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  • Finire come la Grecia: tagliare la spesa pubblica per aggravare la crisi

    Finire come la Grecia: tagliare la spesa pubblica per aggravare la crisi

    grecia2“Rischiamo di finire come la Grecia”. È questo lo spauracchio che il precedente governo ha utilizzato per convincerci di come le politiche di austerità fossero necessarie per uscire dalla crisi. Per la maggior parte di noi la Grecia rappresenta quindi il pericolo dell’arrivo della povertà a casa nostra, ma, a parte questo, sappiamo concretamente cosa sta succedendo laggiù?

    Purtroppo, come spesso accade, non è facile ottenere informazioni affidabili in rete dove spesso si incappa in elaborazioni fantasiose della realtà o addirittura in vere e proprie bufale. In questo caso è sufficiente limitarsi alle fonti ufficiali per capire che la situazione greca è purtroppo drammatica, tanto che si è arrivati a parlare addirittura di crisi umanitaria. Siamo abituati a sentire parlare di crisi umanitaria all’indomani di una catastrofe naturale o di una guerra, ma forse nessuno di noi era preparato a sentirne parlare in seguito a una crisi economica e tanto meno in un paese europeo.

    Le statistiche parlano chiaro: nel 2011 più del 30% della popolazione è a rischio povertà e, pur non essendo ancora disponibili i dati aggiornati, ci si aspetta un peggioramento di queste percentuali per il 2012. Il tasso di disoccupazione è arrivato al 27%, mentre quella giovanile ha sfondato quota 50%. Il rapporto debito PIL, seppur in discesa, è ancora oltre la soglia del 150%.

    Tra le molte manifestazioni di protesta del popolo greco, ha provocato particolare scalpore quella degli agricoltori greci che, in agitazione da quindici giorni consecutivi, l’11 febbraio hanno respinto  le concessioni proposte dal governo di coalizione per proseguire la loro battaglia contro gli aumenti delle tasse sui carburanti. Il blocco stradale organizzato a Lamia, nella Grecia centrale, è degenerato in scontri con la polizia che hanno portato a 11 arresti tra i manifestanti, mentre due agenti e tre dimostranti sono rimasti feriti. L’aumento delle tasse sui carburanti si somma agli aumenti dell’IVA e delle imposte sul reddito e patrimoni, ma, nonostante tutti questi sacrifici, la situazione delle finanze pubbliche greca non sta migliorando. Come è possibile?

    La ragione principale è che purtroppo quest’incredibile stretta fiscale sta uccidendo l’economia reale del paese e, nonostante l’aumento dell’imposizione fiscale, a gennaio si è avuto una diminuzione del gettito fiscale del 16%. Più le tasse aumentano, meno soldi hanno da spendere le famiglie. Le aziende, strette tra minore domanda di beni e tasse crescenti chiudono una dopo l’altra lasciando a casa i lavoratori che vanno a ingrossare le file dei disoccupati. Maggiore disoccupazione significa minori consumi e, di conseguenza, minore gettito. Per queste ragioni gli obiettivi di rientro del rapporto deficit-Pil vengono costantemente sforati e, per cercare di compensarli, si aumenta ancora di più l’imposizione fiscale creando un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

    Non è certo per pigrizia o per lassismo fiscale se la Grecia non riesce a raggiungere gli obiettivi previsti dalla Troika, è proprio la cura a base di austerità che sta uccidendo il paese. È stato addirittura lo stesso Fondo Monetario Internazionale a pubblicare uno studio che afferma che troppa austerità può portare allo strangolamento dell’economia di un paese, soprattutto se gli anche altri paesi attuano contemporaneamente le stesse politiche. In passato, la maggior parte dei modelli utilizzati per prevedere l’impatto delle politiche di austerità sulla crescita (fra cui quello utilizzato dalla Commissione europea) indicava il moltiplicatore fiscale a 0,5: cioè a ogni punto percentuale di taglio del deficit corrisponderebbe mezzo punto di minor crescita. Secondo questo nuovo studio realizzato sotto la guida del capo economista Olivier Blanchard il valore del moltiplicatore si collocherebbe invece tra lo 0,9 e l’1,7.

    Questo significa che ad ogni punto percentuale di minore spesa pubblica il prodotto interno lordo può diminuire, nel caso peggiore, di quasi due volte. La diminuzione del PIL causa, a sua volta, una diminuzione del gettito fiscale e quindi un peggioramento dei conti pubblici. Il paradosso è: più si taglia spesa pubblica più peggiorano i conti dello stato. Per questo motivo abbiamo assistito a forti recessioni in tutti i paesi dove sono state applicate le politiche di austerità e, in modo particolarmente violento, in Grecia.

    Per uscire da questa situazione sarebbe necessario cambiare rotta, ma i governi di tutta Europa stanno dando segnali tutt’altro che incoraggianti. Il non farlo significherebbe condannare non solo la Grecia, ma anche tutti quei paesi, come il nostro, dove l’austerità da opportunità di salvezza si è trasformata in incubo da cui sembra impossibile svegliarsi.

     

    Giorgio Avanzino

  • Il Garden Museum di Londra: il più antico museo di giardinaggio al mondo

    Il Garden Museum di Londra: il più antico museo di giardinaggio al mondo

    garden detail

    Ho recentemente avuto occasione di visitare il Garden Musem di Lambeth Palace Road, a Londra. Avevo più volte sentito parlare di questo museo ed ero quindi curioso di vedere se corrispondesse alle descrizioni.
    In generale, il Regno Unito dedica, da sempre, grande attenzione al verde, sia pubblico che privato, ed è, senza dubbio, tra i Paesi europei quello in cui è più vivo l’interesse per la paesaggistica e per la botanica in generale. Quasi ogni casa ha, infatti, il suo spazio verde e moltissimi si dedicano con passione e perizia alla coltivazione di piante, alberi o, anche, di semplici ortaggi, sia in spazi estesi che in quelli estremamente ridotti. garden passGirando per la città si vedono poi ovunque parchi e giardini, alberi ed arbusti che spuntano dalle austere cancellate dei palazzi. Le inferriate dei quartieri eleganti sono decorate con cassette e persino i lampioni hanno appositi portavasi, in estate straripanti di fiori del tabacco (nicotiana), surfinie, lobelie e mille altre varietà di essenze annuali. Solo in questo Paese esistono giardini comuni ed indivisi, nel centro delle piazze, con chiavi riservate ai fortunati proprietari degli immobili che su di essi si affacciano. Tra il cemento e lo smog cittadino, crescono quindi qui vere e proprie aree verdi. Superata la ringhiera in ferro nero e la coltre dei “mixed border” (bordi misti di erbacce perenni ed arbusti) che delimitano il garden lawn fieldgiardino centrale, si entra in una dimensione diversa che fa dimenticare che Londra è una delle grandi capitali mondiali, a più alto tasso di antropizzazione. La dimensione inglese delle cose è però sempre umana, il lusso frammisto alle cose semplici e di tutti i giorni ed il “verde”, inteso sia come elemento vegetale che modo di vivere, è parte integrante della vita delle persone.
    In poche parole, tanto diffuso è, nel Regno Unito, l’interesse per il giardinaggio che gli stessi inglesi definiscono il loro Paese: “A Land of Gardners”.
    Il museo di cui parleremo questa settimana e la prossima, va letto proprio alla luce di quanto sopra ed esso è garden-detail-1espressione di questa particolare, tutta inglese, attenzione al tema del “Verde”.
    Il Garden Museum è uno spazio piccolo ma interessante. E’ un giardino ma anche una raccolta di antichi strumenti di lavoro, di vasi e di prodotti per la cura delle piante. E’ un luogo dove si vendono libri, semi e dove non manca la tipica “tea roominglese e dove, fra centenarie pietre di un edificio religioso sconsacrato, si mira a valorizzare la natura ed il suo rapporto con l’uomo.
    In concreto, il piccolo spazio verde del Museo ha una origine piuttosto recente. E’ stato infatti creato nel 1980, poco dopo che la chiesa sconsacrata di St. garden detail 2Mary-at-Lambeth venne salvata dalla demolizione, restaurata e trasformata nel primo museo al mondo dedicato alla storia del giardino.
    La realizzazione di un simile luogo ha tratto origine ed ispirazione dall’antica tomba di John Tradescant e di suo figlio. Entrambi furono grandi giardinieri, “cacciatori” di piante, viaggiatori e collezionisti ed essi stessi fondarono un museo, garden viewThe Ark, nel giardino sito nella medesima parrocchia dell’attuale Garden Museum. In particolare, John il Vecchio viaggiò in Nord Africa e Russia, il Giovane compì invece tre lunghe spedizioni in America. Essi importarono nel Regno Unito molte piante quali: una particolare varietà di cipresso, l’acero rosso, l’albero dei tulipani (Liriodendron tulipifera) e la Yucca. Tutte queste essenze sono oggi molto diffuse ed ampiamente impiegate nei giardini.
    Nel prossimo articolo ci addentreremo poi nella parte più caratterizzante del museo descrivendo il Knot Garden di ispirazione seicentesca.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Palazzo ChigiFinalmente ci siamo. Questo sarà l’ultimo commento prima del voto: dalla prossima settimana sapremo se ci sarà una coalizione o un partito in grado di governare. In ogni caso si comincerà a ragionare, nel bene o nel male, in modo completamente diverso.

    I TEMI SUL TAVOLO: DI COSA SI DOVRA’ OCCUPARE IL PROSSIMO GOVERNO

    La mia personale interpretazione – e lo sa bene chi mi segue su questa rubrica – è che il prossimo esecutivo sarà costretto a confrontarsi prima o poi con le regole di bilancio che ci ha imposto la governance europea in un clima di forte emergenza economica. E’ questo il punto centrale: che non si riduce banalmente a “la crisi”; perché, se di semplice crisi economica si trattasse, avremmo potuto prima discutere di come uscirne, e poi, dalla prossima settimana, con il nuovo governo, passare alla pratica. Il fatto invece che le soluzioni politiche per la ripresa appaiano tutto sommato piuttosto evanescenti e lascino come uno strano amaro in bocca, è la migliore testimonianza di quello che in realtà già sappiamo: non possiamo fare tutto da soli. C’è lo spread, i mercati, le direttive europee, “la Merkel”: in due parole il “vincolo esterno”, cioè lo spettro di una serie di elementi estranei rispetto ad una comunità nazionale che pure entrano nel dibattito interno e vengono chiamati in causa tanto da condizionare pesantemente la libera espressione delle scelte democratiche dei cittadini.

    Non si tratta di una novità: parliamo anzi del fattore dominante della politica degli ultimi vent’anni, che infatti ci ha restituito una classe dirigente ripiegata su stessa, svogliata e percepita come inutile dalla gente. Oggi il vincolo esterno si esprime in forme quali: il pareggio di bilancio in Costituzione, il fiscal-compact, il six-pack, il mito delle “riforme” a cui siamo costantemente richiamati, il famigerato spread e da ieri pure il two-pack. Il combinato di questi paletti inderogabili rende di fatto molto ristretto il margine di azione della politica, se non addirittura virtualmente impossibile: è noto, infatti, che a meno di una ripresa che porti ad una crescita altissima, ci viene imposto un futuro di tagli difficilmente sostenibili.

    In questo quadro appare pure necessario parlare di riduzione delle tasse, recupero dell’evasione e lotta alla corruzione: ma è evidente che si tratti di obiettivi, qualora realmente praticabili,  comunque realizzabili solo nel lungo termine e, nel complesso, insufficienti a rimettere in carreggiata il paese. Altre misure, come il taglio degli sprechi e l’efficientamento della burocrazia, possono portare addirittura ad ulteriori effetti recessivi. Liberalizzazioni e privatizzazioni sono idee opinabili, ma certo non sono la panacea.

    A ciò si aggiunga che lo scenario europeo verosimilmente peggiorerà, con l’esplosione di un dramma sociale in Grecia e dei problemi di bilancio francesi. Pertanto non c’è dubbio che il contesto in cui dovrà operare il prossimo governo sarà particolarmente difficile.

     

    parlamento-italianoLO SCENARIO PIU’ PLAUSIBILE: CHI GOVERNERA’ E CON QUALI POTERI 

    Tutto dipende dalla legge elettorale, il famoso “porcellum”: a parole tanto criticato, ma nei fatti lasciato immutato dai partiti della legislatura uscente, che quindi se ne assumono tutta la responsabilità. Le caratteristiche di questa legge che ci interessano sono due: 1) il premio di maggioranza, 2) le soglie di sbarramento.

    Alla Camera dei Deputati non ci sono problemi: stanno fuori i partiti singoli sotto il 4% e le coalizioni sotto il 10%, mentre chi arriva primo si becca sicuri 340 seggi che garantiscono la maggioranza e quindi la governabilità. Al Senato della Repubblica la musica cambia: stanno fuori i partiti sotto l’8% e le coalizioni sotto il 20%, ma soprattutto il premio di maggioranza si calcola regione per regione. Questo significa che non tutti supereranno lo sbarramento; e che anche un piccolo scarto di vantaggio – ad esempio – in Lombardia si traduce automaticamente in 27 seggi sicuri al Senato: una bella fetta di quella quota di maggioranza che si raggiunge con circa 176 seggi. Quindi anche una vittoria su scala nazionale non garantirebbe automaticamente la maggioranza, se il combinato dei vari voti regionali fosse particolarmente sfortunato.

    Con queste regole e, prendendo per buoni i sondaggi di cui disponiamo, alla corsa per il  Senato arriveranno solo in quattro: PD, PDL, M5S e Lista Monti. In questo contesto il PD sarebbe costretto ad allearsi con Monti, non potendo contare (per ragioni di decenza) su Berlusconi, né sul movimento di Grillo (per indisponibilità di quest’ultimo). E sapete già che questa è l’unica ragione per cui Monti ha deciso di scendere… pardon, “salire” in campo con una lista unica al Senato: sostenere il PD nel voto delle prossime finanziarie, che saranno certamente lacrime e sangue e che quindi rischiano di sfaldare a sinistra la coalizione di Bersani.

    Se e che stabilità avrà l’annunciato governo “Bersamonti” dipenderà tutto dai numeri della vittoria, oltre che dal (probabile) aggravarsi della crisi. Questo scenario, però, potrebbe essere scardinato non tanto da un exploit di Berlusconi, che non pare proprio in vista, quanto piuttosto da un’eventuale e clamorosa débacle di Monti, che non sembra sfondare nei sondaggi e che potrebbe – difficile, ma non da escludere – persino non superare lo sbarramento dell’8% al Senato: e a quel punto tutto potrebbe succedere, compreso uno sfaldamento del PDL o (probabilmente) un ritorno alle urne.

    Ma il vero possibile fattore dirompente resta Beppe Grillo: il quale – va riconosciuto – ha fatto una campagna elettorale praticamente perfetta. Reduce dalle polemiche sull’autoritarismo interno al movimento, che, dopo la cacciata degli attivisti Favia e Salsi, faceva dubitare sulla tenuta dei consensi raggiunti nei sondaggi, Grillo ha puntato tutto sulla coerenza e sulla purezza ideologica. Non ha smesso di battere sul tasto del ricambio della classe dirigente, forte della scarsa attitudine al rinnovamento mostrata del resto della “casta”. Non si è concesso alle televisioni, costringendo così le televisioni a rincorrerlo da una piazza sempre più piena all’altra. Ha dichiarato esplicitamente di non voler governare (obiettivo rimandato di una legislatura), ma solo di puntare a infiltrare in Parlamento una pattuglia di attivisti la più numerosa possibile: in questo modo ha evitato brillantemente sia il problema del “voto utile” che quello della credibilità del programma. Il risultato è che oggi il suo M5S appare l’unica forza davvero “alternativa”, in un modo anche un po’ romantico; l’unica forza comunque in grado non per forza di “fare bene”, quanto soprattutto di “far cambiare direzione” a una politica che ha deluso e esasperato gli Italiani oltre ogni limite.

    Il vero potenziale del M5S, quindi, resta ancora incerto. Quel 15% di elettori ancora indecisi  potrebbe decidersi proprio alla fine: e potrebbe optare proprio per dare uno schiaffo ai vecchi partiti; un’eventualità che sarebbe ancora più probabile, se stasera Piazza San Giovanni arrivasse davvero a riempirsi. Ecco perché la vera domanda a cui queste elezioni devono dare risposta, quello che tutti aspettano con ansia di sapere, compresi soprattutto i candidati rivali, è: fin dove può arrivare Beppe Grillo?

     

    Andrea Giannini

  • You, forme allocutive: come si fa in inglese a dare del Lei?

    You, forme allocutive: come si fa in inglese a dare del Lei?

    londra-cabina-DI“Hello. How’re you?” “Fine, thanks. And you?” Quante volte sui libri di inglese di livello più elementare avete letto questo breve scambio di battute? Se avete una minima conoscenza dell’inglese, non credo che vi servirà la traduzione… O forse sì! Infatti, se si analizza questo mini-dialogo in maniera più approfondita,  saranno due, e non una sola, le traduzioni possibili  (entrambe corrette).

    1 “Ciao. Come stai?” “Bene, grazie. E tu?”

    2 “Buongiorno. Come sta?” “Bene, grazie. E lei?”

    In altre parole, mentre in italiano esistono due forme allocutive (address forms), il “tu” e il “lei”, in inglese si dà solo dello you. Come si fa allora in inglese a dare del lei? E più in generale: esistono il tu e il lei in inglese? Partiamo dalla risposta – un po’ provocatoria – alla seconda domanda, la quale probabilmente vi sorprenderà: in English non esistono né “tu” né “lei”. Lo you che viene usato oggi indistintamente per rivolgersi a genitori, compagni di scuola, colleghi, superiori, politici, ecc. è in realtà in origine un “voi”. Sì, perché ripercorrendo la storia della lingua inglese scopriremo che il pronome personale soggetto di seconda persona singolare era thou , il quale gradualmente è stato sostituito da you, appunto. Esisteva anche un pronome che svolgeva la funzione di complemento, thee, per cui abbiamo per esempio in un celebre sonetto di Shakespaere:

    “Shall I compare thee to a summer’s day?

    Thou art more lovely and more temperate”

    Il sonetto in questione è il Sonnet 18, che peraltro vi consiglio di leggere nella sua interezza in quanto punto altissimo della letteratura non solo inglese, ma mondiale. Ogni volta che lo leggo, mi emoziono.

    Ritorniamo allora alla prima domanda: come si fa a dare del tu o del lei in inglese? Partiamo da una premessa: la cultura anglo-sassone è molto più pragmatica e meno salameleccosa della nostra, nella quale grande – troppa – importanza nelle conversazioni viene data a titoli come “Dottore”, “Egregio”, “Illustrissimo” – o il famigerato “Venerabile”). Mi trovo molto d’accordo a questo proposito con coloro che sostengono che l’uso formale e poco sostanziale di questi titoli non faccia altro che gonfiare l’ego e l’arroganza di chi si sente chiamare “Onorevole”, “Luminosissimo”, ”Eminenza” o simili acrobazie linguistiche francamente un po’ ridicole, accrescendo allo stesso tempo un senso di inferiorità in coloro che si rivolgono a tali individui. Siamo tutti esseri umani a prescindere dai nostri titoli di studio e dalle etichette nobiliari, oppure no?!

    Tornando all’inglese, ciò che ho spiegato non significa che non esistano forme di cortesia per una persona più anziana o con la quale non si ha confidenza. Il fatto è che, invece che tramite un “lei” o un “tu”, il rispetto emerge in altri modi. Per esempio, rivolgersi a una donna con Madam o a un uomo con Sir è già di per sé una forma di educazione molto apprezzata. Una frase del tipo: “Hello, Mr. Anderson. How’re you, sir?”  è equivalente al nostro dare del lei. Se l’interlocutore vorrà abbassare il livello formale della conversazione replicherà immediatamente: “Please, call me John.” Farsi chiamare per nome senza che esso sia preceduto da Mr o Mrs So and So (il signor/la signora Tal dei Tali) equivale infatti al nostro: “Dammi pure del tu.”

    Per concludere, vista la confidenza che ormai ho con voi lettori della rubrica ho quindi deciso oggi di usare un saluto particolarmente informale… Catch you later (più o meno “ci becchiamo dopo”)!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Vendere casa, il ruolo dell’agenzia immobiliare: legge e consigli

    Vendere casa, il ruolo dell’agenzia immobiliare: legge e consigli

    Case di piazza Rossetti alla FoceLa scorsa settimana  abbiamo visto quali sono le cose da sapere prima di intraprendere il cammino verso l’acquisto di una casa. Oggi affrontiamo lo stesso tema, concentrandoci su chi, invece, la casa la vuole vendere.
    Al di là delle inserzioni private che chiunque può fare attraverso la carta stampata o via internet, noi vogliamo riferirci a chi si vuole avvalere di un’agenzia immobiliare.

    Innanzitutto, per quanto possibile, fate una verifica sulla serietà dell’agenzia (per meglio dire) dell’agente cui vi rivolgete. In secondo luogo, fate sì che venga valutato in maniera circostanziata il valore del vostro immobile. Diffidate da chi fa valutazioni al rialzo: così – almeno in questo periodo nero – non venderete mai alcunché.

    A questo punto, ovvero una volta  individuata l’agenzia di cui più vi fidate, potete conferire un mandato a vendere.
    ATTENZIONE : in questo caso, conferire un mandato non significa esattamente che l’agente immobiliare vi rappresenta (altrimenti dovremmo parlare di rappresentanza o di procura).
    L’agente immobiliare è un mediatore, ossia un agente atipico (tipico nel prendere una provvigione, atipico perché deve fare gli interessi di due soggetti: venditore ed acquirente).

    Il mandato a vendere può essere in esclusiva (questo significa che un solo agente può vendere la vostra casa) oppure non in esclusiva  (vale a dire che più agenzie immobiliari possono avere in vendita il vostro immobile). Ricordatevi che l’agente immobiliare è obbligato a ricevere le offerte di acquisto qualunque formulazione economica abbia, anche qualora essa sia di molto inferiore al prezzo richiesto.

    Il mediatore – in quanto tale – non può discriminare l’interesse del venditore da quello dell’acquirente; in altre parole, la sua funzione di mediatore lo obbliga, una volta ricevuta un’offerta, a non riceverne altre, salvo avvisare il promittente acquirente della situazione esistente (offerta d’acquisto molto al di sotto) e quindi a prospettargli una proposta revocabile.

    Già, perché con una proposta irrevocabile, l’acquirente si impegna in modo formale ed il mediatore, per la funzione tanto giuridica quanto professionale che lo impersona, non può favorire il venditore a discapito dell’acquirente, anche se quest’ultimo prova a fare l’affare della vita giocando al ribasso.

    Appunto in questo caso, valutate sempre l’operato dell’agente immobiliare: per lui è più conveniente vendere ad un prezzo più alto, per via della provvigione spettantegli, ma così facendo potrebbe farvi correre il rischio di perdere una vendita sicura. Insomma, valutate sempre l’ipotesi del “pochi, maledetti e subito”!

    D’altronde, la proposta la potete accettare solo voi, mica l’agente immobiliare: se così fosse sarebbe un vostro rappresentante legale volontario. Ma come detto, così non è.

    Un ultimo consiglio: leggete sempre, almeno due volte, ciò che firmate quando conferite il mandato all’agente immobiliare, controllate che quest’ultimo sia regolarmente iscritto alla camera di commercio territorialmente competente e che vi sia la ragione sociale, con tanto di partita IVA, dell’agenzia.

    Diffidate dalle agenzie che non espongono i prezzi di vendita: quelle non sono offerte al pubblico vere e proprie in quanto mancanti di un elemento fondamentale in una compravendita.

    Stiamo parlando di case, mica di noccioline…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Roberto Manzoli]

  • Consiglio Comunale, elezioni: il voto nazionale e la politica locale

    Consiglio Comunale, elezioni: il voto nazionale e la politica locale

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DQuesto martedì non è stato convocato il Consiglio Comunale per una pausa pre-elettorale. In previsione delle prossime elezioni abbiamo cercato di capire se e in che modo i recenti cambiamenti politici abbiano avuto degli effetti sulla politica locale a Genova.

    A partire dal 6 dicembre 2012, quando il Pdl ha ritirato la propria fiducia al Governo Monti, la scena politica nazionale ha subito diverse mutazioni. Nuove forze politiche hanno fatto la loro comparsa, altre rischiano lo scioglimento.

    A Genova la destra, più precisamente il gruppo consiliare del Pdl, ha perso un proprio componente, che è confluito nel Gruppo misto. Il consigliere Baroni, che era stato uno dei fondatori di Forza Italia, ha dichiarato di non essere intenzionato a restare in un partito «ormai di proprietà privata del Cavalier Berlusconi». Baroni sosterrà la lista creata dal Presidente del Consiglio uscente Mario Monti “Con Monti per l’Italia”, ma non ha specificato se questo passaggio modificherà la sua posizione nei confronti della Giunta Doria.

    A sinistra i maggiori cambiamenti hanno riguardato l’Idv, che alle prossime elezioni non si presenterà con il proprio simbolo, ma farà parte del movimento guidato dall’ex magistrato Antonio Ingroia “Rivoluzione Civile”. Entrato in consiglio come partito di maggioranza, l’Idv è stato spesso critico verso le scelte della Giunta Doria. La scissione tra il leader nazionale Antonio di Pietro e il capogruppo alla Camera Massimo Donadi ha comportato una separazione anche all’interno del gruppo consiliare comunale. Anzalone e Mazzei sono rimasti all’interno del partito, mentre De Benedictis ha aderito alla nuova forza politica di Donadi (Diritti e Libertà), che sostiene Bersani come Presidente del Consiglio. Anche in questo caso è difficile prevedere grandi cambiamenti nel comportamento dei consiglieri eletti tra le fila dell’Idv, mentre è prevedibile un maggiore avvicinamento alle posizioni del Pd da parte del “fuoriuscito” De Benedictis.

    Ad una prima analisi non sembra quindi che il quadro politico nazionale abbia inciso profondamente sugli equilibri del Consiglio Comunale. Benché la minoranza di centro-destra abbia perso un suo componente, non ne derivano infatti particolari vantaggi per il centro-sinistra.

    Al tempo stesso la maggioranza non sembra nemmeno essersi indebolita per la fuoriuscita di De Benedectis dal proprio partito, il quale, anzi, è entrato a far parte di una nuova forza politica che a livello nazionale farà parte della coalizione di centro-sinistra.

    Ma se nell’immediato non vi sono state particolari trasformazioni è per il futuro che si presentano alcune incongite. Di fronte ad un quadro politico nazionale così incerto è difficile immaginare cosa accadrà ai rappresentanti locali di alcune forze politiche di cui non si conoscono ancora le sorti. A quale partito nazionale faranno riferimento i restanti consiglieri dell’Idv, se tale partito verrà sciolto per confluire all’interno del nuovo movimento di Ingroia? La lista civica di Monti si trasformerà in un partito con una propria struttura anche nelle regioni e nei comuni? A chi risponderanno delle proprie scelte i rappresentanti di queste forze politiche? Insomma quali saranno i collegamenti tra i loro rappresentanti locali (non solo a Genova) e quelli nazionali?

    Ogni risposta a questi interrogativi sarebbe un azzardo, anche per la forte incertezza sul risultato stesso delle prossime elezioni. Tuttavia questa situazione mette in evidenza come il sistema politico italiano stia attraversando una fase di grande trasformazione e, al tempo stesso, di debolezza che ancora non si è arrestato e che, in futuro, potrebbe avere forti ripercussioni anche sulla politica locale.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La crisi della Chiesa e la debolezza del Papa: analisi e riflessioni

    La crisi della Chiesa e la debolezza del Papa: analisi e riflessioni

    vaticanoIn attesa che abbia fine una campagna elettorale di cui non sentiremo certo la mancanza, un commento lo merita la clamorosa abdicazione di Joseph Ratzinger. La portata dell’evento è già stata ampiamente sottolineata dalla stampa di tutto il mondo: non solo, infatti, l’ultimo precedente risale a 600 anni fa, ma soprattutto la Chiesa si trova in un momento difficilissimo della sua storia.

    Da Papa Giovanni Paolo II a Benedetto XVI il delicato rapporto tra una dottrina millenaria e le sfide poste dalla modernità è ancora lontano dall’essere definito. Per di più mai come in questi ultimi anni è emerso al pubblico il torbido lavorio che si agita segretamente fra le gerarchie ecclesiastiche: dall’opacità nella gestione dello denunce dei preti pedofili, fino alle più recenti polemiche sulla trasparenza dello IOR e sulla guerra intestina per bande documentata dalla ormai celebre inchiesta giornalistica detta “Vatileaks“.

    E’ ovvio che in un momento del genere il gesto di Benedetto XVI rischi di essere letto, al di là delle dichiarazioni di facciata e del plauso generale di convenienza, come un’ammissione di debolezza della Chiesa. Il paragone con i precedenti storici non fa che confermare questa valutazione: di Celestino V (1294) tutti ricordano la “viltade”, secondo il giudizio sferzante di Dante (che Ratzinger tuttavia non condivideva assolutamente); e a proposito di Gregorio XII (1415) bisogna rammentare che l’abdicazione servì a chiudere, con il concilio di Costanza, uno dei periodi più bui per la Chiesa, seguito al ritorno a Roma del Papato dopo la “cattività avignonese” (1309-1377): un gioco di potere combattuto a colpi di nomine di Papi e di antipapi e denominato evocativamente “Scisma d’Occidente” (1378-1417).

    Questa consapevolezza non può essere mancata a Joseph Ratzinger. L’ormai ex-Pontefice, che già da qualche anno – oggi retrospettivamente non si può dubitarne – andava meditando il coup de theatre e preparandosi la strada, non poteva non sapere che una scelta del genere, anche se formalmente legittima, si sarebbe trasformata in un duro colpo per l’immagine di compattezza della Chiesa. C’è infatti il Pastor Aeternus, cioè il dogma dell’infallibilità del Papa (quando parla ex cathedra) sancito nel 1870. Da allora è la prima volta che un Papa mette in imbarazzo a tal punto la dottrina: rinunciando al pastorale, infatti, Joseph Ratzinger rinuncia anche, per una decisione del tutto personale (in cui cioè Dio non ha evidentemente alcun ruolo), alla missione di portavoce del volere divino. Ma chi è designato da Dio ad esprimersi nel Suo nome, come fa a decidere da solo che, da un certo punto in avanti, la cosa non gli interessa più?

    Le gerarchie ecclesiastiche potranno anche prodursi in ardite gimcane teologiche per giustificare la cosa, ma è evidente che da oggi, se anche il Papa può ritirarsi, sarà un po’ più difficile spiegare perché, ad esempio, l’uso del preservativo non sia consentito. C’è, insomma, il concreto rischio che tutto l’impianto dottrinale perda credibilità. Difficile pensare, quindi, che un fine teologo e un devoto prelato come Joseph Ratzinger abbia potuto abbandonare la sua Chiesa, del tutto impreparata alle conseguenze di un simile gesto, solo per imprimere una svolta di “modernità”, come vorrebbero gli entusiasti commentatori e intellettuali più liberal di sinistra. L’unica spiegazione, in realtà, è che Benedetto XVI abbia voluto attendere il primo momento di calma relativa per passare il testimone ad un nuovo e più “vigoroso” successore, in modo da non consegnarsi, nella debolezza incipiente della vecchiaia, ad una curia di cui evidentemente non si fida e di cui teme le oscure trame.

    In quest’ottica il gesto di Ratzinger assume una senso rispetto alla sua coscienza di religioso (che altrimenti ne uscirebbe compromessa): quello di una denuncia estrema e clamorosa per il bene superiore della comunità di fedeli che stava guidando. Segue come corollario che, se in effetti “c’è del marcio in Danimarca”, allora l’opera di inchiesta giornalistica non stava denigrando la Chiesa, ma Le stava rendendo un buon servizio. Quei giornalisti, come Gianluigi Nuzzi o Marco Lillo, che avevano doverosamente pubblicato le notizie di cui entravano in possesso, stavano solo facendo scrupolosamente il loro lavoro: e dovrebbero essere tenuti in buona considerazione per questo, anziché osteggiati come è spesso avvenuto. All’opposto certi politici sedicenti “cattolici”, sempre pronti a spellarsi le mani qualsiasi cosa venga dal Vaticano, hanno dimostrato una volta di più di che pasta sono fatti:  al contrario di quello che diceva Montanelli di De Gasperi, cioè che fosse cattolico ma non clericale, questi si sono rivelati più clericali persino del Papa e, in ultima analisi, dei pessimi cattolici.

     

    Andrea Giannini

  • Brighton, un viaggio nel segno degli Who e del film Quadrophenia

    Brighton, un viaggio nel segno degli Who e del film Quadrophenia

    paul-DIPrendete un film di nome Quadrophenia, un disco degli Who, un movimento culturale chiamato Mod e la mitica Vespa Piaggio, amalgamate bene il tutto e otterrete Brighton, una città piuttosto grande sulle coste meridionali dell’East Sussex, dove gli inglesi passano le estati tra luna park, discoteche e stabilimenti balneari in quella che può essere considerata una piccola Londra sul mare.

    Un’estate di qualche anno fa, durante una vagabondata con il mio amico Matteo in giro per l’Europa, abbiamo preso un treno che dalla colorata Olanda ci ha portato nel malinconico Belgio e nel nord della Francia e precisamente nel dipartimento del Passo di Calais.

    Sarebbe stato troppo facile arrivare in Inghilterra e prendere il primo treno per Londra, abbiamo deciso invece di arrivare a Dover, esaudendo quindi un mio sogno fin da quando ero adolescente, per poi proseguire sulla costa verso Ovest e visitare Brighton. Mentre mi avvicinavo alle  bianche scogliere ascoltavo I’m One degli Who per entrare nel clima giusto ed ero certo che il mio amore per la Gran Bretagna sarebbe  ulteriormente aumentato dopo questa esperienza.

    Una volta arrivati sulla terraferma e gustato un English Breakfast nel primo pub trovato a Dover abbiamo preso il treno per trascorrere le ultime ore di viaggio prima di giungere finalmente a destinazione. Il primo approccio con Brighton è stato come l’incontro tra due cani, ci siamo annusati e studiati, ma appena abbiamo capito di essere compatibili abbiamo iniziato a scodinzolare.

    Al di fuori della Brighton Station le strade sono disordinate e non proprio pulite, a prima vista può ingannare ma dopo qualche metro ci si innamora subito di ogni marciapiede e muro della città. Un taxi leopardato ci ha portato in centro dove ha preso inizio la nostra ricerca di un alloggio per le notti a seguire, tutto era pieno e inspiegabilmente non si trovava una stanza da nessuna parte.

    Le centinaia di bandiere multicolori appese alle finestre e sui balconi risolsero ogni dubbio, eravamo finiti nel bel mezzo del Gay Pride, ogni buco in città era occupato ma fortunatamente abbiamo trovato un cartello Vacancy in quello che per noi è diventato il mitico Churchill Palace Hotel.

    Al suo interno la moquette in stile arabesco non intonava per niente con le pareti viola, il soffitto del corridoio scemava verso il basso e la stanza sembrava quasi ricavata abusivamente dal palazzo adiacente, per entrare abbiamo dovuto abbassare la testa e passare sotto una minuscola porta irregolare. Due letti a castello e un tavolino ingombravano il passaggio,  il bagno, non perfettamente pulito, disponeva di doccia “multi getto” e la muffa sulla tenda richiamava a decorazioni floreali ma forse è proprio questo il bello dei viaggi, le cose perfette si ricordano meno.

    Una volta sistemati siamo andati in centro, dove le immagini di  Quadrophenia scorrevano davanti ai miei occhi, vedevo Ace (nel film interpretato da Sting) scorrazzare con la sua vespa insieme a Jimmy, i capobanda dei Mods prendere parte alle risse contro i Rockers con le loro giacche di pelle e le grosse moto roboanti. Il film racconta fatti realmente accaduti negli anni 60, il conflitto tra Mods e Rockers fu cruento e sanguinoso e Brighton insieme ad altre località del sud dell’Inghilterra fu sede di scontri tra le due fazioni, la più importante ad Hastings dove i combattimenti durarono due giorni e i giornali soprannominarono l’evento come “La seconda battaglia di Hastings”.

    Gli scontri ebbero luogo anche lungo la splendida promenade sul mare dove spiccano gli imponenti moli simbolo di riconoscimento della città. Il più importante, è il Palace Pier dove sale giochi e luna park conditi da piccoli negozi di cianfrusaglie distraggono i turisti durante le sere estive mentre non molto lontano troviamo il West Pier, un molo inaugurato nel 1966 e chiuso al pubblico nel 1975, nel 2003 è stato vittima di un incendio che lo ha fatto crollare, le sue spoglie di ferro si trovano ancora adagiate sulla riva e sono diventati un simbolo per fotografi e artisti che traggono da esso le loro idee.

    La prima sera siamo andati al luna park del Palace Pier e ci siamo divertiti come bambini sopra le montagne russe e su gli autoscontri, l’attrazione della serata però è stato Paul, un Bulldog di peluche rinchiuso in una teca di vetro, sarebbe stata sufficiente una sterlina e un po’ di fortuna nel manovrare il braccio meccanico per permettergli di evadere… ma le sterline sono state venti e dopo quasi un ora di tentativi lo presi e lo portai con me per tutta la vacanza.

    La bellezza delle spiagge di Brighton si contrappone alla temperatura non proprio piacevole dei venti e del mare, tuttavia gustare un cocktail nei locali lungo le spiagge ascoltando pezzi suonati dal vivo è sempre un occasione da non perdere. Un locale in modo particolare permetteva ogni giorno a musicisti e cantanti di esibirsi all’aperto, uno di questi ha attirato la mia attenzione per la sua somiglianza a Jack Johnson, sia nello stile e nelle sembianze, suonava pezzi moderni come “take your mama” degli Scissor Sister oppure svariava dai classici dei Beatles ai reggae di Bob Marley con la sua chitarra acustica che coinvolgeva anche passanti dalla passeggiata sovrastante.

    La città è impregnata di cultura musicale e cinematografica, decine di artisti lungo le strade suonano canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones, brani dei Police e naturalmente degli Who, sui muri si trovano murales con riferimenti ai migliori film cult della storia, dal viso di Igor di Frankeinstein Junior all’inquietante sguardo di Alex di Arancia Meccanica e, tutti simboli e personaggi dei migliori anni del XX secolo.

    La sera, grazie anche al Gay Pride, i locali si popolavano di Drag Queen, vampiri transessuali, gay e lesbiche, ragazzi e ragazze che ballavano al ritmo dei Queen, Robbie Williams, Oasis e tutto il miglior rock britannico , la serata si conclude sempre cantando Hey Jude con l’ultima birra in mano abbracciati a gente sconosciuta. Le intense serate si smaltiscono sempre con ottimi hamburger facilmente acquistabili vicino alle spiagge o nei piccoli bistrot distribuiti lungo le vie del centro, un toccasana prima di andare a dormire e caricare le pile in vista del giorno dopo.

    Il secondo giorno lo abbiamo dedicato allo shopping, molti negozi del centro vendono abbigliamento come camicie a maniche corte, parka, scarpe con le frange e spille di ogni colore e motti, tipici dello stile Mod. Uno di questi esponeva al suo interno una Lambretta d’epoca e fotografie di  cantanti e personaggi famosi come Paul Mc Cartney, Paul Weller, Rod Stewart e Liam Gallagher, che avevano visitato il negozio e immortalati al suo interno.

    Un altro negozio dove ho passato qualche ora piacevole è il Borderline, forse il più fornito rivenditore di dischi usati del sud Inghilterra, sono uscito con il vinile originale di Mad Dogs & Englishman di Joe Cocker, un album che conservo ancora molto gelosamente nella mia collezione.

    Come detto in apertura, ripercorrere Quadrophenia e le sue scene era il mio obiettivo e prima di partire per Brighton non mi documentai molto sulla  storia della città; la storia però, inevitabilmente, passeggiando per le strade, si rivela da sè e premia i curiosi… come nel caso della grande struttura dalle connotazioni indiane situata a un centinaio di metri dal mare. Il Royal Pavillion è una villa costruita da Giorgio IV nella seconda metà del 1700 poiché dopo alcune visite a Brighton si innamorò del paesaggio e dell’ambiente tranquillo, decise quindi di acquistarlo e di renderla la residenza estiva di corte. Affascinato da alcune stampe orientali, ordinò ai suoi architetti di modificare la struttura in stile Cinese e in seguito cambiò ancora fino ad arrivare allo stile Indiano che mostra ancora oggi. Famoso per la sua passione per le arti e per le feste mondane il futuro Re contagiò anche la sua famiglia che proseguì la tradizione terminata con l’avvento della Regina Vittoria che ritenendo Brighton troppo turistica decise di vendere la villa alla città.

    Una volta chiusa la parentesi storica sono tornato nel film dove Jimmy durante gli scontri trova rifugio tra gli stretti vicoli e conosce Steph, la ragazza di cui si innamorerà e proprio in quei vicoli avrà il rapporto occasionale, ho cercato e riconosciuto il luogo esatto prima di scattare alcune fotografie simili a quelle che danno vita alla copertina della colonna sonora del film.

    Finiti i giorni a disposizione sono ritornato verso il Big Ben come i veri Londinesi in attesa dell’aereo per il ritorno che sarebbe partito cinque giorni dopo per la volta dell’aeroporto Cristoforo Colombo. Questo viaggio mi ha lasciato molto più di quanto pensavo di trovare, esistono luoghi che ti attraggono come una calamita e sai che un giorno arriverai a loro, Brighton è uno di questi, mi ha chiamato, l’ho cercata, ci siamo trovati, amati e detti addio, proprio come Jimmy e Steph.

     

    Diego Arbore
    [foto dell’autore]

  • Landscape design e giardinaggio: autori e letture consigliate

    Landscape design e giardinaggio: autori e letture consigliate

    A nation of gardeners

    Questa settimana ci proponiamo di fornire, ai lettori della nostra rubrica, qualche suggerimento sulle più recenti pubblicazioni in materia di giardinaggio e di Landscape Design. In questa prima rapida rassegna, partiremo da alcuni libri, scritti da autori inglesi, che personalmente reputo, per tradizione, stesura ed attenzione ai singoli temi, i più interessanti nell’attuale panorama editoriale.

    A Nation of Gardners (Carlton Books, Twigs Way, £ 20,00).
    Questo volume approfondisce la storia e le ragioni che si celano dietro l’amore degli inglesi per il giardinaggio. Il libro passa in rassegna sia argomenti molto complessi e tecnici quali il tema delle piante medicinali nei giardini dei monasteri che temi più prosaici come le problematiche correlate ai ripari dove collocare d’inverno le piante in vaso.
    Scritto in modo impegnato dallo storico dei giardini Twigs Way, il volume è corredato da una prefazione del garden designer Joe Swift e da lussuose ed eleganti illustrazioni tratte dal Garden Museum.
    Un libro impegnato per lettori molto “committed”.

    Gertrude Jekyll her art restored at upton greyGertrude Jekyll: her art restored at Upton Grey (Garden Art Press, Rosamund Wallinger, £ 29,95).
    Gertrude Jekyll rappresenta, nel Regno Unito, la storia del Garden Design. Ella è infatti la più rinomata e celebrata progettista inglese di giardini di tutto il ventesimo secolo. Tra le centinaia di progetti realizzati, pochi sono però quelli perfettamente restaurati secondo lo spirito della progettista. Questo è il caso di Upton Grey.
    Nella parte iniziale il volume descrive e delinea il parco, nelle successive si riportano invece le piantine originali del progetto e si rivelano le tecniche di restauro e valorizzazione delle varie sezioni del giardino. Il testo dedica poi uno specifico capitolo al particolare utilizzo delle piante mediterranee nel giardino inglese mentre nell’ultimo capitolo si riassumono i tratti caratterizzanti del lavoro della progettista.
    Un libro quindi che non può mancare nella biblioteca di ogni appassionati della storia dei giardini inglesi.

    Beth ChattoA Year in the Life of Beth Chatto’s Gardens (Frances Lincoln, Fergus Garrett, £ 16,99).
    In questo libro la progettista lascia raccontare ad altri le proprie realizzazioni senza farlo volutamente in prima persona, come è invece spesso accaduto in precedenti testi.
    Il volume si presenta come opera prettamente fotografica, riproducendo i giardini nelle diverse stagioni, nella loro evoluzione nel tempo e nelle differenti condizioni climatiche. Le aree a verde si colgono così come realtà sempre mutevoli, che variano rispetto al progetto iniziale, spesso assumendo un voluto aspetto “spontaneo” e ben connaturato al “genius loci”.
    Il volume riporta, sia nelle riproduzioni fotografiche delle boscaglie, delle aree pavimentate, dei giardini d’acqua che nelle foto di dettaglio, uno dei giardini più rilevanti e particolari della fine del ventesimo ed inizio del ventunesimo secolo.
    In ultima analisi, un libro che, grazie alla bellezza delle fotografie è indubbiamente destinato a tutti, appassionati o meno di botanica.

    The Art of Creative Pruning – Inventive Ideas for Training and Shaping Trees and ShrubsThe Art of Creative Pruning – Inventive Ideas for Training and Shaping Trees and Shrubs (Timber Press, Jake Hobson, £ 25,00).
    Il volume è dedicato all’“Ars Topiaria”, su cui ci siamo soffermati in alcuni dei nostri precedenti articoli. Il taglio del testo è al tempo stesso tecnico, artistico e creativo. Si passa infatti dalle realizzazioni più classiche alle opere moderne, dalle tradizionali “sculture” in bosso ai cespugli realizzati in varietà botaniche differenti dalle usuali e solitamente utilizzate per altre finalità. Come alcuni critici hanno osservato, l’Autore approccia la materia con particolare “un occhio di artista”.
    Un libro interessante per tutti gli appassionati di questa precipua tecnica di potatura ma anche per chi sappia cogliere l’abilità e la dedizione dei giardinieri che si curano dei parchi qui raffigurati. Consiglio di leggerlo dopo il (forse) più classico ma altrettanto interessante “Topiary and the Art of Training Plants” (Frances Lincoln, David Joyce, £ 25,00).

    Italy’s Private Gardens – An Inside ViewItaly’s Private Gardens – An Inside View (Frances Lincoln, Helena Attlee, £ 35,00).
    Il volume è scritto da una “specialista” dei giardini italiani ed unisce la tradizione dei parchi italiani al tipico e brillante stile degli scrittori inglesi. Il testo passa in rassegna numerose aree verdi della Penisola, alcune antiche o storiche, altre di recente realizzazione. Alcuni giardini ritratti appartengono a celebri famiglie, altri a noti paesaggisti italiani o stranieri o sono invece retaggio di aristocratici casati. Tutti i parchi sono però accomunati dallo splendore ed eterogeneità del paesaggio, magnificamente ripreso nelle fotografie di Alex Ramsay.
    Il libro è un “must have” per tutti gli appassionati del bello in quanto raffigura una Penisola sorprendentemente inedita, spesso ignota agli stessi italiani.

    Kitchen Garden EstateKitchen Garden Estate (National Trust Books, Helene Gammack, £ 20,00).
    Il libro è edito dal National Trust inglese ed è stato scritto da una donna giardiniere che ha lavorato per anni nelle proprietà amministrate dalla celebre Fondazione britannica (antesignana, nel Regno Unito, del sostanzialmente omologo FAI italiano).
    Il taglio del volume è particolare in quanto esso si sofferma sulla disamina della auto sostenibilità, a mezzo degli orti e del loro ciclo vitale, delle proprietà site nella campagna inglese.
    Il libro testimonia quel recente filone di letture afferenti al rinato interesse per l’inserimento e la valorizzazione degli orti nei grandi giardini. Da ultimo, il volume si sofferma anche ad esaminare ed a studiare la particolare forma del “walled kitchen garden” nel giardino inglese.
    Un libro che riserva grandi sorprese, anche per chi è già appassionato ed esperto di orti.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Lingua e musica: le abbreviazioni nelle canzoni in inglese

    Lingua e musica: le abbreviazioni nelle canzoni in inglese

    microfono-radio-speaker-voceLa parola lyrics rappresenta uno di quei false friend ai quali è necessario prestare particolare attenzione. Con questo termine si indicano infatti in inglese “le parole di una canzone”,  non necessariamente legate all’opera lirica. Al contrario, generalmente si parla lyrics relativamente alle parole di una canzone pop oppure rock. Un esercizio interessante, nell’ottica di combinare i propri interessi allo studio dell’inglese, è proprio quello di provare ad ascoltare i propri ritornelli preferiti cercando di capirne il testo.

    Nel caso di alcune canzoni la comprensione non è troppo difficile. Se per esempio partite dall’ascolto dei “nostri” crooner  italo-americani dalla voce calda e suadente, sono sicuro che riuscirete a seguire buona parte del testo senza problemi. Le canzoni di Sinatra, Perry Como o Dean Martin, rivolgendosi a fasce sociali e di età molto ampie, dovevano avere un tono e delle tematiche rassicuranti per l’audience dei tempi, intenta a godersi il sogno americano e la crescita economica del secondo dopoguerra senza troppi patemi. La comprensione invece si complica nel caso di altre band vicine alla voglia di emergere di particolari strati di popolazione o fasce d’età. Ecco quindi che il registro linguistico dei testi delle canzoni si abbassa, avvicinandosi alle espressioni colloquiali e allo slang tipico di alcuni gruppi sociali; acquistano maggiore spazio alcune espressioni che, se da un lato danno un maggiore “colore”, dall’altro risultano meno accessibili a chi non è parte dei contesti sociali, culturali e regionali che vengono descritti. Ascoltando due canzoni-manifesto di musica rap e reggae e leggendone i testi, poterete capire meglio a che cosa mi riferisco.

    Per avere qualche esempio concreto senza però entrare troppo nel dettaglio relativo ai generi musicali e alle loro basi socio-culturali, prendiamo in esame alcune abbreviazioni tipiche del parlato e riscontrabili non solo nei testi ma addirittura già nei titoli di diversi album o canzoni: gonna (going to), wanna (want to), outa (out of), gimme (give me), ain’t (può sostituire is not, have not, am not,are not), ecc. La tendenza alla contrazione peraltro non è tipica soltanto dell’inglese, in quanto ogni lingua tende naturalmente a “fare economia”. Infatti, l’articolazione di suoni in parole e di parole in frasi richiede un grande sforzo non solo intellettuale, ma anche fisico, il quale coinvolge i muscoli del nostro apparato fonatorio.

    Saranno contenti i lettori genovesi: per una volta non saranno gli unici a venire accusati di eccessiva parsimonia… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale di Genova: campagna contro l’abbandono dei rifiuti

    Consiglio Comunale di Genova: campagna contro l’abbandono dei rifiuti

    palazzo-tursi-musso-enrico-DDall’inizio dell’anno ad oggi l’AMIU ha già raccolto 20 tonnellate di rifiuti ingombranti abbandonati. Una vera e propria emergenza su cui la Lista Musso ha chiesto l’intervento dell’amministrazione presentando una mozione in cui si propone la realizzazione di una campagna per sensibilizzare i cittadini genovesi su questo problema. In particolare il consigliere Salemi, che ha presentato il documento in aula, ha evidenziato che «non vi è conoscenza del fatto che conferendo i rifiuti ingombranti alle isole ecologiche si ottiene uno sconto sulla TIA (tariffa di igiene ambientale, ndr)».

     

    consiglio-comunale-twitter-12-febbraio-2013Il consigliere Campora (Pdl) ha proposto di installare delle telecamere per monitorare le aree in cui avviene lo scarico di questi oggetti. Nonostante qualche reticenza, anche per gli alti costi di questi sistemi di controllo, l’assessore all’Ambiente Garotta ha proposto di «valutare caso per caso» l’utilità di installare queste telecamere. Il rischio, osserva l’assessore,  è che i rifiuti vengano semplicemente «spostati da una zona ad un’altra».

    L’assessore Garotta, si è detta convinta che il problema non sia dovuto solo alla mancanza di conoscenza e informazione , bensì la fatto che vi siano «soggetti che operano al margine della legalità», per esempio quelle imprese edilizie che, per limitare i costi o per mancanza dei permessi necessari, decidono di non effettuare il giusto smaltimento dei detriti. Su questo fronte si sta operando per cercare di rintracciare i soggetti colpevoli e per incrementare il numero di isole ecologiche, in particolare nella zona del levante e medio-levante in cui non sono presenti. Talvolta sono gli stessi municipi che non riescono a trovare una collocazione per questi tipi di raccolta per la resistenza dei cittadini che le considerano, erroneamente, una fonte di inquinamento.

    Il Comune sta cercando di ottenere un finanziamento europeo per poter istituire un efficace sistema di prelievo a domicilio dei rifiuti ingombranti. Inoltre è già stato previsto un piano per il riciclo dei RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed Elettroniche), in particolare telefonini e videogiochi, prevedendo di creare punti di raccolta presso le scuole genovesi. Ciò permette di raggiungere i principali utilizzatori di queste apparecchiature e di sensibilizzarli sui pericoli legati all’inquinamento prodotto da questi oggetti.

    La mozione ha ricevuto un’approvazione unanime dal Consiglio Comunale ma, come testimoniava la presenza nell’aula consiliare di alcuni lavoratori AMIU a rischio licenziamento,  la volontà di risolvere i problemi legati alla raccolta dei rifiuti deve scontrarsi con la scarsità dalle risorse a disposizione del Comune.

    Una possibile soluzione è stata avanzata dal M5S e prevede il coinvolgimento dei cittadini stessi nella segnalazione di eventuali aree abusive di scarico attraverso l’invio di fotografie da pubblicare online sul sito di AMIU. In questo modo sarà possibile creare una “mappa” delle zone anche per scoraggiare nuovi sarichi.

     

    consiglio-comunale-twitter2-12-febbraio-2013

     

     

    La seconda mozione della giornata presentata dal consigliere Bruno (Fds) chiedeva un’adesione del Comune di Genova all’associazione Avviso Pubblico, che riunisce diversi enti locali (circa 200) e promuove al loro interno attività di «formazione civile contro le mafie». Ma come spesso accade per le decisioni politiche, la votazione è stata preceduta da una lunga discussione sugli aspetti formali del dispositivo, nonostante la volontà unanime dei consiglieri di appoggiare questa mozione.

    Di fronte alla richiesta del Pdl di analizzare in commissione consiliare alcuni documenti relativi all’associazione, prima di aderirvi formalmente, e alla volontà, espressa dallo stesso Sindaco Doria, di approvare la mozione come gesto importante per la lotta alla mafia, si è trovata una soluzione di compromesso. La mozione approvata non prevede infatti, come quella originale, l’adesione ad Avviso Pubblico, ma la semplice partecipazione alle sue attività. L’adesione verrà invece discussa in una successiva Commissione Consiliare, durante a quale se ne analizzeranno nel dettaglio le caratteristiche.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Rifiuti elettronici e obsolescenza programmata: chi inquina deve pagare

    Rifiuti elettronici e obsolescenza programmata: chi inquina deve pagare

    tecnologia-energia-DMolti di voi probabilmente sanno già che la maggior parte dei gadget elettronici che usiamo tutti i giorni sono prodotti in condizioni tutt’altro che rispettose dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Forse però molti di voi non sanno cosa succede al vostro smartphone una volta che, diventato obsoleto, entra a far parte del ciclo dei rifiuti.

    Gli smartphone, così come i tablet e tutti gli altri gadget di cui ormai nessuno di noi può più fare a meno, sono rifiuti particolari perché, oltre a non essere biodegradabili, contengono molte sostanze considerate tossiche per l’ambiente. È per questo motivo che è assolutamente necessario non buttare apparecchi elettronici insieme agli altri rifiuti, ma depositarli all’isola ecologica. In seguito questi rifiuti devono essere trattati per recuperare alcuni dei materiali di cui sono composti: rame, ferro, acciaio, alluminio, vetro, argento, oro, piombo, mercurio che possono essere così riutilizzati per produrre nuovi apparecchi invece di dover estrarre nuove materie prime. Fin qui sembrerebbe che tutto funzioni e che, in fin dei conti, si possa inseguire l’ultimo gadget tecnologico senza doversi sentire troppo in colpa per gli eventuali danni arrecati all’ambiente.

    Purtroppo non è così: il trattamento dei rifiuti elettronici (RAEE – rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), se eseguito nel rispetto delle regole, è molto costoso e pertanto questi vengono spesso spediti dove il processo di recupero è più conveniente, cioè nei paesi in via di sviluppo come India, Cina e alcuni paesi africani. La maggiore convenienza deriva dal fatto che il processo di recupero dei materiali avviene disapplicando tutte le norme di tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori: migliaia di persone senza alcuna protezione bruciano a cielo aperto, per meno di un dollaro al giorno, tonnellate di rifiuti elettronici per scioglierne il rivestimento di plastica e recuperare il rame in esso contenuti.

    Le conseguenze sono purtroppo drammatiche: contaminazione delle acque, inquinamento atmosferico e ovviamente altissima incidenza di cancro nelle popolazioni locali. Tutto questo avviene nonostante le normative internazionali non consentano ai paesi sviluppati di sbarazzarsi dei loro rifiuti semplicemente spedendoli altrove. Queste norme vengono tuttavia aggirate facendo figurare i rifiuti elettronici come materiale di seconda mano ancora funzionante vendibile sui mercati emergenti.

    In questo modo i paesi sviluppati esternalizzano i costi per lo smaltimento dei rifiuti e sono i paesi in via di sviluppo a pagarli sotto forma di devastazione ambientale e umana. Attraverso un inasprimento dei controlli si potrebbe certamente cercare di contrastare questo fenomeno, ma forse una soluzione più efficace potrebbe essere un’altra: ridurre a monte la quantità di rifiuti elettronici prodotti.

    Non voglio certo proporre di bandire la tecnologia dalla nostra vita, penso solo che un altro modo di produrre sia possibile. Oggigiorno tutti i prodotti che compriamo sono progettati per durare un tempo molto limitato secondo una strategia che viene chiamata “obsolescenza programmata”. È per questo motivo che gli apparecchi elettronici sono difficili da aggiornare, facilmente danneggiabili e difficili da riparare. Quante volte vi è capitato di trovarvi nella situazione in cui è più economico comprare un nuovo lettore DVD o una stampante piuttosto che farli riparare?

    Ma cosa succederebbe se fossero proprio i produttori di apparecchi elettronici a dover provvedere al loro smaltimento? Pensate davvero che le cose si romperebbero lo stesso così frequentemente? In questo modo i produttori sarebbero incentivati a progettare oggetti modulari di cui si potrebbe sostituire solo la parte danneggiata e non l’oggetto intero. Si passerebbe in questo modo dal “progettare per la discarica” al “progettare per durare”.

     

    LE NUOVE DIRETTIVE PER LO SMALTIMENTO

    Lo scorso 24 Luglio è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale Europea la nuova direttiva sui RAEE che tende a responsabilizzare maggiormente i produttori di apparecchiature elettroniche riguardo allo smaltimento dei rifiuti. Come si legge, questa direttiva intende “contribuire alla produzione e al consumo sostenibili tramite, in via prioritaria, la prevenzione della produzione di RAEE e, inoltre, attraverso il loro riutilizzo, riciclaggio e altre forme di recupero, in modo da ridurre il volume dei rifiuti da smaltire e contribuire all’uso efficiente delle risorse e al recupero di materie prime secondarie di valore”. Viene inoltre affermato che la politica ambientale dell’Unione europea “è basata sul principio di precauzione,  […] «chi inquina paga»”.

    La novità più rilevante introdotto da questa direttiva è il ritiro “uno contro zero”: i grandi esercizi commerciali avranno l’obbligo di ritirare gratuitamente i piccoli elettrodomestici anche senza l’acquisto di un prodotto nuovo equivalente. Ciò rappresenta un’evoluzione rispetto al ritiro “uno contro uno” attualmente in vigore secondo cui i commercianti sono obbligati a ritirare gratuitamente un dispositivo elettronico per ogni acquisto effettuato dal cliente.

    Tuttavia nessuna direttiva, per quanto possa andare nella giusta direzione, potrà risolvere da sola il problema dei rifiuti elettronici. È nostro dovere di cittadini avere comportamenti più consapevoli e orientare i nostri acquisti tenendo in considerazione altri criteri oltre a quanto un prodotto è “cool”, limitando l’acquisto di prodotti elettronici e, quando proprio necessario, scegliendo quelli più “eco-friendly”. Sicuramente non è facile, tutti noi subiamo il fascino della tecnologia, ma forse pensare che ogni volta che compriamo un nuovo gadget quello vecchio potrebbe finire in un rogo e diventare una nuvola tossica magari potrebbe aiutare…

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Agenti immobiliari e leggi: guida pratica all’acquisto di una casa

    Agenti immobiliari e leggi: guida pratica all’acquisto di una casa

    casa-ediizia-popolareSiamo in un periodo di crisi, questo si sa, però qualcuno sogna ancora di potersi permettere l’acquisto di una casa, casa dolce casa…
    In genere per acquistare una immobile ci si reca presso un’agenzia immobiliare e, altrettanto sovente, l’agenzia immobiliare non si comporta in maniera limpida. La mediazione è prevista dagli artt. 1754 e seguenti del Codice civile. L’agente immobiliare è un mediatore atipico, il quale ha diritto a ricevere come compenso una provvigione solo quando l’affare è effettivamente concluso (tra poco vedremo come).

    Ma andiamo con ordine. Quando abbiamo individuato la casa dei nostri sogni, o quanto meno la casa che riteniamo idonea per le nostre esigenze, possiamo formulare una proposta d’acquisto. Attenzione! Non facciamoci ingannare dai falsi entusiasmi.
    Prima di sottoscrivere una proposta d’acquisto, sappiate che ne esistono due tipologie: proposta revocabile (art. 1328 c.c.) e proposta irrevocabile (art. 1329 c.c.). Esse si trovano collocate in quella parte del codice civile inerente ai contratti, in particolar modo alla voce “accordo tra le parti “. Orbene, seppur a livello teorico, la proposta revocabile – per definizione – può essere revocata prima dell’esecuzione di un contratto; la proposta irrevocabile resta tale fino alla data stabilita (in genere, 15 giorni).

    Tutte le agenzie immobiliari vi faranno sottoscrivere una proposta irrevocabile, ossia una proposta che “blocca” l’immobile ed impegna il proponente acquirente fino alla data prevista. A quel punto l’agente immobiliare ha l’obbligo di raccogliere la proposta e di sottoporla al venditore. Qualora quest’ultimo accetti, sarà sempre l’agente a darne tempestiva notizia al proponente. Nell’attimo esatto in cui il proponente riceve comunicazione dell’accettazione dell’altra parte, il contratto si può dichiarare concluso.

    casa-abitazione-citofono

    Alcune considerazioni: se un soggetto fa una proposta d’acquisto di molto inferiore al prezzo esposto?
    Innanzitutto, va detto che l’agente immobiliare deve raccogliere la proposta comunque, salvo diversa pattuizione con il venditore.
    In secondo luogo, dal momento che una proposta irrevocabile blocca altri potenziali clienti – acquirenti del medesimo immobile – l’agente immobiliare dovrebbe fare sottoscrivere una proposta “revocabile”, per dare respiro sia all’acquirente (che sa perfettamente di tirare al ribasso), sia al venditore che deve potere valutare l’opportunità di altre e più vantaggiose proposte d’acquisto .
    Tutto ciò in quanto il mediatore, in quel momento, ha due clienti i cui interessi deve far convergere, sennò che mediatore è? Se non riesce a fare convergere i contrapposti interessi, l’affare sfuma, ma nessuno può dire alcunché.

    Una precisazione: il venditore può rifiutare un’offerta, ma può anche fare una controproposta, l’accordo tra le parti di cui scrivevo sopra, prevede ovviamente la possibilità di una trattativa che vada al di là di una semplice “proposta – accettazione”. D’altronde si sa, da casa nasce casa…

    Da ultimo un breve vademecum, poche regole, ma fondamentali per non sbagliare:

    1. dal momento che l’agenzia immobiliare vi presenta degli stampati, leggerli con attenzione massima, soprattutto verificate la presenza corretta della ragione sociale dell’agenzia cui vi siete rivolti, ma anche chi è fisicamente l’agente immobiliare dotato di patentino;
    2. verificate che l’immobile sia effettivamente quello che desiderate, fatevi dare una piantina con i dati catastali rispondenti ed una visura attuale circa la presenza o meno di ipoteche o gravami;
    3. chiedete tutte le informazioni possibili, anche quelle apparentemente inutili;
    4. la provvigione che dovete conferire all’agente immobiliare deve essere scritta nero su bianco, così come quella dovuta dal venditore allorquando costui accetti la vostra proposta (il mediatore è il mediatore di entrambi, non di uno solo).

    La prossima settimana parleremo dell’agenzia immobiliare dal punto di vista del venditore: anche lui si rivolge ad un professionista ed anche lui è considerabile come consumatore, atipico sì, ma pur sempre consumatore.

    Non vi piace la parola consumatore legata all’argomento immobiliare? Bene, eccone una definizione migliore: contraente debole. Non pensarla così sarebbe un errore grosso come… una casa!

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Rami e colori dell’autunno: il Salice, il Cornus, il Rubus e i Berberis

    Rami e colori dell’autunno: il Salice, il Cornus, il Rubus e i Berberis

    Salix-albaAnche i rami di alcune particolari varietà di alberi ed arbusti possono avere, da un punto di vista cromatico, un ruolo decisivo nel giardino autunnale.
    Come abbiamo detto per le foglie, anche le colorazioni dei rami diventano particolarmente brillanti in questo periodo dell’anno. Tale evento è dovuto alla maggiore preminenza, a fronte di una riduzione della produzione di clorofilla verde causata dalla diminuzione della durata delle giornate autunnali, di alcuni pigmenti colorati presenti nelle piante. In particolare, le parti degli alberi e degli arbusti che presentano la colorazione più brillante ed accesa sono quelle di crescita recente. Il legno tende infatti, nel tempo, a ricoprirsi di corteccia, ad ispessirsi ed essere quindi meno suscettibile di variazioni cromatiche. Per questa ragione, i giardinieri provvedono, in primavera, a potare in modo rigoroso ed a fondo questi arbusti in modo da avere una cospicua crescita di nuovi getti, dalle brillanti colorazioni autunnali.
    Molte sono le varietà di piante che producono interessanti effetti cromatici nella parte finale dell’anno. Nell’articolo di questa settimana ci soffermeremo, in particolare, sui salici e sui i Cornus, accenneremo poi velocemente anche al Rubus ed ai Berberis.
    Le varietà che descriveremo danno ovviamente il loro meglio utilizzate in gruppi di medio-grandi dimensioni, in contrasto con altre varietà di vegetali quali Helleborus, Narcisissus, ecc… e specie in prossimità di corsi di acqua e laghi che accentuano il particolare cromatismo invernale assunto dalla pianta.

    Salice dSalici

    In generale, i Salici sono piante di medio-grandi dimensioni e sono pertanto adatti a giardini di ampie dimensioni. Il loro effetto è massimizzato soprattutto tramite un loro impiego in gruppi.
    Una delle varietà più spettacolari, dalle accese ramificazioni rosso-arancioni, è il Salix alba, varietà vitellina “Britzensis”. Se viene lasciata sviluppare, la pianta diventa un albero di circa venti metri di altezza. Al fine di ottenere i migliori risultati cromatici e di evitare una crescita eccessiva, si suggerisce quindi di potare questa essenza, ogni primavera, quasi a livello del suolo. Tale tecnica favorisce infatti la formazione di nuovi getti che si tingeranno, nelle stagioni fredde, di accese colorazioni autunnali.
    La varietà di Salice daphnoides presenta invece rami di un intenso colore violaceo, è quindi molto interessante per la particolarità della sua colorazione, inusuale in natura.

    Cornus albaCornus

    I Cornus sono caratterizzati da un minore sviluppo vegetativo rispetto ai Salici. Sono arbusti che, lasciati crescere senza interventi di potature, non si sviluppano oltre i tre metri di altezza. Sono quindi adatti a giardini di medio-piccole dimensioni.
    Il Cornus sericea presenta rami giallo-verdastri acceso. Il Cornus alba produce invece una ramificazione rosso scarlatto. Anche le foglie di questa varietà risultano molto interessanti, in estate, in quanto sono verdi piuttosto chiaro, screziate di bianco. Entrambe le due varietà sopra descritte ben si prestano a rallegrare aree scure o buie del giardino. Infine, la varietà di Cornus albaKesselringii” è invece caratterizzata da lucidi rami viola-nerastri.

    rubus-cockburnianusRubus

    Un’altra varietà di pianta che merita di essere menzionata per la colorazione autunnale delle sue ramificazioni è il Rubus. Il Rubus cockburnianus produce rami biancastri, è un arbusto che può raggiungere dimensioni ragguardevoli, specie se viene lasciato crescere indisturbato. Per questa ragione si adatta al meglio a giardini di dimensioni medio-grandi. Data la colorazione delle ramificazioni, esso dà il suo meglio quando viene utilizzato insieme ed in contrasto con altre varietà di piante dalle colorazioni marroni e grigio scuro. La varietà Goldenvale ha inoltre il pregio di produrre delle foglie verdi chiare, simili alle felci, dall’interessante impatto cromatico nel giardino.

    BerberisBerberis

    Da ultimo, accenniamo velocemente ad un particolare arbusto, presente nei giardini in un grande numero di varietà, il Berberis. Questa pianta cresce spontanea in natura ed è molto frugale, attualmente viene spesso utilizzata nei parchi e nelle aree verdi a scopi ornamentali.
    La citiamo per ultima in quanto essa risulta di notevole interesse sia sotto il profilo delle foglie, che dei frutti e dei rami. Questi ultimi presentano spesso spine, sono tendenzialmente arcuati e reggono mazzetti (detti racemi) di bacche verdi che si divengono rosso acceso o blu intenso (a seconda delle varietà) grazie al freddo autunnale e del primo periodo invernale. Le foglie si tingono poi, in autunno, di accese colorazioni purpuree, specie nella varietà Atropurpurea. Le infiorescenze primaverili sono parimenti riunite in racemi, non molto appariscenti, di colore giallo-verdastro e caratterizzate da una particolare profumazione dolciastra. La pianta può essere utilizzata, a causa della spinosità dei rami, anche per la realizzazione di siepi quasi invalicabili di altezza variabile, fino a tre metri.

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Elezioni politiche: Silvio show, Bersani e Monti promessi sposi

    Elezioni politiche: Silvio show, Bersani e Monti promessi sposi

    Bersani PdQuando la settimana scorsa ho scritto che non c’è nessun partito che dica chiaramente che bisogna uscire dall’euro, naturalmente ho tenuto fuori delle eccezioni, alcune anche vistose. Marco Traverso di CSP-Partito Comunista mi scrive per farmi giustamente notare che l’uscita dalla moneta unica fa parte del loro programma. Ma il grande pubblico avrà una familiarità certo maggiore con le sparate del Cavaliere, in pieno orgasmo elettorale: “o la culona si adegua, oppure noi ce ne andiamo”.
    Ora, questa inedita convergenza di vedute tra comunisti e Berlusconi merita qualche spiegazione. Con rispetto parlando per le idee di ciascuno, è chiaro che, a conti fatti con la realtà, i partiti cosiddetti “minori” non saranno mai chiamati a mettere in pratica i loro programmi: quindi possono dire quello che ritengono più giusto, senza preoccupare nessuno o spaventare i mercati. Questo significa salvaguardare la coerenza ideologica: che poi, per un partito di sinistra, è semplicemente dire cose di sinistra. Certo, in un paese in cui queste stesse cose di sinistra le dice anche Berlusconi, è normale che l’elettorato sia un tantino confuso: ma il motivo è piuttosto semplice.

    Il Cavaliere non è mai stato un purista – lo sappiamo –, né pretende che il suo elettorato lo sia: se dice una cosa, è solo perché intuisce che ha delle potenzialità che non sono sfruttate da altri; con una metafora calcistica possiamo dire che, se vede il corridoio libero, ci si infila. Così fu, ad esempio, per la propaganda anti-tasse: mentre gli altri cincischiavano, lui ne fece una bandiera politica, senza farsi scrupoli persino di strizzare l’occhio all’evasione. Eppure entrambe le idee (abbassare le tasse e uscire dall’euro) non sarebbero mai entrate nelle agende elettorali di Berlusconi, se il Cavaliere non vedesse in esse qualcosa di sensato.
    E al di là di certi eccessi, in effetti, qualcosa di sensato c’è. Sull’euro ho già detto tutto; per il resto, è notorio che in Italia la pressione fiscale, per chi le tasse le paga, è praticamente la più alta al mondo, con una qualità dei servizi che all’opposto continua a deteriorarsi. I problemi concreti, dunque, ci sono. E’ pur vero che Berlusconi non li ha mai risolti, né mai li risolverà. Ma se la sinistra in tutti questi anni si fosse abbassata a prenderli in considerazione, anziché pretendere di governare semplicemente per una pretesa superiorità morale e ideologica, di Berlusconi avremmo smesso di parlare tempo addietro.

    C’è poi un altro partito che si è dimostrato euro-scettico, anche se nessuno se n’è accorto: Rivoluzione Civile di Ingroia, che oltre alla lotta a corruzione, evasione e mafie, ha ribadito anche la necessità di rifiutare i trattati di austerità europei (fiscal compact e six-pack). Un altro esponente, Vladimiro Giacché, ha praticamente detto – parafraso – che non saremo noi ad uscire dall’euro, perché sarà l’euro ad uscire per primo da noi. Ora, è solo a partire da questo snodo cruciale che possiamo valutare la polemica sul voto utile.

    Bersani è liberissimo di rifiutare l’alleanza con Ingroia per correre fra le braccia di Monti: fa anzi una scelta di campo molto chiara a favore di chi vuole rispettare gli impegni europei e contro chi li critica radicalmente. Ma non può lamentarsi, se questo ultimo non lo lascia vincere. Per Ingroia, Monti è anche peggio di Berlusconi: perché dunque, per contrastare Berlusconi, dovrebbe dare spazio a chi vuole allearsi con Monti? E’ chiaro, insomma, che non ci sono i presupposti per discutere di “voto utile”: anzi, nella prospettiva di Rivoluzione Civile, il voto per un PD alleato con Monti è un voto inutile e dannoso.

    Sottolineo infine che, come avevo scritto già a dicembre, Monti mira sempre più chiaramente a costruire una maggioranza parlamentare disposta a sostenere le misure imposte dall’Europa. Quindi insegue l’alleanza con il PD, ma è attento anche a rimarcare le distanze per non confondersi troppo con esso e non perdere voti lui stesso: è in quest’ottica che vanno considerati gli attacchi a Vendola. La scommessa è tanto ambiziosa quanto rischiosa: e il banco è sempre a rischio di saltare.

     

    Andrea Giannini