Tag: notizie curiose

  • Da “belin” a “bernarda”: il lessico popolare del dialetto genovese

    Da “belin” a “bernarda”: il lessico popolare del dialetto genovese

    Via S.LucaAddentrarsi alla ricerca di curiosità nell’universo di parole del dialetto genovese  è compito arduo. Esistono libri come quello di Dolcino, “E parolle do gatto”, o capitoli come “parlar camallo” di Orselli e Roffo in “Genova segreta”, che trattano diffusamente l’argomento da cui mi permetto di estrapolarne alcune scurrili o solo sconvenienti parole, che sono le più colorite, note ed usate del nostro folklore.

     

    Da Belin a Bernarda, il lessico genovese – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

    Genova e dintorni, la guida online

     

     

     

  • Cura del fondoschiena: la carta igienica inquina l’ambiente

    Cura del fondoschiena: la carta igienica inquina l’ambiente

    Il punto è delicato, usare un certo riguardo non guasta. Io che sono ecologista di natura, di fede e di curriculum, non posso rimanere insensibile all’allarme lanciato da Green Peace con il quale comunica al mondo che la carta igienica più è morbida e più è inquinante.

    Parallelo, però, assurge l’anelito di tutti coloro che, per inderogabili necessità, si trovano a doverne fare uso e pensano, con orrore, allo sfregare abrasivo di “papier” meno delicati.

    Mi sembrava una conquista civile essere passati dal petrolioso foglio di giornale ad un prodotto “dedicato” la cui morbidezza viene reclamizzata quotidianamente e che trova un ampio popolo di estimatori.

    Adesso, gli ecologisti, attenti al riciclo, sono stati costretti a prendere coscienza che la maggior parte delle fibre di cellulosa, impiegata in questo prodotto, provengono dalle foreste secolari del Canada e del Sud America, essenziali nell’assorbire il diossido di carbonio, uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale.

    Il manufatto in oggetto, infatti, è un mix di carta riciclata e di cellulosa nuova di cui solo un 20% è ascrivibile a boschi appositamente coltivati, il restante 70% contribuisce a quella deforestazione insensata a cui tutti ci dovremmo opporre. Non solo: carta nuova significa usare più acqua, bene prezioso che è sacrilego disperdere; carta più bianca è sinonimo di uso di candeggianti a base di cloro, composti noti per essere ad alto impatto inquinante.

    La notizia mi ha messo veramente in ambasce; ogni volta che “suonerà” un campanello di allarme mi sorgerà spontaneo il trilemma: frenare l’impulso compulsivo, sopprimere l’ideologismo ecologico, piegarsi alla tortura della carta a vetro?

    Passi per il colore smorto della carta riciclata che cercherò di rendere compatibile con l’ambiente bagno sfoggiando tappetini color “cremina” che potrebbero essere, anche, più consoni all’argomento, ma la ruvidezza quella è proprio una medicina amara da mandare giù.

    Meno male che esistono i giapponesi, quegli omini dai deliziosi occhi a mandorla, super-efficienti, capaci di risolvere ogni problema, con un ammirevole spirito di abnegazione financo di proporzioni bibliche come quello del recente tsunami che, profondendo un impegno molto più modesto ma sicuramente meritorio per il nostro “sacro orifizio” e, nondimeno, per madre natura, hanno inventato “il riciclone”. La Nakabayashy di Tokyo, infatti, ha messo in commercio un apparecchio in grado di convertire fogli usati di stampanti e fotocopiatrici in rotoloni di soffici, nivei, confortevoli fazzolettini per uso igienico: una “tartaruga” tecnologica dal miserrimo costo di 80.000 euro, capace di riconvertire 1800 fogli A4 in due rotoli, “usabili”, all’ora.

    Per il bene comune, in attesa di questo magico prodotto, non ci rimane che orientarsi verso la carta riciclata e salvare intere foreste ma sorge spontanea la domanda: siamo sicuri che da tale innovativo articolo sarà possibile eliminare ogni traccia di prodotti tossici quale il toner o rischiamo di ritrovarci il fondo schiena stampato come la pagina di un giornale?

    Adriana Morando

  • Street art: a Londra battuto il record del mondo

    Street art: a Londra battuto il record del mondo

    Street art LondraSorvoliamo per il momento sul fatto che a promuovere l’iniziativa è stata una nota marca di abbigliamento & calzature, che ha colto l’occasione per farsi un po’ di sana pubblicità.

    È tuttavia importante notare che proprio la popolarità di questo brand ha attirato moltissime persone al Canary Wharf di Londra per arrivare al Guinness dei Primati realizzando la più grande performance di street art al mondo: una sessione di fitness all’aperto che ha coinvolto centinaia di persone tramite il passaparola sui social network, su una piattaforma 3D realizzata con la tecnica della pittura anamorfica (usata per la prima volta da Leonardo da Vinci e che dà appunto l’illusione ottica della tridimensionalità).

    L’installazione ha battuto il record del mondo coprendo un’area di 1.160 metri quadrati. Il primato finora era dell’artista cinese Qi Xinghua, che però si era fermato a soli 892,15 metri quadrati.

    Marta Traverso

  • Panico nei cieli americani: il pilota sparisce durante il volo…

    Panico nei cieli americani: il pilota sparisce durante il volo…

    Mayday, Mayday, possibile attentatore a bordo. Questo in sintesi il dialogo concitato tra la cabina di pilotaggio di un aereo che dalla North Carolina volava verso New York. In un attimo, già predisposto un atterraggio di emergenza, FBI schierata, pronti i tiratori scelti, panico convulso tra i passeggeri e un’atmosfera tipica di catastrofici film su “disgrazie alate” che puntualmente vengono trasmesse, dalle varie emittenti televisive, proprio il giorno antecedente in cui ti appresti ad intraprendere un viaggio aereo.

    Questa è l’avventura che potranno raccontare, non esente da ilarità postuma, i testimoni del volo Delta che, passata la paura, si sono resi conto che la realtà può superare la finzione cinematografica “dell’aereo più pazzo del mondo”.

    Dopo la notizia di alcuni giorni fa, in cui 600 passeggeri , a bordo di una compagnia charter austriaca, in viaggio da Amritsar in India a Birmingham, per proseguire il viaggio, hanno dovuto sovvenzionare con una generosa colletta la mancanza di carburante dei loro aerei, una nuova vicenda fantozziana torna a turbare le cronache del cielo.

    Tutto è incominciato quando al pilota è venuto uno stimolo inderogabile da espletare nella discreta intimità della toilette. La “fedifraga”, però, in vena di scherzi goliardici, a fatto concluso, si è rifiutata di liberare lo sfortunato pilota al quale non è rimasto che attirare l’attenzione con vigorosi pugni, portati all’insegna di quel muro insuperabile.

    La fortuna che, pur bendata, quando decide che sei il prescelto, ci vede benissimo, ha fatto giungere il disperato richiamo alle orecchie di un turista straniero che, per oggettive difficoltà linguistiche, non ha trovato alternative che dirigersi verso la cabina di pilotaggio al fine di recare l’urgente messaggio al co-pilota. L’avanzare guardingo verso il sancta sanctorum dei comandi, i gorgoglii incomprensibili di un idioma arabeggiante sono diventati, in un attimo, il cocktail esplosivo che ha fatto gridare all’attentato.

    Bontà di “madama toilette”, piegatasi alla vigoria del suo ospite, se il deraparecido conducente è potuto “atterrare”, nuovamente, tra i suoi terrorizzati passeggeri che lo hanno salutato con un evidente sospiro di sollievo. Non è rimasto che spiegare, alle attonite autorità aereoportuali, l’imbarazzante equivoco a cui resta il merito di aver portato un sorriso in una cronaca che ogni giorno ci affligge con la sua realtà più drammatica.

    Adriana Morando

  • Google Doodle di oggi: omaggio a Louis Daguerre e alla fotografia

    Google Doodle di oggi: omaggio a Louis Daguerre e alla fotografia

    google doodleOrmai sappiamo tutti cos’è un Google Doodle. Se non altro perché il 99%  di noi navigatori abituali della Rete usa proprio quel motore di ricerca, e da tempo si sarà accorto che le sei letterine colorate che compongono la parola Google si animano di tanto in tanto con curiosi disegni.

    Quello di oggi – venerdì 18 novembre 2011 – celebra i 224 anni dalla nascita di Louis Daguerre, chimico francese al quale dobbiamo l’invenzione del dagherrotipo, ossia di quel che oggi comunemente chiamiamo fotografia.

    Cos’è di fatto il Google Doodle, a parte un modo curioso per distrarci dagli impegni di lavoro che spesso ci tengono incollati al computer? L’idea è nata fin dagli albori del motore di ricerca: il primo Doodle risale al 30 agosto 1998 e celebrava il Burning man, un fantoccio di legno che viene bruciato ogni anno in occasione dell’omonimo festival a Black Rock City, nel Nevada.

    Scopo del Doodle (la parola in senso letterale significa scarabocchio) è celebrare con un’immagine curiosa un evento, una ricorrenza, un anniversario. Qualche esempio? In occasione dei 65 anni di Freddie Mercury, cliccando sul Doodle che lo raffigurava si poteva ascoltare una delle sue canzoni più famose, Don’t stop me now. Lo scorso Halloween un click sul Doodle mostrava il filmato di alcune persone che intagliano una zucca fino a formare la scritta Google. Più spesso, invece, il Doodle rimanda semplicemente a tutte le pagine del motore di ricerca che citano l’evento o il personaggio raffigurato.

    Marta Traverso

  • Capraia, l’isola torna a far parte della provincia di Genova

    Capraia, l’isola torna a far parte della provincia di Genova

    Isola di CapraiaCapraia torna in provincia di Genova. L’’isola dell’’arcipelago toscano che fu genovese sino al 1925, da ieri è il quinto comune onorario della Provincia di Genova e si aggiunge ai 67 ufficiali. Le conseguenze sono simboliche, ma ripristinano il profondo legame storico fra Capraia e Genova.

    Fu un regio decreto, il 15 novembre di 86 anni fa a staccare l’’isola dalla madrepatria genovese e accorparla alla provincia di Livorno. Il rapporto che lega l’’isola di Capraia alla città di Genova e alla Liguria risale al lontano tempo delle lotte fra le repubbliche marinare per la supremazia nel Tirreno settentrionale iniziate nel secolo XII e culminate nella celeberrima battaglia della Meloria (1284).

    Il consiglio provinciale ieri ha deliberato all’’unanimità la concessione della comunanza onoraria, una pratica unica in Italia, che
    era stata già elargita a Carloforte, Voltaggio, Calasetta e Sant’’Agata Feltria.

    Il comune di Capraia Isola fu per circa 110 anni, ovvero dal congresso di Vienna, parte integrante della provincia di Genova. Il
    perdurare di un forte legame affettivo con il capoluogo ligure è testimoniato dalle petizioni – sottoscritte nel 1960 e nel 1973 – e da
    altre iniziative miranti a favorire il ritorno di Capraia sotto la giurisdizione amministrativa ligure.

    La Chiesa parrocchiale di Capraia, costruita nel 1759 ed intitolata a San Nicola vescovo, continuò inoltre a dipendere dall’Archidiocesi di Genova sino al primo gennaio 1977.

  • Facoltà di Scienze della Felicità: come imparare ad essere felice

    Facoltà di Scienze della Felicità: come imparare ad essere felice

    Oristano, Horse Country ArboreaHo deciso: mi iscrivo all’università! La mia adesione incondizionata è legata all’intento, quanto meno singolare, di imparare ad essere felice. In Sardegna, nasce “Aristan”, Facoltà di Scienze della Felicità, corso di laurea in teorie e tecniche di “salvezza dell’umanità”.

    E’ tutto pronto: un campus universitario di 42 ettari, nell’area dell’Horse Country di Arborea (Oristano), corredato di spazi verdi, piste ciclabili, cavalli, aula magna di 7000 posti, biblioteca etc; ci sono 40 illustri docenti tra i quali lo scienziato Gianluigi Gessa, il critico d’arte Vittorio Sgarbi, gli scrittori Francesco Abate, Michela Murgia e Barbara Alberti, il filosofo Giulio Giorello, il giornalista Giorgio Pisano, il cabarettista Benitu Urgu, il leader del Movimento pastori sardi Felice Floris e, perfino, un cantante, Diablo, al secolo Alessandro Spedicati, voce dei SikitikisLa.

    Non mancano le materie di studio, originali ed inconsuete, che rispondono al nome di Francoecicciologia, Infantologia, Poesia, Amore, Tex Willer, Libertà, Divertentismo, Adescamento, Ars amatoria, Coscienza comparata, Paura, Follia; presenti, anche, i primi 100 entusiastici iscritti; a coordinare tutto ciò il preside Massimo Deiana, capo della facoltà di Giurisprudenza di Cagliari; manca solo “Lei“, di cui hanno scritto classici greci e latini, filosofi e poeti, Lei che, negli Stati Uniti, è un valore esplicitamente sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza: la felicità.

    In un mondo che sembra aver perduto la dimensione uomo a vantaggio del solo dio denaro, in un mondo in cui la stessa natura sembra ribellarsi scatenando l’ira incontrollabile dei suoi elementi, ritrovare un sorriso, la gioia, la serenità sembra quasi una chimera irraggiungibile e, allora, ben venga una scuola con tanto di certificato che ci aiuti a riacquistare la smarrita via.

    Al di là della facile ironia, esistono studi scientifici, come quello pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, condotto dall’University College di Londra e firmato da Andrew Steptoe e Jane Wardle, in cui viene dimostrato che la felicità riduce fino al 35% la percentuale di rischio di morte .

    Il problema è come raggiungerla, celata nei meandri più reconditi dell’area sensitiva del nostro cervello, e dotata di natura bizzarra come ci viene rivelato dai ricercatori della Cornell University, in Usa. “Il buon umore si alza presto al mattino e va a letto tardi la sera. Ma durante il giorno è piuttosto sfuggente, lasciando il posto ai cattivi pensieri”, questa è la conclusione a cui si è giunti analizzando “i cinguettii” che persone di tutto il mondo si scambiano su Twitter. Dunque, dal “bisogno di ammortizzare i fastidi e i dolori della vita”, come spiega Giorgio Pisano, nasce questo ambizioso progetto in terra sarda e, se non sarà felicità, sarà almeno uno “scudo stellare” contro il male di vivere di tal Eugenio Montale.

    Adriana Morando

  • 11/11/11, ore 11,11: ecco il giorno del “Grande Uno”

    11/11/11, ore 11,11: ecco il giorno del “Grande Uno”

    Capilla del Monte
    Capilla del Monte, Argentina

    Oggi è l’11/11/11, un palindromo (dal greco antico “sequenza di caratteri” n.d.r.) perfetto che alle ore 11.11 arriverà al suo naturale compimento. La vera particolarità è che questa coincidenza di numeri non avrà mai una replica e ha avuto un solo precedente: l’11 novembre del 1111, fra castelli e carri, in pieno Medioevo.

    Oggi è il giorno degli appassionati di esoterismo, i blog sono ricchi di teorie e ricostruzioni degne del miglior Giacobbo, il “giorno del Grande Uno”, lo chiamano.

    Dal quotidiano cinese Shanghai Morning Post apprendiamo che sono state più di 4000 le coppie in Cina che hanno chiesto di sposarsi in questa data “magica”. Da quelle parti oggi è il giorno dell’amore, la combinazione perfetta: tutti i single di Shanghai si riuniscono in piazza, sono previste 10mila persone alla ricerca della propria metà… Se ne vedranno delle belle.

    Boom di matrimoni anche in Messico e in India, ma anche dalle nostre parti la febbre da palindromo ha fatto impazzire la segreteria del Comune di Roma.

    Ma se si parlasse solo di giorno perfetto per sposarsi e darsi tanti bacini, i più sadici non avrebbero motivi di interesse, per cui ecco servite anche le fandonie più bieche: in Argentina in questo momento ci sono migliaia di persone a la Capilla del Monte, centro a circa 800 chilometri a nord di Buenos Aires, e lassù attendono la fine del mondo e l’apertura di una porta cosmica per il passaggio ad un’altra realtà. Averlo saputo prima.

    Per gli appassionati dello Yoga, oggi si risveglia Kundalini, la ”forza generativa” presente in ogni essere umano, con la consapevolezza e la conoscenza di passato, presente e futuro, e un’espansione della coscienza.

     

  • Brooklyn, Usa: uomo multato taglia il parchimetro con una motosega

    Brooklyn, Usa: uomo multato taglia il parchimetro con una motosega

    La nevrosi da parchimetro sta contagiando il mondo intero. Nei giorni scorsi a Genova un uomo armato di rabbia e coraggio aveva deciso in piena notte di farsi il giro del quartiere di San Fruttuoso danneggiando a calci i parchimetri con tanto di segnaletica divelta.

    Il comitato di cittadini a San Fruttuoso si è addirittura riunito sotto il nome di “Indignati” per protestare contro quel blu sull’asfalto, cromaticamente invitante e piacevole, ma odiato e detestato perché simbolo di decisione imposta dall’alto che va a toccare la sfera quotidiana delle persone. Pagare per posteggiare la macchina è un gesto visto come un’imposizione, addirittura un abuso di potere, soprattutto in zone non di passaggio dove a posteggiare sono solo i residenti.

    In America, precisamente a Brooklyn, nei giorni scorsi un poliziotto addetto al traffico ha adocchiato un furgone di due lavoratori edili posteggiato in un’area di sosta a pagamento con il ticket ormai scaduto. Dopo aver compilato il modulo, alzato il tergicristallo e infilato la multa, i due lavoratori sono giunti sul posto e hanno colto il poliziotto in flagrante.

    Prima uno dei due ha cercato in tutti i modi di farsi levare la contravvenzione (sosteneva che i minuti di ritardo non erano poi così tanti), il suo socio però quella mattina aveva poca voglia di parlare. Come se nulla fosse è sceso dal furgone, ha preso la motosega dal bagagliaio e ha segato in due il parchimetro! Ecco il video:

  • Underbelly Project a New York city: la mostra per nessuno

    Underbelly Project a New York city: la mostra per nessuno

    Underbelly ProjectPoteva accadere solo nella più sorprendente città del mondo. In una stazione abbandonata della subway di New York City ha preso vita l’Underbelly Project, un progetto artistico nato su iniziativa di due street artists, PAC e Workhorse.

    Di che cosa si tratta? Per un anno e mezzo 103 artisti provenienti da tutto il mondo si sono introdotti illegalmente sotto la pelle di Gotham City per trasformare un luogo abbandonato in una galleria d’arte. Ma nessuno, al di fuori degli autori stessi, sa come raggiungere il luogo dell’esposizione. Gli artisti non vogliono far vedere al pubblico le loro opere, vogliono solo che la gente sappia che esistono, là sotto, da qualche parte… Gli unici che forse avranno la fortuna di vedere questa mostra sono i dipendenti della Metropolitan Transportation Authority!

    “Uno show eterno senza la folla” – lo ha definito Workhorse – la cui idea è quella di ritrovare il senso dell’arte in se stessa al di fuori delle logiche di mercato. Sul sito dell’iniziativa sono scritti in modo volutamente sfocato i nomi di coloro che hanno partecipato; gran parte di questi artisti sono personaggi molto conosciuti, tra i nomi spiccano Ron English, le cui opere sono state vendute a cifre fino a 200.000 dollari, ma anche Swoon, Revok, Gaia, Faile.

    La realizzazione della mostra si è rivelata più difficile di quanto avessero immaginato in un primo momento Pac e Workhorse, l’ambiente è chiaramente molto buio e umido, e ciò ha pesato non poco sulle condizioni di lavoro, senza dimenticare la difficoltà per raggiungerlo, senza farsi vedere o riconoscere, ciò’ ha comportato non pochi rischi.

    Per quanto riguarda le opere non si tratta solo di graffiti ma anche di installazioni; ne è un esempio il tavolo apparecchiato per la cena con due sedie di Jeff Stark, ma anche la macchina delle ombre che crea una proiezione di due fabbri al lavoro.

    Tuttavia l’opera simbolo del progetto è sicuramente il dipinto su un muro che recita “We own the night”, la notte è nostra. In un mondo dove tutto viene esibito per poter poi essere comprato, l’Underbelly Project è l’essenza di uno spazio fascinosamente estraneo alle logiche dei nostri tempi, un tentativo coraggioso che ha come fine quella disperata ricerca di “un senso dell’arte” che da sempre tormenta e tormenterà gli artisti. Lo stesso Workhorse ha dichiarato “la street art inizialmente veniva creata con urgenza, per se stessi, non per le gallerie d’arte, ed è proprio questo significato che abbiamo voluto recuperare.”

    Deepa Scarrà

  • Musica per non udenti: il progetto “Zero Volume” è italiano

    Musica per non udenti: il progetto “Zero Volume” è italiano

    Musica per sordiOggi più che mai musica e immagini sono una cosa sola, nessun artista si sognerebbe di fare un disco senza l’ausilio di un videoclip, questo perchè una canzone abbinata a una piccola storia acquista una carica comunicativa travolgente.

    Quando parliamo di videoclip intendiamo un’opera filmica breve che traduce in immagini un brano musicale, possiamo quindi affermare che si tratta di un’opera d’arte concepita per la trasmissione televisiva; video-clip, dove video sta per tv e clip sta per tagliare (dal verbo inglese to clip) proprio come un patchwork che unisce in unico prodotto cinema, fotografica, musical, tv pop art e danza.

    Non è soltanto immagine che accompagna la musica, può essere molto di più. Spesso si tende a dimenticare la valenza sociale che effettivamente ha ricoperto e ricopre tuttora il videoclip, che non di rado si fa tramite di messaggi socialmente importanti non solo per gli argomenti trattati nei testi delle canzoni, ma per le nuove sfide in cui si lancia.

    Pensare, ad esempio, ad un video-clip per persone sorde puo’ sembrare un ossimoro, una follia, ma non lo è; il primo progetto in tal senso è stato tutto “made in italy”, nel 2000 Subsonica e Bluvertigo avevano dato vita grazie al regista Luca Pastore e alla collaborazione con l‘Istituto dei sordomuti di Torino-Pienza, al progetto Zerovolume; primo esperimento di videoclip senza suoni che sfidando il media di supporto ossia la tv, cercava di travasare tutto il suono nell’immagine, come per un radiosceneggiato al contrario.

    “Non è una traduzione di un brano musicale in lingua dei gesti, ma una composizione ex-novo per non udenti che, per il totale del pubblico, acquista una nuova dimensione.” (dalla conferenza stampa di presentazione).

    Il videoclip è un gioco, un sogno, un incubo, una favola. Raramente è qualcosa di razionale, di evidente; è comunicazione di segni, per gesti, per simboli che appartengono a chiunque sia in grado di riconoscerli; quindi pur esistendo un mondo senza suoni, non esiste nessuno con cui non sia possibile cercare di comunicare.

    Certo, la sfida è senz’altro ardua, tanto che per ora quello di Subsonica e Bluvertigo è rimasto un esempio isolato, ma l’impegno e lo studio per comunicare la musica ai non udenti continua su più fronti. Dalle traduzioni simultanee dei concerti in immagini, sino alle nuove scoperte, come ad esempio “Vibrato”, il dispositivo che trasmette la vibrazione degli strumenti su cinque differenti pad: in questo modo le persone con problemi di udito possono rivivere la sensazione dell’ascolto musicale tramite il tatto. Questo perchè i sordi, specialmente quelli dalla nascita, sviluppano capacità uditive in altre parti del corpo, come appunto nei polpastrelli. E in effetti i polpastrelli sono membrane di pelle, né più né meno dei timpani. Un neonato probabilmente sente il mondo anche attraverso di essi, dovendo ancora imparare a codificare gli stimoli che gli arrivano, e solo successivamente i polpastrelli perdono questa loro capacità per lo sviluppo di altri organi uditivi.

    Serena Wich

  • Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Via Garibaldi

    Genova era sino al primo Novecento la città delle case chiuse e dei bordelli. Il pubblico postribolo, nell’antichità, era situato dove poi venne costruita la regale Strada Nuova (oggi via Garibaldi). Le “signorine” pagavano regolarmente le tasse, 5 genovini al giorno e, come normali lavoratrici, avevano il sabato libero e la domenica andavano alla messa. Erano chiamate le donne delle candele perchè il tempo e quindi il costo della prestazione era determinato da una tacca incisa su un cero.

    Genova e le case chiuse – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

    Genova e dintorni, la guida online

     

     

     

  • Zuego, il subbuteo genovese torna di moda grazie ad Arturo Parodi

    Zuego, il subbuteo genovese torna di moda grazie ad Arturo Parodi

    ZuegoQuando si cresce (o si invecchia, a seconda dei punti di vista) ci si dimentica facilmente che le nuove generazioni non hanno vissuto quello che abbiamo vissuto noi nella nostra infanzia: per uno stesso periodo della vita umana, che pure ci sembra debba essere uguale per tutti, si ha in realtà una percezione significativamente diversa di quello che vuol dire studiare, uscire, guardare la televisione o giocare.

    Per quelli della mia leva, ad esempio, è scontato capirsi quando si parla di figurine Panini, MacGyver, Ken Shiro, oppure Drive In: chi è nato negli anni ’90, invece, potrebbe non averne mai sentito parlare. Per questo motivo non è facile parlare del subbuteo.

    Chi c’era se lo ricorda perfettamente; ma chi è troppo giovane ed è cresciuto solo con i giochi della Playstation, cosa può capire della magia di un gioco da tavola come quello? Un panno verde enorme e morbidissimo, gli “omini” giocatori con l’inconfondibile base ovale, le infinite e ambitissime varietà di squadre, l’arte della “bicellata”, i tornei del pomeriggio a casa del compagno di classe…

    Non esiste una simulazione da tavola del gioco del calcio che abbia avuto più fortuna fra gli anni ’70/’80.

    Poi com’è nella natura delle cose, a partire dagli anni ’90, con l’avvento di computer e videogiochi, il subbuteo è andato progressivamente in declino. Nel ’94 la Subbuteo Sports Games Ltd è stata acquistata dalla americana Hasbro, che nel 2000 ne interrompeva definitivamente la produzione.

    Ma la storia non è finita qui. Grazie alla tenacia del genovese Arturo Parodi, distributore del subbuteo in Italia fino al 2003, si è data vita a una scommessa improbabile: produrre una nuova versione del gioco. Mentre spopolano X-Box, Wii e cartoni in 3D, l’imprenditore di Manesseno punta tutto su un gioco da tavola fedele agli stilemi del passato, senza cercare minimamente di renderlo attuale, ma pensando piuttosto a migliorare la qualità del prodotto e a introdurre anche quelle varianti locali ormai classiche che si praticavano in particolar modo a Genova.

    Il nuovo subbuteo, ancora più curato e più genovese, non può che avere un nome solo: “zeugo”.“Zeugo l’è da Zena”, scrivono sul sito internet che conta già più di 270 fan su Facebook. Tutto molto bello, ma come competere con la nuova frontiera dei giochi interattivi? “Per i giocattoli tradizionali belli”, scrive lo stesso Parodi, “ma quelli veramente belli, ci sarà sempre uno spazio. Magari una nicchia. Ma sarà una grande nicchia”. Sarà la nostalgia, ma a me è tornata una gran voglia di giocare…

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    I giardini Baltimora, qui si sviluppava il quartiere di via Madre di Dio

    La Storia di Genova: documentario sull’epoca fascista, la guerra e la speculazione edilizia, con uno speciale dedicato alla demolizione di via Madre di Dio  –  GuidadiGenova.it

    Dove oggi i giardini Baltimora sono abbandonati al silenzio e alla desolazione, circondati dal gelo dei casermoni della Regione e costeggiati da auto e moto, sorgeva l’antico quartiere Madre di Dio.

    Venne demolito interamente tra il 1969 e il 1973, una decisione che, a distanza di decenni, appare ai più avventata e ingiustificata. Via Madre di Dio era l’arteria principale, collegava la zona di Ponticello (poi piazza Dante) e, passando fra le arcate del ponte di Carignano, sfociava in corso Quadrio a pochi passi dal mare.

    Fra il sestriere del Molo e quello di Portoria, Madre di Dio era una delle zone più antiche del nostro Centro Storico, vicoli stretti, passi e scalinate la collegavano a via Fieschi, Campo Pisano e via del Colle. Al  nr. 38 di passo Gattamora, un vicolo del quartiere stretto fra Madre di Dio e via del Colle, il 27 ottobre 1782 nacque Nicolò Paganini: neanche quell’edificio fu salvato dalle ruspe.

    I sapori e gli odori che caratterizzavano la zona erano quelli delle case popolari, il pianto dei bambini, l’abbaiare dei cani e il denso cicaleccio delle comari. Ma era soprattutto il sonoro biancheggiare delle lenzuola e della biancheria stesa che regalava a via Madre di Dio l’aspetto di un fiume in piena verso il mare.

    Uno scritto del patrizio genovese Stefano De Franchi è utile per comprendere meglio l’atmosfera di quei vecchi vicoli: “Figlia mia! Qui non c’è pace, né di giorno, né di notte. Mille voci risuonano dal mattino appena giunta l’alba sino alla sera… Ho la testa che mi rintrona come un tamburo, per il frastuono e lo schiamazzo che fa la gente!”

    Spesso Madre di Dio viene raccontata come zona difficile, povera, degradata… caratterizzata dallo svolgersi di attività non propriamente legali. Ma accanto a ciò, ci si dimentica spesso di raccontare quello che era il suo volto umano, semplice, profondamente genovese. La maggior parte degli abitanti della zona lavorava in porto, tutte le famiglie si conoscevano e le porte d’ingresso delle abitazioni venivano chiuse soltanto con una catenella. Era buona norma comunicare da una finestra all’altra e se c’era bisogno di qualcosa bastava gridarlo al vicino e si creava una specie di telefono senza fili…

    Abbiamo ascoltato con piacere il racconto di un genovese nato in via Madre di Dio, il quale ricorda come una sera, dopo l’improvviso malore della nonna, senza la possibilità di telefonare, arrivò un medico in casa pochi minuti dopo, chiamato dai vicini che si erano accorti del problema.

    La lunga strada durante il giorno era stracolma di bambini che spesso raggiungevano la spiaggia per giocare, una distesa di sabbia e pietre sino a Puntavagno. I bambini più poveri erano soliti frequentare salita del Prione, giocavano fra le macerie dei bombardamenti lontano dallo sguardo dei genitori, quelli che invece erano considerati “ben educati” venivano accompagnati in piazza Caricamento, seguiti dalle mamme. Controllare i figli era segno distintivo di una “buona famiglia”.

    La sera, invece, Madre di Dio andava a dormire più tardi rispetto al resto della città. Salita del Prione era la zona dei bordelli e delle case chiuse, ma la zona era rinomata soprattutto per le tante osterie, le più frequentate a Genova. Gli uomini, fra un bicchiere e l’altro, uscivano in strada e giocavano a mora, d’estate i tavolini per il gioco delle carte invadevano la strada…

    E, per finire, la curiosità: a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta in via Madre di Dio viveva la “Tina”, una donna quantomeno borderline… Quando si arrabbiava con qualcuno (spesso) usava aprire le persiane e mostrare le chiappe chiare a tutto il quartiere. La Tina abitava in cima alla strada, nella parte più in salita… Era dunque semplice per tutti comprenderne l’umore, giorno dopo giorno, chiappa dopo chiappa.

  • Che cosa è la “chitina”? La seconda materia più diffusa in natura

    Che cosa è la “chitina”? La seconda materia più diffusa in natura

    Che cos’è la chitina? Una domanda a cui ben pochi ragazzi saprebbero rispondere e che creerebbe un serio imbarazzo anche tra gli adulti. E’ una delle tante curiosità che, in questi giorni, si incontrano nella Piazza delle Feste, al Porto Antico di Genova, in un’area dedicata ad esperimenti di “magia “chimica.

    Varcata la soglia, una folla di piccoli apprendisti stregoni si muove, chiassoso, tra provette che mandano fumi sinistri, tra liquidi incolori che si tingono di rosso o di azzurro, tra nomi astrusi che solo i più grandi ricordano di avere incontrato nella tavola periodica di Dmitrij Mendeleev.

    Girando in questa confusione babelica, incontriamo la chitina in compagnia del suo scopritore, il chimico e farmacista francese Henri Braconnot . Questo “ficcanaso” sopraffino del mondo vegetale può essere definito il padre ancestrale della fotografia,  avendo scoperto l’acido gallico e pirogallico, successivamente, usati in questo campo;  può essere ritenuto lo scopritore di una sostanza ottenuta  trattando legno e cotone con acido solforico, sostanza  che diventerà nota al mondo intero col nome di glucosio (zucchero); può essere indicato come il fautore di una forma di primordiale precursore della plastica, la xyloidina,  ottenuta per nitrazione di fibre di cellulosa; ma, soprattutto, è riconosciuto universalmente come il genitore indiscusso della chitina, molecola misteriosa che, come novelli Sherlock Holmes, siamo venuti a cercare.

    Seconda solo alla cellulosa, è la materia più diffusa in natura ed ha una formula chimica  composta da 8 atomi di carbonio, 13 di idrogeno, 5 di ossigeno e 1 di azoto che si susseguono in modo ripetitivo a formare una lunga catena polisaccaridica (saccaridi termine chimico per zuccheri). La struttura di base è quella del glucosio che condivide con l’acido ialuronico e la cellulosa e tale analogia ha fatto scaturire l’ipotesi che essa possa derivare da un unico batterio prestorico che si sarebbe , in seguito, evoluto distribuendosi nei mammiferi (acido ialuronico), nelle  piante (cellulosa), negli artropodi e nei funghi (chitina).

    La protagonista della nostra indagine, che deve il suo nome alla parola greca χιτών (tunica, rivestimento) si nasconde ovunque: nella radula (denti) delle lumache o del polpo, intorno allo stomaco dei lombrichi, sulle ali delle farfalle, nei gusci delle aragoste, nella pelle dei serpenti, nell’esoscheletro dei coleotteri, nella cuticola delle meduse, nell’intera struttura dei funghi, insomma, ovunque sia necessaria durezza ed elasticità che sono le sue principali caratteristiche.

    E’ una sostanza biodegradabile e, come tale o trasformata in chitosano e in glucosammina, trova innumerevoli campi applicativi:  risulta essere un ottimo materiale per la produzione di suture chirurgiche e bende, viene usata in campo oftalmico, nasale, orale, per una rapida cicatrizzazione delle ferite, nei regimi dietetici per ridurre l’assorbimento dei grassi, in dermocosmesi e, in generale, in quelle condizioni in cui è necessario veicolare una principio attivo su un bersaglio specifico, grazie alle sue caratteristiche di muco-adesività e di rilascio dei farmaci.

    Ma non finisce qui: grazie alla biocompatibilità, biodegradabilità, non tossicità, può essere impiegata nell’imballo di cibi per le sue proprietà antibatteriche e per la resistenza che la carta acquisisce se impregnata di questo prodotto; viene usata per purificare l’acqua da metalli pesanti e per chiarificarla da proteine derivanti da lavorazioni alimentari; trova applicazione in campo tessile come uniformante di tintura o per il suo effetto anti-infeltrente.

    La porzione più pura della chitina si presenta sotto forma di strutture fibrillari piccolissime con una lunghezza media pari a 250 nm e spessore di 5/7 nm cioè dei nanocristalli,  la cui produzione ed utilizzo sono legati a brevetti internazionali italiani: un chiaro esempio della necessità di guardare alla ricerca come fonte di innovazione ed un eccellente risultato di cui essere orgogliosi.

    Adriana Morando