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  • Villa Piaggio, procedono i lavori per l’ostello e le residenze universitarie. Ma il parco soffre carenza di risorse

    Villa Piaggio, procedono i lavori per l’ostello e le residenze universitarie. Ma il parco soffre carenza di risorse

    villa-piaggio (4)A distanza di due anni dalla prima visita di Era Superba a Villa Piaggio, la sensazione rimane grosso modo la stessa: la villa e il suo verde soffrono molto e la loro manutenzione ha bisogno di grossi investimenti. Nelle scorse settimane si era parlato di un possibile inserimento dei lavori nella prossima programmazione Puc, la voce però non ha trovato conferma. La soluzione per non danneggiare ulteriormente un patrimonio dal grande potenziale oltre che uno spazio che dovrebbe appartenere ed essere utilizzato dai cittadini, potrebbe essere quella di una sinergia virtuosa fra pubblico e privato. Possibile? Ne abbiamo parlato con il presidente del Municipio I Centro Est, con le associazioni presenti in villa e con la società Castalia srl che ha acquistato i fabbricati nel 2011 da Spim.

    All’interno della villa al primo piano vi sono realtà comunali: l’ufficio della polizia municipale e gli uffici degli ATS (ambiti territoriali sociali) ai piani inferiori due associazioni e l’Istituto internazionale delle comunicazioni. L‘acquisto da parte dei privati sembrava potesse cambiare definitivamente il destino dell’area. «Quando Spim ha messo all’asta gli immobili lo ha fatto con un progetto per fare 7 grandi alloggi, con destinazione residenziale – commentano da Castalia srl – probabilmente per agevolare gli investimenti, il Comune aveva fatto fare questo studio, ma in realtà a noi l’immobile non è mai interessato per fare degli alloggi in questo senso, quello che ci interessava era la vicinanza al polo universitario».

    I lavori nell’area delle ex scuderie procedono con ritmo più sostenuto da alcuni mesi, la destinazione è  residenziale (come da Puc) ma «residenziale spurio, abbiamo diviso in due il comparto immobiliare, i piani inferiori saranno destinati alla realizzazione dell’ostello e ai piani superiori sono già state realizzate tutte le divisioni interne per creare bilocali per residenze studentesche, l’obiettivo finale è di creare un campus»Nota a margine, al momento L’università degli studi di Genova non è stata coinvolta, a quanto ci risulta.

    Un ostello da 61 posti e 20 bilocali, residenze per studenti al posto delle antiche scuderie in stato di degrado. Entro l’estate 2015 si ipotizza l’apertura dell’ostello, per le residenze studentesche bisognerà aspettare la fine del 2015 e l’inizio 2016.

    Questa potrebbe essere una buona notizia per l’intera villa e soprattutto nella prospettiva che si crei una sinergia fra ciò che è pubblico e ciò che verrà gestito dai privati. Il mantenimento di quella parte di verde di competenza dei privati (oltre alla ristrutturazione dei due fabbricati in toto) può essere l’inizio di un percorso che porti ad una sempre maggiore curadi questo patrimonio cittadino. Tanto più stando a ciò che Castalia ci ha raccontato: «sono stati presentati progetti in Soprintendenza per il ripristino della parte superiore (dove attualmente si trovano gli uffici della polizia municipale) e per l’accesso su via Pertinace; è ancora tutto in fase embrionale, certo è, che la presenza delle nostre strutture, una volta avviate, potrà essere un vantaggio, noi siamo molto aperti alla sinergia pubblico privato».

    La società ha poi voluto sottolineare che «c’è interesse a dare un aiuto concreto per la manutenzione del verde e delle facciate della villa; se individuiamo degli aspetti che alle associazioni presenti possono essere utili ci attiviamo ben volentieri».

    Sono trascorsi quasi tre anni dall’acquisto. Castalia spiega che essendo (come da Puc) gli edifici soggetti a tutela paesaggistica di insieme e puntuale (cioè è possibile mettere in atto restauro conservativo, ndr) il percorso burocratico è stato molto lungo. 

    Stando alle parole di Castalia le premesse buone ci sono tutte, ma che ne pensano le associazioni che nella villa operano da anni? E il Municipio I Centro Est? Ecco quanto ci ha raccontato Simone Leoncini, presidente del Municipio Centro Est.  Conferma di essere stato informato del progetto “campus”. E poi aggiunge che è chiaro che al centro vi sia «una struttura che ha bisogno di robustissime manutenzioni, con il problema basilare che queste per essere realizzate necessitano di fondi che sicuramente sono molto cospicui» . Leoncini ci anticipa che il prima possibile la sede distaccata ATS presente in villa sarà trasferita in via Santa Fede (dove attualmente vi è già il servizio di anagrafe) proprio per i grossi problemi strutturali di Villa Piaggio.

    Ma pare che gli uffici degli ATS non saranno gli unici ad abbandonare la villa. Ci sono, a quanto ci racconta Leoncini,  ipotesi di razionalizzazione delle sedi distrettuali della polizia municipale,  anch’essa si trova nei piani strada di Villa Piaggio (quelli con maggiori problemi di manutenzione), possibile l’accorpamento della sezione di Castelletto con quella di Villa Spinola.

    Le altre realtà presenti nella villa sono, come le ha definite il presidente del Municipio, locali associativi comunali che svolgono una funzione sociale importante. Sono l’associazione Anziani Oggi Argento Vivo e ContemporART. La prima si occupa di rispondere a molte delle esigenze dei cittadini della zona, svolge corsi di vario tipo, fornisce assistenza agli anziani e ha un centro estivo per i bambini. Assolve la funzione sociale che una struttura comunale come Villa Piaggio dovrebbe avere insita. ContemporART si occupa di arte, organizzando eventi e mostre, il fil rouge dell’associazione è diventato negli anni il legame fra arte e follia. Ha collaborato in passato e collabora tutt’ora con le ASL, realizza attività socio-terapeutiche (con l’aiuto di professionisti). Le due associazioni insieme all’Istituto internazionale delle Comunicazioni IIC, fra l’altro quello presente da più anni all’interno della villa, si occupano con le risorse che possono utilizzare della manutenzione del verde per quanto riguarda le zone di loro “competenza”. «Quando siamo entrati la villa aveva bisogno di tantissimi lavori che abbiamo fatto noi di nostra iniziativa con le nostre possibilità economiche», commentano da ContemporART. «La villa avrebbe bisogno di lavori. I nostri spazi sono puliti perché ce ne occupiamo noi, collaborando con le altre associzioni presenti», affermano dall’Associazione Anziani, sulla stessa linea dell’IIC «ci siamo fatti carico, negli anni scorsi, di alcuni lavori interni e dei problemi cronici di umidità».

    Insomma Villa Piaggio è viva, popolata di iniziative e frequentata da chi vive nella zona. Avrebbe bisogno di manutenzione costante e quindi di risorse economiche che il Comune non può investire, al momento Aster si occupa della manutenzione del verde della villa «secondo una frequenza prevista a contratto – commentano dalla società in house del Comune – apertura giornaliera feriale, svuotamento cestini e raccolta rifiuti grossolani sul suolo ogni settimana e potature in funzione delle disponibilità economiche erogate dal Comune. In Villa Piaggio hanno dato importante contributo alla manutenzione ordinaria le associazioni di volontari coordinate dal Municipio», concludono.

    La prospettiva di un soggetto privato che si prenda in carico, almeno in parte, il problema della manutenzione potrebbe essere la soluzione. Fondamentale sarà la sinergia fra tutti i soggetti, i compratori privati, l’amministrazione pubblica e le associazioni. Villa Piaggio si appresta dunque a diventare teatro di un esperimento che potrebbe essere replicato anche in altre aree verdi urbane che soffrono dei medesimi problemi.

    Claudia Dani

  • Caro deficit, quasi quasi ti sforo: il PIL crolla e l’Europa non ci ascolta. Analisi e scenari

    Caro deficit, quasi quasi ti sforo: il PIL crolla e l’Europa non ci ascolta. Analisi e scenari

    Palazzo ChigiRiassunto delle puntate precedenti. Renzi è il terzo premier in tre anni che va a Bruxelles provando a “sbattere i pugni sul tavolo” con l’intento di conseguire sempre il solito obiettivo: la fantomatica “flessibilità”.

    Il punto di principio è questo: dato che qualche “riforma” dal 2011 a oggi l’abbiamo anche fatta, dato che l’impegno per il rigore nei conti pubblici indubbiamente c’è stato e dato che il governo italiano ha recuperato “credibilità” dopo gli anni bui di Berlusconi, allora forse l’Europa può premiare questi sforzi concedendoci qualche deroga. D’altronde abbiamo messo il pareggio in Costituzione: il che significa che l’Italia si è impegnata a non fare più nuovo debito. E anche se questo principio entrerà strutturalmente in vigore solo nel 2016, nel frattempo siamo stati molto attenti a mantenere il deficit sotto controllo, rispettando scrupolosamente il famoso parametro del 3% (cosa che non si può dire di molti altri paesi europei, compresa la  Francia).

    Ecco dunque l’idea del governo: scorporare dal calcolo la spesa per investimenti e ricerca. In questo caso, infatti, saremmo di fronte non alla solita (nella vulgata corrente) “spesa pubblica improduttiva”, ma a una spesa indubbiamente “buona”; una spesa, cioè, che è destinata a ripagarsi nel corso del tempo con un ritorno in termini di sviluppo e crescita. Pertanto, nella particolare congiuntura economica, essa diventerebbe un elemento di stimolo anche per rendere più agevole il compito dell’Italia di garantire conti in ordine nel medio periodo.

    D’altra parte è già prevista la possibilità di un disavanzo eccessivo, benché “eccezionale e temporaneo”. Infatti l’articolo 2 del Regolamento n. 1467/97 stabilisce che un superamento del 3% annuo di deficit è possibile, purché esista una stima credibile di rientro e qualora si possa tenere conto delle “modalità improvvise ed inattese con cui la recessione si è manifestata o della diminuzione cumulata della produzione rispetto alle tendenze passate” – più o meno le stesse parole con cui viene giustificato, ufficialmente, il ritardo della ripresa economica. Insomma, l’Italia ha qualche ragione a chiedere un’applicazione più “morbida” dei parametri; e questo anche senza tenere in alcun conto l’aspetto politico, dato dall’opportunità di non vanificare il successo elettorale di Renzi, unico leader in Europa ad aver saputo davvero contenere la “deriva” euro-scettica.

    Ciononostante il governo ha raccolto una sfilza imbarazzante di rifiuti. Ha detto no il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble; hanno detto no Manuel Barroso e Angela Merkel; e da ultimo ha detto no persino il “nostro” Mario Draghi, che si è pure preso il lusso di una sottile derisione: «Non mi è chiara, ma forse perché non sono un uomo politico, la chimica di flessibilità che garantisca alle regole l’essenziale credibilità» (come a dire: “Non veniteci a raccontare la storia della flessibilità perché qua non attacca”). Rimbalzato su questo impenetrabile muro di gomma, per non farsi mancare nulla Renzi ha incassato pure lo schiaffo di un primo rifiuto alla sua proposta di nomina della Mogherini per la (piuttosto inutile) poltrona di “ministro degli Esteri” dell’Unione.

    Come mai l’Italia ha tutta questa difficoltà a ottenere anche cose che in realtà non cambiano nulla, come piccoli riconoscimenti o pochi decimi di percentuale in più di spesa? Naturalmente la spiegazione è che la moneta unica non funziona, perché costringe paesi diversi a una lotta dove solo uno, il più forte, può vincere: una logica che incentiva chi è in posizione di forza (il capitalismo nordeuropeo) ad accampare ogni più piccola pretesa, riducendo parallelamente il potere di contrattazione di chi è in posizione di debolezza e ha sempre rinunciato a difendere i suoi interessi (noi). Ma ovviamente chi non vuole mettere in discussione l’euro questo non lo può dire: e dunque deve trovare altre spiegazioni.

    Renzi, nell’attesa di tornare alla carica, cerca di concentrarsi sul fronte interno. La linea del governo è che la riforma della Costituzione è indispensabile per la nostra “credibilità”: e una volta diventati credibili, potremmo rivendicare meglio i nostri interessi con i partner in Europa. Peccato che sia esattamente la stessa scusa con la quale Monti ci ha rifilato la riforma Fornero: e  in tre anni i risultati in termini di potere contrattuale non si sono visti. Inoltre questa giustificazione è smentita dallo stesso ex-commissario europeo ed ex-premier, che, ospite qualche giorno fa di In Onda, ha ribadito come all’Europa non interessino tanto le “riforme istituzionali”, quanto quelle “economiche” (che poi significa salvaguardare gli interessi dei paesi creditori).

    La versione di Monti sugli insuccessi diplomatici italiani è però ancora più pittoresca. Secondo l’uomo della Bocconi è tutto un problema di comunicazione: anziché chiedere flessibilità sul  rispetto del rigore dei conti, dovremmo chiedere rigore nel rispetto della flessibilità (visto che è già nero su bianco nei trattati). Insomma, si va dalla Markel, le si fa un giochino di parole e quella subito si esalta: «E’ ffero! Non ci affere pensaten! Allora ffoi non essere più soliti schifen di Italianen spaghetti e mandolinen, che prova sempre a infinocchiare tutten: ffoi essere fferi ffirtuosen come noi Deutscheland! Allora spendeten! Spendeten pure quanto ffolere!!». Insomma, siamo alle comiche.

    Ciononostante in linea teorica questo teatrino di giustificazioni potrebbe reggere a tempo indefinito grazie alla compiacenza dei media italiani, che sorvolano come niente fosse sull’inaccettabile misto di sottovalutazione e incompetenza del premier. Ma c’è un problema: nel frattempo il PIL crolla. Questo significa che i conti fatti non tornano, e dunque per il governo si prospettano due strade.

    In primo luogo si può varare in autunno una nuova manovra da (secondo Fassina) 23 miliardi tra tagli e tasse: in questo modo si farebbe contenta l’Europa, ma si ammetterebbe l’insuccesso politico e si darebbe un duro colpo alla popolarità di Renzi (e forse anche alla tenuta del governo); oppure in alternativa ci si può imputare e alzare il tiro con i partner, magari minacciando un’uscita dell’Italia dall’euro qualora non si venisse accontentati sull’allentamento del rigore. In entrambi i casi risulterebbe evidente l’assurdità della linea di rispetto degli impegni europei – linea di cui il Partito Democratico è stato il più fiero (e talvolta unico) sostenitore.

    C’è però una terza via, caldeggiata anche da esponenti autorevoli del fronte euroscettico: far finta di nulla e sforare il deficit. Ci sono varie ipotesi su questo punto, ma l’idea è sempre la stessa: sforare ci farà bene e prima che in Europa organizzino delle sanzioni passeranno anni. Nel frattempo ci sono buone possibilità che, con maggiore spesa pubblica, le performance economiche si aggiustino.

    Questo non impedirà alle contraddizioni dell’euro di deflagrare: anzi le evidenzierà. E certo c’è sempre il rischio di un attacco speculativo dei mercati; anche se, per la sua pretestuosità, sarebbe immediatamente riconosciuto come mirato e “punitivo”, evidenziando quindi la necessità del recupero di quel vecchio assetto monetario che garantiva riparo da queste pericolose aggressioni finanziarie. Per il resto per i socialdemocratici sarebbero tutti vantaggi: eviterebbero lo stillicidio dell’economia italiana, darebbero l’impressione di fare finalmente i nostri interessi e forse avrebbero anche il tempo di organizzare una ritirata dal Vietnam della difesa dell’euro a oltranza.

    Se però dovessi proprio tirare a indovinare su quale strada Renzi e Padoan decideranno alla fine di percorrere, allora la scommessa è quasi obbligata: e noi faremmo meglio a prepararci al solito autunno di lacrime e sangue…

     

    Andrea Giannini

  • Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DÈ la delibera madre, il cuore da cui dipende il futuro ma soprattutto il presente del Comune inteso non solo come amministrazione ma anche e soprattutto come città. Si tratta del bilancio previsionale per il 2014 (qui l’approfondimento sul previsionale 2013), approvato dalla giunta la scorsa settimana e che sarà discusso nei prossimi giorni in Commissione prima di passare all’esame dell’aula consiliare forse già nella seduta del 22 luglio. Secondo quanto previsto dal governo, che tuttavia potrebbe nei prossimi giorni concedere una proroga a fronte dell’inadempienza di molti enti locali, la dead line per l’approvazione definitiva è fissata, infatti, al 31 di questo mese. Ottenuto l’ok in Sala Rossa, l’amministrazione potrà finalmente terminare l’esercizio provvisorio (che obbliga assessorati e direzioni a spendere ogni mese al massimo un dodicesimo della cifra totale avuta a disposizione l’anno precedente), e procedere con un po’ più di respiro alla programmazione finanziaria fino almeno alla fine del 2014.

    «È con qualche rammarico che mi accingo a presentare il bilancio di previsione per il 2014 soltanto a luglio – ha esordito l’assessore Francesco Miceli – anche quest’anno ad esercizio inoltrato, in un contesto normativo in continua evoluzione in cui è estremamente difficile avere un quadro preciso delle risorse disponibili e soprattutto averlo in tempi coerenti con una corretta programmazione finanziaria. Approvare il bilancio di previsione significa assumere una forte responsabilità nei confronti dei cittadini perché le cifre e i programmi qui scritti si traducono in azioni che incidono nella vita di tutti e determinano il benessere sociale della città».

    L’ammontare complessivo del bilancio per il Comune di Genova nel 2014 è stimato in poco più di 1,7 miliardi euro. La somma per la parte corrente è fissata, invece, in 828 milioni di euro: tale, dunque, sarà la capacità di spesa del nostro ente locale e altrettante dovranno essere le entrate. «Per avere questo livello di spesa – ha spiegato il sindaco Marco Doria – il Comune ha dovuto utilizzare anche le leve fiscali altrimenti, senza l’Imu e la Tasi che abbiamo, non avremmo potuto mantenere sostanzialmente invariati i grandi flussi di spesa».

    Solo due voci subiscono una drastica variazione ma si tratta di un dato positivo che riguarda il costo del personale e gli interessi sulla restituzione di capitale (altrimenti detto debito). «Il Comune di Genova è virtuoso da questo punto di vista – ha sottolineato il primo cittadino – perché ha diminuito la spesa pubblica e l’indebitamento complessivo». Per quanto riguarda il personale i contenimenti non riguardano gli stipendi pro-capite ma l’ammontare totale a seguito di un turnover solamente parziale. Sul fronte del debito, invece, la parte del leone l’ha fatta la riduzione dei fitti passivi grazie a una complessiva riorganizzazione degli uffici pubblici.

    «In 10 anni – sottolinea Miceli – lo stock di debito del Comune di Genova è diminuito di circa 200 milioni (pari al 14%), di cui 110 negli ultimi 3 anni e, ad oggi, si attesta a poco più di 1,2 miliardi». Questa contrazione, che evidenzia una controtendenza dei Comuni rispetto ai comportamenti dello Stato centrale, è stata possibile in funzione del patto di stabilità imposto agli enti locali che non possono spendere oltre una certa cifra e, di conseguenza, non possono indebitarsi. La diminuzione del debito, inoltre, ha come diretta conseguenza un immediato abbassamento degli interessi dovuti da Tursi alle banche.

    Così, nonostante 13 milioni di disponibilità in meno rispetto al 2013 (e 52 in meno rispetto al 2012), il plafond di spesa per i servizi erogati quest’anno resterà sostanzialmente immutato: 98,5 erano i milioni a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 sarà il budget per il 2014. La differenza di 1,2 milioni di euro, dicono a Tursi, sarà ripartita in modo da non incidere sensibilmente sulla capacità di spesa di alcun servizio essenziale.

    Le entrate: arriva la nuova tassa sui rifiuti

    bollette-speseOltre il 70% (71,14% per la precisione) delle entrate del 2014 arriverà dalle tasche dei genovesi che, quindi, con un gettito di poco superiore ai 594 milioni si autofinanziano abbondantemente i propri servizi. Dallo Stato e da altri enti pubblici e privati, invece, dovrebbero arrivare solo poco più di 240 milioni.

    Dopo l’Imu che frutterà al Comune quasi 160 milioni, a cui si aggiungo i 75 della Tasi, ecco arrivare anche la Tari (qui l’approfondimento): la tanto temuta nuova tassa sui rifiuti però, almeno per quest’anno, sembra aver evitato l’ennesima stangata. «Si tratta della terza gamba della Iuc – ricorda il sindaco Marco Doria – le cui prime due gambe avevamo già visto due mesi fa con la Tasi e l’Imu».
    Com’è noto, tutti i costi di Amiu devono essere interamente coperti dalle “bollette della spazzatura” e la partecipata di Tursi ha in previsione un aumento di piano finanziario di circa 4 milioni, parti al 4%. Un gravame che, stando a quanto spiegato dall’assessore Miceli, non dovrebbe però ricadere più di tanto sui genovesi dato che verrebbe assorbito e compensato dall’annullamento dell’addizionale statale sulla tassa che in precedenza era pari a 30 centesimi al mq. Nel gettito complessivo che supererà i 126 milioni qualche aumento per i cittadini, comunque, ci sarà ma si tratterà mediamente di una quindicina di euro su base annua e solo per famiglie numerose e con abitazioni di notevole estensione: «Una rarità a Genova – assicura l’assessore – e comunque fino a quattro figli non è previsto nessun aumento».
    Diverso il discorso per le utenze non domestiche che parteciperanno ai costi per il 45% del totale: il numero delle imprese diminuisce e in alcuni casi le tariffe possono aumentare. «Ma è una situazione che si è verificata soprattutto lo scorso anno in virtù della riorganizzazione della ripartizione del gettito tra utenze domestiche e non domestiche che adesso corrisponde molto più alla situazione reale» assicura Miceli. «Quest’anno, invece, le cifre resteranno sostanzialmente invariate e, anzi, in molti casi si assisterà a una lieve riduzione».
    A differenza della Tasi, niente panico per i pagamenti: arriveranno i bollettini a domicilio con l’ammontare suddiviso in tre rate per le utenze domestiche (31 ottobre, 1 dicembre, 28 febbraio 2015) e cinque per le non domestiche (in più 30 settembre e 31 gennaio).

    Le uscite: direzioni invariate, raddoppia il budget per i Municipi

    economia-soldi-D4Ma dove vanno andranno a finire gli 826 milioni che il Comune avrà a disposizione? Nonostante la compressione dei costi raccontata dal sindaco, nella sezione uscite la voce più ingente è sempre rappresentata dalle spese per il personale che quest’anno ammonteranno a quasi 228 milioni. 111 saranno, invece, i milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale. Ci sono, poi, i contratti di servizio di Amiu (126 milioni) e di Amt (105 milioni).

    Infine, come si diceva, resta sostanzialmente invariato il plafond a disposizione dei vari servizi resi dai settori pubblici che ammonterà a 97,3 milioni.

    La prima voce, naturalmente, è rappresentata dalle politiche sociali per cui sono messi a bilancio 36,320 milioni: solo 200 mila euro in meno rispetto a quanto previsto lo scorso anno ma sempre sotto quella famosa asticella dei 40 milioni che è sempre stata ritenuta imprescindibile (qui l’approfondimento) e che probabilmente sarà raggiunta nel corso dell’anno con assestamenti di bilancio che potranno anche attingere al fondo di riserva (un totale di 7,8 milioni da cui però, potrebbero essere sottratti 4,3 milioni per ottemperare al famoso accordo su Amt siglato lo scorso anno ma che il Comune potrebbe non considerare valido in virtù del fatto che anche la Regione non ha rispettato i propri impegni che prevedevano, tra l’altro, la costituzione dell’Agenzia e del bacino unico regionale, qui l’approfondimento).

    Al secondo posto la macrovoce Scuola, sport e politiche giovanili con 30,259 milioni (mentre l’anno scorso erano 30,528). Poco meno di 4,5 milioni per la Polizia municipale mentre a Cultura e Turismo vanno solo 3,7 milioni di euro (200 mila euro in più rispetto allo Sviluppo economico): qui la diminuzione rispetto allo scorso anno è più sensibile e ammonta a circa un milione di euro ma la Giunta è convinta di poter recuperare anche in questo caso attraverso non meglio definite “altre risorse di bilancio” oltre a eventuali sponsorizzazioni.

    A livello aggregato, la maggior parte degli investimenti si concentrano su tutela del territorio, mobilità, politiche sociali e scuole.

    Via Montezovetto, Genova AlbaroAll’interno di questo quadro più generale, grande interesse suscita sempre la voce trasversale dei lavori pubblici, testimone concreto di quanto un’amministrazione tenga al decoro della propria città e provi a dare lavoro alla stessa. Per il 2014 l’assessore Crivello annuncia la disponibilità di 137 milioni di euro: 45 milioni sono accantonati per il mini-scolmatore del Fereggiano in attesa del via libera delle Corte dei conti alla convezione; 62 milioni sono previsti per una serie di interventi importanti sul territorio tra cui Galleria Mazzini, corso Sardegna e altri edifici pubblici; i restanti 30 milioni rappresentano invece un mutuo da avviare per il piano dei lavori pubblici di quest’anno. Si tratta di circa 4 milioni in più rispetto alla quota già presentata qualche settimana fa perché nel frattempo è intervenuta la necessità della previsione di un intervento manutentivo nel sottopasso di Caricamento, della messa in sicurezza di una frana Pra’ e della riqualificazione della scuola di piazza Palermo (800 mila euro) secondo le direttive del governo Renzi che danno priorità all’edilizia scolastica.

    Interessante capire come saranno distribuiti anche gli altri 26 milioni del piano triennale: intanto ci sono i 12,2 milioni confermati dallo scorso anno ad Aster; 4 milioni saranno invece impiegati per il completamento degli interventi pluriennali sulle criticità degli edifici scolastici (vie d’esodo, impianti idrici, impianti elettrici); 3,5 milioni andranno alle manutenzioni per il patrimonio comunale (mercati, cimiteri, uffici); 2,2 milioni previsti per il risanamento idrogeologico (700 mila euro muri e altrettanti per le frane, 500 mila euro per ponti e impalcati, 300 mila euro per opere marittime); 1,5 milioni alle ristrutturazioni per l’edilizia residenziale pubblica; 500 mila euro per alcuni interventi di bonifica da amianto. Da non dimenticare, poi, la quota messa da parte per imprevisti e somme urgenze che quest’anno sostanzialmente raddoppia: saranno, infatti, accantonati 5 milioni visto che in questi primi sei mesi del 2014 si è già raggiunta la quota di 2,5/2,6 milioni stanziata nel 2012 e nel 2013.

    Last ma, questa volta è proprio il caso di dirlo, per nulla least, i Municipi. Il 2015 sarà l’anno della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Doria e l’approfondimento) e in quest’ottica i Municipi dovranno assumere un ruolo sempre più vitale e (de)centrale. È anche per questo motivo che a partire da questo bilancio il budget a disposizione delle nove ex circoscrizioni aumenta sensibilmente. Oltre alla conferma degli “storici” 281 mila euro in conto capitale, ciascun Municipio riceverà quest’anno 200 mila euro per le manutenzioni. A tutto ciò si aggiunge il percorso già avviato nel 2013: i Municipi che hanno elementi critici nel proprio territorio, conserveranno al proprio interno i proventi economici derivanti dagli stessi. Così Ponente, Medio Ponente e Media Val Bisagno potranno sfruttare i contributi delle cave mentre di nuovo Medio Ponente e Val Polcevera riceveranno quelli di Scarpino. Ultima novità, anche i guadagni provenienti dai ribassi d’asta resteranno nei Municipi di competenza: non proprio una questione di spiccioli dato che per il por di Molassana (qui l’approfondimento), ad esempio, è in ballo circa 1 milione di euro.
    L’importanza politica di questa operazione è sottolineata anche dal sindaco: «Sono i Municipi che decideranno dove spendere questi soldi in più e quindi restituiamo discrezionalità di spesa al territorio».

    Le incognite: i tagli e i trasferimenti del governo

    Benché il sindaco, presentando i numeri alla stampa, abbia parlato del bilancio come «fotografia esatta della situazione attuale, rigorosa, senza immaginare entrate gonfiate» sulle casse di Tursi gravano ancora due grosse incognite.

    La prima riguarda la copertura da parte dello Stato del minore gettito dovuto alla differenza tra le aliquote Imu dell’anno scorso e la Tasi di quest’anno che ha raggiunto il tetto massimo del 3,3 per mille: Tursi ha messo a bilancio 40 milioni di entrate stimate sulla base di quanto previsto nella legge finanziaria del 2014 che, all’interno di questo capitolo, prevede un totale di 625 milioni per tutti i Comuni italiani. Ma questa somma è assolutamente ancora da confermare.
    Così come da confermare, ed eccoci alla seconda incognita, sono i tagli alla spesa pubblica imposti il 24 aprile da un decreto del governo Renzi per finanziare il famoso bonus degli 80 euro. A livello nazionale si tratta di una riduzione di spesa di 700 milioni a testa per Stato, Regioni e altri locali (Comuni e Province); per via Garibaldi dovrebbe comportare un sacrificio di 5,7 milioni di euro, cifra non mastodontica ma che certo avrebbe fatto comodo avere a disposizione come capacità di spesa corrente. Tutto però è ancora avvolto da una densa nube di incertezza che non si dipanerà almeno fino a fine mese.

    «Le stime – spiega l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli – dovrebbero essere piuttosto precise perché sono state facce con Anci e con la Ragioneria di Stato basandoci sulle voci ufficiali disponibili. Non c’erano i tempi per aspettare le decisioni definitive dello Stato che ci auguriamo arrivino entro fine mese e se dovessero esserci sorprese, speriamo siano in positivo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Fiera di Genova, il Comune ha due anni di tempo per vendere le aree. La discussione a Tursi

    Fiera di Genova, il Comune ha due anni di tempo per vendere le aree. La discussione a Tursi

    vista su corso aurelio saffiSi sposterà in Consiglio comunale, presumibilmente nella seduta di martedì 8 luglio, la discussione sul futuro delle aree della Fiera di Genova non più necessarie alle attività fieristiche (qui l’approfondimento). Questa è la decisione che hanno preso ieri all’unanimità le Commissioni Bilancio, Territorio e Sviluppo economico riunite congiuntamente per la terza seduta sul tema.
    Ma la situazione non è assolutamente risolta. Il passaggio in aula è stato votato solo per poter ampliare la discussione e dare la possibilità a tutti i gruppi politici di presentare i propri emendamenti. E a giudicare dalle premesse non saranno pochi.

    La questione più calda è sempre la porzione di area che potrebbe essere destinata ad attività commerciali e alimentari. La delibera, che non rappresenta l’autorizzazione a una variazione del Puc ma dà solo mandato al sindaco ad avviare un tavolo tra Comune, Regione e Autorità portuale che dovrà condurre alla stipula di un accordo di programma con cui giungere al bando di vendita delle aree e quindi alle eventuali richieste di varianti urbanistiche, fissa come noto il limite a 15 mila metri quadrati per le attività commerciali, di cui massimo 2500 per il settore alimentare. L’abbassamento di queste quote, come ha più volte avuto modo di sottolineare il vicesindaco Bernini, rappresenterebbe il famoso quid che potrebbe essere la discriminante decisiva per la scelta dell’offerta d’acquisto vincente. Va, inoltre, considerato che in sede di conferenza dei servizi la stessa Autorità portuale potrebbe richiedere la disponibilità di alcune aree: di conseguenza, l’assetto complessivo è ancora ben lungi dall’essere definitivo.

    Il dibattito è molto vivo all’interno della stessa maggioranza, tanto che al momento la delibera proposta dal Comune rischierebbe seriamente di non avere i voti sufficienti per l’approvazione. Forti i dubbi delle sinistre a cui si aggiungono quelli di alcuni consiglieri del Pd (Villa, Malatesta, Russo e Vassallo i nomi circolati finora) che non voterebbero l’attuale stesura della delibera. Ecco allora arrivare la proposta di modifica che, con tutta probabilità, ridurrà ulteriormente l’area alimentare a 1500 metri quadrati. A dire il vero, si sta facendo largo anche l’idea di eliminazione totale dei vincoli dalla delibera: una strada però alquanto rischiosa perché lascerebbe campo libero alla speculazione commerciale, rischiando di produrre risultati esattamente opposti alla volontà di ostacolare la realizzazione di una Fiumara bis.

    Chi sa se la Giunta accetterà queste modifiche? Come già raccontato, infatti, di mezzo c’è un accordo preliminare di vendita tra Comune e Spim che fissa proprio questi valori. Ma anche se il vicesindaco Bernini desse il via libera all’emendamento, sarà sufficiente a far cambiare idea alla maggioranza dubbiosa? Quella che ci aspetta sarà sicuramente una settimana di trattative serrate anche perché, come sostiene il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile, «non può esistere un’opzione zero che porti al fallimento di Fiera. Bisogna trovare un modo per non trasformare l’area in una Fiumara 2 e lasciarsi piuttosto ispirare dal Porto Antico. Andiamo verso il fiorire di emendamenti e credo che la strada sia rappresentata da una riduzione quantomeno della superficie da dedicare all’alimentare e da una esplicitazione più precisa delle funzioni che dovranno avere le altre aree».

    Il segretario del Pd mette sul piatto anche un’altra questione da non sottovalutare, ovvero la sostanziale morte naturale del progetto di Ponte Parodi (qui l’approfondimento) per cui sarebbero previsti almeno altri 20 mila metri quadrati a destinazione commerciale (in attesa del futuro dell’Hennebique): «Magari non direttamente nella delibera ma attraverso un ordine del giorno collegato – ha detto ieri Terrile – credo sia fondamentale una presa di posizione pubblica da parte dell’Amministrazione che introduca alla conclusione del percorso per Ponte Parodi e dica che l’area commerciale non sarà più prevista in quella sede ma nei terreni ex fiera».

    Di sicuro arriverà anche un emendamento, promosso soprattutto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lista Musso, che tenterà di vincolare la stipula dell’accordo di programma tra Comune, Regione e Autorità Portuale a un concorso di idee che suggerisca l’aspetto futuro dell’area anche dal punto di vista urbanistico-architettonico. Sul tema, tuttavia, il vicesindaco Bernini ha preannunciato che la risposta potrebbe essere negativa non tanto per il merito quanto per una questione di tempi: il Comune deve, infatti, chiudere la vendita delle aree entro due anni per non doversi accollare in toto il costo delle aree che ammonta a oltre 18 milioni di euro. Una situazione che, malauguratamente, potrebbe proporsi anche qualora il bando di gara andasse deserto, come spesso è accaduto nel recente passato per spazi di città molto ampi e difficili da gestire.

    Insomma, tanta carne al fuoco che cuocerà lentamente questa settimana prima di essere servita sul piatto martedì prossimo, probabilmente con un’altra gustosissima portata relativa alle linee di indirizzo per il nuovo piano industriale di Amiu.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Giornata particolarmente intensa quella trascorsa ieri nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dove i consiglieri comunali si sono confrontati su alcune delle questioni più calde in città, scaldando i motori in vista della prossima discussione sul bilancio. All’ordine del giorno sono, infatti, stati iscritti due articoli 55, discussioni aperte dalla giunta e seguite da un intervento per ciascun gruppo consiliare, sulla situazione di Scarpino e sullo sgombero del Lsoa Buridda e la successiva occupazione dell’ex scuola Garaventa.

    Dopo un antipasto colorito del leghista Edoardo Rixi che ha piazzato sotto i banchi della giunta due sacchi di spazzatura dicendo che non avrebbe saputo dove altro conferirli, la continua emergenza Scarpino è tornata a far discutere il Consiglio comunale. La discarica, come previsto dall’ordinanza della Provincia, nella notte è stata nuovamente chiusa nell’ansiosa attesa del responso dei tecnici della Protezione civile nazionale che, in giornata, dovrebbe dare il via libera alla riapertura ordinaria.

    Ma se ciò non dovesse accadere? Se questa malaugurata ipotesi dovesse verificarsi, l’assessore Garotta ha annunciato, per la prima volta senza alcuna ambiguità, che il sindaco sarebbe pronto a firmare l’ordinanza che consentirebbe di continuare a scaricare la “rumenta” a Scarpino. Certo, bisognerebbe fare anche molta attenzione alle motivazioni con cui gli esperti della protezione civile confermerebbero la chiusura «perché – come sostiene provocatoriamente Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e senza dubbio il più esperto della tematica tra i consiglieri (e, probabilmente, non solo) – a quel punto si ammetterebbe un serio rischio di incolumità per gli abitanti di Sestri per cui dovrebbe essere approntato un piano di evacuazione. Speriamo che queste preoccupazioni rimangano solo parole e, da un problema quale è, Scarpino non si trasformi in un incubo, come successo a Napoli».

    L’assessore comunale all’Ambiente sembra comunque ottimista: «Non abbiamo certo elementi per anticipare l’esito dei tecnici – ha detto Garotta – ma i dati topografici raccolti in questi ultimi giorni proprio su input della protezione civile nazionale confermano che non ci sono spostamenti di rifiuti all’interno della discarica».

    Ecco allora aprirsi l’orizzonte sul futuro, un futuro che i consiglieri avranno ampiamente modo di discutere nel corso di un’apposita seduta di commissione giovedì e di una seduta monotematica di Consiglio comunale, in calendario martedì prossimo. «Ma anche se Scarpino riaprisse – anticipa i tempi il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – che cosa succederà poi?».

    Una preoccupazione ripresa anche da Simone Farello: «Il problema di Scarpino – ha detto il capogruppo del Pd– non può essere risolto solo con un cambiamento del soggetto che emana la deroga (dalla Provincia al sindaco, ndr). La delibera sulle partecipate (qui l’approfondimento) prevedeva che Amiu presentasse un piano industriale dettagliato (qui le anticipazioni ad Era Superba del presidente Amiu Marco Castagna): mi sembra che dopo 7 mesi sia giunto il momento che questo piano arrivi». Farello mette anche sul piatto un altro tema non proprio da sottovalutare e che chiama in causa l’ormai prossima costituzione della Città Metropolitana (qui l’approfondimento): «Riterrei sciagurato – ha detto l’ex assessore alla Mobilità – che il Comune non si assumesse la responsabilità di affrontare anche i problemi di tutti gli altri Comuni limitrofi che ad oggi conferiscono a Scarpino». In altre parole: occhio perché con l’ordinanza potremmo risolvere in parte la nostra emergenza ma che cosa succede a chi tra qualche mese sarà un tutt’uno con noi?

    Aggiornamento ore 17.10, la Provincia conferma riapertura ordinaria di Scarpino

    “Dall’esame della documentazione – comunica il commissario della Provincia Piero Fossati in una nota stampa – sono emersi elementi confortanti sulla stabilità e su tutte le altre questioni tecniche del sito di Scarpino. Su questa base la Provincia entro le prossime 24-48 emanerà l’atto, sul quale sono già al lavoro i tecnici, per la revoca della sospensione
    dell’attività della discarica”.

    Questione Buridda

    >> Intervista a Bernini e la voce del Lsoa Buridda

    Lsoa BuriddaGrande attesa c’era anche per le conseguenze politiche dopo la mala gestione della situazione Buridda. Conseguenze che al momento non sembrano essere così immediate. In realtà, come ammesso dallo stesso Doria, l’assessore a Diritti e Legalità Elena Fiorini aveva rimesso il proprio mandato nelle mani del sindaco con una lettera in cui veniva comunque chiarito il lavoro svolto nel tentativo di risolvere la questione. Ma il primo cittadino le ha confermato piena fiducia: «Ho apprezzato la lettera dell’assessore – ha dichiarato in Sala Rossa il primo cittadino durante un lungo intervento in cui ha ripercorso tutte le tappe che hanno portato alla situazione odierna – e ho ritenuto di non ravvisare nel suo comportamento delle responsabilità specifiche e gravi tali da indurmi ad accettare le sue dimissioni». Crisi scongiurata, dunque. Almeno per il momento.

    Dopo i toni piuttosto accesi che nei giorni passati avevano lasciato presupporre l’ennesima spaccatura in seno alla maggioranza, con un batti e ribatti sui social network e sulle pagine dei quotidiani locali tra il Pd e la Lista Doria, si attendeva anche una sorta di resa dei conti riguardo la partecipazione delle consigliere Bartolini e Pederzolli alla manifestazione di sabato scorso poi sfociata nell’occupazione della Garaventa. Ma sull’argomento hanno fatto leva soprattutto gli interventi dell’opposizione, che hanno chiesto tra l’altro le dimissioni dei due membri di Lista Doria, mentre il capogruppo Pd, Simone Farello, stemperando in parte i toni accessi soprattutto dal segretario provinciale del suo partito, si è limitato a sottolineare come «le istituzioni debbano essere coese al loro interno. Siamo i primi ad avere grande rispetto per le piazze e le manifestazioni ma queste hanno un senso solo se conducono alla soluzioni dei problemi che vanno raggiunte dentro alle istituzioni democratiche».
    Lista Doria, dal canto suo, respinge gli attacchi degli ultimi giorni con le parole del capogruppo Enrico Pignone che sottolinea, ancora una volta, come la manifestazione non fosse contro il sindaco o la giunta: «Era doveroso essere presenti perché bisogna restare in ascolto di quei giovani. Mantenere un dialogo assieme all’Arci e alla Comunità di San Benedetto non è un atto rivoluzionario contro l’amministrazione». Da registrare anche come le due consigliere più giovani dell’emiciclo abbiano incassato la solidarietà del grillino Putti: «Mi scuso con chi ha partecipato alla manifestazione perché non ero con loro. Alle consigliere di Lista Doria non dico nulla perché sarei andato con loro».

    Di certo la questione Buridda non può essere liquidata in questa maniera ma è difficile intravedere una soluzione in tempi rapidi. La speranza, come sottolineato dai consiglieri di maggioranza che sono intervenuti nel dibattito, è che riparta quanto prima il dialogo e il confronto tra le parti e che possa essere decisamente più fruttuoso di quanto non sia stato finora. Ma le difficoltà a trovare un punto di incontro sono oggettive: da un lato, il collettivo del Buridda ha sempre recriminato sull’insufficienza degli spazi al primo piano del Mercato del pesce, concesso con un accordo risalente al dicembre 2011 con cui veniva anche istituita l’associazione cittadina degli spazi autogestiti con don Gallo come garante; dall’altro, l’Amministrazione sostiene di non avere in centro la disponibilità di spazi equivalenti a quelli precedentemente occupati dai ragazzi ma che sia per l’edificio di via Bertani (come ci aveva ben spiegato il vicesindaco Bernini) sia per l’ex scuola Garaventa (in cui è previsto il trasferimento di uffici e servizi pubblici attualmente in strutture per cui il Comune è costretto a versare un canone d’affitto) vi sono altri progetti.

    Ma nel frattempo che fine faranno tutte le attività del laboratorio? «Di tutte le attività che i ragazzi del Buridda in questi anni hanno offerto alla città – ha sottolineato nel suo intervento il capogruppo del M5S, Paolo Putti – qua dentro abbiamo parlato pochissimo. Abbiamo parlato, invece, di soldi da recuperare con la vendita di immobili o con lo spostamento di alcuni servizi: ma quanto valgono i laboratori organizzati tutti i giorni dal Buridda? Dobbiamo riconoscere i giovani e lasciargli spazi: non dobbiamo tarpargli le ali ma accompagnarli nella mediazione con la comunità che sta attorno a loro». Difficile dargli torto.

     

    Simone D’Ambrosio 

  • Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5«Apprendo in questo momento la notizia. Appena concluso il Consiglio mi riunirò per prendere le decisioni che consentano di proseguire la gestione dei rifiuti in una città di 600 mila abitanti nel rispetto delle norme ma in una situazione di assoluta emergenza». Questo il primo commento del Sindaco alla notizia della conferma da parte della Provincia della sospensione dell’autorizzazione al ricevimento dei rifiuti nella discarica di Scarpino.

    Una notizia diffusa con una nota stampa dalla Provincia intorno alle 17 e appresa dal Consiglio comunale grazie ad Era Superba. Una dinamica quantomeno singolare. Alcuni consiglieri leggono il comunicato dalla nostra postazione e in pochi minuti la novella si diffonde di banco in banco. Qualche difetto nella comunicazione fra gli enti?

    E pensare che pochi minuti prima l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, aveva cercato di rassicurare i consiglieri con una breve informativa sulla situazione di Scarpino in apertura di seduta.
    A dire il vero, l’intervento dell’assessore era servito soprattutto a ripercorrere le tappe che avevano portato fino alla situazione odierna (già ampiamente raccontate su Era Superba), senza entrare nel merito degli scenari futuri, successivi alla decisione della Provincia, se non per un generico auspicio per una via di uscita condivisa

    Duro il commento in aula del consigliere Lilli Lauro Pdl che invita il Sindaco a dimettersi.

    Qui l’approfondimento sulle motivazioni che hanno portato alla decisione della Provincia.

     

    “La decisione dei tecnici dell’ente è stata annunciata dal commissario Piero Fossati che ha detto “rispetto ai documenti e ai dati presentati i nostri tecnici hanno valutato che allo stato attuale non sia possibile prorogare il conferimento nella discarica”. L’eventuale prosecuzione temporanea dell’attività di Scarpino, solo per i rifiuti del capoluogo, potrebbe essere consentita esclusivamente da un’ordinanza specifica e urgente che il sindaco Marco Doria ha facoltà di adottare per motivi di salute pubblica.”, così si legge nel comunicato.

    “Per lo smaltimento di 180 tonnellate giornaliere di rifiuti dagli altri Comuni del territorio provinciale genovese, secondo quanto reso noto dal Dipartimento Ambiente della Regione Liguria, è disponibile l’impianto di Boscaccio a Vado Ligure, sulla base di un accordo di programma elaborato dalla Giunta regionale. Lo stesso Dipartimento ha informato intanto Provincia e Comune che nei prossimi  giorni arriveranno a Genova anche gli esperti dell’istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, che offriranno il loro supporto scientifico per valutare in collaborazione con i tecnici dei diversi enti le condizioni di stabilità della discarica”.

    Il sindaco Marco Doria dovrebbe ora firmare il documento che consentirà di non interrompere il conferimento dei rifiuti in discarica. Ma l’emergenza, ovviamente, rimane.

     

  • Forte Begato, il cammino verso la riqualificazione dei forti riparte da qui. Ma la strada è in salita

    Forte Begato, il cammino verso la riqualificazione dei forti riparte da qui. Ma la strada è in salita

    forte-begato11Un miracolo. O quantomeno mezzo. È quello che il Comune sta chiedendo ad Aster, Amiu Protezione civile e ai tanti volontari che in meno di un mese dovranno rendere accessibile al pubblico buona parte dell’area circostante Forte Begato. Già perché il progetto di riqualificazione dell’intero sistema fortificato genovese (qui l’approfondimento), con la richiesta di passaggio gratuito di proprietà dal Demanio a Tursi, sta proseguendo nel suo articolato corso. E sabato 28 giugno ci sarà il primo passo concreto, visibile alla cittadinanza.
    Il programma, ancora top-secret, dovrebbe essere svelato nelle prossime ore. Al momento è certo che, per la prima volta dopo il fallimento del restauro iniziato negli anni ’90 e che ha dilapidato oltre 10 milioni di euro, l’area sarà resa nuovamente accessibile a tutti i genovesi, con visite guidate, anche grazie a un potenziamento del servizio di pubblico organizzato per l’occasione (si parla di un piccolo autobus in partenza da Dinegro o Granarolo). E i cittadini potranno apportare anche il proprio contributo attraverso suggerimenti concreti per il riutilizzo futuro o ricordi e testimonianze dello splendore storico del passato: allo scopo verrà predisposto un sistema di raccolta digitale e analogico, di cui a breve il Comune renderà note le modalità.

    Forte Begato, verso l’evento del 28 giugno. Ecco come si presenta oggi la struttura

    Questa giornata al forte sarà resa possibile grazie a una concessione temporanea del bene da parte del Demanio per i prossimi quattro mesi. Quello del 28 giugno, dunque, potrebbe essere solo il primo di una serie di eventi estivi, tutti naturalmente a titolo gratuito come imposto dagli accordi stipulati con lo Stato. Intanto, anche solo per questa prima apertura sarà necessario un mezzo miracolo, dato lo stato di degrado e abbandono in cui è rimasto finora il forte, come abbiamo potuto vedere nel corso del sopralluogo di ieri assieme alle commissioni consiliari.
    Dei 40 mila metri quadrati lungo i quali si estende tutta l’area del Forte Begato (compresa una vastissima cisterna a volte sotterranea, ancora ricca d’acqua e navigabile), solo la metà sarà resa nuovamente disponibile in questo antipasto di quanto potremo vedere tra qualche anno: si tratta dei tre manufatti della zona più bassa, quella che guarda verso il mare, e di tutto il verde circostante ad esclusione dell’edificio principale che, forse, potrebbe riaprire i battenti solo nel piano più alto a uso esclusivo di fotografi e televisioni.
    In questi giorni partirà una massiccia opera di pulizia e messa in sicurezza: verrà tagliata l’erba, eliminati i vetri e i rifiuti prodotti dagli infiniti atti vandalici che hanno devastato gli interni di un bene già completamente recuperato. E se si riuscirà a trovare qualche spicciolo verranno anche messe in sicurezza le finestre danneggiate con l’inserimento di apposite coperture in policarbonato.

    «Partiamo da Forte Begato – spiega Roberto Tedeschi, direttore del Patrimonio di Tursi – perché è quello con la struttura più stabile, già recuperata e senza alcun problema neppure alle coperture. Il vandalismo, infatti, ha riguardato solo quella che possiamo definire “pellicola”, oltre agli interni e a tutti i fili di rame che erano già stati predisposti nei vari impianti. Ma il progetto di valorizzazione qui può partire in tempi brevi perché le mura sono salde e pronte».

    La riqualificazione dei forti di Genova

    forte-sperone2Per chi si fosse perso le puntate precedenti, l’intero ambiziosissimo progetto punta alla riqualificazione di tutta la cinta muraria genovese che risale ai primi anni del ‘600 (l’approfondimento da guidadigenova.it) e di tutte le fortificazioni in essa racchiuse, comprese torri e polveriere. Il punto di arrivo dovrebbe essere un presidio attivo e con attività specifiche per ciascun fortezza che dovrà essere assolutamente accessibile alla città. Impossibile capire quanto di questo immenso sogno diventerà realtà, se si considera che la cinta muraria si estende per 19,3 chilometri (ridotti a 16 se si escludono le parti sul mare) e una ventina di strutture principali. Sarà, dunque, necessario andare avanti per gradi senza però dimenticare la valorizzazione complessiva del sistema anche perché lo Stato, una volta concessi i beni, vigilerà sulla progressiva attuazione del progetto culturale e sulla rinnovata valenza che i forti dovranno avere non solo come riappropriazione della città di una parte fondamentale della sua storia ma soprattutto come luogo pubblico fruibile, accessibile e ben mantenuto.

    Il polo ricettivo di Forte Begato

    In questa prima fase, il Comune ha chiesto la consegna di tutte quelle fortificazioni che insistono sulla cinta muraria (Belvedere, Crocetta, Tenaglie, Castellaccio, Begato e Sperone) con l’aggiunta del forte Puin perché sono quelli che più facilmente potrebbero essere raggiungibili con i mezzi pubblici (Puin escluso).
    Adesso è giunto il momento di passare dallo studio tecnico, quasi ultimato anche grazie alla collaborazione totalmente gratuita di molti professionisti esperti e appassionati del settore, alla fase divulgativa. Ecco, dunque, che il 28 giugno i genovesi potranno scoprire che cosa succederà al Forte Begato: il disegno di riqualificazione è quasi arrivato in fondo alla sua redazione e potrà essere presentato ai ministeri competenti nel giro di pochi mesi, quasi sicuramente entro la fine del 2014.

    Il progetto prevede una parte ricettiva (albergo), quella che ancora manifesta le maggiori difficoltà nella fase organizzativa, nella struttura principale ad eccezione del piano terreno che sarà, invece, destinato a una dozzina di attività commerciali, artigianali e artistiche rientranti in un contenitore selezionato e prettamente orientato ai giovani lavoratori. «Gli spazi – spiega Tedeschi ai consiglieri di Tursi – sarebbero messi a disposizione a fronte di un canone molto agevolato per i primi 5 anni in cambio dei lavori di ristrutturazione e del presidio costante e qualificato di cui i privati si farebbero carico. È possibile pensare al recupero di mestieri storici come antiche legatorie, al riciclo e riuso di materiale di scarto e magari a spazi per startup di neolaureati». Nell’immobile principale troverebbe spazio anche un museo virtuale sulla storia degli assedi alla cinta muraria e al territorio circostante, che resterebbe di competenza pubblica in un’area di circa 250 mq e che potrebbe diventare punto di riferimento per un progetto più grande. Con l’acquisizione dei forti, infatti, Genova non solo si riappropria della sua storia ma consente anche di dar vita a un più ampio progetto europeo che unisce la cinta fortificata della Francia marittima, con quella piemontese per tornare poi alla Francia alpina.
    Nelle strutture che si aprono negli ampi spazi ai piedi del forte, infine, dovrebbero insediarsi attività ristorative (bar, trattoria) che potrebbero anche essere cronologicamente le prime a partire.

    La seconda tappa: Forte Sperone

    forte-sperone-interno-verticaleRecuperato Begato, si passerà al Forte Sperone. Per quanto riguarda il baluardo della Superba la situazione è più complicata perché è necessaria una serie di interventi di messa in sicurezza strutturale del bene. «Si tratta dell’arco che costituisce il passaggio tra la fortificazione e la parte Nord – spiega Tedeschi – che ha anche bloccato le storiche concessioni per le manifestazioni teatrali o per i rave dei più giovani». Proprio per questo motivo, una prima fase di intervento dovrebbe essere dedicata alla costituzione di un percorso ben delimitato che crei delle barriere di sicurezza attorno al ponte ma consenta di accedere ad altri spazi. Lo Sperone, infatti, dovrebbe diventare una sorta di punto di riferimento per gli amanti delle escursioni, a piedi, in bici o cavallo. «Nelle zone più basse – prosegue il direttore del Demanio – verranno ospitate le stalle, le rimesse per le biciclette, un punto di informazione per gli escursionisti, i servizi igienici e un bar. Più all’interno del forte, invece, saranno predisposte due sale per eventi e catering, oltre naturalmente alla possibilità di sfruttare il grande prato da cui si può prendere il sole dominando tutta la città». E sempre a proposito di bici, per venire incontro a chi non ha proprio un fisico da scalatore, il sistema che si insedierà dovrà prevedere la possibilità di riconsegnare i mezzi a valle. Come poi tornare alle auto lasciate al Peralto è questione ancora tutta da vedere, dato che il mezzo pubblico più comodo è la funicolare che si ferma però al Castellaccio.

    Fra sogno e realtà: 2 mln solo per il Begato, i consiglieri mettono i piedi per terra

    forte-begato2Fin qui i sogni e le parole dolci. Ma è necessario anche guardare al concreto, ovvero alle evidenti difficoltà che si pongono di fronte a un progetto tanto nobile quanto, con tutta probabilità, eccessivamente ambizioso e dai tempi assolutamente imprevedibili. Basti pensare che per la sola pulizia e messa in sicurezza dell’intero sistema di Forte Begato (cura del verde, risistemazione di tutti i fili vandalizzata, imbiancatura degli spazi interni, ricopertura di una trentina di vetri spaccati tra le opere necessarie più evidenti), al di là di una prima rinfrescata per il 28 giugno, sono necessari almeno 2 milioni di euro, secondo le stime probabilmente molto al ribasso del dottor Tedeschi.

    Poi si tratterà di trovare un gruppo di privati disposti a investire vere e proprie badilate di euro per ristrutturare i locali secondo le proprie necessità, in un progetto che, data la collocazione, rischia di essere eccessivamente vincolato alla bella stagione (chi è che a dicembre, con vento e pioggia, andrà a cenare sulle alture della città o pernotterà in una struttura lontana dal centro e resa attualmente ancora più distante da una sostanziale impossibilità di essere raggiunta con i mezzi pubblici?). Senza considerare i costi che gli investitori si dovranno accollare per la manutenzione di tutta l’area e gli ovvi canoni che dovranno corrispondere al Comune (vi ricordate cosa raccontavamo qualche settimana fa circa gli impianti sportivi?). «E nel frattempo – chiede provocatoriamente il capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino – che ne sarà dell’area del forte dopo la pulizia per questi primi quattro mesi di concessione? Lasceremo di nuovo tutto all’incuria e al degrado? Forse si potrebbe pensare a come assegnare gli spazi ad attività per uso temporaneo».

    Il Movimento 5 Stelle, invece, riflette sui danni del passato: «Quanto avremmo risparmiato dei 2 milioni di euro che ora servono per ripristinare forte Begato se in questi anni, invece di abbandonare il forte, avessimo pensato a un sistema di sorveglianza?» si chiede retoricamente il capogruppo Paolo Putti.

    «Avevo anche trovato chi si sarebbe fatto carico di un investimento di 1,5 milioni – rincara la dose Stefano Anzalone, ex Idv e già assessore allo Sport della Giunta Vincenzi – ma il progetto di una pista di kart fu bocciato. Ora l’unica strada per trovare i privati sarebbe quella di una concessione gratuita per 40 anni a fronte dei lavori di recupero del bene e di una clausola sociale che garantisca un minimo di giornate all’anno per l’utilizzo pubblico degli spazi. Altrimenti nessuno verrebbe a investire qui».

    Il più negativo sembra essere Alfonso Gioia: «Stanno brancolando nel buio – dice il capogruppo dell’Udc in Consiglio comunale – siamo di fronte a un enorme patrimonio ma il progetto che ci stanno proponendo sembra ancora molto superficiale. Certo, il proposito del Comune sarebbe anche buono ma credo ci siano altre priorità di fronte al bilancio che andremo a discutere, di una città che ha il quarto indebitamento d’Italia: invece di parlare dei 2 milioni per forte Begato, che ne ha già sprecati molti di più nel passato a fronte di una struttura che non ha neppure un sistema fognario completo né un allaccio al gas, si potrebbe pensare di destinare quella cifra ad altri settori in emergenza come il sociale».

    Sulle difficoltà economiche si sofferma anche Antonio Bruno, Fds: «Senza un intervento diretto da parte dello Stato non riesco a capire come il progetto possa andare avanti con le proprie gambe». Il consigliere di maggioranza vede però di buon occhio l’iniziativa di sabato 28 giugno: «Mi sembra un’ottima occasione per informare l’opinione pubblica dell’esistenza di un luogo e di un progetto molto importanti per la nostra città».

     

    Simone D’Ambrosio
    [foto dell’autore]

  • Smile campus: campi estivi all’insegna del turismo sostenibile a cura di Legambiente

    Smile campus: campi estivi all’insegna del turismo sostenibile a cura di Legambiente

    boscoPer l’estate 2014 Legambiente Liguria onlus propone tre smile campus gratuiti per volontari tra i 14 e i 30 anni a Tovo San Giacomo, in provincia di Savona.

    Il progetto Smile Strategies for MarIne Litter and Environmental prevention of sea pollution in costal areas, è un progetto realizzato con il contributo dello strumento finanziario Life della Comunità Europea che mira alla riduzione dei rifiuti marini nelle aree costiere.

    Si propone di migliorare la gestione dei rifiuti fra entroterra e fascia costiera, grazie a strumenti pratici ed economicamente sostenibili di prevenzione e di contrasto all’inquinamento marino intervenendo direttamente alla fonte della produzione dei rifiuti, lavorando su tutto il territorio, per sensibilizzare sia chi vive affacciato sul mare, sia chi abita nell’entroterra. L’area pilota è il bacino del torrente Maremola che comprende i comuni di Magliolo, Pietra Ligure, Giustenice e Tovo San Giacomo.

    Per i ragazzi la possibilità di vivere un’esperienza unica, che lega divertimento e formazione, all’insegna del turismo sostenibile nel rispetto dell’ambiente, scoprendo e mettendo in pratica abitudini ecologiche.

    Il primo turno riguarda i  ragazzi dai 14 ai 19 anni ed è in programma dal 16 al 25 luglio, il secondo è per  ragazzi dai 18 ai 30 anni dal 28 giugno al 7 luglio, il terzo per ragazzi dai 18 ai 30 anni  dal 7 al 16 luglio.

    La partecipazione ai campi è gratuita (a parte le spese di viaggio, che sono a carico dei partecipanti) e al termine del campus verrà consegnato un attestato di partecipazione a ciascun volontario.

    Nel primo periodo di soggiorno i volontari verranno formati da personale qualificato dei partner di progetto, in preparazione alle attività di monitoraggio e di cattura dei rifiuti, e per la divulgazione del progetto tramite la gestione dello Smile Info Poit negli stabilimenti balneari di Pietra Ligure (Sv). Saranno inoltre effettuati interventi di riqualificazione ambientale in accordo con le amministrazioni locali.
    Durante la giornata i volontari avranno a disposizione tempo libero da dedicare allo svago e all’attività turistica, organizzata a seconda della fascia d’età.
    L’alloggio sarà allestito all’interno della tensostruttura che ospita la palestra del Comune, appositamente attrezzata, in grado di garantire ospitalità a un gruppo di venti ragazzi.

    Per info e iscrizioni entro il 30 maggio: Elisa Mina, responsabile Scuola e Formazione Legambiente Liguria onlus, mina.e@legambienteliguria.org, 010319168 – 3202481395

  • In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

    In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

    unlearning-ciumara-ranni-2
    Ciao! Siamo Lucio Anna e Gaia e siamo partiti da Genova il 5 Aprile 2014 per un viaggio di sei mesi. Il nostro progetto si chiama Unlearning. Siamo ospiti di famiglie, ecovillaggi e comunità che si stanno muovendo verso una vita più a misura d’uomo. Per viaggiare usiamo il baratto: barattiamo il nostro tempo, la nostra casa e le nostre competenze.
    Tutto questo diventerà un documentario: “Unlearning dedicato alle famiglie che vogliono cambiare il mondo”!

    Primo problema di un viaggio fatto con il baratto: dimenticarsi il pin del proprio bancomat. Siamo fermi davanti alla banca di Alberobello; io e Anna ci guardiamo dubbiosi. Gaia si scoccia, vuole tornare ai trulli. E voi mi direte: cosa ci fate con una carta bancomat se viaggiate con il baratto? Mentre siamo in giro da quasi due mesi cercando di non usare il denaro, la nostra casa richiede attenzione: i messaggi in segreteria dell’amministratore di condominio ci rincorrono con la rata del tetto.

    Ogni volta che la nostra vecchia vita bussa alla porta l’effetto è parecchio strano. Tappa dopo tappa la routine genovese è sempre più lontana, nuove idee si combinano, si mischiano, scacciando il pensiero del pin nell’angolo più nascosto del mio cervello. Quando abbiamo preparato il nostro itinerario di viaggio, abbiamo scelto di essere ospiti di famiglie diverse dalla nostra classica famiglia di città. Famiglie che hanno smesso di delegare il cibo al supermercato, l’istruzione alla scuola, il vicinato al condominio.

    Dallo sportello di Alberobello con il bancomat in mano, scrivo questo articolo e penso alla nostra prima tappa, Ciumara Ranni (in siciliano significa “fiumara grande”), un ecovillaggio nato in un’umida valle sopra Siracusa, un posto magico che si prepara ad  un’indipendenza energetica totale. I pannelli solari regalano l’energia necessaria per le poche lampadine e i cellulari, nel fiume scorre acqua potabile e l’orto sinergico è pieno di verdura da cucinare o da scambiare con gli agricoltori vicino. Niente carne, latte o latticini: a Fiumara Grande l’alimentazione è strettamente vegana e anche il glutine non è visto così bene.

    Adattarsi all’alimentazione in queste prime settimane non è stato così traumatico. Io, onnivoro amante della testa di maiale cotta al forno, lo temevo parecchio ma ai primi giorni di perplessità  si è sostituito un benessere profondo. Gaia fa qualche faccia insofferente alle continue zuppe e insalate, salta qualche piatto ma come tutti i bimbi si adatta all’ambiente con pochi sforzi. Ogni sera si addormenta sazia davanti al fuoco.
    Anna invece ha iniziato questo viaggio con la convinzione che “il cambiamento inizia dall’alimentazione”. La guardo. Mi sorride. Vedo nei suoi occhi la conferma della sua idea. Più o meno recita così… “Il sistema delle multinazionali alimentari impiega una quantità di energia dieci volte superiore a quella che riproduce sotto forma di cibo, e getta via il 50% del cibo prodotto, contribuendo così al problema strutturale della fame e alla diffusione di malattie come l’obesità e il diabete. Attinge e inquina al 70% dell’acqua del pianeta. Ha distrutto il 75% della biodiversità in campo agricolo e contribuisce per il 40% all’emissione del gas serra. Di contro l’agricoltura attenta alla Terra produce il doppio di quanto consuma, i suoi frutti sono sani e nutrienti; salvaguardia la biodiversità, il suolo, l’acqua. Protegge la terra, gli agricoltori, la salute pubblica”.

    Prima di partire ero convinto che la buona alimentazione fosse comunque riservata ai più fortunati dal punto di vista economico, quelli che possono permettersi di comprare arance bio a 5 euro al chilo, che fanno riunione al Gas di quartiere e sovraccaricano Facebook di citazioni dalla facile presa (tipo quello che ho appena fatto qua sopra, tanto per capirci).

    Da Ciumara Ranni la prospettiva è diversa. Ci si spacca la schiena. Là il cambiamento è solo questione di coraggio. A Ciumara Ranni l’età media è di 35 anni, e fra ex-correttori di bozze e passati psicologi, si ritorna a zero e un po’ si impara dalla pratica, un po’ dai libri, e quando c’è connessione si scaricano i video di permacultura da internet. I contadini del luogo si sono fermati a mangiare con noi, ci hanno insegnato gli innesti e regalato chili di arance che nessuno raccoglie più (i contadini non sono vegani, loro si fanno una risata… a 80 anni suonati salgono sulla panda e vanno a cucinare l’istrice appena catturata vicino alla cascata).

    Chini sui campi, abbiamo tolto le infestanti dal campo di ceci. E mentre il nostro corpo si adattava al lavoro fisico, Gaia imparava ad allontanarsi da noi, passando la giornata ad attraversare il fiume o a costruire improbabili armi con quello che trovava in giro. Anche noi stiamo imparando a fidarci, e a smettere di chiamarla ogni volta che ci scompare dalla vista.

    Oltre all’insalata e all’odore della legna, a infondere benessere a Ciumara Ranni è anche il coraggio di Roberto, Francesca e Mirco che stanno investendo in questo progetto la loro vita. Ci ha stupito apprendere che il cambiamento può anche arrivare senza un forte investimento economico, ma non senza caparbietà, coraggio e fermezza delle idee. La casa che li ospita è in comodato d’uso gratuito e, in cambio delle migliorie apportate alla struttura, la comunità avrà in cambio della terra.Terra in cui si sta progettando il vero ecovillaggio in terra cruda, in auto costruzione e con un investimento economico bassissimo.

    A proposito di soldi. Sono sempre qui davanti alla banca di Alberobello. Rificco il bancomat nel portafoglio e guardo Gaia. Sul marciapiede della banca si annoia parecchio. Cerco di distrarla. Le chiedo dove vorrebbe essere. Mi dice da Micòl.

    unlearning-gaia-micol-bimbiMicòl è una mamma fantastica che fa scuola famigliare ai suoi bimbi, siamo stati suoi ospiti. «La scuola pubblica è stata istituita per dare a tutti l’opportunità di apprendere, ma adesso si è cambiato il paradigma e sembra che “eserciti il controllo”», mi raccontava mentre impacchettava la sua cioccolata. «Quando nasci sai che il tuo posto è il mondo. Poi cresci, vai a scuola e ti dicono. Siediti. Quello è il tuo posto. E da lì comincia il tuo cammino nella “cività”».

    E se io come genitore volessi dedicarmi all’istruzione dei miei figli? Lo so cosa pensate. Bambini che non parlano con nessuno, che non vedono nessuno, con problemi di socializzazione. Prima di conoscere i figli di Micòl, vi confesso, lo pensavo anche io. Ma la loro vita è così diversa dalla nostra vecchia routine genovese che ci ho messo un po’ a capirli:  in viaggio per l’Italia con il furgone, la loro scuola è il viaggio e ogni pretesto è buono per far partire una lezione.  Da un po’ di farina, acqua e lievito Micòl tirava fuori una lezione di alimentazione, di matematica (quanto lievito ogni 100 grammi di farina? E se la farina raddoppia?) e di chimica (cosa succede alle molecole quando l’acqua bolle?). Micòl spiegava, Gaia e i suoi bimbi ascoltavano mentre facevano vermi di pasta.

    unlearning-casa-micolNoi grandi ce ne stavamo cullati in quel piacevole Caos. Micòl non è sempre in viaggio e quando è a casa ospita viaggiatori. Come ha fatto con noi, lei ha sempre qualcuno in casa che la aiuta con le sue attività. Noi l’abbiamo scoperta su www.workaway.info. Sul suo profilo scrive così: “We like to travel and we love to share with other people our experiences. We love to host the world in our family also because we are an home schooling family so we are grateful that our kids can learn from life and not from the books”. Certo che l’energia che Micòl ci mette è incalcolabile. E avere estranei per la casa a cui spiegare sempre tutto da capo non è certo cosa facile. Come conciliare tutto questo con la propria vita? Ne abbiamo parlato un sacco mentre Gaia, Cosimo e Arturo giocavano, leggevano o preparavano la propria pasta al pomodoro.

     

    E come dimenticare, infine, i bimbi di Toti e Tiziana? Abbiamo lasciato casa di Micòl e ci siamo diretti verso l’Etna, alle case di paglia “Felce Rossa”. Abbiamo girato il compost, pulito la strada dalle pietre e le vigne dalle erbacce in cambio di vitto e alloggio. Non ce lo siamo inventato noi: si chiama wwoffing. Qui abbiamo capito come costruire un muro con le balle di paglia e siamo rimasti stupiti dal calore, fisico e umano, di quella casa. Orto sinergico, teatro di paglia, corsi di permacultura: anche qui tutto in direzione del cambiamento. Anche Toti e Tiziana hanno investito tutto nel loro progetto, trasformando la casa di paglia “Felce Rossa” nel loro stile di vita.

    «Come fate a spostarvi senza macchina?» ci chiedeva Toti curioso, durante una delle cene che condividevamo ogni sera. Questa “cosa del viaggio con il baratto” gli è piaciuta. «Usiamo i passaggi di BlaBlaCar. È un sito dove ogni utente segnala il suo viaggio in auto, e quanti posti liberi ha. Per esempio oggi abbiamo trovato Sergio che veniva da Ispica a Catania. Grazie al suo annuncio noi abbiamo saputo del suo viaggio, lo abbiamo contattato e la sua macchina, invece che viaggiare con un solo passeggero, era piena. Abbiamo fatto amicizia, condiviso la stessa storia e barattato il viaggio». Tiziana ci guardava perplessa. Le ho fatto vedere il video che abbiamo fatto per spiegare il nostro viaggio su internet e mentre il video passava sul monitor del mio computer pensavo a Genova, a tutte le macchine monopasseggero incolonnate davanti alla nostra Fiumara.

    Illuminazione, la targa di una macchina ad Alberobello: BF 667 CT.

    Eccolo. Caspita, eccolo il codice del mio bancomat. 667 531.Torno alla realtà. Chiamo Anna, riprendo la mia carta di credito e mi rificco in fila. 667 531. Ora che l’ho scritto su Era Superba se me lo dimentico vengo a cercarlo qui. Sì perché il nostro viaggio è ancora bello lungo. Ora non ho più tempo di raccontare, ma siamo stati in couchsurfing nelle grotte, con Timerepublik abbiamo barattato una consulenza grafica con un altro passaggio, siamo stati ospiti di una barter e di una pittrice calabrese e ora siamo nei trulli da Sergio. Lui salva gli oggetti dai rifiuti, li toglie dal tritacarne del consumo e il trasforma in arte.

    Vi racconteremo tutto nel prossimo articolo. Ora è il mio turno in banca. 667531. Mille euro di bonifico. Alla faccia del baratto.

    Lucio, Anna e Gaia

  • Imu, Tasi e Tari: l’Imposta Unica Comunale: che cosa paghiamo? Ecco una breve guida

    Imu, Tasi e Tari: l’Imposta Unica Comunale: che cosa paghiamo? Ecco una breve guida

    tassazioneLo sprint della giunta per arrivare in tempo utile all’approvazione delle aliquote per il pagamento di Tasi e Imu è giunto a buon fine. La delibera che porterà i cittadini a versare l’acconto entro il prossimo 16 giugno è stata approvata ieri pomeriggio a stretta maggioranza (21 voti favorevoli). Niente da fare, dunque, per chi sperava di poter sfruttare la proroga fino a settembre concessa dal governo ai Comuni che non avessero fissato le tariffe entro il 23 maggio.

    Un passaggio fondamentale per l’avvicinamento alla discussione sul bilancio preventivo 2014, anche se manca all’appello ancora la definizione dalla tassa sulla spazzatura. Ecco il perché di tutta questa fretta che i consiglieri di opposizione hanno provato a contrastare senza grande successo. L’unico emendamento approvato, infatti, è stato proposto dal Partito democratico che si è fatto portavoce delle istanze sindacali che hanno richiesto a gran voce l’istituzione di un fondo di solidarietà per aiutare le famiglie più gravemente colpite dalla crisi: il fondo ci sarà a fine anno, al momento del saldo della Tasi, ma si tratta di capire come verrà approntato.

    Senza entrare nel dettaglio di cifre che seppure note da qualche giorno non saranno mai definitivamente chiare ai contribuenti – che non riceveranno un bollettino a casa ma dovranno affidarsi alle proprie conoscenze, ai calcoli che saranno fatti automaticamente dal sistema già messo a punto sul sito del Comune in occasione della mini-Imu dello scorso anno, o più probabilmente a Caf e commercialisti – abbiamo deciso di far luce sull’universo di queste sigle onerose per capire meglio che cosa e perché andremo a pagare entro la metà del prossimo mese.

    Che cos’è l’Imposta Unica Comunale (Iuc)

    La Iuc, acronimo di Imposta unica comunale, istituita dal governo Letta, punta alla tassazione sul possesso degli immobili e sull’erogazione e fruizione di servizi comunali.

    L’imposta si articola in 3 diverse componenti. La tanto “cara” IMU, introdotta dal governo Monti, di natura patrimoniale e al cui pagamento quest’anno dovranno sottostare tutti i possessori di abitazioni principali di lusso (categorie catastali A1, A8 e A9) e tutti i possessori di immobili non considerati abitazione principale. Il secondo tassello è la TASI, tributo per i servizi cosiddetti indivisibili al cui pagamento sono tenuti sia i possessori che gli utilizzatori degli immobili. Infine, la TARI che sostituisce la vecchia TARES e va a coprire interamente i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti sul territorio cittadino, il cui importo è ancora in via di definizione.

    Se per chi è soggetto al pagamento dell’IMU il quadro è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2013 (aliquota base per la prima casa al 5,8 per mille, per le altre abitazioni 10,6), con una detrazione di 200 euro per le abitazioni principali ma nessuna detrazione per i figli a carico, la situazione si fa più complicata per chi, invece, dovrà pagare la TASI.  Si tratta di un tributo patrimoniale riferito a servizi indivisibili, offerti dall’Amministrazione e fruiti dai cittadini, che viene calcolato sulla base del possesso o della detenzione di immobili, compresa la prima casa. Il Comune di Genova per il 2014 ha deciso di applicare l’aliquota massima a cui si va ad aggiungere una maggiorazione prevista dal governo per i Comuni che introdurranno detrazioni di imposta relativamente alle abitazioni principali. Ecco, dunque, arrivare quel magico numerino di 3,3 per mille su una base imponibile identica a quella della vecchia Imu.

    A proposito di vecchia Imu, nel determinare le nuove aliquote Tasi il Comune ha dovuto rispettare il vincolo per cui l’attuale imposizione per ogni immobile non deve essere superiore all’aliquota massima consentita dalla legge per l’Imu alla fine della scorso anno (cioè 6 per mille per l’abitazione principale e 10,6 per mille per gli altri immobili). Inoltre, è stato previsto un sistema di detrazioni per azzerare l’imposta a chi non avrebbe pagato l’Imu con l’aliquota vigente del 5,8 per mille, per abbattere l’importo di chi con la Tasi si sarebbe trovato a pagare una cifra più alta rispetto al pagamento dell’Imu (immobili con rendita fino a 600 euro) e per ridurre la pressione fiscale alle famiglie numerose che abitano in case con elevata rendita catastale e che pagheranno meno di Tasi rispetto a quanto avrebbero pagato di Imu. Tenuto conto che a rendita crescente dell’immobile corrisponde un reddito maggiore per il proprietario e che il maggior numero delle famiglie genovesi con figli a carico possiede case con rendite catastali inferiore ai 900, Tursi ha introdotto due tipologie di detrazione: una decrescente all’aumentare della rendita catastale (114 euro per rendite catastali fino a 500 euro, 80 euro per rendite da 500 a 700 euro, 50 euro per rendite da 700 a 900 euro e per quelle oltre i 900 euro solo per famiglie con Isee inferiore ai 15 mila euro), l’altra per i figli fiscalmente a carico sotto i 26 anni (25 euro fino a 500 euro di rendita catastale, 20 euro per le rendite da 500 a 700 euro, 15 euro per le rendite da 700 a 900 euro o superiori solo per le famiglie con Isee non superiore ai 15 mila euro).

    A dire il vero, c’è una novità anche per l’IMU. La legge di stabilità, infatti, ha introdotto la possibilità di assimilare all’abitazione principale l’unità immobiliare concessa in comodato d’uso gratuito a parenti di primo grado che la utilizzino come abitazione principale. Il Comune di Genova si è avvalso di questa facoltà per tutti i comodatari con reddito isee superiore ai 15 mila euro: se chi concede l’immobile non possiede altre abitazioni, è prevista un aliquota IMU del 9,6 per mille; se chi concede l’immobile ne possiede altri, l’aliquota sale al 10,6 mille. In entrambi i casi non è dovuto il pagamento della TASI che, invece, è previsto per i comodatari con reddito inferiore ai 15 mila euro che, al contrario, non pagheranno IMU.

    Insomma, secondo le proiezioni del Comune, i genovesi si troveranno generalmente a dover versare un’imposta inferiore rispetto a quella pagata nel 2012: l’anno scorso, invece, con il balletto no-Imu, mini-Imu non può essere preso in considerazione come valido termine di paragone. Anche le casse di Tursi, però, avranno meno linfa: che cosa comporterà tutto ciò per il bilancio lo scopriremo nelle prossime settimane.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    ScuolaAvete mai fatto un giro all’interno delle scuole della città? Probabilmente, se avete più di 18 anni, e se non avete figli in età da scuole dell’obbligo, la risposta è no. Anche perché, direte voi, di anni sui banchi di scuola ne avete trascorsi anche troppi, e che senso avrebbe tornare lì dentro? Tanto non cambia mai niente; tanto si sa che la scuola è a pezzi e non può che peggiorare. Noi già qualche tempo fa, in una nostra inchiesta, vi avevamo dimostrato che le cose non stanno sempre così, e che le scuole di Genova cercano di adattarsi alle nuove esigenze e stare al passo con i tempi. Ora, grazie a #EraOnTheRoad siamo entrati all’interno della scuola media statale dell’ Istituto comprensivo San Fruttuoso e abbiamo parlato con la dirigente scolastica, la Dott.ssa Isabella Benzoni, che ci ha illustrato le novità introdotte all’interno della scuola a partire da settembre 2012, data del suo insediamento nel complesso.

    Arrivati nell’istituto di Via Berghini 1 (scuola media a indirizzo musicale, dieci classi e circa 230 alunni), incontriamo la dott.ssa Benzoni, che arriva subito al dunque: «Assumersi responsabilità, cooperare, riflettere sulle dinamiche di gruppo, socializzare, prendersi cura dei più piccoli, esplorare i propri limiti, mentre noi adulti li accompagniamo nel loro percorso verso il superamento dei limiti stessi: questo quello che vogliamo fare in questa scuola. Da settembre di due anni fa, da quando sono diventata preside qui, abbiamo dato avvio a una serie di progetti nuovi e non comuni. L’idea è nata da una programma già avviato e promosso da Carige, che si chiamava “I giovani migliorano la scuola”, per incentivare il percorso di cittadinanza attiva e cooperazione. Spesso, come sappiamo, nella scuola questo aspetto non è curato come si dovrebbe, e si riduce al poco, pochissimo tempo dedicato alla materia di educazione civica. Qui, invece, abbiamo dato avvio a una serie di progetti, tra cui il progetto accoglienza, che permette ai ragazzi di conoscersi all’inizio del primo anno di scuola media, seguendo un percorso partecipativo volto alla creazione del gruppo classe, per il miglioramento dell’apprendimento. Inoltre, un ciclo di assemblee mensili tra i ragazzi, gestite da rappresentanti di classe eletti dai compagni stessi, in cui i ragazzi sono chiamati a svolgere compiti specifici, con responsabilità crescenti dalla classe prima alla terza secondo il principio della peer education. E poi, i laboratori Matefitness, lo sport, ecc., tutto al fine di migliorare l’apprendimento attraverso la coesione interna al gruppo, che spesso viene trascurata a questo livello di istruzione: non si tiene conto di quanto questa sia un’età difficile, un periodo di passaggio in cui gli alunni sono sì abbastanza grandi, ma ancora troppo piccoli e in un momento troppo delicato per essere lasciati a loro stessi».

    I giovani migliorano la scuola: il progetto

    Assumersi responsabilità e, in questo modo, crescere: il progetto prevede l’istituzione di rappresentanti di classe (pratica di solito comune nelle scuole superiori) già nelle scuole medie, per il coordinamento di assemblee mensili, in cui vengono discusse proposte per il miglioramento della vita nella scuola e lo svolgimento di ‘compiti di realtà’. I rappresentanti, dopo ogni assemblea, si incontrano con docenti e dirigente scolastico per condividere le proposte emerse in classe e cercare una strategia di realizzazione.

    Racconta la direttrice: «Il ruolo dei rappresentanti di classe è di responsabilità: anche se c’è sempre la supervisione di un docente, i ragazzi sono gli attori del processo decisionale e gestionale. L’obiettivo delle assemblee è fare proposte per il miglioramento della scuola: ad esempio, l’anno scorso grazie all’idea dei ragazzi e alla disponibilità anche dei loro genitori (con finanziamenti del Comune di Genova), abbiamo ridipinto la scuola e realizzato murales al piano terra. I ragazzi devono affrontare ogni anno tre compiti di realtà nel corso delle assemblee, ovvero situazioni concrete, con caratteristiche e condizioni particolari, che devono gestire insieme, prendendo decisioni e cooperando verso una soluzione. I compiti variano per ogni classe: le prime e le seconde hanno organizzato il mercatino di Natale; le terze l’Open Day per l’orientamento aperto alle classi delle elementari, con laboratori di arte, danza, inglese, per dare assaggi delle attività svolte qui durante l’anno. I ragazzi, in questi contesti, curano tutti gli aspetti e prendono decisioni, assumendosi le responsabilità delle scelte. Alla fine, si rendono conto di essere in grado di fare molte più cose di quel che pensavano: esplorano le loro capacità, mettono in discussione i loro limiti. Inoltre, queste situazioni permettono anche ai docenti di esplorare le dinamiche del gruppo classe e di tenere a bada eventuali conflitti e prevaricazioni di un gruppo sull’altro».

    Inoltre, in ogni classe vengono nominati anche “incaricati“, ovvero, come spiega la direttrice: «soggetti di due tipi: i primi sono figure a rotazione, per la gestione dei ruoli all’interno della classe, come contattare i compagni assenti per dargli i compiti, ecc.; gli altri sono annuali, e si occupano di gestire temi importanti, partecipando a incontri con esterni, secondo il metodo della peer education».

    Questi ultimi, in particolare, sono persone preposte allo svolgimento di compiti stabiliti: ad esempio, vi sarà chi sarà incaricato di gestire la sicurezza in classe, oppure chi si occuperà della raccolta differenziata, e così via. Questi soggetti dovranno sottoporsi periodicamente a incontri e seminari con esperti, e poi dovranno informare e rendere edotti i compagni, trasmettendo loro le nozioni apprese, secondo un metodo piramidale. Come detto, il principio alla base è quello della peer education, per cui i ragazzi incaricati svolgono  il ruolo di guida per i compagni di classe, per la condivisione di conoscenze attinenti all’incarico. Il metodo, sperimentato ormai frequentemente e accreditato come efficace, fa in modo che gli incaricati, dovendo spiegare poi ai compagni, siano più stimolati ad apprendere e memorizzare nozioni, con una padronanza più profonda data dalla responsabilità dell’incarico. Dall’altra parte, i compagni di classe cui la spiegazione è rivolta sono più aperti e predisposti a fare domande e continuare la discussione.

    A questo proposito, sono andati a costituirsi due gruppi principali per ogni classe (cui di volta in volta, a seconda delle necessità, se ne possono aggiungere altri). Il primo si occupa della sicurezza, in cui gli “aprifila” e “chiudifila” di ogni classe si occupano di tematiche relative alla sicurezza dentro e fuori la scuole (evacuazione in caso di pericolo, primo soccorso). Gli incaricati incontrano rappresentanti dei vigili del fuoco, protezione civile, ecc. e poi trasferiscono ai compagni quanto emerso negli incontri. Allo stesso modo, l’altro gruppo si occupa della raccolta differenziata: qui gli incaricati approfondiscono tematiche di scientifico-ecologiche e legate al ciclo dei rifiuti, grazie ad esperti.

    È presente anche un comitato dei ragazzi, per concretizzare la partecipazione a forme di rappresentanza democratica e assunzione di responsabilità nelle decisioni.

    Il progetto “Accoglienza”

    Un progetto pensato per inserire gli alunni nel nuovo ambiente scolastico, creando un contesto emotivo coinvolgente dal quale scaturisca la motivazione ad apprendere. L’obiettivo è creare senso di appartenenza alla scuola: dalla reciproca conoscenza nasce una clima di fiducia. Il progetto prevede percorsi che coinvolgono ragazzi, docenti e anche i genitori degli alunni, che sono chiamati a rendersi disponibili e cooperativi in vari modi.

    «Il progetto coinvolge i genitori e gli alunni di prima per i primi dieci giorni di scuola, in cui vengono esposte le proposte progettuali e didattiche, e si svolgono attività ludiche per consolidare il gruppo classe. Poi ancora, nel corso dell’anno, ci sono altre attività, come uscite in barca a vela, trekking e settimana bianca, per studiare le dinamiche del gruppo fuori dal contesto strutturato e limitato della classe. L’accoglienza continua anche nelle seconde e terze classi, naturalmente in misura minore: in particolare, le terze svolgono attività di accoglienza delle future prime e fanno orientamento per i bambini delle elementari».

    Il progetto “Continuità”

    Un itinerario che, grazie alla cooperazione e disponibilità degli alunni delle medie, accompagna i bambini delle classi quinte delle scuole elementari alla scoperta della scuola secondaria. Per presentare le proposte formative e potenziare la collaborazione tra alunni delle due scuole, per rendere l’ingresso dei più piccoli nella nuova scuola meno traumatico. Gli alunni delle elementari hanno la possibilità di partecipare a laboratori didatti ed esperienze gestite da quelli delle medie, in cui hanno la possibilità di rivolgere domande a ragazzi e docenti.

     Cyber bullismo

    Un altro progetto cui la scuola aderisce, ministeriale, riguarda la problematica del cyber bullismo e dei problemi in cui possono incappare i più giovani nella rete. L’iniziativa nasce da “Safe Internet“, progetto che ha coinvolto un gruppo di alunni scelti per partecipare a corsi e seminari, sempre nell’ottica della peer-education. Lo scorso 30 aprile è stato presentato dalle classi un resoconto di quanto appreso nell’ambito di questa esperienza: non si può impedire ai ragazzi di avvicinarsi alla rete, si può in compenso monitorare ed educare.

    Progetto “Orientamento”

    Un percorso trasversale e interdisciplinare che si sviluppa nel corso del primo ciclo di istruzione, attraverso esperienze curriculari ed extra-curriculari per la conoscenza extrascolastica e del mondo delle professioni: un percorso per sollecitare nei ragazzi una riflessione sulle proprie attitudini e interessi. Il lavoro viene portato a termine nelle classi terze, tra settembre e febbraio (deadline per l’iscrizione alla scuola superiore) e comprende attività che coinvolgono ragazzi, docenti, genitori, Provincia e Regione. Oltre alla consuete visite al Salone dell’Orientamento e all’Open Day, anche il progetto PARI per un gruppo di alunni che potrà frequentare per 7 giorni un centro di formazione professionale della Provincia.

    Progetto “Sport e Ambiente”

    Attività di vela (in convenzione con Assonautica), scuola in montagna, trekking (in convenzione con CAI), con esperienza dedicata all’astronomia: un’iniziativa a tappe, che accompagna gli alunni in un percorso integrato di esplorazione diretta dei territori, della morfologia, storia e professioni, della natura animale e vegetale, in contesi meno familiari ai ragazzi.

    I laboratori

    Non mancano anche i laboratori: scientifico, Matefitness, di recupero linguistico e matematico, di conversazione in lingua straniera, di informatica, infine, di storia. Nel primo caso, i ragazzi sperimentano e scoprono le leggi della natura utilizzando un laboratorio attrezzato. Con Matefitness, invece, partecipano per tre mesi a incontri curati dal CNR di Genova, per sviluppare competenze logiche: inoltre, i trainer di Matefitness hanno formato 40 ragazzi della scuola media, che hanno poi trasferito le loro conoscenze ai bambini delle elementari, autonomamente e non coadiuvati dai loro docenti. Il laboratorio di conversazione in lingua straniera, inoltre, si svolge attraverso role play, simulazioni ambientate in un’aula appositamente attrezzata per stimolare situazioni di dialogo quotidiano«I risultati emersi sono interessanti: i ragazzi nell’ambito della peer education con Matefitness – racconta la direttrice – si sono mostrati preparati e disinvolti. Serve attenzione alle relazioni, vogliamo stimolare il senso di cura del grande nei confronti del piccolo, che spesso si perde nella società di oggi. È un modo per dare continuità».

    Attività gratuite e pomeridiane

    Oltre alle consuete attività pomeridiane a pagamento (per il conseguimento del patentino per il ciclomotore o per l’esame Trinity per la lingua inglese), non mancano poi anche attività gratuite in cui i ragazzi possono dedicarsi al giornalismo e alla redazione del giornalino di istituto, oppure alla creazione di murales (sì, avete capito bene), al latino e alla lingua inglese, ma anche a cose più strane come l’arrampicata sportiva, il cineforum e, visto che si tratta di una scuola a indirizzo musicale, è previsto anche tempo da dedicare alla nascita della band di istituto.

    Curiosità

    La direttrice e i docenti lavorano per introdurre un sistema di sanzioni rieducative: no alle sospensioni e punizioni fini a se stesse, che finiscono solo per allontanare i ragazzi; sì a sanzioni mirate, secondo il principio “chi sporca, pulisce”. Coinvolto già un team di psicologi e avvocati che, a titolo gratuito, offrono consulenze per fare un lavoro tarato sul tipo di comportamento scorretto messo in atto dal ragazzo. «Per fortuna non incontro grandi problemi nell’istituto – conferma la dott.ssa Benzoni – anche se un tempo la scuola aveva una cattiva nomea, e questo probabilmente influisce ancora oggi e limita il numero delle iscrizioni. Oggi invece la tendenza si è totalmente invertita e mi ritengo molto fortunata».

     

    Elettra Antognetti

  • Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino, discarica di GenovaAnticipato da un quotidiano locale, confermato dalla Regione: Scarpino rischia davvero la chiusura se entro 20 giorni Amiu non darà risposte concrete sul rischio frane e, soprattutto, su alcuni dati anomali riguardanti la quantità d’acqua presente in discarica, quello che tecnicamente si definisce “battente idraulico”. L’ultimatum arriva dalla Provincia che ha già provveduto a sospendere l’autorizzazione al conferimento di rifiuti a Scarpino 2, la parte di discarica attualmente in funzione: un provvedimento che diventerà operativo, appunto, nel giro di meno di tre settimane.

    Nel frattempo, la partecipata del Comune dovrà portare a compimento tutti gli studi e le verifiche tecniche per evitare che la “rumenta” di Genova e provincia debba essere smaltita fuori regione, con costi esorbitanti che non potrebbero far altro che ricadere sui cittadini attraverso un aumento delle bollette della spazzatura a partire dal 2015.

    L’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta, è apparsa comunque piuttosto tranquilla: «Amiu sta valutando con l’ausilio di tecnici esperti la stabilità della discarica sotto tanti gli aspetti che devono essere presi in considerazione. Gli strumenti topografici che monitorano gli eventuali spostamenti di terreno in discarica danno tutte le rassicurazioni del caso, nel senso che non ci sono spostamenti del corpo dei rifiuti neppure di un millimetro».

    Ma su questo punto ci aveva già rassicurato la scorsa settimana il presidente di Amiu (qui l’approfondimento), affermando che «anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro».

    Lo stesso Castagna, però, aveva ammesso che le verifiche di stabilità chieste dalla Provincia in merito alla quantità di acqua contenuta all’interno della discarica fossero ancora incomplete: «Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione – ricordava Castagna – non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     A questo punto, però, settembre è troppo tardi. Il futuro di Scarpino deve giocarsi su questo campo entro i prossimi 20 giorni. «Gli strumenti che rilevano il livello idrico della falda all’interno della discarica – spiega l’assessore Garotta – dicono che la situazione al piede di Scarpino è nella norma mentre sembra esserci un punto della discarica in cui il livello della falda è più elevato probabilmente a causa della presenza d’acqua. È qui che Amiu sta concentrando le proprie verifiche per capire che origine abbia quest’acqua. Siamo i primi ad essere interessati che la discarica sia sicura e stabile, per cui contiamo in questi giorni di avere tutti gli elementi necessari per capire se i rifiuti non solo del Comune ma anche della provincia di Genova potranno continuare ad essere abbancati a Scarpino».

    Intanto, però, una nota della Regione fa sapere che sono stati avviati i primi contatti informali con altre Regioni per la stipula di eventuali accordi di programma che consentano di trovare una soluzione immediata nel caso in cui dovesse essere confermata la chiusura del sito genovese.

    Simone D’Ambrosio

  • Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino

    Finite le grandi piogge, con l’approssimarsi della bella stagione è terminato anche l’allarme percolato a Scarpino che nei mesi scorsi aveva attirato l’attenzione e la preoccupazione di tutta la città. Mentre gli esperti chiamati in causa da Amiu stanno continuando il lavoro che porterà alla messa sicurezza definitiva di Scarpino 1, la parte vecchia della discarica chiusa da una ventina di anni, la partecipata del Comune ha presentato una prima bozza del piano strategico di messa in sicurezza dell’emergenza, sempre relativa a Scarpino 1, e di nuova gestione dei rifiuti per quanto riguarda Scarpino 2, che la stessa Regione ha definito discarica strategica all’interno del piano dei rifiuti liguri.

    «Non si tratta di un vero e proprio piano industriale – precisa il presidente di Amiu, Marco Castagna – che abbiamo temporaneamente congelato e che vedrà la luce nel mese di giugno, quanto piuttosto di una road map per la messa in sicurezza di Scarpino che lunedì pomeriggio presenteremo in sede di conferenza di servizi preliminare». Controllo del percolato, potenziamento della raccolta dell’umido e nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti, oltre naturalmente alla definitiva messa in sicurezza delle discariche di Scarpino 1 e 2, sono i punti cardinali di questo percorso di uscita delle emergenze di cui il sindaco Marco Doria è già stato messo a conoscenza.

    Messa in sicurezza definitiva di Scarpino 1

    «Il presupposto del nostro piano – spiega Castagna – è che Scarpino 1, ovvero la vecchia discarica che ci sta dando i maggiori problemi, venga trattata definitivamente come sito dismesso e segua il percorso sulla messa in sicurezza permanente dei siti industriali dismessi». Di conseguenza, anche i flussi di percolato dovranno essere distinti e dovrà essere potenziata la capacità di convogliamento di percolato. «Per quanto riguarda il percolato – aveva detto martedì l’assessore Garotta in Consiglio comunale,  rispondendo a un articolo 54 posto dal capogruppo di Lista Doria nonché membro storico degli Amici del Chiaravanga, Enrico Pignone – va ricordato che l’emergenza sversamenti è cessata lo scorso 11 aprile e attualmente, la vasca di accumulo presenta un livello inferiore di 3 metri a quello di massimo contenimento».

    Nel breve periodo, per evitare che il prossimo autunno si verifichino nuove situazioni allarmanti, prosegue il lavoro di regimentazione della acque piovane, attraverso la realizzazione di appositi pozzi, e l’impermeabilizzazione delle coperture per evitare la contaminazione del percolato. Ma le novità più importanti riguardano il noleggio di due impianti mobili di trattamento del percolato, che consentiranno di gestire eventuali esuberi di liquami per circa 100 metri cubi l’ora, e la “prenotazione” di una quantità di percolato smaltibile in altri impianti. «Dal momento che le aziende che smaltiscono percolato vendono in anticipo le quote di materiale che possono trattare – specifica il presidente di Amiu – ci siamo dovuti muovere tempestivamente con un’apposita gara che ha fissato la cifra massima intorno ai 7 milioni di euro spendibile nei prossimi due anni. Ma naturalmente pagheremo solo per la quantità di percolato che smaltiremo effettivamente: la speranza è che possa essere pressoché nulla». E se tutto ciò non dovesse ancora bastare sono pronte altre due vasche di accumulo temporaneo in grado di aggiungere ai 15 mila metri cubi già contenibili un’ulteriore capacità complessiva di quasi 3 mila metri cubi.

    In parallelo, sempre per quanto riguarda Scarpino 1, dovrà essere predisposto un piano più articolato di messa in sicurezza definitiva che tenga conto degli studi del pool di esperti che sta prendendo in esame l’opportunità di realizzare un impianto di trattamento di percolato direttamente nella discarica o in una zona più a valle.

    Potenziamento della raccolta dell’umido e nuova gestione di Scarpino 2

    Il secondo punto fondamentale del piano di uscita di Amiu dall’emergenza riguarda, invece, un nuovo sistema di gestione di  Scarpino 2, che dovrà sostanzialmente annullare la produzione di percolato e punterà sul potenziamento spinto della raccolta e del trattamento della frazione organica, indispensabile per ottenere il via libera della Regione all’autorizzazione per continuare a operare a Scarpino ampliando i volumi della superficie utilizzabile.

    «Dobbiamo raccogliere l’umido e smaltirlo separatamente» spiega ancora Castagna. «Partiremo quindi con una campagna intensiva di potenziamento della raccolta dell’organico presso le grandi utenze commerciali (alberghi, ristoranti, fruttivendoli…NdR) passando entro la fine dell’anno dalle attuali 600 a circa 2600. Poi, potenzieremo la raccolta nei quartieri già raggiunti dai cassonetti marroni mentre nel corso del 2015 la estenderemo a tutta la città». L’umido così prelevato verrà conferito a impianti fuori regione, in attesa che a fine 2017 entri in funzione il nuovo biodigestore. Nel frattempo, a luglio 2015 arriveranno due nuovi impianti di separazione secco/umido per quanto riguarda la raccolta indifferenziata che verranno posizionati nella aree Volpara e Rialzo per un importo complessivo di circa 4,5 milioni di euro.

    Il rischio frane

    C’è, tuttavia, ancora un elemento, sollevato dall’edizione genovese di Repubblica, che potrebbe preoccupare e riguarda il pericolo frane del terreno di Scarpino impregnato d’acqua. La questione si riferisce in particolare a due specifiche richieste inoltrate dalla Provincia ad Amiu un paio di mesi fa. La prima riguardava un nuovo piano di gestione dell’emergenza dal punto di vista dei livelli di criticità e relative informazioni agli enti a cui l’azienda ha già ottemperato. La seconda, invece, impegnava la partecipata a una verifica della quantità di acqua contenuta all’interno del corpo della discarica ai fini di una valutazione di stabilità della stessa.

    «Premesso che la discarica è costantemente monitorata sotto questo punto di vista e che anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro – specifica il presidente Castagna – abbiamo consegnato alla Provincia uno studio che noi stessi abbiamo ritenuto parziale. Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione, infatti, non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati in discarica che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     Simone D’Ambrosio

  • Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Guido Guardavaccaro
    di Guido Guardavaccaro

    Nel febbraio scorso (04-02-2014) la Giunta della Regione Liguria ha approvato la proposta di adeguamento della Legge urbanistica della Liguria con il dichiarato intento di rivisitare, in un’ottica di razionalizzazione, sia alcuni contenuti degli strumenti di pianificazione del territorio previsti ai diversi livelli – regionale, provinciale e comunale, con la contestuale introduzione della pianificazione della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Marco Doria) – sia, soprattutto, le procedure di formazione di tali piani. Il ddl di riforma della vigente L.R. n. 36/1997 e s.m. (Legge urbanistica regionale) è stato predisposto in parallelo all’elaborazione del PTR (Piano Territoriale Regionale) in corso di ultimazione.
    Dietro la legittima esigenza di ridurre i piani territoriali sovra comunali e semplificare i procedimenti amministrativi, tuttavia, si nasconde il rischio di un minore coinvolgimento dei cittadini e dunque di un minore controllo da parte loro sulle scelte fondamentali che riguardano la trasformazione di un territorio già di per sé fragile, ma nonostante ciò pur sempre meta prediletta di chi nella cementificazione cerca la via più veloce per arricchirsi.

    “L’attuale assetto istituzionale troppo articolato e sovrapposto, l’eccesso di pianificazione e di sovrapposizione tra i piani, un pesante sistema di vincoli, alcuni imposti da leggi nazionali, ma moltissimi frutto della pianificazione territoriale generale e di settore – PTCP (Piano territoriale di coordinamento provinciale) e Piani di Bacino – la crescente debolezza del livello locale rispetto alla complessità delle valutazioni tecnico-amministrative e la conseguente lentezza dei procedimenti, rendono la Liguria, allo stato attuale, poco attrattiva per gli investimenti sia di capitale interno che, soprattutto, di capitale esterno”, così si legge in un documento redatto nel maggio 2013 da Gabriele Cascino, assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica. L’assessore Cascino sottolinea come il disegno di legge punti a razionalizzare la formulazione dei nuovi PUC-Piani urbanistici comunali «Oltre sedici anni di operatività della legge regionale 36/1997 hanno messo in evidenza l’inadeguatezza delle procedure amministrative per l’approvazione dei piani urbanistici dei Comuni, caratterizzate dalla farraginosità dei molteplici passaggi e dalla sovrapposizione della valutazioni di Regione, Province e enti coinvolti, oltreché progressivamente superate dalle normative sopravvenute, specie per quanto riguarda la Valutazione ambientale strategica (VAS) dei Piani in applicazione delle direttive comunitarie».
    Dopo l’approvazione in Giunta adesso il ddl sta seguendo il consueto iter nella commissione consiliare competente della Regione Liguria (Commissione VI Territorio e Ambiente) con l’audizione dei vari soggetti interessati (sia istituzionali, sia rappresentativi delle componenti sociali e produttive) che hanno l’opportunità di presentare osservazioni in merito.

    L’associazione ambientalista Italia Nostra, recentemente audita in sede regionale, dopo aver premesso di esser favorevole all’opzione “consumo di suolo zero”, ha evidenziato la principale criticità insita nella proposta di riforma della Legge urbanistica regionale (LUR). «Bisogna distinguere i due aspetti: burocrazia da un lato e tutela dall’altro – spiega Roberto Cuneo, presidente di Italia Nostra Liguria – Ovvero i passaggi burocratici si possono anche semplificare e/o ridurre, ma non a scapito del processo democratico. Nella nuova versione, invece, la LUR non è sufficientemente attenta ad incentivare la partecipazione dei cittadini. Infatti si pensa più all’informazione che alla partecipazione, quest’ultima intesa quale vero ascolto delle opinioni della popolazione in fase di redazione dei piani e non come mera illustrazione di una pianificazione già stabilita, come purtroppo spesso accade».

    La pianificazione territoriale di livello regionale

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteIl Piano Territoriale Regionale (PTR) andrà a sostituire gli attuali 6 piani territoriali regionali ed insieme ai Piani di Bacino – da rivedere e coordinare con la pianificazione urbanistica – costituirà il riferimento per la pianificazione dei Comuni, con diversificati livelli di efficacia e norme di flessibilità che lo rendano adeguabile alle esigenze della pianificazione comunale, senza che questo comporti complessi e discrezionali processi valutativi che caratterizzano attualmente la gestione delle varianti al PTCP.
    «Se la Regione assume un ruolo di guida, considerando che in Liguria abbiamo numerosi Comuni e spesso di piccole dimensioni, per noi non è un fatto negativo – spiega Cuneo, Italia Nostra Liguria – Sempre che sia garantita la massima trasparenza».

    Dalla riformulazione dei contenuti dell’articolo 11 della LUR (prevista nell’articolo 11 del ddl) relativo al quadro strutturale, si evincono i connotati essenziali che contraddistinguono il PTR come Piano sia strategico, sia di riferimento fondamentale per l’assetto paesaggistico, urbanistico ed infrastrutturale del territorio ligure, con l’individuazione anche degli ambiti territoriali e degli interventi di rilevanza strategica da attuare con progetti da svilupparsi e da approvarsi da parte della Regione.
    Vediamo nel dettaglio l’articolo 11 (Quadro strutturale), comma 3: “Il quadro strutturale stabilisce, sulla base delle pertinenti articolazioni territoriali e tematiche: a) la disciplina di tutela, salvaguardia, valorizzazione e fruizione del paesaggio in ragione dei differenti valori espressi dai diversi contesti territoriali che lo costituiscono; b) le indicazioni sulla suscettività d’uso del territorio, con specificazione degli obiettivi da perseguire, delle funzioni compatibili e dei criteri per la disciplina degli interventi; c)per quanto di livello regionale, le infrastrutture per la mobilità, l’approvvigionamento energetico, le discariche, gli impianti ecologici, tecnologici e speciali, nonché le strutture della grande distribuzione commerciale; d) il sistema della portualità commerciale e la localizzazione dei porti turistici; e) la localizzazione dei servizi di scala regionale quali sedi universitarie e grandi impianti di tipo ospedaliero, sportivo, ricreativo e fieristico. Il comma 4 specifica: “Con riferimento ai contenuti di cui al comma 3, il quadro strutturale può individuare ambiti, aree ed interventi di interesse regionale i cui progetti sono promossi, adottati ed approvati dalla Regione mediante ricorso alla procedura di cui all’articolo 16bis ovvero mediante accordo di pianificazione di cui all’articolo 57″.

    L’articolo 13 riguarda l’efficacia del PTR; al comma 1 si legge: “Le previsioni contenute nel PTR possono assumere i seguenti livelli di efficacia di: a) linee guida e di indirizzo della pianificazione territoriale di livello provinciale e comunale nonché delle politiche di settore aventi implicazioni territoriali e previsioni di orientamento ad efficacia propositiva, il cui mancato recepimento, totale o parziale, comporta l’obbligo di specificarne la motivazione; b) prescrizioni che impongono alla Città Metropolitana ove costituita, alle Province ed ai Comuni l’obbligo di adeguamento dei rispettivi piani entro un congruo termine a tal fine stabilito dal piano stesso, comprensive della relativa disciplina transitoria operante fino al loro adeguamento ed avente immediata prevalenza sulle diverse previsioni dei PUC; c) con esclusivo riferimento ai contenuti di cui all’articolo 11, comma 3, lettera a), e comma 4, prescrizioni e vincoli che prevalgono immediatamente sulle previsioni dei piani provinciali e comunali sostituendosi ad esse“.

    Infine si evidenzia che l’articolo 17 del ddl inserisce un nuovo articolo 16 bis della LUR (Progetti in attuazione del PTR di approvazione regionale) per prevedere la promozione ed approvazione – da parte della Regione – di progetti, a scala urbanistica (PUO-Progetti urbanistici operativi) o edilizia, per l’attuazione degli ambiti, delle aree o degli interventi individuati dal PTR come di interesse regionale.
    Leggiamo il comma 3 dell’articolo 16 bis: “I progetti sono adottati dalla Giunta regionale, anche su proposta della Città Metropolitana ove costituita, delle Province e degli Enti locali interessati…”. Mentre il comma 4 aggiunge: “Tali progetti sono approvati con deliberazione della Giunta regionale, sentito il Comitato tecnico regionale per il territorio, nei successivi novanta giorni dal ricevimento dei pareri ed assensi previsti dalla vigente legislazione in materia. Il provvedimento di approvazione è comprensivo del rilascio dell’autorizzazione paesaggistica della Regione e dalla VAS ove prescritta ai sensi della l.r. 32/2012 e s.m. ed ha valore di titolo edilizio“.

    Paolo Baldeschi, professore di urbanistica dell’Università di Firenze e studioso del paesaggio, manifesta parecchia perplessità a proposito di questa innovazione: “...I progetti sono di esclusiva competenza della Giunta, mentre il Consiglio non ha voce in capitolo, né tanto meno gli enti locali e i cittadini di cui non si prevede alcuna forma di partecipazione. La Giunta potrà così decidere in esclusiva su inceneritori, impianti di smaltimento di rifiuti, centrali di produzione energetica, bretelle stradali, ma anche porti, ospedali, carceri: insomma, tutto quello che non rientra direttamente nelle grandi opere della Legge obiettivo“. E i Comuni? Si domanda ancora il prof. Baldeschi: “…devono subire (ammesso che sia vero) i progetti della Giunta, ma allo stesso tempo riacquistano una pressoché totale autonomia nella pianificazione locale con due semplici mosse – scrive Baldeschi sul sito web specializzato in urbanistica, politica e società “Eddyburg” (www.eddyburg.it) – La prima: mentre nella legge vigente le prescrizioni del PTR dovevano essere recepite da Province e Comuni, pena l’esercizio di poteri sostitutivi, questa fondamentale clausola è scomparsa nella proposta. Non è chiaro, perciò, cosa avverrà qualora i Comuni non adeguino disciplina o previsioni del Piano urbanistico comunale (PUC) entro il termine fissato… La seconda: né Regione né Provincia, né Città metropolitana eserciteranno più alcuna forma di controllo sul Piano urbanistico operativo (PUO), lo strumento conformativo degli usi del suolo in cui si coagulano gli interessi privati e le pressioni speculative. Se ora la Provincia può annullare un PUO non conforme alle prescrizioni regionali o provinciali, in futuro le istituzioni sovraordinate si troveranno inermi rispetto a un Piano operativo che ignori le disposizioni del PTR, del Piano provinciale e dello stesso Piano comunale“.

    La pianificazione territoriale di livello comunale

    Secondo le norme della legge del 1997 i Comuni difficilmente riuscivano a concludere il procedimento di approvazione del Piano urbanistico in quattro anni, ed in molti casi neppure sei-sette anni erano sufficienti. «Tutto questo a causa del fatto che la legge urbanistica in vigore obbliga il Comune a redigere due piani urbanistici, prima quello preliminare e poi quello definitivo, ma in pratica senza alcuna effettiva differenza, con un conseguente ed inutile raddoppio di tutte le delibere e delle fasi di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega l’assessore regionale Cascino – Al punto che la ripetizione dei procedimenti e delle fasi di valutazione da parte di Regione e Provincia anziché costituire momento di effettiva conoscenza e partecipazione, diventa spesso un motivo di confusione e disorientamento. La complessità e l’elevato costo del procedimento amministrativo è uno dei motivi per cui la Legge urbanistica del 1997 non ha avuto particolare successoaggiunge Cascino – considerato che in 17 anni poco meno del 40% dei Comuni liguri sono riusciti a dotarsi del Piano urbanistico comunale».
    La novità più significativa contenuta nel ddl consiste, dunque, nell’eliminazione dell’attuale articolazione del procedimento di formazione del PUC nelle due distinte fasi, con l’introduzione, invece, di un procedimento unico, assicurando, al contempo, la necessaria integrazione con le procedure di Valutazione ambientale strategica (VAS).

    Le nuove modalità di formazione del Piano urbanistico comunale prevedono poi il ricorso alla Conferenza di Servizi che «Permetterà al Comune di poter dialogare direttamente con la Regione Liguria e gli altri Enti, agevolando le fasi di illustrazione e valutazione del Piano e coordinando in un unico procedimento sia la fase di valutazione degli impatti ambientali del piano che quella dell’esame di merito del progetto urbanistico», sottolinea Cascino.
    Italia Nostra Liguria, però, contesta tale scelta «Con l’inserimento della Conferenza dei sevizi viene di fatto esclusa definitivamente la partecipazione dei cittadini e delle associazioni rappresentative di interessi collettivi e diffusi, trasformando la gestione territoriale ed urbanistica in una questione prettamente politica (Giunta) con un Consiglio comunale messo ai margini. Le Conferenze dei servizi, infatti, negli anni recenti sono state spesso utilizzate in modo improprio, rappresentando una semplice operazione di superamento dei vincoli posti dalla pianificazione».

    Inoltre, per tenere conto della differente complessità tra i Comuni di maggiore dimensione e quelli minori, è stata introdotta la figura del Piano urbanistico semplificato (vedasi il nuovo articolo 38 bis del ddl), caratterizzato dall’assenza di previsioni di trasformazione del territorio (distretti di trasformazione) e prevalentemente rivolto alla conservazione ed al recupero del patrimonio edilizio esistente (che sia conforme ai piani territoriali di livello sovracomunale), con conseguente riduzione dei costi per la sua elaborazione ed utilizzo dei sistemi informativi territoriali messi a disposizione gratuitamente dalla Regione Liguria anche per quanto riguarda le verifiche ambientali.

    Anche per le varianti ai PUC «Sono stabilite regole chiare per superare la vigente normativa che, con l’espressione tecnica degli “aggiornamenti”, consentiva ai Comuni di apportare modifiche al Piano urbanistico senza alcuna forma di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega ancora l’assessore regionale Cascino – Le nuove norme stabiliscono confini precisi tra le varianti che i Comuni possono apportare con un procedimento più rapido, ma comunque caratterizzato dall’evidenza pubblica, rispetto alla varianti sostanziali al piano che seguono lo stesso procedimento di approvazione del PUC».
    Con riferimento alle procedure di variazione del PUC si segnala innanzitutto che nella riformulazione dell’articolo 43, commi 1 e 2 della LUR (prevista nell’articolo 47 del DDL) è stato meglio definito l’istituto dei “margini di flessibilità” del PUC, in base al quale è consentito – a fronte della predefinizione delle condizioni delle cosiddette “non varianti” – di attuare direttamente gli interventi che rientrano in tali margini, senza ricorso né ad aggiornamenti del PUC, né tantomeno, a sue variazioni.
    Italia Nostra Liguria ritiene decisamente negativa questa previsione «Si riducono le varianti di piano a favore di maggiori margini di flessibilità, riducendo però il controllo sul territorio da parte dei cittadini – spiega il presidente Roberto Cuneo – in tale prospettiva saranno gli uffici comunali a decidere, neppure gli organi politici, e questo è assai pericoloso».

    Va sottolineato che nel nuovo comma 3 del nuovo articolo 43 il campo di applicazione della procedura di aggiornamento del PUC è stato definito in modo più oggettivo e, di conseguenza, l’ambito di applicazione delle vere e proprie varianti del PUC risulta individuato in via residuale. In particolare sono state ricomprese in tale procedura le modifiche relative alla tipologia dei servizi pubblici di livello comunale (sempreché i relativi vincoli siano ancora operanti) nonché quelle volte alla localizzazione di nuovi servizi pubblici, le modifiche di adeguamento ad atti legislativi, di programmazione e di indirizzo statali o regionali, le modifiche della disciplina urbanistico-edilizia degli ambiti di conservazione, di riqualificazione e di completamento nonché dei distretti di trasformazione purché non comportanti l’individuazione di nuovi distretti di trasformazione e l’incremento del carico urbanistico complessivo già previsto dal PUC.

    Con riferimento alla struttura ed ai contenuti del PUC vanno segnalate, in particolare, le innovazioni relative all’aggiornamento della disciplina dei territori di produzione agricola, di presidio ambientale e dei territori prativi, boschivi e naturali, in coerenza ed in raccordo con i contenuti della pianificazione territoriale di livello regionale, metropolitano e provinciale, come delineati dal presente ddl (vedasi i nuovi articoli 35, 36 e 37 della LUR previsti negli articoli 37,38 e 39 del ddl): in proposito si sottolinea che al PUC viene demandata la fissazione della specifica disciplina urbanistica e paesistica a livello locale degli interventi ivi ammessi, nel rispetto dei connotati peculiari di tali territori ridelineati dal ddl.
    «In queste aree l’aspetto edilizio e di trasformazione del territorio assume un rilievo maggiore rispetto a quanto già previsto nella LUR – afferma Italia Nostra Liguria – Inoltre viene a mancare l’identificazione di aree esclusivamente destinate a protezione ambientale. Noi chiediamo di inserire normative che garantiscano maggiore tutela per le residue aree non urbanizzate di interesse ambientale e per le aree agricole urbane e periurbane».
    In Liguria ci sono ancora molti territori agricoli all’interno di aree edificate «Siti che non devono essere modificati – aggiunge il presidente dell’associazione ambientalista, Roberto Cuneo – Occorre più tutela e meno libertà ai Comuni di modificare. Questa è una legge che dovrebbe avere la finalità di salvaguardare il territorio seguendo le indicazioni politiche che vengono dall’Europa – conclude Cuneo – In tal senso auspichiamo che le nostre osservazioni, come quelle di altri, possano essere utili per realizzare una buona legge».

     

    Matteo Quadrone

  • Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3«Ponte Parodi è uno di quei tanti, classici lavori che nella nostra città vengono molto annunciati, molto discussi, molto progettati e mai realizzati». Le parole con cui Simone Farello, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, ha iniziato la sua interrogazione a risposta immediata rivolta al vicensindaco Bernini, sono quanto mai emblematiche nel riassumere l’ormai quasi ventennale (non) storia della riqualificazione di questa porzione di waterfront (qui l’approfondimento di Era Superba).

    La questione, riproposta in Sala Rossa anche dai consiglieri Campora e Grillo (Pdl), è nota a tutti. Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, nell’area di circa 40 mila metri quadrati che affianca la Darsena dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo”. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, siamo arrivati ai primi mesi del 2014 e tutto continua a tacere. Per cui anche la nuova deadline che auspicava la fine dei lavori prevista tra 2015 e 2016 è destinata a essere ampiamente superata.

    Negli ultimi mesi, si è fatta largo l’ipotesi che il progetto potesse essere ormai desueto e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area. Da cui potrebbero essere motivate le infinite lunghezze. Come stanno veramente le cose? «A noi – assicura Bernini – nessuno è mai venuto a manifestare un diminuito interesse per l’area. Anzi, ancora fine dicembre abbiamo incontrato Altarea per proseguire il lungo lavoro di predisposizione della convenzione che dovrà essere siglata per lo sviluppo delle attività».

    Appunto, lo sviluppo delle attività. Anzi, l’avvio: una chimera?

    [quote]Inutile negare che ci siano state delle inadempienze e dei ritardi epocali ma le colpe del Comune sono davvero poche»[/quote]

    «Per quanto ci riguarda – prosegue Bernini – dovevamo garantire gli accessi da via Buozzi i cui lavori di riqualificazione, legati anche al nuovo deposito della Metropolitana, sicuramente saranno terminati molto prima delle strutture di Ponte Parodi (anche se le ultime notizie su via Buozzi non sono proprio rassicuranti, ndr). Il grave ritardo, invece, è da ascrivere soprattutto ad Autorità portuale che non ha ancora terminato le opere idrauliche alla radice del Ponte. Finché non vengono completati questi lavori non è possibile procedere alla cinturazione del molo che darebbe poi la possibilità di avviare la cantierizzazione».

    A dire il vero, al Comune spettava anche la soluzione di un’altra questione, seppur di minore impatto, rimasta a lungo in sospeso: la ricollocazione della Pubblica Assistenza. «Per quanto riguarda la Croce Verde – assicura Bernini – con un investimento di circa 20 mila euro siamo riusciti a trovare una nuova sistemazione al Tabarca». Ci sarebbe poi il definitivo trasloco della ditta Santoro srl, che si occupa di gestione di rifiuti portuali e navali, ma anche su questo il vicesindaco rimbalza la palla ad Autorità portuale.

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    «Ponte Parodi è un’opera grandissima, e altrettanto complicata racconta ad Era Superba il direttore di Porto Antico Alberto Cappatola nostra società ha partecipato al progetto in prima persona, facendosene promotore e investendo molto, in termini sia di denaro che di aspettative, per un ulteriore ampliamento del waterfront portuale. Il nostro ruolo consisteva semplicemente nel favorire l’avvio dei lavori, tramite investimento monetario, e di farci da parte all’indomani dell’inizio del progetto vero e proprio, lasciando le redini in mano a un privato, la ditta francese Altarea»

    A fare le spese di tutti questi ritardi, finora, è stata soprattutto Porto Antico spa, società partecipata per il 51% dal Comune di Genova, che ha anticipato i costi per l’abbattimento del silos granario, che saranno coperti da Altarea (attraverso un passaggio intermedio via Tursi) solo in seguito alla ratifica della convezione. Convezione che il gruppo non ha alcuna intenzione di firmare finché non potrà effettivamente mettersi al lavoro.

    Ma le luci all’orizzonte sono ancora molto, molto distanti e più passa il tempo, più la situazione si fa intricata. «C’è un problema di carattere urbanistico – spiega Bernini – perché l’area comprende anche lo storico edificio Hennebique, il cui bando per la concessione è andato deserto (qui l’approfondimento, ndr). La discussione che si aperta successivamente ha chiamato in causa una modifica dei pesi degli spazi vincolati all’uso pubblico che inizialmente erano fissati al 51% con la possibilità di scendere ulteriormente in caso di realizzazione di un polo alberghiero».

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2«È chiaro che per rendere l’investimento appetibile, data la complessità dell’intervento di manutenzione anche a seguito dei vincoli imposti dalla Sovrintendenza, è necessario diminuire la quota destinata a uso pubblico. Ma nel momento in cui le proporzioni dovessero diventare molto vantaggiose per quanto riguarda la percentuale a uso privato, che non significa per forza commerciale, è naturale che anche Altarea potrebbe chiedere una rivisitazione delle proprie condizioni (61% pubblico, 39% privato)». La questione è perciò delicata e, con tutta probabilità, sarà risolta contestualmente, senza dimenticare che la decisione finale sull’eventuale modifica delle destinazioni d’uso dovrà passare attraverso le forche caudine del Consiglio comunale.

    «Non credo – conclude il vicesindaco, tornando alla domanda che aveva dato inizialmente il la alla questione – che Altarea abbia alcun interesse a far saltare il banco prima di essere giunti alla conclusione di questo percorso, anche perché fino ad oggi ci sono state mutue accettazioni dei ritardi tali per cui si è tutelato lo status quo. Se, terminato questo percorso, dovessero esserci ulteriori ritardi da parte di Autorità portuale, allora potrebbe effettivamente verificarsi un ritiro della società: in tal caso dovremmo occuparci – e preoccuparci data la difficoltà – di trovare situazioni alternative di utilizzo che sappiano remunerare gli investimenti anticipati dalla Porto Antico».

    Simone D’Ambrosio