Categoria: Rubriche

Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    L’altro giorno, girovagando su youtube, mi è capitato di pescare un dibattito in cui venivano discussi temi economici di più stretta attualità. I due invitati si scambiavano giudizi di questo tenore:

    «Oggi il PIL non restituisce una buona misura di cosa succede alla nostra società e alla nostra economia».

     «Di cosa abbiamo bisogno quindi? Di un mondo in cui ogni paese non punti a commerciare in surplus [puntare tutto sulle esportazioni, n.d.r.]; cosa che i tedeschi ritengono sia possibile, mentre il resto di noi ha questo problema di non riuscire a farselo andare bene [ironico, n.d.r.]».

     «Ci sono un mucchio di ragioni per non avere un ritorno generale al protezionismo […]; ma la giusta idea a cui rapportarsi è quella di una società decente con una forte rete di protezione».

     «La teoria standard è che con il libero mercato i paesi nel loro insieme vadano a stare meglio, perché i paesi vincitori compensano i paesi perdenti. Peccato che [in realtà] non lo facciano mai».

     «Gli avvocati della globalizzazione, mentre parlano delle meraviglie della globalizzazione, allo stesso tempo dicono che per competere devi rimuovere ogni rete di protezione sociale: e in questo senso fanno male doppiamente alle classi medie e basse».

     «La Germania sta facendo relativamente bene in questa crisi; non – io penso – così bene come credono loro, ma hanno fatto relativamente bene. [Anche se] quando l’euro andrà in pezzi, allora scopriranno di avere qualche problema. Ma quello che è stato davvero incredibile è guardare i conservatori del nostro paese assumere la Germania come un’icona: “Loro hanno l’austerità!”. Cosa che in realtà non hanno affatto. Perché allora la Germania è stata in grado di esportare così bene? Pagano salari molto alti […]; hanno uno stato sociale molto esteso […]; hanno un’educazione tecnica molto buona, con una collaborazione molto stretta tra il sistema educativo e l’industria; uno stato forte […]; e la forza lavoro ha la sua rappresentanza nei consigli d’amministrazione».

     «C’è questo fatalismo: “è l’economia globale”, “non c’è niente che si possa fare”, “è una cosa estrema”, “non si può avere quel tipo di società relativamente equa e quella giustizia sociale che forse erano possibili tempo addietro, quando il resto del mondo era in rovina”. Sento queste cose tutto il tempo. Ma date un’occhiata a certi paesi: quelli scandinavi sono riusciti a mantenere un alto livello di distribuzione [sociale] dei benefici derivanti da un’alta crescita economia e da un’alta produttività. Quindi, non è inevitabile essere dove siamo adesso. […] Sono scelte. Sono scelte che riguardano il modo in cui gestiamo i mercati. Perché la ridistribuzione dei guadagni del mercato non è qualcosa di garantito da Dio: c’è una logica da usare per influenzarla. E ha anche a che fare con quello che si fa dopo: se si garantisce una copertura sanitaria universale, se si garantisce un supporto decente, se si assicura un sistema educativo con solide basi a tutti, e non solo alle persone a cui capita di vivere nel quartiere giusto».

     «L’idea che si deve tenere una tassazione bassa sui guadagni alti, per via delle straordinarie ricadute, semplicemente non è giusta: non è supportata dalla teoria né dai fatti. Un’alta tassazione sui grandi guadagni sarebbe invece perfettamente ragionevole».

     «[L’America] aveva un deficit negli anni prima della crisi. E gente come me pensava non fosse una buona idea. Perché? Perché George Bush voleva tagliare le tasse a chi aveva entrate alte e portare avanti un paio di guerre che non avevano fondamento. E questo non aveva niente a che vedere con gli stimoli all’economia che possono venire dallo Stato».

     «Date un’occhiata a chi è nei guai in termini di debito. Viene fuori che sono SOLO i paesi che non hanno più una loro propria moneta».

     «E’ semplicemente una correlazione grossolana quella per cui i paesi con alto debito finiscano per avere una bassa crescita. Se cominciate a osservare la cosa, scoprite che è esattamente l’opposto: sono i paesi che hanno scarsa crescita a finire per avere un debito alto».

     «[…] Abbattere, tagliare le spesa, mentre le entrate fiscali diminuiscono: abbiamo già fatto questo esperimento. Il Fondo Monetario Internazionale ha forzato questa sperimentazione su un bel numero di altri paesi, e la Banca Centrale Europea lo sta facendo sulla Grecia. E abbiamo scoperto due cose a riguardo: 1. i paesi sono andati in depressione, 2. il deficit non va giù come ogni volta si spera. E tutte le volte si dice: “Ops, questa si che è una sorpresa!”. Io invece sono sorpreso che ci sia chi si sorprende!».

     «Una delle dottrine standard dei liberisti è: salari più flessibili, niente sindacati e l’economia andrà meglio. Eppure i paesi che hanno sindacati forti e migliori protezioni per il lavoro hanno fatto meglio in termini di risposta alla crisi».

     

    Volete sapere chi raccontava queste serie di evidenti panzane? Chi metteva in discussione la vulgata del nostro tecnicissimo e competentissimo governo? Quale gruppo di ingenui grillini? Oppure quali pericolosi no global dei centri sociali?

    Il primo fan di Casaleggio è Paul Krugman, professore a Princeton, editorialista del New York Times e premio nobel per l’economia nel 2008; l’altro inguaribile stalinista è Joseph Stiglitz, professore alla Columbia, ex-vice presidente e capo economista della Banca Mondiale, e premio nobel per l’economia nel 2001. La conferenza (in inglese) la trovate qui.

    Ora, vorrei che le implicazioni fossero assolutamente chiare. Queste cose in Italia, semplicemente, non vengono dette. O se vengono dette, c’è sempre qualche persona davvero intelligente che alza il sopracciglio o accenna a un sorrisetto di scherno. Eppure negli Stati Uniti (che non sono la Corea del Nord) certe cose le possono dire tranquillamente i più grandi economisti, senza per questo rovinarsi la carriera. Vogliamo ammettere quindi, una volta per tutte, che la nostra informazione è completamente appiattita sul pensiero unico del governo non perché sia l’unica opzione possibile, ma perché evidentemente bisogna convincere la gente che sia così?

    Ma le parole di Krugman e Stiglitz dimostrano anche un’altra cosa: che la sinistra italiana ha divorziato dal suo storico ruolo riformista non perché – come ci hanno sempre raccontato – il pensiero di sinistra non fosse più realisticamente sostenibile, ma per la precisa scelta di privilegiare il rapporto con il potere industriale e finanziario a scapito della difesa di lavoratori, sindacati e pubblici servizi. Vogliamo perciò smettere, una volta per tutte, di definire queste forze politiche “di sinistra” visto che nella pratica sono “diversamente di destra”?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Una particolare metodologia di potatura delle piante: l’ars topiaria

    Una particolare metodologia di potatura delle piante: l’ars topiaria

    LaberintL’“ars topiaria” rappresenta una tecnica di potatura e modellazione delle piante tramite la quale queste ultime vengono trasformate in vere e proprie “sculture” vegetali e, nel caso di “muri” verdi e divisori, importanti elementi costruttivi che contribuiscono a delineare l’ossatura di un giardino.
    Tramite questa modalità di potatura è infatti possibile realizzare tanto coni, sfere, spirali, piramidi ed altri volumi quanto siepi verdi di separazione tra i viottoli, infinite forme complesse e persino intricati e suggestivi labirinti (spesso realizzati, specie in epoca barocca, in Belgio, Francia, Italia e Regno Unito, dove sono noti con il termine di “maze”).

    forme pianteIl tipo di vegetale utilizzato varierà in base alle intenzioni ed alle specifiche finalità del progettista. In generale, si impiegano frequentemente: bosso, tasso, ligustro, carpino… ma anche, come vedremo, agrifoglio e, specie nelle aree a clima mediterraneo, tutti quei vegetali che ben “sopportano” le potature periodiche.

    giardino forme

    Entrando nello specifico delle singole piante, il bosso è un sempreverde dalle lucide foglie coriacee, ne esistono differenti varietà, caratterizzate da foglie più o meno appuntite e da uno sviluppo vegetativo variabile.
    Anche il tasso presenta una vegetazione di colore verde profondo e sottili foglie disposte a spina di pesce sugli esili rametti. La pianta produce anche delle particolari bacche rossastre, dalla consistenza gelatinosa.
    Il ligustro è, invece, caratterizzato da uno sviluppo meno regolare, presenta poi foglie molli, verdi chiaro. Le opere realizzate con tale vegetale risultano, a mio avviso, di minore impatto estetico e meno “disciplinate”, a causa della tipologia di crescita, rispetto, ad esempio, a quelle scolpite nel bosso.

    bosso alberoCome il ligustro ed a differenza del bosso e del tasso, anche il carpino è una caducifoglia, dalle foglie dal profilo dentellato, di colore verde medio e dai rami piuttosto sottili.
    Come vedremo, l’impiego di una essenza vegetale rispetto ad un’altra, non è affatto secondario ed incide, invece, profondamente sull’impatto estetico finale. Il risultato concreto che si intende raggiungere varierà infatti completamente. Il differente tono di verde, l’incidenza della luce sulle foglie della pianta e la stessa maggiore o minore “compattezza” dell’opera, producono, nello spettatore e nel giardino, un effetto molto differente, alleggerendo, appesantendo, scurendo o schiarendo l’insieme.

    Va inoltre aggiunto che l’optare per l’impiego, nella tecnica di potatura in esame, di una caducifoglia risulterà spesso decisivo. Infatti, al variare delle stagioni, la pianta si spoglierà o meno della chioma verde. L’opera di “ars topiaria” diverrà quindi, nel primo caso, quasi “trasparente” per lo spettatore, così permettendo di cogliere, attraverso un intricato e suggestivo diaframma di rami, il paesaggio retrostante. Nella seconda ipotesi, il volume resterà, invece, sostanzialmente invariato, assumendo la pianta un colore verde scuro o marrone brunito.

    piante decoro

    Una particolare menzione merita poi l’utilizzo, nell’“ars topiaria”, del carpino. A differenza della stragrande maggioranza delle altre essenze vegetali, quest’ultima non perde totalmente, a partire dall’autunno, le foglie. Esse non si separano dalla pianta, cadendo a terra, ma rimangono sull’albero fino alla primavera, quando i nuovi getti scalzano le foglie secche e marrone scuro, ancora presenti sui rami.
    L’effetto di un muro divisorio o di un volume verticale, realizzato con questa pianta, risulterà, nella stagione invernale, davvero stupefacente, garantendo un risultato, a priori, difficilmente immaginabile.
    In caso di neve o di brine mattutine, queste ultime ricoprono infatti gli esili rami e le foglie secche, creando una sottile crosta ghiacciata che garantisce un effetto particolare e di grande suggestione estetica nell’insieme del giardino.

    decoro particolare

    L’impatto risulta poi massimamente accentuato quando la luce invernale diventa fredda, incerta e tremula e la bruma ricopre, sospesa a mezz’aria, le superfici d’acqua, di pietra consumata dal tempo ed i prati di parchi e giardini storici, spesso caratterizzati da articolate siepi in carpino. I progettisti utilizzano quindi, in particolari contesti e scientemente, questa varietà di pianta al fine specifico di ottenere, nel corso della stagione autunnale o invernale, risultati molto suggestivi e vere e proprie quinte “teatrali”.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Guido: il significato del nome italiano nell’inglese americano

    Guido: il significato del nome italiano nell’inglese americano

    Eventi recenti quali le devastazioni causate da Hurricane Sandy e le elezioni presidenziali del primo martedì di novembre  hanno riportato gli Stati Uniti sotto i riflettori. Sebbene in lento declino e destinati a essere affiancati – se non scalzati – dai BRICS (Brasil, Russia, India, China, South Africa), gli USA sono stati e sono ancora il punto di riferimento dell’Occidente e di diversi altri paesi.

    Hanno esportato – spesso con le cattive – il loro modello economico, ma non solo. Se l’inglese si è affermato come lingua franca globale, il merito è in primo luogo dell’Impero Britannico che ha piantato il seme dell’inglese in tutti e cinque i continenti, ma anche degli Stati Uniti, la superpotenza che ha dominato la scena internazionale a livello politico ed economico dal 1945 in poi.
    Oltre al capitalismo e alla lingua, gli USA hanno esportato la loro cultura. E’ impossibile racchiudere in un breve elenco i grandi esempi statunitensi dagli anni Cinquanta in poi in tema di diritti civili, letteratura, arte, cinema, scienza e tecnologia senza far torto a qualche illustre figura che verrebbe lasciata fuori. In campo linguistico, abbiamo citato la settimana scorsa Wiliam Labov, uno dei padri della sociolinguistica, e Noam Chomsky, non solo grande linguista ma anche attivista e politologo tra i più illuminati del nostro tempo.

    Oltre a questi modelli, però, gli Stati Uniti hanno esportato anche tonnellate di trash, ovvero “spazzatura”.  Non parlo ovviamente soltanto dei rifiuti in senso letterale, che tra l’altro in qualità di paese industriale gli USA hanno prodotto e continuano a produrre in grandi quantità. Con il trash portato al di là dell’Atlantico intendo anche la serie di film, telefilm e reality shows (ricordatevi se parlate in inglese di specificare il termine “shows”, altrimenti “reality” da solo vuole semplicemente dire “realtà”) che in italiano definiamo appunto “tv spazzatura”.

    Personalmente, non accendo la televisione in casa mia da un paio d’anni – la qualità della mia vita è migliorata di almeno cinque punti percentuali – ma cerco di seguire che cosa viene proiettato sui teleschermi giusto per non essere un totale pesce fuor d’acqua nelle conversazioni con amici e conoscenti su temi d’attualità. Scopro così che da qualche giorno è partita su MTV Italia l’ultima serie di Jersey Shore, il reality (show) principe nel presentare quanto di peggio in termini di stupidità l’essere umano sia in grado di produrre. Il cast di Jersey Shore è composto da otto giovani americani di origini italiane, che vengono seguiti dalle telecamere nelle loro scorribande diurne e notturne nel New Jersey, a Miami e a Firenze. Povero Renzi! Mi verrebbe da esclamare se non fosse invece impegnato in giro per l’Italia per la campagna elettorale…

    I protagonisti di Jersey Shore, quattro giovani uomini palestratissimi e quattro giovani donne truccatissime, sono ottimi esempi di individui che l’inglese americano definisce Guido (per i ragazzi) e Guidette (per le ragazze). Il termine Guido inizialmente veniva usato per designare in modo spregiativo gli italo-americani delle classi sociali più umili. In seguito si è evoluto, assumendo un significato più o meno equivalente al nostro “tamarro“: rimane quindi piuttosto lontano dall’essere un complimento.
    Questo è ciò che MTV propone: il fatto non stupisce, dato che quanto a programmi campioni di stupidità – vedi anche Jackass di qualche anno fa – cerca di giocarsela fino in fondo con Mediaset e RAI. Certo, a livello internazionale non fa onore all’immagine degli italiani essere associati a queste mal riuscite caricature dei gangster italo-americani di Goodfellas (“Quei bravi ragazzi”) di Martin Scorsese, già di per sé vagamente caricaturali nell’efferatezza dei loro crimini, esagerata quanto la loro passione per la cucina. “As far back as I can remember I always wanted to be a gangster,” esordiva nel film il protagonista interpretato da Ray Liotta (“Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster”). “As far back as I can remember, I always wanted to be a Guido,” diranno invece su MTV.

    Daniele Canepa

  • Il Registro delle Opposizioni contro il telemarketing: è una farsa

    Il Registro delle Opposizioni contro il telemarketing: è una farsa

    Quante volte, all’ora di pranzo o all’ora di cena, squilla il telefono, proprio appena arriva sulla tavola un bel piatto di pastaciutta calda e pronta da gustare?
    Se poi all’altro capo c’è qualcuno o qualcuna che vuole venderci qualcosa, allora la cosa scoccia parecchio a parecchi che stanno all’apparecchio… Giochi di parole a parte sappiate che c’è un rimedio!

    Difatti: in conformità alle disposizioni del Decreto del Presidente della Repubblica n. 178/2010, a partire dal 31 gennaio 2011 gli Abbonati agli elenchi telefonici pubblici che non vogliono più ricevere chiamate dagli operatori di telemarketing per attività commerciali, promozionali o per il compimento di ricerche di mercato tramite l’uso del telefono, possono “opporsi” alle telefonate indesiderate iscrivendosi al Registro Pubblico delle Opposizioni.

    Ciascun Abbonato – sia persona fisica sia persona giuridica, ente o associazione – il cui numero telefonico è presente negli elenchi telefonici pubblici, potrà richiedere al Gestore l’iscrizione gratuita nel Registro Pubblico delle Opposizioni mediante le seguenti modalità: email, fax, raccomandata o via telefono.
    In teoria, ma molto in teoria e poco in pratica, non ci dovrebbe più scocciare nessuno. Eppure molte persone ci chiamano lamentandosi che gli scocciatori continuano imperterriti!

    La normativa statuisce che l’utente può comunicare allo scocciatore di turno di essere iscritto al registro delle opposizioni e quest’ultimo deve riattaccare senza fiatare. Ma allora a che cosa serve questo benedetto registro delle opposizioni?

    Praticamente a nulla, è la solita farsa all’italiana, mi si lasci dire. Sarebbe opportuno che l’utente subissato di telefonate (e iscritto al registro delle opposizioni) avesse un vero moto di ribellione: chiedere al venditore di qualificarsi (nome e cognome o qualunque altro elemento di facile identificazione) e fare denuncia querela alla Polizia Postale.

    Mandarli a quel paese non basta più. E si tornerebbe finalmente a tavola sereni. E come direbbe una vecchia pubblicità… Silenzio, parla Agnesi

    Alberto Burrometo

  • Consiglio Comunale, la proposta: più tempo per analizzare le pratiche

    Consiglio Comunale, la proposta: più tempo per analizzare le pratiche

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula Rossa
    Sono davvero tanti gli argomenti su cui i consiglieri sono chiamati ad esprimere il proprio giudizio, specie in un comune di grandi dimensioni come Genova. Si può spaziare dalle questioni puntuali legate per esempio alla viabilità urbana, fino a temi di ampio respiro come il bilancio comunale o le grandi opere. Va da sé che per poter esprimere un giudizio puntuale i politici devono avere la possibilità di documentarsi e di esaminare nel dettaglio le questioni, anche per non dare il sospetto che certe decisioni vengano imposte dai livelli superiori del proprio partito o adottate con troppa superficialità.

    L’argomento è di quelli sentiti e che potrebbero ottenere un appoggio trasversale tra le diverse forze politiche. In molte occasioni, infatti, i consiglieri hanno lamentato il poco tempo a disposizione per analizzare i documenti portati in discussione in Consiglio o nelle commissioni. Spesso ciò è accaduto per criticare quegli stessi documenti e le iniziative dei partiti che li avevano presentati, ma il problema non è solo strumentale o formale.

    Sono stati proprio i componenti meno “navigati” del Consiglio Comunale (Lista Doria e M5S) ad evidenziare fin dal loro insediamento alcune difficoltà ad adattarsi ad un modus operandi che lasciava troppo poco spazio ad approfondimento e riflessione. Era accaduto, per esempio, che proprio poche settimane dopo l’insediamento della nuova amministrazione i nuovi inquilini della sala rossa dovessero esprimere il loro parere su un bilancio comunale che conoscevano poco e che non riuscivano a decifrare completamente.

    In molte altre occasioni diverse forze politiche, soprattutto di opposizione, hanno sottolineato i ritardi nella consegna dei documenti da parte dell’amministrazione e in altrettanti casi sono stati respinti dalla Segreteria Generale alcuni emendamenti o ordini del giorno presentati oltre il tempo massimo. Insomma, i tempi della discussione fino ad oggi sono stati tutt’altro che ben definiti all’interno del Consiglio, anche perché il regolamento non si esprime in modo preciso sulle tempistiche.

    La mozione presentata ieri dalla Lista Doria, Sel e M5S proponeva di introdurre nel regolamento la consegna della documentazione relativa alle pratiche dell’ordine del giorno almeno 15 giorni prima della seduta e un limite massimo di 45 giorni per discutere una mozione.

     

     

    Nonostante fosse largamente condivisa da tutti i consiglieri e dalla Giunta stessa, questa proposta, per ora, rimarrà tale, visto che la mozione è stata fatta confluire all’interno di un più ampio processo di revisione del regolamento che si sta sviluppando in Commissione Affari Istituzionali, rinviando, di fatto la decisione. L’augurio è che effettivamente questa revisione non  si disperda nel mare magnum dei lavori della commissione e soprattutto non perda il suo significato, ovvero garantire a noi cittadini che le decisioni dei nostri rappresentanti siano il più possibile consapevoli e informate.

     

     

    E mentre in aula proseguiva la discussione veniva distribuito ai giornalisti un interessante comunicato del gruppo comunale dell’Idv in cui si commentavano le ultime affermazioni del leader nazionale del partito, Antonio di Pietro in merito ad un «eventuale apparentamento, in previsione delle prossime elezioni politiche, con il M5S». Nel documento, sottoscritto da tutti i membri del gruppo, si può leggere che «la personale esperienza maturata in questi mesi nel Consiglio Comunale è stata di fattiva collaborazione, in alcuni casi si sono condivise battaglie importanti», una premessa che sembra aprire prospettive favorevoli per una possibile alleanza. Al tempo stesso questa evoluzione negli assetti politici nazionali avrà delle ripercussioni anche a livello locale, in particolare sulla posizione dell’Idv che da un lato è parte della maggioranza di governo e dall’altra potrebbe diventare alleata di una forza di opposizione come il M5S.

    In un paese in cui i ribaltoni, i capovolgimenti di fronte e le crisi extraparlamentari sono all’ordine del giorno la Giunta Doria potrebbe essere costretta a non dormire sonni tranquilli.

     

     Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consumismo e società: pensieri di Epicuro, Pasolini, Terzani e Bauman

    Consumismo e società: pensieri di Epicuro, Pasolini, Terzani e Bauman

    Downshifting e decrescita rappresentano solo una parte di un movimento più ampio di critica alla società contemporanea le cui radici possono essere fatte risalire addirittura al IV secolo a.C.. Già nel pensiero del filosofo greco Epicuro ritroviamo il concetto di frugalità ripreso dalla teoria della decrescita. Nella lettera a Meneceo sulla felicità Epicuro scrive: «Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quando aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza.»

    Non vi sembra un manifesto della decrescita ante litteram? Avvicinandoci un po’ più ai giorni nostri ritroviamo nel pensiero di uno dei più grandi intellettuali del novecento, Pier Paolo Pasolini, un’aspra critica nei confronti della società dei consumi che era appena nata in Italia. Pasolini sosteneva che l’acculturazione e l’omologazione che il fascismo non era riuscito a ottenere erano state ottenute con una rapidità impressionante dalla società dei consumi il cui avvento aveva causato un vero e proprio genocidio culturale.

    Un altro grande intellettuale italiano, Tiziano Terzani, definiva così il capitalismo: «Oggi l’economia è fatta, per costringere tanta gente, a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose per lo più inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi, per poter comprare, perché questo è ciò che dà soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente. Io trovo che c’è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola felice, ed è contento, accontentarsi, uno che si accontenta è un uomo felice».

    Tra i pensatori contemporanei uno dei più attenti osservatori dei meccanismi del consumismo è sicuramente il sociologo polacco Zygmunt Bauman. Nelle sue  opere  Bauman analizza la società contemporanea usando le metafore di modernità liquida e solida. L’incertezza che attanaglia la società moderna, che lui definisce “modernità liquida”, deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Nella nostra società l’esclusione sociale non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità.

    Il sociologo polacco si sofferma ad analizzare la condizione di chi non ha un’occupazione. Si è passati dal concetto di disoccupazione nel quale il prefisso “dis-” indicava un distacco dalla norma, al concetto di esubero nel quale non vi è nessun accenno all’anormalità, all’anomalia. Esubero suggerisce un’idea di permanenza, una forma nuova di normalità dove le cose sono destinate a restare come sono. Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, addirittura paragonabili a dei rifiuti. La destinazione dei disoccupati, cioè l’esercito di riserva del lavoro, era quello di venire richiamati in servizio attivo. La destinazione dei rifiuti è invece la discarica. Addirittura le persone in esubero sono un problema finanziario e, osserva Bauman, c’è chi si interroga: «Possiamo permetterceli?».

    Il fronte di critica alla nostra società è quindi piuttosto ampio e quelli che vi ho illustrato sono solo alcuni esempi. La politica, appiattita sull’accettazione incondizionata del modello esistente, ha ignorato per troppo tempo queste istanze, ma forse questa crisi può rappresentare finalmente un’occasione per riformare la nostra società e uscire da un meccanismo che appare ormai definitivamente guasto.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Jardin Majorelle: la sintesi dei caratteri di Marrakech

    Jardin Majorelle: la sintesi dei caratteri di Marrakech

    Jardin Majorelle palmetoCome abbiamo detto, il Giardino è veramente parte integrante della città e ad essa strettamente compenetrato.
    All’arrivo dall’aeroporto, Marrakech mi è apparsa sotto un cielo plumbeo, con nuvole basse e vento afoso ma di tempesta, piatta, rossa, interrotta solo dall’alto minareto della Kutubiya e da pochi altri elementi verticali. Nell’attraversare le antiche mura, anch’esse rosso sangue e fiancheggiate da verdi giardini, ho visto sventolare centinaia di bandiere purpuree con stella verde intenso del Regno.

    I colori che dominano a Marrakech mi sono subito apparsi quattro: il rosso della terra, e di tutto quello che con essa è costruito, il verde scuro della vegetazione e delle coltivazioni, che si stagliano a perdita d’occhio intorno alla città, il blu acceso dell’acqua ed il giallo ocra del sole.

    Majorelle cactaceae fontanaMajorelle cactaceae casa

                                                                                                                                                                                                                  Proprio questi quattro colori, il cui marcato impiego mi aveva inizialmente lasciato tanto perplesso nella visita al giardino, sono stati in realtà attentamente scelti e caratterizzano volutamente, tanto nell’elemento vegetale che in quello architettonico, il Jardin Majorelle.

    Majorelle cactaceae 2Majorelle cactaceae mix

                                              Non vi è alcunché di casuale dunque nelle scelte cromatiche utilizzate, strettamente e scientemente correlate al contesto locale. Lo studiato ordine nell’impianto del parco, progettato e creato dall’uomo, si fonde poi al misurato Majorelle viale 1 e spontaneo disordine fornito dalla lussureggiante vegetazione e all’insieme eterogeneo e variegato di colori delle rigogliose fioriture estive e delle volutamente accese scelte cromatiche dell’originario proprietario pittore. Se avrete l’occasione di passare da Marrakech, non perdetevi quindi una visita al Jardin Majorelle.
    Dietro a quelle alte mura rosse in verità si staglia molto più di un semplice giardino. A mio avviso il parco riassume nelle forme, nei colori e nel suo impianto generale, il vero e profondo carattere della città permettendo di capire una realtà paesaggistica ed umana che colpisce profondamente e lascia quasi sbigottito il visitatore occidentale.

     

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

     

     

  • Anni 70: quotidiani politici, case discografiche e dissenso cattolico

    Anni 70: quotidiani politici, case discografiche e dissenso cattolico

    ViniliPeriodo di grandi fermenti sociali e artistici, quello compreso tra gli anni ’60 e i ’70. E la nostra tesi consiste nell’assegnare un rapporto diretto (non deterministicamente inteso, sia chiaro) tra l’impegno sociale e la vitalità artistica, tra la spinta politica che chiede un cambiamento radicale e i linguaggi espressivi che rompono con la tradizione, in nome di un rinnovamento dell’uomo.

    Un ruolo importante svolsero anche i quotidiani legati ai gruppi extraparlamentari che in quegli anni ebbero maggior riscontro: “Il Manifesto” (che aprì nel 1971) e poi “Lotta continua” e “Il quotidiano dei lavoratori”. Certo, si trattava di giornali politici, ma quasi quotidianamente, tramite inserti e servizi speciali, si occupavano di musica, cinema, arte e cultura. In ogni caso, la loro funzione trascendeva il semplice lavoro di informazione e controinformazione. Anch’essi, infatti, funzionarono da “agenti identitari”, anzi, direi di più: furono “segni identitari” in grado di evidenziare non solo una generica diversità nel modo di vivere e di pensare ma una specifica appartenenza politicamente orientata, collocata in maniera piuttosto precisa nello scenario sociale italiano di quel periodo.

    E poi, le case discografiche. Se da un lato le grosse Major (RCA, EMI, BMG, Fonit Cetra, Ricordi, Carosello ecc…) certamente cavalcarono l’onda del successo anche commerciale ottenuto dalla canzone di protesta e dalla “nuova musica”, dall’altro aprirono i battenti anche etichette indipendenti che avevano alle spalle, in alcuni casi, giovani discografici intenzionati a dar voce alle nuove tendenze (ricorderei almeno Nanni Ricordi). Vi furono anche etichette indipendenti fondate da musicisti e militanti dei gruppi extra-parlamentari che si occupavano di attività culturali. È il caso della cooperativa milanese “L’orchestra” di cui Franco Fabbri (musicista del gruppo Stormy six e autore di significativi libri di argomento musicale). Vanno ricordate anche: “I dischi del sole”, “I dischi dello zodiaco”, la “Crams”, la “Toast Records”, la “Divergo”, l’ “Ultima spiaggia” e (poche) altre.

    Ciò che occorre rilevare sono una certa disponibilità e attenzione che quasi tutte le case discografiche prestarono nei confronti della vitalità creativa. Intendo dire che molti progetti musicali “sperimentali” o “radicali”, trovarono la possibilità di essere pubblicati, risultato oggi impensabile. C’era un’effettiva considerazione per gli elementi di novità che potevano caratterizzare un determinato prodotto musicale. Addirittura le etichette che erano più vicine al Movimento, non di rado pubblicavano lavori che scaturivano da contesti e musicisti politicamente esposti, in nome di un impegno artistico militante. Ai già citati collettivi di “Cantacronache” e del “Nuovo canzoniere italiano” ritengo vadano almeno ricordati il “Gruppo folk internazionale” (nato intorno alla metà degli anni ’70, con elementi di spicco come Moni Ovadia) e cantautori spiccatamente politici come I. Della Mea, F. Amodei, P. Pietrangeli e altri.

    A Genova ci fu il gruppo “Assemblea musicale teatrale” che nacque nel 1975 da una costola del gruppo spontaneo “Teatro quartiere di Oregina”, animato da S. Alloisio e, almeno inizialmente, collocato nell’ambiente nelle comunità di cattolici del dissenso, di cui Don Zerbinati e Don Gallo furono figure di riferimento. E proprio nell’ambiente del dissenso cattolico (da cui nascerà il movimento “Cristiani per il socialismo”) presero vita due esperienze che ebbero un impatto enorme sulla società civile ed in particolare sui giovani. Cito per prima l’esperienza di Don Milani (con i ragazzi della scuola di Barbiana, paese del Mugello) che mosse una critica radicale alla scuola classista italiana. La sua denuncia divenne un libro, “Lettera ad una professoressa”, pubblicato nel maggio del 1967. Questo libro divenne uno dei riferimenti principali del “Movimento studentesco” che esplose, esattamente, un anno dopo. Vorrei poi ricordare l’esperienza vissuta da Don Mazzi a Firenze, nel popolare quartiere dell’Isolotto. Nel 1968 Don Mazzi venne sospeso dalla curia di Firenze perché il suo modo di praticare il vangelo non era ritenuto conforme all’ortodossia e per le posizioni politiche che l’intera comunità espresse: solidarietà con il popolo vietnamita, con i poveri e gli sfruttati, con gli studenti che erano in lotta. Le comunità di cattolici del dissenso si diffusero in tutto il paese e rappresentarono un esempio di come la società civile, in uno dei suoi segmenti più retrivi (il “mondo” cattolico, appunto) stesse iniziando a dare chiari segni di rifiuto del conformismo conservatore.

    Gianni Martini

  • Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Mario MontiDa un po’ di tempo a questa parte mi sono occupato quasi esclusivamente di della crisi economica europea. Un lettore, pignolo che si chieda perché, allora, la rubrica rechi il titolo di “critica politica”, così come il tipico (e)lettore deluso, che voglia giudizi duri e sferzanti su questa classe dirigente, avrebbero entrambi ragione a lamentarsi. Ma devono perdonarmi: è tutta colpa del fascino esercitato sul profano (il sottoscritto) da una materia che gli è per lo più ignota (l’economia).

    Al di là di questo, però, bisogna ammettere che c’è poco di cui parlare. Sulle ruberie, le corruzioni e vari altri scandali dei partiti ho già scritto, sforzandomi anche di fornire una chiave di lettura che non si limiti agli insulti (anche se certuni sedicenti “rappresentati del popolo” fanno davvero di tutto per non demeritarli). Detto questo, i temi interessanti rimangono davvero pochi. Certo, qualcuno potrebbe far notare che è già iniziata la campagna in vista delle elezioni del 2013. Ma se per sostenere che parlo poco di politica e troppo di economia, si tirano in ballo queste tematiche, allora ci si vuole dare la zappa sui piedi. Sulla cosiddetta “agenda Monti”, infatti, che è poi la traduzione dei vincoli imposti dall’Europa, sono d’accordo PD, PDL e Terzo Polo, le “forze moderate”, che messe insieme, nonostante tutto, costituiscono ancora la maggioranza assoluta dell’attuale parlamento (quello che dovrebbe riscrivere la legge elettorale), oltre a valere più del 50% nelle intenzioni di voto.

    Ergo, per dirla alla Di Pietro, «se è vero, come è vero» che tagli e sacrifici “ce li chiede l’Europa” e che da questa “linea di rigore” non si può prescindere – l’ha ribadito piuttosto esplicitamente anche Napolitano –, allora cosa cambia chi vince le elezioni?

    Tanto, anche se faticano ad ammetterlo, sono tutti d’accordo. Poco importa che diventi premier un Renzi qualunque, o che un patto post-elettorale apra la strada ad un Monti-bis: la ricetta è quella già scritta dalla BCE, vale a dire tagli alla spesa pubblica, nuove tasse, minori tutele per i lavoratori e liberalizzazioni; il tutto condito da qualche buon proposito che suoni un po’ meglio alle orecchie della gente (tipo “lotta all’evasione” o “lotta alla corruzione”). Insomma, non è colpa mia se una parte della politica italiana ha deciso di abdicare in favore delle istituzioni economiche europee. E visto che l’altra parte è dominata da un Movimento 5 Stelle in rapida ascesa, ma per statuto contro ogni forma di alleanza, ecco che lo scenario si stava avviando verso un epilogo scontato; quando inaspettatamente, come un fulmine a ciel sereno, è tornato lui.

    Già, lui: ladies and gentleman, Silvio is back. Volevate temi “politici”? Eccovi accontentati. In un paio di giorni il Cavaliere ha rispolverato tutto il repertorio dei bei tempi andati: un annuncio epocale subito rimangiato (mi ritiro, anzi mi candido), una bella condanna in primo grado (per frode fiscale, tanto per cambiare) e una bellicosa conferenza stampa in cui ha messo in fila tutti i suoi slogan più celebri: abbasso le tasse, abbasso la magistratura, abbasso l’Europa tedesca dei tecnici-burocrati e infine la minaccia di elezioni anticipate. Le critiche si sono subito sprecate. Eppure, senza rimangiarmi tutto il male che ho detto in passato a proposito del pover’uomo, fatemi fare una buona volta l’avvocato del diavolo.

    Diciamo anzi che è un bene che Berlusconi, per perseguire i suoi interessi (interessi che forse con la senilità non distingue più bene), abbia però aperto una breccia nel muro, osando mettere in discussione l’insindacabile, incontestabile e immodificabile ricetta tecnica. Se il Cavaliere ricompatta almeno una parte del suo partito, rinsalda i legami con la Lega e trova un’inaspettata convergenza d’intenti con l’arci-nemico Beppe Grillo, allora si potrebbe aprire uno scenario talmente bislacco da produrre persino un effetto positivo: quello di dar vita, cioè, ad un vivace dibattito sul tema dell’euro.

    Checché ci venga raccontato, infatti, restare nella moneta unica non è né obbligatorio, né necessariamente la soluzione con i costi sociali più contenuti. Anzi, i costi che stiamo già sperimentando, verosimilmente, sono destinati a salire: e visto che siamo noi cittadini a viverli sulla nostra pelle, abbiamo tutto il sacrosanto diritto di essere informati attraverso un dibattito pubblico trasparente per poi prendere una decisione autonoma. E’ stato Monti, qualche giorno fa, a rivendicare il merito di aver trattato per primo gli Italiani «da adulti», mettendoli di fronte alla realtà senza fare promesse che non si potevano mantenere. Benissimo. Ma allora voglio essere trattato da adulto anche in materia di Europa. Non mi basta più la favoletta del “volemose bene” e del “sogno europeo”. Non voglio sogni: voglio verità.

    Essere adulti, da un punto di vista della maturazione democratica di un paese, non è credere a Monti piuttosto che a Berlusconi: è saper giudicare da sé. E’ finito il tempo in cui a criticare le parole del Cavaliere ci si azzeccava quasi sempre: oggi la violenza della crisi impone a un numero sempre crescente di persone di riflettere non di leader politici, ma di fatti concreti: si sta davvero meglio con l’euro, o, pur senza rinnegare la cooperazione europea, si andrebbe a star meglio senza euro?

    Ognuno ha il diritto di sapere e poi di poter esprimere il suo voto. In fin dei conti è questa l’ultima vera scelta politica che ci sia rimasta. Prima della prossima marcia su Roma, s’intende.

    Andrea Giannini

  • “Predisposti al labirinto lo scopo è perdersi”

    “Predisposti al labirinto lo scopo è perdersi”

    letteredallaluna-azzurroSentire tutta questa confusione intorno e non avere la forza di muovere un dito è come scivolare in un tubo. Scivolare sempre più forte, stretto e impotente, con le mani a tappare le orecchie, un rumore assordante.

    Ma non serve scriverlo, non basta a esorcizzare. La confusione la percepisci benissimo anche te, e ti spaventa quanto spaventa me. Perché non abbiamo i mezzi per difenderci, perché la confusione genera confusione e l’ordine delle cose è umana storpiatura, come il miraggio nel deserto che diventa meta per l’assetato.

    Possiamo incantarci sull’invisibile e sostenere l’impossibile, correre avanti e indietro lungo la linea dell’orizzonte, vivere mille vite e riprovarci… certo. Ma c’è bisogno di silenzio, silenzio e concentrazione, per non sentire niente.

    “Quando cala il silenzio, tu non uscirne sconfitto”

    Cercato e desiderato per tutti i secondi che lo hanno preceduto, il silenzio come apoteosi del caos, la sua essenza, la sua splendida fioritura. Ci sorprende con le mani ancora intente a tappare le orecchie e ci ricorda che tutta questa confusione non è una questione di rumore.

    Predisposti al labirinto, lo scopo è perdersi.

    Gabriele Serpe

  • Sociolinguistica negli Stati Uniti: i legami tra lingua e società

    Sociolinguistica negli Stati Uniti: i legami tra lingua e società

    La Bandiera AmericanaWilliam Labov,  è uno dei maggiori linguisti americani del ventesimo secolo. Viene definito come uno dei padri di una materia chiamata “sociolinguistica”. Che cosa tratta questa disciplina? Pur senza averlo esplicitato direttamente, un buon numero degli articoli di questa stessa rubrica ha utilizzato un approccio sociolinguistico nei confronti dell’inglese. Quando, per esempio, ho fatto riferimento alla Received Pronunciation britannica come a un accento distintivo di una classe sociale, quella era una considerazione di carattere sociolinguistico.

    Rispetto ai linguisti come Noam Chomsky, che cercano di individuare i principi generali comuni a tutte le lingue che governano il funzionamento del linguaggio umano, la sociolinguistica si occupa di far luce sui legami profondi tra una lingua e la società all’interno della quale essa è parlata. Infatti, come abbiamo già visto – e non mi stancherò mai di ribadirlo –  la storia di una lingua è profondamente collegata a quella delle persone che la parlano. Non è un caso che questa disciplina sia nata dopo la Seconda Guerra Mondiale in due paesi come Stati Uniti e Regno Unito, nei quali il melting pot che si era creato a seguito di forti movimenti migratori ha dato vita a situazioni linguistiche e sociali di notevole complessità e interesse.

    Labov, per esempio, si è occupato di analizzare l’African American Vernacular English (AAVE), conosciuto anche come Black English, ovvero la varietà di inglese parlata dalla comunità afro-americana oggi popolare a livello internazionale specialmente grazie alla musica rap. Cantanti come Coolio, 50 Cent, Tupac Shakur e altri hanno esportato attraverso i loro brani alcuni tratti distintivi dell’AAVE: torneremo in seguito su questo e altri discorsi relativi all’inglese delle canzoni.

    Relativamente all’American English, Labov si è anche concentrato sul cosiddetto Northern Cities Shift, uno “spostamento” – da cui la parola “shift” – nella pronuncia delle vocali nella varietà conosciuta come Inland North, parlata nella regione dei Great Lakes e comprendente città quali Chicago, Buffalo o Detroit. In un’intervista rilasciata qualche anno fa a The New Yorker, Labov spiega che l’intenzione degli abitanti delle regioni dell’Inland North era quella di distinguersi proprio attraverso la pronuncia dai parlanti degli stati più a meridione. Tra l’altro, l’Inland North ha fornito la base al General American che troviamo sui dizionari come standard di pronuncia, accanto al modello di riferimento britannico della RP. E’ da questa regione che provengono personalità politiche quali il fu Presidente, nonché ex-attore, Ronald Reagan, il repubblicano Mitt Romney e l’attuale Secretary of State (equivalente al nostro Ministro degli Esteri) Hillary Clinton.

    A proposito di United States, vale la pena spendere qualche parola sulle presidenziali del 6 novembre che vedono fronteggiarsi proprio Romney e Barack Obama. A eleggere formalmente il presidente degli USA è un collegio di 538 cosiddetti grandi elettori, in rappresentanza dei singoli stati. A eccezione di Maine e Nebraska, in ciascuno stato il candidato che ottiene più voti si aggiudica tutti i grandi elettori dello stato stesso. Per esempio, chi vince in California può contare su 55 elettori, mentre il candidato che ottiene più voti in Florida se ne aggiudica 29: per diventare presidente, l’importante è arrivare ad almeno 270.

    Può succedere che un candidato vinca in un numero di stati che gli consentono di arrivare a 270 grandi elettori senza tuttavia avere ottenuto la maggioranza del voto popolare complessivo. Per esempio, nel 2000 Al Gore ricevette dalla gente più voti di George W. Bush, il quale però poté contare su 271 grandi elettori.

    Le polemiche che seguirono il voto, in particolare a causa di presunte irregolarità nella Florida, decisiva per l’elezione di Bush, devono essere state un’autentica benedizione per Labov e i suoi assistenti: grazie ai cosiddetti Bushisms del buon George W., un mix di gaffe lessicali, grammaticali e culturali, il lavoro per i sociolinguisti in questi anni non è certo mancato…

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Gronda di Ponente: la maggioranza si divide in Consiglio Comunale

    Gronda di Ponente: la maggioranza si divide in Consiglio Comunale

    Che la Gronda fosse un tema di scontro all’interno della maggioranza di centro sinistra si sapeva e già in altre occasioni vi erano stati episodi che avevano messo in difficoltà la tenuta della Giunta Doria. In particolare si sapeva che la posizione del Pd, favorevole all’opera, non era la stessa di molti dei suoi alleati. E ieri effettivamente la maggioranza si è divisa sulla designazione di un nuovo rappresentante del Consiglio Comunale all’interno dell’osservatorio sulla Gronda di Ponente.

    L’origine della contesa è stato un ordine del giorno presentato dal M5S in cui si presentava la richiesta di sciogliere l’osservatorio. I rappresentanti del Movimento, da sempre contrari alla realizzazione di grandi opere, hanno motivato la loro proposta sostenendo che l’organo in questione non ha svolto molti dei compiti che gli erano stati attribuiti.

    Formalmente la segreteria generale ha ritenuto inaccettabile l’odg per diversi vizi formali. Tuttavia, molti partiti (Lega, Pdl, Udc, Sel) hanno sostenuto la necessità di riflettere più a fondo sul ruolo e l’attività dell’osservatorio. Su questo punto si è giocato il vero scontro politico, perché il M5S ha accusato l’amministrazione e la maggioranza di nascondere dietro questioni procedurali la volontà di non discutere della Gronda. Un tema “scomodo” per la maggioranza, con lo stesso Sindaco schierato tra coloro che richiedono maggiori approfondimenti sul progetto e il Pd a difendere l’opera.

    Nonostante il respingimento dell’odg del M5S, il tarlo insinuato tra i consiglieri ha progressivamente fatto emergere la volontà di molti partiti di esaminare l’attività dell’osservatorio prima di esprimersi sulla nomina di un nuovo rappresentante del Consiglio al suo interno. E così la mozione sospensiva presentata da M5S e Lega, che comporta il «rinvio della delibera ad altra data», dopo infinite discussioni formali, è stata approvata con il voto favorevole di tutto il centro destra, M5S, Lista Doria, Fds e Sel.

    Una sconfitta per il Pd, il cui capogruppo Farello aveva dichiarato apertamente in aula la contrarietà del suo gruppo ad un rinvio. Unico partito dalla parte del Pd è stato l’Idv, l’alleato che in tante altre occasioni, soprattutto nei primi mesi di governo, si era messo di traverso rispetto alla maggioranza.

    Con questa votazione si è espressa chiaramente la volontà della maggioranza dei partiti non solo di discutere sull’osservatorio, ma soprattutto di capire il senso di certe nomine politiche all’interno di vari organismi comunali. Molti consiglieri hanno dichiarato di non conoscere l’operato del precedente rappresentante (Beppe Costa, Pdl).

    Il messaggio lo ha espresso chiaramente Putti rispondendo proprio ad un consigliere del Pd «democrazia non è mettere chi vogliamo all’interno di un organismo e poi non comunicare più niente a nessuno». Un messaggio dalla forza dirompente che non ha potuto essere ignorato…almeno non da tutti.

    ALIQUOTE IMU

    Il Consiglio inoltre ha approvato ieri la riduzione delle aliquote IMU. Già a fine giugno, quando era stato approvato l’aumento dell’1 per mille sulle prime case e 3 per mille sugli altri immobili, Marco Doria aveva promesso di riesaminare i conti del Comune per cercare di operare una riduzione entro fine anno ed in effetti così è stato. Votando la proposta avanzata dal Pd e appoggiata dalla Giunta, si è approvata la riduzione dell’aliquota per negozi, botteghe e laboratori dell’1 per mille e di mezzo punto per piccoli e medi impianti industriali. Tuttavia resta invariata l’aliquota sulla prima casa.

    Si è trattato di uno sforzo considerevole per l’amministrazione soprattutto perché, dopo l’approvazione del bilancio preventivo, sono stati previsti nuovi tagli per circa 8 milioni di euro sui trasferimenti statali al Comune e perché è stato necessario risanare i conti aziendali di AMT con ulteriori 5 milioni di euro. Per questo – ha spiegato il Sindaco – i margini di riduzione sono stati molto limitati, ma fortemente orientati a sostenere la piccola, media impresa.

    Nonostante i partiti – sia di maggioranza, sia di opposizione – abbiano richiesto all’amministrazione di fare di più per «un’IMU più equo» un’ampia maggioranza di consiglieri ha approvato la riduzione proposta (28 favorevoli, 1 contrario e 6 astenuti) elogiando il Sindaco per essere riuscito a mantenere la parola data a giugno.

    Osservatorio della Gronda: si tratta di un organismo composto dal Sindaco, tecnici dell’amministrazione, un rappresentante del Consiglio Comunale, un rappresentante del Consiglio Regionale, i presidenti dei municipi e i rappresentanti dei cittadini delle aree interessate dai lavori di costruzione dell’opera. Nell’ambito del dibatto pubblico sulla Gronda, che si è sviluppato per permettere ai cittadini di partecipare alla fase di pianificazione e progettazione dell’opera, lo scopo di questo organismo era permettere agli abitanti della zona di cooperare alla definizione del progetto della Gronda. Dal settembre 2010 – data di fondazione dell’organismo – l’Osservatorio si è riunito dieci volte.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Tar Lazio: la mediazione civile non sarà più obbligatoria

    Tar Lazio: la mediazione civile non sarà più obbligatoria

    Sentenza del TribunaleLa scorsa settimana abbiamo parlato del fallimento della mediazione civile nel nostro paese; il giorno dopo abbiamo ricevuto un certificato di chiaroveggenza… La breve storia della mediazione civile è finita e l’esito di questo tira e molla è nettamente in favore degli avvocati: la mediazione civile non sarà più obbligatoria.

    La Consulta ha accolto la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tar Lazio, con l’ordinanza di rinvio del 12 aprile 2011, riguardo in particolare all’obbligatorietà del procedimento di mediazione civile.  Questo quanto dichiara l’ufficio stampa della Corte: «La Corte costituzionale ha dichiarato la illegittimità costituzionale, per eccesso di delega legislativa, del d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28 nella parte in cui ha previsto il carattere obbligatorio della mediazione».

    Alcune osservazioni: le sentenze non sono leggi, ma indirizzi di giurispreudenza ai quali gli avvocati si appigliano per sostenere le loro tesi difensive e ai quali i giudici attingono per motivare le loro sentenze.
    Ma le pronunce della Corte Costituzionale sono un’altra cosa; sono pronucne diverse: la costituzione e la costituzionalità del nostro paese vanno garantite.

    Nella pronuncia si parla di mediazione civile, quindi si desume che gli altri tipi di mediazione obbligatoria siano in qualche misura salvi; parliamo della mediazione tributaria e di quella obbligatoria in materia di telefonia (presso i Co.Re.Com. regionali).

    Ricordiamo ai nostri lettori che in materia di lavoro il tentativo obbligatorio di conciliazione è stato abolito; e pensare che era l’unico caso in cui funzionava… Ultima riflessione: negli ultimi anni sono nati organismi di medizione, corsi per diventare mediatore civile, con costi esorbitanti, una mazzata al lavoro.

    Così alla fine hanno vinto gli avvocati che odiavano la mediazione civile perchè toglieva loro del lavoro (a loro dire). Perchè si sa, causa che pende, causa che rende. Amen.

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    Spighe al tramontoAlle contraddizioni del modello capitalistico cosa propone in alternativa la decrescita? È veramente possibile uscire dalla società dei consumi senza ritornare al Medioevo? Innanzitutto è opportuno chiarire che la parola “decrescita”, come affermato più volte dallo stesso Latouche, rappresenta uno slogan per indicare la necessità di un’inversione di tendenza rispetto al modello economico dominante basato sulla crescita e sull’accumulazione illimitata di ricchezza. La decrescita non deve essere confusa né con la crescita negativa né con lo sviluppo sostenibile.
    La prima è quella che stiamo vivendo in questa crisi, cioè una riduzione della crescita in una società ancora basata su di essa che, per definizione, non può funzionare se non crescendo all’infinito. Lo sviluppo sostenibile è  invece un modello economico che cerca di far coesistere crescita infinita e risorse finite. La decrescita propone un modello di società basata sulla frugalità volontaria e che ha come presupposto quello di lavorare meno per vivere meglio, di consumare meno ma meglio, di produrre meno rifiuti, di riciclare di più e, di conseguenza, avere un’impronta ecologica sostenibile.

    Per prima cosa occorre ripensare lo spazio urbano. Le odierne megalopoli, pensate e strutturate in funzione dell’automobile, con gli spazi segregati, le zone industriali e i quartieri residenziali senza vita non hanno più senso. Il quartiere e il comune devono ridiventare il microcosmo dove la gente lavora, abita, si riposa, si istruisce e vive la propria vita in comune. In Europa sono già stati realizzati diversi progetti che si ispirano a questa nuova visione della città. Gli esempi più noti sono quelli del quartiere di Vauban di Friburgo e del quartiere BedZED (Beddington zero energy development) nella città di Sutton, a sud di Londra. All’interno di un unico spazio sono state integrate abitazioni, luoghi di lavoro, negozi e centri per il tempo libero riducendo drasticamente la necessità di ricorrere all’automobile. Il trasporto privato è stato in gran parte sostituito dall’utilizzo di mezzi pubblici o dal car sharing. L’impronta ecologica delle abitazioni è stata ridotta grazie all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili (solare fotovoltaico, cogenerazione a bio-combustibile) e all’utilizzo di materiali isolanti che riducono i consumi per il riscaldamento. Infine, l’introduzione di orti urbani, oltre ad avere una funzione di aggregazione sociale, permette di produrre di produrre una parte del proprio cibo a chilometri zero.

    Corso Italia macchineUna volta riconquistato lo spazio dove viviamo è necessario riconquistare il nostro tempo. L’orario e i ritmi di lavoro a cui siamo sottoposti sono eccessivi e la nostra vita ne viene divorata. Le morti per eccesso di lavoro, indicate dalla parola giapponese Karōshi, e i numerosi suicidi di chi ha perso il proprio lavoro dovrebbero farci riflettere sull’assurdità di questo sistema. Per tutto ciò si propone una semplice soluzione: “Lavorare meno per lavorare tutti”. La drastica riduzione dell’orario di lavoro permetterebbe a tutti di avere di che vivere e, nel contempo, consentirebbe di avere più tempo da dedicare ad altre attività e uscire finalmente dalla gabbia dell’iperspecializzazione nella quale siamo stati rinchiusi per troppo tempo in nome dell’efficienza.

    Ritroveremmo il tempo per autoprodurre alcuni dei beni che consumiamo, riparare i nostri elettrodomestici e le nostre abitazioni, coltivare il nostro cibo e magari partecipare più attivamente e consapevolmente alla vita pubblica invece di delegare ogni cosa ad altri. Ritroveremmo il tempo per discorrere con i nostri figli, con nostri i genitori e riscopriremo il gusto degli altri. Avremmo finalmente la possibilità di coltivare tutte quelle attività che molta gente considera fonte delle più autentiche soddisfazioni: istruzione, arte, musica, letteratura, ecc.

    Per uscire dalla società dei consumi è necessario trovare nuove parole e, in particolare, dare un nuovo significato alla parola “sviluppo” che, nell’ideologia capitalistica, non è altro che l’espansione planetaria del sistema di mercato. Marco Aime, nella prefazione al libro “Il tempo della decrescita” di Serge Latouche sostiene che lo sviluppo non è un aspetto inevitabile della storia. Osservando il passato si possono riscontrare lunghissimi periodi quasi stazionari e probabilmente il particolare dinamismo della nostra era costituisce più un eccezione storica di quanto non rappresenti una norma dominante. L’idea che bisogna svilupparsi viene messa in crisi se si esce dal nostro guscio etnocentrico e ci si confronta con altre culture: presso molte società non esiste neppure un termine linguistico che definisca il concetto di sviluppo. Forse è il caso di cominciare a pensare che l’era dello sviluppo, così come è cominciata, potrebbe finire prima di quanto pensiamo.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Economia, finanzeBreve cronistoria della crisi. Nel 2007 il mondo economico e finanziario si risveglia dall’oblio: «Ops, scusate tanto, abbiamo prestato soldi un po’ a chiunque e abbiamo sbagliato!». Uno sbaglio interessato, però. Dato che si era trovato il modo di rivendere sotto forma di prodotto di investimento il tasso di interesse dei mutui erogati, e quindi ci si poteva guadagnare sopra due volte, le banche americane erano incoraggiate a concedere prestiti anche al lavavetri sotto l’ufficio. E così prestando e rivendendo, e poi riprestando e ri-rivendendo, i profitti decuplicavano. Perché preoccuparsi di alimentare una spirale speculativa? Tanto quello immobiliare è un investimento garantito. Tanto il mercato si autoregola. Tanto crisi come quella del 1929 non si possono ripetere più: oggi siamo molto più saggi di allora.

    Appunto: scoppia la bolla dei mutui sub-prime e ne segue una recessione mondiale. Ma una finanza senza freni e controlli non era l’unico problema: era piuttosto il rimedio (sbagliato) per un altro problema più profondo.

    Un’economia inondata di capitali non ha problemi a consumare: potendo contare su ampio credito, si compra a debito. Ma quando la bolla scoppia e i mercati finanziari vanno in shock, il credito si contrae. E’ stato in questo modo che gli americani si sono resi conto che consumavano più di quello che guadagnavano, alimentando un sistema economico insostenibile che alla lunga, per l’appunto, non è stato in grado di sostenersi.

    Una cosa simile è successa anche da noi. In certi paesi dell’Europa (quelli cioè che adesso sono in crisi) l’economia privata aveva beneficiato di una forte iniezione di capitali esteri. Così quando lo shock americano ha trasferito la paura nei mercati europei, i capitali hanno cominciato a ritirarsi: e a quel punto è parso chiaro che i debiti di alcuni paesi erano a rischio di insolvenza, e i tassi di interesse hanno cominciato a salire (è l’inizio della cavalcata dello spread). Sono emersi quindi problemi strutturali locali che l’euro aveva tenuto artificialmente bassi: ad esempio la Spagna dipendeva strettamente anch’essa da una bolla immobiliare, mentre l’Italia… beh, l’Italia sono decenni che lascia scadere un sistema industriale e di regole sociali che aveva garantito per lungo tempo una crescita sostenuta.

    Ma oltre a questo è diventato chiaro anche il fallimento dell’euro. Certo la moneta unica ci rende fieri di appartenere ad una comunità europea, ma bisogna ammettere che si è rivelata, alla prova dei conti, più un ostacolo che un’opportunità per le fragili economie periferiche come la nostra. E oggi, giustamente, è a un bivio: se si rivelerà la premessa monetaria di un’Europa gestita politicamente in modo democratico e in grado di cooperare, allora sarà un successo; ma se continua ad essere quello che è ora, cioè un’area dove “si compete” e dove quindi le economie della periferia combattono un’impari guerra contro le economie del centro, mentre le decisioni sono prese da un gruppo di burocrati non eletti, allora non durerà ancora a lungo. Per riassumere, quindi, consideriamo tutti questi problemi dalla nostra prospettiva di cittadini italiani prima, e poi europei e del mondo. Abbiamo:

    1. decadimento industriale e sociale del sistema-Italia;
    2. inadeguatezza del sistema monetario europeo;
    3. crisi generale dei consumi;
    4. sistema finanziario globale senza regole.

    Questa distinzione così ottenuta, anche se un po’ semplicistica, serve però allo scopo. Ad esempio serve per distribuire le giuste colpe ai politici che ci hanno governato da quando siamo nell’euro: politici che non hanno prodotto la crisi, ma che sono colpevoli di avere curato solo il proprio interesse particolare mentre il paese perdeva slancio, coesione e competitività. Poi serve per capire cosa è stato fatto dallo scoppio della crisi in Italia, in Europa e nel mondo contro quelli che sono i veri mostri da abbattere. La risposta è deludente: molto poco. Anzi, spesso quello che si è fatto ha aggravato la situazione. Ad esempio, nell’elenco che ho fatto manca il protagonista principale del dibattito mediatico sulla crisi: il debito pubblico. Già, perché non c’è il male supremo, il grande Satana di tutti i governi tecnici? Ma è ovvio: non c’è perché con questa crisi non c’entra un bel nulla! La domanda vera è un’altra: se il debito pubblico non è il problema, allora cosa sta facendo Monti?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]