Categoria: Vivere Genova

  • Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Illustrazione di Valentina Sciutti
    Illustrazione di Valentina Sciutti

    Intervistare Tonino Conte è una di quelle cose che hanno a che vedere con l’emozione. L’emozione davanti al sipario che si alza, davanti alle luci che si spengono, davanti alla magia del teatro che non si può né creare né distruggere ma soltanto trasformare.
    Il 29 maggio prossimo Palazzo Ducale inaugurerà Due volte quaranta, una mostra che nasce per festeggiare gli ottant’anni di Tonino, un artista eclettico, visionario e popolare nel senso più ricco e bello del termine. E proprio guardando a questi ottant’anni dedicati all’arte e al teatro, abbiamo cucito con Tonino Conte una conversazione ad ampio spettro, tenendoci in equilibrio tra temi, passioni e pensieri diversi, certi che questa delicata entropia all’insegna della curiosità per il personaggio e per l’uomo potesse essere la chiave per tratteggiare al meglio un artista a tutto tondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Ivano Fossati scrive “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”. E parlando di prospettive e punti di vista, com’è Genova vista da Tonino Conte?
    Ho una sincera amicizia per Ivano Fossati, è stato uno dei primi musicisti con cui ho collaborato, io ero agli inizi come regista e lui era un giovanissimo brillante compositore già conosciuto in campo musicale, ma molto sensibile al teatro. Però questa volta non sono del tutto d’accordo con lui. C’è una Genova di pietra scavata nelle montagne e nei caruggi, una Genova da dove non vedi spesso il sole, ma che era – ed è tornata ad essere – brulicante di vita, di relazioni, con la particolare atmosfera e i profumi che ne sono l’essenza. Una città che però qualche volta dà un po’ l’idea di essere pigra, quasi “senz’anima”.

    Lei un giorno ha detto che per essere un buon regista non si devono mai svestire i panni dello spettatore. Quali spettacoli hanno segnato il suo modo di fare teatro?
    Quando dicevo questo intendevo che non amo un teatro fatto solo per se stessi, rinchiuso in un’idea “autistica”, guardandosi l’ombelico. Il teatro è comunicazione, anche se parte – spesso – da “un moto dell’anima” dell’artista, sia esso autore o regista.
    Gli spettacoli che mi hanno profondamente colpito sono soprattutto quelli di Aldo Trionfo: assistere a una serata della Borsa d’Arlecchino – dove ero stato scritturato all’inizio come “spettatore” perché si rischiava di non tenere la rappresentazione per mancanza di pubblico – mi fece capire come il teatro non fosse soltanto uno stanco rito ripetitivo a beneficio di un pubblico abitudinario, ma un’esperienza coinvolgente, ironica, originale, e insieme profonda.
    E poi mi ha molto colpito la visione de La Classe Morta di Tadeusz Kantor a cui ebbi la fortuna di assistere al suo debutto in Italia, a Firenze negli anni ’70, al Rondò di Bacco, dove lo spettacolo era stato invitato da Andres Neumann: quei grigi manichini umani, quei banchi dove si aggiravano allievi invecchiati ma sempre prigionieri di una vuota ripetizione, con il regista che li “comandava” dall’esterno con gesti e sguardo imperiosi rappresentavano in modo misterioso e completo l’unione tra la morte e la risata, tra l’ironia e il dolore. Ancora adesso il segreto del teatro “vivo” ha una sua verità in questo binomio.

    Ma Tonino Conte non è solo teatro e l’eclettismo è una parte centrale del suo essere artista. Si è misurato con la letteratura e, soprattutto, con le arti visive. E parlando di arti visive il pensiero corre inevitabilmente a Emanuele Luzzati.

    ubu-re-conte-luzzatiInsieme avete creato grandi momenti di teatro e un nuovo modo di approcciare la scena. Ci racconta qualcosa del vostro lavorare insieme?
    Ubu Re di Jarry, il mio primo spettacolo, è nato con scene e costumi di Luzzati. Insieme abbiamo fondato il Teatro della Tosse. Tanta concomitanza di vita e di lavoro non ci ha spinti alla sindrome di Bouvard e Pécuchet, nel senso che non siamo diventati dei “fissati” del nostro mestiere, avevamo caratteri molto diversi e interessi a volte divergenti. Tutto ciò ci ha consentito una collaborazione “leggera”, quasi svagata, fatta di poche parole e di molte libertà.
    Quasi trent’anni dopo ritornammo a Jarry con Ubu Incatenato prodotto per la stagione ‘95/96 al Teatro della Tosse. Nacquero decine di tavole di straordinario vigore espressivo, popolate di donne con tre seni e cosce abnormi, di uomini senza faccia e due cappelli, magrezze spettrali e grassezze oscene. Manipolando il monumento scoprii che il piedone poteva diventare carrozza, il grosso sedere tavola da imbandire, gambe e braccia divani. Togliendo tutti i pezzi di cui era composto il monumento, l’intelaiatura di ferro che lo sosteneva era la prigione più teatrale che ci possa immaginare. Tra i due “Ubu” di cui ho parlato c’erano stati almeno un centinaio di altri spettacoli, così come molte altri sono venuti dopo, saltando da Shakespeare ai burattini, dalle opere liriche alle ombre cinesi, dai grandi spettacoli estivi all’aperto alle sperimentazioni in quella sorta di moderna cantina che è l’Agorà del Teatro della Tosse. Nella maggioranza dei casi siamo stati così astuti da evitare la trappola della routine, cercando di risolvere in modi sempre diversi lo stesso problema: inventare un bello spettacolo.

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #58

  • Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    GenovaLa settima arte ama Genova, da sempre. Negli ultimi anni il capoluogo ligure ha ospitato soprattutto spot pubblicitari e riprese televisive, ma è proprio attraverso il cinema che la città, probabilmente anche oltre le intenzioni dei vari registi, ha spesso assunto un ruolo da protagonista, trasformandosi da semplice quinta scenica a vera diva della storia.
    Non vogliamo elencare qui tutti i film che sono stati girati a Genova, abbiamo scelto quelle pellicole dove a nostro giudizio la nostra città è riuscita a dare il meglio di sé. E, in questo senso, non si può che partire citando il meraviglioso Le Mura di Malapaga del 1949, film con il quale il regista René Clement vinse a Cannes e guadagnò l’Oscar Onorario nel 1950 come miglior film straniero (le attuali categorie furono introdotte solo nel 1956).
    Questa pellicola, solitamente trasmessa ad orari impossibili sulle reti minori delle tivù generaliste, si può ora fruire più facilmente grazie alla rete, e ci mostra struggenti immagini di una Genova che fu. Il film fu girato intorno alle attuali Piazza Cavour, via del Colle, Sottoripa; le Mura del titolo in realtà appaiono raramente, ma poiché erano il luogo dove anticamente venivano incatenati e lasciati a patire fame, sete e freddo all’aperto coloro che non onoravano i propri debiti, hanno una valenza fortemente evocativa rispetto alla trama.
    Vedere Jean Gabin che, in uno splendido bianco e nero, si aggira lungo i negozietti di Sottoripa, percorre i vicoli fino alla bettola dove incontrerà Marta (una dolente Isa Miranda che vinse a Cannes come attrice protagonista), ci fa inevitabilmente riflettere su quanto abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi, e su quello che non potremo più vedere. La scelta della location genovese del film pare si debba allo sceneggiatore, Alfredo Guarini, marito di Isa Miranda nato a Sestri Ponente.

    una-voglia-da-morire-img-87247Da un film pluripremiato ad uno volutamente dimenticato: Una voglia da morire, film del 1965 di Duccio Tessari con Raf Vallone e Annie Girardot, una commedia con tinte gialle dove si racconta di una coppia di amiche, signore dell’alta borghesia milanese, che, in vacanza ad Arenzano, decidono quasi per gioco di prostituirsi con i camionisti di passaggio sulla statale. In questo caso la nostra regione, luogo del delitto, risulta più evocata che mostrata: in ogni caso la pellicola fu sequestrata ed il regista denunciato per oscenità; solo due anni dopo caddero le accuse, ma il film non ebbe più alcuna visibilità e della bobina risulterebbero sopravvissute solo due copie.

    In quegli anni la nostra città non era certo in gran spolvero dal punto di vista turistico. Incerta sul come ricostruire il complesso di Madre di Dio, il Carlo Felice ed il Porto Antico, stretta fra gli Anni di Piombo che erano già iniziati ed un ruolo industriale sempre più arduo da sostenere, vede i set spostarsi verso il Ponente cittadino: Cornigliano ed il gasometro dell’Italsider (abbattuto nel 2007) sono i protagonisti di molte scene clou del B-movie Mark il poliziotto spara per primo del 1975, con sparatorie, inseguimenti e l’allora divo dei fotoromanzi Franco Gasparri che sgommava a bordo di una Lancia per le vie del quartiere.

    Padre-e-figlio-Placido-Campa-1994Il gasometro sarà poi ancora la location all’ombra della quale si dipana la vicenda di Padre e Figlio, il film del 1994 di Pasquale Pozzessere, dove un padre (Michele Placido) portuale a Genova, deve affrontare il figlio, Stefano Dionisi, che rientrando dal servizio militare (altra cosa smantellata, al pari dell’ Italsider) non ha alcuna intenzione di ereditare il lavoro del padre preferendo vivere di espedienti e sognare la fuga, in qualsiasi modo riesca ad ottenerla.
    Qui abbiamo riprese del quartiere mentre il ragazzo vaga rabbiosamente in moto, soffocato fra acciaierie e Stazione merci , ed attraverso lo scontro generazionale viene offerto il ritratto di una città che sa perfettamente di non poter proporre il vecchio modello di economia statalista ma è incapace di trovarne uno nuovo, così che, vent’anni dopo, siamo ancora tutti intorno al capezzale della capacità produttiva di Genova.

    Ma se molto incerto è il cammino industriale e commerciale, molto più spedito, per fortuna, è stato quello culturale ed ambientale. Pur fra mille passi falsi, partenze in salita e dubbi, dalle Colombiadi del 1992 in poi l’attrattiva turistica di Genova si è sviluppata quasi senza che i cittadini se ne rendessero conto. Grazie poi alla costituzione, nel 1999, della Genova Liguria Film Commission, Fondazione creata da Regione Liguria, Comune di Genova ed altre realtà territoriali liguri, che ha come scopo il marketing territoriale, la produzione audiovisiva è letteralmente esplosa nel nostro territorio. Non solo: prima della GLFC esisteva la Italian Riviera Alpi del mare Film Commission, sulla falsariga dell’esempio americano e fra le prime ad essere attive in Liguria; lo scopo, oltre a promuovere il territorio, è anche facilitare l’ottenimento di permessi, autorizzazioni, collaborazioni da parte di privati per concedere i propri beni durante le riprese.

    giorni-nuvole-albanese-buyGrazie a questa preziosa sinergia fra privati, enti locali ed operatori si sono arrivate in città, solo per rimanere al cinema, nel 2004 Agata e la tempesta del regista Silvio Soldini, che poi, innamorato della magia del luogo, nel 2007 ambienterà qui anche Giorni e nuvole, con Margherita Buy e Antonio Albanese.
    Fra queste due pellicole c’è la produzione internazionale del film Genova di Michael Winterbottom, che vede Colin Firth (Premio Oscar per Il discorso del Re nel 2011) nella parte del vedovo che, arrivato in città con le due figlie, proprio da Genova prova ad iniziare una nuova vita dopo il lutto.

    In queste ultime produzioni la città, con le due riviere, vengono inevitabilmente messe in bell’evidenza; non a caso si sono anche moltiplicati spot pubblicitari, videoclip e serie televisive ambientate fra il Porto (una delle viste più gettonate, spesso dal mare ma anche dalla Spianata) i vicoli e Corso Italia.

    A partire dal 2010, poi, tutte queste produzioni possono contare sul Cineporto, la palazzina ex- Italsider, di fronte all’altoforno, integrata con la non distante Villa Bombrini, dove Genova Liguria Film Commission ha la propria sede.  E tutto questo, oltre all’indubbio ritorno di immagine per la nostra Regione, rappresenta un giro di affari di tutto rispetto: l’area ospita infatti 44 piccole imprese e diversi studi professionali con un centinaio di persone occupate ed un indotto in costante crescita (dati maggio 2014).
    È addirittura di questi giorni l’uscita di un bando che per la prima volta mira a sostenere le piccole produzioni audiovisive locali, istituito proprio dalla Genova Liguria Film Commission: l’iniziativa si chiama Sarabando (sic) e resterà aperta fino al 30 gennaio 2015.

    Insomma, qualcosa si muove e, sia pure in minima parte, prova a rimediare ai numerosi danni causati da una crisi feroce che a Genova ha forse mietuto più vittime che altrove.
    Perché se è pur vero che oggi con la cultura non si mangia, a volte però qualche pranzetto aiuta a prepararlo.

    Bruna Taravello

  • Segni nel fango: un’asta benefica e un libro di illustrazioni per gli alluvionati genovesi

    Segni nel fango: un’asta benefica e un libro di illustrazioni per gli alluvionati genovesi

    segni-nel-fango-asta-beneficenzaUn’iniziativa artistica per raccogliere fondi utili al sostegno delle attività genovesi colpite dalle recenti alluvioni: questo il concetto che sta alla base di Segni Nel fango, il nuovo progetto benefico lanciato da Genoa Comics Academy e Anonima Illustratori.

    Si tratta di una una raccolta di opere di artisti attivi nei campi dell’illustrazione, fumetto e arti figurative in genere,  sensibili agli eventi che hanno colpito Genova, con una poetica universale ispirata al tema “Alluvione a Genova volontari nel fango con la voglia di aiutare, ricostruire, ricominciare…nonostante tutto!”

    Segni nel fango prevede un’asta di beneficenza il giorno 19 dicembre presso il Museo del Mare Galata alle ore 16.30 in cui si venderanno le opere che gli artisti hanno realizzato per l’iniziativa, e la realizzazione di un volume contenente tutte le illustrazioni,  stampato e distribuito nelle librerie associate alla Librerie Indipendenti Genova.

    Tutti i ricavati (sia delle opere editoriali che dell’asta degli originali) saranno raccolti in un fondo dedicato, gestito da Confesercenti e distribuiti alle realtà commerciali e culturali colpite dall’alluvione.

    Il pubblico può partecipare o contribuire durante l’asta del 19 dicembre, le opere saranno tutte su Ebay e l”asta si potrà vedere in streaming sul canale Youtube legato a Segni nel Fango.

    Inoltre, in alcune librerie accreditate si potrà fare una donazione di 10 € per avere in regalo il catalogo delle opere.

    L’iniziativa è sostenuta dalla RivistaAndersen e realizzata con il sostegno del Municipio 1 Genova Centro Est.

    Le illustrazioni sono di Akab; Baldi Brunella; Baricelli Cristiano; Belsito Katia; Bonaccorso Lelio; Camuncoli Giuseppe; Carosini Gino; Celestini Oscar; Corda Tullio; Dalena Antonello; De Pieri Erica; Dentiblù; Enoch Luca; Fereshteh Najafi; Ferrari Antonigionata; Ferraris Andrea; Forcelloni Claudia; Gabos Otto; Giannotta Gregorio; Giorgetti Argentina; Ingranata Roberta; Lauciello Roberto; Longo Fabrizio; Macchiavello Enrico; Manca Antonietta; Martino Tatiana; Mastroianni Marco; Matarese Giorgia; Mazza Irene; Montanari Eva; Muzzi Michela; Muzzi Valentina; Novelli Sara; Olivieri Bruno; Ozenga Lisalinda; Parodi Alessandro; Parrella Nicola; Perkins Will; Piccardo Andrea; Raso Alex; Scagni Stefano; Spugna; Tavormina Maurilio; Tessaro Gek; Valgimigli Alberto; Wolfsgruber Linda

    Testi di Ferruccio Giromini; Anselmo Roveda; Giulia Cocchella; Angelo Calvisi.

  • Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak (4)Un’artista conosciuta in tutto il mondo grazie ad una voce straordinaria che ha saputo fondere magistralmente la tecnica antica del canto armonico (o bifonico) con le sonorità moderne. Sainkho Namtchylak, nata in un villaggio della Siberia meridionale ai confini con la Mongolia nell’ex-repubblica sovietica di Tuva, è una sacerdotessa orientale del canto la cui voce ha caratteristiche timbriche che la rendono unica.
    Lo scorso settembre Sainkho è stata invitata nella nostra città da Davide Ferrari per la 23esima edizione del Festival del Mediterraneo interamente dedicata alla musica femminile, si è esibita a Palazzo Ducale nella Sala del Minor Consiglio e ha stupito tutti. La sua musica è un affascinante intreccio fra il nostro tempo e le tradizioni lontane, il canto popolare siberiano e mongolico, il jazz e la musica elettronica; la voce spazia dai suoni acuti a quelli più gravi con un’estensione prodigiosa, acquista singolare intensità per improvvisi cambiamenti di vibrazioni, alterna trasparenze a toni densi e scuri.

    Sainkho Namtchylak (5)Sainkho è considerata una delle più grandi conoscitrici al mondo di canto armonico. In inglese “overtone singing”, il canto armonico è una tecnica che permette al cantante di sfruttare il tratto fra le corde vocali e la bocca per risaltare gli armonici naturali presenti nella voce e, quindi, emettere contemporaneamente due o più note diverse. La stessa tecnica che utilizzava Demetrio Statos, storica voce degli Area, e che utilizzano ancora oggi alcuni canti a tenore in Sardegna. E proprio da una citazione di Stratos iniziamo la nostra intervista…

    Demetrio Stratos sosteneva negli anni 70: “La voce è oggi nella musica un canale di trasmissione che non trasmette più nulla”. Ascoltare la tua voce ci riporta a questa affermazione… Oggi la grande industria musicale e lo strapotere della musica leggera e del “canto parlato” sono in forte crisi, sia creativa che economica. Credi che siano maturi i tempi per il diffondersi nelle masse di una maggiore coscienza e cultura musicale sia in chi ascolta che in chi crea?

    «Demetrio Stratos è uno dei migliori cantanti del ventesimo secolo. Il modo in cui è riuscito ad esplorare le possibilità della voce umana è rivoluzionario, e il suo approccio spirituale nelle sue performance vocali è stata una delle scoperte più profonde della mia vita. Alle parole di Demetrio riguardo alla musica moderna, però, non posso rispondere nulla perché è una sua affermazione; personalmente mi sento di dire che trovo nella musica vocale del passato molto più contenuto a livello musicale, di anima e sentimenti rispetto alla canzone moderna. Questo si. Eppure in tal senso l’elettronica ha aperto grandi possibilità per l’uomo e la sua musica, ma è trascorso troppo poco tempo per arrivare a conclusioni. A mio parere ci vorranno ancora 50-100 anni per poter affermare qualcosa, per tirare le prime somme, capiremo cosa davvero è servito delle nuove grandi scoperte elettroniche e cosa invece è stato inutile in ottica di una evoluzione musicale sia da parte di chi ascolta che di chi crea. Penso dunque che questo sia un’era di passaggio… Ci vuole tempo. È ancora troppo presto».

    La “forma canzone”, il classico strofa+ritornello con melodie orecchiabili e testi in rima, credi che abbia ancora qualcosa da dirci?

    «La modernità apre e modifica la tradizione, o ancora meglio possiamo dire che porta con sé nuove tradizioni. Vedremo. Bisogna dire che la cultura urbana dei nostri tempi rende possibile qualsiasi forma di scrittura musicale, non solo la forma canzone nella sua accezione più comune. Quello che è importante, qualunque sia la forma utilizzata, è mantenere l’anima nell’opera artistica per poter comunicare con chi ascolta; le canzoni sono forme brevi di storie, storie che possono essere trasmesse con la voce da anima ad anima. Quello che è certo è che, essendo più corta e più compatta rispetto alla tradizione musicale del passato, la canzone ha permesso di sviluppare in questi anni il concetto di “rapidità” nella composizione musicale, inteso come rapidità di esprimere idee attraverso le melodie, le armonie e i testi».

    Hai cantato a Genova al Festival del Mediterraneo, come ti sei trovata con il pubblico? La tua musica è lontana dalle nostre abitudini di ascolto, e tu in queste situazioni diventi “ambasciatrice” di un patrimonio culturale come quello del canto armonico… Ti ritrovi in questo ruolo?

    «Quando canto, o più in generale lavoro sulla mia voce, oppure quando racconto una storia attraverso melodie e testi, non penso al fatto di essere ambasciatrice o all’importante confronto fra culture diverse. Semplicemente canto e basta. Tutto parte da un profondo e naturalissimo bisogno di condividere con gli ascoltatori ciò che mi è stato regalato dalla natura. Non penso molto a questioni filosofiche. Sento il bisogno di cantare, di condividere le mie emozioni. Ed è bellissimo essere con un pubblico quando canto. Gli ascoltatori italiani sono molto calorosi, un pubblico melodicamente raffinato. È sempre un gran privilegio poter cantare per loro. In un’epoca in cui tutto si sta digitalizzando, i libri saranno in formato digitale, la musica, la radio, i video, tutto si sta digitalizzando, fare concerti live all’interno di luoghi acusticamente buoni ci dà l’opportunità di ricordare come dovrebbe essere una voce naturale. Spero di tornare presto a Genova e cantare di nuovo a cappella. Solamente per cantare e far volare la mia anima. Sono molto grata a Davide Ferrari che mi ha invitata. Auguro a lui e al suo progetto lunga vita, molti contatti e un buon pubblico».

    Esiste un collegamento forte fra la tradizione sciamanica e il canto armonico, aiutaci a capire meglio…

    «All’inizio il canto armonico era caratteristico della tradizione musicale buddhista. Per la musica sciamanica era invece il canto gutturale. La differenza fra il canto armonico e il canto gutturale è che il primo ha una linea melodica e armonica molto chiara, mentre il secondo è composto maggiormente da suoni, vocalizzazioni sonore, arte visivo-sonora espressa attraverso la voce. Solitamente nel canto gutturale è molto difficile notare o distinguere la linea melodica e l’armonia intese come da impostazione accademica europea/occidentale».

    Anche solo il concetto di “scrivere un brano” è diverso dai canoni della musica leggera, puoi descriverci il processo di creazione di una tua opera? Quanto è presente il concetto di improvvisazione?

    «Ogni volta per me è diverso. Non voglio annoiarmi e seguire lo stesso percorso ogni giorno. Solitamente le idee mi arrivano da incontri con cose belle che toccano la verità della vita quotidiana. Come per i testi e le poesie, anche per le canzoni mi capita spesso che mi arrivino in forma aperta, richiedendo quindi mesi, anni per farle diventare cantabili».

    Gabriele Serpe
    foto di Marcella Sabatini

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  • L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    amico-ritrovato-libreria-5La saracinesca è ancora tirata giù, quasi fino in fondo, ma le teste dei passanti che sbirciano incuriositi fanno capolino con cadenza regolare. Siamo in via Luccoli 98r, all’interno di palazzo Luccoli-Balestrino, a pochi metri da piazza Fontane Marose. Qui, come il dottor Grigio ci ha già anticipato sulla nostra pagina Facebook, oggi pomeriggio alle 16 ritroveremo un amico, anzi tanti amici. Sono i ragazzi costretti tempo fa ad abbandonare la libreria Assolibro nella vicina via San Luca, lasciando un grande vuoto nel cuore del centro storico e nell’offerta culturale della nostra città.

    «Da quando è finita l’avventura di Assolibro – ci racconta Marco Parodi, trentenne, uno dei soci di questa nuova avventura – abbiamo avuto una richiesta costante dalle persone che incontravamo per strada: quando riaprite? Dove vi potremo trovare? Interesse, certo, ma anche un po’ di pressione per noi. Speriamo che tutto ciò si traduca in un buon successo per questa ripartenza».

    La nuova libreria si chiamerà “L’amico ritrovato”, prendendo in prestito il titolo di un notissimo romanzo di Fred Uhlman, a testimonianza di un forte legame con l’esperienza passata.

    «Tutto nasce sicuramente dall’esperienza di Assolibro e dalla risposta forte che abbiamo avuto dai nostri clienti e dagli abitanti del centro storico quando siamo stati costretti a lasciare via San Luca. Certo, la chiusura non è stata una cosa repentina: i segnali c’erano già stati con ripetuti tentativi di vendita da parte della proprietà andati a vuoto. Noi ci eravamo già messi a vento per fare altro. C’è chi ha aperto altre librerie, chi ha iniziato a collaborare per un grande gruppo editoriale. Ma, in fondo, avevamo sempre il sogno di poter tornare presto nel centro storico, magari facendo cose che in Assolibro non eravamo così liberi di fare come l’organizzazione di presentazioni, l’autonomia nelle scelte editoriali, i contatti diretti con il territorio e soprattutto con le scuole. E appena abbiamo visto questi spazi, con queste splendide colonne in mezzo alla sala, ce ne siamo subito innamorati».

    120 mq molto accoglienti che hanno tutte le caratteristiche per diventare una nuova casa del libro nella Città Vecchia.

    «Il nostro obiettivo è quello di puntare il più possibile sulla fisicità del luogo. Bisogna creare un posto bello da frequentare perché lo stesso libro puoi comprarlo ovunque, e magari anche con un po’ più di sconto. Ma con il prezzo del libro acquistato qui vorremmo che fosse compresa anche l’esperienza di quella mezz’ora passata in un luogo piacevole. È un po’ come andare a prendersi un caffè: potresti farlo anche a casa ma non avresti il piacere di uscire, di andare a prenderlo in un bel posto, facendo quattro chiacchiere con persone piacevoli. Poi è ovvio che ci devono anche essere i libri perché se il posto fosse anche il più figo del mondo ma fosse un buco microscopico oppure male assortito, magari ci passi anche una volta a vederlo ma poi non ci torni più».

    Libri che si possono toccare, leggere e sfogliare. Non è un azzardo nella società dell’informatizzazione?

    «Nella crisi generalizzata del mercato dell’editoria credo che ci sia ancora spazio per fare qualcosa, soprattutto per le realtà medio-piccole e strettamente legate al territorio come la nostra: è molto più difficile per i megastore, che hanno spazi infiniti e tanti dipendenti da gestire con costi altissimi. Per la nostra dimensione, invece, paradossalmente la crisi può offrire qualche opportunità in più, ad esempio dal punto di vista della disponibilità di locali. Poi, naturalmente, ci sono anche le nostre forti motivazioni personali e il grande affiatamento che ci ha portato a realizzare questo sogno. Ma anche le piccole librerie devono fare un salto di qualità e trasformarsi in qualcosa di altro rispetto al posto dove entri, stai cinque minuti a cercare il libro giusto, e te ne torni subito a casa. Comunque anche noi abbiamo la nostra pagina Facebook e il nostro sito internet. Ed è anche possibile che presto si riesca a lanciare un servizio di vendita online: ma niente droni stile Amazon, vorremo davvero puntare il più possibile sul contatto umano».

    Non solo libri, quindi?

    amico-ritrovato-libreria-6«Vorremmo essere qualcosa di più che un semplice esercizio commerciale. Sarebbe bello poter dire un giorno che siamo riusciti a offrire alla città un valore aggiunto anche dal punto di vista culturale. Per questo, ad esempio, puntiamo molto sul rapporto con le scuole. Oltre a una sezione per bambini molto curata (il taglio della libreria è comunque generalista con saggi, best seller, grandi classici e collane di letteratura un po’ più di qualità, ndr), anche grazie al continuo fermento in questo settore che si sta rinnovando molto dal punto di vista delle illustrazioni e della grafica, cercheremo di dar vita a percorsi di lettura pensati per le scuole e a qualche laboratorio coinvolgente. Poi naturalmente, presentazioni, eventi per tutti, magari piccole mostre perché siamo convinti che più cose proporremo più avremo modo di far vivere la libreria».

    Sembra tutto bello e facile. Ma allora perché non ci avete pensato prima?

    «In realtà, qualche tosta difficoltà abbiamo dovuta affrontarla anche noi. Innanzitutto ci siamo dovuti costituire come società e investire un bel po’ dei nostri risparmi: una cosa possibile solo grazie al fatto che tutti noi nel frattempo abbiamo mantenuto un’altra attività, sempre legata al mondo editoriale. Ma la gestione del tempo tra lavoro, famiglia e libreria da mettere in piedi è stata piuttosto faticosa. Poi, siamo stati fortunati a trovare i locali già con impianto elettrico e di condizionamento pronto: abbiamo solo dovuto tirare giù una tramezza, tinteggiare, cambiare un po’ l’illuminazione e naturalmente sistemare gli arredi. Passaggi comunque non semplici perché il palazzo è vincolato dalla Sovrintendenza sia internamente che esternamente, tanto che dovevamo già aprire prima dell’estate ma siamo stati costretti a rimandare fino ad oggi».

    Nessun aiuto dal Comune? In fondo siete tutti piuttosto giovani e la cultura sembra essere uno dei punti di riferimento di questa amministrazione.

    «In effetti avevamo parlato anche direttamente con il sindaco per un progetto decisamente ambizioso che chiamava in causa una complessiva riqualificazione della loggia di piazza Banchi: un progetto integrato che non prevedesse solo un esercizio commerciale ma anche altre attività culturali, di integrazione e multiculturalità. Insomma, un qualcosa che potesse rappresentare un vero presidio per il territorio, dal mattino alla sera, e non la vergogna che è adesso, con i turisti che si trovano quasi sempre la porta sbarrata. Ma il progetto si è arenato e noi non potevamo restare al palo per altri dieci anni. A dire il vero qualche altra proposta ci è stata avanzata ma per spazi assolutamente non consoni».

    Poi, per fortuna, è saltato fuori questo palazzo con le sue affascinanti colonne. Insomma se passate in centro, un salto da queste parti potrebbe valere la pena di farlo: Marco e colleghi saranno ben felici di potervi consigliare qualche lettura. Non vi potranno offrire il caffè, quantomeno non in libreria… «ma solo perché non c’è abbastanza spazio». Ci sarà, però, un comodo angolo lettura da cui nessuno vi spodesterà. E presto potrebbe anche esserci l’esposizione delle copie in consultazione del bimestrale cartaceo di Era Superba… Ma di questo speriamo di potervi dare conto prossimamente.

    Simone D’Ambrosio

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  • Giuliano Montaldo: da Genova a Roma, una vita per il cinema. Intervista al regista genovese

    Giuliano Montaldo: da Genova a Roma, una vita per il cinema. Intervista al regista genovese

    giuliano montaldo 2Dalla sua Genova, Giuliano Montaldo, partì nel lontano 1950 destinazione Roma, cercava lavoro nel mondo del cinema. Aveva vent’anni e una valigia colma di sogni e speranze. «Da allora è sempre rimasta nel mio cuore… Dopo il documentario “Genova ritratto di una città” non ho mai più girato un fotogramma a Genova, perché la amo troppo e non sarei obiettivo». Quel documentario è del 1964, Montaldo immaginava la crisi della Genova industriale e raccontava delle difficoltà di un giovane operaio, padre di famiglia, rimasto senza lavoro… «ma non avrei mai pensato che le cose sarebbero potute arrivare ai livelli di oggi. In quegli anni del dopoguerra, in cui era ambientato il film, Genova era una città con le maniche rimboccate, concetti come ricostruzione, voglia di ripartire, amore per la propria terra erano alla base di ogni ragionamento».

    Regista e sceneggiatore, oggi Montaldo è uno dei grandi del cinema italiano, mentre registriamo la nostra intervista la gente che passa lo saluta e lo chiama “maestro”.
    «Monicelli si arrabbiava tantissimo quando lo chiamavano così!». E Giuliano Montaldo? «Io sorrido e penso a mia madre, quando andavo a scuola ed ero un disastro. Nonostante ciò mi permise di andare a Roma a cercare fortuna nel cinema. Furono due grandi genitori, molto aperti di mentalità per quegli anni. Penso a loro quando mi sento chiamare “maestro”…»

    Questa è una preview, l’intervista integrale a Giuliano Montaldo è pubblicata nel numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

     

    giuliano-montaldoChe ricordi ha della sua città natale?

    «Tanti e forti. Da ragazzo abitavo in centro vicino a via XX Settembre, frequentavo San Vincenzo e piazza Colombo, la parrocchia della Consolazione e il cinema-teatro Sant’Agostino o della Consolazione. Con la guerra la compagnia teatrale si era sciolta e il palcoscenico del teatro era sempre vuoto. Io mi sono inventato regista a sedici anni, facevo spettacoli lì, erano piece per soli uomini che travestivo da donna per i ruoli femminili… Poi ci fu l’esplosione del Piccolo Teatro dove feci qualche comparsata da dilettantissimo e poi sul palcoscenico appena ricostruito del Carlo Felice. Lì ebbi la possibilità a diciannove anni di fare una cosa un po’ folle, il “teatro di massa”… C’era poca gente a seguirci, ma per fortuna fra quelle poche persone sedeva Carlo Lizzani che mi scelse per recitare in “Achtung! Banditi!” e mi fece entrare nel mondo del cinema, oggi sono 64 anni.
    Achtung! venne girato a Pontedecimo, un film sulla resistenza in Liguria fatto dalla “Cooperativa spettatori e produttori cinematografici”, un film che non si doveva fare e che la gente di Genova ha voluto fare alla faccia del Ministero e dei divieti censori, perché la Resistenza doveva già essere dimenticata nel 1950…»

    Cosa crede di aver portato con sé di Genova nel suo percorso umano e professionale? Lei che tra l’altro è stato definito “Un marziano genovese a Roma”…

    «Quel libro che citi racconta proprio il mio impatto con la città di Roma, che fu un po’ traumatico. Il rigore ligure contro l’approssimazione dei romani… “ci vediamo circa alle nove”, ma come… alle nove a Genova partono le navi e se arrivi “circa” rimani in banchina! Penso di aver portato con me le influenze di culture diverse dall’Africa e dall’Oriente che si riflettevano e si riflettono ancora oggi nel modo di vivere e di parlare dei genovesi; ci sentiamo “cittadini del mondo”, con quella pianura d’acqua davanti che può portarti da qualsiasi parte, anche solo con l’immaginazione. A Roma non ritrovai nulla di tutto questo».

     

    Morena Firpo

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    ambiente-green-alberi-verde-parchi-natura-DIChi ama andare per boschi e montagne ha una luce speciale negli occhi, ne sono convinta, e sicuramente quella luce l’ho vista brillare negli occhi di Tiziano Fratus, poeta e scrittore bergamasco classe ’75, “cercatore d’alberi” – dal titolo di un suo libro – che è stato più volte ospite (l’ultima volta pochi mesi fa) anche del Festival Internazionale di Poesia di Genova.
    L’ho incontrato alla presentazione del suo ultimo libro, davanti ad un pubblico che ad un occhio inesperto poteva sembrare eterogeneo, ed era invece composto per la quasi totalità da appassionati ed esperti di montagne e piante. Fratus ha presentato il volume uscito il 5 giugno scorso per Laterza, “L’Italia è un bosco“.

    Non è affatto semplice intervistare Fratus, è difficile fermare il flusso discorsivo di questo scrittore-poeta che ti cattura per la passione, ma anche la cura e quasi il puntiglio con cui spiega la scelta di alcuni alberi e di alcuni luoghi inseriti nel volume, e più in generale l’idea che ha dato vita al libro stesso.
    Non solo un manuale, non proprio una guida, “L’Italia è un bosco” potrebbe essere una sorta di breviario da consultare prima di visitare una regione o di organizzare un trekking per conoscere un punto di vista inconsueto e cercare angoli inaspettati. Oppure un libro da leggere semplicemente per trovare, nelle lunghe fasi in cui si è incollati alla sedia della città, un respiro diverso, un balsamo per ammorbidire le giornate più aspre, quelle fatte solo di impegni, orari, ritardi e scontri.

    barbagelata
    Barbagelata (1120 m.s.l.m.) è il centro abitato più alto della provincia di Genova. Antico borgo contadino, oggi frazione di Lorsica, si trova fra la Val Trebbia e la Val d’Aveto. Il paese è celebre per la triste pagina nella storia della Resistenza quando venne saccheggiato e dato alle fiamme dai nazifascisti nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1944 come rappresaglia per l’appoggio degli abitanti ai partigiani.
    Il vicino passo della Scoglina collega le due valli ed è percorso da un’affascinante arteria stradale, la provinciale 56, immersa nel verde intenso dei bosch liguri.

    La nostra Regione, che come sappiamo di boschi è ricca (qui il nostro approfondimento dei mesi scorsi, realizzato anche con il contributo dello stesso Fratus, ndr), è più volte citata in quest’opera, dal castagneto del Bosco di Grau (Im) ai faggi monumentali di Mallare (Sv), mentre Genova è raccontata sia dai lecci storici presso Barbagelata in Val Trebbia sia dall’orto botanico dell’Università che ospita imperdibili sequoie monumentali. Più a levante, presso il cimitero di Allegrezze a Santo Stefano d’Aveto, le stesse sequoie sono ancora in formazione, ma altrettanto meritevoli di una visita.
    Dopo l’incontro abbiamo avuto modo di chiacchierare con l’autore, “homo radix” secondo la sua definizione, che si è invece dimostrato inaspettatamente esperto anche di vicoli e di mare. Ed anche aperto e chiacchierone, a dispetto dell’immagine che noi liguri abbiamo di chi va per boschi…

    Sembri a tuo agio in questa città, non sempre Genova cattura troppe simpatie al primo incontro…

    «No, voi avete un’opinione troppo severa della vostra città, che invece è molto bella ed è molto più di quanto non ci si aspetti da una città di queste dimensioni. L’unica cosa veramente pesante è il traffico, e le strade strette e difficili da trovare, soprattutto per noi abitanti della pianura… per quanto estrema».

    Estrema?!

    «Sì, nel senso che dove abito io (Trana, in Piemonte, a ridosso della Val di Susa) la pianura praticamente termina ed iniziano le Alpi. Ma ovviamente i nostri spazi di manovra sono infinitamente più ampi!»

    tiziano-fratusCome vive un “cercatore d’alberi”? Voglio dire, se il tuo lavoro è andare per boschi ad esplorare gli alberi, cosa che per noi significa vacanza, tu che fai nel tempo libero?

    «Veramente l’attività che mi viene in mente prima di ogni altra è il mio orto, semino, strappo erbacce e concimo: sono abbastanza fiducioso nei metodi naturali, sia per i concimi che per gli antiparassitari, ma poi ogni tanto anche io spruzzo qualcosa di chimico. A volte è l’unica alternativa ad abbattere la pianta stessa. Comunque amo anche il mare, ricordo che ai tempi del liceo andavo ogni tanto a Varigotti, da un amico che passava lì l’estate; ma conosco anche l’entroterra, e ne conosco bene la solitudine: gli abitanti sono molto molto diversi da quelli della costa, silenziosi, quasi selvatici».

    Per il tuo libro, “L’Italia è un bosco” ho visto che hai cambiato casa editrice. Come ti sei trovato con Laterza?

    «Quando ho pubblicato “Diario di un cercatore d’alberi” per Kowalski ero entusiasta della veste che hanno deciso di dare al volume, molto “pop” e piccolo abbastanza da essere portato in tasca durante le escursioni; ma per quest’ultimo libro, Laterza mi ha veramente coinvolto in tutto il processo decisionale. Sia nella scelta della dimensione, l’impaginazione, la copertina in stile quasi artigianale e poi, soprattutto, hanno inserito le foto, che per me sono essenziali ma che difficilmente gli editori accettano, perchè molto costose. Insomma, mi hanno dato fiducia e dimostrato di credere molto nel mio progetto».

    Hai realizzato un documentario con Manuele Cecconello ambientato fra le grandi sequoie italiane, hai in programma qualcosa di simile per il futuro?

    «Il prossimo passo sarebbe trarre un film da uno dei miei libri: chissà, forse non è un’ipotesi così azzardata… Basta aggiungere pochi ingredienti, se ci pensi la storia potrebbe esserci già. Ma non voglio dire di più, per ora non c’è niente di definito».

    Così abbiamo lasciato il nostro “homo radix” a godersi la frescura serale dei vicoli, mentre avevamo ancora negli occhi il profilo contorto di un pino mugo; certo prendersi il tempo per osservare un albero può essere un gesto poetico forse estremo, per le nostre vite frettolose ad occhi bassi. Ma sicuramente non un gesto inutile.

    Bruna Taravello

  • La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    sceneggiaturaUno shop sul web per genitori in cerca di fiabe inedite e speciali da raccontare ai propri figli, La Bottega delle Favole, un progetto “made in Genova” di cui vi avevamo parlato circa un anno fa al momento del lancio. In 12 mesi il progetto è cresciuto e oggi vanta ben 24 fiabe pubblicate, scritte da 14 autori differenti. Inoltre, il progetto si è arricchito all’inizio dell’anno di una trasmissione radiofonica in onda sulla web radio “Fra le Note”, interviste e approfondimenti con scrittori e narratori; i podcast vengono successivamente pubblicati sul nostro sito e possono pertanto essere scaricati in qualunque momento.

    «La Bottega delle Favole non è solo un sito per genitori e bimbi in cerca di fiabe – racconta Anna Morchio ideatrice del progetto – ma è in primo luogo una piattaforma in cui il pubblico di chi racconta ed ascolta si può incontrare. Un piazza virtuale in cui le favole possano essere condivise. Alla base di tutto c’è la passione e il forte desiderio di non lasciare scappare i frutti della fantasia e dell’ingegno».
    Il 27 settembre 2014 a Genova nel quartiere del Carmine avrà luogo il primo festival della Bottega delle Favole, InCantaStorie 2014. Dalle storie cantate a quelle mimate, dalle marionette allo storytelling, dalle illustrazioni al diario di viaggio, dalla musica all’acrobatica.
    «Il festival InCantaStorie nasce dal desiderio di percorre i molti mondi della narrazione, i diversi linguaggi che essa utilizza per dare a ciascuno di questi rilievo specifico. Il Mercato del Carmine con le vie e piazze limitrofe accoglierà per un giorno intero artisti, cantastorie, narratori genovesi e non, con l’intento di trasportare i visitatori in un mondo fuori dal tempo dove i linguaggi si intrecciano e concorrono a creare una nuova realtà».

    image Gli artisti saranno più di 20 (la lista completa si può scorrere sul sito della Bottega delle Favole): «Partiremo la mattina con Aureliana Orlando di “Mamma, papà… giochiamo?” che ci insegnerà a giocare con i più piccoli costruendo insieme libri e storie con materiale riciclato, e finiremo a sera inoltrata con Nicola Camurri e con Marco Rinaldi che ci darà un anteprima del suo nuovo spettacolo Verde Oro. Nel mezzo avremo Elisabetta Orlandi che ci incanterà con le sue fiabe multilingue, Franco Picetti che ci accompagnerà per i vicoli della città al ritmo del rock dei carruggi, poi voleremo con la fantasia sui tessuti aerei del Circo Colibrì e delle sue allieve Lisa Bignone e Chiara Pontiggia, con il magico accompagnamento sonoro di Ciro Parisi.
    Ascolteremo una storia raccontata da Teresa Vatavuk in una lingua inesistente, mentre alcuni artisti dell’Anonima Illustratori ne faranno nascere in estemporanea, i personaggi e le ambientazioni con le loro matite.
    Ripercorreremo il viaggio di Lucio, Anna e Gaia, la famiglia del progetto Unlearning, giocheremo con il Favoliamo di Dadoblù, e tantissimi altri narratori, muovendoci in un ambiente molto speciale, Piazza del Carmine e le piazzette limitrofe, che accoglieranno anche storie di oggetti, grazie alle creazioni di diversi artisti che hanno fatto del riuso creativo la loro arte, tra questi Giulia Cavagnetto, Monica Colombara e l’associazione Sc’art, con i prodotti realizzati per il progetto “Creazioni al Fresco” dalle detenute dalla casa circondariale di Genova Pontedecimo»
    .

    imageMolto interessante l’aspetto legato all’apprendimento delle lingue. La Bottega delle Favole! Infatti, ha pensato per i più piccoli a fiabe multilingua e in dialetto genovese.
    «Per noi scrivono mamme e papà in egual misura, ma anche nonni – prosegue Anna – tra cui Claudio Pittaluga, il nonno che ha inaugurato la nostra sezione multilingue con le fiabe in italiano – genovese; insieme a lui opera Elisabetta Orlandi, che oltre ad essere bravissima nello scrivere favole, ed essere un’ottima narratrice, ha il dono di conoscere diverse lingue.
    A questa sezione teniamo molto, consapevoli dell’importanza dell’apprendimento delle lingue nell’età evolutiva e ritenendo più divertente farlo tramite le favole, canale naturale e preferenziale dei piccoli. In questo ambito siamo all’inizio ma abbiamo grandi progetti, il nostro sogno è di poter aprire le porte della Bottega delle Favole ad altre culture, accogliendo fiabe scritte da ogni ogni parte del mondo».

    L’altro aspetto caratterizzante del progetto, è come detto quello di “costruire fiabe su ordinazione” per eventi speciali. Chiediamo ad Anna come procedono le richieste e come viene organizzato il lavoro.
    «Le fiabe su misura sono un prodotto di altissima qualità che ci è stato richiesto come dono in occasioni speciali come le nascite, ma anche come regalo ad una persona amata. Alcune storie hanno il potere magico di spiegare situazioni complicate e di indirizzare verso il lieto fine anche nella vita reale».
    Così nello scaffale della Bottega troviamo ad esempio una fiaba scritta per raccontare ad una bimba nata prima del tempo la storia dei suoi primi mesi di vita, “Piccolo merlo senza uovo”, oppure una dedicata ad un bimbo adottato ed ai suoi genitori che sono “Saliti fin sulla luna” per poterlo stringere tra le braccia.
    «Insomma, le storie su misura sono storie ricchissime, che hanno tanto da dire, da queste possono nascere eventi a tema, ma anche laboratori creativi destinati alle scuole. Stiamo proponendo le storie su misura anche come forma di “slow marketing” alle aziende che hanno una storia da raccontare. Tutte quante vengono cesellate fino ad essere cucite ad hoc per il destinatario, racchiudendo in sé tutta la magia che una narrazione fatta con amore può contenere, ed a seconda del budget poi possono essere musicate, illustrate e perfino messe in scena in eventi teatrali!»

    Un regalo speciale per i lettori di Era Superba

    «Ci piacerebbe fare a tutti lettori di Era Superba un regalo speciale…». Una favola della Bottega in download gratuito per tutti i lettori di Era: vai sul sito, scegli la fiaba che vuoi scaricare e, una volta alla cassa, inserisci questo codice omaggio ERASUPERBA04147F5C. Sulla tua email riceverai il link per scaricare la fiaba, ascoltarla, stamparla e magari rilegarla in modo del tutto personale (è presente anche un tutorial con le istruzioni).

    Per maggiori informazioni e per dare il proprio contributo, per quanto riguarda la scrittura delle favole ma anche per sostenere il progetto attraverso la campagna crowdfunding, visitate il sito www.labottegadellefavole.it

  • Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    street-art-writer-murales-CStreet art, graffiti, street action: ormai nel resto del mondo (Banksy docet) questo tipo di comunicazione artistica è stata sdoganata da qualsiasi pregiudizio ed è assurta a pieno titolo al rango di Cultura con la C maiuscola. La novità è che da qualche tempo questo approccio all’arte di strada sta diventando sempre più popolare anche nella refrattaria Italia, e nella ritrosa Genova. Lo dimostra la maggiore attenzione e sensibilità delle stesse amministrazioni locali, che iniziano (è il caso di Milano con Blu e altri) a ingaggiare writers famosi per decorare zone della città fatiscenti, organizzare esposizioni e supportare iniziative sul territorio.

    Festival Internazionale di Poesia di Strada: da Milano a Genova

    La street art tradizionale si evolve in forme di espressione più moderne e poliedriche, che declinano l’uso tradizionale della bomboletta in modi nuovi. È il caso dell’artista Pao e dei suoi panettoni-pinguino per le strade di Milano, o ancora dei geniali cartelli stradali di Clet Abrahams, in giro per tutta Italia (e non solo). Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, citiamo ancora, non a caso, Ivan Tresoldi (http://www.i-v-a-n.net). Ai più attenti alle novità della scena underground nostrana non sarà sfuggito questo  artista milanese, classe ’81, che da ormai oltre 10 anni con le sue “scaglie” si è imposto sulla scena artistica mondiale: chi frequenta Milano, dalla Darsena ai navigli, avrà notato le sue poesie, brevi frasi sparse in giro per la città, come piccole perle nascoste (“chi getta semi al vento farà fiorire il cielo” o “Il futuro non è più quello di una volta”). Con le sue scaglie Ivan ha il merito di aver aperto il fronte della Poesia di Strada e di aver riportato in auge la poesia, che oggi pare (il mercato editoriale parla chiaro) dimenticata, obsoleta, superata.

    Proprio da una sua idea, nel maggio 2013 si è svolto a Milano un primo sperimentale Festival Internazionale della Poesia di Strada. Una tre giorni di eventi, con decine di poeti di strada da tutta Italia, slam, performance e musica, all’interno del Cs Cantiere ma soprattutto fuori, per le strade della città. L’esperienza ha avuto successo e si è scelto di ripeterla anche nel 2014, questa volta a Genova: sabato 17 e domenica 18 maggio, il capoluogo ligure ha ospitato la seconda edizione del Festival, che ha preso per l’occasione il nome di PAGE – Public Art in Genoa.

    La street art a Genova, l’esperienza di PAGE

    Durante PAGE, sono stati scelti simbolicamente per essere invasi da poesia e colore i quartieri di Prè, Ghetto e Maddalena. Daniela Panariello, una delle organizzatrici di PAGE, ci spiegava qualche tempo fa: “L’idea di PAGE, come dice il nome, era quella di vedere la città come una pagina da ri-scrivere: non qualcosa di totalmente vuoto e da riempire, ma una uno spazio che ha già una propria storia e va ripensato”.

    PAGE ha travolto la città con performance di poeti urbani che hanno scelto le saracinesche del centro come spazio in cui trascrivere le loro emozioni. Hanno partecipato oltre 40 poeti da tutta Italia, ciascuno condividendo parole e colori per scrivere una nuova pagina di poesia collettiva (tra i vari, Fischidicarta, Francesca Pels, Ste-Marta, Mister Caos, lo stesso Ivan Tresoldi, Poesie Pop Corn). Si è trattato di un evento totalmente auto-prodotto: gli artisti si sono inoltrati nel cuore pulsante dei caruggi “zeneizi” e hanno colorato le saracinesche del centro, terminando il percorso nel Ghetto e anticipando l’inaugurazione di Piazza Don Gallo.

    Dopo PAGE, le iniziative per la rigenerazione dello spazio urbano

    L’iniziativa ha avuto un valore sociale di rigenerazione dello spazio urbano: lo scopo era quello che, dopo questi due primi progetti pilota, si potesse estendere questa formula ad altre città, rendendole più cosmopolite (sul modello di Berlino, con la East Side Gallery e la Tacheles, e di Parigi, con La Tour 13). E così è stato: dopo PAGE, ora Genova sta realizzando una mappatura della street art sul territorio cittadino per l’avvio di uno “street art tour”, che sarà inserito all’interno di una mappa internazionale online. La mappa sarà visibile sul blog aperto solo qualche giorno fa http://pagenova.wordpress.com. L’itinerario artistico, rivolto a un turismo giovane e dinamico, sarà reso possibile grazie al lavoro degli organizzatori di PAGE, in collaborazione con altre realtà locali e non, come i ragazzi di Trasherz Organisation di Sampierdarena. Per il momento la mappa comprenderà i lavori realizzati nel corso del festival PAGE di maggio, ma sarà costantemente arricchita, andando ad elencare nuovi progetti.

    «Gli street art tour ormai sono abbastanza comuni nelle capitali europee – racconta Daniela Panariellovogliamo iniziare a importali anche in Italia, per svecchiare il turismo nostrano e valorizzare non solo i reperti antichi ma anche le nuove espressioni, che sono opere d’arte a tutti gli effetti. Ci piaceva partire da Genova, la città più “vecchia” d’Italia in termini di età media, per attirare giovani visitatori in zone solitamente meno battute ma piene di valore sociale e culturale».

    Inoltre, prevista anche la proiezione di video sulla street art alla Maddalena, in collaborazione con il Teatro Altrove. Saranno presenti anche artisti, esperti, critici, per avviare un dibattito attorno all’argomento: il tutto, entro novembre.

     

    Elettra Antognetti

  • Sulla Cattiva Strada, la graphic novel genovese dedicata a Don Andrea Gallo. Incontro con gli autori

    Sulla Cattiva Strada, la graphic novel genovese dedicata a Don Andrea Gallo. Incontro con gli autori

    sulla-cattiva-strada-don-gallo-fumetto-2“Il fumetto che vi sto presentando è disegnato con spirito e agilità. E chi vi parla è uno imprestato al teatro ma di mestiere pittore dall’infanzia…”. La prefazione di Dario Fo apre l’opera di due genovesi, l’autore Angelo Calvisi e il disegnatore Roberto Lauciello, dedicata alla figura di Don Andrea Gallo. Una storia a fumetti che ripercorre la vita del Don più celebre d’Italia, un giovane Andrea di rientro a Genova dal sudamerica sino al giorno del funerale con i brusii della folla durante l’intervento del cardinale Bagnasco. “Sulla Cattiva Strada – Seguendo Don Gallo” è il titolo di questa graphic novel made in Zena pubblicata da Round Robin Editrice, fra scorci dettagliati della città vecchia e ricordi di una vita speciale.

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    «Quando mi è stato proposto di disegnare la vita di don Gallo mi aspettavo una biografia dettagliata e ho esultato pensando di disegnare il don nelle sue diverse fasi della vita. Figurarsi la sorpresa nel leggere la sceneggiatura: “ma come?! Un libro su Don Gallo senza mai disegnarlo!?”», racconta Roberto. Eh si, perché il Don viene raccontato dalla bocca di chi lo ha conosciuto, come un padre, come un fratello.

    Scrivere una storia su un personaggio così celebre, sulla cui vita hanno scritto tanti e tanti ancora scriveranno, quanto incide e condiziona questo aspetto nella fase di concepimento e costruzione di un lavoro come il vostro?

    Risponde Calvisi, «personalmente, più che dai modelli precedenti, mi sono sentito condizionato dalla necessità di non scrivere qualcosa di troppo agiografico. Questo è il motivo per cui ho scelto un racconto per così dire indiretto della figura del Comandante. In effetti il libro non è tanto la storia della sua vicenda umana (anche se ovviamente essa, a grandi linee, è tratteggiata) di Don Gallo quanto la testimonianza del tributo di affetto e stima della città di Genova a uno dei suoi cittadini più importanti».

    sulla-cattiva-strada-fumetto-don-galloLa città di Genova, l’amante fedele del Don, è la protagonista femminile della graphic novel. «Genova, per sua natura (e chi dice il contrario dovrebbe essere rimandato in storia), è una città generosa e accogliente, proprio come don Gallo – racconta Calvisi – ma è anche caustica, capace di battute al vetriolo, sarvaega, e secondo me Don Gallo aveva anche queste caratteristiche, unite a una riottosità, a una vera e propria incapacità di accettare le imposizioni che piovono dall’alto e la mediocrità del pensiero comune. E anche Genova è così, una grande fucina, un laboratorio di novità in controtendenza, un modello di convivenza tra stili diversi in grado di sorprenderti anche in momenti difficili come quello che stiamo vivendo. Tutto questo, almeno nella mia mente, rappresenta una vera e propria identità, e mi consente di sovrapporre in maniera perfetta Genova e la figura Don Gallo».

    Tutto il lavoro è basato sul rapporto stretto fra il Don e la città di Genova. Roberto se dovessi illustrare la città in una tavola come la disegneresti? «La disegnerei come una donna – racconta Lauciello – non più giovanissima, ombrosa, ostile, segnata dalla vita, provocante e austera, contraddittoria, ma di grande fascino e generosità».

    Roberto nel libro fai tu stesso riferimento all’attività di ricerca che hai dovuto svolgere per documentarti sulla vita e la figura di don Gallo. Cosa deve “far suo” un illustratore del personaggio da illustrare? Cosa hai “fatto tuo” della vita e della figura del Gallo? «Ho letto i suoi scritti, ho riguardato le interviste, ho osservato i suoi occhi, le sue espressioni, il suo modo di sorridere sornione anche quando “graffiava”, la gioia che ha sempre trasmesso e ho imparato dalle parole di Angelo Calvisi e dai racconti di chi l’ha conosciuto, quanto fosse speciale e unico. Imparare a conoscerlo in questo modo mi ha lasciato il grande rammarico di non averlo mai incontrato, ma mi ha insegnato il valore dell’accoglienza e dell’accettazione “dell’altro”, indistintamente». Come detto, però, non è il Don la figura da rappresentare con i disegni, quanto il suo palcoscenico. «Così oltre che documentarmi sul nostro “prete di strada” – continua Lauciello – ho scattato fotografie e cercato scorci significativi della sua (mia) città. Ho cercato di osservare le persone, i volti, le ombre dei suoi abitanti che poi erano anche “la gente di Don Gallo”: una moltitudine di sguardi, speranze, abitudini, situazioni, umanità e ho cercato di rappresentarle nel libro. Se non potevo disegnare lui, almeno lo avrei fatto attraverso la sua gente e la sua città».

    «Genova è la protagonista di tutti i miei libri, sempre – conclude Calvisi – la amo in maniera viscerale, girando in Vespa per le strade della mia città, osservando i luoghi, io mi commuovo perché Genova è bellissima, ed è come se vivessi costantemente in un rapimento, negli effetti di capogiro e tachicardia della sindrome di Stendhal! Inoltre è una città in qualche modo allegorica di ciò che è l’uomo, capace di imprese vertiginosamente alte e di miserie impronunciabili. Poi ci si dovrebbe soffermare sui genovesi e su chi governa questa città, ma allora in questo ambito non potrei parlare con parole da innamorato…».

    Angelo Calvisi, classe 67,  nel corso degli anni ha pubblicato saggi, romanzi, poesie e racconti. Per lui si tratta dell’esordio nel mondo del fumetto. Roberto Lauciello, invece, classe ’71, ha iniziato disegnando per Topolino: «Se tanti libri sono stati scritti su Don Gallo, questo è però l’unico scritto per immagini – conclude Lauciello – Volevo dimostrare che il fumetto non è solo un prodotto per ragazzini, ma un linguaggio dignitoso e completo per raccontare anche storie importanti e profonde, adatte a tutte le età».

    Per maggiori informazioni sull’opera e sugli autori:
    https://it-it.facebook.com/sullacattivastrada.dongallo
    http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx

  • Gli Afterhours al Goa Boa: dopo 17 anni, chi ha ancora “paura del buio”?

    Gli Afterhours al Goa Boa: dopo 17 anni, chi ha ancora “paura del buio”?

    afterhours-goa-boa-2Il Goa-Boa festival è una realtà ormai consolidata, che dal 1998 risveglia la scena musicale live genovese, e che si va sempre più affermando come un festival di respiro nazionale (è stato infatti definito “la più grande festa della musica in Liguria”) e soprattutto internazionale, con spettatori da tutta Europa e nomi che vanno da Manu Chao a Morrissey al Banco del Mutuo Soccorso. Il Goa-Boa viene organizzato dall’associazione culturale Psycho, costituita ufficialmente nel 1984, ma i primi avventurosi concerti con Gaz Nevada e Monochrome Set risalgono a qualche annetto prima. Psycho promuove singoli eventi, convegni tematici, stagioni di gestione teatrale con attività multidisciplinari, programmazione di festival e singoli concerti.

    Alla loro terza presenza al Goa-Boa, gli Aftehours sono ormai dei veterani del festival; e dei veterani nel panorama musicale alternativo italiano, che riavvertono l’esigenza di andare a riscoprire il proprio prodotto migliore. Non c’è alcuna questione in sospeso da chiarire sulla portata di un disco come “Hai paura del buio”.

    Votato come miglior disco di alternative rock degli ultimi 20 anni in Italia, gli After, per celebrare questa manifestazione di affetto del pubblico, decidono di intraprendere un tour dedicato al loro capolavoro. Ne viene fuori un riproposizione “remastered and reloaded”, rimasterizzata e reinterpretata con la collaborazione di molti artisti, italiani e stranieri. Non si tratta quindi di un semplice disco auto-celebrativo, scorciatoia in un momento di mancanza di idee; bensì di un disco consapevole del proprio ruolo chiave per l’evoluzione del rock italiano nel passato, e consapevole di avere ancora da dire dopo diciassette anni. L’importanza di “Hai paura del buio?” e il prestigio del gruppo milanese ha la conferma e la riprova in una collaborazione in particolare: quella di un colosso sacro della musica tutta come Robert Wyatt (Soft Machine).

    Il Goa-Boa non smentisce le aspettative, retaggio del successo degli anni precedenti. E questa edizione sceglie di piazzare il proprio palco in fondo ai magazzini del cotone, sullo splendido sfondo della Lanterna e del porto. Ad aprire il concerto, Le luci della centrale elettrica.

    Ascolta i brani del concerto su Spotify

    “Hai Paura del Buio? special edition” denota allora tre cose, come detto fin qui: la saggezza (musicale) dell’introspezione; l’urgenza di risuonarlo, con tutta la potenza del concerto dal vivo; e la necessità di riproporlo. Il risultato paga alla grande e il pubblico non lesina a farlo capire e la piazza sembra tornata indietro agli anni ’90. Diciannove canzoni indimenticabili, tra le quali spiccano, per potenza di esecuzione e reazione di pubblico, la paradigmatica “1.9.9.6.”, sferzante e generazionale, icona stessa dell’album intero, e “Male di miele”, degna erede dei canoni post-grunge di Germi; le ballate che hanno come punto di partenza “Dentro Marylin”: “Rapace”, “Pelle”, “Simbiosi” e “Voglio una pelle splendida”, che si altalenano tra arpeggi morbidi e feedback di overdrive tirato; e infine l’hardcore punk rabbioso e distruttivo di “Dea”, “Lasciami leccare l’adrenalina” e “Sui giovani ci scatarro su”, canzoni che sembrano frammenti detonati direttamente dall’apparente pace eterea delle ballate precedenti, come piccoli momenti di quiete (o, se vogliamo chiamarli diversamente, di sfiducia e disperazione) prima della tempesta.

    Manuel Agnelli (chitarra e voce), Xabier Iriondo (chitarra), Giorgio Prette (batteria), Giorgio Ciccarelli (chitarra), Roberto dell’Era (basso) e Rodrigo d’Erasmo (violino) suonano vestiti come si vestivano nel ’97, e suonano soprattutto con una carica come se il disco fosse stato scritto il pomeriggio stesso. E chi pensava che gli Afterhours potessero essere un po’ invecchiati, si è dovuto ricredere alla grande: due ore e passa di concerto sudatissimo e trascinante, con ben due bis e l’acclamazione unanime di un pubblico esaltatissimo. Ad alcune canzoni dell’ultimo album Padania, seguono altre canzoni irrinunciabili del repertorio della band, a rimarcare la loro prolificità di brani cardine dell’indie rock italico, come “Strategie”, “Quello che non c’è” e “Bye Bye Bombay”, brano di chiusura assolutamente perfetto vista la scenografia cittadina dietro al palco e per la quale “guardo il porto, sembra un cuore nero e morto, che mi sputa una poesia”. La poesia ermetica e visionaria degli Afterhours, risvegliata dopo 17 anni e più lirica che mai.

    Nicola Damassino

  • Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    meganoidiA  San Benigno, circondata dalla rampa del viadotto stradale che si interseca tra l’ingresso alla sopraelevata e la corsia per l’autostrada, sorge l’area elicoidale, un’oasi nel deserto di asfalto divenuta ormai celebre in città in quanto sede di Music for Peace (qui l’intervista ai volontari dell’organizzazione che raccoglie materiali di prima necessità per ridistribuirli nelle zone del mondo in difficoltà, ndr)Confermiamo subito: è appagante poter contribuire direttamente a un’iniziativa così importante portando generi di prima necessità come cibo, medicinali, vestiti e materiali scolastici, invece di donare una somma di denaro.

    Il clima al Music for Peace è unico, fin dal pomeriggio: mercatini multietnici, sport, danze, workshop per bambini e musica per tutti i gusti e tutte le età. Non resta che fare la nostra parte e goderci una festa un po’ centro sociale un po’ carnevale etnico un po’ sagra di paese. La sera si procede con Che Festival! e sul palcoscenico salgono gruppi come Od Fulmine e Meganoidi. Dei primi abbiamo parlato recentemente, ma è doveroso dire quanta energia e quanta simpatia sprigionano ogni volta che li si incontra e, soprattutto, quanta certezza di avere di fronte qualità e potenzialità da vendere ogni volta che li si ascolta.

    meganoidi-2Per i Meganoidi non servono presentazioni, lusinghe o esitazioni: sono la migliore realtà musicale del panorama genovese da 15 anni a questa parte, un’officina instancabile di generi e uno dei laboratori musicali più vivaci a livello nazionale, senza esagerazioni. E poche storie: il concerto è clamoroso. Tutti i pezzi scatenano un pubblico che balla ogni accordo e che canta ogni parola. Si seguono una dopo l’altra le canzoni, senza quasi interruzioni; dal post-rock lirico e granitico di “Luci dal Porto” e “Ogni Attimo” (Welcome in Disagio) al prog cupo e noise di “Altrove” e “Dighe” (Al Posto del Fuoco); dall’alternative punk e brass-rock di “La Fine” e “Inside the Loop” (Outside the Loop Stupendo Sensation) allo ska made in caruggi di “King of Ska?” e “Meganoidi” (Into the Darkness Into the Moda). “Supereroi” la fa ancora da padrona tra le richieste della gente, e sembra che pure i camion in transito sulla spirale della strada rallentino per ascoltarne almeno qualche nota. “Zeta Reticoli” è ormai un inno cittadino, verso cui gli stessi Meganoidi nutrono il rispetto che merita, suonandolo con la passione di chi l’ha composto e si è poi reso conto di aver scritto un capolavoro. Pezzi che coprono 15 anni di carriera e di esplorazione musicale genuinamente autoprodotta.

    [quote] Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio[/quote]

    Davide canta con ogni muscolo del corpo, Luca si destreggia tra assoli di chitarra e di tromba come se nulla fosse, Riccardo fa esplodere a ogni pennata colpi di basso che fanno vibrare lo stomaco, Berna mette ordine con il suo chitarrismo preciso (senza sacrificare il voltaggio) e Lorenzo “Frullo” che mescola e fonde tempi dispari e ritmiche impossibili con la precisione di un metronomo! Un’ora e mezza di musica che, invece di sedare gli animi, fa scalpitare ancora di più per il loro prossimo concerto, in un vortice di assuefazione musicale per cui l’overdose non è concepibile.

    A fine concerto, quando ancora tutti hanno bisogno di scaricare l’energia delle due band targate Greenfog saltando e ballando con il dj-set, incontriamo Luca e Davide, sempre disponibilissimi e calorosi. Chiediamo di Genova, della condizione per l’ambiente artistico e musicale che la città offre. E ci rispondono che «Genova è una città complicata ma formativa: costringe al confronto con handicap e difficoltà profonde, per risolvere le quali è indispensabile un percorso di automiglioramento costante. Gli ostacoli che vi si incontrano sono notevoli: per questo sono notevoli le soluzioni che le persone escogitano: Music for Peace può benissimo essere un esempio; un altro era la Buridda…”.

    Il rapporto della band con Genova è estremamente forte, e il legame con il pubblico lo è altrettanto; quali siano invece le dinamiche che si creano con il pubblico delle altre città non è così scontato: «mentre a Genova l’affetto è quello di un pubblico ormai di amici, che comporta anche un diverso approccio alla musica che facciamo, il rapporto con il pubblico fuori Genova è ugualmente caloroso ma più obiettivo. Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio».

    Il “genere meganoide” è un termine assolutamente perfetto -forse il solo possibile- per descrivere la loro musica e le evoluzioni continue del loro stile. Ogni disco dei Meganoidi è, in effetti, una riscoperta del gruppo stesso attraverso gli eclettismi tracciati dai lavori precedenti. «L’onnivorismo che caratterizza le estrazioni musicali dei componenti porta all’esigenza viscerale di sperimentare e di rinnovarsi». Non esiste il compiacimento gratuito del reinventarsi, come è bandita ogni tentazione di vivere sul proprio nome scrivendo canzoni autoreferenziali. Tentazione svanita con la coraggiosa scelta di non cedere alle lusinghe di alcuna major, e di proseguire con la coerenza artistica e l’onestà intellettuale dell’autoproduzione. «Proprio da queste premesse nasce la libertà di espressione della nostra musica, senza rinnegare quella già scritta né precludere nulla a quella che verrà. Per ora siamo entusiasti del CD-DVD in uscita a giorni, il 10 giugno, per festeggiare i 15 anni di attività. Per il resto, chissà, in autunno…».

    Con questo saluto, che ci fa ben sperare in un nuovo capitolo meganoide, lasciamo il Music for Peace, una realtà preziosa per la città, per cui potrebbe valere la pena di parafrasare De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal ‘degrado’ nascono i fior”; e pensiamo che sarebbe davvero bello se si potesse scambiare della buona musica con la pace: in quel caso, la band genovese correrebbe per il Nobel.

     

    Nicola Damassino

  • “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    oro-blu-india-orfanotorofioUna storia che inizia con un hobby che evolve in passione e successivamente in studio e in lavoro, per arrivare alla sua migliore espressione attraverso un gesto di umana solidarietà.
    Così può essere sintetizzata l’esperienza di Martina Lazzaretti, le cui fotografie in queste settimane e in quelle a venire saranno in giro per sedi varie a Genova e zone limitrofe con una mostra il cui ricavato è destinato interamente a un progetto di beneficenza. Insieme alle foto di Martina sono esposti gli scatti di Giuseppe Grillone, suo compagno in questa lodevole avventura.

    Tutto comincia per Martina nel 2007 quando inizia a frequentare i corsi di fotografia di Federica De Angeli e Sandro Ariu, mettendosi alla prova con una prima mostra realizzata col gruppo di lavoro e avendo l’opportunità di conoscere il fotografo di reportage Ivo Saglietti e di partecipare ad alcuni suoi workshop. Tra il 2010 e il 2012, sotto consiglio dello stesso Saglietti, Martina si specializza in fotografia e fotogiornalismo, prima a Madrid e poi in Danimarca.
    Per la sua tesi di laurea sceglie di documentare la storia di sua zia Graziella Trovato, intorno alla quale ruotano tre tematiche inscindibilmente legate tra loro (tra cui quella che ha portato alla realizzazione della mostra attualmente in allestimento): un cancro al seno, una distrofia alla retina e un’adozione a distanza.

    Racconta Martina: «La distrofia alla retina è una malattia ereditaria che porta alla perdita della vista, per questo motivo abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio: per dare l’opportunità a mia zia di conoscere Megha (la bambina che ha adottato, ndr), e per completare la mia tesi». La meta della spedizione è stato dunque l’Orfanotrofio delle Suore della Divina Provvidenza nella regione di Palakkad in India. La Casa Madre dell’ordine, che si trova a Genova Sampierdarena, è quella cui Graziella si è appoggiata per l’adozione. Un’altra sede si trova a Bogliasco.
    Al viaggio hanno partecipato anche «Sandro, il mio ragazzo, che mi accompagna nelle mie avventure, mia madre Paola – che scettica sul tema adozioni si è dovuta ricredere – e il suo compagno Giuseppe, all’inizio della sua esperienza fotografica (anche lui allievo dei corsi di De Angeli e Ariu, ndr)».

    oro-blu-india-orfanotorofio-2Aggiunge Giuseppe: «Per me il viaggio in India è avvenuto quasi per caso, mi piace viaggiare e mi sono aggregato, era un’occasione in più per allenare l’occhio e avere sotto mano colori e situazioni diversi dal solito. Non avevo obiettivi specifici ma mi ero organizzato per fare foto di ogni genere seppure con un filo logico prestabilito: quando siamo arrivati lì però tutta l’organizzazione mentale è saltata, stravolta dal contatto con la realtà del luogo, dell’ambiente e delle persone che ci siamo trovati davanti. Condizioni di vita totalmente diverse da ciò a cui siamo abituati».

    Già all’arrivo in aeroporto tutto questo si è palesato con netta evidenza e, ancora prima che decidessero coscientemente di seguire un filone narrativo preciso,  la realtà stessa è entrata nei loro scatti: «Per quanto mi riguarda mi piace dire – racconta Giuseppe – che quello che abbiamo fotografato si è presentato ai nostri occhi semplicemente senza che noi lo avessimo cercato. C’era talmente tanto che ci sarebbe da fare una mostra per ogni tematica, dalla risaia dove abbiamo trovato una realtà che nella nostra società non esiste più, alla religione indù che detta ancora i tempi della vita delle persone, dal lavoro artigianale, manuale e arcaico, allo sfruttamento della donna, dalle tradizioni legate a una forte superstizione alla concomitante presenza delle tecnologie moderne come internet. Nello specifico il tema dell’orfanotrofio porta alla luce tematiche come la prostituzione minorile e il traffico dei corpi da cui le bambine ospitate dalle suore vengono salvate».

    Lo scopo della mostra, dal titolo L’ Oro Blu. Progetto H2CO3” (la formula chimica dell’acqua piovana) è raccogliere i fondi per installare un serbatoio di raccolta d’acqua piovana presso l’orfanotrofio in questione, che si trova in una condizione – come succede d’altronde in tutta l’India – di carenza d’acqua potabile e di problemi d’apporto di acqua, dal momento che è fornito di un solo raccoglitore del tutto insufficiente durante il periodo estivo (si raggiungono punte di 49 gradi all’ombra), soprattutto ultimamente con l’aumento del numero di bambine ospitate.

    L’idea di dare il via a questa raccolta fondi e di farlo attraverso le fotografie scattate durante il viaggio è venuta a Martina e Giuseppe alla fine della loro permanenza presso l’orfanotrofio: «Era l’ultimo giorno del nostro soggiorno in India – dice Martina – e le suore ci hanno invitato a passare con loro la giornata all’orfanotrofio visitandolo in tutti i suoi spazi. Così abbiamo scoperto che il solo serbatoio presente è da 12.000 litri e non riesce affatto a sopperire al fabbisogno».

    Aggiunge Giuseppe: «Noi abbiamo cercato di portare un sorriso a queste bambine, ma abbiamo in realtà ricevuto da loro molto più di quello che abbiamo dato, e durante le nostre visite si sono sviluppate emozioni che non ci aspettavamo. Non potevamo non cercare di aiutarle in qualsiasi maniera fosse per noi possibile, e ragionando con Martina e gli altri la mostra fotografica ci è sembrata la via più percorribile. Abbiamo scattato in bianco e nero a rullino con macchine analogiche: quando abbiamo sviluppato i negativi e ci siamo confrontati sulle immagini risultanti abbiamo notato che gli scatti avevano preso da sé un certo indirizzo, così abbiamo infine preso la decisione».

    Ancora Martina: «La cosa che più mi è rimasta impressa di questa esperienza è stata l’accoglienza che abbiamo ricevuto dalle bambine e l’affetto che ci hanno trasmesso. Nonostante la loro povertà hanno una ricchezza dentro che riesce a regalarti molto più di un semplice dono materiale, come quelli che abbiamo portato noi a loro. Spero che le nostre immagini possano riuscire a rendere le emozioni che loro ci hanno fatto provare. Abbiamo scelto l’orfanotrofio come punto chiave della mostra, circondato dai vasti paesaggi e dal tema del duro lavoro per sensibilizzare le persone. Volevamo far percepire la diversità dei due mondi, l’orfanotrofio cattolico, dove le bambine crescono al meglio, contrapposto alla vita quotidiana che si vive a Palakkad».

    Per la scelta delle foto da esporre Martina e Giuseppe si sono avvalsi del prezioso contributo di Federica De Angeli in veste di photo editor, che li ha aiutati selezionando gli scatti migliori.
    La mostra, già ospitata a Bogliasco e presso Arte in Campo a Genova, prosegue il suo itinerario attraverso aperitivi di beneficenza e allestimenti presso associazioni coinvolte e a breve sarà ospitata proprio dalle Sorelle della Divina Provvidenza a Sampierdarena. Tutti gli aggiornamenti si trovano sul sito del progetto per il serbatoio, projectbluegold.jimdo.com, dove tra l’altro chi volesse contribuire con una donazione può farlo seguendo le istruzioni per il versamento. Quando la cifra sufficiente sarà raggiunta il gruppo si recherà nuovamente in India per seguire la costruzione del serbatoio e i due fotografi documenteranno la nuova tappa di questa avventura.

     

    Claudia Baghino

  • Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Stefania BertiniQuesta settimana, in vista delle elezioni europee del 25 maggio, siamo andati alla ricerca delle connessioni tra dimensione locale e comunitaria. Un percorso che è iniziato ieri, parlando di europrogettazione (qui l’approfondimento): cos’è e come possiamo avvicinarci a questo settore. Oggi entriamo nello specifico e parliamo di un’esperienza concreta a Genova: NEMO geie, un “geie” appunto, cioè un gruppo europeo di interesse economico, fondato a Genova nel 2007 per la creazione e promozione di eventi, rassegne, spettacolo dal vivo, attraverso la partecipazione a bandi europei e con la cooperazione tra partner locali.

    Cerchiamo di capire più a fondo di cosa si tratta, attraverso le parole di Stefania Bertini, presidente e direttrice artistica e di produzione dal 2010.

    Tanto per cominciare, cos’è NEMO geie?

    «Come dice il nome, siamo un “geie”, gruppo europeo di interesse economico, un consorzio di imprese non a scopo di lucro. In Italia e in particolare a Genova, questa struttura è ancora relativamente sconosciuta ai più: pensare che a livello nazionale sono solo 3 (pochi di più sono quelli europei) e che siamo gli unici in Europa ad avere lanciato un geie che si occupa di cultura, musica, turismo e soprattutto promozione di spettacoli dal vivo. In generale, questo è il soggetto ideale, è l’interlocutore giuridico privilegiato per interagire con l’Unione Europea perché offre grandi garanzie rispetto a contributi, accesso a finanziamenti, impiego dei fondi. Inoltre, permette di lavorare su tre livelli, locale, nazionale ed europeo, ed è caratterizzato da una dimensione imprenditoriale forte».

    Come e quando è nata l’idea di fondare questo gruppo?

    «Siamo nati ufficialmente nel 2007, grazie alla lungimiranza di Pepi Morgia, allora vice-presidente nazionale di Assoartisti Confesercenti (poi presidente onorario, ma soprattutto artista, regista e designer genovese di fama internazionale, n.d.r.), il quale aveva capito – grazie a un’esperienza pluriennale in ambito internazionale al fianco di artisti importanti – che l’Italia si doveva adeguare ai cambiamenti che stavano avvenendo fuori sul piano artistico-culturale, per non soccombere ai tagli ministeriali. Io sono diventata presidente nel 2010 e non è stato facile: c’è voluto del tempo per farci conoscere soprattutto, ma anche per imparare noi stessi a far funzionare una macchina complessa e trovare il modo di accedere a bandi per finanziamenti europei». 

    Come opera in concreto NEMO geie?

    brundibar-nemo-geie«Il nostro obiettivo è supportare imprenditori e giovani realtà di tutta Europa nell’inserimento in un mercato difficile e generalmente chiuso. Per farlo, NEMO ha costruito una piattaforma di scambi e partnership tra operatori (enti pubblici e privati) per partecipare a bandi della UE e dar vita a progetti. In poche parole, quello che facciamo è creare progetti con i nostri associati e cercare le risorse per realizzarli; poi partecipare ai bandi per accedere a finanziamenti europei e, in caso di esito positivo, realizziamo piani di promozione di vendita, campagne pubblicitarie e facciamo PR per gli artisti del nostro circuito. Altra cosa che ci sta a cuore, la trasparenza: gestiamo soldi pubblici, di cui abbiamo grande rispetto, e dobbiamo rendere conto del modo in cui li investiamo. Insomma, per fare progettazione comunitaria non ci si può improvvisare: è un lavoro complesso e rischioso».

    Immagino serva una squadra ah hoc, un team di esperti…

    «Sì, assolutamente. In tutto, tra impiegati in loco e collaboratori esterni (sia in Italia che fuori), siamo circa in 30 persone, ma il numero e le professionalità variano a seconda del bando in questione e singolo progetto che decidiamo di portare a termine. In generale, comunque, siamo tutti figure specializzate in diversi settori. In generale puntiamo molto sulla comunicazione e abbiamo esperti ad hoc per web-marketing e social media. È un settore importantissimo per chi fa il nostro lavoro: anche se in Italia si preferisce non investire sulla comunicazione (spesso considerata inutile), in Europa è fondamentale e il 30-40% del budget per i progetti è destinato ad essa».

    Quali sono le sfide più grandi che avete dovuto affrontare per affermarvi?

    «La prima sfida, oltre a far crescere il progetto e farlo poi decollare, è stata quella di far capire agli artisti del nostro network l’importanza dell’apertura alla dimensione europea. Molti di loro non ne sentivano l’esigenza e anzi vedevano questo sistema, dotato di un pesante apparato burocratico, come un dispendio di energie non necessario. Per fortuna però, grazie alla collaborazione con Assoartisti e alla squadra capace che ci ha affiancati, siamo riusciti ad affermarci e a portare a casa i primi risultati, e ormai tutti sono consapevoli delle opportunità che la UE offre».

    A proposito di risultati, siete soddisfatti di quello che avete raggiunto finora?

    «Molto. Abbiamo organizzato già varie iniziative a livello europeo: le ultime, Music for Memory I e II e Euplay, entrambe rivolte ai giovani. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo vinto tre bandi della UE, e ne stiamo presentando altri (ad esempio nell’ambito di Creative Europe), di cui attendiamo i risultati. Inoltre, siamo orgogliosi anche della promozione che riusciamo a fare per i nostri artisti: di recente una ragazza che aveva partecipato a Music for Memory, la tredicenne Virginia Ruspini, si affermata professionalmente (tra le altre cose ha partecipato a Ti lascio una Canzone e cantato per il cartone Disney Frozen, n.d.r.) e sta avviando una sua carriera».

    Italia e Europa: voi che vi interfacciate con entrambe le realtà notate delle differenze di approccio nella promozione culturale?

    «Sì, eccome. Sono due dimensioni completamente diverse: tanto per cominciare, l’Italia è più indietro degli altri Paesi europei in materia di imprenditoria della cultura e project management. Inoltre, c’è una differenza di base: in Italia la prassi corrente è cercare soldi per finanziare singoli eventi; in Europa invece gli eventi non contano niente, sono solo una piccola fase di un progetto più articolato. Ad esempio, alla UE non importa di finanziare un grande concerto di Jovanotti, o del suo equivalente lituano – e sinceramente non importa nemmeno alla maggior parte di noi, no? – ma pensa soprattutto alle ricadute che un progetto proposto da un ente e finanziato a livello europeo possa avere sul territorio e sul target di riferimento, e agli effetti che può creare a lungo termine (aumento dell’occupazione, creazione di posti di lavoro ecc.)».

    Accennavi prima a Creative Europe: a Genova (su Era Supbera ne abbiamo parlato ripetutamente) sono in corso vari progetti per agevolare le Industrie Creative, le espressioni artistiche soprattutto dei giovani, e di recente l’assessore alla Cultura Sibilla ha proposto anche nuove linee programmatiche per il biennio 2014-2015. Voi che rapporto avete con le istituzioni locali: dialogate con gli altri soggetti o siete indipendenti?

    «A livello locale c’è poca interazione: lavoriamo in partenariato con altre realtà analoghe alla nostra all’estero, ma in Italia e soprattutto a Genova non facciamo rete. Ad esempio, il nostro metodo di accesso ai fondi europei è diverso da quello del Comune: noi partecipiamo direttamente ai bandi per sfruttare al meglio l’identità unica di NEMO geie, e facciamo un lavoro di europrogettazione vero e proprio; il Comune e altri soggetti, invece, accedono a finanziamenti per altre vie (ad esempio, la UE ha stanziato 1,8 milioni di euro complessivi per tutti gli Stati membri per il periodo 2014-2020, per la realizzazione di distretti creativi, n.d.r.). A Tursi sono molto concentrati sui loro progetti, anche se ciò non toglie che siamo stati varie volte patrocinati dall’assessorato alla Cultura per l’organizzazione di eventi a livello locale. Al contrario, lavoriamo molto e bene con la Regione, interagendo con l’assessore alla Cultura Angelo Berlangeri e con Casaliguria (sede della Regione Liguria a Bruxelles dal 2002, n.d.r.). 

    Quindi Genova è una realtà particolarmente difficile per far decollare un progetto come il vostro?

    «Sì, molto difficile. È una battaglia quotidiana, ma io sono una pasionaria e non mi stanco mai di combattere. Per fortuna incontro tanti che sono come me, dall’assessore Berlangeri a Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti Liguria. Genova è una città da educare alla promozione della cultura e dell’arte: ha tante risorse (gli artisti locali sono molto apprezzati in Europa e c’è una grande qualità), ma spesso non sa sfruttarle. In generale, vedo che per la Liguria ci sono speranze di miglioramento per gli anni a venire, e speriamo di restare al passo con gli obiettivi di Europa 2020».

    Il panorama culturale del capoluogo ligure: su cosa è meglio puntare per dare uno slancio al mondo artistico?

    «A parer mio giusto spingere sul binomio cantautorato/turismo fino a un certo punto: a livello internazionale a parte De André e pochi altri, i cantautori locali non sono conosciuti e sarebbe meglio puntare su altre eccellenze anche di nicchia, come quelle nella danza, o alcuni segmenti musicali del savonese».

     

    Elettra Antognetti

  • Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    od-fulmine-claqueRieccoci di nuovo, dopo qualche settimana, alla Claque: tornare qui è sempre un grande piacere, che ogni volta fornisce un’ulteriore conferma del valore di uno dei palcoscenici migliori della città. Questa volta il palco è calcato da un gruppo made in Greenfog una delle realtà discografiche più vivaci e qualitative del genovese e, dunque, una garanzia per quanto riguarda il prodotto musicale. Se poi si tratta degli Od Fulmine, la garanzia diventa subito certezza matematica. Loro sono una realtà genovese indipendente e autoprodotta, in una città storicamente legata a questa filosofia artistica e musicale.

    Entriamo a bere qualcosa, e nel bar troviamo i musicisti che si intrattengono con fan e amici, creando quel legame saldo con il pubblico che si manifesterà in pieno di lì a poco, durante l’esibizione. Non esiste alcuna routine da camerino, noi ne approfittiamo subito per salutare Stefano Piccardo (chitarra, voce), Fabrizio Gelli (chitarra, voce) Saverio Malaspina (batteria) – quest’ultimo star del genovese soprannominato “l’ortolano” dopo l’apparizione a Unti e Bisunti 2 girata a Genova (qui il video) – e scambiamo due chiacchiere con Mattia Cominotto (chitarra, voce) e Riccardo Armeni (basso).

    >> Ascolta i brani suonati alla Claque su Spotify e Deezer

    La prima domanda riguarda il nome del gruppo e, per quanto banale nella sua intenzione di rompere il ghiaccio, risulta essere la più importante per capire il senso del disco stesso, dato che «Od Fulmine è un’espressione inventata all’interno di un lessico domestico tra di noi»; e rappresenta, inoltre, due elementi essenziali della storia che c’è dietro alle canzoni del concept: «Od è il nome del nostro unico mentore; una notte, in barca, in navigazione dopo ormai più di mese, si scatenò una tempesta e fummo colpiti da un fulmine. La barca fu spezzata e, da allora, noi e Od siamo disgraziatamente separati». Trovare le fonti di ispirazioni dimostra come, «per quanto il veicolo sia quello musicale, il gruppo nasce con il cinema di Hayao Miyazaki, lo steampunk e la letteratura di Kurt Vonnegut, a cui è ispirato il brano Ghiaccio9». E lo dimostra anche la grafica delle locandine e i disegni, realizzate da Andrea Piccardo (direttore di Genoa Comics Academy). La storia, che ha un ruolo così importante all’interno dell’album, «è stata rappresentata dai video dei pezzi, e verrà completata con la trilogia, di cui in realtà manca la seconda parte. Il primo, “Altrove2”, mostra noi 5 insieme a Od, “colui che stavamo seguendo alla ricerca di ciò che più desideriamo”; il terzo è “I preti dormono”, subito dopo il naufragio; e il secondo riguarderà proprio quest’ultimo».

    La serata inizia dall’area bar del locale, intrattenuta dallo sperimentalismo eclettico di Tommaso Rolando, polistrumentista genovese che, nel progetto Stoni, lavora alla modulazione del suono del contrabbasso e della sua voce. Prosegue con la piacevole esibizione di Tomaso Chiarella che canta, come il suo disco “trasparente” ben suggerisce, una quotidianità limpida e schietta, rifacendosi ai poeti e ai cantautori genovesi degli anni ’80. E, infine, salgono sul palco gli Od Fulmine.

    La serata è tutta per loro, quindi nessuna sorpresa che il pubblico si faccia sentire per acclamare la band. Tutti conoscono le canzoni a memoria, segno di un affetto già consolidato da parte dei fan. I pezzi sono forti e lo stile impressiona, nella sua dimensione viva, sul palco. Qui il rock indipendente è sprigionato in tutto il suo voltaggio, ma è contrastato, e quindi accentuato ancora di più, dall’anima folk di ogni brano, che ne scava i motivi più profondi e i sogni più lontani. Spiccano brani come i già citati “Altrove2”, “I preti dormono”, “40 giorni”, “5 cose” e il pezzo -forse- migliore del disco: “Ghiaccio9”.

    Ps Mattia Cominotto prima di salire sul palco ci racconta del furto subito recentemente dal Greenfog studio, qui l’appello alla città che contribuiamo a diffondere.

     

    Nicola Damassino