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  • Acquasola, il punto sulla riqualificazione in attesa del nuovo regolamento per i Parchi storici

    Acquasola, il punto sulla riqualificazione in attesa del nuovo regolamento per i Parchi storici

    Parco dell'AcquasolaLe pulizie dei migranti di qualche settimana fa sono ormai un ricordo. Un bel progetto per tentare di dare concretezza all’accoglienza e all’integrazione dei profughi nella nostra città ma un’operazione di make up troppo lieve per restituire dignità a uno dei più amati parchi storici genovesi. Stiamo parlando dell’Acquasola che, dopo le annose vertenze con la concessione poi ritirata per la costruzione di un box auto (che ha portato il Comune a versare una penale di circa 2 milioni di euro), da circa un anno è in attesa di poter rinascere a vita nuova. La riqualificazione era stata promessa entro fine 2015 ma dei cantieri per il momento non c’è nemmeno l’ombra: l’area cintata riguarda solo i vecchi lavori per i parcheggi mentre nel resto del parco regna la desolazione.

    Colpa di un bando che al momento ha visto solo un affidamento provvisorio: nel frattempo, alla ditta vincitrice sono state chieste due integrazioni al progetto presentato. Ora, finalmente, dovrebbe essere tutto pronto per la consegna dei cantieri. Lo assicura l’assessore al Verde, Italo Porcile: «Se non concluderemo l’accordo con la ditta vincitrice in questi giorni, potremmo procedere all’aggiudicazione dei lavori ai secondi classificati nel bando e iniziare i cantieri al massimo entro la fine del mese».

    La riqualificazione del parco dell’Acquasola

    La nuova vita dell’Acquasola passa attraverso un progetto che è una via di mezzo tra un’opera di manutenzione straordinaria e una vera e propria riqualificazione. L’intervento esteticamente più significativo e simbolico è senza dubbio quello relativo al laghetto che verrà interamente restaurato assieme alla fontana e all’area circostante: oltre all’acqua corrente è possibile anche il ritorno di cigni e paperelle. Interessante anche il recupero di tutto il camminamento perimetrale esterno al parco che ripercorrerà gli antichi bastioni: qui sarà necessario un intervento di pulizia straordinaria e di bonifica di tutti gli strascichi del cantiere della Metro. A proposito, nella zona cosiddetta del “Collo d’oca” (quella che si interseca con viale IV novembre) si era parlato in passato della possibile realizzazione di un parcheggio (soprattutto in seguito ai lavori di piazza Dante) ma l’assessore Porcile tende ad escludere qualsiasi intervento impattante: «Tutt’al più potremmo pensare a una zona di sola fermata per i bus turistici che una volta lasciati i passeggeri abbandonino l’area. Oppure a qualche stallo per bici e tutt’al più moto, anche se preferirei lasciare tutta l’area pedonale. Si tratta, comunque, di un discorso che avremo modo di affrontare con la giusta calma più avanti». L’assessore non lo dice esplicitamente ma fa capire che qualsiasi sia la decisione che riguarda il “Collo d’oca” l’importante è che non venga trasformato in parcheggio tout court.

    Parco dell'AcquasolaFulcro della manutenzione naturalmente riguarda l’area verde, con la sistemazione dell’esistente, la ripiantumazione delle essenze morte e l’introduzione di nuovi cespugli e qualche “alto fusto”. Modifiche in arrivo anche per l’area giochi: addio alla mini pista di go-kart mentre la giostra verrà spostata nell’angolo a monte, di fronte alla zona ristoro; scivoli e dondoli, invece, saranno messi a nuovo ma resteranno dove sono. Anche per i bar cambierà qualcosa: piatti freddi e caldi sotto il verde rilassante non sembrano a rischio ma il tutto dovrà avvenire in un contesto esteticamente più decoroso per l’ambiente in cui il bistrot è ospitato. Cambierà casa anche l’area cani che, leggermente ridimensionata, troverà spazio nella zona sud, praticamente di fronte agli immobili dell’Università.

    Naturalmente verranno sistemati tutti gli ingressi con la messa a norma per quanto riguarda l’accessibilità per i disabili e sarà data una rinfrescata a ringhiere e panchine, con il ritorno all’antico. Prevista la sistemazione della pavimentazione nella zona dell’ex cantiere per il box auto per un costo di circa 70 mila euro. «Certo – ammette Porcile – non riusciremo a riprendere il disegno originale di Barabino ma daremo vita a un giusto equilibrio tra le necessità di verde urbano e di spazi per il relax e il gioco dei bambini. Insomma, mi sembra che alla fine tutte le realtà che mostrano giustamente grande interesse per il Parco possano ritenersi soddisfatte».

    I tempi previsti per restituire l’Acquasola ai genovesi sono confermati in tre mesi dalla partenza dei lavori. Si andrà, dunque, per forza di cose oltre la fatidica data del 31 dicembre 2015: un problema soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti. I fondi per far tornare a vivere il parco, infatti, arrivano dal prezioso pozzo degli avanzi delle Colombiane, vincolati proprio alla risistemazione di parchi e ville storici della città: tuttavia, se l’amministrazione non rendiconterà queste spese entro la fine dell’anno, il gruzzolo non speso dovrà tornare a Roma. Da Tursi è già partita la richiesta per l’ennesima proroga, almeno per qualche mese, ma nella peggiore delle ipotesi per l’Acquasola è probabile che andrebbero persi solo “pochi spiccioli”, abbastanza facilmente reintegrabili.

    Fondi colombiane? I conti non tornano…

    [quote]Erano stati destinati 700 mila euro provenienti da fondi ex Colombiane e vincolati alla riqualificazione dei parchi urbani. Che fine hanno fatto i 400 mila euro di differenza?[/quote]

    A proposito di soldi, il costo di tutta l’operazione di restyling si aggira attorno ai 300 mila euro. Fermi tutti. «Per la riqualificazione dell’Acquasola – dice la consigliera comunale Vittoria Musso – erano stati destinati 700 mila euro provenienti da fondi ex Colombiane e vincolati alla riqualificazione dei parchi urbani. Che fine hanno fatto i 400 mila euro di differenza?». Nessuno sa (o vuole) rispondere, almeno per il momento. «Da quando sono entrato nel mio ruolo di assessore – tiene a specificare Porcile – si è sempre parlato di costi attorno ai 300 mila euro per la riqualificazione dell’Acquasola. Ho chiesto spiegazioni all’assessore Miceli (titolare della delega al Bilancio, NdR) e penso che a breve arriveranno tutti i chiarimenti. Quello che posso assicurare, comunque, è che il Parco dell’Acquasola è una delle realtà in cui l’amministrazione ha intenzione di intervenire economicamente anche in futuro, per completare qualche arredo ma anche dare vita a nuovi progetti, non solo attraverso i ribassi d’asta del progetto di riqualificazione». Certo, difficilmente il budget a disposizione potrà raggiungere quei 400 mila euro che sembrano essere spariti nel nulla e sarebbero potuti essere molto preziosi per tornare a rendere giustizia al parco alle spalle di piazza Corvetto.

    Nuovo regolamento Parchi storici

    Oltre la riqualificazione, l’amministrazione non è ancora in grado di poter pensare a progetti a più ampio respiro. Qualcosa di più si potrà sapere nelle prossime settimane quando, dopo una gestazione elefantiaca, sarà finalmente discusso in Commissione e Consiglio comunale il nuovo Regolamento per l’uso dei parchi storici che l’assessore Porcile aveva assicurato di imminente approvazione già prima dell’estate: «È vero – ammette – c’è stato qualche ritardo di troppo ma è stato dovuto soprattutto alla riorganizzazione interna degli uffici amministrativi: il settore dei Parchi storici è, infatti, passato dalla direzione Verde alla direzione Cultura ma siamo finalmente pronti per portare il provvedimento in aula nelle prossime settimane». Non è questa la sede per entrare nel dettaglio ma è sicuramente già possibile anticipare come il nuovo regolamento aprirà definitivamente le porte, anzi i cancelli, dei parchi a tutta una serie di eventi artistici e culturali. Difficile che all’Acquasola si possa ripetere una stagione teatrale all’aperto come quella recente del Teatro della Gioventù o un evento di grande richiamo come la “Silent Disco” ma non è assolutamente esclusa la possibilità di dare ospitalità a qualche manifestazione di uguale interesse ma a partecipazione più contenuta, che non precluda il decoro e la finalità principale dell’ambiente in cui si immerge.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    vicoli-immigrazione-d1L’eco, a dire il vero neanche troppo lontana, degli sgomberi “No Borders” al confine italofrancese ha fatto passare in secondo piano quella che per settimane è stata la questione più dibattuta sulle pagine dei giornali locali e non solo: la prima accoglienza dei migranti in Liguria e il successivo processo di smistamento e integrazione nella vita genovese. Come abbiamo già cercato di dimostrare in passato, chi parla incessantemente di “invasione”, lo fa per lo più con finalità di strumentalizzazione politica e viene seccamente smentito dai numeri come illustrato dall’assessore alle Politiche sociali Emanuela Fracassi, nel corso di un aggiornamento in Commissione consiliare lunedì mattina. Così, recependo una proposta De Pietro (M5S) e Gioia (Udc), l’amministrazione dedicherà alcune pagine del proprio sito istituzionale alla corretta informazione sul tema dei migranti richiedenti asilo per cercare di stoppare sul nascere i proliferanti falsi luoghi comuni.

    Certo, il tema della prima accoglienza e dell’integrazione dei migranti è delicato e necessita di soluzioni concrete e non troppo improvvisate. Ma il fenomeno, sicuramente in espansione negli ultimi anni, ha senza dubbio la necessità di assestarsi prima di poter essere analizzato con la giusta prospettiva.

    Le misure di prima accoglienza a Genova

    [quote]Il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata.[/quote]

    Con l’ultima circolare ministeriale che risale allo scorso 8 settembre, alla Liguria sono stati assegnati complessivamente 3980 posti per l’accoglienza di migranti richiedenti asilo. Di questi, 2914 sono già attivi su tutto il territorio regionale mentre circa 1300 si concentrano nella provincia genovese (e quasi esclusivamente nel Comune di Genova, per un’incidenza sulla popolazione residente pari circa al 2 per mille). Il Tavolo di coordinamento di questi flussi è gestito direttamente dalla Prefettura, emanazione territoriale del governo centrale, sia dal punto di vista del monitoraggio delle presenze sia da quello della messa in atto di soluzioni efficaci per rispondere alle necessità dell’accoglienza.

    Nella maggior parte dei casi, i profughi che arrivano a Genova sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, un procedimento gestito da una Commissione ad hoc che, finalmente, da 5 mesi è attiva con una sede anche nella nostra città. «Non dobbiamo più accompagnare i profughi a Torino – spiega l’assessore – ma i tempi di attesa tra l’identificazione e il riconoscimento dello status di rifugiato sono mediamente di 18 mesi, un’enormità rispetto ai 3 mesi previsti dalla legge». Per la cronaca, la commissione genovese ha accettato solo il 30% delle richieste: dopo un eventuale diniego è possibile fare ricorso e arrivare fino al terzo grado di giudizio ma naturalmente i tempi si allungano e quella che dovrebbe essere “solo” una prima accoglienza si trasforma in qualcosa di semi-permanente. «Benché un periodo di osservazione di 5 mesi non possa ancora avere rilevanza statistica – osserva l’assessore Fracassi – i flussi che riguardano Genova e la Liguria presentano già aspetti interessanti e caratterizzanti: ad esempio, il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata».

    I migranti che arrivano in territorio ligure vengono accolti in strutture gestite da enti accreditati del terzo settore e hanno diritto a vitto, alloggio, beni di prima necessità, assistenza sanitaria, consulenza legale e mediazione culturale per l’apprendimento della lingua italiana. Secondo quanto previsto dalla normativa, per l’accoglienza di ciascun migrante lo Stato versa 35 euro al giorno, compresi 2,5 euro consegnati direttamente ai profughi per minime spese personali.

    Com’è noto dalle cronache cittadine, la prima attività di screening e assistenza sanitaria dei profughi giunti a Genova viene fornita attraverso due strutture: una a Campi, in corso Perrone, in sostituzione della originaria collocazione al Palasport,  l’altra nell’ex palazzina Q8 in viale Brigate Partigiane in via di ristrutturazione. Ma l’obiettivo dell’amministrazione è di riuscire a individuare a breve un grande “hub” cittadino o regionale, magari proveniente da qualche struttura acquisita gratuitamente da Tursi attraverso il federalismo demaniale e per la cui ristrutturazione sfruttare i finanziamenti messi a disposizione dal Ministero.

    Intanto, i profughi arrivati in città provano a darsi da fare lavorando gratuitamente per sentirsi utili e offrire un mutuo aiuto a chi li ha accolti. È il caso, ad esempio, di chi ha aderito all’azione di pulizia volontaria del parco dell’Acquasola e di villetta Di Negro. In attesa che arrivi la formalizzazione dello status di protezione internazionale, i migranti non possono stipulare regolari contratti di lavoro ma il Comune, attraverso la collaborazione dei Municipi, ha pensato a un apposito protocollo siglato con Prefettura e associazioni del Terzo settore per coinvolgere attivamente i profughi nella vita della città. Anche se c’è già chi mugugna che si tratti di una sorta di sfruttamento di mano d’opera.

    Dall’accoglienza all’integrazione

    Fin qui la cosiddetta “prima accoglienza”, su cui tuttavia il coinvolgimento di Tursi è soprattutto a livello logistico, consultivo e di coordinamento tra la Prefettura e le associazioni che si occupano del sociale. Più diretta, invece, è l’azione del Comune in un altro progetto di accoglienza che ricade nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), finanziato dal Ministero dell’Interno fin dal 2001, con costi che si aggirano sui 40 euro giornalieri per ciascun assistito (45 euro per i minori). Si tratta della cosiddetta accoglienza di secondo livello, ovvero la realizzazione di percorsi di integrazione e autonomia  per chi si è visto riconoscere formalmente lo status di rifugiato e vuole rimanere a vivere in città. Attualmente sono 187 i posti che il Comune può mettere a disposizione, 170 adulti e 17 minorenni.

    I minori stranieri non accompagnati e accolti in città sono in realtà molti di più. Dal novembre 2014 è attivo un apposito progetto finanziato dal Ministero dell’Interno per 50 bambini suddivisi tra due strutture in via Serra e a Cornigliano. Inoltre, il Comune ha una propria struttura per la prima accoglienza in emergenza in grado di dare risposta a 12 minori. Infine, lo scorso aprile Tursi ha partecipato a un bando ministeriale per strutture di seconda accoglienza dedicate ai minori presentando un progetto per 40 posti ma gli esiti non sono stati ancora comunicati.

    Il ruolo fondamentale del terzo settore e le potenzialità dell’accoglienza diffusa

    Il fulcro del sistema di accoglienza, sia esso di primo o secondo livello, sono indubbiamente le associazioni che operano nel campo del sociale e i tanti volontari che vi collaborano. Secondo i dati forniti dalla Prefettura, al momento sono 22 le strutture nel Comune di Genova all’interno delle quale vengono ospitati i profughi. Si può fare di più? Secondo l’assessore Fracassi sì e i nuovi percorsi da intraprendere riguardano la cosiddetta accoglienza diffusa, che chiama in causa la partecipazione diretta delle famiglie genovesi, sempre sotto il coordinamento delle associazioni del Terzo settore. «Il modello da seguire è quello del Comune di Asti – ha tracciato la linea l’assessore – dove molte famiglie, per lo più di origine straniera, hanno scelto di ospitare alcuni profughi a casa propria, ricevendo 400 euro al mese dalle istituzioni come contributo al mantenimento». Certo, l’accoglienza in famiglia non può andare bene per tutte le situazioni ma è comunque un percorso che Genova non può lasciare intentato: «La scelta sul modello di accoglienza più adeguato per ciascun caso – conclude Fracassi – è molto difficile: l’inserimento di un profugo in una famiglia, ad esempio, non è indicato nella fase di prima accoglienza (ad Asti, ad esempio, avviene dopo un periodo di 3 mesi passati in un centro di accoglienza collettivo come quello di Campi, NdR) e può essere ugualmente problematico per i minori che potrebbero vedere acuiti i traumi del viaggio e della fuga».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Le vie dell’acqua pubblica: dalle sorgenti ai rubinetti, da dove arriva l’acqua che beviamo?

    Le vie dell’acqua pubblica: dalle sorgenti ai rubinetti, da dove arriva l’acqua che beviamo?

    Lago del Brugneto LiguriaA Genova esistevano storicamente tre distinti acquedotti: il Nicolay, il De Ferrari Galliera, e Genova Acque (Amga). I primi due erano privati, il terzo era inizialmente una municipalizzata, poi ceduta ad un consorzio misto pubblico-privati. Nel 2006 dalla fusione delle tre società, nacque Mediterranea delle Acque, società del Gruppo Iren, in grado di gestire tutto il Comune di Genova e 39 dei 67 comuni dell’ex ambito Ato (Ambito Territoriale Integrato) sul quale occorre organizzare il servizio idrico sulla base della normativa regionale. Ad oggi dunque è uno solo il referente per la distribuzione in città dell’acqua potabile evitando curiose intersezioni fra acquedotti privati, pubblici e in via di privatizzazione.

    Negli anni ‘70 e ‘80 però, con eccezionali stagioni di siccità, gli acquedotti privati ebbero il loro momento di gloria, cercando di diversificarsi rispetto al principale, ormai municipalizzato: anche il piccolo Nicolay in quegli anni realizzò la diga sul lago Busalletta mettendosi in condizione di far fronte ai ciclici periodi di magra dello Scrivia. Insomma, la concorrenza poteva riservare qualche vantaggio, ma certamente appesantiva e irrigidiva l’offerta poiché fino al 1990 le interconnessioni praticamente non esistevano.

    Oggi, invece, il nostro bicchiere d’acqua ha lo stesso “marchio” qualsiasi provenienza abbia e l’acquedotto, grazie ad una condotta posta fra Val Bisagno e Val Polcevera di circa 8 chilometri, riesce a pompare acqua da una zona all’altra della città, in caso di criticità nella fornitura.

    Detto questo, l’acqua arriva comunque da siti posti anche a considerevole distanza fra di loro; si va dalla diga sul Brugneto al lago della Busalletta, dalla captazione delle acque del Bisagno a quelle del Polcevera.

    Dal Brugneto al rubinetto

    Ipotizziamo il viaggio di un bicchiere d’acqua che sgorghi ad esempio da un rubinetto di Nervi: in questo caso, il contenuto del nostro bicchiere nascerà con tutta probabilità nei prati della Val Trebbia, nel fiume Brugneto, sbarrato dalla diga che crea il lago più vasto della Liguria a 777 metri di altezza. L’acqua dell’invaso per prima cosa alimenta una piccola centrale idroelettrica che produce energia pulita. Dopo questo passaggio attraversa delle vasche dette di sedimentazione, dove le impurità tipo sassi e sabbia si depositano sul fondo, e a questo punto l’acqua è pronta per la partenza verso la città. Percorre circa 14 chilometri in una sorta di galleria, con una derivazione può anche alimentare, in particolari periodi dell’anno, il lago di Val Noci, pure utilizzato per l’acquedotto genovese.

    Attraverso i boschi dell’alta Val Bisagno, passando per La Presa di Bargagli, arriva infine nell’impianto di potabilizzazione di Prato, dove per mezzo di quattro vasche di decantazione si rimuovono le sostanze chimiche indesiderate e viene protetta dai microrganismi patogeni. Se l’acqua fosse stata raccolta dal Bisagno o dal Lavesa, un affluente (accade specialmente nei mesi invernali, quando le precipitazioni sono frequenti, in modo da conservare l’acqua dell’invaso per i periodi di siccità) sempre a Prato avrebbe trovato l’impianto “Civico” dedicato alla raccolta dal fiume. Infine, con il biossido di cloro o l’ipoclorito di sodio viene sterilizzata e si dirige verso l’ultima parte del viaggio, per raggiungere le nostre case.

    Qui sgorga fresca e pura, secondo le analisi di Arpal e della Compagnia erogatrice; un po’ meno pura secondo Altroconsumo e Greenpeace, che hanno messo in risalto la rilevante percentuale di metalli pesanti, seppur compresa entro i limiti imposti dalla normativa. A questo punto ovviamente è difficile per l’utente finale discriminare l’acqua in base alla provenienza, e probabilmente non è poi così significativo: quello che conta è la ragionevole certezza che, pur in presenza di stagioni secche, la capacità di erogare acqua rimanga il più possibile immutata.

     

    Bruna Taravello

     

  • Ex Magazzini del Sale, ecco il progetto di riqualificazione del Comune. Quale futuro per il CSOA Zapata?

    Ex Magazzini del Sale, ecco il progetto di riqualificazione del Comune. Quale futuro per il CSOA Zapata?

    concerto-zapataUn investimento da 3 milioni e 380 mila euro in 10 anni, da reperire anche attraverso finanziamenti nazionali e bandi europei. A tanto ammonta la stima degli uffici comunali per il progetto di riqualificazione degli ex Magazzini del Sale, la struttura (realizzata a metà Ottocento per raccogliere il sale arrivato dal porto e pronto alla commercializzazione e dichiarata di interesse culturale nel 1987) che sorge sullo “spartiacque” tra lungomare Canepa e via Sampierdarena per una superficie complessiva di circa 2200 mq. Ampliamente sottoutilizzato e sfruttato solo sul versante est dal Club Petanque Sampierdarena (che utilizza anche uno spazio esterno con relativa tensostruttura, su concessione del Demanio Portuale) e su quello ovest dal CSOA Zapata (che ha occupato gli spazi nel 1996 venendo poi a un accordo per l’utilizzo con la prima giunta Pericu), l’immobile è attualmente di proprietà demaniale ma potrebbe presto diventare parte del patrimonio di Palazzo Tursi nelle more del federalismo demaniale e culturale, con una procedura del tutto identica a quella intrapresa per i Forti (qui l’approfondimento).

    Il progetto del Comune di Genova

    [quote] Il cronoprogramma prevede lavori dal 2017 al 2021, per costi intorno ai 2 milioni di euro. Un altro milione è previsto per la strutturazione di nuovi spazi interni, che si realizzerà tra il 2021 e il 2024, ed esterni, tra il 2022 e il 2025. Infine, è già stata prevista un’ultima fase per la riqualificazione del tessuto urbano circostante, per cui il Comune vorrebbe investire ulteriori 1,2 milioni di euro, oltre ai 3,4 milioni destinati alla struttura[/quote]

    L’amministrazione ha quindi predisposto il piano di riqualificazione necessario per stipulare il passaggio di proprietà gratuito dal Ministero al Comune, con il nulla osta della Sovrintendenza. «Di fatto – dice la consigliera Monica Russo, molto attiva nel quartiere – gli spazi dei Magazzini del Sale sono già ora a disposizione della collettività grazie alle attività culturali extra-sportive organizzate nei locali della bocciofila: chiunque abbia proposte in tal senso può chiedere alla bocciofila di essere ospitato». E così, in linea di massima, dovrebbe restare anche dopo la riqualificazione: il progetto stilato dagli uffici comunali parla, infatti, di un serbatoio multifunzionale con interesse pubblico e diversi filoni di attività culturali e sociali. Sicuramente uno spazio (nella zona di levante, quella più vicina al centro città) sarà affidato direttamente al Municipio Centro Ovest che lo gestirà in totale autonomia, anche grazie alla prevista passerella di collegamento con i vicini uffici municipali. Garantita anche la sopravvivenza della realtà sportiva, con gli spazi della bocciofila che saranno riorganizzati anche a seguito dell’intervento di allargamento di Lungomare Canepa. Infine, è previsto un non meglio definito filone “socio-culturale” per le attività negli spazi rimanenti.

    «Il piano di valorizzazione – spiega l’assessore al Patrimonio, Emanuele Piazza – prevede maglie piuttosto larghe. I tempi lunghi di attuazione ci garantiscono una buona sicurezza sull’effettiva possibilità di portare a termine l’intervento: in caso di ritardi, infatti, la legge dice che il bene dovrebbe tornare automaticamente al Demanio. Inoltre, la definizione ancora piuttosto generica delle attività che si andranno a insediare consente di entrare successivamente nel merito attraverso un percorso di partecipazione (richiesto a gran voce da molti consiglieri, soprattutto del M5S, ndr) con un confronto diretto con i cittadini».

    Così, una prima fase di messa in sicurezza del bene esistente, soprattutto per quanto riguarda la testata est, con un costo di 263 mila euro totalmente accollato al Comune, dovrebbe concludersi entro fine 2016. Successivamente partirebbe il recupero vero e proprio dell’immobile e il suo adeguamento funzionale e tecnologico: il cronoprogramma prevede lavori dal 2017 al 2021, per costi che si aggirano attorno ai 2 milioni di euro. Un altro milione, invece, è previsto per la strutturazione di nuovi spazi interni, che si realizzerà tra il 2021 e il 2024, ed esterni, tra il 2022 e il 2025. Infine, è già stata prevista un’ultima fase per la riqualificazione del tessuto urbano circostante, per cui gli uffici di Tursi pensano di investire circa 1,2 milioni di euro, oltre ai 3,4 milioni destinati alla struttura in senso stretto.

    Costo o investimento?

    ex-magazzini-saleIl progetto, dunque, se dovesse essere avvallato dal Consiglio comunale, inciderà non poco sul bilancio del prossimo ciclo amministrativo. E proprio sulla voce costi sono nate parecchie perplessità sui banchi della Sala Rossa: «Stiamo parlando di un investimento di 330 mila euro all’anno per 10 anni – dice il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia – ma se abbiamo questi soldi per la gestione del Patrimonio comunale perché non andiamo a investirli dove c’è bisogno, ad esempio nella ristrutturazione degli edifici scolastici?».

    Sul punto, la risposta dell’assessore Piazza non ammette repliche: «Certamente l’acquisizione dei beni è un costo per il Comune dal punto di vista della messa in sicurezza e della riqualificazione ma non può sfuggire che altrimenti questi luoghi resterebbero vuoti urbani che generano degrado e alti costi sociali. E una città come Genova che dagli anni ’70 è decresciuta di circa 250 mila persone, ovvero l’equivalente di cinque città di Savona, questi spazi pubblici e privati sono molti. Sicuramente abbiamo altri interventi prioritari, come la messa in sicurezza degli edifici scolastici, ma con interventi progressivi dobbiamo tenere conto anche di questi beni che oggi sono criticità ma domani possono diventare un’opportunità di servizio per il territorio, a fini culturali e ricreativi e, perché no, anche per le imprese. Insomma, cerchiamo di passare dal degrado alla vivibilità anche grazie a una buona collaborazione con Demanio e Sovraintendenza».

    L’amministrazione, almeno questa volta, sembra piuttosto consapevole dei rischi soprattutto economici a cui va incontro. «La messa in sicurezza degli ex Magazzini – entra nel merito l’assessore – sarà inserita nel prossimo Piano triennale dei Lavori pubblici mentre per la restante parte dei fondi si cercherà di affidarsi non solo alle casse comunali ma anche a bandi europei, ad esempio legati alle fonti energetiche autoalimentate, e a fondi nazionali voluti dall’Anci e messi a disposizioni dal Mef proprio per il federalismo demaniale. In ultimo, esattamente come avverrà per i Forti, non dobbiamo dimenticarci l’importanza della compartecipazione pubblico-privato, legata a concessioni agevolate del bene in vista di una sua valorizzazione».

    Il futuro del CSOA Zapata

    zapataViene da chiedersi come mai queste rimostranze da parte dei consiglieri non siano state fatte al momento della presentazione dell’intero processo di acquisizione gratuita dei beni dal Demanio quando, come avevamo già avuto modo di sottolineare, era già piuttosto evidente che si sarebbe trattato di un probabile bagno di sangue per le casse di Tursi. Eppure, allora, se non da un favore unanime, il percorso non era certo stato accolto da una levata di scudi: ora, sembra essere troppo tardi, e il rischio è che la contrarietà a questo progetto nasconda altri malesseri politici, ad esempio legati al futuro del CSOA Zapata.

    A proposito, che ne sarà di questi spazi occupati ormai da quasi vent’anni? Se la bocciofila (che ha un contratto di locazione con il Demanio in scadenza tra 4 anni e dovrà per forza di cose essere ereditato da Tursi) è al sicuro seppure con qualche riorganizzazione spaziale, qualche dubbio in più sembra esserci per il centro sociale. La sensazione, comunque, è che in quel generico terzo filone di attività socio-culturali previsto per la riqualificazione degli spazi sia sottointesa una sorta di legittimazione delle attività portate avanti dai giovani del centro sociale ma che il Comune stia ancora cercando la strada per poter formalizzare un accordo in tutto e per tutto legale sulla gestione degli spazi. Una trattativa che non si preannuncia facilissima anche perché, dopo la rottura del tavolo di coordinamento centri sociali-amministrazione (voluto da don Gallo con la giunta Vincenzi) in seguito allo sgombero del LSOA Buridda dalla vecchia sede di via Bertani, i rapporti vanno ricuciti.

    Sul tema, la discussione in Commissione a Tursi si è fatta calda. «Dobbiamo discutere del futuro del centro sociale, magari prima di mandare i celerini a sgomberare» ha avvertito Mauro Muscarà (M5S) facendo evidente riferimento a quanto successo in via Bertani. «Si parla sempre di sociale e culturale ma mai di commerciale: dobbiamo pagare noi i conti mentre sono gli altri a divertirsi» si lamenta Stefano Anzalone del Gruppo Misto. «Se lì dentro ci fosse Casapound saremmo lo stesso così compresivi?» tuona, un po’ a sorpresa, il consigliere PD Giovanni Vassallo, che aggiunge: «Se sei in un spazio pubblico, almeno una lira la devi pagare, secondo quanto dicono le norme. La linea politica non può essere che se sei un centro sociale di sinistra fai quello che vuoi; la linea deve essere che tutte le posizioni vanno regolarizzate, pagando un canone che ovviamente deve essere di molto calmierato se hai una funzione sociale».

    Restando in casa Pd, il capogruppo Farello ricorda però che «lo Zapata non è frutto di un’occupazione abusiva: il centro sociale è stato messo lì dalla prima giunta Pericu. Non dobbiamo dimenticarci, però, che quando approveremo il nuovo regolamento della movida, buona parte delle attività che si svolgono in quelli spazi diventeranno illegali». Dall’altro versante, il consigliere Gianpiero Pastorino (Sel) si dispiace del fatto che «ragazzi figli di cittadini di Genova e di Sampierdarena vengano etichettati come abusivi. I pregiudizi non devono entrare in quest’aula perché anche questi cittadini hanno diritto di esprimersi in questa città». Il compagno di partito Chessa ricorda che «la riqualificazione di quel rudere è iniziata proprio quando è partita l’occupazione da parte dello Zapata per cui è indispensabile arrivare a un accordo con i ragazzi, anche attraverso un canone simbolico che dia vita a un rapporto legalitarioNon posso non sottolineare che questa giunta ha contribuito a rompere il rapporto con i centri sociali che aveva provato a intavolare la giunta Vincenzi, peraltro con effetti paradossali che laddove si è sgomberato un immobile peraltro non ancora venduto, si è dato via a un processo che ha portato all’occupazione di un altro spazio di gran lunga migliore per il centro sociale. Resta il fatto che un rapporto vada recuperato». Infine, Clizia Nicolella di Lista Doria sottolinea come «in contesto sociale fortemente mutato da una crisi economica senza precedenti, è compito dell’amministrazione valutare non tanto l’ormai  difficile monetizzabilità della concessione di spazi pubblici quanto piuttosto il ritorno per la collettività in termini più globali».

    La sintesi spetta naturalmente alla giunta: «Una volta che entreremo in possesso del bene – assicura l’assessore Piazza – vedremo quali sono i diritti acquisiti di chi attualmente occupa gli spazi degli ex Magazzini del Sale e cercheremo di capire come procedere. È evidente che tutte le assegnazioni dovranno avvenire secondo norme di legge ma è altrettanto evidente che il Comune possa concedere sconti sul canone di affidamento anche fino al 90% se vengono riscontrati forti interessi culturali e sociali per l’attività svolta da chi gestisce gli spazi». Insomma, un accordo sembra possibile. Almeno a parole.

     

    Simone D’Ambrosio

  • No all’inceneritore in Liguria, comitati e Regione insieme contro il governo: «Scelta sbagliata e pericolosa»

    No all’inceneritore in Liguria, comitati e Regione insieme contro il governo: «Scelta sbagliata e pericolosa»

    rifiutiLa battaglia contro i nuovi inceneritori previsti dalla legge “Sblocca italia” è arrivata anche a Genova. È stata presentata questa mattina sotto i portici del palazzo della Regione la petizione del coordinamento ligure GCR – Gestione Corretta dei Rifiuti, un gruppo di comitati e associazioni nato qualche anno fa per promuovere la legge di iniziativa popolare “Rifiuti Zero”. L’obiettivo dell’appello, che già da qualche giorno è stato pubblicato sul portale change.org ha superato le 350 adesioni, è quello di fare pressione sulle Regioni affinché venga bloccato il provvedimento che prevede la realizzazione di 12 nuovi inceneritori in 10 Regioni italiane, in aggiunta ai 42 già in funzione e ai 6 in fase di costruzione. Secondo quanto previsto dal governo Renzi, uno di questi impianti di chiusura a caldo del ciclo dei rifiuti, con una capacità di almeno 210 mila tonnellate all’anno, dovrebbe trovare posto anche in Liguria. Un’imposizione a cui la Regione, tramite il presidente Toti e l’assessore Giampedrone, ha già fatto sapere che si opporrà in tutte le forme possibili, cambiando decisamente idea rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale.

    «La notizia – dicono con il sorriso l’ing. Mauro Solari e il dr Franco Valerio, promotori della petizione – è che il presidente Toti è d’accordo con i comitati. Scherzi a parte, le motivazioni alla base del decreto nazionale non hanno fondamento: il numero di inceneritori da realizzare è stato calcolato partendo da dati inconsistenti mentre il pretrattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati, la raccolta dell’umido e una differenziata spinta, come previsto dal nuovo Piano Regionale, sono una risposta assolutamente adeguata alle esigenze dei liguri e non solo».

    Secondo quanto stabilito dall’Europa, gli Stati membri non possono procedere alla realizzazione di nuovi inceneritori se quelli esistenti non sono in attività per almeno il 70% del potenziale. Ma, le stime degli esperti parlano di diversi impianti italiani ampiamente sottoutilizzati. Inoltre, la stessa normativa europea indica una precisa gerarchia nella gestione dei rifiuti, che prevede innanzitutto la riduzione, poi la preparazione al riutilizzo, poi il riciclaggio con recupero di materia e solo al penultimo posto l’incenerimento con recupero di energia, appena prima della fase residuale dello smaltimento (con incenerimento senza recupero di energia od in discarica).

    raccolta-rifiuti«Certamente – dicono Valerio e Solari – la Liguria è in forte ritardo rispetto agli obiettivi comunitari sulla raccolta differenziata ma la realizzazione dell’inceneritore non aiuterebbe a migliorare. I tempi di ammortamento per un impianto così costoso come quello previsto sono molto lunghi: significherebbe che si dovrebbe continuare a produrre rifiuti per alimentarlo almeno per i prossimi 20 anni. Si tratta solo di una marchetta del governo in favore degli inceneritoristi».

    Tra i firmatari dell’appello anche tutti i consiglieri di Lista Doria. «Pensavamo che i pericoli di una chiusura a caldo del ciclo dei rifiuti fossero definitivamente scongiurati dopo aver cambiato gli intendimenti della vecchia giunta Vincenzi – dice il capogruppo e consigliere delegato all’Ambiente per la Città Metropolitana, Enrico Pignone – ma speriamo che, anche grazie alla presa di posizione della Regione, pure il governo prenda atto che un’altra economia è possibile, un’economia circolare che completi il ciclo dei rifiuti con impianti freddo e non parli più di scarti ma di materia da reimmettere nel ciclo produttivo e in grado di produrre energia rinnovabile».

    Il tema potrebbe presto essere affrontato anche sui banchi di Tursi dato che il consigliere di Fds, Antonio Bruno, ha depositato una mozione che ricalca i temi principali della petizione di GCR. «Mi chiedo anche – aggiunge Bruno – come mai tutto questo clamore non sia stato fatto quando, dopo la chiusura di Scarpino, si è deciso di smaltire i rifiuti liguri in inceneritori fuori Regione. Se un impianto è inquinante, lo è a Genova come a Torino».

    «La situazione che si è venuta a creare a Genova con la chiusura della discarica di Scarpino è stata una vera e propria emergenza – ribattono Valerio e Solari – da cui si può uscire solo appoggiandosi alle altre Regioni. Certamente si tratta di una soluzione che deve rimanere temporanea e per questo motivo siamo molto preoccupati da un eventuale ingresso in Amiu di Iren, già proprietaria di impianti di incenerimento in altre Regioni: non vorremmo che quanto di buono fatto finora sulla carta del Piano industriale di Amiu e di quello regionale dei rifiuti, venisse vanificato per una mera operazione politico-economica».

    Il futuro del ciclo dei rifiuti genovese si fa dunque sempre più incerto. Tra una raccolta differenziata che stenta fino addirittura a regredire, un’azienda che aspetta di conoscere il suo futuro sempre vicino a una quantomeno parziale privatizzazione, un piano industriale che attende in qualche modo di essere finanziato per dare vita a quegli impianti che consentirebbero di rendere Genova virtuosa e sostenibile nel processo di smaltimento dei rifiuti, ci mancava solamente che tornasse in ballo la questione degli inceneritori. Questa tipologia di impianti, infatti, non solo è antieconomica (un kilowatt prodotto attraverso lo smaltimento di rifiuti in un inceneritore costa cinque volte tanto l’equivalente incamerato attraverso una centrale termoelettrica) e dannosa dal punto di vista ambientale ma può essere pericolosa anche per la salute di chi ci vive attorno. «Secondo uno studio di Arpa Piemonte legato all’inceneritore di Vercelli – spiega il dr Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Ist – la percentuale di morti tra la popolazione che vive o lavora stabilmente vicino all’impianto può salire fino al 7% nell’arco di 5 anni e al 16% in 10 anni (con picchi anche del 29%) rispetto al tasso di mortalità medio del resto della città».

    Intanto, qualcosa sembrerebbe muoversi anche a livello nazionale. La seduta di Commissione Ambiente della Conferenza Stato – Regioni, inizialmente convocata per oggi, in cui si sarebbe dovuti entrare nel merito del decreto attuativo dello “Sblocca Italia” che riguarda la realizzazione dei nuovi inceneritori è stata rinviata a fine mese. La speranza dei comitati è che attraverso una forte pressione esercitata in coordinamento con le Regioni si possa arrivare almeno a un parziale dietrofront.

    Simone D’Ambrosio

  • Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    alluvione3-DITorna di nuovo a suonare la campanella per il Consiglio comunale di Genova. Il primo giorno di lavori dopo la pausa estiva non presentava all’ordine del giorno discussioni particolarmente calde, in attesa delle patate ben più bollenti che giungeranno in Sala Rossa con l’arrivo dell’autunno (una su tutte: la ventilata ipotesi di privatizzazione di Amiu). Ma, a proposito di autunno, inizia a crescere l’attenzione su uno dei temi più cruciali per la fragilità del nostro territorio ovvero il suo assetto idrogeologico e la situazione dei grandi e piccoli lavori di manutenzione nelle zone critiche della città e negli alvei dei torrenti. La stagione delle grandi piogge è quasi alle porte e il timore dei genovesi è che, al di là degli annunci politici, ancora poco o nulla sia stato fatto per evitare il tragico ripetersi di eventi a cui, purtroppo, ci stiamo abituando. La ripresa dei lavori del Consiglio comunale ha così offerto l’opportunità all’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello, per fare il punto della situazione sui cantieri aperti e i lavori pronti a partire, rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo (PD). «L’amministrazione – ha detto l’assessore – non ha alcun interesse a nascondere informazioni o eventuali criticità che dovessero sorgere rispetto agli interventi previsti. C’è la massima disponibilità, com’è già stato fatto in alcuni casi, a incontrare la cittadinanza per spigare i lavori e, qualora fosse possibile, anche ad accogliere qualche utile suggerimento».

    scolmatore-fereggiano-tracciatoPartiamo dallo Scolmatore del Fereggiano, un intervento di cui a lungo abbiamo parlato sulle pagine di Era Superba, voluto a suo tempo con grande forza dall’amministrazione genovese che temeva di vedere esclusivamente come una chimera l’arrivo dei finanziamenti statali per completare le opere di messa in sicurezza anche del Bisagno. Con il cantiere già allestito qualche settimana prima del previsto, l’area è stata formalmente consegnata nelle mani della ditta appaltatrice il 4 luglio. I lavori, dunque, dovranno terminare contrattualmente entro il 4 agosto 2018. «Sul Fereggiano – assicura Crivello – stiamo procedendo con regolarità: l’area di cantiere è stata approntata e al momento si stanno realizzando le strutture di sostegno per la costruzione dell’armatura dello scolmatore. Entro la prossima settimana inizierà anche lo spostamento della condotta fognaria». Tutti i lavori al momento sono in corso di esecuzione all’interno della galleria che passa sotto Corso Italia.

    Procedono anche i cantieri del secondo lotto/secondo stralcio sulla copertura del Bisagno. L’area era stata consegnata alla ditta appaltatrice lo scorso 14 aprile e i lavori dovrebbero concludersi entro agosto 2017. L’allestimento del cantiere ha creato qualche difficoltà di troppo agli esercizi commerciali, come abbiamo letto nelle scorse settimane. «Abbiamo incontrato alcuni commercianti – spiega l’assessore – e stiamo cercando di mitigare le difficoltà: certo, azzerarle sarà impossibile ma dobbiamo tenere conto che gli interventi che si stanno facendo, una volta portati a termine, azzereranno qualsiasi rischio di alluvione e allegamento nella zona». Attualmente sono in corso di realizzazione i lavori preliminari per lo spostamento di tutte le sottoutenze («Un lavoraccio» commenta Crivello) mentre la demolizione e la ricostruzione della copertura (così come avvenuto per il primo lotto, nella zona più prossima alla Foce) inizieranno nel 2016. In parallelo, è partita lunedì la Conferenza dei servizi per l’approvazione del progetto esecutivo del terzo stralcio del secondo lotto, quello in zona stazione Brignole e che comprenderà, tra le altre cose, anche l’abbattimento del Bruco. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere tutto pronto per lanciare il bando («E sarebbe un gran bel risultato» chiosa Crivello).

    Torrente Bisagno

    Terzo grande intervento è quello che riguarda lo Scolmatore del Bisagno. La Regione sta ultimando le procedure per l’estensione dell’incarico di progettazione in seguito ai necessari adeguamenti per il progetto esecutivo. Intanto, rispondendo alle paure dei cittadini della zona che hanno scritto all’amministrazione di non essere disposti a sopportare il benché minimo disagio, i progettisti hanno mitigato la previsione di impatto dell’area di cantiere che sorgerà nel centro sportivo della Sciorba. Il quartiere generale sarà ospitato in un grande prefabbricato sulla cui copertura verranno ripristinati le attuali area verde e spiaggia con piscina per i bambini. Inoltre, si sta studiando la possibilità di lasciare il prefabbricato a servizio dei cittadini anche una volta terminati i lavori, ad esempio per adibirlo a posteggi o palestra. I progettisti, inoltre, escludono che gli interventi di scavo possano arrecare danni agli edifici limitrofi. Se tutto procede per il verso giusto, la Conferenza dei servizi potrebbe essere convocata tra la fine dell’anno e l’inizio del 2016.

    C’è poi una serie di interventi più periferici ma non per questo meno importanti. A iniziare dalla messa in sicurezza del torrente Chiaravagna. È in corso la gara di appalto per i lavori che riguardano il tratto d’acqua prospiciente lo stabilimento dell’Ilva mentre si attende da Roma l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente per la realizzazione di un passante sotto l’area Piaggio. Intanto, sono stati ultimati i lavori del primo stralcio sul ponte di via Manara e l’allargamento dell’alveo all’altezza dell’Elsag e sono state parzialmente consegnate le aree di cantiere per il secondo stralcio. Infine, l’assessore Crivello assicura che entro la fine del 2015 si riuscirà a lanciare l’appalto per il rifacimento del ponte stradale di via Giotto, dove è stato demolito il palazzo triste simbolo dell’alluvione dell’ottobre 2010.

    Per quanto riguarda Fegino, invece, è in corso la Conferenza dei servizi per il secondo lotto dei lavori, nel tratto tra la cabina dell’Enel e i giardini Montecucco: «Si tratta di un intervento complesso – spiega Crivello – perché il sedime stradale è molto limitato e si sta cercando di capire come mitigare l’impatto del cantiere per la viabilità della zona».

    A Levante, infine, procedono i lavori sullo Sturla. Appaltato ad agosto l’adeguamento idraulico del tratto tra l’edificio universitario e via Franchi, sono in corso le Conferenze di servizi per i lavori tra via Franchi e via Apparizione e per lo scolmatore del rio Chiappeto.

    Ci sono poi altri importanti lavori che l’amministrazione spera di poter iniziare a programmare in un futuro non troppo lontano. «Speriamo che il governo possa dare economicamente seguito anche alle promesse fatte in maniera più diffusa per la messa in sicurezza dell’assetto idrogeologico della città. Non senza difficoltà, stiamo cercando di proseguire un lavoro di mappatura dei tantissimi rivi minori che non vanno assolutamente sottovalutati». Inoltre, l’assessore sta cercando di capire se esita la possibilità di intervenire con denaro pubblico per la messa in sicurezza di zone private ma abbandonate: «Molti frontisti (proprietari di zone limitrofe ai corsi d’acqua, ndr) spesso non sanno neppure che la manutenzione dell’alveo prospiciente alle proprietà è loro compito. Non sono rari i casi in cui mi dicono “faccia lei” magari perché si tratta di terreni abbandonati su cui non esiste alcun interesse: il problema è che se il Comune agisse potrebbe essere citato per danno erariale perché interverrebbe con fondi pubblici in area privata».

    Ad ogni modo, il Comune di Genova quest’anno ha investito 2 milioni di euro solo per la pulizia degli alvei, 1,2 milioni in più rispetto allo scorso anno. E qualcosa potrebbe arrivare anche dalla Regione viste le recenti aperture dell’assessore Giampedrone. Grazie a questi interventi, il rischio alluvione sarà mitigato anche se le grandi opere di messa in sicurezza idrogeologica sono ancora lontano dall’essere terminate. Non c’è forse il timore che i grandi cantieri creino ulteriori difficoltà dal punto di vista della sicurezza, almeno fino alla loro ultimazione? Sul tema l’assessore Crivello non ha esitazioni: «Naturalmente tutti i lavori vengono svolti in assoluta sicurezza e gli stessi progettisti prendono in considerazione queste situazioni limite. Per quanto riguarda l’incolumità dei lavoratori, poi, già oggi con allerta 2 sospendiamo tutti i cantieri e la situazione sarà ancora più restrittiva con il nuovo sistema di allertamento regionale in attesa della definitiva entrata in vigore».

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, sarà una pausa di riflessione: le ultime delibere e la lettera al sindaco

    Consiglio comunale, sarà una pausa di riflessione: le ultime delibere e la lettera al sindaco

    palazzo-tursi-aula-rossa-d14Non è mancato qualche colpo di scena nell’ultima seduta del Consiglio comunale prima della pausa estiva (i lavori delle Commissioni riprenderanno il 31 agosto, prossimo Consiglio previsto l’8 settembre), in cui c’era grande attenzione per la tenuta della maggioranza dopo l’uscita dal Pd dei consiglieri Gozzi e Caratozzolo, passati al Gruppo Misto. Ed è stato proprio grazie al voto dei transfughi democratici che è stato approvato un ordine del giorno – proposto dal M5S e votato anche da Udc, Gruppo Misto tranne Malatesta, Lista Musso, Lega e Pdl (astenuto Campora), Bruno (Fds) e Pastorino (Sel) – che impegna sindaco e giunta a “dare mandato politico ad Amiu per rimuovere dai vertici aziendali gli attuali dirigenti e direttori di servizio, sostituendoli con persone in possesso di un curriculum professionale più adatto”. Certo, solitamente gli ordini del giorno lasciano il tempo che trovano, ma a colpire è soprattutto il dato politico di una giunta e una maggioranza andate nuovamente sotto su un tema delicato e che continuerà a far discutere non solo dopo la pausa estiva.

    I conti verranno fatti probabilmente a partire da domani nel corso di una riunione di maggioranza (preceduta da un incontro più ristretto solo di ciò che rimane dei consiglieri Pd), convocata inizialmente per giovedì pomeriggio e poi slittata a venerdì per la previsione di una tarda conclusione dei lavori consiliari di ieri. E proprio su questo incontro i consiglieri di Lista Doria, Sel e Gianpaolo Malatesta hanno scritto una lettera aperta a sindaco e giunta per lamentare l’inadeguatezza di tempi e modi della convocazione della riunione che appare “inadeguata al raggiungimento dell’obiettivo, che tutti avvertiamo come urgente, di rilanciare l’iniziativa dell’Amministrazione superando in positivo la fase critica che si è recentemente aperta”. Secondo i firmatari per ridare fiato alla maggioranza non è possibile affidarsi “alla logica emergenziale di una ricerca occasionale del sostegno dei consiglieri; dobbiamo piuttosto sforzarci di restituire a quest’ultimi un ruolo attivo e propositivo che li veda ampiamente coinvolti in tutto il processo di decisione politica e non solo nel momento del voto“. Per fare ciò i consiglieri propongono l’organizzazione per la prima settimana di settembre di “una giornata di lavoro seminariale dedicata al confronto sugli obiettivi e alle azioni di ogni assessorato. Per meglio rispondere alle richieste pervenute da tutti i consiglieri nell’ultima riunione di maggioranza, pensiamo sia utile che la giornata preveda, oltre ad un momento iniziale e finale plenario, anche dei gruppi di lavoro tematici, avvalendosi del supporto professionale di facilitatori di cui l’amministrazione dispone”.

    La seconda sorpresa della giornata ha riguardato la famosa mozione del Pd sul suq di Turati – corso Quadrio. Dopo essere stato presentato in pompa magna con tanto di conferenza stampa, il documento si era un po’ perso nel nulla: ricomparso all’improvviso all’ordine del giorno dell’ultima seduta, è stato rimandato in Commissione, con il capogruppo Pd, Simone Farello, che ha accolto la richiesta dell’assessore alla Legalità, Elena Fiorini. Voci di corridoio dicono che la giunta abbia promesso di non mettere in campo alcuna soluzione prima di settembre, quando il tema, assieme alla mozione del Pd, dovrebbe essere discusso in Commissione. Un tira e molla un po’ assurdo ma piuttosto sintomatico di come né la giunta né tanto meno le forze politiche di maggioranza abbiano le idee chiare su come affrontare definitivamente la questione mettendo insieme le rivendicazioni di cittadini e commercianti e i desideri dei protagonisti del mercatino.

    Intanto sul piatto c’era l’ultima votazione sul Puc

    Tornando all’intenso Consiglio comunale, al primo punto dell’ordine del giorno si è affrontata quella che dovrebbe essere stata l’ultima votazione sul nuovo Piano urbanistico comunale. Il Consiglio ha approvato con 21 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Gruppo Misto e Udc), 4 astenuti (Pdl) e 9 contrari (M5S, Lista Musso, Baroni del Gruppo Misto) le controdeduzioni della giunta alle ultime osservazioni pervenute senza alcuna sostanziale novità rispetto a quanto già anticipato. Ora il Puc andrà in Conferenza dei servizi, già convocata il 5 agosto, che avrà 90 giorni di tempo per verificare l’aderenza del Piano alle norme urbanistiche sovraordinate e il rispetto dei parametri imposti dalla Valutazione ambientale strategica. A quel punto, salvo ulteriori osservazioni che comporterebbero un nuovo passaggio in Consiglio, ci sarà la pubblicazione ufficiale e quindi l’entrata in vigore entro il 7 dicembre, termine in cui scade il peridio di salvaguardia che consente di rispondere già attualmente alle eventuali richieste urbanistiche sulla base di quanto previsto nel nuovo piano regolatore.

    Come previsto, rinviata a settembre anche la seconda discussione all’ordine del giorno che riguardava la tanto attesa delibera sul nuovo regolamento della movida: le critiche piovute da più parti al documento su cui stanno lavorando a quattro mani gli assessori Piazza e Fiorini hanno costretto a un momentaneo ritiro del provvedimento, in attesa di una ricalibrazione e di una nuova condivisione con tutti gli attori in gioco che verosimilmente non avverrà prima di settembre.

    Amiu

    Come detto in apertura, molto calda la discussione sulla delibera che allinea il piano industriale di Amiu alla nuova legge regionale sul ciclo dei rifiuti. Rispetto a quanto già deciso lo scorso anno (qui l’approfondimento), cambia solo il capitolo legato alla collocazione dell’impianto di separazione secco-umico che, come anticipato, non avverrà più nelle strutture di Volpara e Rialzo ma direttamente a Scarpino. Intanto, proseguono le manovre per l’ingresso di un partner privato, che sarà sempre più probabilmente Iren, e gli incontri per la definizione degli spazi in cui collocare i nuovi impianti di biodigestione e di trattamento della raccolta differenziata: mentre c’è chi si sta attrezzando per trovare soluzioni all’esterno del Comune di Genova ma all’interno della Città Metropolitana, sembra riprendere quota l’ipotesi dell’area ex Colisa, inizialmente precettata come campo-base per i lavori della Gronda. «Sarebbe meglio che le aree venissero individuate all’interno del nostro Comune – ha detto il capogruppo Pd, Simone Farello – perché rafforzerebbero il patrimonio di Amiu e consentirebbero di chiudere il ciclo dei rifiuti in città. Se ciò non fosse possibile bisognerebbe comunque ottenere la disponibilità delle aree entro la fine dell’anno e far sì che i costi per l’acquisizione non siano maggiori di quanto succederebbe con la soluzione interna».

     Bilancio e forti

    Da segnalare l’approvazione di un documento tecnico dovuto che attesta la situazione di equilibrio del bilancio del Comune di Genova. L’occasione è stata utile all’assessore Miceli per informare ufficialmente circa l’importo definitivo che arriverà da Roma dal fondo di compensazione per i mancati trasferimenti Imu-Tasi: si tratta di 20 milioni e 835 mila euro, circa 7 milioni in meno rispetto allo scorso anno. Sarà a partire da questa cifra che gli uffici dovranno produrre la variazione di bilancio già ampiamente annunciata nelle scorse settimane e che verrà proposta a giunta e Consiglio alla ripresa dei lavori. Al momento, comunque, lo stanziamento del fondo compensativo ha consentito già una prima variazione significativa ad alcune voci come 4,6 milioni in più a favore dei servizi sociali.

    Approvate, infine, altre due delibere: la prima dà il nulla osta all’accordo di valorizzazione del complesso dei Forti e al trasferimento dal demanio degli immobili rientranti nella cosiddetta “prima fase” (Belvedere, Crocetta, Tenaglie, Begato, Sperone Puin, Torre Granara), la seconda conferisce alla Fondazione Teatro Carlo Felice una servitù d’uso sull’area esterna alla Palazzina Liberty di Villa Gruber (già a disposizione del Teatro) e un comodato d’uso gratuito di 50 mq in fregio alla limitrofa via Cesare Corte.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di GenovaDopo le dimissioni della presidente della Fiera di Genova, Sara Armella, contestuali alla presentazione del primo bilancio in pareggio e seguite a quelle dell’amministratore delegato Antonio Bruzzone, è stato nominato su indicazione del Comune Ariel Dello Strologo nuovo presidente della Fiera di Genova. Per quanto riguarda invece l’amministratore delegato, nomina che spetta a Regione Liguria – Filse, ecco Luca Nannini, docente, insegna all’università di Pisa Strategie di Risanamento Aziendale.

    Nelle settimane che hanno preceduto l’assemblea dei soci si era tornati a parlare con insistenza di un possibile matrimonio tra l’ente fieristico e la Porto Antico Spa. La nomina di Dello Strologo, presidente della Porto Antico dal 2009 che manterrà le due cariche, conferma quella che era molto più che un’ipotesi. Un progetto che dovrebbe in un certo qual modo ricalcare a livello amministrativo quanto potrebbe accadere sul piano urbanistico con la realizzazione del Blue Print di Renzo Piano, che ha l’obiettivo di mettere finalmente in comunicazione diretta l’area dell’Expo con quella della Fiera. E così, esattamente com’era successo per la riqualificazione degli anni ‘90, la figura dell’archistar torna a essere nuovamente decisiva.

    Nel numero 61 di Era Superba, in uscita lunedì 3 agosto, troverete un ampio approfondimento sulla situazione dei due enti (vi proponiamo qui un estratto), con un’intervista al direttore generale di Porto Antico Alberto Cappato, che voci di corridoio indicavano in corsa con lo stesso Dello Strologo per il ruolo di presidente di Fiera. Una volta che sarà formalizzato il rapporto fra i due enti, Cappato avrà comunque un ruolo operativo di coordinamento fra le due realtà cittadine.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61  di Era Superba

    foto porto antico dall'altoL’avvocato e presidente della Comunità ebraica genovese, Ariel Dello Strologo, dunque, sarà il trait d’union dirigenziale tra i due enti. È comunque esclusa, almeno in tempi brevi, qualsiasi fusione. Anche perché sarebbe piuttosto azzardato mettere sulle spalle di un ente che funziona, come la Porto Antico, il fardello di una realtà che deve trovare la giusta strada per ripartire, come la Fiera di Genova. La fusione, peraltro, non sarebbe neppure semplice dal punto di vista tecnico: parte degli azionisti dei due enti coincide ma le quote di capitale variano sensibilmente da ente a ente e da proprietario a proprietario. Si parla piuttosto di «integrazione operativa – come la definisce il sindaco Marco Doria – da costruirsi soprattutto attraverso la rete di imprese come precondizione per verificare altre e future forme di integrazione». Una rete in cui dovrebbero confluire spazi, eventi e comunicazione, progetti e servizi, iniziative di vario genere, come lo stesso Salone Nautico, allo scopo soprattutto di evitare una concorrenza fratricida e di ricercare fresche fonti di finanziamento.

    «I fatti recenti – commenta l’assessore comunale con delega ai rapporti con Fiera e Porto Antico, Carla Sibilla – sicuramente contribuiranno ad accelerare i processi: l’integrazione si stava studiando, ripartiremo da lì ma per quanto riguarda un’eventuale fusione vanno fatti sicuramente studi più approfonditi di due diligence».

    Integrare, però, non significherebbe solo tagliare qualche poltrona, che certo è necessario fare per risparmiare un po’ di soldi sul capitolo management, ma vorrebbe dire soprattutto creare un nuovo contenitore che, ad esempio, punti forte sulla nautica, offrendo accosti sia alla Fiera che lungo il Molo Vecchio, ma anche sul turismo e sull’intrattenimento. Il che vorrebbe dire, da un lato, provare appunto a rilanciare il Salone Nautico, dall’altro allargare gli orizzonti delle proposte culturali del Porto Antico che, forse, negli ultimi anni si sono adagiate un po’ troppo sugli allori e rischiano di anno in anno di ripetersi solo perché previste dal calendario.

    Fiera di Genova

    fiera-genova-kennedy-DILa Fiera (32,46% Comune di Genova, 27,39% Filse-Regione Liguria, 21% Città Metropolitana, 17,24% Camera di Commercio di Genova, 1,91% Autorità Portuale), com’è noto, è finalmente giunta al pareggio di bilancio dopo anni di durissimi tagli e un consistente ridimensionamento degli spazi. Il fardello degli spazi lasciati liberi se lo è accollato il Comune, con la speranza di poterli rivendere, anche a lotti, in vista della riqualificazione di questa porzione di waterfront. «Se non si venderanno – allerta il vicesindaco Stefano Bernini – l’onere ricadrà sui genovesi, dato che per risanare i conti di Fiera e acquisire queste aree il Comune ha acceso un mutuo con la Bnl di una ventina di milioni di euro». In un modo o nell’altro, dunque, i conti dell’ente di piazzale Kennedy andranno definitivamente a posto non appena Comune, Regione e Autorità Portuale firmeranno l’accordo di programma che deciderà il futuro delle aree. «Solo a quel punto sarà possibile l’unione tra Fiera e Porto Antico – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – indipendentemente dal Blue Print, che non verrà mai realizzato perché, com’era già successo con gli Affreschi dello stesso Piano, è un’idea completamente sconnessa dalla possibilità di progettare qualcosa che sia economicamente sostenibile». La società con sede ai Magazzini del Cotone, così, non dovrebbe essere caricata di oneri eccessivi ma, anzi, riceverebbe nuovi spazi da gestire in modo coordinato e con personale commisurato.

    Porto Antico

    [quote]Abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».[/quote]

    Ma se dell’ente di piazzale Kennedy e del suo precario stato di salute economica molto si è parlato sulle pagine di quotidiani genovesi, Era Superba compresa, meno si sa di che cosa succede negli uffici della Porto Antico Spa (51% Comune di Genova, 43,44% Camera di Commercio, 5,56% Autorità Portuale), che navigano almeno apparentemente in acque ben più tranquille.

    porto-antico-sfera-piano-acquario-DIIntanto le note positive: il bilancio 2014, chiuso entro il 30 aprile ma non ancora ufficialmente pubblicato sulle pagine del sito della società, fa tornare il segno + con oltre 500 mila euro di utile. Passata, dunque, la mareggiata dello scorso anno, quando fu registrata una perdita da 1,8 milioni legata soprattutto alla fallimentare operazione di Ponte Parodi, a causa degli infiniti ritardi di Autorità portuale. «Ma il nostro obiettivo – dichiara Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico spa, che circa un suo coinvolgimento in vista di un’eventuale unione con la Fiera di Genova preferisce il silenzio – non è tanto quello di produrre utili, quanto di reinvestire le risorse per migliorare l’area e renderla più attrattiva».

    A proposito di miglioramenti, con l’esplosione di caldo delle ultime settimane non possono non essere apprezzati i miglioramenti alla piscina prospiciente i Magazzini del Cotone. Ma la riqualificazione che più sta a cuore ad Alberto Cappato è quella della Città dei Bambini: «Abbiamo ripreso la gestione diretta dallo scorso dicembre – racconta – e abbiamo completato un grosso intervento di rinnovamento e nuova disposizione dei giochi per fasce d’età. Grazie alla collaborazione con il Cnr, è stata completamente rivista la sezione delle illusioni ottiche ma abbiamo pensato anche alla parte manuale, un aspetto educativo importante nell’era dei nativi digitali».

    C’è poi tutto il settore degli eventi, sia organizzati direttamente sia solo per la concessione degli spazi o altre partnership. «Ogni anno – ammette Cappato – abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».

    porto-antico-notte2-DIBudget che, invece, non dovrebbe essere un problema per un grande sogno di Cappato che potrebbe consentire proprio all’area dell’Arena del Mare di vivere anche in autunno e in inverno. Si tratta della famosa ruota panoramica, una sorta di London Eye sotto, anzi di fronte, alla lanterna. L’installazione era già stata annunciata per lo scorso inverno ma, poi, non se n’è saputo più nulla: «Abbiamo avuto qualche lungaggine con le autorizzazioni soprattutto per quanto riguarda l’Enac per l’occupazione dello spazio aereo ma adesso è tutto a posto. Solo che la ruota che sarebbe dovuta arrivare dall’Olanda (con cabine climatizzate e la possibilità anche di realizzare servizi di catering all’interno, ndr) è stata installata altrove perché l’acquirente non poteva aspettare oltre dato che doveva iniziare a rientrare di un investimento sull’ordine di grande dei 2, 3 milioni di euro. Quindi, ora, aspettiamo la fabbricazione di una nuova ruota con le stesse caratteristiche che consentano di installarla nei mesi invernali e rimuoverla in quelli estivi».

    Altro pallino di Cappato per il futuro è l’incentivazione della mobilità elettrica come strumento di potenziamento turistico: «Abbiamo da poco vinto un bando europeo – ci anticipa Cappato – per l’installazione di colonnine di ricarica veloce ogni 50 chilometri, nelle aree di servizio autostradali: 14 milioni di finanziamento che nel giro di due anni dovrebbe dare vita a un lungo percorso che creerà un corridoio europeo di mobilità elettrica, che si chiamerà Unit-E, tra Genova, Dublino e Bruxelles. La speranza è quella di attirare un nuovo tipo di turismo che risiede non così lontano da noi, visto che a Nizza esiste una flotta di car sharing elettrico con 60 auto».

    Sembrano, invece, essere risolti i problemi di natura economica con Costa Edutainment: «La nuova vasca dei delfini – spiega Cappato – sarebbe dovuta entrare in servizio molto prima e i ritardi hanno fatto andare a rotoli tutti i piani finanziari. La vasca, infatti, la stiamo pagando noi ma l’Acquario sta restituendo nei tempi previsti tutto il dovuto».

    Una nota negativa è rappresentata dalla crisi del Museo Luzzati che ha annunciato il rischio chiusura. «Il grido di allarme purtroppo non stupisce – dice laconicamente Cappato – perché le istituzioni non ce la fanno più a supportare tutte queste realtà: i soldi non bastano ed è necessario fare delle scelte». Difficile pensare che la società Porto Antico possa intervenire direttamente con finanziamenti: «Piuttosto – prosegue il direttore generale – cercheremo di farli entrare più a sistema con il resto dell’area, ad esempio pensando a qualche sinergia con la Città dei bambini».

    Infine, c’è il buco nero dell’ex Wow, nel modulo 1 dei Magazzini del Cotone: inaugurata a marzo 2013, la cittadella della scienza non è mai decollata ed ha chiuso miseramente i battenti dopo neanche un anno di vita. Scaduto il contratto con i concessionari (prima Garrone, poi Ferrero), gli spazi sono stati utilizzati temporaneamente solo per il Myba, importante fiera internazionale per i professionisti di Superyacht e Charter. Al momento il padiglione resta tutto chiuso, in attesa di una nuova destinazione di medio-lungo periodo.

    A proposito di ospitalità congressuale, anche su questo punto non solo la Porto Antico ma tutta la città di Genova dovrebbe investire. «Quando i congressisti arrivano a Genova – sostiene Cappato – restano sempre estasiati dei servizi e delle location per le loro riunioni, anche i tempi di permanenza tengono a ridursi a causa dei costi». Ma nel 2014 sono state solo 110 mila le presenze in zona Expo legate a questo settore: il mercato è ancora eccessivamente stagionale e Genova sconta sicuramente la difficile accessibilità con mezzi pubblici e privati dai grandi centri italiani ed europei.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba

  • Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    zelenkovac-9Valorizzare una storia poco conosciuta, ma incoraggiante e portatrice di un messaggio universale; fare maggiore chiarezza su quanto è accaduto durante e dopo la guerra in ex-Jugoslavia e avere il piacere di lavorare insieme a un gruppo di amici, condividendo un’esperienza di vita prima ancora che professionale. Sono queste le ragioni che hanno spinto il nostro gruppo, composto da sette giovani genovesi, Michele Giuseppone (regia e montaggio), Luca Fiorato (presa diretta, montaggio audio e musiche), Silvia Giuseppone (riprese), Davide Castagnola (fotografia), Serena Ferrari  e Davide Montaldi (supporto logistico) e me, Daniele Canepa (interviste, testi e traduzioni), a realizzare un film documentario sul villaggio eco-turistico di Zelenkovac, fondato da Borislav – “Crazy Boro” – Jankovic, poeta, pittore, scultore e… amante della natura e della vita.

    A circa venti minuti di auto dalla cittadina di Mrkonjić Grad e a un’ora e mezza da Banja Luka, dopo essere stata una comune di artisti ex-jugoslavi ed essersi salvata miracolosamente dalla furia distruttrice della guerra in Bosnia, Zelenkovac è diventata oggi un villaggio di montagna eco-turistico composto da capanne e bungalow in legno – costruiti, nel tempo, da Boro stesso e dai suoi amici – adibiti a strutture ricettive per viaggiatori che desiderano passare qualche giorno a contatto con la natura. Per capirne meglio il valore nel contesto bosniaco, tuttavia, è necessario prima fornire un quadro complessivo sul passato prossimo e sul presente della Bosnia Erzegovina.

    La Bosnia Erzegovina: Un quadro generale

    Una classe dirigente spesso incompetente e corrotta, clientelismo diffuso, immense potenzialità naturali, storiche e artistiche sfruttate soltanto in minima parte, problemi nello smaltimento dei rifiuti, infiltrazioni criminali in settori chiave dell’economia, fuga dei cervelli… No, non è l’Italia. Spesso da noi percepita come distante geograficamente e culturalmente, la Bosnia Erzegovina, in realtà molto più vicina al confine italiano rispetto a una nazione da noi sentita affine come la Spagna, presenta delle difficoltà e una realtà sociale per molti versi analoghe a quelle del nostro paese. A differenza del nostro passato recente, però, quello bosniaco è stato segnato dalla guerra più violenta consumatasi sul suolo europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale: una guerra bollata come “odio etnico” dai media mainstream, sempre alla ricerca di comodi slogan che semplifichino, anziché aiutare le persone a capire le cause profonde.

    La guerra in Bosnia è stata, secondo le parole del giornalista e scrittore Luca Leone, esperto in materia da noi intervistato per il film: «Un laboratorio dell’orrore e del male. Il nostro compito di giornalisti e scrittori è andare sul posto e raccontarla per quello che è stata. Non è stata una guerra etnico-religiosa, ma piuttosto una guerra di aggressione, combattuta da gruppi di potere che avevano il solo fine di spartirsi un paese e creare una grande Croazia da un lato e una grande Serbia dall’altro. Punto.»

    L’assetto politico attuale della Bosnia Erzegovina, complicato ai limiti dell’ingovernabilità, è frutto degli accordi di Dayton, negli Stati Uniti, firmati nel novembre 1995. Il risultato ha dato luogo a un paese “transgenico”, secondo la definizione di Leone, diviso nelle entità territoriali della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con capitale Sarajevo, a maggioranza croato-musulmana, la Repulika Srpska, a maggioranza serbo-ortodossa, con città di riferimento Banja Luka, e il distretto di Brčko. I costi insostenibili della politica, il pantano burocratico di amministrazioni locali e nazionali e una presidenza tripartita, che prevede la frequente alternanza di un rappresentante di ciascuno dei gruppi nazionali alla guida del paese, sono solo alcune delle cause alla base di una paralisi che tiene in scacco una popolazione all’interno della quale le diseguaglianze si acuiscono, anziché diminuire.

    Se da un lato le pensioni non assicurano nemmeno la sopravvivenza, dall’altro le famiglie faticano a reperire le risorse necessarie per mantenere i figli e per provvedere alla loro istruzione.

    I partiti, tuttavia, invece di rivolgere la propria attenzione verso questi problemi, preferiscono soffiare sul fuoco del nazionalismo. Il parallelismo con l’Italia è evidente anche qui: destra contro sinistra – o almeno presunte tali – da noi, partiti dei gruppi nazionalisti in Bosnia. Dietro le urla delle finte fazioni, tuttavia, la voce della gente comune rimane inascoltata, mentre essa non chiede nient’altro che di potersi costruire un futuro pacifico e ritornare a vivere armoniosamente. Proprio per tutte queste ragioni, l’esempio di Boro e di Zelenkovac sono così preziosi e valgono la pena di essere raccontati.

    La Bosnia attraverso una lente diversa. Il documentario Zelenkovac

    Documentari e réportage sulla Bosnia si limitano di solito a descrivere ciò che è accaduto durante la guerra o a presentare il profondo senso di lacerazione generato da un conflitto fratricida, a causa del quale il vicino di casa, da un giorno all’altro, è diventato il nemico dopo anni di pacifica convivenza. Dopo tali letture e visioni, il senso di frustrazione, misto a rabbia e impotenza, è l’unica cosa che rimane. La realtà presentata nel film Zelenkovac e l’esperienza stessa di Boro, invece, insegnano che anche in una situazione apparentemente priva di uscita, come quella della Bosnia di oggi, è possibile creare valore.

    «Volevo dimostrare che ognuno ha il diritto di vivere nel posto in cui è nato…», afferma con convinzione Boro, la cui “creatura” rappresenta in miniatura quanto la Bosnia ha da offrire: una natura meravigliosa, come quella che circonda Zelenkovac, immersa nel bosco; storia e arte; multiculturalità e un senso dell’ospitalità a tratti commovente. Persone come Boro, secondo quanto Luca Leone afferma nel film: «Sono come panda, che hanno bisogno di essere protetti, in quanto Boro è un esempio di uomo che ha capito come ridare speranza ai bosniaci».

    Spinti dall’obiettivo di far emergere questo tipo di atteggiamento di fiducia nei confronti della vita e di non darla vinta a coloro che prosperano sull’ “intanto non cambia niente”, abbiamo deciso di investire il nostro tempo e denaro per realizzare Zelenkovac, le cui riprese sono iniziate nel luglio 2013 e il cui montaggio è terminato a febbraio 2015.

    Un progetto autoprodotto e autofinanziatotra mille difficoltà

    Per tre di noi, Luca, Michele e io, non si è trattato del primo lavoro insieme. Anzi, la nostra amicizia è iniziata proprio conoscendoci sul precedente posto di lavoro. Tuttavia, da tempo discutevamo su come si potesse realizzare un progetto prodotto in totale autonomia. L’investimento ha riguardato le attrezzature, le spese vive, di alloggio e di viaggio per andare a girare in Bosnia – e a Modena per avere il contributo decisivo di Luca Leone – in due periodi diversi di venti giorni in totale. Se la parte riguardante il girato è andata tutto sommato liscia, una volta superati i primi due o tre giorni di ambientamento a Zelenkovac, i problemi hanno riguardato invece il montaggio. Completare un documentario che dura circa settanta minuti richiede tempo e idee in quantità. Se le seconde ci sono sempre state, la prima risorsa è invece spesso mancata. Tanti, infatti, sono stati gli impegni della quotidianità e della vita lavorativa a Genova che si frapponevano alla realizzazione del nostro progetto, portandoci via energie preziose.

    A tali ostacoli si è poi aggiunto quello linguistico: se nel realizzare le interviste, per la metà in serbo-croato, ci eravamo avvalsi dell’aiuto di amici sul posto che traducevano il senso generale delle dichiarazioni di Boro e dei suoi aiutanti, durante il montaggio si è reso indispensabile avere una traduzione dettagliata per poter operare i tagli nei punti giusti. È stato soltanto grazie all’aiuto di diversi amici serbi e bosniaci che vivevano qui o che abbiamo conosciuto in Bosnia che siamo riusciti nell’impresa. Il lavoro, comunque, è giunto al termine, con un prodotto sottotitolato sia in inglese sia in italiano.

    Il prossimo passo? Pubblicare il cofanetto (libro e dvd) Zelenkovac. Per questo motivo, abbiamo creato una pagina di crowdfunding sul sito Indiegogo, allo scopo di raggiungere la cifra minima necessaria per la pubblicazione e ci siamo riusciti, suprandola anche di qualche centinaia di euro. Ora non rimane che la pubblicazione, ultimo atto di un percorso indimenticabile.

    Daniele Canepa

  • Artigiani di strada, operatori del proprio ingegno: Genova si dota di un registro e di un regolamento

    Artigiani di strada, operatori del proprio ingegno: Genova si dota di un registro e di un regolamento

    lavoro-artigianato-operai-DiIl Comune di Genova si dota di un registro e di un regolamento per gli operatori del proprio ingegno (Opi). La proposta della consigliera Monica Russo (Pd) è stata votata ieri pomeriggio in Consiglio comunale e dà il via libera al riconoscimento formale di chi vive del lavoro realizzato esclusivamente con le proprie mani.

    «Fino ad oggi – spiegano alcuni operatori che hanno assistito con soddisfazione ai lavori della Sala Rossa – non eravamo riconosciuti e sostanzialmente potevamo operare solo all’interno dei mercatini degli hobbisti, in cui però c’è un po’ di tutto, compreso chi fa solo rivendita di materiale prodotto industrialmente o in serie. L’unico modo che avevamo per fare richiesta di occupazione suolo era appellarci al regolamento degli artisti di strada, ma era comunque una forzatura, con rischi di contestazioni in caso di controlli». Con il nuovo regolamento, invece, oltre al riconoscimento formale dell’attività, cresce anche la possibilità di accedere agli spazi pubblici. «In questo modo – aggiunge l’Opi Marco Scaffini – si riescono anche a bypassare logiche di lucro sull’utilizzo di suolo pubblico che spesso mettono in campo gli organizzatori dei mercati autorizzati».

    Gli operatori del proprio ingegno sono di partenza una categoria molto vasta: di per sé potrebbero essere ricompresi anche i programmatori informatici ma la delibera del Comune di Genova è pensata soprattutto per i piccoli produttori manuali, avulsi da qualsiasi strumentazione e logica industriale. Secondo il regolamento, infatti, “si definisce Operatore del Proprio Ingegno l’ideatore ed esecutore di oggetti d’uso e/o artistici che realizza con lavorazioni prevalentemente manuali e con utensili, attrezzi e macchinari a guida manuale adatti a singole lavorazioni, trasformando le materie prime naturali o loro semilavorati, anche attraverso l’assemblaggio degli stessi”. L’Opi, inoltre, “espone e vende direttamente, esclusivamente i manufatti di propria realizzazione” ed esegue in prima persona “tutte le fasi della lavorazione, dall’ideazione e realizzazione, alla esposizione e vendita diretta”.

    Un tempo li avremmo chiamati artigiani. «Ma oggi – tengono a precisare gli operatori – per la Camera di commercio in questa categoria rientra anche chi offre servizi, come gli idraulici o gli elettrici, e le piccole e medie imprese». Gli Opi, invece, sono piccoli produttori manuali che si richiamano sia a tecniche tradizionali come gli orafi o gli argentieri sia a nuove espressioni di creatività, come chi ricicla copertoni o altri materiali di scarto per farne oggetti ornamentali. Tra i nostri interlocutori, ad esempio, c’è chi realizza “sculture da indossare” in ottone o altri metalli, chi crea elementi di arredo attraverso la “lavorazione del semi-refrattario” e chi costruisce “gioielli maleducati”, utilizzando qualsiasi tipo di materia prima e sfruttando antiche tecniche ottomane di pittura su acqua. «La nostra categoria è molto vasta – ammettono – e non sarà semplicissimo capire chi potrà farne parte e chi no: ma la discriminante non dovrà essere un aspetto fiscale, come accade normalmente, quanto piuttosto la tipologia di lavoro e la passione per lo stesso».

    «Si tratta di persone che svolgono questa attività nel tempo libero o professionalmente – spiega Monica Russo – con posizioni fiscali anche molto diverse, ma che realizzano produzioni uniche». Per iscriversi al Registro (che andrà a regime dopo l’estate) il cittadino dovrà presentarsi ad una Commissione definita dall’Assessorato allo Sviluppo Economico illustrando la propria attività con foto, video e altro materiale che mostri l’effettiva unicità della lavorazione. «Una volta iscritti al Registro – prosegue la consigliera Monica Russo – non si avranno vantaggi economici specifici ma ci sarà la possibilità di accedere ad aree che la Pubblica Amministrazione individuerà: un modo coordinato per presentarsi alla clientela che ha già trovato sfogo nella realizzazione di un’Associazione che raggruppa i primi cittadini interessati».

    pittoreCosì, la delibera diventa anche un’occasione per offrire un incentivo per i giovani che non trovano occupazione, una sorta di ammortizzatore sociale per chi non riesce ad arrivare a fine mese e un presidio che contribuirà ad animare le strade della nostra città.  «Questa proposta – spiegano gli stessi Opi – ha come primario obiettivo la tutela ed il riconoscimento del valore culturale etico e sociale che il lavoro dei produttori creativi svolge promuovendo la cultura della manualità, dell’originalità dei prodotti, delle conoscenze e dei saperi dell’artigianato di tradizione in contrapposizione alle produzioni standardizzate e seriali del mercato globalizzato. Potrebbe rivelarsi interessante sul piano turistico con l’indicazione di percorsi ad hoc accompagnati dall’esposizione di questi prodotti artigianali».

    «Si tratta di un’iniziativa che ben si colloca all’interno del processo di regolarizzazione delle attività commerciali e di innalzamento della qualità che stiamo cercando di portare avanti» commenta l’assessore allo Sviluppo Economico, Emanuele Piazza. «Sono realtà che lavorano certamente anche all’interno di mercatini ma con la delibera consigliare viene riconosciuta una maggiore dignità rispetto alle merci senza particolari caratteristiche vendute dai cosiddetti hobbisti, una dignità data proprio dal lavoro manuale e dall’opera dell’ingegno».

    Riflessi positivi potrebbero arrivare anche sul turismo. «Nelle classiche bancarelle in cui un turista cerca i souvenir da portare a casa si trova un po’ di tutto – sostiene l’Opi Andrea Megliola – e spesso la qualità è molto bassa. Noi puntiamo ad alzare la qualità sia delle materie che della lavorazione e incitiamo il Comune a fare controlli affinché non vi siano iscrizioni abusive nel registro o Opi che tentino di esercitare l’attività pur non rispettandone i canoni. Inoltre, potrebbe essere positivamente attrattiva per tutti la dimostrazione in loco delle varie fasi di lavorazione dei prodotti che alcuni operatori sono in grado di offrire durante le esposizioni».

    Escluse, almeno sulla carta, eventuali liti dovute alla concorrenzialità. Nel regolamento, infatti, è previsto che gli spazi concessi non siano nelle vicinanze dei mercati di merci varie. È però prevista la possibilità di esercitare anche all’interno dei mercati comunali su richiesta dei Consorzi o di almeno la metà degli operatori del mercato e per un periodo di prova di 6 mesi. «L’operatore del proprio ingegno non fa concorrenza – dicono all’unisono gli artigiani – perché i nostri prodotti sono per forza di cose più cari per l’alto costo di manodopera. Anche le associazioni di categoria, dopo un po’ di diffidenza iniziale, l’hanno capito».

    L’iter che ha portato all’approvazione del nuovo regolamento è stato piuttosto articolato ed è partito oltre due anni fa. Il modello a cui si ispira è quello del Comune di Torino e di altre grandi città europee. A livello nazionale, invece, manca una precisa normazione in materia: «Era stata fatta una proposta di legge nel 2013 – ci racconta Andrea Megliola – ma è rimasta carta morta». Quello del Consiglio comunale, comunque, è soltanto un primo passo verso la regolarizzazione e il riconoscimento di questa attività economica. Sono ancora, infatti, da discutere le modalità pratiche con cui gli iscritti al registro potranno esercitare il proprio mestiere, in spazi che saranno evidenziati dai Municipi: «Ad esempio – propongono gli artigiani – si potrebbe seguire il modello torinese in cui vengono sorteggiati gli spazi a disposizione con una rotazione bimestrale. O ancora si potrebbe lavorare sulla diversificazione delle lavorazioni creando dei piccoli distretti di operatori delle stesse materie». Insomma, le idee sono molte ma quello che è certo è che gli Opi puntano forte sul riconoscimento della propria identità: «Abbiamo già pensato a un logo, delle bandierine per farci riconoscere da cittadini e turisti e abbiamo creato un gruppo su Facebook (https://www.facebook.com/groups/422845957916821/) – conclude Megliola – ma in autunno penseremo anche a qualche modalità per spiegare alla città chi siamo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Emergenza casa, morosità incolpevole: il Comune corre ai ripari con un fondo ad hoc

    Emergenza casa, morosità incolpevole: il Comune corre ai ripari con un fondo ad hoc

    castello-centro-storico-vicoli-4L’emergenza casa a Genova è una piaga di cui nel recente passato ci siamo occupati approfonditamente, con una lunga inchiesta divisa in tre parti (parte 1, parte 2, parte 3) e pubblicata integralmente sul numero 59 della nostra rivista. L’ultimo caso di cronaca, il tragico suicidio di Sestri Ponente nel giorno dell’esecuzione dello sfratto, ha infiammato le pagine dei quotidiani e riportato al centro dell’attenzione dei più un male endemico che riguarda non solo Genova ma tutta la penisola.

    Nei primi sei mesi del 2014 gli sfratti negli alloggi popolari genovesi sono stati 815, di cui 492 eseguiti e i restanti in via di esecuzione. E, a fronte di 3088 domande pervenute per l’ultimo bando di Edilizia Residenziale Pubblica, il Comune ad oggi ha assegnato 187 abitazioni. Bastano questi dati a rendere l’idea delle proporzioni del problema casa e dell’incapacità della pubblica amministrazione di affrontare ed estirpare la piaga con le proprie forze.

    L’ultimo tentativo di palazzo Tursi per contrastare il dilagare del fenomeno è il  Fondo per la Morosità Incolpevole avviato tramite l’Agenzia Sociale per la Casa. Si tratta di circa 671 mila euro provenienti da un Fondo nazionale creato ad hoc che garantiranno a persone che non hanno la possibilità di provvedere al pagamento di un affitto contributi fino ad 8000 euro da utilizzare per permettere la stipula di un nuovo contratto concordato o come pagamento parziale delle morosità per differire lo sfratto.

    Il Fondo tiene conto dei criteri  per l’accesso ai contributi stabiliti dal decreto ministeriale (contratto di locazione regolare, ISE non superiore a 35mila euro, ISEE non superiore a 26mila) che definisce la morosità incolpevole come “la situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare”.

    Per maggiori informazioni contattare l’Agenzia Sociale per la Casa, c’è tempo per presentare domanda sino al 31 ottobre.

  • Puc, Piano Urbanistico Comunale: il tempo stringe, sul tavolo le ultime osservazioni dei cittadini

    Puc, Piano Urbanistico Comunale: il tempo stringe, sul tavolo le ultime osservazioni dei cittadini

    genova (3)Dopo l’approvazione del bilancio, la Giunta Doria si appresta ad affrontare un’altra pietra miliare del suo corso amministrativo. Prima della pausa estiva, infatti, martedì 28 luglio il Consiglio comunale sarà chiamato a una nuova votazione sul Piano urbanistico comunale. Formalmente si dovrebbe trattare dell’ultimo passaggio in Sala Rossa di un percorso iniziato nel ciclo amministrativo precedente con l’approvazione del piano preliminare. In questi giorni, le Commissioni competenti stanno approfondendo le controdeduzioni della giunta e degli uffici tecnici di Tursi alle ultime osservazioni arrivate dai cittadini, esclusivamente sui punti oggetto di modifica nella stesura definitiva del Puc votata dal Consiglio comunale a marzo (le tante osservazioni presentate prima di quella data sono già state discusse e in parte recepite, qui l’esempio della Caserma Gavoglio).

    «Sono state presentate 333 osservazioni – spiega l’architetto Silvia Capurro, direttore dell’Urbanistica del Comune di Genova – di cui 14 doppie. Delle 319 rimanenti, 180 sono tra loro identiche e riguardano tutte il distretto di trasformazione del Chiappeto. Altre 68 osservazioni riguardano altrettante modifiche cartografiche puntuali, mentre una quarantina sono le richieste di modifica delle norme generali e di ambito, 21 riguardano i distretti di trasformazione e le norme speciali, 7 si riferiscono a territori attraversati dalle grandi infrastrutture, 3 riguardano la difesa del suolo».

    Il tempo stringe. Il 7 dicembre prossimo, infatti, scade il cosiddetto periodo di salvaguardia che consente attualmente di considerare le eventuali richieste urbanistiche già alla luce del nuovo piano regolatore. Se il Puc non entrasse formalmente in vigore entro quella data, però, si tornerebbe sostanzialmente alla normativa del 2000, mandando in fumo tutto il lavoro degli uffici tecnici di Tursi degli ultimi quattro anni. E i giorni sono quasi contati. Secondo quanto previsto dalla nuova normativa urbanistica regionale – pubblicata dopo l’adozione definitiva del nuovo Puc – per i piani in via di approvazione, infatti, è necessaria una Conferenza dei servizi tra Comune, Città Metropolitana e Regione che, dopo l’approvazione della delibera in discussione, avrà 90 giorni di tempo per verificare l’aderenza del Puc alle norme urbanistiche sovraordinate e il rispetto dei parametri imposti dalla Valutazione ambientale strategica.

    Nel frattempo gli altri enti non sono stati a guardare. I tecnici si sono più volte incontrati per discutere il rispetto delle prescrizioni della Vas, che non dovrebbe essere più messo in discussione grazie alle modifiche apportate al Puc negli ultimi mesi. Vi sono poi state alcune riunioni dedicate alle aree più interessanti per il futuro della città: Piaggio Aero, Erzelli, Ex Ilva e Ospedale del ponente, solo per citare i temi più caldi.

    In sede di Conferenza dei servizi potrebbero anche arrivare richieste di modifica d’ufficio del piano, attraverso pareri vincolanti: si tratterebbe di interventi puntuali che non riguarderebbero le norme di carattere generale ma che Tursi dovrebbe recepire attraverso un ulteriore, ennesimo passaggio consiliare.

    Anche se Città Metropolitana e, soprattutto, Regione sono già piuttosto informate sul nuovo piano urbanistico, aspettare la ripresa dei lavori del Consiglio comunale dopo la pausa estiva sarebbe molto rischioso: ecco perché la giunta comunale ha deciso di premere sull’acceleratore, sperando di sfruttare l’onda lunga di una ritrovata maggioranza sulla delibera del bilancio, quantomeno nei numeri. Benché i comportamenti non solo dei partiti ma dei singoli consiglieri siano ormai alquanto imprevedibili, anche questo provvedimento dovrebbe passare senza troppi patemi: i consiglieri, comunque, potranno presentare emendamenti e ordini del giorno entro il 23 luglio, scadenza prevista anche per i pareri dei Municipi sulle ultime osservazioni e relative controdeduzioni.

    Le ultime osservazioni dei cittadini al Piano Urbanistico Comunale

    Quadro di Mariagiovanna FigoliLa maggior parte delle osservazioni è puramente tecnica, mentre su quelle che entrano più nel merito delle decisioni urbanistiche non si annunciano al momento grandi scontri. Grande attenzione è stata dedicata al distretto di trasformazione del Chiappeto. Qui, sostanzialmente, il piano urbanistico contempla la possibilità di completare un anello di collegamento tra via Cei e via Sapeto, grazie a investimenti di privati come scomputo di oneri di urbanizzazione relativi a un nuovo intervento residenziale di circa 3 mila metri quadrati, per 30-35 alloggi. I residenti della zona non vedono di buon occhio un nuovo insediamento abitativo, preoccupati soprattutto per la viabilità della zona già piuttosto complicata e per la mancanza di posteggi. Le osservazioni prodotte, però, sono state respinte in blocco dalla giunta in quanto arrivate fuori tempo massimo: l’area, infatti, non è stata oggetto di modifiche nella delibera di marzo e quindi non può ricevere ulteriori richieste di modifica da parte dei cittadini. Tuttavia, il vicesindaco Bernini prova a rassicurare i residenti prevedendo un naturale naufragio del progetto per questioni economiche: «Gli oneri di urbanizzazione imposti per il decongestionamento di via Cei – spiega l’assessore all’Urbanistica – sono talmente onerose che rendono di fatto impossibile la monetizzazione dell’intervento con la sola vendita degli appartamenti di cui sarebbe prevista la realizzazione». Insomma, l’intervento non si farà.

    Ritenute superate anche le osservazioni che riguardano le grandi opere ed eccepiscono la posizione di vincoli espropriativi o di occupazione d’area legati a Gronda e Terzo Valico. Per quanto riguarda questi macro interventi infrastrutturali, infatti, il Piano urbanistico si limita a recepire una normativa sovraordinata su cui non può incidere direttamente. Inoltre, per gli espropri riguardanti il Terzo Valico e non ancora realizzati, il vicesindaco ricorda che siamo ormai prossimi alla scadenza di legge: «I vincoli espropriativi che avevano durata quinquennale e che, in alcuni casi, sono stati prorogati attraverso la legge obiettivo, decadranno tra qualche mese e non potranno più essere realizzati». Il Puc non può ancora intervenire prevendendo nuove destinazioni d’uso per queste aree ma sarà modificato eliminando la previsione di esproprio una volta caduto formalmente il vincolo.

    In questi giorni, sulle pagine dei quotidiani si è parlato molto anche della normativa che riguarda la possibilità di realizzare serre. In questo caso il piano regolatore differenzia tra le serre professionali e quelle cosiddette di arredo. Queste ultime, considerate come una sorta di pertinenza di unità immobiliare, possono essere concesse a chiunque, in tutti gli ambiti territoriali per un’estensione che non superi i 6 mq. Dai 6 ai 50 mq, invece, è necessario essere imprenditori agricoli, avere un fondo agricolo di almeno 2 mila mq e possono essere realizzate anche in ambito territoriale di presidio ambientale. Per l’attività imprenditoriale più ampia, invece, vengono individuate due categorie: in fondi agricoli tra i 2 mila e 4 mila mq, l’estensione della serra deve rispondere a un rapporto di 2 a 1; rapporto che scende a 1/5 per fondi agricoli dai 4 mila mq ai 3 ettari.

    Viene anche reintrodotta la possibilità di realizzare piscine pertinenziali, in ambito urbano, con un limite di 30 metri cubi. Non sono state accolte, invece, quelle osservazioni che chiedevano di allargare le maglie di edificabilità negli ambiti di presidio ambientale.

    Positivo, invece, è stato il parere espresso nei confronti delle richieste di agricoltori professionali per il riconoscimento di aree agricole prima non riconosciute formalmente come tali. «La volontà – spiegano i tecnici di Tursi – è quella di non creare difficoltà agli imprenditore agricoli per operare nel territorio. Solo in due casi la risposta è stata negativa, ma si tratta più che altro di una questione estetica e di zonizzazione del territorio genovese».

    Recepite anche le osservazioni che comportano una diminuzione in ribasso dei parcheggi per le due ruote pertinenziali alle attività commerciali: i piani urbanistici devono prevedere una dotazione aggiuntiva degli obblighi per gli esercenti imposti dal piano regionale. Inizialmente nel Puc del Comune di Genova era stato previsto un generico +10% ma, in alcuni casi, si sarebbero venuti a creare spazi esagerati e sproporzioni eccessive tra moto e auto. Il 10% aggiuntivo, dunque, varrà fino a 2000 metri di parcheggi dovuti a servizio di medie superfici di vendita.

    Infine, una curiosità non oggetto di discussione della delibera ma affrontata in Commissione in quanto elemento inserito nel nuovo Puc. Si tratta della normativa sulle cosiddette “casette di legno” costruite su terrazzi e tetti calpestabili: il nuovo piano regolatore fa riferimento al regolamento edilizio adottato nel 2010 per cui la realizzazione di casette fino ai 4 mq è considerata attività libera, senza la necessità alcun permesso; per superfici maggiori, invece, occorre presentare una Dia (denuncia inizio attività).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    bike-trialInizialmente era uno spazio verde pubblico, abbandonato all’incuria, come ce ne sono tanti a Genova e provincia. Poi un gruppo di ragazzi che da tempo frequentava la zona ha pensato di fare di quel luogo un bikepark. È la storia del Poggio Bike Park, un’area attrezzata per il biketrial a San Cipriano, il piccolo centro della Valpolcevera a pochi chilometri dai confini della città. Una storia che racconta la perseveranza dei cittadini che,  spinti dal desiderio di migliorare e valorizzare il proprio territorio in modo sostenibile e partecipativo, sono riusciti negli anni a portare a termine la loro impresa fino all’inaugurazione del nuovo park aperto agli appassionati di ogni età.

    Ci siamo fatti raccontare come è andata e che cosa succede oggi in quello spazio rinato.

    «Il percorso per la creazione del park è stato abbastanza lungo – raccontano – anticamente l’area, di proprietà comunale, era adibita a parco gioco per le abitazioni limitrofe, poi dismessa e abbandonata a se stessa per tanti anni. Noi ragazzi del posto ci andavano con le bici per costruire percorsi e salti improvvisati. Qualcun altro prima di noi, quello che poi sarebbe diventato il nostro maestro, per gli amici Johnny, aveva già adocchiato il piazzale e aveva iniziato a portarci materiale per costruire piste per il biketrial. Per un problema di permessi però, due anni dopo il Comune ha fatto togliere tutte le strutture, lasciandoci a mani vuote. È stato da quel momento che abbiamo deciso di prendere in mano la situazione e ampliare il progetto, aggiungendo anche un pistino in terra e una linea di salti ancora più grossi; così siamo andati in Comune a proporre l’idea…»

    L’idea è stata accolta con successo, ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo la burocrazia. Prima di ottenere il permesso è trascorso un anno, poi il raggiungimento di un accordo che ha concesso l’area ai ragazzi per un periodo di prova di quattro anni. Così è iniziato il via vai di camion di terra e poco alla volta il bikepark ha preso forma.  «Fortunatamente il Comune di Serra Riccò si è sempre dimostrato entusiasta del nostro lavoro, in questi quattro anni abbiamo lavorato con passione e il progetto è migliorato mese dopo mese. Scaduta la concessione il Comune ci ha suggerito di trovare un’associazione sportiva che gestisse l’area, per evitare la sua definitiva chiusura».

    bike-trial-sequenzaI ragazzi hanno così deciso di contattare una A.S.D. (Associazione Sportiva dilettantistica) genovese, non è stato difficile trovare nella Associazione Deep Bike e nella persona del suo Presidente Maurizio D’ippolito la figura adatta per poter prendere in affido il park. «Deep Bike ha completamente condiviso il nostro spirito contribuendo con le sue forze al raggiungimento dell’obiettivo. Solo alcuni condomini limitrofi all’area erano un po’ scettici, ma è bastato poco per farli ricredere».

    Il park oggi è aperto a tutti gli associati Deep Bike e la presenza di un responsabile è richiesta solo per gli ingressi giornalieri, o per la prima visita del nuovo associato. Generalmente gli associati richiedono l’abbonamento annuale comprensivo di chiavi per l’accesso al park, in questo modo possono entrare quando vogliono rispettando il regolamento interno (consultabile sul sito di Deep Bike).

    poggio-bike-parkChe cosa offre un bike park, c’è qualcos’altro di simile in Liguria?

    «Il bike park offre divertimento per tre diverse discipline, il bike trial, il dirt jump e la bmx, avendo un piazzale dedicato alle zone da trial, un anello pump track con salti in terra, gobbe e paraboliche, e una linea di salti da dirt jump. Questa sua caratteristica lo rende unico in Liguria. I bike park liguri sono generalmente dedicati al downhill e freeride, altrimenti ci sono davvero pochi luoghi dove poter praticare bike trial, o saltare in dirt o in pump track. Nessuno li unisce tutti e tre come il Poggio Bike Park!»

    Siete volontari? è il vostro lavoro? riuscite a viverne?

    «Siamo sei ragazzi volontari, con tanta passione e tanta voglia di fare, non avendo un luogo dove poter saltare, ce lo siamo costruiti! Non è il nostro lavoro anche se ci occupa parecchio tempo, abbiamo lavorato senza prospettare un guadagno, rimettendoci economicamente, ma ripagandoci di vita… cosa c’è di più bello che condividere momenti di sport e divertimento all’aria aperta in una struttura costruita grazie all’unione delle forze?. Il sorriso, il sudore lo sguardo felice delle diverse persone presenti all’inaugurazione (svoltasi il 7 giugno scorso, ndr) hanno ripagato l’impegno di tutti, Deep Bike compresa. Con gli introiti dell’ingresso giornaliero o dell’abbonamento annuale, speriamo di coprire le spese di manutenzione».

     

    Claudia Dani

  • Piste ciclabili, il progetto finanziato dal Ministero procede a rilento. Si riparte da via XX Settembre

    Piste ciclabili, il progetto finanziato dal Ministero procede a rilento. Si riparte da via XX Settembre

    bicicletta-DI2«Il progetto delle piste ciclabili a Genova procede a rilento». Ad ammetterlo è l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino, spiegando che l’interferenza con altri grandi interventi di manutenzione e riqualificazione della viabilità cittadina ha messo i bastoni tra le ruote al progetto finanziato dal ministero dell’Ambiente con 1,2 milioni euro. «D’altronde – prosegue Dagnino – la nostra è una città caratterizzata da spazi stretti, limitati in cui devono coesistere diversi servizi e molteplici funzioni: qualche problema di convivenza nasce per forza». Effettivamente molti dei grandi e annosi cantieri della città insistono proprio in alcune zone interessate dalla realizzazione della pista ciclabile: è il caso del tratto Brignole – Questura, con la copertura del Bisagno, di Fiumara – Piazza Montano, con la Strada a Mare, di San Benigno – Terminal Traghetti, con la risistemazione del nodo di San Benigno.

    «Non è possibile – tuona Enrico Musso, noto cicloamatore – che non ci sia ancora un metro di pista ciclabile sui 6 chilometri previsti. Stiamo parlando di percorsi che attraversano tutta la città ed è normale che qualche cantiere ci sarà sempre. Ma i finanziamenti ormai risalgono a parecchi anni fa». L’ex senatore ha ragione: dei 6 chilometri previsti, al momento non è stato realizzato neppure un centimetro. Per capirne le ragioni, occorre fare qualche passo indietro e un po’ d’ordine.

    Piste ciclabili a Genova: il progetto finanziato dal Ministero non è ancora partito

    bicicletta-neve-piazza-vittoria-DINel 2006 il ministero per l’Ambiente ha concesso i fondi per realizzare una pista ciclabile di circa 6 chilometri, che attraversasse tutto il centro cittadino. Sono, infatti, previsti gli allestimenti dei tratti Fiumara – Piazza Montano, San Benigno – Terminal Traghetti, itinerario ciclistico del centro storico – Porto Antico, Piazza De Ferrari – Stazione Brignole, Brignole – Stadio e Brignole – Questura.

    Il finanziamento sarebbe dovuto scadere l’estate scorsa ma l’approvazione di alcuni progetti esecutivi ha scongiurato il ritorno dei soldi a Roma. Dall’elenco va però stralciato il tratto della Bassa Valbisagno, su cui il Municipio ha posto il veto nonostante la progettazione fosse già disponibile. Progettazione che, invece, manca nella zona di Ponente, probabilmente in attesa del ritorno in servizio del raccordo di via Buozzi (anche in questo caso il blocco arriva da altri lavori, quelli del rifacimento del deposito della Metropolitana).

    Come detto, a disposizione del Comune c’è all’incirca 1 milione e 200 mila euro: al momento sono stati rendicontati solo 428 mila euro, principalmente per costi di progettazione dei vari interventi e proprio per non perdere tutti i soldi. Ma sulle spese c’è chi vorrebbe vederci più chiaro, come l’ex senatore Enrico Musso: «Togliamo pure il costo delle bici per il bike sharing, che a valore di mercato potrebbe attestarsi attorno ai 12-13 mila euro, restano comunque a disposizione 216 mila euro per ciascun chilometro di pista ciclabile da realizzare. Mi sembrano un po’ tanti per fare una riga di pittura per terra e mettere due cartelli. Vorrei capire come vengono usati questi soldi, a chi vengono dati e in quali modalità».

    Come sono stati spesi i soldi fino ad oggi?

    teatri-duse-biciDai documenti in nostro possesso non emerge il dettaglio della spesa per le nuove biciclette del servizio bike sharing ma si sa, ad esempio, che il preventivo per la realizzazione di 4 nuove “stazioni”  ad hoc presso Largo Zecca, Questura, WTC e piazza Vittorio Veneto ammonta a circa 100 mila euro. Non proprio spiccioli per un progetto che ha da sempre mostrato forti difficoltà ed è ampiamente sottoutilizzato. «Nel finanziamento ministeriale era previsto un capitolo anche su questa partita – spiega l’assessore Dagnino – e abbiamo deciso di dare ancora un po’ di ossigeno al progetto nella speranza che con l’avvio delle piste ciclabili possa risollevarsi. L’alternativa sarebbe stata chiuderlo e mi sarebbe dispiaciuto».

    La spesa più sostanziosa, naturalmente, riguarda la realizzazione concreta della pista ciclabile: la progettazione complessiva, finora, è costata circa poco meno di 65 mila euro, mentre il preventivo per l’esecuzione supera i 515 mila euro, tutto al netto dell’iva.

    All’interno di questa cifra ci sono i 160 mila euro per la tratta di via XX settembre, per la cui realizzazione è già attiva l’ordinanza. Dopo le estenuanti lungaggini per un complesso intervento sulle sotto-utenze e una complicata trattiva con il tessuto commerciale della zona, i lavori sono pronti a partire con l’allestimento della corsia in salita, parallela al marciapiede, e il leggero spostamento della corsia riservata ai mezzi pubblici. Il tratto a scendere, invece, dovrebbe arrivare alle porte dell’autunno con annessi ennesimi cambiamenti per il traffico privato. Anche le auto, infatti, potranno tornare a scendere da de Ferrari al Ponte Monumentale, parallelamente alla corsia dei bus e alla pista ciclabile. Tratto promiscuo auto-Amt, invece, nella parte bassa di via XX settembre, in cui naturalmente proseguirà anche la corsia riservata alle bici.

    Dei 515 mila euro fanno parte anche i 215 mila previsti il percorso Brignole – Questura. Benché la realizzazione di questo collegamento sia subordinata al completamento dei lavori di copertura del Bisagno, anche in questo caso è già stata predisposta l’ordinanza esecutiva perché nell’ambito del rifacimento della Stazione Brignole deve essere già contemplato il passaggio della pista ciclabile. Compreso è anche l’allestimento dell’itinerario del centro storico, che partirà a breve e che, a causa degli spazi ristretti, per normativa europea non potrà essere visivamente delimitato sulla pavimentazione ma solo con segnaletica verticale.

    Dai dati comunicati dalla direzione Mobilità non si capisce, invece, che fine abbiano fatto i tratti ponentini della pista: come detto, la progettazione manca e non è chiaro se l’importo totale previsto per la realizzazione dei percorsi comprenda anche Fiumara – Piazza Montano e San Benigno – Terminal Traghetti.

    A bilancio ci sono ancora 60 mila euro per l’installazione di 11 nuovi cicloposteggi a disposizione di tutti i cittadini: 3 a Sampierdarena (Wtc, Montano e Fiumara), 3 alla Foce (Questura, Fiera, via Rimassa), 1 in zona Stadio, alla Zecca, in Darsena, alla nuova uscita della Metropolitana in via Buozzi e in piazza Sarzano.

    Infine, esterno al finanziamento da 1,3 milioni, è in corso di progettazione anche un intervento per corso Italia: un passaggio dovuto, soprattutto quando (?) i famosi 6 km di pista ciclabile potranno arrivare fino alla Foce, anche per evitare spiacevoli commistioni con i pedoni sul lungomare.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Parcheggi di interscambio, prosegue il progetto del Comune per lasciare le auto ai margini della città

    Parcheggi di interscambio, prosegue il progetto del Comune per lasciare le auto ai margini della città

    linee-gialle-blu-d1Genova prova a imitare le grandi città e a inseguire modelli virtuosi di mobilità sostenibile. Con un’attenzione sempre maggiore al rispetto dell’ambiente e a una limitazione del traffico urbano, diventa fondamentale la possibilità di lasciare i mezzi privati ai margini della città, per chi arriva da fuori o dalle periferie, e muoversi verso il centro attraverso un efficiente sistema di trasporto pubblico.

    Se, per quanto riguarda il futuro di bus e compagnia tutto dipenderà dalla famosa gara per il bacino unico regionale (anche perché a fine anno scade il contratto di servizio tra Comune di Genova e Amt e, per legge, al momento non sarebbe più rinnovabile – Qui l’approfondimento), qualcosa si sta muovendo per organizzare un sistema di interscambio modale tra auto e mezzi pubblici, così come previsto dal Piano urbano della mobilità.

    Come indicato nel Programma operativo di dettaglio risalente al 2011, infatti, oltre ai “nuovi” 104 stalli a Staglieno (uscita Genova Est) sono già attivi 128 posti al Molo Archetti di Pegli (zona di attracco della Navebus), e 137 stalli a piazzale Marassi in cui è possibile anche la più tradizionale sosta a pagamento “a rotazione”.

    C’è poi la valorizzazione del polo di interscambio nella Fascia di Rispetto di Pra’, per 190 posti nel più complicato e complesso progetto del Por. Infine, è in via di ultimazione il famoso parcheggio di via Buozzi, di cui abbiamo già parlato approfonditamente in passato, nell’area sovrastante il nuovo deposito della Metropolitana, dotato di 175 posti auto che diventeranno particolarmente strategici una volta terminati i lavori di riqualificazione del nodo di San Benigno, in prossimità della barriera autostradale di Genova Ovest.

    In realtà, un sistema di interscambio era previsto anche per piazzale Kennedy ma l’arrivo del Blue Print dovrebbe avere definitivamente fatto a rinunciare a questo progetto. A dirla tutta, ci sarebbe anche il “mitico” hub dell’aeroporto, con tanto di funivia per gli Erzelli e nuovo nodo ferroviario urbano, ma qui siamo ancora nella sfera della fanta-urbanistica.

    «Prima di pensare a nuovi parcheggi di interscambio come quello di Staglieno – sottolinea il consigliere Gianpaolo Malatesta – bisognerebbe verificare il funzionamento di quelli esistenti. A Marassi, ad esempio, è sempre mezzo vuoto: mi sembra inutile crearne un altro nello stesso quartiere». Lapalissiano ma, forse, non così scontato.

     Staglieno, nuova piastra di interscambio

    A far discutere in questi giorni è soprattutto il nuovo parcheggio sulla piastra di Staglieno, all’uscita dello svincolo autostradale di Genova Est, realizzato in meno di un paio di mesi e costato poco più di 323 mila euro, finanziati dal ministero dell’Ambiente. Gli abitanti della zona, inizialmente, erano fortemente preoccupati dal rischio di trasformazione degli stalli gratuiti all’uscita dell’autostrada in Blu Area a pagamento. La Blu Area non ci sarà ma il pagamento, almeno in parte, sì.

    «Non si tratta di una nuova Blu Area – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – ma della risistemazione dei parcheggi di tutta la piastra, risalente a un progetto del 2008 approvato dal ciclo amministrativo precedente, che prevede 200 posti liberi negli spazi più vicini alle case e 100 destinati all’interscambio». Un interscambio che fino ad ora avveniva in maniera gratuita ma che l’esigenza di Tursi di fare cassa ha costretto a una sua “istituzionalizzazione”. L’amministrazione, comunque, sta pensando a tariffe particolarmente vantaggiose per la sosta lunga e l’integrazione con il trasporto pubblico. Al momento solo in via sperimentale, si pagheranno 3€ per 24 ore di sosta e 1€ per 12 ore. Chi, invece, dovesse scegliere di lasciare l’auto nel parcheggio di interscambio e proseguire in città sui bus, esattamente come già succede per gli altri parcheggi di interscambio in città, pagherà solo 6€ per una sosta di 24 ore e un biglietto Amt giornaliero (che acquistato singolarmente costerebbe 4,5€). Parcheggio gratuito, infine, per gli abbonati annuali Amt.

    «La modalità pensata per Staglieno – prosegue Dagnino – rappresenta un buon equilibrio tra le esigenze dei residenti e le necessità ambientali di tenere più lontano possibile dalla città il traffico privato». I cittadini, però, lamentano la perdita di 100 parcheggi fondamentali soprattutto nelle ore serali e chiedono, anche attraverso i consiglieri di opposizione, lo stop a questa sperimentazione che, invece, dovrebbe durare almeno 6 mesi. «Cercheremo una soluzione per il problema notturno – ha risposto l’assessore – ma va anche detto che da un costante monitoraggio del parcheggio, che proseguiremo anche in autunno quando i flussi sono nel pieno, i posti liberi non hanno mai registrato il tutto esaurito né di giorno né di notte». Intanto, oggi partono i lavori di riasfaltatura degli stalli liberi e, finché non saranno ultimati, anche l’accesso all’interscambio sarà gratuito.

    L’opportunità di realizzazione del parcheggio di interscambio a Staglieno è stata a lungo discussa in Consiglio comunale, martedì scorso. La difende Simone Farello, capogruppo Pd sotto il cui assessorato venne presa la decisione di realizzare il parcheggio: «La richiesta di creare un polo di interscambio all’uscita di Genova Est era arrivata dagli stessi cittadini che oggi la contestano e fu oggetto di una trattativa istituzionale con il Municipio della Media Val Bisagno, nel corso della quale si decise anche di fermare la Blu Area in una zona più vicina al centro. A livello di trasporti, il parcheggio di interscambio ha più senso qui, all’uscita dell’autostrada, che non a Marassi dove era stato pensato come scambio interzonale per chi scende in centro dalle colline. La proporzione di 2 posti liberi su 3 che c’è a Staglieno è più che sufficiente: in altre realtà come Pegli, che hanno anche un’integrazione con il trasporto pubblico più debole, è molto più svantaggiosa. L’unica difficoltà è rappresentata dall’impossibilità di estendere la gratuità della sosta anche agli abbonati mensili». Quest’ultima è una problematica ben nota già per gli interscambi realizzati nel ciclo amministrativo precedente: tutto dipende dal limite dell’abbonamento mensile che al momento è solo cartaceo e non può essere caricato sulla tessera Belt, gestita dalla Regione, utilizzata invece per l’annuale e l’accesso gratuito al parcheggio.

     

    Simone D’Ambrosio