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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • Reddito Minimo Garantito: utopia in Italia, realtà in Europa

    Reddito Minimo Garantito: utopia in Italia, realtà in Europa

    EconomiaProbabilmente ormai nessuno se ne ricorda più, ma il ministro Elsa Fornero, a pochi giorni dall’insediamento, aveva dichiarato la propria preferenza personale per l’introduzione in Italia di un reddito minimo garantito. Questo aveva generato grandi aspettative, soprattutto tra chi attualmente si trova senza occupazione, ma purtroppo alle dichiarazioni non sono seguiti i fatti e il reddito minimo garantito non è mai entrato nell’agenda di governo. Si è tornati recentemente a parlare di questo tema grazie alla campagna di raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del reddito minimo garantito.

    Questo disegno di legge prevederebbe l’erogazione di  600 euro mensili da parte dello stato a tutti gli individui (inoccupati, disoccupati, precariamente occupati) il cui reddito non superasse i 7200 euro annui. Per godere di questo reddito sarebbe necessario essere residenti sul territorio nazionale da almeno 24 mesi e si dovrebbe essere iscritti presso le liste di collocamento dei Centri per l’impiego. Il reddito minimo garantito verrebbe sospeso nei casi in cui il beneficiario dichiarasse il falso al momento della richiesta, venisse assunto con contratto di lavoro a tempo indeterminato, partecipasse a percorsi di inserimento lavorativo retribuiti, rifiutasse una proposta congrua di impiego dopo il riconoscimento delle sue competenze formali ed informali o al compimento dei 65 anni di età. L’introduzione di questo strumento avrebbe lo scopo di contrastare il rischio marginalità, garantire la dignità della persona e favorire la cittadinanza attraverso un sostegno economico. Molti di voi penseranno che sia utopistico pensare che lo stato possa erogare del denaro a tutti coloro che non hanno un lavoro fino a che non riescano a trovarne uno. Purtroppo avete parzialmente ragione: se in Italia tutto ciò è certamente un’utopia, nel resto d’Europa è ormai una realtà consolidata.

    Tutti gli stati europei tranne Italia, Grecia e Ungheria hanno adottato questa misura. L’importo varia sensibilmente da paese a paese: si va dai circa 1200 euro mensili di Danimarca e Lussemburgo alle poche decine di euro della Lettonia. In generale l’importo viene calcolato tenendo conto dei bisogni di base: cibo, abiti, igiene, riscaldamento, educazione, ecc. ed è condizionato alla disponibilità di accettare eventuali opportunità di lavoro coerenti con la propria figura professionale e alla partecipazione a programmi di formazione professionale.

    Ma è il resto d’Europa a essere particolarmente avanti oppure siamo noi a essere particolarmente indietro? Purtroppo siamo noi a non avere fatto il nostro dovere: ignoriamo da circa vent’anni la raccomandazione 92/441 del Consiglio europeo nella quale si auspicava l’introduzione del reddito minimo garantito in tutti gli stati membri. Invece di puntare su questo strumento che consentirebbe, tra le altre cose, di avere maggiore sicurezza e inclusione sociale, abbiamo deciso di surrogarlo con il sostegno della famiglia che rappresenta, a tutti gli effetti, il più grande ammortizzatore sociale utilizzato nel nostro paese. Pensate a tutte quelle persone che, a causa della crisi, sono attualmente disoccupate. Non sarebbe meglio che venissero aiutati dallo stato invece di dipendere, quando si è fortunati, dai propri genitori? E soprattutto: chi non può contare sulla famiglia a chi si deve rivolgere?

    Penso sia giunto il momento di svolgere una riflessione seria su questo tema per trovare un modo per allinearci al resto d’Europa. L’introduzione del reddito minimo garantito, oltre ad essere una misura di equità e di inclusione sociale, rappresenterebbe anche un modo per colmare quella mancanza di fiducia nello stato e nelle istituzioni che sfortunatamente è, da ormai troppo tempo, una delle caratteristiche principali del nostro paese.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Buche nelle strade, danni e infortuni: come ottenere risarcimento

    Buche nelle strade, danni e infortuni: come ottenere risarcimento

    Nella vita sia sa, ci sono buchi per nascondersi, buchi neri e campi da golf… Purtroppo ci sono anche le buche per strada, le nostre strade che di liscio non hanno nulla. In queste buche si può cadere, ci si può fare male; si cade a piedi, si cade in moto, si bucano gomme… Queste buche a volte sono voragini ed evitarle è facile, basta la dovuta attenzione; talvolta però sono invisibili, addirittura avvallamenti impercettibili che però possono mettere a repentaglio la vita dei cittadini.

    Stiamo parlando delle insidie – trabocchetti. Si parla di questo quando un soggetto, pur adoperando l’ordinaria diligenza, pur prestando la dovuta cautela, cade a causa di una buca “invisibile” e si fa male… Tante persone mi chiedono come possono fare per ottenere un adeguato risarcimento.

    Ecco un piccolo vademecum:
    – La richiesta danni va inviata al proprietario della strada (Comune, Provincia o Stato presso il Ministero dei trasporti) entro cinque anni dalla data dell’incidente.
    – Il danno va provato con testimonianze di persone che hanno assistito all’evento e con fotografie dell’insidia – trabocchetto che ha causato la nostra caduta; è sempre meglio chiamare sul posto la Pubblica Autorità che possa verbalizzare l’accaduto.

    Da ultimo, rammento una piccola distinzione di mero diritto: si possono richiedere i danni ai sensi dell’art. 2043 del Codice civile (responsabilità extracontrattuale) o ai sensi dell’art. 2015 del Codice civile (responsabilità da cosa in custodia).
    La giurisprudenza ultimamente propende per la seconda via, anche se nutro qualche dubbio sul fatto che il proprietario di un bene (la strada) possa essere considerato custode della stessa: un doppione apparentemente inutile.

    E, comunque sia, non camminate con la testa fra le nuvole, ma guardate dove mettete i piedi; d’altronde si sa, tutti vaghiamo in un campo minato che si chiama vita…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle: l’analisi politica

    Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle: l’analisi politica

    Beppe GrilloDi Grillo avevo scritto già all’inizio di maggio, sottolineando come la forza e nello stesso tempo la contraddizione del suo Movimento 5 Stelle (M5S) fosse quella di avere per leader un comico che non corre per nessuna carica politica: è una forza perché da a Grillo la possibilità di continuare a fare quelle battute che gli riescono così bene, di esercitare con successo il ruolo di “rompighiaccio” e contemporaneamente di essere percepito come estraneo agli interessi della casta; è una contraddizione perché gli attivisti, allorché eletti a una qualsiasi posizione di rappresentanza, acquistano inevitabilmente autonomia decisionale, e quindi diventa difficile poterli richiamare all’ordine stando al di fuori di un qualsiasi ruolo istituzionale o politico. Questa analisi mi pare confermata dai fatti: da Giovanni Favia a Federica Salsi, quello a cui stiamo assistendo non è altro che il fisiologico emergere dall’interno del movimento di personalità più o meno carismatiche.

    BEPPE GRILLO, IL “DITTATORE”

    Ovvio che la grande stampa sia interessata solo a propagandare “The dark side of Beppe Grillo”, “il lato oscuro della forza”; perché bisogna a tutti i costi spaventare l’elettorato moderato spiegando loro che votare il M5S porterà le camicie nere su Roma. Eppure, checché se ne dica, il problema di Grillo non è la “democrazia interna”. Anzi, un’organizzazione politica che voglia restare coerente rispetto ai principi attorno ai quali cerca il consenso degli elettori, anche a costo di espellere gli indisciplinati, è una buona cosa. Certo, il M5S è una forza giovane: e in questi casi è normale che il processo di strutturazione passi attraverso una dialettica anche aspra tra il gruppo fondatore ed ispiratore, da una parte, e le persone che vi si accostano con intenzioni anche molto diverse fra loro, dall’altra. Ma ciò non basta per affermare che il problema del M5S sia il decisionismo o il protagonismo del suo massimo rappresentante. Al contrario, le difficoltà che stanno emergendo dipendono piuttosto da un programma che è troppo radicalmente democratico.

    Su questa espressione bisogna intendersi bene. Ho già scritto più e più volte che il merito maggiore di Grillo è proprio quello di esortare il cittadino a riprendersi la vita civile, ad interpretare un ruolo attivo nella società, a smettere di fare “il guardone della politica”, sottraendo così il processo decisionale tanto al paternalismo del ceto dirigente di sinistra (per cui il popolo è, in fin dei conti, minorato) quanto al “ghe pensi mi! voi godetevi la vita” di berlusconiana memoria. Quindi non posso che vedere con favore qualsiasi progetto politico che voglia interpretare il termine “democrazia” secondo il suo significato corrente. Ciò non significa, però, che l’esercizio della democrazia sia un processo scontato. In particolare è difficile che si possa rinunciare alla democrazia rappresentativa in favore della democrazia diretta semplicemente perché “ora c’è la rete”.

    BEPPE GRILLO E LA RETE

    Grillo suppone un più stretto contatto tra elettori ed eletti attraverso l’uso delle nuove tecnologie, tale per cui diventa improvvisamente inutile un ceto di dirigenti di partito e, più in generale, la rappresentanza basata sulla leadership e sul carisma personale del singolo uomo politico. Il buon amministratore, infatti, si limiterà ad eseguire periodicamente gli ordini che gli arrivano dalla base, a sua volta organizzata per via telematica. Segue come corollario che non ci sarà più bisogno di un manifesto programmatico inteso classicamente, come insieme di valori che possano collocare il partito in un’ideologia più o meno di destra o di sinistra. Ne esce compromesso anche il ruolo dell’informazione, che perde completamente la sua funzione autonoma di controllo tra chi delega il potere e chi è delegato. In questo quadro c’è tutto: la spiegazione della degenerazione partitocratica, le ragioni della crisi economica (come prodotto di un sistema di potere corrotto), la promessa di un nuovo assetto politico (immune dai problemi del precedente), l’importanza delle nuove tecnologie digitali e – last but not least – un ruolo di primo piano, unico ed irripetibile, per il padre fondatore di questa meravigliosa architettura sociale.

    Tutto molto bello. Peccato solo che non stia in piedi…

    I commentatori politici appaiono come ipnotizzati vuoi dalla paura, vuoi dal fascino che esercita la novità di Grillo e del suo M5S. Pochi si sono avventurati in una critica che ne prenda seriamente in esame i presupposti. Ma l’idea che i benefici di internet possano sovvertire le normali dinamiche di una democrazia rappresentativa come l’Italia, se certo non è pericolosa, è comunque piuttosto ingenua.

    Grillo e il suo socio Caseleggio hanno certo avuto il merito di capire che la rete è un potentissimo veicolo di circolazione di idee e informazioni, oltre che un mezzo per democratizzare questo processo, sottraendolo all’oligopolio televisivo. Inoltre, può essere un eccellente strumento di controllo su l’operato di chi viene eletto. Eppure la rete da sola non basta per far stare in piedi un movimento senza un gruppo dirigente.

    BEPPE GRILLO E I PARTITI

    Che ci si creda o no, infatti, le strutture che i partiti si erano dati avevano all’origine una loro ragione d’essere: e questa ragione non aveva niente a che vedere né con lo sperpero di denaro pubblico, né con l’arricchimento personale. I congressi, i dirigenti e i leader servivano (e dovrebbero servire ancora oggi) a risolvere il problema della rappresentanza degli iscritti nel modo più congeniale possibile; un modo che non è mai stato né sarà mai quello di fare la somma algebrica delle singole posizioni. Al contrario, in un partito (come qualsiasi altro organismo democratico di dimensioni ragguardevoli) occorrerà sempre una minoranza che sia incaricata dalla maggioranza di gestire gli affari di tutti. E il rapporto non sarà mai completamente subalterno, nel senso di una minoranza unicamente interprete della volontà della maggioranza, ma proverà anche all’occorrenza a guidarla, a imprimerle una direzione, anche attraverso l’azione di personalità dotate di particolare carisma: purché, s’intende, emergano dal basso attraverso un processo di selezione, e non vengano calate dall’alto in quanto espressione di forti interessi particolari.

    Si, lo so: sono i tempi del post-berlusconismo e della Casta, e certi discorsi risultano indigesti. Ma questa non è una buona ragione per buttare via il bambino con l’acqua sporca. Anzi, dobbiamo stare molto attenti, perché è proprio in momenti come questi, in cui appare chiaro che si deve cambiare, che si rischia anche di fare dei danni. Negli anni ’90, dopo essersi scottata con Tangentopoli, l’opinione pubblica in gran parte si bevve la favola delle privatizzazioni con la scusa della maggiore efficienza dei servizi (perché nel pubblico – recita una vulgata in voga ancora oggi – la corruzione si annida per definizione): poi è andata come è andata, e oggi nessuno pensa più che privatizzare sia la ricetta magica.

    Allo stesso modo, un conto è dire che questi partiti sono tutti compromessi, che i vecchi leader sono al potere da troppo tempo e che abbiamo sbagliato ad assuefarci al culto della personalità politica; un altro conto sarebbe sostenere che è l’idea di partito in sé ad essere sbagliata. In realtà non sono stati solo i partiti a subire un processo di degenerazione, ma tutto il sistema nel suo insieme: dall’istruzione all’informazione, dal sistema legale alla finanza. Inoltre ci sono paesi dove i partiti funzionano benissimo. Insomma, che esigenza c’è di sperimentare sulla nostra pelle un estremo che sappiamo benissimo essere sbagliato, solo perché ci siamo già scottati con l’estremo opposto?

    Il fatto che per anni ci siamo preoccupati poco della qualità di chi ci governava, non significa che ora non dobbiamo più farci rappresentare da nessuno: significa solo che dobbiamo selezionare e controllare meglio.

    PERCHÈ LA DEMOCRAZIA DIRETTA SUL WEB “NON FUNZIONA”…

    La democrazia diretta “telematica” non funziona non perché il popolo non abbia la capacità necessaria per gestire direttamente la cosa pubblica (ripeto: diffidate da chi vi dice il contrario, perché vuole fregarvi), ma per due motivi estremamente pratici: il primo è che governare richiede tempo, e la maggior parte della gente non ne ha; il secondo è che l’Italia non è l’Atene del V secolo a.C.: è molto più grande.

    E’ vero che la rete riduce le distanze fisiche e temporali, ma se fosse in grado di azzerarle, perché su molti importanti punti, soprattutto di respiro nazionale, ancora non si conosce quale sia l’orientamento del M5S? Eppure ne è passato di tempo da quando i sondaggi hanno accreditato la creatura di Grillo come la seconda forza del paese. La realtà, allora, è che fare politica su internet è si un processo interessante e innovativo, ma che non esclude una lunga dialettica. E questa non è una colpa del mezzo, ma è un merito delle persone, che per fortuna devono ancora informarsi, valutare, discutere, argomentare e trovare un compromesso prima di prendere una decisione comune. A maggior ragione un simile procedimento non sarebbe concepibile nel day by day di un normale governo. Un domani potrebbe scoppiare una guerra, crollare l’euro, o più semplicemente chiudere una piccola fabbrica che manda a casa una ventina di dipendenti: un eventuale governo “a 5 Stelle” cosa farebbe? Si connetterebbe su internet per sentire cosa ne pensano gli internauti? Ovviamente non sarebbe possibile, perché sarebbero necessarie decisioni rapide.

    Questo dimostra che avere un rigido ricambio, spersonalizzare la politica e chiedere coerenza rispetto ad un programma proposto sono tutte cose giuste e desiderabili; e tuttavia non escludono una certa sfera di autonomia per un dato gruppo dirigente, per quanto serrato il controllo e per quanto ristretto il mandato.

    L’utopia di Grillo, insomma, non è praticabile. Internet può restare un ottimo strumento per monitorare la trasparenza dei rappresentanti, ma non potrà mai teleguidarli. Resta la necessità di guardare benevolmente al riorganizzarsi spontaneo della società civile, che cerca di riprendersi uno spazio che le era stato a poco a poco sottratto. Tanto più che non c’è nulla da temere da questi esperimenti: anzi, se l’analisi è corretta, l’evoluzione da movimento a partito sarà inevitabile, oppure quella che adesso è una novità presto o tardi finirà per avvitarsi fatalmente su se stessa.

     

    Andrea Giannini

  • L’ars topiaria: potatura rigorosa ed estro creativo

    L’ars topiaria: potatura rigorosa ed estro creativo

    Ars topiaria fioriAl di là di quanto già detto negli articoli precedenti, nell’“ars topiaria” la fantasia può liberamente sbizzarrirsi, a mezzo della potatura artistica delle piante è possibile realizzare una enorme, quasi infinita, varietà di forme. Le essenze vegetali che resistano alle periodiche potature si prestano infatti a soddisfare le più diverse esigenze del progettista o del semplice giardiniere. In verticale, si potranno scolpire sfere, spirali, coni, colonne… L’estro del giardiniere spesso porta però a realizzare anche forme estremamente elaborate e diversificate: spaventapasseri, uccelli, cani, gatti

    ars topiaria muri verdiLa realizzazione, la manutenzione ed i relativi costi nonché la tempistica (spesso anni!) necessari per creare e mantenere queste sculture vegetali variano, ovviamente, molto a seconda della tipologia scelta. Spesso sono infatti necessarie impalcature, fili tirati a piombo, cesoie e forbici di grandi dimensioni per mantenere, nel tempo, l’opera realizzata. Va anche ricordato che l’intervento di regolazione del verde dovrà essere ripetuto, sistematicamente ed ad intervalli abbastanza costanti (che tengano ovviamente conto della fase di sviluppo vegetativo e di riposo delle piante), più volte nel corso dell’anno.

    ars topiaria muri verdi 1In tema di forme, molto suggestiva risulta poi la realizzazione di veri e propri muri verdi, essi potranno avere una altezza molto variabile ed adeguarsi in modo sorprendente alle esigenze del giardino. Questi ultimi potranno infatti essere semplici o molto elaborati, caratterizzati da un profilo dentellato, diritto, ondulato o mosso.
    A volte tali opere possono persino assumere interessanti forme simil naturali, ossia riuscire ad emulare, attraverso uno studio attento e mirato, uno sviluppo solo apparentemente spontaneo della vegetazione presente in natura.
    In realtà un simile risultato è, però, sempre frutto di un meticoloso e lunghissimo lavoro, effettuato nel tempo da potatori esperti, che sanno assecondare alla perfezione lo spontaneo sviluppo delle singole piante del filare, piegandolo docilmente ed in modo impercettibile per l’osservatore, alle loro esigenze concrete.
    In questi casi, il risultato finale potrà essere davvero eccezionale. La linea della siepe sarà, infatti, moderatamente e spontaneamente irregolare in tutte le dimensioni spaziali: orizzontale, verticale e diagonale.

    ars topiaria muro berde dentellatoars topiaria misto

                                                                                                                                                                                                  Lo spessore, l’altezza ed il volume della siepe varieranno, infatti, nel giro di poche decine di centimetri, adeguandosi alle esigenze del progettista e tenendo, al tempo stesso, conto delle esigenze vegetative delle varie piante impiegate.
    Ogni scelta stilistica dovrà, ovviamente, adeguarsi al contesto paesaggistico ed urbanistico. Un alto muro verde dal profilo “dentellato” sarà, per esempio, perfetto per un castello, una siepe ondulata si adatterà molto bene alla spontaneità di un giardino di un cottage nella campagna rurale inglese, linee sobrie, regolari e pulite saranno, in genere, l’ideale per edifici e contesti più moderni (a meno che non si preferiscano le varianti “barocche”, di cui ad un precedente articolo).

    ars topiaria gallo

    Stupefacente può essere, infine, l’utilizzo dell’“ars topiaria”, ossia l’impiego delle piante quali forme geometriche e scultoree, in contrasto con altra vegetazione ed in particolar modo con l’erba, lasciata incolta nei prati. In alcuni giardini inglesi, lo schema ora delineato viene impiegato come mezzo di raccordo tra il giardino vero e proprio e lo spazio a verde circostante. Qui la natura riprende, infatti, il sopravvento e gli interventi dell’uomo sul paesaggio si attenuano via via che ci si allontana dagli edifici e dal parco “disegnato” dai progettisti.

    In simili casi si assiste, quasi stupiti, all’inserimento di grandi sculture regolari, svettanti su onde verdi di prato, mosse dal vento. In particolare, ricordo il caso di un parco inglese in cui vi era un vero e proprio filare di grandi opere ad “ars topiaria”, tutte simili tra loro per dimensioni, altezza ed ingombro volumetrico, ma al tempo stesso tutte differenti, fra loro, per finiture e diversamente potate nella loro parte apicale. Queste ultime sembravano quasi delle “torri”, collocate lungo il confine ed immaginate, nel capriccio del progettista, quali divagazioni sul medesimo tema di fondo. Esse spuntavano, per poi svettare, da un prato, lasciato volutamente incolto, composto di molte varietà di erbe e di fiori spontanei. Il contrasto era evidentemente molto forte e molto suggestivo.ars topiaria animali Da un lato, il rigore del progetto e del “controllo” dell’uomo sulla natura, dall’altro il paesaggio che domina incontrastato ma non, per questo, meno scenografico. Il verde chiaro, irregolare e screziato del prato contrastava poi, in modo al tempo stesso molto naturale ma, in realtà, molto studiato, con la massa scura delle alte piante di bosso. Il primo opaco ed irregolare, la seconda scultorea, compatta e lucente, sotto i raggi del sole.
    L’insieme risultava quindi ironico, strumento di passaggio e, al tempo stesso, “cerniera” tra il giardino “progettato e costruito” ed il terreno a pascolo, spontaneo.
    Il panorama così ottenuto sembrava ricordare all’osservatore, con sottile compiacimento del progettista, che, in fondo, l’opera della natura non è, pur nella sua assoluta semplicità, meno attraente della più elaborata e impegnativa, per manutenzione e costi, opera a verde realizzata dall’uomo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Gli italo-americani più famosi nella storia degli Stati Uniti d’America

    Gli italo-americani più famosi nella storia degli Stati Uniti d’America

    Frank SinatraSono diversi e spesso di grande successo  i film che hanno per protagonisti cittadini americani – a volte fittizi, a volte realmente esistiti  – di origine italiana, i quali hanno fatto “carriera” nel mondo della malavita organizzata. Oltre a The Godfather (“Il padrino”) e Goodfellas (“Quei bravi ragazzi”), che abbiamo citato nelle scorse settimane, degno di essere menzionato è sicuramente The Untouchables (“Gli intoccabili”) di Brian De Palma, vincitore di svariati premi Oscar. Il film narra l’estenuante sfida tra il boss più famoso di tutti i tempi, Al Capone nato da genitori campani, e Eliot Ness, il poliziotto che riuscì a far condannare il famigerato gangster per evasione fiscale. “You’re nothing but a lot of talk and a badge,” (“Sei solo chiacchiere e distintivo”) dirà nel film Capone/Robert De Niro all’investigatore interpretato da Kevin Costner a seguito della condanna appena pronunciata dal giudice.

    Nel film diretto da Brian De Palma con colonna sonora realizzata dal “nostro” Ennio Morricone, un ruolo rilevante è quello del glaciale sicario di Capone, Frank Nitti, insediatosi al vertice della mafia di Chicago negli anni Trenta dopo l’uscita di scena del suo boss. Nitti, interpretato da Stanley Tucci, appare anche in un altro gangster movie ambientato nell’Illinois degli anni Trenta: Road to Perdition (in italiano “Era mio padre”), con Tom Hanks e Paul Newman.

    Ci si chiederà a questo punto se tra tanti criminali spietati e assetati di sangue e di potere sia esistito anche qualche italo-americano che abbia combinato qualcosa di buono. La risposta è ovviamente sì. La lista è molto lunga e sarebbe impossibile citare tutti gli esempi di individui che hanno dato lustro al nostro paese, fornendo un contributo eccezionale allo sviluppo degli Stati Uniti.

    Proviamo a fare comunque qualche nome partendo da quello di Fiorello La Guardia. Uno degli aeroporti di New York è stato dedicato alla memoria di questo sindaco di The Big Apple negli anni Trenta e Quaranta, figlio di un immigrato originario di Cerignola in Puglia.

    La lista prosegue poi con diversi crooner, tra i quali non solo annoveriamo Frank Sinatra, ma anche Dean Martin (nato Dino Paul Crocetti), voce di “That’s Amore”, e Perry Como, cantante di “Magic Moments”, fino ad arrivare ai giorni nostri con Madonna e Lady Gaga … Ops, chiedo scusa, avevo promesso che avrei parlato di figure illustri. Ci torniamo subito. Vale la pena per esempio menzionare il Mario Cuomo, esponente di spicco dei Democrats negli anni Ottanta e, dote rara per un politico, coerente e strenuo oppositore della pena di morte.

    Spostando l’attenzione sugli italo-americani di origine ligure, abbiamo già detto del luogo di provenienza della madre di The Voice, la signora Garaventa, che nacque in Val Fontanabuona. Dal Levante della nostra regione sono emigrati verso gli Stati Uniti anche i genitori del fondatore della Bank of America Amadeo Giannini, originari dell’entroterra chiavarese. Giannini rivoluzionò il sistema bancario, trasformandolo in un insieme di servizi accessibili non solo alle classi più abbienti, ma anche alla grande massa dei consumatori, ovvero l’esatto contrario del trend attuale …  See you!

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale Genova: ore di discussioni, nessuna decisione

    Consiglio Comunale Genova: ore di discussioni, nessuna decisione

    La seduta di ieri (20 novembre, ndr) del Consiglio Comunale di Genova è uno dei sintomi di quella difficoltà a prendere decisioni sui temi importanti della nostra città di cui abbiamo dato testimonianza in più occasioni in questa rubrica. Si è visto per esempio nel caso della Gronda, su cui molte volte il Consiglio non ha espresso una linea chiara, e in generale nella difficoltà a far svolgere in modo lineare i lavori in aula, con lunghe interruzioni e costanti rinvii dei punti all’ordine del giorno. Le molte emergenze genovesi, non solo per ciò che riguarda il mondo del lavoro (AMT, Vigili Urbani), ma anche il dissesto idrogeologico restano attualmente senza risposta.

    E benché sia facile accusare la Giunta e il Sindaco Doria di essere gli unici responsabili di questa situazione, il problema è dovuto anche al mancato cambiamento della politica genovese che molti cittadini si aspettavano da questo nuovo ciclo amministrativo. Fin quando, per esempio, saranno necessarie cinque ore di dibattito semplicemente per stabilire di dedicare un Consiglio monotematico – di cui non si ha data certa -sulla situazione economica di Genova, la politica sarà sempre in ritardo rispetto ai problemi reali della città.

    Ci sono volute infatti ben cinque ore di dibattito sull’economia genovese per decidere di rimandare la discussione ad una seduta monotematica che affronti i «problemi occupazionali connessi alle criticità emerse in diverse realtà produttive della città». Sembra un paradosso, ma è ciò che si è verificato ieri  in Consiglio Comunale.

    Tuttavia, la mozione presentata dal Pdl con la richiesta di dedicare una riunione del Consiglio interamente ai temi della crisi è stata l’occasione per approfondire le tematiche dello sviluppo e del lavoro a Genova.

     

     

    L’opposizione ha attaccato duramente la Giunta Doria e nel loro insieme tutti i governi di centro-sinistra che l’hanno preceduta, sostenendo che «le politiche della sinistra hanno bloccato l’orologio dello sviluppo produttivo della città». La Consigliera Lilli Lauro (Pdl) ha fatto persino distribuire l’elenco delle “lapidi” (leggi aziende) che compongono il cimitero delle aree produttive della città. E se è vero, come ha fatto notare lo stesso Sindaco, che nel folto gruppo delle “vittime della crisi” sono state inserite anche aziende fallite già egli anni ’60, come le Acciaierie Bruzzo, e altre di cui «non si sente per nulla la mancanza», come le raffinerie Erg che inquinavano pesantemente la Val Polcevera, restano comunque molte le realtà produttive affossate dalla crisi, altre in difficoltà economica e altre ancora fuggite dal territorio genovese (Centrale del Latte, Viva Brazil, Fnac, Ericsson, Boero, Costa Crociere).

     

     

    Insomma il quadro non è dei più rosei e anche l’assessore Oddone nel presentare il report sull’andamento delle attività produttive  nel secondo semestre del 2012 – il cruscotto dell’economia genovese -, ha osservato che la maggior parte dei dati non è incoraggiante e che laddove si evidenziano degli incrementi si nascondono, in realtà notizie negative. Genova è stata infatti il secondo capoluogo italiano per crescita dei prezzi nel 2012. Questa tendenza inflazionistica ha pesato soprattutto sulle classi più deboli. Ci sono più cessazioni di rapporti di lavoro che assunzioni e solo il 15% dei nuovi assunti lo è a tempo indeterminato. Sembrerebbe aumentare l’imprenditoria giovanile, ma la corretta lettura del dato è un’altra: ci sono molti giovani che non riuscendo a trovare un’occupazione stabile decidono di aprire una partita iva e iniziare un’attività lavorativa di carattere precario.

    Tutti dati che richiederebbero un intervento particolarmente deciso da parte della Giunta e invece è proprio su questo punto che l’amministrazione ha incassato la maggior parte delle critiche provenienti in modo trasversale delle diverse forze politiche.

    Nel proprio intervento Marco Doria aveva voluto ricostruire il lungo processo di deindustrializzazione che nei decenni ha cambiato il volto dell’Europa, per poi evidenziare i suoi effetti su Genova e sottolineare che le scelte delle amministrazioni comunali dagli anni ottanta in avanti hanno puntato su due aspetti: turismo e cultura. E su questi due settori si giocherà la sfida per lo sviluppo futuro della nostra città, poiché sarebbe anacronistico pensare ad un ritorno della grande industria.

    Dal centro destra si è levato un coro di voci più o meno unanime che ha evidenziato come negli ultimi anni non sia stato fatto abbastanza per la città, ma è proprio il discorso pronunciato dal Sindaco e in generale la posizione della Giunta a deludere i consiglieri.

    Il Consigliere Salemi (Lista Musso) sintetizza questo stato d’animo parlando di «mancanza di una cabina di regia” e Rixi (Lega) rincara la dose parlando di necessità di “mettersi in gioco”».

     

     

    Ma l’attacco più diretto e più incisivo giunge proprio dalle fila della maggioranza. Il Consigliere del PD Giovanni Vassallo, assessore allo Sviluppo Economico nella Giunta Vincenzi, interviene a gamba tesa affermando che «non basta un Consiglio in cui si presenta una situazione, non basta solo confrontarsi, ma bisogna assumere decisioni». Il riferimento al discorso del Sindaco non è nemmeno troppo velato, con tanto di citazione ad un passaggio in cui Doria aveva sottolineato l’importanza di «confrontarsi su certi temi». Un problema questo che, come sottolineato in apertura, Era Superba cerca di evidenziare da mesi…

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Flessibilità dell’orario di lavoro: dal part-time all’aspettativa

    Flessibilità dell’orario di lavoro: dal part-time all’aspettativa

    Come ho descritto nel precedente articolo, il mercato del lavoro italiano, confrontato con la maggior parte dei paesi europei, risulta essere caratterizzato da una bassa flessibilità e da una grande disparità tra lavoratori precari e lavoratori a tempo indeterminato. E per quanto riguarda la flessibilità dell’orario di lavoro, in che situazione si trova il nostro paese?

    Il miglioramento della flessibilità dell’orario di lavoro è considerato dall’Unione europea come uno degli elementi chiave per ottenere gli obiettivi della strategia di Lisbona attraverso la quale si vuol rendere l’Unione “la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza del mondo”. Ogni quattro anni la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro conduce un’indagine sulle imprese europee relativa all’orario di lavoro e all’equilibrio tra professione e vita privata. Vengono prese in considerazione diverse tipologie di flessibilità: orario flessibile, part-time e lavoro straordinario.

    1. ORARIO FLESSIBILE

    L’orario flessibile, nella sua forma più semplice, permette ai lavoratori di variare l’inizio e la fine della giornata lavorativa secondo le proprie esigenze ma entro certi limiti e senza variare il numero totale giornaliero di ore lavorate. Un meccanismo più sofisticato, la cosiddetta “banca ore”, consente invece di accumulare ore che possono essere utilizzate per ottenere maggiore flessibilità giornaliera o per godere di periodi di riposo retribuito aggiuntivi rispetto alle ferie. Dall’indagine emerge che più della metà (56%) delle aziende europee con più di 10 dipendenti attua qualche tipo di accordo sull’orario flessibile. Alcune aziende utilizzano il meccanismo della “banca ore” per ottenere interi giorni di riposo supplementari, altre utilizzano lo stesso meccanismo ma solo per ottenere ore di permesso supplementari e altre ancora consentono ai lavoratori di variare l’orario di lavoro giornaliero ma senza la possibilità di accumulare ore. Il nostro paese si trova poco sotto la media europea con una percentuale del 49% ma purtroppo le modalità di flessibilità maggiormente utilizzate sono quella più rigide visto che solo il 15% delle aziende utilizza il meccanismo della “banca ore” per ottenere interi giorni di riposo supplementari contro una media europea del 29%. Siamo al pari della Lituania e peggio di noi fanno solo Malta, Cipro e Bulgaria e siamo ben lontani dalla Finlandia dove addirittura il 66% delle aziende utilizza questo meccanismo.

    2. PART-TIME

    Un’altra forma di flessibilità è il lavoro part-time che viene utilizzato dal 67% delle aziende europee. Questa tipologia di lavoro è particolarmente diffusa in Olanda (91% delle aziende), ma anche in Belgio, Germania, Svezia e Regno Unito (circa 80% delle aziende) e, in metà della aziende nelle quali è applicato, coinvolge più del 20% del personale. Il nostro paese è in media con il resto dell’Unione relativamente alla percentuale di aziende che prevedono il lavoro a tempo parziale, ma, laddove applicato, coinvolge una percentuale esigua di lavoratori.

    3. LAVORO STRAORDINARIO

    Infine, per quanto riguarda il lavoro straordinario, in media nei paesi dell’Unione europea il 35% delle aziende compensa le ore di straordinario economicamente, il 23% le compensa con ore di permesso supplementare, il 37% attua entrambe le forme di compensazione e il 4% nessuna. Nel nostro paese la forma di compensazione maggiormente utilizzata è quella economica (67%), ennesimo dato che conferma la rigidità dell’orario di lavoro nelle nostra aziende.

    Un’ulteriore forma di flessibilità, anche se decisamente più “estrema” rispetto alle precedenti, è rappresentata dall’aspettativa. In Italia vi sono notevoli differenze nella regolamentazione di questo strumento di flessibilità in quanto essa dipende dai contratti collettivi nazionali. Ad esempio per i lavoratori metalmeccanici sono necessari dieci anni di anzianità aziendale per poter richiedere al massimo sei mesi di aspettativa. In questo caso l’Italia è indietro anni luce rispetto ai paesi europei più avanzati: in Finlandia è possibile farne richiesta una volta ogni 5 anni se si lavora da almeno 10 anni e si è lavorato per almeno tredici mesi per lo stesso datore di lavoro, mentre in Francia sono sufficienti 6 anni di carriera lavorativa e 36 mesi di anzianità aziendale.

    Insomma, più flessibilità e meno precarietà. Non è un caso che i paesi che stanno soffrendo meno la crisi siano quelli che meglio hanno interpretato le linee guida della strategia di Lisbona… Passi significativi in questa direzione porterebbero in Italia non solo una migliore qualità della vita per i lavoratori, ma anche benefici alle aziende.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Potatura, ars topiaria: i suoi impieghi nel giardino

    Potatura, ars topiaria: i suoi impieghi nel giardino

    ars topiaria knotMolte altre essenze, oltre a quelle menzionate nel precedente articolo, si adattano però con grande successo all’impiego nell’“ars topiaria”.
    Nella tecnica in esame viene talvolta, ad esempio, utilizzato l’agrifoglio che unisce, alle foglie coriacee, verdi scure, l’attrattiva, nelle diverse stagioni, di piccole infiorescenze tra il bianco, il giallastro ed il verdognolo e delle bacche rosse.
    Nel giardino mediterraneo si possono, invece, anche impiegare, potate nelle forme più diverse, mirto, westringea, poligala, lavanda, al limite la stessa bounganvillea, e tutte quelle varietà che ben sopportino le frequenti potature, necessarie per mantenere, nel tempo, regolari le forme prestabilite.

    ars topiaria knot 1Queste specie presentano, unita alla duttilità dell’impiego nell’“ars topiaria”, il vantaggio di produrre anche infiorescenze, più o meno vistose, che completano l’insieme, determinando un completo variare, a seconda delle stagioni, del risultato finale.
    In uno dei precedenti articoli, avevamo già accennato, per esempio, all’utilizzo di alcune particolari varietà di azalee, potate secondo schemi ben delineati ed in modo regolare (anche se tendono, di per sé, a crescere in modo omogeneo), nel Paul Getty Museum di Los Angeles.
    Durante il periodo della fioritura, l’incidenza cromatica dei fiori modifica qui completamente l’insieme. Si passa, infatti, da un intricato “nodo” verde scuro, frutto della vegetazione, ad un elaborato ed irregolare “ghirigoro” dai colori allegri e brillanti.
    Nel caso, invece, di utilizzo di sculture vegetali in mirto, santolina, lavanda o in analoghe essenze, caratterizzate da un limitato sviluppo vegetativo, il risultato complessivo sarà completamente differente da quello sopra descritto.

    ars topiaria fioriture

    In questo caso, le opere ottenute saranno, infatti, caratterizzate da una altezza limitata, si svilupperanno soprattutto in orizzontale ma non per questo saranno meno rilevanti, sotto un profilo estetico, incidendo sempre sul paesaggio e sul giardino in modo determinante.
    Gli inglesi, in particolare, realizzano spesso complesse ed intricate figure “a nodo”, dette per l’appunto “knot”, che riproducono disegni tratti dal mondo della simbologia, dell’architettura, degli animali, dell’araldica o che raffigurano le iniziali dei proprietari dei parchi o dei sovrani, in quel momento regnanti.
    Ho infatti visto simili realizzazioni, talvolta di grandi dimensioni ed estensione e letteralmente composte di centinaia (o migliaia!) di piante, arrivare a costituire, in un tutt’uno fra loro, intricati e sconfinati intrecci orizzontali, di assai limitato sviluppo vegetativo verticale.

    In tali opere è ovviamente poi semplice, come spesso accade, introdurre differenti varietà di piante, dalle diverse colorazioni delle foglie, con la possibilità di ottenere infinite combinazioni cromatiche ed intrecci molto elaborati e diversificati.

    Paul Getty Museum 4Paul Getty Museum 2

                                                                           Per massimizzare il risultato, i progettisti optano spesso per l’inserimento, tra i vari filari di pianticelle, del ghiaietto o di varie tipologie di pietrisco oppure collocano e fanno crescere nei parterre piante annuali, tuberose o bulbose, che variano in base alle stagioni.

    ars topiaria L'Oreal

    A seconda del genere e del colore di pietrisco e di piante inserite, il risultato complessivo risulterà, durante il corso dell’anno, completamente differente e varierà notevolmente mediante semplici cambiamenti periodici, adattandosi al passare delle stagioni. Quando l’insieme è ben studiato ed armonizzato al contesto ed al giardino, il disegno finale potrà essere davvero spettacolare. Anche l’acqua può utilmente completare il progetto, “rispecchiando” e valorizzando le opere a verde così realizzate o sostituirsi alla terra ed al ghiaietto, tra i filari di piante.
    ars topiaria L'Oreal 1

    In Italia, un recente esempio di progettazione, a metà strada tra un “roof garden” e l’impiego di piante di ridotte dimensioni, collocate secondo schemi che ricordano, pur differenziandosene per l’assenza di specifiche esigenze di potatura, l’“ars topiaria”, si può vedere a Milano. L’opera, come si evince da queste ultime fotografie, consiste in uno spettacolare (e stupefacente per la sua collocazione sul tetto di uno stabile e tra altri edifici moderni) parterre, realizzato in stile “barocco”, da un noto Studio di progettazione, presso la sede italiana de L’Oreal, su di un terreno della profondità di soli diciotto centimetri!

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

     

     

     

  • Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Mario MontiVedere i candidati del centrosinistra illustrare i loro programmi negli studi di X Factor non ha prezzo. Eppure, anche se questa primizia nel menù dell’informazione italiana avrebbe meritato un commento appropriato, ho dovuto decidermi – con molta fatica – a dedicare questo spazio ad un altro argomento: il governo Monti ha spento la sua prima candelina, ed in effetti la ricorrenza merita qualche considerazione.

    Ad un anno di distanza possiamo dire dunque che Monti ha fatto bene quello per cui era stato chiamato, ciononostante (anzi, proprio per questo) l’Italia sta peggio dell’anno scorso e andrà a stare sempre peggio. Il paradosso è solo apparente. Monti ha effettivamente centrato un obiettivo: ha evitato il crack del debito pubblico italiano, seguendo l’obiettivo contabile di un riequilibrio tra entrate e uscite. Questo è l’unico motivo per cui era stato chiamato al governo dall’asse Roma-Berlino, cioè Napolitano-Merkel, sempre che siano veri i retroscena. Quel che è certo è che noi dovevamo evitare il commissariamento da parte della Troika, mentre le cancellerie europee dovevano evitare di ritrovarsi fra le mani una seconda Grecia ancora più pericolosa (il che avrebbe significato la fine dell’euro).

    Cosi è arrivato Monti a “risolvere problemi”, un po’ come il signor Wolf di Pulp Fiction: ed in effetti le pressioni sul nostro debito pubblico (il famigerato spread) si sono allentate. Come è riuscito il premier a ottenere questo risultato? Ci ha spiegato che avevamo mancato in “disciplina di bilancio” e che avevamo vissuto “sopra le nostre possibilità”. Quindi ha fatto approvare qualche riforma decisiva, come quella sulle pensioni, ha introdotto nuove tasse e ha tagliato un po’ la spesa: ma soprattutto lo ha fatto in modo strutturale, garantendo cioè che i benefici per i conti pubblici non fossero occasionali ma, per quanto possibile, permanenti.

    Mi chiedo però, a questo punto, se l’adozione di questa semplice ricetta giustificasse davvero l’avvicendamento di governo a cui abbiamo assistito un anno fa. C’era davvero bisogno di un economista di caratura internazionale per spostare di qualche anno l’età della pensione, tassare gli immobili e operare qualche taglio? Non posso credere che Tremonti non fosse in grado di concepire un calcolo ragionieristico così scontato. E d’altra parte il governo dei tecnici non si è dimostrato immune da errori grossolani, come la vicenda degli esodati sta lì a ricordare. Non è la competenza, quindi, il motivo per cui Berlusconi se ne è tornato a casa. Il motivo è politico.

    Anche se il precedente governo fosse stato in grado di concepire la soluzione, comunque non sarebbe stato in grado di sopportarne le conseguenze: perché se fosse stato un governo politico a presentarsi a queste elezioni, con lo stato in cui versa attualmente la nostra economia non sarebbe mai stato rieletto. Monti non ha questo problema: non essendo mai stato eletto da nessuno, non deve preoccuparsi di cosa pensino di lui i suoi elettori. Deve stare attento unicamente a non perdere l’appoggio della maggioranza del Parlamento che gli approva le leggi. Le forze politiche, dal canto loro, sono state ben contente di affidare ad altri la patata bollente, con la promessa – beninteso – che i loro interessi non sarebbero stati toccati: ecco perché non abbiamo assistito a quella sferzata anti-casta che un po’ tutta l’opinione pubblica si attendeva. Anzi, in questo modo si è creato un clima di sintonia istituzionale che ha coinvolto Quirinale, Palazzo Chigi e Parlamento (a parte qualche occasionale rigurgito di ostilità e l’opposizione di partiti minori). Di conseguenza i mezzi di informazione, sempre attenti alla distribuzione del potere, si sono allineati: l’opera e il pensiero di Mario Monti sono diventati l’indiscutibile buona novella da annunciare al mondo intero.

    Gli Italiani hanno finito così per convincersi della assoluta bontà dell’operato del governo, aiutati in questo anche dal paragone impietoso con quello che si erano appena lasciati alle spalle. Se Berlusconi, infatti, era “diversamente slanciato”, con i tacchi sotto le scarpe e la pelata rinfoltita periodicamente, Monti appare alto, distinto e vestito in loden. Berlusconi frequentava prostitute, si sospetta anche minorenni, e raccontava barzellette farcite con bestemmie; Monti è monogamo, serio e sobrio. In Europa il solo nome di Berlusconi evocava risolini eloquenti; Monti invece è rispettato, considerato e ammirato. Insomma, i cittadini non potevano non concedergli fiducia. Ma la benevolenza del mondo politico, dell’informazione e di una parte consistente dell’opinione pubblica non deve far dimenticare quale sia il vero spread, la vera distanza tra questo governo tecnico e un altro qualsivoglia governo politico: che questo governo ha portato avanti un programma di risanamento che pochi cittadini avrebbero votato. E non l’avrebbero votato, perché è un programma che deprime l’economia e quindi li danneggia. Ecco perché si è resa necessaria una figura in qualche modo esterna, calata dall’alto – ci dicono – per fare il nostro bene. Certo, l’idea è fastidiosamente paternalista e anche marcatamente anti-democratica. Gli Italiani sarebbero un po’ come il bambino che fa i capricci e non vuole andare dal dentista, perché ha paura di sentire male: allora il papà lo prende in braccio e ce le porta di peso. Ma davvero è così? Davvero in passato siamo stati cattivi e abbiamo speso troppo? Davvero ora dobbiamo affidarci alla cura di papà-Monti, che taglia la spesa pubblica, alza le tasse e persegue obiettivi contabili per il nostro esclusivo interesse? In realtà questa favoletta è contraddetta da almeno un dato evidentissimo: non è vero che in passato abbiamo speso troppo.

    Anche se nel dibattito televisivo sembra che il debito pubblico sia la causa della crisi, in realtà per qualsiasi economista un minimo preparato è l’effetto. Cioè la crisi che viviamo non dipende da un eccesso di spesa pubblica, ma dagli squilibri del credito privato. Se il problema fosse stato il debito pubblico, come mai è andata in crisi l’Irlanda, che aveva meno della metà del debito del Giappone, paese dimenticato dalla speculazione? In realtà da quando è entrato in vigore l’euro fino al deflagrare della crisi dei mutui subprime il debito pubblico italiano è sceso. E non lo dico io: lo dice il Fondo Monetario Internazionale.

    Dal ’94 al 2007, con governi di destra e di sinistra, il nostro debito pubblico ha conosciuto una lieve ma costante flessione, passando dal 121% al 103%. Come si concilia questo dato con l’idea che la spesa pubblica sia l’origine di tutti i problemi e che vada abbattuta con ogni mezzo? Evidentemente non si concilia. Tanto più che un altro dato rende ancora meno credibile la teoria. Dai primi anni ’90 l’indebitamento dei privati (famiglie e imprese) è praticamente raddoppiato. E questo canovaccio si ritrova pari pari in tutti i paesi europei che poi sono andati in crisi: l’indebitamento pubblico cala proprio per il fatto che l’indebitamento privato (grazie ai capitali esteri) esplode; e quando poi scoppia la crisi finanziaria e crolla la fiducia, i capitali privati si ritirano e il sistema finanziario va in sofferenza. Con l’euro non si può fare inflazione stampando moneta, e così per salvare le banche deve intervenire lo Stato. Dalla crisi in poi, infatti, il debito pubblico ha ripreso a galoppare (è notizia di ieri che si prevede che presto toccheremo la cifra record di 2000 miliardi di euro di debito). Insomma, lo Stato si indebita per coprire i debiti delle banche. E quel che è peggio, lo fa gratis, senza chiedere nulla in cambio e scaricando i costi sui cittadini.

    Se Monti fosse preoccupato davvero di fare gli interessi dell’Italia, dove per la crisi la gente si suicida o riempe le piazze, avrebbe fatto due cose: avrebbe fatto pagare al sistema creditizio privato i suoi errori e sarebbe andato a Bruxelles con gli altri paesi minacciando di uscire, se le politica di rigore e contenimento dell’inflazione non fosse cambiata. Invece fa di tutto per salvare una moneta unica costruita apposta per consentire ai capitali di circolare liberamente al riparo dalle svalutazioni, e ci racconta che la soluzione – vedi mai la novità! – è tagliare un po’ le spese dello Stato sociale. Insomma, la tipica ricetta di quel mondo operaio da cui vengono gli esponenti di questo governo: quando la disoccupazione avrà abbattuto il costo del lavoro e i capitali saranno liberi di spostarsi per l’Europa alla ricerca degli investimenti con i profitti più alti, si potrà ricominciare a crescere (per i sopravvissuti, s’intende). Eppure Monti certe idee le ammette e le rivendica pubblicamente: quindi non possiamo nemmeno rimproverarlo più di tanto. Certo, se qualcuno magari lo spiegasse anche ai concorrenti di X-Factor…

    Andrea Giannini

  • Prescrizione tributi e cartelle esattoriali: attenzione alla scadenza

    Prescrizione tributi e cartelle esattoriali: attenzione alla scadenza

    Ai tempi del governo Berlusconi tanto si è parlato di prescrizione, prescrizione breve, prescrizione del reato, ecc. ecc. In quel caso, però, si trattavo di diritto penale:  la prescrizione di un reato è il tempo entro il quale il colpevole deve essere condannato; se passa quel tempo previsto (prescritto, per meglio dire) dalla legge, l’imputato può passarla liscia anche se palesemente colpevole.

    Da non confondere con un altro tipo di prescrizione e non sto certo parlando di quella del medico di famiglia… Mi riferisco alla prescrizione dei tributi e delle cartelle esattoriali (Equitalia, tanto per capirci).

    Innanzitutto, precisiamo che la prescrizione è il termine entro il quale un ente pubblico può richiedere il pagamento di un tributo ad un cittadino; scaduto quel termine, il diritto a riscuotere muore senza se e senza ma.

    Voglio qui di seguito fare alcuni esempi utili ai nostri lettori.

    Innanzitutto, la cartella esattoriale è il mezzo con il quale i concessionari (uno è Equitalia…) riscuotono, quali intermediari, cifre relative a tasse, tributi, sanzioni etc. dovute allo Stato e ad enti pubblici, previdenziali e/o assicurativi.
    Per tale motivo non si può dire che esista un termine di prescrizione proprio della cartella. Il termine di prescrizione esiste, ma è diverso a seconda del tipo di tributo oggetto dell’iscrizione a ruolo.

    In linea generale si può affermare che il termine di prescrizione della cartella (ovvero il termine entro il quale la cartella deve essere notificata) segue quello del tributo riscosso.

    Volendo aiutare il consumatore – lettore, a titolo di esempio:

    Multe relative al codice della strada e sanzioni amministrative in genere: il termine di prescrizione e’ di cinque anni dalla data dell’infrazione. La corretta notifica del verbale (atto precedente la cartella) interrompe il termine facendolo ripartire, pertanto la prescrizione della cartella e’ di cinque anni dalla notifica del verbale (codice della strada art.209 e legge 689/81 art.28);

    Tributi locali (Ici, Tarsu, Tia, Tosap, Imposta comunale sulla pubblicità e diritto pubbliche affissioni): cinque anni è l’attuale termine che riguarda la prima notifica degli avvisi di accertamento, con emissione delle cartelle esattoriali nei successivi tre anni. Esso parte dalla fine dell’anno di riferimento;

    Bollo auto: il termine di prescrizione è in pratica di quattro anni, perchè cade alla fine del terzo anno successivo a quello in cui doveva avvenire il versamento.

    Canone RAI: la prescrizione è quella ordinaria, 10 anni dalla scadenza.

    Dopo di ciò potete andare dal medico e chiedere la prescrizione per un ansiolitico e da un mobiliere perchè vi occorrerà un armadio enorme per contenere tutte le ricevute dei pagamenti effettuati, ovvero l’unico vero modo per dimostrare di avere pagato un tributo che vi viene richiesto indebitamente.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Il Padrino di F.F.Coppola, l’America italiana fra stereotipi e attualità

    Il Padrino di F.F.Coppola, l’America italiana fra stereotipi e attualità

    New YorkNon è un caso che il titolo dato al reality show di MTV che segue le vicende di otto giovani italo-americani sia Jersey Shore. Lo stato del New Jersey, infatti, e la città di New York, hanno assistito a un fortissimo movimento migratorio di italiani che all’inizio del XX secolo hanno affrontato la traversata dell’Oceano Atlantico per cercare fortuna sul Nuovo Continente.

    Nel New Jersey si trova Ellis Island, l’isolotto che per decenni ha rappresentato il varco d’ingresso in terra statunitense. Qui milioni di immigrati si sottoponevano alle visite mediche e all’identificazione da parte delle autorità locali, che stabilivano chi aveva il permesso di rimanere sul suolo americano e chi doveva invece essere rimpatriato – spesso per motivi di salute – sulla medesima nave con la quale era arrivato.

    Nel film The Godfather Part II, il giovanissimo Vito Andolini, un bambino di nove anni orfano di padre ucciso in Sicilia da un signorotto mafioso, approda proprio a Ellis Island, dove viene registrato come Vito Corleone, suo paese d’origine. Da lì inizierà la sua ascesa verso il potere per arrivare al ruolo di “Padrino”, figura rispettata e temuta all’interno della comunità italiana di New York. La serie di film di Francis Ford Coppola sul Godfather è diventata una leggenda del cinema e alcune frasi dei film sul Padrino sono entrate nell’inglese corrente, la più celebre delle quali rimane: “I’m gonna make him an offer he can’t refuse” (“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”), dove “gonna” sta per la forma contratta tipica del parlato e più informale di “going to”.
    A pronunciarla è Don Vito – interpretato dal fenomenale Marlon Brando – il quale promette al suo protetto, il cantante Johnny Fontane, che persuaderà un produttore cinematografico riluttante a dare a Johnny la parte di protagonista in un film hollywoodiano. Se non avete visto il film, vi consiglio di affrettarvi a farlo. Se invece ve lo siete già gustato, probabilmente ricordate i metodi molto efficaci grazie ai quali Corleone riesce a convincere il produttore.
    Le figure di Don Vito e di Johnny rappresentano due stereotipi – ahinoi – ricorrenti di italo-americani: il mobster, noto anche come gangster, e il crooner, il cantante dal sorriso irresistibile, il capello brillantinato e la voce suadente. Se Corleone è un personaggio fictional, ovvero appartenente alla fantasia, Alphonse “Al” Capone, “Don” Carlo Gambino e John Gotti sono stati assolutamente reali.

    Allo stesso modo, è probabile che Mario Puzo, scrittore di The Godfather, si sia ispirato alle vicende di Frank Sinatra per il personaggio di Johnny. Infatti, sembra che “The Voice” nei momenti più bui della sua carriera abbia cercato l’appoggio di diverse personalità influenti tra le quali anche alcuni italo-americani di spicco, sebbene i suoi eventuali rapporti con affiliati alla malavita non siano mai stati chiariti. Figlio di Natalina Garaventa, originaria di Lumarzo nell’entroterra genovese, Sinatra è passato comunque alla storia per le sue doti di cantante e di attore – la sua performance in From Here to Eternity gli valse l’Oscar.

    Osservando il flusso di giovani italiani spinti oggi a emigrare dalla crisi economica, ma soprattutto da decenni di amministrazione disastrosa – giorni nostri compresi – del Belpaese, le parole di The Voice in New York New York, suonano fortemente attuali: “Start spreading the news, I’m leaving today, I want to be a part of it New York New York” (“Iniziate a diffondere la notizia, parto oggi, voglio esserne parte, New York, New York”). Un sincero e caloroso saluto agli italiani che si sono dovuti trasferire all’estero.

    Daniele Canepa

  • Consiglio Comunale: l’amministratore unico nelle società partecipate

    Consiglio Comunale: l’amministratore unico nelle società partecipate

     

     

    È stata approvata ieri (13 novembre, ndr) in Consiglio Comunale la proposta della Giunta Doria per l’applicazione delle norme nazionali che prevedono un taglio dei membri dei consigli di amministrazione anche sulle società partecipate del Comune di Genova.

    L’articolo 4 della norma di riferimento – legge 135 del 7 luglio 2012 – prevede, tra le altre cose, una riduzione dei membri dei consigli di amministrazione delle società partecipate – totalmente o parzialmente – dallo Stato e altri enti pubblici. In particolare la legge nazionale imponeva un limite massimo di 3 membri nei Cda delle partecipate al 100% e proponeva la nomina di una amministratore unico per le società che «abbiano conseguito un fatturato da prestazione di servizi a favore delle pubbliche amministrazioni superiore al 90%». Secondo diversi commentatori queste modifiche potrebbero produrre una riduzione del 30% delle poltrone ad uso e consumo del clientelismo politico, ma potrebbe trattarsi di una riduzione più ampia, considerando che la normativa prevede anche che dei 3 componenti del Cda 2 siano nominati tra i dipendenti interni alla società stessa. Mentre tutti gli italiani stringono la cinghia era doveroso che anche l’apparato pubblico e le società ad esso collegate facessero lo stesso.

    La disposizione della Giunta chiede, nello specifico, che vengano modificati gli statuti delle società che nel 2011 hanno conseguito un fatturato derivante per più del 90% da servizi prestati al Comune, introducendo la figura del consigliere unico.

    Come prevede la norma nazionale, la sostituzione dei vecchi Cda con i nuovi meno numerosi avverrà solo allo scadere degli attuali vertici, ovvero quando verranno rinnovati per la prima volta dopo l’entrata in vigore della legge 135. Un documento presente sul sito del Comune di Genova elenca 19 società partecipate, di cui 7 hanno un Cda composto da 3 membri, 3 da 2 membri e 9 da un solo membro, tutti designati dal Comune stesso.

    L’opposizione, con un ordine del giorno del Consigliere Grillo (Pdl), aveva richiesto che l’amministrazione rendesse noto entro febbraio del 2013 in una commissione apposita quali saranno i provvedimenti delle società interessate per accogliere le modifiche richieste della Giunta. L’assessore al Bilancio Miceli ha respinto la richiesta chiarendo che ogniqualvolta avverranno delle variazioni degli statuti verranno tutte approvate in Consiglio perché così prevede la norma.

    Per adesso, quindi, non vi sarà nessun risparmio immediato, ma se la norma verrà applicata in modo regolare ci potrà essere un taglio notevole alle spese dell’amministrazione. Infatti con un amministratore unico i membri dei Cda di tutte le società partecipate del Comune dovrebbero ridursi da 36 a 19.

     

     

    Ad inizio seduta non è potuta mancare la polemica sulla gestione dell’allerta meteo da parte dell’amministrazione. Nel fine settimana le previsioni dell’Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure) avevano fatto scattare l’allerta 2, mentre le precipitazioni effettive erano state molto meno intense. Diversi partiti – Idv, Pdl e Lega – hanno criticato la decisione del Comune di imporre la chiusura di scuole e attività commerciali, con forte danno economico soprattutto per queste ultime. Il Consigliere De Benedictis (Idv) ha esplicitamente richiesto dei risarcimenti per i negozianti. Il Sindaco Doria ha difeso l’operato del Comune affermando che la determinazione dello stato d’allerta non è di sua competenza, ma spetta alla Protezione Civile e che la risposta all’allerta è stata definita seguendo precisamente alcune ordinanze emesse dall’amministrazione Vincenzi ancora in vigore.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Strategia della tensione e Movimento di protesta: gli “anni di piombo”

    Strategia della tensione e Movimento di protesta: gli “anni di piombo”

    Bologna, strage stazioneSarebbe interessante disporre di uno studio che mettesse in relazione, cronologicamente, fatti sociali particolarmente significativi per il loro impatto sulla società civile, sui meccanismi di “presa di coscienza” – da un lato – e nascita di “progetti espressivi” – dall’altro – per esplicitare ciò che stiamo sostenendo: la sorprendente esplosione di creatività in momenti storici di grandi trasformazioni.

    Negli anni ’70 le intenzioni di rinnovamento e l’impatto della contestazione attraversarono tutta la società italiana, senza risparmiare conseguentemente alcuni segmenti particolari. Oltre al mondo cattolico – come si è visto nella scorsa uscita – l’onda del dissenso invase terreni fino ad allora impermeabili ai movimenti sociali. Ad esempio, l’esercito. L’obiezione di coscienza raggiunse livelli mai visti prima di allora. Ci fu anche un “movimento dei soldati” spesso indicati come “compagni in divisa”, frutto diretto di concezioni anti militariste e pacifiste condivise da tutto il movimento.

    Poi, le “forze dell’ordine”, soprattutto la polizia e la finanza che videro nascere anche un movimento sindacale, una rivista, con poliziotti (ricordo un certo Fedeli…) che si impegnarono per un rinnovamento, attestando decisamente il loro antifascismo e la fedeltà ai valori repubblicani e democratici. E poi ancora apparati istituzionali come la magistratura, nel cui ambito presero vita organismi di orientamento politico diverso, come “Impegno Costituzionale” e “Magistratura Democratica”, presenti su tutto il territorio nazionale.

    Anche professioni dalle rilevanti implicazioni sociali, come i medici o gli insegnanti espressero, attraverso organizzazioni e associazioni di categoria (come “Medicina Democratica” e “CGIL – scuola”), una consapevolezza critica circa il ruolo e la funzione del loro lavoro, impensabile fino a 10 anni prima. D’altra parte questa presa di coscienza critica radicale, che poneva alla classe politica domande altrettanto radicali, nella direzione di una profonda azione riformatrice (a parte il movimento extraparlamentare che, almeno fino al 1977, pensava/sognava/sperava di poter “fare la rivoluzione…) era la conseguenza di un’insofferenza sempre più profonda nei confronti dei valori cardine della società borghese.

    Come si è visto, gravi e significativi fatti internazionali svolsero un ruolo di primaria importanza nel “risveglio delle coscienze”, ma anche alcune specifiche vicende italiane (oltre a quelle già sinteticamente riportate) contribuirono a dare uno scrollone violento alla condizione di “torpore coscienziale”, figlio del consumismo e della manipolazione – appunto – delle coscienze in cui viveva il popolo italiano. Mi sto riferendo, ad esempio, a tutti i loschi intrighi – quintessenza del potere che, in quanto tali, ben difficilmente potranno essere eliminati – che hanno costituito il “dietro delle quinte” della vita quotidiana degli italiani. Intrighi pericolosi, dove la finanza più spregiudicata e le mafie incontra(va)no politici senza scrupoli, preoccupati solo di mantenere i loro privilegi, funzionali al mantenimento di un ordine politico, sociale, economico che risultava sempre più lontano dagli interessi delle classi popolari e lavoratrici che, con le grandi lotte sindacali del 1969, avevano chiaramente espresso l’intenzione di non voler essere meramente un muto ingranaggio del sistema produttivo.

    Intrighi ancora più pericolosi furono tutti quelli che portavano la firma della “strategia della tensione”, di matrice golpista e fascista che, a colpi di feroci attentati cercarono di fermare ciò che era già in atto: l’avanzata politica/partitica di tutta l’area della sinistra. Questo rappresentava evidentemente un concreto pericolo per tutta la borghesia capitalistica, soprattutto per quella più “atlantica”, terrorizzata dal fatto che l’Italia potesse – a fronte di una vittoria delle sinistre – entrare nell’area di influenza sovietica.

    E così, dal 12 dicembre del 1969 (non a caso lo stesso anno delle lotte sindacali) fino al 1980 con le stragi di Bologna e di Ustica, passando per le bombe sul rapido Palermo-Torino (1970) e quelle di Piazza della Loggia e treno Italicus (entrambi i fatti sono del 1974, anno del referendum sul divorzio) fu un drammatico stillicidio, con centinaia di morti, senza mai poter arrivare agli effettivi mandanti. E in riferimento ad una intensa attività golpista (motivata come baluardo contro l’avanzata del comunismo, in difesa dei “veri” e “sani” valori dell’occidente) non si possono non ricordare i tentativi di golpe guidati rispettivamente dal generale De Lorenzo, nel giugno del 1964 (abortito sul nascere) e dal principe fascista Valerio Borghese.

    Un settimanale “L’Espresso”, fu in prima linea in quegli anni, nel denunciare questi fatti; connivenze che toccavano scandalosamente anche il Vaticano, con squallidi personaggi come il puttaniere Cardinale Marcinkus; sigle come la “P2”, la “rosa dei venti”, il “Sifar”, sconosciute alla gente normale, ma responsabili – per usare una metafora gaberiana – della peste, della cancrena della società italiana.

     

    Gianni Martini

  • Tenerife, Spagna: l’isola delle Canarie al largo del Marocco

    Tenerife, Spagna: l’isola delle Canarie al largo del Marocco

    Si può viaggiare in Europa ma in realtà essere nello stesso tempo lungo le coste africane? Si può essere ai piedi di un vulcano innevato e allo stesso tempo disteso su una spiaggia tropicale? Basta recarsi a Tenerife, una delle principali isole delle Canarie, situata al largo delle coste del Marocco e del Sahara Occidentale.

    Arrivai sull’isola una mattina limpida di agosto, un caldo secco ad accogliermi e una vista sull’oceano in cui si potevano scorgere altre isole, disposte come pianeti su un ipotetico universo. La prima cosa da fare una volta scesi dall’aereo (senza dimenticare il ritiro dei bagagli), è noleggiare un’auto, l’isola si può girare tranquillamente anche in un solo giorno e la brevità degli spostamenti e il prezzo del carburante consentono comodità e risparmio. L’isola è percorsa lungo tutto il suo perimetro da una veloce superstrada che collega le principali città e paesi.

    Il mio albergo si trovava a sud e precisamente a Playa de las Americas, la parte più turistica e moderna di Tenerife, sorta grazie alla costruzione di grandi strutture alberghiere negli anni 80. La zona infatti era abitata solo da turisti di ogni parte del mondo, soprattutto britannici, questo spiega la presenza di numerosi pub inglesi, scozzesi e irlandesi lungo le vie del paese. A onor del vero non ho trovato questa parte meridionale dell’isola molto caratteristica, ma mi sono consolato con le splendide spiagge bagnate dall’oceano, lunghe e sabbiose con il sole caldo fin dalle prime ore del mattino. Sono le più belle ed attrezzate dell’isola, composte da pietre vulcaniche ma anche da finissima sabbia probabilmente importata dal vicino deserto del Sahara.
    Proseguendo lungo la superstrada si arriva poi a Santa Cruz, una città non particolarmente bella e molto industriale dove però si distende una delle spiagge più affascinanti dell’isola, la Playa de Las Teresitas, una distesa di sabbia del deserto con palme e piccoli bar dove mangiare pesce con pochi euro. L’affitto del lettino con l’ombrellone non supera i 10 euro per due persone, una giornata al mare diventa davvero economica rispetto ai costi che ben conosciamo nel Mediterraneo.Spostandosi in direzione Santa Cruz de Tenerife, la capitale, ci si trova di fronte a una costa arida e secca sempre accarezzata da una piacevole brezza. Durante il tragitto si incontra alla spiaggia del Medano, patria dei surfisti ma soprattutto del kitesurf.

    A mio parere la parte nord è sicuramente la più bella dell’isola ed è anche la più caratteristica essendo abitata da gente locale. Grazie a un clima più piovoso si presenta verde e rigoglioso e molto più accogliente rispetto al sud. Puerto de la Cruz è la principale città della zona settentrionale, si affaccia sull’oceano sovrastata dal vulcano che osserva minaccioso ogni cosa che accade. La città è un groviglio di vicoletti che sfocia verso il mare dove centinaia di persone fanno la fila per tuffarsi dagli enormi scogli o per prendere il sole sulle nere spiagge vulcaniche. Lungo la passeggiata di Puerto de la Cruz sorgono i laghi Martianez, un complesso di piscine costruite a strapiombo sul mare dove ci si può abbronzare su un lettino per la modica cifra di 4 euro, fare il bagno nelle enormi vasche tutte rigorosamente riempite di acqua dell’oceano che grazie a un sistema idrico d’eccezione entra attraverso appositi canali.

    Le piscine sono un complesso creato dall’architetto Cesar Manrique, originario delle Canarie, circondate da un enorme muraglione sul mare, è possibile osservare da vicino le enormi onde oceaniche infrangersi senza il pericolo di essere bagnati, tutto questo grazie alla conformazione del muro creato per reggere anche le mareggiate più potenti. All’interno si possono trovare diverse piscine, dalle più piccole per i bambini a quelle per adulti con giochi d’acqua e percorsi subacquei. L’acqua è molto fredda poiché arriva direttamente dal mare ma dopo i primi bagni risulta molto tonificante!

    Sempre a Puerto de la Cruz si trova Loro Parque, uno delle oasi naturali più belle d’Europa, al suo interno, si possono trovare animali di ogni specie, dalla Tigre bianca alle scimmie più rare, tartarughe giganti, rettili e uccelli di ogni tipo e provenienza, mentre durante la visita ci si può fermare in orari prestabiliti ad assistere agli spettacoli delle orche, dei delfini e dei leoni marini. L’attrazione principale del parco sono però i pappagalli, presenti in oltre 3000 specie , in particolare dentro una vasta area coperta da una rete che permette di vederli in libertà e ammirarli a pochi centimetri di distanza e in piena sicurezza grazie alla presenza degli ornitologi del parco.

    Ritornando verso Playa de la Americas in direzione sud, ecco la costa ovest, scenari naturali spettacolari, tra cui la località di Los Gigantes, una piccola località dove si trovano le enormi scogliere laviche tra le più grandi al mondo, arrivano infatti fino a 800 metri di altezza sul livello del mare. Si possono osservare sia dal mare che dalle località vicino e per i temerari si può arrivare in cima per provare i brividi delle vertigini.

    Un discorso a parte merita la meraviglia del Teide, il monte più alto di Spagna e di tutto l’Atlantico,  inoltre è  il terzo vulcano attivo più grande del mondo. Con i suoi 3717 mt. domina l’isola e,  nonostante non si verifichino eruzioni da un centinaio di anni, il calore delle rocce riscontrato a 3400 mt. dimostra che l’attività del vulcano è ancora in corso.

    Le strade interne dell’isola convergono tutte verso il Parco naturale del Teide, patrimonio dell’UNESCO uno dei parchi più belli e visitati del mondo. Il paesaggio è arido con sembianze tipicamente desertiche, ai bordi della carreggiata si possono incontrare cactus e sabbia che si alza a formare piccoli vortici. Salendo di altitudine tutto cambia e il verde inizia a essere più presente, la vegetazione passa dalle piante grasse ai pini, la temperatura si abbassa tanto da pensare a tratti di trovarsi in qualche vallata delle Dolomiti… ma salendo mi sono trovato di fronte uno degli spettacoli più belli della mia vita.

    Le montagne di pietre laviche che si trovano ai bordi della strada si alternano in maniera poco omogenea, si passa infatti da montagne che superano i due metri di altezza a dislivelli di tre o quattro metri. L’ambientazione ideale per qualche film horror o girone dantesco!

    Diego Arbore

     

  • Flessibilità del mercato del lavoro: il confronto fra Europa e Italia

    Flessibilità del mercato del lavoro: il confronto fra Europa e Italia

    Offerta di lavoroVi ricordate quando, alcuni mesi fa, il presidente del consiglio Monti ha pronunciato la frase “Che monotonia un posto fisso per tutta la vita!”? A seguito di questa affermazione vi sono state aspre polemiche e purtroppo non si è colta l’occasione di approfondire un tema cruciale per il futuro di questo paese: la flessibilità del mercato del lavoro. Non c’è da stupirsi se molti, soprattutto tra i più giovani, si mettano sulla difensiva quando si parla di questo argomento. E ne hanno ben donde: quella che in Italia è stata spacciata per flessibilità altro non è che precarietà e la riforma del lavoro del ministro Fornero, che prometteva di mettere fine alle storture di questo sistema, si è rivelata essere il classico compromesso all’italiana. Ma è davvero possibile riformare il mercato del lavoro rendendolo più flessibile senza renderci tutti precari? È possibile colmare il gap che ci separa dai paesi più avanzati d’Europa?

    Innanzitutto vediamo che differenze ci sono tra noi e il resto d’Europa. L’ordinamento italiano, soprattutto prima della riforma Fornero, è basato sulla cosiddetta property rule, cioè si tende a salvaguardare l’inamovibilità del lavoratore dal proprio posto di lavoro. Negli altri paesi europei, soprattutto in quelli più avanzati come quelli scandinavi, l’ordinamento prevalente è quello basato sulla cosiddetta liability rule: si tende a proteggere la sicurezza economica e professionale di chi deve cercare una nuova occupazione, ma non la sua inamovibilità. In poche parole in Italia è molto difficile licenziare ma, una volta perso il lavoro, si è poco tutelati, mentre in altri paesi è più facile licenziare ma, una volta senza occupazione, si può contare su una vasta serie di tutele da parte dello Stato. Questo modello che coniuga flessibilità e tutele per il lavoratore è chiamato flexicurity ed il paese che meglio ha interpretato questo modello è la Danimarca.

    In Danimarca, a chi perde il lavoro, lo Stato eroga un sussidio di disoccupazione che può arrivare fino al 90% dell’ultimo salario ma fino a un tetto massimo di circa duemila euro. La durata di questo sussidio fino ad oggi è stata di quattro anni, ma dal 2013 sarà di non più di 24 mesi. Le politiche attive del lavoro, cioè quelle che nel nostro paese dovrebbero essere svolte dai centri per l’impiego, giocano in Danimarca un ruolo fondamentale. I “centri per l’impiego” danesi svolgono veramente il ruolo di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Questo obiettivo viene perseguito aiutando chi cerca di entrare (o rientrare) nel mondo del lavoro tramite politiche di orientamento e corsi di formazione continua che hanno lo scopo di rendere la propria figura più appetibile sul mercato del lavoro. Un cittadino danese, nel corso della propria vita lavorativa, può cambiare azienda o settore anche sette o otto volte e la cosa più importante è che non esistono lavoratori di serie A e di serie B. Tutti sono garantiti allo stesso modo. In Danimarca il posto fisso è veramente monotono ma solo perché si è sicuri che perso un lavoro se ne troverà un altro in breve tempo.

    Un sistema del genere può funzionare solo sulla base di un’ enorme fiducia reciproca tra le parti sociali, cosa che sicuramente manca nel nostro paese. Dare la possibilità di licenziare più facilmente, se non gestita correttamente, potrebbe portare a situazioni ricattatorie ancora peggiori di quelle vissute oggigiorno dai lavoratori precari. Questa fiducia si costruisce con il tempo, infatti il modello danese affonda le sue radici nel cosiddetto “accordo di Settembre” siglato dalle parti sociali addirittura nel 1899.

    Recuperare più cento anni di ritardo non è certo un’impresa facile ma c’è chi, nonostante questo, sta cercando di portare avanti queste idee: sia il “contratto unico” proposto dagli economisti Boeri e Garibaldi sia il disegno di legge presentato dal senatore Ichino sono valide proposte che però sono state ignorate dall’attuale governo.

    Il “contratto unico” prevede che tutti i contratti di nuova stipulazione siano a tempo indeterminato caratterizzati da una fase di inserimento e una di stabilità. Durante la fase di inserimento che dura fino a tre anni il licenziamento può avvenire solo dietro compensazione monetaria e alla fine di essa le tutele relative al licenziamento sono quelle dell’articolo 18 (pre-riforma Fornero). Il disegno di legge del senatore Ichino, ispirato alla flexicurity danese, prevede anch’esso che tutti i nuovi contratti siano a tempo indeterminato ma con la possibilità di licenziare il lavoratore per motivazioni economiche risarcendolo con un indennizzo. Il trattamento di disoccupazione ammonterebbe a al 90% dell’ultima retribuzione (con il tetto di 3000 euro al mese); l’80% il secondo anno e il 70% il terzo. Parte di quest’indennizzo sarebbe pagato dall’azienda che sarebbe perciò incentivata ad attivare delle politiche efficaci di ricollocamento per consentire al lavoratore di trovare una nuova occupazione il più presto possibile.

    Troppo poco è stato fatto da questo governo riguardo a questi temi e questo non fa altro che alimentare il pregiudizio di chi non vuole neanche sentire la parola “flessibilità”. Fino a che esisterà l’apartheid nel mondo del lavoro tra precari e lavoratori a tempo indeterminato sarebbe meglio fare più attenzione prima di definire “monotono” qualcosa che per molti è purtroppo solo un miraggio.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]