Continuiamo a parlare di consigli pratici per mantenere e migliorare il proprio livello di inglese. Mi riferisco ovviamente ad attività che possono essere svolte in self-learning, ovvero in auto-apprendimento.
Oltre alla visione di film e all’ascolto di canzoni in lingua originale con l’ausilio, o senza, dei sottotitoli in italiano e in inglese, un buon esercizio è quello della back version – letteralmente “versione all’indietro” – il quale si articola in due parti distinte. Nella primasi parte da un testo in lingua inglese e lo si traduce in italiano: potete scrivere su carta o al computer, fate come preferite. Una volta completata questa metà dell’esercizio, si lascia il testo per qualche minuto – sembra di parlare di una torta appena estratta dal forno e messa a raffreddare per qualche momento, sorry – e poi lo si riprende, cercando questa volta di ri-tradurlo dall’italiano all’inglese. Una volta terminato l’esercizio, si potrà confrontare se e quanto la back version finale si discosti dalla versione originale.
Ovviamente, il mio consiglio è di usare testi che siano prima di tutto di vostro interesse dal punto di vista contenutistico. Se vi interessa il rugby, perché dovreste dedicarvi alla lettura di un articolo di cucito, tra l’altro in inglese? Cercate magari un pezzo sul glorioso Six Nations, torneo nel quale la nazionale italiana sta finalmente facendo bella figura dopo anni di sonore batoste. Se amate i viaggi o la cucina, leggete un articolo che tratti questi argomenti. Insomma, non bisogna mai dimenticare che il desiderio che spinge a imparare l’inglese o qualsiasi lingua nasce da un’autentica, sincera e spontanea esigenza comunicativa, senza la quale l’esistenza stessa delle lingue – o addirittura dell’uomo, in quanto “animale sociale” e quindi comunicativo – sarebbe priva di senso.
Arrivati a questo punto, mi preme sottolineare un aspetto didattico fondamentale. Per quanto la back version, la visione di un film in lingua originale o l’ascolto delle canzoni siano degli esercizi utili che è possibile svolgere in autonomia, niente può sostituire la figura di un buon insegnante in un percorso di apprendimento. I corsi online rappresentano per esempio degli strumenti validi e, in assenza di alternative, possono anche costituire un qualcosa in più rispetto al “meglio di niente”. Tuttavia, le loro potenzialità vengono attivate pienamente quando essi sono sapientemente usati da un insegnante capace e motivato.
Personalmente, sono certo che non mi sarei appassionato a questa materia se non avessi avuto l’esempio di un docente di inglese al liceo e di altri due all’università, che mi hanno dato fiducia e mi hanno incoraggiato, dimostrando non solo una profonda competenza, ma soprattutto un’umanità e una passione che costituiscono la vera base – e non il “di più” – di una qualsiasi trasmissione di conoscenza da un docente a un alunno.
A proposito di educazione, mi vengono in mente le parole di uno dei più grandi psicoanalisti viventi, Massimo Recalcati: «Se tutto sospinge i nostri giovani verso l´assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi? (leggi tutto l’articolo)»
Ore 16:00 il Presidente dichiara chiusi i lavori. Consiglio comunale lampo quello di ieri (5 febbraio) per l’assenza in aula del consigliere Rixi (Lega) proponente di due dei cinque ordini del giorno in calendario. Lo stesso Rixi, giunto in aula proprio al termine dei lavori, dopo essersi scusato per il ritardo, ha affermato stupito: «Mi sorprende anche un po’ che il Consiglio Comunale si interrompa se un consigliere non è presente».
Mancando il consigliere della Lega sono stati dichiarati decaduti i due ordini del giorno da lui presentati, tra cui l’unica mozione della giornata che riguardava «interventi mirati per aiutare il commercio genovese», sulla quale si prevedeva un lungo dibattito. «Un imprevisto – prosegue Rixi – può sempre capitare», ciò che pare strano è piuttosto che in un’intera seduta comunale un solo punto all’ordine del giorno avesse un peso politico tale da comportare una discussione più approfondita, mentre gli altri fossero poco più che formalità.
La chiusura anticipata della seduta ha suscitato diversi malumori, più o meno sinceri, tra i consiglieri. Il primo ad intervenire è stato il consigliere Carattozzolo del Pd, che si è definito «imbarazzato» per un durata così breve della seduta. «Andare via alle 15:45 – ha affermato – non ci mette in buona luce nei confronti di tutta la cittadinanza» e ha chiesto alla presidenza, a cui spetta il compito di definire l’ordine dei lavori, di prevedere per il futuro l’inserimento di altri articoli 54 o interpellanze in giacenza.
A poco è servito che il Presidente Guerello abbia cercato di giustificare l’accaduto specificando che non era prevista l’assenza del consigliere Rixi. Ed è stato scontro aperto tra maggioranza e opposizione con la consigliera Lauro – capogruppo del Pdl – a chiedere la riapertura della seduta sostenendo che la mancanza di argomenti su cui discutere dipende dalla maggioranza: «Vi sono decine di atti che danno fastidio alla Giunta e alla maggioranza e che quindi voi non volete mettere all’ordine del giorno».
Di tutt’altro avviso il capogruppo del Pd Farello, il quale ha evidenziato che «la scelta di avere lavori ristretti e spalmati nel tempo è una stata fatta dalla Conferenza Capigruppo». In questa conferenza, che riunisce i responsabili dei vari gruppi consigliari, è stata presentata in più occasioni dal Pd la proposta di non convocare le sedute del Consiglio quando non vi sono abbastanza argomenti da affrontare, ricevendo però parere contrario. «Non ci obbliga nessuno a fare consiglio tutti i martedì e si può utilizzare il tempo per fare quelle tante commissioni consiliari utilissime che ci chiedono a ogni piè sospinto» ha affermato Farello.
Meno sedute consiliari, più efficienza? Non tutta la maggioranza concorda con questa idea. Il consigliere Pastorino (Sel) si è dichiarato contrario: «Io dico invece che gli ordini del giorno devono essere più corposi».
Certamente non è detto che dalla quantità derivi anche la qualità, ma bisogna pur ammettere che le questioni pendenti nel Comune di Genova sono davvero molte e gli elenchi sono stati fatti in più occasioni all’interno di questa rubrica.
Ancora una volta i tempi e le modalità della politica sembrano stridere con le urgenze e le esigenze dei cittadini.
Un’inadeguatezza che, in tono minore, è emersa anche nella parte iniziale della seduta dedicata alle interrogazioni a risposta immediata, durante la quale si sono affrontati temi importantissimi come la trasformazione dell’ex mercato di corso Sardegna e il nodo autostradale di San Benigno. Argomenti troppo rilevanti, come ha ammesso lo stesso assessore Crivello, per essere trattati con le tempistiche ristrette che prevede il regolamento per questo tipo di interrogazione (massimo 8 minuti per tema).
Al netto delle polemiche il risultato di questa giornata di Consiglio Comunale è la mancata discussione di un argomento di indubbia importanza come gli aiuti al commercio genovese.
Febbraio 2009 – La Sindaco Marta Vincenzi riceve un appello, firmato da oltre 100 docenti universitari della città, che domandano un maggiore sostegno per il Museo Biblioteca dell’Attore.
La struttura – fondata nel 1969 da Ivo Chiesa, Alessandro D’Amico e Luigi Squarzina e ospitata dal 1982 presso Villetta Serra (edificio su tre piani di proprietà del Comune, sito alle spalle del Parco dell’Acquasola) – contiene un enorme patrimonio a testimoniare la storia del teatro genovese dall’Ottocento ai giorni nostri.
Alcuni dati: oltre 41.000 volumi di teatro e cinema e oltre 1.000 riviste specializzate, 72.000 autografi, 69.000 fotografie e 1.300 copioni, e poi centinaia di scenografie, costumi, oggetti di scena, bozzetti e figurini, locandine e manifesti.
Un patrimonio che, per ragioni di spazio, non è completamente esposto al pubblico. L’appello dei docenti ha come obiettivo primario l’accessibilità di questi beni: come si legge infatti nel documento, “si tratta di un’istituzione ancora in attesa di un’adeguato esposizione museale“.
Dicembre 2011 – L’Assessore alla Cultura Andrea Ranieri promuove una convenzione, approvata nell’ultimo Consiglio Comunale dell’anno, perché il Museo dell’Attore riceva un finanziamento di 42.000 € per l’anno corrente da parte degli enti che ne compongono la Fondazione: Comune, Provincia, Camera di Commercio, Teatro Stabile.
La seduta è anche l’occasione per riconfermare il trasferimento del Museo alla Biblioteca Berio, uno spazio più consono sia per la conservazione dei materiali, sia per la loro esposizione permanente al pubblico. Un trasloco che fa parte di un progetto di più ampio respiro, che vuole rendere l’edificio di via Del Seminario un polo multibibliotecario al servizio della città.
Aprile 2012: il Comune di Genova annuncia una vendita di numerosi beni del proprio patrimonio immobiliare, tra cui anche Villetta Serra. Un’asta che comprende in tutto 35 appartamenti e 17 tra negozi e uffici, per i quali Spim (la società partecipata del Comune che si occupa della gestione degli immobili) prevede un introito di oltre 5 milioni di euro. Tra questi, anche Villetta Serra.
IL PRESENTE
Ancora nulla di fatto per il trasloco del Museo dell’Attore. Secondo lo staff l’inizio del trasferimento di beni e opere è «imminente», ma non si hanno ancora date certe.
Così ha scritto il presidente Eugenio Pallestrini sul suo profilo Twitter alcuni mesi fa: “Vendita di Villetta Serra (Museo dell’Attore) su base vecchia delibera 2007. Persa opportunità sviluppo zona giardini“.
Nonostante la decisione in merito sia giunta così lontano nel tempo, la messa all’asta di Villetta Serra è stata ufficializzata solo lo scorso novembre. Il nuovo locale alla Berio dovrebbe essere più grande, in modo da consentire un ampio spazio espositivo e la possibilità di consultazione dei materiali e organizzazione di eventi. Tuttavia, il mantenimento della sede a Villetta Serra – se penalizzante da un lato, per le ragioni di esiguità dello spazio già esposte in precedenza – avrebbe potuto inserirsi nell’ambito di un progetto di riqualificazione dell’Acquasola e dell’area circostante.
Deve ancora giungere il tempo in cui il patrimonio teatrale di Genova sarà finalmente restituito alla città.
La parola “assicuratione” nella sua accezione moderna la usò il Petrarca per la prima volta. Pensando ad allora ci vengono in mente velieri e bastimenti carichi di merce, la Compagnia delle Indie e i grandi mercanti del Rinascimento. Se oggi parliamo di assicurazioni pensiamo in primis alle auto; i più anziani ricordano ancora le code davanti alle agenzie per assicurare la loro auto, allorquando ciò divenne obbligatorio nel 1970…
Sono passati molti anni da allora e molte leggi sono cambiate in materia, avremo modo di parlarne diffusamente. Ma oggi vorrei parlarvi di una tipologia di assicurazione poco conosciuta, ma soprattutto, poco stipulata, ossia l’assicurazione sulla casa, in particolare la cosiddetta “capofamiglia“, che io ritengo ancor più importante dell’RC Auto, anche se (purtroppo) non obbligatoria.
Andiamo con ordine: si può assicurare la casa contro l’incendio, il furto, le perdite d’acqua, eccetera: questi sono tutti danni che noi contraenti/assicurati possiamo subire, sono – in altre parole – danni “nostri”.
Esiste anche l’assicurazione RCT, acronimo che indica “Responsabilità civile verso terzi“, volgarmente denominata capofamiglia.
Questa copre i danni che noi possiamo cagionare a terzi nell’ambito della nostra vita privata, ovvero non lavorativa (in quel caso stipuliamo un’assicurazione di responsabilità professionale). Faccio prima a citare alcuni casi: il vaso che cade dalla finestra e danneggia cose o persone; lo sciatore che ne investe un altro, il ciclista che investe un pedone, la lavatrice che perde e allaga l’appartamento di sotto, il mio cane che morde un passante (non quello dei pantaloni, ma il vicino di casa, per esempio…). Insomma, casistica infinita!
Voi vi chiederete come mai pubblicizzo questo tipo di assicurazione, proprio io che tutelo i consumatori?
Semplice: gli anni di sacrificio per mettere su casa e vivere felici non possono essere turbati – sia psicologicamente che economicamente – da un evento in sé banale che poteva essere ammorbidito dalla presenza di un’assicurazione peraltro assai poco costosa. Siccome questa rubrica vuole dare dei consigli, ecco, questo è un consiglio!
Però non fate l’assicurazione presso una banca: questa si limita a farvi fare il contratto che a lei conviene, soprattutto in presenza di un mutuo sulla casa medesima.
Infine, quando stipulate un’assicurazione, qualunque essa sia, leggete sempre con la massima attenzione le condizioni generali di assicurazione, prima di stipularla per verificare che faccia al caso vostro; dopo averla stipulata per conoscerla a fondo. Perché si sa, nella vita nessuno vi assicura nulla!
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
Vi sono tantissime piante, alberi, arbusti e persino rampicanti che producono bacche nelle diverse stagioni dell’anno. Ci soffermeremo solo su alcune di queste, in particolare su quelle che producono frutti nel periodo autunnale. I colori delle bacche sono i più diversi, si passa dal bianco-verdastro del vischio, al rosa del Sorbus hupehensis “Pinkpagoda”, al violetto della Callicarpabodinierivarietà giraldiiprofusion, al giallo-arancione della rosa rugosa, al rosso dei Cotoneaster, dell’agrifoglio, del tasso e del pungitopo, al viola-nero del ginepro ed al nero della Hedera helix.
Alcune delle piante combinano poi la presenza delle bacche a quelle delle foglie, altre, essendo caducifoglie, mantengono nel periodo tardo autunnale ed invernale i soli frutti sui rami secchi. L’impiego delle singole varietà andrà quindi attentamente studiato, tenendo conto dello sviluppo vegetativo, delle esigenze progettuali, dei colori delle foglie e dei frutti. Per quanto concerne poi le varietà a produzione autunnale o invernale, si dovrà considerare anche la notevole incidenza dell’elemento cromatico, fornito dalle bacche, nello spoglio paesaggio di tale periodo dell’anno. Ad esempio, notevole può essere infatti l’impatto di un grosso cespuglio o di un filare di rose rugose dalle baccherossastre, sugli spinosi ramibrunastri, in un giardino coperto di neve bianca. Lo spuntare delle bacche di un Sorbo, tra la brina ghiacciata che ne ammanta i rami, o il lucido scintillare dei frutti neri e raggruppati in mazzetti, che spuntano da un vecchio muro ricoperto di Hederahelix, possono invece diventare punto focale del giardino ed attirare, su di essi, l’attenzione dell’osservatore.
Malus “Evereste”: una varietà di melo dallo sviluppo di circa sei, sette metri. E’ particolarmente interessante sia per la sua fioritura primaverile, di un colore bianco rosa, che per la ricca produzione autunnale di frutti. Essi rimangono per mesi sui rami, anche dopo la caduta delle foglie, piccoli ma numerosissimi, creando un suggestivo punto focale del giardino.
Se lo sfondo è un muro, un prato coperto di neve o da erba brunastra, l’effetto viene amplificato, lasciando lo spettatore stupito di fronte alla naturale perfezione cromatica fornita dalla natura.
Ricordo di aver visto utilizzate, per la prima volta, simili varietà di meli nel parco dello stabilimento di LoroPiana in Piemonte. La struttura dell’edificio era molto semplice e lineare, il giardino sobrio, geometrico (data l’evidente sua funzione industriale) e ben strutturato. Poche siepi e limitati elementi vegetali verticali completavano l’insieme, il paesaggio era interrotto solo da alcuni meli, coperti di frutti rossastri su uno sfondo grigio-brunastro, ammantato dalla tipica nebbiolina autunnale della PianuraPadana.
Callicarpabodinierivarietà giraldiiprofusion: una delle varietà di Callicarpa più interessanti, dallo sviluppo di circa tre metri di altezza. La pianta produce, nel periodo primaverile, una fioritura, quasi insignificante, rosa chiaro che è molto amata dalle api. Le foglie sono ovate-lanceolate, ruvide ed opposte. Durante l’autunno, l’arbusto si ricopre, invece, di una ricca ed interessante moltitudine di bacche, dal colore purpureo. Utilizzatela anche in angoli bui del giardino, nei quali la ricca produzione di frutti risalterà in modo particolare, valorizzando l’intero insieme del parco. La pianta non richiede quasi potatura, salva la rimozione dei rami troppo vecchi ed indeboliti e presenta una buona resistenza al freddo. Quest’ultimo però tende a danneggiare, se intenso, le bacche che perdono la loro smagliante colorazione e la loro caratteristica brillantezza, tendendo ad una colorazione insignificante e marrone-bruciato.
Hederahelix: una varietà piuttosto comune di edera, di facilissima coltivazione e di rapido accrescimento. Essa ricopre muri, staccionate e strutture verticali ed orizzontali con rapidità ed estrema naturalezza. Le foglie sono coriacee, verde intenso con striature grigiastre, i rami flessibili e marroni scuri. L’impatto generale della pianta è di naturale disordine, sopporta bene però le potature e si adatta con una certa facilità alle forme desiderate.
Se si vuole ottenere un effetto di decadente naturalezza, la si faccia crescere sui muri di un antico edificio o persino, come in alcuni giardiniinglesi, sulle rovine di abazie e di palazzi storici.
I frutti sono globosi, neri e lucidi, riuniti in mazzetti, che si protendono dalla pianta. La produzione è assai ricca e la permanenza sulla pianta duratura nel tempo, con l’evidente vantaggio di rappresentare un importante elemento decorativo nello spoglio giardino invernale.
Sorbushupehensis“PinkPagoda”: un piccolo alberello, dallo sviluppo di circa sei, otto metri. Appartiene alla famiglia dei sorbi, tutti ampiamente utilizzati, in giardino, per la ricca produzione di colorate bacche. La varietà hupehensisè caratterizzata da foglie grigio-verdastre che si tingono di rosso in autunno, le bacche sono riunite in gruppetti e di un tenue ed elegante colore rosa chiaro. Anche questa pianta può ben rappresentare il punto focale in un piccolo giardino e sempre fornire, al variare delle stagioni, interessanti spunti cromatici.
Rosa rugosa (foto principale): un particolare tipo di rosa, dallo sviluppo di medie dimensioni, di facile coltivazione anche perché non richiede particolari potature, se non di tipo contenitivo, resistente al freddo. Come altre rose, rappresenta, per la ricca produzione di baccherossastre, un interessante elemento da inserire nel giardino. Viene generalmente utilizzata in contesti dallo stile rustico, sia per le ricche e colorate fioriture estive che per la produzione di frutti di medie dimensioni, giallo, arancio-rossastri che permangono sulla pianta sia nel periodo autunnale, quando le foglie del cespuglio sono giallo intenso, che nel periodo invernale sui rami secchi e scuri.
Cotoneater: questa famiglia di piante è molto numerosa. I cespugli in oggetto variano moltissimo per tipo di sviluppo, strisciante, verticale, di piccole o medie dimensioni. I cotoneaster esistono sia nella versione caducifoglie che in quella a foglia persistente. I frutti possono essere gialli, arancioni o rossointenso. Le foglie sono coriacee, verdi grigiastre, i rami marroni lucidi presentano spesso spine. Data la grande duttilità d’impiego, queste piante si prestano ad un utilizzo molto diversificato, specie per la ricca produzione di bacche. La fioritura primaverile è nei toni del bianco, piuttosto abbondante ma esteticamente non molto significante. Anche questi arbusti ben risaltano, specie nel periodo tardo autunnale ed invernale nel giardino, soprattutto nella bianca coltre nevosa.
di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano Per informazioni: ema_v@msn.com
La settimana scorsa vi siete sorbiti una bella tirata su una teoria economica (non originale) da cui segue che bisogna uscire dell’euro. Questa settimana terminiamo il discorso, prendendo in considerazione i risvolti politici della questione.
PARTE II – LA POLITICA
1. La moneta europea ostacola la società europea
Cominciamo a sgombrare il campo dagli equivoci. Uscire dall’euro non significa bloccare i commerci con l’estero, chiudere le frontiere o imboccare la strada di un cieca e becera autarchia nazionalista.
Dal punto di vista commerciale dire che i deficit strutturali sul lungo periodo non sono sostenibili, comporta ammettere che bisogna studiare un modo per riequilibrare l’import e l’export, o per finanziare il disavanzo di partite correnti dei paesi importatori (cioè evitare che continuino all’infinito a comprare più di quanto vendono, perché il sistema non può reggere): il che ovviamente non comporta ridurre o eliminare il commercio. Allo stesso modo, dal punto di vista culturale uscire dalla moneta unica non comporta richiudersi in sé stessi e rinnegare l’Europa, il multiculturalismo, i valori comuni, la cooperazione: anzi, è esattamente il contrario. Questo equivoco si deve al fatto che si sono volutamente sovrapposti tre termini che invece hanno significati ben diversi: “Europa”, “Unione Europea” e “Euro”.
Banalmente, l’euro-zona comprende 17 stati, mentre l’Unione Europea ne comprende ben 27: quindi ci sono 10 paesi che sono nell’Unione Europea, ma non hanno l’euro. Tra questi c’è ad esempio l’Inghilterra e la Polonia (che nel frattempo ha pure svalutato con effetti tutt’altro che catastrofici): e ovviamente non sono ridotti ai razionamenti, ma anzi, con buona pace degli espertoni stile Bruno Tinti, hanno un’economia che cresce, pur col freno tirato dalla recessione che noi gli stiamo regalando. Il termine “Europa”, invece, designa un concetto storico e culturale che non si vuole assolutamente negare o sminuire: ma far coincidere questo concetto con l’adozione di una moneta unica è una forzatura che nasconde la precisa volontà di condizionare le persone. Si cerca cioè di mettere in cattiva luce chi è contro l’euro attribuendogli un pensiero “anti-europeista”, conservatore e antistorico, quando le due cose non sono correlate (cioè, si può essere contro la moneta unica senza essere leghisti).
L’esperienza dimostra che l’euro ha allontanato i paesi europei, ha alimentato reciproci sospetti, costruito rancori e soffiato sul fuoco dei nazionalismi, come il recente exploit di Alba Dorata in Grecia sta a dimostrare. Per cui, se si vuole costruire davvero gli Stati Uniti d’Europa, bisogna cancellare questa moneta che distrugge i rapporti e ricominciare da capo con una vera integrazione: dove non ci sono cessioni di sovranità imposte dai burocrati a colpi di spread, ma “condivisione di sovranità” da parte di quei popoli che dimostrano democraticamente di perseguirla.
E tuttavia c’è da dubitare che si voglia davvero arrivare a questo, per una verità politica tanto banale quanto trascurata (anzi, rispetto alla liturgia mediatica corrente, direi quasi “esecrata”), la quale recita così: “gli interessi nazionali esistono”. Capisco che sia più confortante pensare che siamo tutti fratelli e ci vogliamo tutti bene, ma la realtà è che i lavoratori tedeschi, come quelli brasiliani o statunitensi, per quanto possano anche solidarizzare con i loro colleghi stranieri, hanno sempre privilegiato e continueranno a privilegiare quelle “ricette” che favoriscono le industrie per cui lavorano, anziché le industrie concorrenti all’estero. Ciò significa che la capacità di costruire legami transnazionali europei basati sulla convergenza di interessi comuni (categorie, tipo di lavoro, tassazione, ecc.) è limitata e superata dall’appartenenza ad una comunità nazionale. In altri termini non esiste un’unica società civile europea, ma un insieme disomogeneo di opinioni pubbliche nazionali. Questa frammentazione non è il frutto casuale di una mancata integrazione a lungo cercata, ma un obiettivo volutamente perseguito, che svela anzi gli interessi che hanno guidato la creazione della moneta unica.
2. L’euro è lo strumento di un’ideologia politica
Possiamo spiegarlo usando le parole di Mario Monti: «Alle istituzioni europee interessava che i paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo, dal processo elettorale» (Libro-intervista a F. Rampini, p. 40-41). Il principio di allontanare il centro del governo dalle dinamiche democratiche, che qui Monti rivendica come una mossa astuta, viene ovviamente giustificato con la pretesa di fare il bene delle masse a loro insaputa (“l’onere dell’impopolarità”), con un tono paternalistico che ritorna spesso nel mito delle élite illuminate dedite a forgiare il popolo europeo. Ma se dalle parole di Monti prendiamo il dato concreto, cioè l’illiquidità, la lontananza che separa il processo decisionale dalla società in cui si esplica, e lo confrontiamo con gli effetti concreti, allora emerge tutto il senso dell’operazione.
Quando abbiamo importato dall’America lo shock finanziario, ci siamo ritrovati nella condizione di non poter svalutare, di non poter aumentare la spesa pubblica e di non poter contare sull’aiuto dei nostri partner europei. Per cui oggi l’unico modo per tornare a crescere è aumentare le esportazioni rendendo le nostre merci più competitive. La ricetta è semplice: la disoccupazione aumenta, il potere contrattuale del lavoratore diminuisce, i salari scendono, i prezzi calano e le esportazioni riprendono. Insomma, stiamo scaricando i costi sui lavoratori e stiamo salvaguardando i conti pubblici (cioè i creditori dello Stato, quelli che avevano comprato i nostri titoli).
Il primo effetto concreto è, come anticipato poc’anzi, l’impossibilità della società europea di coalizzarsi per interessi di categoria, a causa dalla scarsa mobilità e dal permanere di concrete differenze regionali. Il secondo effetto emerge da un semplice raffronto. Fino al 1979 la lira non era imbrigliata in alcun rapporto di parità; la Banca d’Italia comprava i titoli di Stato rimasti invenduti (per calmierare lo spread); ed infine salari e pensioni erano al riparo grazie alla scala mobile, che le indicizzava all’inflazione. La filosofia che ispirava questo sistema è evidente: la moneta è una merce che si può benissimo apprezzare o deprezzare, ma bisogna evitare che i lavoratori finiscano preda dalla logica disumanizzante del libero mercato. Poi, con alterne vicende e un processo lungo vent’anni, iniziato nel 1979 e terminato nel 1999, ci siamo ritrovati con un sistema alternativo: c’è una moneta unica europea, per cui non ci si può difendere dalla concorrenza interna svalutando; la Banca d’Italia ha smesso di coordinare la sua azione col ministero dell’economia (prima che arrivasse la BCE e proseguisse l’opera); infine salari e pensioni non sono indicizzati. Appare piuttosto chiaro, dunque, che questo assetto privilegia una logica opposta: si deve proteggere la moneta dal mercato, mentre i lavoratori dovranno cavarsela da soli.
Questo risultato non si è prodotto a caso, ma è stato perseguito attivamente da chi neaveva l’interesse. E chi ne avesse l’interesse è presto detto. Se vivete del vostro lavoro e fate poco risparmio, probabilmente vorrete salvaguardare il potere d’acquisto dei salari; se all’opposto riuscite ad accumulare discreti capitali, probabilmente vi viene comodo un sistema dove questi non si svalutano per l’inflazione, ma possono essere investiti comodamente andando alla ricerca del tasso di interesse più alto. Ne consegue che quelli che avevano o muovevano grandi capitali avevano un grande interesse: e quindi sapevano come fare, e volevano che si creasse, un sistema adatto alle loro esigenze. Osservo – per inciso – che, se ammettiamo che chi ha capitali da investire è consapevole di avere un ben preciso interesse, diverso da chi invece è vincolato al salario o alla pensione, stiamo ammettendo che gli interessi ci sono: e quindi che esistono anche le classi sociali. Un’ennesima prova del fatto che, anche se mancano gli interpreti, le categorie di destra e sinistra esistono ancora.
A questo punto basta mettere insieme i tre punti chiave emersi fin qui:
superamento delle singole e relativamente unite società nazionali nel senso di una più larga e frammentata società europea;
centro unico di governo svincolato dal processo elettivo;
sistema monetario che avvantaggia l’accumulazione di capitale e svantaggia il reddito da lavoro.
A tutto questo processo bisogna guardare in modo laico, senza cedere alla tentazione del complotto o della caccia alle streghe. Ammettere che gli interessi di ciascuno stanno alla base della democrazia, significa accettare che chi ha interessi contrari ai miei cerchi di perseguirli. Pertanto, fintanto che non si viola la legge, non posso prendermela con chi ha assunto una posizione diversa dalla mia, solo perché poi si è rivelata controproducente. In fondo sono tantissime le persone che in assoluta buona fede hanno abbracciato negli anni passati la moda del credo liberista: privatizzazioni, Stato sprecone, ecc…
Questo quadro realizza precisamente l’ideologia del pensiero neo-liberista, che ha sempre propugnato la libera circolazione di merci e capitali, l’affrancamento dell’economia da ogni forma di controllo o tutela da parte dello Stato, la divisione del fronte sindacale (divide et impera) e soprattutto la costituzione di un quarto potere, dopo quello legislativo, esecutivo e giudiziario: il potere monetario, sottratto al controllo democratico e a cui è demandato il compito di controllare l’inflazione. E’ l’ideologia responsabile della liberalizzazione dei movimenti di capitali, della deregulation, della finanziarizzazione dell’economia, della penalizzazione dell’economia reale.
Dobbiamo concludere dunque che l’euro è solo l’ultimo tassello di una strategia per ottenere una società rigidamente di destra, dove il ceto dirigente ha finalmente tutti gli strumenti per disciplinare i lavoratori.
3. E la sinistra?
A questo punto è chiaro che le istituzioni europee e internazionali (UE, BCE e FMI) sono imbevute di questi presupposti ideologici. Hanno reagito ad una crisi di credito privato come se si fosse trattato di un problema di debito pubblico, perché porre dei vincoli al sistema finanziario, eventualmente nazionalizzare le banche, aumentare la spesa pubblica per far ripartire l’economia e acquistare illimitatamente titoli di Stato avrebbe comportato ammettere che il dogma del “privato è bello” e l’impianto di Maastricht, tutto concentrato sul contenimento del debito pubblico e dell’inflazione, è completamente sbagliato. Avrebbe significato ridiscutere i presupposti dell’organizzazione dell’economia e della società, col rischio di perdere tutte le conquiste del pensiero liberista degli ultimi trent’anni. Per cui finora si è scelto di tenere duro, anche se l’evidenza delle cose sta a poco a poco sgretolando la compattezza di questo fronte.
Chi è che avrebbe dovuto e dovrebbe tutt’oggi mettere sull’avviso le persone, dire che l’Unione Europea è un sistema per disciplinare i sindacati e scaricare sulle masse quegli aggiustamenti che prima si scaricavano su valute e capitali? Se il cambio fisso e la sua difesa (le politiche di austerità) sono evidentemente di destra, perché favoriscono chi accumula il capitale, chi doveva spiegare quale fosse l’alternativa che favorisse i salari e le pensioni? Ecco: da questo versante ci sono delle persone che hanno forti responsabilità storiche.
Perché la sinistra abbia abdicato al suo ruolo storico di difesa dei lavoratori non è facile a dirsi. All’inizio, in effetti, almeno il PCI si era mostrato scettico rispetto all’idea della parità del cambio. C’è addirittura un discorso dell’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nel 1978 si pronunciò contro l’ingresso nello SME con motivazioni che oggi suonano addirittura profetiche. Poi a poco a poco le cose sono cambiate. Prodi “ci ha portato in Europa”; Napolitano non perde occasione per sottolineare la necessità di restare nell’euro; e Bersani, anziché prendere atto dei danni causati dall’euro e dall’indisponibilità tedesca a farsi carico degli oneri di una maggiore integrazione, continua ad illudere la gente con l’idea che basti contrattare con la Merkel un po’ di equità. E’ una facile previsione constatare che questa ostinazione, quando l’euro inevitabilmente finirà, costerà al suo partito un prezzo altissimo.
4. Conclusione: e ora?
Ora niente. Si sta alla finestra e si guarda lo spettacolo. Purtroppo, anche se siamo alla vigilia di importanti elezioni, il dibattito pubblico non mette minimamente in discussione l’euro: nessun partito di un certo peso politico dice con chiarezza che bisogna uscire, mentre l’informazione fa terrorismo mediatico della più bassa lega.
Grillo, dal canto suo, per denigrare la vecchia politica continua a dire che il debito pubblico ci ha rovinato. Si tratta di una falsità che non aiuta a capire da dove sorga il problema: anzi, tende a generare l’errata convinzione che si debba tagliare la spesa pubblica, quando invece bisognerebbe aumentarla. Certo, Grillo sostiene pure una posizione critica sull’euro e addirittura la necessità di un referendum popolare sul tema. Peccato però che non sia possibile attendere l’esito di una consultazione referendaria, prenderne atto e poi mettersi a studiare come stampare una nuova moneta nazionale: perché nel frattempo assisteremmo ad una fuga di capitali che porterebbe davvero la gente ad assaltare le banche.
Quando ho scritto che un’uscita dall’euro sarebbe gestibile, non volevo certo dire che si potrebbe uscire con un semplice schiocco di dita, senza prendere alcuna precauzione. Al contrario tra le accortezze necessarie c’è proprio la necessità di negare l’eventualità di un’uscita fino all’ultimo: poi bisogna portare a termine l’operazione in un week-end, a mercati chiusi, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. Si tratta di una questione tecnica che però crea un problema politico: non si può fare dell’uscita dall’euro una bandiera elettorale, perché, come detto, bisogna evitare che i mercati anticipino la mossa. Però un politico potrebbe cominciare dicendo la verità: dicendo cioè che il debito non è il principale problema; che gli squilibri dell’euro sono stati la nostra rovina, più della corruzione e dell’evasione fiscale; che la rigidità del cambio aiuta i capitalisti e sfavorisce i salariati; che non c’è legge di mercato più importante della democrazia. Ma soprattutto dovrebbe dimostrare di essere interessato solo a fare gli interessi dei suoi concittadini: il resto verrebbe da sé.
Nella scorsa puntata abbiamo parlato dell’importanza di abbinare uno o diversi interessi personali allo studio delle lingue. Grazie a Internet la possibilità di guardare video in lingua originale riguardanti gli argomenti più disparati è davvero alla portata di tutti, o quasi, visto che in Italia, ahinoi, solo la metà dei nostri concittadini utilizza la Rete. A proposito, perché anziché pensare a bucare delle montagne e versare colate di cemento – il nostro secondo sport nazionale – non ci si concentra su un’assoluta priorità per l’economia e lo sviluppo del nostro paese, ovvero che l’intero territorio nazionale venga dotato di una connessione veloce a Internet? Eppure alcuni nostri attuali governanti parlano continuamente – o forse astrattamente – di “crescita”, ma allora perché non si vogliono adottare misure concrete per favorirla? Ah, la coerenza, questa illustre sconosciuta…
Torniamo però all’inglese, cercando di dare alcuni consigli partici per uno studio efficace. Per esempio, se siete appassionati di cinema, perché non provate a guardare un film in lingua originale? E’ vero, in alcuni casi si riesce a capire davvero poco e la frustrazione può essere tale che dopo cinque minuti venga già voglia di spegnere lo schermo.
Arrivare a un livello di comprensione tale da poter guardare un film in lingua originale è tuttavia un esercizio che richiede tempo, e la pazienza è una virtù fondamentale di chi voglia apprendere e migliorare. Di conseguenza, il mio consiglio è quello di non scoraggiarsi e di procedere per gradi. Se guardate un film su DVD, nulla vi vieta di guardarlo una prima volta in italiano inserendo l’opzione dei sottotitoli in inglese. In questo modo riuscirete a seguire senza problemi il film e ve lo potrete godere appieno, familiarizzando allo stesso tempo con diverse parole ed espressioni che appariranno in sovraimpressione. La seconda volta potete rivedere il film questa volta in lingua originale, mantenendo sempre i sottotitoli in inglese: conoscerete già gli eventi e il contesto e quindi riuscirete a seguire senza perdervi nessuna parola. A questo punto siete pronti a vedere il film una terza volta in lingua originale senza sottotitoli.
Può essere una buona idea fermare di tanto in tanto il film per segnare vocaboli e frasi sconosciute e provare a ripeterle più di una volta al fine di memorizzarle. Il cinema tra l’altro riproduce spesso situazioni della vita quotidiana, per cui troverete delle espressioni utilizzabili in contesti comunicativi molto comuni. Prendere appunti e scrivere facilita il lavoro della memoria, per cui credo che valga davvero la pena di compiere lo sforzo di armarsi di carta e penna se si vuole migliorare il proprio livello di inglese.
Oltre ai film, siti quali YouTube e Vimeo permettono di accedere a una vastissima gamma di video in lingua inglese. Tra questi ce ne saranno sicuramente molti di vostro interesse, che vi consiglio di guardare sempre secondo la logica che, se si è interessati al contenuto a prescindere dall’aspetto linguistico, si impara più velocemente anche la lingua in cui esso è veicolato. Tra i siti contenenti dei video di particolare interesse, mi sembra opportuno consigliare una visita sul sito di TED – acronimo di Technology, Entertainment and Design – www.ted.com. Su TED si possono trovare videoconferenze delle più rilevanti personalità a livello mondiale in diversi campi della conoscenza. La maggior parte dei filmati caricati sulla piattaforma, poi, presenta l’opzione “sottotitoli in italiano”. La quantità di video caricati è ormai nell’ordine delle migliaia, ma se proprio siete indecisi vi consiglio di partire con questo intervento del grande educatore britannico Ken Robinson, dal titolo “Bring on the Learning Revolution”, che si può tradurre come: “Avanti, con la rivoluzione dell’istruzione!” Il video è già stato visualizzato da più di tre milioni di persone, per cui non vi mancherà di certo la compagnia … See you!
Questa settimana voglio prendere spunto da una mail che mi giunge da una lettrice dell’Emilia Romagna. Ritengo sia importante parlarne, perché di casi come questo nel nostro paese ce ne sono moltissimi…
«Buongiorno ho letto il vostro articolo relativo alla prescrizione delle notifiche relative alle cartelle esattoriali. Io purtroppo vivo una situazione spiacevole derivata da debiti che il mio ex marito mi ha regalato. Lui, truffatore di professione, vive lasciando debiti e usando prestanomi… io sono stata una delle sue facce pulite da esibire in pubblico. Ora mi trovo con enormi debiti con Equitalia risalenti ai primi anni duemila fine novecento. Ho chiesto ad Equitalia le iscrizioni a ruolo e si tratta di tributi vari, prevalentemente inps, agenzia delle entrate, tassa pubblicitaà, tasse comunali… Dal 2006 io non ho ricevuto più nulla. Sono da ritenersi tutti prescritti? Non ho denunciato il mio ex marito, sono andata da un avvocato il quale me lo ha sconsigliato vivamente perchè essendo nulla tenente, avrei solamente da rimetterci nuovamente. Ho appena concluso le pratiche di divorzio e anche in quella sede il mio avvocato (un altro rispetto a quello a cui avevo chiesto consulenza per la denuncia) mi ha consigliato di lasciar perdere e di procedere con il divorzio consensuale. Io ho firmato dichiarando che non avevo più nulla da pretendere.»
Il mascalzone di turno sfrutta il regime di comunione dei beni e immischia il coniuge in situazioni che divengono irrecuperabili.
Il problema nasce dal fatto che, con la comunione dei beni, i coniugi sono solidalmente responsabili verso i creditori, Stato compreso. Ciò vale a dire che il creditore prende da chi può: da un nullatenente, evidentemente, non potrà mai ottenere nulla…
Altri casi assimilabili al di là del regime di comunione dei beni son quelli in cui un soggetto intesta ditte, società o quant’altro ad un altro soggetto che fa da prestanome: ciò porta ad una responsabilità personale diretta e niente solidarietà passiva.
Ma andiamo con ordine: innanzitutto, in merito alla prescrizione dei tributi abbiamo già avuto modo di scrivere: ogni tributo ha un proprio termine prescrizionale, quindi la data del 2006 indicata dalla nostra lettrice può valere per alcuni tributi e non per altri.
In secondo luogo, bisogna avere la certezza assoluta e matematica del fatto che Equitalia (in questo caso…) non abbia effettivamente inviato più nulla al presunto debitore; questo per potere avere la certezza di muoversi in una certa direzione, ossia quella di fare annullare le cartella per avvenuta prescrizione.
Gli avvocati fanno presto a fare firmare tutto con la scusa che “tanto non si può fare niente”…
Nel caso della nostra lettrice, i legali avrebbero potuto tutelarla meglio, consigliandole proprio di querelare il marito: questo avrebbe sicuramente ingolfato la pratica di divorzio, ma negli accordi potevano rientrare anche le situazioni sopra descritte.
In parole semplici: con una querela, la signora avrebbe dichiarato di non avere più nulla da pretendere solo nel momento in cui questa clausola aveva davvero un senso s0ttoscriverla.
Un’ultima considerazione: io sono un fautore ed estimatore del regime patrimoniale (matrimoniale…) della separazione dei beni.
Credo non sia un caso!
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
Anche il Comune di Genova può dare il proprio contributo a ridurre il sovraffollamento delle carceri italiane. Come molti consiglieri hanno ricordato, la questione non è nuova in Consiglio Comunale, ed era stata dibattuta nella precedente amministrazione in una seduta dell’1 marzo 2011. Altrettanto nota la gravità delle condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti delle carceri genovesi. Il Consigliere Gioia, promotore di una delle due mozioni all’ordine del giorno, ha ricordato che nel Carcere di Marassi sono presenti 800 detenuti, abbondantemente sopra il limite previsto di 450.
Ma cosa può fare realisticamente l’amministrazione comunale per alleviare il problema? La gestione degli istituti di detenzione è di competenza del Ministero della Giustizia, ma il Comune può essere decisivo nella definizione di programmi che prevedano il reinserimento del detenuto all’interno della comunità locale. In particolare l’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario prevede la possibilità di assegnare delle Borse Lavoro che permettano ai detenuti a meno di due anni dalla conclusione della propria detenzione o a coloro che vengono inseriti in un programma specifico, di svolgere lavori socialmente utili al di fuori delle mura del carcere.
Il consigliere Padovani (Lista Doria) è intervenuto nel dibattito della seduta di ieri sottolineando un punto fondamentale sia per ciò che riguarda la possibilità effettiva di praticare queste misure di detenzione alternativa, sia per ciò che riguarda il contributo che può essere offerto dal Comune. «Non ci si può limitare ad identificare una somma da dare al detenuto – ha detto Padovani – perché la borsa lavoro ha un effetto solo se inserita in un progetto». Perché le borse lavoro abbiano un effetto veramente riabilitante sul detenuto devono essere stabiliti progetti di reinserimento lavorativo molto precisi e deve anche essere messa a disposizione un’abitazione esterna. In particolare il consigliere della Lista Doria ha proposto che vengano utilizzati a questo scopo degli immobili di proprietà del Comune, da far ristrutturare agli stessi detenuti.
Inoltre Padovani ha evidenziato come la sola pulizia dei cimiteri, una delle principali occupazioni dei detenuti , non sempre abbia generato soddisfazione in coloro che vi lavoravano. Devono quindi essere previste nuove misure alternative alla detenzione.
L’assessore alla Legalità e Diritti Forini ha sottolineato che il Comune di Genova collabora da molti anni con le carceri del territorio per la realizzazione di progetti basati sull’assegnazione di lavori utili ai detenuti e ha preannunciato che dal prossimo mese (febbraio) verranno già attivate nuove borse del lavoro per permettere ai carcerati di svolgere i propri lavori di manutenzione non solo nel cimitero di Staglieno, ma anche in quello femminile di Ponte XX.
Inoltre il Comune sta promuovendo anche il progetto “Mura amiche” per andare incontro all’esigenza di prevedere luoghi di detenzione alternativi alle carceri, grazie al quale è già stato individuato un alloggio disponibile per questo scopo. Come ha segnalato il Consigliere Putti (M5S) è infatti necessario che esistano delle strutture per rendere effettiva la possibilità per detenuti o detenute con figli di età inferiore ai tre anni di non scontare la propria pena all’interno del carcere, come previsto dalla legge.
Sugli impegni della Giunta sono tuttavia scettici gli esponenti dell’opposizione, Pdl in testa, che hanno evidenziato come dalle amministrazioni precedenti sia mancato un effettivo resoconto riscontro dei risultati ottenuti con le misure messe in atto. Per questo motivo il consigliere Grillo ha proposto un ordine del giorno approvato dal Consiglio in cui si chiede che la Giunta «riferisca entro sei mesi in una apposita riunione consiliare i provvedimenti adottati e programmati».
Ancora più drastico è l’intervento del Consigliere Campora (Pdl) , il quale ha voluto sottolineare come il problema delle condizioni delle carceri genovesi sia ricorrente ormai da molti anni e necessiti probabilmente una soluzione più radicale. Il consigliere del Pdl ha proposto, infatti, di progettare un carcere più moderno di quello attuale, costruito nell’800, che garantisca ai detenuti una sistemazione migliore con spazi più ampi, senza per questo dover immaginare un aumento del numero di posti.
Volendo andare ancora più alla radice del problema bisognerebbe riflettere, come suggerito dal consigliere Bruno (Fds), su un altro dato: «Il sovraffollamento delle carceri dipende da uno squilibrio perchéin carcere ci vanno i poveracci». Spesso, infatti, in carcere si trovano coloro che pur avendo commesso reati minori per i quali non sono previste prescrizioni o che non hanno la possibilità di “investire” ingenti somme di denaro nella propria difesa. Ma questo non è decisamente un tema di competenza del Consiglio Comunale di Genova.
E’ un paio di settimane che questa rubrica gira intorno all’argomento, e forse, a questo punto, tanto vale fare coming out. Cari lettori, penso sia giunto il momento di dire chiaramente che bisogna uscire dell’euro.
Ovviamente non posso motivare la presa di posizione in punta di teoria economica: non perché non mi sia informato quanto più approfonditamente mi fosse possibile, ma perché non ho alcuna autorità in materia; e quindi non sarei considerato credibile, né sarei capace di contrastare efficacemente eventuali obiezioni tecniche. Cercherò semplicemente di riportare quello che ho letto e che più mi convince, soffermandomi in questa prima parte sugli aspetti prettamente economici, la prossima settimana su quelli politici.
PARTE I – L’ECONOMIA
La teoria economica offre abbondanti analisi sul tema dell’Area Valutaria Ottimale (AVO), vale a dire quell’insieme di paesi che possono condividere con successo un regime di cambio fisso, oppure addirittura la stessa moneta. L’Italia è passata attraverso entrambi questi sistemi: siamo stati in un regime di parità di cambio, lo SME, dal 1979 al 1992; e siamo in un’unione monetaria, l’euro-zona, dal 1° gennaio del 1999. Queste esperienze, per molti economisti, sono la prova che:
l’Europa non è un’Area Valutaria Ottimale;
uscire da quest’area valutaria mal intesa sarà inevitabile;
un’uscita “pilotata” sarebbe comunque preferibile, sarebbe relativamente gestibile e nonprovocherebbe danni incalcolabili.
Critici dell’euro furono già in tempi assolutamente non sospetti economisti del calibro di Paul Krugman, Martin Feldstein e Nouriel Roubini: quindi, che nella costruzione dell’euro-zona ci fosse qualcosa che non andava, lo si sapeva già da tempo. Sulle paure legate ai rischi di un’uscita dell’Italia e di una dissoluzione della moneta unica, ho già citato qualche riferimento due settimane fa, da cui si dovrebbe aver realizzato che i costi del processo sono assolutamente sopportabili e che anche la psicologia e le ansie dei mercati sono del tutto gestibili.
Un po’ meno scontato potrebbe essere capire perché “un’altra Europa” non è possibile, perché cioè non si possa riformare il sistema rimanendo al suo interno. Questo discorso si lega alle ragioni profonde di questa crisi, che – come ormai sa chi segue questa rubrica – non dipende dal fatto che per anni abbiamo speso troppo: perché questo semplicemente non è vero.
1. Il segreto di pulcinella: come mai siamo in crisi?
La crisi nasce da uno shock esterno: la bolla dei mutui sub-prime, che è scoppiata negli USA e poi da lì si è ripercossa sui mercati globali. Giunta in Europa la bolla ha impattato contro un’ideologia economica ottusa e un sistema monetario troppo rigido e squilibrato, che ha impedito di contenere gli effetti negativi, e anzi li ha ampliati, creando una spirale recessiva perversa e senza uscita. E’ stato così che gli errori strutturali dell’euro-zona hanno trasformato una crisi finanziaria in una grave recessione continentale; recessione che a sua volta frena la ripartenza dell’intera economia globale. Cerchiamo di capire da cosa dipende l’inadeguatezza del nostro sistema…
Ci sentiamo spesso ripetere il mantra della “competitività”: cioè che oggi bisogna competere, competere e ancora competere. Ed in effetti, a livello microeconomico, l’idea pare dare i suoi frutti: stimola l’innovazione e orienta l’offerta alle esigenze del consumatore. Ma c’è anche un lato negativo: se si accetta la competizione, si dà per scontato che ci saranno si dei vincitori, ma ci saranno anche dei vinti, cioè aziende che chiudono perché hanno perso la sfida.
E’ logico – ed è d’altra parte confermato dalla teoria economica – che non si può essere tutti contemporaneamente i più competitivi, esattamente come non si può arrivare tutti contemporaneamente primi. Il problema, si dice, si potrà riassorbire, perché i lavoratori che perdono il posto potranno essere riassunti là dove la competizione è stata vinta. Tuttavia, se si traspone lo stesso scenario a livello macroeconomico, il risultato è affatto diverso: i vinti non sono più aziende, ma interi paesi che si impoveriscono, paesi che, con la stessa logica, per riassorbire la disoccupazione dovrebbero lasciar emigrare i loro abitanti. Cosa che in Europa non è successa.
Quando sentiamo dire che “i giovani sono mammoni”, che “non si spostano da casa”, che “non hanno sfruttato le possibilità dell’Europa”, in realtà non si tratta solo di moralismo da quattro soldi: chi lo dice sta infatti sfogando la frustrazione per il fallimento annunciato di un presupposto centrale dell’Unione Europea: la mobilità intracomunitaria dei lavoratori. Che non si è mai realizzata non solo perché abbiamo differenti lingue, differenti culture, differenti storie, differenti sensibilità e differenti obiettivi; ma anche perché – più prosaicamente – all’interno dell’UE si trasferiscono pochissime risorse, non si condivide lo stesso debito, abbiamo un diverso mercato del lavoro, un diverso sistema giudiziario, un diverso apparato burocratico e una diversa fiscalità.
L’euro non ha fatto altro che ampliare gli squilibri commerciali tra i paesi aderenti, grazie anche all’atteggiamento mercantilista della Germania, che ha praticato deliberatamente la scelta di contenere il suo tasso d’inflazione reale sotto la media europea per essere più competitiva con l’estero (se i prezzi degli altri crescono più velocemente, i miei diventano più convenienti e io vendo di più). Così la Germania ha accresciuto le esportazioni, realizzando un surplus strutturale. Per contenere il tasso d’inflazione è bastato comprimere i salari, impedendo ai consumi di decollare: un dato di fatto che – per inciso – smonta il mito della superiorità produttiva tedesca.
Le valute, come qualsiasi altro bene sottoposto ad un regime di libero mercato, si apprezzano e si deprezzano non solo perché – come spesso si sente dire – “quando eravamo scorretti, praticavamo la famigerata svalutazione competitiva”, ma più frequentemente perché quando l’export di un paese si riduce, si riduce anche la domanda della sua moneta. I PIIGS, essendo in costante deficit, hanno finanziato il loro disavanzo importando capitali privati dal resto dell’Europa: sono diventati quindi importatori netti di capitali (avete presente il mantra degli “investimenti esteri”?). Ovviamente le banche del Nord erano ben felici di prestare ai loro partner dell’euro-zona, perché non c’era il rischio di svalutazione e si poteva godere degli alti tassi di interesse (attenzione a non fare confusione: siamo nel settore privato bancario, e lo spread, che all’epoca era praticamente a zero, non c’entra!). Quando è scoppiata la bolla finanziaria, le banche sono andate in sofferenza, l’epoca del credito facile è finita, lo Stato è dovuto intervenire per sostenere l’economia e il debito pubblico è cresciuto. Pertanto è evidente che è stato il credito privato a creare il problema, speculando sui prestiti a paesi in deficit commerciale e gonfiando così una bolla costruita sul mito dell’incrollabilità dell’euro.
Le esportazioni tedesche sono partite non verso la Cina (come tutti i paesi, anche la Germania è in deficit rispetto alla Cina), ma in gran parte verso il resto dell’Unione Europea: si è creato così al suo interno un gruppo di paesi che, avendo perso la sfida dell’export a causa della minore inflazione tedesca, si sono ridotti al ruolo di importatori. E basta dare un’occhiata ai dati dell’Eurostat per scoprire che tra questi paesi importatori, quelli che non avevano l’euro non sono andati in crisi: mentre quelli che lo avevano… sono diventati PIIGS.
La crisi sta tutta qui: essa ha colpito i paesi in costante deficit commerciale che hanno la moneta unica. Chi non la ha adottata, infatti, ha svalutato la propria valuta e ha potuto così recuperare un po’ di competitività.
Riassumendo: l’Unione di fatto non esiste (come ha capito anche chi recita il il mantra del “più Europa”) e il problema dell’euro-zona è un mix micidiale tra:
1) rigidità del cambio, che esaspera gli squilibri commerciali e rende le varie economie incapaci di difendersi da shock esterni svalutando;
2) politica mercantilista della Germania, che ha costruito la propria ricchezza sull’impoverimento delle economie dei paesi a cui vendeva le merci e prestava i capitali (lo scrisse persino il Sole 24 Ore l’anno scorso, sottolineando proprio la differenza dei saldi commerciali tra noi e i tedeschi prima e dopo l’euro).
2. Cosa succederà e cosa dovremmo fare
Ormai abbiamo capito, dunque, che non è certo lasciando il quadro immutato e con la sola austerità che usciremo dalla crisi: persino chi sostiene che dobbiamo restare a tutti i costi nell’Unione Europea capisce che il piano di salvataggio non salverà nessuno. E il motivo è semplice: se un paese è in crisi e lo Stato taglia la spesa, ci saranno ancora meno consumi e quindi ci sarà ulteriore recessione. Prima o poi, dunque, la frustrazione sociale per una ripresa che non si riesce ad intravvedere diventerà insostenibile. Oppure un altro paese debitore finora toccato solo marginalmente dalla crisi, ma che presto dovrà vedersela “con l’Europa”, vale a dire la Francia, potrebbe decidere autonomamente di uscire. O forse saranno altri a fare il primo passo: magari gli stessi Tedeschi. Una cosa è sicura: se un progetto è insostenibile, prima o poi perderà il sostegno e crollerà.
D’altra parte modificare il quadro di regole che ci sta stritolando è impensabile, perché gli squilibri politici ed economici sono troppo accentuati e gli interessi dei vari paesi completamente divergenti. Nell’immediato, ad esempio, avremmo bisogno di maggiore inflazione in Germania: cioè di un aumentato potere d’acquisto dei salari tedeschi, che “tiri” i consumi e favorisca le importazioni da paesi esteri come il nostro: cioè quel ruolo di “locomotiva d’Europa” che finora la Germania ha avuto solo sulla carta. Poi avremmo bisogno di una forma di condivisione del debito per calmierare i tassi d’interesse; e naturalmente dovremmo abolire il fiscal compact, consentendo ai singoli Stati di finanziare con la spesa pubblica la loro ripresa. A quel punto potremmo cominciare a ricostruire l’Europa da capo, all’insegna di una vera integrazione. Se ci fosse la volontà, si potrebbe fare così: ma se ci fosse la volontà, lo si sarebbe già fatto.
Sono passati cinque anni, abbiamo devastato un paese come la Grecia, aumentato la povertà e la disoccupazione in Spagna, Portogallo e Italia; e l’ultima volta che l’UE si è riunita per prendere una decisione sul bilancio comunitario – che corrisponde a circa l’1% del PIL – il risultato è stato l’ennesimo nulla di fatto. Dobbiamo concludere allora che per il Nord Europa la moneta unica è stata semplicemente un’occasione di guadagno e che non sono intenzionati a rimetterci soldi loro per salvarla. Se adesso la tirano tanto per le lunghe, è solo perché non sanno decidersi a rinunciare alla gallina dalle uova d’oro. E’ chiaro che il capitalista tedesco non vuole rinunciare ad un assetto su cui ha lucrato per lungo tempo: ed è altrettanto chiaro che il lavoratore tedesco non vuole fare sacrifici per noi, perché gli hanno detto che è tutta colpa del sud sprecone che non ha voglia di lavorare.
Insomma, è nostro interesse non restare un minuto di più in un sistema destinato comunque a sicura fine, che nel frattempo penalizza le nostre industrie, i nostri redditi e la nostra residua autonomia politica.
3. Conclusione
Questa è, a mio giudizio, la teoria più convincente sulla crisi dell’euro che ci sia in circolazione, ed è sostenuta, tra gli altri, da economisti quali Fabrizio Tringale, Claudio Borghi, Alberto Bagnai. Se non altro è l’unica in base alla quale i manuali di economia, le opinioni dei grandi economisti, i dati macroeconomici e i comportamenti dei singoli attori in campo assumono un senso ed una coerenza. Va da sé che, non essendo io un economista, se un giorno dovessi essere convinto da una spiegazione di tipo diverso, non mancherò di riportarlo. Detto questo possiamo muovere verso il corollario più inquietante: le implicazioni politiche…
Come salvare l’Euro da questa crisi? Unione politica? Unione bancaria? Stati Uniti d’Europa? Non ho mai avuto un’idea molto chiara di come queste proposte permettano di salvare la moneta unica e, soprattutto, di quale sia esattamente il nesso tra la l’unione monetaria e una più stretta integrazione dei paesi dell’eurozona. I mezzi di informazione, come al solito, non permettono di formarsi un’opinione anche grazie ai nostri politici che, invece di spiegare chiaramente le ragioni del progetto europeo, si riferiscono agli Stati Uniti d’Europa come a un sogno da lasciare ai propri figli. Ho potuto finalmente fugare i miei dubbi quando un giorno, girovagando per la rete, mi sono imbattuto in diversi articoli che parlavano della teoria delle aree valutarie ottimali. Questa teoria, nata nel 1961 dagli studi dell’economista canadese Robert Mundell, elenca le condizioni necessarie affinché due o più paesi possano scegliere di adottare con successo la stessa moneta. Prima di addentrarci in questa teoria vediamo però cosa succede quando due paesi non hanno la stessa moneta.
ESEMPIO 1: PAESE A e PAESE B HANNO MONETA DIVERSA
Immaginiamo un mondo dove ci siano solamente due paesi: il paese A e il paese B. Questi due paesi hanno le loro rispettive monete che utilizzano per avere degli scambi commerciali. Immaginiamo ora che il paese A esporti al paese B più merci di quanto importi e che, di conseguenza, il paese B importi più di quanto esporti trovandosi quindi ad avere un deficit nella bilancia commerciale. Per pagare le merci prodotte in A, gli abitanti di B devono cambiare i propri soldi vendendo moneta B per comprare moneta A. Questo causa un aumento della domanda per la moneta A e di conseguenza, secondo la legge della domanda e dell’offerta, una rivalutazione della moneta A e una svalutazione della moneta B. Questo rende le merci del paese B più convenienti e gli abitanti del paese A cominceranno a comprarle riequilibrando rapidamente la bilancia dei pagamenti dei due paesi. Questo meccanismo automatico di riequilibrio è il cosiddetto sistema dei “cambi flessibili” ed è in vigore dal 1971 anno in cui sono stati abbandonati gli accordi di Bretton Woods.
ESEMPIO 2: PAESE A e PAESE B HANNO LA STESSA MONETA
Immaginiamo ora che il paese A e il paese B vogliano adottare la stessa moneta. Perché dovrebbero volerlo? La ragione principale è che avere la stessa moneta azzera il rischio di cambio. Con monete diverse se una banca del paese A prestasse dei soldi a un’impresa del paese B rischierebbe di essere ripagata con una moneta che nel frattempo si potrebbe essere svalutata. Se invece si utilizza la stessa moneta questo non può accadere e ciò incoraggia gli scambi commerciali tra i paesi.
Ma allora quando è possibile avere un’unione monetaria? Secondo la teoria delle aree valutarie ottimali si devono verificare alcune condizioni:
Flessibilità dei prezzi e dei salari: i salari e i prezzi devono poter variare per riequilibrare eventuali squilibri. Se un paese è in deficit nella bilancia commerciale i salari devono poter essere abbassati per ritrovare velocemente competitività e, specularmente, devono alzarsi in condizione di surplus.
Mobilità dei fattori di produzione: i lavoratori dei paesi in deficit devono poter emigrare nei paesi in surplus per trovare un’occupazione.
Apertura al commercio estero: tanto più un paese è aperto agli scambi con gli altri paesi tanto meno è soggetto alle variazioni del tasso di cambio nei confronti di quei paesi. Se un paese è dipendente da prodotti provenienti dall’estero, in caso di svalutazione della propria moneta i benefici sarebbero limitati dall’aumento dei prezzi delle merci importate.
Diversificazione produttiva: la crisi di un settore industriale può essere compensata da altri settori in espansione.
Integrazione fiscale: dovrebbero essere previsti dei trasferimenti dalle zone in espansione a quelle in recessione, così come avviene, ad esempio, tra le regioni italiane.
Convergenza dei tassi di inflazione: se il tasso di inflazione di un paese fosse minore di quello degli altri, le merci di quel paese sarebbero sempre più convenienti creando un surplus strutturale nella bilancia commerciale a discapito degli altri paesi.
A questo punto alcuni di voi diranno: “Ma a me non sembra che all’interno dell’Unione Europea sussistano queste condizioni!”. Purtroppo avete ragione. A conferma di questo vi riporto l’analisi condotta dall’economista Alberto Bagnai che, nel suo libro “Il tramonto dell’Euro”, effettua un confronto tra l’area valutaria ottimale, così come descritta nella teoria economica, e l’Unione Europea, concludendo che nessuna delle condizioni necessarie per avere un’unione monetaria sono soddisfatte:
I salari, come abbiamo visto la scorsa settimana, tendono a essere flessibili, ma solo verso il basso. La Germania, pur essendo in surplus commerciale, ha moderato i salari creando un enorme squilibrio nell’Eurozona.
Le barriere linguistiche, culturali e burocratiche tra i vari paesi dell’Unione sono ancora troppo grandi. Siamo lontani da quanto avviene, ad esempio, negli Stati Uniti dove si parla la stessa lingua ed è facile trasferirsi da uno stato all’alto per cercare lavoro.
Paesi aperti al commercio, come l’Italia, non potendo ricorrere all’aggiustamento del cambio, hanno sofferto la crisi più di altri.
Per i paesi più piccoli è difficile attuare una diversificazione produttiva. Esempio ne è la Grecia che, fortemente in deficit nella bilancia commerciale, in caso di uscita dall’Euro si troverebbe a dover importare praticamente tutto con una moneta svalutata.
Non sono a oggi previsti trasferimenti dai paesi in surplus (Germania) a quelli in deficit (PIIGS).
L’inflazione dei paesi dei PIIGS, fin dall’introduzione dell’Euro, è sempre stata più alta di quella dei paesi della Germania a causa anche della moderazione salariale attuata dal governo tedesco.
La logica avrebbe suggerito di completare prima tutti i passi descritti nella teoria delle aree valutarie ottimali e poi introdurre la moneta unica. Si è fatto esattamente il contrario perché si pensava, forse con troppo ottimismo, che sarebbe stata l’introduzione stessa dell’Euro a creare le condizioni affinché essa fosse sostenibile: gli inevitabili momenti di crisi come questo sarebbero serviti per convincere popoli così diversi a cedere parte della propria sovranità in nome del progetto europeo. Ad oggi sembra che questo non stia avvenendo e, anzi, il risentimento verso l’Unione Europea è sempre più forte, soprattutto nei paesi vittime delle politiche di austerità. È dunque compito dei paesi più forti, Germania in primis, ridare slancio al processo di unificazione europea, ma è proprio questa volontà politica a mancare. Di questo passo la prima grande crisi dell’Euro, più che rappresentare un’opportunità di integrazione, rischia di tramutarsi nella pietra tombale del progetto di Europa unita.
Questa settimana ci soffermeremo su alcune varietà di alberi che presentano colorazioni vivaci e suggestive nel periodo autunnale. Il loro impiego permette di raggiungere risultati esteticamente molto interessanti, valorizzando l’impianto del giardino e sottolineando, a mezzo dei colori di piante di grandi dimensioni, le scelte architettoniche del progettista.
Il tiglio: elegante albero di grandi dimensioni. Viene piantato, sin dai tempi dell’antica Roma, per il dolce profumo dei suoi fiori bianco-verdastri. Viali di tigli abbellivano i giardini di Luigi XIV in Francia e di Carlo II in Inghilterra, venne poi ampiamente utilizzato nei viali cittadini ottocenteschi. Analogamente all’ippocastano, ben si presta all’inserimento in contesti classici ed “architettonici”. Questa svettante pianta si tinge infatti, durante la stagione autunnale, di un caldo colore dorato, con sfumature brunite e giallo-verde intenso. L’effetto estetico, garantito dalla pianta e dato dalla ripetizione degli alberi nei viali e dei gruppi nei parchi, è particolarmente suggestivo e, grazie alla naturale eleganza dell’albero, di notevole impatto, specie nel periodo autunnale.
L’ippocastano: grande e maestoso albero dalla corteccia scura. Sin dal XVII secolo viene piantato nei parchi e lungo i viali cittadini. Produce frutti, simili alle castagne, marroni scuro e lucide, contenute in ricci verde-giallastro. Le foglie si tingono, in autunno di un colore ocra brunastro, venato e striato. In primavera produce delle infiorescenze di grandi dimensioni, su più livelli e di colore bianco acceso con un centro purpureo. Il suo utilizzo nei viali di molte città europee permette, in tutte le stagioni, di godere di un impatto estetico molto diversificato e spesso di esaltare, grazie ai caldi colori autunnali, le rigorose e talvolta austere facciate dei palazzi cittadini.
L’acero: Questo albero presenta, in natura, molteplici varietà, alcune delle quali sono molto interessanti per le colorazioni del fogliame.
Acer Conspicuum “Silver Cardinal”: è una varietà di acero dalle foglie variegate. Queste ultime sono striate di bianco e rosa pallido, su fondo verde. L’albero raggiunge l’altezza di circa quattro metri. L’impatto del suo impiego nel giardino è quindi notevole, grazie alla particolare colorazione dell’insieme, specie sotto la calda luce del sole autunnale.
Acer Rubrum “Red Sunset”: l’acero canadese è assai impiegato da parte dei paesaggisti per il suo notevole impatto visivo nel giardino ed è particolarmente noto per la colorazione rosso intenso delle foglie durante il periodo autunnale. La sua incidenza sul panorama è notevole se si pensa che esso può raggiungere i dieci, quindici metri di altezza e quindi assurgere a vero e proprio punto di riferimento visivo di un giardino di medie dimensioni.
Acer Tschonoskii “Butterfly Maple”: è una rara varietà di acero che vale la pena procurarsi per i suoi getti che sono rosso acceso e diventano verdi durante l’estate. Le foglie autunnali sono arancioni e, durante l’inverno, la corteccia si tinge parzialmente di bianco. Dalla descrizione appare quindi estremamente chiara la notevole valenza cromatica e l’apporto estetico, fornito da questa particolare ed inusuale varietà di acero.
Acer Schirasawanum Aureum “Full Moon Maple”: questo acero proviene dal Giappone e, come suggerisce il nome, presenta foglie larghe, leggere egiallo intenso. Nella sua varietà, ancora più rara ed affascinante, “Autumn Moon”, presenta invece foglie gialle che si tingono di un colore acceso arancio/rosa. Queste varietà vanno piantate in mezza ombra per evitare che le foglie “brucino” a causa del sole. L’impatto complessivo della pianta può richiamare nella mente dell’osservatore l’Oriente e quindi necessita di essere scelto con attenzione e contestualizzato al giardino in cui viene inserito.
di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano Per informazioni: ema_v@msn.com
L’articolo di questa settimana ha per argomento le truffe alla porta di casa in materia di utenze domestiche. Mi scrive una lettrice:
«Salve, Sono di Reggio Emilia le scrivo per avere un po’ di chiarezza. A dicembre si è presentata qui una ragazza dell’Iren mercato dicendo di essere qui per farci firmare un contratto per avere uno sconto dell’11% sul gas e sull’energia. Alla fine ho capito che ci hanno fatto passare a loro anche per quanto riguarda l’energia elettrica… definisco tutto ciò una truffa, nel senso che arrivano nei momenti meno opportuni mentono e approfittano della tua ignoranza nel campo. Ho firmato il contratto poi mi hanno richiamato per sapere se la ragazza era stata gentile e chiedendomi di mandare un fax con un documento di identità e una bolletta enel. Oggi si presentano altri 3 individui, abbastanza sgradevoli, alle 13,15 dicendo essere dell’Enel… non si capiva nulla di ciò che dicevano, alla fine cominciano a scrivere i miei dati con lo scopo di ricontattarmi per verificare se ero già passata a Iren o se potevano bloccare il tutto; io cadevo dalle nuvole, poi con mio figlio piccolo che piangeva… lasciamo perdere! Io gli ho detto che non avrei firmato proprio niente così hanno strappato il contratto e se ne sono andati. A questo punto io vorrei tornare ad essere servita dai gestori del mercato tutelato che se non ho capito male sarebbero enel per l’energia e iren per il gas, cosa devo fare? La ringrazio Cordiali saluti, Elisa»
Purtroppo non è che l’ennesimo caso di questo genere, abbiamo già avuto modo di parlarne, ma vale la pena dare due suggerimenti utili. In primo luogo: mandare una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno contenente la manifestazione del diritto di recesso entro dieci giorni, meglio se anticipata via fax entro le 48 ore.
Nella maggioranza dei casi, nessuno vi risponderà, ma quella lettera da voi inviata ha assoluto valore legale:
a) Innanzitutto potete rivolgervi all’AGICOM per pratica commerciale scorretta presentando quella lettera;
b) In secondo luogo, potete fare denuncia all’Authority (AEEG, Autorità Garante per l’energia elettrica ed il gas), della cui operatività a favore del consumatore abbiamo però sempre espresso molte perplessità (l’esperienza sul campo insegna…)
c) in terzo luogo, la cosa che ritengo più utile: esposto/querela alla Magistratura.
Superata questa fase convulsa, vi arriverà senz’altro la bolletta del gestore “nuovo”, il quale opera nel cosiddetto “libero mercato”; la legge vi consente di rientrare nel mercato tutelato, che – come scritto correttamente da Elisa – in genere trattasi di Iren per il gas e di Enel per la luce. Ma attenzione, non sempre è così e all’uopo vi consiglio di verificare proprio sul sito dell’AEEG quali sono i distributori del mercato tutelato.
Alla fine la morale qual è? Vi imbrogliano con le scuse più stupide, una fra tutte: il risparmio che non c’è…
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
“I will motivate you, Private Pyle.” “Riuscirò a motivarti, soldato Palla di Lardo.” Sono queste le parole pronunciate, o meglio urlate, dal Sergente Istruttore Hartmann nel film capolavoro Full Metal Jacket di Stanley Kubrick mentre cerca di spronare una giovane recluta impacciata e sovrappeso – il soldato Palla di Lardo appunto – durante una fase del duro addestramento nel corpo dei Marines.
Non è mia intenzione sconfinare nel suo fanatismo militare e guerrafondaio, ma Hartmann individua comunque un punto fondamentale: trovare le giuste motivazioni è la base di ogni percorso di apprendimento in qualsiasi campo.
Nel caso dell’inglese e delle lingue straniere come si possono trovare le motivazioni per studiare e migliorare? La risposta più inflazionata oggigiorno è: se possiedi un buon livello di inglese puoi avere maggiori opportunità lavorative. Non posso dire che questa affermazione sia scorretta, dato che l’apertura e l’internazionalizzazione del mercato del lavoro in questi anni favoriscono senza alcun dubbio coloro i quali abbinano la conoscenza di una o più lingue straniere alle loro competenze professionali. Alcuni nostri governanti, molto attenti al consenso popolare immediato più che alle soluzioni pratiche e lungimiranti di problemi reali, hanno addirittura fondato delle campagne elettorali su questo concetto “utilitaristico” della conoscenza dell’inglese, che si lega al mondo dell’impresa, che si lega a sua volta al guadagno di denaro, possibilmente in modo facile e senza fatica.
Per quanto – ribadisco – sia vero che conoscere l’inglese può aprire porte, portoni e cancelli nel mondo del lavoro, credo però che un argomento così importante come quello delle giuste motivazioni per studiare l’inglese vada approfondito ulteriormente, se la nostra sincera intenzione è quella di incoraggiare qualcuno, o anche noi stessi – a studiare l’inglese.
Parliamo di esempi concreti. Alcuni di voi sono genitori, giustamente preoccupati del futuro dei vostri figli. Probabilmente pensate che, come affermato qui sopra, per trovare lavoro i vostri ragazzi debbano diventare dei perfetti English speakers, meglio di Queen Elizabeth II o Lawrence Olivier. Il problema è che un bambino o un ragazzino di dieci, dodici, quindici anni alle future opportunità di carriera magari non ci pensa, per cui è opportuno usare degli espedienti per avvicinarlo all’inglese, stando attenti a non farglielo odiare…
Può essere quindi opportuno usare altri espedienti, quali giochi, videogiochi, canzoni, film – cartoni animati nel caso dei bambini – in lingua originale per incuriosire un ragazzo e fargli capire che l’inglese – o qualsiasi lingua – non gli sarà utile tra quindici anni, che vede come un futuro a distanza siderale, ma gli può servire già adesso. Conoscete bene i vostri figli, per cui non vi sarà difficile trovare argomenti che stimolino davvero il loro apprendimento.
Qualche giorno fa, per esempio, mi è capitato di far svolgere un esame di inglese a un ragazzo che mi raccontava che la sua grande passione è montare e smontare motori, un’attività manuale, e che quindi trova molte difficoltà a concentrarsi sullo studio, in particolare della lingua inglese, perché lo percepisce come “astratto”. Gli ho consigliato allora di andare su YouTube e guardarsi un paio di video tutorial in inglese riguardanti motori, parti meccaniche, ecc. La cosa lo ha colpito come se gli avessi appena svelato la scoperta di un nuovo mondo… In realtà grazie a Internet è così facile oggi abbinare in modo intelligente le nostre passioni allo studio delle lingue!
Tra l’altro, il mio percorso stesso di apprendimento dell’inglese è iniziato ben prima di studiarlo a scuola, nonostante un insegnante alle superiori mi abbia dato un incoraggiamento rivelatosi poi fondamentale. A tredici anni comprai infatti un libro con i testi della mia band preferita ai tempi, i Queen, e scaricai sul computer un paio di videogiochi contenenti delle istruzioni 100% English. Paradossalmente, senza rendermi conto che stavo studiando inglese, mi formai una base di almeno mille vocaboli, semplicemente per il fatto che volevo capire che cosa cantasse Freddie Mercury in We Are the Champions. Fosse anche stato scritto in Urdu, mi sarei sforzato di capire e alla fine probabilmente ci sarei riuscito… O magari in Urdu sarebbe stato un po’ troppo difficile, ma credo che il concetto che volevo esprimere sia chiaro… See you!
Quello di ieri (22 gennaio, ndr) è stato un Consiglio Comunale caratterizzato dall’approvazione – quasi sempre all’unanimità – di diversi provvedimenti amministrativi, come l’eliminazione di alcuni regolamenti obsoleti e la nomina di un soggetto responsabile della prevenzione della corruzione come richiesto dalla legge anticorruzione del 2012. La natura stessa dei punti all’ordine del giorno ha suscitato ben pochi dibattiti e ha portato la riunione ad una rapida chiusura dopo poco più di due ore di discussione.
Ci hanno pensato gli articoli 54 (interpellanze a risposta immediata), presentati ad inizio seduta, a sollevare alcuni temi rilevanti. Innanzitutto si è affrontato il capitolo AMIU bonifiche. Il contenzioso aperto tra sette lavoratori licenziati e l’azienda di proprietà del Comune era già balzato alle cronache quando, nei primi mesi di insediamento della nuova amministrazione, alcuni di loro avevano occupato l’Aula Rossa bloccando i lavori per diverse ore. Questi lavoratori, da anni impiegati con contratti stagionali, erano stati licenziati dopo aver presentato tramite il proprio legale la richiesta di essere assunti con contratto a tempo indeterminato.
Lunedì (18 gennaio) il Tribunale di Genova ha dato ragione a tre dei sette ex dipendenti dall’azienda, condannando in primo grado quest’ultima al loro reintegro e al pagamento di un risarcimento.
Il consigliere Gioia (Udc) ha chiesto spiegazioni alla Giunta in merito alle possibili responsabilità del management dell’AMIU, il cui comportamento avrebbe portato non solo a dei licenziamenti illegittimi, ma anche ad un possibile danno alle casse del Comune costretto a pagare i risarcimenti.
Sul punto è intervenuto l’assessore Oddone che, in modo molto prudente, ha sottolineato come si tratti solo di un giudizio in primo grado – che potrebbe essere ribaltato nei prossimi gradi di giudizio – pur ammettendo che questa sentenza «sancisce un apparente errore di valutazione del management».
La complessità della questione deriva anche dal fatto che il patto di stabilità impedirebbe all’AMIU di procedere a nuove assunzioni e renderebbe quindi molto difficile risolvere il problema con il reintegro. L’assessore ribadisce il suo sostegno alla soluzione già definita dalla precedente amministrazione nel 2008, in accordo con i sindacati, che prevedeva un progressivo reinserimento di questi lavoratori all’interno delle partecipate del Comune.
Questo episodio richiama anche una questione di cui si è già discusso in molte occasioni all’interno del Consiglio Comunale, ovvero delle responsabilità del management delle società partecipate del Comune. Un punto su cui si dovrà indubbiamente riflettere a fondo, soprattutto in un contesto in cui i pochi fondi a disposizione degli enti pubblici – denaro proveniente dalle tasche contribuenti – non potranno servire solo a sostenere e ripianare i debiti e delle aziende municipali.
Il rischio, infatti, è che il Comune debba risarcire altri ex dipendenti AMIU che hanno fatto ricorso contro l’azienda.
OSPEDALE DEL PONENTE
Un secondo tema è stato avanzato dall’interrogazione del capogruppo del Pd Simone Farello e del consigliere Luigi Grillo del Pdl in merito alla localizzazione del nuovo ospedale del ponente e della Valpolcevera. La questione è di grande attualità, viste le recenti notizie circa la richiesta del Presidente della Regione Burlando di valutare anche la collina degli Erzelli come possibile zona in cui collocare la struttura in alternativa a Villa Bombrini, su cui è già stato effettuato uno studio approfondito.
Il Sindaco Doria ha voluto precisare di non aver espresso una posizione né favorevole né contraria a questa possibilità, ma di aver chiesto che si effettuasse una valutazione di fattibilità comparata tra le due possibili collocazioni: Erzelli e Villa Bombrini.
Farello ha replicato al Sindaco evidenziando che nonostante il Pd non ponga pregiudiziali allo svolgimento di questa procedura, è comunque contrario al fatto di rimettere in discussione i passi avanti già fatti per la creazione dell’ospedale a Villa Bombrini.
Replica: nel caso delle Interrogazioni a Risposta immediata (articoli 54) è prevista una replica del proponente di 2 minuti alla risposta del sindaco o dell’assessore competente.