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  • Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Martina e Andrea, una giovane coppia di genovesi che da qualche anno vive a Lucerna, nella Svizzera tedesca, nei primi giorni del nuovo anno sono andati in posta per comprare la “vignetta”, un talloncino di riconoscimento colorato (quello per il 2020 è rosso) che chiunque viaggi sulle autostrade svizzere deve tenere esposto sul parabrezza. Costo complessivo 40 franchi svizzeri, equivalenti a circa 37 euro. «Con questa – raccontano a Era Superba – possiamo viaggiare su tutte le autostrade e qualche altro tipo di strada che la richiede, fino a gennaio del 2021». I 40 franchi pagati da Martina e Andrea sono andati nelle casse del governo centrale, che con i soldi incassati si occupa dei lavori di manutenzione. La gran parte delle infrastrutture autostradali svizzere è infatti di proprietà pubblica: federale, cantonale o comunale.

    In un momento in cui il tema delle concessioni autostradali è in cima all’agenda politica nazionale e interessa in modo particolare Genova e la Liguria, può essere utile allargare lo sguardo e dare un’occhiata a come altri Paesi hanno deciso di gestire le proprie infrastrutture per il trasporto di persone e merci su gomma, con quale tipo di proprietà e con quali costi. Per scoprire che il modello italiano non è l’unico esistente. Anzi. Ma non è l’unico modello possibile.

    Abbonamenti annuali e autostrade pubbliche e gratuite. Si può fare

    La Svizzera non è l’unico Paese europeo a usare il sistema delle “vignette”, in vigore, per esempio, anche in Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Romania, Slovenia e Slovacchia. In Austria l’abbonamento annuale per circolare in autostrada costa 87 euro, e viene versato a una società completamente controllata dallo Stato, che mantiene di fatto un controllo pubblico dell’infrastruttura.

    Si tratta di Paesi di dimensioni medio-piccole o con reti autostradali ancora non molto sviluppate, quindi con caratteristiche forse non paragonabili alla situazione italiana. Ma non vuol dire che Paesi più grandi debbano rinunciare alla gestione pubblica. L’esempio classico è la Germania, dove la gestione delle autostrade è federale e l’utilizzo completamente gratuito, anche se da qualche anno il governo centrale e quello della Baviera stanno considerando l’ipotesi di privatizzare, almeno parzialmente, la rete. Gratuite sono anche le autostrade in Belgio, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, dove si pagano solo alcuni tratti della M6 (la maggiore autostrada del Paese) e la “tassa sul traffico” per entrare in macchina nelle aree urbane di Londra e di Durham.

    Ancora diversa è la situazione in Spagna, dove le autostrade sono gestite con un sistema di collaborazione tra pubblico e privato (e dove si paga il pedaggio solo sul 20% circa della rete) e in Portogallo, dove i prezzi si avvicinano a quelli italiani ma il sistema è completamente elettronico.

    Italia e Francia: grandi concessioni, grandi introiti

    Il Paese con il sistema più simile al nostro è la Francia, anche se la sua rete autostradale è lunga circa 12mila chilometri contro i quasi 7mila (dato dicembre 2017) della rete italiana. Come da noi, gli automobilisti che transitano in Francia pagano al casello, sulla base dei chilometri percorsi, con prezzi diversi a seconda della tratta percorsa. Con la Francia l’Italia si gioca anche il non invidiabile primato di Paese con le autostrade più care. Una puntata della rubrica di approfondimento Dataroom della giornalista Milena Gabanelli di giugno del 2018 attribuiva il primato all’Italia, ma altre analisi hanno evidenziato come il risultato cambi a seconda della tratta considerata. La ex conduttrice di Report, infatti, aveva preso a esempio per le autostrade italiane la tratta Bologna – Ventimiglia, che ha la sfortuna di includere il tratto Genova – Ventimiglia, allora il più caro dello stivale con i suoi 19 euro e 30 centesimi di costo di percorrenza, circa 12 centesimi a chilometro.

    Forse non a caso è simile, in Italia e in Francia, anche il sistema delle concessioni, con gran parte della rete gestito da grandi gruppi privati. Solo che mentre in Italia il processo di privatizzazione a cavallo tra gli anni 90 e l’inizio del 2000 ha visto emergere il gruppo Autostrade Spa (oggi Autostrade per l’Italia del gruppo Atlantia, che con il gruppo Gavio si spartisce i ¾ circa del mercato) e la famiglia Benetton, in Francia, più o meno negli stessi anni, si è imposto il gruppo Vinci, una delle più grandi aziende di costruzioni mondiali, che oggi gestisce quasi la metà della rete complessiva.

    La concessione infinita ad Autostrade Spa

    In Italia, all’evidente concentrazione della maggior parte del mercato nelle mani di pochi, grandi gruppi, si aggiunge quello delle concessioni lunghe, che soffocano ulteriormente la concorrenza. Come abbiamo più volte raccontato su queste pagine la mancata applicazione della direttiva europea Bolkestein per quel che riguarda le concessioni di tratti di lungomare ai gestori degli stabilimenti balneari, allo stesso modo l’Italia si è storicamente dimostrata sorda ai richiami dell’Unione europea anche quando questa la invitava a mettere a gara le concessioni per le gestioni autostradali. Anzi. Ad aprile del 2018 l’allora governo Gentiloni chiedeva e otteneva dalla Commissione europea (dopo lunga trattativa avviata dal precedente governo Renzi) un’ulteriore proroga della concessione ad Autostrade per l’Italia, che spostava la data di scadenza dal 2038 al 2042. Il prolungamento veniva concesso ad alcune condizioni tra cui la promessa di un piano d’investimenti che includeva, tra le altre cose, anche la realizzazione della Gronda di Genova.

    Questo, però, succedeva prima che il ponte Morandi crollasse, e prima del recente caos legato alla gestione delle infrastrutture autostradali, fatto da incidenti, crolli e indagini della magistratura su una rete che ogni giorno che passa sembra essere più fragile. Oggi, rispetto ad allora, la proposta di riportare in mani pubbliche la gestione della rete autostradale è al centro della discussione e, tra le principali forze politiche, è appoggiata soprattutto dal Movimento Cinque Stelle, attualmente primo gruppo in Parlamento e socio di maggioranza del governo attuale come di quello precedente. Decisamente contrario è invece Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi non altrettanto rappresentato ma decisivo per le sorti del governo giallo-rosso. Ma al di là di chi avrà la meglio tra i due schieramenti, i termini del dibattito, dopo il 14 agosto del 2018, sono cambiati completamente. Ma in Italia si sa, spesso tutto cambia, per poi non cambiare nulla.

     

    Luca Lottero

     

     

     

     

     

  • Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Come ogni anno, Il Sole 24 Ore ha pubblicato la classifica della qualità della vita nelle province italiane. In cima, per il secondo anno consecutivo, la provincia di Milano, mentre nel 2019 Genova si piazza al 45° posto. Un risultato migliore rispetto al 56° posto del 2018 e al 74° del 1990 (anno in cui Il Sole ha iniziato a stilare la sua classifica) ma lontano dagli anni migliori come il 2016, il 2009 o il 2004 quando la provincia di Genova si piazzava intorno alla ventesima posizione.

    Al di là della posizione in classifica (che dipende anche dalle performance delle altre province) è interessante approfondire i criteri scelti e analizzati dal Sole 24 Ore per stabilire cosa si intenda per qualità della vita. Per stilare la classifica del 2019 il quotidiano finanziario ha preso in considerazione 90 indicatori (più del doppio dei 42 del 2018), suddivisi nelle categorie “Ricchezza e consumi”, “Ambiente e servizi”, “Giustizia e sicurezza”, “Affari e lavoro”, “Demografia e società” e “Cultura e tempo libero”.

    Indicatori che restituiscono il quadro di una delle province migliori d’Italia in alcune categorie e tra le peggiori in altri. Da qui la posizione di metà classifica, per usare una metafora sportiva. Cominciamo con le buone notizie.

    Genovesi “imprenditori”, amanti del trasporto pubblico e della cultura

    “Affari e lavoro” (10° posto), “Ambiente e servizi” (11°) e “Cultura e tempo libero” (13°) sono le categorie in cui Genova occupa le posizioni più alte, a ridosso della top ten tra le province italiane.

    Scendendo nel dettaglio, tra le singole voci che compongono la categoria “Affari e lavoro”, Genova riporta punteggi alti su molti aspetti che riguardano l’imprenditorialità: è la dodicesima provincia italiana per imprenditorialità di giovani under 35 e l’ottava per quel che riguarda la percentuale di imprese straniere (il 13,8% delle attività totali, dati Infocamere). Piazzamento dignitoso anche rispetto alla differenza tra occupazione maschile e femminile (12%, secondo l’Istat) e per il numero di startup innovative, che sono 8,2 ogni mille (dati Infocamere). Si sorride meno a guardare i dati sull’occupazione (9,7% di disoccupazione complessiva e 24,2% di disoccupazione giovanile secondo l’Istat), che vedono Genova al 59° e al 61° posto tra le province italiane. Più in basso le posizioni che riguardano l’uso di internet. Nonostante Genova sia la quindicesima provincia italiana per diffusione della banda larga (dati Istituto Tagliacarne), solo 4,3 imprese ogni mille sono in rete (sessantatreesima posizione) e solo lo 0,2% è attivo nell’e-commerce (novantacinquesima) secondo Infocamere.

    In “Ambiente e servizi” spicca il terzo posto della provincia di Genova per uso del mezzo pubblico in rapporto alla popolazione. Del resto, il trasporto pubblico locale è il nono in Italia per offerta (dati Legambiente – Ecosistema urbano). Male, in questa categoria, i dati sull’emigrazione ospedaliera, con il 12,5 di dimissioni di residenti avvenute fuori regione (78° posto, Istat) e raccolta differenziata (91° posto secondo Legambiente – Ecosistema urbano).

    teatro akropolisSiamo inoltre tra le province con il più alto livello di offerta culturale, con un ottimo 10° posto per densità culturale (372 spettacoli ogni 10 kmq) e per offerta di mostre ed esposizioni secondo la Siae e addirittura sesti per “indice di sportività” (dati Pts Clas).

    Nella categoria “Ricchezza e consumi” Genova si piazza al 36° posto tra le province italiane, frutto di un posizionamento positivo su punti come il “valore aggiunto per abitante” (11° posto, Prometeia) o il reddito medio per contribuente (23.498,3 euro annui che valgono il 14° posto, dati del ministero delle Finanze) e altri molto negativi sui canoni medi di locazione (895 euro al mese di media, 90° posto secondo Scenari immobiliari) o il rischio dei finanziamenti, per cui Genova è al 96° posto tra le province italiane con il 3,9% di decadimento dei tassi di finanziamento per cassa (Istat).

    Genovesi sempre più vecchi, malati e insicuri

    Le dolenti arrivano alle categorie “Giustizia e sicurezza” (dove Genova si trova al 95° posto) e “Demografia e società”, dove Genova è addirittura al 105° posto su 107 province analizzate (l’ultima in questa categoria è Savona).

    Se nella prima categoria siamo quasi in fondo alla classifica per quel che riguarda gli incidenti stradali (9,4 morti e feriti ogni mille abitanti, dice Legambiente) o i reati legati agli stupefacenti (116,3 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) molto basso è anche il piazzamento per quel che riguarda le violenze sessuali 11,5 denunce ogni 100 mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat), rapine (47,9 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) e per il numero complessivo di delitti denunciati (4.732,5 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat).

    Ancora peggio facciamo in “Demografia e società”, dove la classifica del 2019 ci regala l’immagine di una Genova con un indice di vecchiaia molto elevato (257,2 è il rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 14 moltiplicato per 100, secondo l’Istat, cioè ogni 14enne e accompagnato da 2,5 ultra sessantacinquenni ) e bassi tassi di natalità. La nostra provincia è inoltre quasi la più dipendente d’Italia dagli anziani, e la famiglia genovese è in media composta da solo due elementi (dati Istat). Una composizione demografica che ha come ovvia conseguenza elevati tassi di mortalità (102° posto, Istat), di mortalità per infarto (2,6 morti ogni mille abitanti in cinque anni, 88° posto, Istat) e di mortalità per tumore (20,1 morti ogni mille abitanti in cinque anni, Istat).

     

    Luca Lottero

  • Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Nei giorni scorsi il Codacons ha minacciato di denunciare la Regione Liguria per non aver speso i 10 milioni di euro ricevuti quest’anno dal Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico. “Belinate” ha risposto Giovanni Toti in conferenza stampa, la sera del 27 novembre. Non solo – dice il presidente – Regione Liguria ha impiegato tutti i fondi ricevuti quest’anno ma, dall’inizio dell’amministrazione Toti (quindi dal 2015) il governo regionale ha messo a bilancio circa 552 milioni per la tutela del territorio. Una cifra che include tutte le opere in corso d’appalto, da quelle per cui sono ancora in corso le gare fino a quelle effettivamente concluse. Per il programma triennale 2019-2021, inoltre, la Regione ha già mandato al Ministero dell’ambiente un piano di progetti per un totale di 268 milioni di euro.

    “Belinate” e beghe della politica locale a parte, però, è tutto il sistema della progettazione delle opere necessarie e quindi della prevenzione a non funzionare. L’ha scritto la Corte dei Conti nel report di analisi sul Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico 2016-2018, pubblicato lo scorso 31 ottobre. Il documento passa in rassegna i vari piani nazionali che si sono alternate negli ultimi anni, dall’Italia Sicura del governo Renzi al Proteggi Italia del Conte 1. Il giudizio complessivo è severo. “Nonostante i tentativi intrapresi dai vari governi che si sono succeduti – si legge infatti nelle valutazioni conclusive – non sembra ancora essere compiutamente definita una vera e propria politica nazionale di contrasto al dissesto idrogeologico, di natura preventiva e non emergenziale, coerente anche con una politica urbanistica e paesaggistica, rispettosa dei vincoli ambientali, con interventi di breve, medio e lungo periodo”. Le conseguenze le avremmo viste tutte poche settimane dopo la pubblicazione dello studio.

    Il fondo per la progettazione

    La legge n.221 del 2015 stanzia 100 milioni di euro per la progettazione delle opere necessarie a mitigare il rischio idrogeologico e per accelerare l’attuazione dei piani nazionali contro il rischio idrogeologico. Con questi soldi, quindi, non si finanziano direttamente le opere, ma si punta a favorire le attività di progettazione necessarie, da sempre un problema per le amministrazioni regionali. A ricevere i fondi sono direttamente i presidenti di Regione, che Italia Sicura aveva in precedenza reso commissari straordinari per il rischio idrogeologico, sempre nell’ottica di accelerare i tempi.

    I finanziamenti, però, non sono stati distribuiti a scatola chiusa. Per ottenerli, le Regioni dovevano inserire nel database del ReNDiS (il Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) progetti con requisiti tecnici minimi di ammissibilità, che includessero per esempio una valutazione dell’impatto dell’opera. E poche, a quanto pare, sono state in grado di farlo. Tra l’inizio del 2017 e la fine del 2018, infatti, alle Regioni è effettivamente arrivato solo il 19,9% dei 100 milioni complessivi. A circa due anni dall’istituzione del fondo, la stessa Italia Sicura evidenziava la criticità in un comunicato stampa: “Il vero ritardo – si legge nel passaggio riportato nel report della Corte dei Conti – a dimostrazione di un lavoro di prevenzione mai realizzato finora, sta nelle progettazioni. Delle 9.397 opere richieste dalle regioni solo l’11% dei progetti pervenuti sono esecutivi e pronti per gare e finanziamenti”. Anche il Ministero dell’Ambiente, poco prima, aveva segnalato “problemi di spesa da parte dei soggetti attuatori (Presidenti di Regione) dovuti in parte a problemi di ordine burocratico e amministrativo e in parte alla cronica mancanza di progettazione di livello adeguato”.
    Tutti i tentativi di accelerare, semplificare e snellire le procedure sono andati a sbattere contro alcuni storici problemi delle amministrazioni locali, che spesso non possono o non sono capaci di spendere i fondi che pure avrebbero a disposizione. E la Liguria non fa eccezione.

    Il caso ligure: a maggio del 2019 arrivati solo 41 milioni dei 275 previsti per le opere più urgenti

    Nel 2015, il Ministero dell’Ambiente e Italia Sicura, basandosi sulle richieste provenienti dalle Regioni, stanziano circa 20 miliardi di euro per il Piano operativo nazionale degli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico (quello che ha fatto litigare Toti e il Codacons) per il periodo 2014-2020. Tutti gli interventi relativi al dissesto idrogeologico sono finanziati dalla delibera CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) n. 32 del 2015. Per gli interventi più urgenti, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 15 settembre 2015 stila un “piano stralcio” per le aree molto popolose e a forte rischio idrogeologico, del valore complessivo di 13,05 miliardi. Il piano stralcio si divide più o meno a metà tra gli interventi già finanziati (654 milioni) e interventi ancora da programmare (648 milioni).

    Tra gli interventi già finanziati ce ne sono anche quattro da realizzare in Liguria, la Regione che, in questa prima tranche di finanziamenti, riceve più soldi di tutte: 275 milioni. Ma al 21 maggio del 2019 (data della ultima rilevazione della Corte dei Conti) dei quattro progetti in questione due risultano “in progettazione” e due “in esecuzione” e dei 275 milioni complessivi solo 41 sono effettivamente arrivati nelle casse regionali, mentre 233 risultano ancora da erogare. In percentuale, equivale al 15% del totale, ovvero la quota prevista per il primo lotto di finanziamenti, erogati a giugno 2018, per le regioni che sono state in grado di presentare progetti finanziabili (Liguria, Toscana, Lombardia, Abruzzo, Veneto e Sardegna ed Emilia Romagna). In effetti, come rileva la Corte, solo all’Emilia Romagna sono state versate tutte e cinque le tranches di finanziamento previste, mentre tutte le altre nell’elenco si sono dovute limitare alla prima.

    Un’opera ligure compare anche nell’elenco delle opere ancora ferme alla fase progettuale (almeno a maggio di quest’anno): il Canale scolmatore T. S. Siro e Magistrato di Santa Margherita Ligure, 33 milioni di cui 621 mila ancora da finanziare.

    Le cause di un’inefficienza che pagheremo sempre più cara

    I motivi di questa enorme differenza tra le risorse impiegate e quelle che poi arrivano effettivamente sui territori sono sempre gli stessi: troppa burocrazia e troppa poca capacità progettuale. Di Italia Sicura, la struttura renziana che nelle intenzioni degli ideatori doveva accelerare il sistema, la Corte dei Conti boccia però anche il metodo di fondo.Italia sicura si è configurato come una mera raccolta di richieste di progetti e di risorse, talvolta non omogenee, – si legge infatti nel report – senza addivenire ad una vera e propria programmazione strategica del settore”. Non solo quindi agli enti locali manca la capacità progettuale. È anche lo Stato che, negli anni, si è mostrato carente di visione strategica, forse vittima di governi che hanno preferito accogliere tutte le richieste delle regioni e annunciare finanziamenti esorbitanti anziché coordinare risorse dove ce n’era più bisogno, con un lavoro di analisi mirato.

    Certo non sarebbe semplice stabilire quali aree abbiano effettivamente più bisogno di risorse e quali meno. Il dissesto idrogeologico interessa infatti tutto il territorio nazionale, colpito con sempre maggior intensità e frequenza da eventi estremi causati anche dal cambiamento climatico globale.

    Non che le cose siano migliorate con i piani dei governi Conte, che (nella versione 1, quella Lega-5 Stelle) aboliscono la struttura di Italia sicura e tolgono il controllo della lotta al cambiamento climatico dalla presidenza del Consiglio per trasferirla interamente nelle mani del Ministero dell’Ambiente. I problemi di fondo restano tutti lì. Oltre alle carenze burocratiche e progettuali, il report della Corte dei Conti menziona anche l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi, una comunicazione complicata tra Stato e Regioni, la frammentazione e la disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto (che complica ulteriormente il lavoro di progettazione delle Regioni) e il ricorso a una gestione sempre emergenziale e non ordinaria.

    Leggendo il rapporto della Corte, sia ha l’impressione che poco, del sistema complessivo, rimanga da salvare e che agli enti locali non resti che provare a mettere “tapulli” a una situazione che a ogni alluvione e frana sembra sorprenderci.

    In compenso, nel 2017 e nel 2018 è tornato a crescere il consumo di suolo (rispettivamente dello 0,21 e dello 0,22% a livello nazionale), dopo una decrescita di alcuni anni, nonostante sia ormai riconosciuto come uno dei fattori che rende i nostri territori più fragili. In barba, oltre a varie leggi e disposizioni italiane ed europee, all’agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che nel 2015 fissava l’obiettivo, per il 2030, di un land degradation neutral world, cioè un mondo in cui il consumo di suolo rimanga stabile o aumenti all’interno di sistemi specificati e mai comunque a un ritmo più elevato della crescita della popolazione.

    Non è di sicuro il caso della Liguria, una terra in decrescita demografica. Eppure, il consumo di suolo interessa anche la nostra regione anche se, come sottolinea l’ultimo report dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra), meno rispetto ad altri territori come il nord-est o il sud. Nel 2018, infatti, sono stati consumati solo 350mila metri quadrati di terreno, in percentuale lo 0,08% del territorio. Una percentuale, dunque, ben al di sotto della media nazionale. Lo stesso rapporto però ci dice anche che la Liguria è la Regione più cementificata di tutte in aree ad alta “pericolosità idraulica”, quindi più fragili. È consumato, infatti, il 22,7% del terreno in aree che l’Ispra definisce a pericolosità “elevata” (solo le Marche, in questo settore, fanno peggio, con il 37,8%), il 29,3% di quelle a pericolosità “media” e il 33,4% di quelle a pericolosità “bassa”.

    Percentuali da un lato spiegate dalla fragilità generale del nostro territorio, che ci dicono anche come il conto di ogni metro quadrato cementificato per la Liguria rischi di essere molto più salato che per altre regioni.

    Luca Lottero

     

  • “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    In questi giorni di scontro politico, aspro e a tratti disarmante, sui soccorsi in mare, abbiamo raccolto una storia “di terraferma”, dove la nostra democrazia e la nostra civiltà da tempo “sta facendo naufragio”. Una piccola e breve testimonianza che riporta prepotente la riflessione su un sistema, quello della gestione dello straniero senza diritti e documenti, fuori legge in quanto tale, che prosegue la lunga catena del sangue e della tragedia, che parte da lontano ma che arriva a pochi metri da noi.

     

    E il terzo giorno più uno resuscitò, uscendo con le sue gambe dall’inferno in cui era stato scaraventato. Prese la sua vita, raggiunse la stazione, e dopo più di dieci ore era di nuovo a Genova. Sopravvissuto. Incredulo. “Italiani, non sapete quello che state facendo”.

    Questa storia la raccontiamo partendo dalla fine, dal sedimento indelebile che ha lasciato nella vita difficile di un uomo, in Italia da quindici anni, che per una serie di errori e legali efficienze è stato scaraventato nel fondo melmoso della nostra democrazia. “Quando sono uscito ho dato quello che potevo a chi rimaneva, ma non ho preso contatti, non ho tenuto nomi nella mia testa, l’unica cosa che voglio è dimenticare quello che ho visto”. Ma noi non possiamo permettercelo, perché quello che ha visto è quello che succede ai margini delle nostre città, adesso, in Italia. Anno del Signore 2019. E in qualche modo ne siamo responsabili.

    Povero Cristo, nome di fantasia, è un uomo arrivato dall’altra sponda del Mediterrano ad inizio degli anni duemila, con una laurea breve in tasca, insieme al sogno di una vita migliore. Ma l’integrazione non è facile: “Ho scelto di frequentare il meno possibile i miei conterranei – racconta – certo sarebbe stato più semplice, ma in questo modo si rimane stranieri”. Arriva un corso professionale, arriva il lavoro, ma anche l’alcool e i problemi. E una condanna, per rapina: “Un fatto che non ho commesso – tiene a sottolineare – ma che ho pagato con un anno di carcere”.

    Ma il carcere, in questa storia, è solo un passaggio, un termine di confronto, uno strumento: “Io sono grato all’Italia, perché mi ha dato un’altra possibilità, con dottori e assistenti sociali che mi hanno aiutato”. Sì perché una volta uscito dal carcere arriva anche un decreto di espulsione. “Ho fatto ricorso, ottenendo la sospensiva e mi sono mosso per ottenere i documenti necessari per rimettere a posto la mia vita”. Ha un appuntamento in questura, a quale si presenta puntualmente, senza sapere che quella stessa sera avrebbe visto quello che non dovrebbe esistere.

    In questura, infatti, non risulta il ricorso, le carte dei tribunali, non sono condivise con le questure, anche se il calendario segna 2019: “Ho sbagliato, non mi sono portato il documento dietro – ammette – e i poliziotti hanno fatto quello dovevano fare”. Il tempo di avvertire a casa, e poi l’attesa del trasferimento: “Sono stato accompagnato in aeroporto, e tra due poliziotti in borghese ho volato fino a Roma, e poi Bari, su aerei di linea”. Il tutto a spese nostre. Destinazione finale il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari Palese, situato a poche decine di metri dallo scalo Karol Wojtyla del capoluogo pugliese. “Durante il viaggio mi hanno trattato bene – vuole precisare – e io che mi vergognavo della mia situazione, ho cercato di far vedere ai passeggeri che ero tra amici”.

    [quote]Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”[/quote]

    Un centro, quello del capoluogo pugliese, finito agli onori della cronaca per una recente rivolta dei suoi ospiti, lo scorso dicembre, le cui motivazioni, grazie a questa testimonianza sono chiare e lampanti, come riconosciuto anche da una recente visita del Garante nazionale delle persone private delle libertà, passata praticamente inosservata nel trambusto mediatico sull’argomento. Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”.

    Ma la “gita”, dicevamo, finisce presto, e dietro le porte del Cpr si dischiude un inferno fatto di follia, sangue e chimica. Dopo la registrazione di rito, arriva la visita medica: “Un infermiere, non un dottore, mi ha guardato, ha visto che stavo in piedi, mi ha chiesto se avevo qualche malattia e mi ha fatto andare”. Un minuto, scarso. “E poi mi hanno fatto entrare nel centro vero e proprio”.

    La struttura è composta da capannoni, con dentro stanze, e dei cortili. Le telecamere sono solo fuori, come gli agenti e i militari, che non entrano mai, se non per prelevare chi è di turno per il rimpatrio.

    Nessuno gli ha comunicato dove andare: “Vai e arrangiati, mi hanno detto”. Ma la freddezza dell’accoglienza viene subito dimenticata: “La prima cosa appena entrato che ho visto, praticamente sulla soglia, è stato un ragazzo nigeriano, che nudo si dimenava, sanguinante perché si era appena tagliato con qualcosa”. Questa scena si ripeterà molte volte in quei quattro lunghissimi giorni. “Ci ho messo poco a capirlo: lo dentro non esiste la legge, se non quella del più forte. Fortunatamente sono riuscito a trovare un letto, e qualcheduno mi ha dato una coperta e sono riuscito a sistemarmi”. Mettersi comodo per uno spettacolo che non voleva vedere. “L’igiene non esiste, nessuno pulisce i bagni, nessuno entra nelle stanze. Il cibo è scarso, con un bicchiere di latte al mattino, e un etto di pasta e un pezzo di pollo sia a pranzo che a cena”. Quello che non manca mai sono gli psicofarmaci: “Te li danno a richiesta e in quantità. Forse per calmare le persone, ma spesso il risultato è che la gente esce di testa”.

    La notte fa freddo e il letto senza lenzuola non fa dormire: “Quasi tutti i vetri delle finestre sono rotti – racconta – perché in tanti hanno usano i cocci per tagliare e tagliarsi”. In teoria all’ingresso dovrebbe essere consegnato un kit, con una tuta, biancheria, lenzuola, sapone e asciugamani “ma spesso, quasi sempre, non viene consegnato”. Ma gestito: “Grazie ad un mio compaesano, che sapeva fare la voce più grossa di altri, ho avuto al terzo giorno questo sacco, ma tutto era ovviamente fuori misura”. È previsto un servizio di lavanderia, ma con tempistiche vaghe e “i vestiti te li ridanno ancora bagnati”.

    E così passano i giorni, tre più uno per P.C., ma settimane e mesi per altri: e nelle stanze e nei corridoio sono in molti a tentare la via del ricovero per uscire da lì. Numerose le risse e le violenze tra “ospiti”: “Nessuno interviene, se non quando tutto è finito, per raccogliere i feriti, ma solo se succede nei cortili esterni e nei corridoi, nelle stanze non entra nessuno”. Solo la pietà di chi è altrettanto ospite spesso salva uomini moribondi. Talvolta.

    Ma i momenti più difficili sono quando arriva il giorno del rimpatrio: “Quando arriva il turno, e arriva senza preavviso, entrano i poliziotti, accompagnati dal personale delle cooperativa che gestisce il centro”. Viene chiamato il nome; sono quelli gli attimi più drammatici: “le persone impazziscono e iniziano a tagliarsi, ferirsi per non essere presi, o per sperare in un ricovero”. E le scene a cui assiste P.C. sono indelebili: “Un ragazzo, avrà avuto vent’anni, aveva un pezzo di vetro, e davanti ai poliziotti si è tagliato la gola, da solo”. Sangue misto a terrore. “Non l’ho più visto”.

    Poi per Povero Cristo, arriva un colloquio con un giudice di pace, i documenti che attestano il ricorso sono saltati fuori, può uscire. Per cui le porte del Cpr si riaprono, questa volta nel senso giusto. “Avevo ancora un po’ di soldi con me, e sono riuscito a prendere un treno e a tornare a casa”. A casa, la sua Genova, che gli ha saputo dare una possibilità, doppia, per tirar su una vita difficile ma dignitosa. “Il carcere in confronto a quello che ho visto è un albergo, non potrò mai dimenticare, quei giorni per me sono un incubo, tutti dovrebbero sapere e vedere cosa succede, cambierebbero molte cose“. Forse.

    Spesso si sente dire che i lager in Libia non dovrebbero esistere, si parla di porti e soccorsi – riflette P.C. prima di congedarsi – ma forse gli italiani dovrebbero anche preoccuparsi di quello che succede in Italia”. Perché l’inferno è anche sulla terraferma, a pochi metri dalle nostre case, fuori dai titoli di giornale e dalle tendenze dei social. E ne siamo responsabili.

     

    Nicola Giordanella

    Illustrazioni di Emanuele Giacopetti

     

     

  • Addio Ponte Morandi, ora Genova ha bisogno di giustizia

    Addio Ponte Morandi, ora Genova ha bisogno di giustizia

    La demolizione delle iconiche pile 10 e 11 di Ponte Morandi è stata senza dubbio una grande opera di ingegneria e di capacità tecnica: un impresa senza precedenti, per una tragedia senza precedenti. Diciamocelo, quello di ieri è stato uno spettacolo intimamente atroce, ultimo atto del fallimento di uno stato, che ha vilipeso il contratto sociale alla base del suo essere, non essendo stato in grado di difendere la vita delle persone, avendo rinunciato alla cura dei suoi patrimoni. Questa demolizione non si sarebbe mai dovuta fare, perché i ponti non devono essere lasciati cadere. Il gaudio di ieri nel vedere esplodere il simbolo di questo tradimento è simile al sollievo che segue la buona riuscita dell’amputazione dell’arto divorato dalla cancrena. C’è poco, insomma, da festeggiare.

    E come prevedibile l’appuntamento con la storia è stato nuova occasione per rilanciare il disco rotto della Genova meravigliosa, della Genova città più grande del Mediterraneo, della Genova che non si ferma. Ma Genova non ha bisogno di slogan e di passerelle, Genova ha bisogno di giustizia.

    Giustizia per quello che è successo il 14 agosto, di cui oggi ancora poco sappiamo, e per le responsabilità politiche e istituzionali alla base di questa strage. Giustizia per quanto nell’ultimo secolo è stato sacrificato sull’altare di uno sviluppo dai profitti divenuti privati ma dai costi rimasti pubblici, che oggi, nel suo aftermath ha lasciato un fardello di criticità e rischio incalcolabile. Un fardello collettivo la cui gestione, come il Morandi insegna, è sempre al ribasso ed emergenziale.

    Giustizia per chi vive oggi questa città, ipnotizzata dall’orgoglio e dalla rivendicazione di una supposta età dell’oro che fu, ma che nel quotidiano vive carenze in tutti i settori della vita pubblica, dai servizi alle manutenzioni, dalla fruizione culturale di qualità al lavoro di qualità, dal riconoscimento e cura dei beni comuni alle politiche sociali di tutela degli ultimi. E dei penultimi, e dei terzultimi, oramai.

    Giustizia per chi la vivrà, per chi avrà il coraggio di restarci e per chi, nel caso, non potrà scapparne: in questi ultimi decenni chi ha promesso il cambiamento in realtà ha sempre venduto fumo, accodando la nostra città a modelli altrui, spesso già palesemente in crisi e fallimentari (non per chi ne fa profitto, con tutta evidenza) come ad esempio il turismo di quantità, la portualità di transito, l’urbanistica dei grandi poli di qualcosa, la mobilità privata di massa. Il rincorrere e propagandare la classifica della qualunque, inseguendo o inneggiando ad un supposto posizionamento della città è solo un sintomo di una provinciale mancanza di identità autonoma: è un definirsi in base alla performance degli altri. Scoraggiante e avvilente. E sintomo anche di mancanza di conoscenza della storia e consapevolezza del mondo che ci circonda, con i suoi gigantismi e le sue criticità sempre più esplosive, di cui forse sarebbe furbo farsi alternativa ragionata e di lungo periodo.

    E poi giustizia per la Val Polcevera e per tutto il ponente genovese, assediato e divorato dalle servitù della città, il cui futuro è ancora una volta “disegnato” con i colori della polvere e dei camion dei grandi cantieri senza fine certa, dell’imposizione di progetti calati dall’alto, dell’inquinamento e del rumore veicolati dalle grandi infrastrutture e dalla precarietà del diritto alla salute assicurata dagli impianti industriali.

    La nube di polvere e acqua che ha cancellato Ponte Morandi è solo una cartolina triste di una arida e desertificante stagione della storia di questa città. Non c’è niente da festeggiare.

     

    Nicola Giordanella

  • Ex Acna di Cengio e Saliceto e la bonifica attesa da 20 anni. La storia di un impianto industriale che inquina ancora

    Ex Acna di Cengio e Saliceto e la bonifica attesa da 20 anni. La storia di un impianto industriale che inquina ancora

    Foto Eni.com

    A inizio maggio di quest’anno, l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) ha stilato un elenco di tutti i luoghi contaminati in Italia. Sono in totale 12.482, di cui 58 classificati come gravemente inquinati e a elevato rischio sanitario. Di questi 58, 41 sono classificati come “Siti di interesse nazionale” (Sin), sotto la diretta responsabilità del Ministero dell’Ambiente, e di questi due si trovano in Liguria: un’area di più di 220 chilometri quadrati nei Comuni di Cengio e Saliceto (in provincia di Savona) e la zona intorno alla Stoppani di Cogoleto (provincia di Genova) per un totale di più di due chilometri quadrati, di cui 1,67 a mare e 0,45 a terra. Il sito di Pitelli, in provincia di La Spezia, è stato invece cancellato dall’elenco dei Sin nel 2013, quando la responsabilità dell’area venne trasferita alla Regione Liguria provocando le polemiche di associazioni ambientaliste come Legambiente.

    Due siti possono sembrare pochi rispetto, per esempio, ai cinque della Lombardia, ma bastano a fare della Liguria la quinta regione italiana per estensione delle proprie zone Sin, alle spalle di Piemonte, Sardegna, Sicilia e Puglia. Inoltre, non sono conteggiati come liguri due Sin appena fuori i confini della nostra Regione, come quello di Serravalle Scrivia e quello di Massa Carrara.

    L’Italia iniziò a interessarsi seriamente della gestione dei propri siti inquinati nella seconda metà degli anni 80. Nel 1986 venne istituito il Ministero dell’Ambiente, a cui le leggi degli anni successivi attribuirono la responsabilità della gestione dei siti ritenuti inquinati secondo criteri come la quantità e la pericolosità degli agenti inquinanti presenti nel terreno e nelle acque sotterranee e l’impatto di tali sostanze sull’ambiente circostante.

    Da allora, i lavori di bonifica si sono conclusi solo sul 15% della superficie dei Sin individuati e il 12% delle acque sotterranee, e nonostante la caratterizzazione (cioè la definizione dei fenomeni inquinanti) sia già stata fatta su più del 60% dei terreni e delle acque, ad oggi sono approvati interventi solo per il 12% dei suoli e il 17% delle acque. A rallentare le operazioni di bonifica sono, oltre alle difficoltà tecniche, anche la frammentazione o la mancanza di chiarezza nella proprietà di diverse aree, che rende difficile comprendere di chi sia la responsabilità operativa delle opere di bonifica richieste, oltre a una selva di regolamenti farraginosi.

    Il Sin di Cengio e Saliceto

    La storia del sito di Cengio e Saliceto inizia nel 1882, quando nella valle del fiume Bormida si installa il Dinamitificio Barbieri. La fabbrica, a poca distanza dal porto di Savona che la rifornisce in modo efficiente di materie prime, fiorisce nei primi decenni del 900, quando è già diventata la Sipe (Società italiana prodotti esplodenti) e occupa un’area di mezzo milione di metri quadrati. Le numerose guerre del Regno d’Italia nella prima parte del secolo assicurano una dose costante di lavoro allo stabilimento, ma i danni ambientali sono già evidenti al punto che nel 1909 il pretore di Mondovì vieta qualsiasi utilizzo dell’acqua contenuta nei pozzi a valle dello stabilimento. Nel libro Un giorno di fuoco, del 1963, lo scrittore Beppe Fenoglio descriverà così il fiume che raccoglieva gli scarti dell’industria: “Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”.

    Nel 1925 l’Italgas rileva l’impianto per renderlo una fabbrica di coloranti, nel 1929 il regime fascista rende lo stabilimento uno dei centri dell’immensa Acna (Aziende Chimiche Nazionali Associate), ma nonostante l’intervento del Governo il progetto è un fallimento e nel 1931 l’Acna viene svenduta alla Montecatini. L’Acna mantiene lo stesso acronimo, ma diventa “Società anonima colori nazionali affini” e poi “Aziende Colori Nazionali e Affini”. A parte la parentesi della Seconda Guerra Mondiale, che vede l’Acna tornare alla produzione bellica, il centro di Cengio diventa un importante polo chimico dell’Italia repubblicana, con una storia che nei decenni successivi vede contrapposte da un lato le proteste degli abitanti della valle per i livelli insostenibili di inquinamento e dall’altra un fronte compatto di politica, industria e sindacati, più attenti alla tutela dei posti di lavoro.

    Negli anni 60 l’Acna acquisisce quasi tutte le fabbriche di coloranti in Italia, per chiuderle e trasferire tutta la produzione nello stabilimento di Cengio, che nel 1979 ha più di 4.000 dipendenti. Le proteste popolari per i livelli di inquinamento ormai insostenibili raggiungono l’apice nel 1987, quando i cittadini si organizzano nell’Associazione per la Rinascita della Val Bormida. L’anno dopo, il 23 luglio, un’enorme nube bianca fuoriesce dallo stabilimento. Quel giorno, come riportano le cronache dell’epoca, un odore acre raggiunse tutti i comuni limitrofi e gli abitanti di Saliceto denunciarono irritazione agli occhi e alle vie respiratorie e attacchi di nausea. Solo l’anno prima il Consiglio dei Ministri aveva dichiarato la Val Bormida “area ad elevato rischio ambientale”.

    Persino in quell’occasione, alla proposta del ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo di chiudere a turno i vari comparti dello stabilimento per poterli risanare, i sindacati risposero con un’assemblea per presidiare lo stabilimento, invitando a non farsi prendere dall’emotività del momento e ricordando che l’azienda dava da mangiare a quattromila famiglie. Il ministro dell’industria Adolfo Battaglia la pensava allo stesso modo.

    [quote]“Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”.[/quote]

    Il passaggio a Eni e il piano di bonifica

    Lo stesso anno in cui esplodeva la nube tossica, la Montedison (azienda erede della Montecatini proprietaria dello stabilimento) conferì le attività di Acna alla Enimont, una società nata dalla fusione di Enichem (all’epoca interamente pubblica) e, appunto, Montedison. Enimont doveva essere un enorme polo della chimica, nato dalla fusione tra pubblico e privato. La sua storia, però, dura pochi anni e finisce per disaccordi tra le parti che porta all’uscita di scena del socio privato. L’accordo per la fusione, inoltre, è accompagnato da un giro di tangenti pagati a politici di tutto l’arco parlamentare, che fecero dello “scandalo Enimont” uno degli eventi centrali della stagione di mani pulite. Finita la breve parentesi Enimont, nel 1991 il controllo del sito di Cengio passa interamente alla Enichem, in un momento in cui il gruppo Eni si sta già orientando al mercato del petrolio e dell’energia, più che su quello della chimica. La Enichem (che oggi si chiama Syndial, ed è la controllata di Eni che si occupa delle attività di bonifica dei siti Eni dismessi) negli anni successivi riduce progressivamente la produzione, fino alla chiusura definitiva dello stabilimento, nel 1999.

    L’anno successivo viene siglato un accordo di programma tra l’Acna, i ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Industria, le Regioni Liguria e Piemonte e il Commissario Delegato alla bonifica, che prevede la divisione del sito in quattro aree e un piano di bonifica. «Le attività di bonifica dovrebbero formalmente concludersi nel 2020» racconta a Era Superba Andrea Melis, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle. Melis è primo firmatario di una mozione presentata lo scorso 10 giugno in Commissione Ambiente per tirare le somme di un ciclo di audizioni tenuto la settimana prima con tutti gli attori istituzionali coinvolti nel piano di bonifica, durante il quale si è discusso di eventuali modifiche e integrazioni al piano di bonifica.

    «L’ultima attività – prosegue Melis – dovrebbe essere il cosiddetto capping, si prevede cioè che in un’area del sito vengano raccolti tutti i materiali inquinanti raccolti nelle altre aree e messi in sicurezza. Per le altre aree del sito, invece, è prevista la bonifica. Non si parla infatti di un sito per cui è prevista la bonifica completa, ma in parte la bonifica e in parte la messa in sicurezza».

    Secondo quanto scritto sul sito di Eni, l’area dedicata al capping dovrebbe essere la zona nominata A1. Sempre sul sito della compagnia, leggiamo che al 31 dicembre 2018 Syndial ha investito 340 milioni di euro per la bonifica del sito, e che conta di investirne altri 15 per concludere i lavori. L’accordo di programma iniziale prevedeva una spesa di 300 miliardi di lire, vale a dire qualcosa in più di 150 milioni di euro.

    Foto Eni.com

    Un piano che ha bisogno di modifiche?

    «Dal ciclo di audizioni – racconta Melis – è emerso che ci sono attività di bonifica ancora da concludere, e che alcune attività di bonifica hanno dimostrato che ci sono ancora lacune o mancanze che ci ripromettiamo di analizzare e discutere meglio». In particolare, sarebbero state le alluvioni che nel 2016 hanno colpito la Val Bormida a far emergere le lacune di cui parla Melis. In quell’occasione l’acqua era entrata nell’area del sito, portandosi dietro tutte le sue sostanze inquinanti, per questo ora gli attori coinvolti ritengono si debba includere nel piano di messa in sicurezza anche un rafforzamento di alcune parti degli argini del Bormida.

    «Per questo – sottolinea il consigliere – riteniamo di debba valutare, anche in relazione al progetto iniziale di messa in sicurezza, se tutto è stato fatto correttamente e se è necessario prevedere ulteriori integrazioni al progetto in modo che quelle criticità che si sono presentate siano definitivamente risolte e non si presentino più». Negli anni, inoltre, è emersa la necessità di bonificare aree inizialmente non incluse nel piano di bonifica, come la cosiddetta area Merlo.

    La bonifica del sito industriale di Cengio ha attirato anche l’attenzione dell’Unione europea, perché violerebbe una direttiva del 1999 sulle discariche di rifiuti. «In particolare – spiega Melis – allora il commissario governativo non aveva fatto la procedura d’impatto ambientale perché non era previsto per il tipo di intervento, dal momento che non trattandosi di una discarica non aveva seguito la procedura tecnica necessaria per quel tipo di sito».

    Le 52 discariche non ancora bonificate – tra cui anche quella di Cengio, dove sono radunati i rifiuti industriali dell’impianto – costano all’Italia ogni anno 21.200 milioni di euro. Per uscire dalla procedura di infrazione europea, il ministero dell’ambiente che dovrebbe fare una procedura d’impatto ambientale ex-post. «In questo frangente – spiega Melis – sarà importante attenzionare il ministero dell’ambiente perché sia tutto analizzato, anche le aree che al tempo non erano ricomprese e che il progetto iniziale sia aggiornato a tutte le variabili che negli anni sono emerse e che in qualche modo ne preveda la totale bonifica e messa in sicurezza».

    Dopo la conclusione dei lavori di bonifica, prevista nel 2020, Syndial avrebbe l’onere di un presidio costante sul sito per i successivi 30 anni. Ma non c’è il rischio che le modifiche e le integrazioni necessarie che stanno emergendo facciano allungare i tempi per la conclusione dei lavori? «Per noi – risponde Melis – è importante che verifichi la congruenza del progetto e che se necessario si facciano ulteriori interventi, per essere certi che le aree bonificate lo siano davvero e possano essere adatte a ospitare nuovi stabilimenti industriali».

    Luca Lottero

     

     

  • Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria

    Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria

    Secondo un rapporto pubblicato lo scorso agosto da Legambiente, circa il 60% della costa sabbiosa italiana (che a sua volta è il 50% del totale) è occupato da stabilimenti balneari. Il litorale è di proprietà demaniale, quindi pubblica, ma lo Stato può concederne l’utilizzo a privati per la realizzazione di strutture turistiche a pagamento, tramite concessione. A differenza che in altri Paesi europei, in Italia non esiste una legge che fissi la percentuale massima di costa che può essere usata per costruirvi attività private. In Francia, per esempio, l’80% della costa deve rimanere pubblico. In Italia, invece, ogni Regione costiera decide autonomamente quanta parte del proprio litorale concedere ai privati e quanta riservare a uso pubblico. Si passa dal massimo di Puglia e Sardegna (dove il 60% della costa deve rimanere ad accesso libero) al minimo di Friuli, Veneto, Basilicata, Sicilia e Toscana, dove la legge non pone alcuna quota minima di spiaggia da lasciare libera dagli stabilimenti.

    In Liguria, la legge regionale prevede che in ogni Comune rivierasco il 40% del litorale debba rimanere pubblico. In realtà, però, secondo la stima di Legambiente solo il 14% della nostra costa è accessibile liberamente. Il resto, dove non c’è il porto, è occupato da lettini e ombrelloni, con un 26% di litorale, quindi, fuori legge. Il rapporto dell’associazione ambientalista cita esplicitamente la Liguria come uno dei casi in cui la teoria della legge più si discosta dalla pratica della realtà. «Il problema principale – si legge – è che la Legge ad anni di distanza dalla sua emanazione non viene rispettata perché non prevede sanzioni per chi non la applica. Il paradosso è che i Comuni che non rispettano il limite del 40% perdono il finanziamento regionale per la pulizia delle spiagge (con conseguente minore attrattività per le poche spiagge libere rimaste) mentre esistono incentivi proprio per la pulizia e la sistemazione del litorale per i Comuni che la fanno rispettare». L’anno scorso scrivevamo che dei 63 Comuni rivieraschi liguri, solo 12 rispettavano la legge regionale del 40% e da allora poco sembra essere cambiato.

    Genova fa i regolamenti, ma poi non li applica

    Uno degli ultimi atti dell’amministrazione guidata da Marco Doria fu l’approvazione di un nuovo Pro.U.D. (Progetto Comunale di Utilizzo del Demanio Marittimo), che prevedeva la creazione di nuove spiagge libere a Levante, a Ponente e in Corso Italia, dove alcune concessioni demaniali erano in scadenza. Il Proud venne approvato dal Consiglio comunale a fine aprile 2017, in piena campagna elettorale per eleggere il nuovo sindaco. Marco Bucci, allora candidato per il centrodestra, commentò duramente il provvedimento, sostenendo che il mancato rinnovo di molte concessioni avrebbe voluto dire meno occasioni per fare impresa e creare posti di lavoro, e nuovi tratti di battigia abbandonati al degrado.

    [quote]La mareggiata aveva messo finalmente il dito nella piaga, evidenziando costruzioni incongrue in prossimità del mareEra l’occasione per spazzare via tutto e realizzare strutture facilmente amovibili. Invece si prende l’occasione per fermare tutto[/quote]

    MareggiataUna volta diventato sindaco, però, lo stesso Bucci sembrava orientato a dare applicazione al piano ereditato dal predecessore. O almeno, così speravano le associazioni di consumatori come Adiconsum, che da tempo spingono per un aumento delle spiagge libere. Lo scorso aprile, però, l’amministrazione ha deciso che l’applicazione del Proud è rinviata a data da destinarsi. L’assessore all’urbanistica Simonetta Cenci ha giustificato il rinvio con la mareggiata dello scorso autunno, che ha travolto molta della costa ligure e costretto così l’amministrazione a modificare i progetti. Una giustificazione che non è bastata però a Stefano Salvetti, presidente ligure di Adiconsum: «La mareggiata aveva messo finalmente il dito nella piaga, evidenziando costruzioni incongrue in prossimità del mareaveva detto a Telenord commentando la retromarcia dell’amministrazione –. Era l’occasione per spazzare via tutto e realizzare strutture facilmente amovibili. Invece si prende l’occasione per fermare tutto».

    Molto contenti della decisione sono stati invece, com’è facile immaginare, i gestori degli stabilimenti balneari, che confermano un feeling particolare con le attuali amministrazioni comunali e regionali. A fine 2017 la Giunta Toti aveva emanato due leggi regionali per il rinnovo automatico delle concessioni, poi bocciate dal Governo Gentiloni perché contrarie al principio della libera concorrenza stabilito dalla direttiva europea Bolkestein.

    La Bolkestein che non arriva mai

    La direttiva Bolkestein, approvata nel 2006 quando presidente della Commissione europea era Romano Prodi, prevederebbe la fine dei rinnovi automatici delle concessioni demaniali, in nome della libera concorrenza in un mercato comune europeo. In Italia applicare questo principio vorrebbe dire rompere una prassi molto consolidata di rinnovi praticamente automatici. I nostri stabilimenti, al pari di molte delle nostre piccole e medie imprese, sono molto spesso realtà familiari trasmesse di padre in figlio da anni, a volte persino da decenni, poco abituate alla concorrenza. Per questo la categoria dei balneari (insieme ad altre, come quella dei venditori ambulanti) negli anni ha protestato molto vivamente contro la direttiva. E le loro richieste, oltre che a livello locale, hanno trovato orecchie attente anche a Roma. Già i precedenti governi di centrosinistra, infatti, avevano rinviato l’entrata in vigore della direttiva a fine 2020, provocando qualche nervosismo alle istituzioni europee. La sfida a Bruxelles è diventata ancora più esplicita con il governo formato da Lega e Movimento Cinque Stelle, che a dicembre dell’anno scorso ha approvato una proroga di ben 15 anni all’applicazione della direttiva per le imprese balneari, nonostante questo significhi quasi certamente incorrere in una procedura di infrazione, come riconosciuto dallo stesso ministro del turismo, il leghista Gian Marco Centinaio.

    In questo contesto è difficile cambiare le cose, sia che questo voglia dire sottoporre le concessioni a una normale concorrenza, sia che voglia dire restituire tratti di costa all’uso pubblico e gratuito. Perché entrambe le opzioni vorrebbero dire andare contro agli interessi dei balneari. Lo Stato, inoltre, dalle concessioni guadagna 103 milioni all’anno (dato 2016), che sono briciole rispetto al giro d’affari degli stabilimenti privati, che secondo la società di consulenza Nomisba ammonta a 15 miliardi all’anno, ma sono comunque un incasso fisso. Se consideriamo che la Regione Liguria è insieme alla Toscana quella che frutta di più allo Stato in termini di concessioni (11 milioni nel 2016), capiamo perché nella nostra regione le resistenze al cambiamento sono così forti.

    Un diritto negato?

    Nel suo rapporto, Legambiente evidenzia come il problema delle spiagge libere non sia solo quantitativo, ma anche qualitativo. Oltre che essere poche, le libere occupano spesso aree “di serie b”, poco appetibili ai privati. Chi non può permettersi di pagare l’accesso agli stabilimenti, che hanno costi spesso tutt’altro che popolari, si ritrova spesso in spiagge in prossimità di fiumi, fossi o fognature, e a fare il bagno in acque inquinate. La recente perdita della balneabilità del mare che bagna le spiagge libere di Boccadasse e Voltri (la più estesa di Genova) ne è una triste conferma.

    Luca Lottero

  • Dal tram alla monorotaia, il voltafaccia del Comune che non piace alla Val Bisagno. Un progetto “pericoloso”

    Dal tram alla monorotaia, il voltafaccia del Comune che non piace alla Val Bisagno. Un progetto “pericoloso”

    Elaborazione grafica Amici di Pontecarrega

    Il candidato sindaco Marco Bucci, nel 2017, prometteva che con la sua amministrazione la Val Bisagno avrebbe finalmente avuto una propria linea tranviaria, un mezzo di trasporto che avrebbe mitigato lo storico isolamento di quella parte di città con una soluzione largamente apprezzata dai residenti. Il sindaco Marco Bucci, però, nel 2019 ha cambiato idea e propone qualcosa di diverso. «Qualcosa di ancora più bello del tram – aveva detto con un sorriso rispondendo alla stampa lo scorso aprile, in occasione della presentazione del Pums, il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile – un supertram».

    Solo che la bellezza è un concetto relativo. Del cambio di programma non sembrano infatti essere particolarmente contenti gli Amici del Ponte Carrega, un’associazione di quartiere tra le più attente e documentate su questi temi. L’associazione, pochi giorni dopo la presentazione, ha infatti pubblicato sul proprio sito un lungo e documentato articolo in cui ribadisce le proprie posizioni storiche e contesta, punto per punto, il nuovo piano della Città Metropolitana. Svelando sin dalle prime righe il trucco lessicale dell’amministrazione: «Per la Val Bisagno oltre al filobus è stata prevista una monorotaia sospesa lungo il greto del torrente Bisagno, chiamata dal sindaco Bucci il “Super Tram”, come se bastasse la parola per far passare una infrastruttura con caratteristiche completamente diverse dal tram come il tram promesso in campagna elettorale». Chiamare le cose col proprio nome è un primo passo per capire di cosa stiamo parlando.

    Tram addio

    Gli interventi per la Val Bisagno sono inseriti nel più ampio Pums, adottato lo scorso 9 aprile dal Consiglio Metropolitano di Genova (l’organo dell’ente Città Metropolitana) e poi presentato a Tursi il 17 aprile. Oltre ai progetti sulla Val Bisagno, sono inclusi nel piano anche una monorotaia per il collegamento tra l’aeroporto e il parco tecnologico degli Erzelli, 51 chilometri di rete filoviaria lungo gli assi Centro, Levante e Ponente e il prolungamento della linea metropolitana, con il completamento della linea Pallavicini – Terralba e una nuova diramazione verso la Fiumara, a Sampierdarena. Per quel che riguarda i fondi, l’unica parte già finanziata dal Ministero dei Trasporti è il rafforzamento della metropolitana, per cui ha stanziato 152 milioni di euro, mentre per la Val Bisagno Bucci si dice fiducioso di poter ottenere i 350 milioni necessari dopo la presentazione ufficiale del progetto al Ministero, fissata per il prossimo 30 settembre.

    Rendering ufficiale del progetto

    Progetto che, al posto del tram, prevede fondamentalmente due punti: i filobus da 18 metri e il cosiddetto sky tram, cioè sostanzialmente una linea metropolitana di superficie che, anziché a terra, poggia su una struttura sopraelevata. «È la mobilità del futuro», ha assicurato Bucci, che ha anche spiegato il cambio di idea sul tram sostenendo che nel mondo si starebbe andando in quella direzione, abbandonando la mobilità su ferro. Secondo Enrico Musso, direttore del Cieli, Centro italiano di eccellenza sulla logistica, trasporti e infrastrutture, e principale ideatore del piano, la soluzione proposta sarebbe inoltre meno invasiva del tram «sia dal punto di vista dei cantieri sia in termini di occupazione di spazio» e inoltre «garantirebbe un collegamento più rapido». Anche Bucci ha sottolineato che a suo avviso i cantieri per il tram avrebbero completamente bloccato il traffico della valle. Con lo sky tram, invece, il problema non si porrebbe, visto che i piloni verrebbero costruiti nell’alveo del Bisagno o, in alternativa, sui marciapiedi che lo circondano. «Si tratterebbe di piloni di una dimensione assolutamente minima – aveva precisato il vicesindaco e assessore alla mobilità del Comune di Genova Stefano Balleari – si parla di un metro, un metro e mezzo, niente di particolarmente invasivo».

    Autostrada Bisagno

    Tutto questo, però, non basta a convincere gli Amici del Ponte Carrega. Le prime perplessità riguardano la sostenibilità ambientale dell’opera prevista, in una zona dove il fiume è già esondato in passato, e dove la necessità di non soffocarlo più con il cemento sembrava ormai una lezione acquisita. E neanche costruire sui marciapiedi sarebbe una soluzione: «Per realizzare i piloni si deve scavare ad una profondità di almeno 5 metri, per realizzare una piastra di fondazione molto importante a sostegno dell’infrastruttura – spiega a Era Superba Fabrizio Spiniello, presidente dell’associazione – Gli attuali marciapiedi sono molto vicini all’abitato e sarebbe come realizzare una sorta sopraelevata per tutta la sponda destra del Bisagno. La soluzione della monorotaia è quindi molto impattante per il paesaggio della vallata».

    La sensazione è anche che, nel presentare l’opera, il Comune abbia messo da parte alcune difficoltà logistiche: «Le fermate previste – sottolinea infatti Spiniello – non sono semplici pensiline ma importanti stazioni dotate di ascensori per disabili e scale mobili. Questo limiterebbe il numero di fermate a poche decine e sostanzialmente si limiterebbe anche l’utenza complessiva. Inoltre l’infrastruttura dovrebbe sorvolare tutti i ponti e pensiline ad almeno 3,5 metri dal punto più alto, questo implica che i piloni non potranno essere più bassi di 8-10 metri e quindi anche le stazioni dovranno essere realizzate a tale quota con imponenti strutture di sostegno».

    Non dobbiamo immaginarci gli Amici del Ponte Carrega come il classico comitato di quartiere che non vuole i cantieri nel giardino di casa, o credere che l’opposizione allo sky tram sia la questione di principio di un gruppo di bastian contrari. In realtà, alla soluzione del tram si era arrivati al termine di un lungo percorso partecipativo, che tra il 2010 e il 2011 aveva visto gli abitanti della Val Bisagno collaborare con le istituzioni per trovare una soluzione allo storico isolamento dell’area. «Dal processo partecipativo – si legge nelle linee guida conclusive – emerge l’apprezzamento unanime per la scelta del tram considerato come un elemento di riconnessione della vallata con il resto della città, come strumento di forte riqualificazione urbana, ambientale e viabilistica per una migliore qualità della vita degli abitanti».

    Il tram non rappresenta dunque la volontà di un’associazione, ma quella – definita persino “unanime” – di un’intera vallata, coinvolta in un processo di partecipazione che il nuovo Pums rinnega completamente. I motivi della scelta del tram sono elencati nelle stesse linee guida. «Un asse tranviario – si legge – riqualifica gli spazi urbani, rappresentando l’occasione per il rifacimento delle strade, dei marciapiedi e per la creazione di zone di verdi ed inoltre, dopo il suo inserimento, garantisce la riduzione dei flussi di traffico privato limitando gli effetti negativi dell’inquinamento gassoso ed acustico».

    A questi benefici, però, la nuova amministrazione non sembra credere molto e preferisce puntare sulla monorotaia, ponendosi in questo anche controcorrente rispetto ad altre amministrazioni italiane come quella di Bergamo, che ha recentemente festeggiato i dieci anni del proprio tram. Come sottolineano gli Amici del Ponte Carrega, solo recentemente Brescia, Torino, Milano, Firenze, Palermo, Padova e Roma hanno fatto richiesta di fondi per il potenziamento della linea tranviaria locale, mentre Genova punta su un’infrastruttura che in Italia conta solo tre esemplari, di cui due nei parchi divertimenti di Gardaland e Mirabilandia. Non va meglio nel resto d’Europa, dove le monorotaie usate per il trasporto di massa sono in tutto quattro.

    «Il punto – conclude Spiniello – è che si continua a vedere il Bisagno non come un fiume ma come un’autostrada di servizio su cui si può costruire ogni cosa. Si pensa che una volta realizzato lo scolmatore si potrà ricominciare con coperture per fare parcheggi, piloni, restringimenti. La nostra visione di vallata vuole valorizzare la presenza del fiume come elemento caratteristico, come spazio e presenza della natura in città, come luogo di bellezza, e riteniamo sbagliata ogni altra forma di sfruttamento».

     

    Luca Lottero

  • San Giorgio, il marketing e le bufale a cui ci piace tanto credere

    San Giorgio, il marketing e le bufale a cui ci piace tanto credere

    Che la bandiera rosso-crociata sia un simbolo per Genova e i genovesi non ci piove, ma le celebrazioni per il vessillo “andate in onda” ieri di orgoglio ne hanno suscitato poco. E non solo per questione di numeri dei partecipanti, ma anche, e soprattutto, per il confezionamento del tutto, che ancora una volta ha messo in evidenza uno stile di marketing territoriale, se così si può chiamare, quanto meno discutibile.

    La classica autocelebrazione che a niatri piace tanto, e che ripropone ancora una volta il trito e ritrito sguardo malinconico ad una non meglio precisata grandeur per la quale dobbiamo “rialzarci e combattere”, attraverso una non meglio precisata visione di rinascita del futuro, di un non meglio precisato cambiamento. Un cambiamento che però non arriva mai, Multedo insegna.

    Accantoniamo rapidi la questione e l’interpretazione politica dell’iniziativa presa dalla giunta a trazione leghista che altri hanno descritto meglio di noi, e che rispolvera la visione dicotomica bene contro male che l’iconografia mitologica di San Giorgio e della sua supposta croce richiama, inquietante se trasportata nell’oggi; e tralasciamo anche di descrivere gli arcinoti meccanismi di distrazione delle masse, dell’intruppamento, della semplificazione della realtà. Vessillum et circenses, basta così. 

    Paccottiglia

    Quello che più lascia di stucco è la sciatteria e il provincialismo con cui si è affrontato questa celebrazione: superficialità storica e storiografica per un evento costruito seguendo un canovaccio stantio, con tutti gli ingredienti nazional popolari da festa parrocchiale, salvato solamente dalla preziosa presenza del Corteo Storico di Genova, il più numeroso e accurato del panorama nazionale.

    Ricordate la storia della bandiera prestata all’Inghilterra? Bene, è una bufala bella e buona, una fake news, una storpiatura, una leggenda diventata realtà per le masse. Che ce frega a noi dei ponti che cadono, abbiamo venduto la bandiera a sua maestà. Lo storico medievista, nonché ricercatore e docente universitario Antonio Musarra lo spiega molto bene in questo articolo: la croce forse non è di San Giorgio, almeno inizialmente, e il suo utilizzo era cosa largamente diffusa per chi aveva ruolo di difendere il cristianesimo da un mondo ancora ostile. E infatti la croce rossa in campo bianco la troviamo in moltissimi stemmi di città allora “di frontiera”, da Milano alla Catalogna alla Georgia.

    E della supposta cessione del vessillo alle navi inglesi, nei fatti, non v’è traccia documentale, ci dice Musarra, e lo conferma Gabriella Airaldi, docente di Storia Medioevale all’Università di Genova. A Buckingham Palace stanno ancora ridendo. Mentre i Rom si preparano a unirsi nei festeggiamenti, visto che San Giorgio è il loro santo patrono.

    Giornata del cordoglio

    Insomma, ancora una volta ci siamo fatti prendere per il naso con della paccottiglia da quattro soldi, per un’operazione che di strategia da marketing territoriale non ha nulla, ma è stata pensata solo ad uso e consumo del consenso popolare da spendersi in vista delle urne, a spese nostre. Chi oggi ci parla di identità cittadina, in campagna elettorale dipingeva Genova come sobborgo di Milano.

    Quella di ieri, nei fatti, è stata la giornata del cordoglio: mentre andava in scena un altro capitolo dell’ipnosi collettiva, sui resti di Ponte Morandi l’amato vessillo garriva al vento, sbrindellato, strappato e abbandonato, come la città ai suoi piedi.

    In questi mesi lo abbiamo visto tante volte essere calato insieme alle fette di ponte che venivano smantellate. Ci è stato venduto come fatto di orgoglio, quando era solo il continuo ripetersi dell’ammaina bandiera della dignità di una città e di un popolo calpestato e inebetito.

    E allora forse un San Giorgio oggi ci vorrebbe veramente, ma non quello che salva la figlia del re: gira voce, infatti, che proprio San Giorgio inspirò i Comitato di Liberazione Nazionale, la sera del 23 aprile 1945, a dare il via all’insurrezione che scacciò dalla città la serpe nazi-fascista. Certo, anche questa è una bufala, ma la medaglia che penzola sopra il santo a cavallo nel gonfalone di Genova non lo è. E’ orgoglio.

    Nicola Giordanella

  • Piccapietra, la zona morta. Pianificazione urbana e significato politico di un non luogo

    Piccapietra, la zona morta. Pianificazione urbana e significato politico di un non luogo

    di Leonardo Lippolis

     

    Le recenti chiusure de “la Rinascente” di via XII Ottobre, dopo 58 anni di attività, e successivamente di alcuni bar e locali, ha sollevato un dibattito cittadino sulla scarsa vitalità dell’area di Piccapietra, divenuta l’emblema di una Genova in crisi, vecchia ed immobile. Pare strano, ad amministratori e commentatori, che una zona così centrale e moderna non attragga investimenti e non sia il cuore dinamico della città, sul modello delle grandi metropoli occidentali.

    Oggi Piccapietra, concepita all’epoca dai progettisti per diventare il centro direzionale finanziario di una metropoli che avrebbe dovuto superare i due milioni di abitanti, è vissuta come un’enclave, uno scheletro muto e freddo privo di forme di vita, da attraversare frettolosamente. Insomma, il prototipo di quelli che l’antropologo francese Marc Augè ha definito i non luoghi: spazi, tipici dell’urbanesimo contemporaneo, in cui le persone transitano ma nessuno vi abita, respingenti qualsiasi dimensione sociale, privi di identità e rapporto con la storia, talmente uguali gli uni agli altri da risultare interscambiabili. Se la nuova Piccapietra non è mai diventata la city finanziaria, e questo per la miopia di chi ha idealizzato un futuro rivelatosi impossibile per Genova, ha tuttavia vissuto un paio di decenni di relativa vitalità commerciale, a partire proprio dall’apertura della Rinascente nel 1960, come salotto della borghesia cittadina. Ora che le sue principali attrazioni commerciali hanno chiuso, ci si accorge di come essa stia diventando una zona morta e di come l’intero progetto della città moderna concepita in quegli anni stia mostrando una vecchiaia prematura.

    Le radici lontane di un fallimento

    Eppure questo fallimento ha delle radici lontane. Sebbene oggi la distruzione dell’antica Piccapietra venga unanimemente considerata come un errore, quello che si omette di dire è che essa fu una scelta voluta e pianificata per decenni, perfettamente inserita nello spirito dell’epoca e, come tale, rappresenta un paradigma ed un crocevia della storia urbana, sociale e politica del Novecento. A Piccapietra, sia simbolicamente che materialmente, “la città è nuda”.

    Portoria era uno dei sei sestieri che formavano l’antica città medievale, periferico in senso geografico ma vitale nel suo tessuto sociale. La porta che sorgeva al suo margine faceva parte della cinta di mura del Barbarossa; per quanto meno monumentale di Porta Soprana e Porta dei Vacca, essa vantava due solide torri e, oltreché Aurea, era anche detta Porta D’Oria, perché sorgeva sui terreni della nobile famiglia, e la sua contrazione in “Port’Oria” portò alla sua denominazione. All’interno del sestiere, che si estese nel corso dei secoli fino a coprire una parte molto ampia del centro città, Piccapietra era una porzione di territorio che prendeva il nome dalla principale attività artigianale che vi si svolgeva, la lavorazione della pietra. A Piccapietra tenevano bottega infatti numerosi scalpellini, scultori e artigiani che lavoravano i marmi nonché l’ardesia che veniva cavata in Val Fontanabuona.

    [quote]Nel nuovo contesto urbano la zona di Piccapietra venne a trovarsi incastrata come un residuo medievale circondato dai nuovi assi viari e, già nel 1885, l’ingegnere e architetto Cesare Gamba, il progettista di via XX Settembre, auspicò la necessità di uniformarla al tessuto circostante[/quote]

    La storia plurisecolare del sestiere subì il primo scossone con la rivoluzione urbanistica di fine Ottocento. Genova era all’epoca una delle città economicamente più importanti della nuova Italia unita e voleva rappresentarsi con un’immagine degna del suo crescente prestigio. Tra gli anni settanta e la fine del secolo nacque così il centro borghese e monumentale delle varie via XX Settembre, piazza De Ferrari e via Roma con allargamenti, sbancamenti, sfratti. Le celebrazioni colombiane del 1892 furono un ottimo pretesto ideologico e un’occasione economica per quest’opera di modernizzazione e l’inaugurazione, proprio nel 1900, di via XX Settembre, segnò simbolicamente il suo compimento. Nel nuovo contesto urbano la zona di Piccapietra venne a trovarsi incastrata come un residuo medievale circondato dai nuovi assi viari e, già nel 1885, l’ingegnere e architetto Cesare Gamba, il progettista di via XX Settembre, auspicò la necessità di uniformarla al tessuto circostante. Così il primo sbancamento di una parte della collina che costituiva la peculiarità fisica di Piccapietra venne realizzato tra il 1874 e il 1876 per realizzare Galleria Mazzini, andando a distruggere, tra altre strade, la famigerata Crosa del Diavolo, così chiamata in ricordo del “bosco del diavolo”, una zona di vegetazione intorno a Corvetto considerata per molto tempo pericolosa a causa di strani rumori e apparizioni, dovuti in realtà a stratagemmi che contrabbandieri e malfattori vari mettevano in atto per evitare di essere disturbati nei loro traffici, e per questo motivo fatta radere al suolo dal Senato genovese già nel Seicento.

    Il dibattito ed i progetti di Gamba proseguirono per lunghi anni senza nessun riscontro pratico fino al Piano Regolatore del 1932, che organizzò una trasformazione razionalista del centro città culminata nella distruzione dell’antico quartiere di Ponticello e nella costruzione dell’attuale piazza Dante e del grattacielo di Piacentini. Dopo quest’ulteriore operazione, Piccapietra e la zona di via Madre di Dio rimanevano due resistenze medievali ancora più isolate e assediate dalla modernità e si posero quindi come urgenze da risolvere.

    La resa dei conti

    La questione venne finalmente affrontata nell’immediato secondo dopoguerra. Due furono i fattori decisivi che intervennero tra i progetti non realizzati dal Piano Regolatore del 1932 e l’effettiva distruzione di Piccapietra negli anni cinquanta. Innanzitutto gli ingenti danni provocati dalla seconda guerra mondiale, che colpì pesantemente il centro città, distruggendo numerosi palazzi e lasciando imponenti rovine. La necessità di ricostruire fu un ottimo pretesto per organizzare la resa dei conti con le vestigia della città vecchia. Ma soprattutto, a dare forma e contenuto al nuovo che avanzava, era sopraggiunta la redazione del manifesto dell’urbanistica moderna: la Carta d’Atene, scritta da Le Corbusier, a capo del pool di architetti internazionali del CIAM, nel 1933 e pubblicata nel 1938.

    [quote]Le Corbusier si ispirava esplicitamente alla fabbrica di Henry Ford rivoluzionata dall’introduzione della catena di montaggio[/quote]

    La Carta d’Atene sosteneva che, nella nuova civiltà urbana, la vita dell’uomo moderno si riducesse a quattro bisogni fondamentali: abitare in alloggi salubri, lavorare, ricrearsi nel tempo libero e circolare rapidamente. La città doveva organizzarsi ex novo intorno alle necessità della produzione industriale e della circolazione delle merci e, non a caso, Le Corbusier si ispirava esplicitamente alla fabbrica di Henry Ford rivoluzionata dall’introduzione della catena di montaggio. In questo senso i suddetti quattro bisogni dell’uomo diventavano funzioni utilitaristiche dell’economia capitalistica. Il sistema concettuale di Le Corbusier era lineare e geometrico come i suoi progetti: il motore che muove tutto è la produzione industriale; la città, in quanto luogo privilegiato della sua organizzazione, va modernizzata come una macchina efficiente; le persone, inquadrate come una massa anonima, laboriosa e obbediente, devono essere integrate come ingranaggi di questa macchina.

    Tradotto in pratica, questo modello di un formicaio umano automatizzato prevedeva innanzitutto lo sventramento dei centri storici, i quali dovevano divenire poli direzionali fatti di grattacieli, uffici e servizi. Il cuore pulsante della città pubblica doveva trasformarsi nel cervello organizzativo della città fabbrica. Soltanto alcuni monumenti di valore storico artistico dovevano essere salvati dalla distruzione, ma completamente isolati dal loro contesto urbano di origine. La popolazione sfollata dal centro andava redistribuita a corona in zone periferiche, organizzate in agglomerati di edifici di nuova concezione, le cosiddette Città radiose. Unità di abitazione concepite ognuna come una piccola città verticale, esse dovevano ospitare oltre 1500 persone l’una e tutti i servizi del vecchio quartiere (negozi, scuole, attività varie) compresi al proprio interno. Le Corbusier – teorizzando che la casa sarebbe una “macchina per abitare” – realizzò il prototipo della Città radiosa a Marsiglia tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta, prototipo che sarebbe stato clonato (quasi sempre privo dei servizi previsti al suo interno) nei decenni successivi nelle periferie di tutto il globo. Il resto della città doveva essere strutturato attraverso un reticolato perfettamente ortogonale di spazi verdi per rigenerare il corpo dalle fatiche del lavoro e grandi arterie di traffico che permettessero la circolazione veloce delle automobili. Sostanzialmente incurante delle specificità storiche, geografiche e climatiche, questa città geometrica di cemento, vetro e viali infiniti avrebbe dovuto essere riprodotta pressoché uguale a se stessa ovunque.

    Alla base della teoria di Le Corbusier c’era sicuramente una visione prometeica della nuova civiltà delle macchine e dell’ “uomo nuovo”, condivisa con il resto della comunità architettonica e urbanistica dell’epoca. L’ideologia funzionalista era infatti prettamente funzionale ai bisogni della ristrutturazione capitalistica postbellica e la Carta d’Atene offriva ottimi principi per la modernizzazione delle città, tanto che venne accolta nelle sue concezioni di fondo. Ma, a differenza di altri urbanisti e architetti sinceramente progressisti, Le Corbusier aveva un più preciso progetto politico reazionario che è riuscito a far passare attraverso la sua retorica modernista.

    Che Le Corbusier avesse simpatie per il fascismo e il nazismo non è ormai più un mistero; ben tre biografie uscite recentemente in Francia lo documentano. Pieno di entusiasmo e probabilmente speranzoso di rientrare in quel piano, egli scriveva in una lettera alla madre: «Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa». Ma già nel tumulto sociale degli anni venti Le Corbusier, dichiarando esplicitamente “architettura o rivoluzione, si può evitare la rivoluzione”, aveva fatto intendere che una certa pianificazione architettonica e urbanistica sarebbe stato un ottimo strumento per reprimere le lotte e gli slanci rivoluzionari dell’epoca. Così, trent’anni dopo, la sua Città radiosa permetteva finalmente di raggiungere il conseguente obiettivo urbanistico di quel programma politico: “sopprimere la strada”, considerata una vestigia di barbarie, un insopportabile anacronismo.

    [quote]attraverso un’equazione urbanisticamente lombrosiana, il popolo che si annidava tra le sue pieghe non poteva che essere moralmente corrotto[/quote]

    La strada, da sempre scenografia della vita collettiva della città, sua anima sociale e politica, andava sostituita con il corridoio interno all’unità di abitazione, da usare per transitare da casa a scuola, dalla lavanderia al negozi. Nei suoi testi urbanistici, Le Corbusier associava esplicitamente l’insalubrità dei vecchi quartieri, principale pretesto per la loro demolizione, con un giudizio morale negativo sui suoi abitanti. Come i crocicchi di strade tortuose della città medievale erano brutti e malsani rispetto all’ordine perfetto della linea retta, così, attraverso un’equazione urbanisticamente lombrosiana, il popolo che si annidava tra le sue pieghe non poteva che essere moralmente corrotto.

    La Carta d’Atene venne redatta al termine di una crociera-laboratorio compiuta dal pool di architetti del CIAM nell’estate del 1933 tra Marsiglia ad Atene, durante la quale vennero visitate e studiate una serie di città da cui trarre indicazioni per un’idea di rinnovamento urbanistico generale. Tra di esse vi fu Genova, di cui Le Corbusier discusse con i colleghi, ed è facile immaginare in quali termini progettuali. La Carta d’Atene divenne dunque il manifesto incontrastato dell’ideologia urbanistica del secondo dopoguerra ed alla sua stretta osservanza si attenne anche la Commissione Urbanistica incaricata dal Comune di Genova, alla fine del 1945, di studiare la redazione di un Piano di Ricostruzione delle zone bombardate, nonché quella delle linee guida di un nuovo Piano Regolatore Generale cittadino. Varie vicende portarono allo slittamento dell’approvazione e a varie modifiche del Piano Regolatore fino al 1959, ma l’urgenza spinse il Comune ad elaborare nel 1950 un Piano Particolareggiato di Esecuzione, reso operativo dal 1953, per la sola zona di Piccapietra.

    Fedele interprete di Le Corbusier, Eugenio Fuselli, uno dei responsabili del piano, dopo averla già in un’altra occasione definita “inaccessibile e squallida”, affermava: “Piccapietra è porzione centralissima della città rimasta esclusa dalla vita moderna ed è un tipico esempio del “baracchismo” insediatosi nelle aree necrotiche centrali, residuate dai bombardamenti dove tipiche isole etniche di immigrati in breve tempo si ambientano e vengono raggiunti dai familiari” (E.Fuselli, La città e il piano, 1954).

    [quote]“Va notato – si legge nella relazione del Piano Regolatore – che mediante la realizzazione di questi piani e di quello generale scompariranno completamente i seguenti vecchi quartieri: Piccapietra, San Vincenzo, Madre di Dio, San Donato, il Molo e Prè”[/quote]

    In tutti i testi degli architetti preposti allo studio della trasformazione di Genova la contrapposizione tra città “vecchia” e città “moderna” veniva esplicitamente usata nei termini di un giudizio inappellabile di condanna della prima ed esaltazione della seconda. Il progetto formulato dalla Commissione urbanistica prevedeva lo sventramento dell’intero centro storico: “Va notato – si legge nella relazione del Piano Regolatore – che mediante la realizzazione di questi piani e di quello generale scompariranno completamente i seguenti vecchi quartieri: Piccapietra, San Vincenzo, Madre di Dio, San Donato, il Molo e Prè” (B.Giontoni, L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni Sessanta, Erga, 2017, p.183). Per capire la portata dell’intervento sul centro storico (comprese Piccapietra e Madre di Dio), si pensi che i tecnici avevano previsto la necessità di sloggiare e deportare complessivamente 68 mila genovesi (ivi, p.165). Mario Labò, infine, spiegava come la popolazione espulsa dal centro città dovesse essere ricollocata in “borghi satellite”, ovvero in zone periferiche lontane dal centro e che, a tal fine, fosse necessario “vincere la diffusa ostinazione ad abitare nel centro” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi, 2015, pp.41-42).

    Tutto ciò si materializzò nell’espansione urbana collinare che caratterizzò Genova per i successivi vent’anni. Nuovi edifici e quartieri sorsero sulle alture di una città già satura di spazi, avviando quel meccanismo di speculazione edilizia diffusa e incontrollata, i cui risultati abbiamo ancora oggi sotto gli occhi. D’altronde, lo stesso Labò, mettendone in guardia dal “pervertimento”, affermava che la speculazione fosse la “leva dell’industria” da incoraggiare e finanziare, osservando cinicamente che l’espropriazione degli edifici della città vecchia, visti i loro modesti valori economici, sarebbe stata poco gravosa e che fosse quindi urgente “metterla a disposizione dei costruttori” (B.Giontoni, op.cit, p.96).

    Anche l’ondata costruttiva seguita al dibattito teorico si ispirò al dettato corbusiano. Nello specifico, la prima area identificata per ricollocare gli sfollati del centro storico fu la collina circostante Mura degli Angeli. Il fotomontaggio del nuovo borgo satellite realizzato dai progettisti nel 1949 e pubblicata sulla rivista “Genova” rende l’idea: una quindicina di unità di abitazioni che avrebbero occupato tutto lo sviluppo verticale della collina. Di fatto ne venne materializzato soltanto un frammento, il complesso delle due “macchine per abitare” (quella orizzontale identica al prototipo di Marsiglia) realizzate da Carlo Daneri a Mura degli Angeli tra il 1954 e il 1956. Stesso destino ebbe il borgo satellite previsto a Quezzi. Anche in questo caso venne realizzato meno della metà del progetto originario; ispirati dal modello mai realizzato del Plan Obus, pensato da Le Corbusier per Algeri, Daneri e Fuselli idearono questa volta una città radiosa sinuosa che seguisse il profilo della collina di Forte Quezzi: il celebre Biscione, costruito tra il 1956 e il 1968. A questo proposito merita di essere ricordato un piano, concepito nel 1965 per il ponente genovese come revisione del Piano Regolatore del 1959, che testimonia in modo inequivocabile ed impressionante quale fosse l’utilizzo che si voleva fare di complessi simili e l’intero immaginario della città fabbrica dell’epoca. Il piano, elaborato dalla commissione Astengo (comprendente anche il già citato Fuselli) prevedeva che l’intera costa venisse occupata da un’area portuale ed affiancata da una ripida successione di costruzioni a intasare la collina che, in successione, comprendeva: la ferrovia, una linea di edifici di scalo al porto, una strada sopraelevata a scorrimento veloce, l’Aurelia, un centro direzionale di edifici destinati alla gestione dei traffici portuali, l’autostrada ed, infine, in cima alle alture, un’area residenziale costituita da una serie continua di supercondomini ispirati al Biscione.

    Il Piano di Piccapietra, adottato dal Consiglio Comunale nel luglio del 1950 e regolamentato attuativamente nel 1953, prevedeva lo sbancamento totale dell’area per ottenere una superficie urbanistica di 63.700 mq e l’allontanamento e il ricollocamento delle 808 famiglie (circa 2200 persone) residenti negli edifici da demolire, 705 delle quali, appartenendo alla fascia dei meno abbienti, avrebbero dovuto accedere ad alloggi a canone sociale previsti dal piano nazionale Ina-Casa. I lavori cominciarono nel 1951 per realizzare via XII Ottobre, il collegamento tra piazza Corvetto e via XX Settembre previsto già dalla fine dell’Ottocento. La distruzione proseguì per tutti gli anni cinquanta. Insieme alla Porta Aurea e agli ospedali degli Incurabili e del Pammatone (di quest’ultimo, seriamente danneggiato dai bombardamenti della guerra, venne conservato solo il colonnato di base, inglobato nella struttura moderna del nuovo Tribunale), scomparve l’intero reticolato di vicoli compresi tra via Cebà, salita di Piccapietra e piano di Piccapietra, vico Pelle, vico Tintori, scalinata Casacce, vico delle Fucine, vico dei Santi, vico Pellissoni, vico Agogliotti, vico Zuccarello, via Balilla, vico Pevere, via Bartolomeo Bosco, salita Cannoni, via di Portoria, e con esso il fitto e vivo tessuto popolare di attività artigianali e di una comunità plurisecolare. Nel 1957 i lavori erano già così avanzati che Ottavio De Santis e Gino Pesce potevano comporre la struggente Piccon dagghe cianin, canzone immediatamente entrata nel repertorio tradizionale genovese. A partire dal palazzo de “la Rinascente”, inaugurata nel 1960, la ricostruzione proseguì per tutto il decennio, coinvolgendo numerosi ed affermati architetti.

    [quote]E’ facile immaginare cosa sarebbe oggi Genova e quale sarebbe stata la responsabilità politica dei progettisti dell’epoca se il loro piano fosse stato realizzato integralmente: l’intero centro storico raso al suolo e sostituito da un’enorme colata di cemento[/quote]

    E’ facile immaginare cosa sarebbe oggi Genova e quale sarebbe stata la responsabilità politica dei progettisti dell’epoca se il loro piano fosse stato realizzato integralmente: l’intero centro storico raso al suolo e sostituito da un’enorme colata di cemento, fatta di non luoghi anonimi, grattacieli, qualche palazzo storico isolato in mezzo al nulla e larghe strade di attraversamento per collegare il levante al ponente (necessità quest’ultima a cui avrebbe sopperito la Sopraelevata, cominciata nel 1961). Le paludi della politica e gli eccessivi investimenti economici richiesti impedirono la concretizzazione di questo scempio. Vanno ricordati, a tal proposito, i nobili interventi di personaggi come Caterina Marcenaro e Ludovico Quaroni che, chiamati a dare una consulenza sul tema specifico del centro storico, ne difesero l’integrità, rivendicando “il senso poetico della vita” come un valore sociale e ricordando che “la città è come l’uomo. Non può vivere senza memorie” (citato in B.Giontoni, op.cit, p.182).

    La guerra mondiale contro la “feccia dei quartieri poveri”

    Ma torniamo a Le Corbusier, per approfondire le appena accennate implicazioni politiche della sua progettazione urbanistica. Egli affermava di ispirarsi al “genio” del barone Haussmann, il prefetto della Senna che, nella Francia di Napoleone III, tra il 1853 e il 1870, aveva disegnato il volto moderno di Parigi radendo al suolo i suoi quartieri medievali per costruire la città monumentale con i suoi grandi viali, meglio noti come boulevards.

    Anche le motivazioni ufficiali della ristrutturazione voluta da Haussmann erano stati la modernità, l’igiene, il decoro, la grandeur. Ma un’altra ragione fondamentale del suo piano fu esplicitamente il disperdere quel popolo che, negli ultimi decenni della storia della città, era insorto troppe volte. In una arringa del 1864 contro la “feccia” dei quartieri poveri, Haussmann aveva fatto intendere come la nuova organizzazione urbana dovesse materialmente togliere il terreno da sotto i piedi ai rivoltosi. Costruendo viali enormi, come ci ricorda Walter Benjamin, “egli voleva rendere impossibile per sempre l’erezione di barricate a Parigi” (W.Benjamin, Angel novus, 2014, p.158). Purtuttavia il progetto di Haussmann non ottenne subito i risultati previsti; costretto a dimettersi nel 1870, egli fu costretto l’anno dopo ad assistere alla più clamorosa e radicale insurrezione proletaria del XIX secolo, la Comune. «Secondo Haussmann i parigini non esistevano, e la città era soltanto un immenso albergo di ricchi e di lavoratori […]. L’assedio ha dato ad Haussmann la risposta che meritava. Stranieri, notabili, burocrati, gente a caccia di piaceri, nomadi, tutti sono fuggiti. I veri abitanti di Parigi sono rimasti soli. Erano stati isolati, separati, cacciati di quartiere in quartiere e privati di ogni diritto per vent’anni. Ma la vita municipale non era finita, e alla prova del fuoco è tornata a fluire come il vino dal torchio». Così commentò a caldo il politico e pubblicista Augustin Cochin, riportato dallo storico Louis Chevalier in un capolavoro della storia sociale ottocentesca, Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivoluzione industriale, scritto nel 1958. In questo saggio Chevalier analizzava la nascita, sull’onda della grande industrializzazione, della Parigi moderna come luogo affollato di masse sradicate dal mondo contadino e ancora prive di un’identità operaia; masse che il capitalismo voleva per l’appunto laboriose ma che invece ondeggiavano ancora pericolosamente sui margini di una minaccia incontrollabile all’ordine costituito. Questa divisione, tra classi pericolose e laboriose, si era riproposta, aggiornata ai tempi, al centro della riflessione di Le Corbusier; il suo “architettura o rivoluzione” degli anni venti del Novecento si muoveva esattamente nel senso della necessità di dare l’accelerata definitiva al processo di disciplinamento delle masse e, mutatis mutandis, echeggiava ancora nella lotta tra la città “vecchia” e quella “moderna” delineata dagli architetti e urbanisti alle prese con la trasformazione di Genova nell’immediato secondo dopoguerra.

    Se il celebre Plan Voisin, progettato e mai realizzato da Le Corbusier nel 1925, era stato esplicitamente concepito “per distruggere i quartieri più malfamati” di Parigi (Le Corbusier, Urbanistica, Garzanti, Milano, 1974, p.234), il piano di ricostruzione della Genova postbellica si muoveva di fatto sulla stessa direttrice. Negli ambienti ravvicinati della città vecchia, come Le Corbusier ben sapeva, il popolo viveva a stretto contatto, maturando forme di vita proprie, legami di solidarietà e mutuo appoggio, ovvero una propria esperienza sociale autonoma, spesso in conflitto con la disciplina richiesta dalla ristrutturazione capitalista. In una città concepita come una fabbrica, l’elemento comunitario diveniva un intralcio, un ostacolo da rimuovere, e l’urbanistica e la zonizzazione funzionaliste intervennero in questo senso. Disintegrando comunità, invadendo le strade con le automobili, isolando e separando le persone, segregando la socialità negli spazi chiusi dell’edilizia residenziale, esse riuscirono nell’intento di uccidere quello che Vasco Pratolini chiamava “il sentimento di quartiere, e quel sapersi inventare la vita nella misura dei nostri corpi, vicini e solidali” (Pratolini, Il quartiere, 1945).

    Una suggestiva sintesi della collisione tra questi due mondi è ben rappresentata in Mon Oncle, un film di Jacques Tati del 1956 che descriveva ironicamente la caotica, disordinata ed allegra vita di un quartiere popolare della vecchia Parigi, minacciata dall’avanzare dell’alienante e asettica modernizzazione razionalista. La comodità offerta dal frigorifero, dalla lavatrice, dalla televisione e dall’automobile – che proprio in quegli anni si imponevano come beni del consumo di massa – veniva pagata ad un caro prezzo, quello che, negli stessi anni, i situazionisti riassumevano nel baratto tra “la garanzia di non morire più di fame con la certezza di crepare di noia”. Proprio le trasformazioni urbanistiche pensate da Le Corbusier erano, secondo i situazionisti, strumenti fondamentali per imporre questa “idea borghese di felicità”. Nella prospettiva innovativa della “critica della vita quotidiana”, essi identificavano infatti nell’alienazione dello stile di vita organizzato dalla modernizzazione delle città – che i sociologi francesi avevano ribattezzato metrò-boulot-dodo (metrò-lavoro-nanna) – un’arma formidabile con cui il capitalismo, insieme al suo corollario consumistico, si stava trasformando in un sistema di mercificazione totalitaria (“la “società dello spettacolo”) della vita individuale e sociale, colonizzandone ogni momento dello spazio-tempo e l’immaginario, e rendendo di fatto impossibile sperimentare un altro modo di vivere che non fosse il solo funzionamento produttivistico della mega macchina.

    Piccapietra tra speculazione e “scenografica politica”

    In questo senso la storia di Genova assomiglia a quella delle altri grandi città europee. Nel 1977 in Francia usciva un altro libro di Louis Chevalier, intitolato L’Assassinat di Paris, che denunciava gli esiti catastrofici della politica urbanistica che, sulle orme di Haussmann e Le Corbusier, aveva completamente sventrato la Parigi storica e popolare. Chevalier faceva nomi e cognomi della speculazione, citava atti ufficiali di quel delitto urbanistico. Un libro sull’assassinio di Genova avrebbe sicuramente un ampio capitolo da dedicare a Piccapietra.

    Sebbene nelle intenzioni del progetto elaborato in quegli anni di demolizione dell’intero centro storico non ci fosse sicuramente più un’urgenza “poliziesca” di controllo e sradicamento delle “classi pericolose”, il caso volle che anche la distruzione di Piccapietra anticipò di poco l’ultima insurrezione del popolo genovese. Nella gara tra gli speculatori che nel 1950 Mario Labò incoraggiava a mettere le mani sulla ricostruzione di Piccapietra, tra i vincitori ci fu Fausto Gadolla, un self made man arricchitosi nel campo delle costruzioni già dalla fine degli anni venti e che, nel periodo postbellico, seppe sfruttare l’onda favorevole della ricostruzione. Con la complicità di alcune connivenze politiche, fece circolare la voce che il Comune volesse espropriare la zona e convinse i proprietari a vendere per cifre modestissime, arrivando a impossessarsi di buona parte dell’area da ricostruire (Cfr. P.Zerbini, Dalle sabbie del Bisagno ai grattacieli di Piccapietra, “Il Lavoro nuovo”, 7 ottobre 1970). Gadolla, in particolare, fece erigere la Torre San Camillo, in onore dell’attigua chiesa dedicata al santo, unica architettura superstite della vecchia Piccapietra. Iniziato nel 1960 e terminato nel 1966, questo banale grattacielo completava, fisicamente e simbolicamente, la ricostruzione della nuova Piccapietra.

    Fausto Gadolla era anche di dichiarata fede fascista e nel 1960, proprio mentre apriva i battenti la Rinascente di via XII Ottobre, decise di concedere il Teatro Margherita, di sua proprietà e sito in via XX Settembre a pochi metri dai cantieri della demolizione, come sede del congresso del MSI che avrebbe dovuto tenersi il 2 luglio. Com’è noto, questo fatto venne considerato come una provocazione intollerabile da una città che, appena quindici anni prima, tramite l’azione militare dei partigiani e la complicità dell’intera popolazione, si era liberata da sola dei nazisti, senza dover attendere l’aiuto degli Alleati. Il 30 giugno 1960 scesero in piazza decine di migliaia di genovesi e la rivolta che ne seguì travalicò pure il tentativo da parte del PCI e dei sindacati di contenerne la rabbia. Le cronache di quel giorno insistono molto sulla protezione che i vicoli a ridosso da De Ferrari diedero ai rivoltosi nell’alternarsi delle cariche e dei caroselli dei blindati; su come il popolo del centro storico partecipò attivamente agli scontri e come, dalle sue finestre, volassero vasi sulle teste dei poliziotti. Risulta facile immaginare che la composizione proletaria di Piccapietra, se non fosse stata appena sloggiata, avrebbe probabilmente partecipato alla sommossa, offrendole una porzione di territorio amico in più.

    Va anche detto che il 30 giugno 1960 non può essere spiegato soltanto con l’orgoglio antifascista della città. I famosi giovani con le magliette a strisce – che affiancarono numerosi gli ex partigiani, i camalli e gli operai – erano troppo giovani per aver partecipato alla Resistenza ed esprimevano una nuova componente sociale. C’era in ballo qualcosa in più, un disagio che cominciava a manifestarsi nei confronti del benessere consumistico che, se da un lato innalzava innegabilmente il livello materiale della vita delle persone, dall’altro lato spingeva sensibilità acute come quella di Luciano Bianciardi a parlare di nuove “vite agre”. Non a caso Danilo Montaldi, acuto osservatore della nuova urbanizzazione di quegli anni (si veda il suo Milano Corea del 1960), scrisse, a nome del gruppo militante antistalinista di Unità proletaria di cui faceva parte e con cui partecipò agli scontri, che quella rivolta dimostrava che “quando cessa la fame e la miseria non cessano i motivi per mettersi contro l’attuale società, le classi che la governano, e la polizia che la difende” (Il significato dei fatti di luglio, “Quaderni di Unità proletaria”, luglio 1960).

    Questo intreccio tra storia della forma urbana e storia politica di Genova, generatasi intorno ai protagonisti della distruzione di Piccapietra, avrebbe riservato altre suggestioni interessanti.

    Il 5 ottobre 1970 Sergio Gadolla, il figlio secondogenito di Fausto, venne rapito attraverso un’azione clamorosa e inedita, e rilasciato soltanto dopo quasi tre mesi di prigionia dietro il pagamento di un riscatto di 200 milioni di lire. Il rapimento era opera della banda 22 ottobre, il primo gruppo di lotta armata d’Italia, apparso sulla scena genovese nel 1969. I membri della 22 ottobre erano proletari della Val Bisagno che si ispiravano alla teoria della Resistenza “tradita”, avevano partecipato alla rivolta del 30 giugno ed erano decisi a combattere, in una prospettiva neoresistenziale, contro un capitalismo in cui percepivano che il fascismo fosse sopravvissuto e si stesse riciclando. Essi scelsero Sergio Gadolla proprio per la responsabilità politica del padre nell’aver concesso il Teatro Margherita per il convegno del MSI, ma anche per una certa coscienza del significato politico dei luoghi urbani, dal momento che provenivano tutti dalle case popolari di piazzale Adriatico, un quartiere che si era appena sviluppato proprio a partire dalla ricollocazione e deportazione di una parte consistente degli sfollati di via Madre di Dio, il cui sventramento aveva seguito di pochi anni quello di Piccapietra. Non fu dunque un caso che la 22 ottobre, l’anno dopo il rapimento Gadolla, scelse l’Istituto Autonomo Case Popolari per una rapina di autofinanziamento. Lo IACP fu individuato infatti come responsabile delle politiche di speculazione edilizia che erano state all’origine della recente strage di via Digione, quando il 21 marzo 1968 una delle palazzine costruite sulle alture della collina degli Angeli crollò seppellendo sotto le macerie 19 persone. La rapina andò male; il fattorino Floris provò a resistere all’esproprio e rimase ferito a morte da un colpo di pistola sparato da Mario Rossi. I membri della banda vennero arrestati e la sua storia finì lì, mentre la speculazione edilizia continuò a colonizzare le alture genovesi per anni (basti pensare a Begato, alle lavatrici di Prà, al CEP di Voltri o all’insediamento di Quarto alta), rispondendo non più ad un’espansione della città che si era fermata ma allo sfollamento di altri abitanti del centro città che invece proseguì a lungo.

    [quote]Portman dichiarò all’epoca che a Genova non ci fosse nulla che restasse impresso nella mente di chi la visitava e che il suo grattacielo avrebbe fatto la fortuna della città[/quote]

    Se di Sergio Gadolla si ricorda solo questo episodio legato alla cronaca, il primo rapimento politico d’Italia, l’altro figlio Gianfranco ha proseguito la strada del padre e ha tentato un colpo di mano speculativo che, se si fosse realizzato, avrebbe segnato ancor di più la storia recente della città. In vista dell’ondata di soldi in arrivo su Genova per i Mondiali di calcio del 1990 e le Colombiane del 1992, a Genova si scatenò una nuova ondata speculativa da parte dei palazzinari che portò, tra l’altro, al disegno della zona di San Benigno con il nuovo centro direzionale (WTC e il Matitone) e alla discutibile realizzazione di Corte Lambruschini, uno storico caseggiato a corte con annesso mercato dei fiori rimpiazzato dal solito complesso di grattacieli di cemento e vetro. Gianfranco Gadolla, per l’occasione, si fece sponsor e promotore, nel 1988, di un impressionante progetto di cementificazione dell’intero Porto Antico, il Cono Portman, dal nome dell’architetto americano John Portman. Esso prevedeva la distruzione di tutta l’area compresa tra la Stazione marittima e il Molo vecchio, mediante la costruzione di un’isola di cemento alta sei piani e culminante in una torre alta 262 metri a forma per l’appunto di cono, che sarebbe stato il più alto grattacielo d’ Europa. L’isola avrebbe avuto forma di triangolo equilatero di trecento metri per lato, per una superficie corrispondente a otto campi di calcio, e avrebbe dovuto ospitare garage, negozi, uffici, spazi per attività commerciali, ristoranti tra colonnati, loggiati, giardini pensili. Il grattacielo avrebbe avuto trenta piani dedicati ad albergo e uffici e ristoranti, culminanti in una terrazza panoramica. Portman dichiarò all’epoca che a Genova non ci fosse nulla che restasse impresso nella mente di chi la visitava e che il suo grattacielo avrebbe fatto la fortuna della città, facendone un’attrazione turistica al pari di Roma, Firenze e Venezia. Il progetto venne preso decisamente sul serio, tanto da vedere schierarsi favorevolmente il sindaco e il presidente della Regione e divenire oggetto di un aspro dibattito cittadino che si protrasse per mesi, prima di essere soppiantato da quello poi realizzato da Renzo Piano. Gadolla, con un sinistro millenarismo hitleriano, affermava: “Noi abbiamo un progetto mentre Piano non l’ha: la sua è soltanto un’ idea. Oltretutto l’Expo ’92 è limitata nel tempo: la torre di Portman invece può durare cento, mille anni. Noi garantiamo 1600 posti macchina e 300 mila metri quadri di pedonalizzazione” (G.Pepe, La città dimentica l’acciaio e insegue il boom dell’edilizia, “Repubblica”, 28 ottobre 1988).

    Ma la storia di Piccapietra non può chiudersi senza un riferimento ad una delle pagine più celebri della storia cittadina. Portoria, come detto, era un cuore pulsante della vecchia Genova popolare, e da lì, non a caso, partì l’insurrezione del 1746, con la quale la città si sollevò contro l’esercito austriaco che la occupava. La scintilla che fece esplodere la rabbia di una popolazione esasperata dalle angherie delle truppe straniere avvenne il 5 dicembre, allorché, proprio nella zona di Piccapietra, un pesante cannone, trascinato da un drappello di soldati austriaci, sfondò il manto stradale rimanendo incastrato; i soldati intimarono ai passanti di fornire il proprio aiuto, e di fronte alla loro indifferenza, li aggredirono a colpi di bastone. La tradizione orale narra che fu l’undicenne Giovan Battista Perasso, il Balilla (ballin, balletta, in genovese per indicare un ragazzino), urlando «che l’inse?» (ossia: «la comincio?»), a scagliare la prima pietra contro gli austriaci, dando il là ad una rivolta che durò tre giorni e si concluse il 9 dicembre, quando gli austriaci furono costretti alla tregua e ad andarsene, mentre il popolo insorto si era già organizzato in un Quartier generale, una sorta di governo parallelo pronto a prendere decisioni militari e diplomatiche in modo indipendente dal governo ufficiale, rinchiusosi imbelle e timoroso a Palazzo Ducale.

    Oggi, a memoria di questo episodio, rimane la statua bronzea del Balilla, opera realizzata nel 1863 dallo scultore Vincenzo Giani, allievo del più celebre Vincenzo Vela, dopo che una statua in gesso dello scultore genovese Cevasco era già stata collocata su un arco trionfale effimero eretto nel 1847 per il centenario della cacciata degli austriaci. Il Balilla del Giani, subito posizionato nel cuore di Piccapietra, fu uno dei primi monumenti pubblici della città, preceduto di un solo anno dal Cristoforo Colombo di Piazza Acquaverde, a testimoniare l’attaccamento dei genovesi a questa figura di eroe divenuto un’icona dell’orgoglio di un popolo refrattario all’oppressione. Il valore simbolico della statua era tale che essa non conobbe una vera e propria inaugurazione ufficiale, poiché le autorità cittadine temevano che l’evento sarebbe potuto servire da pretesto per manifestazioni anti piemontesi e venne rimandata addirittura al 1881, in occasione del presunto centenario della morte del Perasso. Con i lavori di demolizione e ricostruzione di Piccapietra la statua fu smontata, custodita e restaurata a Palazzo Tursi per tornare nella sua collocazione originaria, quella che si dice fosse il luogo in cui avvenne il fatto, soltanto nel 2001. Quel quartiere non esisteva più e la collocazione della statua oggi, nell’attuale contesto totalmente stravolto, la rende oggi una presenza dallo scarso impatto emotivo.

    Fantasmi e coincidenze di una Piccapietra inoffensiva

    Tuttavia la lettura delle trasformazioni storiche della città affida alla sua ubicazione, e al momento del suo ritorno nella sede originaria, un valore contemporaneamente beffardo e simbolico. Intanto – il che, nella sua surrealtà, ci dice già molto di quanto il potere consideri innocui i messaggi di un’arte sempre meno pregna di significato comunicativo nel mondo odierno – il Balilla oggi punta il suo braccio teso con la pietra in mano contro il nuovo Tribunale, un edificio in cemento e vetro inaugurato nel 1974, mentre la statua era ancora in esilio a Palazzo Tursi. Il Palazzo di Giustizia inglobava i resti dell’ospedale del Pammatone, la cui funzione era già da tempo stata trasferita a San Martino dove, proprio in quegli stessi anni, Daneri e Fuselli, gli architetti del Biscione, costruirono il Monoblocco, facendoci ulteriormente riflettere sul fatto che le fattezze architettoniche di un reparto ospedaliero fossero concepite identiche a quelle delle abitazioni che venivano contemporaneamente costruite per ammassarvi migliaia di persone. Secondariamente, il ricollocamento della statua del Balilla avvenne pochi mesi prima dell’ultima grande sommossa che ha attraversato Genova, quella del G8 del luglio 2001.

    Tra le molte analisi spese su quanto avvenne in giorni si è andata via via perdendo nel tempo una delle più interessanti e meno piegabili a interpretazioni sul suo dibattuto e complesso significato politico. La città venne allora letteralmente presa in ostaggio dall’organizzazione del summit. La creazione della enorme zona rossa, che per giorni vietò l’ingresso al centro storico a chi non vi fosse residente, fu diffusamente percepita come un palese sopruso da parte dei genovesi. Cancelli alti diversi metri, grate, checkpoint operanti ventiquattr’ore al giorno, costruirono un’enorme gabbia a protezione degli otto grandi e a sfacciato spregio degli abitanti della città, dando un paradigmatico esempio della creazione di uno stato d’eccezione, il vero stigma di cui ogni forma di governo, ancorché democratica, fa l’essenza del proprio potere nel momento del bisogno.

    [quote]consapevoli che il labirinto medievale dei vicoli sarebbe stata un’utile alleata dei contestatori, non poterono far altro che renderlo inaccessibile[/quote]

    Quella zona rossa paradossalmente incarnò il sogno dei progettisti del secondo dopoguerra, svuotando la città vecchia della sua vita, ma con l’effetto decisamente più straniante che le sue architetture storiche erano ancora in piedi. Se, come ci ricorda Benjamin, Haussmann costruì i boulevards parigini anche per farci passare più comodamente i cannoni pronti a reprimere le insurrezioni del popolo, gli urbanisti del G8 di Genova chiusero i vicoli per renderli gestibili alle forze che dovevano garantire la serenità di chi doveva discutere del nuovo ordine mondiale nei saloni di Palazzo Ducale. Ancora una volta, nel luglio 2001, l’urbanistica si è dimostrata scienza di polizia. Poco importa che la rivolta, ignorando la fortezza inespugnabile, abbia scelto di disperdersi nel resto della città. Gli strateghi predisposti all’organizzazione del summit si confermarono degli attenti conoscitori di Haussmann; consapevoli che il labirinto medievale dei vicoli sarebbe stata un’utile alleata dei contestatori, non poterono far altro che renderlo inaccessibile.

    Il fatto che Piccapietra rimase tagliata fuori, immediatamente a ridosso della zona rossa, è la conferma che essa non faceva più parte di quel tessuto urbano e che, nel suo freddo rigore di non luogo asettico, era considerata del tutto inoffensiva. Ciononostante, la suggestione della storia e dei suoi rimandi non può non far pensare al tempismo con cui quel Balilla di bronzo sia stato ricollocato nel suo luogo originario subito prima del vertice. Libero per pochi metri dalle grate della zona rossa, custode dello spirito ribelle della città, forse ci teneva ad essere lì in tempo, pronto a lanciare il suo “che l’inse?” e la sua prima pietra contro l’ennesimo sopruso di un potere invasore così sfacciato nei confronti della città. Eppure, a distanza di anni, l’ultima parola su quelle giornate del 2001 uscì dal Tribunale che si erge cupo ed opprimente a pochi metri davanti a lui. L’ironia della storia delle trasformazioni urbane fa sì che la lettura di una delle pagine più controverse della recente storia della città si possa intravedere nel confronto muto tra questo piccolo Davide, monumento eretto a memoria dell’orgoglio resistente di un passato remoto del popolo genovese, e un Golia postmoderno di cemento e vetro sorto durante la sua assenza, ultimo tassello del mosaico della nuova Piccapietra. Potere materiale e simbolico dei luoghi urbani, si potrebbe dire, oppure, forse più correttamente in questo caso, dei fantasmi che abitano certi non luoghi.

  • Rezzoaglio, San Colombano e Valbrevenna, parte la sperimentazione 5G. Le comunità locali si dividono.

    Rezzoaglio, San Colombano e Valbrevenna, parte la sperimentazione 5G. Le comunità locali si dividono.

    Foto di Steve Kazella – CC

    Dopo la fase progettuale e normativa, arrivano le prime ricadute concrete sui territori per quanto riguarda la tecnologia di trasmissione dati di quinta generazione, il cosiddetto 5G. Una frontiera tecnologica che sta dividendo l’opinione pubblica tra sostenitori entusiasti e oppositori preoccupati.

    L’anno scorso il governo, attraverso l’Autorità per le garanzie della Comunicazioni ha prodotto alcuni documenti che individuano le modalità di sperimentazione di tale tecnologia, con la individuazione delle frequenze e delle aree di territorio in cui si potranno installare le nuove reti. In questi giorni è arrivato il via libera del Mit per i tre vettori che si sono aggiudicati questa fase, Wind, Vodafone e Iliad, che quindi a breve inizieranno con i lavori di installazione dell’infrastruttura necessaria.

    Nell’elenco di AgCom, pubblicato il maggio scorso, prevede un insieme di grandi città considerate Smart Cities (e no, Genova non ne fa parte), e un centinaio di piccoli comuni sparsi sul territorio nazionale: per quanto riguardo il genovesato si tratta di Rezzoaglio, Valbrevenna e San Colombano Certenoli. L’elenco completo è consultabile qui, in calce alla documento che definisce il recinto, piuttosto ampio, di sperimentazione per questa tecnologia.

    Ma di cosa stiamo parlando? Rimandiamo a siti specializzati per una esaustiva esamina tecnica, ma si può provare a riassumere: il 5G sostanzialmente sfrutta bande di frequenza diverse rispetto alle precedenti, che permettono performance quantitativamente superiori, e non di poco, rispetto alle reti wireless odierne. Più velocità di trasmissione dati, più capacità di gestione di multi connessioni, e minor latenza di risposta: tutte caratteristiche che permetterebbero, previa costruzione di una rete capillare, lo sviluppo e l’utilizzo di una ampia gamma di tecnologie, tra cui soprattutto in ambito domotico e industriale, arrivando al tanto celebrato “Internet of Things”, cioè l’iper connessione di un ecosistema di oggetti che potrebbero semplificarci la vita. Tra cui la gestione delle automobili senza guidatore, il controllo di apparecchi ed elettrodomestici, fabbriche e molto altro. Insomma, il 5G permetterebbe di gestire una quantità di dati ad oggi inimmaginabile, velocemente e diffusamente.

    Foto di Dapa19 – CC

    Ovviamente non tutti sono entusiasti, anzi: lasciando perdere le pur comprensibili ansie da Grande Fratello, lo sviluppo di questa tecnologia e la sua sperimentazione oggi sono in mano a grandi player economici privati globali, che stanno disegnando una infrastruttura tecnologica con finalità ovviamente commerciali, che secondo molti potrebbe ‘deviare’ sviluppi verso una diseguaglianza dell’accesso alla rete, sulla base di capacità di fruibilità dei contenuti stessi, che saranno sempre più grandi e difficili da gestire per chi è fuori da questa struttura. Un altro problema è la ‘poco distanza’ coperta dalle onde a determinate frequenze, cosa che renderà necessaria l’installazione di una fitta, fittissima rete di ripetitori. Una ‘invasione’ che da molti è giudicata potenzialmente dannosa per ambiente e salute; uno sviluppo del genere avrebbe, infatti, un impatto enorme sul bilancio energetico di un mondo iper-connesso, mentre dal punto di vista della salute umana, ad oggi la letteratura scientifica è scarsa, e sono in molti a richiedere un severo principio di cautela, in attesa di risposte certe e verificabili. Va detto che se la prima fase prevede l’utilizzo di onde nella banda 694-790 MHz, AgCom ha dato il via libera alla sperimentazione di bande “di spettro pioniere 3,6-3,8 GHz e 26,5-27,5 GHz”, che suscita non pochi timori, soprattutto in un contesto completamente e perennemente immersivo.

    Ed è per questo che anche nei territori genovesi ‘prescelti’ per fare questa prima sperimentazione, la comunità si sta sostanzialmente dividendo; le 4 mila anime raccolte tra Rezzoaglio, Velbrevenna e San Colombano Certenoli si stanno polarizzando in due fazioni contrapposte: chi è a favore, “finalmente” di uno sviluppo locale (e gratis) delle telecomunicazioni, mai facile per le vallate liguri, e chi invece è contrario, poiché ha scelto di abitare quei luoghi anche per fuggire ad eventuali “invasioni” di tecnologie non richieste, senza la necessità di vivere in eremi “schermati”.

    L’Italia è diventata, con i recenti accordi cinesi, anche frontiera di interessi contrapposti, che vedono grandi gruppi industriali e finanziari competere per la costruzione e per la gestione della rete 5G, che aprirà un giacimento senza fine di big data, il mercato, già florido, del futuro. A Genova questa frontiera passerà dalle sue valli e dai suoi monti, che quindi, come spesso accaduto in passato, diventeranno il crocevia, anche conflittuale, della sua storia.

  • La passeggiata di Voltri pronta (al 70%) entro l’estate. In arrivo le protezioni a mare?

    La passeggiata di Voltri pronta (al 70%) entro l’estate. In arrivo le protezioni a mare?

    Lo scorso 22 febbraio ha riaperto il bar sulla passeggiata di Voltri, rimasto gravemente danneggiato dalla mareggiata che colpì il litorale a ottobre del 2018. La terrazza che dà sulla spiaggia, sempre piena all’ora dell’aperitivo soprattutto d’estate, è ancora distrutta e sprofonda nella sabbia. I tavolini sono stati spostati alle spalle dei capannoni che ospitano le società sportive. Per arrivarci, bisogna passare da piazza Odicini, da cui si accede ai pochi metri di struttura tornati agibili. Il resto della passeggiata, invece, è apparentemente immutato da quattro mesi. Le transenne vietano l’accesso, diversi cartelli indicano il pericolo. Nella parte orientale la forza del mare ha completamente scoperchiato la pavimentazione. Colpa di un difetto di progettazione dell’opera, che ha lasciato il mare libero di arrivare fin sotto le assi di legno. Una falla fatta notare da molti nel corso degli anni, a cui si è cercato di porre parziale rimedio collocando degli scogli davanti alla struttura. Sono stati spazzati via anche loro dalle onde, che nello scorso autunno hanno colpito con una forza che molti dicono di non aver mai visto in vita loro. Eppure, di mareggiate a Genova ne sappiamo qualcosa. «Da quando esiste – fa notare l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Genova Paolo Fanghellala passeggiata è costata 450 mila euro di manutenzione».

    La passeggiata di Voltri, intitolata a Roberto Bruzzone, primo presidente nella storia del Municipio Ponente scomparso nel 2007, è stata inaugurata nel 2008. Accolta da molti con scetticismo e con qualche polemica per lo spazio sottratto alla spiaggia, col tempo ha conquistato la maggior parte dei voltresi. Ma le perplessità sulla tenuta della struttura sono rimaste tutte, confermate e rafforzate quasi ogni autunno, stagione di mareggiate che negli anni hanno causato diversi danni. «Per questo – sottolinea Fanghella – vorrei fare qualcosa che mettese quella struttura in condizione di non dover subire manutenzioni quasi stagionali». L’assessore indica due fasi in cui i lavori si articoleranno nei prossimi mesi, con l’obiettivo di rendere la passeggiata agibile, anche se non completa, quantomeno entro l’estate: «La prima è mettere a posto le parti non strutturali, cioè ripristinare la pavimentazione – spiega – il 70% della passeggiata non ha subìto danni alla struttura, ma solo alla pavimentazione che è stata distrutta dall’onda che l’ha spinta da sotto. Di questa operazione deve occuparsi Aster, che inizierà i lavori a breve: questa settimana, o al più tardi la prossima. In questo modo, penso e spero che circa il 70% della passeggiata sia pronta entro quest’estate».

    Fanghella si mostra ottimista, per quel che riguarda i tempi di realizzazione, anche per il secondo lotto di interventi, quelli strutturali: «La Regione ci darà un finanziamento importante, di più di un milione di euro, una disponibilità economica – aggiunge – che ha il pregio di essere in deroga, visto che arriva direttamente dai fondi a disposizione del commissario per l’emergenza, Giovanni Toti. Questo significa che non ci sarà necessità di fare gare d’appalto, e ci consente di accelerare tutte le tempistiche». Ancora da stabilire i dettagli del progetto, ma alcuni punti fermi sembrano essere già definiti: «Le larghe scalinate da cui si accedeva alla spiaggia – anticipa Fanghella – verranno sostituite da scalette larghe tra i 2 metri e i 2 metri e mezzo a distanza di sei o sette metri l’una dall’altra». L’obiettivo è sempre quello di impedire all’acqua di arrivare sotto la struttura, come avvenuto negli ultimi anni. «Per questo metteremo una massicciata adiacente alla passeggia. Autorità portuale mi ha già dato la disponibilità, ma nel caso non lo facesse interverremo noi come Comune». Poi c’è la struttura del bar, che dovrà essere demolita completamente e ricostruita con nuove fondamenta: «Perché fino a oggi non ne aveva» fa notare l’assessore.

    Altri lavori da realizzare a breve termine sono il ripascimento della spiaggia con nuovo materiale, che per Fanghella potrebbe essere completato nel giro di un mese, e l’intervento di Autorità Portuale per il prolungamento del molo sul lato destro del Leira (la cosiddetta “virgola”), che ha l’obiettivo di frenare l’erosione della spiaggia. Per il resto dei progetti strutturali quello che ancora manca è un progetto definitivo: «Altrimenti potremmo già partire domani mattina», dice Fanghella.

    Protezioni a mare: c’è l’impegno politico e poco più

    Se quello esposto dall’assessore Fanghella è il piano del Comune per risistemare la passeggiata nei prossimi mesi, più a lungo termine l’obiettivo è realizzare delle protezioni al largo della costa, per mitigare l’effetto delle mareggiate e depotenziarle prima che arrivino sul litorale. Una soluzione già ventilata più volte anche negli anni scorsi, ma sempre fermata per vari motivi, tra cui preoccupazioni di tipo ambientale.

    «Nel passato avevamo proposto due interventi consistenti in dighe soffolte (cioè barriere in cemento poste sul fondale, ndr) che però non sono stati apprezzati da uffici tecnici di Regione Liguria», ci dicono infatti da Autorità Portuale, l’ente che dovrebbe occuparsi della costruzione delle eventuali barriere. «In Regione da sempre sono contrari ai muri soffolti per questioni geomarine o timori per l’instabilità dei massi, ma non vedono favorevolmente nemmeno le dighe a protezione che si sviluppano anche sopra la superficie acquea e per la costruzione delle quali gli iter sono notevolmente complessi. Gli studi per soluzioni alternative sono in atto ma al momento non si è assunta una linea guida alla quale attenersi».

    Qualcosa, però, potrebbe essere cambiato. A livello politico oggi sembra esserci un accordo trasversale sulla necessità di costruire le protezioni a mare. La molla potrebbe essere stata proprio la mareggiata dello scorso ottobre, che ha colpito la Liguria con un’intensità straordinaria (si è parlato di onde alte fino a 10 metri) e il timore, avvallato da diversi studi, che fenomeni del genere possano verificarsi sempre più in futuro. Per questo, lo scorso 4 marzo, al termine della Commissione ambiente e territorio richiesta dal gruppo ligure del Movimento Cinque Stelle, è stato votato all’unanimità una risoluzione per convocare al più presto un tavolo tecnico tra Regione Liguria, Autorità Portuale, Comune di Genova e Municipio VII Ponente, in cui discutere le modalità di realizzazione delle barriere.

    «Gli obiettivi di questo tavolo – spiega il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Marco De Ferrari saranno trovare proposte alternative al semplice prolungamento del molo del Leira e portare all’attenzione progetti, come ad esempio le soffolte, che salvaguardino e proteggano la spiaggia di Voltri».

    Alcune idee sono state presentate alla commissione da un gruppo di associazioni voltresi, realtà come il consorzio Utri Mare che lavorano ogni giorno sul litorale. «Credo sia doveroso da parte nostra ascoltarle – sottolinea De Ferrari – e magari adattarle, nell’ottica della massima mitigazione dei danni delle mareggiate e del minor impatto ambientale possibile. Non vogliamo che venga costruito un muro di cemento che magari protegge ma provoca danni all’ambiente marino, che come sappiamo è molto delicato».

    Nelle parole di De Ferrari si intravede un potenziale avvicinamento ad Autorità Portuale: «Ci hanno detto che hanno dei progetti chiusi nel cassetto – ci dice infatti il Consigliere – magari si possono tirare fuori e valutarli insieme a geologi marini e biologi che sappiano valutare la soluzione migliore anche dal punto di vista ambientale».

    Il voto unanime della commissione è solo il primo passo di un percorso ancora molto lungo. Il «passo zero» per ammissione dello stesso De Ferrari, una prima attivazione della macchina amministrativa. Impegni temporali precisi, per ora, non ce ne sono, se si esclude il 30 settembre, data limite per l’attivazione dei cantieri per poter beneficiare dei fondi messi a disposizione da Proteggi Italia, il piano da tre miliardi del Governo Conte per la lotta al dissesto idrogeologico. Un piano che vedrà la Liguria come seconda destinataria in termini di fondi (333 milioni per i prossimi tre anni, secondo il Sole 24 Ore), dopo il Veneto, proprio a causa delle violente mareggiate dello scorso autunno. «Ma chiaramente – fa notare De Ferrari parlando della stagione calda ormai alle porte – Voltri non può aspettare settembre».

     

    Luca Lottero

  • Gronda, Autostrade rilancia, ma i conti non tornano. Per Aiscat traffico A10 ancora in calo

    Gronda, Autostrade rilancia, ma i conti non tornano. Per Aiscat traffico A10 ancora in calo

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Torna a far parlare di sé la Gronda, grazie alla recente diffusione dei risultati della nuova analisi costi-benefici commissionata da Autostrade per l’Italia stessa, e riportata da alcune testate genovesi e non. I dati pubblicati farebbero emergere un “saldo” positivo, ma sono diversi i conti che non tornano, a partire dalle previsioni di traffico, da sempre tasto dolente della grande opera viaria.

    Arriva dall’Aiscat, infatti, la conferma del trend negativo per quanto riguarda il traffico sulle autostrade genovesi, tutte con numeri in calo. Particolarmente significativo il dato dell’A10: a metà 2018, infatti, il tasso di crescita percentuale si assestava ad un -1,4% per la tratta Genova Savona. Il quadro è completato con il -1,0% della A12 (tratta Genova – Sestri), il -1,5 della A7 (tratta Genova – Serravalle) e il -2,2 della A21 (tratta Voltri – Alessandria).

    L’elaborazione di Aiscat tiene conto dei dati raccolti nel secondo trimestre, aprile – giugno 2018, quindi pre crollo del Ponte Morandi, ergo in una situazione di “normalità” funzionale della rete autostradale. Secondo trimestre che è in linea con il primo, per un 2018 che confermerebbe il trend di contenimento del traffico in atto in quasi tutto il paese dal 2008.

    Da questi dati, quindi, emerge il primo dubbio sui calcoli relativi al supposto alleggerimento del nodo Genova portato dalla nuova gronda di ponente: il traffico è già strutturalmente in calo, e ad oggi non sono prevedibili contingenze che facciano invertire la tendenza.

    Anzi. La cifra del 60% di spostamento del traffico sulla nuova bretella presentata in questi giorni da Aspi, migliora quella ufficializzata con il progetto definitivo arrivato a seguito del dibattito pubblico, e qualche mese prima del Morandi, sancito dalla stessa società Autostrade, che parlava del 50%. Quell’analisi, però, non teneva conto del potenziamento di Lungomare Canepa, oggi vera e propria succursale della A10, (tanto da essere definita Gronda a Mare), che nell’emergenza sta assorbendo il traffico privato e merci del primo tratto monco della Genova – Savona, cosa che probabilmente continuerà a fare, almeno in parte, con il nuovo ponte.

    [quote]“No way, assolutamente impossibile, questo non lo concederò mai, altrimenti il Ponte Morandi non lo percorrerà più nessuno”. Marco Bucci, 29 maggio 2018[/quote]

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    Soprattutto se non sarà risolto il pasticcio della liberalizzazione della tratta urbana della A10: stando al progetto attuale, infatti, gratis sarà solo il tragitto interno ai caselli di Sestri – Cornigliano e Voltri. Si pagherebbe invece il tratto da Genova Ovest, con un bizzarro assetto di pedaggi, che trovò spiazzato lo stesso sindaco Marco Bucci, che il 29 maggio dichiarava:No way, assolutamente impossibile, questo non lo concederò mai, altrimenti il Ponte Morandi non lo percorrerà più nessuno. Verificherò e, se fosse così inizierò una battaglia, come fatto per la rampa e Lungomare Canepa perché non ha senso per i genovesi avere una doppia barriera all’aeroporto”. Dichiarazioni che lette oggi, successo quello che è successo, suonano tristemente profetiche. Chissà cosa direbbe se il nuovo ponte non lo usasse nessuno.

    I conti non tornano

    Anche sul tema della sicurezza e della salute i nuovi dati lasciano qualche perplessità: nella recente analisi costi-benefici, infatti, grazie alla Gronda il risparmio di ore passate in auto per i genovesi arriverebbe a 3,5 milioni all’anno. Una cifra sensibilmente lievitata rispetto alle 450 mila del progetto licenziato dal dibattito pubblico qualche anno fa. Un aumento che andrebbe motivato visto che è quasi otto volte quello calcolato prima del crollo di Ponte Morandi. Inoltre, se aggregato con i livelli di retribuzione media assestati sui 10 euro l’ora, porterebbe ad ammortizzare i 4,5 miliardi necessari per la nuova infrastruttura in 128 anni (invece che i circa mille della “vecchia versione”). Quando si dice pensare al futuro.

    E poi i dati sulla decrescita degli incidenti realizzata grazie alla nuova infrastruttura, numeri che però sono già strutturalmente in decrescita su tutta la rete cittadina, sempre secondo Aiscat, (fatta salva la A12) e l’abbattimento dell’inquinamento, la cui quantificazione pare viziata da una logica di fondo che considera annullate emissioni che in realtà saranno potenzialmente solo “spostate” di qualche chilometro. Ma pur sempre in Valpolcevera, non scherziamo, dove il tracciato della Gronda avrà origine. Anzi paradossalmente, se i dati di previsione di crescita che giustificano l’opera fossero verificati (cosa tutta da dimostrare, stando ai dati oggi sul tavolo) si registrerebbe comunque un aumento.

    Irresponsabilità

    Il rilancio di Autostrade per l’Italia su di un’opera come la Gronda, oggi sembra essere perlomeno da verificare nei numeri e anche, e soprattutto, nel contesto: il percorso che ha portato al suo progetto, oggi, appare superato radicalmente dai fatti e dalle contingenze. Tutto è cambiato, e allo stato attuale non è possibile fare alcune previsione di sorta: il volume di traffico è in diminuzione, nel futuro di Genova saranno presenti infrastrutture “concorrenti”, come Lungomare Canepa e Terzo Valico (che ha tra gli intenti di diminuire il traffico merci per le autostrade del capoluogo, e la cui efficacia e utilità è ancora comunque materia da chiarire seriamente), il traffico portuale potrebbe subire radicali trasformazioni con l’apertura oramai prossima del nuovo terminal di Vado, e le scelte cinesi su Trieste. E se tutto andrà bene, con il nuovo viadotto pronto nella primavera del 2020, saremo tornato al 13 agosto del 2018.

    E poi esistono le priorità e le incertezze: ci sono decine di viadotti e gallerie esistenti che necessitano di interventi urgenti, mentre la vertenza sul rinnovo della concessione ad Aspi, è decisamente incerta e quanto mai confusa, complice anche il decorso populista della politica nazionale. Insomma, parlare oggi di Gronda potrebbe seriamente sembrare folle e incomprensibile. E sicuramente irresponsabile.

    Nicola Giordanella

  • Depositi costieri, l’ipotesi trasferimento e i conti senza l’oste. E dei piani di emergenza esterna nessuna notizia

    Depositi costieri, l’ipotesi trasferimento e i conti senza l’oste. E dei piani di emergenza esterna nessuna notizia

    Il trasferimento dei depositi petrolchimici di Multedo è argomento spinoso, che spesso giace dimenticato per mesi silenziosi, salvo tornare alla ribalta con fiammate di annunci e proposte. In queste ore le varie istituzioni discutono, a porte chiuse, dell’ipotesi formulata in questi giorni di dislocare gli impianti sulla diga del Vte a Pra’, cercando di dare seguito in questo modo alle promesse della non più recente campagna elettorale delle comunali 2017.

    Se i primi incontri tra Comune di Genova, Regione Liguria, Autorità Portuale e aziende posso essere derubricabili come primi passi formali per sondare quella che sembra essere rimasta l’ultima delle possibilità, il “dibattito” sembra essere partito con il piede sbagliato. Ad oggi sono solo accennati in questa discussione gli aspetti ambientali e di sicurezza, mancando di fatto la voce di altri enti preposti a tutelare interessi collettivi che vanno ben oltre il quadro di una eventuale sostenibilità economica dell’operazione.

    Costi vs Benefici

    Essenzialmente manca un progetto a lungo periodo sulla città, e un’idea di città vogliamo essere, al di là della puerile retorica che sta ammorbando il dibattito pubblico con i vari slogan e refrain su una ancestrale e arcadica “meravigliosità”, tutta da verificare.

    Gli spettri del recente passato devono mettere in guardia sulle rassicurazioni che nei prossimi mesi saranno tratte fuori dal cilindro. Tralasciando momentaneamente le pur giustificate ansie “dal basso” che già sono in circolo e che mettono in relazione effetti devastanti di un clima che sta cambiando, vedi le imponente mareggiate e bufere degli ultimi mesi, oppure potenziali “errori umani”, vedi Torre Piloti, con impianti a rischio di incidente rilevante collocati in mezzo al mare e a pochi centinaia di metri dalle ultime spiagge di un ponente la cui anima marinara è stata baratta per un sviluppo industriale oggi in apparenza alle ultime pagine, quello che sembra non tornare già è il “conto economico” di tutto ciò. L’analisi “costi-benefici” di un’operazione del genere deve essere rigorosa: chi pagherà eventuali lavori? Chi si occuperà delle manutenzioni delle eventuali pipeline? Che tragitto faranno? Lo sversamento di Fegino e ponte Morandi sono lì a ricordarci come funzionano certe cose.

    Vogliamo però contribuire al dibattito, perché in realtà i “benefici” sono noti. Era Superba già in passato ha provato a fare due conti, e i risultati sono stati quanto meno “miseri”: stando ai bilanci sono poco più di 50 i lavoratori dei due impianti in questione, per un lascito sul territorio, tra stipendi e indotto vario, di poco più di 5 milioni l’anno. Questo è il ‘più’ di avere questi due impianti in casa. Lo spostamento sulla diga del porto di Pra’ avrebbe l’indubbio beneficio di togliere il rischio industriale ai quasi 5 mila abitanti di Multedo, appioppandolo, però, ai 4500 lavoratori del Vte. I sindacati cosa dicono a riguardo?

    Spiaggia della Foce, GenovaL’oste che non arriva mai

    E poi tutte le questioni tecniche e di sicurezza, a cui oggi è difficile dare una risposta. Per gli stabilimenti oggi presenti a Multedo, infatti, non abbiamo ancora i Piani di Emergenza Esterna, che come è noto, predispongono la risposta ad eventuali incidenti che travalicano i “confini” degli impianti. Li aspettiamo dal 2015: prima dell’estate dalla Prefettura ci dissero che in autunno sarebbero stati pronti, ma ad oggi non sono ancora state calendarizzate le consultazioni pubbliche. Visto l’incerto futuro degli stabilimenti, e visto che cambiando sito e impianti i Pee andrebbero comunque rifatti, probabilmente si sta aspettando di capire le scelte della politica, ma il limbo in cui si sta vivendo è, per lo meno, inquietante. E soprattutto impoverisce il dibattito pubblico sulla questione.

    Quello che manca sul tavolo, “l’oste che non arriva mai”, e che in una progettualità del futuribile di una grande città nel bel mezzo di una spesso più “cantata” che realizzata “rigenerazione” dovrebbe essere onestamente considerato è l’“ipotesi zero” considerata per l’interesse ampio della collettività. Dire addio a certi impianti, garantendo tutti i paracaduti possibili per i lavoratori e aziende, dovrebbe essere un’ipotesi da contemplare seriamente. Ma per fare ciò ci vuole coraggio e capacità politica, oltre che manageriale, qualità da diversi decenni davvero molto rara a Genova. Per non svegliarci domani ancora in uno ieri che non tramonta mai.

     

    Nicola Giordanella

  • Ex fonderie di Multedo, le trasformazioni di un edificio storico lasciato al degrado

    Ex fonderie di Multedo, le trasformazioni di un edificio storico lasciato al degrado

    Tutti ricordano lo stato in cui erano ridotte le ex fonderie di Multedo. Altri ancora hanno vissuto in prima persona il passaggio graduale che ha subito la fabbrica, dagli anni in cui rappresentava uno dei maggiori stabilimenti della Società Ansaldo allo stato di decadenza e abbandono. Oggi quell’edificio dall’immenso valore storico-artistico svolge una nuova funzione, ospitando lo stabilimento di Esaote, il magazzino di Mondo Convenienza e da pochi giorni il nuovo centro diagnostico ‘Casa della Salute’. Tuttavia, prima di giungere allo stato attuale, dovuta al nuovo progetto di ristrutturazione, le ex fonderie hanno avuto un vissuto non facile, spesso suscitando polemiche e proteste sia da parte degli ex operai che difendevano il proprio lavoro sia dai cittadini che, per anni, si sono trovati di fronte a una struttura fatiscente. Nulla, però, ha potuto cambiare le sorti della fabbrica.

    Storia delle fonderie

    Le Fonderie di Ghisa di Multedo avevano un ruolo fondamentale per il ponente genovese, soprattutto perché, grazie alle loro dimensioni e installazioni, rappresentavano uno dei maggiori stabilimenti del loro tempo. La fabbrica fu costruita nel 1917, quando l’Italia era nel pieno sforzo bellico, dall’architetto Adolfo Ravinetti. Disposta su un’area di 28.856 m2, era dotata di binari tranviari che collegavano Genova a Savona. Gli stabilimenti di Multedo disponevano della più moderna utensileria per lavorare le materie prime. A testimoniarlo è un documento relativo alla “situazione del macchinario” delle Fonderie, datato il 15 giugno 1918, che attesta l’acquisto di 9 macchine da tornio, di 6 trapani, di 5 pialle e limatrici, di 8 affilatrici e altra utensileria varia, per un totale di 93 macchine. Anche la gestione dell’organico era al passo con le più innovative teorie sul lavoro, caratterizzate da una struttura gerarchica ben definita, in grado di esercitare un controllo di produzione ferreo, affinché la produttività potesse procedere a pieno ritmo.

    Lingottiera di Ghisa di Multedo 1915. Storia dell’Ansaldo. Archivio storico

    La fabbrica lavorò con stabilità, ottenendo risultati soddisfacenti, e, tra il 1914 e il 1919, la ghisa occupava il 70% della produzione. Il materiale prodotto negli stabilimenti di Multedo serviva per fabbricare l’artiglieria e per costruire le cacciatorpediniere e i sottomarini. Infatti, in quegli anni venivano varati, nei cantieri Ansaldo, i piroscafi “Cesare Battisti” e “Leonardo da Vinci”, navi da guerra utilizzate nel secondo conflitto mondiale famose per la loro tecnologia costruttiva navale.

    In seguito all’estromissione dei Perrone, tutti gli stabilimenti Ansaldo subirono forti ripercussioni, comprese le Fonderie di Multedo.

    Dalla crisi alla decadenza

    Gli ultimi decenni della fabbrica possono essere spiegati meglio da chi li ha vissuti in prima persona. Antonio Celano è un ex operaio, giunto a Genova dal sud, intorno al 1973, per dare una vita migliore alla sua famiglia. Cominciò a lavorare in fabbrica e vi rimase per sette anni, fino alla sua chiusura.

    L’uomo, ormai in pensione, ha raccontato che erano quasi cinquecento operai con un modesto stipendio. La metà di loro lavorava ai basamenti per la costruzione delle navi, mentre l’altra metà si dedicava a tutto ciò che serviva per la produzione delle automobili Alfa Romeo e Fiat. “La mia mansione -ha riferito il sig. Celano a Era Superba- era quella di trasportare il muletto e di occuparmi dei basamenti”. La sfortuna dell’uomo è stata quella di trovarsi nel periodo in cui la fabbrica andò in liquidazione e i politici decisero di chiuderla. “Per quasi un anno –ha raccontato l’ex operaio- la gente ha scioperato a Multedo, affinché la fabbrica riaprisse”. Purtroppo tutto ciò non portò a nulla, perché i forni si spensero definitivamente e la fabbrica chiuse nel 1981.

    Gli operai finirono in cassa integrazione e, una parte di loro fu assegnata ad altri lavori. “C’è chi andò all’ANAS o alla forestale –ha raccontato Antonio Celano- io, dopo circa cinque anni, fui assunto in ferrovia, ma –ha aggiunto poi- buona parte dei miei ex colleghi, che ormai aveva raggiunto una certa età, si trovò senza un lavoro, perché non venne mandata da nessuna parte”.

    Da lì in avanti, l’edificio storico ha subito un lungo processo di degrado e rimase in quello stato per almeno trent’anni. Per decenni le ex fonderie sono state inaccessibili, poiché presentavano una struttura ormai fatiscente. Se si passava per Multedo, non si vedeva altro che un edificio recintato da filo spinato, varcato abusivamente dai senzatetto e dai cosiddetti writers per realizzare graffiti. Per il resto, l’ex fabbrica era riempita unicamente da erba alta, muschio e sporcizia.

    Il punto di svolta

    Archivio fotografico Camera del Lavoro

    Negli anni, la struttura che ospitava le fonderie è passata a proprietà privata, precisamente a una cooperativa composta da Panorama Genova, Tecnocittà, Talea e Coop Liguria. Soltanto nel 2008 l’edificio ha suscitato interesse nell’Aipai e per Italia Nostra, i quali ne hanno chiesto il vincolo per tutelarlo come bene culturale.

    Inizialmente vi sono stati troppi rimandi per raggiungere un accordo e un progetto concreto, nonché troppa lentezza da parte della Pubblica Amministrazione e scarso interesse da parte dei soggetti privati. Queste titubanze hanno suscitato perplessità da parte dei cittadini, convinti che si stesse trascurando una struttura con molte potenzialità. Il timore era che si arrivasse alla decisione di demolirla senza un piano specifico.

    Invece, negli ultimi anni, l’edificio è giunto a una svolta che, per lo meno, gli ha restituito una dignità estetica. Sul sito di Italia Nostra, infatti, si legge che nel 2014 dalla Soprintendenza per i Beni architettonici è stato autorizzato “un nuovo progetto da TALEA Soc di Gest Immobiliare proprietaria dell’immobile che prevede per l’edificio vincolato un recupero ad uso produttivo”. Nel 2015 vengono avviati i lavori di recupero, affidati all’impresa COSMO – Costruzioni Moderne srl, a seguito di un progetto architettonico sviluppato dallo Studio Atelier di Architettura.

    Nel 2017 è stato inaugurato il nuovo stabilimento di Esaote e, poco più tardi, il magazzino di Mondo Convenienza. Oggi apre una struttura poliambulatoria privata. Questi sono i risultati di un restyling non invasivo, che ha cambiato la sorte di uno dei tanti spazi vuoti di Genova abbandonati al degrado e privati di manutenzione.

    Veronica Garreffa

    (Foto credits: “Storia dell’Ansaldo. 4. La Grande Guerra,1915-1918”. A cura di Valerio Castronovo. Editori Laterza, 1997 – Archivio storico Genova )