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  • Ex Manifattura Tabacchi, il futuro della struttura tra una ristrutturazione finita male e spazi vuoti

    Ex Manifattura Tabacchi, il futuro della struttura tra una ristrutturazione finita male e spazi vuoti

    Imponente, nei suoi 9300 mq, si affaccia su via Soliman e oggi è conosciuta come sede degli ambulatori della ASL, della biblioteca civica e del mercato rionale. In realtà, dietro alla struttura dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente, si nasconde un passato strettamente connesso allo sviluppo industriale del ponente genovese. Nella seconda metà dell’800, infatti, Sestri Ponente era conosciuta non solo per le industrie navi-meccaniche, ma anche per altre attività produttive legate alla lavorazione di pelli e del tabacco.

    È in questo contesto che la Manifattura Tabacchi ha visto la luce e dato lavoro a numerose persone, soprattutto alle donne sestresi. Negli anni di piena attività è riuscita a raggiungere i quattromila dipendenti, ma non senza trascinare con sé problemi di carattere sociale. Non sono mancati scioperi e proteste, soprattutto negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale, contro le dure condizioni di lavoro che impedivano la normale gestione famigliare. Nel 1912, l’istituzione della “nursery” ha rappresentato un traguardo importante, ma l’attività legata al tabacco non era destinata a durare per sempre.

    Oggi la struttura che un tempo ospitava la Manifattura Tabacchi, ha una funzione ben diversa da quella industriale, quindi presenta problematiche diverse che, sostanzialmente, sono due. Il primo salta all’occhio guardando l’edificio dall’esterno. La ristrutturazione, avvenuta nei primi anni del Duemila, non è andata come previsto e, dopo essere stata considerata zona a rischio dal Comune, nel 2016 sono stati installati dei ponteggi sulla facciata per salvaguardare il passaggio dei pedoni. Tuttavia il progetto per avviare una nuova ristrutturazione tarda ad arrivare, fino a oggi. Da febbraio 2018, infatti, la ditta Cafaro si sta occupando della corte esterna.

    Se si varca il cancello della struttura, invece, oltre all’intonaco cadente, si noterà la seconda problematica, cioè quella degli spazi vuoti. Infatti, buona parte del patrimonio, soprattutto per i locali commerciali, è ancora da assegnare. Per fare luce su questi problemi occorre andare alle loro radici, quindi rispolverare la storia della Manifattura Tabacchi per giungere alla situazione odierna.

    [quote]Cominciò una proficua attività che, con il tempo, arrivò a ospitare migliaia di dipendenti, tra cui le cosiddette “sigaraie”[/quote]

    Un passato di polemiche e divergenze

    Dalla ricerca storica, redatta da Marco Vecchi, infatti, si evince che la Manifattura Tabacchi è sempre stata oggetto di polemiche e divergenze scaturite dagli Enti coinvolti. Nel 1885, il Comune di Sestri Ponente decise di costruire nell’area di via Ugo Foscolo – la futura via Soliman – la struttura che avrebbe ospitato la Manifattura Tabacchi da affittare al Ministero delle Finanze. Il progetto, dell’ingegnere Giovanni Opisso, aveva l’aspetto di oggi, salvo la mancanza del corpo centrale del piano, e preventivava la spesa di 456.543 lire. I lavori terminarono nel 1886 e l’anno successivo il Comune di Sestri Ponente approvò il pagamento di 497.656 lire da parte dell’impresario Domenico Parodi. Da lì cominciò una proficua attività che, con il tempo, arrivò a ospitare migliaia di dipendenti, tra cui le cosiddette “sigaraie”. Nello stesso momento, però, cominciarono anche le divergenze che vedevano il Comune di Sestri Ponente contro l’Amministrazione della Manifattura e il Ministero delle Finanze. Il rapporto travagliato tra questi Enti era dovuto soprattutto allo stato dell’immobile nei primi decenni e alla sua valutazione. Successivamente i lavori continuarono, per mano degli impresari Nicolò Puppo e Gian Battista Carbone, e le modifiche attuate dal 1897 elevarono il valore a 673.675 lire.

    Il clima polemico tra Comune, Amministrazione e Ministero si assopì tra gli anni ‘20 e ‘30, quando l’edificio fu assegnato all’Ansaldo. Tuttavia, nel corso del tempo la produzione di Sestri Ponente nel settore è destinata a perdere di importanza, e il conseguente rallentamento dell’attività della Manifattura Tabacchi portò alla sua chiusura definitiva negli anni ‘70. Fino al 1994 rimase nelle mani dei Monopoli di Stato, ma tre anni più tardi fu ceduto a IACP, per 8 miliardi di lire, che oggi è conosciuta con il nome di ARTE.

    Oggi, fra i danni della ristrutturazione e gli spazi vuoti

    Negli anni avvenire la struttura è diventata sede della biblioteca, dell’ASL, del mercato e di alcune attività commerciali. L’ex manifattura tabacchi, però, oggi conta anche ben ottantadue appartamenti. Infatti, circa il 50% del patrimonio alloggi e locali appartiene ai privati. Su questi ultimi grava il peso economico di una ristrutturazione che ha portato con sé dei danni non da poco e non solo alla facciata esterna. Gli abitanti delle case, oltre a dover pagare il mutuo, devono anche fare i conti con la situazione attuale. Inoltre, c’è stato il rischio che l’intonaco cadente risultasse un serio pericolo per i pedoni.

    “Abbiamo avuto dei problemi all’inizio – hanno raccontato i dipendenti della Biblioteca Bruschi – perché avevamo il timore che i detriti potessero cedere e provocare dei feriti, soprattutto nei giorni di mercato. D’altronde questa è una zona molto frequentata”.

    Una zona che potrebbe essere ancora più frequentata, se non fosse per i locali che sembrano destinati a rimanere vuoti. Quelle poche attività commerciali che ci sono non sempre riescono a tirare avanti, infatti alcuni negozi hanno dovuto chiudere per essere rimpiazzati da altri. “Ora ci sono due paninerie, ma un tempo c’era anche un negozio biologico – hanno spiegato i bibliotecar i- Il problema per chi apre un’attività qui è che gli affitti sono troppo alti”.

    Un futuro per la facciata dell’ex manifattura tabacchi

    Il lato positivo è che almeno la corte esterna dell’ex manifattura tabacchi sta giungendo a una svolta. Dopo anni di attesa, nel febbraio 2018, i lavori di ristrutturazione sono stati affidati alla ditta Cafaro e ora si possono vedere attivi. “Dal momento in cui ci sono stati affidati i lavori –ha spiegato Antonio Cafaro a Era Superba – è stato fatto uno studio preventivo. Abbiamo trovato uno stato di conservazione pessimo che in parte mi aspettavo perché da terra si vedeva”.

    La prima intenzione è quella di fornire la struttura di un cappotto, cioè un rivestimento che sarà applicato sulla superficie degli intonaci per migliorarne le capacità termiche, in modo da diminuire i consumi. Verranno, poi, adoperati materiali di caratteristiche diverse, a seconda della stratigrafia e della posizione della muratura rispetto al terreno. Ad esempio, nella parte bassa sarà applicato un intonaco macroporoso, adatto per il risanamento delle murature umide. Inoltre è previsto un rinforzo con una resistenza agli urti, pensato anche in funzione del mercato.

    Il tutto ammonta a un costo di 980.000 euro circa. “Il giusto prezzo –ha sostenuto Cafaro- per una struttura di tale importanza storica”. I lavori resteranno attivi ancora per tutto il 2019 e il loro termine è previsto nella primavera del 2020, anno in cui, forse, chi abita o è di passaggio in via Soliman riuscirà finalmente a vedere una struttura priva di ponteggi o di intonaco cedente, almeno per quanto riguarda la facciata. Si spera che questa sia solo la prima delle tante svolte di cui necessiterebbe l’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente.

    Veronica Garreffa

     

  • La “buffer zone” di via Prè: i vincoli Unesco potrebbero fermare le demolizioni della “rigenerazione sensibile”

    La “buffer zone” di via Prè: i vincoli Unesco potrebbero fermare le demolizioni della “rigenerazione sensibile”

    Le “Pre-visioni” per via Prè potrebbero avere vita più difficile del previsto. Il progetto di riqualificazione del “ghetto”, infatti, deve scontrarsi con la realtà dei vincoli Unesco: i Rolli, hanno infatti una zona cuscinetto, la buffer zone, che include tutta l’area compresa dal progetto presentato nei giorni scorsi dagli assessori della giunta Bucci.

    L’informazione emerge analizzando la documentazione sul sito del World Heritage Convention dell’Unesco, il sito web che raccoglie dati e schede delle centinaia di siti che possono fregiarsi di questo riconoscimento. Che non è solo un premio, ma uno strumento di difesa dei patrimoni della collettività mondiale.

    Per questo motivo i regolamenti alla base dell’organizzazione hanno inteso i siti della lista come “immersi” in un contesto che li caratterizza e protegge. Questa area è stata definita “Buffer Zone”, cioè una zona cuscinetto da tutelare e curare, per mantenere inalterato il pregio dell’Heritage di turno.

    Nel caso genovese, come evidente dalla mappa consultabile sulla scheda del “Le Strade Nuove and the system of the Palazzi dei Rolli”, praticamente tutto il centro storico è area cuscinetto del nostro patrimonio Unesco. Fatto che peraltro da anni ci fa vantare orgogliosamente anche sulla cartellonistica stradale della nostra città e attraverso la comunicazione turistica.

    [quote]Un “dettaglio” che non viene preso in considerazione dalla documentazione che ha accompagnato il progetto presentato nei giorni scorsi alla città[/quote]

    I 14 criteri che definiscono le minacce per una zona considerata patrimonio comprendono molti “spunti” urbanistici presentati in questi giorni dal progetto di riqualificazione della zona intorno a via Prè: demolizioni, cambio della sky- line, sviluppo commerciale, aumento forzato delle presenze umane, cambio dell’identità dei luogi, stravolgimento dei flussi di persone in entrata e uscita, “interpretazioni turistiche inappropriate”, e molto altro. Il rischio è quello di far perdere i presupposti che rendono il Sistema dei Rolli il tesoro che è, che risulta strutturale alla cornice in cui è incastonato. Con riconoscimento internazionale annesso.

    Un “dettaglio” che non viene preso in considerazione dalla documentazione che ha accompagnato il progetto presentato nei giorni scorsi alla città: Pre-visioni è stato definito un progetto pilota ma appare scricchiolare fortemente come anche tutta la linea politica della riqualificazione turistico-commerciale del centro storico proposto in questi mesi dalla giunta Bucci, decisamente orientata sull’intervento massiccio per dare una “nuova vita” alla nostra città. Una città diversa.

    Nicola Giordanella

    (Articolo pubblicato su Genova24.it)

  • Compravendite immobiliari, crollano le richieste da fuori Genova. L“Effetto Bucci” (ancora) non è arrivato

    Compravendite immobiliari, crollano le richieste da fuori Genova. L“Effetto Bucci” (ancora) non è arrivato

    Il mercato immobiliare genovese, dopo una periodo di stallo, ha ripreso a muoversi: il 2017 chiude con un incremento del +3,3%, sostenuto però dalla domanda interna. Sempre meno sono, infatti, gli acquisti di case da parte di non genovesi, un trend che si “scontra” con le previsioni della giunta Bucci che aveva lanciato un aumento di 100 mila abitanti entro i 5 anni di mandato.

    I dati arrivano da una ricerca dell’osservatorio dell’italiana Tecnocasa, una delle più grandi agenzie immobiliari d’Europa: secondo i dati raccolti, nel 2017 a Genova sono state acquistate 6.838 unità immobiliari, ma la percentuale di compratori da fuori provincia è sceso al 2,1% nel secondo semestre dell’anno scorso, rispetto al 6,7 dello stesso periodo del 2016 (nel 2015 la percentuale era 6,3%). In termini assoluti parliamo di 143 acquisti “esterni” nel 2017, contro i 443 del 2016. Una diminuzione del 68%.

    [quote]…l’idea (e il progetto elettorale) di riportare a far crescere la popolazione genovese, grazie anche ai nuovi arrivi da fuori, al momento sembra essere più complicata del previsto[/quote]

    Un dato, quello degli acquirenti in arrivo da altre città che pone Genova ultima nella classifica delle 10 città metropolitane del paese per “appetibilità immobiliare-migratoria”. Milano e Firenze dominano la top ten con, rispettivamente, il 14% e 13%, in leggero aumento rispetto agli anni scorsi

    I dati toccano solo i primi sei mesi della giunta Bucci, ma consentono comunque una considerazione: l’idea (e il progetto elettorale) di riportare a far crescere la popolazione genovese, grazie anche ai nuovi arrivi da fuori, al momento sembra essere più complicata del previsto. Insomma, “l’Effetto Bucci” non è (ancora) arrivato sul mercato immobiliare.

    Nicola Giordanella

    (Articolo pubblicato su Genova24.it)

  • Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Liguria regina delle Bandiere Blu ma bocciata da Goletta Verde. I conti non tornano

    Lo scorso 23 giugno è stato pubblicato il primo report di Goletta Verde 2018, la nave di Legambiente che monitora l’inquinamento dei mari sulle coste italiane. Il risultato delle Liguria, da cui il report “navigante” è partito, è stato quanto meno deludente: su 23 test effettuati, 14 hanno dato il responso di un mare inquinato o molto inquinato.

    Un dato che potrebbe stupire, forse: lo scorso maggio, infatti, sono stati pubblicati i verdetti del programma sulla sostenibilità delle spiagge turistiche “Bandiera Blu”, che ha incoronato la Liguria come regina delle spiagge italiane con ben 27 località “fregiate”, anche quest’anno, dell’ambito vessillo. Alcune di queste località, però, compaiono nella black list di Goletta Verde: i conti non tornano. O meglio, tornano, ma non per il mare.

    Verdetti contrapposti

    Partiamo da Genova. Secondo le campionature di Legambiente, risultano fortemente inquinate le acque di Nervi, Recco, Chiavari e Lavagna. In queste due ultime località il problema sta nella foce dell’Entella, risultato inquinato con residui fecali bel oltre la soglia limite. Ma proprio due spiagge a levante e ponente del fiume sono state fregiate della Bandiera Blu: parliamo del Lungomare di Lavagna e della Zona Scogli di Chiavari, separate dalla foce dell’Entella da poche decine di metri e dai due porti turistici. Abbastanza per “depurare” le acque?

    Savona non se la passa troppo meglio. Per Goletta Verde sono due le località da “bollino rosso”: Pietra Ligure e Ceriale, di cui questa seconda premiata con la Bandiera Blu. Nel primo caso è il torrente Maremola, nel centro del litorale di Pietra Ligure, a risultare fortemente inquinato, mentre nel secondo caso Goletta Verde segnala lo sbocco del canale di Lungomare Diaz 161, nel centro esatto della costa, tra stabilimenti e spiagge.

    A Imperia male Diano Marina, Ospedaletti, Ventimiglia e Arma di Taggia. In quest’ultima località è la foce del torrente Argentina ad essere portatrice di abbondanti residui intestinali, ma anche Arma di Taggia ha la sua Bandiera Blu.

    Infine la provincia di La Spezia. Tre le località fortemente inquinate: Monterosso e Riomaggiore nelle Cinque Terre, e Lerici. Per quest’ultima allarme per la spiaggia conosciuta come Venere Azzurra, contaminata dalla foce del canale ivi presente; ma anche qua sventola anche per quest’anno la Bandiera Blu.

    Punti di vista

    Ma da dove nasce questa incongruenza, verificatasi in questi cinque casi? Le ragioni forse le possiamo trovare sia nell’approccio alla materia, sia nei soggetti coinvolti nel giudizio. Legambiente, con il suo progetto Goletta Verde, punta ad evidenziare situazioni critiche legate alla “maladepurazione” o al “vizietto” degli scarichi abusivi. Si muove seguendo le segnalazioni raccolte durante l’anno dai circoli territoriali o da cittadini. Come da normativa “il punto di monitoraggio è fi­ssato dove si prevede il maggior flusso di bagnanti o il rischio più elevato di inquinamento in base al pro­lo delle acque di balneazione”, rifacendosi ai limiti di fissati dalle normative europee del 2006, recepite dall’ordinamento italiano nel 2010.

    [quote]ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”[/quote]

    Il progetto Bandiera Blu, invece, ha un approccio più allargato: la finalità è, infatti, quella di “promuovere nei Comuni rivieraschi una conduzione sostenibile del territorio attraverso una serie di indicazioni che mettono alla base delle scelte politiche, l’attenzione e la cura per l’ambiente”. In altre parole sostenibilità della balneazione, progetti educativi, gestione corretta dei rifiuti, servizi, sicurezza ma anche qualità dell’acqua di balneazione, che “è un criterio imperativo – come si legge nel sito ufficiale del programma – solo le località, le cui acque sono risultate eccellenti nella stagione precedente, possono presentare la candidatura”. Ma tutte queste cinque spiagge liguri Goletta Verde 2017 aveva evidenziato forti livelli di inquinamento, come quest’anno.

    Per partecipare alla eventuale distribuzione degli ambiti vessilli, i soggetti interessati devono presentare una autocandidatura, rispondendo ad un questionario in 12 punti oggetto poi di valutazione. Sono gli stessi “richiedenti” a fornire quindi i dati, dovendone poi rispondere in caso di verifica.

    Ma chi valuta le candidature? Stando a quanto riporto il sito web del programma la giuria è composta, tra gli altri, anche da un coordinamento degli Assessorati al Turismo delle Regioni, e i sindacati dei Balneari. Risulta quindi evidente l’attitudine promozionale della “Bandiera Blu”, visto che tra chi “esamina” ci sono anche gli “esaminandi”. Tra partner inoltre figurano Associazione Nazionale Comuni Italiani e la Federazione Italiana Imprese Balneari.

    Blu, verde, marrone

    Se “Bandiera Blu” ha una connotazione più promozionale, quindi, Goletta Verde vuole mettere in evidenza problemi alla gestione delle acque nere: depurazione insufficiente e difettosa, scarichi abusivi, sversamenti. La palla come al solito poi passa alla politica, che dovrebbe tarare le proprie priorità nell’amministrare un territorio in base alle necessità vere; sicuramente investire soldi pubblici in depuratori può essere difficile, come difficile potrebbe risultare combattere gli abusivismi edilizi e idraulici. Sicuramente è più facile far garrire una bandiera dietro la quale nascondere i problemi, e lasciare galleggiare cittadini e turisti in un mare “marrone”.

     

    Nicola Giordanella

     

     

     

  • Fuochi d’artificio per la Msc Seaview, ma per Genova c’è poco da festeggiare

    Fuochi d’artificio per la Msc Seaview, ma per Genova c’è poco da festeggiare

    Sabato scorso si è celebrato in pompa magna il battesimo della Seaview, la mega nave da crociera Msc, la più grande mai costruita in Italia. Genova è stata scelta come una delle basi di questo gigante dei mari, e ne ha fatto da cornice per il “debutto” in società. Nello stesso giorno è stato definito l’accordo per Calata Bettolo, il nuovo terminal container che sarà realizzato nella zona portuale di Sampierdarena.

    In apparenza due buone notizie, ma alcuni dettagli rivelano come il tanto fumo nasconda il poco arrosto, e soprattutto una “visione” di lungo periodo del Porto di Genova forse non così tanto da “fuochi d’artificio”.

    Ginevra non è in Italia

    L’operazione Seaview è stata presentata come una questione di “orgoglio italiano” e, in subordine, “orgoglio genovese”. Ma nei numeri lo è solo a metà, e forse neanche. Con 800 milioni di investimenti, ha portato dieci milioni di ore/uomo di lavoro per Fincantieri, allo stabilimento di Monfalcone, Gorizia, diventata la capitale della cantieristica italiana. Va ricordato poi che Msc Crociere ha sede in Svizzera e le sue navi battono bandiera maltese, Seaview compresa. Inizialmente fondata a Napoli, infatti, nel 1988 acquisisce la Flotta Lauro e sposta la sua sede a Ginevra. Una scelta strategica che consente di sfruttare regimi fiscali più favorevoli. Il tricolore, inoltre, non sventola sulle navi Msc: dopo Panama, dal 2016 le nuove navi varate dalla compagnia battono bandiera di Malta, una delle 28 nazioni dichiarate bandiere di comodo dalla Federazione Internazionale dei Lavoratori del Trasporto. Anche in questo caso una scelta che rimane in linea con la volontà di accedere a registri navali agili e meno dispendiosi. Tutto lecito, senza dubbio, ma sicuramente poco “italiano”, tanto meno “genovese”.

    [quote]ma l’impatto sull’economia cittadina, che senz’altro esiste, non è facilmente quantificabile. E, soprattutto, qualificabile[/quote]

    Foto di Paolo Zeggio

    Visto che le entrate tributarie e i canoni demaniali del Porto di Genova sono gestiti da Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale (94 milioni di ricavi tra Genova e Savona), i guadagni diretti per Genova e i genovesi di questa operazione dipenderanno da quanto i turisti spenderanno in città. Stando ai dati della AdSP sono circa 1,7 milioni le persone che ogni anno arrivano in città su una nave da crociera, ma l’impatto sull’economia cittadina, che senz’altro esiste, non è facilmente quantificabile. E, soprattutto, qualificabile: dove, come e perché spendono i propri soldi i turisti è materia di argomentazione politica, e in questo conto l’attrattività dei grandi poli di commercio “outlet” fuori città è un fattore non trascurabile.

    Calata Bettolo, più traffico, meno lavoro

    Come dicevamo la giornata di festa è stata arricchita dall’accordo per Calata Bettolo, “preteso” dal governatore di Regione Liguria Giovanni Toti. Dopo 15 anni di trattative il Consorzio Calata Bettolo, il cui 65% è controllato da Msc, godrà di una concessione di 33 anni: il nuovo terminal, realizzato dal riempimento tra Ponte Rubattino e Calata Canzio, e che sarà operativo nel 2022, dovrebbe garantire 400 mila Teu in più all’anno, secondo il progetto pubblicato sul sito web di Regione Liguria.  Inoltre sarà predisposto per “ospitare” navi lunghe fino a 330 metri con un pescaggio da 15 metri. Ma, c’è un “però”: il terminal sarà costruito con i più moderni sistemi di automazione portuale, con sempre meno necessità di forza lavoro “umana”.

    [quote]Il lavoro per gli uomini si ridurrà inevitabilmente”. Più traffici, quindi, ma meno lavoro. Ergo, meno “soldi” per i genovesi che ci lavorano.[/quote]

    Un particolare da non sottovalutare e che fa il paio con quanto sta per “piovere” a ponente: Gilberto Danesi, amministratore delegato del terminal container Psa Voltri-Prà, lo scorso 24 gennaio durante un convegno dedicato ha dichiarato che anche lì si stapuntando decisamente verso l’automazione dei piazzali, che è l’unico modo per aumentare la produttività e provare a competere davvero con i porti del Nord Europa“. Certo, ammette Danesi, l’automazione ha delle conseguenze: “Il lavoro per gli uomini si ridurrà inevitabilmente”. Più traffici, quindi, ma meno lavoro. Ergo, meno “soldi” per i genovesi che ci lavorano.

    Un modello, quello dell’automazione, che nei porti d’Europa è già in fase attuativa da diversi anni. Questo “dettaglio” incrina per sempre l’assioma che lega lo sviluppo portuale del trasporto contenitori alla crescita del lavoro. Non è più così, e Genova rischia di “vincere” il ruolo del “casellante”, vedendo solamente passare merci e soldi. E “arrivederci”.

    Lotta impari

    Questi dati dovrebbero entrare a pieno titolo nel dibattito pubblico e politico sullo sviluppo della portualità genovese, e sugli investimenti infrastrutturali in corso e programmati: quale sarà il guadagno reale per Genova e i genovesi di una rincorsa perenne ai grandi del Nord (per non parlare dei giganti dell’Est)?

    Sempre che questa rincorsa sia realistica e giocata “ad armi pari”. La stessa Msc, che detiene il 49% di Messina Shipping, ha una posizione “ambigua” per il nostro porto: ad Anversa, il secondo porto più “grande” d’Europa per movimentazione container, la società svizzera movimenta 5 milioni di Teu all’anno (la metà di tutto il traffico di quel porto), e controlla terminal sparsi ovunque nel mondo, tra cui Gioia Tauro e Trieste, dove sta investendo in infrastrutture e collegamenti (anche per il mercato crocieristico). Tutti in concorrenza con il Porto di Genova, secondo la “narrazione” della classe dirigente nostrana. Perché Msc dovrebbe favorire Genova a scapito di altri? Domanda retorica: come normale che sia gestirà il tutto seguendo una propria convenienza di mercato. Non potrebbe essere diversamente.

    [quote]Checché se ne dica, ancora una volta, la Superba subisce le scelte di altri, prese in altri posti.[/quote]

    Nel 2019 sarà operativo il nuovo terminal container di Vado Ligure, controllato dai cinesi, i quali stanno investendo da anni nell’alto adriatico, dopo aver “comprato” il Pireo, seguendo il mega progetto della Nuova via della Seta “One Belt, One Road”, che per Genova pare non prevedere un grande ruolo. Checché se ne dica, ancora una volta, la Superba subisce le scelte di altri, prese in altri posti.

    Un piano B?

    Genova su turismo e trasporto marittimo è in ritardo. Da anni. E da anni sta provando a inseguire modelli che altri stanno abbandonando, per quanto riguarda il turismo di massa, o che sono irraggiungibili, per quanto riguarda lo spietato mercato globale del trasporto merci. Ma forse questo potrebbe essere un punto di forza e di vantaggio per pensare ad un piano B che riscriva il futuro della città. Il rischio oggi è quello di salire su di un treno che va un pochino più veloce ma da nessuna parte.

     

    Nicola Giordanella

  • Ozono, il posto più inquinato di Genova è Pegli. Ma a Sampierdarena nessuno controlla l’aria

    Ozono, il posto più inquinato di Genova è Pegli. Ma a Sampierdarena nessuno controlla l’aria

    Genova. C’è un rapporto di Legambiente Italia che a Genova è passato praticamente inosservato: è Mal’aria 2018, uno studio che analizza il livello di emissioni di sostanze nocive e le relative concentrazioni su tutto il territorio nazionale. Il capoluogo ligure è citato pochissimo, anzi solo una volta.  Una buona notizia, indubbiamente, ma c’è un dato significativo che andrebbe considerato con attenzione.

    Secondo i dati raccolti da Legambiente Italia, infatti, la centralina che misura la concentrazione di ozono situata in via Ungaretti, ha registrato ben 54 giorni di sforamento del limite soglia. Il peggior dato cittadino, che porta Pegli ad essere il luogo di Genova più inquinato per quanto riguarda l’ozono.

    Pericolo

    Ma come possiamo interpretare questo dato? Innanzi tutto bisogna capire che cosa comporti l’esposizione all’ozono. Questo, infatti, è considerato un inquinante secondario, non per importanza, ma per formazione: deriva infatti da processi fotosintetici di altri inquinanti presenti in atmosfera. Soprattutto i più famosi NOx, derivati dalla combustione dei motori alimentati con carburanti di origine fossile.  Quindi smog e sole sono i padri putativi dell’ozono di origine antropica.

    L’ozono danneggia il sistema respiratorio, soprattutto nei bambini, e una lunga esposizione, o meglio, respirazione, può portare a disfunzioni anche gravi. Ma non solo: alte concentrazioni di questa sostanza impattano anche sulla vegetazione e sulla produzione agricola, riducendola, secondo Legambiente, anche del 15% nel giro di pochi anni.

    [quote]Il porto, si sa, è una delle industrie più inquinanti della nostra città, se non la più inquinante, e la correlazione tra luoghi e rilevazioni atmosferiche lo dimostra, ancora una volta.[/quote]

    Vte, Porto ContainerVia Ungaretti, dicevamo, sta a cavallo tra Pegli e Pra’, e guardando la mappa della città appare chiara la causa decisamente probabile di questi numeri: a poche decine di metri dalla centralina inizia il grande piazzale del Vte, dove ogni giorno navi, gru, ralle e tir movimentano centinaia di container. Il porto, si sa, è una delle industrie più inquinanti della nostra città, se non la più inquinante, e la correlazione tra luoghi e rilevazioni atmosferiche lo dimostra, ancora una volta.

    Per questo motivo, la notizia di fine marzo dell’inizio dei lavori di elettrificazione delle banchine del porto di Pra’, è sicuramente unabuona notizia.  Anche se termineranno nel 2019, con un ritardo di due anni rispetto al precedente piano regolatore portuale che dava come scadenza il 2017. Ma può bastare? Se sono vere le previsioni di crescita del traffico marittimo (e Genova secondo le stime di mercato di Maerk del 2015 cresce solo del 2% rispetto alla media mondiale del 9% ) oltre alla navi bisogno pensare ai mezzi pesanti che operano sul piazzale.

    Il non detto

    Fin qua “l’acqua calda”. Ma cosa non dice il rapporto Mal’aria del resto della città?  Alcuni dati interessanti sulla qualità dell’aria relativa alla portualità non li troviamo tra queste pagine, ma bisogna cercarli altrove. Sul sito di Regione Liguria si trovano idati delle centraline di monitoraggio, con le rilevazioni ora per ora. Le centraline più vicine al porto di Genova sono due, una collocata in via Buozzi e una in corso Firenze. La prima è però dedicata al traffico urbano, e non rileva l’ozono: rimane che per misurare l’impatto cittadino del porto possiamo fare affidamento solamente a quella di Castelletto. Questa nel 2017 ha registrato 14 giorni fuori dai limiti. Il conteggio dei giorni “cattivi” però scatta se in una sola giornata viene superata la media mobile in otto ore, quindi i giorni in cui si sono verificati degli sforamenti in realtà sono di più: sono 183 le rilevazioni orari oltre i limiti, infatti, distribuite in 38 giorni, concentrati per lo più tra maggio e settembre. La stagione delle finestre aperte.

    [quote]L’aria del porto è l’aria della città: la centralina di Castelletto è collocata proprio nel mezzo di quell’arco che circonda il porto, e che si chiama Genova.[/quote]

    Navi e traghetti sono gli indiziati numero uno, senza dubbio, ma non dobbiamo dimenticare, oltre alle centinaia di medio-piccole imbarcazioni (dai rimorchiatori, alle navi per il bunkeraggio, ai battelli che fanno vivere il porto), il Terminal Sech, che ogni anno muove container tra le 600 mila e le 700 mila unità. Un volume di traffico pare al 60% del Vte-Psa. L’aria del porto è l’aria della città: la centralina di Castelletto è collocata proprio nel mezzo di quell’arco che circonda il porto, e che si chiama Genova. Almeno 100 mila persone risiedono tra San Teodoro e Carignano, senza contare chi ci lavora e respira tutti i giorni.

    Cosa ne sanno a Sampierdarena?

    Un ulteriore dato che non viene preso in considerazione da questi numeri, ma che emerge con prepotenza è che a Sampierdarena non esistono stazioni di rilevamento degli inquinanti atmosferici. Ed è un “peccato”, perché sarebbe interessante capire quanto la lavorazione degli altri terminal incida sulla qualità dell’aria e quindi sulla salute degli abitanti. Gli unici dati che abbiamo sono il volume di traffico di container, che si attesta sulle 600 mila unità all’anno, e il numero di sampierdarenesi residenti, che sono poco meno di 50 mila.

    Insomma, oggi sappiamo che per l’ozono l’aria di Pegli e Pra’ e la più inquinata della città, ma, se può consolare i praesi e i pegliesi, altre zone di Genova non sono messe molto meglio, e soprattutto il primato deriva dal fatto che per alcuni quartieri non esistono i dati. Non lo sappiamo quindi, ma forse Sampierdarena potrebbe avere questo primato.

    Tanto da fare

    Rimane quindi un’analisi parziale quella dell’aria genovese, perché i dati che mancano sono troppi, e potenzialmente troppo impattanti per non essere considerati. E se intervenire sulle questioni portuali prevede una serie di concertazioni che su certi temi sono sempre difficili e lunghe (mentre su altri vanno rapide come palle da schioppo, vedi il progetto Waterfront) la civica amministrazione potrebbe impegnarsi a colmare una lacuna di misurazione che oggi risulta essere incomprensibile.

    L’elettrificazione delle banchine è un passaggio oramai non più rimandabile, e il fatto che ad oggi esista il progetto solo per le banchine di Voltr-Pra’ dovrebbe rimescolare la classifica delle priorità dell’amministrazione, anche se l’azione diretta non dipende dal Comune ma da Autorità Portuale. Ma esiste la Politica, ed è stata fatta apposta.

     

    Nicola Giordanella

  • Petrolchimico e “Ipotesi Zero”. Ecco quanto ci costerebbe rinunciare agli impianti di Multedo, per sempre

    Petrolchimico e “Ipotesi Zero”. Ecco quanto ci costerebbe rinunciare agli impianti di Multedo, per sempre

    carmagnaniSalute e lavoro, un binomio che mai come in questi anni sta diventando bivio. Una contrapposizione che si verifica soprattutto in quei territori dove l’economia post-industriale stenta a decollare e gli “assett ” del passato sembrano l’unica alternativa da riproporre e a cui aggrapparsi.

    In questi contesti la convivenza tra siti industriali e popolazione è sempre più difficile: migliaia di persone sono costrette, più o meno consapevolmente, a vivere con un “rischio di incidente rilevante” a pochi metri dalle proprie abitazioni, con conseguente abbassamento della qualità della vita e svalutazione dei patrimoni immobiliari.

    L’esempio più evidente di queste dinamiche lo troviamo a Multedo, il quartiere ponentino che vede convivere quasi 5 mila persone con tre impianti industriali che trattano petrolio e derivati, e che sono classificati come impianti a rischio incidente rilevante: l’hub del Porto Petroli e i depositi costieri di Carmagnani A.C. spa e Superba srl.

    Di questi ultimi due da anni si sta valutando lo spostamento, ma il dibattito politico genovese è in fase di stallo: difficile trovare, infatti, una location che risponda alle diverse esigenze sul tavolo, tra fattibilità logistica, vincoli di sicurezza previsti dalla normativa oggi vigente e difesa dei posti di lavoro. Nessuno però ha affrontato la terza via, cioè l’ipotesi zero: spegnere definitivamente quei due impianti, accompagnando in qualche modo il riassorbimento delle posizioni lavorative e liberando la città da due impianti “a rischio”. Per sempre. Ma quale sarebbe il peso e la dimensione di questa operazione? Quale sarebbe l’impatto sulla collettività con cui la Politica dovrebbe confrontarsi?

    Il prezzo

    Stando al bilancio depositato presso la Camera di Commercio di Genova, Carmagnani Spa, nel 2016 ha totalizzato un valore della produzione di 18,4 milioni di euro a fronte di 17,9 milioni di costi. Un utile quindi di mezzo milione di euro circa, in leggero calo rispetto al 2015, quando i ricavi furono di poco o meno di 21 milioni e i costi 20,4 milioni. Nella conta delle spese sono 1,6 milioni i costi relativi al personale, tra stipendi, trattamenti di fine rapporto e oneri sociali. Questa cifra è quanto finisce nelle tasche di lavoratori genovesi, che per Carmagnani sono 24 (2 dirigenti, 2 quadri, 8 impiegati e 12 operai). Le spese per servizi, il classico indotto diretto, ammonta a 1,1 milioni.

    Superba srl nel 2016 ha totalizzato un valore di produzione di 2,8 milioni a fronte di 3 milioni spesa, chiudendo quindi l’esercizio con una perdita di quasi 200 mila euro, in aumento rispetto ai -80 mila del 2015. Il costo del personale ammonta a 1,6 milioni per 27 dipendenti (3 quadri, 7 impiegati e 17 operai), mentre l’indotto diretto è di circa 1,2 milioni di costi per servizi.

    Insieme, quindi, Carmagnani e Superba producono un utile di 300 mila euro, dando lavoro a 51 persone, con un monte-stipendi di 3,2 milioni lordi e un indotto di 2,3 milioni. In altre parole sul territorio lasciano 5,5 milioni, dando sussistenza economica a 51 famiglie.

    Questione di prospettiva

    Schermata 11-2458086 alle 01.47.52Per meglio dare una dimensione a queste cifre, potrebbe essere utile rapportarle con altre “industrie” del territorio: abbiamo preso come campione l’Istituto Comprensivo Sestri, che annovera tre scuole dell’infanzia, tre primarie e una secondaria di primo grado. Questo “gruppo”, stando al bilancio 2015, annovera nel personale 23 unità per le materna, 58 maestri elementari e 21 cattedre complete per la scuola media, a cui si aggiungono 14 spezzoni. Oltre a questo c’è il personale Ata, composto da 30 unità. Per un totale di 159 persone, più il dirigente.

    Difficile calcolare la quota stipendi, essendo questi diversificati in base al grado di insegnamento, anzianità e ore settimanali; utilizzando, però, i valori intermedi per ogni categoria (rispettivamente 19 mila, 21 mila e 23 mila euro annui lordi per un’anzianità di servizio compresa tra 9 e 14 anni) abbiamo un valore sicuramente approssimato ma che restituisce la dimensione economica: sono circa 2,3 milioni di stipendi lordi per il corpo docenti e 450 mila euro per il personale Ata. Un totale quindi di 2,75 milioni che finiscono nelle tasche dei lavoratori dell’Istituto.

    L’indotto generato dalla scuola, oltre al dare istruzione per i 1136 alunni iscritti alle varie classi, si realizza con le 40 persone che gravitano nei servizi (ristorazione, accompagnamento disabili, mediatori culturali, addetti al trasporto, medici e operatori dipendenti o di enti pubblici o di privati). In altre parole la scuola a Sestri-Multedo da lavoro diretto a 160 persone, producendo 2,7 milioni di stipendi, garantendo occupazione per altri 40 persone e istruzione per 1136 ragazzi.

    Il polo scolastico e quello petrolchimico, quindi, hanno dimensioni economiche paragonabili sia dal punto di vista dei soldi che arrivano ai lavoratori (in proporzione rispettivamente 2 a 3), sia dal punto di vista occupazionale (rispettivamente 4 a 1). Gli indotti non sono paragonabili perché è difficile quantificare il valore dell’istruzione di un migliaio di ragazzi, ma tale quantità potrebbe bastare per avere una dimensione della ricaduta sul territorio dell’ “impianto didattico”. A rischio zero.

    Per cosa siamo disposti a rischiare?

    CarmagnaniIl confronto con la scuola è evidentemente un esercizio contabile che restituisce però una scala per la misurazione dell’impatto economico degli impianti petrolchimici. A questo punto sappiamo quale è il prezzo del rischio e la sua dimensione comparata nel contesto cittadino, ma l’ultimo dato che ci manca è la quantificazione di chi vive nel rischio. Come abbiamo visto Multedo conta poco meno di 5 mila anime, mentre i quartieri limitrofi, Sestri Ponente e Pegli contano rispettivamente 45 mila e 27 abitanti. Oggi siamo in attesa dei nuovi Piani di Emergenza Esterna, in fase di redazione da parte della Prefettura, e quindi non sappiamo con certezza i limiti “geografici” di un potenziale incidente; è però certo che i suddetti quartieri non hanno soluzione di continuità urbana e la loro vicinanza è tale da dover trattare certe questioni con estrema cautela e prudenza. In “eccesso”, perlomeno.

    Una delle ipotesi più gettonate per lo spostamento degli impianti è l’area ex Enel sotto la Lanterna: un’area dove sono già presenti degli impianti a rischio (da cui un potenziale effetto domino, come a Multedo) e che è esattamente nel centro geografico del porto di Genova e quindi nel centro della città; nel raggio di due chilometri abbiamo Sampiedarena, San Teodoro, tutto il Centro Storico, parte di Righi e Granarolo, Castelletto e Carignano. Praticamente mezza città: a spanne tra le 200 e le 300 mila persone residenti. Una cura che appare essere peggio del male, peraltro difficilmente compatibile con le prescrizione della legge che regola gli impianti di questo tipo, la “Seveso III”

    La svolta

    Con ogni evidenza questi sono solo numeri, ma forse, visti i “montepremi” in gioco, sarebbe il caso di prenderli in considerazione tutti, con una prospettiva di lungo periodo e una assunzione di responsabilità politica verso la collettività, presente e futura. Chiudere una porta può avere un prezzo, ma aprire un portone può essere un vero affare. Per tutti.

    Nicola Giordanella

  • Sport, siglato patto con il Coni per fondo da 2 milioni di euro. Fondi rotativi e di garanzia per società dilettantistiche

    Sport, siglato patto con il Coni per fondo da 2 milioni di euro. Fondi rotativi e di garanzia per società dilettantistiche

    sportDue milioni di euro a favore di associazioni e società sportive dilettantistiche attraverso un fondo rotativo e uno di garanzia. E’ il contenuto del Patto per lo sport siglato oggi pomeriggio dalla Regione Liguria, dal Coni e dal Comitato italiano paralimpico. «Troppo spesso il mondo dello sport, soprattutto quello dilettantistico, è stato maltrattato con pochissime attenzioni dalle istituzioni locali in passato – commenta il governatore ligure, Giovanni Toti – questo patto serve proprio per ovviare a ciò, sbloccando piccoli e grandi lavori, dall’acqua calda negli spogliatoi alla riqualificazione di un campo da basket. Un’azione dovuta perché lo sport non è solo un momento di benessere fisico ma anche di aggregazione molto importante».
    Due le misure che saranno attivate. La prima, con una disponibilità di 500.000 euro derivanti dal Fondo strategico regionale, sarà gestita direttamente da Filse, la finanziaria della Regione Liguria, attraverso un fondo rotativo. Il finanziamento, con un importo minimo di 10.000 euro e massimo di 40.000 euro, verrà concesso fino all’80% del valore dell’intervento, senza necessità di garanzie da parte delle associazioni sportive al di là di una preventiva valutazione dei requisiti di ammissibilità e di quanto sarà previsto dal bando. Gli importi dovranno essere restituiti entro 5 anni ma, grazie alla natura rotativa, sarà possibile attivare successivamente nuovi finanziamenti.
    Il secondo intervento, per un importo di 1,5 milioni di euro derivanti dai fondi Por-Fesr, è destinato alle associazioni e società sportive dilettantistiche che svolgono anche attività economica e prevede l’attivazione di garanzie pubbliche pari all’80% dei finanziamenti concessi da banche convenzionate. In questo caso, la soglia massima finanziabile è di 400.000 euro con un piano di restituzione da concordare a seconda della sommaPer la prima volta – commenta l’assessore regionale allo Sport, Ilaria Cavo – rispondiamo alle esigenze delle società sportive per cui questi strumenti sono un’importante boccata di ossigeno: proprio per la natura rotativa, i due fondi sono destinati a soddisfare negli anni le esigenze delle società, consentendo loro di accedere ai mutui per i vari interventi con una garanzia a monte, senza che debbano rispondere in prima persona con fideiussioni o ipoteche sui beni personali».
  • Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    riciboLo spreco di cibo vale nel mondo circa 2.060 miliardi di euro. Secondo la Fao più di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti ancora consumabili vengono ogni anno buttati via, un quantitativo che potrebbe sfamare per un anno intero 2 miliardi di persone.

    È stata presentata oggi nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi “RICIBO”, una rete di associazioni, imprese e servizi sociali per trasformare lo spreco alimentare in risorsa. Sono intervenuti – tra gli altri il sindaco Marco Doria, l’assessore alle Politiche socio sanitarie Emanuela Fracassi, l’assessore all’Educazione e Stili di Vita del Comune di Udine Raffaella Basana, rappresentanti delle associazioni e operatori dei servizi attivi nel territorio.

    Nel corso dell’incontro è stata presentata la pagina web del sito istituzionale del Comune di Genova, frutto del lavoro delle associazioni, dei Servizi sociali territoriali e della Direzione Politiche Sociali sul tema del contrasto allo spreco di cibo e della distribuzione di alimenti alle persone in difficoltà. La pagina rimanda anche alla fanpage Facebook RICIBO che ha lo scopo di collegare tra loro le associazioni e diffondere le iniziative e gli eventi che si organizzano in città. Nel dettaglio Ricibo è un progetto di rete a regia comunale che si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco alimentare a Genova, implementando le strategie della nuova legge nazionale favorendo la connessione tra enti pubblici, associazioni no profit e aziende donatrici.

    In Italia, infatti, lo spreco costa lo 0,5% del Pil, oltre 8 miliardi di euro. Per una famiglia italiana questo significa una perdita di 1.693 euro l’anno. In Italia ogni anno finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 37 miliardi di euro. Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Dati che dovrebbero sollevare diversi dubbi su come è gestita la filiera alimentare nella nostra civiltà “occidentale”.

    Per questo motivo, la lotta allo spreco è diventata nel 2016 legge dello Stato. Un provvedimento organico sul recupero delle eccedenze nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione di tali prodotti e sulla loro donazione per solidarietà sociale.

    A Genova è presente da anni un’ampia e diffusa rete di punti di distribuzione di alimenti in eccedenza alle famiglie in condizioni economiche difficili, con la regia comunale, gestita da vari soggetti pubblici, ecclesiali, del terzo settore e privati nel quadro di un’azione più ampia, volta al contrasto della povertà, dell’emarginazione e dello spreco di beni primari. Con questo progetto, la speranza è quella di attivare e mettere in comunicazione i diversi soggetti attivi, o attivabili, del territorio genovese, al fine di recuperare e ridistribuire tutto ciò che il mercato considera rifiuto alimentare. L’unione fa la forza: la scatola è stata fatta, ora servono i contenuti.

     

     

  • Yoga, scopri qual è la “filosofia” del corpo e della mente che fa per te

    Yoga, scopri qual è la “filosofia” del corpo e della mente che fa per te

    YogaI tempi del vivere quotidiano sempre più spesso portano ad avere una vita poco regolare, caratterizzata da stress e ansie: il mondo del lavoro è sempre più performativo e competitivo, e le persone dedicano molte ore della giornata alla propria professione; la salute fisica e mentale, quindi, è lasciata in secondo piano. Negli ultimi anni, però, una nuova cultura della corporeità si è fatta strada anche in occidente, attraverso il diffondersi di discipline, arti o semplici “attitudini” orientali. L’equilibrio del benessere ha ritrovato la sua centralità attraverso vie nuove: tra queste “filosofie del corpo” vi è senza dubbio lo yoga, che mai come oggi è diffuso nel nostro paese e nella nostra città, grazie a sempre più numerose scuole o associazioni dedicate. 

    Acroyoga, Genova capofila

    L’ultima tendenza è quella di applicare determinati spunti dello yoga, nei suoi diversi stili, su altri impianti di studio del corpo. Ad esempio, nell’Acroyoga, la disciplina che unisce la filosofia dello yoga, posizioni acrobatiche e massaggi Thai in volo. E Genova è stata una delle prime città italiane ad aver ospitato un corso di questa moderna pratica yoga. «Fare acroyoga – spiega Francesco Semino, insegnante di acroyoga di secondo livello presso la scuola Synergika di Genovasignifica aumentare la consapevolezza del proprio corpo, migliorare la propria preparazione fisica e mentale e divertirsi».

    A differenza dello yoga classico, le posizioni vengono eseguite in volo, sostenuti in aria dalle gambe e dalle braccia del proprio partner. «Non rappresenta solo una crescita personale – continua Semino – ma è una disciplina che si esegue in coppia e di conseguenza sviluppa fiducia negli altri. Chi pratica acroyoga sperimenta il proprio equilibrio con un’altra persona, migliora lo spirito di collaborazione con il partner e in gruppo».

    Per praticare acroyoga bisogna uscire dal proprio tappetino e lavorare in modo armonioso ed equilibrato con il proprio partner. Una disciplina che accresce la consapevolezza corporea, il senso dell’equilibrio, la fiducia, la capacità di comunicare e ascoltare in modo armonioso. «Non esiste un’età per cominciare – conclude l’insegnate – questa disciplina è assolutamente adatta a tutti».

    Scegli lo yoga che fa per te

    yoga-genovaL’Acroyoga non è l’unico tipo di yoga che porta beneficio al corpo e alla mente.
    Ashtanga, Raja, Power, Hatha, Ivengar e Vinyasa. Sono altri dei tanti stili di yoga che esistono. Ognuno con le proprie caratteristiche, ognuno con una propria “anima”. Lo yoga non è una disciplina univoca ma un percorso personale da saper interpretare ascoltando le esigenze del proprio corpo e della propria mente. E’ per questo che a ogni persona corrisponde uno stile di yoga.

    «Ogni tipo di yoga – spiega Valeria Maggiali, insegnante di vinyasa yoga e acroyoga di secondo livello – allena il corpo e la mente». Esiste la pura meditazione, come nel caso del Raja yoga, che letteralmente significa yoga reale, una disciplina soprattutto mentale all’insegna della staticità fisica, fino ad arrivare al Power yoga, un allenamento fisico molto rigoroso che sviluppa forza e flessibilità, adatto a chi cerca un’attività fisica molto impegnativa. C’è anche il Vinyasa yoga, uno stile moderno che si basa sulla sequenza di movimenti coordinati al respiro e l’Hatha yoga, una pratica che si focalizza più sugli esercizi fisici e meno sugli aspetti spirituali, richiede un modesto sforzo fisico e mira a far superare i limiti fisici. Chi, invece, preferisce eseguire sequenze di posizioni di continuo sarà più adatto a praticare l’Ashtanga, uno stile che alterna la respirazione profonda e il movimento da un asana, ovvero postura, all’altro. Chi non vuole sudare e non vuole fare troppo movimento, ma vuole comunque impegnare il corpo e mantenere una posizione a lungo, si avvicinerà a Ivengar yoga. Chi invece vuole allenare il corpo divertendosi, lavorando in coppia e sperimentando asana sospese in aria, praticherà l’acroyoga.

    Insomma, per ogni esigenza corrisponde un tipo di yoga, tutti portano enormi benefici al corpo e alla mente, aumentano consapevolezza di sé e diminuiscono lo stress. «Ogni tipo di yoga rappresenta un allenamento fisico e mentale – conclude Maggiali – che si pratica in un ambiente non competitivo e fa sentire bene». Non esiste l’età giusta per cominciare, non è mai troppo presto né troppo tardi. I praticanti yogi, sia veterani, sia principianti, una volta trovato lo stile più adatto, scoprono quanto questa disciplina rappresenti un vero e proprio stile di vita.

    Lo yoga in rete

    YogaInternet, come spesso accade, è volano e amplificatore delle tendenze; in rete, infatti, proliferano siti dedicati a questa pratica, nelle sue più varie declinazioni e abbinamenti. Navigando per il web si possono incontrare siti di ogni tipo dedicati allo yoga: da magazine di informazione, come Yogajournal.it che oltre a spiegare i dettagli della pratica propone un’ampia letteratura dedicata sempre in aggiornamento, a veri e propri yoga shop online come ReYoga. E ci sono persino noti siti di e-commerce che hanno aperto spazi dedicati all’argomento. Zalando, ad esempio, ha ideato il progetto We Love Yoga che unisce consigli e curiosità su tutte le tipologie di yoga e sui maggiori yoga expert d’Europa, alla possibilità di scegliere l’abbigliamento giusto da indossare per praticare questa disciplina, aspetto importante per svolgere gli esercizi al meglio.

    Non mancano ovviamente i contenuti veicolati dai social network come Facebook, dove non si contano pagine e gruppi a tema, e Youtube, con migliaia di video di chi si cimenta in questa pratica, con risultati dei più disparati. La viralità di queste piattaforme ha permesso anche la diffusione di contenuti multimediali che come protagonisti hanno praticanti yogi che sperimentano questa pratica in compagnia degli inseparabili e giocherelloni animali domestici: i video con simpatici amici a quattro zampe che interrompono i padroni durante gli asana hanno milioni di visualizzazioni. Lo yoga, quindi, è sempre più una disciplina mondiale, e in futuro ne sentiremo parlare sempre di più.

  • Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Passeggiata VoltriGli architetti di domani alle prese con il secondo lotto della passeggiata di Voltri che, una volta completato, collegherà la promenade a mare della delegazione ponentina con la Fascia di rispetto di Prà. Un’opera a cui Comune e Municipio pensano ormai da tempo e che consentirebbe di unire il ponente genovese con Arenzano, già collegata a Voltri tramite un lungomare che costeggia l’Aurelia e passa davanti allo studio di Vesima di Renzo Piano. Un progetto atteso ma non privo di difficoltà tecniche. Proprio su queste difficoltà hanno lavorato 12 studenti del corso di laurea magistrale in “Progettazione delle Aree Verdi e del Paesaggio”, che la facoltà di Architettura di Genova realizza in collaborazione con gli atenei di Milano e Torino.

    Dal 13 al 17 giugno scorsi, gli studenti sono stati ospiti della foresteria di Villa Duchessa di Galliera e hanno partecipato a un corso intensivo con le docenti Antida Gazzola (sociologia urbana), Ilda Vagge (botanica ambientale e applicata), Adriana Ghersi (architettura del paesaggio) e Francesca Mazzino (architettura del paesaggio contemporanea). Oltre alle fasi teoriche, gli architetti in erba (divisi in quattro gruppi) si sono confrontati con le realtà associative che animano la zona interessata e con le istituzioni locali.

    «La professoressa Gazzola, che si occupa di sociologia, ci ha aiutato a impostare il lavoro con i soggetti interessati – spiega la docente dell’ateneo genovese Adriana Ghersi, che ha seguito i gruppi di studenti – si tratta di un cammino interessante, e di un bel modo per sviluppare determinate tematiche». La collaborazione tra Università, realtà del territorio e istituzioni viene indicata come la strada maestra per l’analisi e la realizzazione partecipata di progetti di interesse pubblico, avvalendosi della professionalità e delle idee di chi studia quotidianamente la materia. Lo conferma il consigliere del Municipio 7 Ponente e architetto di professione, Matteo Frulio, per il quale la collaborazione con l’ateneo consente, inoltre, di sviluppare idee prive di qualsiasi “input” di tipo politico.

    Il lavoro “sul campo” è una tappa obbligatoria nel piano di studi del corso in Progettazione delle aree verdi e del paesaggio. Quello di Voltri è solo uno dei workshop organizzati dalla facoltà. Oltre al Ponente genovese, quest’anno altri studenti (in tutto circa 60) hanno lavorato sul quartiere di Sant’Ilario e altre realtà della Liguria. Due studentesse che hanno lavorato a Voltri hanno deciso di sviluppare l’argomento nella propria tesi di laurea. Le 4 proposte di progetto verranno presentate ufficialmente al Teatro del Ponente di Genova il prossimo 16 settembre e resteranno esposte per le successive 2 settimane negli spazi del Municipio.

    Passeggiata nuova, sembra avere già 10 anni

    voltri-passeggiataUna presentazione intermedia dei lavori si è già tenuta a giugno assieme alle istituzioni e alle realtà con cui gli studenti si sono confrontati. «L’importante per noi – sottolinea Nunzio Di Natale, presidente dell’Associazione di pesca dilettantistica Sant’Ambrogio – è che non vengano ripetuti gli errori fatti sulla passeggiata esistente». Il riferimento è alla passeggiata in legno che costeggia il litorale voltrese dal capolinea dell’1 fino quasi al supermercato Pam. Un’opera che ha il pregioo, secondo Di Natale, di essere un punto d’aggregazione importante per gli anziani e per tutto il quartiere, ma che ad ogni mareggiata si ritrova con danni importanti. «I massi che hanno messo a difesa della struttura in legno non sono sufficienti – sostiene – non è possibile che dopo un anno la passeggiata già sembrasse averne dieci».

    Per questo, per il secondo lotto di lavori, la richiesta della S. Ambrogio (e presumibilmente anche delle altre realtà della zona) è che la passeggiata venga sopraelevata rispetto al livello del mare. «Due dei progetti presentati secondo noi da questo punto di vista non sono adatti sostiene il presidente in relazione alle proposte degli studenti – gli altri due ci sembravano più indicati, in particolare uno, che prevede una passeggiata rialzata».

    L’opportunità di sopraelevare o meno la passeggiata è appunto uno degli interrogativi principali intorno all’opera e lo è stato anche per il lavoro degli studenti che hanno lavorato al workshop: «Ogni soluzione genera persone più contente e altre meno entusiaste – ammette la professoressa Ghersi – ma, in ogni modo, questo lavoro è utile per mostrare la fattibilità o meno di determinate opzioni».


    Luca Lottero

  • Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    iplom-petrolio-inquinamentoNel territorio metropolitano provinciale di Genova esistono 16 impianti industriali considerati a rischio di incidente rilevante, secondo i parametri del decreto legislativo n. 334/1999, modificato a più riprese fino alla recente integrazione del decreto 105 del luglio scorso. A dirlo è l’ultimo rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ben 13 di questi impianti sono dislocati sul territorio del Comune di Genova, facendone il terzo a livello nazionale per concentrazione, preceduto soltanto da Ravenna (26 impianti) e Venezia (15). La nostra città deve la sua posizione in questa speciale classifica alla presenza di infrastrutture legate al comparto petrolifero: il porto genovese è stato ed è porta geografica importante per il circuito degli idrocarburi del nord Italia, e non solo.

    Per tutti questi impianti sono previste norme di sicurezza molto stringenti, tra cui quella che prevede la realizzazione, da parte dell’azienda, dei Piani di Emergenza Interna (PEI), che devono essere perfezionati attraverso periodiche esercitazioni. Dei 16 impianti provinciali, 10 rientrano anche nelle normative previste dall’articolo 8 della già citata legge in cui vengono prescritti particolari provvedimenti, per via delle quantità di materiale pericoloso trattato e stoccato. Tra queste disposizioni, una delle più caratterizzanti è quella che rende obbligatoria la stesura da parte della Prefettura di competenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).

    Era Superba vi ha già descritto la situazione dei PEE legati agli impianti Iplom di Fegino e Busalla, svelando, prima di altri, ritardi inquietanti nella stesura e nell’aggiornamento di questi documenti fondamentali per la sicurezza dell’ambiente e delle persone.

     Ma non ci siamo fermati qui. Facendo ulteriori verifiche abbiamo “scoperto” che di questi 10 impianti, ad oggi, solo uno è dotato di un PEE aggiornato, pubblico e quindi valido, mentre 4 hanno un PEE pubblico ma scaduto da un anno. Per i rimanenti 5 non vi è traccia della documentazione, che dovrebbe essere pubblica e, anzi, divulgata chiaramente alla popolazione.

    I Piano di Emergenza Esterna scaduti

    IMG_3722Come abbiamo visto nel precedente articolo, ogni PEE deve essere aggiornato ogni qualvolta subentrino modifiche sostanziali nelle infrastrutture dell’impianto e, comunque, con una cadenza che non superi i tre anni.
    L’unico sito che oggi risulta essere adeguatamente “coperto” è A-Esse s.p.a., di Cravasco, che produce ossidi di zinco, il cui PEE, licenziato nel 2013, sarà valido fino al prossimo luglio.

    Risultano invece “scaduti” i restanti 4 PEE pubblicati sul sito web delle Prefettura genovese: oltre agli impianti Iplom di Fegino, quindi, il sito Eni di Pegli (Ex Praoil), che movimenta e stocca prodotti petroliferi, Superba s.r.l, che oltre agli idrocarburi movimenta prodotti chimici, e la Carmagnani s.p.a., attiva nello stesso settore. Questi tre impianti formano quello che i tecnici chiamano “Quadrante Multedo”: vicinissimi tra loro, hanno porzioni delle “zone di danno” che si intersecano, con un potenziale “effetto domino” che in caso di incidenti potrebbe rivelarsi decisamente drammatico. Come tutti sanno, inoltre, nelle immediate vicinanze sussistono zone densamente abitate (Pegli e Sestri Ponente), scuole, impianti sportivi, autostrada e linea ferroviaria. Senza dimenticare il torrente Varenna e il mare a pochissimi metri. In questo contesto particolarmente delicato, quindi, un ritardo nell’aggiornamento dei PEE assume contorni inquietanti: i piani esistono, intendiamoci, ma sono del 2012 e quindi fuori norma.

    I Piani di Emergenza Esterna “fantasma”

    iplom-petrolio-inquinamentoRicapitolando: dei cinque PEE pubblicati sul sito web della Prefettura, solo uno è attualmente valido. Ma qual è la situazione per i rimanenti impianti a rischio incidente rilevante presenti sul territorio metropolitano genovese? Come abbiamo visto, il PEE della raffineria Iplom di Busalla risale al 2006 e non è disponibile al pubblico perché, stando a quanto riferito dalla Prefettura, “in fase di revisione”.

    Per gli altri 4 impianti la situazione è simile: del PEE non c’è traccia sul sito della Prefettura. Stiamo parlando dei depositi chimici Silomar di Ponte Etiopia, a pochi metri dallo snodo di San Benigno e dalla Lanterna; i depositi petrolchimici Petrolig, situati in Calata Stefano Canzio, nel cuore del porto vecchio; i depositi Sigemi di fronte a San Quirico e a due passi dal Polcevera; il Porto Petroli Eni, sempre a Multedo.

    Il Comune: «Non è compito nostro ma vigiliamo». La Regione: «Presto tavolo con prefettura e governo»

    iplom-petrolio-inquinamentoLa questione sembra cogliere di sorpresa anche gli enti locali. L’assessore per la Protezione Civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, che abbiamo rincorso tra la gestione dell’emergenza sul Polcevera e l’allerta meteo, ricorda che «la materia non è di diretta competenza comunale. I nostri uffici tecnici sono al lavoro per approfondire la questione: solo dopo un’attenta verifica della situazione ci muoveremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco, Stefano Bernini: «La competenza dei piani di emergenza non è nostra – ribadisce – durante la stesura del Puc, ovviamente, ci siamo appoggiati ad Arpal e Regione che ci ha fornito le documentazioni tecniche sulle aree limitrofe ai grandi impianti industriali».

    La Regione, invece, attraverso l’assessore all’Ambiente e alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, ci assicura che «finita l’emergenza (sul caso Iplom, ndr) chiederemo urgentemente un tavolo con Prefettura e governo per approfondire questa vicenda che, se fosse confermata, rileverebbe un dato preoccupante» perché un caso come quello di Fegino «non può ripetersi in nessuna maniera e perché non è possibile che i cittadini oggi convivano oltre che con il danno, anche con la paura costante che qualcosa possa succedere».
    A preoccupare non sono, però, solo le procedure di emergenza ma anche tutta la questione legata agli oleodotti che attraversano la città: «Non è immaginabile che tubature con una qualche carenza attraversino la città di Genova – continua Giampedrone – e bisogna affrontare la questione con un piano nazionale».

    Adesso è certamente il momento dell’emergenza, momento in cui bisogna fare in fretta per arginare un danno ambientale che col passare delle ore appare sempre più grave, soprattutto con il maltempo che complica le operazioni di messa in sicurezza. Una volta che l’urgenza sarà terminata e la bonifica definitiva avviata, però, è necessario che gli enti preposti si diano da fare per mettere in sicurezza il territorio: gli strumenti ci sarebbero, basterebbe predisporli nella maniera adeguata, ognuno secondo le proprie competenze. E, possibilmente, anche rapidamente.


    Nicola Giordanella

  • Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    iplom-petrolio-arpal-genovaEmergenza ambientale a Genova, per la rottura di un tubo dell’oleodotto Iplom. Tutti ne parlano da domenica sera. Mentre la magistratura indaga, l’azienda e le istituzioni cercano di accelerare al massimo i tempi di messa definitiva in sicurezza con l’ansia piogge e sversamento in mare, Era Superba ha scovato un elemento che al grave danno aggiungerebbe una altrettanto grave beffa.

    L’intervento per arginare i danni causati dalla rottura della tubatura di Fegino, è stato condotto sulla base di un Piano di Emergenza Esterno che risulta non essere aggiornato dal 2012 e, quindi, secondo quanto previsto dalla legge, “scaduto” nel 2015. Un caso non isolato: la situazione è ancora più grave ed inquietante se si guarda all’altro impianto petrolifero presente sul territorio metropolitano genovese, cioè la raffineria Iplom di Busalla, dove l’ultimo piano risale al 2006. La responsabilità di questo documento è della Prefettura di Genova che, come tutte le prefetture, ha il compito previsto dal legislatore di redigere questo documento, verificarlo e tenerlo aggiornato secondo criteri e scadenze precise.

    Il quadro normativo

    La legge parla chiaro: per ogni impianto industriale considerato a rischio rilevante, la Prefettura di competenza ha l’obbligo di redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), renderlo di evidenza pubblica e aggiornarlo al massimo ogni tre anni. Il quadro normativo di riferimento è il Decreto Legislativo 105, del 26 giugno 2015, che recepisce (sforando di un mese sulla scadenza ultima) l’aggiornamento apportato dalla direttiva comunitaria del 4 luglio 2012 alla precedente “Direttiva Seveso” del 1982 (recepita dal legislatore italiano nel 1988), già aggiornata in precedenza durante lo stesso 1982 (in Italia solo nel 1999) e poi nel 2003 (nel nostro ordinamento dal 2005). Una storia, quindi, costellata di ritardi.

    La norma prevede tutta una serie di obblighi atti a prevenire gravi incidenti industriali, con le relative conseguenze su persone e ambiente, come appunto accadde il 10 luglio del 1976 a Seveso, quando un’enorme nube tossica fuoriuscì dagli impianti chimici della ICMESA, investendo terreni e abitazioni.
    Da quel disastro, quindi, nacque l’esigenza a livello europeo di avere regole precise e rigorose per evitare nuove sciagure. Tra gli elementi chiave della direttiva, l’obbligo di studiare e rendere operativi piani di emergenza esterni: organizzare, cioè, strategie di azione in tutte quelle ipotetiche situazioni di crisi che coinvolgono l’ambiente esterno all’impianto in questione.

    Che cos’è il Piano di Emergenza Esterno

    iplom-petrolio-genova-polceveraNel dettaglio, il PEE elenca tutte le sostanze pericolose presenti nel sito e i luoghi dove sono stoccate, prevede una casistica di incidenti potenziali secondo i diversi livelli di gravità, cataloga le aree attigue differenziandole in zone di danno potenziale, e stila una serie di interventi possibili, mappando criticità, l’assetto idrogeologico, ulteriori aree a rischio limitrofe, gli accessi agli impianti e le vie di fuga per la popolazione, e coordinando Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Polizia ed enti territoriali.

    In altre parole, con il PEE, in caso di incidente, si sa cosa c’è, si sa dove è, si sa cosa può succedere, e soprattutto si sa subito come intervenire il più efficacemente possibile.

    Proprio per questo, il suo aggiornamento è fondamentale. Ogni modifica sostanziale degli impianti, infatti, deve essere catalogata e verificata, ma non solo: anche semplici cambiamenti viari e delle infrastrutture limitrofe a un determinato impianto possono costituire un fattore di novità importante, che è meglio non appurare ad emergenza in corso.

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Fegino

    Foto da profilo Facebook EnpaRitardi, dicevamo. Per quanto riguarda gli impianti di Fegino, sul sito web della Prefettura è pubblicato integralmente un PEE, datato 2012. Sullo stesso documento, però, viene predisposto un aggiornamento su base triennale, la cui prima scadenza, quindi risulta essere il 2015. In altre parole, quello vigente è un piano scaduto, non aggiornato, vecchio. L’intervento che ha seguito lo sversamento di petrolio nel rio Fegino, e poi nel Polcevera, quindi, potrebbe essere stato inficiato da questo dato.

    Abbiamo chiesto chiarimenti alla Prefettura, le cui uniche risposte sono state una serie di rimbalzi interni, unita a un «non possiamo rispondere né in senso né nell’altro».

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Busalla

    Torniamo a Busalla. Il PEE relativo alla raffineria Iplom non si trova sul sito della Prefettura e, in base alle nostre ricerche, non ne esiste copia pubblica. Abbiamo contattato, quindi, il sindaco di Busalla, Loris Maieron, che ci ha confermato che l’ultima versione disponibile risale al 2006, quindi scaduta dal 2009: «Appena mi sono insediato, nel 2014, ho appurato questa situazione – precisa il primo cittadino – e ho fatto diverse richieste al Prefetto in merito, l’ultima volta ufficialmente l’agosto scorso».

    iplom-petrolio-mareAnche Iplom, da parte sua, ci ha confermato questo dato, mettendo la propria copia a disposizione per una consultazione in quanto «documento pubblico», come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda.
    Anche in questo caso abbiamo chiesto chiarimenti ai funzionari degli uffici prefettizi di Genova che, dopo una serie di ricerche interne, hanno confermato la situazione: il PEE relativo alla raffineria di Busalla risale al 2006 e non è pubblico perché in fase di aggiornamento. Alla domanda sul perché di un tale ritardo la risposta è stata un secco «no comment».

    Alla luce di questi dati, quindi, è legittimo pensare che l’emergenza successiva all’incidente di domenica 17 aprile, che in queste ore sta tenendo con il fiato sospeso tutta la città, e non solo, potesse essere affrontata in maniera più efficace se il PEE fosse stato aggiornato, come prescritto dalla legge. Un dubbio che rimarrà tale. Per quanto riguarda Busalla, invece, la speranza è quella di non doversi porre mai questa domanda.


    Nicola Giordanella

  • Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    fegino.iplom2Nei precedenti articoli della nostra inchiesta sulla qualità dell’aria a Genova, abbiamo analizzato diverse fonti di inquinamento con la relativa incidenza sul quadro generale. Per completare l’analisi bisogna prendere in considerazione un ulteriore settore, quello delle industrie e dei cantieri attivi in città e provincia. Come vedremo, dall’analisi dei dati emergono alcuni elementi di particolare intessere: se, infatti, da un lato, esistono contesti evidentemente preoccupanti, dall’altro, per tutta una serie di situazioni a rischio, non è al momento previsto un sistema esaustivo di monitoraggio e di eventuale mitigazione del rischio (altrimenti detto, in termini molto più cool, resilienza).

    Secondo i dati forniti da Ambiente Liguria, il sito ufficiale della Regione in tema ambientale, nel 2011 il comparto industriale ha prodotto 1273 tonnellate di NOx, cioè circa il 12% del totale registrato in Città metropolitana. Un dato che porta ad avere un “carico” pro capite annuo di 1,4 kg di questo inquinante: come abbiamo visto in precedenza, la cifra è leggermente maggiore di quella relativa al traffico veicolare privato ma è praticamente un decimo di quella relativa al porto.
    Per quanto riguarda i particolati (PM10 e PM2,5), la produzione registrata si attesta sulle 37 tonnellate annue, cioè il 3,7% del totale registrato nell’ex provincia genovese: sono 42 grammi a testa ogni anno, circa 10 in meno di quanto fanno registrare auto e moto e meno di un trentesimo di quanto prodotto dal porto.

    Questi dati sono in decrescita dal 2005, cioè da quando sono stati spenti definitivamente tutti gli impianti a caldo di Ilva, che incidevano in maniera consistente sulla media cittadina e provinciale.

    Una prima considerazione ci porta a pensare che, tutto sommato, l’industria ha sì un peso non trascurabile ma senza dubbio i problemi gravi sono da ricercare altrove. Tuttavia, se si contestualizzano i dati raccolti con il luogo della misurazione, la lettura prende un’altra prospettiva, soprattutto per una precisa area della Città metropolitana genovese.

    Busalla quasi come Taranto

    BusallaIn alta Valle Scrivia, come è noto, è in funzione un impianto industriale decisamente impattante: la raffineria Iplom, che processa il greggio proveniente dal porto petroli di Multedo. Questo impianto, per cui è previsto il “rischio di incidente rilevante”, lavora ogni anno quasi 1,8 milioni di tonnellate di greggio e lo fa rilasciando nell’aria diversi tipi di sostanze, tra cui NOx e PM. Stando a quanto riportato nell’ultimo bilancio, la raffineria produce ogni anno 232 tonnellate di ossidi di azoto e 20 tonnellate di polveri sottili. In altre parole, nel primo caso abbiamo il 18% del totale prodotto da tutto il comparto industriale della Città metropolitana di Genova, cioè il 2% del totale delle emissioni di NOx registrate sul territorio, mentre per i particolati siamo sul 55% di incidenza di settore, che contribuisce per il 2% a tutta la produzione provinciale. Il tutto a Busalla, Comune che conta circa 5740 anime (secondo il censimento 2011), che si dividono l’onere di sopportare direttamente e fisicamente il flusso di emissioni prodotte dalla raffineria.

    Facendo due rapidi calcoli, scopriamo che ogni singolo busallese ha per sé oltre 40 kg di NOx all’anno, superando di gran lunga il doppio della media metropolitana. Per fare un confronto a livello nazionale, solo l’area di Taranto è messa peggio, con una media di 50 kg procapite di NOx provenienti dagli impianti industriali, stando alle stime 2014 di Arpa Puglia.

    L’industria dei cantieri

    terzo-valico-cantiere-2015-2Se si volesse chiudere veramente il cerchio sulla questione emissioni, sarebbero da quantificare anche quelle legate alle attività dei grandi cantieri attivi sul territorio. È intuitivo pensare che centinaia di camion e mezzi pesanti possano avere un’incidenza sensibile sugli equilibri dell’aria che respiriamo, non solo per via dei propulsori, ma anche per le polveri che producono e diffondono. Al momento, però, non sono stati previsti controlli specifici, nonostante la nostra città metropolitana sia “popolata” da diversi grandi cantieri, come ad esempio quelli per il Terzo Valico, per la copertura del Bisagno, per lo scolmatore del Fereggiano, per il nodo stradale di San Benigno, solo per citarne alcuni tra i più noti.
    L’unico dato utile per provare a dare una dimensione di massima può essere ricavato nuovamente dallo studio di Regione Liguria: ogni anno i mezzi di trasporto pesanti circolanti producono 423 tonnellate di NOx, cioè circa due terzi di quello che viene prodotto dal traffico metropolitano privato. Per quanto riguarda la produzione di particolato, invece, le proporzioni sono leggermente diverse: le 73 tonnellate l’anno rappresentano quasi il doppio di quanto prodotto da auto e moto.

    Tanto lavoro da fare

    Con questi dati possiamo finalmente tracciare un disegno d’insieme della qualità dell’aria a Genova: come abbiamo visto, pur non essendo in estrema emergenza, esistono delle criticità che vanno affrontate con immediatezza. Porto e raffineria sono due sistemi decisamente inquinanti con un sicuro impatto sulla salute di chi ci vive vicino o ci lavora. Molti passi sono stati fatti, primo fra tutti lo spegnimento della lavorazione a caldo di Ilva, ma, come i numeri hanno dimostrato, bisogna insistere. L’ente Città Metropolitana ha preso in eredità dall’ex Provincia la tutela e la gestione ambientale: le criticità non sono solamente quelle relative al traffico veicolare ma sono diffuse e sotto gli occhi di tutti e, di conseguenza, le strategie per venirne a capo devono essere adeguate e lungimiranti, non dettate da sussulti emergenziali da campagna elettorale.

    Il problema dell’inquinamento è un problema di tutti e tutti devono essere coinvolti per risolverlo. Ma proprio tutti.

    Nicola Giordanella

  • Por, a rischio 10 milioni di finanziamento europeo per Sampierdarena: colpa dei ritardi nei lavori

    Por, a rischio 10 milioni di finanziamento europeo per Sampierdarena: colpa dei ritardi nei lavori

    palazzo-tursi-D4Il Comune di Genova rischia di dover restituire all’Europa 10 milioni di euro. L’allarme forte e chiaro è lanciato dall’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Edoardo Rixi. «Se entro fine anno Tursi non riuscirà a collaudare l’ascensore di collegamento tra via Cantore e villa Scassi (i cui lavori sono appena iniziati e non potranno certo essere portati a termine nel giro di 2 mesi, NdR) – sostiene Rixi – l’amministrazione dovrà restituire non solo i 2,8 milioni di euro di finanziamento per l’opera ma tutti i 10 milioni stanziati sul progetto più complessivo di riqualificazione di Sampierdarena». L’ascensore in questione è, infatti, uno dei tanti lavori in ritardo inseriti nel grande calderone dei Por 2007-2013 (qui l’approfondimento), importanti interventi di riqualificazione territoriale sostenuti in parte dal Fondo europeo di sviluppo regionale e in parte dai Comuni destinatari dei trasferimenti comunitari. Per legge, tutti i lavori (che a Genova riguardano anche altri progetti alla Maddalena, Molassana, Sestri-Chiaravagna e Pra’ Marina) devono essere rendicontati (compreso il pagamento di tutti i fornitori) e collaudati entro la fine dell’anno, pena la restituzione dell’intero finanziamento.

    Il tentativo in extremis del Comune per non perdere faccia e milioni

    Nessuno dei cinque progetti è stato al momento completato. Il Comune contava su una proroga a seguito dei danni alluvionali dello scorso anno e i conseguenti rallentamenti nei cantieri: «La richiesta sarebbe dovuta partire da Roma – spiega ancora l’assessore regionale – ma è evidente che non si possa chiedere una proroga nazionale solo per il ritardo di una città».

    Tursi, allora, ha provato un altro escamotage. All’interno delle opere previste nei Por sono state inserite alcune somme urgenze proprio derivanti da danni alluvionali: «Così – spiega l’assessore comunale ai Lavori pubblici, Gianni Crivello – abbiamo aumentato la portata dei Por e la copertura a carico del Comune che ci permetterà di rendicontare i lavori entro la fine dell’anno e non incappare nella mannaia della restituzione dei finanziamenti ma ci consentirà di proseguire tranquillamente i cantieri anche nei mesi successivi. La situazione è assolutamente sotto controllo: abbiamo ricevuto garanzie da Bruxelles e dalla Regione con cui abbiamo cadenzato una serie di incontri per la verifica puntuale dello stato delle opere. Senza dimenticare che in alcuni cantieri come Pra’ e Molassana stiamo correndo come razzi: è ovvio che se fosse arrivata la proroga avremmo potuto fare le cose con un po’ più di tranquillità».

    Il caso di Sampierdarena

    Via Buranello SampierdarenaMa l’espediente, assieme a qualche altro strategico spostamento di opere da un Por all’altro, sembra poter funzionare per tutte le zone di intervento tranne che per Sampierdarena. «In generale – conferma Rixi – sono abbastanza tranquillo perché tra l’accelerazione evidente di alcuni cantieri e il prezioso lavoro degli uffici regionali dovremmo riuscire a mantenere sostanzialmente tutti i finanziamenti, anche se i lavori non saranno completati entro la fine dell’anno. L’unica eccezione è Sampierdarena dove il Comune non è ancora riuscito a cubare i 2,8 milioni di euro previsti per l’ascensore via Cantore – Villa Scassi».

    C’è ancora una possibilità di proroga concessa da Roma e da Bruxelles che potrebbe evitare al Comune di dover restituire non solo i 2,8 milioni di euro ma anche il finanziamento del Por Sampierdarena per lavori già portati a termine: Tursi dovrebbe farsi carico di una fidejussione a garanzia della copertura economica complessiva pari a 10 milioni di euro. Così i fondi europei resterebbero congelati ancora per un anno. «Se alla fine del 2016 l’ascensore non dovesse essere ancora funzionante – prosegue l’assessore regionale – i soldi tornerebbero all’Europa ed entrerebbe in gioco la garanzia bancaria stipulata dal Comune». E Genova resterebbe con un lavoro a metà e la necessità di recuperare nuovi fondi per portare l’opera a compimento in tempi rapidi, senza considerare le eventuali rivalse delle ditte vincitrici dell’appalto. Alternativa alla fidejussione potrebbe essere una delibera di giunta che sancisse una variazione di bilancio ad hoc, ma nell’attuale condizioni delle casse di Tursi si tratta di un’ipotesi alquanto improbabile. «La Regione non ha intenzione di metterci un euro – avverte Rixi – anche perché si tratta dell’unico caso in Europa di un ritardo così forte che, tra l’altro, potrebbe mettere a serio rischio futuri finanziamenti comunitari per tutta la Liguria dal momento che si creerebbe un buco sul capitolo regionale della programmazione europea. È allucinante non riuscire a spendere questi soldi in un contesto in cui l’Italia ogni anno dà all’Europa 14 miliardi di euro e ne riceve non più di una decina: non ha proprio senso essere costretti a restituire pure quel poco che arriva».

    L’imbarazzo a Tursi e la situazione a Pra’

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Ma perché tutti questi ritardi su lavori previsti e finanziati da anni? «In alcuni casi – spiega Crivello – ci sono stati degli ostacoli oggettivi in corso d’opera: a Pra’, ad esempio, abbiamo dovuto bonificare dell’amianto per oltre 700 mila euro, poi c’è stato il non semplice smaltimento del sedime ferroviario e ancora i lavori di messa in sicurezza idrogeologica resi più difficile dalle grandi piogge. In altre situazioni, invece, ci si sarebbe dovuti interrogare a monte sulla fattibilità di alcune opere. Penso, ad esempio, alla pedonalizzazione di via Buranello: non sarebbe stato meglio dedicarsi prima a un convincente rilancio degli spazi sotto i voltini ferroviari?».

    Resta il fatto che non tutti i ritardi (compreso il mancato aggiornamento ai cittadini sullo stato delle opere, dato che il sito dell’Urban Center – che il Comune di Genova ha dedicato alla “città che cambia” – fa risalire le ultime informazioni al 7 gennaio 2013) sono facilmente scusabili. E l’imbarazzo dell’amministrazione è, comunque, palpabile. Secondo quanto trapelato dai corridoi di Tursi, martedì pomeriggio l’assessore Crivello avrebbe dovuto rispondere a un’interrogazione a risposta immediata di un consigliere di maggioranza proprio sullo stato dell’arte dei lavori dei Por. Ma l’art. 54 è stato fatto sparire con un colpo di magia per non creare ulteriori difficoltà a una giunta già abbastanza in crisi su altri fronti.

    Secondo l’assessore regionale Rixi, il Comune avrebbe anche avuto l’occasione di rimediare poco prima dell’estate: «Dopo il nostro insediamento avevamo proposto a Tursi una rimodulazione dei Por sostituendo opere complesse con lavori di manutenzioni più semplici e immediati ma il Comune si è arroccato sulla sua posizione. In sei mesi, attraverso piccoli appalti, si sarebbero potuti portare a termine interventi ugualmente importanti come la riqualificazione dei mercati comunali, l’illuminazione pubblica e l’installazione di telecamere di sicurezza nelle zone più degradate. Avevamo anche chiesto al Comune di portarci un elenco di altre opere realizzate negli ultimi anni nella zona di Sampierdarena per cercare di farle rientrare nei lavori del Por ma non c’è stato verso».

    Una condotta che il Comune cercherà di migliorare sui prossimi finanziamenti europei: «Stiamo lavorando soprattutto sul delicato tema del trasporto in Val Bisagno – anticipa Crivello – e sull’efficientamento energetico, secondo le linee guida fornite dall’Europa».

    cantiere-stazione-praIntanto, ci sono da portare a casa gli altri cantieri. In questo quadro di incertezza, con il rischio concreto che qualche lavoro resti sospeso a metà, non perde le speranze il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente, interessato al Por più sostanzioso dal punto di vista economico che dovrebbe, tra le altre cose, far nascere a Pra’ Marina una nuova cittadella dello sport: «Abbiamo già ricevuto garanzie dal Comune che i lavori saranno portati a termine in qualsiasi caso: anche se per qualche ragione non si riuscissero a sfruttare i finanziamenti europei nella loro interezza, Tursi troverà il modo di rimediare con altri fondi per rilanciare come si deve la zona marina di Pra’ e rendere la Fascia di Rispetto un polo di attrazione sportiva e turistica sovraregionale». Dopo anni di rallentamenti, a Pra’ i lavori sembrano finalmente procedere nel verso giusto e a buon ritmo: «Al momento – dice il presidente – siamo circa al 50-55% dei lavori completati: sono state riqualificate piazza Sciesa, la passeggiata lungo il campo di calcio della Praese, l’approdo Navebus con il parcheggio di interscambio e la foce del rio San Pietro. Siamo più indietro, invece, sui lavori del Parco Lungo e del progetto Pra-to-Sport ma si tratta di quelli economicamente meno incidenti. Sicuramente non tutto verrà completato entro la fine dell’anno – conclude Avvenente – ma mi accontenterei se venisse messo definitivamente a sistema almeno tutto il riassetto della viabilità».

     

    Simone D’Ambrosio