e ricca di possibilità per la comunità. Finanziata dall’Ordine degli Architetti di Genova, rimarrà presso la loro sede una volta terminato l’allestimento a Palazzo Ducale ma – aggiunge Federica – potrebbe essere esposta in occasione di altri eventi.

     

    Claudia Baghino

  • Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    teatro-akropolisGiunge alla V edizione Testimonianze ricerca azioni,  il festival di ricerca teatrale organizzato dal Teatro Akropolis di Sestri Ponente. Dall’1 aprile al 4 maggio la rassegna porterà a Genova alcuni fra gli artisti più rappresentativi nell’ambito del teatro di ricerca e delle arti performative a livello internazionale.

    Per la direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, Testimonianza ricerca azioni 2014 si articola in sette spettacoli, cinque laboratori, quattro seminari e un progetto di residenza, “tutti eventi indirizzati a un pubblico sempre più ampio e variegato – si legge nella nota stampa –  con una particolare attenzione a chi al teatro intende avvicinarsi con strumenti critici sempre più approfonditi”. Oltre ovviamente al teatro di Sestri Ponente, gli eventi si svolgeranno anche a Palazzo Ducale, Villa Bombrini (Cornigliano) e Villa Rossi (Sestri Ponente).

    Con il sostegno di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio VI Medio Ponente e Società per Cornigliano, anche quest’anno la rassegna sarà raccontata attraverso la pubblicazione di un volume edito da AkropolisLibri e Le Mani Editore (Teatro Akropolis – Testimonianze ricerca azioni vol. quinto), “che raccoglie gli interventi di tutti gli artisti e gli studiosi che partecipano all’iniziativa, consentendo di approfondirne la conoscenza e di accedere a materiali utili al confronto con la scena”.

    Inoltre “grazie alla partnership tra Teatro Akropolis e BlaBlaCar sarà possibile usufruire del servizio di ride-sharing per raggiungere il teatro e partecipare alle attività del festival. Chi verrà in teatro offrendo o ricevendo un passaggio in auto tramite il servizio BlaBlaCar.it, avrà diritto al biglietto ridotto per l’ingresso agli spettacoli, a uno sconto del 10% sull’iscrizione ai laboratori e riceverà in omaggio lo shopper di Teatro Akropolis contenente la borraccia di BlaBlaCar”.

    Gli ultimi tre giorni della rassegna (dal 2 al 4 maggio) saranno dedicati ad un interessante iniziativa chiamata Finestre sul giovane teatro che coinvolgerà quattro compagnie (Teatro dei Venti di Modena, TeatrInGestAzione  di Napoli,
 Teatro Ridotto di Bologna e Teatro Akropolis). Si tratta di “un progetto annuale del Teatro Ridotto di Bologna di cui quest’anno viene riproposta da Teatro Akropolis l’edizione del 2013. Quattro gruppi teatrali si incontrano in tre giorni di lavoro e di scambio di pratiche di lavoro attraverso un laboratorio che coinvolge gli artisti dei rispettivi gruppi. A disposizione cinque posti per altrettante persone che vogliano partecipare gratuitamente ai tre giorni di laboratorio insieme ai quattro gruppi.
 Due ulteriori posti sono disponibili per uditori che desiderino solo assistere al lavoro“.

    Gli spettacoli

    Institutet-for-ScenkonstApre la rassegna giovedì 3 aprile lo spettacolo La logica della passione – Opus Genovamesso in scena dal duo svedese Magdalena Pietruska e Roger Rolin (direttori dell’Institutet för Scenkonst – in residenza al Teatro Akropolis – istituto svedese fondato da Ingemar Lindh, allievo di Decroux), con gli artisti del network internazionale X-Project. Domenica 6 a Villa Bombrini in programma L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA a cura della compagnia Instabili Vaganti di Bologna e mercoledì 9 si torna all’Akropolis con Il Fascino dell’Idiozia di Zaches Teatro (Firenze).
    Venerdì 11 Festa a Villa Rossi Martini, una serata di festa durante la quale andranno in scena due spettacoli: Senza Niente a cura di L’Attore di Teatro Magro (Mantova) e Elogio Dell’attesa / La figura del cavolo di Davide Frangioni (UBIdanza, Genova). Il giorno dopo Senso Comune all’Akropolis della compagnia modenese Teatro dei Venti e il 17 aprile sempre all’Akropolis chiude C Credo. L’unico spettacolo al mondo con una sola lettera! di Teatro Belcan (Brescia).

    I laboratori

    In programma 4 (ore 18-22), 5 e 6 aprile (ore 14-20) al Teatro Akropolis Essere del fare curato da Roger Rolin e Magdalena Pietruska, Institutet för Scenkonst. L’ 8-9-10-11 aprile ore 18.30-21.30 presso l’auditorium dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente Laboratorio di ritmica applicata all’azione fisica di Stefano Tè e Igino L. Caselgrandi del Teatro dei Venti. Il 13-14-15-16 aprile ore 18-22, nuovamente al Teatro Akropolis, Il mestiere dell’attore con Massimiliano Civica (tra i principali registi e pedagoghi del teatro italiano) e infine i giorni 28-29-30 aprile ore 18.30-21.30, Teatro Akropolis, Il gesto come (cre)azione curato da Davide Frangioni / UBIdanza e rivolto ad attori, danzatori e performer.

    Gli incontri e i seminari

    Si parte l’1 aprile alle ore 17 in Sala gradinata-Informagiovani (Palazzo Ducale) con Opus Genova, incontro con l’Institutet för Scenkonst / X-Project. Il 9 e 10 aprile ore 9-18.30 presso Villa Bombrini #Comunicateatro, seminario condotto da Simone Pacini/fattiditeatro sulla comunicazione applicata agli eventi culturali nelle sue forme più innovative, low budget, virali e 2.0. L’11 aprile ore 14-18 e il 12 aprile ore 10-14 (luogo da definire) Viaggi teatrali: dalla tournée alla spedizione antropologica tenuto da Marco De Marinis, studioso, storico del teatro e direttore del DAMS di Bologna. Infine, il 4 maggio alle 18.30 Carlo Angelino e Gerardo Guccini chiudono al Teatro Akropolis con La dimensione perduta del teatro, teatro e sapienza nell’opera di Alessandro Fersen.

  • Stephen Steinbrink from USA to Maddalena, due mesi in giro per l’Europa con la chitarra

    Stephen Steinbrink from USA to Maddalena, due mesi in giro per l’Europa con la chitarra

    stephen-steinbrink (1)Il suo tour europeo è partito quindici giorni fa da Berlino e quella di Genova al Teatro Altrove è l’ottava data in due settimane. Due mesi in giro per l’Europa con la chitarra a tracolla, di teatro in teatro di club in club. Stephen Steinbrink è giovane, ha 26 anni, ma fa il musicista in tour dal lontano 2001 e ha già pubblicato sei dischi. Non ha tempo da perdere: «No, non ero mai stato a Genova prima di oggi, ma non ho il tempo di visitarla, ho fatto un giro per raggiungere il teatro e nulla più, purtroppo devo subito ripartire, lunedì suono a Roma…». Scambiamo due chiacchiere dopo la performance, neanche il tempo di posare la chitarra e sparisce dietro il tendone nero per fiondarsi al banchetto dei dischi e trasformarsi in venditore. Non se la cava neanche male, tre LP venduti, il pubblico genovese ha gradito la sua performance, nel foyer del teatro i commenti sono molto positivi, anche se Stephen non li coglie perché non parla una sillaba di italiano.

    stephen-steinbrink (3)Canzoni brevi, non seguono la struttura classica strofa e ritornello, in sala il pubblico è curioso, ascolta con attenzione questo giovane americano con gli occhiali grossi e tondi e la camicia rossa. Gioca con l’accordatura della sua chitarra acustica amplificata e segue le dita con una voce sottile e precisa, intonata e piacevole. Sarà l’accento americano molto marcato alle nostre orecchie italiane “poco educate”, ma la mente va subito a Simon & Garfunkel… senza Garfunkel. Le linee melodiche dolci e malinconiche, riportano alle tracce più celebri della canzone d’autore americana. Sensazioni che ascoltando altri brani di Stephen su bandcamp mutano e richiamano maggiormente le sonorità pop, la resa delle canzoni suonate chitarra e voce sul palco dell’Altrove è infatti diversa rispetto a buona parte delle registrazioni in studio.

    stephen-steinbrink (2)Un’esibizione senza fronzoli, “la mia voce non è il mio corpo” canta Steinbrink. Rimane immobile davanti al microfono dalla prima all’ultima canzone e il ponte mobile che per un attimo scivola dal microfono e cade a terra è l’unico strappo che scompone l’atmosfera densa ed avvolgente.  ““, “” e “” sono brani che meglio di altri raccontano il concerto di Stephen Steinbrink alla Maddalena, concerto che si chiude con la bella ““.

     

  • Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo MalvezziLorenzo Malvezzi, cantautore genovese nato negli anni ’70, ha vagabondato per lo stivale sino al ritorno in patria e alla pubblicazione del primo disco solista “Canzoni di una certa utilità sociale“.  Giovedì 27 marzo Malvezzi sarà in scena alla Claque con uno spettacolo di teatro-canzone, monologhi recitati intervalleranno le canzoni del disco. Un disco pop, sia come sound che come intenzione, dove la parola “pop” non vuole certo essere una parolaccia… Una struttura semplice, un sound pulito caratterizzato da tanti motivi orecchiabili che ben si sposano con l’ironia dei testi che raccontano le tante contraddizioni del nostro “essere italiani”. Abbiamo fatto qualche domanda a Lorenzo, ecco l’intervista.

    Ormai già diversi anni vissuti di e con la musica… come va il vostro “rapporto”? Come sei riuscito a mantenere sempre alto il livello di guardia? Seguendoti sui social capita ogni tanto di imbattersi in tue “dichiarazioni d’amore” per il lavoro che fai…

    «Io amo profondamente quello che faccio. Mi sento fratello di tutti quelli come me, che nonostante i tanti chilometri, gli orari impossibili, i mille sbattimenti per stare nelle spese, continuano a credere nei loro sogni e tengono duro. Senza queste persone, il mondo sarebbe in bianco e nero».

    lorenzo_malvezzi_canzoni_di_una_certa_utilita_socialeDopo tanto girovagare sei tornato a Genova in pianta stabile, riesci a convivere serenamente con la tua città o anche tu fai parte di quella schiera di artisti genovesi che amano definirsi non profeti in patria?

    «Genova mi fa venire in mente il film 300. Sai quando Leonida calcia giù dal pozzo il messaggero di Serse e dice “Questa è Sparta”? Beh… è stata una errata traduzione in realtà lui dice “Questa è Genova”. Però non è vero che a Genova non succede niente, è che molti genovesi sono pigri e poco curiosi. Un esempio?! Ha appena aperto un posto fichissimo il TigerSpot in via San Vincenzo, dove fanno cose veramente interessanti. Quando parlo del Tiger la maggior parte della gente mi dice “ma non è un negozio?”. Il tiger non è solo un negozio, basta fare una rampa di scale e ti si apre un mondo: mostre, corsi, concerti , caffetteria, giochi da tavolo, ping pong, cocktail e divanetti. Gratisss!! Basta fare una rampa di scale».

    Riesci a vivere di musica in un periodo come questo dove i cachet per gli artisti che si esibiscono sono bassi e il mercato del disco non è più una risorsa a cui attingere?

    «Vivere di musica diventa sempre più difficile. Tra musicisti, a Genova, si dovrebbe fare più squadra, più spogliatoio. Come hanno fatto i cabarettisti. Sono un fronte unito e questo impone che sul mercato abbiano una forza maggiore a livello di contrattazione e prezzo. I musicisti invece si fan la lotta tra loro, c’è quello che fa il furbetto, quello che vuole gestire e secondo me è un’immensa stronzata; si dovrebbe condividere il locale che ti fa suonare, e non prenderlo come baluardo, mettendoci una bandierina. Io e Bobby Soul, ad esempio, tra noi ci siamo sempre scambiati i locali, risultato abbiamo suonato di più.
    Si dovrebbe parlare tra musicisti. Scegliere che sotto un certo cachet non si va, se siamo tutti d’accordo e un locale vuole fare musica, paga il giusto; perché non è lui a fare il prezzo, ma il professionista (i camerieri prendono un tot all’ora indipendentemente se il locale ha gente o meno). A me questa storia della crisi fa girare il cavolo, i gestori ti vogliono pagare meno perché c’è la crisi,
    però il loro menù aumenta il prezzo, non diminuisce».

    Infine parlaci del disco, della traccia che consigli ai lettori di Era Superba di ascoltare per prima…

    «Il disco è un concept album. Trattando di temi seri in modo ironico e satirico potremmo definirlo una vignetta in musica. È questa la sua caratteristica. Non volevo fare un disco poetico. Volevo un disco concreto, in cui alla fine di ogni brano sai cosa hai ascoltato
    e non ti chiedi: “ma che cazzo ha detto?”. Ho volutamente fatto un lavoro hemigwayano, ho tolto i fronzoli per dare azione… il disco è diventato in modo naturale uno spettacolo di teatro canzone con monologhi che, a volte in modo cinico, a volte in modo incantato, parlano delle contraddizioni di ognuno di noi. I singoli dell’album sono “test psicoattitudinale” e “Manifesto popolare” che sono molto identificative per un primo ascolto, però io amo tantissimo “Come la Santanchè”,”Abbestia”, “Escort Progressista”
    ed “Educazione civica”… ogni volta che le suono me le godo proprio. Al lettore curioso di Era Superba che vuole capire di che cosa parla il disco in un ascolto, beh gli consiglio “Canzoni di una certa utilità sociale” che è la title track, e spiega meglio di qualunque altra la mission dell’album».

  • YoYo Mundi e Andrea Pierdicca raccontano l’Ape e la sua Solitudine: la serata alla Tosse

    YoYo Mundi e Andrea Pierdicca raccontano l’Ape e la sua Solitudine: la serata alla Tosse

    yoyomundi3Una presentazione può sembrare pleonastica, ma per chi non li conoscesse gli YoYo Mundi sono una formazione di folk rock piemontese, originari di Acqui Terme. I loro lavori, dagli anni novanta in poi, hanno seguito un percorso di ricerca musicale nel quale è maturata parallelamente una ricerca delle proprie radici, dai valori della storia partigiana (da “Sciopero!” ad “Album Rosso”) al dialetto monferrino (come testimonia il loro ultimo disco, “Munfrà”). Il prestigio delle loro collaborazioni, che vanta nomi del calibro di Giorgio Gaber (per il quale hanno partecipato alle registrazioni del disco “Io non mi sento italiano”), Ivano Fossati, Paolo Bonfanti e molti altri, è pari al loro successo internazionale: un giornale come The Guardian li ha definiti infatti, a seguito del loro tour in Inghilterra, “i Clash con la fisarmonica”.

    Paolo Enrico Archetti Maestri (voce, chitarra), Andrea Cavalieri (basso elettrico e contrabbasso), Eugenio Merico (batteria), Fabio Martino (fisarmonica e tastiere), a cui nel 1996 si unisce Fabrizio Barale (chitarre). Questo fa di loro uno dei pochi gruppi italiani che ha ancora in organico tutti i fondatori, dopo ben venticinque anni di attività insieme, da poco compiuti (la data del primo concerto risale infatti al 5 marzo 1988). Interessante, inoltre, è il loro rapporto con Wu Ming, collettivo di scrittori proveniente dalla sezione bolognese del Luther BlissettProject. Gli YoYo Mundi, infatti, hanno nel tempo ampliato i loro orizzonti artistici, inglobando contaminazioni letterarie, cinematografiche e teatrali.

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    La Solitudine dell’Ape ne è un esempio. Scritto da Alessandro Hellmann, Andrea Pierdicca, Paolo Enrico Archetti Maestri, per la regia di Antonio Tancredi: è un racconto paradigmatico della condizione delle api e dell’apicoltura, riflesso della condizione stessa dell’uomo. Il progetto, prodotto, sostenuto e promosso da Francesco Panella, presidente UNA-API (Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani), propone una storia che ha come protagonisti Justus von Liebig, celebre chimico tedesco, padre della moderna chimica e inventore dei concimi sintetici, e del rapporto che si è instaurato nel tempo con le api. Le sue ricerche, infatti, hanno condotto alla nascita di un’agricoltura intensiva e industriale, e alla parallela commercializzazione dei pesticidi, causa della contaminazione di un intero ecosistema, a partire proprio dalle api, custodi del ciclo della terra in quanto responsabili del processo di impollinazione. Lo spettacolo (qui un filmato riassuntivo) pone alcuni interrogativi filosofici sul rapporto dell’uomo e la Natura, e offre spunti di riflessione per niente scontati, con momenti di lirismo recitativo e musicale, come esemplificato dalla lettura del testamento dello stesso Liebig:

    [quote]i concimi chimici non sfameranno le bocche di chi ha fame; ma renderanno la terra sempre più bisognosa dell’uomo, quando invece la terra ha sempre fatto da sé[/quote]

    yoyomundi2Andrea Pierdicca è bravissimo a tenere la scena con la sua narrazione eccezionalmente equilibrata tra il drammatico e il giocoso. L’alternanza dei due registri si configura senza discontinuità grazie alla partecipazione del gruppo acquese sul palco, non solo, quindi, musicisti ma attori integranti dello spettacolo.

    Il Teatro della Tosse offre un ambiente perfettamente godibile sia per l’acustica che la visuale del suo palcoscenico, sia per la sua area relax, in cui, nel pre spettacolo, è stato possibile assaggiare i prodotti genuini del lavoro delle api durante l’“APEritivo dell’apicoltore”, con il miele del Parco dell’Aveto. E la presenza di un pubblico addetto ai lavori, prevalentemente apicoltori e agricoltori, conferma la qualità del progetto, oltre che la qualità dell’esibizione, apprezzata con un lunghissimo applauso finale da parte di ogni spettatore, competente o meno in materia.

    Nicola Damassino

  • “Dieci”, Teatro Altrove: la compagnia genovese Narramondo sperimenta il crowdfunding

    “Dieci”, Teatro Altrove: la compagnia genovese Narramondo sperimenta il crowdfunding

    teatro-hops-altrove-d2Narramondo è una compagnia teatrale genovese nata nel capoluogo ligure nel luglio 2001 durante il G8. La scelta non è casuale, dal momento che attrici e attori che hanno fondato il gruppo e che ancora ne fanno parte condividono un forte impegno politico: tematiche legate ai problemi della Palestina, ai desaparecidos dell’Argentina, agli Anni di Piombo, Chernobyl, la Valle Bormida e le Torri Gemelle sono solo alcune di quelle affrontate da Narramondo in questi 13 anni. Alla militanza ha sempre fatto da contraltare un’attenta ricerca formale e stilistica, e questi due aspetti sono andati a coniugarsi e a trovare una propria espressione all’interno di un teatro scarno, mai povero, essenziale e al contempo poetico, come raccontano gli stessi membri della compagnia. Dal 2013, inoltre, Narramondo ha trovato una nuova casa al Teatro Altrove della Maddalena e prosegue qui la sua attività e l’instancabile sperimentazione, grazie alla contaminazione con altre realtà artistiche.

    Dallo scorso 2 febbraio la compagnia ha iniziato una campagna di fundraising per finanziare e mettere in scena un nuovo spettacolo a Genova dal titolo “Dieci”. C’è tempo fino al 6 aprile per raccogliere 2500 euro: mancano 34  giorni, finora i sostenitori sono stati 23 e hanno donato 520 euro. Lo spettacolo andrà in scena l’11 e 12 aprile proprio all’Altrove. Vediamo nel dettaglio.

    Il progetto “Dieci”

    “Dieci” è uno spettacolo teatrale in cui dieci personaggi attraverso dieci monologhi si raccontano: dieci vite narrate da dieci voci diverse, attraverso un’unica attrice. Il numero evoca i dieci comandamenti, ciascuno legato ad un singolo personaggio: il male di vivere, la fatica, lo sforzo pervadono le vite dei protagonisti, sospesi e in cerca di una via di scampo.

    Il background è «l’universo denso e variegato che è Napoli, non in quanto area geografica circoscritta ma in quanto realtà universale che racchiude in sé pieghe nascoste dell’animo umano. Le storie raccontate sono storie di tutti, in cui ciascuno può riconoscersi: basta cambiare il contesto, i riferimenti esterni, l’accento», commenta Gabriella Barresi di Narramondo.

    Si parte, dunque, da Napoli, ma non ci si ferma qui: lo spettacolo vuole rappresentare tutta la quotidianità italiana e quel modus vivendi che le è peculiare e la contraddistingue. Nello spettacolo, l’imprigionamento presente si scontra con il desiderio di cambiamento, in un contesto rappresentato come privo di regole e abbandonato dalle istituzioni. È «un’accettazione oltre la rassegnazione, una speciale capacità umana che permette di sopravvivere alle condizioni più estreme, di accettare e normalizzare anche l’intollerabile».

    La scelta stilistica dell’attrice unica presuppone un serrato lavoro di ricerca introspettiva e si avvale della collaborazione di coreografi, musicisti, video maker. La rappresentazione non sarà solo scenica e visiva, ma coinvolgerà tutti i sensi: odori, colori, suoni, sapori di Napoli, il vociare dei vicoli e il fermento metropolitano irromperanno sul palcoscenico.

    Il testo su cui si basa lo spettacolo è una riduzione del libro omonimo di Andrej Longo, in cui l’autore disegna personaggi in preda alle loro paure e debolezze. Il linguaggio è quello del parlato dialettale ma si esce dai confini del melodramma (tipico della tradizione partenopea) per sfociare nella tragedia contemporanea.

    Il fenomeno del crowdfunding

    Quella del crowdfunding è una modalità relativamente “nuova” ma già consolidata: ad alcuni suonerà come una novità; per altri – molti – più esperti delle dinamiche del web e di partecipazione dal basso, sarà un qualcosa di già sperimentato. Consiste nel presentare un progetto artistico – musicale, letterario, teatrale, ecc. – su una apposita piattaforma online (tra le più conosciute, Kapipal, Eppela, Starteed, PdB, DeRev, Com-Unity, Kendoo, Buona Causa, Terzo Valore) e chiedere alla schiera di ipotetici/futuri fruitori di sostenerlo economicamente, se lo ritengono meritevole. Tra i pionieri del crowdfunding, a Genova, la band Ex Otago, che nel 2011 aveva tentato questa strada per finanziare l’uscita del loro album “Mezze Stagioni” (primo disco italiano a essere prodotto “dal basso”); sempre nel 2013, era stata la volta, ancora a Genova, dei Meganoidi, che hanno fatto fundraising per sostenere i costi di pubblicazione del loro album live, offrendo la possibilità ai sostenitori di accedere a contenuti extra, di avere anteprime, di assistere a concerti in esclusiva, e così via. Una delle piattaforme per il crowdfunding più usate dai musicisti è Musicraiser fondata dal frontman dei Marta Sui Tubi Giovanni Gullino, e dalla sua compagna, e su cui hanno cercato finanziamenti sia i già citati Meganoidi che Casa del Vento, Cesare Malfatti, Bobby Soul e altri noti e meno noti.

    Ma non solo musica: da ultimo, pochi mesi fa ha fatto molto scalpore il caso del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia che, avendo incontrato le resistenze di Regione Umbria e altre istituzione coinvolte nell’elargizione dei finanziamenti, per l’edizione 2014 hanno optato per la “colletta” e hanno raccolto in pochi mesi oltre 110 mila euro, superando la già ambiziosa soglia dei 100 mila. Anche nel giornalismo si sono sperimentate modalità analoghe: un caso su tutti, quello di Andrea Marinelli, che nel 2012, ai tempi delle primarie Usa del partito repubblicano, ha raccolto 3 mila euro e li ha impiegati per andare in giro per tutta l’America del nord, pagando voli, ostelli, taxi, bus e seguendo i candidati (Romney, Santorum, Paul, Gingrich) nella loro campagna elettorale. I lettori del suo blog sono riusciti così a seguire live gli sviluppi e a leggere articoli dalla prospettiva di “insider”. Il successo della sua iniziativa gli ha permesso perfino di ricavarne un libro, “L’Ospite”.

    “Dieci” e il foundraising

    Nel caso di Narramondo, invece, “è la prima volta che pensiamo ad una produzione dal basso (non a caso la piattaforma scelta è proprio PdB – Produzioni dal Basso, n.d.r.) per un nostro spettacolo. Le motivazioni principali sono due, una più romantica e una più pratica. La prima riguarda il fascino di una creazione artistica sostenuta collettivamente, e la possibilità che lo spettatore possa diventare parte attiva dei meccanismi di creazione, assumendo anche una posizione critica rispetto alla attuale situazione del sistema teatrale italiano. La seconda riguarda invece la concreta difficoltà di creare uno spettacolo senza avere adeguate risorse per offrire un compenso ai professionisti. A volte è solo la qualità della messa in scena a risentirne fortemente, spesso è anche la qualità di vita di chi ci lavora a tempo pieno”, come si legge sul sito della compagnia.

    Entro i primi di aprile, attraverso il fundraising, il pubblico potrà decidere di collaborare in prima persona alla realizzazione del progetto, versando una somma di denaro a propria scelta. I fondi raccolti (si parla di una base di 2500 euro) saranno impiegati per sostenere il lavoro di un’attrice (l’unica dello spettacolo) e di una regia collettiva, e i costi legati a coreografa, luci e audio, scenografia, costumi di scena e riprese professionali.

    I donatori saranno ripagati per il loro contributo diventando produttori a tutti gli effetti: i loro nomi e cognomi verranno inseriti nei titoli di coda del documento video dello spettacolo, nelle brochure di presentazione e sulle pagine Facebook e Twitter. Non solo: con l’aumentare della donazione, i privilegi crescono. C’è chi avrà la possibilità di assistere alle prove e seguire il processo creativo in corso; chi riceverà una copia del dvd dello spettacolo e/o un biglietto per una replica di debutto; chi addirittura una cena e una copia del libro di Longo da cui è tratto lo spettacolo. 

    A prescindere dal raggiungimento o meno della cifra prevista, “Dieci” sarà rappresentato: è già in cartello l’11 e il 12 aprile al Teatro Altrove. Commenta Gabriella Barresi: «Sappiamo che abbiamo avuto poco tempo per il crowdfunding: di norma, dura almeno 3 mesi, mentre nel nostro caso  durerà 45 giorni. Una follia! Però ci crediamo: oggi trovare sponsor è difficile e continuare a fare teatro di qualità ci dobbiamo “arrabattare”. Abbiamo deciso di percorrere questa nuova strada dal basso per creare un prodotto di maggior valore, pagando i professionisti, di norma costretti a lavorare come volontari».

    Auguriamo tanta fortuna a un progetto nuovo e audace, che non ha paura di adattarsi ai nuovi meccanismi 2.0: in un momento in cui si parla della carenza dei fondi destinati alla cultura e della scarsità dei programmi culturali cittadini (soprattutto genovesi), abbiamo la possibilità – più democratica che mai – di far vivere l’espressione artistica che più ci piace. Un invito a tutti a farlo.

    Elettra Antognetti

  • Carta fatta a mano, tè e caffè: “Drina A12”, i ritratti dell’artista genovese Grazia Buongiorno

    Carta fatta a mano, tè e caffè: “Drina A12”, i ritratti dell’artista genovese Grazia Buongiorno

    drina-a12-grazia-buongiorno-2Immaginate di essere artisti. Immaginate poi di lavorare in un’antica cartiera seicentesca, e di ritrovarci una vecchia partita di bellissima e antica carta fatta a mano, su cui liberare tutta la vostra creatività. Questo è ciò che è successo a Grazia Buongiorno, artista genovese nonché direttore artistico dell’associazione culturale Cartiera41 di Mele (associazione nata proprio negli spazi della cartiera, acquistata e restaurata a partire dal 2000 – dopo anni di abbandono – dalla famiglia Buongiorno-Canepa).

    Grazia ha infatti ritrovato queste vecchie giacenze nello stenditoio della cartiera (dove si lasciavano ad asciugare i fogli appena confezionati e quindi ancora bagnati) e ha compreso subito l’unicità del materiale e le possibilità che esso offriva: la carta fatta artigianalmente a partire dagli stracci, come si faceva anticamente prima dell’avvento della cellulosa, è estremamente pregiata e resistente e si presta perfettamente ad essere utilizzata come supporto per dipingere, per non dire del fatto che le qualità tattili e visive ne fanno un elemento di composizione se non alla pari, quanto meno al secondo posto dopo la mano dell’artista: «Lavorare su del materiale così risulta una cosa parecchio esaltante» racconta Grazia, che ha cominciato il suo viaggio nell’arte da bambina: «dai racconti di mia madre pare che anche quando si andava in giro e non si aveva la possibilità del foglio partivo alla ricerca dei classici pezzi di mattone e li utilizzavo a mo’ di matita in ogni dove».

    Da lì agli studi d’arte il passo è breve, e l’attività creativa nelle sue declinazioni più ampie diventa una costante sospesa solo per un anno: «ho provato a vedere come si viveva senza la presenza costante del disegnare, dipingere, inventare e costruire (e in tutta sincerità non mi è piaciuto molto); il resto è stato una continua evoluzione o involuzione  – a seconda di come si vuole leggere il percorso – ho continuato, continuo e immagino continuerò a disegnare, dipingere, inventare e costruire». D’altronde per lei queste attività sono parte imprescindibile della sua vita: «È semplicemente il mio modo di esistere, non potrebbe essere altrimenti» aggiunge.

    drina-a12-grazia-buongiorno-3Il progetto che Grazia ha sviluppato e sta portando avanti tutt’ora a partire proprio dalla carta fatta a mano si chiama Drina A12 ed ha la peculiarità di avere una durata di vita limitata alla disponibilità dei fogli rinvenuti in cartiera: esaurita questa la serie di opere “driniane” sarà inevitabilmente conclusa: «Ogni volta che mi propongo con qualche cosa di nuovo inizio da capo con tutto, dimentico gli allori precedenti se ce ne sono stati, dimentico il nome, la tecnica, lo stile, mi piace ricominciare e mi piace farlo da zero, mi sembra un bel gioco e una giusta sfida, è un rinnovamento della pelle» racconta Grazia.

    Nello specifico del nome scelto per questo progetto «Drina è un fiume della penisola balcanica che segna il confine tra Bosnia ed Erzegovina e Serbia, in passato era la linea di demarcazione tra Impero Romano d’Oriente e Impero Romano d’Occidente. A12 è l’autostrada Genova-Roma; sono entrambi due passaggi, due cammini, due vie di comunicazione, sono un percorso».

    La tecnica che Grazia usa per le sue opere “driniane” non è affatto semplice: le mezzetinte che caratterizzano l’immagine di partenza vengono sostituite da puri bianchi e neri (ma sarebbe meglio dire beige e neri) ottenendo un soggetto ipercontrastato e ridotto all’essenziale, con un effetto finale che ricorda molto i poster.

    A questa modalità esecutiva l’artista è giunta per gradi: «Prima che nascesse Drina A12 non ho dipinto per un po’ di anni. In questo periodo da buona curiosa ho sentito il bisogno di conoscere nuove cose, ho imparato a costruire mobili e a progettarli, ho studiato ceramica ad alta temperatura e dico studiato perché mi sono rimessa sui libri e ho fatto delle abbuffate di chimica (che tra l’altro prima di allora non sopportavo,  invece applicata è una cosa meravigliosa) insomma mi sono buttata in un mondo rigoroso e pieno di regole ferree ma felice di poter sperimentare un materiale così complesso e affascinante».

    drina-a12-grazia-buongiorno-4È interessante sentire come Grazia racconta la genesi del nuovo stile. Praticamente una sorta di presa di coscienza del necessario cambiamento che l’imparare cose nuove produce dentro di lei: «Nel mio caso quando capisco di avere una soddisfacente conoscenza del mezzo o del materiale ritengo concluso il periodo di apprendimento. Il guaio – o la fortuna – è che a quel punto non si è più quelli di prima, nonostante la voglia di disegnare sia sempre la medesima. L’istinto è quello di misurarsi con l’atto creativo nella maniera più semplice, “faccio quello che già so fare”» ma non è più la stessa cosa:  «Il cambiamento ormai si è insinuato e quello che era semplice prima diventa un gesto sconosciuto adesso; attendo il nuovo personaggio, la nuova tecnica, il nuovo stato d’animo… so che sta per arrivare, è già qui! Bisogna solo trovare il momento giusto perché esca. Poi un giorno qualsiasi mentre scarabocchio, coloro o non so, improvvisamente arriva la soluzione, guardo e so che quella è la strada giusta da seguire».

    Ed ecco come il cambiamento si è manifestato dalla serie precedente a Drina: «I lavori precedenti sono assolutamente coloratissimi, astratti, giocosi, istintivi, progettati nella forma ma non nell’accostamento dei colori. Drina è esattamente l’opposto: rigorosa, scura, con una progettualità lunghissima al punto che l’atto creativo non si attua nella realizzazione ma nella progettazione».

    drina-a12-grazia-buongiorno-5Partendo da una fotografia, Grazia semplifica le forme «fino a trasformarle in macchie mantenendo la fisionomia del volto; finito questo passaggio cerco di semplificare ulteriormente fino ad arrivare ai minimi termini» al punto che spesso i lavori visti da vicino perdono leggibilità e finiscono nell’astrazione, così che per cogliere senso e interezza dell’immagine bisogna osservarli alla giusta distanza.

    [quote]Alle persone vorrei arrivasse ciò che vogliono che gli arrivi, Drina è solo il mezzo. Ognuno di noi fruisce le immagini in base alle proprie esperienze e alla propria sensibilità, è inutile fare tante parole e dare tante spiegazioni, un lavoro quando è finito non appartiene più al suo ideatore ma a tutti».[/quote]

    In queste immagini primi piani di volti, lettere singole e numeri si affastellano creando una bellezza prima di tutto grafica, un vero e proprio “piacere visivo”:  «A volte le scritte hanno un significato preciso – soprattutto quando il personaggio ritratto mi è familiare – allora lì mi diverto a nascondere messaggi; altre volte invece lettere e numeri hanno una funzione puramente grafica».
    Ma nei dipinti di Drina compaiono anche improvvise chiazze di colore, rivoli spesso vermigli, lampi inquietanti che a prima vista ricordano il sangue e, almeno in chi scrive, rievocano certe foto di guerra dove il sangue scende a rivoli da corpi coperti di polvere. Grazia spiega che «ogni tempo ha le sue immagini. Queste sono le immagini del mio tempo, quello attuale e quello passato sono la somma di quello che si è stati e di quello che siamo, di quadri tutti colorati e giocosi, di strisciate rosse sopra volti stinti, di regole ferree e seghetti alternativi per costruire cose; sono la somma della mia vita, tra dieci anni Drina forse non esisterà più, ci saranno altre immagini, un altro nome, un nuovo percorso e questo è bene perché vuole dire che non mi sono fermata. Si va avanti, sempre».

    drina-a12-grazia-buongiornoUna parte altrettanto suggestiva del lavoro riguarda i materiali utilizzati sul fondo di carta di stracci: insieme a pastelli ad olio e colori acrilici, Drina usa tè e caffè: «Quello di usare generi alimentari per dipingere è un vizio che mi porto dietro un po’ da sempre. In precedenza utilizzavo farina, pane grattato ed altro per fare i fondi dei quadri, oggi uso caffè e tè in egual maniera per i fondi a più strati». Una vera e propria tecnica anche questa: «Faccio un miscuglio di caffè e tè che faccio marcire: è poco carino da raccontare ma i due elementi andando a male creano una serie di sedimenti che lasciano delle macchie sulla carta che mi piacciono da matti, in seconda mano faccio le colature di caffè – l’unica cosa più o meno casuale in tutta la realizzazione del lavoro – dopodiché faccio la tracciatura delle macchie e di conseguenza il riempimento con l’acrilico che in realtà non è nero ma un tono di marrone scurissimo che si vede solamente con il sole diretto sul quadro, tutto questo sulla carta fatta a mano dai mastri cartai che lavoravano nella vecchia cartiera dove abito». Come già detto «finita questa scorta, finita Drina che lavora su carta fatta a mano. Ho già in mente un nuovo supporto, ma questa è un’altra storia».

    Con questa serie, comprensiva di pezzi eseguiti su commissione, l’artista ha esposto in alcune gallerie genovesi e si prepara a partecipare ad altri eventi: «Ultimamente lavoro spesso con Satura, recentemente ho partecipato a Venti d’Arte e a Arte Genova 2014, in futuro di sicuro c’è “Venti d’Arte l’esperienza del contemporaneo” presso il MAEC Milan Art & Event Center a marzo e Satura International Contest a maggio».

    Claudia Baghino

  • I Selton live a La Claque, quando alla malinconia “o remédio è cantar”

    I Selton live a La Claque, quando alla malinconia “o remédio è cantar”

    selton-concerto-live-claqueLe lingue delle loro canzoni sono il portoghese, lingua madre; l’inglese, lingua franca; e l’italiano, lingua d’adozione. Le città della loro avventura sono Porto Alegre, in Brasile, Barcellona e Milano. Nella prima si conoscono, compagni di scuola già con la passione per la musica; nella seconda si rincontrano casualmente, e celebrano la coincidenza formando il gruppo, battezzandolo Selton e riproponendo i Beatles in chiave – ovviamente – bossanova nello scenario gaudìano del Parco Güell. Nella terza ci finiscono perché, partecipando nel 2006 al programma di Fabio Volo ItaloSpagnolo, ottengono la possibilità di registrare con Gaetano Cappa (vocal coach a X Factor) il primo disco “Banana à Milanesa”, uscito nel 2008.

    Ricardo Fischmann, (chitarra, voce), Ramiro Levy (chitarra, ukulele, voce), Eduardo Dechtiar (basso, voce) e Daniel Plentz (percussioni, voce) proseguono il loro percorso musicale con il secondo album, omonimo, datato 2010. “Selton” viene accolto positivamente dalla critica, celebrato come uno dei più intelligenti dischi melodici italiani dell’anno. Nel 2012 la loro carriera vanta, oltre alla partecipazione al disco di cover di Max Pezzali “Con due Deca” con la canzone “Come deve andare”, l’esibizione al Premio Tenco a Sanremo, nella quale accompagnano Daniele Silvestri. L’ultima fatica discografica arriva nel 2013 con “Saudade”, un disco che riprende il discorso iniziato con l’album d’esordio, senza ovviamente rinnegare il potenziale alternativo del secondo disco. Come racconta la band a proposito dell’album, «è talmente tanto tempo che siamo lontani da casa, che quasi non sappiamo più dove sia: ci mancano le spiagge del Brasile e i concerti per strada a Barcellona. Con il nuovo disco raccontiamo proprio questo: “saudade” in portoghese significa appunto “malinconia”. Raccontiamo i nostri sentimenti e le nostre nostalgie, e ci rendiamo conto che l’unico momento in cui non ci manca più niente è proprio quando suoniamo insieme».

    claqueA La Claque, uno dei palcoscenici genovesi migliori per la musica live, l’atmosfera è di grande impatto: piccoli tavolini disseminati davanti al palco già pronto per la performance, luci soffuse e fumose e un già numeroso pubblico che vocifera e brinda. Il concerto inizia e immediatamente tutto il locale è a proprio agio: l’accuratezza dei suoni è nitida e la simpatia della band è coinvolgente. I lavori in studio dimostrano la precisione esecutiva e compositiva dei musicisti; e si dimostrano subito tanto melodici e composti in sala di registrazione quanto divertenti ed energici dal vivo!

    A ogni brano le persone che iniziano a ballare si moltiplicano, incoraggiati dai ragazzi e da pezzi come l’irresistibile “Non lo so” e la cavalcante “Across the Sea”, così squisitamente ritmiche che è impossibile restare fermi. I coretti, ben dosati e mai pretenziosi, rendono ogni pezzo elegante e leggero, ma mai banale, richiamando alla mente le atmosfere dei Vampire Weekend. “Piccola Sbronza”, pezzo scritto con la collaborazione di Dente, vede addirittura l’invasione del palco da parte delle manifestazioni forse troppo affettuose di una fan. E se durante l’esibizione fanno salire una ragazza scelta a caso a suonare il tamburello con loro, che vince subito la timidezza grazie alla loro calorosità, quasi a fine concerto è la band a saltare giù dal palco, per cantare in mezzo a tutti “Eu Nasci no Meio de um Monte de Gente”, per poi finire in gran bellezza con “Nuoto nuoto e niente più”, rocksteady giamaicano con un’eccezionale coreografia dei musicisti, che sanno anche, da ottimi polistrumentisti, scambiarsi di posto. Il gruppo vanta, inoltre, la collaborazione del compianto Enzo Jannacci, dalla quale nasce la cover tutta brasileira di “Vengo anch’io. No, tu no”, divertentissimo momento nazionalpopolare d’effetto assicurato, così come per le due cover di Cochi e Renato: “Canzone intelligente” e “La Gallina”.

    Nel post concerto il pubblico si accalca per i complimenti e gli autografi; ne approfittiamo per avvicinare Ricardo, al quale rivolgo subito una domanda sul significato del nome del gruppo. «Selton è una parola inventata, che assume un significato preciso e importante tra di noi, che oltre a essere un gruppo siamo innanzitutto un gruppo di amici. Selton si potrebbe tradurre con sintonia». Per quanto riguarda Genova, «è una città per noi ancora tutta da scoprire. Non è la prima volta che veniamo qui, ma sicuramente la sua fama la precede, visto che è la città che ha dato i natali a Colombo, una sorta di eroe per noi del Nuovo Continente. Il potenziale della città è sicuramente altissimo, vista la sua scuola di cantautori; ma l’impressione è che la musica live, qui come spesso accade anche altrove, faccia fatica a trovare spazi e riconoscimenti».

    I Selton sono una piacevolissima scoperta in un venerdì sera piovoso; un gruppo che fa della propria malinconia la sua ragione d’essere, cantata in maniera che ne risalti la gioia e la felicità dietro ai ricordi lontani di casa propria, e per la quale “o remédio è cantar”.

    Nicola Damassino