Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Bolzaneto, San Biagio: 70000 m3 di detriti dal Terzo Valico, rischio amianto

    Bolzaneto, San Biagio: 70000 m3 di detriti dal Terzo Valico, rischio amianto

    San BiagioIl campo base CLB 4, villaggio con dormitorio, mense e altri servizi logistici per gli operai del Terzo Valico – inizialmente previsto a Bolzaneto, in via Santuario di Nostra Signora della Guardia, sotto l’abitato di San Biagio (costruito a seguito della bonifica dei terreni della Erg) – cambia destinazione in corso d’opera e si trasforma in deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terre di scavo potenzialmente amiantifere. I lavori di disboscamento e pulizia dell’area Bolzaneto Biacca Terzo Valico 006 smalladiacente al cimitero della Biacca sono partiti da circa un mese (come documentato da Era Superba) ma solo grazie all’interessamento dei cittadini e del Comitato San Biagio-Serro è possibile fare luce sulla vicenda. Da parte delle istituzioni, infatti, si registra un silenzio assordante indice di un deficit di trasparenza, per noi alquanto significativo, riguardo alla gestione della grande opera ferroviaria a livello locale.

    In Val Polcevera l’avviata cantierizzazione del TAV nostrano finora ha portato soltanto disagi. L’esempio più eclatante è il sito di San Quirico, dietro al Mercato dei fiori, dove lo smembramento della collina – sommato alle intense piogge dei giorni scorsi – ha generato uno sversamento di fango sulla sottostante via Isocorte, problema che ha richiesto l’intervento di mezzi speciali per ripulire e rendere nuovamente agibile la strada. Adesso è il turno dell’area della Biacca (interamente di proprietà comunale) che, a fronte delle mutate esigenze del Consorzio Cociv (general contractor dell’opera) – probabilmente considerata l’eccessiva vicinanza del cantiere con il cimitero e il contestuale divieto di costruire nuovi edifici nella fascia di rispetto dell’impianto cimiteriale – verrà utilizzata esclusivamente per il deposito di semilavorati tramite l’esecuzione di due zone pianeggianti con l’impiego di terre di scavo (il cosiddetto “smarino”) provenienti dalla realizzazione del Terzo Valico. «Da anni si diceva che qui sarebbe sorto un campo base per gli operai – spiega Marco Torretta del Comitato San Biagio-Serro – Noi ci siamo mossi autonomamente per saperne qualcosa di più e, dopo aver chiesto e ottenuto dal Comune l’accesso agli atti, abbiamo scoperto la nuova soluzione progettuale. In pratica, l’intenzione del Cociv è quella di riempire con terre potenzialmente amiantifere l’avvallamento esistente e poi costruire due grandi piazzali sui quali depositare le attrezzature. Il problema è che, come al solito, è stato fatto tutto in sordina, mentre nessuno sembra preoccuparsi del rischio per la salute pubblica conseguente allo stoccaggio di simili materiali ad appena 100 metri di distanza in linea d’aria dalle abitazioni di San Biagio in cui vivono almeno 500 famiglie, molte delle quali con bambini piccoli».

    Con Provvedimento Dirigenziale n. 364 del 10 luglio 2013, il Comune ha rilasciato al Consorzio Cociv il “Permesso di Costruire inerente la realizzazione di piazzali per lo stoccaggio di materiali semilavorati ed attrezzature, nell’ambito dei lavori del “Terzo Valico dei Giovi” nell’area di cantiere “ CLB 4 – Bolzaneto”. Soluzione progettuale che «recependo raccomandazione espressamente formulata in sede di approvazione del progetto definitivo dell’opera pubblica (allegato 1 Delibera CIPE 80/2006 – parte seconda, lettera g), allo scopo di evitare il posizionamento di manufatti diretti ad assolvere esigenze logistiche, comportanti permanenza di persone in area prossima alla cinta del cimitero della Biacca, prevede l’utilizzo dell’area per lo stoccaggio di materiali semilavorati ed attrezzature, in luogo del posizionamento di dormitori ed altre strutture logistiche».

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 005 smallBolzaneto Biacca Terzo Valico 004 small

     

    «Stiamo parlando di 70 mila metri cubi di terre da scavo, così è scritto nero su bianco nei documenti ufficiali – racconta il Comitato – ciò equivale a diverse migliaia di camion. La nostra paura è che possano esserci anche rocce amiantifere, presenti senza ombra di dubbio lungo il tracciato dell’opera. Chi ci assicura i necessari controlli in questo senso? In particolare sullo stoccaggio del materiale di risulta? Inoltre, quale beffa ulteriore viene promesso che “a lavori terminati verrà ripristinata l’area”. Nessuno, però, parla del rischio amianto. Ad oggi siamo ancora in attesa di chiarimenti ufficiali da parte del Municipio Valpolcevera da noi interrogato a riguardo». Ma pure il gruppo consiliare Movimento 5 Stelle e la Federazione della Sinistra hanno posto la questione all’attenzione dell’ente municipale con due distinte interrogazioni che saranno discusse prossimamente.

    La collina di San Biagio, pubblicizzata dai costruttori come area finalmente riconsegnata alla natura “Vi addormenterete al suono delle cicale e vi sveglierete al canto degli uccellini”, così recitava un vivace slogan promozionale «Ha dovuto e forse dovrà confrontarsi con la Gronda – sottolinea Marco Torretta – poi con l’ecomostro Selom (la lavanderia industriale) e i capannoni di Via Albisola (alcuni dei quali attualmente vuoti), oggi con un’area di stoccaggio di materiali semilavorati. Gli abitanti auspicano che qualcuno (Municipio, Comune, Provincia, Regione) affronti il problema in modo serio e responsabile perché, fino a dimostrazione contraria, stoccare 70000 metri cubi di terre di scavo provenienti dalle montagne dei Giovi potrebbe significare far inalare ai residenti di San Biagio e non solo polveri potenzialmente inquinate da asbesto che se assimilato dal corpo umano, anche in una sola fibra, provoca tumori alla pleura (mesotelioma pleurico) così come il temibile carcinoma polmonare». Senza dimenticare che soltanto nel comprensorio detto “Il Colle” su 104 famiglie residenti si contano circa 50 bambini in età compresa tra 1 mese e 16 anni. «A Genova sfido chiunque a trovare un tale agglomerato di gioventù, per altro in una città tristemente famosa per l’alto numero di anziani residenti – conclude l’esponente del Comitato – Non vogliamo che tra vent’anni la Val Polcevera debba diventare famosa come oggi purtroppo sono Marghera, Caserta o Taranto».

    La posizione del Comune  e la ricostruzione del vicesindaco Stefano Bernini

    Non è dello stesso parere il vicesindaco Stefano Bernini, che scongiura il rischio amianto e ricostruisce così la vicenda: «L’area della Biacca rimane destinata a campo base. Lo stoccaggio delle terre di scavo è funzionale proprio alla realizzazione di alcuni capannoni con funzioni di dormitorio per gli operai. Qui finirà esclusivamente il materiale di risulta della galleria in via di escavazione sotto gli Erzelli. Si tratta di basalto, rocce effusive spesso impiegate nelle pavimentazioni stradali, che sicuramente non contengono fibre di amianto». Bernini, dunque, respinge al mittente ogni accusa. Eppure la presenza di rocce amiantifere lungo il tracciato del Terzo Valico è stata riscontrata anche in alcuni studi: nel versante ligure il documento di riferimento è quello redatto dal “Dipartimento Ambiente” della Regione Liguria e definito “Carta delle “pietre verdi” di cui alla DGR n. 859/2008 – “Criteri per la gestione e l’ utilizzo delle terre e rocce da scavo”, nel quale sono evidenziate in verde e in giallo le zone in cui è definita “probabile” la presenza di amianto (qui il pdf). «Tutti i carotaggi eseguiti all’interno del Comune di Genova hanno appurato una presenza di amianto entro i limiti di legge», risponde il vicesindaco. Dunque i materiali estratti privi – del tutto o quasi – della famigerata fibra killer, saranno gestiti secondo il PUT (Piano di utilizzo delle terre e rocce di scavo) approvato dal Ministero dell’Ambiente il 4 ottobre scorso e che per la Liguria prevede quali destinazioni, tra le altre, la discarica di Scarpino, il riempimento Ronco-Canepa, la discarica del colle di Uscio (mentre il riempimento legato al ribaltamento a mare di Fincantieri per ora rimane in standby).

    Nel caso del percorso della Gronda di Ponente, invece «Dove è stata confermata l’esistenza di amianto in misura superiore – continua Bernini – esiste un protocollo di comportamento che prevede maggiori tutele con l’immediato blocco dei cantieri, il successivo “impacchettamento” del materiale pericoloso e la spedizione dello stesso presso discariche speciali, ad esempio in Germania». Bernini implicitamente ammette come questo tema, riguardo al Terzo Valico, debba quantomeno essere approfondito: «Il comportamento sarà il medesimo, come sopracitato. Innanzitutto, per decisione dell’Osservatorio Ambientale, saranno eseguiti dei sondaggi preventivi e propedeutici rispetto all’escavazione, sotto il controllo dell’Arpal. E, se fosse riscontrata una presenza di amianto superiore alla soglia di legge, si attiveranno dei percorsi di stoccaggio differenti. È un argomento che recentemente abbiamo affrontato anche con il Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. Ma io ho visto i dati del territorio genovese e ripeto, escludo che ciò possa accadere nell’ambito del Comune di Genova. Discorso diverso riguarda il territorio del Piemonte in cui effettivamente esistono delle situazioni di superamento».

    La questione approderà nelle aule di palazzo Tursi la prossima settimana grazie al consigliere comunale Antonio Bruno (Fds) che due giorni orsono ha depositato un’interpellanza in merito. «Sottolineato che secondo il testo dell’art. 338 R.D. 27.7.1934 n. 1265 “I cimiteri devono essere collocati alla distanza di almeno 200 metri dal centro abitato. È vietato costruire intorno ai cimiteri nuovi edifici entro il raggio di 200 metri dal perimetro dell’impianto cimiteriale, quale risultante dagli strumenti urbanistici vigenti nel comune o, in difetto di essi,comunque quale esistente in fatto, salve le deroghe ed eccezioni previste dalla legge”. Rilevato che le “Norme Generali” del PUC Comune del Comune di Genova a pagina 16, prescrivono che “le fasce di rispetto delle nuove costruzioni dal perimetro degli impianti cimiteriali sono fissate in metri 200; tale distanza può essere ridotta fino al limite di metri 50 con deroga da parte del Consiglio Comunale, previo parere favorevole della ASL”. Interpello il Sindaco al fine di relazionare sull’effettiva rispondenza delle autorizzazioni alle succitate norme e sulle misure che si intendono adottare per lo stoccaggio di materiale amiantifero proveniente dagli scavi del collegamento ferroviario Fegino – Tortona».

    L’interpellanza «Ha proprio lo scopo di chiedere alla Giunta comunale se almeno si è posta il problema del rischio per la salute pubblica e quindi dei necessari controlli – spiega il consigliere Bruno – Mentre per la Gronda, seppure in maniera insufficiente, un minimo di attenzione riguardo al pericolo amianto c’è stata, per il Terzo Valico siamo ancora decisamente indietro. Le maggiori incognite riguardano il trasporto del materiale di risulta, la fase dello scarico e del conseguente stoccaggio. Occorrono dei controlli puntuali e specifici. Ma in questo senso a noi non risulta l’esistenza di piani dettagliati. Il problema è verosimilmente sottovalutato. Il cambio di destinazione del cantiere della Biacca è un fatto nuovo che francamente ci ha colto di sorpresa. Dal punto di vista politico, come minimo, siamo di fronte ad un deficit di comunicazione istituzioni-cittadini».

    San Biagio 2 small

    San Biagio 1 small

     

    Incroci pericolosi

    Proprio dinanzi a via Santuario di Nostra Signora della Guardia, si trova il self-service all’ingrosso “Metro”. Coincidenza vuole che proprio in quest’area, a poca distanza dal cimitero della Biacca, se e quando mai sarà avviata la realizzazione della Gronda di Ponente, è prevista la costruzione del deposito di caratterizzazione delle rocce provenienti dallo “scavo più grande del mondo” (definizione di Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia). Parliamo di un mega deposito alto 30 metri – in cui arriveranno e partiranno continuamente camion – e che dovrà essere a tenuta stagna. «Il modo con cui riusciranno a far ciò non è spiegato nel dettaglio, ma appare difficilmente ipotizzabile una soluzione con un grado di sicurezza accettabile spiega il WWF sezione di Genova – Se a queste “difficoltà” aggiungiamo la procedura di monitoraggio non completamente affidabile, i cittadini farebbero bene a preoccuparsi e molto». Secondo il WWF, Bolzaneto potrebbe diventare la nuova Casale Monferrato: «Nel deposito lavoreranno le rocce amiantifere usando tecnologie che non forniscono adeguate garanzie di sicurezza. I materiali saranno suddivisi a seconda della quantità di amianto presente in essi. Quelli con una minima percentuale di amianto finiranno al canale di calma per ampliare l’attuale banchina aeroportuale. Quelli con una percentuale superiore, ma considerati di buona qualità, saranno utilizzati per realizzare gli archi rovesci delle gallerie. Occorre ricordare che il riutilizzo di rocce amiantifere previa miscelazione con cemento ed altri additivi, comporta la realizzazione di veri e propri manufatti contenenti amianto (MCA) la cui produzione è vietata dal 1992. Infine i materiali con la medesima percentuale di amianto, ma considerati di cattiva qualità, saranno destinati alla discarica (probabilmente in Germania)».

    Le opere compensative mai realizzate a favore del quartiere

    Infine, c’è da menzionare un’altra vicenda, secondaria ma emblematica delle promesse fatte e mai mantenute. I residenti della zona, infatti, ormai da anni attendono la partenza dei lavori – a carico dei costruttori del nuovo quartiere di San Biagio – per l’edificazione di una scuola materna e di un asilo nido, come previsto a titolo di oneri di urbanizzazione nella convenzione urbanistica del 2011, sottoscritta dal Comune e dalla San Biagio Nuova srl (società di Coopsette). Ma, come ricorda il Comitato, l’impresa e il Comune hanno deciso «Unilateralmente e senza fornire di fatto motivazione, di eliminare la scuola materna, vanificando così le aspettative di numerose famiglie del quartiere». Dopo uno scambio di corrispondenza tra Coopsette e amministrazione comunale, quest’ultima, senza interpellare Municipio Val Polcevera e cittadini, nell’ottobre 2011 ha approvato una “variante in corso d’opera” che «A parità di superficie agibile della struttura prevede la realizzazione del solo asilo nido». Successivamente – a seguito delle proteste dei cittadini – la società costruttrice ha fatto un passo indietro, promettendo nuovamente la costruzione di entrambe le strutture. Ma da allora nulla si è più mosso. Oggi, a distanza di due anni, non è stata posata neppure una pietra. Viste le attuali difficoltà economiche di Coopsette e i suo rapporti consolidati con il Comune, è davvero difficile ipotizzare che ci sia ancora la volontà di spingere a favore della soluzione inizialmente prospettata ai residenti. Per altro «Pensare di far coesistere un asilo e una scuola materna con dei cumuli di terre potenzialmente inquinati, non sembra essere un’idea geniale», sottolinea Torretta.

    «Noi ovviamente non pretendiamo di fermare la costruzione del Terzo Valico – conclude il rappresentante del Comitato San Biagio-Serro – Ma almeno pretendiamo chiarezza e trasparenza. Inoltre, pensiamo che un sito destinato allo stoccaggio di tali materiali non debba essere realizzato ad appena 100 metri di distanza in linea d’aria dalle abitazioni».

    Matteo Quadrone

  • Piastre sanitarie: al via i lavori a Pegli, tutto fermo all’ex Mira Lanza

    Piastre sanitarie: al via i lavori a Pegli, tutto fermo all’ex Mira Lanza

    Mira LanzaSe a Ponente i cittadini possono tirare un sospiro di sollievo perché la prevista realizzazione della piastra sanitaria nell’area dell’ex ospedale Martinez di Pegli ha finalmente imboccato il binario giusto, lo stesso non si può dire in Val Polcevera dove permangono i dubbi in merito alla scelta definitiva del sito destinato ad ospitare i servizi sanitari territoriali. Da anni si parla dell’area di Teglia un tempo occupata dalla fabbrica Mira Lanza (della quale abbiamo ampiamente parlato l’anno scorso ricostruendone la gloriosa storia industriale), ma presumibilmente bisognerà aspettare il 2014 per aver un quadro più chiaro, anche dal punto di vista economico, visto che l’opera non è ancora ufficialmente finanziata.

    Pegli, ex ospedale Martinez

    Pegli

    Partiamo da Pegli e da un tema, quello della piastra poliambulatoriale, che nel Ponente ha suscitato le proteste della popolazione – affiancata dal locale Municipio – che a più riprese ha richiamato la Regione a rispettare gli impegni precedentemente assunti in tal senso. Oggi la notizia è che la gara per l’affidamento dei lavori è già stata svolta e, come spiega il Direttore generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni «Penso che l’assegnazione all’impresa vincitrice, a scanso di ricorsi, avverrà entro ottobre, al massimo novembre». Gli interventi preliminari, comunque, sono già partiti e attualmente si sta procedendo alla preparazione del sito. «Entro la fine dell’anno partiranno i lavori veri e propri», sottolinea Bedogni. E l’Assessore alla Salute della Regione Liguria, Claudio Montaldo, conferma come ormai sia solo una questione di giorni.

    Teglia, ex Mira Lanza

    In Val Polcevera, un territorio in cui, se possibile, è ancora più forte l’esigenza di risposte sanitarie a favore del territorio e dei suoi abitanti, la costruzione della piastra sanitaria rimane legata alla preliminare risoluzione di due incognite non da poco: la scelta dell’ubicazione e la modalità di finanziamento dell’opera.
    «Noi ribadiamo l’intenzione di realizzare i servizi territoriali per la Val Polcevera – spiega Montaldo – Il Comune sta cercando di individuare la localizzazione adatta. L’ipotesi era l’ex industria Mira Lanza a Teglia, però, sembra che la cosa vada per le lunghe».
    Per quanto riguarda le risorse economiche, la Regione intende inserire la costruzione della piastra sanitaria della Val Polcevera nel programma relativo al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (fondi comunitari e nazionali di cofinanziamento) – per capirci il vecchio FAS (Fondo per le Aree Sottosviluppate) – oggi rinominato FSC che «Andremo a definire da qui all’inizio del 2014», precisa Montaldo.

    «A breve incontrerò il Vicesindaco Bernini – continua l’Assessore regionale alla Salute – L’importante per noi è che la piastra poliambulatoriale venga realizzata a fondovalle, in zona Rivarolo – Bolzaneto, perché sarà chiamata a sostituire l’ex ospedale Celesia, destinato ad altre funzioni».
    Tuttavia, allo stato attuale, manca ancora l’ufficialità del finanziamento perché, proprio nei prossimi mesi «In Regione affronteremo la discussione relativa al programma FSC per il settennato 2014-2020», aggiunge Montaldo.
    Insomma un quadro più chiaro potremmo averlo soltanto con l’anno nuovo. «Occorre trovare una coincidenza tra la disponibilità finanziaria e la localizzazione adeguata – conclude Montaldo – questa è la sintesi che, insieme al Comune, cercheremo di fare».

    mira lanza 1

    mira lanza 2

    La palla, dunque, passa a Palazzo Tursi. Ma finora – nonostante la responsabilità diretta del Sindaco nel rendere operativo il diritto alla salute dei cittadini e l’accesso ai servizi sociosanitari – il Comune non ha avuto molta voce in materia di sanità. Una delle poche occasioni rimane la pianificazione a livello urbanistico. In merito alla riqualificazione dell’ex Mira Lanza «Per noi la situazione non cambia – spiega il Vicesindaco e Assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – Continuiamo a dire che l’area di Teglia è destinata ad un mix di funzioni urbane (residenziale, commerciale, servizi, verde). La proprietà, invece, vuole puntare forte sul commerciale. Noi siamo contrari e questo ha creato un forte stallo».

    Quindi potrebbe essere in bilico pure la realizzazione dei servizi sanitari territoriali?
    «È evidente che la piastra sanitaria potrà essere inserita all’interno dell’ex Mira Lanza, soltanto con l’avanzamento del progetto», sottolinea Bernini. L’oggetto del contendere sono i circa 19 mila metri quadrati di commerciale, vale a dire un’estensione maggiore della “Fiumara”, previsti dalla passata amministrazione comunale. Adesso la Giunta Doria intende ridurre di circa un terzo tale superficie. Scelta che riscuoterebbe consensi trasversali, viste le ricorrenti critiche rispetto alla proliferazione di centri commerciali a danno delle attività esistenti. «Diciamo no a queste quantità di commerciale sull’intero territorio genovese, non solo alla Mira Lanza – precisa il Vicesindaco – simili dimensioni, infatti, rischiano di desertificare il tessuto sociale di quartiere, come è accaduto a Sampierdarena».

    Comunque sia, la piastra poliambulatoriale della Val Polcevera resta una priorità «È un obiettivo che vogliamo raggiungere per rispondere alle esigenze sanitarie della popolazione – continua Bernini – Anche considerando i tempi lunghi per la realizzazione dell’ospedale del Ponente».
    Insomma, nel malaugurato caso dovesse perdurare l’empasse, l’amministrazione di Palazzo Tursi ha in mente delle ipotesi alternative nelle immediate vicinanze. «Non le nomino nello specifico perché sennò potrei suscitare degli interessi speculativi – sottolinea il Vicesindaco – Comunque ci stiamo lavorando».
    La collocazione sarà senz’altro intorno a Teglia perché è una zona baricentrica rispetto all’intera vallata. «Se non riusciremo a chiudere il discorso con la proprietà dell’area ex Mira Lanza guarderemo altrove – afferma Bernini – Esistono anche altre aree dismesse funzionali a questo scopo». Per esempio una di queste potrebbe essere l’ex Oleificio Gaslini, ma il Vicesindaco non ha alcuna intenzione di sbilanciarsi.

    Nel frattempo, il Comune si trova dinanzi all’esigenza di chiudere il PUC (Piano Urbanistico Comunale). In questi giorni, infatti, procede il lavoro degli uffici e dei consiglieri comunali. Le prossime scadenze sono l’approvazione delle controdeduzioni del Comune alle osservazioni che la Regione ha espresso nell’ambito della Valutazione Ambientale Strategica (VAS) – per la prima volta applicata al PUC di una grande città – le quali hanno suscitato frizioni tra i due enti, dato che la Regione vorrebbe imporre dei vincoli più restrittivi alla possibilità di costruire in aree esondabili e collinari. Infine, probabilmente entro la conclusione del 2013, il voto del Comune sulle controdeduzioni alle osservazioni presentate da vari soggetti al progetto preliminare di PUC.
    «Nel piano urbanistico si può indicare che in tale territorio manca una risposta sanitaria – conclude Bernini – Tuttavia, non è fondamentale che nel piano sia contenuta l’indicazione precisa della localizzazione in cui si potrà realizzare la piastra sanitaria. L’importante è segnalare l’esigenza di realizzare questo intervento».

    Matteo Quadrone

  • Val Bisagno, ex Guglielmetti: torre-albergo e nuovo centro Coop

    Val Bisagno, ex Guglielmetti: torre-albergo e nuovo centro Coop

    guglielmetti-molassanaLa Val Bisagno è al centro di radicali trasformazioni urbanistiche che, volenti o nolenti, delineeranno gli sviluppi futuri della zona. Nuove colate di cemento sono in arrivo su sponda destra e sinistra del torrente Bisagno, senza eccezioni. «La Val Bisagno già ora è un territorio in sofferenza con pochi servizi per la cittadinanza – ricorda Andrea Agostini di Legambiente – nei prossimi anni, se gli interventi previsti verranno portati a termine, questa porzione di territorio diventerà il nodo scorsoio della vallata». In cambio nulla a favore dei residenti, salvo un inevitabile peggioramento della qualità della vita e dell’ambiente circostante, a causa dell’aumento dei volumi di traffico privato.

    Oggi non è solo il progetto “Bricoman” a destare preoccupazione negli abitanti, ma pure la proposta di riconversione dell’attuale Centro Coop Bisagno e la demolizione/ricostruzione dell’ex officina Guglielmetti, avanzata dal gruppo Talea – società di gestione immobiliare controllata da Coop Liguria – allo scopo di realizzare un complesso alberghiero con torre alta 35 metri ed un centro commerciale con annesso parcheggio sulla copertura, tra via Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi.

    I cittadini, però, non ci stanno e si sono mobilitati per tempo con la speranza di poter dire la loro. In prima linea è schierata l’attivissima associazione Amici di Ponte Carrega che considera tale operazione «Devastante per il quartiere e per quel poco che rimane della sua quiete. L’edificio, infatti, incomberà proprio sotto la collina della chiesa di S. Michele di Montesignano e del suo storico borgo. L’intera zona sarà ridotta a zona di servizio, un’anonima periferia con una perdita di memoria irreparabile». Fabrizio Spinielli, portavoce dell’associazione, spiega «Noi non diciamo no al cambiamento a priori. Vogliamo, però, contribuire a rendere l’impatto dell’edificazione più a misura d’uomo. Chi sarà costretto a convivere quotidianamente con sopra la testa una torre di 35 metri di altezza ed un parcheggio di interscambio, ha diritto di poter dire la sua e magari di essere ascoltato».

    Gli Amici di Pontecarrega, tramite il Municipio Media Valbisagno, hanno contattato Talea per tentare una qualche forma di mediazione tra le esigenze dei residenti e quelle del gruppo Coop, possibilmente prima dell’approvazione del progetto. «Abbiamo avuto un incontro con la società immobiliare di Coop – racconta Spiniello – A breve ne avremo degli altri. E auspichiamo che le nostre osservazioni siano prese in considerazione. I proponenti hanno già illustrato i documenti in Conferenza dei Servizi. Negli atti depositati, almeno finora, non compare nessuna delle modifiche da noi richieste».
    Comunque sia, da parte della società «Emerge la volontà di confronto – sottolinea Spiniello – L’approccio di Talea è dunque sicuramente migliore rispetto a quello di Coopsette, impegnata nella realizzazione del centro commerciale nell’area ex Italcementi».

    Il progetto nel dettaglio

    La Conferenza dei Servizi, partita alcuni giorni fa, è chiamata a esaminare il progetto presentato da Talea presso lo sportello unico per le imprese del Comune, con la richiesta del permesso a costruire un albergo a 3 stelle ed un centro commerciale negli ampi spazi del vicino Centro Coop Val Bisagno e soprattutto dell’ex officina Guglielmetti. L’area – che un tempo ospitava le attività di manutenzione e riparazione degli autobus di AMT – era stata trasferita da quest’ultima ad AMI (azienda immobiliare di trasporto pubblico), all’epoca della sciagurata scissione dell’azienda di trasporto pubblico locale; successivamente, durante l’amministrazione Vincenzi, fu messa in vendita tramite gara e venne acquistata nel 2010 da Talea per la considerevole cifra di 25 milioni e 118 mila euro. Secondo gli Amici di Ponte Carrega «L’officina Guglielemetti è stata pagata uno sproposito, circa tre volte in più del suo valore commerciale. Ma forse il motivo è semplice: ovvero evitare che i concorrenti di Coop Liguria, ad esempio “Esselunga” o “Carrefour”, potessero presentare un’offerta di mercato ragionevole e vincere il bando, inserendo così nel quartiere una nuova offerta di mercato in regime di vera concorrenza».

    progetto-ex-guglielmettiMa vediamo nel dettaglio come muterà il volto del sito affacciato direttamente sul torrente principale della città. Il progetto prevede la costruzione di un albergo con una struttura a torre – di altezza pari a 35 metri per una superficie di 7.441 mq – che occuperà l’area verde tra la Guglielmetti e le concessionarie di automobili. L’adiacente centro commerciale, invece, disporrà di una superficie di vendita di 7.434 mq e sarà sormontato sul tetto da un grande parcheggio, parte del quale di interscambio a favore della mobilità cittadina. In merito a quest’ultimo punto «Abbiamo forti dubbi sulla sua reale funzione – sottolinea l’associazione Amici di Ponte Carrega – Tuttavia, lo pagheremo noi cittadini, scorporandolo dagli oneri di urbanizzazione. Senza dimenticare che inciderà ulteriormente sull’equilibrio del quartiere, aumentando traffico, smog e rumore».

    Il nuovo centro commerciale ospiterà 21 negozi, 4 pubblici esercizi e 11 attività di connettivo urbano. Inoltre, è prevista la connessione dell’attuale Centro Acquisti Val Bisagno con l’area Guglielmetti attraverso una piastra coperta sulla cui superficie troveranno spazio un piccolo parco giochi e una piccola arena (4.000 mq in totale).

    L’operazione comporta, da parte della società proponente, la corresponsione di oneri urbanistici a favore della collettività per circa 5 milioni di euro, dei quali la metà in opere e l’altra metà in denaro. Tra gli interventi a favore del quartiere sarebbe già conteggiata la messa in sicurezza del rio che scorre sotto la Coop e la realizzazione di un sistema di collegamento tra via Terpi e il fondovalle.

    Le critiche degli abitanti

    Ponte CarregaPur riconoscendo a Talea un’apprezzabile volontà di confronto – almeno a parole, in attesa che essa si traduca al più presto in fatti concreti – gli Amici di Ponte Carrega ribadiscono con decisione le loro perplessità sul progetto.

    Innanzitutto l’altezza della torre-albergo, quantificata in 35 metri «Decisamente troppi per gli abitanti che dovranno vivere proprio alle sue spalle e per l’impatto sulla valle», afferma Fabrizio Spiniello. Quest’ultimo punto, come riconosce il portavoce dell’associazione «È il maggiore ostacolo, sul quale abbiamo riscontrato una chiusura abbastanza netta. Le aziende intenzionate ad investire pretendono una struttura con almeno 160 camere. In altri termini, ci è stato risposto che il format di albergo che intendono realizzare risponde perfettamente ai requisiti richiesti. Insomma, sarà praticamente impossibile convincere la società a mutare i suoi piani. Noi comunque auspichiamo un minimo di mediazione. E chiediamo una limitazione in altezza della torre».

    Un altro elemento particolarmente critico è la ruzzola (ovvero la rampa) di accesso al parcheggio di interscambio. «Si tratta di una rampa elicoidale alta 18 metri che si trova proprio di fronte ai civici di Lungo Bisagno e Salita alla Chiesa – continua Spiniello – Anche in questo caso vogliamo proporre un ripensamento della soluzione». E ancora la copertura a verde del parcheggio di interscambio che, secondo il progetto, sarebbe prevista soltanto sopra Piazzale Bligny «Mentre noi intendiamo sollecitarla, con destinazione a verde, anche sopra la ex Guglielmetti», precisa Spiniello.

    Infine c’è tutto il capitolo sugli oneri di urbanizzazione – circa 5 milioni di euro – di cui metà in opere mentre metà saranno monetizzati «In tal senso per noi è fondamentale che questi soldi rimangono sul territorio – argomenta Spiniello – Ad esempio, pensando al Teatro dell’Ortica sul quale pende lo sfratto, noi vorremo che in un simile contesto di trasformazione venisse realizzata anche una nuova sala teatrale a servizio della Val Bisagno che potrebbe essere inserita a fianco dell’area verde prevista sulla copertura. Così come proponiamo la possibilità di inserire nel sito un poliambulatorio sociale per soddisfare un’altra esigenza della popolazione».

    Cittadini e Municipio Media Valbisagno: la partita decisiva in Conferenza dei Servizi

    Come detto in precedenza, visionando il progetto negli atti finora depositati «Non ci siamo accorti di alcuna modifica tra quelle da noi proposte nel primo incontro con Talea – racconta Spiniello – A dire il vero un piccolissimo cambiamento lo abbiamo riscontrato. È stata eliminata soltanto una sorta di griglia metallica antiestetica che avrebbe dovuto ricoprire la rampa elicoidale di accesso al parcheggio. Nulla di più. Da qui a parlare di effettive migliorie, ovviamente, ce ne passa. Non c’è alcuna traccia delle nostre richieste di installare nel complesso un poliambulatorio sociale e la nuova sede del Teatro dell’Ortica».

    Adesso la partita decisiva si gioca in Conferenza dei Servizi. È questo il luogo idoneo in cui le istanze del territorio possono trovare espressione. «Ci è stata ventilata l’opportunità di realizzare un tavolo di discussione a tre con il Municipio Media Valbisagno al fianco dei cittadini e Talea dall’altra parte –  spiega Spiniello – Un’iniziativa che si inserisce nel solco dei famosi “progetti partecipati” recentemente promossi dal Comune, a onor del vero senza sortire grandi risultati. Noi siamo i primi a chiedere di essere coinvolti nel processo decisionale, però, non intendiamo prestarci a mere operazioni di facciata del tutto inutili ai fini delle scelte finali (vedi gli incontri sul PUC)».

    Insomma, secondo l’associazione Amici di Ponte Carrega, cittadini e Municipio devono camminare insieme «Perché così si è più forti nel rivendicare maggiore attenzione alle esigenze della popolazione. Noi ci siamo mossi in anticipo, chiedendo una mediazione a Talea prima della presentazione del progetto e dell’avvio della Conferenza dei Servizi, proprio per essere tenuti in considerazione come validi interlocutori. Tuttavia, è evidente l’interesse a muoversi di gran carriera e addirittura è già stata ipotizza la partenza dei lavori per il prossimo settembre 2014. I cittadini, lo ribadiamo, non dicono no al cambiamento a priori. Semplicemente chiedono delle migliorie compatibili con la politica aziendale, attenta agli aspetti sociali e di partecipazione, che da sempre contraddistingue il gruppo Coop. Bene, oggi c’è l’occasione di passare dalle parole ai fatti, ascoltando le osservazioni dei potenziali consumatori della Val Bisagno».

    Il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini, conferma «Ci sono alcuni possibili adeguamenti a livello progettuale che potrebbero essere recepiti positivamente. Penso ad esempio allo spostamento della rampa elicoidale piuttosto che alla riduzione in altezza della medesima struttura, questi sono eventuali interventi di modifica che dovranno essere proposti nella sede adeguata, ovvero la Conferenza dei Servizi». Il discorso diventa assai diverso se «Le richieste comportano maggiori oneri aggiuntivi per la società proponente – sottolinea Bernini – Comunque, il Municipio Media Valbisagno può proporre un percorso partecipato per definire le osservazioni da presentare in Conferenza dei Servizi. Questo sarà l’organo chiamato ad esprimere il parere finale».

    Matteo Quadrone

  • Molassana, ex Italcementi: necessaria messa in sicurezza rii Mermi e Torre

    Molassana, ex Italcementi: necessaria messa in sicurezza rii Mermi e Torre

    ponte carrega centro commerciale 2Un’eredità dell’ex Giunta Vincenzi, confermata dall’amministrazione Doria e poi scarsamente vigilata dalle istituzioni preposte, nonostante si tratti di un’operazione di cementificazione impattante su una valle – quella del torrente Mermi e del contiguo rio Torre a Molassana, pesantemente colpita dai tragici eventi alluvionali del novembre 2011. I lavori della società Coopsette per la costruzione di un enorme edificio a destinazione commerciale nell’area del cementificio dismesso Italcementi – circa 216000 metri quadrati sulla sponda sinistra del Bisagno a 200 metri da Piazzale Adriatico e Ponte Carrega – zona considerata esondabile, sono da poco ripresi dopo un lungo stop conseguente ad un ricorso al Tar, promosso da un’altra realtà del settore preoccupata dalla concorrenza. Il nuovo manufatto multipiano (come da noi preannunciato in un articolo dell’anno scorso) ospiterà una grande struttura di vendita “Bricoman” per il “fai da te”, ma al suo interno troveranno spazio anche ulteriori attività produttive e commerciali.

    Il cantiere è ubicato proprio all’interno della valletta dove il rio Mermi scorre in un greto seminascosto dalla vegetazione per poi confluire nel Bisagno dopo aver attraversato un tratto coperto. Oggi qui spicca un enorme scheletro di cemento incompleto, lungo 300 metri e alto una quarantina, che ha rimpiazzato gli orti urbani caratteristici di questa porzione di Molassana. Lo stato di emergenza idrogeologica è sempre confermato, visto che alcune famiglie sono soggette al divieto di permanenza nelle loro abitazioni in caso di allerta meteo di tipo I e II. Comunque sia, Coopsette ha proceduto ai lavori di sbancamento della collina nel medesimo bacino idrografico, anche se finora non sono state eseguite le contestuali opere di sistemazione idraulica del vicino corso d’acqua.
    Nel frattempo la stagione delle piogge si avvicina e con essa cresce la paura degli abitanti. Comprensibile timore accresciuto dal fatto che all’interno dell’area di cantiere, ormai da mesi, giacciono abbandonati laterizi, terre di scavo e materiale edile che – nella malaugurata eventualità si verificassero intensi episodi piovosi – probabilmente potrebbero scivolare a valle, ostruendo ulteriormente il pericoloso torrente.

    La situazione del cantiere

    ponte carrega centrocommercialeCome detto i lavori sono ripresi «Ufficialmente da giugno, ma in realtà solo adesso sono entrati a regime – racconta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici Ponte Carrega – A breve dovrebbero partire con le opere di urbanizzazione, ovvero la sistemazione della viabilità di Lungo Bisagno. Noi, però, ci aspettiamo che comincino anche i lavori di messa in sicurezza del torrente Mermi». Soprattutto nel tratto finale, oltre a quello di competenza di Coopsette. «Quest’ultima, infatti, ha realizzato qualche piccolo lavoro esclusivamente nella parte di rivo interno all’area di cantiere, poca cosa rispetto agli interventi necessari. Nel tratto finale del rio Mermi, quello che va dal cantiere alla confluenza nel Bisagno, il corso d’acqua è tombinato e la società costruttrice dovrà scoperchiare la copertura per metterlo in sicurezza».

    A destare preoccupazione, dunque, è l’aumentato rischio idrogeologico in zona, conseguenza di scelte non condivise con gli abitanti del luogo. «Noi cittadini siamo stati esclusi dalle decisioni in merito alle sorti di quest’area – continua Spiniello – È stata un’occasione persa perché l’amministrazione ha permesso di costruire un ecomostro davanti alle nostre case. Oggi, almeno, vogliamo sollecitare i responsabili, pubblici e privati, riguardo alla sicurezza del rio e chiediamo di fare chiarezza al più presto sui tempi di esecuzione». Secondo gli Amici di Ponte Carrega, la società costruttrice avrebbe perpetrato un’operazione scellerata «Sbancando la collina e scoprendo due rivi affluenti del Mermi che adesso confluiscono in una piana di cemento. In precedenza, invece, la presenza di numerosi orti curati dalla gente del posto garantiva, dal punto di vista idraulico, un contenimento del rischio». Lo scorso 26 agosto con la caduta delle prime piogge si sono verificati degli allagamenti «Quindi è evidente come lo sbancamento abbia peggiorato la situazione», sottolinea Spiniello.

    Inoltre, Coopsette ha recentemente presentato una variante per realizzare ulteriori 6000 metri quadrati di parcheggio in struttura impalcata, di fronte al piazzale della ex cementifera. In sostanza un raddoppiamento rispetto alle previsioni iniziali, probabilmente al fine di vendere più facilmente l’area.
    «Ai cittadini sono state promesse delle opere di compensazione, quali la piantumazione di alberi ad alto fusto per coprire l’edificio e ridurre in parte l’inquinamento ambientale e acustico prodotto dai mezzi privati diretti al nuovo centro commerciale – spiega Spiniello – Il sindaco Doria e l’assessore Bernini hanno affermato di essersi trovati dinanzi ad un intervento già approvato e di non avere alcuna intenzione di peggiorarlo ulteriormente. Invece, se approveranno la variante per il nuovo parcheggio, il carico di cemento sarà sempre più pesante. Noi rivendichiamo con forza l’area verde prevista a favore del quartiere. Su questo punto, però, non abbiamo risposte da un anno».

    L’interrogazione in Regione

    Il 30 luglio scorso, il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti), ha presentato un’interrogazione per chiedere alla Regione un’attenta verifica dell’assetto idrogeologico nella zona di Ponte Carrega. «Ho invitato gli assessori all’Ambiente e all’Urbanistica a recarsi in sopralluogo urgente, insieme ai tecnici degli uffici competenti del Comune – spiega Pellerano – Da quando il cantiere è stato aperto, secondo le testimonianze di alcuni abitanti, la situazione si è aggravata. Inoltre, mi risulta che le opere di messa in sicurezza non siano state ultimate, mentre nel tratto del rio Mermi compreso tra l’area di intervento e lo sbocco sul Bisagno, neppure sono cominciate».

    «L’ufficio Assetto del territorio non ha competenze in merito alle previsioni urbanistiche edilizie in oggetto – così ha risposto l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano, il 16 settembre – Il Dipartimento è intervenuto, in qualità di ufficio di supporto all’Autorità di bacino regionale, nella procedura relativa alla definizione dello stato di pericolosità idraulica del rio Mermi, della progettazione e della relativa sistemazione idraulica. Poiché il rio è stato soggetto ad alcune esondazioni nell’ambito degli eventi alluvionali del 4 novembre 2011, è stata richiesta innanzitutto una verifica delle previsioni progettuali, alla luce della ricostruzione dell’evento avvenuto, che è stata eseguita».
    Briano ha poi proseguito «Nel gennaio-febbraio 2012, il Comitato tecnico di bacino ha espresso parere favorevole con alcune prescrizioni da riscontrare da parte della Provincia, nell’ambito delle procedure di autorizzazione idraulica, circa gli interventi di sistemazione proposti, nonché sull’aggiornamento delle fasce di inondabilità allo stato attuale del rio Mermi e del rio Torre. La Provincia di Genova, l’11 luglio 2012, ha approvato la variante al Piano di bacino del torrente Bisagno, relativamente all’inondabilità allo stato attuale del rio Mermi e del rio Torre, tutt’oggi vigente, nonché la riperimetrazione preventiva delle facili inondabilità stesse, dando atto che tale riperimetrazione entrerà in vigore solo a seguito della completa realizzazione e verifica degli interventi idraulici previsti». Infine, l’assessore sottolinea come la normativa di Piano di bacino «Prevede la possibilità di approvare uno strumento urbanistico attuativo anche in aree a pericolosità idraulica, a condizione che sia prevista nello stesso strumento la realizzazione di opere idrauliche atte a ricondurre le condizioni di pericolosità a livello compatibile con l’intervento edilizio».

    In pratica, l’assessorato regionale all’Ambiente afferma che i lavori edilizi potevano iniziare, ma contestualmente con la messa in sicurezza. «Purtroppo, però, non dice nulla sullo situazione di rischio alluvionale che incombe oggi sulle nostre teste – sottolineano gli Amici di Ponte Carrega – evadendo la domanda e rimbalzando la competenza sulle condizioni realizzative e di sicurezza alle materie di competenza del Comune. Emerge così che, soltanto con la fine dei lavori, si potrà avere una sicurezza idraulica. Tuttavia, non viene data risposta al nostro quesito riguardo l’aumento della situazione di rischio durante lo svolgimento degli stessi».
    Per quanto riguarda il Comune «Da noi già interpellato più volte – ricorda Spiniello – ha sempre sostenuto che la responsabilità dell’esecuzione spetta a Coopsette, mentre l’amministrazione comunale ha il compito di vigilare. Francamente, si tratta di una risposta fin troppo evasiva».

    L’iniziativa del Municipio Media Valbisagno

    Proprio per richiamare l’attenzione delle istituzioni, la maggioranza del Municipio Media Valbisagno è intenzionata a presentare, al prossimo consiglio municipale, una mozione congiunta. «Un paio di giorni fa abbiamo incontrato i rappresentanti consiliari della Media Valbisagno per integrare il documento con le nostre indicazioni – spiega Spiniello – La mozione solleciterà la giunta di Municipio ad impegnare l’amministrazione comunale affinché sia trasmessa una dettagliata informazione in merito allo stato di avanzamento dei lavori di messa in sicurezza del rio Mermi».
    «L’iniziativa è finalizzata a stimolare una maggiore sensibilità da parte dell’amministrazione pubblica chiamata a tenere sotto controllo la situazione, in generale su tutta la zona, in particolare sugli interventi previsti sui rivi Mermi e Torre – spiega Gian Antonio Baghino, consigliere Pd e assessore all’Assetto del territorio del Municipio Media Valbisagno – il nuovo centro commerciale, infatti, porterà dei posti di lavoro, ma anche inevitabili disagi per la popolazione».
    Secondo Baghino, la sistemazione idraulica del torrente Mermi sarà avviata entro fine anno «Così ci ha garantito Coopsette». Ma la realizzazione di queste opere non sarebbe dovuta partire contestualmente alla costruzione del manufatto? «La società costruttrice non si occuperà direttamente dei lavori perché ha deciso di affidarli tramite gara, dunque i tempi si sono allungati – risponde il consigliere municipale – L’assegnazione dell’appalto dovrebbe avvenire entro il mese di ottobre. E si partirà dal tratto finale del rio, quello più critico che desta preoccupazione negli abitanti di Ponte Carrega».
    In merito al contiguo rio Torre, invece «La pratica attualmente è in Provincia e si attende l’autorizzazione necessaria da parte dell’ente – continua Baghino – Poi, anche in questo caso, occorrerà aspettare la gara ed il successivo affidamento, quindi è ipotizzabile che la concreta realizzazione non avvenga prima della primavera 2014».

    Gli Amici di Ponte Carregga, inoltre, chiedono al Comune puntuali informazioni sul futuro piano di emergenza per fronteggiare gli eventi alluvionali, che gli uffici di Palazzo Tursi stanno approntando in questi giorni. «Si ipotizza di bloccare il traffico evitando così gli spostamenti delle persone su mezzi privati nelle zone esondabili – afferma Spiniello – Questo sarebbe un bel passo avanti rispetto a prima. Siamo anche ansiosi di vedere superata l’ordinanza del sindaco (provvedimento N. 2012-POS-274 del 28/08/2012) che prevede un generico sgombero per gli abitanti che vivono in aree dichiarate a rischio in caso di allerta meteo 1 e 2, ma non prevede, ad esempio, la chiusura della Coop Val Bisagno che pure si trova sotto il livello del torrente Bisagno».

    Infine, conclude Spiniello «Stiamo discutendo proficuamente con la Protezione Civile, con la quale abbiamo concordato di attivare un percorso informativo e partecipato con la popolazione di Ponte Carrega e Piazzale Adriatico sulla gestione delle allerte e l’auto-protezione, percorso che porteremo avanti a partire dal mese di novembre».

    Matteo Quadrone

    [Foto tratte dal sito web dell’associazione “Amici di Ponte Carrega”]

  • Costruzioni sui torrenti: leggi regionali in contrasto con le norme nazionali

    Costruzioni sui torrenti: leggi regionali in contrasto con le norme nazionali

    torrenti-bisagno-rischio-idrogeologicoL’argomento è importante quanto delicato perché in un territorio come quello ligure, soggetto ad alto rischio idrogeologico, la normativa regionale in materia di tutela delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua – soprattutto riguardo alla distanza delle costruzioni dai torrenti e alla realizzazione di tombinature e discariche o abbancamenti di materiali inerti – dovrebbe essere improntata alla massima prudenza. La Regione Liguria, invece, nel corso degli anni ha inserito tra le pieghe delle leggi, eccezioni e deroghe spesso in palese contrasto con le norme nazionali, come ha rilevato lo stesso Ministero dell’Ambiente.

    A sollevare il caso per prima è stata la sezione Tigullio di Italia Nostra, come racconta il presidente, Annamaria Castellano «Noi abbiamo cominciato a lavorare su questo fronte nel 2009 perché nel Comune di Chiavari era previsto un progetto per la realizzazione di una discarica di inerti nella valle del Rio Campodonico: un riempimento della valletta con oltre 1 milione e 700 mila metri cubi di materiale che ha rischiato di essere, in Liguria, il primo di una lunga serie di scempi ambientali ai danni del già compromesso sistema idrogeologico».
    Oggi la buona notizia è che il rischio dovrebbe essere stato sventato. «La sezione Tigullio di Italia Nostra ha presentato delle osservazioni sul progetto di Chiavari, accolte positivamente dal Ministero dell’Ambiente – sottolinea Castellano – In seguito è saltato fuori un progetto analogo nel Comune di Sori, nella valle del Rio Cortino, contrastato da un comitato spontaneo di cittadini. Ma altri simili interventi riguardano anche le provincie di Imperia e Savona».

    Rio Campodonico

    Nel gennaio 2010, preparando un primo documento molto circostanziato contro il progetto nella valle del Rio Campodonico «Ci siamo accorti che il Piano di bacino della Provincia di Genova presentava una discrepanza assai grave con il Codice dell’ambiente», ricorda Castellano.
    Il D.Lgs. 03-04-2006 n. 152 “Norme in materia ambientale”, all’articolo 115 (tutela delle aree di pertinenza dei corpi idrici), infatti, recita: «Al fine di assicurare il mantenimento o il ripristino della vegetazione spontanea nella fascia immediatamente adiacente i corpi idrici, […] di stabilizzazione delle sponde e di conservazione della biodiversità […] le regioni disciplinano gli interventi di trasformazione e di gestione del suolo e del soprassuolo previsti nella fascia di almeno 10 metri dalla sponda di fiumi laghi stagni e lagune, comunque vietando la copertura dei corsi d’acqua che non sia imposta da ragioni di tutela della pubblica incolumità e la realizzazione di impianti di smaltimento dei rifiuti».
    L’art. 9 delle “Norme di attuazione del Piano di Bacino della Provincia di Genova”, invece, afferma: «Non sono consentite nuove tombinature o coperture […] salvo quelle dirette ad ovviare a situazioni di pericolo, a garantire la tutela della pubblica incolumità e la tutela igienico sanitaria, nonché quelle necessarie per consentire la realizzazione delle discariche di rifiuti solidi urbani e di inerti».
    Bisogna prestare attenzione alle singole parole perché è proprio tramite le sottigliezze linguistiche che la Regione Liguria aggira le norme nazionali. «La congiunzione “e” diventata “nonché” capovolge di fatto il significato e lo spirito della Legge, chiaramente volta a conservare il più possibile la naturalità dei corsi d’acqua e la sicurezza idrogeologica – spiega Castellano – Così facendo, in Liguria si consente la possibilità di creare discariche previo tombinamento di rivi e torrenti».
    Va detto che la Provincia di Genova, nella formulazione della norma in questione, si è attenuta ai criteri ricevuti dalla Regione Liguria. Effettivamente, con Deliberazione di Giunta regionale del 23/3/2001 n.357, la Regione ha approvato alcuni “Criteri per la redazione della normativa di attuazione dei Piani di Bacino” in cui, all’art. 9, sono vietate le tombinature e le coperture salvo «quelle necessarie per consentire la realizzazione delle discariche di rifiuti solidi urbani e di inerti».
    La sezione Tigullio di Italia Nostra decide allora di indirizzare una segnalazione in merito, chiedendo la rettifica delle disposizioni regionali e provinciali onde adeguarsi alla legge nazionale, a tutti gli enti preposti: Regione, Provincia, Ministero dell’Ambiente, senza ricevere alcuna risposta. A questo tentativo, dimostratosi vano, fa seguito nel marzo 2011, una diffida, redatta dall’avvocato Ardo Arzeni e firmata dalla presidente nazionale dell’associazione ambientalista, Alessandra Mottola Molfino.
    Seppure con molto ritardo, il 12 luglio 2011, finalmente arriva la risposta del Ministero dell’Ambiente che riconosce la giustezza delle osservazioni di Italia Nostra, riscontra la difformità tra l’art. 115 del D.Lgs 152/06 e l’art. 9 del Piano di Bacino della Provincia di Genova ed invita le amministrazioni regionale e provinciale a «fornire ogni utile chiarimento al riguardo a questo Ministero e quindi ad apportare le pertinenti modifiche atte ad assicurare che i piani di stralcio in oggetto risultino conformi con la citata normativa nazionale».

    Rio Cortino

    Il progetto dell’amministrazione comunale di Sori – di cui si parla già da alcuni anni – prevede il riempimento, con circa due milioni di metri cubi di detriti e rocce da scavo, dell’intera vallata percorsa dal Rio Cortino, allo scopo di bonificare l’area dal rischio di dissesto idrogeologico. Le opere di riempimento e di messa in sicurezza della valle del rio, però, hanno anche un’altra finalità, ovvero la lottizzazione edilizia con la creazione di spazi commerciali e artigianali, l’ampliamento degli impianti sportivi e la costruzione di nuove residenze.
    «La messa in sicurezza di un’area a rischio idrogeologico verrebbe così barattata con lo sconvolgimento di parte del territorio soggiacendo a logiche affaristiche – sottolinea il comitato di residenti – Tale progetto non rappresenta la messa in sicurezza del sito, bensì creerebbe un grave danno alla salute ed alla viabilità del territorio per tutti gli abitanti di Sori e delle sue frazioni, in particolare quelle di Teriasca e Cortino». Il riempimento della Valle del Rio Cortino, secondo il comitato, provocherà «Danni all’ecosistema e desertificazione della valle, inquinamento acustico prodotto dal continuo via vai dei mezzi che trasporteranno il materiale di riempimento (più di 100 camion al giorno), inquinamento da polveri sottili per la movimentazione del materiale di risulta, alta probabilità di inquinamento da sostanze nocive provenienti da materiali non controllabili che rimarranno nel sito (amianto nel migliore dei casi) con il concreto pericolo di contaminazione delle falde acquifere, del torrente Sori, fino a compromettere la vivibilità della spiaggia, rischio di infiltrazioni mafiose per il succoso giro d’affari, inizio lavori per opere di discutibile interesse pubblico con il ricavato della svendita della nostra terra, sconvolgimento urbanistico del territorio». L’intera vallata percorsa dal Rio Cortino con la sua estensione di fitta macchia mediterranea «Per noi rimane parte di un patrimonio comune da difendere – concludono i cittadini – Fermo restando che il problema della messa in sicurezza va comunque risolto, il nostro scopo è a quello di valutare e proporre una soluzione alternativa che meglio rispetti l’ambiente».
    Di diverso avviso è il sindaco di Sori, Luigi Castagnola, che sulle pagine del “Secolo XIX” nel 2012 parla di «Progetto che metterà in sicurezza tutto il paese dal rischio alluvionale. La zona di Sori è in una situazione di dissesto idrogeologico e l’area del rio Cortino è tutt’ora una spada di Damocle sopra l’abitato».

    Regolamento regionale 14 luglio 2011 N.3 

    I tempi sono curiosi perché nel luglio 2011, appena due giorni dopo la risposta del Ministero dell’Ambiente, la Regione Liguria approva un nuovo “Regolamento recante disposizioni in materia di tutela delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua” – R.R. 14 luglio 2011, n. 3 – in cui «La norma incriminata esce dalla porta e rientra dalla finestra – spiega Castellano – Una vera e propria legge col trucco». A questo punto «Abbiamo cercato di instaurare un dialogo con i rappresentanti regionali, non trovando disponibilità da parte loro». E così Italia Nostra, insieme a WWF e Legambiente, presenta ricorso al Tar Liguria. «In particolare su due punti – espone Castellano – Le tombinature funzionali alla realizzazione di discariche e abbancamenti; la distanza minima delle costruzioni dalle sponde di rivi e torrenti».

    Borzoli. rio Figoi3

    Partiamo da quest’ultimo aspetto. Con il nuovo regolamento, infatti, la Regione consente di ridurre la fascia di inedificabilità, in ambito urbano, fino a soli 3 metri dai corsi d’acqua. Nell’art. 4 (Fasce di tutela) del R.R. 14 luglio 2011, n. 3, comma 1, si legge: «A fini di tutela e miglioramento dell’ambiente naturale delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua e di contestuale garanzia di mantenimento di aree di libero accesso agli stessi per l’adeguato svolgimento delle funzioni di manutenzione degli alvei e delle opere idrauliche nonché delle attività di polizia idraulica e di protezione civile, sono stabilite fasce di tutela».
    Il comma 3 prosegue: «Per i corsi d’acqua ricadenti nel reticolo idrografico di primo, secondo e terzo livello è stabilita una fascia di inedificabilità assoluta pari a 10 metri, articolata nei termini di seguito indicati: a) all’interno del perimetro dei centri urbani, e ad esclusione dei tratti di corso d’acqua ricadenti nelle aree a valenza naturalistica, la fascia può essere ridotta, previa autorizzazione idraulica provinciale ex R.D. 523/1904, fino a: 5 metri per i corsi d’acqua di primo livello; 3 metri per i corsi d’acqua di secondo livello; b) per i corsi d’acqua compresi nel reticolo idrografico di terzo livello la fascia può essere ridotta, previa autorizzazione idraulica provinciale ex R.D. 523/1904, fino a: 5 metri all’esterno del perimetro del centro urbano; 3 metri all’interno del perimetro dei centri urbani, e ad esclusione dei tratti di corso d’acqua ricadenti nelle aree a valenza naturalistica».
    L’art. 5 (Interventi nelle fasce di in edificabilità assoluta), comma 1, precisa: «Nella fascia di inedificabilità assoluta, articolata secondo quanto previsto dall’articolo 4, non sono ammessi interventi di nuova edificazione».
    Ma il comma 3 prevede: «In casi di notevole acclività del versante interessato, esterno al perimetro del centro urbano, possono altresì essere ammessi, previa autorizzazione della Provincia, interventi di nuova edificazione con le stesse modalità previste all’art. 4 all’interno dei centri urbani […]».
    Il comma 4 aggiunge: «A seguito dell’approvazione di progettazioni di livello almeno definitivo di messa in sicurezza idraulica di un corso d’acqua, che, nell’ambito di un contesto di sistemazione complessiva, comportino la demolizione di volumi edilizi esistenti in fregio al corso d’acqua, può essere autorizzata dalla Provincia, la ricostruzione, anche non fedele, di tali volumi a distanze inferiori a quelle previste all’articolo 4, a condizione che ricadano in tessuti urbani consolidati e che: a) gli interventi idraulici da realizzare siano finalizzati alla messa in sicurezza […] b) si tratti di insediamenti produttivi e sia dimostrato che non sia possibile prevederne la ricostruzione a maggiore distanza dal corso d’acqua […]».

    «La Regione, rispondendo alle nostre contestazioni, ha sostenuto l’esigenza di uniformare il quadro normativo – racconta il presidente della sezione Tigullio di Italia Nostra, Annamaria Castellano – Ma la Legge nazionale (D.Lgs. 03-04-2006 n. 152) stabilisce in tutti i casi la distanza minima di 10 metri dalle sponde dei corsi d’acqua per la realizzazione di edificazioni. Pur volendo lasciare per buone alcune situazioni esistenti, dove oggi la distanza è addirittura pari a zero, almeno per le nuove costruzioni è necessario rispettare la fascia di inedificabilità assoluta pari a 10 metri».

    torrente-fereggiano

    Proseguiamo nell’analisi del regolamento regionale. L’art. 7 (interventi negli alvei dei corsi d’acqua), comma 1, sancisce : «[…] negli alvei dei corsi d’acqua non sono consentiti i seguenti interventi, fatti salvi quelli necessari ad ovviare a situazioni di pericolo ed a tutelare la pubblica incolumità: a) interventi che comportino ostacolo o interferenza al regolare deflusso della acque di piena, […] nonché il deposito di materiali di qualsiasi genere; b) interventi di restringimento o rettificazione degli alvei […]; c) plateazioni o impermeabilizzazioni continue del fondo alveo dei corsi d’acqua di origine naturale, salvo il caso in cui siano previsti come misura necessaria […] alla messa in sicurezza del corso d’acqua, in tratti ricadenti in contesti di tessuto urbano consolidato […]; d) reinalveazioni e deviazioni dell’alveo dei corsi d’acqua, salvo il caso in cui siano previsti come misura necessaria in un progetto […] finalizzato alla messa in sicurezza […]».
    Il comma 2, però, ammette delle eccezioni: «Non rientrano nei divieti di cui alla lettera d) del comma 1 gli interventi di reinalveazione dei corsi d’acqua inseriti nell’ambito: a) della realizzazione di abbancamenti di materiale litoide sciolto superiori a 300.000 mc e di discariche di rifiuti, purché previsti nei piani di settore, a condizione che il nuovo tracciato d’alveo sia mantenuto a cielo libero, e sia dimostrata la funzionalità idraulica ed il deflusso senza esondazioni della portata di piena duecentennale con adeguato franco; b) dell’ampliamento di abbancamenti esistenti il cui volume complessivo risulti superiore a 300.000 mc o di discariche di rifiuti in esercizio, nel rispetto delle stesse condizioni di cui alla lettera a), purché sia contestualmente adeguato il sistema di allontanamento delle acque della porzione esistente».
    Mentre all’art. 8 (Tombinature e coperture), comma 1, si legge: «Sui corsi d’acqua del reticolo idrografico regionale, ad esclusione del reticolo minuto, non sono ammesse le tombinature e coperture dei corsi d’acqua, non inquadrabili tra i ponti o gli attraversamenti, né l’estensione di quelle esistenti, salvo il caso, previa autorizzazione della Provincia, di quelle dirette ad ovviare a situazioni di pericolo, e a garantire la tutela della pubblica incolumità […]».
    Il comma 2 puntualizza: «E’ fatta salva la realizzazione di tombinature provvisorie, adeguatamente dimensionate, in fasi transitorie costruttive o in situazioni di emergenza, che, se del caso, possono essere mantenute come canali di drenaggio delle acque, in caso di realizzazione di discariche o abbancamenti».

    Come vediamo, in taluni casi, la Regione evita accuratamente di citare la parola tombinatura. «L’escamotage consiste nel parlare prima di reinalvazione (che in pratica vuol dire incanalare le acque in un alveo artificiale) del corso d’acqua – spiega Castellano – Quindi dopo, se il torrente è già stato deviato, a norma di regolamento non si tratterebbe più di una tombinatura».

    A distanza di pochi mesi dall’approvazione del R.R. 14 luglio 2011 n. 3, la Liguria è stata colpita dai tragici eventi alluvionali che hanno portato morte e distruzione a Genova e nelle 5 Terre. «In quell’occasione, Italia Nostra ha ribadito con forze che le opere di tombinamento hanno sicuramente peggiorato la situazione», sottolinea Castellano. Ma tant’è, in barba alle norme nazionali, la Regione ha continuato a legiferare su temi così delicati in maniera quasi occulta, inserendo ulteriori deroghe all’interno di disposizioni a carattere finanziario che apparentemente nulla c’entrano.
    Per ottenere opportune delucidazioni in merito, abbiamo provato a contattare l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano, via telefono e tramite posta elettronica, ma la sua segreteria ci ha gentilmente risposto che, causa numerosissimi impegni, sarebbe stato impossibile parlare con il responsabile delle politiche ambientali.

    Arriviamo così alla primavera del 2013, quando, grazie alla legge regionale 14 maggio 2013 n. 14 “Disposizioni di adeguamento e modifica della normativa regionale”, l’amministrazione guidata dal presidente Claudio Burlando, introduce all’art. 5 la possibilità di derogare in maniera indefinita alle norme sulla tutela dei corsi d’acqua in caso di attività produttive o di attività estrattive. «[…] la Giunta regionale […] definisce […] criteri puntuali per le attività produttive esistenti, non altrimenti localizzabili, anche in deroga alla disciplina regionale delle fasce di tutela dei corsi d’acqua, purché siano assicurate le condizioni di sicurezza idraulica, fermo restando il nulla osta idraulico. […] Alle attività estrattive come definite dalla legge regionale 5 aprile 2012, n. 12 (Testo unico sulla disciplina dell’attività estrattiva) e successive modificazioni ed integrazioni e previste nella pianificazione si applicano le deroghe per le discariche».
    Infine, nell’agosto 2013, con Delibera di Giunta Regionale n. 965 del 01/08/2013, viene approvato il seguente criterio specifico: «Per attività produttive esistenti, non altrimenti localizzabili, per le quali sia dimostrata, al fine del mantenimento delle proprie attività, la necessità di procedere all’attuazione di interventi di tipo urbanistico edilizio interferenti con le fasce di tutela delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua di cui all’art. 4 del regolamento regionale n. 3/2011 […] è possibile ridurre la fasce di rispetto prevista per i corsi d’acqua di primo livello all’interno del perimetro dei centri urbani, e ad esclusione dei tratti di corso d’acqua ricadenti nelle aree a valenza naturalistica, fino a 3 m dai limiti dell’alveo».

    La posizione del Ministero dell’Ambiente

    L’associazione ambientalista Italia Nostra ha scritto nuovamente al Ministero dell’Ambiente che «Per ben due volte ci ha risposto dando ragione alle nostre contestazioni – sottolinea Castellano – Inoltre, è tuttora pendente il ricorso al Tar». In sostanza il dicastero dell’Ambiente «Ha detto no all’impianto del Rio Cortino, così come a tutte le opere pubbliche o private che prevedano la copertura dei corsi d’acqua – continua il presidente della sezione Tigullio di Italia Nostra –E ha ribadito il carattere tassativo del divieto di realizzare, in alveo e nella fascia di pertinenza fluviale compresa entro i 10 metri dalle sponde del corso d’acqua, interventi di copertura, salvo casi imposti dalla tutela della pubblica incolumità, nonché di impianti di smaltimento dei rifiuti, chiedendo altresì di provvedere per mettere fine alle difformità con la legge nazionale».
    Nella ultima missiva, datata 8 agosto 2013 e indirizzata a Regione Liguria, Comune di Sori e Autorità di bacino regionale, il Ministero afferma «Non appare chiaro in cosa si sostanzi l’intervento di sistemazione idraulica del Rio Cortino […] infatti nell’avviso del Comune di Sori, pubblicato in Gu n. 32 del 15 marzo 2013, si legge che il Comune ha ricevuto una proposta da parte di un operatore economico “… avente ad oggetto interventi per la progettazione definitiva ed esecutiva, realizzazione e gestione delle opere di completamento della sistemazione idrogeologico di Rio Cortino, attraverso un riempimento con terre e rocce da scavo …”, intervento questo che sembrerebbe del tutto in contrasto con le finalità di mitigazione del rischio idraulico ed idrogeologico del rio e che si segnala alla competente Autorità di bacino. […] Considerato che la Divisione IV di questa Direzione generale, con nota 34012 del 30 aprile 2013, si è già espressa sulla questione in argomento e considerato che gli ulteriori elementi forniti non appaiono sufficienti a chiarire i contenuti dell’intervento da realizzare, si ritiene che nelle more del contenzioso pendente innanzi al Tar Liguria, gli enti in indirizzo dovrebbero astenersi dall’emanare atti o provvedimenti che autorizzino le tipologie di intervento oggetto di contestazione».

    Matteo Quadrone

  • Sestri, ospedale Antero Micone: quale futuro per la sanità nel Ponente?

    Sestri, ospedale Antero Micone: quale futuro per la sanità nel Ponente?

    Sestri Ponente, GenovaLa direzione dell’Asl 3 non vuole sentire parlare di tagli, chiusure e accorpamenti, ma piuttosto di semplice riorganizzazione delle attività. Fatto sta che – dopo l’ospedale Gallino di Pontedecimo – questa volta le trasformazioni toccano l’ospedale Padre Antero Micone, un presidio strenuamente difeso dalla popolazione del Ponente ma destinato a diventare sempre più periferico rispetto al Villa Scassi di Sampierdarena.

    «Io comprendo perfettamente che i residenti siano affezionati al proprio nosocomio e abbiano timore di perdere servizi sul territorio – spiega a Era Superba, Corrado Bedogni, direttore generale dell’Asl 3 – Però, solo se riusciremo a farlo funzionare al meglio potremo dare delle risposte. Oggi servono posti letto per rispondere alle esigenze di una popolazione sempre più anziana, bisogna implementare le attività ambulatoriali e gli interventi chirurgici in week e day surgery, garantire l’attività di urgenza e la grande complessità. Lo possiamo fare soltanto immaginando gli attuali tre presidi (Villa Scassi, Micone e Gallino) come un unico grande ospedale, con la suddivisione dei ruoli di ognuno. Almeno fino a quando non sarà realizzato l’ospedale del Ponente».

    Dunque, per quanto concerne la riorganizzazione dell’area chirurgica, la linea è la seguente: emergenza e alta complessità al Villa Scassi di Sampierdarena; gli interventi programmabili, ovvero week e day surgery (con dimissione del paziente il giorno stesso o entro 5 giorni) e l’attività di elezione ambulatoriale sul Gallino di Pontedecimo e il Micone di Sestri Ponente. Quest’ultimo, a stretto giro di posta perderà anche Neurologia che traslocherà al Villa Scassi, precisamente nel nuovo padiglione 9 bis. E poi si va verso l’accorpamento dei laboratori di analisi e di Anatomia Patologica.

    «A Sestri stanno continuando a smantellare l’ospedale come previsto nei piani aziendali – accusa Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Finora, la chiusura di Neurologia è slittata a causa dei ritardi nella realizzazione del padiglione 9 bis del Villa Scassi». Insomma, secondo la Fials, sia il Micone di Sestri, sia il Gallino di Pontedecimo «Dovrebbero diventare cosiddetti “ospedali di giorno”, mentre tutta la degenza finirà nell’ospedale di Sampierdarena, già congestionato. Nel frattempo Regione e Asl 3 continuano a promettere l’ospedale del Ponente. Oggi a Sestri si svolge soprattutto attività ambulatoriale. Una sorta di casa salute, sul modello Fiumara, con in più qualche degenza. Non è più un ospedale, anche se così viene definito. È sopravvissuta una parte di degenza di Medicina generale, Otorino e Oculistica che saranno potenziate e resiste la Cardiologia: l’unico motivo che giustifica ancora l’apertura del Micone».

    Cosa cambia nell’ospedale Padre Antero Micone di Sestri Ponente

    sanita-118-pronto-soccorsoProprio nell’ottica di una suddivisione dei tre presidi che allo stato attuale garantiscono il servizio sanitario nel Ponente e in Val Polcevera, la direzione dell’Asl 3 ha deciso di potenziare Oculistica e Otorino a Sestri Ponente «Due specialità importanti, su cui da tempo l’azienda ha puntato, che fanno da richiamo e consentono di abbattere le fughe dei pazienti fuori regione – spiega Bedogni – Parliamo di oltre 3000 interventi all’anno di cataratta, ad esempio. E su questo fronte al Micone aumenteranno le sedute operatorie sia di Oculistica che di Otorino».
    In merito all’attività chirurgica «A Sestri abbiamo mantenuto la seduta pomeridiana di chirurgia ambulatoriale che si affianca all’attività ambulatoriale della Fiumara e del Gallino», precisa il direttore generale dell’Asl 3. Inoltre, al Padre Antero Micone «È presente anche una forte attività ortopedica della Gost, società privata presieduta dal dott. Ferdinando Priano, che sarà aumentata. E la Cardiologia che risulta molto utile perché fa da back up a Sampierdarena. L’attività cardiologica di urgenza, invece, va concentrata e potenziata al Villa Scassi per dare risposte migliori nel più breve tempo possibile. Diciamo che il nocciolo duro dell’attività del Micone sarà rappresentato da Cardiologia, Otorino, Oculistica e Ortopedia. Poi l’attività chirurgica in week e day surgery. Senza dimenticare che rimarrà la medicina generale».

    Infine, sottolinea Bedogni «Non rispondono al vero le voci sul trasferimento del laboratorio di analisi. È corretto affermare che si va sempre di più in direzione di una concentrazione di queste strutture, infatti, stiamo già realizzando degli accorpamenti che ci consentono di risparmiare risorse e recuperare personale per altri servizi. Allo stesso tempo, però, occorre ribadire che così non andiamo ad incidere sul servizio al cittadino. In altri termini, il paziente potrà continuare ad eseguire i prelievi nei diversi presidi ospedalieri: saranno le analisi a viaggiare e non il paziente». Una centralizzazione che riguarda anche i laboratori di Anatomia Patologica, dunque pure quello di Sestri «Ma ripeto, i cittadini neppure se ne accorgeranno – insiste il direttore generale dell’Asl 3 – Grazie alle nuove opportunità informatiche pensiamo che a partire da ottobre il cittadino che farà richiesta potrà leggere i dati di laboratorio che lo riguardano direttamente online».

    Dal punto di vista della popolazione queste riorganizzazioni vengono vissute come un depauperamento del servizio sul territorio. È innegabile che segnali come la chiusura del Pronto Soccorso (PS) a Sestri e Pontecimo siano interpretati in questo senso. «Ma al Micone e al Gallino abbiamo mantenuto due Punti di Primo Intervento», risponde Bedogni. Sì, ma ore 8-20, dal Lunedì al Venerdì.
    «Bisogna ricordare che il 118 indirizza il paziente nella struttura più preparata – continua Bedogni – Se il cittadino autonomamente si reca all’ospedale di Sestri o Pontedecimo, comunque gli viene garantita l’assistenza. Viene stabilizzato e poi, in caso di urgenza, viene trasferito al Villa Scassi». Secondo la Fials, invece «Il Pronto Soccorso di Micone e Gallino è praticamente disattivato, però, lo tengono aperto 24 ore solo per motivi politici, chiamandolo Punto di Primo Intervento».
    In effetti, come conferma Bedogni «L’attività di elezione del Pronto Soccorso e l’urgenza l’abbiamo concentrata su Sampierdarena. Non saremmo riusciti a mantenerla su 3 diversi presidi. Ma negli ultimi due anni abbiamo potenziato il PS di Sampierdarena, dove si fornisce la risposta più elevata, grazie alla presenza di cardiologi, ortopedici e chirurghi. Sono innegabili i problemi strutturali, ma va dato atto all’Asl 3 di esser intervenuta positivamente. Basti pensare che la presenza fissa del cardiologo nel PS permette di indirizzare al meglio i pazienti verso le destinazioni più idonee».

    sestri-ponente-D

    sestri-ponente-fincantieri-cantiere-navale-d

     

     

     

     

     

     

     

    Tornando al discorso sull’area chirurgica, in sostanza mi sta dicendo che tutta l’attività complessa sarà concentrata al Villa Scassi?
    «Quando parliamo di interventi chirurgici complessi, dove c’è la necessità di rianimazione, questi si eseguono soltanto a Sampierdarena – risponde Bedogni – A Sestri e Pontedecimo, infatti, non c’è la rianimazione. Nei casi in cui è necessaria un’adeguata assistenza post chirurgica è evidente che possiamo garantirla solo al Villa Scassi. Poi rimane una grossa fetta di interventi chirurgici che si continueranno a fare a Sestri. Ma certo non si possono eseguire interventi di alcune specialità, ad esempio Urologia, oppure Chirurgia Vascolare. A Sestri, ma pure a Pontedecimo, si continuerà a fare quello che si è fatto fino ad oggi. Abbiamo provveduto a riorganizzare l’attività, però, i presidi ospedalieri rimangono operativi».

    La pensa diversamente il sindacato autonomo Fials «Per qualsiasi attività di una certa complessità oggi c’è solo il Villa Scassi – spiega il segretario Iannuzzi – Se l’azienda sanitaria avesse voluto mantenere dei veri e propri presidi ospedalieri a Sestri e Pontedecimo avrebbe potuto studiare una migliore suddivisione dei ruoli. Le specialità di base con particolare riferimento alla popolazione anziana (come Pneumologia, Cardiologia, Urologia, Neurologia) potevano rimanere al Micone e al Gallino, mentre le altre specialità con un grado maggiore di complessità e le urgenze, potevano essere concentrate al Villa Scassi».

    D’altra parte, è innegabile che il Villa Scassi non possa sopportare l’attuale bacino di utenza «È un ospedale in sofferenza – spiega Emilio De Luca del sindacato Uil – Era nato per un bacino di utenza di 150 mila persone, mentre adesso risponde alle esigenze di 350 mila cittadini, in pratica la metà della popolazione genovese. Si tratta di una struttura desueta che andrebbe completamente rimessa a nuovo con una spesa oggi insostenibile. Oppure realizziamo finalmente l’ospedale del Ponente. A quel punto potremo sorpassare i piccoli ospedali come Gallino e Micone. Trasformandoli in ospedali di distretto». Vale a dire strutture in cui offrire servizi sanitari aperti 7 giorni su 7, sulle 24 ore, con medici di medicina generale, specialisti, pediatri di libera scelta, ecc. «Parliamo del famoso potenziamento della territorialità», sottolinea De Luca.

    Ma questo percorso potrà partire solo dopo la realizzazione dell’ospedale del Ponente?

    «No, secondo noi si può già partire – afferma il rappresentante sindacale Uil – Tenendo conto che esistono dei presidi come quello di Recco, oggi denominato casa salute, che potrebbe diventare un esempio di ospedale di distretto. E potremmo iniziare anche con Gallino e Micone. La Regione e i sindacati confederali stanno portando avanti questo discorso. Abbiamo siglato un accordo a dicembre 2012 che dovrebbe sfociare, speriamo a breve, in un atto della Giunta regionale che vada verso il potenziamento dell’assistenza domiciliare e la creazione degli ospedali di distretto».

     

    Il futuro della sanità nel ponente genovese

    sanita-ambulanzeIn materia di servizio sanitario «Stiamo assistendo ad un cambiamento di direzione a livello nazionale – spiega Bedogni – I posti letto (pl) così come erano concepiti in passato, oggi contano meno. Quello che conta è dare assistenza domiciliare e potenziare i servizi territoriali. Fondamentale diventa la tipologia dei posti letto. Al Gallino, infatti, abbiamo trasformato dei pl di Cardiologia in pl di lungodegenza, cercando di adattarci alla tipologia dei pazienti. In Liguria la popolazione anziana è molto numerosa e dunque occorre dare risposte in tal senso. È per questo motivo che abbiamo concentrato l’attività più complessa e costosa sul Villa Scassi, mettendo le altre attività di minore complessità sui due ospedali di Sestri e Pontedecimo. Noi immaginiamo i 3 attuali presidi come un ospedale unico, seppure fisicamente diviso».

    Quindi è corretto affermare che andiamo verso una trasformazione di queste strutture – Micone e Gallino – in una sorta di case salute, quindi con attività esclusivamente ambulatoriali, con l’aggiunta di alcuni posti letto?

    «Per adesso sono presidi ospedalieri con letti di degenza – risponde il direttore generale dell’Asl 3 – Ma indubbiamente lavoriamo, come le dicevo pocanzi, per adattarli all’attuale richiesta, ovvero fornire pl per lungodegenti in modo tale da decongestionare i reparti di medicina e chirurgia. Questa è la linea che seguiremo a Sestri. Inoltre, in prospettiva dobbiamo aumentare l’attività ambulatoriale sui presidi periferici e concentrare l’attività per acuti con elevata complessità al Villa Scassi. La trasformazione di Micone e Gallino in case salute probabilmente sarà realizzabile soltanto quando la presenza dell’ospedale del Ponente potrà garantire una risposta diversa e complementare».

     

    Matteo Quadrone

  • Sanità e appalti: assistenza ad anziani e disabili, sempre più spazio ai privati

    Sanità e appalti: assistenza ad anziani e disabili, sempre più spazio ai privati

    SanitariNell’ex ospedale Celesia di Rivarolo i lavori sono terminati all’inizio dell’estate ed oggi il padiglione a valle è pronto ad ospitare un secondo nucleo di RSA per altri 25 pazienti che in pratica completa la trasformazione dell’ex nosocomio in struttura residenziale. Ma la nuova RSA, a differenza di quella già esistente all’interno del Celesia, non sarà gestita direttamente dalla Asl 3. Come spiega il dott. Piero Iozzia, direttore del Distretto Socio-Sanitario n. 10 Val Polcevera e Valle Scrivia, infatti «Noi non siamo in condizione di gestirla per carenza di personale».
    Dunque i nuovi posti letto saranno affidati in gestione esterna in linea con le indicazioni di Regione Liguria e Asl 3 che, a causa della progressiva diminuzione dei fondi nazionali destinati al Servizio Sanitario, a cui si somma il blocco del turnover del personale, si trovano praticamente costrette a dismettere le residenze sanitarie assistenziali (RSA) amministrate dall’azienda, per darle in mano ai privati. «Non possiamo fare altrimenti –  affermava sulle pagine de “La Repubblica”, Corrado Bedogni, direttore generale della Asl 3 (17-o4-2013 – non abbiamo soldi, tantomeno possiamo assumere personale. Non ci resta che affidare le strutture ad altri, attraverso dei bandi di gara». Scelta confermata appunto dai fatti. Ma sarà davvero un’operazione in grado di far risparmiare denaro alle casse dell’Asl 3 genovese?

    Le strutture residenziali attualmente gestite in forma diretta dalla Asl 3 sono: RSA Campo Ligure, RSA Pastorino di Bolzaneto, RSA Quarto (ex ospedale psichiatrico), RSA Celesia. E poi ci sono le strutture convenzionate (ossia quando la Asl si fa carico del pagamento della quota sanitaria, mentre a carico del cittadino rimane la quota alberghiera) che garantiscono ricoveri temporanei (in RSA di prima fascia) o definitivi (in RSA mantenimento per non autosufficienti totali o parziali).
    «L’intenzione di Regione ed Asl 3 è quella di dismettere tutta l’assistenza diretta agli anziani ma anche ai disabili fisici e psichici – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – L’amministrazione sta realizzando uno studio che, a dir loro, servirà a dimostrare i presunti risparmi derivati da una gestione esternalizzata».
    Dunque presso l’ex ospedale Celesia la ristrutturazione dei locali è costata fior di quattrini ma il nuovo nucleo di RSA non potrà aprire i battenti fin quando non sarà bandita una gara per l’affidamento esterno. «Le esternalizzazioni in parte funzionano affidando strutture di proprietà pubblica alla gestione privata – continua Iannuzzi – Si stipula un contratto con il soggetto privato che corrisponde un affitto all’Asl 3. Ad esempio, praticamente tutto l’ex ospedale di Nervi è stato concesso all’Istituto scientifico di riabilitazione della Fondazione Salvatore Maugeri, uno dei maggiori enti convenzionati. Questa è la linea che potrebbero seguire anche al Celesia, a Bolzaneto, Quarto, Campoligure, ecc. Chi vince la gara diventa il gestore della struttura».

    sanita-medici-2

    sanita-ospedale

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ma che i costi siano inferiori è ancora tutto da dimostrare. «Secondo noi anche dal punto di vista imprenditoriale, perché di questo parliamo, non è una scelta lungimirante – sottolinea Iannuzzi – Queste sono tipiche operazioni di un’azienda in crisi che, a causa della riduzione dei finanziamenti, è costretta a tagliare i suoi rami per sopravvivere. Così facendo, però, si ottiene un risparmio soltanto sull’immediato. Potenzialmente la Asl 3 recupera un tot di lavoratori che potrà trasferire su altri servizi. Risparmiando su nuove assunzioni. Tuttavia, la nostra opinione è che l’aumento dei costi della gestione esternalizzata arriva sulla schiena dell’azienda pubblica anche dopo 7-8 anni».

    Nel frattempo continua la riduzione degli organici e con il blocco delle assunzioni è già evidente una forte carenza di personale, sia infermieristico che OSS (operatori socio-sanitari). Oggi l’Asl 3, rispetto all’esigenza effettiva, può contare soltanto su circa metà del personale necessario. L’unica soluzione sembra essere quella di recuperare forza lavoro dalle RSA pubbliche per dirottarla altrove. «L’azienda sostiene con forza l’economicità di tali operazioni – spiega Emilio De Luca, rappresentante sindacale Uil – che consentirebbero un risparmio soprattutto sul personale. D’altra parte le intenzioni della direzione aziendale sono evidenti: finora l’Asl 3 non ha chiesto deroghe alla Regione per l’assunzione di OSS proprio perché immagina di recuperare queste figure professionali grazie all’esternalizzazione di alcune strutture pubbliche. Qualche dubbio lo abbiamo sul possibile risparmio sul lungo periodo. Vorremmo vedere i dati per valutare con cognizione di causa. Ma finora non li abbiamo mai visti. Noi, dal punto di vista sindacale, difendiamo la sanità pubblica. Purtroppo, però, ci troviamo a confrontarci con le risorse sempre in diminuzione provenienti dal livello nazionale e dalla Regione. A Roma non hanno ancora stabilito il riparto dei fondi per il Servizio Sanitario Nazionale, tuttavia per l’Asl 3 si parla di svariati milioni in meno sul bilancio 2013. L’affidamento in appalto esterno delle RSA genovesi, probabilmente, diventerà concreto dopo la decisione definitiva sul riparto dei fondi».

    Per quanto riguarda gli appalti già in corso, il sindacato Fials contesta il fatto che la spesa finale complessiva sia minore rispetto alla gestione diretta. «Le faccio l’esempio più eclatante, ovvero l’accordo con il consorzio Cress-Consorzio Regionale Servizi Sociali Onlus – racconta Iannuzzi – Parliamo di 138 posti letto, di cui 108 residenziali e 30 semiresidenziali, suddivisi in 6 strutture sparse sul territorio genovese, destinate ad attività di recupero funzionale per soggetti affetti da minorazioni psichiche, fisiche o sensoriali. Alla Asl 3 questa operazione costa oltre 5 milioni all’anno, però, dal contratto stipulato con l’ente gestore sono esclusi i costi per i farmaci, la fornitura di protesi, l’assistenza alberghiera e di supporto, i trasporti in ambulanza, i presidi sanitari (incontinenza, nutrizione enterale e parenterale), le analisi cliniche e di laboratorio, le visite specialistiche e gli esami radiologici, ecc., che rimangono a carico dell’azienda sanitaria locale».

    Insomma, senza una analisi di questi costi aggiuntivi resta arduo comprendere se l’appalto consente un concreto risparmio di risorse per il servizio sanitario pubblico. Inoltre, la convenzione impegna le parti – in questo caso il consorzio Cress, ma la situazione è generalizzata a tutti gli enti convenzionati – al pieno rispetto delle norme contrattuali e di legge per i lavoratori dipendenti del consorzio (soci o lavoratori) «Senza ovviamente citare quale tipo di contratto si applica – precisa Iannuzzi – Come è noto (vedi appalto assistenza nelle carceri) la concorrenza in questi casi avviene anche, ma non solo, sul costo del lavoro e sugli organici. Omettere di citare il contratto di riferimento, che per noi deve essere il contratto sanità pubblica, significa alimentare le ambiguità che consentono la legalità formale (non c’è l’obbligo di legge di citare i contratti che si applicano o si intendono applicare) e lasciare mano libera nei fatti sul terreno fondamentale dei diritti dei lavoratori». Quindi, almeno dal punto di vista legale, tutto è realizzato a regola d’arte. Tuttavia, i costi reali, considerando le spese aggiuntive «Li conoscono solo appaltatore e appaltante – conclude Iannuzzi – visto che essi non compaiono nei documenti ufficiali. Perché l’azienda non chiarisce, come invece potrebbe fare, qual è la spesa finale a suo carico? Evidentemente i nostri sospetti sono leciti».

    L’alternativa all’affidamento esterno delle strutture residenziali è l’assunzione di nuovo personale. «La Regione, però, concorda le assunzioni con il contagocce, secondo un rapporto massimo di 5 assunzioni ogni 10 pensionamenti – ricorda De Luca – La carenza di forza lavoro è una criticità generale che riguarda tutti i settori dell’Asl 3. È un discorso da affrontare a 360 gradi. Basta citare il caso del nuovo padiglione 9 bis dell’ospedale Villa Scassi, opera attesa da lunghi anni. Allo stato attuale l’azienda non sa ancora con quali dipendenti riuscirà a coprire i turni che inevitabilmente risulteranno scoperti. L’unico modo per aprire il padiglione 9 bis sarà recuperare infermieri ed OSS da altri reparti o da altri presidi ospedalieri. Ad esempio da Sestri Ponente, dove è prevista la chiusura di Neurologia. Il problema è che continuiamo a procedere per rattoppi. Con spostamenti dei lavoratori sballottati da una parte all’altra, senza un disegno organico dietro queste scelte».

     

    Matteo Quadrone

  • Porto Petroli Multedo, nuova boa off-shore: progetto e problemi irrisolti

    Porto Petroli Multedo, nuova boa off-shore: progetto e problemi irrisolti

    porto-petroli-multedoInnanzitutto partiamo da un dato di fatto: la società moderna non intende rinunciare al petrolio. Dunque occorre approntare soluzioni lungimiranti per migliorare la convivenza della città con il suo porto, in questo caso il terminale petrolifero di Multedo. A fine giugno è stata avviata la procedura di valutazione di impatto ambientale (VIA) di un’opera in tal senso strategica – sempre se a questo primo passo ne seguiranno altri – ovvero la realizzazione di una nuova boa off-shore a tre km al largo dalla costa per il trasferimento del greggio dalle petroliere a terra. Un passaggio fondamentale che consentirà di movimentare al largo una parte del traffico, consentendo al cantiere Fincantieri di Sestri Ponente di “ribaltarsi”, ampliando così i suoi spazi.

    Il contesto di Multedo: porto petroli e polo petrolchimico

    Il Porto Petroli di Genova Multedo movimenta petrolio grezzo e prodotti finiti (benzina, gasolio, olio combustibile, semilavorati e prodotti petrolchimici di base). «Considerando che il terminale petrolifero risulta ubicato ad una distanza minima di circa 200 metri dalle abitazioni e che, in un raggio inferiore a 500 metri di un’area densamente urbanizzata, strettamente mescolati a civili abitazioni, scuole, asili e attività commerciali, sono localizzati altri impianti a rischio come i depositi costieri di Carmagnani e Superba (stoccaggio e distribuzione di prodotti petrolchimici), è facile pensare a questa zona come ad una polveriera», si legge sulla pagina web del Comitato di Multedo. Numerosi studi eseguiti nel corso degli anni hanno evidenziato i pericoli per la salute umana causati dalla vicinanza a tali fonti di inquinamento. «Gli abitanti di Multedo, Pegli e Sestri – sottolinea il Comitato – sono costretti a convivere ogni giorno con l’inquinamento atmosferico e marino da idrocarburi e da sostanze derivate dalle lavorazioni petrolchimiche, quali l’alcol isopropilico, stirene, toluene, xileni, acetato di vinile, che provocano concentrazioni preoccupanti di sostanze cancerogene sull’abitato e conseguenti esposizioni tossiche. Mentre, gli idrocarburi aromatici aggravano lo smog fotochimico (sforamenti dei limiti per l’ozono), soprattutto nel periodo estivo». Senza dimenticare che in questa area si sono succeduti gravissimi incidenti, legati al ciclo del petrolio, tra i quali il Comitato menziona solo quelli più disastrosi: «L’esplosione della superpetroliera Hakuoyoh Maru del 1981 (6 morti fra membri dell’equipaggio e soccorritori), l’esplosione dei serbatoi della Carmagnani del 1987 (4 morti fra gli operai); l’affondamento della superpetroliera Haven del 1991 (5 morti fra l’equipaggio)».

    fincantieri-porto-petroli-multedo-strada-d32«Abbiamo sempre pensato che un’isola off-shore avrebbe potuto allontanare i pericoli del Porto Petroli dal nostro quartiere – racconta Ferruccio Jochler, portavoce del Comitato di Multedo, ex consigliere di circoscrizione (Pegli) negli anni ’90 – Sappiamo, infatti, che è molto difficile se non impossibile, ipotizzare un totale spostamento del terminale petrolifero. Con la diminuzione dei pontili dedicati all’accosto delle petroliere almeno si potrebbe alleggerire il carico gravante su Multedo».

    PortoTra l’altro, il Porto Petroli oggi sembra essere strutturalmente inadeguato per accogliere navi di un certo tonnellaggio. «Gli stessi comandanti delle unità navali hanno evidenziato alcune criticità – ricorda Jochler – Quando entrano in porto, infatti, le petroliere sono sempre accompagnate da 3-4 rimorchiatori e devono eseguire delle manovre particolarmente complesse».
    Comunque sia, agli occhi degli abitanti della zona la nuova boa non rappresenta una soluzione salvifica. «Anche perché questa piattaforma off-shore riguarda solo il trasferimento del greggio dalle petroliere a terra e non il trasferimento delle altre sostanze pericolose – continua Jochler – Quindi il problema persiste. Noi continuiamo a sentire sempre i medesimi discorsi ormai da troppi anni. Il pericolo maggiore rimane la convivenza con il polo petrolchimico: le merci particolari scaricate dalle navi e depositate nei serbatoi di Carmagnani e Superba vengono movimentate tramite ferrovia sui binari che passano vicino alle nostre case».

    Il parere di Legambiente e dell’architetto Giovanni Spalla

    carmagnani«Il Porto Petroli è un “cancro” inserito nel territorio genovese per esigenze esclusivamente economiche – afferma Andrea Agostini di Legambiente – È una situazione assolutamente incompatibile con qualunque salvaguardia del territorio e della salute dei cittadini». L’ipotesi di realizzare una piattaforma soddisfa parzialmente l’esigenza di allontanare dalla costa i pericoli legati all’inquinamento e all’eventuale rischio di incidenti rilevanti. Tuttavia, potrebbe assumere un suo significato più profondo «Se contemporaneamente fosse attuato il risanamento completo delle aree retrostanti dove si trovano i depositi petroliferi ed il polo petrolchimico, in particolare Carmagnani e Superba, che sono i principali ricevitori dei prodotti chimici di base sbarcati nel terminal di Multedo – aggiunge Agostini – In altri termini, la delocalizzazione del polo petrolchimico è una questione pregiudiziale: o si attua effettivamente una politica di risanamento del territorio e la boa è un primo passo di un generale risistemazione delle aree di Multedo, oppure siamo di fronte ad un semplice palliativo». Insomma, anche per le altre materie prime pericolose occorre studiare una modalità di trasferimento in depositi ubicati lontano dalle abitazioni. «Allo stato attuale la realizzazione di una piattaforma off-shore è solo un alibi – conclude Agostini – A questo primo passo, infatti, consegue un preliminare di Piano Urbanistico che per quelle aree prevede, in caso di smantellamento del polo petrolchimico, la possibilità di realizzare nuove residenze. L’amministrazione comunale, invece, dovrebbe pensare a restituire al quartiere la sua vivibilità. Ma non c’è la volontà politica per spingere concretamente in questa direzione».

    «I depositi petroliferi così come sono stati concepiti nel Ponente genovese, vicino alle case, non possono più stare – spiega Giovanni Spalla, noto architetto e urbanista che insieme ad altri docenti dell’Università di Genova, tra 2010 e 2011, ha realizzato degli studi di fattibilità, schemi urbanistici, infrastrutturali, tecnologici e ambientali per il nuovo Piano Regolatore Portuale di Genova – Ma la questione petrolifera va vista insieme a quella degli altri settori merceologici che per loro natura si pongono in contrasto con i luoghi di lavoro e residenza. Il petrolio è soltanto uno degli aspetti, forse il più rilevante, del tema delle sostanze pericolose (petrolio, gas, oli minerali, ecc.) movimentate nelle aree portuali e sul territorio cittadino. Per affrontarlo occorre una pianificazione complessiva. Purtroppo, però, in Italia da troppi anni è stata dimenticata l’importanza di un simile approccio ai problemi».

    Il progetto del nuovo terminal off-shore di Multedo

    erzelli-porto-A2Il progetto presentato dalla Porto Petroli Genova SpA, per il quale si attende la Valutazione di Impatto Ambientale, prevede la realizzazione di una boa monormeggio ancorata al fondo del mare a largo della diga foranea antistante l’aeroporto di Genova (a circa 3 km di distanza dal Porto Petroli), un PLEM sottomarino per l’alloggiamento delle valvole di sezionamento del sistema, due condotte sottomarine di lunghezza pari a circa 3.3 km ed un terminale a terra localizzato all’interno del Porto Petroli di Multedo.
    Il piano, inserito in uno specifico Accordo di Programma, parla di una riduzione dello spazio in banchina dedicato al Porto Petroli, per il potenziamento produttivo delle attività cantieristiche e l’espansione a mare dello stabilimento Fincantieri, con contestuale salvaguardia dei livelli di attività e delle funzionalità operative del Porto petroli, da assicurarsi attraverso la realizzazione e l’utilizzo di un nuovo impianto off‐shore. Contestualmente, si prevede la dismissione dell’accosto di levante del pontile “Delta” del Porto Petroli e dell’attuale boa, distrutta nel 2008 da una violenta mareggiata.
    Il costo dell’intervento è di 50 milioni di euro a carico della società Porto Petroli Genova SpA che dovrà occuparsi anche delle infrastrutture a terra e della riorganizzazione complessiva dell’area.

    multedo«In linea di principio, se la piattaforma off-shore è effettivamente in grado di iniziare a fornire delle risposte concrete alle problematiche della zona, è un’ipotesi da prendere in considerazione», afferma l’architetto Spalla. Nel progetto, però, si parla di parziale trasferimento dei traffici petroliferi al largo. «Questo è il limite principale dell’intervento – sottolinea Spalla – Così Multedo continuerà a convivere con la presenza di alcuni attracchi per le petroliere e dei depositi a terra. Per liberare il quartiere dai pericoli per la salute pubblica e dal rischio di incidenti, invece, occorre riqualificare completamente l’area del Porto Petroli».
    E qui entra in gioco il ribaltamento della Fincantieri con le ulteriori opportunità che un suo ampliamento – ed una riconversione di parte dell’area liberata dal terminale petrolifero da destinare ad esempio alla cantieristica – potrebbe portare a favore dell’economia della città, sotto forma di nuovi posti di lavoro in un ambiente più sano, senza pericoli per lavoratori e abitanti.

    La domanda da porsi dunque è la seguente: qual è la quota di traffico petrolifero che la nuova piattaforma sarà capace di assorbire rispetto alla movimentazione totale? La risposta, leggibile nel progetto della Porto Petroli SpA, non è delle più incoraggianti: «La costruzione del nuovo sistema di scarico del greggio comporta una aspettativa di “delocalizzazione” degli sbarchi dal bacino interno alla monoboa stimata in oltre 20% del traffico navi annuo».

    Negli studi di fattibilità realizzati dal professor Spalla insieme ad altri docenti universitari «Noi proponiamo di eliminare completamente il terminale petrolifero di Multedo. Così la Fincantieri potrebbe allargarsi sull’intera superficie attualmente occupata dai moli del Porto Petroli. Ma è ipotizzabile anche una strutturazione diversa degli spazi: destinandoli in parte al “ribaltamento” Fincantieri, in parte ad un nuovo polo della cantieristica. Inoltre, in una logica di scambio reciproco città-porto, una porzione potrebbe essere dedicata a spazi verdi per la popolazione».
    In questo disegno il Porto Petroli sarebbe completamente spostato sulla piattaforma a largo della costa. «È una soluzione che esiste e funziona anche in altri porti continua Spalla – Oltre al terminale petrolifero, però, sarà necessario eliminare i depositi da terra, trasferendoli in zone compatibili con l’abitato esistente e futuro».

    Non solo Multedo: i depositi di oli minerali a Calata Bettolo

    Per quanto riguarda la presenza di altre sostanze pericolose nel più ampio contesto del porto genovese, i depositi di oli minerali situati nell’area di Calata Bettolo rappresentano un’emergenza alla quale dare al più presto risposta. «Come per il Porto Petroli, anche in questo caso, abbiamo proposto lo spostamento dei depositi di oli minerali su una piattaforma attaccata alla prevista nuova diga foranea a mare nell’ambito di Sampierdarena», racconta Spalla.
    Un’ipotesi recepita negli scenari contemplati dal nuovo Piano Regolatore Portuale attualmente in gestazione: «La previsione dello spostamento delle funzioni petrolifere, di bunkeraggio e movimentazione rinfuse liquide a ridosso della diga di protezione suggeriscono un nuovo assetto all’interno del bacino di Sestri-Multedo che può consolidarsi come polo legato alla cantieristica navale mediante la ricollocazione di un nuovo bacino di carenaggio e l’aumento dello specchio acqueo protetto così da facilitare le manovre e l’accessibilità nautica».

    L’Autorità Portuale ha deciso di puntare sull’ampliamento di Calata Bettolo per accogliere le grandi navi portacontainer. «La realizzazione di una nuova banchina a sud dell’esistente Calata Bettolo costituirà il Nuovo Terminal Contenitori in grado di operare su navi portacontainer di ultima generazione con portata fino a 15 mila teu – si legge sul sito dell’AP di Genova – Una volta completata, l’infrastruttura sarà in grado d’arricchire di almeno 500 mila teu/anno l’attività dello scalo».
    Quindi è inevitabile che i depositi di oli minerali debbano spostarsi altrove. E contestualmente «Nell’ambito del bacino storico si prevede un incremento degli attracchi destinati al traffico passeggeri in corrispondenza di Calata Sanità in una prospettiva di valorizzazione urbana anche connessa al settore croceristico».

     

    Matteo Quadrone

  • Mini scolmatore Fereggiano, c’è chi dice no: costi e dubbi sull’utilità

    Mini scolmatore Fereggiano, c’è chi dice no: costi e dubbi sull’utilità

    foto-alluvione-genova-via-fereggiano-novembre-2011-3La logica è quella di sempre: la grande opera – anche se stavolta paradossalmente in versione “mini” – lava le coscienze e dà l’unica risposta possibile al problema. Il nodo del contendere è soprattutto politico, prima di essere una questione di ingegneria idraulica. Parliamo del progetto per lo scolmatore del Fereggiano presentato in pompa magna giovedì scorso presso il Municipio Bassa Valbisagno dal Sindaco Marco Doria e dall’Assessore comunale ai Lavori Pubblici Gianni Crivello.
    Una galleria di 3,7 Km che risalirà la città da Corso Italia fino a Quezzi (precisamente in via Pinetti – altezza via Ginestrato) per intercettare l’acqua del torrente Fereggiano e convogliarla a mare. La soluzione progettuale prescelta è quella del prolungamento di circa 2,8 Km della galleria rimasta incompiuta del vecchio progetto per il “deviatore” del Fereggiano – poco più di 900 metri sviluppati in direzione monte a partire dall’altezza dei Bagni Benvenuto, lavori realizzati negli anni ’90 e poi stoppati dalla Magistratura – che sarà dunque utilizzata a fini idraulici per la captazione della portata di morbida e di piena dei rivi Fereggiano, Rovare e Noce.
    Inizialmente, però, sembrava che i progettisti fossero orientati a sostenere la soluzione che prevedeva la realizzazione di una nuova galleria di 3,3 Km parallela a quella esistente e che avrebbe rappresentato un vero e proprio primo lotto dello scolmatore definitivo. La scelta di Comune, Regione e Provincia (l’unico ente ad aver espresso dubbi in merito), invece, è stata diversa. Tuttavia, se mai un giorno dovessero rendersi disponibili le risorse per costruire l’agognato scolmatore del Bisagno del quale si parla da tempo immemorabile – costo che oscilla tra i 230 e i 265 milioni di euro secondo le ultime valutazioni – la galleria che si intende realizzare sarà destinata a diventare una galleria di servizio (a fini di manutenzione) rispetto a quella principale.

    Costo complessivo e copertura finanziaria

    La copertura finanziaria dell’opera desta qualche perplessità: i 45 milioni di presunto costo complessivo arriveranno dal finanziamento del Piano Città dell’ex Governo Monti (25 milioni), dalla Regione Liguria (5 milioni) e dal Comune di Genova (15 milioni mediante l’accensione di un mutuo). Occorre sottolineare che tali fondi, sulla carta, dovrebbero garantire solo la captazione dell’acqua del Fereggiano. «Con il ribasso d’asta potremmo riuscire ad avere margine anche per costruire le opere di presa del Noce e del Rovare», dichiara l’assessore Crivello. Vale a dire due mini tunnel che capteranno l’acqua dei due rivi attraverso dei pozzi: costo altri 14 milioni (dunque per un totale di 59 milioni e non 45) che al momento non ci sono.
    L’iter approvativo – partito l’8 agosto scorso con la Conferenza dei Servizi in seduta referente – proseguirà con la presentazione delle osservazioni entro il 6-7 settembre, una delibera del consiglio comunale per la variante al PUC, l’accensione del mutuo entro dicembre e, per la prima metà di gennaio 2014, l’approvazione del progetto definitivo del primo lotto del canale scolmatore del Bisagno. Seguirà la gara d’appalto e l’amministrazione conta di poter partire con i lavori – che dureranno 4-5 anni – nell’ottobre 2014. Nel frattempo il progetto ha incassato il sì del consiglio municipale della Bassa Valbisagno – con l’eccezione del voto contrario di Rifondazione Comunista che mette in bilico la sua posizione nella maggioranza e del Movimento 5 Stelle per l’opposizione – mentre questa settimana tocca al Municipio Medio Levante che sarà maggiormente interessato dalla cantierizzazione.

    torrente-bisagno«La Val Bisagno aspetta da tantissimi anni che si approntino strumenti adeguati per risolvere una questione drammatica come quella della sicurezza del territorio – afferma il Sindaco Marco Doria – Questa amministrazione ha avuto una grande opportunità poco dopo essersi insediata con l’importante stanziamento del Piano Città destinato a progetti di riqualificazione del territorio cittadino. Noi abbiamo pensato a progetti immediatamente cantierabili, individuando una sola porzione: la Val Bisagno. A livello politico la nostra iniziativa è stato un successo. Ma la partita è complicata anche dal punto di vista tecnico. Questo è stato il lavoro dei tecnici chiamati a valutare diverse opzioni. Vogliamo realizzare un’opera che raggiunga un obiettivo e non un’incompiuta. Adesso ci siamo messi in cammino. Da domani avremo degli impegni precisi: monitorare i tempi di gara e di realizzazione. E controllare i costi».

    Le voci fuori dal coro

    In Municipio Bassa Valbisagno si è registrato un coro unanime di approvazione, da sinistra a destra. Uniche due voci stonate quelle di Rifondazione Comunista e del M5S.
    I grillini dall’opposizione hanno puntato il dito sui costi «Nel documento che abbiamo ricevuto pochissimi giorni fa per valutare il progetto è completamente assente il quadro economico», spiega Iliana Pastorino, consigliere M5S. «I 45 milioni necessari per il primo stralcio del primo lotto saranno sufficienti per “scolmare” solo il Ferregiano – aggiunge Cosimo Gastaldi, consigliere M5S – Mentre per il Noce e il Rovare servono altri 14 milioni che al momento non sono stanziati. Manca qualsiasi previsione di copertura finanziaria del secondo stralcio del primo lotto che è parte integrante di quest’ultimo. Insomma, stiamo approvando un progetto di cui non conosciamo neppure i dati economici completi».

    «Il mini-scolmatore del Fereggiano è una cosa ben diversa dallo scolmatore del Bisagno il cui costo era stimato in 153 milioni dal progetto definitivo del 2008 (più 100 milioni destinati alle opere generali di riqualificazione idraulica e paesistica dell’alveo e del bacino), che aveva ricevuto l’assenso preventivo del Consiglio superiore dei lavori pubblici nel marzo dello stesso anno – spiega Giuseppe Pittaluga, consigliere Rifondazione Comunista – un intervento diverso nell’origine del finanziamento, nei costi, negli obiettivi. E soprattutto nella reale effettiva utilità. Viene proposta l’idea di convogliare il Fereggiano verso Corso Italia attraversando il sottosuolo sconosciuto di un territorio vasto ed in equilibrio assai precario, con un tubo dalle dimensioni ridotte, che non riceverà i due rivi Rovare e Noce. Sono diverse le criticità riscontrate nel progetto da analizzare e approfondire. Ad esempio la sottostima dell’apporto di materiale solido trasportato dal Fereggiano che potrebbero intasare la “presa” dello scolmatore. I due rivi che determinano il flusso del torrente, infatti, scorrono a valle di ripide e franose pendici, dove si contano almeno una decina di grossi smottamenti e da dove tonnellate di pietre, terra, rocce e alberi vengono trascinate violentemente a valle dalle piogge. La piena del 2011 ha alzato il livello del greto del Fereggiano di almeno 50-70 centimetri: decine di tonnellate di legni e detriti sono stati in seguito asportati. Per non parlare di un intero versante a picco costituito dai materiali di risulta della Cava e contenuto da muri costruiti negli anni ‘40».

    marassi-bassa-valbisagno-corso-de-stefanis

    torrenti-bisagno-rischio-idrogeologico

     

     

     

     

     

     

     

     

    Secondo Pittaluga, per provare a risolvere una situazione così drammatica occorre attuare il Piano di Bacino, compreso il grande scolmatore del Bisagno. Mentre l’operazione oggi in discussione «Ha come obiettivo prioritario la possibilità di “vendersi”, per buone, le aree interessate dal problema e da questo vincolate, in primis l’ex mercato di Corso Sardegna. È una pura illusione quella di risanare centinaia di situazioni esasperate tramite un azzardo che vede poche possibilità di riuscita con i finanziamenti messi in gioco: i costi sono destinati ad aumentare con le criticità in corso d’opera, che già s’intravedono. Del resto, anche nella recente Conferenza dei Servizi i pareri erano discordanti: la Provincia, ente che ha maggiore competenza e conoscenza delle problematiche, si è espressa criticamente».

    La principale accusa rivolta all’amministrazione è quella di aver sottovalutato le alternative al mini-scolmatore previste dal Piano di Bacino. «Si potrebbe ottenere un risultato migliore continuando l’intervento iniziato dalla regione con l’allargamento dell’alveo del Fereggiano – spiega Pittalugaè necessario proseguire l’allargamento oltre Largo Merlo, raddoppiando la portata del torrente sia in via Fereggiano che in via Monticelli e permettere l’affluenza al Bisagno modificandone lo sbocco in esso. I costi sarebbero compatibili, compresa la realizzazione degli interventi diffusi, dai crinali, ai versanti, sino agli argini del rio. Distribuendo lavoro, risorse e miglioramenti in tutto il territorio della valle».

    La contrarietà al progetto nella sua versione minimale viene espressa con forza dagli ambientalisti. «Noi siamo contrari a questo mini-scolmatore – afferma Andrea Agostini di Legambiente Concordiamo, invece, con la posizione del Commissario straordinario della Provincia di Genova (Piero Fossati) che ha espresso dubbi in merito. Secondo noi i costi dell’opera proposti dal Comune non sono per niente realistici. Con 45 milioni di euro non mettiamo in sicurezza il Fereggiano».
    Inoltre, nel caso in cui in futuro si liberassero le risorse necessarie per costruire il vero canale scolmatore del Bisagno «Lo scavo oggi previsto sarà pressoché inutile e si dovrà realizzare un altro scavo per la galleria principale – continua Agostini – in pratica, stiamo per spendere 45 milioni per una galleria di manutenzione, mi sembra una scelta folle».
    Sulla stessa lunghezza d’onda è anche la sezione genovese del WWF, per voce di Vincenzo Cenzuales «Diciamo no al mini-scolmatore innanzitutto perché l’intervento non è completamente finanziato. L’approccio è sbagliato. Si spaccia la grande opera quale unica soluzione al problema. Si tratta di una scelta politica miope».

    I maggiori dubbi riguardano il tracciato sotterraneo del mini-scolmatore con tutte le incognite che potrebbero spuntare. «Non sono stati eseguiti nuovi carotaggi – spiega Agostini – Il progetto si basa su quelli eseguiti anni fa. In pratica, là sotto nessuno sa che cosa c’è. Ammesso e non concesso che si arrivi con gli scavi a Terralba, visto che quella è una zona alluvionale e inquinata da attività pluridecennali, sarà molto difficile, se non impossibile, poter scavare con dei mezzi meccanici. Si dovranno usare molte cautele negli scavi e tutto ciò farà aumentare i costi: i 45 milioni non basteranno».
    Dal punto di vista tecnico Legambiente sottolinea la vistosa assenza di alcuni elementi fondamentali. «Non esistono analisi attuali sulla situazione statica dei palazzi e delle costruzioni al di sotto dei quali dovrebbe passare il tunnel. Manca una conoscenza dello stato in essere dei terreni oggetto di possibile escavazione. Di conseguenza non conosciamo quale tipologia di terreno e quali eventuali ostacoli ci troveremo di fronte. Se il terreno è a rischio di cedimento o meno. Se saranno necessarie opere di consolidamento dei palazzi esistenti oppure no. I carotaggi risalgono ad almeno 10-15 anni fa. Nel frattempo è successo di tutto: nuove costruzioni, eventi alluvionali, modifiche urbanistiche. Ma non è disponibile nessuno studio recente in merito».

    Insomma, con queste risorse economiche a disposizione, sarebbe più utile garantire una concreta e immediata sicurezza agli abitanti, tramite altre soluzioni. Per i prossimi anni, invece, non ci saranno fondi in questo senso. Se il Comune si indebita, infatti, non potrà spendere denaro per liberare l’alveo del torrente dalle indecenti costruzioni che ostacolano il naturale deflusso dell’acqua.
    «La messa in sicurezza del Fereggiano passa attraverso interventi meno costosi e realizzabili in pochi mesi, anziché in anni – spiega Agostini – come la demolizione degli edifici situati nell’alveo (e la ricollocazione delle persone in posti più sicuri), l’abbassamento del letto del torrente in via Pinetti ed altri interventi di questo genere, ad esempio la revisione idraulica delle decine di caditoie presenti, ma completamente ostruite, in tutta la valle del Fereggiano». Il WWF è favorevole agli interventi alternativi «Come il rifacimento della copertura del Fereggiano fino all’imbocco nel Bisagno – aggiunge Cenzuales – 1-2 anni di lavoro invece di 4-5, con una spesa inferiore ai 25 milioni. E poi la riqualificazione dei versanti montuosi, ad esempio in zona Quezzi e Pedegoli. Inoltre, gli interventi diffusi sul territorio potrebbero rimettere in moto l’economia».

    Il mini-scolmatore, secondo Agostini «È una grande opera che non risolve nulla. Meglio puntare su opere minori ma subito realizzabili a costi inferiori. In primavera abbiamo manifestato di fronte al civico 2b di via Fereggiano nelle cui cantine 4 persone sono morte per annegamento nel 2011. A distanza di 2 anni i sotterranei di quello e di altri palazzi a rischio inondazione non sono ancora stati messi in sicurezza nonostante questi interventi siano scritti nero su bianco in documenti ufficiali, precedenti e successivi alla tragica alluvione del 2011. Questo vale per tutta una serie di lavori in alcuni palazzi che non sono mai stati eseguiti. Oggi, se si verificasse un altro evento alluvionale, bisogna sperare che nessuno sia presente all’interno degli scantinati sennò sarebbe inevitabile il ripetersi di quei drammatici accadimenti».

    Senza dimenticare che, come detto, il progetto non prevede, almeno inizialmente, la captazione dell’acqua dei rivi Noce e Rovare. L’amministrazione, infatti, pensa di completare l’opera con i ribassi d’asta. «Francamente mi sembra un’ipotesi allucinante che non è detto si concretizzerà – sottolinea Agostini – Così non si mette in sicurezza la zona di San Fruttuoso, abitualmente allagata da Noce e Rovare che continueranno ad esondare con tanto di violente esplosioni, come accaduto in via Donghi».
    E così non si mette in sicurezza il Bisagno e l’area di Corso Sardegna. Insomma «Se parliamo di salvare vite umane, sono altre le priorità – continua Agostini – Non c’è nessuna volontà reale in questo senso. Piuttosto siamo dinanzi al solito business appannaggio di pochi».

    Per quanto riguarda i costi, Legambiente si domanda: come verranno spesi nel dettaglio i 45 milioni? «Non è stata fatta un’accurata analisi econometrica dell’opera – conclude Agostini – I dati di costo previsti sono riferibili a studi fatti alcuni lustri fa e superati dall’avanzamento dei procedimenti tecnici, dei costi e delle conoscenze. Pertanto non vi è nessuna certezza scientificamente fondata che l’opera proposta possa essere completata con le disponibilità messe in campo da Stato, Regione, Comune. Se così sarà chi pagherà la differenza?».

    Matteo Quadrone

  • Liguria, cannabis terapeutica: nuova proposta di legge regionale

    Liguria, cannabis terapeutica: nuova proposta di legge regionale

    cannabis terapeutica marijuanaIl 3 agosto 2012 la Regione Liguria approvava la Legge n. 26 “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche” con il dichiarato intento di favorire l’erogazione ai pazienti di terapie all’avanguardia, da tempo riconosciute dalla scienza medica. Peccato che a distanza di un anno la normativa non sia mai entrata effettivamente in funzione perché la medesima è stata impugnata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri innanzi la Corte Costituzionale la quale – con la sentenza n. 141 del 20 giugno 2013 – ha sancito la sua parziale illegittimità.

    Oggi i consiglieri regionali di Sel (Sinistra ecologia e libertà) e Fds (Federazione della sinistra), promotori della precedente iniziativa, ci riprovano presentando una nuova proposta di legge in materia “Disposizioni organizzative relative all’uso di farmaci e preparati magistrali a base di cannabinoidi”, riformulata a seguito della recente dichiarazione della Corte Costituzionale.

    In pratica si tratta di un riassunto riveduto e corretto della Legge 26/2012 che, tuttavia, suscita diverse perplessità nelle associazioni dei pazienti, neppure consultate in occasione della stesura. Ma, come rivela il consigliere di Sel (nonché medico anestesista) Stefano Quaini, la fase decisiva per la costruzione dell’impianto normativo si svolgerà prossimamente in Commissione Salute (di cui è presidente lo stesso Quaini) con l’obiettivo di portare il testo finale in consiglio regionale entro il mese di agosto. Perché di tempo se né è perso fin troppo. Almeno un anno in cui nulla si è mosso, mentre l’uso terapeutico della cannabis in Liguria (e nel resto del Paese) rimane un percorso ad ostacoli per migliaia di malati affetti da gravi patologie e costretti ad affrontare procedure burocratiche lunghe ed economicamente spesso insostenibili.

     

    L’INCOSTITUZIONALITA’ DELLA LEGGE N. 26/2012

    Palazzo della RegioneLa legge della Regione Liguria n. 26 del 3 agosto 2012 in materia di farmaci a basi di cannabinoidi ad uso terapeutico è parzialmente illegittima: lo ha sancito la Corte Costituzionale, accogliendo alcuni rilievi sollevati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, con la sentenza n.141 del 20 giugno 2013. La Consulta ha bocciato alcuni punti della legge impugnata, per violazione dell’articolo 117 della Costituzione, inerente le competenze di Stato e Regioni.

    In particolare – rilevano i giudici delle leggi – la norma in questione è illegittima perché «indicando i medici specialisti abilitati a prescrivere i farmaci cannabinoidi e definendo le relative indicazioni terapeutiche, interferisce con la competenza dello Stato a individuare, con norme di principio tese a garantire l’uniformità delle modalità di prescrizione dei medicinali nel territorio nazionale, gli specialisti abilitati alla prescrizione del farmaco o principio attivo, nonché i relativi impieghi terapeutici».

    Tale «interferenza determina in concreto un contrasto», sottolinea la Corte, tra la legge impugnata «e le indicazioni contenute nell’atto, la determinazione n. 387 del 9 aprile 2013, successiva alla proposizione del ricorso, con il quale l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha autorizzato l’immissione in commercio dell’unico medicinale cannabinoide presente nel mercato italiano».

    Mentre, in base all’art. 2 della legge regionale ligure, i sanitari abilitati alla prescrizione sono i medici specialisti delle discipline «anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia» e gli stessi medici sono abilitati a stabilire «la durata del piano terapeutico e la sua ripetibilità», la richiamata determinazione dell’AIFA, invece, classifica il medicinale – stiamo parlando del Sativex, un estratto a base alcolica sotto forma di spray – ai fini della fornitura, come «medicinale soggetto a prescrizione medica limitativa, da rinnovare volta per volta, vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o di specialisti – neurologo» e ne definisce le indicazioni terapeutiche, stabilendo che il medicinale medesimo «è indicato come trattamento per alleviare i sintomi in pazienti adulti affetti da spasticità da moderata a grave dovuta alla sclerosi multipla (SM) che non hanno manifestato una risposta adeguata ad altri medicinali antispastici e che hanno mostrato un miglioramento clinicamente significativo dei sintomi associati alla spasticità nel corso di un periodo di prova iniziale della terapia».

    Inoltre, la legge della Regione Liguria viola il dettato costituzionale sulla suddivisione dei poteri tra Stato e Regioni, nella parte in cui consente l’attivazione di una convenzione con lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze o «con altro soggetto dotato delle medesime autorizzazioni alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici», poiché il predetto istituto di Firenze – rilevano i giudici costituzionali – non risulta avere acquisito le autorizzazioni che, in base alla legislazione statale, sono necessarie alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici, essendo l’istituto attualmente autorizzato, come sottolinea la difesa dello Stato, soltanto alla «produzione di alcune forme farmaceutiche e non di principi attivi», il riferimento alle «medesime» autorizzazioni, letteralmente inteso, induce ad ammettere che la Regione possa stipulare convenzioni per la produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici con istituti sprovvisti della specifica autorizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco prevista per legge. «La disposizione regionale si pone così in contrasto – conclude la Consulta – con la disciplina autorizzatoria statale, che rientra tra i principi fondamentali in materia di tutela della salute, essendo posta a garanzia di un diritto fondamentale della persona».

     

    IL PUNTO DI VISTA DEI PAZIENTI

    cannabis_terapeuticaA stupire sono i tempi.Il 20 giugno arriva la sentenza della Consulta (anche se a dire il vero già si pronosticava la probabile bocciatura) e una manciata di giorni dopo, il 26 giugno, il gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà presenta la nuova proposta di legge in conferenza stampa.Adesso il consigliere Quaini ammette che forse è necessaria un’ulteriore fase di studio al fine di recuperare gli spunti positivi contenuti nella precedente proposta normativa.

    Pazienti Impazienti Cannabis (PIC), una delle associazioni in prima linea per promuovere il diritto di cura con la cannabis terapeutica, coinvolta almeno parzialmente nella realizzazione della legge n. 26/2012, questa volta non è stata neppure contattata. «Hanno impostato la nuova legge senza dire nulla ai pazienti – racconta il presidente nazionale di PIC, la genovese Alessandra ViazziDa una prima lettura emergono dei nuovi errori. L’anno scorso non ci avevano ascoltato, eppure segnalavamo proprio i punti che la Corte Costituzionale ha contestato. E abbiamo visto come è andata a finire (con la bocciatura della legge, ndr). Speriamo che ora si decidano ad accogliere i nostri suggerimenti onde evitare altri pasticci. In sede di Commissione Salute è ancora possibile intervenire per migliorare l’impianto anche attraverso degli emendamenti».

    Il presidente dell’associazione ricorda che in altre Regioni – dove sono state recepite le osservazioni dei pazienti – le norme non hanno subito contestazioni. Comunque sia, le criticità non riguardano soltanto la Liguria. «Noi associazioni dobbiamo seguire passo a passo tutte le iniziative regionali se vogliamo che davvero le leggi siano utili ai pazienti e non siano, invece, un mero strumento di propaganda politica – spiega Viazzi – Attualmente la norma migliore è quella della Regione Veneto. Ma pure lì stiamo lavorando per ottenere degli aggiustamenti. In Toscana abbiamo suggerito delle correzioni che i consiglieri hanno tramutato in delibere attuative. Insomma, la nostra esperienza di pazienti è fondamentale nell’affrontare un tema ancora sconosciuto ai più».

    Per quanto riguarda i rilievi costituzionali alla legge n. 26/2012, Viazzi sottolinea «La bocciatura si poteva evitare. Se solo ci avessero dato ascolto non avremmo perso un altro anno». Uno dei punti contestati è la prevista convenzione con l’istituto di Firenze. «In Liguria hanno scritto “La Regione attiva una convenzione…” mentre in Veneto hanno correttamente usato il condizionale “La Regione può attuare una convenzione…” – spiega Viazzi – sono sottigliezze che, però, risultano decisive. L’altro punto è quello dei medici specialisti con la puntuale elencazione dei medici specialisti a cui è consentito prescrivere i farmaci cannabinoidi. Ovviamente questa non è una potestà della Regione, come avevamo rimarcato a suo tempo».

     

    LA NUOVA PROPOSTA DI LEGGE

    cannabis farmaco flosL’impianto della proposta di legge del giugno 2013 – da un primo esame del testo attualmente disponibile che, come preannunciato dal consigliere Quaini, probabilmente subirà una sostanziale rivisitazione – appare ancora più “vuoto” rispetto alla legge approvata dalla Regione Liguria nell’agosto 2012. Ma la critica è estendibile anche alle altre leggi regionali «Sono tutte “vuote” – spiega Viazzi – perché hanno bisogno di delibere attuative che le rendano funzionali. In Italia purtroppo è questo il modus operandi: i politici presentano una legge, la approvano strombazzandolo ai quattro venti, poi, prima che essa sia realmente operativa, possono trascorrere anche degli anni». È questo il destino della legislazione sulla cannabis terapeutica, modalità di cura consentita dalle norme nazionali, ma inapplicata nella realtà di fatto.

    Vediamo nel dettaglio i punti controversi della nuova proposta di legge.

    Partiamo dall’art. 3 “Modalità di somministrazione e acquisto”, il quale prevede la possibilità di erogazione dei farmaci in ambito ospedaliero e in ambito domiciliare, rinviando alle disposizioni statali per quanto attiene ai farmaci importati dall’estero. Non vengono nominate – come del resto in tutto il documento ad eccezione del preambolo – le formule magistrali, ovvero le preparazioni realizzate dalle farmacie dotate di laboratorio galenico a cui è consentito reperire i derivati della cannabis tramite distribuotore-grossista autorizzato dal Ministero della Salute.

    Inoltre, non viene mai citata la possibilità di accedere al Sativex, l’unico farmaco cannabinoide di cui l’AIFA ha recentemente (aprile 2013) autorizzato l’immissione in commercio e che prossimamente dovrebbe essere disponibile nelle farmacie italiane.

    Ma soprattutto non convince la reiterata distinzione tra ambito ospedaliero e ambito domiciliare. L’art. 4 “Trattamento domiciliare”, comma 1, dispone «Nel caso di inizio del trattamento in ambito ospedaliero il paziente in condizioni di cronicità può proseguire il trattamento domiciliare senza spese presentando alla farmacia ospedaliera ogni mese, o ogni 3 mesi se utilizza farmaci importati, una nuova ricetta redatta dal medico ospedaliero che lo ha in cura».
    Viazzi sottolinea «La definizione “trattamento domiciliare” non ha alcun senso. La norma non cambia nulla rispetto ad oggi: se il farmaco è stato prescritto da un medico ospedaliero il paziente può continuare la terapia gratuitamente. Non si può parlare di trattamento domiciliare, bensì di continuità terapeutica». Al comma 2 la legge recita «Nel caso di trattamento avviato in ambito domiciliare la terapia inizia o continua presentando ogni 3 mesi la prescrizione redatta dal medico di medicina generale o dallo specialista alla farmacia della Azienda Sanitaria Locale». Però, in tal caso, i farmaci sono a carico del paziente. Il nodo ancora da sciogliere è proprio questo. «Chi inizia il trattamento in ambito ospedaliero (o ambulatoriale o day-hospital) può continuare ad usufruirne gratuitamente solo tramite la prescrizione del medico ospedaliero – Viazzi – Non rimuovendo alcun ostacolo al paziente che è costretto a ripetere ogni volta la trafila burocratica. Invece, la versione precedente della legge (quella approvata nell’agosto 2012) prevedeva per il medico di base, con l’avallo iniziale di un medico ospedaliero, la potestà di far ottenere gratis i medicinali cannabinoidi al paziente, tramite la farmacia della Asl. Questo era un elemento positivo che secondo noi oggi è necessario recuperare».

    cannabis terapeuticaIn definitiva, a distanza di un anno, il panorama è pressoché immutato. «Se la legge viene approvata così come abbiamo potuto leggerla, è una norma inutile – sottolinea Viazzi – Eppure sarebbe sufficiente correggere la vecchia proposta per ottenere un testo accettabile, in grado di evitare qualunque rilievo di natura costituzionale».

    Nel frattempo, i pazienti si confrontano quotidianamente con l’enorme difficoltà di accesso alle cure a causa di una scarsa conoscenza della materia, anche fra gli addetti ai lavori. «A Genova le persone che riescono ad accedere gratuitamente ai farmaci si contano sulle dita di una mano – Viazzi – Ultimamente ho ascoltato delle storie allucinanti: pazienti ai quali è stato calato il dosaggio mensile senza valutazione del singolo caso ma semplicemente per esigenze di uniformità del trattamento. Mentre chi acquista i farmaci a spese proprie riferisce di alcuni aumenti esorbitanti».

    Per quanto riguarda la normativa «In realtà le leggi regionali neppure servirebbero – Viazzi – Già le leggi nazionali parlano chiaro. Il vero problema è che i medici non se la sentono di prescrivere i farmaci cannabinoidi; non c’è ancora apertura verso tale modalità di cura nonostante tutte le evidenze scientifiche».

    L’unico scopo delle leggi regionali dovrebbe essere quello di facilitare l’accesso ai farmaci. «Le Regioni non devono entrare in campi che non sono di loro competenza, ossia specificare patologie (in Toscana) oppure specialità (in Liguria) – Viazzi – Le normative regionali sono utili se spiegano nel dettaglio come accedere gratuitamente alle modalità di cura con la cannabis previste dalle leggi nazionali, riducendo al minimo gli ostacoli reali per i pazienti».
    Ad esempio cercando di far sì che le operazioni avvengano in tempi più brevi «Senza dover aspettare mesi per ottenere i medicinali – Viazzi – Quindi disponendo di adeguate scorte nelle farmacie ospedaliere. E mettendo a disposizione dei pazienti diversi prodotti: quelli che rientrano nelle preparazioni galeniche magistrali, come estratti, tinture, creme, ecc. Sono tante le tipologie e le possibilità di utilizzo che dovrebbero essere liberamente accessibili».

    Infine «C’è la grande esigenza di diffondere una capillare informazione rivolta ai medici di base, specialisti, ospedalieri e non, magari gestita da figure competenti del Ministero della Salute Olandese e, per quanto riguarda le preparazioni magistrali, con il supporto della società dei farmacisti preparatori», sottolinea Viazzi. L’elemento dell’informazione viene citato, seppure in maniera troppo generica, nella nuova proposta di legge regionale della Liguria all’art. 5 “informazione sanitaria”. Tuttavia «Bisogna insistere di più in questo senso», ribadisce l’associazione dei pazienti.

     

    IL DISEGNO DI LEGGE IN COMMISSIONE SALUTE

    Cannabis terapeuticaIl luogo idoneo in cui la proposta di legge assumerà la sua veste definitiva è la Commissione Salute. «Stiamo valutando cosa fare in tale sede – conferma Quaini Stefano, consigliere di Sel – A dire il vero noi ci attendevamo maggiori contestazioni da parte della Corte Costituzionale. Invece, i punti che configurano la parziale illegittimità sono sostanzialmente due: l’indicazione dei medici specialisti e l’attivazione della convenzione con l’istituto di Firenze. Considerando che la legge n. 26 del 3 agosto 2012 conteneva dei buoni spunti, stiamo ragionando con gli uffici tecnici la maniera adeguata per recuperarli. In parole semplici cercheremo di realizzare una sorta di fusione tra le due proposte di legge, conservando gli aspetti positivi di entrambe. Anche perché presentando una proposta completamente nuova potremmo rischiare di incappare in un’altra bocciatura della Corte Costituzionale».

    Quindi, dopo un repentino accantonamento della vecchia proposta di legge, i consiglieri tornano sui loro passi «Ragionandoci sopra – spiega Quaini che la settimana scorsa ha annunciato il suo ritiro dalla vita politica, a partire da settembre, per tornare al lavoro di medico  – Crediamo sia meglio riadattare parzialmente il disegno di legge originario. Secondo me ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro con la certezza che questa volta la legge non subisca contestazioni».

    Il parere dell’associazione Pazienti Impazienti Cannabis troverà spazio nella discussione? «Il problema è che, se vogliamo arrivare con il testo in aula entro il mese di agosto, i tempi stringono e non possiamo fare molte audizioni in Commissione – risponde Quaini – Le associazioni le avevamo ascoltate all’epoca della presentazione della prima proposta. Adesso cercheremo di ascoltarle nuovamente». Il consigliere regionale aggiunge «L’ultima volta che ci siamo incontrati l’associazione ha presentato una marea di osservazioni. Il punto è che i pazienti hanno un approccio all’argomento fin troppo estensivo, come ho già spiegato loro. Se noi realizzassimo una legge con maggiori aperture essa correrebbe il rischio di non essere approvata in consiglio regionale».

    «Io personalmente ho una visione ampia – continua Quaini – Sono un medico e nella mia esperienza ho visto molte persone trarre beneficio dall’uso terapeutico della cannabis che io stesso ho prescritto in alcune occasioni ai miei pazienti. Da consigliere regionale, però, devo confrontarmi con un sistema legislativo che non è così aperto in questo campo. Bisogna prenderne atto. In Italia manca un’adeguata informazione sul tema cannabis terapeutica. Per sbloccare le cose, secondo me, è necessario un fronte trasversale a livello nazionale, con iniziative di carattere parlamentare. Come è stato fatto sul tema degli oppiacei».

    Le leggi regionali non dovrebbero servire a rendere funzionali le norme nazionali che già esistono? E a rimuovere gli ostacoli che, di fatto, impediscono ai pazienti l’accesso ai farmaci?
    «Sì, ma ribadisco, bisogna intervenire a livello nazionale – conclude Quaini – Occorre una regia centrale perché il problema ha rilevanza nazionale. Comunque sia, se riusciremo a far passare la nuova normativa, questo sarà un discreto passo avanti per la Liguria».

     

    Matteo Quadrone

  • San Teodoro, aria inquinata: biossido di azoto dal porto e dalle auto

    San Teodoro, aria inquinata: biossido di azoto dal porto e dalle auto

    Di Negro mercato comunale e chiesaGli abitanti di San Teodoro – fortemente preoccupati per la loro salute – denunciano pubblicamente l’inerzia delle istituzioni di fronte al grave inquinamento atmosferico in zona. I cittadini, riunitesi nel Comitato Aria Pulita San Teodoro, hanno chiesto e ottenuto dalla Provincia di Genova i dati relativi alla qualità dell’aria nel quartiere. Ebbene, da essi emerge con totale evidenza il ripetuto sforamento di valori significativi, in particolare per il parametro del diossido di azoto (secondo la corretta nomenclatura, ma noto anche come biossido di azoto), che avrebbero richiesto immediate contromisure, di fatto mai attuate.

    Per gli altri inquinanti monitorati dalle centraline della rete provincialevia Buozzi, Corso Firenze e Caserma dei Vigili del Fuoco (via Albertazzi) – la situazione è migliore: alcuni (diossido di zolfo, monossido di carbonio) hanno sempre rispettato i limiti di legge; altri (benzene, ozono, polveri sottili) li hanno saltuariamente superati ma non ripetutamente come per il disossido di azoto e, soprattutto, con un trend decrescente negli ultimi anni.

     

    Le sorgenti di inquinamento nella zona: porto (navi, traghetti, riparazioni navali) e traffico veicolare

    Il quartiere di San Teodoro è inserito in un contesto soggetto a molteplici sorgenti di inquinamento atmosferico legate alla presenza del porto, a diverse attività industriali e al traffico veicolare.
    Per quanto riguarda le attività portuali le maggiori criticità sono generate dal Terminal Traghetti e dalla zona industriale. Tra ponte dei Mille e ponte Caracciolo è ubicata la movimentazione di traghetti e crociere. Dalle navi in arrivo, in partenza o ferme agli ormeggi, si alzano colonne di fumo nero che, con la complicità del vento di scirocco, si abbattono sulle abitazioni. In particolare, la questione dei fumi prodotti dai traghetti (nonostante sia diminuita la percentuale di zolfo presente nel combustibile) rappresenta da anni un nodo irrisolto.

    enel-DINell’area compresa tra Calata Gadda e il piazzale di Levante sono insediate un gruppo di aziende che si occupano di riparazioni e manutenzioni delle navi. Inoltre, in prossimità della Lanterna si trovano: la Centrale Termoelettrica Enel di Ponte San Giorgio che per produrre energia elettrica utilizza carbone, gasolio e olio combustibile a basso tenore di zolfo; il Terminal Rinfuse, società leader nella movimentazione di merce alla rinfusa che movimenta principalmente carbone, rottami, minerali, fertilizzanti, sabbie ecc.
    Senza dimenticare il traffico auto veicolare. Le strade che costeggiano il porto di Genova – via Gramsci, via Milano, via Bruno Buozzi e la strada sopraelevata via Aldo Moro (45000 transiti medi giornalieri), hanno un transito medio auto veicolare, leggero e pesante, molto elevato.

    Il Comitato Aria Pulita San Teodoro, dopo aver visionato i dati del monitoraggio della qualità dell’aria, il 20 giugno scorso ha scritto a Sindaco, Presidente del Municipio Centro Ovest, Commissario Straordinario della Provincia, Presidenti di Regione Liguria e Autorità Portuale e Comandante della Capitaneria di Porto, per sollecitare gli enti preposti a fornire puntuali informazioni ai cittadini – almeno ai fini dell’auto-protezione individuale – vista l’assenza di adeguati interventi.
    Il 5 luglio la Provincia ha risposto al Comitato «Dai dati delle postazioni della rete provinciale di qualità dell’aria di via Buozzi, Corso Firenze e Caserma dei Vigili del Fuoco, aggiornati a luglio 2012, risulta che nella postazione di via Buozzi ci sono ripetuti superamenti del limite annuale per la protezione salute umana del parametro diossido di azoto; nella postazione di Corso Firenze ci sono ripetuti superamenti del valore obiettivo per il parametro ozono».

     

    La relazione della Provincia

    centro-ovest-di-negroLa centralina di via Bruno Buozzi, nel periodo di osservazione dal 29 novembre 2006 al 31 luglio 2012, ha registrato, per il Diossido di azoto (NO2), il costante superamento del limite annuale per la protezione della salute umana fissato in 40 μg/m3 dalla normativa vigente (D. Lgs. 155/2010). I valori delle concentrazioni medie annuali sono ricompresi nell’intervallo tra 54,7 microgrammi per metro cubo (nel 2011) e 86,7 microgrammi per metro cubo (nel 2008).
    Inoltre, nel 2009, è stato superato per 33 volte il limite orario per la protezione della salute umana fissato in 200 μg/m3 (da non superare più di 18 volte per anno). Nel corso degli anni si sono registrati altri superamenti orari, pur rispettando la normativa vigente: 2007 (4 superamenti orari); 2008 (7); 2010 (4); 2012 (1).
    Per quanto riguarda il Benzene (C6H6), secondo i dati della Provincia, nel 2008 è stato superato il limite per la protezione della salute umana fissato come concentrazione media annua in 5 μg/m3 dalla normativa vigente. Dopo tale data il limite è sempre stato rispettato.

    La centralina di Corso Firenze, in merito al Diossido di azoto (NO2), ha registrato il superamento del limite annuale per la protezione della salute umana negli anni 2006, 2007 e 2008. Mentre non è mai stato superato il limite orario per la protezione della salute umana. Nel corso degli anni si sono registrati alcuni superamenti orari pur rispettando la normativa: 2007 (14).
    Desta maggiore preoccupazione il parametro dell’Ozono (O3): dai dati emerge il superamento del limite per la soglia oraria d’informazione alla popolazione fissato in 180 μg/m3 dalla normativa, negli anni 2006, 2007 e 2010. Mentre è sempre stato superato (escluso l’anno 2011) il limite previsto come valore obiettivo della concentrazione media massima giornaliera su 8 ore e fissata dalla normativa in 120 μg/m3.

    san-teodoroS.Teodoro

     

     

     

     

     

     

     

    «Il superamento del limite relativo al diossido di azoto è una criticità comune a tutte le postazioni da traffico – sottolinea il Commissario Straordinario della Provincia di Genova, Piero Fossati – Data la prevalente natura secondaria del diossido di azoto e dell’ozono gli interventi posti in essere per ridurre i livelli di inquinamento atmosferico non sempre hanno permesso di conseguire gli effetti desiderati, per la riduzione di questi inquinanti che continuano a superare i limiti previsti dalla vigente normativa in moltissime città italiane e europee».
    Cecilia Brescianini, Direzione Ambiente, Ambiti Naturali e Trasporti Provincia di Genova, aggiunge «Il diossido di azoto è un inquinante primario ma anche secondario che proviene dall’ossidazione del monossido di azoto in atmosfera. Di conseguenza è più difficile da contrastare. Il problema non riguarda solo San Teodoro ma l’intera città. Anzi, per meglio dire è una questione nazionale. Lo sforamento del limite annuale si è verificato in diverse zone monitorate. Per esempio nel 2011 le seguenti postazioni hanno superato la soglia: via Buozzi, Corso Buenos Aires, Corso Europa, via Ronchi, Piazza Masnata, via Pastorino, via Molteni (Comune di Genova); Chiavari e Busalla per quanto concerne la Provincia di Genova».

    «Proprio per la complessità del fenomeno e la necessità di adottare interventi ad ampio raggio e sicuramente non esclusivamente a livello locale – si legge nella relazione della Provincia – ha indotto la Regione Liguria, così come altre regioni italiane, a fare richiesta di deroga temporale, così come previsto dalla normativa, per il rispetto dei limiti per le zone che ancora oggi superano i limiti di legge e per i quali tale conseguimento è molto difficoltoso».

     

    Il diossido di azoto

    san-teodoro-di-negro

    Il Diossido di Azoto è un gas di colore rosso bruno, di odore forte e pungente, altamente tossico ed irritante. In generale gli ossidi di azoto (NO, N2O, NO2 ed altri) sono generati da processi di combustione, qualunque sia il combustibile utilizzato, per reazione diretta tra l’azoto e l’ossigeno dell’aria ad alta temperatura (superiore a 1.200 °C). I processi di combustione (centrali termoelettriche, riscaldamento, motori a combustione interna quali quelli degli autoveicoli) emettono quale componente principale monossido di azoto (NO). Successivamente il monossido di azoto (NO), in presenza di ozono e di radicali ossidanti, si trasforma in diossido di azoto. La formazione diretta di NO2 dai processi di combustione è strettamente correlata agli elevati valori di pressione e temperatura che si realizzano all’interno delle camere di combustione dei motori.
    I fumi di scarico degli autoveicoli contribuiscono enormemente all’inquinamento da NO; la quantità di emissioni dipende dalle caratteristiche del motore e dalla modalità del suo utilizzo (velocità, accelerazione, ecc.). In generale, la presenza di NO aumenta quando il motore lavora ad elevato numero di giri (arterie urbane a scorrimento veloce, autostrade, ecc.).
    Per quanto riguarda gli effetti sulla salute dell’uomo, gli ossidi di azoto risultano potenzialmente pericolosi per la salute. Il diossido di azoto presenta una tossicità fino a quattro volte maggiore di quella del monossido di azoto. Forte ossidante ed irritante, il diossido di azoto esercita il suo effetto tossico principalmente sugli occhi, sulle mucose e sui polmoni. In particolare tale gas è responsabile di specifiche patologie a carico dell’apparato respiratorio: bronchiti, allergie, irritazioni, edemi polmonari che possono portare anche al decesso. I soggetti più esposti all’azione tossica sono quelli più sensibili, come i bambini e gli asmatici.
    Gli ossidi di azoto si possono ritenere fra gli inquinanti atmosferici più critici, non solo perché il diossido di azoto in particolare presenta effetti negativi sulla salute, ma anche perché, in condizioni di forte irraggiamento solare, provocano delle reazioni fotochimiche secondarie che creano altre sostanze inquinanti (“smog fotochimico”): in particolare è un precursore dell’ozono troposferico e della componente secondaria delle polveri sottili.

     

    L’auspicio degli abitanti: “migliorare la convivenza della città con il suo porto”

    Gru del portoLe istituzioni tendono a minimizzare, spesso allargando il problema all’intera città ma «La situazione di San Teodoro è particolarmente grave perché generata da diverse componenti – spiega Alberto Vezzoni referente del Comitato Aria Pulita San Teodoro – Il Gru del portotraffico auto veicolare (via Buozzi, via Milano, sopraelevata); il porto sia per la funzione passeggeri quindi navi e traghetti, sia per la funzione industriale ossia Centrale Enel, Terminal Rinfuse, riparazioni navali».
    A differenza del Ponente (Prà e Voltri), dove il tema della convivenza città-porto è da lungo tempo all’ordine del giorno, il quartiere di San Teodoro sconta un minore “peso” politico «Siamo inseriti nel Municipio Centro Ovest ma a volte ci sentiamo i fratelli minori di Sampierdarena», sottolinea Vezzoni.
    Eppure «La stessa Provincia di Genova ammette il problema – continua Vezzoni – riconoscendo che, rispetto ad altre zone, qui non c’è solo il traffico veicolare ma anche le navi: i colossi da crociera che stazionano ormeggiati con i motori accesi emettendo fumi; così come i traghetti in partenza che, soprattutto d’estate, ogni sera rilasciano dense colonne di fumi. Spesso si tratta di imbarcazioni delle Moby e Tirrenia, vecchie e inquinanti. Mentre i traghetti diretti in Tunisia, evidentemente più nuovi, rilasciano fumi ma in quantità nettamente minori. È del tutto evidente che ci sia una responsabilità a carico di alcune compagnie, tuttavia nessuno gliele contesta».

    Dunque, la presenza del porto esercita un’influenza significativa sull’inquinamento dell’aria «Per questo continuiamo a studiare il fenomeno – spiega Cecilia Brescianini – La Provincia ha partecipato al progetto europeo “Apice” che aveva tra i suoi obiettivi quello di valutare l’impatto del porto sull’inquinamento atmosferico nelle città portuali con particolare attenzione al contributo del particolato PM10 e PM2.5 (le cosiddette polveri sottili, ndr). In questo contesto si è stimato che le emissioni navali contribuiscono per il 10% del PM2.5 rilevato in città, le emissioni industriali per il 20%, le emissioni del traffico per il 45% le emissioni domestiche per il 5%».

    «Ma il 10% è l’incidenza media annuale? – si domanda Vezzoni – Perché sarebbe interessante rilevare qual è la stima nel periodo tra giugno e settembre quando, complice lo scirocco, l’incidenza potrebbe essere assai superiore. Io abito in via Milano, proprio di fronte alla partenza dei traghetti. Tutti i residenti di via Buozzi e della parte alta di San Teodoro, nelle ore serali, in particolare d’estate, sono costretti a chiudere le finestre per riuscire a respirare». Senza dimenticare la presenza della centrale dell’Enel che «Continua a depositare il carbone in aree esterne, agendo in deroga alla legge, senza che nessuno intervenga – aggiunge Vezzoni – Se aggiungiamo il traffico veicolare è facile tirare le somme: il diossido di azoto è l’inquinante che negli ultimi 6 anni ha sempre sforato il limite massimo. Ma in via Buozzi, secondo i dati che abbiamo potuto visionare, c’è stato anche il biennio terribile 2006-2008, in cui quasi tutti gli inquinanti superavano i limiti di legge. Poi, grazie al miglioramento dei motori delle automobili e a maggiori controlli, alcuni parametri sono rientrati. Non il diossido di azoto, però, che continua a preoccupare, come l’ozono in Corso Firenze».

    Infine c’è da menzionare anche l’inquinamento acustico causato dai generatori delle navi. In questo senso, le istituzioni rispondono che stanno lavorando all’elettrificazione delle banchine. Tuttavia, secondo Vezzoni «Ci stanno raccontando delle favole. Per elettrificare una banchina sono necessari oltre 4 milioni di euro. Solo per una singola unità navale. Per due, la cifra sale a 9 milioni. Inoltre, una nave da crociera necessita di un rifornimento di energia elettrica pari all’intero quartiere di San Teodoro. Quindi Enel, o un altro operatore, dovrebbe garantire una tale quantità di energia. Tutto ciò, francamente, risulta difficile da ipotizzare».

    Sul tema inquinamento atmosferico «Non c’è la giusta sensibilità e neppure la corretta trasparenza – continua Vezzoni – Se lei va a leggere il bollettino qualità dell’aria sul sito web della Provincia vedrà che spesso i dati relativi alla centralina di via Buozzi riportano la dicitura ND, ovvero non disponibili (in effetti è così, ndr). Il Commissario Fossati nella risposta al Comitato ha ribadito il carattere “pubblico” dei monitoraggi, liberamente consultabili. Inoltre, ha riconosciuto che i valori di via Buozzi sono abnormi, però, ha affermato “è quello che accade in tutta la città”. Ma questa non può essere una giustificazione per non intervenire in alcun modo».
    Per il Comitato Aria Pulita San Teodoro, invece, è necessario agire con alcune misure immediatamente attuabili «Innanzitutto studiando degli obblighi stringenti e facendoli rispettare a traghetti e navi da crociera affinché questi mezzi rilascino fumi inquinanti in misura minore. E poi è possibile installare delle barriere, ad esempio sulla sopraelevata, come quelle presenti in autostrada».
    Insomma, in qualche modo occorre occuparsi delle criticità per proteggere la salute dei cittadini. «La Provincia tende a sminuire ma li posso capire, d’altra parte sono un ente in via di smantellamento – conclude Vezzoni – Però, esiste anche il Comune che ha una responsabilità in questo senso. Eppure finora nessuno si è mosso. Neanche per informare i cittadini ed invitarli a prendere delle misure precauzionali di auto-protezione».

     

    Matteo Quadrone

  • Biblioteca Universitaria di Genova: un trasferimento lungo quindici anni

    Biblioteca Universitaria di Genova: un trasferimento lungo quindici anni

    archivio-libri-scrittura-D1Un sogno destinato a rimanere tale, complici prima la difficoltà di reperire risorse poi la disorganizzazione e la carenza di personale. Parliamo della nuova e prestigiosa sede della Biblioteca Universitaria di Genova, presso l’ex hotel Colombia di piazza Acquaverde di fronte alla stazione Principe, appena sopra alla storica via di Prè, a due passi dalla via Balbi degli studenti. Uno scrigno della memoria finora pressoché vuoto e sempre inaccessibile al pubblico nonostante sia quasi pronto.
    Un investimento da 26 milioni di euro a carico dello Stato, tra acquisto (nel 1999) e restauro della struttura in stile liberty, 13 mila metri quadrati su cinque piani (più due sotterranei) che dovrebbero ospitare oltre 650 mila volumi – di cui almeno 200 mila “a scaffale aperto” dunque a libero accesso – nella più grande biblioteca della Liguria che, nonostante il nome, a livello amministrativo dipende direttamente dal Ministero dei Beni Culturali.
    L’idea originaria è particolarmente ambiziosa, ossia realizzare un polo culturale, dotato di diverse anime: una pubblica, una universitaria ed una di conservazione, visto che racchiuderà in sé la memoria di Genova, compreso il lascito Edoardo Sanguineti, una collezione di circa 25 mila libri che il poeta ha voluto donare alla città. Inoltre, nella struttura troveranno spazio un ristorante all’ultimo piano, una caffetteria ed un bookshop al piano terra, una sala convegni nell’ex salone da ballo, una mediateca nel piano ammezzato.

    Principe ex hotel Colombia. nuova biblioteca universitariaDa quindici anni si parla del progetto e viene annunciata l’imminente apertura della nuova sede, ma immancabilmente – tranne sporadiche quanto temporanee inaugurazioni per mostrare a pochi fortunati lo splendore delle sue sale – le porte della biblioteca rimangono chiuse, lasciando fuori i cittadini.
    Nel 2012, dopo lungo lavoro ai fianchi del Ministero per ottenere lo sblocco dei fondi, i lavori di restauro sono finalmente terminati. Ad oggi, luglio 2013, mancano gli arredi interni – fondamentali per rendere fruibile il materiale librario – mentre i volumi iniziano a traslocare ma solo nei sotterranei dell’ex hotel Colombia, adibiti a magazzino.

    LE RACCOLTE INACCESSIBILI PER GLI UTENTI

    Dunque, il trasferimento, almeno di una parte di volumi (in particolare la sezione moderna e gli acquisti dal 2000 in poi), è in atto. Tuttavia l’operazione «È gestita con iniziative estemporanee che allontanano dall’obiettivo principale di una biblioteca, ovvero rendere al più presto fruibili le raccolte librarie all’utenza – spiega una bibliotecaria – C’è un evidente deficit di organizzazione. I libri, seppur lentamente, si stanno spostando dalla vecchia sede di via Balbi al nuovo magazzino. Però, non si sa quando effettivamente il materiale sarà accessibile per i lettori».

    archivio-libri-scrittura-D3Nonostante ciò, i lavoratori auspicano che per l’autunno 2013 sia possibile attivare la fruizione del materiale documentario, con un’apertura perlomeno parziale. «Dobbiamo studiare la modalità con le poche forze che abbiamo a disposizione, anche perché, inevitabilmente, ci sarà una fase in cui dovremo garantire l’apertura di entrambe le sedi», sottolinea un’altra bibliotecaria.
    Il futuro rimane un’incognita e le notizie arrivano con il contagocce. Era Superba ha provato a chiedere lumi (tramite mail e telefonate) alla Direzione dei Beni Culturali della Liguria, presieduta dall’arch. Maurizio Galletti, senza ottenere risposta.

    In ballo c’è anche il destino del Fondo Sanguineti. «La traslazione è avvenuta circa 2 anni e mezzo fa – raccontano i lavoratori che preferiscono rimanere anonimi – Eppure, attualmente su circa 25 mila volumi complessivi soltanto 3000 sono stati presi in carico dalla biblioteca universitaria». Gli altri rimangono inscatolati in qualche magazzino, chissà dove, con una gestione del trasferimento che appare alquanto improvvisata.

    GLI ARREDI INTERNI

    Principe ex hotel Colombia. nuova biblioteca universitaria.1Come detto in precedenza, affinché la nuova sede sia davvero funzionale, sono necessari gli arredi interni: innanzitutto le scaffalature per disporre i volumi appunto “a scaffale aperto”, secondo la vocazione di una biblioteca che sia eminentemente “pubblica”, poi tavoli, sedie, armadi, ecc.
    Per la fornitura degli arredi si è svolta una gara di appalto da circa 2,7 milioni di euro ma, secondo voci interne, una ditta non vincitrice ha presentato ricorso. Di conseguenza, fin quando non si risolverà il contenzioso giudiziario – e conosciamo i tempi lunghi di simili vicende – la situazione è pressoché bloccata.
    Nel frattempo, come racconta una bibliotecaria «Per il magazzino abbiamo riutilizzato le scaffalature della sede di via Balbi. Il problema è che mancano le scaffalature portanti, quelle fondamentali per organizzare le sale di lettura e consultazione».

    LA CARENZA DI PERSONALE

    La disorganizzazione è indissolubilmente legata alla carenza di forza lavoro. Complessivamente, i dipendenti della biblioteca universitaria sono una cinquantina. Meno di una ventina di essi, però, lavorano come servizio al pubblico. Decisamente troppo pochi per l’idea di polo culturale che è stata illustrata in questi anni.
    «Noi vorremmo che fossero attuate nuove immissioni – spiegano i lavoratori – circa 2 anni fa abbiamo firmato il fabbisogno di personale, indicando la quota di lavoratori mancanti, in base alle piante organiche del’epoca. Oggi siamo messi peggio. Siamo una cinquantina tra uffici amministrativi, back office (catalogazione, ecc.) e servizio al pubblico, mentre dovremmo essere come minimo 80. C’è assolutamente bisogno di forza lavoro, almeno sotto forma di tirocini e stage».

    «L’insufficienza della forza lavoro è un problema nazionale legato a precise scelte politiche – afferma Carlo Brizzi, rappresentante della Cgil-Fp Beni Culturali che, insieme a tutte le altre sigle sindacali, è scesa in piazza sul finire di giugno allo scopo di ribadire l’importanza del settore (e dei suoi lavoratori) per il sistema Paese – In questi giorni finalmente ci confronteremo con il Ministro Bray».
    Il sindacalista spiega: «La Legge Brunetta ha stabilito una fase di ricognizione degli organici che ha portato ad un taglio della forza lavoro del 20%. Il risultato è la pubblicazione degli organici nazionali, dai quali emerge con evidenza una carenza nella cosiddetta 3° area (funzionari) e nella 2° (tecnici), mentre nella 1° area, quella dei servizi ossia il livello più basso, c’è un esubero di 272 unità. Secondo la norma dell’ex ministro della Funzione Pubblica finché non saranno appianati gli esuberi, tramite qualche forma di mobilità o accompagnamento al pensionamento, non sarà possibile procedere a nuove assunzioni. È un vero e proprio paradosso, ci vorranno almeno altri 4-5 anni e nel frattempo tutto è bloccato. Noi abbiamo chiesto l’eliminazione della 1° area. Infatti, servono soprattutto funzionari e tecnici di supporto».

    GLI SPAZI DA AFFIDARE AI PRIVATI

    Un lussuoso ristorante all’ultimo piano, la caffetteria, il bookshop, la mediateca, la sala convegni: sono tanti gli spazi che nelle migliori intenzioni dovrebbero essere dati in affidamento a privati. Oggi, però, con la crisi che non accenna ad allentare la sua morsa, esistono imprenditori pronti a rischiare nel rilancio della zona grazie al volano della biblioteca?
    Per il momento non lo sappiamo perché, a quanto pare, non è stata bandita alcuna gara. Eppure, l’affidamento degli spazi è un’operazione fondamentale per coprire i costi di gestione di una simile struttura.
    «Di collaborazione con i privati si parla ormai da anni – confermano i lavoratori della biblioteca – il progetto originale prevedeva il coinvolgimento attivo della città per rivitalizzare l’area di Principe. Anche il Comune ed altre istituzioni dovrebbero collaborare, magari utilizzando le sale dell’ex hotel Colombia per presentazioni, incontri, dibattiti pubblici».
    Insomma, per far decollare definitivamente il progetto ci vuole la sinergia di diversi soggetti. D’altra parte, una volta che si è concretizzato un investimento così significativo, sarebbe stupido e controproducente tornare indietro. «Per questo siamo convinti che, prima o poi, la nuova sede vedrà la luce – concludono i dipendenti – anche se i tempi rimangono un mistero».

     

    Matteo Quadrone

  • Albaro, villa Franzone area ex Seat: stop alle residenze abusive

    Albaro, villa Franzone area ex Seat: stop alle residenze abusive

    albaro. area ex seat2Mentre il Municipio Medio Levante chiede una maggiore tutela delle ville storiche di Albaro, viene chiamato dal Comune ad esprimere il proprio parere sulla proposta di aggiornamento del PUC vigente riguardo al piano di lottizzazione dell’ex area Seat, nei terreni delle Ville Franzone e Candida.

    Stiamo parlando di una vicenda che affonda le sue radici addirittura nel lontano 1985, quando la Società elenchi ufficiali degli abbonati telefonici (Seat) – proprietaria di un’area di 3670 mq tra via Federico Ricci e via San Giuliano – presentò un progetto per realizzare un edificio da destinare ad uffici per un volume di circa 8500 metri cubici.
    Dopo un lungo contenzioso giudiziario, il cambio di proprietà, il tentativo di edificare residenze anziché uffici, restano sul campo una costruzione non finitaposta sotto sequestro dalla magistratura nel 2010 – e molte perplessità sulle scelta di rilasciare dei permessi a costruire relativi ad un sito incastonato tra i parchi e le pertinenze di due dimore storiche (Ville Franzone e Candida), per altro vincolate dalla Soprintendenza.
    Adesso l’amministrazione comunale, con questo atto – che dopo l’esame in commissione e consiglio del Municipio Levante Levante passerà in Consiglio comunale per il via libero definitivo – intende ribadire l’originaria destinazione d’uso dell’immobile. Dunque, soltanto uffici e nessuna residenza. Inoltre, il Comune decide di rinunciare al parcheggio ad uso pubblico previsto dalla convenzione stipulata all’epoca, oggi non più ritenuto necessario, scegliendo così di monetizzare gli oneri di urbanizzazione dovuti dai costruttori e stimati in circa 431 mila euro.

    «Il Giudice amministrativo ha stabilito che il piano di lottizzazione “vive” e dunque noi non possiamo fare altro che adeguarci – commenta l’architetto Maurizio Sinigaglia, funzionario tecnico della Direzione urbanistica e grandi progetti del Comune – però riportando il tutto alle previsioni del 1991. Oggi sarebbe praticamente impossibile approvare un intervento simile perché, rispetto agli anni ’80 e ‘90, c’è una sensibilità assai maggiore su questi temi».
    «Il parere favorevole del Municipio è legato alla precisa richiesta di spendere parte degli oneri di urbanizzazione sul territorio di Albaro», sottolinea Bianca Vergati, consigliere municipale (Sel-Lista Doria) e vicepresidente della Commissione Territorio.

    Anni 80 e 90: il progetto Seat ad Albaro

    La lottizzazione proposta nel 1985 dalla società Seat era conforme allo strumento urbanistico allora vigente. Il Piano Regolatore Generale del 1980, infatti, destinava l’area oggetto dell’intervento ad insediamenti commerciali e direzionali (ZA-CD), all’interno di zona storico-ambientale, vista la presenza di contigui manufatti di valore storico-ambientale e di zone di pregio paesaggistico. Nel dettaglio, il progetto edilizio prevedeva la realizzazione di un edificio per uffici articolato in due blocchi posti ad angolo ciascuno di tre piani fuori terra, per una volumetria complessiva pari a 8492 metri cubici e di un piano interrato destinato a parcheggi e locali tecnici.
    Il consiglio comunale, con deliberazione n. 1848 del 20 ottobre 1986, approvava il piano di lottizzazione, mentre la relativa convenzione tra Seat e Comune, veniva siglata nel maggio del 1991. Quest’ultima, all’art. 4, tra gli impegni assunti dalla società lottizzante prevedeva l’obbligo di consentire – senza alcun onere per il Comune – l’uso pubblico di un parcheggio in un’area adiacente al perimetro del piano e costituente distacco di Villa Candida (soggetta a vincolo storico monumentale), nonché della strada di accesso compresa anch’essa nel nuovo insediamento.

    albaro. area ex seat1Nel dicembre ‘91 il Comune rilasciava la concessione ad eseguire i lavori dell’edificio destinato a uffici. Nel novembre 1992 partivano le opere di sbancamento, ma appena un mese dopo, nel dicembre 1992, il tutto veniva sospeso dalla Soprintendenza per i Beni ambientali ed Architettonici della Liguria che contestava l’assenza della necessaria autorizzazione per intervenire sui terreni compresi nel parco della vincolata Villa Franzone. Inoltre, la Soprintendenza rendeva noto che era in corso il rinnovo del vincolo relativo all’edificio e comprensivo di tutte le sue pertinenze, compreso il parco. Nel dicembre 1993 il complesso Villa Raggio Franzone, con decreto del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, veniva dichiarato di interesse particolarmente importante ai sensi della legge 1 giugno 1939 n. 1089 e come tale sottoposto a tutte le cautele conseguenti, con efficacia anche nei confronti di ogni successivo proprietario.

    Il contenzioso giudiziario

    Successivamente alcuni privati presentarono ricorso al Tar Liguria impugnando tutti gli atti dell’amministrazione comunale che autorizzavano l’intervento e chiedendone l’annullamento. Il Tar con sentenza n. 192 del 09-06-1995 accoglieva il ricorso.
    Nel 1996 la società Seat proponeva appello contro la sentenza. Il Consiglio di Stato, con decisione 254/2005 depositata il 31 gennaio 2005, accoglieva l’appello riformando la sentenza del Tar Liguria e dichiarando irricevibile il ricorso di primo grado e inammissibile l’appello accidentale, provocando la conseguente reviviscenza nei loro effetti degli atti impugnati.

    Nelle more del predetto contenzioso, nel marzo 2000, veniva approvato il nuovo Piano Urbanistico Comunale tuttora vigente che include l’area oggetto dell’intervento nella zona A – tessuto storico, sottozona AV, caratterizzata da edifici, giardini o parchi di pertinenza di pregio storico contraddistinti da valore paesistico e ambientale costituenti un sistema unitario da conservare, dove la nuova costruzione è consentita esclusivamente per edifici compatibili in luogo di edifici preesistenti, ove si rilevi l’esigenza di riqualificare una situazione ambientalmente compromessa. Le funzioni ammesse sono diverse e comprendono residenze, alberghi, uffici, ecc.

    Nel frattempo, proprietaria del complesso e dell’adiacente Villa Candida – comprese le pertinenze e l’area già individuata quale parcheggio pubblico – era diventata la società Bagliani San Giuliano srl, che chiedeva la voltura dei titoli abilitativi, ed in virtù della sentenza del Consiglio di Stato, comunicava la ripresa dei lavori. Ma il Comune stoppava nuovamente le operazioni in ragione della sopravveniente imposizione del vincolo monumentale sull’area e sulla villa, da parte della Soprintendenza.
    Bisogna ricordare, però, che successivamente alla sentenza del Tar n. 192/1995 e nelle more della sentenza n. 254/2005 del Consiglio di Stato, con provvedimento n. 548 del 17 agosto 2004 veniva rilasciato il permesso a costruire per opere edilizie relative al medesimo complesso di Villa Candida con realizzazione di autorimesse interrate e spazi pertinenziali in coerenza con quanto ammesso dal PUC del 2000. L’area che doveva ospitare il parcheggio pubblico (secondo la convenzione del ‘91) veniva destinata a spazio pertinentale, sistemato a verde con la previsione di alcune piscine condominiali.

    A seguito dell’esame della Soprintendenza l’intervento a suo tempo approvato (1991) è stato ritenuto ammissibile a condizione della riduzione volumetrica di un piano. Il progetto veniva ulteriormente rielaborato e la ripresa dei lavori consentita nel settembre 2006. A fronte della presentazione di elaborati di concessione edilizia adeguati alle indicazione richieste, la Soprintendenza esprimeva il proprio nulla osta alla realizzazione dell’edificio nel luglio 2007.
    Di conseguenza la società Bagliani presentava presso il Settore approvazione progetti e controllo attività edilizia del Comune, variante in corso d’opera riguardante una soluzione progettuale diversa da quella approvata con concessione edilizia n. 550 del 1991.

    Gli abusi edilizi

    I lavori, però, sono continuati in maniera non conforme ai titoli abilitativi. Sottoposti a verifica degli ispettori dell’Edilizia privata del Comune, documentata da verbale di accertamento ispettivo prot. 290729 del 17-08-2010, nell’ambito del quale venivano rilevate anche opere di frazionamento preordinate al mutamento di destinazione d’uso a fini residenziali del fabbricato.

    albaro. area ex seat3Il verbale veniva trasmesso all’autorità giudiziaria che aprì un’indagine e pose sotto sequestro l’immobile. Il processo, partito un anno fa, non è ancora concluso.
    La società Bagliani per la realizzazione delle unità residenziali abusive è stata punita con una sanzione pecuniaria, versata nelle casse comunali, di circa 900 mila euro.

    La variante al progetto

    La variante progettuale è stata modificata nel 2011 con la totale sostituzione ed integrazione degli elaborati grafici e della documentazione allegata. In data 6 maggio 2011 la società Bagliani ha anche chiesto che la pratica di variante venisse mantenuta in essere come “Mantenimento di opere realizzate in difformità rispetto alla concessione edilizia n. 550 del 03-12-1991 e opere di adeguamento per la realizzazione di un edificio a destinazione direzionale e connessa modifica alla convenzione”.
    L’istanza in esame ha comportato ulteriori modifiche al progetto, da ultimo in data 02-08-2011. Come evidenziato nella relazione tecnica del Settore approvazione progetti del Comune (agosto 2011) «In seguito alle successive rielaborazioni il progetto persegue l’obiettivo di ricondurre l’intervento a quanto previsto dalla originaria versione progettuale sotto i profili dell’unitarietà dell’edificio e della destinazione direzionale prevista dal piano di lottizzazione approvato».

    Le opere eseguite e quelle da eseguire

    L’edifico realizzato si compone di tre piani in cui sono collocate 10 unità immobiliari ad uso residenziale oltre ad un alloggio per il custode, nonché di un piano interrato destinato ad autorimessa suddivisa in 10 box.
    Il complesso risulta dotato di piscine di pertinenza realizzate nell’ambito delle sistemazioni esterne. A tali modifiche si aggiungono quelle riguardanti la localizzazione dei parcheggi: quelli di uso pubblico previsti dalla convenzione del ‘91 risultano del tutto assenti; quelli di pertinenza risultano costituiti dalla sola autorimessa e dunque insufficienti rispetto alla quantità necessaria.

    Le opere da eseguire, secondo il progetto di variante proposta, prevedono la cancellazione di tutti gli elementi identificativi la destinazione residenziale tramite l’eliminazione delle cucine e degli elementi distintivi, del frazionamento in singole unità immobiliari e delle piscine condominiali, progettando un nuovo sistema distributivo unitario per l’intero edificio da attuarsi mediante la demolizione di porzioni di tramezzature interne e di parti strutturali.

    «L’intervento eseguito sotto il profilo pianivolumetrico può essere coerente con le previsioni del piano di lottizzazione approvato – scrive la Direzione urbanistica e grandi progetti nella relazione tecnica dell’agosto 2011 – in tal senso il mantenimento dell’attuale configurazione può essere confermata subordinatamente alla realizzazione delle opere di adeguamento sopra indicate e all’aggiornamento dei relativi aspetti convenzionali».

    Il progetto preliminare di Piano Urbanistico Comunale adottato nel dicembre 2011 ed attualmente operante in salvaguardia, inserisce queste aree – come peraltro il piano vigente – in un ambito particolarmente conservativo AC-VU (ambito di conservazione del verde urbano strutturato). Tra le funzioni ammesse ci sono anche gli uffici, non evidenziando in tal senso alcun contrasto con la destinazione ad uffici attribuita dal piano di lottizzazione.

    La rinuncia al parcheggio pubblico e la monetizzazione degli oneri di urbanizzazione

    Nello svolgimento dell’istruttoria del progetto il Comune ha rilevato l’esigenza di procedere con l’aggiornamento della convenzione relativamente alla previsione degli standard «Constatando che le prestazioni urbanistiche previste nella convenzione attuativa del piano di lottizzazione del 1991 appaiono oggi di scarsa fruibilità e non rivestono interesse alcuno per l’amministrazione comunale – scrive la Direzione urbanistica e grandi progetti – È dunque opportuno prevedere la rinuncia al vincolo di destinazione d’uso a parcheggio pubblico dell’area a tale fine individuata nell’ambito della convenzione del ’91 a fronte di un adeguato indennizzo a favore dell’amministrazione comunale».
    La relazione di stima, elaborata il 3 maggio 2013 allo scopo di determinare un congruo indennizzo al Comune, tenendo conto del vantaggio economico conseguito dal soggetto privato in conseguenza dell’utilizzo dell’area, già destinata a parcheggio pubblico, quale spazio pertinenziale privato dell’adiacente complesso di villa Candida, si è concretizzata in una valutazione di circa 431 mila euro.

    La mozione per la tutela delle ville storiche di Albaro

    Come dicevamo in apertura il consiglio del Municipio Medio Levante ha approvato a maggioranza (con la sola astensione del Pdl) una mozione presentata dal consigliere Bianca Vergati (Sel-Lista Doria) per la tutela di ville storiche, parchi, giardini e antiche creuze di Albaro.
    «Le ville di Albaro costituiscono un sistema da preservare e valorizzare in quanto patrimonio eccezionale all’interno della struttura urbana – sottolinea il documento – Infatti, mentre alcune sono il “prototipo” delle ville dell’Alessi del Cinquecento come ad esempio Villa Cambiaso, sede della facoltà di Ingegneria, altre, considerate “edificato antico” sono preziosa testimonianza delle ville del genovesato e come tali da “vincolare” perché patrimonio della città ed ”emergenza storico-artistica”».

    Il sistema delle ville e dei parchi di Albaro, secondo il progetto preliminare di PUC adottato nel dicembre 2011, è inserito negli ambiti con Disciplina Paesaggistica Speciale (AC-VU-5 –N.). Le funzioni ammesse sono riferite alla Disciplina Paesaggistica Speciale e Puntuale, con riferimento alla tutela dell’edificato antico, sottolineando che gli interventi devono mantenere l’originaria modalità costruttiva.

    La mozione, in sostanza, chiede di rispettare quanto asserito nel PUC. «Particolare attenzione dovrà esservi per il valore storico del sistema delle ville di Albaro – si legge nel documento – non permettendo interventi invasivi, come ad esempio quello di Villa Raggio in via Pisa, che potrebbe stravolgere l’edificato antico e non garantire l’originaria consistenza del parco, non salvaguardando l’importanza del verde per la salute dei cittadini. Si chiede di permettere interventi edilizi che privilegino l’interesse pubblico di tutela del paesaggio, del patrimonio storico, l’origine antica di parchi e creuze. I cittadini, ed in particolare i firmatari delle presenti osservazioni, chiedono di partecipare attivamente nelle proposte progettuali sul Municipio del Medio Levante».

    «Le osservazioni che abbiamo formulato vogliono riportare l’attenzione del Comune riguardo ad interventi edilizi su ville storiche in Albaro – spiega il consigliere Bianca Vergati – alcuni sono già avvenuti, come quelli in via G. Bruno e via dei Maristi, altri sono in itinere, come Villa Raggio, dove si prevedono, secondo la delibera n. 1040 del 07/12/2011, opere di “ristrutturazione con cambio d’uso, frazionamento, ampliamento, sostituzione edilizia, realizzazione di piscina pertinenziale nel complesso monumentale”».
    «Io ho il massimo rispetto per gli investimenti economici dei privati – conclude Vergati – piuttosto che lasciare andare in malora degli spazi è giusto intervenire, però, sempre garantendo il decoro e rispettando il contesto in cui si opera. Oggi tra Villa Franzone e Villa Candida è rimasto uno scempio a causa di scelte non condivisibili compiute in tempi ormai remoti».

     

    Matteo Quadrone
    [Foto dell’autore]

  • Elisoccorso, Liguria: business per i privati o servizio pubblico?

    Elisoccorso, Liguria: business per i privati o servizio pubblico?

    elisoccorso liguriaIl lungo contenzioso giudiziario relativo al servizio di elisoccorso tecnico/sanitario della Regione Liguria – un esempio di efficacia ed efficienza dell’amministrazione pubblica che rischia di esser sacrificato sull’altare dell’interesse privato – si arricchisce di un nuovo capitolo. Il sindacato autonomo dei vigili del fuoco Conapo, infatti, ha proposto e finanziato 2 ricorsi – contro le sentenze del Consiglio di Stato n. 4539/2010 e del Tar Liguria n. 1514/2012 – riaprendo così una partita che sembrava ormai destinata a chiudersi dopo le sopracitate pronunce della giustizia amministrativa.
    Dunque, tutto da rifare. Il Consiglio di Stato, in accoglimento delle istanze degli avvocati del Conapo, ha deciso di rinviare al 14 novembre prossimo la trattazione delle questioni di merito della controversia, in modo tale da consentire ai ricorrenti di far valere in giudizio le proprie ragioni a sostegno dell’importanza e dell’opportunità per la collettività ligure (cittadini, turisti, medici) di continuare ad avvalersi del Corpo nazionale dei vigili del fuoco per il servizio di elisoccorso. Quest’ultimo, attivo fin dal 1994, coniuga alla perfezione presenza e competenze di vigili del fuoco e personale medico del servizio sanitario nazionale in un unico team elitrasportato, offrendo potenzialità operative non riscontrabili nei comuni servizi di elisoccorso. Inoltre, questa configurazione di equipaggio garantisce – unica in Italia, insieme alla gemella da qualche anno operativa in Sardegna – il mantenimento di un livello di sicurezza ottimale per il personale sanitario durante le operazioni di soccorso a terra.

    IL RICORSO DEI PRIVATI
    La Regione Liguria, per l’effettuazione del servizio di elisoccorso integrato, da metà anni ’90 stipula delle convenzioni pluriennali con il Ministero dell’Interno-Dipartimento dei vigili del fuoco.
    Nel 2008 questa decisione è stata impugnata da una società commerciale, la Freeair-Helicopters S.p.A. – seguita a ruota da molti altri soggetti privati operanti nel settore del trasporto in elicottero – che ha presentato ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) ed al Consiglio di Stato.
    Il giudice amministrativo ha accolto le istanze dei ricorrenti. In particolare, la sentenza del Consiglio di Stato n. 4539/2010 (passata in giudicato) indica quale motivo determinante «… la mancata osservanza delle essenziali caratteristiche – attinenti ai mezzi, al personale ed alle condizioni operative – del servizio di elisoccorso imposte dal regolamento CEE n. 3922/91, dall’accordo Stato-Regioni 3 febbraio 2005 n. 2200 e dalle norme da questo richiamate (regolamento ENAC “norme operative per il servizio medico di emergenza con elicotteri” del 1° marzo 2004 e relativa circolare applicativa ENAC OPV18 del 26 maggio 2004)».

    Il Consiglio di Stato ritiene che, ai sensi dell’art. 744, co. 1, e ss. mm. del codice di navigazione, i velivoli impiegati dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco nel servizio di elisoccorso tecnico/sanitario in Liguria non rientrino negli “aeromobili di Stato”. «Tale norma dispone infatti che “sono aeromobili di Stato gli aeromobili militari e quelli, di proprietà dello Stato, impiegati in servizi istituzionali (…) del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco (…) o in altro servizio di Stato”. Dall’esenzione sono pertanto esclusi i velivoli impiegati per l’espletamento del predetto servizio integrato, di competenza regionale e costituito dal cumulo tra il servizio di soccorso sanitario e quello tecnico urgente mediante elicottero. In altri termini, quest’ultimo servizio (tecnico urgente) è pur di competenza del Corpo dei Vigili del fuoco, ma il servizio a cui questo concorre ed al quale, pertanto, sono destinati i velivoli non attiene alla competenza “istituzionale” del Corpo, sicché necessariamente i medesimi velivoli soggiacciono, al pari di qualsiasi altro velivolo privato che sia adibito a quel servizio integrato, alle regole generali dettate al riguardo, non diversamente dal relativo personale e dalle rispettive modalità esecutive».

    UN ESEMPIO VIRTUOSO CHE POTREBBE ESSERE CANCELLATO
    In ottemperanza alla sentenza del Consiglio di Stato, a partire dal primo gennaio 2014, il servizio di elisoccorso in Liguria dovrebbe essere affidato ai privati tramite gara pubblica. Attualmente l’elicottero dei vigili del fuoco con i suoi piloti e l’equipe medica continua a volare grazie ad una proroga approvata dalla Regione, in scadenza il 31 dicembre 2013.
    Nel frattempo, l’amministrazione regionale si appresta a preparare il capitolato di gara. Ma ora, il contro-ricorso del sindacato autonomo Conapo, mescola le carte in tavola, in attesa della prossima udienza pubblica, prevista il 14 novembre.

    L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, si era già espresso in maniera netta sull’argomento «Siamo di fronte a una delle costruzioni astruse di questo Paese» (La Stampa, 26/03/2013). E ancora «Noi ci dobbiamo adeguare ad una sentenza del Consiglio di Stato, tuttavia mi sembra assurdo dover rinunciare alla professionalità che viene garantita dai vigili del fuoco. Che fanno lo stesso servizio, anzi lo fanno meglio» (Il Secolo XIX 02/04/2013).
    D’altra parte come dargli torto, soprattutto dal punto di vista economico, la scelta di affidarsi ai vigili del fuoco è stata sicuramente azzeccata. Nel 2012 la Liguria ha speso 1 milione e mezzo di euro per il servizio di elisoccorso. Basta un semplice confronto con altre regioni, dalle caratteristiche simili, che hanno dato in appalto l’elisoccorso, per accorgersene: si parte da un minimo di 3 milioni di euro all’anno per arrivare a 5 milioni, considerando la quota aggiuntiva per i voli fuori contratto. Secondo le stime dei vigili del fuoco, il costo dell’affidamento del servizio ad una compagnia aerea privata potrebbe essere addirittura dieci volte superiore rispetto a quello attuale.

    «È una vergogna disperdere questo patrimonio di professionalità, impegno e risultati, vite umane salvate, invalidità evitate, di grande sintonia tra componente medica e piloti – afferma il dott. Paolo Cremonesi, primario del pronto soccorso dell’ospedale Galliera e da anni medico dell’elisoccorso – Cancellare tutto ciò è un gravissimo errore. Spero che Regione e Ministero dell’Interno possano trovare una soluzione. Nessun privato potrà mai garantire un servizio integrato come quello dei vigili del fuoco che possono utilizzare tutte le componenti di aria, terra, mare e speleo alpina. Capisco che il servizio di elisoccorso possa far gola dal punto di vista economico, ma con i privati costerà di più. Tutto per dei cavilli normativi».

    IL CONTRO-RICORSO DI VIGILI DEL FUOCO E PERSONALE MEDICO
    Il Conapo è intervenuto in giudizio congiuntamente a decine di vigili del fuoco e medici del servizio sanitario ligure, difesi dagli avvocati Matteo Sanapo, Roberto De Giuseppe e Giulio Micioni, stoppando quella che sembrava essere una decisione definitiva in dirittura d’arrivo. Adesso, invece «Il Consiglio di Stato dovrà ridiscutere tutto dall’inizio con i nostri avvocati – spiega il sindacato autonomo in una nota – a novembre tenteremo di riportare sotto la lente di ingrandimento dei giudici la questione concernente la correttezza della sentenza n. 4539/2010 (peraltro passata in giudicato) ove si affermava che i vigili del fuoco, non svolgendo compiti istituzionali durante il servizio di elisoccorso, dovevano lasciare spazio alle società private nell’espletamento di questo servizio, l’assurdo cavillo su cui si impernia la discussione. Senza dimenticare il fatto che anche il personale medico ha aderito al ricorso ritenendo indiscutibile il servizio prestato congiuntamente ai vigili del fuoco».
    Secondo il sindacato, l’interpretazione che è stata data alle norme sulla “natura” del soccorso «È squisitamente giuridica ma mille anni luce lontana dalla realtà operativa che le leggi invocate dovrebbero governare. Se la tesi alla base della decisione giudiziaria fosse corretta e cioè che, non essendo esplicitamente citato nei compiti istituzionali dei vigili del fuoco il soccorso sanitario puro, il corpo non può partecipare a sistemi di soccorso tecnico/sanitario, ciò dovrebbe esser naturalmente valido ed applicabile in ogni ambito del soccorso. Ne conseguirebbe che la maggior parte dei sotto-sistemi di emergenza oggi esistenti in Italia sono illegittimi e da rivedere nella loro configurazione».

    Inoltre «L’esame, anche approssimativo, della casistica relativa agli interventi, illustra chiaramente che si tratta di situazioni al 99% afferenti alle competenze istituzionali dei vigili del fuoco, ovvero il soccorso pubblico! – sottolinea il Conapo – Incidenti stradali, infortuni sul lavoro, crolli, emergenze relative a calamità naturali, emergenze NBCR, esplosioni, incendi, ecc.».
    «La pronuncia del Consiglio di Stato contro il servizio svolto dai vigili del fuoco – spiega il segretario generale del Conapo, Antonio Brizzi ‐ oltre a pregiudicare la professionalità dei vigili del fuoco impegnati quotidianamente nel servizio di elisoccorso, costituisce una seria minaccia per l’interesse pubblico nazionale all’economicità e all’efficienza del servizio in questione. Secondo le nostre stime il servizio affidato ai vigili del fuoco comporta un risparmio del 75% dei costi a carico dei cittadini a fronte di un servizio ineguagliabile dai privati».

    Il Conapo, da una parte adiva i tribunali per evitare pronunce definitive, dall’altra intratteneva costanti rapporti con il Dipartimento dei vigili del fuoco per chiedere «La predisposizione del testo di una modifica legislativa che chiarisca la materia e metta fine a queste controversie, istanza che è stata recepita e che ora è in attesa del vaglio del Governo – conclude Brizzi ‐ Faccio quindi appello al presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando ed all’assessore alla Salute, Claudio Montaldo, affinché prendano contatti con il sottosegretario all’interno, Gianpiero Bocci, per sostenere questa modifica legislativa per una rapida approvazione, con un beneficio non solo Ligure, ma anche su scala nazionale, sia sul piano della sicurezza dei cittadini sia delle casse delle Regioni, tenendo presente che si tratta di appalti con cifre a sette zeri».

     

    Matteo Quadrone

  • Piaggio Aero, futuro incerto: parte della produzione rischia di finire in Cina

    Piaggio Aero, futuro incerto: parte della produzione rischia di finire in Cina

    Piaggio Aero. Sestri PonenteL’ultima manifestazione si è svolta giovedì scorso a Finale Ligure, mentre a Genova, i lavoratori della Piaggio Aero di Sestri Ponente sono scesi in strada poco meno di un mese fa.

    Regna l’incertezza, infatti, sul destino della storica industria aeronautica attiva sia nella progettazione e manutenzione di velivoli completi che nella costruzione di motori aeronautici e componenti strutturali. I punti interrogativi sono troppi e finora non c’è alcuna risposta.

    La società attraversa una difficile situazione finanziaria, in attesa di conoscere quale sarà il suo assetto futuro e, di conseguenza, manca un vero piano industriale.

    In Liguria i siti produttivi sono due: Sestri Ponente e Finale Ligure che occupano rispettivamente 540 e 750 dipendenti.

    L’assemblaggio, i collaudi, le prove di volo e la revisione dei velivoli vengono effettuate negli stabilimenti di Genova Sestri, in cui si trovano gli uffici direzionali e i Corporate Head Quarters. Inoltre, presso l’aeroporto internazionale Cristoforo Colombo, all’interno degli hangar Piaggio, è operativo il Service Center principale che provvede ai servizi di manutenzione, riparazione e revisione dei velivoli.

    Nello stabilimento di Finale Ligure, attivo dal 1906, hanno sede la progettazione, la costruzione, l’assistenza e la manutenzione dei motori aeronautici. Qui si provvede alla realizzazione di motori aeronautici, di componenti metalliche e alla costruzione di sub-assiemi di aerostrutture. Inoltre, è presente la direzione tecnica velivoli e la galleria del vento per effettuare test sui modelli di velivoli.

    Oggi lo stabilimento di Genova è praticamente fermo, con metà dei lavoratori in cassa integrazione.
    «Il P180 è il modello di velivolo che rappresenta il principale segmento di mercato della Piaggio – spiega Alessandro Vella della Fim-Cisl – Per il 2013 abbiamo acquisito solo 4 ordini di P180». L’anno scorso erano stati 12, mentre «Negli anni in cui si vendeva superavamo tranquillamente la ventina di esemplari – aggiunge Antonio Caminito della Fiom-Cgil – il mercato dei velivoli è notevolmente calato e l’azienda deve investire nel miglioramento dei suoi prodotti. Ma senza un socio pronto ad immettere liquidità è impossibile sviluppare qualunque progetto».

    Attualmente l’azionariato di Piaggio Aero Industries è composto dalle famiglie Di Mase e Ferrari, da Mubadala Aerospace – una Business Unit del gruppo Mubadala Development Company di Abu Dhabi, il quale ha acquistato una partecipazione azionaria in Piaggio Aero nel 2006 – e da Tata Limited, società britannica del gruppo Tata entrata in Piaggio Aero dal 2009.

    Come è noto la componente italiana ha deciso di cedere la propria quota. E con fatica procede la ricerca del nuovo azionista.

    Nel frattempo, a Finale Ligure continua la produzione dei componenti del P180, in vista del trasferimento dello stabilimento a Villanova d’Albenga, previsto dall’accordo di programma – siglato nell’agosto 2008 – che conferma anche il sito di Genova.
    «Quando avverrà lo spostamento non si potrà produrre e così facendo le parti per assemblare il P180 a Sestri Ponente saranno già pronte», sottolinea Vella.

    Sindacati e lavoratori, a distanza di 4 anni, chiedono il rispetto dell’intesa. Il nuovo stabilimento di Albenga non è ancora ultimato perché mancano le risorse economiche. Per ugual motivo ogni prospettiva di ripresa è bloccata.
    «Dobbiamo ripartire dall’accordo di programma – afferma Vella – Secondo Piaggio Aero il futuro era rappresentato da un nuovo velivolo: il P1XX, ossia l’evoluzione del P180. Il modello è stato progettato solo sulla carta ma non avrà “gambe”. Allo stato attuale l’azienda, da sola, non è in grado di sviluppare il prodotto. Occorre l’ingresso di un socio che creda in questo progetto. I problemi finanziari possono essere superati soltanto se i soci ricapitalizzano la società».

    «Il mercato vive una fase di sofferenza, tuttavia, va detto che altre realtà stanno riprendendo quota – spiega Caminito – Piaggio Aero, invece, è paralizzata dalle vicende societarie e finanziarie».

    In ballo c’è anche un’importante operazione con la Cina che desta particolare preoccupazione. «Ad un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali, Piaggio Aero ha riferito di essere in trattativa con un gruppo cinese per cedergli l’elaborazione del modello P1XX – racconta Caminito, Fiom-Cgil – L’azienda, insomma, pensa di far realizzare il modello “in uscita”. Vendere ai cinesi una parte della ricerca e produzione vuol dire non farla più in Italia, ovvero a Sestri Ponente. Questa operazione rischia di mandare in crisi lo stabilimento di Genova».
    D’altronde, per elaborare il prodotto ci vogliono soldi che Piaggio Aero Industries non ha. «Il progetto del P1XX è già costato 120 milioni di euro – aggiunge Caminito – e l’unico modo per recuperarli sembra essere l’operazione con la Cina».

    Infine, c’è un altro campanello d’allarme che conferma la gravità della situazione: l’azienda intende esternalizzare l’attività di progettazione tecnica finora effettuata presso il centro di ricerca e sviluppo di Pozzuoli (NA).

    LA STORIA

    La storia di Piaggio Aero Industries comincia nel 1884 quando Rinaldo Piaggio, dopo aver puntato sul mercato dell’arredo navale, si dedica all’industria ferroviaria. La costruzione dei motori aeronautici comincia nel 1915, quella degli aerei nel 1925.

    “Le soluzioni innovative dei due ingegneri Giovanni Pegna e Giuseppe Gabrielli saranno fondamentali per lo sviluppo del settore aeronautico dell’azienda – si legge sul sito web di Piaggio Aero – Il risultato è il primo elicottero, realizzato secondo standard e con prestazioni molto avanzate per il tempo, il primo aeromobile ad ala rotante che apre i cieli allo sviluppo dei moderni elicotteri”.

    Nel dopoguerra i due figli di Rinaldo Piaggio, Enrico (che avrebbe poi investito nella “Vespa”) e Armando, iniziano la ricostruzione delle attrezzature distrutte. “Da qui parte la corsa verso l’innovazione e lo sviluppo, che vede la nascita di velivoli all’avanguardia per tecnologia e aerodinamica. Nel 1966 l’azienda divide la produzione in due settori: uno votato alla mobilità individuale, con la Vespa e l’altro all’aeronautica, con la produzione di aerei, motori e componenti strutturali”.

    Fino al 1998, quando la cordata di imprenditori guidata dagli Ingegneri Piero Ferrari (vice Presidente di Ferrari S.p.A.) e Josè Di Mase, rilevò gli assets delle gloriose industrie meccaniche e aeronautiche Rinaldo Piaggio costituendo così la società Piaggio Aero Industries.

    IL FUTURO

    Incertezza è la parola chiave. Soprattutto in merito al nuovo socio «Si è parlato di Saab, di partnership con un gruppo cinese pronto a rilevare una parte di produzione Piaggio – spiega Vella – ma finora non c’è nessuna notizia certa sul futuro della società».
    Per questo i sindacati confederali Fiom-Cgil, Fim-Cisl,Uilm, chiedono a gran voce un incontro di verifica dell’accordo di programma. «I tempi sono stati già stai sforati e di troppo – continua Vella – al nostro fianco ci sono i sindaci delle due località interessate, Finale Ligure e Villanova d’Albenga. Senza dimenticare il valore che rappresenta Piaggio Aero per Genova Sestri Ponente. La Regione Liguria, insieme ai Comuni, è garante di quell’intesa. Siamo preoccupati per entrambi gli stabilimenti liguri. Parliamo di 1300 dipendenti in totale. Vogliamo risposte ufficiali per quanto riguarda i problemi di mercato, la stabilità finanziaria del gruppo, il nuovo assetto societario, il piano industriale. Stiamo aspettando un incontro in sede regionale per far uscire l’azienda allo scoperto. Dopo lo sciopero di maggio nulla è cambiato: ancora aspettiamo comunicazioni da parte dell’azienda».

    Fondamentale risulta trovare il terzo azionista per provare a rilanciare la società attraverso un piano d’insieme. «Non riuscendo a vendere, l’azienda ha pesanti problemi di liquidità – spiega Caminito – I due azionisti rimasti in campo hanno dovuto mettere sul piatto circa 20 milioni di euro a testa per coprire i debiti con le banche. Ma adesso bisogna ricapitalizzare la società per immaginare un suo futuro. È una situazione delicatissima, occorre trovare altri 20 milioni di euro per rilanciarla».

    Nel contempo Piaggio Aero sta spostando lo sguardo dal mercato civile a quello della Difesa. «L’azienda lavora ad un nuovo pattugliatore finanziato dalla componente araba – continua il rappresentante Fiom-Cgil – Stanno investendo molto in questo senso. Ma il pattugliatore, comunque, non sarà capace di coprire il mercato del P180. Anche perché non si comprende l’evoluzione del nuovo prodotto. È circolata voce di un interessamento di Finmeccanica ma, per ora, non si è concretizzato».

    «Con lo sviluppo di una nuova generazione di pattugliatori multiruolo MPA e di sistemi aerei a pilotaggio remoto P.1HH – ha dichiarato l’Amministratore Delegato, Alberto Galassi, nel febbraio di quest’anno – Piaggio Aero diversifica la propria attività in un settore strategico e ad alta tecnologia con il supporto fondamentale dei propri azionisti internazionali, Mubadala Aerospace e Tata Limited».

    Il pattugliatore dovrebbe essere realizzato a Villanova d’Albenga. «Tale sito produttivo ha maggiori prospettive rispetto a Genova – afferma Caminito – Lo stabilimento in via di realizzazione è molto grande. In teoria potrebbe accogliere anche parte delle attività oggi svolte a Sestri Ponente. Ma ciò non deve accadere perché vogliamo sia rispettato l’accordo di programma che garantisce la sopravvivenza di Sestri».

    In definitiva, senza un nuovo socio è impossibile immaginare un vero piano industriale. «Entro l’estate ci hanno assicurato che qualcosa dovrà accadere – conclude Caminito – Siamo preoccupati e pretendiamo, al più presto, risposte chiare da parte dell’azienda».

     

    Matteo Quadrone