Per parlare del CEFR (Common European Framework of Reference for Languages), che abbiamo menzionato nell’ultima puntata, e per comprendere la sua funzione userò una similitudine a mio avviso efficace, ovvero quella con la patente di guida.
Non sono – per ora – impazzito, ma credo che sia sempre opportuno offrire ai non addetti ai lavori in campo linguistico (i cosiddetti laymen) dei paragoni con situazioni della vita quotidiana.
Parliamo dunque dalla patente di guida, driving licence in inglese. A seconda della tipologia di patente che possedete siete autorizzati a guidare un certo tipo di veicolo. Si va da patenti che presuppongono una conoscenza teorica e competenze pratiche meno complesse per arrivare via via a quelle di livello più alto, che consentono di guidare mezzi pubblici o auto-articolati. Se siete in possesso di una patente per condurre un’auto in Italia, sarete autorizzati a fare altrettanto negli altri paesi dell’ UE indipendentemente dall’esaminatore con il quale avete sostenuto l’esame, dalla scuola guida presso la quale vi siete preparati e dalla Motorizzazione Civile che ha rilasciato la documentazione necessaria. Ciò accade perché a livello nazionale ed internazionale sono stati individuati dei parametri condivisi secondo i quali chi guida un bus deve avere determinate competenze, chi guida un TIR ne avrà altre e così via.
Il CEFR funziona in maniera analoga. Messo a punto nel 1996, il Common European Framework è un quadro di riferimento riconosciuto a livello europeo che consente di individuare sei diversi livelli di competenze acquisite da chi studia una lingua straniera. Da A1, il più basso, a C2, indicante il massimo grado di padronanza linguistica, sono sei i livelli del CEFR. Per esempio, la descrizione del livello B1 stabilisce che lo studente: “E’ in grado di produrre un testo semplice relativo ad argomenti che siano familiari o di interesse personale”.
Su un curriculum vitae una dicitura quale: “Livello C2 di conoscenza della lingua inglese” è certo molto più preciso e più professionale dei generici “ottimo tedesco”, “buon francese”, “discreto spagnolo”… Per non parlare del raggelante “conoscenza scolastica della lingua inglese”, che mi è capitato di leggere su alcuni CV. Tra l’altro, se si sente dire spesso che la scuola italiana non è mediamente in grado di portare gli studenti a un livello di inglese adeguato vi sembra una buona pubblicità scrivere “livello scolastico” sul proprio CV?… Ma non divaghiamo.
Se quelli appena citati sono giudizi soggettivi e raramente corrispondenti alla realtà, i livelli del CEFR sono ben definiti e forniscono una valutazione più chiara, immediata e oggettiva delle competenze linguistiche di uno studente.
Il problema, però, è che non tutti i responsabili delle Risorse Umane o i manager nelle aziende sono a conoscenza dell’esistenza del CEFR, che invece rappresenterebbe uno strumento utilissimo e semplificherebbe di molto il lavoro nei processi di selezione del personale. La situazione tuttavia sta lentamente migliorando e per esempio mi capita più spesso di trovare all’interno dei siti di diversi atenei alcuni riferimenti precisi ai livelli del CEFR.
Infatti, in diverse facoltà universitarie italiane chi dimostra di possedere un livello di conoscenza pari o superiore a B1, ovvero soltanto il terzo nella graduatoria dei sei livelli del CEFR, è automaticamente esonerato dal corso e dall’esame di lingua inglese. In altre parole, chi ha già una conoscenza piuttosto scarsa – come avrete intuito dalla breve descrizione del B1 fornita in precedenza – dell’inglese può anche metterlo da parte e dimenticarlo totalmente nel corso della carriera universitaria. Ma come, direte voi, l’università non è quel luogo nel quale, partendo da pari opportunità, si punta all’eccellenza, a sviluppare ulteriormente le capacità di ragazzi brillanti, a far emergere chi merita senza livellare l’insegnamento verso il basso?… Il tutto peraltro nell’interesse della collettività, ancor più che dei singoli individui. Dubbi più che logici e legittimi. Avreste pienamente ragione a sollevarli. Le cose però attualmente funzionano esattamente al contrario… See you soon!
È da quando è iniziata la crisi che ci sentiamo continuamente ripetere che i problemi principali del nostro paese sono il debito pubblico e il deficit di bilancio. Per questo motivo le parole d’ordine del governo, sin dal suo insediamento, sono state “riduzione del debito” e “pareggio di bilancio”. Una volta ottenuti questi due obiettivi potremmo finalmente liberarci dall’incubo dello spread, o almeno così ci è stato detto. Ma è proprio vero che un alto debito pubblico implica necessariamente alti tassi di interesse? Forse non è esattamente così visto che il paese che ha il debito pubblico più alto del mondo paga tassi di interesse bassissimi sul proprio debito. Questo paese è il Giappone.
Il paese del sol levante è la terza economia mondiale, il quarto maggiore esportatore e il sesto maggiore importatore del mondo. Il Giappone, oltre ad avere l’aspettativa di vita più alta al mondo, è al dodicesimo posto nella classifica mondiale dei paesi con più alto indice di sviluppo umano. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai terribili ritmi lavorativi che portano al suicidio per eccesso di lavoro, indicati dalla parola giapponese Karōshi. Il Giappone è quindi uno dei paesi più “progrediti” al mondo, ben lontano dallo stereotipo dei paesi mediterranei le cui popolazioni sarebbero composte perlopiù da fannulloni e nullafacenti. Per tutti questi motivi i giapponesi possono permettersi un debito pubblico pari addirittura al 230% del PIL e un rapporto deficit-PIL del 9,3%. Numeri da far impallidire l’Italia e addirittura la Grecia. Ma potrà andare avanti così per sempre?
Sembra proprio di no: dopo la crescita dovuta alla ricostruzione post-terremoto (per chi ancora non lo sapesse le catastrofi sono una manna dal cielo per la crescita) il PIL sta rallentando, la domanda interna è debole e così anche le esportazioni. La Banca Centrale Giapponese sta cercando di stimolare l’economia attraverso operazioni di quantitative easing, ma con scarsi risultati. L’unica speranza sarebbe l’aumento delle esportazioni che però, a causa delle debolezza della domanda estera, non stanno dando segnali incoraggianti. La situazione dell’export è ulteriormente peggiorata dalla disputa territoriale su alcune isole del Mar Cinese Meridionale rivendicate da Pechino. Questo ha causato il boicottaggio delle merci prodotte nel paese del sol levante da parte dei consumatori cinesi.
Dal punto di vista demografico il Giappone presenta una situazione simile a quella del nostro paese: la popolazione sta invecchiando rapidamente e, quando la generazione dei baby boomers andrà in pensione, il paese avrà grossi problemi a sostenere il carico della spesa previdenziale. Non proprio un quadretto idilliaco per un paese che dovrebbe crescere (e tanto) per sostenere un debito enorme. Purtroppo le previsioni sono addirittura peggiori: il Fondo Monetario Internazionale stima che nel 2017 il rapporto debito-Pil raggiungerà addirittura il 250%.
Veniamo ora alla domanda principale: perché gli speculatori non hanno approfittato di un debito così enorme per richiedere interessi più alti?La risposta è semplice: il 95% del debito giapponese è in mano ai giapponesi stessi che non hanno certo interesse a far affondare il paese in cui vivono.
Questa situazione è tuttavia destinata a cambiare perché il risparmio delle famiglie sta globalmente diminuendo, proprio a causa dell’invecchiamento della popolazione, e presto il risparmio privato non potrà più sostenere il debito pubblico. Il paese per finanziarsi dovrà quindi rivolgersi ai mercati internazionali che non saranno sicuramente così indulgenti come i cittadini giapponesi e chiederanno interessi molto più alti di quelli attuali. Con un debito di queste proporzioni il costo del debito stesso schizzerebbe alle stelle causando una spirale negativa che metterebbe probabilmente fine al loro modello di sviluppo, almeno così come noi lo conosciamo.
A tal proposito gli economisti, forse proprio perché si occupano della cosiddetta “scienza triste”, partoriscono battute ancora più tristi. Eccone una che riassume la situazione giapponese: “Sai qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia?”. La risposta è: «Tre anni».
Non so se la stima sia esatta, ma sta di fatto che il fallimento del modello giapponese sarebbe, più in generale, il fallimento del cosiddetto modello “mercantilista” che la Germania sta cercando di imporre al resto d’Europa, ma di questo parleremo approfonditamente nelle prossime settimane…
Se Monti non si è schierato apertamente con Casini e Montezemolo, è solo perché i sondaggi non lasciavano presagire un consenso popolare lusinghiero: anzi, se persino il PDL avesse preso più voti di una ipotetica “lista Monti”, la bocciatura per le politiche dell’esecutivo attualmente dimissionario avrebbero compromesso ogni possibilità di riproporle. Pertanto il premier ha deciso di giocare, ancora una volta, in modo “sporco”: ha lanciato un programma e ha invitato i partiti disposti a sostenerlo a proporgli eventuali incarichi, ovviamente dopo le elezioni.
Non c’è, in questo, alcun cambio di metodo significativo, alcuna valorizzazione dei temi concreti a scapito degli schieramenti. Viene solo indicata alle forze politiche la strada da seguire. A UDC e PD è proposta una coalizione post elettorale a sostegno dell’agenda dell’uomo della Bocconi; il nemico da contrastare è individuato in tutte quelle forze populiste, estremiste o come volete chiamarle, che vanno da Berlusconi a Grillo; ed infine si lasciano poche alternative al partito di Vendola, che teoricamente appoggia Bersani, ma con qualche mal di pancia.
Per Monti e il suo programma, allo stato attuale, non era possibile una soluzione migliore. La legge elettorale non è stata riformata a causa delle paure contrapposte delle varie forze politiche: pertanto il rischio che chi vinca le elezioni si ritrovi ostaggio delle opposizioni al Senato (grossomodo come accadde a Prodi nel 2006) è concreto. A questo punto, se farsi eleggere direttamente sarebbe stato certo impossibile, non è detto che lo sia altrettanto il tentativo di acquisire alla propria causa forze politiche che potrebbero avere un alto consenso. Al contrario, avendo già il pieno sostegno dell’UDC, ottenere l’appoggio del PD è un obiettivo ampiamente alla portata.
A sinistra si sono sempre fatti fregare da Berlusconi: possono farsi fregare anche da Monti, dato che le ragioni della realpolitik esercitano un fascino perverso su quei dirigenti che anche oggi si fregano le mani all’idea di farsi belli grazie alla figura competente del professore. Poi c’è il disagio dei piddini ex-democristiani, che smaniano per staccarsi dai sindacati e avvicinarsi a Casini; c’è un’eredità storica fortemente pro-euro che risale a Romano Prodi; ed infine c’è il problema di come porsi con l’elettorato di sinistra, che aspetta speranzoso politiche meno austere e a cui non bisogna togliere queste illusioni a due mesi dal voto (ma per il quale occorre anche avere una scusa pronta, quando si ritornerà di gran carriera all’agenda Monti).
E’ in questo contesto che va valutato il programma del professore “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa”. Che non è solo “molto generico”, utile per “smarcarsi da riforme che inevitabilmente scontentano qualcuno” e “per non impegnarsi e lasciare poi la strada ad accordi dopo il voto”, come lo ha definito giustamente Tito Boeri. Soprattutto è stato scritto per piacere a sinistra. Ecco perché il documento contiene frasi come: “di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di debito”. Ecco perché richiama, a livello europeo, una “maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio” e “maggiore attenzione alla inclusione sociale”. Ecco perché si parla di abbassamento delle tasse (sempre che si mantengano i conti in ordine), di possibili investimenti attraverso un miglior utilizzo dei fondi europei, di utilità del servizio sanitario nazionale, di provvedimenti a favore di esodati, giovani, over 55, donne, ambiente, internet, istruzione, ricerca, e ammortizzatori sociali. Ecco perché si avanza persino l’ipotesi di uno studio su “come creare un reddito di sostentamento minimo”, anche se “condizionato alla partecipazione a misure di formazione e di inserimento professionale”.
In questo modo gli slogan del PD ottengono l’avvallo esplicito di Monti e, quindi, immediata credibilità: l’elettorato di sinistra avrà ottimi motivi per credere che sia possibile coniugare euro, rigore, crescita ed equità; e dopo le elezioni non sarà un problema – magari – conferire al premier dimissionario il ministero dell’economia. Non è detto che questo basti per raggiungere l’obiettivo, che è sempre quello di dare abbastanza seggi al Senato (cioè governabilità) ad una maggioranza europeista, disposta quindi a fare sacrifici nel nome della moneta unica: ma ci sono buone possibilità. Il problema è cosa succederà, dopo le elezioni, quando ci si dovrà confrontare con la realtà.
Nella scorsa puntata abbiamo parlato delle possibili differenze tra gli acronimi inglesi e quelli italiani. Non sempre però esistono tali discrepanze. Esistono infatti alcuni casi nei quali in entrambe le lingue viene mantenuta la stessa sigla. Se per esempio parliamo di NATO (North Atlantic Treaty Organization) indichiamo sia in italiano sia in inglese la stessa organizzazione internazionale, costituitasi al termine della Seconda Guerra Mondiale e comprendente i paesi occidentali fedeli agli Stati Uniti e opposti al blocco del Patto di Varsavia durante la Guerra Fredda. Proprio in quegli anni giocava un ruolo fondamentale a livello di propaganda in funzione anti-sovietica la NASA (National Aeronautics and Space Administration), la quale nel 1969 portò il primo uomo sulla luna, Neil Armstrong. Celebre è la sua frase: “That’s one small step for man, one giant leap for mankind” (“Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”).
Un’altra organizzazione statunitense che tutti conosciamo, purtroppo più per le gravi nefandezze e ingerenze nelle attività di altri paesi che per i suoi meriti è la CIA (Central Intelligence Agency), mentre l’FBI (Federal Bureau of Investigation) è la polizia che indaga sui reati federali commessi negli USA.
In campo medico, inglese e italiano corrispondono nella designazione di due famigerati acronimi, HIV (Human Immunodeficiency Virus) e AIDS (Acquired Immuno-Deficiency Syndrome), che ancora mietono vittime in tutto il mondo e non solo in Africa, dove l’AIDS rimane comunque un’emergenza assolutamente attuale. Qualche anno fa invece venne diffuso ad arte il terrore tra la popolazione mondalie in relazione alla cosiddetta swine flu (influenza suina), internazionalmente riconosciuta come A(H1N1). Il suo tasso di mortalità fu di gran lunga inferiore – come volevasi dimostrare – rispetto a quanto era stato pronosticato e pompato dai media per intere settimane durante l’epidemia del 2009, ma d’altra parte le case farmaceutiche avevano già prodotto vaccini in serie e non potevano certo permettersi di tenerli invenduti sugli scaffali… Sono cose che dovremmo cercare di non dimenticare.
Altre sigle inglesi che conosciamo e utilizziamo frequentemente sono legate a grandi organizzazioni sportive. La NBA (National Basketball Association) ha avuto un incremento di popolarità globale decisivo negli anni Ottanta grazie alla maggiore presenza a livello mediatico e ad alcuni giocatori diventati icone della pallacanestro come Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird. La NFL (National Football League) e la MLB(Major League Baseball), i campionati statunitensi professionistici di football americano e di baseball, godono di notevole popolarità anche in Europa. E’ curioso invece che l’organizzazione internazionale più conosciuta nel mondo del calcio, la FIFA, abbia in realtà un nome francese: Fédération Internationale de Football Association.
Spostandoci nel campo che più ci interessa, ovvero le lingue, un acronimo da tenere in mente è CEFR (Common European Framework of Reference for Languages), un quadro di riferimento elaborato dal Consiglio d’Europa che consente di determinare gli standard relativi agli stadi dell’apprendimento linguistico in modo da confrontare a livello internazionale le competenze comunicative. Avremo modo di parlarne in maniera diffusa nelle prossime puntate … See you!
La settimana scorsa abbiamo visto come l’Argentina stia manipolando le statistiche relative all’inflazione e abbiamo provato a smentire con i dati le ipotesi paventate da più parti circa un fantomatico complotto del Fondo Monetario Internazionale ai danni dello stato sudamericano. Questo, oltre ovviamente a minare la credibilità del paese, sta facendo rapidamente svalutare le obbligazioni indicizzate all’inflazione che, nonostante gli altissimi rendimenti, vengono evitate dagli investitori. Cerchiamo di capirne il perché.
Questi titoli sono denominati in pesos e per essere incassati devono essere convertiti nella propria valuta, ad esempio in dollari. Il problema è che attualmente in Argentina c’è uno stretto controllo sui capitali che non permette di vendere pesos per comprare valuta estera, se non in casi eccezionali. L’unica alternativa sarebbe quindi rivolgersi al mercato nero dove è possibile vendere pesos a un cambio molto più sfavorevole di quello ufficiale poiché tiene conto dell’inflazione reale. Questa differenza di cambio è pari a circa il 25% ed è per questo che i titoli argentini non sono molto appetibili.
Come vi ho accennato non è possibile convertire pesos in valute estere, ma si sono trovati diversi escamotage per aggirare questa regola. Fino a pochi mesi fa era consuetudine aprire due conti PayPal con differenti email di riferimento ma di proprietà della stessa persona. Trasferendo i soldi da un conto all’altro era possibile convertire pesos in dollari secondo il cambio ufficiale, molto più conveniente del cambio al mercato nero. Il governo, accortosi di questo, ha limitato per legge a uno il numero di conti PayPal attivabili da una stessa persona, ma agli argentini non manca la fantasia e hanno trovato soluzioni alternative.
Un altro trucchetto utilizzato era fingere di doversi recare all’estero per poi invece rimanere a casa, in questo modo era infatti consentito convertire una somma limitata di pesos in valuta estera. Anche in questo caso il governo è intervenuto introducendo una norma secondo la quale tutte le richieste di valuta devono essere confermate dalle agenzie di viaggio, inoltre chi si reca all’estero può acquistare solo ed esclusivamente la valuta dei paesi di destinazione. Come se non bastasse, una volta oltre confine non è possibile prelevare dollari con la propria carta di credito e inoltre, per scoraggiare gli acquisti all’estero, è stata introdotta una tassa del 15% su tutti gli acquisti effettuati all’estero con carta di credito, inclusi gli acquisti effettuati su eBay, Amazon e le transazioni su PayPal.
L’unica categoria che ha ancora un modo di aggirare il controllo sui capitali è quella dei lavoratori autonomi che vengono pagati in dollari. Un numero sempre maggiore di loro si reca in Uruguay per aprire un conto corrente e ottenere una carta di credito. Attraverso questo conto ricevono le loro retribuzioni pagate estero su estero e possono effettuare i propri acquisti in Argentina con la carta di credito Uruguayana.
Non solo i cittadini, ma anche le aziende sono state colpite da misure simili. Chi vuole importare prodotti in Argentina deve ricevere un’autorizzazione ministeriale che gli impone di esportare merci argentine per un valore pari alle merci che ha importato. Questa normativa crea diverse situazioni paradossali: ad esempio i concessionari argentini di automobili prodotte oltre confine sono costretti ad esportare soia o vino per avere l’autorizzazione a importare le auto che rivendono.
L’obiettivo di questa misura è quello di mantenere in equilibrio la bilancia commerciale (la differenza tra le importazioni e le esportazioni) per evitare che il peso si svaluti ulteriormente nei confronti del dollaro. Il problema è che diminuendo le importazioni anche le esportazioni ne risentono: una fabbrica FIAT a Cordoba ha addirittura dovuto sospendere la produzione per mancanza di parti da assemblare.
A completare il quadro abbiamo una Banca Centrale che ha ormai perso ogni parvenza di indipendenza e che ha il solo ruolo di stampare moneta per finanziare la spesa pubblica del governo.
E, per non farci mancare nulla, un giudice di New York ha recentemente condannando Buenos Aires a risarcire 1 miliardo e 300 milioni di dollari a due hedge fund americani che, non avendo aderito alle ristrutturazioni del debito nel 2005 e 2010, pretendono il rimborso integrale dei titoli in loro possesso. L’Argentina infatti, per ristrutturare il proprio debito, aveva proposto a tutti i suoi investitori il rimborso del solo 30% del valore nominale dei titoli di stato in loro possesso. I due fondi americani hanno invece rifiutato tale proposta portando in tribunale lo stato argentino.
La Corte d’Appello ha prorogato la scadenza del rimborso al 27 febbraio 2013 dando così più tempo al governo sud americano, anche se la situazione rimane piuttosto difficile.
Non è la prima volta che un fondo speculativo tenta di rifarsi sullo stato argentino: alcuni mesi fa in Ghana una nave della marina militare argentina è stata addirittura sequestrata per reclamare il pagamento dei tango-bonds. Il pensiero che questa nave si chiamasse “Libertad” strappa un sorriso amaro ripensando all’infausta storia di questo grande paese.
A questo punto non penso che vi stupirete se vi dico che l’agenzia di rating Fitch ha declassato l’argentina a ‘CC’ ritenendo possibile il default e che i CDS sui titoli argentini, cioè gli strumenti derivati utilizzati per assicurarsi contro il default, sono schizzati alle stelle.
Penso abbiate capito che il modello argentino è stato preso troppo frettolosamente come esempio per uscire dalla crisi. Purtroppo l’Argentina ha ancora molta strada da fare e non è detto che nel cammino non ricada in una crisi ancora più terribile di quella del 2001…
Non so se ve ne siete accorti, ma nonostante le imminenti elezioni i termini “destra” e “sinistra” sono praticamente scomparsi dal dibattito politico. Non sarà una sorpresa per chi fosse convinto che siano idee morte ormai da diverso tempo: ma io non sono fra i sostenitori di questa tesi. Penso invece che queste categorie, almeno in termini ideologici astratti, abbiano ancora un peso attualissimo: è (o dovrebbe essere) di destra chi si riconosce nell’ordine, nella legalità, nel tentativo di preservare i valori preesistenti, in un’interpretazione minimale del ruolo dello Stato e in una visione che assegna una funzione sociale positiva alla libera iniziativa individuale; al contrario è (o dovrebbe essere) di sinistra chi si riconosce nella cultura, nell’associazionismo spontaneo, nelle idee nuove, nell’impatto positivo della spesa pubblica e nell’uguaglianza sociale.
Come si vede, sono punti di vista che occasionalmente possono anche convergere, ma che certo danno esiti ben diversi quando si prende in considerazione l’attualità politica, sociale, economica, fiscale, ambientale, religiosa, e via dicendo. Pertanto, anche se non si tratta sicuramente di una inderogabile legge di natura, bisogna ammettere che la distinzione ha quantomeno il pregio di definire un orizzonte di valori concretamente individuabili; un orizzonte tale, anzi, da garantire il senso stesso alla dialettica politica. Esistono partiti, infatti, ed esiste un dibattito politico, se (e solo se) è lecito supporre almeno due ordini distinti e contrapposti di idee, principi, priorità: altrimenti non si capisce bene che senso abbia discutere.
Eppure oggigiorno la grande narrazione politica non distingue più i partiti in base alla loro collocazione a destra o a sinistra; e tanto meno per la loro ispirazione, sia essa cattolica, riformista, liberale, comunista o fascista. Oramai il mondo si divide in “moderati” e “populisti”: ma cosa designino questi termini – confesso con franchezza – si fatica ad afferrarlo.
Cos’è un “moderato”? Per la lingua italiana è “moderata” una persona lontana dagli eccessi, che cerca una misura appropriata: un termine, quindi, positivo, che tuttavia di concreto esprime poco. Viene in mente – se mi passate un paragone filosofico – l’idea della virtù che aveva Aristotele, secondo il quale l’uomo virtuoso sarebbe colui che si pone nel giusto mezzo (cioè sono coraggioso, se non sono né temerario né codardo): tutto molto bello – ricordo diceva il mio professore di filosofia politica, il compianto Flavio Baroncelli – ma anche assolutamente scontato.
E’ tautologico che chi fa troppo e chi fa poco sbagli, essendo che i termini della lingua italiana “troppo” e “poco” esprimono appunto l’idea di mancare, per eccesso o per difetto, la misura giusta. E’ come dire “è bravo chi fa bene” oppure “è disonesto chi si comporta disonestamente”: sono entrambe frasi sempre vere da un punto di vista logico, ma da un punto di vista pratico non dicono nulla sulla onestà o disonestà dei comportamenti concreti. Allo stesso modo, a prendere letteralmente una persona che si definisce “moderata”, dovremmo supporre anche che sia moderatamente democratica, moderatamente a favore dei diritti dell’uomo, moderatamente contro la stupro e moderatamente contro l’omicidio; oppure che si nutra ma senza riempirsi la pancia, che si diverta ma senza morire dalle risate e che faccia anche l’amore ma senza strafare. E’ evidente, in buona sostanza, che la parola “moderato”, se non è applicata ad un contesto, non significa proprio nulla.
Al contrario il termine “populista” ha un’accezione certamente negativa. Generalmente indica chi si appella al popolo ma in modo ruffiano, sfruttandone le pulsioni meno razionali o illudendolo con promesse che non si possono mantenere. Non si capisce bene, però, perché il termine “populista” debba essere preso come opposto di “moderato”.
Ma se passiamo all’uso della terminologia sul piano politico, tutto diventa improvvisamente chiaro. Negli anni il termine “moderato” ha assunto connotazione centrista, attirando a sé la destra (cosiddetta) “liberale” ed esercitando un grosso fascino anche sulla sinistra (cosiddetta) “riformista”: in soldoni PD e PDL si sono messi a fare comunella con l’UDC (non sfuggirà che stiamo parlando della maggioranza che ha votato tutti i provvedimenti del governo Monti). Queste forze politiche, e l’opinione pubblica che le sostiene, hanno avuto storicamente un rapporto contrastato con gli amici e rivali alle rispettive estremità, vale a dire Lega Nord e Alleanza Nazionale da una parte, e Rifondazione Comunista e Italia Dei Valori dall’altra. Erano questi i famosi “estremisti”, o “radicali”: due appellativi che venivano affibbiati, per lo meno, con un minimo di logica, visto che in effetti nel linguaggio corrente esprimono il principio esattamente contrario a quello della moderazione. Dato che poi dentro al calderone degli “estremisti” rientravano in effetti secessionisti, ex-comunisti ed ex-fascisti, la storia era più semplice da credere: i “moderati” sono per il dialogo, gli “estremisti” per la purezza ideologica, per dividere il paese con le barricate ed impedire la governabilità. Col passare del tempo, però, lo scenario dell’area “radicale” ha cominciato a mutare, fino ad arrivare oggi a comprendere Lega Nord, Italia Dei Valori, Movimento 5 Stelle e (se non si fa fagocitare dal PD) Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola. Questo ensemble, affiancato da una vivace parte dell’opinione pubblica, non è più definibile “estremista”, dato che non ha quasi più legami con le ideologie del passato ed insiste molto sul rispetto della democrazia e della Costituzione (con la sola eccezione forse della Lega).
Occorreva quindi – ecco il punto – trovare un altro modo per squalificare questi dissenzienti: è per questo che è stato tirato fuori dal cilindro un nuovo appellativo. Chi si richiama alla gente e all’applicazione integrale delle regole non è un semplice e ortodosso democratico, ma diventa un volgare e demagogico “populista”. Il cuore di questa vuota distinzione sta tutto qui: la parte che detiene il controllo del gioco deve accreditarsi come competente, responsabile e credibile, negando alla radice la possibilità di soluzioni politiche alternative.
Berlusconi e Vendola, che per vari motivi oscillano un po’ a metà tra un fronte e l’altro, saranno promossi a “moderati” quanto meno si metteranno ad ostacolare l’aggregazione di un polo centrale costituito dalle forze dominanti. Non farsi ingannare dai nomi è fondamentale: quello che per alcuni è “essere moderati”, per altri è “essere senza idee”, “piegarsi al compromesso”, “inciuciare”, “paraculismo”.
Destra e sinistra sono idee diverse di concepire la società messe a confronto: quello tra moderati e populisti, invece, è un dibattito inesistente che serve solo a introdurre subdolamente il pensiero unico. La realtà, d’altronde, l’abbiamo sotto gli occhi ed è avviata proprio su questo percorso: se hanno tutti la medesima visione su come organizzare la società, allora ci si può confrontare solo sugli aspetti tecnici (che attengono, però, guarda caso più al sapere scientifico degli specialisti che al consenso democratico della gente); mentre il dissenso diventa giocoforza un attentato ai fondamentali del vivere civile. E quindi, se supera la soglia di guardia, deve essere represso.
In questo ultimo articolo dell’anno, abbiamo deciso di occuparci di tre particolari e poco conosciute varietà di piante: l’Amaryllis, i Narcisi Paperwhites e l’Helleborus.
Al di là dell’abete rosso, del vischio e della tradizionale stella di Natale (Euphorbia pulcherrima), le tre succitate piante possono rappresentare una valida alternativa per la decorazione della casa nel periodo delle feste.
L’Amaryllis è una bulbosa, originaria del Sud Africa, che produce infiorescenze di grandi dimensioni che ricordano vagamente i gigli. I colori più diffusi sono il rosso, il bordò, il rosa in tutte le sue varietà ed il bianco. Esiste anche un Amaryllis di colore bianco-giallo-verdastro, molto particolare ed adatto per l’utilizzo nelle composizioni invernali.
La peculiarità di questa pianta consiste nel fatto che la fioritura, normalmente estiva, può essere “forzata” ed ottenuta nel periodo invernale coltivando la pianta in casa e così sfruttando il particolare microclima degli ambienti interni. Il bulbo ha dimensioni piuttosto ragguardevoli e va piantato in un vaso di terra, da cui deve emergere per circa un terzo.
Annaffiature costanti, una buona esposizione alla luce e la vicinanza, non eccessiva, di fonti di calore, permettono di ottenere, nel giro di poche settimane, una fioritura davvero spettacolare. Nell’arco di un tempo estremamente breve, dal bulbo spuntano infatti uno o più steli floreali e poche grandi foglie lanceolate, verdi scuro. Quando il gambo ha raggiunto il suo pieno sviluppo (fino a 40-50 centimetri di altezza), il bocciolo apicale si apre, dischiudendo delle grandi campanule dai colori brillanti.
I Narcisi Paperwhites sono una bulbosa molto particolare ed appartengono alla grande famiglia dei narcisi. Questi ultimi fioriscono nei prati primaverili, con grandissima profusione, in tutti i toni del bianco e del giallo. La peculiarità di questi bulbi consiste nel caratteristico, intenso e gradevole profumo della fioritura.
I bulbi non sono di grandi dimensioni e si presentano di colore brunastro-marroncino. Nella varietà Paperwhites essi sono lisci, normalmente sono invece rugosi e stratificati. Anche questa bulbosa può essere facilmente coltivata in casa e la forzatura permette, come per l’Amaryllis, di ottenere una fioritura nel periodo invernale e persino a Natale.
I bulbi andranno collocati in ciotole contenenti terra e dovranno spuntare dal terriccio per circa un terzo della loro altezza. Nel giro di poche settimane (quattro o sei, a seconda della temperatura interna alla casa) essi produrranno un rigoglioso insieme di foglie e steli floreali, dell’altezza di circa 40-50 centimetri. Le foglie sono verdi, lanceolate, i boccioli apicali contengono gruppetti di fiori a forma di stella, bianchi, lucenti e profumatissimi. Sia gli Amaryllis che i Paperwhites sono di facilissima coltivazione, si prestano ad essere cresciuti anche dai neofiti e garantiscono, in breve, un risultato estremamente soddisfacente.
Per evitare che gli steli floreali di entrambe le varietà si abbattano, durante la crescita si consiglia di collocare dei rami secchi di alberi o arbusti che contengano lo sviluppo vegetativo dei bulbi, si potrà inoltre posizionare del muschio alla base dei bulbi. L’insieme delle bulbose, dei rami e dei licheni garantirà, nel complesso, un impatto estetico estremamente soddisfacente.
Da ultimo accenneremo brevemente all’Helleborus, una particolare varietà di pianta, poco conosciuta ed utilizzata ma estremamente interessante. Questa erbacea perenne è invece molto diffusa ed apprezzata nei paesi nordici, in Olanda, nel Regno Unito ed in Francia. La coltivazione non è particolarmente complessa. Il fogliame della pianta è vigoroso, costituito da grandi foglie palmate, di colore verde scuro. Durante i mesi invernali produce sottili steli carnosi che portano fiori singoli o a grappoli, molto grandi, che ricordano i fiori della rosa canina. I colori dell’elleboro sono generalmente il bianco ed il porpora, ma esistono varietà dalla fioriture rosate, verdastre o bianco brillante. Sono piante ampiamente diffuse in natura, spesso ai margini dei boschi collinari, in zone semiombreggiate ed abbastanza umide, nonché sul greto di piccoli corsi d’acqua stagionali.
Questa pianta è anche nota con il nome di “Rosa di Natale”, proprio per il fatto che la fioritura, simile per certi versi a quella di una rosa, si concentra, per alcune varietà, in questo periodo dell’anno.
Il suo impiego negli addobbi e nelle decorazioni natalizie riserva grandi soddisfazioni per il risultato di rarefatta eleganza che la pianta conferisce all’insieme. I fiori sono infatti molto semplici e lineari, si stagliano brillanti su foglie scure e richiamano subito alla mente i brunastri prati invernali, in cui spuntano, tra la neve e gli aghi di pino, i candidi fiori delle prime bulbose. Meglio di ogni altra specie, l’elleboro rappresenta quindi l’algido inverno e ricorda, grazie al suo impiego negli appartamenti cittadini, che anche la più austera delle stagioni è, in realtà, viva e capace di produrre inaspettate e spettacolari fioriture.
di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano Per informazioni: ema_v@msn.com
Nella scorsa puntata abbiamo visto quali incomprensioni possono sorgere parlando di cinema in inglese. I titoli che vengono scelti in italiano, spagnolo o altre lingue divergono in modo talvolta significativo dall’originale.
Agli esempi già illustrati possiamo aggiungere oggi Dr. No (“Agente 007 – Licenza di uccidere”), Reservoir Dogs (“Le iene”), Falling Down (“Un giorno di ordinaria follia”) e così via. Proprio quest’ultimo è un film che consiglio di vedere. E’ la storia di un comune white collar worker (colletto bianco), interpretato da Michael Douglas, che improvvisamente impazzisce in una torrida giornata a Los Angeles. Nella sua follia non priva comunque di una certa umanità, l’uomo, armatosi gradualmente fino ai denti , non manca di mettere a nudo incoerenze e aspetti paradossali dell’American way of life.
I cambiamenti rispetto ai titoli originali non avvengono soltanto dall’inglese verso le altre lingue, ma anche nella direzione opposta. Succede così per esempio che “Non c’è due senza quattro” con Bud Spencer e Terence Hill diventi in inglese Double Trouble (letteralmente “Doppio problema”) o che “L’armata Brancaleone” diventi For Love and Gold (“Per amore e per oro”).
Le traduzioni dei titoli comunque non sempre si discostano dall’originale. Così, nella direzione italiano-inglese abbiamo The Good, the Bad and the Ugly (“Il buono, il brutto e il cattivo) di Sergio Leone e in senso opposto “Tutti gli uomini del Presidente” (All the President’s Men). Fedele all’originale inglese The Mummy è rimasto anche “La Mummia”, titolo quanto mai attuale nel contesto della politica italiana – e non mi riferisco soltanto alla ri-ri-ri-discesa in campo di Berlusconi, dato che di mummie pari a lui ce ne sono a go go in quasi tutti gli schieramenti e tra le cosiddette figure super partes.
Analogamente ai titoli dei film, bisogna poi fare attenzione alle differenze tra l’inglese e la nostra lingua relativamente agli acronimi. Recentemente, nostro malgrado, sono salite agli onori della cronaca organizzazioni quali il Fondo Monetario Internazionale, FMI, o la Banca Centrale Europea, BCE. Premettendo che i media dovrebbero smettere di citare queste due istituzioni ogni dieci secondi, nemmeno si trattasse di messaggeri divini, se anche voi doveste menzionarle in una conversazione in inglese, ricordatevi che le sigle FMI e BCE non hanno lo stesso significato che gli attribuiamo noi.
Per esempio, in inglese BCE può riferirsi a Before the Christian Era, mentre FMI può indicare il Food Marketing Institute. Se invece parlerete della ECB (European Central Bank) e dell’IMF (International Monetary Fund) sarà chiaro al vostro interlocutore che state parlando di finanza.
Parlando del passato, quella che per noi era URSS in inglese si dice USSR(Union of Soviet Socialist Republics).
Fate attenzione anche alle sigle riguardanti altre organizzazioni internazionali. L’ONU in inglese viene chiamata UN (United Nations). La nostra Unione Europea, che noi definiamo UE, si chiama in realtà European Union, ovvero EU.
A proposito di quest’ultima, così sotto attacco negli ultimi mesi, mi sembra opportuno citare il libro “La Società della Conoscenza” del filosofo e matematico belga Marc Luyckx-Ghisi, ex-membro della Forward Studies Unit dell’Unione, ovvero la cellula il cui compito consisteva nel costruire la futura “anima” politica europea.
Luyckx-Ghisi scrive: “L’Unione Europea ha fatto un passo avanti eccezionale e molto significativo verso una società mondiale non-violenta. Ci conduce, senza che ce ne accorgiamo, verso una visione politica nuova, transmoderna o planetaria, poiché è un nuovo grado di potere (non statale) e di responsabilità politica continentale per la stabiltà geostrategica… La non violenza sarà accompagnata da valori quali la giustizia e la solidarietà umana nei confronti degli altri Stati.” Se ci ricordassimo più spesso di quanto sangue è stato sparso per arrivare a un’unione pacifica nel cuore dell’Europa forse smetteremmo di infangare il nome dell’UE… pardon, EU!
Si è conclusa anzitempo la seduta straordinaria di questa mattina per la mancanza del numero legale. Il punto su cui si è arenata la discussione è stato proprio quello relativo al Terzo Valico.
Appena giunti al punto 9 dell’ordine del giorno il Consigliere del M5S Muscarà ha presentato una richiesta di sospensiva, affermando che i dati ricevuti sulle analisi del materiale di risulta degli scavi nelle cave in Val Chiaravagna per la realizzazione della grande opera ferroviaria erano incompleti e per questo non era possibile procedere ad una decisione. In particolare il consigliere ha contestato la mancanza di informazioni precise sul tipo di smarino che verrà depositato nelle cave. Il rischio è che vi sia anche del materiale nocivo e inquinante visto che le rocce della Valpolcevera, dove verranno effettuati gli scavi, sono di natura amiantifera (vedi approfondimento sulla Gronda di Ponente).
Nonostante il tentativo del Vicesindaco Bernini, che detiene la delega alle grandi opere, di tranquillizzare gli animi spiegando nel dettaglio come verranno smaltiti i residui degli scavi, Federazione della Sinistra, Sel e il M5S, hanno deciso di abbandonare l’aula in segno di protesta.
A questi tre gruppi si sono uniti anche il Pdl, la Lista Musso e l’Udc che hanno lasciato i propri seggi per stigmatizzare l’assenteismo degli assessori e l’immobilismo delle Giunta Doria, che, dopo aver centellinato le delibere nei mesi scorsi, ha concentrato tutta la propria attività nell’ultima seduta prima della pausa natalizia.
Con l’assenza del numero legale il Presidente Guerello ha dovuto decretare lo scioglimento anticipato dell’aula e rimandare i lavori, anche sul Terzo Valico, al nuovo anno.
Le reazione del Vicesindaco non si è fatta attendere, accusando i partiti “disertori” di voler rallentare con il loro atteggiamento ostile la realizzazione di «un’opera fondamentale per la città». Inoltre, vista la presenza di forze di maggioranza tra quelle che hanno abbandonato l’aula (Fds e Sel) Bernini ha sottolineato che «la maggioranza deve interrogarsi su quali siano le sue strategie».
L’episodio di oggi è l’esito di una fragilità della maggioranza all’interno del Consiglio Comunale, che in più di un’occasione, su decisioni relative alle grandi opere, ha evidenziato la sua incapacità di esprimere un voto unanime. Non solo Sel e Fds, ma la stessa Lista Doria, hanno più volte evidenziato la loro difficoltà nel sostenere la realizzazione di infrastrutture come la Gronda e il Terzo Valico. Benché non si tratti – per fortuna- degli unici argomenti su cui questa amministrazione deve esprimere delle scelte, il fatto che su questioni strategiche per il futuro di Genova e dell’intera regione la maggioranza sia divisa richiede effettivamente una riflessione e possibilmente un chiarimento definitivo.
Non è passato inosservato il fatto che l’immobilismo e la mancanza di decisioni di questi mesi in Consiglio Comunale sia dovuto in gran parte alla volontà di non alterare degli equilibri precari e di non porre i partiti di maggioranza di fronte alla necessità di un confronto rischioso ma obbligatorio.
La seconda metà degli anni ’70, come abbiamo visto nelle scorse uscite, registra alcuni fatti importanti. Da un lato, i movimenti e i partiti della sinistra raggiungeranno la loro massima punta partecipativa; dall’altro, inizieranno a comparire i segni di una crisi che investirà il “modo di fare politica”. Nel giro di pochi anni le spinte creative, aggredite da una violenta crisi economica, subiranno un tracollo. La diffusione dell’eroina accompagnerà, drammaticamente, il cosiddetto “ riflusso”. Si parlerà di un “ritorno al privato”. Per parlare di musica, tutte le grosse case discografiche chiuderanno le porte a qualsiasi progetto non immediatamente vendibile e commerciale. Inizia la marcia trionfale dell’effimero e dell’idiozia che dilagheranno, da allora, indisturbati.
Questi articoli di P. Pasolini, raccolti in due libri (che mi permetto di consigliare: “Scritti Corsari” e “Lettere luterane”), contenevano una costante denuncia degli effetti devastanti, sul piano delle coscienze, del consumismo e si dichiaravano apertamente contro l’appiattimento causato dalla televisione e il conseguente imbarbarimento della vita civile. Ma soprattutto, in una serie di articoli, Pasolini indicava esplicitamente i mandanti morali e materiali delle stragi, individuandoli nei vertici della Democrazia Cristiana e negli apparati controllati dal potere politico, arrivando a dire: “io so che sono loro ma non ho le prove”.
Pasolini fu un intellettuale indipendente e scomodo e visse da relativamente isolato le sue coraggiose battaglie di denuncia del degrado della società italiana. O, forse, sarebbe meglio dire “lasciato solo” da quella mentalità conservatrice e gretta che caratterizzò tanta sinistra “popolare” italiana. Il suicidio di L. Tenco, prima, e l’assassinio di P. Pasolini, otto anni dopo, diedero, quindi, due scrolloni al torpore delle coscienze di cui si è parlato, non privi di conseguenze.
La seconda metà degli anni ’70 rappresenta un momento cruciale per il nostro discorso. In quegli anni – soprattutto nel triennio ‘75/’77 – la spinta al cambiamento toccò la punta più alta e non solo in Italia. Possiamo affermare (con amarezza), che con la fine degli anni ’70 tramontarono i “sogni rivoluzionari”, ma anche le speranze più modeste e più realistiche di un cambiamento avvertibile della società italiana.
Negli anni ’80 si inizierà ben presto a parlare di “globalizzazione” e la congiuntura economica mostrerà la carognesca faccia di pesanti ristrutturazioni. Interi settori industriali entrarono in crisi con migliaia di licenziamenti. La sinistra moderata era impegnata nella realizzazione del “compromesso storico”, ossia un’alleanza con i ceti moderati cattolici. Fare questo implicava – come obiettivo politico non secondario – isolare un’area politico-sociale tutt’altro che esigua, ossia il “movimento” che si collocava a sinistra del P.C.I.
Purtroppo – vedendo le cose a distanza, con quella serenità di giudizio (ancorché radicale) che il tempo riesce, a volte, a donarci – occorre ammettere (altrettanto amaramente) che il movimento in 10 anni non riuscì a produrre quasi nulla di politicamente serio e utile. Velleitarismo, spesso tinto di comportamenti “modaioli”; una pratica politica sempre più autoreferenziale, condotta con una logica da “branco”; proclami e sterile esaltazione dell’azione violenta, fine a se stessa, porteranno ad un’incapacità di vedere politicamente in avanti, in una sorta di afasia politica. Questo, unito ai deliri dei gruppi armati, spinsero il “movimento” verso un vicolo politicamente cieco. La crisi economica, la forte repressione, i tanti morti nelle piazze, la fragilità e la stanchezza delle ipotesi e delle formule politiche fecero il resto.
Ma torniamo per un attimo indietro, indicando sommariamente alcuni fatti importanti, relativi al periodo ‘75/’77. Nel 1975 i giovani diventano maggiorenni a 18 anni e potranno, perciò, andare a votare, aspetto molto importante perché la parte più viva ed impegnata della gioventù di allora era schierata a sinistra (qui intesa in senso generale). Tra il ’75 e il ’77 il P.C.I. – guidato da E. Berlinguer – raggiunse un livello di consenso mai registrato prima: la DC arretra e nelle elezioni regionali viene superata, appunto, dal PCI. Questo fatto rende il clima politico-quotidiano incandescente. Fatti di grande impatto emotivo furono, nel 1976, il terremoto in Friuli e la nube tossica di diossina che avvolse la cittadina di Seveso, in Brianza. Nel 1977 l’ala più “dura” del movimento toccherà il livello di riscontro più elevato. A Bologna si terrà il “1° convegno contro la repressione”. In tutte le maggiori città italiane ci furono tra il ’76 e il ’77 molti episodi di guerriglia urbana.
Ebbene sì, siamo giunti all’ultima puntata dell’anno, riprenderemo dopo l’Epifania… Anche noi, a questo punto, non possiamo sottrarci dal fare un bilancio del 2012.
Ci avete scritto in molti e ci avete proposto problematiche varie e differenti a cui abbiamo cercato di rispondere nel modo più veloce e migliore possibile. I due argomenti più dibattuti sono stati il condominio e le bollette e di questo non mi sono affatto stupito…
Prendo spunto da questi due temi per donarvi alcune dritte natalizie. Da dieci anni ormai sotto l’albero troviamo un regalo non gradito, ovvero l’aumento delle bollette domestiche; vista l’imminenza dell’inverno ed il freddo, due utili consigli per risparmiare sul consumo del gas:
1. Se disponete di una calderina, impostate sì la temperatura desiderata, ma date meno potenza: in questo modo la temperatura rimarrà un pochino più bassa, ma costante, senza picchi di consumo indesiderati;
2. Le stufe a pellet fanno risparmiare un buon 30% in termini di denaro, con finanziamenti adeguati l’acquisto è assolutamente possibile;
3. le nuove tecnologie stanno sfornando i cosiddetti camini a bioetanolo, ossia un combustibile naturale; essi non necessitano di canna fumaria e sono amovibili.
Dovendo allacciarmi al discorso condominio, molti mi hanno chiesto che cosa e come fare per “staccarsi” dall’impianto centralizzato e rendere autonomo il proprio impianto. Innanzitutto la decisione va comunicata all’assemblea, la quale non può impedirvelo. A due condizioni:
a) che non vengano alterati gli equilibri termici del palazzo;
b) che voi paghiate le spese di manutenzione, che sono comunque dovute in quanto l’impianto di riscaldamento è un bene comune facente parte del condominio ove voi abitate.
Per concludere, metodi per risparmiare ce ne sono, basta conoscerli! Altrimenti, quando arrivano le bollette, fa davvero troppo caldo…
Auguro a tutti i nostri appassionati lettori il miglior Natale possibile ed un 2013 in cui non abbiate bisogno di questa rubrica perché i problemi saranno tutti risolti… Chiedo troppo!?
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
Come avevamo previsto in questa seduta del Consiglio Comunale prima delle vacanze di Natale si sono concentrate molte delle questioni rimaste pendenti nei mesi precedenti. L’ordine del giorno prevede l’approvazione di otto delibere di cui quattro proposte dal Consiglio stesso e quattro dalla Giunta.
La prima delibera ha riguardato la modifica dell’articolo 49 del Regolamento del Consiglio Comunale, che si occupa delle risorse finanziarie a disposizione dei gruppi consiliari. Le modifiche, che sono state proposte con un testo redatto dallo stesso Presidente Guerello, hanno permesso un aggiornamento delle attività coperte dalle risorse finanziarie con un particolare riferimento alle attività dei gruppi online (servizi di posta elettronica e spazi sul web). Ma la vera svolta positiva è stata l’introduzione dell’«obbligo di pubblicare il bilancio di ogni gruppo sul sito del Comune di Genova con scadenza semestrale». Il voto a favore di questo provvedimento è stato unanime (36 consiglieri su 36) e la condivisione si è anche notata dall’assenza di discussione in aula. Si tratta di un provvedimento volto a garantire totale trasparenza alle spese dei gruppi politici, che in questi ultimi mesi sono state fonte di diversi scandali in alcuni Consigli Regionali (Lazio e Lombardia).
Durante la conferenza stampa tenutasi dopo la seduta del mattino, sono stati anche illustrati alcuni dati relativi alle spese dei gruppi consiliari evidenziando come tale somma sia andata progressivamente riducendosi dal 2002 ad oggi. Uno sforzo fatto dal Consiglio per limitare gli ormai famigerati costi della politica. Il gruppo che ha ottenuto nel 2012 la quota maggiore di fondi è stato il Pd con 12.000 euro, a seguire la Lista Doria (6.000), Pdl e M5S (5.900) e a scalare tutti gli altri gruppi per un totale di 50.000 euro. Il Presidente Guerello ha spiegato che le risorse vengono ripartite per 2/7 in parti uguali per tutti i gruppi e per 5/7 in base al numero di componenti del gruppo stesso.
Se confrontati con altri livelli amministrativi, ad esempio quelli regionali, i numeri sono decisamente più contenuti, basti pensare che in Regione un solo gruppo è in grado di ottenere risorse per 190.000 euro, anche se all’interno di questa cifra sono compresi anche i costi del personale.
Nel pomeriggio la seduta è ripresa affrontando uno degli argomenti che più hanno fatto discutere in questi mesi e che più hanno messo alla prova la tenuta della maggioranza: la Gronda di Ponente. In programma c’era la nomina di un rappresentante del Consiglio all’interno dell’Osservatorio della Gronda. L’argomento era già stato affrontato in aula a fine ottobre e la proposta del M5S e della Lega di rimandare tale nomina ad una seduta successiva per approfondire il ruolo dell’Osservatorio aveva già portato ad una spaccatura della maggioranza con il Pd unico partito contrario a questa decisione e Lista Doria, Sel e Federazione della Sinistra favorevoli. E, come si poteva prevedere, anche in questo caso la tensione è stata palpabile.
Il Movimento 5 Stelle è riuscito ad ottenere un ulteriore rinvio della nomina sostenendo che la delibera su questo argomento non era stata approvata in Commissione, come prevede il regolamento. Il punto era stato affrontato dalla Commissione Territorio, ma senza esprimersi nel merito della nomina. Sarà quindi la Commissione Affari Istituzionali, che ha competenza diretta sulle nomine del Consiglio, a dover approvare questo procedimento prima di una sua nuova presentazione in aula. Sia il Presidente della Commissione Vittoria Musso (Lista Musso) sia il capogruppo del Pd Farello – favorevoli alla grande opera – hanno tentato di arginare la manovra dei consiglieri “scettici” precisando che la discussione sulla delibera dovrà attenersi precisamente al suo oggetto, ovvero alla nomina del rappresentante del Consiglio. In altre parole si cercherà di evitare che il dibattito trascenda ancora una volta in una contrapposizione Gronda SI e Gronda No.
Infine si è discusso di ciò che, con un formula ottimistica, è stato definito “Rilancio delle Farmacie Comunali”. Di fatto la delibera urgente proposta dalla Giunta presentava una serie di interventi per evitare il fallimento di Farmacie Genovesi Spa, che ha accumulato negli ultimi 3 anni una perdita pari a 600 mila euro. Il piano prevede la vendita delle licenze di tre farmacie ed una ricapitalizzazione di 200 mila euro.
Ancora una volta il Consiglio si è trovato di fronte ad un’emergenza, come nel caso di AMT, e alla necessità di ripianare con denaro pubblico le perdite di un’azienda partecipata del Comune. Il consigliere del Pd Vassallo ha parlato di voto obbligato, affermando: «Ci troviamo a decidere sulla base del verbale dei revisori dei conti», aggiungendo che «Se non si fanno delle scelte poi si è obbligati a prendere delle decisioni che non sono le nostre». Infatti, come sottolinea anche il centro-destra, in più di un’occasione era stato sollevato il problema delle farmacie comunali, ma si è atteso il giorno prima dell’assemblea che ne avrebbe con ogni probabilità decretato il fallimento per intervenire.
Oltre alle responsabilità politiche, che ovviamente non possono essere addossate ad un’amministrazione in carica da sei mesi, vanno verificate anche le responsabilità del management. Troppo spesso, evidenzia Padovani (Lista Doria), «manca il controllo» perché non è possibile accorgersi solo all’ultimo di una situazione dei conti disastrosa com’è accaduto prima per AMT e Fiera di Genova e adesso per le Farmacie Comunali. Campora (Pdl) ha infatti chiesto alla Giunta di non procedere solo interventi spot, ma di presentare un riassetto organizzativo generale delle partecipate.
A rimetterci saranno – questa volta senza retorica – proprio i cittadini dei quartieri più disagiati, visto che le tre farmacie in vendita sanno quelle di Coronata, Biscione e Begato. In questo modo viene intaccata profondamente la loro funzione di presidio sociale sul territorio.
Questa mattina alle 9:30 è iniziata la seconda seduta della due giorni di Consiglio prenatalizia. I consiglieri stanno affrontando temi delicati come l’ex ospedale Martinez e il Terzo Valico.
L’Islanda, ne abbiamo parlato la settimana scorsa, non è l’unico paese ad essere stato rappresentato come paladino degli oppressi contro le forze malvagie della finanza internazionale. Ben prima della crisi islandese un altro paese è stato vittima di un terribile terremoto finanziario e, dopo aver dichiarato bancarotta nel 2001, è riuscito a risollevarsi fino ad avere un tasso di crescita secondo solo a quello cinese. Questo paese è l’Argentina.
L’economia argentina ha avuto una straordinaria evoluzione dalla crisi del 2001. Tra il 2003 e il 2011 la crescita media è stata del 7,7%, dato che rappresenta la media di crescita più alta nella storia del paese. Nello stesso periodo il PIL pro capite è cresciuto del 66,2% e, insieme alla crescita, sono state ridotte la povertà, il tasso di disoccupazione e il tasso di diseguaglianza. Questi dati mostrano un paese che corre mentre il resto del mondo arranca per uscire dalla recessione mondiale. Non a caso l’Argentina è stata presa come esempio virtuoso sia da politici che da economisti. Purtroppo c’è un problema: è probabile che tutti questi dati non siano veri.
L’FMI ha accusato il governo argentino di manipolare i dati sull’inflazione in modo da farli risultare più bassi di quelli reali e ha dato tempo fino a Dicembre per fornire dei dati più credibili. Ma perché il fondo monetario non crede al governo argentino? È puro accanimento? È un complotto? O c’è qualcosa di più?
Come spesso accade la realtà è più semplice di quanto pensiamo. L’Economist ha intervistato Ana Maria Edwin, direttrice dell’Istituto nazionale di Statistica Argentino (INDEC), che ha dichiarato: «I poveri semplicemente non continuano a comprare cose il cui prezzo aumenta vertiginosamente. Le persone pensano: lascerò quei pomodori per i ricchi». Per questo motivo tutti i beni i cui prezzi hanno dei rialzi eccessivi vengono tolti dal paniere dei beni utilizzati per calcolare l’indice dei prezzi al consumo (CPI) rendendo l’utilità di questo indice prossima allo zero. Una certa flessibilità nella scelta del paniere è sicuramente necessaria per riflettere le abitudini di consumo (ad esempio con l’aggiunta degli smartphone al paniere), ma questo è sicuramente eccessivo. L’Economist riporta inoltre che Graciela Bevacqua, responsabile del calcolo del CPI prima che il segretario per il commercio interno Guillermo Moreno l’allontanasse, ha dichiarato che Moreno avrebbe tentato di farle omettere le cifre decimali nel calcolo dell’aumento del CPI mensile invece di arrotondarle. Poca roba direte voi. Non è proprio così: se il CPI aumenta mensilmente dell’1,9%, l’inflazione annuale risulta pari al 25,3%, ma se si toglie magicamente quel numerino dopo la virgola si ottiene un ben più rassicurante 12,7%. Per questo motivo l’Economist ha deciso di non mostrare più le statistiche dell’INDEC. Queste dichiarazioni trovano riscontro nel fatto che le statistiche condotte da istituti privati riportano un’inflazione compresa tra il 25 e il 30%.
Perché è così importante conoscere l’inflazione di un paese straniero? Dopotutto noi non facciamo mica la spesa in Argentina! Le statistiche relative all’inflazione sono importanti perché sono utilizzate per stimare la crescita reale di un paese.
Immaginate un paese dove la produzione di beni e servizi rimanga costante e dove i prezzi aumentino da un anno all’altro del 10%. Il calcolo del prodotto interno lordo nominale riporterebbe un aumento del 10% della ricchezza del paese nonostante la ricchezza prodotta dal paese sia rimasta la stessa dell’anno precedente. Perciò, per avere una rappresentazione più fedele alla realtà, si utilizza il cosiddetto PIL reale che tiene conto dell’aumento dei prezzi. Per ottenere il PIL reale si divide il PIL nominale per il cosiddetto “deflatore del PIL” che è una stima dell’inflazione. Più è alto questo numero, minore è il PIL reale. Con alti valori di inflazione un’apparente crescita si può tramutare addirittura in recessione.
Perciò il governo argentino, per ottenere una maggiore crescita reale, invece di attuare politiche per lo sviluppo, ha semplicemente pensato di abbassare le statistiche! Tra le diverse ragioni che hanno portato il governo argentino ad agire in questo modo ce n’è una molto pratica: l’Argentina ha emesso obbligazioni il cui interesse è legato all’inflazione domestica. Tenere bassa l’inflazione ufficiale significa quindi pagare meno interessi sul proprio debito a scapito degli investitori. Ovviamente tutto ciò ha delle ripercussioni, ma questo lo vedremo la prossima settimana…
Nelle scorse settimane abbiamo parlato di film passati alla storia del cinema, i quali hanno contribuito a costruire un certo stereotipo raffigurante gli italo-americani – e gli italiani più in generale: Gooodfellas, The Untouchables e The Godfather. La traduzione di questi titoli in italiano è molto simile all’originale inglese: “Quei bravi ragazzi” (fellas è un termine colloquiale che significa “amico”, “tizio”, “ragazzo”, “tipo”), “Gli intoccabili” e “Il Padrino”. Non sempre però le cose si presentano in questi termini, nel senso che in molti casi il titolo viene tradotto in maniera alquanto distante dall’originale.
Ecco quindi che per esempio qualche anno fa con un amico inglese non riuscivo a comunicare il mio grande apprezzamento per “Le ali della libertà”, con Tim Robbins e Morgan Freeman. Continuando a chiamarlo The Wings of Freedom, che ne sarebbe la traduzione letterale, non c’era modo di far capire al mio amico di che cosa stessi parlando. Quando poi ho iniziato a raccontargli la trama, finalmente si è illuminato e mi ha detto che mi stavo riferendo a The Shawshank Redemption, del quale anche lui era un grande appassionato. La stessa discrepanza tra titolo in inglese e in italiano si riscontra in un altro film sulla malavita di Chicago che abbiamo già citato, Road to Perdition, proiettato sui nostri schermi come “Era mio padre”.
Una pellicola che ha ispirato e credo ispiri tuttora la categoria degli insegnanti è invece Dead Poets Society dell’australiano Peter Weir. Se come me ne siete grandi appassionati e l’avete visto un migliaio di volte come minimo, non avrete difficoltà a capire di quale film si tratta, specialmente dopo aver cliccato su questo link che mostra la commovente scena finale di “Oh Captain, My Captain”, nella quale l’illuminato insegnante John Keating, interpretato da Robin Williams, viene salutato per un’ultima volta dai suoi studenti. Se invece non lo conoscete, o comunque l’avete visto solo una volta, difficilmente immaginerete che il titolo della pellicola in italiano è “L’attimo fuggente”.
Passando al grande maestro della suspense (in inglese la sillaba accentata è l’ultima: /səˈspent s/) Alfred Hitchcock, se parlate in inglese di “Intrigo internazionale”, con i grandi attori Cary Grant, Eva Marie Saint e James Mason, dovrete usare il titolo: North by Northwest. L’avreste mai indovinato?
Al contrario, Rope (letteralmente “corda”), thriller psicologico del grande regista inglese con protagonista James Stewart, è stato presentato al pubblico italiano come “Nodo alla gola”. Per quanto non rappresenti una traduzione fedelissima all’originale, il titolo è comunque collegato all’evento principale della trama del film, ovvero un omicidio per strangolamento.
Ma le traduzioni talvolta libere – per usare un eufemismo – dei titoli dei film sono una peculiarità soltanto dell’italiano? In realtà no. Anche in altri paesi il titolo tradotto si allontana spesso da quello originale.
Se noi abbiamo “La donna che visse due volte”, in Francia il titolo è “Sueurs froides” (letteralmente “sudori freddi”), mentre l’inglese è Vertigo. Sex and the City, che non è stato modificato nella versione italiana, diventa Sexo en Nueva York in spagnolo.
Talvolta il cambiamento nella traduzione è dovuto a ragioni di marketing e alla volontà di avvicinare il pubblico, ma in alcuni casi le differenze rispetto al titolo originale appaiono misteriose al punto che anche il grande esperto di gialli Hitchcock avrebbe fatto fatica a comprenderle … See you!
California Dreamin’, così titolava una famosa canzone dei The Mamas & the Papas negli anni ’60, scritta da Papa John Philips durante un periodo di permanenza in un rigido inverno di New York, descrivendo le foglie gialle, il cielo grigio e un predicatore amante del freddo , lui sognava la California, il caldo di Los Angeles e il cielo blu, dove quasi come un sogno premonitore, vi morì nel 2001.
Morire in California deve essere un esperienza affascinante, a me è andata male e mi sono limitato a visitarla decidendo di comprare un biglietto aereo soltanto due settimane prima della partenza, non sapendo dove andare mi sembrava una destinazione originale e forse non essendomi organizzato al meglio avrei vissuto una vacanza avventurosa come in un film di Oliver Stone.
Sono atterrato in California dopo tre scali e quasi 24 ore di volo, fuori dall’aeroporto di San Diego un vento caldo mi ha accolto facendosi largo tra le palme e le collane di fiori che i ragazzi portavano al collo. Ho dedicato la mattina al vicino porto militare visitando un vascello pirata molto simile a quello del porto antico di Genova e un bellissimo sommergibile russo poco adatto ai claustrofobici. Dalle banchine si potevano scorgere gli alti grattacieli tipici delle città americane e attratto da loro ho raggiunto il centro per un un pomeriggio spensierato tra shopping e fotografie.
Il giorno successivo ecco la Old Town, il primo insediamento spagnolo della città restaurato per i turisti; permette di fare un balzo indietro nel tempo e passeggiare tra suonatori gitani e abitazioni dell’età coloniale gustando una tortillas nei ristorantini delle vie del centro. Ho preso un’auto a noleggio, una Ford Taurus con l’assetto ad altezza strada e un color porpora metallizzato, la radio passava “I Heard it throught the Grapevine” nella cover dei Creedence Clearwater Revival, undici minuti e sei secondi in cui la band di Fogarty esprime una delle loro migliori performance, l’ideale per iniziare il viaggio nella West Coast americana.
Ho seguito le indicazioni del navigatore direzione nord, destinazione Los Angeles. Il giorno volgeva al termine emi sono fermato in un motel di fortuna a Dana Point, un piccolo centro abitato situato sulla sommità di una collina a strapiombo sul Pacifico. Una cena molto simile a quelle di Arnold’s di Happy Days un ottimo hamburger con patatine fritte ascoltando gli Eagles che fuoriuscivano da un vecchio Juke Box.
Il giorno dopo ho trovato una Los Angeles caotica, dispersiva ma affascinante, il centro città mimetizzato tra i grattacieli e i quartieri alternavano sobborghi pericolosi e sporchi a moderne costruzioni e attività commerciali. Ho soggiornato a Santa Monica, una delle località balneari più belle di L.A., dove spiagge di sabbia gialla sembravano invitarmi a prendere il sole insieme a giovani di ogni sesso e nazionalità. Santa Monica è una dei luoghi più belli e noti in California e proprio per questo motivo è stato difficile trovare un motel libero, ma per la modica cifra di 17 dollari ne ho scelto uno dentro un’autofficina, il mio vicino di stanza era un Pastore Tedesco e tra un motore rotto e una batteria da cambiare il gestore mi faceva vedere la stanza… Un ambiente spoglio e sporco, con tracce organiche tra le lenzuola, sicuramente mai cambiate con bruciature di sigarette e un mozzicone spento al loro interno, la televisione aveva probabilmente trasmesso l’allunaggio di Armstrong nel 1969 e la doccia si distingueva da una cannetta per l’acqua solo per la tenda.
Non ho accettato e sono riuscito a sistemarmi solo nel pomeriggio, comunque in tempo per un bagno nell’oceano freddo e per sdraiarmi a fianco a una dozzina di foche che si scaldavano al sole. Uno spettacolo indimenticabile, soprattutto per chi come me ama la natura e gli animali. Verso sera le spiagge si riempivano di surfisti intenti ad accendere bracieri per grandi grigliate mentre lungo i moli di legno decine di persone pescavano e vendevano ai ristoranti guadagnando qualche dollaro per vivere la giornata successiva.
Nei giorni successivi, dopo aver visto le celebri “lettere sulla montagna” e visitato gli Universal Studios di Hollywood, ho raggiunto Santa Barbara dedicando una giornata al mare e allo shopping, in un negozio dell’usato ho trovato alcuni vinili di Neil Young e i Crazy Horse, manifesti pubblicitari degli anni ’60 e la giacca di pelle di Fonzie, almeno così diceva l’etichetta. Santa Barbara è una famosa cittadina di villeggiatura, nota per le sue spiagge e per aver dato il nome a un noioso telefilm degli anni ’80; lungo le vie che portano al mare fiori colorati sui muri intervallano negozi alla moda incastonati in costruzioni che riportano alla mente lo stile coloniale ispanico.
Proseguendo in direzione nord ho incontrato Monterey, un motel immerso nel verde mi ha permesso di ricaricare le batterie per il giorno successivo, 200 km mi separavano dalla mitica San Francisco. Prima di partire, dopo una lauta colazione, ho fatto il pieno di benzina perché avevo letto che la strada sarebbe stata praticamente priva di rifornimenti… non volevo rischiare di spingere la Taurus. Lungo i 200 km di strada solo oceano e natura, distese di sabbia frequentate da foche e gabbiani, e un saliscendi asfaltato che si perde in prossimità dei promontori, la classica foto da cartolina delle Highway americane.
Ho incontrato anche un ciclista, un homeless, uno dei numerosi senzatetto americani… Si riposava con la bicicletta al fianco, stremato per la fatica e il pensiero dei km ancora da percorrere. Questo incontro di lavoro è rimasto impresso nella mia mente per una frase che mi ha detto quell’uomo “L’America tanto ti dà, tanto ti toglie”, e detta da una persona che come casa ha una bicicletta, inevitabilmente porta a riflettere.
La crisi nasce da uno shock esterno: la bolla dei mutui sub-prime, che è scoppiata negli USA e poi da lì si è ripercossa sui mercati globali. Giunta in Europa la bolla ha impattato contro un’ideologia economica ottusa e un sistema monetario troppo rigido e squilibrato, che ha impedito di contenere gli effetti negativi, e anzi li ha ampliati, creando una spirale recessiva perversa e senza uscita. E’ stato così che gli errori strutturali dell’euro-zona hanno trasformato una crisi finanziaria in una grave recessione continentale; recessione che a sua volta frena la ripartenza dell’intera economia globale. Ma da cosa dipende l’inadeguatezza del nostro sistema?
La baia di San Francisco mi aspetta agitata, in una giornata grigia e ventosa che non toglie nulla al fascino delle cartoline o di quei poster colorati che vendono all’Ikea insieme alla cornice. Quello con la foto del Golden gate, il ponte sospeso più grande del mondo… mi sono deciso a scattarla personalmente attraversandolo in entrambe le direzioni per cogliere le varie angolazioni.
Già dopo i primi passi in città mi sembrava di essere in un film, San Francisco, proprio quella dei ripidissimi saliscendi con persone di ogni tipo che appaiono e scompaiono al volo dalle Cable Cab per tornare a casa o andare al lavoro; Chinatown, uno dei quartieri cinesi più grandi al mondo, il porto , dove ho mangiato un granchio appena pescato e degli ottimi gamberoni fritti al Bubba Gump, si proprio quello di Forrest Gump.
“Se stai andando a San Francisco mettiti dei fiori nei capelli”, così cantava Scott Mc Kenzie negli anni 60 e anche se i fiori non ci sono più , un’aria di libertà si respira ancora passeggiando per la città anche solo osservando l’abbigliamento delle persone o ascoltando la musica che passa la radio o suonata da musicisti di strada. La sera ho cenato in uno dei centinaia di ristoranti italiani che invadono il centro e il giorno dopo ho raggiunto alla storica prigione di Alcatraz.
Alcatraz si trova nel bel mezzo della baia di San Francisco, pochi km da attraversare con un traghetto che approda sull’isola di massima sicurezza in venti minuti di traversata. Il carcere si presenta allo stato attuale come era nei trent’anni in cui è stato aperto, ovvero lugubre, freddo e ventoso , un luogo dove evadere è l’unico pensiero per un detenuto e le possibilità praticamente nulle, solo pochi ci sono riusciti, ma di loro nessuno conosce la sorte, se hanno resistito alle gelide acque dalla baia o se hanno cominciato una nuova vita sotto falso nome. Solo 1500 detenuti hanno soggioranto nelle scomode e strette stanze di Alcatraz, il più celebre è sicuramente Alphonse Gabriel Capone, meglio conosciuto come Al Capone, il gangster di origine italiana più famoso al mondo, sicuramente non un vanto per il nostro paese.
Ritornato dall’isola ho attraverso lustrascarpe e band musicali agli incroci delle strade, uomini in carriera con abiti firmati e senzatetto che frugavano nei rifiuti alla ricerca di qualcosa di utile. Come accennato in precedenza, i senzatetto sonoveramente tanti in America… nelle grandi città e nei piccoli centri, nel deserto e nei boschi, un carrello e una montagna di abiti e oggetti in equilibrio instabile rappresenta la loro casa.
Ho abbandonato la baia dopo aver pranzato su uno dei numerosi moli del porto, con rammarico e con la promessa di ritornare presto a riassaporare il brivido del vento e delle piccole scosse telluriche che accompagnano le giornate di una delle più belle città degli States.
San Francisco è il giro di boa della California, abbandonato il turismo classico fatto di shopping e visite guidate, ho deciso di ripiegare verso l’interno e attraversare il cuore dello stato. La prima città che ho incontrato è Fresno, calda come l’inferno e brutta come il peccato, l’unica attrazione un cinema anni 50 con i cartelloni e l’insegna immutata nel tempo. Ho incontrato scoiattoli grossi come gatti, un culturista che posava dentro una fontana e diverse persone che presumibilmente dormivano su panchine o aiuole. I negozi erano chiusi e quei pochi erano in lingua spagnola tanto da ricordare, come gli stessi abitanti, una siesta messicana.
Ho pensato che non sarebbe stato il posto ideale dove passare la notte e mi sono spinto sino alla tappa successiva, Sequoia National Park. La strada Da Fresno non è breve, guadagnavo il monte mentre il sole iniziava a calare e rendere i colori più caldi e la temperatura più fresca. Ho pagato l’accesso al parco, e con la cartina ho cercato i pochissimi villaggi con letto disponibili, ma il parco è immenso e la luce ormai era un vago ricordo, solo gli abbaglianti mi facevano strada tra i grandi alberi che coprivano il cielo. Il mio sogno di dormire immerso nella natura si era fatto realtà quando anche l’ultimo villaggio mi aveva chiuso la porta in faccia costringendomi a passare la notte in macchina… Se decidete di dormire nel Sequoia Park sarebbe opportuno prenotare da casa o tramite agenzia la camera, in alternativa sceglietevi una comoda macchina.
La Ford Taurus era scomoda oltre che brutta, ma almeno aveva un tetto e il riscaldamento a portata di mano, mi chiusi all’interno in compagnia delle patatine al mais “Guerrero” ascoltando una raccolta rock acquistata in una specie di autogrill americano. I rami degli alberi creavano un fitta trama che rendeva impossibile scorgere le stelle, rumori sinistri e fruscii tra le foglie mi inquietavano e feci fatica a prendere sonno.
Quando un timido chiarore si è poi fatto largo attraverso i tronchi, ho sgranato gli occhi e guardato l’ora, erano le sei del mattino… Acceso il riscaldamento, sono rimasto a guardare per qualche minuto fuori dalla macchina, pensando di scendere per svolgere le funzioni primarie, ma qualcuno me lo impedì… un orso con tre cuccioli stavano trafficando tra i cespugli alla ricerca di cibo; ho preferito non essere io la loro colazione.
Dopo una colazione nella mensa di un camping, sono partito alla ricerca della foresta Gigante; sono rimasto estasiato davanti agli alberi più grandi del mondo, sono passato con la macchina sotto una galleria scavata nel tronco di una sequoia abbattuta e le pigne erano tre volte più grandi del mio 45 di piede. Per non parlare della Generale Shermann, la sequoia più grande del parco e una delle piante più grandi del mondo, 83 mt di altezza, oltre 1400 mt cubi di volume e circa 30 mt di circonferenza, al suo cospetto è facile sentirsi degli gnomi.
Sono sceso fino alla Death Valley dove il caldo del deserto strozza l’aria condizionata della macchina e nelle strade polverose è facile trovare animali morti sul ciglio della strada, si percepivano almeno circa 50 gradi dei 42 segnalati sul termometro e la paura di un guasto alla macchina mi costrinse a sostare nel primo centro popolato più vicino, Calico Ghost Town. Il nome non prometteva nulla di buono ma ho scoperto poi esser un vecchio paese costruito alla fine del ‘800 per sfruttare una miniera d’oro. Una volta esaurito il prezioso materiale il paese è stato abbandonato così come era, in perfetto stile Western, con tanto di saloon, ufficio dello Sceriffo, prigioni e spazio a sufficienza per uno scontro all’ok corral. Ho acquistato un cappello da Cow Boy, utilissimo per ripararsi dal sole , e ho ripreso a viaggiare lasciandomi la California alle spalle sino a superare il confine con l’Arizona, ma questa è un’altra storia, un’altra avventura…