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  • Consiglio Comunale Genova, mancano risorse per i servizi sociali

    Consiglio Comunale Genova, mancano risorse per i servizi sociali

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Al centro degli impegni della Giunta Doria vi è sempre stata la volontà di difendere il sociale anche di fronte alle chiare difficoltà economiche degli enti pubblici. Uno dei primi impegni dell’amministrazione era stato quello di portare a 42 milioni la quota di risorse a disposizione di questo settore nel bilancio 2012. Nonostante ciò in città si vive un fortissimo disagio sociale fotografato anche dai dati della Comunità di Sant’Egidio, presentati in aula dalla consigliera Lodi (Pd). Dal 2008 ad oggi i pasti forniti dalla Comunità sono più che quadruplicati passando da circa 12 mila a 55 mila all’anno. Allarma soprattutto l’aumento del numero di donne con bambini che chiedono aiuto alle associazioni di volontariato per sopravvivere e il fatto che più del 50% delle donne senzatetto della città sono italiane.

    In questo quadro un ulteriore elemento negativo deriva dal fatto che, per mancanza di risorse, il Comune ha progressivamente ridotto i contributi economici diretti ai cittadini e le sole associazioni di volontariato non sono in grado di reggere a lungo il peso della crisi. In risposta a questi dati l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie Dameri ha precisato che la diminuzione di tali contributi ha spinto molti cittadini a non presentare domande di aiuto presso il Comune, rendendo ancora più difficile effettuare una efficace “rilevazione del bisogno”. Si stanno quindi definendo nuovi indicatori per individuare le fasce più deboli della popolazione genovese, ma in attesa che siano ben chiare le dimensioni del fenomeno, altre cattive notizie giungono in Consiglio.

    I consiglieri Baroni e De Benedictis (Gruppo Misto) e Grillo (Pdl) hanno infatti chiesto spiegazioni all’assessore Dameri sulla presunta chiusura del Consultorio Familiare del Lagaccio; un’ulteriore ferita in un quartiere già in sofferenza. Paola Dameri non ha saputo però chiarire la situazione affermando di non aver ottenuto risposte dall’assessore regionale Montaldo. Questa affermazione dell’assessore ha ovviamente suscitato le critiche dell’opposizione, che ha puntato il dito contro l’incomunicabilità tra due Giunte, quella Comunale e quella Regionale, le quali, pur avendo orientamenti politici simili, sembrano essere incapaci di risolvere i problemi della città.

    Al di là delle strumentalizzazioni è ben noto che la costante riduzione dei trasferimenti statali e le conseguenze dalla crisi sul tenore di vita delle persone sta mettendo in serio pericolo la tenuta del sistema socio sanitario non solo a Genova, ma in tutta la regione. L’argomento rappresenterà un nodo cruciale in previsione dell’imminente approvazione del Bilancio Comunale provvisorio del 2013, che partirà già con un’ulteriore taglio ai trasferimenti statali.

    Un altro tema che accompagnerà la discussione politica nell’Aula Rossa di Palazzo Tursi per il prossimo anno sarà anche la revisione del PUC. Come si è detto più volte in Consiglio, la Giunta Doria sta procedendo ad una profonda revisione del piano urbanistico definito dalla precedente amministrazione. La notizia di ieri, annunciata dal vicesindaco Bernini in qualità di assessore all’urbanistica, riguarda la disponibilità dell’amministrazione a prendere in considerazione non solo le 800 osservazioni presentate entro i limiti previsti dalla legge regionale 36 del 1997 – ovvero 90 giorni dopo il deposito del piano  -, ma anche quelle pervenute oltre il tempo massimo. Il vicesindaco intende infatti procedere alla riapertura di un processo partecipativo che coinvolgerà i Municipi e le varie associazioni interessate all’argomento (in particolare ambientaliste o di specialisti come architetti) per ridiscutere insieme il PUC. Sulle osservazioni presentate verranno effettuate delle controdeduzioni che rappresenteranno la base per una nuova proposta della Giunta da discutere soprattutto con i Municipi.

    La versione finale del documento, adottato dalla Giunta stessa, sarà poi ripresentata in Consiglio, presumibilmente verso dicembre di quest’anno, per il dibattito e la votazione finale. I tempi massimi per l’approvazione del PUC sono 4 anni a partire dal suo deposito, ma i consiglieri hanno chiesto a Bernini che i tempi siano molto più brevi, poiché le modifiche del piano urbanistico rappresentano uno snodo importante nelle scelte strategiche di molte aziende genovesi. Il vicesindaco ha promesso di portare in aula nelle prossime settimane un cronoprogramma che definirà in modo preciso le tempistiche per giungere all’approvazione finale, che dovrebbe avvenire entro un anno.

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Assicurazione auto: addio al rinnovo tacito e alle disdette delle polizze

    Assicurazione auto: addio al rinnovo tacito e alle disdette delle polizze

    Via CantoreOgni promessa è debito, anche questa settimana parliamo di assicurazioni auto.
    Innanzitutto, dal primo gennaio 2013, vige una novità epocale: per tutti i contratti di assicurazione obbligatoria RCA l’assicurato non può più beneficiare, alla scadenza, della tolleranza di quindici giorni. Infatti, la nuova legge impedisce il rinnovo tacito delle polizze assicurative che, pertanto, avranno una durata massima di un anno. Le eventuali clausole in contrasto con tale dettato sono nulle.
    Per le clausole di tacito rinnovo previste nei contratti anteriori al 20 ottobre 2012, la nullità scatta solo a partire dal 1° gennaio 2013. In caso di contratti in corso di validità alla data del 20 ottobre con clausola di tacito rinnovo, le imprese di assicurazione dovranno comunicare per iscritto ai contraenti la perdita di efficacia della clausola con congruo anticipo rispetto alla scadenza del termine originariamente pattuito.

    Questa modifica cambierà anche le regole rispetto ai controlli effettuati dalle forze dell’ordine: chi sarà trovato senza copertura assicurativa, anche durante il “vecchio” periodo di franchigia dei 15 giorni, subirà una sanzione di 798 euro e il sequestro immediato del veicolo finalizzato alla confisca. Clausole contrattuali differenti da quanto statuito sopra sono nulle, ovvero come non apposte…

    In altre parole, per i contratti RC Auto, non dovrete più notificare una disdetta alla vostra agenzia di assicurazione; il contratto viene stipulato ogni volta ex novo e ha la durata di un anno; ciò vale a dire che ogni anno potete cambiare assicurazione.
    Il rovescio della medaglia consiste nel fatto che, alla scadenza dell’annualità, non siete più assicurati.

    Questo quanto dice il decreto. Poi è arrivata una circolare del Ministero dell’Interno, quella del 14 febbraio 2013, con la quale il Ministero dell’Interno ha emanato chiarimenti in merito al tacito rinnovo delle polizze assicurative. La circolare stabilisce che l’impresa di assicurazione è tenuta ad avvisare il contraente della scadenza del contratto con preavviso di almeno 30 giorni e nel contempo a mantenere comunque operante la garanzia prestata con il precedente contratto assicurativo fìno all’effetto della nuova polizza ovvero fino al quindicesimo giorno successivo alla scadenza del contratto stesso.
    Siamo in Italia, la confusione è d’obbligo: se si abolisce il tacito rinnovo non ci possono essere i 15 giorni di proroga. E invece abbiamo entrambe le cose…

    Mi sento di dire che i 15 giorni può – per mera logica – applicarli l’assicurazione che assicura nuovamente lo stesso assicurato per quello stesso mezzo; mi spiego: sei mio cliente, continui ad esserlo ed allora io ti agevolo; qualunque altra spiegazione mi sfugge.
    L’unica cosa certa è che questa circolare ha la funzione di salvagente nel caso in cui le Forze dell’Ordine ti vogliano sequestrare il mezzo (o anche solo multare) proprio all’interno di quel periodo di tolleranza o non tolleranza che dir si voglia.

    In attesa di chiarimenti sulla circolare del Ministero, sento a questo punto il dovere di lasciarvi alcune definizioni utili per meglio comprendere il mondo delle assicurazioni auto:

    Attestato di rischio: è il documento che la compagnia di assicurazione è tenuta a rilasciare al contraente e nel quale sono indicate le caratteristiche del rischio assicurato:
    Contraente: il soggetto giuridico (persona fisica o giuridica) che sottoscrive il contratto di assicurazione, assumendosi gli oneri conseguenti, uno fra tutti, il pagamento del premio;
    Franchigia: la parte che economicamente resta a carico dell’assicurato, in caso di sinistro;
    Massimale: il limite economico entro il quale l’assicurazione “copre” l’assicurato;
    Sinistro: il verificarsi di un evento per il quale viene prestata l’assicurazione.

    Ricordatevi inoltre che – quando stipulate un contratto di assicurazione – l’agenzia deve sempre rilasciarvi le condizioni generali del contratto, che vi invitiamo caldamente a leggere con attenzione.
    Conoscere l’assicurazione che avete stipulato vi può preservare da brutte sorprese…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]

  • Isole Aran, Irlanda: colline verdi sul mare e musica folk

    Isole Aran, Irlanda: colline verdi sul mare e musica folk

    aran3-DIIl profumo della colazione mi raggiunge fino in camera risvegliando i miei sensi dal torpore della notte appena passata. Alzandomi alla ricerca di una fonte di luce sono arrivato alla finestra brancolando nel buio, ho aperto le cigolanti persiane di legno mentre il mio sguardo saliva immediatamente al cielo dove piccole nuvole bianche facevano a gara sulla pista celeste, sembravano zucchero filato appena formato.
    Attraverso la finestra con le tendine viola vedevo il cielo spezzato dal verde smeraldo della collina proprio all’altezza dei miei occhi, dove un pascolo di mucche faceva colazione con l’erba bagnata dalla pioggia notturna che, mista ai primi raggi solari, colorava il paesaggio come un acquarello ancora fresco.

    Sono rimasto qualche secondo affacciato a osservare una fila di case colorate e il pub dove avevo ballato la notte precedente, quella era Doolin, un piccolo centro della costa ovest dell’Irlanda affacciato sull’oceano Atlantico, priva di grandi attrazioni ma dove si racconta ci sia la migliore musica folk del paese.

    Con il mio amico Matteo siamo arrivati la sera precedente quando le luci erano già dietro le colline e la temperatura iniziava a pungere, il serbatoio della macchina ormai agli sgoccioli e le possibilità di restare a piedi nella brughiera irlandese aumentavano a ogni metro. La fortuna, apparsa sotto forma di piccolo centro abitato, ci ha dato un aiuto in extremis, una decina di case intorno al solito pub e una pompa di benzina sembravano un miraggio in lontananza… Il distributore, piazzato davanti al portone di una casa, non aveva il casottino per pagare né un totem dove inserire le banconote e rifornirsi con il self, mancava anche il titolare e la pompa era semplicemente abbandonata a se stessa.
    Un cartello consigliava di suonare la campana per ricevere assistenza, mi sono guardato in giro e ho trovato una corda che penzolava sopra la testa, una volta tirata non mi restava che aspettare…

    Dopo rumori strani e cigolii sinistri dalla porta esce un anziano signore dal viso simpatico, le sue rughe profonde denotavano un’inclinazione al sorriso e alla cordialità tipica del carattere irlandese, ci ha raccontato delle sue doti di grande ballerino e del paese dove vive, dei suoi figli in giro per il mondo, e una volta indicata la strada  ci siamo salutati e stretti la mano come vecchi amici.

    La luce del sole era già un ricordo e il cielo ormai blu sfumava all’orizzonte con strisce rosse e arancioni, la strada era stretta e il senso di marcia era lo stesso in entrambe le direzioni, lungo i lati gruppi di pecore ci seguivano e si muovevano come i tifosi dei ciclisti nelle salite più impervie.

    Rainy Day Woman di Bob Dylan era la traccia del cd nell’ultimo tratto prima di arrivare a Doolin, la nostra destinazione, un paesino affacciato sulla costa ovest, scalo da cui imbarcarsi per raggiungere le Isole Aran.

    Abbiamo trovato uno splendido B&B sopra il pub principale del paese nel quale abbiamo cenato, bevuto Guinness e ballato musica folk. Quattro ragazzi in abiti caratteristici hanno suonato le loro chitarre e violini in mezzo ai grossi tavoli in legno, un caminetto acceso e i vetri appannati  hanno reso l’ambiente magico e ospitale in questo inaspettato allegro paese della contea del Clare. Alternavano pezzi caratteristici della musica Irlandese a brani Rock di artisti internazionali ma nativi irlandesi come gli U2 e Van Morrison del quale hanno suonato una bellissima cover di Brown eyed Girl.

    A fine sera abbiamo passeggiato verso il nostro B&B osservando la Via Lattea che illuminava la strada e l’orsa maggiore dominare il firmamento riportando alla mente le parole di Massimo Bubola sul cielo d’Irlanda, ti ubriaca di stelle di notte e il mattino è leggero.

    Dopo la colazione a base di salsiccia, uova al tegamino e bacon, abbiamo preso la strada del porto, il battello “Fortunity” ci aspettava per solcare l’oceano. L’imbarcazione era piccola e aperta, portava una ventina di persone al massimo e quel giorno il mare non era tranquillo, ogni onda faceva sobbalzare la prua scatenando nausee e tempeste intestinali, una signora ne ha fatto le spese inseguendo la propria dentiera lungo lo scafo.

    Finalmente si vedeva l’isola, era Inis Mòr o Arainn Mhor, la più grande delle tre e la più esposta a occidente, dove si vive di turismo e della vendita dei famosi e costosissimi maglioni di lana, abitata da poco più di mille abitanti che vivono in casette indipendenti con giardini delineati da lunghi muretti di pietre incastrate a secco.

    Il silenzio era turbato solo dal fragore del mare e da poche voci dei turisti che si disperdevano nell’aria, il sole saturava i colori rendendo il verde dei prati intenso e avvolgente nella sua uniformità, l’assenza di mezzi a motore rendeva surreale un ambiente nel quale la tranquillità era di casa. Per ammirare la sua bellezza siamo saliti su un carretto guidato da un vecchio signore e il suo mulo Charlie alimentato a frustate nel sedere.

    Durante la gita, l’uomo originario di Galway ci ha raccontato la sua vita tralasciando informazioni sull’isola in un incomprensibile inglese dal fortissimo accento irlandese, mi sono affidato perciò alla guida scoprendo che il forte che vedevo in cima alla collina si chiamava Dun Aengus, era stato costruito durante l’età del bronzo e situato a un’altezza di cento metri sul livello del mare a picco su una spettacolare scogliera di calcare.
    Scesi davanti al grosso muro che cingeva la roccaforte ormai consumata dagli anni e dal clima abbiamo ammirato il paesaggio dal quale si dominava su un panorama a 360 gradi, da una parte l’arcipelago e l’Irlanda, dall’altra l’Oceano Atlantico.
    L’erba danzava sulle sinfonie del vento e il sole lanciava schegge di luce che si diramavano in ogni direzione, un gabbiano si faceva trasportare gestendo le correnti con lievi movimenti alari. Il forte è stato sede di compagnie militari ma anche di celebrazioni religiose, una spianata con grosse pietre che riportano alla mente i menhir di Stonehenge era il loro sito,  l’aria era mistica e ancestrale e il modo migliore per fondersi con il momento era ascoltare buona musica, la scelta è caduta su Bouree dei Jethro Tull forse il più bel brano di quelli che J.S.Bach ha ispirato al gruppo scozzese capitanato da Ian Anderson.

    Il mulo Charlie iniziava a spazientirsi e abbiamo dovuto risalire e percorrere la strada verso il porticciolo in attesa dell’imbarcazione per la prossima isola, nel tragitto, sfogliando la guida ho trovato una  foto che li raffigurava, dopo averla vista ha accennato un sorriso ma non restò troppo sorpreso, forse non vedeva l’ora di raccontare la  propria vita ad altri turisti e ci ha congedato con una forte stretta di mano.

    Siamo salpati verso mezzogiorno con rotta verso Inis Meain, la giornata si manteneva inaspettatamente tiepida e poche nubi sembravano sul punto di minacciarla, una piccola orca saltò improvvisamente fuori dall’acqua e vi rientrò con un colpo di coda maestoso per poi sparire nelle profondità marine.
    Questi sono gli istanti in cui le domande diventano superflue ed è obbligo immergersi nell’ambiente circostante, nel mio caso canticchiando una bella canzone, oceano del nostro Fabrizio De Andrè, forse non tra le più conosciute ma per me una delle più importanti e belle della sua produzione.

    Arrivati a Inis Meain abbiamo mangiato un hot dog passeggiando sulle strade sterrate che conducono ai bellissimi cottage e alle rovine di un antico forte medioevale. L’isola, con una popolazione di 200 persone è la meno abitata dell’arcipelago ma non la più piccola, il paesaggio e il clima restano invariati ma essendo meno turistica permette di preservare meglio la lingua Gaelica, l’idioma originale irlandese, distribuita in zone chiamate Gaeltacht e parlata da circa centomila persone che portano avanti la loro crociata a favore della conservazione delle tradizioni locali.

    aran-uomo-carro-DICome si vive in questi luoghi? Per sopperire a questa curiosità abbiamo parlato con un abitante, un signore che vive con la moglie e un piccolo orto fuori dal suo cottage. Ci ha raccontato che le tre isole sono in simbiosi tra loro ed è facile rifornirsi dai piccoli negozi di  generi alimentari presenti e con un sorriso dice di pregare tutti i giorni il signore per la loro salute.
    Dopo il saluto ci ha richiamato e corso in contro dicendo che si era dimenticato che non esiste posto al mondo che lo rende più felice e non esiste città paragonabile ai miliardi di stelle che ogni sera si accendono sopra la sua testa.

    In porto abbiamo aspettato l’ultimo traghetto che a ogni isola visitata diventava sempre più piccolo, questo si chiamava “Lucky” ed era capitanata da un corpulento uomo dalla barba bianca che sembrava barcollare per qualche bicchiere di troppo piuttosto che per l’ondeggiare del mare.

    Inis Oirr è la più piccola ma non la meno popolosa, è la più vicina all’Irlanda, ed è collegata da numerose rotte giornaliere che la rendono fondamentale per l’arcipelago. Per visitarla abbiamo noleggiato due biciclette e siamo arrivati nel piccolo villaggio composto da caratteristici cottage con il tetto in paglia e un bellissimo pub con vista sul mare dove abbiamo bevuto un ottima Guinnes e riposato i muscoli. I negozi di articoli locali vendono prevalentemente maglieria di lana tipica famosa per il colore e per il calore che raccoglie al suo interno, rigorosamente preparati a mano il loro prezzo oscilla tra i cento e i trecento euro.

    Non potendo spendere tutti quei soldi ho deciso di ripiegare su un’armonica a bocca che conservo ancora gelosamente e che ogni volta che suona mi riporta magicamente in quei luoghi. E’ stata sufficiente un’ora per girare l’isola, conoscere una vecchietta e il suo gatto, bagnare i piedi in mare e raccogliere un fiore come ogni viaggio e riporlo nella guida, un ricordo, un profumo e un colore delle Isole Aran.

     

    Diego Arbore

  • Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Pier Luigi BersaniSe oggi la situazione politica appare ingarbugliata ed indecifrabile, ciò non dipende dal fatto che la realtà è complessa. Lo si deve piuttosto al mondo dell’informazione, che ha in gran parte fallito il compito di elaborare un’interpretazione convincente dei fenomeni; e che per questo ieri non è stata capace di vedere il cambiamento che stava arrivando, così come oggi è incapace di inscatolare gli avvenimenti nelle anguste categorie che si era creato. Non stupisce che fuori dall’Italia sia difficile capire come un comico possa diventare l’ago della bilancia del governo di un paese: ma chi in Italia ci vive, si sarebbe dovuto rendere conto già da lungo tempo che i comici per far ridere raccontavano la verità e i giornalisti per raccontare la verità facevano ridere.

    Invece questa curiosa genia fatta di opinionisti, notisti e intellettuali si è fatta trovare ancora una volta impreparata: e a questo punto c’è il fondato sospetto che pochi di questi sappiano fare davvero il loro mestiere. Un mestiere, a mio modesto avviso, nobile, difficile e non privo di una certa utilità (contrariamente a quanto pensa probabilmente lo stesso Beppe Grillo); un mestiere che richiede non solo di saper trattare l’attualità, ma anche di saperla contestualizzare alla luce di dinamiche più profonde di lungo periodo; un mestiere che richiede quindi sensibilità e intuizione, ma anche un’ ampia preparazione culturale e storica – ecco perché in questo caso si può ben dire che “uno non vale uno”.

    giornaliGli opinion makers di casa nostra tendono spesso a schiacciarsi su un presente che quasi sempre li coglie impreparati, e che quindi li costringe a tentativi affannosi di giustificare a posteriori quello che prima non avevano saputo intuire; mentre nell’errore opposto cadono quelli a cui piace bearsi di ripetere la lezioncina imparata a memoria all’università, magari sui pregi del “libbbbberalismo” (più “b” ci sono, più si è “liberali”). E questi sono quelli onesti.

    C’è poi la categoria di gran lunga più diffusa di quelli le cui opinioni tendono a coincidere misteriosamente con gli interessi del datore di lavoro o degli amici altolocati; gente che spesso non ha nemmeno bisogno di vendersi, perché, come è già stato detto, viene via gratis. Appartengono a questa categoria anche gli “opinionisti terroristi”: sono quelli che “mamma, li populisti!”, quelli che “Grillo è come Mussolini!”, quelli che “uscire dall’euro ci porterà la carestia, la pestilenza e l’angelo della morte!”, quelli che “ci intercetteranno tutti!”, quelli che “il giustizialismo strisciante” e anche quelli che “la famiglia è uomo e donna, e i gay violentano i bambini!”. Insomma avete capito il genere: si tratta di persone per le quali non serve argomentare, perché è più facile terrorizzare la gente col vecchio adagio che sulla strada nuova si sa quel che si perde, ma non si sa quel che si trova.

    Ciò non significa – ad uso e consumo di quelli la cui mamma è sempre incinta – che tutto quanto è nuovo vada bene, che non occorra prudenza e che non ci possano essere rischi dietro l’angolo: tutt’altro! Ma in certi casi è evidente che l’intento non è sostenere una tesi con delle argomentazioni, quanto piuttosto spaventare la “brava gente” per indurla ad una scelta conservatrice: ed è per questo che si  dipinge il futuro a tinte fosche, mentre si tralascia di sottolineare adeguatamente quanto talvolta sia difficile, disperata e terribile anche la stessa realtà presente. D’altra parte, pure su questa rubrica non sono mancati errori: ma almeno si è sempre fatto lo sforzo di una riflessione laica sui problemi. E se c’è una visione di parte, sapete comunque che è la mia: e di nessun altro.

    Così l’analisi che avevo fatto a suo tempo del fenomeno Grillo-M5S potrà non essere condivisa: ma almeno è chiaro che non è dipesa da simpatie personali o dall’onda del momento. Tant’è che oggi posso tornare tranquillamente a ribadire quello che avevo detto allora: cioè che il M5S, come dice il nome, è un movimento e non un partito (e questa è sia un forza, sia una debolezza); che non ha un’ideologia di riferimento, né una struttura (e questo è un problema per la sua tenuta); che è radicale ma non eversivo; ed infine che oscilla tra il desiderio di portare a compimento la Costituzione e la democrazia (un primo successo in questo senso è la concreta messa in discussione della politica dei “notabili” di ottocentesca memoria) e un “modernismo” o “giovanilismo” piuttosto incosciente.

    Questa ricostruzione ha già dentro quasi tutta la più stretta attualità. E tra la altre cose ha il non secondario pregio di risparmiarmi la parte assai stucchevole di quello che alza il ditino ad ogni sparata inconsulta del comico.

    Immagino però che i più non siano interessati tanto a una riflessione generale, quanto piuttosto a sapere se Grillo si alleerà con Bersani, se andremo presto a votare e, nel caso, cosa succederà dopo. Anche in questo caso, tuttavia, quello che si può dire già si sa.

    beppe-grilloLa settimana scorsa non avevo preso nemmeno in considerazione l’ipotesi di un governo Bersani-Grillo; non tanto perché fossi consapevole dell’intransigenza del mio concittadino, quanto perché era e resta evidente che si tratti di un’ipotesi impraticabile. Grillo rifiuta ogni fiducia, e questo è un dato di fatto che mette fine ad ogni discussione; ma se anche accettasse un’alleanza sulla base dei famosi 8 punti, ne ricaveremmo davvero quella “governabilità” che è usata come giustificazione di tutta l’operazione? Ovviamente no.

    Fino all’altro giorno i due si davano allegramente del “morto vivente” e del “fasssista” a vicenda. Nel frattempo si metteva in croce il povero Vendola affinché promettesse di non ripetere gli ormai famosi “scherzetti” di Bertinotti che contribuirono a far cadere ben due governi di centro-sinistra (al netto dei vari De Gregorio).

    Ora improvvisamente, se poteva essere un rischio Vendola, non lo sarebbe più Grillo? Si può pensare davvero che quello che non riuscì a Prodi con 281 pagine di programma, potrebbe riuscire a Bersani con 8 punti, per giunta a fronte di un “alleato” ben più combattivo e numeroso? Che sia pura follia lo si capisce anche dall’atteggiamento dello stesso segretario del PD, che pronuncia parole come “sfida al M5S” e “prendersi le proprie responsabilità” con un tono talmente seccato e polemico, da non lasciar presagire la minima possibilità di una lunga e duratura collaborazione. Il realismo impone di dire che un eventuale governo PD-M5S, per incompatibilità e antipatie reciproche, durerebbe molto poco e manderebbe a catafascio ogni velleità di governabilità.

    Bersani PdBersani e i suoi avrebbero fatto meglio a evitare di impiccarsi al mantra della stabilità di governo: un esecutivo sicuro e compatto è sicuramente desiderabile, ma anche la volontà degli elettori non va trascurata. Se il responso delle urne ha diviso il parlamento in tre forze tra loro inconciliabili, inutile strapparsi la veste: si può benissimo ammettere pubblicamente che bisogna tornare a votare. Anzi, il PD avrebbe avuto tutto il tempo di studiare una strategia aggressiva per tornare in carreggiata. Ed invece ha preferito agitare lo spauracchio della “governabilità” col solito intento di spaventare la gente attraverso i presunti limiti politici del M5S. Purtroppo questi dirigenti non si vogliono rassegnare alla legge di Murphy: ogni manovra del PD per ottenere un risultato politico si traduce in un effetto uguale e contrario.

    Bersani continua a predicare il bene di “sto paese qui”, si strappa i capelli (salvo poi rendersi conto che l’operazione è inutile), fa e disfa punti su punti, lancia “sfide” a Grillo e ne ottiene in tutta risposta una sonora pernacchia; mentre la gente capisce quello che c’è da capire: il PD, se insegue le idee del M5S, allora ha sbagliato i temi della campagna, non ha una coerenza e cambia agevolmente posizione a seconda della possibilità di creare alleanze di governo. Risultato: i sondaggi dicono che Grillo sta salendo ancora.

    Ma quello che più conta – e che a Bersani probabilmente sfugge – è che Grillo vince qualunque cosa accada. Vince se va al governo con i numeri per attuare il proprio programma; ma vince ancora di più se va all’opposizione, perché il momento difficile e questi dirigenti di sinistra inconcludenti e senza realismo farebbero verosimilmente, sul lungo periodo, il suo stesso gioco. C’è un solo scenario che rende incerto il futuro di tutti: un ritorno alle urne che, con la stessa legge elettorale di oggi, riproponga lo stesso esito di oggi. Ma di questa eventualità è ancora presto per parlare.

    Andrea Giannini

     

  • Piccolo lago nel proprio giardino: come realizzarlo e personalizzarlo

    Piccolo lago nel proprio giardino: come realizzarlo e personalizzarlo

    laghetto 1Questa settimana ci occuperemo della modalità di realizzazione e della successiva manutenzione, in un giardino, di un laghetto. Nel prossimo articolo ci dedicheremo invece ad elencare le piante più adatte a crescere nei terreni umidi ed acquitrinosi e sulle sponde dei bacini.
    Come abbiamo avuto già modo di dire in un nostro precedente scritto, l’inserimento dell’acqua ha infatti sempre un ruolo di notevole importanza nell’ambito della realizzazione di parchi, di giardini e di aree verdi. Essa movimenta gli spazi e riproduce, riflesse sulla sua superficie, piante, fiori, alberi e cespugli.

    Va poi ricordato che vi sono molte ed interessanti varietà botaniche (per esigenze di spazio, ne indicheremo qui solo alcune) che richiedono ambienti umidi o acquitrinosi per potersi sviluppare e
    laghetto 2propagare nel migliore dei modi. Data la loro indiscutibile valenza estetica e peculiarità, vale la pena sfruttare il loro possibile impiego anche all’interno di vasche e di recipienti sia sui terrazzi che in spazi aperti. In questo caso sarà però necessario tenere in particolare considerazione la collocazione dei recipienti e soprattutto la loro esposizione al sole. In generale, l’acqua infatti tende, se contenuta in spazi ristretti, ad evaporare rapidamente, specie nei periodi estivi. Essendo essa poi ivi presente in quantità limitata, l’esposizione ai raggi solari ne determina in breve tempo un notevole surriscaldamento, talvolta eccessivo per la sopravvivenza stessa delle piante.

    laghetto 3

                                                                                                                                             La realizzazione del laghetto: ci soffermeremo solo brevemente sulle principali fasi di costruzione di un laghetto, rimandando per ulteriori approfondimenti, ad un volume specifico sull’argomento.

    Innanzi tutto, fondamentale, per la buona riuscita finale del progetto, è la scelta del tipo di bacino da impiegare.
    Le vasche migliori sono rigide, in plastica rinforzata con fibre di vetro. Esse risultano molto resistenti sia al gelo che al ghiaccio. Queste ultime, se vengono trattate con la massima cura prima e durante l’installazione, sono praticamente a prova di foratura e spaccatura e quindi di perdite.

    Le vasche stampate nella plastica sotto vuoto sono, invece, indubbiamente meno costose delle precedenti laghetto 4ma si presentano in un numero molto limitato di forme e di dimensioni.
    Vi sono infine le così dette vasche flessibili. Esse erano, un tempo, formate da teli di polietilene relativamente fragili, attualmente vengono realizzate con strati in PVC, rinforzati con nylon. L’impiego di quest’ultimo materiale stabilizza la struttura e garantisce che la vasca abbia una durata pari o anche superiore ai dieci anni. Infine, l’impiego di membrane di gomma sintetica a base di butile garantisce, a fronte di costi maggiori, la realizzazione di involucri per laghetti dalla durata quasi eterna.

    Semplificando di molto la procedura di realizzazione di un laghetto, si possono riassumere le seguenti fasi.
    Nel caso in cui si sia optato per una vasca rigida, si comincia posizionando quest’ultima sull’area dove dovrà essere effettuato lo scavo e riportando i punti di contorno della vasca a terra a mezzo di una livella.laghetto 5

    Lo scavo dovrà essere realizzato in modo che sia più largo di quindici centimetri del contenitore. Durante tale operazione si misurerà a mano la profondità in modo che essa non superi l’altezza della vasca rigida. Una volta raggiunta tale quota si compatterà il fondo e si coprirà quest’ultimo con uno strato di sabbia di due centimetri e mezzo di spessore. Si premerà poi la vasca nella sabbia controllando che il piano sia perfettamente orizzontale. Completate queste fasi, si inizierà a riempire tale contenitore di acqua, seguendo il livello ed inserendo frattanto della sabbia tra l’intercapedine e la parete del terreno. Quando la vasca sarà stata resa stabile si completerà il bordo rivestendolo con lastre di pietra. Queste ultime dovranno sporgere sulla vasca per cinque centimetri e saranno posate con la malta facendo bene attenzione a non sporcare l’acqua.

    Nel caso in cui si sia invece optato per la scelta di una laghetto 6vasca flessibile, si dovrà tracciare la forma voluta sul terreno con dei picchetti e si dovrà poi iniziare lo scavo fino a raggiungere la prima quota dei ripiano del bordo. Si dovrà successivamente ancora scavare per collocare nel terreno la parte più profonda del contenitore, completando lo scavo fino alla quota stabilita. Durante tutto lo svolgimento di queste operazioni, si porrà infine particolare attenzione a rimuovere tutte le pietre e le radici dalla buca affinché esse non rischino di provocare dei fori al telo.

    Ricordiamo che la sommità della vasca deve essere sempre orizzontale e che eventuale pendenze vanno sistemate con muretti di sostegno fatti in pietra dal lato superiore e con terreno di riporto da quello inferiore.
    A questo punto e completate tutte le operazioni, si potrà riempire la vasca di acqua, spostando i mattoni man mano che il telo viene steso. Una volta che l’acqua sarà arrivata a cinque centimetri dal bordo si procederà a tagliare, con le forbici, il telo di troppo, lasciando una eccedenza di quindici centimetri tutto intorno. Tendendo il telo fermo con dei chiodi, si poseranno poi le lastre di pietre sul bordo della vasca, come già descritto per la vasca rigida.laghetto 7
    E’ molto importante ricordare che la vasca, di qualsiasi tipo essa sia, andrà sempre posizionata in modo da essere esposta a molta luce naturale e dovrà essere comunque ubicata lontano da piante, alberi o cespugli.

    Per ragioni tecniche, le vasche con superfici sino a nove metri quadrati dovranno essere profonde almeno quarantacinque centimetri mentre, per vasche di più ampia metratura, si potrà arrivare alla profondità di sessanta centimetri. Un massimo di settantacinque centimetri potrà essere raggiunto per i laghetti di dimensioni maggiori.
    Completate le operazioni sopra descritte, si posizioneranno finalmente, sul primo gradone libero, i contenitori delle piante acquatiche scelte. Questi ultimi potranno essere portati a livello della quota dell’acqua a mezzo dell’impiego di mattoni o pezzi di lastre di pavimentazione. In questo modo, le foglie delle piante si troveranno a pelo d’acqua e creeranno l’effetto di un bacino acquatico naturale.

    laghetto 8

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Assicurazione auto, libero mercato sul web: i consigli dell’esperto

    Assicurazione auto, libero mercato sul web: i consigli dell’esperto

    Corso EuropaDal 1970 l’assicurazione auto è obbligatoria, come già abbiamo ricordato in un altro articolo. Per cui chi circola senza la copertura assicurativa, oltre a rischiare grosso, è passibile di sanzione amministrativa secondo i dettami del Codice della Strada.
    Dal 1995 vige, anche nel mercato della cosiddetta RC Auto, il libero mercato. Che cosa significa? Significa che ogni impresa assicuratrice può applicare il prezzo che ritiene; in precedenza, la tariffa RC Auto era uniformata su base statale (ministeriale): l’RC Auto costava uguale per tutti, con le uniche varianti relative ai cavalli fiscali ed alla classe di merito.
    Dal 1995 liberi tutti o, se preferite, tutti in prigione. E senza passare dal via…

    Da quel momento sono cambiati (e di molto) i parametri dell’assicurazione tradizionale. Poi il web ci ha messo del suo.

    Partiamo da due punti chiave:
    1. I soggetti che possono vendere assicurazioni debbono, previo assenso della CONSOB, essere presenti nel registro dell’IVASS (ex ISVAP, il cui sito resta e rimane www.isvap.it tanto per confondere le idee…); nel sito potete trovare tutte le imprese che operano nel nostro territorio, a scanso di truffe o assicurazioni inesistenti.
    2. L’assicurazione RC Auto (dove RC sta sempre per Responsabilità Civile) è una cosa seria e purtroppo viene trattata come se si fosse al mercato.

    Beh, al mercato in effetti ci siamo, ma pare che si siano travalicati i limiti: nel 1995 ci assicurarono (è il caso di dirlo…) che le tariffe sarebbero diminuite e che sarebbe aumentata la professionalità degli agenti. Dopo quasi vent’anni gli aumenti sono stati tali da rendere l’Italia il paese con le tariffe più alte d’Europa. E gli agenti? Sono rimasti quelli atmosferici, visto che le assicurazioni on line ne hanno fatto sparire quai il 40%, a scapito proprio di quella professionalità promessa allora.

    La semplificazione che ci offre il web fa perdere di vista all’utente la validità di una proposta assicurativa propriamente detta.
    Ormai con pochi clic possiamo ottenere un preventivo senza sapere bene che cosa stiamo “acquistando”. Facile avere così brutte sorprese proprio nel momento del bisogno, ovvero quando l’assicurazione deve pagare un danno.

    Per chiudere questa parentesi assicurativa, altri due consigli:
    1. Per verificare la “bontà” di un preventivo, fate sempre il confronto delle condizioni contrattuali della vostra “vecchia” assicurazione con quelle della “nuova” assicurazione.
    2. Il bonus malus CU è il vero bonum malus, ossia quello valido per tutte le imprese di assicurazione; non fatevi ingannare dalla classe di merito “fasulla” che può avervi regalato la vostra assicurazione.

    La prossima settimana vi elargiremo ancora qualche pillola di saggezza.
    Assicurativa.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Metafore concettuali nella propaganda politica: le bombe intelligenti

    Metafore concettuali nella propaganda politica: le bombe intelligenti

    guerra“Devo investire il mio tempo libero nello studio dell’inglese.” Quante volte vi sarà capitato di sentire quest’affermazione o quante volte sarete stati voi stessi a pronunciarla! Se l’avete fatto, senza rendervene conto, avete utilizzato una metafora concettuale.

    Vi chiedo scusa. Messa in questi termini può forse sembrare che abbiate commesso un’azione malvagia, della serie: “Hai usato una metafora, pentiti subito!” In realtà non avete fatto proprio nulla di male. Anzi, per quanto raramente ne siamo consci, l’uso delle metafore nella lingua quotidiana è assolutamente normale.

    Infatti, ricorriamo in modo continuo e sistematico alle metafore quando parliamo; soprattutto, però, le utilizziamo quando pensiamo. Questo è il risultato al quale sono arrivati due studiosi americani, George Lakoff e Mark Johnson, gli autori della Conceptual Metaphor Theory (CMT), ovvero la Teoria delle Metafore Concettuali.

    Nel loro libro Metaphors We Live By, pubblicato nel 1980, Lakoff e Johnson parlano della natura concettuale delle metafore, che invece normalmente vengono associate al linguaggio, in particolare a quello poetico. I due linguisti americani sostengono che ricorriamo a domini concettuali più concreti e immediatamente comprensibili per interpretare gli aspetti o i domini concettuali più astratti e complessi della realtà che ci circonda. Queste metafore concettuali trovano poi espressione nel linguaggio che usiamo quotidianamente. Per esempio, possiamo concepire il dominio concettuale del tempo, più astratto, attraverso quello più concreto del denaro. Da qui vengono generate espressioni linguistiche quali: “risparmiare tempo” e, appunto, “investire il proprio tempo” (in inglese “investing in one’s time”) come nell’esempio iniziale. Un’altra metafora concettuale esprime l’amore, dominio più astratto, partendo da quello più concreto del viaggio. La frase: “La nostra storia è giunta al capolinea” è un buon esempio linguistico della metafora concettuale L’AMORE E’ UN VIAGGIO.

    Forse in ossequio alla metafora concettuale che vede la vita come un viaggio, Lakoff, così come un altro grande linguista, Noam Chomsky, ha iniziato un lungo percorso che l’ha gradualmente condotto ad applicare le sue teorie linguistiche alle scienze politiche, riscontrando in particolare un uso proditorio delle metafore nella ricerca del consenso popolare da parte dell’amministrazione Bush a sostegno dell’operazione Desert Storm contro l’Iraq durante la Guerra del Golfo (1991).

    Le osservazioni di Lakoff non sono affatto paranoie complottistiche. Come già abbiamo avuto modo di vedere nella scorsa puntata, parole, pensieri e azioni sono strettamente connessi tra loro e come cittadini attivamente impegnati e informati è nostro compito filtrare sempre con grande attenzione ciò che ci viene detto dai media. Pensate alle peacekeeping missions, le cosiddette “missioni di pace” dei Blue Berets (i “caschi blu”). Per esempio, di quali azioni di peacekeeping si sarebbero resi protagonisti i soldati ONU a Srebrenica, durante il più sanguinoso genocidio avvenuto in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale?  Oppure vogliamo parlare delle “smart bombs”, le “bombe intelligenti” che ogni tanto si instupidiscono e colpiscono la popolazione civile? Che cosa dire poi delle clean bombs, armi di distruzione di massa, ordigni termonucleari definiti “puliti” (clean, appunto) soltanto perché limitano il fallout radioattivo? Pensiamo alla misura in cui espressioni di questo tipo agiscono da dolcificanti – per non dire anestetici – per la nostra mente, quando si parla invece di azioni militari, le quali spesso causano la morte di innocenti. Quanta ipocrisia! E quanta vergogna dovrebbe provare chi distorce con questi mezzucci linguistici la tragica verità della guerra!

    Per concludere e sdrammatizzare – ma non troppo – torna alla mente una celebre scena di “Palombella Rossa” di Nanni Moretti: “Come parla! Le parole sono importanti,” urla il protagonista del film alla sua intervistatrice. A volte ci dimentichiamo di quanto questa frase sia semplice, ma vera… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale, Sampierdarena: immigrazione, sicurezza e polemiche

    Consiglio Comunale, Sampierdarena: immigrazione, sicurezza e polemiche

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Sampierdarena, quartiere di gang, di lotte tra gruppi criminali, di risse talvolta mortali. Tutti argomenti che riempiono intere pagine dei nostri quotidiani locali, affamati della cronaca più nera possibile. Benché talvolta i mass media presentino questi fenomeni enfatizzandone la componente più truce e spettacolare, è purtroppo una realtà che in certe zone della nostra città la sicurezza rappresenti un problema molto delicato; perché il passaggio dalla paura per la propria incolumità alla discriminazione può risultare più facile del previsto.

    Pdl bacchettato da destra e sinistra per aver attribuito ai cittadini ecuadoriani le ragioni del disagio a Sampierdarena

    Su questo punto si è particolarmente animata la discussione di ieri in Consiglio Comunale, dopo la presentazione di una mozione del Pdl in cui veniva indicata la  difficile integrazione degli immigrati dell’Ecuador come la causa principale dell’emergenza criminalità a Sampierdarena. Il passaggio incriminato evidenziava che le problematiche di questo quartiere sono dovute «alla forte presenza di immigrati, soprattutto ecuadoriani, con problemi di integrazione attraverso la trasposizione di usanze e metodi di vita inconciliabili con la nostra cultura basata sul rispetto delle regole e di una civile convivenza».

    Immediato l’intervento del consigliere Musso, il quale, presentando le sue proposte di modifica a questa mozione, ha chiesto che venisse eliminata dal dispositivo tale frase. L’ex senatore non voluto negare che i problemi di integrazione possano essere la radice di molti problemi per i cittadini, ma ha aggiunto anche «se io per ventura fossi di nazionalità ecuadoriana e leggessi che il Consiglio Comunale del Comune in cui abito ha approvato un documento del genere mi riterrei profondamente offeso».

    Durissimo il giudizio del sindaco Doria sulla mozione pdl: è razzista

    Via Buranello SampierdarenaNon è bastato che la consigliera Lauro, capogruppo del Pdl, accettasse di cancellare questa parte della mozione, per evitare un intervento particolarmente duro del Sindaco Doria che ha parlato senza mezzi termini di «mozione politicamente irricevibile e razzista per il giudizio che da nei confronti di quelli che l’amministrazione considera a tutti gli effetti cittadini genovesi», facendo riferimento agli stranieri di seconda o terza generazione, nati e cresciuti a Genova.

    Lilli Lauro ha risposto alle critiche dicendo che esse derivano da una scarsa conoscenza del territorio «evidentemente il Sindaco non è mai stato al Campasso e non ha visto tutto il sangue che c’è per terra quasi tutte le sere».

    Nonostante la discussione abbia avuto toni molto accesi la mozione non è stata nemmeno posta al voto, poiché i punti che affrontava sono stati superati da successive decisioni della Giunta stessa. In particolare il documento chiedeva di selezionare le associazioni che avrebbero svolto attività per la diffusione della cultura della legalità nei quartieri, e a cui sarebbero spettati i 190 mila euro messi a disposizione da Comune e Regione, sulla base di un bando pubblico, ma il soggetto attuatore è già stato definito con una delibera del dicembre 2012. La scelta, guidata dalla presenza di particolari professionalità, disponibilità di strumenti e risorse idonee e presenza sul territorio è ricaduta sul Job Centre.

    Tuttavia, come ha sottolineato anche il M5S, le attività individuate dalla Giunta saranno soprattutto di carattere civico culturale, mentre hanno ricevuto minore attenzione le necessità che riguardano dell’educazione scolare e il lavoro per questi cittadini stranieri. Il capogruppo del  movimento Paolo Putti ha infatti proposto di integrare le azioni stabilite dall’amministrazione con misure per contrastare l’abbandono scolare e la creazione di borse lavoro per dare ai ragazzi del quartiere «un’alternativa di percorso di vita». In assenza di questi interventi può esservi il rischio che i destinatari di questo progetto non sappiano coglierne il valore poiché non sono in grado di concepire un’esistenza alternativa a quella che già conducono ai margini della delinquenza.

     

    SI AGGRAVA LA SITUAZIONE DI AMT

    autobus-amt-3Intanto mentre in aula giunge la notizia della decisione dei lavoratori di AMT di proseguire lo sciopero oltre il termine previsto delle 17:30.

    Il tema era stato affrontato ad inizio seduta in seguito alla richiesta di chiarimento all’assessore alla Mobilità Dagnino sull’eliminazione del biglietto integrato. Nonostante i 35 milioni trasferiti dal Comune nelle casse dell’azienda e le molte rassicurazioni sul mantenimento di questo tipo di tariffazione, proprio in questi giorni è giunta la notizia del mancato accordo tra AMT e Trenitalia. L’assessore Dagnino aveva già avuto modo di spiegare che l’amministrazione considerava eccessiva la richiesta di 8 milioni di euro da parte di Trenitalia anche perché attualmente non è possibile verificare l’effettivo volume di utenti ce utilizzano effettivamente il trasporto integrato bus e treno.

    Anche il Sindaco Doria è intervenuto sull’argomento affermando che l’amministrazione è convinta che si stia pagando troppo per il servizio offerto da Trenitalia e che per il 2013 «AMT non è in grado di dare un euro di più» dei 7 milioni e mezzo da tempo stabiliti e a cui la Regione avrebbe dovuto aggiungere un altro milione che, invece, non arriverà.

    La speranza della Giunta è di poter giungere ad un accordo temporaneo con Trenitalia per il 2013 che consenta di mantenere il trasporto pubblico integrato gomma – ferro, per poi avviare un’analisi più precisa che permetta di rispondere a due precise domande: quanto costa il servizio integrato e chi lo paga. Fino ad oggi il biglietto integrato era l’unico esistente e ciò ha implicato che anche coloro che non usufruiscono del treno sono costretti a pagarlo (e viceversa). È quindi possibile, come ha anticipato l’assessore Dagnino, che dal 2014 si torni a distinguere tre titoli di viaggio: solo bus, solo treno, integrato.

     

    Federico Viotti

  • Consiglio Comunale: Lista Doria, scontro con la Giunta sul PUC

    Consiglio Comunale: Lista Doria, scontro con la Giunta sul PUC

    palazzo-tursi-M5S-giunta-DSono riprese giovedì scorso le sedute del Consiglio Comunale dopo la pausa elettorale. Tutti gli occhi erano ovviamente puntati sui consiglieri del Movimento 5 Stelle in attesa di chissà quale gesto clamoroso o dichiarazione di forza che evidenziasse un cambio di atteggiamento dopo il clamoroso successo alle politiche. E invece è stata la stessa lista creata dal sindaco Marco Doria a schierarsi contro la propria Giunta.

    consiglio-comunale-28-febbraio-2013

     

     

    Tutto ha avuto inizio con la presentazione di due emendamenti da parte della Lista Doria su una delle  delibere della Giunta. La delibera in oggetto riguardava una modifica apportata dalla nuova amministrazione al Piano Urbanistico Comunale (PUC) per permettere alle «piccole attività produttive e artigianali tradizionalmente presenti sul tessuto urbano e residenziale» di continuare ad operare laddove, invece, il PUC ne aveva previsto l’incompatibilità con specifiche aree. Si tratta per esempio di negozi o piccoli laboratori che da sempre operano in una certa zona e per diverse ragioni vorrebbero spostarsi di pochi metri. Proprio per salvaguardare queste attività la nuova amministrazione ha ritenuto sufficiente richiedere loro degli adeguamenti igienico-sanitari e il rispetto dei limiti di inquinamento.

    Su questa delibera la Lista Doria ha presentato 2 emendamenti che il capogruppo Pignone ha presentato affermando «Vogliamo sottolineare con chiarezza alcuni punti che potevano sembrare equivoci». Un intento che però lo stesso Vicensindaco Bernini (Pd),  in qualità di assessore all’urbanistica, non ha apprezzato dichiarando inammissibile il secondo emendamento e dando parere contrario al primo, affermando che la modifica proposta avrebbe di fatto annullato il provvedimento della Giunta. Nel proprio intervento il Vicesindaco non ha risparmiato nemmeno una stilettata alla gruppo consiliare legato al Sindaco affermando «mi dispiace che il Gruppo Doria non abbia potuto partecipare ai lavori della commissione perché avremmo potuto affrontare in modo esplicito la questione».

    La tensione in aula si fa palpabile e diventa persino necessario un chiarimento in privato tra il capogruppo Pignone, il Sindaco e il Vicesindaco, a conclusione del quale il primo dei tre annuncia il ritiro degli emendamenti. Il finale è al limite del paradosso poiché, non essendo consentito ritirare gli emendamenti dopo la fase di discussione che si era già conclusa in aula, alcuni membri della Lista Doria si trovano costretti a votare contro le modifiche da loro stessi proposte.

    Un episodio che potrebbe risultare poco rilevante, visto che non ha modificato le intenzioni della Giunta e non riguardava un argomento di primaria importanza, ma che, collegato agli scossoni politici post voto, ha evidenziato un fatto molto importante. Infatti, il capogruppo del M5S Paolo Putti, durante le interviste rilasciate ai giornalisti per commentare il risultato elettorale, ha lanciato un appello alla Lista Doria chiedendole di «non farsi più condizionare dal Pd». Una richiesta da tempo avanzata dai grillini, che su alcuni argomenti, come la Gronda e il Terzo Valico, hanno posizioni simili ai consiglieri della lista civica creata dal Sindaco. Una richiesta ora rafforzata della grandissima affermazione del movimento anche in Liguria, in cui ha superato lo stesso Pd per numero di voti.

    Sarà difficile scardinare l’alleanza tra Pd e Lista Doria. Tuttavia, se già si erano evidenziate alcune difficoltà del primo partito a mantenere il controllo del Consiglio, soprattutto sul tema delle grandi opere, esse potrebbero diventare ancora maggiori a causa del clima di incertezza politica che caratterizzerà i prossimi mesi.  Mesi in cui i consiglieri dovranno esprimersi proprio su questo argomento.

    I derivati del Comune

    In avvio di seduta si è parlato anche dei derivati in possesso del Comune di Genova dopo l’allarme sollevato dalla Corte dei Conti, la quale ha recentemente emesso una direttiva per chiedere alle amministrazioni locali di liberarsi di questo strumento finanziario che ha già comportato molte perdite per gli enti locali. L’assessore al Bilancio Miceli ha fatto un punto della situazione spiegando che il Comune ha ancora in essere 2 contratti, il primo di circa 7 milioni di euro con la banca Unicredit in scadenza nel 2022 e il secondo di circa 13 milioni con la BNL in scadenza nel 2020. Questi contratti erano serviti negli anni 2000, in un momento in cui i tassi di interesse variabili stavano aumentando in modo molto preoccupante comportando costi sempre maggiori per ripagare il debito dell’amministrazione, per trasformare alcuni mutui a tasso variabile del Comune in mutui a tasso fisso. Quella che allora poteva essere vista come una manovra migliorativa dei conti pubblici locali rischia oggi, con i fenomeni speculativi in atto sui mercati finanziari, di tradursi in una pericolosa minaccia.

    Come spiega l’assessore possono essere percorse due strade distinte: una possibilità è quella di estinguere subito questi conti, ma ciò implicherebbe un pagamento immediato 1 milione e 280 mila euro ad Unicredit e 2 milioni e 300 mila euro a BNL; la seconda possibilità è invece quella di attendere la loro naturale scadenza andando a pagare interessi più elevati, ma che potranno essere spalmati su 30 anni.

    Nessuna decisione è stata presa al momento, poiché la questione era stata avanzata come semplice interrogazione a risposta immediata, la quale prevede un intervento esplicativo dell’assessore competente, ma non una decisione politica. Da parte di tutti i partiti proviene comunque un appello a monitorare costantemente la situazione e a cercare di liberarsi il più presto possibile di questi ultimi derivati.

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Il Knot Garden: giardino londinese nel primo museo di giardinaggio al mondo

    Il Knot Garden: giardino londinese nel primo museo di giardinaggio al mondo

    Knot Garden 01Come abbiamo detto la scorsa settimana, il Knot Garden, delle cui caratteristiche generali abbiamo già parlato in un nostro precedente articolo, è sito nella parte centrale del giardino. Esso è stato creato nel 1980, nello stile del periodo (dalla metà del cinquecento alla metà del seicento circa) in cui vissero i Tradescant, dall’allora Presidentessa del Garden Museum la Marchesa di Salisbury. La nobildonna trasse ispirazione dai progetti che stava, all’epoca, predisponendo presso la propria, splendida tenuta di Hatfield House nello Hertfordshire, dove intendeva realizzare incredibili ed intricati Knot Garden ed aiuole ornamentali.

    La Knot Garden 02storia dei Tradescant è poi strettamente legata a quella di questa spettacolare tenuta di campagna (una delle più ampie di Inghilterra): il più anziano dei due giardinieri era stato infatti, da giovane, alle dipendenze di Robert Cecil, primo Conte di Salisbury, proprio presso la succitata proprietà.
    La realizzazione del Knot Garden è stata inoltre attuata tramite l’impiego di specie introdotte in Gran Bretagna dai Tradescant o fatte crescere da loro nel giardino di Lambeth, purtroppo scomparso molto tempo addietro.
    Una peculiarità del giardino consiste nel fatto che le attuali giovani piante del museo sono state tutte donate da vivaisti di ogni parte del Paese. Oggi il piccolo parco è poi abilmente ed attentamente curato da un folto gruppo di volontari sotto la guida di un esperto orticultore che cambia di anno in anno e del Capo del

    Dipartimento di Orticultura del Museo.Knot Garden 03
    Dalla visita si evince che vi è un costante impegno a mantenere questo importante giardino in perfette condizioni, non solo per il suo significato storico ma anche per il suo notevole contributo nel portare colore e vita in questo piccolo angolo nel centro di Londra nonché per il semplice piacere dei suoi visitatori.
    Non ricevendo il giardino del museo alcun contributo pubblico e non disponendo di lasciti o donazioni, la sua sussistenza dipende interamente dal denaro proveniente dalla vendita dei biglietti di accesso all’esposizione, dai proventi del piccolo ma suggestivo negozio, della “tea room” in stile

    Knot Garden 04shabby chic” e dalle donazioni dei benefattori. Gli oneri di gestione e mantenimento del complesso sono, infatti, piuttosto elevati, tenuto anche conto che il solo costo di un bulbo di tulipano di specifiche varietà dell’epoca dei Tradescant costa oltre una sterlina. Nel giardino ne sono però impiegate, collocate e curate svariate centinaia, unite a mille altre bulbose, rizomatose ed erbacee perenni, ovviamente oltre a cespugli e piccoli alberi!
    Knot Garden 05

    La prossima volta che capitate a Londra, fate quindi un salto in questo piccolo museo, sito quasi di fronte alla Houses of Parliament e definito dalla stampa londinese “One of London’s best small museums”. La vostra visita vi permetterà di contribuire al mantenimento di un angolo di verde nel centro cittadino e, al di là del piacevole percorso, vi farà comprendere, in tema di rapporto uomo-natura e tutela del Paesaggio, quali sia l’approccio, la sensibilità e lo spirito di una Nazione.

                                                                                                                                                                                     .

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013No time to wallow in the mire. “Non c’è tempo per sguazzare nel fango,” cantava il grande Jim Morrison in uno dei pezzi che hanno fatto la storia dei Doors e della musica in generale. A quanto pare, invece, nonostante le lancette corrano inesorabilmente, sembra che l’Italia politica debba continuare a crogiolarsi nel pantano. Questa perlomeno è l’analisi che emerge dai maggiori quotidiani italiani e, suppongo, dai telegiornali – dico “suppongo” perché come già avevo scritto da tempo mi rifiuto di informarmi tramite la tv.

    Sfogliando le principali testate del mondo anglo-sassone, emerge un quadro analogo. Le parole che dominano gli articoli sulla politica italiana sono “deadlock”, “gridlock” e “stalemate”, vale a dire “stallo”. Il tono dei vari The Times, The Guardian, Washington Post, New York Times è il solito nei confronti dell’Italia, ovvero tra il divertito e il vagamente paternalistico. È vero, ragioni per cui farci prendere in giro dal mondo ne abbiamo molte, ma non sarebbe male se queste colonne della stampa mondiale iniziassero a vedere non solo la pagliuzza – o il covone di fieno – nell’occhio italiano e si sforzassero di vedere più chiaramente la trave nell’occhio britannico/statunitense, leggasi “fallimento del sistema economico e sociale capitalista imposto a tutto l’Occidente negli ultimi decenni”. L’American dream di cui abbiamo sentito parlare per anni si è infatti lentamente trasformato in un nightmare, cioè un incubo, e non è un caso che proprio da lì sia partita una crisi economica diffusasi a macchia d’olio a livello internazionale.

    Tornando all’aspetto linguistico, la parola stalemate, in origine usata nel mondo degli scacchi e inserita invece nel contesto della politica, costituisce un esempio di metafora. Con essa si intende l’uso di parole ed espressioni legate a concetti “concreti” per comprendere e chiarire altri concetti più “astratti”. Quasi tutti hanno giocato almeno una volta nella vita a dama o a scacchi e sanno che cosa succede quando si arriva a una situazione di stallo. Il dominio concettuale della politica è invece più ingarbugliato e meno accessibile alla gente comune. Per questo motivo, per spiegare le situazioni che si creano nel contesto politico – più “astratto” – si ricorre ad analogie con situazioni della vita quotidiana, in questo caso una partita di scacchi,  più “concrete”.

    Avremo ancora modo di tornare sul ruolo fondamentale delle metafore: esse non solo rendono più comprensibile – o a volte più poetico – il nostro linguaggio, ma ci aiutano anche a comprendere a livello concettuale la realtà che ci circonda. Parole e pensieri sono strettamente collegati tra loro e ci portano ad agire in un senso piuttosto che in un altro. In sintesi, il nostro destino è il frutto di parole, pensieri e azioni. Iniziando a pensare in modo diverso e parlare in modo diverso, arriveremo anche ad agire in modo diverso.

    Sforzandomi di avere un punto di vista meno superficiale rispetto ai nostri quotidiani, ritengo che ciò che è emerso da queste elezioni non sia affatto uno stallo. Non c’è stagnazione, non c’è wallowing in the mire. Al contrario, è emersa tanta voglia di cambiare le cose. Milioni di giovani si sono alzati per far ascoltare la propria voce, non considerata da tempo. Negli scacchi, dopo uno stalemate di solito si rigioca la partita e sono sicuro che la prossima volta il risultato sarà ben diverso: checkmate, scacco matto, con buona pace di chi voleva sguazzare ancora un po’ nella palude… Bye bye!

     

    Daniele Canepa

  • Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    giornaliMi dispiace dire “l’avevo detto”. Ma ripensandoci, quasi quasi, non mi dispiace per nulla. Per cui, anzi – ribadisco – l’avevo detto: Beppe Grillo è arrivato dove pochi si aspettavano potesse arrivare. Berlusconi, dal canto suo, è riuscito a dimostrare di non essere morto. Entrambi devono ringraziare Bersani, che li ha lasciati fare. Il voto ci consegna all’ingovernabilità e a un rebus di alleanze che sembra difficilmente risolvibile. L’onere di dare l’avvio al gioco è ora nelle mani di Bersani, che dalla sua parte ha un solo vantaggio: ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Questo dovrebbe suggerigli di provare una mossa disperata: alzare la posta ed attaccare, mostrando quel carattere che finora gli è mancato. Sullo sfondo l’Europa assiste attonita, infastidita dagli esiti del voto italiano che mette in discussione la sostenibilità politica dell’austerità.

     

    Chi ha vinto e chi ha perso

    silvio-berlusconi-2Cominciamo a toglierci dalla testa l’idea che Berlusconi sia tornato nel cuore degli Italiani, perché la realtà è che Berlusconi ha rimontato poco o nulla.
    Nel novembre 2011 secondo molti sondaggi il PDL (attenzione: il PDL, non la coalizione di centro-destra) aveva un misero 24% (dal 37,4% delle elezioni 2008). Da quel momento in avanti il Cavaliere si defila dalla scena e il partito probabilmente precipita ulteriormente. Quasi un anno più tardi il nostro ritorna in campo e i sondaggi (ottobre 2012) registrano un risultato che, in media, appare sempre pessimo: 18,1%. A quel punto Berlusconi toglie la fiducia a Monti (inizio dicembre) e mette in moto la macchina elettorale: dispiega la sua enorme potenza di fuoco mediatica, comincia a fare promesse a destra e a manca, attacca tutto e tutti, si fa vedere ovunque, presenzia ogni show televisivo, manda lettere a casa della gente, giura sui figli e sulle aziende, impegna persino i suoi soldi e finalmente si presenta alle elezioni con queste aspettative: un risultato tra il 19,3% e il 21,2%. E in effetti alla fine raccoglie il 21,5% alla Camera e il 22,3% al Senato. Lo stesso andamento si riscontra nel risultato della coalizione di centro-destra: si attendeva tra il 27,8% e il 29,4%, e si è poi avuto il 29,1% alla Camera e il 30,6% al Senato. Nessun sondaggio, come è ovvio, può essere preciso al punto percentuale: un lievissimo rialzo, dunque, non impedisce di dire che il risultato di Berlusconi e del centro-destra è stato sostanzialmente in linea con le attese.

    E’ comunque troppo? Non so cosa ci si potesse attendere di diverso. Il deserto di consensi che ha accolto un Casini o un Fini qualsiasi, francamente non è nemmeno ipotizzabile per un uomo che controlla un vero e proprio impero mediatico: 3 televisioni private, un’influenza decisiva sui canali pubblici, almeno 3 testate giornalistiche e 1 settimanale. Per di più, mentre Bersani era impegnato a “smacchiare giaguari”, Berlusconi si dava da fare come un ossesso, mostrando una dedizione alla causa (la sua) che fa quasi tenerezza, alleandosi con chiunque (Lega, MPA, Fratelli d’Italia, La Destra, Pensionati, eccetera) e pensando bene di concentrarsi soprattutto sulle regioni chiave, come la Lombardia. Non sembra strano che alla fine, pescando dal bacino degli ex-elettori delusi (non certo rubando voti al centro-sinistra o a Grillo), sia riuscito a costruire una manciata di punti percentuale di rimonta.

    Ma stiamo sempre parlando di un consenso pari a 1 elettore su 5: che fine ha fatto tutto il resto, un bacino che potenzialmente avrebbe dovuto dare a Bersani una maggioranza schiacciante? Qui sta il punto: 4 elettori su 5 NON hanno votato Berlusconi. Nel 2008 erano solo 3 su 5. Dunque dove si è spostato quel 20% di elettori? La risposta è che si sono rifugiati nell’astensione, da Monti oppure da Grillo: il quale, rubando voti anche a Bersani, si è creato un partito in grado di competere con gli altri due. Così, mentre 5 anni fa la torta si doveva spartire tra due coalizioni maggiori, oggi si divide in tre: ecco perché nessuno si è imposto e siamo ad una situazione di stallo. E questo, per inciso, spiega anche la scomparsa dalla scena di quasi tutti i partiti minori, i quali non devono più assolvere alla funzione di incanalare il dissenso contro la logica bipolare (solo la Lega sarebbe entrata in Parlamento anche se non si fosse messa in coalizione con partiti più grandi).

    C’è poco da prendersela con Berlusconi. Chi vince è senza dubbio Grillo, che, come avevo detto la settimana scorsa, non ha sbagliato praticamente nulla. All’opposto chi perde è Bersani: che non solo è rimasto fedele alla tradizione storica del suo partito, conducendo il centro-sinistra alla riesumazione della salma di Berlusconi per la terza volta (dopo 2001 e 2008); ma si è spinto oltre, facendosi sorpassare anche dal partito di un ex-comico che fino a 3 anni fa nemmeno esisteva. Per questo un minimo di coerenza dovrebbe suggerire oggi a Bersani di dimettersi.

     

    Lo “shock democratico”

    Mi ha profondamente impressionato, su un altro fronte, la reazione di sdegno quasi violento che è stata riservata al risultato delle urne sia da certi ambienti di casa nostra, sia dall’opinione pubblica estera. Si può essere critici quanto si vuole, ma non bisognerebbe mai mettere in discussione il valore della democrazia, né scadere nel pregiudizio quasi razziale di minorità che tendiamo ad imputare a noi stessi.

    Diceva Winston Churchill che la democrazia è la peggior forma di governo, se si eccettuano tutte le altre. L’aforisma ci ricorda che, per tanti e tanto grandi che ci possano apparire i suoi difetti, quello democratico resta il migliore sistema sperimentato dall’uomo per gestire i conflitti sociali. Per questo augurarsi il commissariamento dell’Italia o affermare che gli Italiani sono per loro natura ingovernabili, quasi ad auspicare un regime più “ferreo”, non è solo poco lusinghiero per noi stessi: è anzi molto pericoloso, perché tradisce la presunzione che esista una Verità unica e che tutto possa essere sottomesso al giudizio di un pensiero unico.

    Al contrario la sberla democratica che queste elezioni hanno impartito è salutare: e dovrebbe essere di monito proprio per chi non se l’aspettava.

     

    Un voto anti-austerity

    bollette-speseLa stampa internazionale si è subito accorta che il voto italiano segna una botta d’arresto per l’affermazione delle politiche di austerità, non solo in Italia. La Grecia era presa per il collo e aveva poche chance, ma era chiaro che l’Italia poteva ancora esprimere il proprio dissenso: e così è successo, come tutta Europa già temeva (perché va quasi sempre a finire così, quando quello che si decide a Bruxelles, o a Berlino, passa al vaglio del voto popolare).

    Il fastidio, come ho scritto poco sopra, è grande: tanto che probabilmente si esagerano le reali motivazioni di questo voto, che forse erano rivolte ad altro. Ma è un dato che PDL, M5S, Lega, Ingroia e Comunisti, quelle forze cioè che a vario titolo si sono attestate su posizioni contrarie a questo modello di Europa, hanno totalizzato più del 53% dei consensi, mentre centro-sinistra e lista Monti, vale a dire i poli schierati a favore del rispetto dei vincoli di stabilità, si sono fermati al 40%.

    A questo punto è chiaro che l’appeal di Monti era molto più ridotto di quello che si volesse far credere (8,3% alla camera, dove si è presentato da solo); ma soprattutto diventa difficile sostenere che gli Italiani capiscono l’austerità, che sono disponibili a “sacrifici” e a “gesti di responsabilità”. Far passare queste misure, d’ora in avanti, porrà un ulteriore problema di legittimità democratica che rischia di appannare ancora di più la già scarsa popolarità di cui godono le politiche del rigore.

     

    Gli errori della sinistra

    Pier Luigi BersaniCerto non occorrerà ribadire che la democrazia italiana non è perfetta: siamo molto indietro, ad esempio, per libertà di informazione. Questo fattore, se da un lato sembra ridare voce a quanti deprecano il mancato annichilimento elettorale di Berlusconi, dall’altro mette a nudo proprio le contraddizioni di chi ha fatto opposizione fino ad oggi.

    La sinistra italiana deve meditare molto sugli errori fatti: e in questi errori rientra sicuramente la  mancanza di una legge sul conflitto di interessi e l’accordo di non belligeranza sulle televisioni fatto a suo tempo con Berlusconi (e sempre disfatto da quest’ultimo a suo piacimento). In questo novero rientra a buon diritto anche l’errore strategico di Napolitano e di Bersani di accettare il governo Monti per compiacere l’Europa, anziché andare subito al voto e togliere di mezzo una volta per tutte il Cavaliere. Eppure oggi nulla suona più grossolano della clamorosa incapacità di valutazione nei confronti delle istanze della società civile, da cui è scaturito il fenomeno Grillo.

    E’ dall’epoca dei “girotondi”, che una parte sempre più consistente di elettori di centro-sinistra si distacca dal partito, delusa da inciuci, corruzioni, bicamerali e riforme della giustizia. Grillo parte da questo malcontento: ed è solo dopo che vengono i “vaffa-day”. Anziché cercare di capire le ragioni di questa protesta, il ceto dirigente ha preferito chiudersi a riccio. Grillo aveva pur cercato di partecipare alle primarie, ma era stato escluso: e giustamente celebri rimarranno certe dichiarazioni di supponenza degli alti dirigenti. Poi aveva provato a regalare il suo programma al PD, ma senza ottenere ascolto. In tutta risposta verrà anzi accusato di fascismo (quando Mussolini – per la cronaca –, fino a che ci furono libere elezioni, non prese mai nemmeno la metà dei voti di Grillo).

     

    L’identità storica

    sciopero_pubblicoQual’è il problema di questo partito? Forse lo aveva capito Gaber, quando cantava: “il moralismo è di sinistra, la mancanza di morale è a destra”. La sinistra italiana soffre non solo un problema di classe dirigente, ma soprattutto un problema di identità storica risalente al vuoto ideologico successivo alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’URSS. Per elaborare il lutto gli eredi del PCI si sono autoproclamati difensori dei valori sociali e della cultura: una scelta che si è presto cristallizzata nel moralismo; ma pure nel suo contrario, cioè la peggior realpolitik. D’altronde è questo l’esito della crisi dell’ideologia, della mancanza di una visione politica e storica e del divorzio da un’analisi disincantata della realtà: una serie di principi belli in teoria, ma di difficile applicazione e quindi facilmente abbandonati per le più basse ragioni di bottega.

    I dirigenti del partito hanno sempre oscillato tra i due estremi: un’ostentata purezza all’esterno, e il più bieco realismo politico all’interno, nella convinzione di annoverare tra i loro ranghi brillanti strateghi – che infatti si sono puntualmente fatti infinocchiare da Berlusconi (l’unico capace di tenergli testa, Prodi, era un democristiano). Al popolo di sinistra rimane la forte convinzione che “essere di sinistra” significhi sostanzialmente essere per il sociale, pacifisti, aperti, multiculturali, anti-razzisti, collaborativi, rispettosi delle donne, dei diritti degli omosessuali e dell’ambiente. Recentemente si sono aggiunte altre declinazioni specifiche per l’uomo politico: moderatismo, credibilità, serietà e “noi-non-andiamo-a-letto-con-le-minoerenni”.

    Tutto molto bello: non c’è dubbio che, se dovessi scegliermi un amico per prendere una pizza fuori e fare quattro chiacchiere, mi sceglierei una persona di questa sorta. Ma la politica ha a che fare anche con la rappresentanza di interessi concreti e con l’aggregazione del consenso. Cose con le quali i dirigenti di sinistra non si vogliono sporcare le mani.

    Prendiamo queste elezioni, dove i temi sul tavolo erano essenzialmente tre: 1) tasse; 2) casta; 3) crisi economica, cioè: rapporto con l’Europa. Grillo si è impadronito efficacemente della propaganda anti-Casta e ha messo fortemente in discussione questa Europa. Berlusconi ha capito che doveva seguirlo su questo punto, oltre a battere sul tema della riduzione fiscale (sulla Casta ha giustamente glissato…). E Bersani? Bersani ha dormito.

    Ha parlato un po’ di lavoro, che pure è un’esigenza sentita: ma è sempre figlia del problema della crisi e quindi del rapporto con quell’Europa che ci vuole imporre la sua strategia per uscirne. Ma ciò che è più importante, mentre gli altri due provavano a metterci cuore, passione e idee forti (IMU, reddito minimo garantito, referendum sull’euro, eccetera) di Bersani non si ricorda una sola proposta. Non significa che non abbia detto niente: significa solo che non ha detto niente di forte o che rimanga impresso.

    Eppure gli erano stati dati diversi suggerimenti: ad esempio dichiarare finalmente Berlusconi ineleggibile (in quanto concessionario pubblico) o proporre una dura riforma della giustizia. Si poteva aggiungere anche, in sede europea, un impegno deciso a spingere affinché la BCE si facesse garante dei debiti degli Stati. Insomma: non è vero che per essere onesti e credibili bisogna rinunciare a slogan efficaci e a temi forti. Ma Bersani ha preferito puntare tutto su un dimesso tema dell’identità: “siamo di sinistra, basta questo”. Stranamente con la crisi che morde a molta gente non è bastato.

     

    Il falso errore Renzi

    matteo-renziPer quanto detto fin qui è evidente che rimpiangere Renzi significa non aver capito nulla. Il sindaco di Firenze è l’incarnazione dell’equivoco della sinistra italiana: quello cioè che dire cose chiare e concrete comporti per forza dire cose di destra.

    Renzi ha senza dubbio il pregio di essere più coinciso, diretto, semplice e comprensibile di Bersani; ed inoltre porte idee nuove. Il suo problema è che ha sbagliato partito. La sua faccia pulita farebbe molto bene e restituirebbe credibilità ad una destra che in Italia è compromessa da troppo tempo con la figura di Berlusconi; ma il suo pensiero è in conflitto con la base della sinistra, che in larga parte si richiama ancora ai valori di cui sopra e che Renzi (con finta ingenuità) si propone di “svecchiare”. Il fatto che abbia perso le primarie conferma questa analisi: e tornare indietro sarebbe pericoloso.

    Il successo di Grillo sta lì a dimostrare che il connubio tra rifiuto del compromesso e coerenza programmatica paga. Invece che perseverare nel fallimentare progetto politico di coniugare ex-democristiani ed ex-comunisti, il PD dovrebbe decidersi ad una svolta chiara: non certo la svolta verso il centro che molti commentatori “rispettabili” e lo stesso Renzi si augurano, perché lo porterebbe a sovrapporsi alla destra; ma una svolta a sinistra, che riscopra temi quali la questione morale, la laicità dello Stato, la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, i diritti, la Costituzione nata dalla Resistenza, la rete di protezione sociale. Lasciare scoperto questo lato costerebbe al PD un sorpasso del M5S a sinistra e la condanna definitiva all’irrilevanza politica.

    Alcuni sostengono che se avesse vinto Renzi, Berlusconi non si sarebbe presentato e la sinistra avrebbe vinto le elezioni (perché è evidente che contro Alfano avrebbe vinto chiunque). Questo ragionamento non tiene però conto di due fattori: 1) Berlusconi è imprevedibile: nessuno può dire se davvero si sarebbe fatto da parte; 2) sarebbe stato l’ennesimo errore strategico, che porta a privilegiare un realismo di corto respiro sacrificando la coerenza: Renzi avrebbe puntato ancora più dichiaratamente ad un’alleanza con Monti, cosa che non è servita di certo a Bersani e che forse avrebbe spinto altri elettori verso la Grillo.

     

    Borse e spread

    Si dirà: con tutti questi discorsi è passato in secondo piano il fatto che è ricominciata l’altalena delle borse e il dramma dello spread. Eppure si tratta di paure che vanno gestite.

    Con uno sguardo laico al problema, che eviti la demonizzazione dello “speculatore”, dovremmo ammettere che i mercati sono fatti per realizzare profitti: se si può guadagnare scommettendo sulle paure legate all’instabilità politica italiana, paure magari del tutto irrazionali (quello della razionalità dei mercati è un dogma che, dopo il 2008, si può considerare sconfitto dalla Storia), i mercati ci proveranno. Il loro lavoro è il guadagno immediato, non il giudizio assoluto sulle politiche di un paese. A questo proposito, anzi, la divulgazione degli instant poll che attribuivano una netta maggioranza al centro-sinistra spingendo al rialzo le borse, salvo poi farle crollare all’emergere dell’evidenza, fanno sorgere più di un sospetto: perché sono queste vertiginose altalene che portano i maggiori guadagni.

    Sul lungo periodo, tuttavia, non vedo grosse motivazioni dietro alle ansie dei mercati, se si eccettua la non trascurabile fragilità del settore bancario italiano, legato com’è al sostegno del governo. Si tratta di un problema serio, certo, ma che non comporta per l’Italia nessun rischio default immediato: e questo dovrebbe darci abbastanza respiro per fare con calma i ragionamenti politici dovuti.

    Lo spread dal canto suo sappiamo ormai cosa rappresenta: non certo il rischio che l’Italia fallisca, ma quello che esca dall’euro, ripagando così il creditore con una nuova lira svalutata. E’ un meccanismo quasi perverso che ci addossa i costi di un’uscita pur continuando a rimanere dentro. Eppure è la logica a cui ci siamo consegnati, rinunciando alla garanzia di una banca centrale e ponendo le nostre finanze pubbliche e la nostra libertà di autodeterminazione nelle mani del mercato. Ovviamente si può uscirne, e il tempo per prendere questa decisione lo abbiamo.

     

    Il futuro dopo il voto

    Nell’immediato abbiamo solo due scenari che possano evitare un ricorso immediato alle urne (che riproporrebbe solo la situazione esistente).
    La prima soluzione è l’unica possibile, se pensiamo davvero che il problema sia il fatto di aver scandalizzato il mondo per non esserci liberati di Berlusconi: una coalizione a termine in cui il centro-sinistra si allea a Grillo. Gli obiettivi di questa operazione sono: 1) ineleggibilità di Berlusconi, 2) legge elettorale, 3) elezione di un Presidente della Repubblica (un buon compromesso potrebbe essere Stefano Rodotà). Si tratta di un’opzione ampiamente praticabile, che metterebbe fine a Berlusconi e rimanderebbe di qualche mese una competizione elettorale a cui affidare la formazione di un chiaro governo politico del paese.

    La seconda soluzione, invece, è il “governissimo” PD+PDL+Monti. Si tratta di un’ipotesi meno improbabile di quello che si pensi, tant’è che l’estabilishment moderato ha già cominciato a caldeggiarla. Come si può giustificare un simile abominio politico? Esattamente allo stesso modo in cui si è giustificato il governo Monti: a colpi di spread, in un clima di supposta emergenza e in nome delle fantomatiche riforme. Di certo Berlusconi non aspetta altro: dietro garanzia dei soliti salvacondotti, ritornerà anzi più europeista di prima. Tutto dipende in realtà da quanto le  diplomazie del nord Europa riterranno sensato spingere ancora per questa soluzione fallimentare; e ovviamente dalla propensione del PD al suicidio finale.

     

    Andrea Giannini

  • Agenzia dell’Entrate: trasferimento di proprietà e imposta di registro

    Agenzia dell’Entrate: trasferimento di proprietà e imposta di registro

    soldi pubbliciUna nostra lettrice mi ha posto qualche settimana fa un quesito interessante che può essere utile riportare qui perché sono convinto possa riguardare anche tante altre persone. Cerco di sintetizzare: “Io e mio marito abbiamo deciso di fare un divorzio congiunto dove concordavamo il trasferimento dell’intera proprietà dell’appartamento ove vivo e risiedo in capo a me; abbiamo anche stabilito la somma che mi avrebbe versato a tal fineVenivamo rassicurati dal nostro avvocato che quel tipo di operazione  era esente da qualsivoglia tributo. Poi è arrivata la doccia fredda: l’Agenzia delle Entrate mi invia richiesta di pagamento dell’imposta di registro...”

    Effettivamente corrisponde al vero quanto le ha detto l’avvocato, sempre che quest’ultimo abbia correttamente impostato la questione giudiziaria da un punto di vista formale.
    In altre parole, se l’avvocato nel ricorso depositato ha parlato in maniera esplicita di trasferimento di proprietà, nulla si può imputare all’Agenzia delle Entrate: quella è un’imposta di registro, certo, ma dovuta alla trascrizione che è elemento necessario ed inequivocabile per fare sì che i terzi, ovvero il mondo, venga a conoscenza di quel trasferimento di proprietà.

    Se l’avvocato avesse utilizzato altri termini in vece di “trasferimento di proprietà” (che ne so, “indennizzo”, “risarcimento”, “versamento forfettario” per esempio), per l’Agenzia delle Entrate sarebbe stato ben difficile emettere un avviso di pagamento come quello ricevuto dalla lettrice.
    Si noti bene, il pagamento viene richiesto in solido ad entrambi i coniugi: non importa chi paga, basta che si paghi la somma richiesta. Di solito si fa metà per uno e la pace è fatta, divorzio permettendo…

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Bancomat e distributori di sigarette dentro le edicole votive

    rifugi-solidi-urbani-edicola-votivaIn un periodo turbolento di elezioni politiche italo-vaticane la situazione è confusa, la BCE spinge per un governo Monti che sostituisca questo Ratzinger  inviso ai mercati (a Porta Portese proprio non lo possono vedere), i giornali danno ampia eco a nuovi scandali e alla forte crescita di movimenti di protesta come Rivoluzione Papale e le Carmelitane anticasta del Movimento 5 Sorelle.

    Avere un unico presidente a capo dello Stato Italiano e Vaticano sarebbe forse la soluzione migliore, risolvendo alla base il problema delle ingerenze in politica dei cardinali, che diventerebbero direttamente ministri con poteri illimitati; come al solito questa tendenza è stata anticipata dal design urbano in cui sacro e profano vanno a braccetto mescolando profumo di Incenso firmato Calvin Klein.

    Le edicole votive che invadono la nostre città spesso falliscono, anche per la crisi del settore editoriale, e si pone il problema di come colmare questo vuoto che spaventa gli urbanisti, l’horror vacui del fashion che tormenta il futuro urbanistico del nostro Paese.

    Il problema di questi spazi è la loro collocazione disagevole, in quanto sono state progettate nel passato in maniera poco fruibile, essendo poste minimo a 3 metri di altezza rispetto al livello stradale.

    L’idea di collocarvi uno sportello bancomat, collegato direttamente con lo IOR, non è stata frenata da questo apparente disagio;  in tempi di crisi ritirare contante deve essere un’operazione  ben meditata e il fatto che per farlo bisognerà procurarsi una scala retrattile, scoraggerà i giovani a dissipare il loro esiguo patrimonio.  Nelle edicole più ampie verrà concessa l’abitabilità, diventeranno delle nicchie davvero glamour per abitare in modo minimalista la città e viverne il cuore pulsante, piccoli monolocali dall’atmosfera mistica, per una vita da monaco stilita ma piena di fashion style urbano.

    Le nuove edicole votive saranno un capolavoro di fantasia e di design innovativo, i distributori automatici di sigarette ivi collocati, saranno raggiungibili solo da impervie e pericolose scale a chiocciola, impedendo a bambini e anziani di salirci e limitando così il tabagismo tra le categorie più deboli.

    La strada è segnata, agli angoli delle nostre città caotiche, alzando gli occhi vedremo finalmente rivivere la bellezza antica, dopo un ritocco estetico degno di Clio Make Up, il cerone del glamour coprirà ogni difetto e il mascara del fashion style regalerà charme anche a queste strutture così datate; le edicole verranno così sostituite da opere di pubblica utilità, come abbiamo visto prima, oppure diventeranno lo spazio più chic per nuove installazioni artistiche,  giovani scultori metropolitani potranno mostrare le loro opere in condizioni di massima visibilità e a prova di atto vandalico.

    Il fashion è la religione del nuovo millennio e le nostre città si riempiranno di questi piccoli templi del glamour, sulla scia di maestri  del design mistico come Don Lurio e Suor Paola; la parola d’ordine sarà libertà di culto artistico, bandendo ogni rischio di integralismo estetico, unica eccezione sarà la Fatwa da lanciare contro la banalità, il cattivo gusto e le giacche di Oscar Giannino.

     

    Dottor Grigio

  • Teatro Hop Altrove: rinviata la scadenza del bando, dubbi sul futuro

    Teatro Hop Altrove: rinviata la scadenza del bando, dubbi sul futuro

    teatro-hops-altrove-d3Il PRECEDENTE

    Novembre 2003: in piazzetta Cambiaso inaugura il teatro Hop Altrove, uno spazio che coniuga arte e gastronomia sito nel cinquecentesco palazzo Fattinanti Cambiaso. L’edificio è stato restaurato grazie a finanziamenti pubblici (circa 2 miliardi di lire) e privati (circa 270 milioni) e la direzione artistica del teatro è stata affidata al regista genovese Mario Jorio.

    Novembre 2010: dopo anni di chiusure e riaperture, parte un nuovo filone di attività per l’Hop Altrove, che riapre i battenti con la gestione di Giuseppe Varlese, conosciuto in città per essere il produttore della birra Bryton. La direzione aristica è stata invece affidata a Claudio Pozzani, che da anni porta a Genova nel mese di giugno il Festival Internazionale di Poesia, e che per questo spazio di pone l’obiettivo di un polo artistico a 360°, che oltre al teatro dia spazio a reading poetici, concerti ed esposizione di arte visiva.

    Maggio 2011: l’Hop Altrove chiude in anticipo la stagione, nonostante le 20.000 presenze raccolte. Sono due le principali difficoltà di questo nuovo corso del teatro: da un lato le difficoltà economiche e la carenza di fondi, dall’altro i primi segnali di cedimento dell’edificio (per saperne di più leggi il resoconto del nostro sopralluogo effettuato a settembre 2012).

    Luglio 2012: in piazza Cernaia si svolge un primo incontro pubblico per discutere sulla futura gestione del teatro, alla presenza dei neo Assessori Carla Sibilla (cultura) ed Elena Fiorini (legalità e diritti).

    Ottobre 2012: viene indetto un secondo incontro pubblico. Da qui verranno ricavate le linee guida per redigere un bando di gara e assegnare la futura gestione del teatro. Noi di Era Superba abbiamo partecipato: erano presenti numerosi cittadini, che hanno discusso – suddivisi in gruppi di lavoro – alla presenza dell’Assessore Elena Fiorini

    Dicembre 2012: il Comune di Genova indice un bando di gara per la gestione dell’Hop Altrove, che prevede per l’assegnatario una gestione di nove anni. La scadenza per presentare domanda è il 7 febbraio 2013.

    IL PRESENTE

    Fumata nera per l’Hop Altrove, almeno al momento: il bando di gara, previsto con scadenza 7 febbraio, è stato prorogato fino a giovedì 28 febbraio 2013. Ancora due giorni per presentare la domanda, un rinvio motivato da alcune modifiche “tecniche” – visibili nelle rettifiche pubblicate sul sito del Comune – ma soprattutto alla questione delle barriere architettoniche.

    Così si legge sul sito del Comune: “Il Comune di Genova si impegna ad affrontare il problema delle barriere architettoniche e a risolvere la criticità dell’accesso alla struttura del Teatro Altrove per le persone disabili“. Un passo avanti che sicuramente alleggerirà l’impegno economico di un eventuale vincitore del bando, investimento però che rimane molto alto. Simone, un nostro lettore che ha effettuato un sopralluogo presso il teatro lo scorso gennaio, ci scrive: «A mio modesto parere sarebbe necessario un investimento di almeno 150 mila euro per rimettere in piedi il locale, senza nessuna garanzia, praticamente un generoso regalo all’amministrazione pubblica…».

    Sono molte le realtà culturali della città, grandi ed emergenti, che potrebbero contribuire al rilancio di questa struttura. In particolare le numerose associazioni attive nel quartiere della Maddalena, che su un piano anche culturale stanno operando per la riqualificazione del territorio. Ma un importo così elevato per l’avvio dell’attività rischia di compromettere sul nascere qualunque iniziativa che possa coinvolgere l’Hop Altrove.

     

    Marta Traverso