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  • Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Un saldatore a lavoro, di Roberto ManzoliQuesto mese ci stiamo concentrando sulle politiche economiche della Germania, il paese più ricco dell’euro-zona e quindi più volte preso come modello di riferimento. L’obiettivo di questi articoli è cercare di porre l’attenzione su quelli che sono gli aspetti quantomeno opinabili della strategia economica e politica tedesca; aspetti che spesso rimangono taciuti.

    La settimana scorsa abbiamo visto che c’è una grande differenza di produttività tra la Germania e il resto dei paesi europei. Questa differenza ha avuto origine dalla politica di contenimento dei salari attuata dal governo Schröder a partire dai primi anni 2000. “Com’è possibile?”, direte voi, “Contenimento dei salari? Ma la Germania non è il paese dove gli operai della Volkswagen guadagnano più di duemila euro al mese?”. Invece è proprio così, accanto a tecnici e operai strapagati ci sono milioni di lavoratori che assomigliano molto ai precari di casa nostra: sono i cosiddetti “mini-jobbers”.

    I “mini-job”, incentivati attraverso la riforma “Hartz IV” del 2003, sono una forma di contratto atipica che prevede una retribuzione massima di 400 euro al mese, somma al di sotto della quale il lavoratore non deve né pagare le tasse né versare alcun contributo. Questo fenomeno è tutt’altro che trascurabile in quanto sono più di 7 milioni i lavoratori che hanno questo tipo di contratto. Di questi, 2 milioni combinano il loro mini-job con un’altra occupazione, mentre per i restanti 5 quella rimane la loro unica fonte di reddito. Sebbene dall’introduzione della riforma non sia previsto alcun limite riguardo alle ore lavorate mensili, in molti casi i mini-job vengono considerati ufficialmente come lavori part-time.

    Non vi stupirete nel sapere che uno studio condotto dall’Istituto di Economia e Ricerca Sociale (Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliches Institut, WSI) ha mostrato come i mini-jobs siano spesso un binario morto per i disoccupati e non una strada verso il lavoro regolare. Vi sono ulteriori studi condotti dall’Istituto per il Lavoro e la Tecnologia (Institut Arbeit und Technik, IAT) che mostrano come i mini-job tendano a rimpiazzare le forme di impiego standard, soprattutto nei lavori poco qualificati.
    Tutto questo ricorda molto da vicino quello che è accaduto nel nostro paese con l’introduzione delle forme di lavoro atipiche come il contratto a progetto.

    C’è però una differenze fondamentale: i lavoratori tedeschi possono contare su un welfare molto più evoluto del nostro che permette ai mini-jobbers di godere comunque di un sussidio di disoccupazione che permane fino a che non si trova un’occupazione stabile. Cosa succederebbe se, al motto di “Siate più produttivi!”, venissero introdotte nel nostro paese ulteriori forme di contratto atipiche aumentando ancora la precarietà senza introdurre delle nuove tutele per i lavoratori?

    Gli squilibri di produttività all’interno dell’eurozona devono sì essere colmati, ma non è possibile far convergere tutti gli altri paesi verso la Germania, a meno che anche la Germania non converga verso gli altri paesi. In parole povere se la Germania non aumenterà il costo unitario del lavoro, ricompensando maggiormente i lavoratori per il proprio contributo alla produzione, allora non ci sarà via d’uscita. Così facendo i lavoratori tedeschi percepiranno salari maggiori e le merci tedesche saranno meno competitive a vantaggio di quelle dei paesi periferici che verranno acquistate proprio dai consumatori tedeschi che, grazie agli aumenti salariali, potranno rappresentare quella domanda di beni di cui tutti i paesi periferici hanno disperato bisogno per uscire dalla crisi. Questo non deve essere visto come una gentile concessione da parte della Germania ma piuttosto come un atto doveroso nel rispetto del trattato di Maastricht che prevede “coordinamento delle politiche economiche degli stati membri” e non una gara a chi è più forte con un solo vincitore e molti sconfitti, tra cui l’idea stessa di un Europa unita.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Berlusconi e la campagna elettorale: fra tante balle, qualcosa di vero

    Berlusconi e la campagna elettorale: fra tante balle, qualcosa di vero

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013Le balle raccontate da Berlusconi a Servizio Pubblico sono state talmente tante che non si riescono nemmeno a contare. Facciamo prima a concentrarci sulle cose vere. Anche se può sembrare strano, infatti, persino al tre volte ex-primo ministro qualche cosa giusta ogni tanto scappa. D’altronde, se vi foste pentiti di aver dato retta in passato ai temi della sua propaganda, oggi non avreste comunque imparato nulla, se foste talmente ingenui da voler negare per principio ogni asserzione del Cavaliere, passando così da un estremo all’altro.

    In realtà, come aveva capito già negli anni ’90 chi lo aveva conosciuto bene (ad esempio Indro Montanelli), Berlusconi è essenzialmente un piazzista: e come tutti i piazzisti non si preoccupa di dire cose vere o false, ma di vendere (oppure, se preferite, di rifilare la proverbiale “sòla”). Pertanto mentire sistematicamente non gli serve e non gli interessa: perché, se si danno versioni completamente slegate dalla realtà, prima o poi chiunque si accorge che c’è qualcosa che non va. Al contrario, per convincere le persone, bisogna imparare a mischiare con una certa abilità verità e falsità: è così che, se si trovano delle opinioni condivise da infilarci dentro, anche teorie strampalate possono essere credute.

    Certo, come (penso) la maggioranza di voi, anche io ritengo che il Cavaliere abbia sempre parlato ed agito pro domo sua, e che delle sue promesse non ci si possa fidare: state ben sicuri, dunque, che non sarò io ad invitarvi a votarlo. Ma bisogna ammettere che Berlusconi – anche la settimana scorsa a Servizio Pubblico – in mezzo a moltissime stupidaggini ha detto pure cose vere e cose giuste: cose che gli altri partiti non dicono e cose che Santoro e il suo staff hanno ingiustamente criticato.

     

    “Il debito pubblico non c’entra niente con la crisi”

    Lo sapete già, perché l’ho scritto tante di quelle volte che ho perso il conto. Non è tanto importante che oggi il debito pubblico superi la cifra in apparenza spaventosa di 2000 miliardi di euro. Quello che è importante è il valore del debito in percentuale sul prodotto interno lordo (il totale dei beni e dei servizi prodotti da un paese). Ora, se fosse vero quello che ci viene raccontato, vale a dire che la crisi dipende dal fatto che abbiamo sperperato denaro alimentando la fantomatica “spesa pubblica improduttiva” (cioè una pletora di forestali calabresi, le inutili provincie, le spese pazze di “Er Batman” Fiorito, eccetera), allora sarebbe logico aspettarsi di vedere un debito pubblico che aumenti negli anni precedenti la crisi: cioè il rapporto debito/PIL sarebbe salito via via fino a superare una certa soglia insostenibile. Peccato che sia successo esattamente l’opposto. Il picco più alto di sempre nella storia del rapporto debito/PIL era stato toccato nel 1994 (a maggio di quell’anno il Cavaliere cominciava la sua avventura a Palazzo Chigi): 121,84%. A distanza di 13 anni, nel 2007, pur con alle spalle già due governi Berlusconi, il debito  aveva raggiunto il 103,9%: quasi 18 punti percentuale in meno. Quindi destra, sinistra, centro, spese pubbliche, forestali calabresi, dipendenti pubblici fannulloni, casta, mignotte e politici corrotti tutti insieme niente avevano potuto fare per mandarci in rovina: al contrario eravamo sui binari del risanamento di quello che (secondo l’UE, almeno) è uno degli indicatori più importanti per la salute della nostra economia.
    Poi però scoppia la crisi e il debito comincia a galoppare: siamo andati al 106,3% nel 2008, al 115,98% nel 2009, ancora nel 2010 al 117,21% ed infine nel 2011 siamo tornati quasi al punto di partenza: 120,71%.
    Da quando è arrivato Monti, però, le cose… sono rimaste le stesse. Anzi, siamo già arrivati a quota 126,4% e probabilmente chiuderemo il 2012 con un valore ancora più alto, cioè il record storico di sempre. Direi che il quadro è inequivocabile. Non è il debito pubblico che spiega la crisi, ma al contrario la crisi che spiega il debito: e le politiche che dovevano ridurlo l’hanno in effetti aumentato. Chi vi dice il contrario, sostenendo che sia tutta colpa dei politici spreconi o delle spese pazze, vi sta mentendo. E anche chi mantiene un atteggiamento ambivalente, come Grillo, non rende un buon servizio all’opinione pubblica.

     

    Il “complotto” per farlo fuori

    Quando a fine 2011 la Merkel e Sarkozy se la ridacchiavano alle domande sul nostro premier, non era un mistero che Berlusconi non fosse più considerato un partner affidabile. Non sappiamo se siano veri i retroscena: la telefonata a Napolitano giunta direttamente da Berlino (come giurano i bene informati), o la scenetta di Draghi e Berlusconi che si mettono a scriversi da soli la lettera di impegni che poi la BCE recapiterà al governo italiano (come sostiene l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti). Ma è poco importante. Il punto è che l’Europa ci chiedeva di stringere la cinghia e il Cavaliere non voleva metterci la faccia, perché non voleva che fosse il suo governo a “mettere le mani nelle tasche degli Italiani” (tant’è che anche oggi cerca di sorvolare sul fatto che i suoi parlamentari abbiano votato tutti gli inasprimenti fiscali del governo dei tecnici). Non è un mistero che Bruxelles premesse per un avvicendamento e che fosse favorevole a una personalità come quella di Mario Monti: ragion per cui possiamo ben dire che il cambio di governo “ce lo ha chiesto l’Europa”. E chi pensa che questa sia un’intromissione nella sovranità nazionale di un paese, ha ragione: la strada è sempre stata e sempre sarà quella di cedere sovranità nazionale alle istituzioni europee. Quindi Berlusconi si sbaglia solo nell’adoperare il termine “complotto”: perché in effetti l’hanno fatto fuori in un modo abbastanza palese.

     

    La Germania si libera dei nostri titoli di Stato

    Berlusconi ha più volte citato, negli ultimi tempi, il famoso episodio della vendita, da parte della Deutsche Bank, di titoli di Stato italiani per un valore di circa 8 miliardi. Era il 2011, e allora diversi voci (tra gli altri Massimo Mucchetti, oggi candidato del PD, sul Corriere della Sera e Report di Milena Gabanelli) sollevarono perplessità sulla manovra speculativa della banca tedesca, sottolineando come la mossa rischiasse di innescare una corsa al ribasso con conseguenti tensioni sui prezzi dei nostri Bot. E in effetti così andò: nel senso che lo spread pian piano aumentò la sua corsa, fino alle conseguenze che tutti sappiamo. Nel raccontare questa storia Berlusconi fa spesso confusione tra Bundesbank e Deutsche Bank (il che dimostra che ripete un copione “a pappagallo”, senza averlo capito); ma lapsus a parte, ancora una volta l’unica cosa fuori luogo è il termine “complotto”. Non possiamo sapere, infatti, se il governo tedesco sia davvero in grado di influenzare una banca privata, tanto da potergli ordinare addirittura un attacco speculativo contro un paese che minaccia di non allinearsi. Ma la cosa non ci interessa affatto. L’attacco della Deutsche Bank aveva finalità speculative: il che significa lucrare un profitto. C’è quindi bisogno di ipotizzare chissà quali oscure manovre per giustificare la mancanza di scrupoli con cui una banca d’affari fa soldi? E’ solo il mercato: funziona così. E attenzione: è questa la logica a cui ci stanno consegnando senza tanti misteri, semplicemente chiedendoci di liberalizzare ogni settore produttivo, di permettere al privato di “affiancarsi” al pubblico, di togliere le reti di protezione sociale e via dicendo. Dunque il fatto era noto, semplice e di grande rilievo. E tornando alla famosa serata di Servizio Pubblico, la giovane Giulia Innocenzi e soprattutto il ben più navigato staff di Santoro, dimostrando di non essere bene a conoscenza dell’episodio, hanno fatto la classica gaffe.

     

    Andrea Giannini 

    P.S. Qualcuno si chiederà: “ma è davvero così importante sapere che Berlusconi, a fronte delle molte balle raccontate su governo, IMU, tasse, costituzione, processi, mafia, diplomazia internazionale e vita sessuale, abbia detto anche qualche cosa di vero?” In realtà è più che importante, perché il Cavaliere avrà anche detto poche e sconclusionate verità, ma lo ha fatto su quegli argomenti che sono davvero decisivi. E se avete visto la trasmissione, avrete ascoltato anche l’intervento di quell’imprenditrice del Nord Est che ha spiegato molto bene come i settori produttivi del paese stiano cominciando a capire, dietro ai tanti discorsi dei politici, quale sia l’unica via di uscita dalla crisi ancora praticabile… 

  • Il giardino in autunno: i rami, le foglie e le bacche

    Il giardino in autunno: i rami, le foglie e le bacche

    autunno mistoNel periodo autunnale i rami, le foglie e le bacche degli alberi e degli arbusti diventano, data la scarsità di fiori, l’elemento vegetale più evidente e caratterizzante il giardino.
    Se nel periodo primaverile ed estivo prevalgono le scale cromatiche del verde ed i colori delle fioriture, in autunno predominano invece i gialli, i rossi e gli arancioni delle foglie ed i colori bruniti, rossastri, verdastri dei rami e delle bacche, queste ultime talvolta persino blu cobalto.

    Nei prossimi articoli ci soffermeremo su alcune varietà di piante, alberi ed arbusti, il cui impiego nel giardino garantisce risultati cromaticamente ed esteticamente molto soddisfacenti, a fronte di limitate esigenze colturali.

    autunno rossoPer dare l’idea di quanto possa essere incisivo l’elemento fogliame in un giardino autunnale, questa settimana parleremo velocemente di un celebre parco inglese, noto proprio per sua la ricca collezione di qualche centinaia di varietà di aceri dalle variopinte colorazioni invernali.
    D’altronde, tale è l’incidenza cromatica delle foglie che la vegetazione autunnale si trasforma, a volte, persino in vera e propria attrattiva turistica. Ben noto è infatti il fenomeno del così detto “foliage” che assume forme particolarmente suggestive nell’ampia regione geografica del New England, nel Nord degli Stati Unitidi America, composta dai ben sei Stati (Vermont, New Hampshire, Maine, Massachusetts, Connecticut e Rhode Island).

    autunno foglie rosse

    Tale spettacolo naturale consiste, in questo caso su larga scala, nel mutare delle colorazioni delle foglie, su particolari varietà di alberi, in autunno. Le parti vegetali assumono pigmentazioni estremamente accese, tingendo il paesaggio con una palette che varia dal giallo paglierino, a quello ocra ed oro, all’arancione, al brunito fino al verde marcio e talvolta persino al viola.

    Da metà settembre fino ai primi di novembre, la precitata immensa area boschiva americana si colora infatti, come d’incanto, assumendo tonalità inconfondibili. In questo periodo dell’anno, il fenomeno del foliage si manifesta poi in tutto il suo splendore in ben definite aree dell’America, del Canada e dell’Europa.

    autunno verde arancione

    Grazie a giornate ancora calde e nottate decisamente fresche, le foglie degli alberi assumono infatti, per effetto dello sbalzo di temperatura, colori particolarmente intensi. Gli aceri diventano rossi ed arancioni, i pioppi giallo ocra e i sommacchi viola, contrastando in modo marcato con il cielo ancora azzurro intenso ed i campi verdeggianti nella calda luce autunnale.

    Tornando invece ad un esempio europeo, di scala più ridotta e creato dall’uomo, di giardino incentrato sul variare della colorazione autunnale delle piante, menzioniamo il parco di Blagdon, disegnato dal celebre architetto Sir Edwin Lutyens nei primi del novecento. Tale giardino è un felice esempio di realizzazione espressamente dedicata a particolari specie di piante, la cui valenza cromatica nel periodo autunnale è stata oggetto di attenta valutazione.

    autunno verde giallo ocraL’ultimo Visconte Ridley, da appassionato botanico ed esperto arboricoltore, ha infatti raccolto, nel mezzo della campagna inglese, un insieme di oltre trecento varietà di aceri, molti tipi di sorbo ed altre varietà dalle foglie e dalle bacche vivacemente colorate in autunno.
    Nei giardini e nei parchi storici, come Blagdon, il fenomeno del foliage assume poi, se sapientemente sfruttato, una dimensione ancora maggiore rispetto all’usuale. I colori accesi delle foglie contrastano e, al tempo

    autunno foglie verdi

    stesso, esaltano le antiche strutture in arenaria, fiancheggiano i vialetti in ghiaietto grigio, fanno da sfondo alle scalinate in pietra e si riflettono, moltiplicando enormemente l’effetto visivo, nell’acqua delle fontane e degli stagni.
    Per un non appassionato di botanica è quindi molto difficile immaginare che alcune varietà di piante e cespugli, in estate verdi e del tutto simili alle altre, possano, in un breve spazio di tempo e per un periodo effimero, trasformare, di colpo ed in modo inaspettato, l’intero impianto cromatico e visivo del giardino. I colori degli alberi e dei cespugli diventano infatti, quasi d’improvviso, fiammeggianti sui prati brunastri per le prime brine tardo autunnali e risaltano, accesi, nella bruma tipica della ultima parte dell’anno.

                                                                                                                                                                     .

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Corsi di inglese e certificazioni linguistiche: la patente di lingua

    Corsi di inglese e certificazioni linguistiche: la patente di lingua

    Due settimane fa abbiamo parlato del ruolo del CEFR, un Quadro di Riferimento condiviso, il quale misura le competenze acquisite da chi studia una lingua straniera. I sei livelli individuati del CEFR sono paragonabili alle diverse patenti di guida. Così come la tipologia di patente mostra quale veicolo siete in grado di guidare, i livelli del CEFR evidenziano la vostra capacità di comunicare in una lingua straniera in modo più o meno dettagliato.

    Valutare il proprio livello con una certa precisione è possibile se si conosce bene il CEFR e si è addetti ai lavori, ma può risultare un’impresa difficile per coloro che sono meno esperti in campo linguistico. Oltre a questo aspetto l’auto-valutazione spesso non è sufficiente, specialmente nel caso in cui il livello di competenza linguistica raggiunto debba essere comprovato con i crismi dell’ufficialità da una certificazione internazionale.

    Per capire meglio, torniamo al paragone con le patenti di guida e immaginiamo la seguente situazione. Un’azienda di trasporti pubblici deve assumere un nuovo conducente. Nel processo di selezione si accerterà come priorità che il candidato abbia una patente attestante la sua capacità di condurre veicoli che trasportano persone. Credo che prendereste giustamente per pazzi e incoscienti i responsabili delle Risorse Umane di un’azienda come AMT a Genova se assumessero un autista senza patente solo fidandosi della sua affermazione: “Io sono molto bravo alla guida” … Allo stesso modo, con ogni probabilità un’università internazionale che tiene corsi in inglese ha l’esigenza che gli studenti iscritti dimostrino di padroneggiare la lingua per riuscire a seguire le lezioni e per sostenere gli esami.

    Le certificazioni linguistiche esistono proprio per questa ragione.  Si tratta di documenti internazionalmente riconosciuti, i quali attestano il livello di conoscenza di una lingua raggiunto da uno studente. Per ottenere una certificazione uno studente deve sostenere una prova d’esame, la quale viene valutata da uno o più esaminatori in rappresentanza di un ente accreditato (examination board).

    E’ importante, arrivati a questo punto, delineare con chiarezza due concetti attorno ai quali viene spesso fatta confusione:

    1. una scuola di lingue non è un ente certificatore. All’interno della scuola di lingue si studia per l’esame svolgendo un percorso di lezioni con un insegnante preparato e stimolante (si spera), ma la sessione mirata al conseguimento della certificazione viene presieduta da un esaminatore esterno che non conosce il candidato, assicurando così una valutazione quanto più possibile oggettiva e imparziale.

    2. un attestato di frequenza non è una certificazione linguistica. Se uno studente frequenta delle lezioni, non è affatto scontato che la sua conoscenza della materia progredisca. Dareste mai la patente di guida a un individuo che non conosce i colori del semaforo soltanto perché ha scaldato un banco di una scuola guida? Credo di no. Analogamente, essere stati in Inghilterra per due settimane o aver frequentato un corso in una scuola non significa saper parlare l’inglese.

    Le certificazioni linguistiche più conosciute in Italia sono al momento quelle di University of Cambridge (dal PET, equivalente al livello B1, al Proficiency, pari al C2) e Trinity College London, con la sua gamma di esami scritti e orali (ISE), solamente orali (GESE 1 -12) e per il mondo del lavoro (Spoken English for Work). Particolarmente fashionable, ovvero in voga, sono diventati anche gli esami IELTS  – sotto l’egida di British Council e di University of Cambridge – e TOEFL – della statunitense ETS.

    Spesso mi viene chiesto quale di essi sia il “migliore”. Premesso che esistono diversi altri enti certificatori altrettanto validi  – mi sono infatti limitato a citare soltanto quelli più presenti sul territorio italiano – non esiste un risposta certa. Gli esami proposti da ciascun ente certificatore variano nelle modalità e nei costi, ma sono in ogni caso allineati ai livelli del CEFR, per cui sta al gusto e alle disponibilità finanziarie dello studente decidere a quale examination board rivolgersi.

    Ancora una volta il discorso è analogo a quello sulla patente di guida e sulle automobili. In base alle vostre esigenze e al vostro conto in banca sceglierete un SUV (sulla cui praticità in città stendo un velo pietoso), una monovolume o un’auto sportiva: sono comunque tutti veicoli a quattro ruote… A meno che non si voglia contribuire davvero, con i fatti, a rendere la propria città una smart city più vivibile. In questo caso preferirete forse usare  i mezzi pubblici… Sempre che il conducente abbia una patente di guida valida! See you!

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Riforma del condominio: testo integrale, novità e riflessioni

    Riforma del condominio: testo integrale, novità e riflessioni

    La Legge 11.12.2012 n° 220 , G.U. 17.12.2012 è di fatto la tanto agognata riforma del condominio: “Modifiche alla disciplina del condominio negli edifici” che prevede la modifica della disciplina degli immobili in condominio così come disciplinata dal codice civile del 1942.

    Avete letto bene: 70 anni di inadeguatezza legislativa. In particolare, la riforma cerca di consolidare e rendere attuali le decisioni più recenti della Corte di Cassazione in materia condominiale ma ha anche l’ambizione di creare qualcosa di totalmente nuovo; detta ambizione, in realtà, pare riuscita a metà.

    Il nuovo articolo 1117 c.c. individua ed elenca meglio le parti comuni dell’edificio; elencazione che naturalmente non può essere completa, stante la grande varietà di tipologie edilizie e di situazioni concrete, ma che costituisce un importante sforzo che tiene conto anche delle elaborazioni giurisprudenziali affermatesi nel tempo.

    L’articolo 1117-bis c.c., nella sua nuova formulazione, consente di ampliare la nozione di condominio, includendovi espressamente anche i cosiddetti condomini orizzontali quali, ad esempio, i villaggi residenziali e i «supercondomini», quelli cioè costituiti da più condomini. Inoltre, con la nuova formulazione dell’articolo 1117-ter c.c., si prevede una maggioranza che rappresenti i quattro quinti dei partecipanti al condominio e i quattro quinti del valore dell’edificio per modificare la destinazione d’uso delle parti comuni, mentre con l’articolo 1117-quater si introduce un più efficace strumento di tutela delle destinazioni d’uso in caso di attività contrarie alle destinazioni stesse. Va aggiunto che, stante il tenore letterario della norma, paiono divenire condomini anche piccole proprietà che abbiano comunque parti in comune, staremo a vedere.

    L’art. 3 della legge, nel ridisegnare l’articolo 1118 c.c., disciplina i diritti dei partecipanti sulle parti comuni. In particolare prevede la possibilità per il condomino di rinunciare all’utilizzo delle parti comuni, come l’impianto di riscaldamento e di condizionamento, qualora dalla sua rinuncia non derivino notevoli squilibri di funzionamento né aggravi di spesa per gli altri condomini.

    L’art. 1122 c.c., previsto dall’articolo 6, stabilisce l’impossibilità per i condomini di eseguire opere o modifiche o svolgere attività ovvero variare la destinazione d’uso all’unità immobiliare di proprietà o alle parti comuni in uso individuale, se queste recano danno alle parti comuni o alle proprietà esclusive oppure recano pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o al decoro architettonico dell’edificio.

    Cambia anche la figura dell’amministratore di condominio con nuove regole relative alla nomina, alla revoca e agli obblighi di quest’ultimo. I nuovi articoli 1129 e 1130 del codice civile definiscono i poteri dell’amministratore, le responsabilità su di esso incombenti ed i conseguenti casi di revoca per violazione dei suoi doveri. Altre novità previste riguardano la durata in carica dell’amministratore che passa da uno a due anni e la possibilità di revocare anticipatamente l’amministratore in alcuni casi espressamente previsti (tra cui la mancata apertura del conto corrente obbligatorio).

    Cambiano pure i modi di costituzione e di quorum deliberativi dell’assemblea in direzione di un più snello funzionamento di tale organo, così come le regole che sovrintendono all’impugnazione delle deliberazioni.

    Innovativo l’articolo 16, il quale stabilisce espressamente che “Le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali da compagnia”. Strano ma vero…

    Ulteriori innovazioni riguardano disposizioni di attuazione del codice civile, quali la modalità di riscossione dei contributi condominiali (articolo 18), la modalità di convocazione dell’assemblea (articolo 20), la modalità di rappresentanza e di funzionamento dell’assemblea stessa (articolo 21), di revisione delle tabelle millesimali (articoli 22-23).

    Indubbiamente, dall’esame della riforma emerge la volontà di definire un profilo più responsabile e trasparente della gestione condominiale, nell’esclusivo interesse dei condomini ed a garanzia degli interessi dei terzi, in modo che il ruolo e le funzioni dell’amministratore ne escano rafforzati e al contempo i condomini possano più agevolmente controllare l’operato dell’amministratore, anche a mezzo del consiglio di condominio, con funzioni consultive e di controllo.Ci vorrà del tempo (intanto l’effettiva entrata in vigore del nuovo sistema) per verificare la buona o la cattiva riuscita della riforma.

    Per chi volesse approfondire, vi lascio in compagnia del testo integrale della legge, in modo che i nostri lettori possano prenderne conoscenza e visione. Così nessuno può dire “non lo sapevo”, perché si sa, la legge non ammette ignoranza…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Grandi opere, Gronda e Terzo Valico: passi avanti in Consiglio Comunale

    Grandi opere, Gronda e Terzo Valico: passi avanti in Consiglio Comunale

    C’è voluta una lunga pausa natalizia per far approvare, non senza difficoltà, alcuni provvedimenti da tempo bloccati in Consiglio Comunale. La ripresa dei lavori avvenuta ieri ha finalmente decretato chi sarà il rappresentante del Consiglio all’interno dell’Osservatorio sulla Gronda di Ponente. Il provvedimento era stato portato in aula una prima volta ad ottobre, quando i dubbi sull’utilità di questo organismo sollevati dal M5S avevano portato ad una spaccatura all’interno della stessa maggioranza. Un secondo tentativo era avvenuto proprio prima della pausa natalizia, ma il M5S era riuscito nuovamente a far rimandare la decisione, richiedendo che la delibera passasse al vaglio della commissione competente per le nomine (Commissione Affari Istituzionali) prima di essere discussa in Consiglio.

     

     

    Le ragioni dell’opposizione del Movimento 5 Stelle sono risultate chiare anche nella seduta di ieri. «Noi crediamo che l’osservatorio non sia uno strumento di partecipazione o tutela – ha affermato il capogruppo Putti – ma di controllo del consenso». In altre parole questo organismo servirebbe solo ad evitare un reale dibattito con chi è contrario alla realizzazione della Gronda. E questo risulterebbe evidente anche dal fatto che le comunità colpite dai disagi per la costruzione dell’opera abbiano deciso di non parteciparvi.

    A queste accuse ha risposto lo stesso Sindaco Doria, il quale ha voluto difendere la correttezza dell’Osservatorio:  «Io ho partecipato ad una sua riunione e ho conoscenza diretta di cos’ha fatto – ha detto Doria – ed è stata un’occasione semplice di acquisizione di elementi di conoscenza». «La creazione del consenso o la limitazione del dissenso erano completamente fuori dall’incontro al quale ho partecipato» ha concluso il Sindaco.

     

     

    Il voto finale sulla delibera ha finalmente visto un ricompattamento maggioranza sul tema della Gronda (con la sola astensione del consigliere Pastorino di Sel)…almeno fino alla prossima votazione. Il Consiglio ha poi eletto Paolo Gozzi (Pd) come proprio rappresentante all’interno dell’Osservatorio.

     

     

    Il secondo punto all’ordine del giorno riguardava l’altra grande opera di Genova, il Terzo Valico. Proprio su questo punto si era interrotta l’ultima seduta di dicembre per mancanza del numero legale, con un M5S ancora una volta sul piede di guerra. In realtà la delibera della Giunta aveva in oggetto la realizzazione di nuove cave nel Monte Gazzo, dove verranno trasportati i detriti prodotti dai lavori per il Terzo Valico. L’opposizione del Movimento 5 Stelle – lo hanno sottolineato più volte gli stessi consiglieri – non era, in questo specifico caso, relativa alla realizzazione dell’opera, ma alla necessità di verificare con maggiore precisione la natura dello smarino che verrà trasportato nelle cave. Il consigliere Muscarà (M5S) ha sottolineato che le analisi effettuate sui terreni di scavo, che potrebbero contenere amianto, non sono sufficienti a fugare i pericoli per la salute della popolazione. Per questa ragione, in attesa di ulteriori modifiche, è stato chiesto di rimandare l’approvazione della delibera con la presentazione di una mozione sospensiva.

    Il M5S si è anche dichiarato contrario a tutte le opere compensative per l’area del Monte Gazzo presentate  dalla Lista Doria (un museo di archeologia industriale, sentieri e percorsi verdi, un sito di arrampicata). «Non ci sono compensazioni accolte dalla comunità scientifica  – ha affermato Putti – Ci aspettavamo dall’aula un po’ più di forza nel difendere la salute dei cittadini».

    Anche per Antonio Bruno (Fds) le opere compensative sono solo tentativi per rendere la delibera sul Terzo Valico più accettabile e, anzi, ha ricordato come nel libro Corruzione ad alta velocità del magistrato Ferdinando Imposimato si presenti quest’opera come frutto di una spartizione di tangenti.

     

     

    Al termine della seduta anche questa seconda delibera è stata approvata con il solo voto contrario di Bruno e l’astensione del capogruppo della Lista Doria Pignone, mentre il M5S abbandonava l’aula per protesta.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Servizio civile nazionale: bando 2013 dopo le elezioni?

    Servizio civile nazionale: bando 2013 dopo le elezioni?

    IL PRECEDENTE

    Gennaio 2012: la Corte di Cassazione esamina il caso di un ragazzo nato in Pakistan, che vive in Italia da 15 anni ma non ha potuto fare domanda per il servizio civile nazionale, non essendo in possesso della cittadinanza: il  ricorso di Shahzad Sayed è stato accolto con una sentenza che ha definito “discriminatoria” l’esclusione di ragazzi non italiani dal bando.

    Nelle motivazioni della sentenza si legge che “l’uso del termine “cittadino“, previsto tra i requisiti necessari per l’accesso al servizio civile nazionale, va inteso non con riferimento al soggetto munito di cittadinanza ma al soggetto che appartiene in maniera stabile e regolare alla comunità e che in quanto tale può vedersi esteso anche a lui il dovere di difesa della patria, quale dovere di solidarietà politica, economica e sociale ex articolo 2 della Costituzione“.

    Il Ministro Andrea Riccardi (con delega alla Cooperazione internazionale e l’Integrazione) ha presentato a sua volta un ricorso dopo pochi giorni, per evitare che il bando fosse invalidato e venisse impedito l’avvio del servizio civile per i volontari già selezionati dai colloqui.

    FEBBRAIO 2012: se il ricorso del Ministero ha reso possibile l’avvio in servizio dei volontari, l’inizio di tutti i progetti sul territorio nazionale viene scaglionato nel corso dell’anno, perché la scarsità di fondi impedisce di retribuire con regolarità i volontari.

    APRILE – AGOSTO 2012: nel corso dei mesi si alternano voci su un possibile stop definitivo al bando di servizio civile, a causa dei finanziamenti sempre più esigui ai progetti. A giugno l’Assessore Regionale alle Politiche Sociali Lorena Rambaudi comunica ufficialmente che non uscirà alcun bando per il 2012, mentre è molto probabile l’apertura di un nuovo bando nella primavera 2013.

    31 OTTOBRE 2012: scade il termine per gli enti che vogliono presentare progetti di servizio civile in vista del bando nazionale 2013.

     

    IL PRESENTE

    Il 2012 è trascorso senza che sia stato emesso alcun bando di servizio civile nazionale, per la prima volta da quando è stato istituto con la legge 64 del 2001.

    Si prevede l’apertura di un bando ad aprile 2013, ma non ci saranno certezze fino a dopo le elezioni del 24-25 febbraio e l’insediamento del nuovo governo. Questo per due ragioni, come ci spiega Sandra Bettio, responsabile Arci Servizio Civile Genova: «La sentenza dello scorso anno obbliga l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile ad ammettere al prossimo bando anche cittadini stranieri, senza attendere la modifica della legge. Inoltre si dovrà attendere il risultato delle elezioni politiche, per capire da chi sarà composto il nuovo governo e quali saranno le intenzioni per sostenere il servizio civile».

    La campagna elettorale è in pieno svolgimento, ma nessun movimento politico ha inserito esplicitamente nel programma il sostegno al servizio civile (le uniche iniziative in merito sono da parte di singoli parlamentari). A questo scopo Arci Servizio Civile ha preparato un appello dal titolo Un’alleanza per il futuro, da sottoporre ai candidati e ai membri del futuro governo, una volta che sarà insediato. Temi chiave dell’appello, sottoscritto in un convegno dello scorso dicembre a Firenze, sono:
    1- servizio civile accessibile a tutti coloro che vogliono partecipare (eliminare dunque i requisiti di accesso, a partire da quello di cittadinanza);
    2- modificare la legge per garantire un impegno finanziario stabile da parte dello Stato, per evitare che di anno in anno i fondi per il servizio civile subiscano variazioni sostanziali;
    3- lo Stato deve farsi promotore della difesa della patria con mezzi non militari, come previsto dalla legge istitutiva del servizio civile, in particolare stanziando adeguati fondi per ogni forma di difesa civile, rispetto a quelli per la difesa miliare;
    4- promuovere la difesa della patria e la cittadinanza attiva quali obiettivi principali del servizio civile, che deve essere anzitutto un’esperienza di educazione alla pace e alla non violenza.

    L’unica certezza in merito è invece per il bando regionale, ossia un bando che esula dal servizio civile nazionale ma viene stabilito in base alle leggi di ciascuna Regione sul tema. Il bando della Liguria è da poco stato pubblicato ed è stato presentato un invito agli enti che vogliono aderire al progetto. A differenza del bando di servizio civile nazionale, i bandi regionali sono aperti anche a ragazzi minorenni (studenti delle scuole superiori), con cittadinanza non italiana e – caso unico in Liguria – con precedenti penali.

     

    Marta Traverso
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Amsterdam, la capitale olandese fra trasgressione e relax

    Amsterdam, la capitale olandese fra trasgressione e relax

    Quando sono sceso dal treno e ho messo il piede per la prima volta ad Amsterdam in un freddo mattino di fine dicembre l’aria pungeva il viso come piccole spine e le sparute foglie gialle e arancioni di un autunno ormai svanito lasciavano spazio al Generale inverno che avvolgeva con il suo bianco mantello la città e i suoi canali.
    Con un disco di Otis Redding acquistato in aeroporto, camminavo oltre la stazione sulle note di “Sittin’on the dock of the bay” attraversando splendidi canali e piste ciclabili in una città tra le più tranquille e pulite che abbia mai visto.

    Amsterdam è sempre stata vittima di luoghi comuni, tuttavia le sue trasgressioni sono limitate ai luoghi predisposti come i famosi Coffe Shop situati prevalentemente vicino alla stazione centrale e nel piccolo Red Light District, il resto è solo ordine ed eleganza.
    Come primo alloggio avevo un enorme dormitorio adiacente a Vondel Park che utilizzai anche per il secondo viaggio mentre per le successive volte optai per un albergo e la comodità di un bellissimo B&B gestito da una coppia gay di mezza età.

    Il primo viaggio fu in occasione del Capodanno 2000, partimmo in dieci persone da Genova con tappa a Torino e Parigi per giungere a destinazione il mattino seguente su un treno paragonabile a quelli per il trasporto bestiame.
    Da ragazzo è facile lasciare Amsterdam senza visitare le attrazioni culturalmente più importanti, ma con i viaggi successivi mi sono rimesso in pari…
    Dopo la faticosa esperienza in treno sono passato all’aereo per il viaggio successivo partendo da Genova con la compagnia aerea Transavia, questa volta in agosto e con un clima decisamente piacevole che mi ha permesso di affittare una bicicletta per muovermi attraverso i canali e vedere cose che il freddo dell’inverno nasconde.

    Una di queste è il museo di Van Gogh dove ho ammirato dal vivo i quadri del pittore olandese ripercorrendo la sua vita in tutte le sue fasi travagliate e contorte, attraverso i suoi dipinti si viene posseduti dal suo stato d’animo immergendosi nei colori al contrario vivaci delle sue tele; tra le opere più famose presenti ci sono “I Mangiatori di Patate, La Stanza di Vincent ad Arles, e uno dei Girasoli.

    Tra un museo e una passeggiata tra gli splendidi negozi del centro si può gustare un ottimo the o cioccolata calda in uno dei bellissimi Coffe Shop, il mio preferito è l’Abraxas, situato in un vicolo di Kalverstraat, la via principale che sfocia in piazza Dam, al suo interno oltre all’ottima musica si trovano numerosi servizi tra cui una postazione internet e il wi-fi gratuito. Un altro Coffe Shop speciale è il The Doors, scoperto una sera di agosto del 2005 quando con un mio amico eravamo alla ricerca di un buon caffè, situato alla destra della stazione, si distingue per la facciata in legno dipinto di rosso e la scritta viola sopra l’ingresso. L’interno è piccolo ma accogliente e il legno scuro e i divanetti creano un ambiente rilassante.
    Ricordo ancora quando sono entrato per la prima volta in questo locale, pochi faretti e una palla stroboscopica rimbalzavano sul fumo che saliva lento, dalle casse usciva “Pledging my time” di Bob Dylan e come tante altre volte all’estero mi sono chiesto come mai non sento mai pezzi di questo livello nei locali in Italia.

    Per chi volesse impegnare il tempo in maniera spensierata e divertente, ci sono attrazioni come la succursale olandese del Madame Tussaut, il famosissimo museo delle cere di Londra situato in piazza Dam oppure il Dungeon, una riproduzione teatrale itinerante dei migliori romanzi e film horror della storia dove attori in carne e ossa sono pronti a farvi saltare dalla paura.

    Girando per la città saltano all’occhio costruzioni storte e variegate, non vi preoccupate, non siete in preda ai fumi dei coffe shop…! In passato infatti le case venivano tassate in proporzione alla loro larghezza, pertanto si costruivano palazzi molto alti e stretti che lasciavano imperfezioni nelle forme e nelle linee, ma proprio questa caratteristica aggiunta ai diversi colori di ogni abitazione rende Amsterdam così originale.
    La città è costruita su una rete di canali che si estende per oltre cento chilometri, comprende 90 isole e 1500 ponti, il mezzo di trasporto principale è la bicicletta e molte strade sono pedonali e i tram sono elettrici, questo favorisce un ambiente silenzioso e rilassante.
    In alcune zone si possono ascoltare le campane di chiese distanti interi quartieri e passeggiare lungo i canali in compagnia di qualche Airone Cenerino che si gode il dondolare delle barche.

    Tutto ruota intorno a piazza Dam, un grande obelisco dalla forma fallica padroneggia nel centro, intorno centinaia di biciclette passano a velocità sostenuta non curandosi della strada umida e delle viscide rotaie dei tram.
    Proprio dietro la piazza si trova uno dei luoghi più discussi al modo, il già citato Red Light District, un piccolo quartiere situato su tre canali dove le vetrine illuminate formano file di curiosi e i teatri attendono i turisti allettati da fotografie degli spettacoli e prezzi comitiva.

    Uno dei miei appuntamenti fissi riguarda la passeggiata mattutina a Vondel Park, il più grande parco della città.
    Situato in pieno centro permette di praticare attività fisica e immergersi nel verde passeggiando lungo i piccoli laghetti frequentati da innumerevoli specie di uccelli e piccoli scoiattoli, magari ascoltando un po’ di buona musica e scattando qualche bella fotografia.

    Nei miei viaggi, soprattutto quelli in solitaria, amo camminare alla scoperta di luoghi inaspettati e fuori dagli schemi come il quartiere Jordaan di Amsterdam.
    Nato nel secolo d’oro olandese, ovvero intorno al XVII secolo come quartiere popolare dedito ad ospitare lavoratori che migrarono da tutte le parti del mondo in cerca di fortuna, divenne in pochi anni sovrappopolato e igienicamente scarso, questo portò coloro che potevano permettersi un posto migliore ad abbandonare il quartiere che divenne disabitato agli inizi del 900 quando rischiò pure di essere demolito.
    Salvato dalle proteste per il patrimonio storico che rappresenta, negli anni ’70 è stato ripopolato da una generazione di artisti che, grazie agli affitti economici, si stabilì in quello che è diventato il più caratteristico quartiere di Amsterdam. Personalmente ho scoperto la sua esistenza dopo aver visitato il mercato dell’usato che ogni lunedì e sabato si stabilisce nella piazza della chiesa di Noorderkerk, sono rimasto colpito dalle costruzioni irregolari ricavate da spazi angusti arredati in maniera artistica e moderna nonostante le antiche facciate in legno facciano pensare al contrario.
    In una delle vacanze ho avuto anche la fortuna di soggiornare in quello che è considerato “il più brutto albergo del mondo”, l’Hans Brinker Hotel.
    Le camere spoglie e fredde senza nessun tipo di comfort sono arredate solo da una branda e uno stipetto di metallo, il bagno presenta l’essenziale e la doccia in comune è presente solo in alcuni piani.
    La particolarità di questo albergo è proprio il vanto di essere considerato il più brutto del mondo, le pubblicità sono simpatiche e richiamano le imperfezioni presenti nell’albergo riuscendo a strappare il sorriso soprattutto a chi c’è stato.

    Durante le passeggiate notturne sono sempre rimasto affascinato dalle grandi finestre illuminate e prive di tende degli appartamenti, i salotti infatti sono in bella esposizione quasi fosse una competizione di bellezza. Molte abitazioni invece sono vere e proprie barche ormeggiate lungo i canali umidi e sempre in movimento.
    E’ difficile trovare popolazioni con una mentalità aperta come gli abitanti di Amsterdam, una città dove la trasgressione si nasconde dietro uno stile unico e inimitabile.

     

    Diego Arbore

  • Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Da alcuni anni ormai sentiamo spesso ripetere la formula magica del “per uscire dalla crisi dobbiamo essere più produttivi”. Nell’immaginario collettivo l’essere più produttivi potrebbe suonare come una semplice esortazione a rimboccarsi le maniche. Ma sarà proprio così?
    La produttività può essere misurata in diversi modi, ma uno degli indici più spesso utilizzati per confrontare la produttività italiana con quella degli altri paesi è il “Costo unitario del lavoro”, in inglese “Unit labour cost” (ULC). Come viene calcolato questo indice?

    Prendiamo in esame un caso molto semplice: un’azienda che produce bulloni. Il costo unitario del lavoro è il rapporto tra il compenso totale di un singolo lavoratore (inclusi tutti i contributi pagati dal datore di lavoro come quelli pensionistici, eventuali benefit, ecc.) e il numero di bulloni che produce. Il risultato è un numero che rappresenta il costo del lavoro per produrre un singolo bullone. Tanto più è alto questo numero tanto più è alto il costo che il datore di lavoro deve sostenere per la remunerazione del dipendente a parità di bulloni prodotti. All’aumentare dell’indice produrre diventa sempre meno conveniente e quindi la produttività diminuisce.

    Ovviamente sarebbe molto difficile effettuare questo calcolo per ogni azienda e poi combinarne i risultati per ottenere un costo unitario del lavoro medio rappresentativo di un intero paese. Per questo, per calcolare un indice medio globale, si procede così: si calcola il rapporto tra il costo del lavoro totale e il prodotto interno lordo reale, cioè la ricchezza prodotta in un paese depurata dall’inflazione. Un aumento di questo indice rappresenta una ricompensa maggiore per il contributo del lavoro alla produzione, tuttavia, se questa aumenta troppo rispetto al prodotto interno lordo reale, il costo unitario del lavoro aumenta e la competitività del paese ne risente.

    Pensate cosa succederebbe ad un paese A dove il costo unitario del lavoro rimanesse pressoché costante e un paese B dove invece questo indice salisse, anche se lentamente. Col passare del tempo il paese B diventerebbe sempre meno competitivo e sarebbe sempre più conveniente comprare le merci dal paese A. Sostituite al paese A la Germania e al paese B i PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) e avrete un quadro completo di quello che è successo a partire dal 2000 in Europa. Il quadro risulta ancora più chiaro se si guarda l’andamento del costo unitario del lavoro (ULC) dal 2000 a oggi:

    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)
    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)

    In questo grafico viene posto a 100 il costo unitario del lavoro di ogni paese nel 2000. Valori superiori a 100 indicano un aumento dell’ULC rispetto al 2000, mentre valori inferiori una diminuzione. Forse non è sorprendente vedere come l’andamento del costo unitario del lavoro tedesco si discosti così tanto da quello PIIGS.  È un po’ più sorprendente vedere come neanche la virtuosa Francia abbia un andamento dell’ULC assimilabile a quello tedesco.

    Ma come avrà fatto la Germania per essere così produttiva, anche più degli altri paesi “virtuosi”? Sarebbe interessante saperlo visto che da più parti ci viene detto di seguire il suo esempio. Vi do un indizio: il costo unitario del lavoro, essendo il rapporto di costo del lavoro e produzione, può essere abbassato diminuendo il numeratore o aumentando il denominatore. I nostri cugini tedeschi hanno agito prevalentemente sul primo, comprimendo i salari. La prossima settimana vedremo come…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    Sul Fatto Quotidiano di domenica scorsa è apparso un articoletto che sarà sfuggito ai più, ma che è piuttosto istruttivo, perché esemplifica in maniera cristallina quale tipo di luoghi comuni, economici e politici, possano facilmente condurre una persona istruita e perbene a vedere in Monti l’unica opzione credibile e l’unica possibilità di salvezza per l’Italia. L’autore è Bruno Tinti, ex-magistrato esperto in reati tributari: e proprio il profilo intellettuale e l’integrità della persona sono la migliore garanzia che ci troviamo di fronte a una libera opinione personale, non dettata cioè da interessi di parte o da opportunismo politico; il che agevola il dibattito e quindi anche la valutazione delle critiche sulla base del loro contenuto.

    Il mio interesse – è bene sottolinearlo – non è quello di convincere il lettore che sia meglio non votare Monti: non solo perché, verosimilmente, l’influenza che esercito su chi riesce a leggere i miei interventi è scarsissima, ma anche perché è giusto che al momento di votare ciascuno di noi prenda in considerazione prima di tutto il suo interesse, e solo in seguito il giudizio degli altri. L’interesse individuale, infatti, è l’essenza della democrazia e non andrebbe mai demonizzato. Il compito di chi fa divulgazione, o di chi esprime opinioni, è semplicemente quello di aiutare le persone a valutare bene quale sia il modo migliore per fare il proprio interesse.

    Nella fattispecie, ad esempio, sono convinto che non sia vera, e pertanto sia contro l’interesse della gente ad avere un quadro chiaro della situazione, l’idea secondo cui il governo Monti è stato, e solo potrà essere nel futuro, la medicina, per quanto amara, di cui ha bisogno l’Italia. L’argomentazione del discorso di Tinti, che mira invece a convincere i suoi lettori proprio di questo, è in parte originale, perché ingloba tesi espresse non dai sostenitori delle politiche che vengono dall’UE, ma dai suoi critici. L’ex-magistrato muove infatti dalla costatazione che la riduzione del debito, imposta all’Italia con il fiscal compact, ci vincola all’ambiziosissimo obiettivo di portare in 20 anni il rapporto con il PIL al 60% (corrispondente ai vecchi parametri di Maastricht): il che significa ridurre della metà il già altissimo debito attuale. L’impegno è talmente gravoso che – conclude giustamente, dati alla mano, l’autore dell’articolo – da soli non ce la faremo mai. Infatti, il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo, come sa chiunque ha studiato le frazioni alla scuola media, può diminuire soltanto se diminuisce il numeratore (il debito pubblico) oppure se aumenta il numeratore (il PIL).

    La prima opzione è quella gradita all’UE: ridurre il debito, tagliando le uscite e aumentando le tasse. In questo modo però diventa impossibile percorrere parallelamente la seconda opzione, cioè tornare a crescere, perché la stretta fiscale e la contrazione degli stimoli pubblici – riconosce l’ex-magistrato – deprimono l’economia. Sarebbe inutile anche lasciare immutata la spesa e puntare tutto sulla crescita, perché dovrebbe essere talmente sostenuta e prolungata nel tempo da paragonarsi a un livello che abbiamo conosciuto solo tra gli anni ’50 e ’60.

    Quindi, conclude Tinti, restano solo due possibilità. La prima è uscire dall’euro. A quel punto però: «Si nazionalizzeranno le banche e le assicurazioni. Falliranno circa metà delle imprese. La disoccupazione andrà alle stelle. Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime e l’Italia, diversamente dall’Argentina, non ha risorse né agricole, né minerarie da scambiare. La sola merce italiana sono le braccia. Ma il regime salariale le rende invendibili. Uno scenario da incubo».

    Dunque non resta che convincere l’Europa a farsi carico, in un modo o nell’altro, del nostro debito. E chi meglio di Monti per questo? Anche se non è detto che l’uomo della Bocconi riesca a muoversi in modo libero all’interno della sua stessa coalizione, resta il miglior candidato sulla piazza, perché tutti gli altri partiti, chi più e chi meno, hanno al loro interno correnti populiste che non avrebbero credibilità presso i nostri partner europei. Il discorso sembrerebbe filare: cosa ci può essere di sbagliato? In realtà molto.

    Innanzitutto, anche prendendo per buona l’analisi economica, le conclusioni mancano di realismo politico. Monti ha pochissime chance di ottenere la maggioranza: il suo intento è piuttosto ridimensionare il PD, dividendolo da SEL, per poi concludere un’alleanza vincolata al rispetto degli impegni europei (una strategia, come ho già scritto, che rischia di ritorcerglisi contro). C’è poi un’obiezione molto più semplice: se siamo tutti d’accordo che il target di riduzione del debito è irraggiungibile, perché l’Europa ce lo impone? Questa semplice considerazione mina alla radice il ragionamento di Tinti, perché mostra immediatamente che è del tutto insensato non solo, da parte nostra, accettare di giocare una partita persa in partenza, ma soprattutto, da parte dei nostri partner europei, dettare strategie controproducenti.

    Pensateci bene: al netto di tutti i nostri errori passati, per grandi che essi siano, ha senso ora seguire chi ci propone soluzioni che – lo dice lo stesso Tinti – non possono risolvere nulla? Sarebbe più ragionevole per tutti cercare subito una linea condivisa che porti da qualche parte, anziché impiccare la nostra economia a richieste assurde solo per dimostrare a Bruxelles le nostre buone intenzioni. Sembra l’episodio della Bibbia in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, salvo poi fermare il coltello prima che sferri il colpo una volta accertata la fedeltà del patriarca. Oppure vengono in mente quei reality americani dove persone sproporzionatamente obese cercano di rimettersi in forma (e di salvarsi la vita) sottoponendosi all’allenamento di un personal trainer muscoloso, bello, biondo e con gli occhi azzurri. Ecco: se fossimo noi i colpevoli ed imperdonabili ciccioni, accetteremmo per questo di perseguire l’obiettivo di perdere 150 kg in tre mesi? Ovviamente no, perché ci ucciderebbe: e anzi dubiteremo seriamente delle buone intenzioni di chi ce lo proponesse. Eppure è proprio quello che ci chiede la Germania, il nostro aitante preparatore atletico; che poi è la stessa persona, sempre per restare nella metafora, che fino al giorno prima ci vendeva gli hamburger.

    Se passiamo ad un livello di analisi un po’ più serio, le incongruenze non diminuiscono: anzi aumentano. Ad esempio, benché nessuno dubiti che, in un contesto del tutto astratto, sia preferibile avere un basso debito pubblico, ciononostante non esiste una teoria economica universalmente riconosciuta che metta in relazione una precisa soglia di debito in proporzione al PIL con l’insostenibilità dei conti pubblici: ma questo significa, allora, che un target che fissi un rapporto massimo del 60% non è garanzia di un bel nulla, come dimostra il caso dell’Irlanda, che aveva un rapporto del 25% ma è andata in crisi lo stesso (questo perché, ovviamente, non è l’entità di un debito che conta, ma la possibilità di ripagarlo).

    Inoltre, come ho già scritto, i problemi di debito sono conseguenza della crisi, e non origine. Infine la teoria delle aree valutarie ottimali, che nel 1999 valse un nobel all’economista canadese Robert Mundell, sui parametri del debito non dice pressoché nulla: per cui ne consegue che l’importanza che detti parametri rivestono per l’euro-zona si deve unicamente a considerazioni politiche e interessi specifici (che un lungo discorso ricondurrebbe agli hamburger, anzi ai würstel, di cui sopra). Insomma, da qualunque parte si consideri la questione, tutto ci dice che la strategia europea anti-crisi è sbagliata e per questo andrebbe ripensata con una certa urgenza.

    Si dirà: ma rimane il problema che contiamo poco; e se gli altri non ci ascoltano, che facciamo? Lasciamo l’euro e ci consegniamo così a “terrore, miseria, distruzione e morte”? E già: dimenticavo che se usciamo dall’euro, verrà come minimo l’apocalisse. O no? Ecco, magari a qualche lettore sarà pure passata per la testa l’idea che questo scenario di devastazione e lacrime, che ci viene dipinto quotidianamente dai più importanti organi di stampa e dalle più rispettabili forze politiche, forse sia un tantino esagerato. Se vi fossero sfuggite le vette raggiunte dalla prosa di Bruno Tinti, ve le ripeto: «Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime». Ribadisco: «Si andrà ai razionamenti», come nell’ultimo conflitto mondiale. A sentire Tinti, insomma, viene quasi da dubitare che prima dell’euro ci fosse in Italia una qualsiasi forma di economia diversa dal baratto; e si osserva stupiti come facciano a sopravvivere paesi come Inghilterra, Turchia, Canada, Giappone e Corea del Sud che sono fuori dall’euro-zona. Spero che a fronte di tutto questo il lettore si faccia venire quanto meno il sano dubbio che chi la spara così grossa non può avere una corretta percezione dei termini della questione. Magari qualcheduno avrà anche piacere di sentire cosa dicono gli economisti veri: cosa che Tinti non è. A onor del vero, nemmeno io sono un economista: però, avendo una formazione filosofica, quantomeno mi accontento di fare il mio lavoro: che è appunto quello di farvi venire il dubbio.

    Detto questo, se volete sapere se le paure di cui i media ci nutrono sono fondate o meno, dimenticate Grillo o Berlusconi: andate a sentire tra gli economisti cosa dice chi queste paure le ridicolizza, e cosa afferma addirittura chi ha vinto un premio nobel. Poi vi potrete fare la vostra opinione. Perché è questo il vero modo per uscire dalla crisi, senza aspettare il salvatore della patria. Se no, che ne fate della democrazia?

     

    Andrea Giannini

  • La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    EroinaGli anni ’70 si chiuderanno drammaticamente. La grande voglia di cambiamento che, superate ben due guerre mondiali, era esplosa nel ’68, non riuscirà a realizzare le proprie parole d’ordine. L’immaginazione al potere rimarrà una frase, quasi poetica… La spinta creativa piano piano si smorzerà. La fantasia volerà su un paesaggio socio-politico devastato, fra compromessi “storici”, spaccio di eroina, trame nere, sterili azioni armate in nome di non si sa più quale proletariato, febbroni neo-consumistici che dal sabato sera si allargheranno a tutta la settimana.

    Vi fu una copertina dell’Espresso che riportò una celebre foto (pubblicata da tutti i quotidiani e diffusa da tutti i “TG”), ancora oggi ritenuta un segno eloquente di quel periodo: si tratta di un militante dell’autonomia operaia milanese, fotografato in una delle vie del centro città, che impugna una P38 nell’atto di sparare, durante una delle tante manifestazioni terminate con scontri violenti fra polizia e manifestanti. Come se il fare politica trovasse la sua massima espressione nello scontro di piazza. E va detto che non pochi, in quegli anni, ritenevano che in un tempo relativamente breve si potesse arrivare ad una fase di fermenti rivoluzionari. Deliri giovanilistici privi di qualsiasi meditato abbozzo di “progetto sociale”.

    Ma intanto nelle piazze si moriva davvero. La strategia della tensione aveva uno dei suoi punti, di non secondaria importanza, proprio nella gestione politica della repressione delle manifestazioni del movimento. Se poi ci scappava il morto, meglio: i poliziotti spesso sparavano ad altezza d’uomo. L’11 marzo ’77, a Bologna – città “rossa” per antonomasia – morirà, durante gli scontri di piazza, A. Lorusso. In quell’occasione il sindaco R. Zangheri (del P.C.I.), per contrastare le imponenti manifestazioni contro la repressione previste nei giorni successivi, avvallò una risposta istituzionale molto grave: l’esercito, con carri armati e mezzi cingolati, arrivò nel centro della città. Anni molto difficili e duri, non a caso passati alla storia come “anni di piombo”.

    Anche i gruppi terroristici di destra, sempre in combutta con i servizi segreti (personalmente sono sempre meno incline a considerarli “deviati” quanto, invece e all’opposto, pienamente funzionali al mantenimento di un certo “ordine”, che si vuole formalmente democratico, ma soprattutto rispondente ad esigenze di equilibrio che si misurano, globalmente, entro la cornice intoccabile dell’economia di mercato, svolta all’interno di relazioni inter-nazionali di “fede” atlantica), in questo periodo raggiungono la loro massima espressione criminale. In una recente puntata di “La storia siamo noi”, il generale Maletti ed un altro alto funzionario dei servizi segreti, in quanto persone, allora, “informate sui fatti”, hanno candidamente ammesso che, dal dopoguerra in poi, gli apparati dei servizi segreti e il sottobosco dei militanti di estrema destra hanno costantemente intessuto rapporti i cui effetti furono dati dalla sequenza di attentati e stragi che insanguinarono il nostro paese: dalla Banca dell’Agricoltura (12/12/1969) alla stazione di Bologna (2/08/1980).

    E con ancor più “realismo politico” si è puntualizzato che lo stato “andava difeso a qualunque costo” e che, considerando le cose in prospettiva, anche un costo in vite umane (leggi: attentati) avrebbe potuto essere messo in conto e sopportato. Il timore era quello che l’Italia, in seguito ad una significativa vittoria della sinistra, potesse mettere in crisi l’Alleanza Atlantica. Nella stessa intervista entrambi affermeranno che i massimi vertici della politica (ossia i nostri “governanti”) erano informati su ciò che stava succedendo. Il generale Maletti concluderà dicendo testualmente: “…di più non dico e non posso dire”. E difatti, di tutte quelle stragi, scandalosamente, nessun mandante effettivo è stato mai condannato.

    Questo era il clima, nelle profondità oscure della vita politica italiana di quegli anni, con agenti della C.I.A. e di altri servizi segreti impegnati a fornire esplosivi, coperture e “consulenze”. E su, in superficie cosa succedeva? Nel 1975 Lotta Continua, il gruppo extraparlamentare più numeroso, con decine di migliaia di militanti e sedi in tutta Italia, si “scioglierà nel movimento”. È un segnale pesantissimo, dal suono beffardo: il movimento, raggiunto il suo livello massimo, implode, in una liquefazione politica di cui gli “indiani metropolitani” con il loro tormentone “…scemi, scemi…” costituiranno l’isterica punta “creativa”. E se fino a qualche anno prima sembrava che la classe operaia potesse andare in paradiso, ora molti dei giovani convinti che in Italia potesse esserci la rivoluzione, si troveranno a morire di eroina in qualche buio vicolo o su una panchina.

     

    Gianni Martini
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Viaggi e vacanze: quando è possibile chiedere danni e risarcimenti

    Viaggi e vacanze: quando è possibile chiedere danni e risarcimenti

    Innanzitutto un Buon 2013 a tutti i nostri seguaci, lettrici e lettori! Non so quanti di voi si siano potuti permettere un viaggio o una vacanza, però oggi vorrei trattare anche questo argomento, crisi permettendo.

    Reduce da buonismo natalizio, non voglio tediarvi troppo, perciò in questa puntata sarò… semplice. Quando prenotiamo un viaggio, possiamo farlo attraverso la nostra agenzia di viaggio di fiducia oppure attraverso internet.

    Se ci rechiamo presso l’agenzia di viaggio, ci rivolgiamo ad un soggetto che in qualche misura agisce contrattualmente per nostro conto; quindi si crea un rapporto contrattuale – per così dire – di intermediazione tra noi ed un tour operator.
    Il rapporto contrattuale con l’agenzia di viaggio “termina” un attimo prima della nostra partenza; da quel momento in poi, i guai che accadono sono imputabili (giocoforza) a chi ha organizzato il viaggio.
    In caso di ritardi, smarrimento bagaglio o quant’altro, la responsabilità passa al vettore in virtù di un contratto di trasporto, salvo che il tutto non sia organizzato del tour operator: in questo caso, è a quest’ultimo che dovremo rivolgerci per chiedere i danni.
    Quindi, non potremo mai chiedere i danni da vacanza rovinata ad un’agenzia di viaggi; quest’ultima sarà responsabile solo in relazione ad una cattiva gestione nella prenotazione di un volo e di errori che precedono la nostra agognata vacanza.

    Se invece abbiamo acquistato un viaggio attraverso il web, dobbiamo avere letto tutte le condizioni contrattuali presenti all’interno del sito e stampare tutto quanto; purtroppo accade spesso che i tour operator non inseriscano tutte le condizioni contrattuali, cosicché il consumatore non potrà mai conoscerle.

    Il termine entro il quale vanno chiesti i danni – in genere – è di cinque anni.

    Ma attenzione, se parliamo di bagaglio perduto o rovinato il termine può ridursi ad un anno; il motivo per cui tutto ciò non è chiaro risiede nel fatto che esistono diverse convenzioni internazionali in merito, le quali fanno riferimento a situazioni differenti a seconda che si tratti di un viaggio all’interno dell’Unione Europea o di un viaggio “extraeuropeo”.

    Per quanto riguarda i cosiddetti cataloghi di viaggio, questi sono una casistica differente:
    – se il tour operator non adempie a quanto “promesso” deve risarcire i danni;
    – se l’agenzia di viaggi prenota un viaggio differente da quello da voi scelto su catalogo, essa ne sarà responsabile;
    – se voi non avete, con la dovuta attenzione, letto le informazioni contenute nel catalogo, non potrete certo chiedere i danni a qualcuno.

    Per concludere, prima di partire, usate la testa, sennò quando tornate rischiate di perderla!

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Grillo è come Gesù: l’errore di traduzione della stampa italiana

    Grillo è come Gesù: l’errore di traduzione della stampa italiana

    Beppe GrilloLa scorsa settimana abbiamo parlato del CEFR e dei sei livelli da esso indicati per misurare le abilità linguistiche degli studenti di una lingua straniera. La domanda implicita lasciata in sospeso e alla quale avrei voluto dare risposta questa settimana è: in quale modo è possibile valutare il proprio livello di conoscenza dell’inglese, del francese o di un’altra lingua? Per rispondere in maniera esaustiva, vi chiedo una settimana di pazienza. In questi giorni, infatti, troppo succulenta si è presentata un’occasione per combinare riflessioni linguistiche legate all’inglese a eventi di attualità e (dis-)informazione.

    Mi riferisco alla notizia passata su giornali e tv nazionali secondo la quale il web guru del Movimento 5 Stelle, Roberto Casaleggio, in un’intervista a un quotidiano britannico, The Guardian, avrebbe affermato: “Grillo è come Gesù e gli apostoli. Anche il suo messaggio si trasformò in virus.” Questo, almeno, secondo la traduzione data da giornali italiani quali il Corriere della Sera, l’Unità , Secolo XIX e altri.
    Per curiosità e perché “a pensar male molto spesso ci si azzecca,” come diceva Andreotti, sono andato a spulciare il sito del Guardian per leggere l’articolo in lingua originale. L’articolo inizia con le parole di Casaleggio: “It’s like Jesus and the apostles. His message too became a virus.” La traduzione corretta è la seguente: “E’ come Gesù e gli apostoli. Anche il suo messaggio si diffuse in modo virale.”

    Da dove ha origine questa differenza? Facciamo un breve ripasso di grammatica per capire meglio. In inglese, i pronomi personali soggetto he e it si usano in due situazioni diverse. Il primo si utilizza per gli esseri umani di genere maschile, mentre il secondo viene usato al posto di sostantivi di genere neutro. Se quindi la frase fosse stata: “He’s like Jesus” con he (“egli”) riferito a Grillo, la traduzione dell’Unità e del Corriere sarebbe stata corretta. La dichiarazione di Casaleggio però inizia con “It’s,” pronome riferito al sostantivo neutro “message” che segue nella frase successiva.

    Capite quindi che la differenza di significato è molto profonda. L’equazione Grillo = Gesù data dai giornali nazionali ha sull’opinione pubblica un impatto ben diverso rispetto a un semplice paragone tra due situazioni, quella della rapida diffusione del messaggio di Gesù e degli apostoli nel passato e del Movimento 5 Stelle oggi, per quanto si possa apprezzare o meno il gusto di Casaleggio nella scelta di tale similitudine.

    L’errore di inglese dei giornalisti di Corriere, Unità e Secolo XIX sarebbe da circoletto rosso in prima media, il che mi porta a formulare due ipotesi.

    A. Ai giornalisti che si occupano di stampa estera mancano le basi in lingua inglese – ma allora come fanno a leggere i giornali che non sono scritti in italiano?
    B. Hanno peccato di grossolanità e quindi disinformato i lettori.

    Ne avrei una terza, dettata ancora dall’aforisma di Andreotti, ma non voglio pensare che sia questo il caso.
    La superficialità, comunque, indigna e non perché si tratti di Casaleggio, che non è mia intenzione difendere. Potrebbe trattarsi di Berlusconi, Maradona, Epaminonda o chiunque altro: la verità e la correttezza dell’informazione devono porsi al di sopra di tutto per permettere alle persone di avere gli elementi necessari per formulare giudizi e opinioni.

    Se ancora ce ne fosse stato bisogno, questo episodio è la riprova di un tema cardine per cui è nata questa rubrica. L’inglese ormai non è fondamentale solo per incrementare le proprie opportunità lavorative, ma è diventato uno strumento imprescindibile per avere una visione della realtà più ampia, formarsi una coscienza critica e non lasciarsi manipolare da messaggi fuorvianti o parziali.

    Per la cronaca, l’articolo del Guardian, come avrete modo di leggere, usa toni irriverenti nei confronti di Casaleggio, ironizzando in modo sottile sul suo boyish smile (“sorriso da ragazzino”) e mettendo il dito nella piaga della scarsa affluenza numerica alle primarie online del M5S. Il ritratto che ne esce fuori non è idealizzato, ma semplicemente reale. D’altra parte, in Inghilterra la stampa è lo watchdog, il cane da guardia, della politica, non la sua scimmietta ammaestrata… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Sviluppo e crisi europea: le gravi responsabilità della Germania

    Sviluppo e crisi europea: le gravi responsabilità della Germania

    La Germania è presa come esempio di sviluppo virtuoso da molti economisti e politici nostrani. Certamente potremmo imparare molto dai nostri cugini tedeschi in quanto a politiche sociali ed efficienza, ma siamo proprio sicuri che la loro ricetta per lo sviluppo economico sia sostenibile e applicabile in generale a tutti i paesi?

    A questa domanda ha risposto il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz durante la conferenza di Berlino “Ripensare economia e politica”. L’economista americano si sofferma sulle caratteristiche del modello economico “mercantilista” che è una politica basata sul perseguimento del surplus nella bilancia commerciale, vale a dire sulla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Questo è il paradigma sul quale non solo Germania, ma anche Giappone e Cina hanno basato il proprio sviluppo.

    Germania e Giappone sono tra i paesi più ricchi del mondo e la Cina sta crescendo a ritmi vertiginosi. Perché allora non replicare le politiche di questi paesi ed entrare così nel magico circolo di coloro che esportano più di quanto importano? La spiegazione è semplice: la somma globale delle esportazioni deve necessariamente essere uguale alla somma delle importazioni, a meno che non si cominci a commerciare con la Luna e Marte. Questo concetto piuttosto banale implica una conseguenza che dovrebbe essere altrettanto banale ma che sembra non esserlo per tutti: se un paese è in surplus nella bilancia commerciale, qualche altro paese deve essere in deficit.

    La Germania non ha sempre avuto un surplus, è proprio con l’introduzione dell’Euro che ha visto un’impressionante espansione dell’export e quindi, applicando la formuletta che abbiamo appena visto, qualcun altro deve essere andato in deficit. Indovinate chi? Bravi! Avete indovinato! Proprio il nostro Bel Paese! Purtroppo però non siamo stati i soli, questa è la sorte che ha accomunato i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

    Questo è quello che è accaduto: la ricchezza di un paese (PIL) è data dalla somma di consumi, investimenti, spesa pubblica e esportazioni nette (differenza tra esportazioni e importazioni). Se si importano più beni di quanti se ne esportino le esportazioni nette sono negative e la ricchezza del paese diminuisce. Se la spesa pubblica non aumenta per compensare questa diminuzione, si produce meno ricchezza e ci sono meno opportunità di lavoro e pertanto il settore privato (famiglie e imprese) ha meno soldi da spendere ed è costretto a intaccare i propri risparmi e infine a indebitarsi. E con chi ci siamo indebitati? Sono state soprattutto le banche tedesche a dare in prestito questi soldi, avendo una grande liquidità derivante dal surplus commerciale tedesco.

    In poche parole è dall’entrata in vigore dell’Euro che noi compriamo merci tedesche coi i soldi che prendiamo a prestito proprio dalle banche teutoniche, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Per uscire da questa situazione la soluzione che ci viene proposta proprio dalla Germania è, in sintesi, quella di trovare qualche altro paese verso cui esportare le nostre merci così il problema sarebbe di qualcun altro. È per questo che Stiglitz definisce il deficit nella bilancia commerciale una “patata bollente”. Ma, invece di spostare il problema altrove, è possibile trovare un rimedio per porre fine a questi squilibri?

    L’economista americano riprende una proposta di Warren Buffett che, prendendo spunto da una teoria già formulata da Keynes, auspica l’introduzione di un sistema di certificati che avrebbero lo scopo di riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti e, in generale, di tutti i paesi in deficit commerciale. Questi certificati sarebbero emessi dal governo agli esportatori per un valore pari a quello delle merci esportate e potrebbero essere liberamente scambiati con gli importatori che, per poter importare legalmente merci dall’estero, sarebbero obbligati a possederne per un valore pari alle merci importate. Il prezzo di scambio verrebbe lasciato libero di fluttuare secondo la legge della domanda e dell’offerta rendendo tanto meno convenienti le importazioni quanto più il paese si trova in deficit, portando quindi a un rapido riequilibrio della bilancia commerciale.

    Vediamo un esempio: un agricoltore esporta mele per un valore di mille dollari e lo Stato gli rilascia un certificato che dà il diritto di importare merci per mille dollari. L’agricoltore può utilizzare questo certificato per importare una motozappa dall’estero per lo stesso valore, oppure può cedere questo diritto dietro compenso a qualcun altro, ad esempio un pizzaiolo di New York che vuole importare mozzarella di bufala dalla Campania. Nel caso in cui la bilancia commerciale sia in equilibrio ci saranno grossomodo tanti venditori di certificati quanti acquirenti e di conseguenza il valore dei certificati sarà basso. Se invece la bilancia commerciale fosse tendenzialmente in deficit, ci sarebbero molti acquirenti e pochi venditori e il prezzo dei certificati salirebbe vertiginosamente. Questo renderebbe molto costoso importare merci dall’estero e il saldo netto delle esportazioni ritornerebbe in equilibrio.

    Purtroppo da quest’idea non è nato alcun disegno di legge e gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese con il più alto deficit commerciale del mondo. In Europa, con la situazione attuale, non sarebbe possibile introdurre misure di questo genere e l’alternativa più rapida ed efficace sarebbe quella di diminuire il disavanzo nei paesi in surplus, in primis la Germania, rilanciando la propria domanda interna e diventando una fonte di domanda per i beni del sud Europa.

    È una questione di volontà politica: i tedeschi dovranno scegliere tra il perseverare questa condizione per loro vantaggiosa, ma distruttiva per altri, e il rinunciare a una parte dei vantaggi accumulati in questi anni per tenere in vita l’Unione Europea. Purtroppo i segnali fin qui osservati non sono incoraggianti…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Campagna elettorale: lo scenario politico a due mesi dalle urne

    Campagna elettorale: lo scenario politico a due mesi dalle urne

    Contrariamente a quello che avevo scritto la settimana scorsa (poche ore prima che l’ormai ex-premier facesse la sua conferenza stampa al Senato), Monti si è più o meno esplicitamente candidato: di sicuro, se non proprio la faccia, almeno ci ha già messo la fantomatica “agenda”, che è poi quello che per lui è più importante. Eppure cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

    Vediamo solo di fare ordine nel ragionamento. Innanzitutto bisogna considerare che lo scenario politico, come era logico attendersi, cambia ad una velocità impressionante: insieme a Monti, nella mischia si sono buttati anche il pubblico ministero Ingroia e il sindaco di Napoli De Magistris, con un nuovo “Movimento Arancione”; poi ci sono i transfughi del PDL, il trio La Russa-Crosetto-Meloni, con il loro “Fratelli d’Italia”, mentre il procuratore nazionale antimafia Grasso si è candidato con il PD; infine il giornalista Giannino è stato allontanato dai microfoni della radio di Confindustria, perché promotore in solitaria di un nuovo movimento liberale anti-tasse: “Fare”.

    E’ ovvio che ad ogni cambiamento e ad ogni novità c’è un piccolo recupero dell’astensione, un riposizionarsi dell’elettorato nei sondaggi e quindi un ripensamento delle strategie elettorali. Tuttavia nel far propendere Monti, alla fine, per la “salita in campo”, come la chiama lui, sono stati probabilmente altri fattori. Sicuramente c’è stata la pressione dei sostenitori politici, dall’UDC di Casini a FLI di Fini, fino alla lista civica “Italia Futura” che fa capo a Montezemolo: tutte forze che, se prese da sole, si sarebbero ritrovate con un bassissimo potenziale di consenso; e pertanto, con questa legge elettorale, avrebbero rischiato seriamente di rimanere fuori dal Parlamento (come d’altra parte è già accaduto nel 2008, quando la Sinistra Arcobaleno, che comprendeva al suo interno storiche formazioni di ispirazione comunista, raggiunse appena il 3%).

    Deve essere stata questa terribile prospettiva a spingere il Vaticano a promuovere l’operazione e poi a spendersi a favore dell’ex-premier. Ma nonostante la supposta “vocazione maggioritaria” del nuovo centro, non c’è dubbio che la coalizione non possa ambire nemmeno ad avvicinarsi  da lontano al PD, che guida sicuro i sondaggi e che con ogni probabilità le urne incoroneranno primo partito: quindi, al di là delle dichiarazioni di facciata, il vero intento nella testa di Monti è quello di fare da stampella al futuro governo Bersani. Infatti, un eventuale Senato consegnato all’opposizione di Berlusconi e Grillo si trasformerebbe inevitabilmente in un vero e proprio Vietnam per l’ala europeista dei democratici, i quali, dovendo mantenere la rotta delle misure impopolari che l’UE ci ha già imposto e che sarà costretta a chiederci anche nel futuro, si troverebbero presto contro anche una parte non irrilevante del loro stesso partito, oltre a dover gestire i sicuri mal di pancia dell’alleato Vendola.

    Tuttavia la strategia che alla fine si è deciso di percorrere, vale a dire capitalizzare il consenso elettorale per avere più peso politico nel dialogo parlamentare con la sinistra, non è esente da rischi e effetti collaterali. Certo, sarebbe stato più semplice per tutti non mettere i bastoni fra le ruote della trionfale cavalcata elettorale di Bersani: ma evidentemente gli impegni presi dal leader del PD con l’UE non sono stati giudicati una garanzia sufficiente. Chiaramente là in alto valutano che la politica del quinquennio a venire richiederà nuove misure di sacrificio per la gente, tali da scardinare profondamente il consenso di un governo di sinistra e rendere una crisi parlamentare più che probabile. Ma come era prevedibile, e come si sta puntualmente verificando, la campagna elettorale allarga le distanze fra le parti, inasprisce i toni e rende più difficile da far digerire agli elettori eventuali accordi post-voto: di sicuro il PD non potrà permettersi di appiattirsi per lungo tempo sull’agenda di Monti, cosa che viceversa avrebbe potuto fare più agevolmente, se il professore si fosse tenuto lontano dalla mischia.

    D’altra parte la politica è fatta così. Difficilmente ci sono percorsi sicuri: ogni scelta offre dei vantaggi e comporta dei rischi. Questo spiega, se non altro, il tortuoso cammino di Monti, la sofferta decisione di buttarsi in politica, l’irritazione di Napolitano (che giustamente da un governo tecnico e istituzionale, non votato da nessuno, pretendeva come minimo che fosse e restasse al di sopra delle parti), la decisione di costituire una lista unica al Senato e l’inizio di questa campagna elettorale, con dichiarazioni volte contro l’ala critica della coalizione di sinistra, nel tentativo di lanciare qualche doverosa scaramuccia, ma senza esasperare Bersani oltre al limite. La sensazione, tuttavia è che il professore si stia muovendo sul filo del rasoio, e che, a destra o manca, prima poi la situazione rischi di sfuggirgli di mano.

     

    Andrea Giannini