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  • Gioco d’azzardo in Liguria, le conseguenze di una legge che tarda ad arrivare

    Gioco d’azzardo in Liguria, le conseguenze di una legge che tarda ad arrivare

    Sono passati circa sette mesi, ormai, dal “sine die” di Toti che rinviava l’entrata in vigore della legge regionale che regolava il gioco d’azzardo. La proposta era stata approvata nel 2012 e doveva entrare in vigore nel 2017, con cinque anni per lasciare il tempo alle società e alle sale da gioco di adeguarsi. L’ulteriore rinvio ha trascinato con sé polemiche e anche delle conseguenze non da poco. Infatti, oggi, il tema sulle dipendenze alcol e gioco d’azzardo torna a far discutere, specialmente a fronte delle statistiche.

    Secondo i dati riportati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, durante il primo semestre 2017, a Genova, ogni residente che ha giocato d’azzardo ha puntato in media 650,75 €. I numeri sono aumentati nel giro di un anno. Secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in Italia c’è stato un incremento del 6,9% di attività volte al gioco. Questo vuol dire che, nel giro di un anno, sono aumentate da 10.418 a 11.139. Le città che si collocano ai primi tre posti sono Napoli, Roma e Milano, che rispettivamente contano 1.307, 904 e 480 attività. Tuttavia anche la Liguria, rispetto al 2017, ha avuto l’incremento generale del 6,5%. Già soltanto Genova è arrivata ad avere 137 attività nel 2018, rispetto ai 127 che aveva nel 2017, con un aumento del 7,9%.

    [quote]Dal 2011 al 2016, le persone seguite dal Sert sono aumentate da 116 a 368.[/quote]

    Di fronte a questi dati, è scontato dire che la situazione sia peggiorata nell’ultimo anno, tant’è che si continuano a presentare mozioni e interpellanze. Un esempio è il Consiglio del Municipio VI, che si è tenuto il 12 novembre 2018, in cui si è discusso il problema dell’alcol e del gioco d’azzardo. Dall’assemblea è scaturito che il gioco porta via il 12% del budget famigliare. Inoltre, dal 2011 al 2016, le persone seguite dal Sert sono aumentate da 116 a 368. Non occorre, però, analizzare i numeri per capire che il problema esiste ancora, basta entrare in qualsiasi bar per accorgersi della situazione. “Sta diventando una piaga sociale –ha sostenuto la consigliera Carì- non un problema di passaggio”.

    L’emergenza alcol

    Tuttavia l’emergenza non riguarda solo il gioco d’azzardo. Durante l’assemblea del Municipio VI, la consigliera Tassaro è intervenuta chiedendo una “procedura d’urgenza relativa alle problematiche sul consumo dell’alcol e droga tra giovani”. Secondo il rapporto 2018 di ISTISAN, l’alcol è classificato al terzo posto, in Europa, come causa principale di morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione arteriosa.

    In Liguria, nel 2016, sono stati rilevati il 78,6% degli uomini e il 56,5% delle donne che hanno consumato almeno una bevanda alcolica. Rispetto alle statistiche precedenti, i dati sono rimasti pressoché invariati.

    Le bevande alcoliche sono ancor più cancerogene per le donne e i giovani, e i dati preoccupanti riguardano proprio queste due categorie. La percentuale delle donne con comportamenti a rischio è del 12,3%, superiore alla media nazionale. Inoltre “l’emergenza -ha riferito il consigliere Bruzzone a Era Superba- si riferisce a fasce di età sempre più basse”. Infatti, nel 2016, a livello nazionale, il 53,8% dei ragazzi e il 43,4% delle ragazze di età compresa tra 11 e 25 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica.

    Oggi i numeri non sono cambiati e il problema persiste. Ogni anno, al pronto soccorso, giungono migliaia d’intossicazioni alcoliche e il numero dei minori è sempre crescente. Basti pensare che ogni anno, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, in Italia vengono spesi circa venticinque miliardi di euro per i danni causati dal consumo di alcol.

    Almeno in Liguria la lotta resta sempre aperta e si cerca di sensibilizzare i più giovani al tema. Infatti, come ha dichiarato Gianni Testino, presidente della Società italiana di Alcologia e responsabile del Centro alcologico della Asl 3, in un’intervista a La Repubblica, il consumo di alcol si diffonde sempre di più tra i ragazzi che frequentano la terza media. Dunque è importante attuare una prevenzione tra i giovani intorno ai tredici anni. Per questo è stata redatta una presentazione, a cura di Patrizia Balbinot, Luigi Bottaro e Gianni Testino, con il titolo “Educazione ai corretti stili di vita” da portare nelle scuole. In questo modo, la speranza è quella di istruire sempre di più gli studenti sulle conseguenze che l’alcol apporta all’organismo umano.

    L’attesa dei provvedimenti

    Esistono delle azioni per contrastare la problematica? Al momento pare di no, almeno finché non verrà alla luce una legge vera e propria. Bruzzone ha riportato anche che “sono già state presentate interpellanze e mozioni, ma c’è sempre stata un’apatia istituzionale. Questo argomento -tra l’altro- è importante perché riguarda i giovani e le loro famiglie”.

    Una proposta per contrastare il gioco d’azzardo è stata avanzata dalla consigliera Carì, in assemblea. “Un incentivo –ha detto- per agevolare gli esercenti, potrebbe essere quella di abbassare tasse, come la tari o la tasi, a fronte dell’eliminazione di queste macchine che inducono ragazzi e padri di famiglia a rovinarsi la vita”.

    C’è, invece, chi vuole adottare soluzioni più drastiche. “Non si deve parlare di riduzione –ha sostenuto il consigliere Costanzo– bisogna togliere le licenze”.

    La richiesta generale è che si faccia, perlomeno, una campagna di sensibilizzazione contro le dipendenze. Il consigliere Pinna ricorda il risultato ottenuto dalla proposta che, partita da Genova, è stata portata a Roma da Lorenzo Basso per abolire le pubblicità sul gioco d’azzardo.

    Tuttavia, la battaglia contro il problema non è finita. Bruzzone ci informa che “è stato chiesto al sindaco che cosa si vuole fare per contrastare il gioco d’azzardo dato che nella scorsa commissione non si era parlato. Dopo il sollecito, restiamo in attesa di risposte concrete.”

    Veronica Garreffa

  • Nuovi edifici che crollano. Genova rassegnata al brutto e senza immaginazione

    Nuovi edifici che crollano. Genova rassegnata al brutto e senza immaginazione

    “C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera”.
    Walter Benjamin

    Il crollo di casa Usher è uno dei racconti più celebri di Edgar Allan Poe incentrato su di una vecchia dimora decadente abitata da un fratello e una sorella gravemente malati che, durante un nubifragio in una notte di tregenda, crolla in un cumulo di macerie. Focalizzando l’elemento orrorifico nello sgretolarsi di uno dei più nostri saldi punti di riferimento, la casa, e insistendo costantemente sulla suggestione che il collasso della stessa fosse lo specchio della decadenza della famiglia che l’aveva abitata (il narratore sottolinea l’“accordo perfetto tra il carattere del luogo e il carattere delle persone che vi abitavano”), Poe a metà dell’Ottocento, ci ricordava una lezione fondamentale troppo spesso dimenticata da architetti, urbanisti e politici a venire, ovvero che le architetture, gli edifici e i luoghi da noi costruiti e abitati non sono pura materia inanimata ma espressione e riflesso del lato morale della nostra esistenza.
    Anche ponte Morandi, il 14 agosto scorso, si è dimostrato essere una struttura decadente, trascurata, e si è disintegrato durante un nubifragio. Le stesse sensazioni evocate dal narratore del racconto – tristezza, angoscia, paura – assomigliano a quelle provate dai genovesi in conseguenza al suo collasso. Oltre al lutto per la morte delle persone rimaste sepolte sotto le macerie, è stato lo sgomento per lo sfaldarsi improvviso e apparentemente incredibile di un elemento portante della quotidianità di tutti ad attanagliare la città.
    Il crollo di ponte Morandi è stato l’ultimo, più clamoroso, sia materialmente che simbolicamente, di una sequenza catastrofica che fa di Genova una sorta di casa Usher postindustriale, nella quale sembra esserci la stessa consequenzialità, lo stesso “accordo perfetto” tra il carattere e il destino del luogo e quelli delle persone che vi abitano. Questa sequenza è cominciata con via Digione e i suoi diciannove morti nel 1968, ed è proseguita con la lunga serie di alluvioni, crolli, smottamenti e relativi morti che hanno attraversato la città dal 1970 al 2014. Il collasso del ponte, giunto all’apice di questa escalation, sembra così porsi come un riflesso della decadenza pluridecennale della città.

    [quote]la città si sta gradualmente svuotando e i quartieri e le infrastrutture costruiti in modo scriteriato in quegli anni si stanno dimostrando sempre più spesso delle trappole mortali[/quote]

    Quella che sta inesorabilmente crollando da cinquant’anni è la Genova costruita a cavallo del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, la città esplosa in modo selvaggio sull’onda del sogno di una metropoli che allora raggiunse gli 800.000 mila abitanti e che fu progettata per un piano che avrebbe dovuto superare il milione. Quel mito durò poco e si eclissò con la crisi industriale degli anni Settanta. Da allora le grandi fabbriche hanno chiuso, le aree produttive sono state riconvertite, la città si sta gradualmente svuotando e i quartieri e le infrastrutture costruiti in modo scriteriato in quegli anni si stanno dimostrando sempre più spesso delle trappole mortali. La speculazione edilizia che ha cementificato le alture della città tombando torrenti (emblematico il caso del Bisagno e del Fereggiano in Val Bisagno) e la costruzione di infrastrutture avveniristiche come la sopraelevata e ponte Morandi rispondevano alle esigenze di una previsione di sviluppo che si è dimostrata non sostenibile dalla geografia di un territorio tanto bello quanto delicato, rendendo Genova un tragico paradigma dell’incompatibilità tra paesaggio naturale, industrializzazione forzata e urbanizzazione capitalistica.
    Genova è una città stretta e lunga, compressa tra il mare e le montagne, priva di spazi, “città verticale” (Caproni) come poche altre al mondo. Per natura e per secoli dipendente dal rapporto col mare, essa ha vissuto in modo drammatico l’industrializzazione. Già la sua prima ondata, quella compresa tra fine Ottocento e primi del Novecento, ne aveva stravolto la fisionomia, trasformando il ponente della città e la retrostante Valpolcevera da luoghi di mare e di campagna in sobborghi industriali, tanto che Sampierdarena divenne una capitale della produzione dell’intero paese, non a caso ribattezzata la Manchester d’Italia.
    Ma è stata la ricostruzione avvenuta a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta a segnare la pagina peggiore della città, il suo punto di non ritorno, facendo guadagnare a Genova una serie di tristi primati nel catalogo dei peggiori scempi urbanistici contemporanei. In centro città, la distruzione dell’antichissimo borgo di Piccapietra e il successivo sventramento di quello intorno a via Madre di Dio con le relative modernizzazioni, volute dal Piano regolatore del 1959, portarono a compimento la demolizione della Genova storica avviata, attraverso un’impressionante arco temporale, già a metà dell’Ottocento, con il risultato di cancellare per sempre un enorme tessuto sociale popolare e vitale e sradicare le persone dal loro ambiente per disperderle nelle periferie dormitorio che la cementificazione selvaggia andava creando sulle colline (Begato e le “Lavatrici” di Prà gli ultimi tristi prodotti di quel processo trascinatosi fino agli anni Ottanta). Nel frattempo Cornigliano, grazie all’apertura dell’Italsider, visse la rapidissima trasformazione da zona di villeggiatura celebre per le sue ville, il lungomare e Castello Raggio, in uno dei quartieri più inquinati d’Italia, emblema dell’assurda ed illecita coesistenza di un grande stabilimento industriale nel cuore di un quartiere popoloso. Infine, a metà anni Sessanta, arrivò la costruzione di ponte Morandi, un viadotto ingegneristicamente ardito ideato per creare un collegamento veloce attraverso la Valpolcevera nell’area di Campi che violava qualsiasi logica urbanistica e di buon senso nel suo imporsi e incastrarsi sopra una serie di palazzi preesistenti.
    Proprio Campi offre una storia paradigmatica delle trasformazioni urbane cittadine. Come testimonia il nome stesso, fino all’Ottocento, essa era una zona agricola che ospitava anche residenze estive di famiglie patrizie genovesi. Con l’apertura delle Fonderie Ansaldo, nel 1898, orti e frutteti che caratterizzavano il tipico paesaggio agrario genovese scomparvero per far posto a capannoni, magazzini e ciminiere, inaugurando un processo durato fino agli anni Sessanta, quando la crisi industriale globale ha avviato la dismissione delle fabbriche e la sua trasformazione, tipica di tutte le città occidentali, in un’area destinata ai centri commerciali e alla logistica. L’ultimo progetto in ordine di tempo, temporaneamente bloccato dal crollo del ponte, è non a caso l’apertura di un grande magazzino di Amazon, un hub logistico di una delle più grandi aziende mondiali.

    Pressa storica a campiIl dibattito pubblico è pervasivamente monopolizzato dalla retorica del progresso, della crescita e dello sviluppo, in cui il benessere della collettività viene subdolamente e volutamente confuso con l’aumento degli indici di profitto dei colossi del capitalismo, a cui tutto si deve adeguare, comprese le città e la vita delle persone in esse. In questo senso l’unico criterio di giudizio ammesso per ogni trasformazione urbana è la sua utilità e la sua funzionalità nel progetto della megamacchina capitalista ed il totalitarismo insito nel monopolio di questa verità non discutibile è tale per cui, nell’immaginario collettivo, l’utilità viene a coincidere con il bello. Solo alla luce di questo meccanismo si può spiegare come un viadotto in cemento armato alto novanta metri e costruito sopra una serie di palazzi popolari per farci transitare automobili e merci, possa essere considerato da molti suoi abitanti un simbolo della grandezza di Genova ed una fonte di orgoglio cittadino. Il mito della produzione, condiviso ed esaltato dal PCI e dalla sinistra che erano al governo della città e delle sue trasformazioni in quegli anni, è tragicamente riuscito a far assumere l’estetica del mondo industriale e infrastrutturale come qualcosa di naturale, bello e nobile.

    [quote]In questo senso il più che comprensibile affezionamento degli sfollati di via Porro,ad un’intera vita trascorsa in quelle vie, non toglie l’innegabile bruttezza di quelle zone della città, sacrificate e stritolate dalle necessità infrastrutturali del capitalismo[/quote]

    Eppure quando l’industrializzazione fece breccia in Europa ormai centocinquanta anni fa, una critica spietatamente lucida al terrificante abbrutimento del paesaggio, delle città e della vita delle persone costrette ad adeguarvisi indotto dal capitalismo non mancò. Scavalcando il rigido economicismo di Marx attraverso il progetto rivoluzionario di un “socialismo della bellezza” che imponeva all’arte il ruolo innovativo di fondersi e trasformare qualitativamente la vita quotidiana e sociale delle persone, un personaggio come William Morris aprì una prolifica corrente artistico-politica, giunta fino al Bauhaus, che si prodigò per far sì che l’industria si ponesse al servizio dell’uomo e non viceversa. Di quella temperie, che nutriva la sua lucida critica dalla presa in visione diretta delle trasformazioni in atto, oggi non è rimasto pressoché nulla, eppure l’urgenza posta dalla catastrofe ambientale in atto a livello mondiale suggerirebbe di riscoprirne l’importanza.
    In questo senso il più che comprensibile affezionamento degli sfollati di via Porro (molto meno quelli del Campasso, alcuni dei quali hanno esplicitamente gioito della possibilità di abbandonare quel quartiere) ad un’intera vita trascorsa in quelle vie, non toglie l’innegabile bruttezza di quelle zone della città, sacrificate e stritolate dalle necessità infrastrutturali del capitalismo. D’altronde basta sfogliare la bellissima serie fotografica di Giorgio Bergami del 1963 dedicata alla speculazione edilizia, o quella del meno noto Michele Guyot Bourg realizzata negli anni Ottanta e significativamente intitolata Vivere sotto una cupa minaccia, per vedere emergere nitida un’immagine della “vita agra” (bellissima definizione di Luciano Bianciardi) a cui quel modello di sviluppo costringeva migliaia di persone, immagine che stride assai con la retorica, imposta come una sorta di mantra, delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Italia del boom economico.

    La retorica della gloria di Genova la Superba, che ci viene propinata ad ogni piè sospinto, ha radici lontane. Al volgere dell’anno 1100, quando Genova divenne una città ricca e importante, un ruolo non indifferente al suo decollo lo diede la partecipazione attiva alla prima crociata, con il celebre assedio a Gerusalemme guidato da Guglielmo Embriaco, quando i genovesi capirono quale fosse la posta in gioco in Medio Oriente, ovvero la possibilità di mettere le mani su una ricchezza inimmaginabile, possibilità ottenuta al prezzo delle successive guerre agli infedeli e relative carneficine. Similmente, quando nel corso del 1500 Genova divenne la città forse più ricca e potente d’Europa, lo fece inventando le banche e finanziando la conquista spagnola del Nuovo Mondo che portò allo sterminio delle civiltà amerindie.
    La differenza tra il benessere conquistato allora e quello ottenuto tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra attraverso le varie fasi dello sviluppo industriale, è che allora una parte della ricchezza acquisita veniva reinvestita in opere che restituissero collettivamente qualcosa di quella grandezza. Come insegna Karl Polanyi nel fondamentale La grande trasformazione, i sistemi economico-sociali che hanno preceduto l’economia di mercato imposta dal capitalismo industriale, per quanto cercassero il profitto in un’ottica precapitalistica, subordinavano quest’ultimo ad altre relazioni sociali (come il prestigio e il posizionamento), in un contesto che non faceva mai venire meno principi di reciprocità e redistribuzione. Così, nel XII secolo, parte dei profitti dei genovesi ottenuti nei commerci con l’Asia Minore e con le Crociate vennero reinvestiti per costruire la Cattedrale di San Lorenzo, mentre quelli derivanti dai sontuosi prestiti alla Corona spagnola del XVI secolo portarono le famiglie genovesi a costruire Strada nuova, via Garibaldi, con lo sfarzo dei suoi palazzi nobiliari.
    Al prezzo delle contraddizioni del protocapitalismo dell’epoca, un rapporto utilità e bellezza di fatto esisteva. Nulla di ciò è rimasto nel benessere indotto dallo sviluppo industriale capitalistico che, sempre per citare Polanyi, è l’unico, nella sua spietatezza, ad aver azzerato qualsiasi interesse sociale e collettivo in nome dell’autoregolazione dell’economia di mercato. Seguendo questa logica diventa facile capire perché sviluppo e progresso siano venuti a coincidere totalmente con la bruttezza e il degrado dell’ambiente fisico e naturale; l’anonimato dell’economia di mercato si riflette nella sua estetica e nei suoi luoghi. La città industriale è inequivocabilmente brutta ad ogni latitudine e Genova non ha fatto eccezione. Le più importanti opere architettoniche, urbanistiche e infrastrutturali della Genova del boom economico, dal Biscione alla nuova Piccapietra, da Ponte Morandi ai Giardini di plastica sorti sulle macerie di via Madre di Dio, al netto dell’orgoglio e di ingegneri e architetti moderni e di un dibattito assai sterilmente postmoderno sulla relatività del concetto di bellezza, difficilmente verranno accostati nei posteri alla Cattedrale di San Lorenzo o ai palazzi di via Garibaldi.

    D’altronde è la stessa politica amministrativa della città d’oggi a confermare nei fatti questa lezione. Genova, con le sue anomalie e i suoi ritardi, sta faticosamente cercando di ricalcare lo stesso percorso già consolidatosi in tutte le città storiche dell’Occidente europeo, con una polarizzazione centro-periferie di valorizzazione del primo e abbandono delle seconde. Quando la nuova giunta ha preso in mano l’amministrazione ha puntato le carte del rilancio di una città in costante declino da decenni sulla turisticizzazione del centro storico, vista come una delle poche possibilità di rilancio. Prima del crollo di ponte Morandi e della relativa emergenza, buona parte dell’attività di propaganda e legislativa della giunta era stata indirizzata a valorizzare il patrimonio storico-artistico del centro città secondo le logiche sperimentate da decenni della gentrificazione, puntando cioè a rendere le bellezze storiche del centro città merci ad uso e consumo dei turisti a detrimento della vita dei suoi abitanti storici. In questo senso rientrano piani come quello per via Prè e le varie ordinanze anti degrado succedutesi nell’ultimo anno. Eclissatasi l’utopia della metropoli industriale, la città è rimasta con un tesoro storico da mettere a profitto e un tessuto periferico fatalmente destinato all’incuria e al degrado. Ma lo stupro di questo territorio così difficile e delicato ha trasformato questo disordinato labirinto – fatto di palazzi affastellati in verticale sulle alture (degni dei collage del dadaista Paul Citroen sulla metropoli), di tombature dei fiumi, di infrastrutture avveniristiche – in una macchina pericolosa e spesso mortale. A Genova la natura si sta vendicando della protervia dell’uomo e fa pagare conti salati ad ogni errore e gesto di noncuranza. L’utopia industriale degli anni Sessanta si è trasformata oggi in distopia e ponte Morandi, celebrato dalla copertina della “Domenica del Corriere” del 1 marzo 1964 come fantasmagoria di un futuro radioso, si è svelato, il 14 agosto 2018, scenario drammaticamente reale di un film apocalittico.

    La Valpolcevera di oggi è un emblema di questo malato rapporto centro-periferia. Alla gentrificazione del centro storico, nello schema universale che regola la città contemporanea, fa sempre da contraltare l’ulteriore radicalizzazione delle periferie in discariche dove concentrare la stragrande maggioranza della popolazione che non può permettersi un’abitazione nei quartieri residenziali, centri commerciali, capannoni, hub logistici e infrastrutture dove far viaggiare, accatastare e vendere le merci. Così, in continuità con il processo storico cominciato con la trasformazione dell’area di Campi da zona agricola in sobborgo industriale, la Valpolcevera è destinata a vedersi gravata di nuove infrastrutture invasive come la Gronda e il Terzo valico, nonché di nuovi mostri come l’hub di Amazon. Un viaggio di due ore compiuto oggi nel caos del post-crollo in queste zone tra svincoli, aree industriali, viadotti, deviazioni e nuovi bypass costruiti in fretta e furia rende abbastanza tragicamente l’immagine di una distopia urbana postindustriale. Un William Morris catapultato a Genova oggi avrebbe un’amarissima conferma di quanto denunciava alla fine dell’Ottocento, mentre gli abitanti di quelle zone, costretti a snervanti quotidiane ore di coda, comprensibilmente vincolati alla ragione pratica del ritorno alla normalità, sembrano accettare stoicamente tutto questo.

    [quote]le sue strade e le sue architetture ci parlano, hanno significati precisi, ma noi non abbiamo il linguaggio per comprenderli. Così, per molti, ponte Morandi, essendo sempre stato presente nel proprio orizzonte visivo e nell’abitudine del quotidiano, è come se fosse eterno, parte naturale dell’ambiente [/quote]

    Il valore di un pensiero critico radicale sulla città di Genova non risiede nel proporre un ritorno impossibile ad un passato irrecuperabile (anche se in molti hanno riscoperto il piacere di antichi e suggestivi passaggi pedonali come salita Bersezio, una delle più antiche mulattiere di Genova, per bypassare ingorghi automobilistici infernali) o sognare un non-luogo (u-topia) desiderabile ma irreale, quanto stimolare quella conoscenza e quell’immaginazione che hanno il potere di aprire possibilità e scenari inediti e alternativi al pensiero unico dominante che vorrebbe che accettassimo questo come il migliore e l’unico dei mondi possibili. Esercitare questo spirito critico, coltivare questa immaginazione, ci permetterebbe di non subire con rassegnazione la propaganda dello sviluppo e del progresso monopolizzata da chi detiene il potere per tutelare i propri interessi.
    Non è un caso che nelle nuove riforme scolastiche la storia e la storia dell’arte vengano gradualmente ridotte nelle programmazioni. Lo scopo evidente è implementare il processo per cui non siamo più in grado di immaginare ciò che non conosciamo e non vediamo; solo la conoscenza storica o la capacità immaginativa possono permettere di rappresentarci ciò che appartiene al passato per poter ampliare lo spettro di comprensione e azione sul presente. Le persone non sanno più leggere la città e i suoi significati: le sue strade e le sue architetture ci parlano, hanno significati precisi, ma noi non abbiamo il linguaggio per comprenderli. Così, per molti, ponte Morandi, essendo sempre stato presente nel proprio orizzonte visivo e nell’abitudine del quotidiano, è come se fosse eterno, parte naturale dell’ambiente. Da qui il senso di sgomento per il suo crollo, come per la casa Usher di Poe; da qui l’affezione per esso non come un’infrastruttura in cemento brutale ma necessaria, perché utile, ma come un qualcosa di bello e di cui andar fieri, un motivo di orgoglio indiscutibile per la comunità. Nell’appiattimento sensoriale di oggi la città com’è oggi è sempre stata così e non può che essere così, esattamente come la vita in essa.

    Quando il sindaco e i vari prelati del profitto si riempono la bocca dell’opportunità offerta dal crollo del viadotto per ripensare le periferie, per progetti di riqualificazione della Valpolcevera, mentono sapendo di mentire, esattamente come quando promettono la ricostruzione del ponte in un anno sapendo che ciò sarà impossibile, come ha confermato la recente relazione di architetti e ingegneri presentata al sindaco stesso.
    La consistenza di queste promesse si manifesta in modo emblematico in uno dei vari progetti che sono stati presentati per la ricostruzione. Nella gara subito scatenatasi e capeggiata dall’archistar e gloria locale Renzo Piano, ha fatto capolino un architetto bergamasco che ha presentato un progetto tanto magniloquente quanto delirante. Evidentemente ispirato dal più famoso e reazionario architetto del Novecento, il sommo Le Corbusier, tale architetto bergamasco Stefano Giavazzi ha presentato un piano (elaborato evidentemente senza nessuna conoscenza diretta del territorio in questione) che ingloberebbe il nuovo viadotto in un modulo reticolare prefabbricato in acciaio, una megastruttura-diga che ostruirebbe totalmente la visuale della vallata per ospitare al suo interno le molteplici funzioni di una micro città verticale, con abitazioni, uffici, palestre, centri commerciali, addirittura passeggiate e piste ciclabili sopra l’autostrada (e sorvoliamo sul dettaglio macabro della proposta di palestre di arrampicata e di bungee jumping). Nonostante l’evidente mostruosità estetica di una struttura che avrebbe decuplicato lo scempio paesaggistico del vecchio ponte Morandi e della palese demenzialità di andare a ostruire un torrente che ha già dato tragiche dimostrazioni della sua potenza distruttrice e alluvionale, questo progetto, che sembrava destinato ad una rubrica di barzellette, ha invece ottenuto un grande successo a livello mediatico per bocca di Beppe Grillo e del ministro Toninelli, i quali hanno gridato alla genialità dell’opera dichiarandola subito come una proposta da tenere in seria considerazione. Nell’ottica populista del M5S, sempre attento a cogliere ciò che muove la pancia degli elettori, questa megastruttura avrebbe risposto in un colpo solo alla grave carenza strutturale di servizi che attanagliano periferie tipiche come la Valpolcevera, evitando semplicisticamente l’impegno gravoso di organizzare la loro diffusione capillare sul territorio, l’unica risposta che avrebbe un senso per i suoi abitanti. L’arroganza impregnata di vacua retorica con cui il ministro Toninelli ha risposto a chi contestava la sua propaganda a favore del progetto, facendogli notare le sue grossolane falle, è un’ottima summa dello spessore del pensiero della classe dirigente sulle città: “Si tratta di gente che non capisce come una grande opera possa condurre a riqualificare, a ridisegnare, a ripensare la vocazione di un’intera area, trasformando magari in luoghi da vivere e da fruire anche quei ‘non luoghi’ che oggi spesso vediamo essere le aree sotto i ponti, ricettacolo per lo più di degrado”.

    Silos Hennebique Ponte ParodiDa che il capitalismo ha cominciato a manifestarsi nella sua preistoria, il “nostro” progresso ha sempre fatto pagare il suo prezzo a qualcuno. Abbiamo già accennato a come la gloria della Superba si sia fortificato anche grazie alle guerre in Terrasanta e al finanziamento della Conquista del Nuovo Mondo. Così lo sviluppo garantito dall’industrializzazione di primo Novecento si è basato soprattutto sulla produzione delle armi innovative utilizzate nella Prima guerra mondiale, tanto che nel 1914, all’alba dell’ingresso dell’Italia nel conflitto, Genova ha ospitato una Esposizione internazionale che celebrava il colonialismo italiano (come dimenticare il ruolo pionieristico del genovese Rubattino nella sua nascita?) e metteva in mostra le meraviglia belliche costruite dai cantieri dell’Ansaldo che di lì a pochi mesi avrebbero contribuito al più grande massacro che l’Europa avesse mai conosciuto. Infine lo sviluppo del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui ponte Morandi è diventato il simbolo, ha lasciato una scia nera e impressionante di morti: oltre tremila, secondo le stime ufficiali solo dal 1994 al 2015, quelle per tumore da esposizione all’amianto contratto dagli operai nei capannoni dell’Ansaldo, Ilva e Fincantieri: una morte ogni tre giorni per oltre vent’anni, cifre degne di una guerra a bassa intensità. Senza contare quelle su cui non esistono dati ufficiali per l’inquinamento industriale a Cornigliano e in altre zone periferiche della città.

    Come Genova dimostra l’incompatibilità tra un certo territorio e un certo sviluppo urbanistico, così, su scala globale, il pianeta sta dimostrando quella ben più decisiva con il capitalismo tout-court. Oggi è la comunità scientifica e non la fantascienza distopica o qualche gruppo ambientalista radicale a prospettare scenari apocalittici imminenti, tanto da avere collocato nei prossimi dodici anni il punto di non ritorno verso la catastrofe climatica irreversibile. Se tra le cause principali di questa catastrofe ci sono inequivocabilmente la sovrappopolazione mondiale, la produzione industriale, l’emissione di sostanze inquinanti derivanti dal traffico e dalla circolazione delle merci, perché a Genova dovremmo puntare sul rilancio della città ripristinando e implementando esattamente tutto questo? Nella nostra piccola storia locale vediamo un riflesso della stessa apparente schizofrenia, che in realtà è palese malafede di chi ha il potere di decidere, visibile ovunque a livello globale. I politici fingono di preoccuparsi della catastrofe climatica, ma nel concreto, in quanto rappresentanti delle lobbies economiche, si muovono nell’unica direzione di protarne e potenziarne le cause. Ne è palese esempio la gioia con cui le grandi compagnie mercantili marittime (nel caso specifico la Maersk fa da pioniere), le stesse per le quali il porto di Genova è uno snodo vitale e fondamentale, hanno pubblicamente accolto la recente, definitiva, apertura di nuove rotte commerciali che permettono di abbreviare le tratte tra Asia e Europa bypassando il Canale di Suez, apertura resa possibile dallo scioglimento dei ghiacci dell’Artico.

    [quote]Da un punto di vista del capitalismo Detroit è diventata il simbolo del declino urbano e industriale, ma concretamente è morta? No, anzi; approfittando degli immensi spazi vuoti lasciati liberi, gli abitanti che hanno deciso di restare hanno dato vita a una delle rivoluzioni verdi più riuscite al mondo, facendo di Detroit la capitale mondiale degli orti urbani[/quote]

    Alla luce di ciò sarebbe così folle se, di fronte alla lunga serie di crolli culminata con ponte Morandi, ne traessimo la lezione più semplice, quella di ripensare lo sviluppo della città in termini diversi, accettando magari di ridurci in dimensioni e abitanti per guadagnarne in spazi e qualità della vita, accettando e valorizzando la natura e la bellezza del nostro territorio? E’ davvero utile e necessario (e a chi?) puntare sulla turisticizzazione, sul porto, su nuove infrastrutture?
    La storia recente di Detroit negli Stati Uniti ci dimostra che il progresso non è unico e lineare. L’enorme metropoli cresciuta intorno all’industria automobilistica è letteralmente collassata negli anni Settanta con la chiusura della Ford, Chrysler e General Motors, con una crisi pluridecennale che ha portato alla dichiarazione di fallimento del municipio per bancarotta nel 2009, e ad un dimezzamento della popolazione. Da un punto di vista del capitalismo Detroit è diventata il simbolo del declino urbano e industriale, ma concretamente è morta? No, anzi; approfittando degli immensi spazi vuoti lasciati liberi, gli abitanti che hanno deciso di restare hanno dato vita a una delle rivoluzioni verdi più riuscite al mondo, facendo di Detroit la capitale mondiale degli orti urbani. Dal 2000 ad oggi sono 1400 gli orti urbani gestiti dagli abitanti in cui si producono oltre 200 tonnellate di cibo all’anno e 45 le fattorie scolastiche in tutta la città.

    La storia non è un processo lineare, ma procede a balzi. Nella retorica delle istituzioni e degli imprenditori genovesi, profusa a piene mani in questi mesi post-crollo, si è ripetuto come un mantra il concetto di “trasformare la tragedia in opportunità”. In realtà in greco la parola krisis implica, come corollario del concetto di pericolo, quello di scelta, la scelta che si è chiamati a fare nel momento della difficoltà. Nel caso della crisi posta dal crollo del ponte Morandi, si tratta quindi non di accettare come ineluttabile la via che ci indicano dall’alto, ovvero ricostruire tutto come e più di prima, ma appunto scegliere se optare per quella possibilità oppure ripensare la città e la vita in essa in una maniera differente. Non esiste un’unica strada, un unico orizzonte, un’unica scelta. Se noi avessimo la capacità di riattivare quell’immaginazione che fa a pugni con la rassegnazione e che non accetta passivamente le mistificazioni della retorica e della propaganda ufficiali, ecco che allora potremmo veder riapparire davanti ai nostri occhi un’immagine dimenticata – attualmente sepolta in qualche cartolina sbiadita – di una Valpolcevera ricoperta di campi ed orti all’interno di una città che non avrebbe più bisogno di quel viadotto, bello o brutto solo nella diatriba di architetti e ingegneri. Utopia? Provocazione? Forse, sicuramente un altrove più gradevole e sensato da vivere che la situazione globale mondiale ci suggerisce in modo drammatico ed urgente.

    Leonardo Lippolis

  • Ex Manifattura Tabacchi, il futuro della struttura tra una ristrutturazione finita male e spazi vuoti

    Ex Manifattura Tabacchi, il futuro della struttura tra una ristrutturazione finita male e spazi vuoti

    Imponente, nei suoi 9300 mq, si affaccia su via Soliman e oggi è conosciuta come sede degli ambulatori della ASL, della biblioteca civica e del mercato rionale. In realtà, dietro alla struttura dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente, si nasconde un passato strettamente connesso allo sviluppo industriale del ponente genovese. Nella seconda metà dell’800, infatti, Sestri Ponente era conosciuta non solo per le industrie navi-meccaniche, ma anche per altre attività produttive legate alla lavorazione di pelli e del tabacco.

    È in questo contesto che la Manifattura Tabacchi ha visto la luce e dato lavoro a numerose persone, soprattutto alle donne sestresi. Negli anni di piena attività è riuscita a raggiungere i quattromila dipendenti, ma non senza trascinare con sé problemi di carattere sociale. Non sono mancati scioperi e proteste, soprattutto negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale, contro le dure condizioni di lavoro che impedivano la normale gestione famigliare. Nel 1912, l’istituzione della “nursery” ha rappresentato un traguardo importante, ma l’attività legata al tabacco non era destinata a durare per sempre.

    Oggi la struttura che un tempo ospitava la Manifattura Tabacchi, ha una funzione ben diversa da quella industriale, quindi presenta problematiche diverse che, sostanzialmente, sono due. Il primo salta all’occhio guardando l’edificio dall’esterno. La ristrutturazione, avvenuta nei primi anni del Duemila, non è andata come previsto e, dopo essere stata considerata zona a rischio dal Comune, nel 2016 sono stati installati dei ponteggi sulla facciata per salvaguardare il passaggio dei pedoni. Tuttavia il progetto per avviare una nuova ristrutturazione tarda ad arrivare, fino a oggi. Da febbraio 2018, infatti, la ditta Cafaro si sta occupando della corte esterna.

    Se si varca il cancello della struttura, invece, oltre all’intonaco cadente, si noterà la seconda problematica, cioè quella degli spazi vuoti. Infatti, buona parte del patrimonio, soprattutto per i locali commerciali, è ancora da assegnare. Per fare luce su questi problemi occorre andare alle loro radici, quindi rispolverare la storia della Manifattura Tabacchi per giungere alla situazione odierna.

    [quote]Cominciò una proficua attività che, con il tempo, arrivò a ospitare migliaia di dipendenti, tra cui le cosiddette “sigaraie”[/quote]

    Un passato di polemiche e divergenze

    Dalla ricerca storica, redatta da Marco Vecchi, infatti, si evince che la Manifattura Tabacchi è sempre stata oggetto di polemiche e divergenze scaturite dagli Enti coinvolti. Nel 1885, il Comune di Sestri Ponente decise di costruire nell’area di via Ugo Foscolo – la futura via Soliman – la struttura che avrebbe ospitato la Manifattura Tabacchi da affittare al Ministero delle Finanze. Il progetto, dell’ingegnere Giovanni Opisso, aveva l’aspetto di oggi, salvo la mancanza del corpo centrale del piano, e preventivava la spesa di 456.543 lire. I lavori terminarono nel 1886 e l’anno successivo il Comune di Sestri Ponente approvò il pagamento di 497.656 lire da parte dell’impresario Domenico Parodi. Da lì cominciò una proficua attività che, con il tempo, arrivò a ospitare migliaia di dipendenti, tra cui le cosiddette “sigaraie”. Nello stesso momento, però, cominciarono anche le divergenze che vedevano il Comune di Sestri Ponente contro l’Amministrazione della Manifattura e il Ministero delle Finanze. Il rapporto travagliato tra questi Enti era dovuto soprattutto allo stato dell’immobile nei primi decenni e alla sua valutazione. Successivamente i lavori continuarono, per mano degli impresari Nicolò Puppo e Gian Battista Carbone, e le modifiche attuate dal 1897 elevarono il valore a 673.675 lire.

    Il clima polemico tra Comune, Amministrazione e Ministero si assopì tra gli anni ‘20 e ‘30, quando l’edificio fu assegnato all’Ansaldo. Tuttavia, nel corso del tempo la produzione di Sestri Ponente nel settore è destinata a perdere di importanza, e il conseguente rallentamento dell’attività della Manifattura Tabacchi portò alla sua chiusura definitiva negli anni ‘70. Fino al 1994 rimase nelle mani dei Monopoli di Stato, ma tre anni più tardi fu ceduto a IACP, per 8 miliardi di lire, che oggi è conosciuta con il nome di ARTE.

    Oggi, fra i danni della ristrutturazione e gli spazi vuoti

    Negli anni avvenire la struttura è diventata sede della biblioteca, dell’ASL, del mercato e di alcune attività commerciali. L’ex manifattura tabacchi, però, oggi conta anche ben ottantadue appartamenti. Infatti, circa il 50% del patrimonio alloggi e locali appartiene ai privati. Su questi ultimi grava il peso economico di una ristrutturazione che ha portato con sé dei danni non da poco e non solo alla facciata esterna. Gli abitanti delle case, oltre a dover pagare il mutuo, devono anche fare i conti con la situazione attuale. Inoltre, c’è stato il rischio che l’intonaco cadente risultasse un serio pericolo per i pedoni.

    “Abbiamo avuto dei problemi all’inizio – hanno raccontato i dipendenti della Biblioteca Bruschi – perché avevamo il timore che i detriti potessero cedere e provocare dei feriti, soprattutto nei giorni di mercato. D’altronde questa è una zona molto frequentata”.

    Una zona che potrebbe essere ancora più frequentata, se non fosse per i locali che sembrano destinati a rimanere vuoti. Quelle poche attività commerciali che ci sono non sempre riescono a tirare avanti, infatti alcuni negozi hanno dovuto chiudere per essere rimpiazzati da altri. “Ora ci sono due paninerie, ma un tempo c’era anche un negozio biologico – hanno spiegato i bibliotecar i- Il problema per chi apre un’attività qui è che gli affitti sono troppo alti”.

    Un futuro per la facciata dell’ex manifattura tabacchi

    Il lato positivo è che almeno la corte esterna dell’ex manifattura tabacchi sta giungendo a una svolta. Dopo anni di attesa, nel febbraio 2018, i lavori di ristrutturazione sono stati affidati alla ditta Cafaro e ora si possono vedere attivi. “Dal momento in cui ci sono stati affidati i lavori –ha spiegato Antonio Cafaro a Era Superba – è stato fatto uno studio preventivo. Abbiamo trovato uno stato di conservazione pessimo che in parte mi aspettavo perché da terra si vedeva”.

    La prima intenzione è quella di fornire la struttura di un cappotto, cioè un rivestimento che sarà applicato sulla superficie degli intonaci per migliorarne le capacità termiche, in modo da diminuire i consumi. Verranno, poi, adoperati materiali di caratteristiche diverse, a seconda della stratigrafia e della posizione della muratura rispetto al terreno. Ad esempio, nella parte bassa sarà applicato un intonaco macroporoso, adatto per il risanamento delle murature umide. Inoltre è previsto un rinforzo con una resistenza agli urti, pensato anche in funzione del mercato.

    Il tutto ammonta a un costo di 980.000 euro circa. “Il giusto prezzo –ha sostenuto Cafaro- per una struttura di tale importanza storica”. I lavori resteranno attivi ancora per tutto il 2019 e il loro termine è previsto nella primavera del 2020, anno in cui, forse, chi abita o è di passaggio in via Soliman riuscirà finalmente a vedere una struttura priva di ponteggi o di intonaco cedente, almeno per quanto riguarda la facciata. Si spera che questa sia solo la prima delle tante svolte di cui necessiterebbe l’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente.

    Veronica Garreffa

     

  • San Lorenzo, 900 anni fa il papa consacra la cattedrale dei genovesi. Oggi in pochi lo ricordano

    San Lorenzo, 900 anni fa il papa consacra la cattedrale dei genovesi. Oggi in pochi lo ricordano

    10 ottobre 1118/10 ottobre 2018 – Forse non tutti sanno che, esattamente 900 anni fa ieri, la cattedrale di Genova veniva consacrata da papa Gelasio II. Nonostante l’impegno della curia – che, a eccezione di lodi e vespri solenni e d’una breve riflessione del canonico Poggi, rimanderà al 21 la solenne celebrazione -, il silenzio dei mezzi d’informazione (a esclusione d’un intervento meritorio del Museo Diocesano e all’attenzione de Il Cittadino: il settimanale diocesano) è, a dir poco, disarmante. Qualcosa che altrove sarebbe stato celebrato con convegni e simposi, restauri e pubblicazioni, oltre che con adeguati momenti di riflessione, qui da noi passa inosservato. E non è colpa del ponte.

    Non crediate che vi risolva la situazione in un articolo. A ogni modo, sappiate che la questione non fu affatto irenica come sovente ci è presentata. Sappiamo di come, verso la fine dell’XI secolo, fosse avviato un vero e proprio cantiere per ridare un volto a San Lorenzo, perseguito, con forza, dal nuovo ordine imposto alla città a seguito della vittoria del partito riformatore, guidato dal vescovo Airaldo. Ricordiamoci che, a Genova, passata la fase di opposizione interna dovuta alla permanenza sul soglio vescovile, per oltre cinquant’anni, d’una serie di vescovi filo-imperiali, a partire dal 1099 si sarebbe palesata una singolare alleanza tra la Chiesa locale e l’élite militare ed economico-commerciale che avrebbe espresso, a prezzo di ripetute sperimentazioni, l’autogoverno per i decenni a venire. I primi regimi consolari a noi noti si affermano, infatti, nell’ambito dello schieramento riformatore, in concomitanza con l’elezione di Airaldo, nel 1097. L’annalista Caffaro ne lega l’operato al patto della «compagna»: un’associazione di carattere temporaneo e volontario, sorta – non è certo se per la prima volta – in occasione della partecipazione alla crociata: espressione del rinnovamento ecclesiastico operato dal papato.

    Ebbene: il 10 ottobre del 1118, papa Gelasio II consacrò l’altare e l’«oratorium» della nuova chiesa, quando ancora i lavori non erano terminati. Già prima di allora si ha notizia della riunione in essa del «parlamentum»: la grande assemblea degli «habitatores Ianue», che dovette avvenire o in una porzione della chiesa alto-medievale ancora in piedi o in uno spazio già abbastanza acconcio. Airaldo risulta, ormai, morto. E’ il vescovo Ottone a presenziare, assieme ad Aldo, vescovo di Piacenza, a Landolfo, vescovo di Asti e ad Azzone, vescovo di Acqui. Al contempo, il papa rinnovava una speciale indulgenza, ritrovata – leggiamo – nel messale del suo predecessore, che concedeva il perdono dei peccati a coloro che erano stati sepolti nel cimitero della chiesa o che lo sarebbero stati in futuro. Airaldo era ricordato come «pater» della chiesa genovese; di lui si aggiungeva che aveva donato, a rimedio della propria anima e di quella del proprio parentado, la chiesa di san Marco al molo ai canonici della cattedrale.

    San Lorenzo, pozzangheraIl papa veniva da Pisa, dove aveva compiuto il medesimo gesto. Era diretto in Francia. Era stato costretto a lasciare Roma a causa della pressione della fazione guidata dai Frangipane, sostenitrice dell’imperatore Enrico V, che intendeva imporre il proprio controllo sulla nomina delle gerarchie ecclesiastiche nei territori a lui sottoposti. Giunto a Roma il 2 marzo del 1118, Enrico aveva tentato di farsi incoronare in San Pietro. Gelasio – che già qualche tempo prima aveva conosciuto la prigionia – gli aveva opposto un netto rifiuto, cui l’imperatore aveva risposto sostenendo l’elezione di Burdino, arcivescovo di Braga, che aveva assunto il significativo nome di Gregorio VIII, teso a smorzare quella tradizione riformatrice che montava, per l’appunto, a Gregorio VII. Per ben due volte, il papa era stato costretto a lasciare Roma, salvo potervi rientrare per breve tempo sotto protezione normanna, sino a che, il 2 settembre, s’era risolto a prendere il mare per recarsi in Francia. Lungo il traggito si fermò a Pisa; quindi, a Genova, procedendo alla consacrazione delle rispettive sedi. Ciò rispondeva alla necessità di cercare alleati da contrapporre al papa rivale. Le due città si trovarono, dunque, per un momento, dalla stessa parte, benché la lotta per il controllo della Corsica e delle sue diocesi fosse entrata nel vivo. Gelasio giunse a Marsiglia in ottobre. Qui avrebbe probabilmente convocato un concilio se la morte non lo avesse colto. Era il 29 gennaio del 1119. Gli accordi di Worms sarebbero stati siglati solamente nel 1122.

    A Genova, così come a Pisa, il papa era stato accolto in maniera trionfale. Attorno alla cattedrale s’era stretta l’intera cittadinanza. Si trattava della principale fabbrica della città, che, assieme alla canonica e al palazzo vescovile – poi, arcivescovile -, avrebbe ospitato per parecchio tempo le sedi del potere pubblico. Chi aveva e avrebbe finanziato la sua ricostruzione? Iacopo da Varagine, vissuto alla fine del Duecento, ha pochi dubbi: «Credimus autem quod opus tam sumptuosum et nobile ecclesie Sancti Laurentii fecit commune Ianue et non persona aliqua specialis». Non i privati, dunque, ma il «commune Ianue»: la «communitas». Potremmo dire, con qualche cautela, il potere pubblico. Non è un caso se la Chiesa genovese fosse ritenuta, a lungo, il principale soggetto giuridico cui indirizzare i privilegi ottenuti nel Mediterraneo. Ancora nel 1137, il presule – dal 1133, arcivescovo – poteva agire politicamente in assenza dei consoli. Per lungo tempo, la fabbrica della cattedrale avrebbe incamerato, dunque, dazi e decime sul commercio, oltre al 10% delle imposte dei lasciti testamentari, diventando, a tutti gli effetti, un affare dei cittadini. Forse è bene che ce lo ricordiamo.

    Antonio Musarra

  • Ponte Morandi, siamo noi le macerie. Genova non si rialzerà

    Ponte Morandi, siamo noi le macerie. Genova non si rialzerà

    Come un mantra, fin dai primi istanti post crollo, l’idea che Genova sarebbe stata capace di rialzarsi è stata proposta, ripetuta e imposta costantemente. Una sorta di ipnosi collettiva, le cui radici traumatiche ne hanno blindato l’opportunità e la credibilità. In molti hanno cavalcato o si sono rifugiati, più o meno consciamente, in un orgoglio posticcio innestato su di un’identità cittadina che non esiste. O che, per lo meno, non esiste più.

    A quasi due mesi dai fatti, interiorizzato il lutto, esaurito il teatro della tragedia, la polvere ha iniziato a posarsi sulle macerie, rivelando lo scenario che ci circonda: questa volta Genova non si rialzerà.

    Responsabilità e drammaturgia

    Giù il ponte, su il sipario. Una delle più evidenti differenze con altre catastrofi contemporanee è stata la spettacolarizzazione della tragedia: mentre la comunità internazionale s’interrogava su come poteva essere possibile che in Italia, saldamente tra le fila del primo mondo, in una delle sue città tra le più grandi e importanti a livello economico e culturale, un siffatto ponte potesse crollare su se stesso, le istituzioni locali e centrali mettevano in scena il teatro del dramma. Slogan e chiacchiericcio, alla faccia degli appelli al silenzio (leggi pensiero unico), il cui apice è stato l’evento a De Ferrari ad un mese dalla tragedia, dove il dolore di una città è stato brandizzato e messo su di un palco: prima l’enfatizzazione e la commozione “recitata” per le vittime (tutte, senza ritegno e rispetto per chi aveva scelto di non essere messo nella parte per i precedenti funerali di stato), poi la celebrazione trasversalmente condivisibile e indiscutibile per chi nella tragedia ci ha messo le mani, gli eroi, alla quale si è agganciata la sfilata dei rappresentanti politici delle istituzioni, che hanno celebrato quanto fatto, sventolando decreti e provando a corresponsabilizzare la platea: “Io ve lo giuro, e voi lo giurate con me, che questa città riavrà il suo ponte – ha gridato il governatore Toti dal palco – ricostruiremo un ponte bellissimo e ci passeremo sopra insieme”.

    Il giuramento dell’ovvio. Come ovvi e dovuti dovrebbero essere i provvedimenti messi in atto nel post tragedia, dalle case agli sfollati agli interventi sul trasporto pubblico, dagli aiuti economici e fiscali alla viabilità. Ci sarebbe da stupirsi del contrario: questo dovrebbe essere considerato il minimo per uno Stato, corresponsabile di questa tragedia, essendo “proprietario” dell’infrastruttura e responsabile della salute pubblica delle persone che almeno sulla carta rappresenta, in base al patto sociale fondativo delle istituzioni stesse.

    [quote]si è giocato al ribasso, economicamente e politicamente, e ci si è lasciati precedere da quel “prima o poi succede”, che talvolta succede veramente[/quote]

    Responsabilità a tutti i livelli. Se giuridicamente esistono diverse ricadute, la responsabilità morale e politica della classe dirigente locale e nazionale, degli ultimi decenni fino ad oggi, non può essere dimenticata. Il ponte era sotto gli occhi e piedi di tutti, e tutti sapevano che c’erano dei problemi. Gli strumenti per “alzare la mano” e fare qualcosa, o pretendere qualcosa, c’erano: sono molteplici gli organismi inter-giurisdizionali che da anni si riuniscono per discutere di sicurezza, infrastrutture e lavori. Con tecnici dello Stato, di Regione Liguria e di Comune di Genova. Certo, chi si sarebbe preso la responsabilità politica (ed economica) di far chiudere un ponte che oltre al traffico autostradale faceva da tangenziale e da collegamento tra le due parti del porto? L’accelerazione dei lavori della viabilità a mare degli ultimi anni, con la Guido Rossa inaugurata nel 2015 e i lavori per il nuovo Lungomare Canepa iniziati nel 2016 con i primi interventi a San Benigno, e i primi progetti di riorganizzazione dei caselli autostradali post Gronda che prevedevano Genova Aeroporto con casello di testa, scoraggiando l’utilizzo dell’ultimo tratto della A10, ponte compreso, possono forse essere letti come una volontà di predisporre una alternativa al “grande malato”. Ma, nel caso, si è giocato al ribasso, economicamente e politicamente, e ci si è lasciati precedere da quel “prima o poi succede”, che talvolta succede veramente. Inaccettabile.

    Briciole e priorità

    Questa drammaturgia di facciata ha trovato il suo epilogo nelle briciole del decreto legge emanato dopo una gestazione tormentata dal governo giallo-verde, che per settimane ha dialogato con le giunte azzurro-verdi di Regione e Comune; un documento, da subito orfano, che ha saputo scontentare tutti e che ha messo nero su bianco come nulla, nei fatti, fosse cambiato. Non solo per la quantità delle risorse messe sul tavolo, ma, e soprattutto, per la provenienza delle stesse: tutte le coperture derivano da fondi già di comparto, non un euro è stato spostato da altre voci di bilancio. Anzi, i milioni che arriveranno a Genova saranno tolti ad altre città.

    Dei 290 milioni messi a bilancio dal decreto, solo 108 sono “freschi”, cioè realmente aggiunti sul piatto, mentre i rimanenti derivano da una sospensione fiscale. E poco importa se queste cifre cresceranno di qualche decina di milioni, anche fossero i 140 milioni indicati da Bucci: la natura esclusivamente risarcitoria del provvedimento servirà a poco per una vallata, e per una città, che il 13 agosto era già in profonda crisi. Economica, culturale e sociale.

    Evidentemente le priorità della politica sono altre: nel 2018 la spesa italiana della difesa aumenterà quasi del 10% arrivando a 25 miliardi all’anno, cioè 185 volte il “Decreto Genova”, che vale più o meno come un chilometro di Terzo Valico, giusto per avere delle proporzioni. Genova, come molti altri territori del nostro paese, dovrebbe essere sommersa da una valanga di investimenti per la messa in sicurezza del territorio, per la riconversione degli spazi urbani, per la manutenzione del costruito, per la diversificazione dell’economia, per la creazione di un benessere condiviso e di una giustizia sociale che possa garantire una vita degna, sana e libera a tutti.

    E poi il pasticcio del Commissario: con ogni evidenza, viste le tempistiche e la genesi sofferta, la nomina del sindaco a commissario per la ricostruzione è una nomina di compromesso politico, e come tale per nulla rassicurante. L’istituto stesso della figura commissariale, normato dalla legge 400 del 1988, nacque dalla resa delle istituzioni di fronte ai meccanismi amministrativi dello stato stesso, che in emergenza vanno in tilt: un escamotage la cui ratio fu proprio quella di sottrarre ai labirinti politici le situazioni di urgenza; tornare ad una nomina politica, quindi, completa il giro del fallimento delle istituzioni: Genova oggi avrebbe bisogno di un sindaco a tempo pieno e di un commissario a tempo pieno, non di un accentramento di responsabilità, e quindi di un imbuto, che durerà anni, per riportarci, forse, all’assetto del 13 agosto. Anni che saranno inoltre caratterizzati da una campagna elettorale permanente, che non si farà scrupoli di strumentalizzare il dramma genovese, da una parte e dall’altra: europee nel 2019, elezioni regionali nel 2020 e forse la rincorsa per le prossime amministrative del 2022. Buona fortuna e buon lavoro, prepariamoci.

    Accelerazione della storia

    Ma se Genova non si rialzerà, sarà soprattutto per la mancata reazione della comunità genovese. Dopo il crollo di un ponte, anzi del Ponte, la prima manifestazione di protesta è arrivata a 55 giorni dai fatti, portando in piazza poco più di tremila persone, a fronte delle decine di migliaia che ogni giorno, dal 14 agosto, subiscono sulla loro pelle tutto il dramma di una città sospesa, sprofondata. Troppo poco, per non preoccuparsi.

     

    [quote]Un ponte ha un destino binario: o sta su, o sta giù. Il Morandi è andato giù, e tutti sappiamo che poteva andare peggio nella conta dei morti, molto peggio.[/quote]

    Un corpo che attaccato da agenti patogeni sviluppa febbre, è un corpo sano, che, seppur infetto, funziona; viceversa una risposta apiretica deve destare allarme. Un ponte ha un destino binario: o sta su, o sta giù. Il Morandi è andato giù, e tutti sappiamo che poteva andare peggio nella conta dei morti, molto peggio. Potevano esserci mariti, mogli, figli, parenti, colleghi, amici di tutti noi lì sopra, e lì sotto. I genovesi non si sono arrabbiati per questo, e Genova è rimasta li a giacere nelle sue macerie tristi.

    Dopo quasi due mesi alcune parti della comunità “stanno perdendo la pazienza”, a fronte di una viabilità impazzita, di presidi sanitari persi, di mancata chiarezza. Ma la pazienza doveva finire il 14 agosto alle 11,36, quando il fallimento politico e istituzionale della gestione del territorio si è palesato nella maniera più evidente. Cosa di peggio deve succedere per far salire la febbre? Genova non si è mai fermata, ma avrebbe dovuto farlo, subito.

    Il crollo di Ponte Morandi, e la reazione politico-istituzionale ad esso conseguente è solo una accelerazione della Storia, la cui direzione è nota. E il fatto che non esistano movimenti, qualsivoglia parti politiche, o anche sindacati (forse troppo occupati oggi a difendere un modello economico fallimentare) che sappiano condensare una alternativa, lasciando abbandonati a se stessi gli individui, è spaventoso. Le macerie siamo noi: la polvere si è posata, e al di là del ponte non c’è più nessuno.

     

    Nicola Giordanella

  • La “buffer zone” di via Prè: i vincoli Unesco potrebbero fermare le demolizioni della “rigenerazione sensibile”

    La “buffer zone” di via Prè: i vincoli Unesco potrebbero fermare le demolizioni della “rigenerazione sensibile”

    Le “Pre-visioni” per via Prè potrebbero avere vita più difficile del previsto. Il progetto di riqualificazione del “ghetto”, infatti, deve scontrarsi con la realtà dei vincoli Unesco: i Rolli, hanno infatti una zona cuscinetto, la buffer zone, che include tutta l’area compresa dal progetto presentato nei giorni scorsi dagli assessori della giunta Bucci.

    L’informazione emerge analizzando la documentazione sul sito del World Heritage Convention dell’Unesco, il sito web che raccoglie dati e schede delle centinaia di siti che possono fregiarsi di questo riconoscimento. Che non è solo un premio, ma uno strumento di difesa dei patrimoni della collettività mondiale.

    Per questo motivo i regolamenti alla base dell’organizzazione hanno inteso i siti della lista come “immersi” in un contesto che li caratterizza e protegge. Questa area è stata definita “Buffer Zone”, cioè una zona cuscinetto da tutelare e curare, per mantenere inalterato il pregio dell’Heritage di turno.

    Nel caso genovese, come evidente dalla mappa consultabile sulla scheda del “Le Strade Nuove and the system of the Palazzi dei Rolli”, praticamente tutto il centro storico è area cuscinetto del nostro patrimonio Unesco. Fatto che peraltro da anni ci fa vantare orgogliosamente anche sulla cartellonistica stradale della nostra città e attraverso la comunicazione turistica.

    [quote]Un “dettaglio” che non viene preso in considerazione dalla documentazione che ha accompagnato il progetto presentato nei giorni scorsi alla città[/quote]

    I 14 criteri che definiscono le minacce per una zona considerata patrimonio comprendono molti “spunti” urbanistici presentati in questi giorni dal progetto di riqualificazione della zona intorno a via Prè: demolizioni, cambio della sky- line, sviluppo commerciale, aumento forzato delle presenze umane, cambio dell’identità dei luogi, stravolgimento dei flussi di persone in entrata e uscita, “interpretazioni turistiche inappropriate”, e molto altro. Il rischio è quello di far perdere i presupposti che rendono il Sistema dei Rolli il tesoro che è, che risulta strutturale alla cornice in cui è incastonato. Con riconoscimento internazionale annesso.

    Un “dettaglio” che non viene preso in considerazione dalla documentazione che ha accompagnato il progetto presentato nei giorni scorsi alla città: Pre-visioni è stato definito un progetto pilota ma appare scricchiolare fortemente come anche tutta la linea politica della riqualificazione turistico-commerciale del centro storico proposto in questi mesi dalla giunta Bucci, decisamente orientata sull’intervento massiccio per dare una “nuova vita” alla nostra città. Una città diversa.

    Nicola Giordanella

    (Articolo pubblicato su Genova24.it)

  • Compravendite immobiliari, crollano le richieste da fuori Genova. L“Effetto Bucci” (ancora) non è arrivato

    Compravendite immobiliari, crollano le richieste da fuori Genova. L“Effetto Bucci” (ancora) non è arrivato

    Il mercato immobiliare genovese, dopo una periodo di stallo, ha ripreso a muoversi: il 2017 chiude con un incremento del +3,3%, sostenuto però dalla domanda interna. Sempre meno sono, infatti, gli acquisti di case da parte di non genovesi, un trend che si “scontra” con le previsioni della giunta Bucci che aveva lanciato un aumento di 100 mila abitanti entro i 5 anni di mandato.

    I dati arrivano da una ricerca dell’osservatorio dell’italiana Tecnocasa, una delle più grandi agenzie immobiliari d’Europa: secondo i dati raccolti, nel 2017 a Genova sono state acquistate 6.838 unità immobiliari, ma la percentuale di compratori da fuori provincia è sceso al 2,1% nel secondo semestre dell’anno scorso, rispetto al 6,7 dello stesso periodo del 2016 (nel 2015 la percentuale era 6,3%). In termini assoluti parliamo di 143 acquisti “esterni” nel 2017, contro i 443 del 2016. Una diminuzione del 68%.

    [quote]…l’idea (e il progetto elettorale) di riportare a far crescere la popolazione genovese, grazie anche ai nuovi arrivi da fuori, al momento sembra essere più complicata del previsto[/quote]

    Un dato, quello degli acquirenti in arrivo da altre città che pone Genova ultima nella classifica delle 10 città metropolitane del paese per “appetibilità immobiliare-migratoria”. Milano e Firenze dominano la top ten con, rispettivamente, il 14% e 13%, in leggero aumento rispetto agli anni scorsi

    I dati toccano solo i primi sei mesi della giunta Bucci, ma consentono comunque una considerazione: l’idea (e il progetto elettorale) di riportare a far crescere la popolazione genovese, grazie anche ai nuovi arrivi da fuori, al momento sembra essere più complicata del previsto. Insomma, “l’Effetto Bucci” non è (ancora) arrivato sul mercato immobiliare.

    Nicola Giordanella

    (Articolo pubblicato su Genova24.it)

  • Scivolo, pelle bianca e decoro, il degrado lo abbiamo nella testa

    Scivolo, pelle bianca e decoro, il degrado lo abbiamo nella testa

    Le immagini di sabato scorso galleggeranno per molto tempo nelle acque inquiete della memoria contemporanea di Genova: migliaia di persone in coda ore per compiere il rituale collettivo di partecipare ad un evento unico e forse irripetibile. Poco importa se di per sé il tutto non era all’altezza delle aspettative, la cosa che ha funzionato egregiamente è stato lo “specchietto”. E questo evidentemente bastava.

    L’evento pop ha riempito Genova, dissociandola da se stessa, o per lo meno con una parte di città che da anni si riempie la testa e la bocca di parole come decoro, lotta al degrado, ordine e pulizia. Perché quello che si è visto in piazza sabato era la cosa più lontana dal decoro nel comune senso “social” del termine.

    Gente ammassata sotto il sole, organizzatori che svuotano bottigliette d’acqua sulla testa di bambini assolati, decine di svenimenti. E poi gente che fa il bagno nel fontanone, bidoni stracarichi di spazzatura, resti di cibo ovunque, e ovunque persone che bivaccano. Senza dimenticare il rumore fino a tarda notte, i cori, l’alcool che scorreva a fiumi, grazie anche alla sospensione ad hoc dell’ordinanza. Insomma materiale che in altre circostanze riempirebbe le bacheche di gruppi social e i consigli comunali.

    Ma l’evento di per sé ha messo in moto meccanismi “normali”, per la dimensione che ha assunto, come molti altri eventi del genere: certo, l’organizzazione era tutt’altro che perfetta, e soprattutto l’attrazione principale, cioè lo scivolone, era un “pacco colossale”, visto che dei 340 metri di percorso, solo i primi 30 metri erano “scivolabili”, poi tutti a piedi. Se si va ad un qualunque concerto di una certa dimensione, ad una sagra, una notte bianca si vedono le stesse dinamiche. Nulla di nuovo.

    [quote]E quindi dove sta il problema? Nella testa dei genovesi e nei colori delle cose. E anche nel valore economico, o meglio, nel volume “del grano” degli attori in commedia. Il “barbone” che si lava nella fontanella è degrado, gli idranti a De Ferrari per rinfrescare la folla è divertimento e marketing territoriale[/quote]

    E quindi dove sta il problema? Nella testa dei genovesi e nei colori delle cose. E anche nel valore economico, o meglio, nel volume “del grano” degli attori in commedia. Il “barbone” che si lava nella fontanella è degrado, gli idranti a De Ferrari per rinfrescare la folla è divertimento e marketing territoriale. Il povero fa brutto, e lo straniero dalla pelle scura pure (e spesso le cose vanno insieme), il popolo in coda per il “circo” offerto sua grazia dal mega sponsor di turno fa “finalmente succede qualcosa a Genova”.

    Vero, a Genova sta sicuramente succedendo qualcosa, ed è la distrazione epigenetica dei genovesi: in nome della difesa di una città certamente in difficoltà, meccanismi e valori direttamente collegabili al razzismo e alla discriminazione sono diventati pane quotidiano del dibattito pubblico, travisati come soluzione per una realtà avvilente per molti.

    Il problema è che è sbagliato l’obiettivo: mentre mettiamo i dissuasori anti seduta, come si fa con i piccioni, i “soliti noti” si spartiscono gli spazi produttivi della nostra città, facendo cadere la giusta quantità di briciole per giustificare le necessità pubblica di scelte la cui finalità non è il benessere di lungo periodo della città. Ma il loro, come ovvio che sia, e come è sempre stato.

    In questo la discontinuità politica non si vede affatto. Lo scivolo culturale ed economico su cui è Genova funziona benissimo. L’atterraggio non sarà morbido.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

  • Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Lo scorso 23 giugno è stato pubblicato il primo report di Goletta Verde 2018, la nave di Legambiente che monitora l’inquinamento dei mari sulle coste italiane. Il risultato delle Liguria, da cui il report “navigante” è partito, è stato quanto meno deludente: su 23 test effettuati, 14 hanno dato il responso di un mare inquinato o molto inquinato.

    Un dato che potrebbe stupire, forse: lo scorso maggio, infatti, sono stati pubblicati i verdetti del programma sulla sostenibilità delle spiagge turistiche “Bandiera Blu”, che ha incoronato la Liguria come regina delle spiagge italiane con ben 27 località “fregiate”, anche quest’anno, dell’ambito vessillo. Alcune di queste località, però, compaiono nella black list di Goletta Verde: i conti non tornano. O meglio, tornano, ma non per il mare.

    Verdetti contrapposti

    Partiamo da Genova. Secondo le campionature di Legambiente, risultano fortemente inquinate le acque di Nervi, Recco, Chiavari e Lavagna. In queste due ultime località il problema sta nella foce dell’Entella, risultato inquinato con residui fecali bel oltre la soglia limite. Ma proprio due spiagge a levante e ponente del fiume sono state fregiate della Bandiera Blu: parliamo del Lungomare di Lavagna e della Zona Scogli di Chiavari, separate dalla foce dell’Entella da poche decine di metri e dai due porti turistici. Abbastanza per “depurare” le acque?

    Savona non se la passa troppo meglio. Per Goletta Verde sono due le località da “bollino rosso”: Pietra Ligure e Ceriale, di cui questa seconda premiata con la Bandiera Blu. Nel primo caso è il torrente Maremola, nel centro del litorale di Pietra Ligure, a risultare fortemente inquinato, mentre nel secondo caso Goletta Verde segnala lo sbocco del canale di Lungomare Diaz 161, nel centro esatto della costa, tra stabilimenti e spiagge.

    A Imperia male Diano Marina, Ospedaletti, Ventimiglia e Arma di Taggia. In quest’ultima località è la foce del torrente Argentina ad essere portatrice di abbondanti residui intestinali, ma anche Arma di Taggia ha la sua Bandiera Blu.

    Infine la provincia di La Spezia. Tre le località fortemente inquinate: Monterosso e Riomaggiore nelle Cinque Terre, e Lerici. Per quest’ultima allarme per la spiaggia conosciuta come Venere Azzurra, contaminata dalla foce del canale ivi presente; ma anche qua sventola anche per quest’anno la Bandiera Blu.

    Punti di vista

    Ma da dove nasce questa incongruenza, verificatasi in questi cinque casi? Le ragioni forse le possiamo trovare sia nell’approccio alla materia, sia nei soggetti coinvolti nel giudizio. Legambiente, con il suo progetto Goletta Verde, punta ad evidenziare situazioni critiche legate alla “maladepurazione” o al “vizietto” degli scarichi abusivi. Si muove seguendo le segnalazioni raccolte durante l’anno dai circoli territoriali o da cittadini. Come da normativa “il punto di monitoraggio è fi­ssato dove si prevede il maggior flusso di bagnanti o il rischio più elevato di inquinamento in base al pro­lo delle acque di balneazione”, rifacendosi ai limiti di fissati dalle normative europee del 2006, recepite dall’ordinamento italiano nel 2010.

    [quote]ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”[/quote]

    Il progetto Bandiera Blu, invece, ha un approccio più allargato: la finalità è, infatti, quella di “promuovere nei Comuni rivieraschi una conduzione sostenibile del territorio attraverso una serie di indicazioni che mettono alla base delle scelte politiche, l’attenzione e la cura per l’ambiente”. In altre parole sostenibilità della balneazione, progetti educativi, gestione corretta dei rifiuti, servizi, sicurezza ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”. Ma tutte queste cinque spiagge liguri Goletta Verde 2017 aveva evidenziato forti livelli di inquinamento, come quest’anno.

    Per partecipare alla eventuale distribuzione degli ambiti vessilli, i soggetti interessati devono presentare una autocandidatura, rispondendo ad un questionario in 12 punti oggetto poi di valutazione. Sono gli stessi “richiedenti” a fornire quindi i dati, dovendone poi rispondere in caso di verifica.

    Ma chi valuta le candidature? Stando a quanto riporto il sito web del programma la giuria è composta, tra gli altri, anche da un coordinamento degli Assessorati al Turismo delle Regioni, e i sindacati dei Balneari. Risulta quindi evidente l’attitudine promozionale della “Bandiera Blu”, visto che tra chi “esamina” ci sono anche gli “esaminandi”. Tra partner inoltre figurano Associazione Nazionale Comuni Italiani e la Federazione Italiana Imprese Balneari.

    Blu, verde, marrone

    Se “Bandiera Blu” ha una connotazione più promozionale, quindi, Goletta Verde vuole mettere in evidenza problemi alla gestione delle acque nere: depurazione insufficiente e difettosa, scarichi abusivi, sversamenti. La palla come al solito poi passa alla politica, che dovrebbe tarare le proprie priorità nell’amministrare un territorio in base alle necessità vere; sicuramente investire soldi pubblici in depuratori può essere difficile, come difficile potrebbe risultare combattere gli abusivismi edilizi e idraulici. Sicuramente è più facile far garrire una bandiera dietro la quale nascondere i problemi, e lasciare galleggiare cittadini e turisti in un mare “marrone”.

     

    Nicola Giordanella

     

     

     

  • Fuochi d’artificio per la Msc Seaview, ma per Genova c’è poco da festeggiare

    Fuochi d’artificio per la Msc Seaview, ma per Genova c’è poco da festeggiare

    Sabato scorso si è celebrato in pompa magna il battesimo della Seaview, la mega nave da crociera Msc, la più grande mai costruita in Italia. Genova è stata scelta come una delle basi di questo gigante dei mari, e ne ha fatto da cornice per il “debutto” in società. Nello stesso giorno è stato definito l’accordo per Calata Bettolo, il nuovo terminal container che sarà realizzato nella zona portuale di Sampierdarena.

    In apparenza due buone notizie, ma alcuni dettagli rivelano come il tanto fumo nasconda il poco arrosto, e soprattutto una “visione” di lungo periodo del Porto di Genova forse non così tanto da “fuochi d’artificio”.

    Ginevra non è in Italia

    L’operazione Seaview è stata presentata come una questione di “orgoglio italiano” e, in subordine, “orgoglio genovese”. Ma nei numeri lo è solo a metà, e forse neanche. Con 800 milioni di investimenti, ha portato dieci milioni di ore/uomo di lavoro per Fincantieri, allo stabilimento di Monfalcone, Gorizia, diventata la capitale della cantieristica italiana. Va ricordato poi che Msc Crociere ha sede in Svizzera e le sue navi battono bandiera maltese, Seaview compresa. Inizialmente fondata a Napoli, infatti, nel 1988 acquisisce la Flotta Lauro e sposta la sua sede a Ginevra. Una scelta strategica che consente di sfruttare regimi fiscali più favorevoli. Il tricolore, inoltre, non sventola sulle navi Msc: dopo Panama, dal 2016 le nuove navi varate dalla compagnia battono bandiera di Malta, una delle 28 nazioni dichiarate bandiere di comodo dalla Federazione Internazionale dei Lavoratori del Trasporto. Anche in questo caso una scelta che rimane in linea con la volontà di accedere a registri navali agili e meno dispendiosi. Tutto lecito, senza dubbio, ma sicuramente poco “italiano”, tanto meno “genovese”.

    [quote]ma l’impatto sull’economia cittadina, che senz’altro esiste, non è facilmente quantificabile. E, soprattutto, qualificabile[/quote]

    Foto di Paolo Zeggio

    Visto che le entrate tributarie e i canoni demaniali del Porto di Genova sono gestiti da Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale (94 milioni di ricavi tra Genova e Savona), i guadagni diretti per Genova e i genovesi di questa operazione dipenderanno da quanto i turisti spenderanno in città. Stando ai dati della AdSP sono circa 1,7 milioni le persone che ogni anno arrivano in città su una nave da crociera, ma l’impatto sull’economia cittadina, che senz’altro esiste, non è facilmente quantificabile. E, soprattutto, qualificabile: dove, come e perché spendono i propri soldi i turisti è materia di argomentazione politica, e in questo conto l’attrattività dei grandi poli di commercio “outlet” fuori città è un fattore non trascurabile.

    Calata Bettolo, più traffico, meno lavoro

    Come dicevamo la giornata di festa è stata arricchita dall’accordo per Calata Bettolo, “preteso” dal governatore di Regione Liguria Giovanni Toti. Dopo 15 anni di trattative il Consorzio Calata Bettolo, il cui 65% è controllato da Msc, godrà di una concessione di 33 anni: il nuovo terminal, realizzato dal riempimento tra Ponte Rubattino e Calata Canzio, e che sarà operativo nel 2022, dovrebbe garantire 400 mila Teu in più all’anno, secondo il progetto pubblicato sul sito web di Regione Liguria.  Inoltre sarà predisposto per “ospitare” navi lunghe fino a 330 metri con un pescaggio da 15 metri. Ma, c’è un “però”: il terminal sarà costruito con i più moderni sistemi di automazione portuale, con sempre meno necessità di forza lavoro “umana”.

    [quote]Il lavoro per gli uomini si ridurrà inevitabilmente”. Più traffici, quindi, ma meno lavoro. Ergo, meno “soldi” per i genovesi che ci lavorano.[/quote]

    Un particolare da non sottovalutare e che fa il paio con quanto sta per “piovere” a ponente: Gilberto Danesi, amministratore delegato del terminal container Psa Voltri-Prà, lo scorso 24 gennaio durante un convegno dedicato ha dichiarato che anche lì si stapuntando decisamente verso l’automazione dei piazzali, che è l’unico modo per aumentare la produttività e provare a competere davvero con i porti del Nord Europa“. Certo, ammette Danesi, l’automazione ha delle conseguenze: “Il lavoro per gli uomini si ridurrà inevitabilmente”. Più traffici, quindi, ma meno lavoro. Ergo, meno “soldi” per i genovesi che ci lavorano.

    Un modello, quello dell’automazione, che nei porti d’Europa è già in fase attuativa da diversi anni. Questo “dettaglio” incrina per sempre l’assioma che lega lo sviluppo portuale del trasporto contenitori alla crescita del lavoro. Non è più così, e Genova rischia di “vincere” il ruolo del “casellante”, vedendo solamente passare merci e soldi. E “arrivederci”.

    Lotta impari

    Questi dati dovrebbero entrare a pieno titolo nel dibattito pubblico e politico sullo sviluppo della portualità genovese, e sugli investimenti infrastrutturali in corso e programmati: quale sarà il guadagno reale per Genova e i genovesi di una rincorsa perenne ai grandi del Nord (per non parlare dei giganti dell’Est)?

    Sempre che questa rincorsa sia realistica e giocata “ad armi pari”. La stessa Msc, che detiene il 49% di Messina Shipping, ha una posizione “ambigua” per il nostro porto: ad Anversa, il secondo porto più “grande” d’Europa per movimentazione container, la società svizzera movimenta 5 milioni di Teu all’anno (la metà di tutto il traffico di quel porto), e controlla terminal sparsi ovunque nel mondo, tra cui Gioia Tauro e Trieste, dove sta investendo in infrastrutture e collegamenti (anche per il mercato crocieristico). Tutti in concorrenza con il Porto di Genova, secondo la “narrazione” della classe dirigente nostrana. Perché Msc dovrebbe favorire Genova a scapito di altri? Domanda retorica: come normale che sia gestirà il tutto seguendo una propria convenienza di mercato. Non potrebbe essere diversamente.

    [quote]Checché se ne dica, ancora una volta, la Superba subisce le scelte di altri, prese in altri posti.[/quote]

    Nel 2019 sarà operativo il nuovo terminal container di Vado Ligure, controllato dai cinesi, i quali stanno investendo da anni nell’alto adriatico, dopo aver “comprato” il Pireo, seguendo il mega progetto della Nuova via della Seta “One Belt, One Road”, che per Genova pare non prevedere un grande ruolo. Checché se ne dica, ancora una volta, la Superba subisce le scelte di altri, prese in altri posti.

    Un piano B?

    Genova su turismo e trasporto marittimo è in ritardo. Da anni. E da anni sta provando a inseguire modelli che altri stanno abbandonando, per quanto riguarda il turismo di massa, o che sono irraggiungibili, per quanto riguarda lo spietato mercato globale del trasporto merci. Ma forse questo potrebbe essere un punto di forza e di vantaggio per pensare ad un piano B che riscriva il futuro della città. Il rischio oggi è quello di salire su di un treno che va un pochino più veloce ma da nessuna parte.

     

    Nicola Giordanella

  • Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Autore Bbruno

    Le isole hanno innegabilmente un fascino speciale, ed i loro abitanti godono da sempre di una sorta di immunità, quasi fossero perennemente incolpevoli per un mondo che non hanno contribuito a cambiare, e del quale non si sentono responsabili.

    A Genova non ci sono isole, ma il quartiere di Albaro fin dai tempi più remoti è sempre stato una sorta di separato in casa per una città un tempo stretta fra porto e mura ed ora allungata sulle due riviere, dove ha superato insenature e colline mantenendo però enormi differenze fra una zona e l’altra, quasi ci fosse un arcipelago sparso casualmente sul territorio.

    Le radici dell’isola

    Per cercare di comprendere il dorato isolamento di Albaro occorre però fare un salto, anzi farne parecchi indietro nel tempo, fino alla cosiddetta “quarta repubblica” con il primo doge eletto a vita, Simon Boccanegra. A quel tempo il nucleo di Genova era molto più piccolo di quello che oggi noi chiamiamo centro, poiché ad est il fiume Bisagno tagliava in due la pianura agricola mentre la collina di San Benigno chiudeva la città a ponente, separandola nettamente dalla Val Polcevera.

    I genovesi, per quanto conosciuti come mercanti e naviganti, vivevano anche, e forse soprattutto, di agricoltura. Alcuni testi riportano come, nel 1243 e nel 1284, pur nell’imperversare di battaglie sui mari, i comandanti in occasione della vendemmia riconducessero flotta ed esercito a casa per partecipare alla raccolta dell’uva.

    Città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura”, scriveva Petrarca nel 1358, non parlava certo della collina di Albaro, ma neanche un secolo dopo una raccolta di scritture notarili quattrocentesche, conservate presso l’Archivio vescovile di Piacenza, citano “Tra Capo di Faro ed Albaro si erge una Civitas Opulentissima” (che prevedono distrutta da un drago, ndr) ciò significa che la collina, per quanto fosse al confine, in qualche modo stava diventando parte di Genova.

    La zona non rimase marginale a lungo poiché, oltre ad essere disseminata di monasteri e di campagne coltivate, era affascinante per la posizione. Secondo alcuni studi il toponimo “arba” cioè alba, proviene dall’esposizione a “oriente” della collina sospesa fra terra e mare.

    La collina delle ville

    Nonostante qualche monaco del tempo si lamentasse di un clima poco favorevole per gli ulivi, tormentati dai venti di scirocco, verso la metà del ‘500 quasi tutte le famiglie ricche e nobili possedevano terreni agricoli al di fuori delle mura. La zona di Albaro era il contesto perfetto per garantire reddito e piacevolezza della vita. Ben presto per soggiornare nei casali vennero costruite altre residenze, poi abbellite ed ampliate per portare la famiglia ed invitare ospiti di rango, tanto che la costruzione di ville nelle proprietà divenne anche un modo per rimarcare la propria solidità finanziaria e la propria posizione sociale.

    Lo spazio a disposizione, raro per gli standard liguri, permise di adibire parte di terreni a parco, “asset” al tempo considerato parte essenziale della villa; ma se ancora possiamo ammirare molte di queste costruzioni, giunte quasi intatte fino a noi, spesso sono proprio gli spazi verdi che nel tempo sono stati in tutto o in parte sacrificati, vuoi per esigenze di infrastruttura urbanistica vuoi per la successiva lottizzazione.

    Possiamo citare l’esempio di Villa Giustiniani Cambiaso, del 1548, oggi sede della Facoltà di Ingegneria, il cui parco fu rimpicciolito negli anni del primo dopoguerra; di poco successiva è Villa Saluzzo Bombrini detta “Paradiso”, posta sulla sommità di una collinetta in posizione meravigliosa e visibile a tutta la città, mantiene un ampio parco che fu comunque modificato per permettere la costruzione di Via Pozzo.

    Queste, come numerose altre, erano disposte “a pettine” rispetto agli spartiacque delle basse colline; le facciate, infatti, dietro alti ed ampi muri, non guardano mai l’una all’altra ma verso le proprie corti, anche quando la stessa famiglia ne costruisce in serie più di un lotto, come appunto i Saluzzo, o i Brignole in Via Parini. In una città che della scarsità di piazze ha fatto la propria specificità, questo particolare ne chiarisce i motivi meglio di lunghe analisi: lo spazio è concepito entro le mura, e non fuori.

    La moda di costruire residenze nobili non si fermò neanche nel secolo successivo, lungo i sentieri di campagna che da Sturla attraversavano San Martino per giungere ad Albaro, e nei poderi tagliati da stradine che risalivano dal lungo Bisagno. La collina era in pratica attraversata da una sola strada, che risaliva da Via Tommaseo e univa Via Pozzo (allora Via Olimpo) con Via Pisa a Sturla.

    Albaro reazionaria

    Nel 1797 la linea della storia della Repubblica di Genova fu sconquassata con la nascita della Repubblica Democratica Ligure, a seguito del dilagare delle idee rivoluzionarie “esportate” dall’esercito di Bonaparte.

    [quote]Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie.[/quote]

    Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie. Famosa l’insurrezione invocata dal parroco di Albaro, che mobilitò anche i contadini della Val Bisagno: feroce la reazione dalle truppe franco-liguri, che occuparono Villa Bombrini Saluzzo e Villa Carrega, arrivando a posizionare due cannoni sulla collina di Albaro (mentre il parroco, non proprio un cuor di leone, fuggiva a Livorno via mare).

    In pochi giorni l’insurrezione fu soffocata: il paese fu saccheggiato e furono bruciati locali pubblici e case. Nei decenni successive le rivolte contro i dominatori, francesi o piemontesi che fossero, non finirono qui, né per Genova né per Albaro ma questa, come si dice, è un’altra storia.

    Organizazzione

    Pubblicata su Wikipedia dall’utente Bbruno

    Il malvisto dominio francese ebbe anche alcuni meriti, poiché iniziò subito un accurato censimento dei terreni e delle costruzioni: certamente per controllarne le rendite, allo scopo di imporre nuove tasse ai proprietari, ma anche per motivi tecnici, in quanto era sicuramente un primo passo verso quell’idea di organizzazione urbana che finora era mancata.

    La città in effetti era priva di una strada carrabile che l’attraversasse tutta, ma non vi fu il tempo per progettarla poiché il congresso di Vienna nel 1814 sancì la definitiva annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna, che certo non apprezzavano particolarmente questa parte di territorio, come già in passato avevano dimostrato.

    Il passaggio di Genova dall’indipendenza alla sudditanza di fatto significò anche profonde trasformazioni nella struttura economica, finanziaria e politica della città, aggravate dalla politica protezionistica adottata, che limitò ulteriormente i traffici portuali causando stagnazione nel commercio.

    Albaro non risentì particolarmente, almeno all’inizio, di questo periodo di crisi: ai primi dell’800 era ancora “un’amenissima collina”, e la meta prediletta di numerosi ed illustri viaggiatori dai gusti ben più raffinati dei Sabaudi, provenienti soprattutto dalla Germania e dall’Inghilterra. I soggiorni ad Albaro dei visitatori più famosi (Byron, Mary Shelley, e dopo di loro Dickens) incantati dalla scogliera di Forte San Giuliano, dal borgo di Boccadasse, dalle passeggiate fra i vigneti sono ormai letteratura, come le pagine che hanno dedicato a questa parte di città. Le guide turistiche si dilungavano sulle bellezze delle colline disposte ad anfiteatro e dei superbi palazzi, magnifiche ville e giardini.

    In seguito però i cambiamenti inevitabilmente iniziano a farsi sentire: i fondi agricoli non fruttavano più come in precedenza, a causa dell’ampliamento dei mercati e delle nuove possibilità di conservazione degli alimenti. Alcune famiglie di antichi possidenti cercando di aumentare i guadagni provvedono ad accorpare i terreni, ingrandendosi nel tentativo di migliorare le infrastrutture ammortizzandone meglio i costi; in questo modo numerose ville agricole passano di mano, introducendo personaggi emergenti della nuova borghesia imprenditoriale.

    Con lo strutturarsi del Regno di Sardegna e la ripartenza degli scambi commerciali viene incrementata l’edificazione in tutta la città, in contemporanea con l’inizio di attività più prettamente industriali e la ripresa demografica: l‘architetto Barabino nel 1825 redige un “Progetto per aumentare le abitazioni nella città di Genova” dove appare chiaro quello che verrà da lì a poco, ossia l’espansione oltre le mura, e dove per la prima volta l’edilizia diventa uno strumento per attivare l’iniziativa privata e renderla funzionale allo sviluppo, ormai non più rinviabile, di infrastrutture e di servizi urbani.

    Fino a questo momento, infatti, l’intervento pubblico in materia edilizia era interamente asservito agli interessi dei privati, che di volta in volta si rivolgevano all’ente chiedendo minuziosamente e contrattando ogni piccolo mutamento di costruzioni ed infrastrutture per renderle funzionali ai propri interessi: il processo per arrivare ad un’urbanistica progettuale, con un’idea di città e di espansione funzionale all’interesse della comunità sarebbe stato ancora lungo, ma le basi erano poste.

    Nel 1873, accorpando i comuni di San Fruttuoso, Marassi, Staglieno, Foce e San Francesco d’Albaro si vengono componendo i progetti degli anni precedenti ed è un’epoca di grande euforia immobiliare: di quel periodo sono Via Assarotti, Via Caffaro e Via Serra, Via Roma e Galleria Mazzini. Anche Circonvallazione a Monte e Piazza Manin si aprono sulle pendici delle colline, e lungo la Val Bisagno magazzini, fabbriche e capannoni si alternano ai vecchi orti tenacemente mantenuti.

    Piano regolatore

    E la nostra collina di Albaro? Sempre a bassa densità di popolazione, sempre con le ville disposte a pettine lungo le crose e con solo l’Aurelia a collegare Sturla e Quarto; lungo la costa il borgo di Boccadasse ad un capo e quello della Foce dall’altra sono ancora abitati da pescatori e marinai, tutto apparentemente è sempre uguale. Ma alla vigilia del nuovo secolo c’è un primo “progetto di passeggiata a mare da Piazza del Popolo a Sturla”: con il pretesto di collegare meglio il quartiere con il centro città, si inizia a parlare di una strada fra la Foce e Boccadasse.

    Si apre alla fine un concorso di idee per realizzare un adeguato accesso ad Albaro, ma nessuno dei tre progetti sarà accettato, poiché a questo punto diventa indispensabile la correlazione fra la strada ed un piano regolatore specifico per la zona che, in quanto residenza di grande pregio ambientale può “far servire quella regione per un agglomerato di persone facoltose, escluso qualsiasi concetto industriale” (dalla seduta del 16 dicembre 1896 della Giunta municipale).

    Fra il 1900 ed il 1905, mentre si apriva un secondo concorso di progettazione per Albaro, i privati approfittando della richiesta di nuove case in zona si affrettavano a costruire, fiutando un prossimo cambiamento sia di valori che di regole. Di quel periodo si possono distinguere essenzialmente tre categorie di manufatti, uno di tipo “banale” medio-economico, nelle zone di Via Lavinia e Via Trieste; uno di livello superiore nella zona centrale di Via Albaro e Via San Luca d’Albaro ed infine la costruzione o la ristrutturazione di palazzine e ville, fra le quali Villa Canali Gaslini, in Corso Italia, ed il Castello Turke di Capo santa Chiara, dell’architetto Gino Coppedé.

    [quote]Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente[/quote]

    Le attese sul quartiere intanto si stanno facendo sempre più pressanti, da Albaro sembra passare la rappresentazione di una nuova città, da chi pretende che risponda a canoni di armonia urbanistica sul tipo dei colli fiorentini, a chi vuole adibire le nuove arterie viarie a pubblica passeggiata a chi infine la vede riservata al riposo ed al rilassamento delle classi elette. Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente, tramite viali grandi ed ombreggiati, stabilimenti sportivi e risolvendo l’annosa questione dell’accesso al mare dei genovesi.

    Quando finalmente viene approvato il Piano, nel 1906 (che diventerà legge nel 1914) si stava già ultimando la “città lusoria” tra Via Casaregis e Boccadasse, cioè Corso Italia, e i Bagni Lido. Questi, inaugurati nel 1908, si proponevano come valida alternativa ai più conosciuti stabilimenti balneari del Ponente Ligure (Sanremo, Ospedaletti, Bordighera) ed al fascino del Levante (Santa Margherita, Rapallo) offrendo anche sale concerto, ristoranti, teatri. Albaro riconquistava così, se mai l’avesse perduta, una dimensione ludica e turistica forse unica in città, che avrebbe mantenuto fino al secondo dopoguerra.

    Durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti non risparmiarono certo il quartiere: nel 1942 venne colpita la già citata Villa Saluzzo Bombrini così come altre residenze storiche; anche il Conservatorio Paganini riportò seri danni e numerose chiese subirono la stessa sorte, tra queste Santa Maria al Prato, quasi distrutta. Ad Albaro come nel resto della città si combatté duramente fra il 24 ed il 25 aprile del ’45, e proprio Via Pozzo e Via Giordano Bruno furono fra gli ultimi presidi abbandonati dai tedeschi prima della resa, unica in Italia, ottenuta da un esercito di popolo, quello genovese.

    Questa è dunque la storia, abbreviata e sintetizzata, del quartiere che oggi noi conosciamo; per il suo aspetto relativamente preservato ed intatto deve molto ad uomini che, animati dalle più svariate intenzioni e dai diversi interessi e scopi, comunque in qualche modo arrivarono a blindare un progetto di città davvero “gentile” che negli anni è stata integrata, in qualche angolo forse violata, ma mai radicalmente rimaneggiata.

    Nel dopoguerra si decise che il piano urbanistico di Albaro poteva mantenere validità fino al 1952: in quegli anni come sappiamo riprese vigore la febbre edilizia e la città, come abbiamo detto qui, cambiò aspetto: mentre a nord, sulle colline di San Martino e Borgoratti, soffiò una pesante speculazione che sembrava non voler mai terminare, Albaro, ebbe sorte migliore. Poche le palazzine modeste, ma tante le costruzioni derivanti dalla parcellizzazione e lottizzazione dei grandi parchi e delle grandi rendite terriere che erano sopravvissute nei secoli. Passeggiando tra le vie che si intrecciano nel quartiere è facile, infatti, imbattersi in muraglioni che racchiudono serie di palazzi, rimasti a memoria di potere “patrizio” che fu, diventato poi potere immobiliare.

    Grazie ai vincoli posti e ad un credito di immagine ormai consolidato, e grazie al fatto di essere casa della classe dirigente della “Genova che conta” continuò ad essere “quell’amenissima collina, residenza degli strati più favoriti della popolazione” che ancora adesso sembra appartenere ad un altro mondo. Un’isola, forse.

    Bruna Taravello

  • Ozono, il posto più inquinato di Genova è Pegli. Ma a Sampierdarena nessuno controlla l’aria

    Ozono, il posto più inquinato di Genova è Pegli. Ma a Sampierdarena nessuno controlla l’aria

    Genova. C’è un rapporto di Legambiente Italia che a Genova è passato praticamente inosservato: è Mal’aria 2018, uno studio che analizza il livello di emissioni di sostanze nocive e le relative concentrazioni su tutto il territorio nazionale. Il capoluogo ligure è citato pochissimo, anzi solo una volta.  Una buona notizia, indubbiamente, ma c’è un dato significativo che andrebbe considerato con attenzione.

    Secondo i dati raccolti da Legambiente Italia, infatti, la centralina che misura la concentrazione di ozono situata in via Ungaretti, ha registrato ben 54 giorni di sforamento del limite soglia. Il peggior dato cittadino, che porta Pegli ad essere il luogo di Genova più inquinato per quanto riguarda l’ozono.

    Pericolo

    Ma come possiamo interpretare questo dato? Innanzi tutto bisogna capire che cosa comporti l’esposizione all’ozono. Questo, infatti, è considerato un inquinante secondario, non per importanza, ma per formazione: deriva infatti da processi fotosintetici di altri inquinanti presenti in atmosfera. Soprattutto i più famosi NOx, derivati dalla combustione dei motori alimentati con carburanti di origine fossile.  Quindi smog e sole sono i padri putativi dell’ozono di origine antropica.

    L’ozono danneggia il sistema respiratorio, soprattutto nei bambini, e una lunga esposizione, o meglio, respirazione, può portare a disfunzioni anche gravi. Ma non solo: alte concentrazioni di questa sostanza impattano anche sulla vegetazione e sulla produzione agricola, riducendola, secondo Legambiente, anche del 15% nel giro di pochi anni.

    [quote]Il porto, si sa, è una delle industrie più inquinanti della nostra città, se non la più inquinante, e la correlazione tra luoghi e rilevazioni atmosferiche lo dimostra, ancora una volta.[/quote]

    Vte, Porto ContainerVia Ungaretti, dicevamo, sta a cavallo tra Pegli e Pra’, e guardando la mappa della città appare chiara la causa decisamente probabile di questi numeri: a poche decine di metri dalla centralina inizia il grande piazzale del Vte, dove ogni giorno navi, gru, ralle e tir movimentano centinaia di container. Il porto, si sa, è una delle industrie più inquinanti della nostra città, se non la più inquinante, e la correlazione tra luoghi e rilevazioni atmosferiche lo dimostra, ancora una volta.

    Per questo motivo, la notizia di fine marzo dell’inizio dei lavori di elettrificazione delle banchine del porto di Pra’, è sicuramente unabuona notizia.  Anche se termineranno nel 2019, con un ritardo di due anni rispetto al precedente piano regolatore portuale che dava come scadenza il 2017. Ma può bastare? Se sono vere le previsioni di crescita del traffico marittimo (e Genova secondo le stime di mercato di Maerk del 2015 cresce solo del 2% rispetto alla media mondiale del 9% ) oltre alla navi bisogno pensare ai mezzi pesanti che operano sul piazzale.

    Il non detto

    Fin qua “l’acqua calda”. Ma cosa non dice il rapporto Mal’aria del resto della città?  Alcuni dati interessanti sulla qualità dell’aria relativa alla portualità non li troviamo tra queste pagine, ma bisogna cercarli altrove. Sul sito di Regione Liguria si trovano idati delle centraline di monitoraggio, con le rilevazioni ora per ora. Le centraline più vicine al porto di Genova sono due, una collocata in via Buozzi e una in corso Firenze. La prima è però dedicata al traffico urbano, e non rileva l’ozono: rimane che per misurare l’impatto cittadino del porto possiamo fare affidamento solamente a quella di Castelletto. Questa nel 2017 ha registrato 14 giorni fuori dai limiti. Il conteggio dei giorni “cattivi” però scatta se in una sola giornata viene superata la media mobile in otto ore, quindi i giorni in cui si sono verificati degli sforamenti in realtà sono di più: sono 183 le rilevazioni orari oltre i limiti, infatti, distribuite in 38 giorni, concentrati per lo più tra maggio e settembre. La stagione delle finestre aperte.

    [quote]L’aria del porto è l’aria della città: la centralina di Castelletto è collocata proprio nel mezzo di quell’arco che circonda il porto, e che si chiama Genova.[/quote]

    Navi e traghetti sono gli indiziati numero uno, senza dubbio, ma non dobbiamo dimenticare, oltre alle centinaia di medio-piccole imbarcazioni (dai rimorchiatori, alle navi per il bunkeraggio, ai battelli che fanno vivere il porto), il Terminal Sech, che ogni anno muove container tra le 600 mila e le 700 mila unità. Un volume di traffico pare al 60% del Vte-Psa. L’aria del porto è l’aria della città: la centralina di Castelletto è collocata proprio nel mezzo di quell’arco che circonda il porto, e che si chiama Genova. Almeno 100 mila persone risiedono tra San Teodoro e Carignano, senza contare chi ci lavora e respira tutti i giorni.

    Cosa ne sanno a Sampierdarena?

    Un ulteriore dato che non viene preso in considerazione da questi numeri, ma che emerge con prepotenza è che a Sampierdarena non esistono stazioni di rilevamento degli inquinanti atmosferici. Ed è un “peccato”, perché sarebbe interessante capire quanto la lavorazione degli altri terminal incida sulla qualità dell’aria e quindi sulla salute degli abitanti. Gli unici dati che abbiamo sono il volume di traffico di container, che si attesta sulle 600 mila unità all’anno, e il numero di sampierdarenesi residenti, che sono poco meno di 50 mila.

    Insomma, oggi sappiamo che per l’ozono l’aria di Pegli e Pra’ e la più inquinata della città, ma, se può consolare i praesi e i pegliesi, altre zone di Genova non sono messe molto meglio, e soprattutto il primato deriva dal fatto che per alcuni quartieri non esistono i dati. Non lo sappiamo quindi, ma forse Sampierdarena potrebbe avere questo primato.

    Tanto da fare

    Rimane quindi un’analisi parziale quella dell’aria genovese, perché i dati che mancano sono troppi, e potenzialmente troppo impattanti per non essere considerati. E se intervenire sulle questioni portuali prevede una serie di concertazioni che su certi temi sono sempre difficili e lunghe (mentre su altri vanno rapide come palle da schioppo, vedi il progetto Waterfront) la civica amministrazione potrebbe impegnarsi a colmare una lacuna di misurazione che oggi risulta essere incomprensibile.

    L’elettrificazione delle banchine è un passaggio oramai non più rimandabile, e il fatto che ad oggi esista il progetto solo per le banchine di Voltr-Pra’ dovrebbe rimescolare la classifica delle priorità dell’amministrazione, anche se l’azione diretta non dipende dal Comune ma da Autorità Portuale. Ma esiste la Politica, ed è stata fatta apposta.

     

    Nicola Giordanella

  • Voto e dintorni: nel ponente il Movimento Cinque Stelle si è preso la Sinistra, tra lavoro, ambiente e futuro

    Voto e dintorni: nel ponente il Movimento Cinque Stelle si è preso la Sinistra, tra lavoro, ambiente e futuro

    sestri-ponente-DSarebbe sin troppo facile paragonare le macerie della vecchia piscina di Voltri, sulla quale da qualche giorno imperversano le ruspe in vista della riapertura prevista per il 2019, con quelle del centrosinistra genovese, uscito sconfitto anche qui, nell’ormai definitivamente ex roccaforte, dalle recenti elezioni nazionali. Dalla mappa politica della Liguria il rosso è completamente scomparso. E nel mare blu del centrodestra quasi egemone nel Nord Italia, la Superba è un’isola gialla. Il colore del Movimento Cinque Stelle. Matteo Frulio, assessore del Municipio 7 Ponente, dirigente orlandiano (si dice ancora?) del Pd di Voltri, mostra su un foglio tutti i numeri della disfatta dei suoi nei quartieri ponentini. E per prima cosa traccia una freccia, dal centrosinistra al Movimento Cinque Stelle: «I nostri elettori sono andati lì…», e poi un’altra, più piccola dal M5s al centrodestra: «…mentre una parte di quella dei 5 Stelle, quella diciamo più estremista, è andata alla Lega». Si spiegano così i 329 voti che il Movimento ha perso a Voltri in 5 anni, o i 127 di Pra’ e i 512 di Pegli. Briciole, rispetto al crollo del centrosinistra, che negli stessi quartieri segna rispettivamente -1535, -1207 e -947. In termini di voti assoluti, cresce solo la destra a trazione leghista che però, per il momento, sfiora il primato solo a Pegli e resta seconda (con distacco) a Pra’ e terza a Voltri.

    Mentre a livello nazionale si discute delle possibilità di un governo a guida 5 stelle, qui la contiguità dei due elettorati sembra un fatto acquisito. In questo momento, però, il flusso è unidirezionale. Una destra tradizionalmente debole in questa parte della città cresce, ma ancora non attrae chi per una vita ha votato “rosso”. Non resta che il movimento fondato da Beppe Grillo. «Il ponente è una zona disastrata da un’industrializzazione scellerata. Noi abbiamo cercato di mettere al centro il tema della sostenibilità ambientale e di un’industria che deve crescere in armonia con la città. Può essere che le persone abbiano riconosciuto il nostro impegno».

    Massimo Currò, consigliere municipale ed ex candidato alla presidenza del “parlamentino” di Ponente, spiega così la vittoria del Movimento Cinque Stelle. «È chiaro che c’è un elettorato di sinistra che si è spostato da noi – riconosce – però questo non dipende dal fatto che portiamo avanti lotte di destra o di sinistra, ma dal buon senso delle nostre proposte. Non dimentichiamo che a livello di liste singole siamo il primo partito quasi ovunque. Ci presentiamo come una forza pragmatica, libera da retaggi del passato. Gli elettori hanno evidentemente scelto qualcosa di diverso dall’eterno dibattito tra destra e sinistra, che non ha risolto i problemi reali».

    Industrie e servitù

    Non è un caso che Currò citi quasi subito il problema del rapporto tra industria e qualità della vita degli abitanti. Per tanti, da queste parti, industria ha fatto rima con servitù. Basti pensare alle proteste degli scorsi anni di fronte alla prospettiva di ulteriori allargamenti del porto di Pra’ o la presenza di impianti “a rischio incidente rilevante” come Carmagnani, a Multedo.

    [quote]Vista in questo modo, è quasi naturale che a vincere le elezioni sia chi si schiera con più decisione per la sostenibilità ambientale.[/quote]

    CarmagnaniVista in questo modo, è quasi naturale che a vincere le elezioni sia chi si schiera con più decisione per la sostenibilità ambientale. Tema che premia in modo decisivo il Movimento in altre zone della penisola (come Taranto) e che in definitiva ha pesato di più di altre emergenze vere o presunte. Come quella dei 12 richiedenti asilo ospitati nell’ex asilo Govone di Multedo, e le successive polemiche dei cittadini (rivolte anche alla generale situazione di abbandono in cui versa il quartiere) su cui la Lega ha tentato di mettere il cappello, senza però riuscire a strappare il primato al Movimento. Che si impone con più forza nelle zone “povere”: Voltri 2, Cep, Palmaro e Multedo, appunto. «A queste persone – ammette con amarezza Frulio – ormai il Pd fatica a parlare». Eppure, nemmeno un anno fa questa stessa parte di città avrebbe eletto sindaco Gianni Crivello. A livello nazionale, però, è un’altra storia. Il Pd riesce a mettersi alle spalle il Movimento Cinque Stelle solo nelle zone “nobili” della delegazione: Pegli centro e Crevari, entrambi quartieri dove il costo al metro quadro di un’abitazione si aggira intorno ai 2.000 euro. È la situazione, in scala, di quanto succede a livello nazionale, dove il centrosinistra convince le metropoli e perde nelle periferie: «Purtroppo il mio partito, come molti altri di sinistra in Europa, parla ormai solo alla parte benestante dell’elettorato – riflette Frulio – se perdiamo contatto con il nostro elettorato storico, saremo destinati a perdere sempre».

    Luca Lottero

     

  • Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    20k 01Ventimiglia è una realtà sospesa, in bilico su un baratro che potrebbe rivelarsi più tragico della realtà oramai cristallizzata da anni. La crisi umanitaria legata alla presenza di centinaia di migranti, è sempre più un’emergenza politica. Dopo i fatti di Macerata e Firenze, un’ombra inquietante ha raggiunto il comune frontaliero, sospeso tra l’inadeguatezza istituzionale e legale di un paese in perenne campagna elettorale.

    Il sindaco Ioculano ha ricevuto una lettera minatoria, con all’interno un messaggio inequivocabile: “Basta negri! (…) l’Italia agli italiani! L’eroe di Macerata insegna. Anche Ventimiglia avrà la sua strage con te in testa e una decina di sporchi negri. Contaci!”. Firmato “Eroe Vendicatore”. Chiarissimo. Un sottile filo nero, quindi, che attraversa il paese, dal cuore fino ai suoi confini. E se a Macerata la strage non si è compiuta, a Firenze un “negro” è divenuto bersaglio, tra tanti, della follia.

    Tensione

    Ma qual è oggi la situazione nel capoluogo frontaliero? Ne abbiamo parlato con gli attivisti di Progetto 20K, il collettivo che da alcuni mesi sta provando ad arginare la tragedia umanitaria, attraverso assistenza sanitaria, legale e logistica per le persone in viaggio che attraversano Ventimiglia. “Oggi assistiamo ad una situazione di completo disagio e abbandono da parte delle istituzioni locali – ci raccontano – che è culminato con l’emergenza neve e gelo, che ha spinto molte persone a trovare rifugio ammassati sotto il ponte, visto che il campo della Croce Rossa è in sovraffollamento”.

    Ma il clima che si respira è peggio del freddo: “La tensione post elettorale si sente anche qua”, e coinvolge anche i cittadini italiani, costretti ad una convivenza col disagio cavalcata dalle forze politiche che propongono il pugno duro verso i clandestini, il “prima gli italiani”. Non è un caso che a Ventimiglia la Lega sia il primo partito con quasi il 30% e che Casapound abbia conquistato l’1,22%, tra i risultati migliori su scala nazionale.

    C’è tensione anche tra migranti stessi – ci spiegano – oggi sono circa 150 a vivere nell’alveo del Roja”. Qualche giorno fa una pesante discussione all’interno del gruppo ha esacerbato gli animi, portando in strada una rissa: “Sono volate anche delle pietre, che hanno danneggiato qualche macchina. La reazione delle popolazione è stata immediata: mobilitazioni, incontri con sindaco e richieste di sgombero del campo informale“.

    [quote]La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie[/quote]

    Secondo gli attivisti questo ha giustificato un giro di vite da parte della Questura: “Sono stati fatti diversi arresti, in città come davanti al nostro info-point, plateali. La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie”.

    Paura

    C’è paura. Ma questa volta è la paura dell’uomo bianco. “Temiamo azioni vere, ispirate a Macerata e Firenze. A Ventimiglia il terreno è fertilissimo per certe dinamiche – continuano i 20Ks – Abbiamo dovuto chiudere lo sportello, addesso andiamo direttamente sul Roja a distribuire vestiti, prestare assistenza sanitaria, supporto legale e logistico”.

    Davanti a questo fallimento sociale e politico non possiamo non sottolineare ancora una volta la necessità di soluzioni ragionate e strutturali – si legge nel comunicato diffuso dal collettivo – la migrazione stessa è un fenomeno strutturale, per cui è necessario dare risposte lungimiranti”.

    [quote]Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà,[/quote]

    E’ nell’aria uno sgombero. Non sarebbe il primo, e non sarebbe l’ultimo, probabilmente. Non esistono numeri ufficiali, ma il flusso delle persone “in attesa” è costante da anni oramai. Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà, che sta barcollando verso una strada politica evidente.

    Ma è il contesto nazionale costellato da episodi inquietanti ad aver aumentato il potenziale di criticità che in questi anni è stato lasciato radicarsi nel comune frontaliero. Ventimiglia è ancora una volta, quindi, confine. Un confine da riconoscere prima di ritrovarsi ad averlo già attraversato.

     

    Nicola Giordanella

    (Foto 20K)

  • Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiaggia della Foce, GenovaPochi giorni dopo la fine delle vacanze di Natale, il Consiglio dei Ministri bocciava due leggi della Regione Liguria riguardanti la tutela delle imprese balneari e la concessione degli spazi demaniali marittimi. Secondo il governo guidato da Paolo Gentiloni, i provvedimenti liguri sarebbero in odore di incostituzionalità, perché il prolungamento automatico delle concessioni agli attuali gestori pregiudicherebbe la libera concorrenza e sarebbe in contrasto con la direttiva europea sui servizi. Inoltre, tutto ciò che riguarda il demanio è di competenza statale. Ancora prima del governo, però, erano arrivati gli uffici della stessa Regione Liguria, che già nella scheda tecnica in coda al provvedimento (che si può leggere, con qualche difficoltà, online) evidenziavano come “la presente proposta di legge presenta possibili rischi di impugnativa”. Rischi che si sono puntualmente avverati.

    La direttiva europea sui servizi è più conosciuta come direttiva Bolkestein, dal nome del commissario per la concorrenza e il mercato interno che la formulò nel lontano 2006, quando presidente della Commissione era Romano Prodi. Nasce con l’obiettivo di creare un mercato unico europeo dei beni e dei servizi, eliminando le discriminazioni nazionali. La filosofia alla base del provvedimento è che un imprenditore tedesco, spagnolo, polacco o di un qualsiasi altro Paese membro dovrebbe essere libero di esercitare temporaneamente la propria attività in Italia senza essere svantaggiato rispetto agli italiani, e viceversa. Per rendere effettiva la concorrenza, sono vietati i rinnovi automatici delle concessioni. Esattamente quelli previsti dalla legge ligure, che per “garantire la continuità delle attività” prevede l’estensione della durata della concessione di altri 30 anni.

    Per questo il governo ha impugnato i provvedimenti della giunta Toti, su cui ora si dovrà esprimere la corte costituzionale. Come in una catena alimentare delle istituzioni, però, se da un lato Roma tira le orecchie alla Liguria, nei confronti di Bruxelles l’Italia si ritrova dalla parte dei cattivi. L’applicazione della Bolkestein infatti, viene puntualmente rinviata, e questa nostra inadempienza ci costa multe salate. L’ultima volta è successo lo scorso 20 dicembre, durante la notte della discussione sulla manovra economica, quando un emendamento del Pd ha fatto slittare l’applicazione della direttiva europea al 2020.

    [quote]Le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo Renzi[/quote]

    Stabilimento balneareSul tema c’è dunque il più classico dei buchi legislativi e le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo RenziDi questo “buco” abbiamo parlato con l’eurodeputato spezzino del Partito Democratico Brando Benifei, che ha le idee molto chiare sulla paternità del caos attuale: «Manca un disegno di legge italiano che introduca in maniera definitiva la riforma – dice – Le procedure di infrazione contro l’Italia sono infatti originate dall’irresponsabilità dell’ultimo governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi, che invece di affrontare il problema in maniera organica, ha preferito optare per un sistema di “proroghe”, contrario alla normativa europea. Ciò ha causato non soltanto un danno all’erario, ma anche un danno a imprese, famiglie e cittadini che oggi sono vittima di tale situazione di incertezza. La protesta di categoria è stata più forte in Italia che all’estero, proprio perché alimentata da questo comportamento demagogico di partenza, esemplare di alcune delle nostre forze politiche nazionali».

    Questa la versione di Benifei, per cui il Ddl del governo uscente punta al riordino della normativa e a rispondere alle esigenze del mercato italiano. Una versione non condivisa dall’assessore ligure Marco Scajola, un po’ il padre dei provvedimenti, che sottolinea come viceversa la Regione Liguria vada a tappare la falla creata in materia dal governo nazionale: «La cosa assurda di questa vicenda – diceva infatti al Secolo XIX commentando la decisione di Roma – è che di fronte a un vuoto legislativo che il governo avrebbe dovuto colmare entro il 2017, l’Esecutivo ha deciso di intervenire contro una Regione che ha cercato di tutelare le sue imprese».

    Come (non) funziona la Bolkestein in Italia

    In Italia, se si dice Bolkestein si pensa soprattutto alle proteste di alcune categorie, come quella degli ambulanti o quella – appunto – dei gestori di stabilimenti balneari. Attività che spesso, nel nostro Paese, sono trasmesse di generazione in generazione, e poco abituate alla concorrenza. Corporativismo o giusta difesa della propria attività e dei propri diritti? Decidete voi.

    [quote]Un mercato da 10 miliardi l’anno, che allo stato frutta solo 101 milioni di concessioni. In Liguria solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere[/quote]

    Spiaggia VoltriPer provare a riflettere in maniera laica sull’argomento, un buon punto di partenza può essere la geografia. L’Italia ha circa 7600 chilometri di coste ed è, dopo la Grecia, il Paese europeo che si affaccia su acque temperate con maggior estensione costiera. Di questi, secondo quanto riportato da un rapporto del 2016 dei Verdi, 4mila sono idonei alla realizzazione di stabilimenti balneari, che sono in tutto 12mila distribuiti lungo lo stivale. In media uno ogni 350 metri. Parliamo di un business che vale 10 miliardi di euro all’anno, e che occupa più di 170 mila persone (dato 2015). Una vera e propria valanga di denaro che allo Stato italiano – denunciano ancora i Verdi – frutta solo 101 milioni di euro dalle concessioni demaniali, a causa di canoni di concessione bassi e spesso non riscossi. Associazioni ambientaliste come il Wwf puntano poi il dito sulla cementificazione selvaggia dei litorali (in questo siamo i primi in Europa) e la sempre maggior restrizione delle spiagge libere. Un fenomeno particolarmente sentito il Liguria, dove solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere. Mentre Paesi come la Francia – ad esempio – impongono per legge che gli stabilimenti non occupino più del 20% del demanio pubblico. Questi numeri aiutano a capire perché da noi la resistenza anti-Bolkestein sia più forte che altrove.

    Le particolari caratteristiche economico-geografiche italiane sono argomento ricorrente dei critici del provvedimento, ma sono riconosciute anche da persone di onesta fede europeista. Persone come il consigliere del Municipio di medio levante Edoardo Marangoni: «se le concessioni durano poco – riflette a titolo personale ai microfoni di Era Superba – manca l’incentivo economico a investire in questo tipo di attività, che richiedono costi non indifferenti». Marangoni si è interessato all’argomento un po’ per motivi di studio e professionali personali, e un po’ perché fa politica su un territorio, quello di Albaro, dove operano diversi operatori del settore. Ritiene il provvedimento adottato dalla Regione scarsamente fondato dal punto di vista giuridico, ma comprensibile da quello politico: «è normale – dice – che si voglia rassicurare chi con queste attività si guadagna da vivere. Il governo, quale che sia il colore, su questo argomento latita ed evita di applicare la direttiva, d’altro canto Bruxelles riconosce le nostre particolarità e su questo non fa più di tanto pressione. Questa situazione di deroga costante genera una comprensibile condizione d’ansia per gli operatori del settore».

    La Ley de Costas spagnola: un modello per l’Italia?

    La percezione che si ha spesso è quella di un’Europa del tutto insensibile alle caratteristiche particolari degli Stati membri, in questo caso l’Italia. In realtà, stati mediterranei come Spagna, Portogallo e Croazia sono riusciti a ottenere un regime di concessioni lunghe (dai 30 ai 75 anni) senza per questo incorrere in procedure di infrazioni. A differenza dell’Italia, governo e operatori sono riusciti a fare sistema e sano lobbying a Bruxelles, e a vedersi riconosciute le proprie necessità specifiche.

    «Ciò significa – spiega ancora Benifei – che da un lato è legittimo, come Paese, fare appello affinché un metro di giudizio uniforme nel trattamento delle pratiche di gestione del settore sia garantito; dall’altro, che è possibile adottare soluzioni nazionali che non causino necessariamente una dicotomia tra corretta implementazione e tutela delle imprese, degli investimenti e degli interessi specifici». E sarebbe la stessa Unione Europea a fornire gli strumenti giuridici per farlo: «L’ottimo studio recentemente commissionato dal Parlamento europeo – spiega l’europarlamentare – fornisce spunti molto utili su come raggiungere questo obiettivo, che passi da possibili soluzioni differenziate a seconda del carattere “scarso” o meno delle risorse demaniali; dall’inserimento del meccanismo di “doppio binario” che preveda le immediate gare solo sui litorali liberi, all’istituzione di una “rete di protezione” per le imprese esistenti».

    Luca Lottero