Tag: economia

  • Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Alfa MitoPremetto che le automobili Fiat sono le migliori sul mercato. Per prestazioni e consumi sono nettamente superiori a Wolkswagen, BMW, Porsche, Lotus, Rolls-Royce e persino Ferrari. Gli optionals sono fantascientifici e le linee accattivanti. Sia lodato Marchionne; e sempre sia lodato. Scusate la premessa, ma d’oggi in poi, quando si vorrà dire o scrivere qualcosa al riguardo della Fiat, bisognerà attestarsi su questi toni. Le critiche sono abolite per legge.

    Questo infatti ha stabilito il Tribunale di Torino, condannando in primo grado la RAI e il giornalista Corrado Formigli (oggi conduttore di Piazza Pulita su LA7, ma all’epoca inviato di Annozero) a risarcire la Fiat. La somma? Una cosetta da niente, una cifra quasi simbolica: 7 milioni di euro. Si, avete capito bene: 7.000.000 €. E cosa avrebbero fatto la RAI e Formigli? Sequestrato e torturato Lapo Elkann? Appiccato le fiamme allo stabilimento di Pomigliano? Molto peggio: hanno mandato in onda un servizio dove si diceva che la Mito ha prestazioni inferiori a quelle di due vetture straniere concorrenti. E siccome i periti del tribunale hanno stabilito che questo non è vero e che Formigli avrebbe volutamente riportato dei risultati sbagliati di un test su strada, per questo motivo ora deve risarcire, nell’ordine, un danno patrimoniale (cioè perdite materiali subite dalla Fiat) di 1 milione e 750 mila euro, più un danno non patrimoniale (cioè morale e d’immagine) di 5 milioni e 250 mila euro.

    Tutto questo in un paese dove, come ha ricordato la Gabanelli sul Corriere, un risarcimento per “perdita parentale” (cioè la morte di un figlio o di un marito) si liquida con un tetto massimo di 308.700 euro (l’ha stabilito il Tribunale civile di Milano). Ma ciò che è più incredibile, in tutta questa vicenda, è il fatto che tantissime persone si sono scatenate sul web plaudendo la sentenza, gioendo e sfogandosi contro i giornalisti dell’ex-staff di Annozero, additati come faziosi ed irresponsabili. Commenti come “godo!”, “la prossima volta si preoccupi di dire la verità”, “così imparano a dare contro al Made in Italy”, “la legge vale per tutti”, “dicono sempre che bisogna rispettare le sentenze, ora lo facciano anche loro” mi hanno davvero stupito, perché sono apparsi con straordinaria frequenza su siti e blog di diversa estrazione politica.

    Sembra che la gente non si sia resa conto di che cosa stiamo parlando e quale sia il punto della questione. Ovviamente tutti sono liberi di pensare che Santoro, Travaglio e compagnia bella siano giornalisti faziosi e antipatici. Ma la libertà di espressione e di critica, che questa sentenza finirà per limitare fortemente, garantisce a chiunque non ami questo tipo di informazione di cercarsene un’altra. In Italia, tra l’altro, l’informazione televisiva è monopolizzata dalla politica e in primis dalla persona di Berlusconi, che ha grande potere di veto su 5 emittenti nazionali su 7.

    La carta stampata, poi, dipende sia dai finanziamenti pubblici (e quindi dalla politica), sia dai gruppi di potere finanziario-industriali (tra cui spicca certamente anche la Fiat). Per questo è proprio chi non ama Formigli e Santoro ad avere la più ampia offerta informativa a cui rifarsi e, pertanto, a non avere motivo di sfogare il proprio livore su internet. Un altro discorso è essere del parere che la sentenza restituisca lo scarso valore professionale dei giornalisti che stavano ad Annozero: ma non si può essere contenti per la punizione che ha subito Formigli. L’idea che chi esprima un’opinione scorretta, un’idea sbagliata, un dato scientifico o di cronaca falso debba essere “punito” rivela – e mi spiace dirlo, perché non amo affibbiare questo aggettivo a destra e a manca – una concezione fascista dell’informazione.

    E’ la professionalità che dovrebbe uscirne compromessa, non la vita. Alle falsità si contrappongono le verità, non punizioni esemplari e pene severe; per l’ovvio motivo filosofico, storico e politico che, anche se la Verità esiste sicuramente, trovarla non è affatto scontato, mentre è proprio in nome di questa che si sono fatti i peggiori massacri della storia. Nemmeno la verità cosiddetta “scientifica” o “tecnica” è immune da errori. Ogni volta che in un tribunale un perito nominato da una parte stila una perizia, chissà come mai questa è quasi sempre favorevole alla parte che l’ha commissionata.

    Ci vuole poco a portare la “scienza” dove si vuole che vada. Negli anni ’30 non solo in Germania, ma trasversalmente nell’opinione pubblica di molti paesi democratici erano diffuse convinzioni razziste ed eugenetiche, che solo oggi riconosciamo come “pseudo-scientifiche”, sulle quali all’epoca attecchì il nazismo. Dovremmo metterci in testa che è più igienica una società dove si permette a chiunque di esprimere la propria opinione, anche se scorretta e pericolosa, che una società dove si pretende di dividere i buoni dai cattivi in nome di una qualsiasi concezione di Verità.

    Ma al di là dei massimi sistemi, nel caso in questione è evidente che la presunta falsità del servizio di Formigli c’entra poco. E anche il danno commerciale arrecato alla Fiat centra poco, visto che la casa di Torino ha già detto che devolverà l’intera cifra in beneficenza. La cosa, infatti, è piuttosto strana: se mi sfasciano la macchina e l’assicurazione mi ripaga, non do i soldi in beneficenza, ma mi faccio riparare l’auto o me ne compro un’altra. Se i soldi non sono un problema, è evidente che alla Fiat interessava solo la questione di principio. E il principio è questo: non osate attaccarci o potreste ritrovarvi a pagare milioni.

    Chi pensa che, anche dopo questa sentenza, si possa ancora criticare una grande industria semplicemente dicendo la verità, commette un grosso peccato d’ingenuità. D’ora in poi ogni giornalista sa che, se tocca gli interessi commerciali di un gruppo che può pagarsi ottimi legali, in caso di errore ha davanti a sé la prospettiva di dover pagare milioni di danni. Quindi ricontrollerà mille volte prima di fare il servizio; e, a meno di non essere più che sicuro, nel dubbio preferirà evitare. E se per caso sarà davvero sicuro, sarà il suo editore a dissuaderlo per non prendersi il rischio della sanzione: può sempre succedere, infatti, che si perda pur avendo ragione, perché un grande gruppo è molto influente e perché gli errori giudiziari ci possono essere anche nei paesi più evoluti del mondo.

    Chi vorrà correre il rischio di rovinarsi la vita per fare l’eroe dell’informazione libera? Sarà più comodo adattarsi a spargere l’incenso. Si pensi alle trasmissioni che si sono occupate delle radiazioni dei telefonini o delle fabbriche che inquinano: cifre e numeri sono sempre contestati e contestabili. Pertanto chiunque voglia addentrarsi in argomenti simili dovrà tenere presente che potrà essere citato per danni milionari.

    E’ del tutto evidente che questo frenerà i giornalisti e ci consegnerà allo strapotere degli interessi commerciali delle grandi industrie. E se i loro prodotti saranno dannosi, tanto peggio per noi, che lo scopriremo solo consumandoli e subendone gli effetti. Eppure la faziosità di Formigli è tutta da dimostrare. La perizia, infatti, è stata affidata ad un collegio di esperti composto dall’attuale ministro Francesco Profumo, dal professor Federico Cheli e dal professor Salvio Vicari. Tutti e tre, per ricerca o per lavoro, hanno usufruito in passato di finanziamenti o hanno avuto legami riconducibili al gruppo Fiat.

    Ma la sentenza, oltre che dannosa e discutibile, è anche ridicola. Si vuole sostenere che la gente spenda 15.000 euro per un auto, senza andare dal concessionario, ma guardando Annozero. Si vuole sostenere che la Fiat abbia bisogno di una riparazione per il danno d’immagine, come se questa non spendesse già ogni giorno vagonate di euro per occupare TV, giornali, radio e internet con le sue pubblicità; come se non si potesse pagare testimonial del calibro di Giovanni Allevi, Chiambretti, Luca e Paolo; come se Formigli non fosse stato disponibile ad ospitare in trasmissione un incaricato del gruppo Fiat per dare il suo punto di vista. La sproporzione della punizione è evidente: bastava imporre una puntata di riparazione in cui alla Fiat fosse concesso di contestare le tesi di Formigli e sarebbe già stato tanto. Questo canovaccio era già andati in onda con Tremonti su Report e con Maroni a Vieni via con me. Quanti altri giornalisti, poi, sono stati già sanzionati in passato per errori commessi in odore di partigianeria? Basti pensare a Minzolini con Berlusconi “assolto” anziché “prescritto”, oppure a Feltri con le infondate accuse a Boffo. Qual’è la differenza rispetto a questi esempi?

    Che non c’era dietro una grande industria come la Fiat interessata non tanto alla riparazione del danno subito, che si fatica a vedere, quanto a “colpirne uno per educarne cento”. Chi ha un abbonamento a Sky sa benissimo che c’è una trasmissione britannica, Top Gear, dove si dice peste e corna di certi modelli di auto. Saranno proprio tutte corrette le valutazioni dei conduttori? C’è da dubitarne. Ma a quanto si sa nessuno ha mai citato in tribunale nessuno. Due paesi, due misure di civiltà.

     

    Andrea Giannini

  • Privatizzazione Aeroporto di Genova: gara deserta, tutto da rifare

    Privatizzazione Aeroporto di Genova: gara deserta, tutto da rifare

    Aeroporto Cristoforo Colombo di GenovaScadeva alle 12 del giorno 15 febbraio il termine ultimo per la presentazione delle offerte per l’acquisto del 60% dell’Aeroporto Cristoforo Colombo di Genova, ovvero la quota di proprietà dell’Autorità Portuale. La gara è andata deserta.

    Dopo il ritiro in extremis, con una lettera indirizzata alla stessa Autorità Portuale, da parte del Fondo italiano per le infrastrutture guidato da Vito Gamberale , si attendevano le offerte degli altri gruppi che avevano mostrato interesse e partecipato alle fasi di studio. Niente da fare.

    Per la preseteazione del nuovo bando si parla di tempi piuttosto brevi (aprile/maggio 2012) e, come già anticipato nei giorni scorsi, aumenterà la quota in vendita con l’aggiunta del 15% attualmente di proprietà di Aeroporti di Roma.

    Il continuo prorogarsi delle trattative potrà influire negativamente sul futuro del Cristoforo Colombo? Qualche tempo fa è stato intrapreso un percorso per il definitivo rilancio dello scalo genovese. Regione, Camera di Commercio e Aeroporto hanno stanziato per i prossimi tre anni 7,5 milioni di euro (2.5 mln di euro annui), con l’obiettivo a breve termine rappresentato dall’ampliamento dei collegamenti con le riviere per favorire la scelta dell’aeroporto di Genova da parte dei i turisti che vengono in Liguria. L’obiettivo a lungo termine, invece, è la costruzione entro il 2015 di un grande parcheggio di interscambio nella zona nord all’uscita dell’autostrada.

     

  • Cristoforo Colombo, scade oggi il bando di gara per la privatizzazione

    Cristoforo Colombo, scade oggi il bando di gara per la privatizzazione

    La misteriosa gara per la vendita dell’aeroporto, minuziosamente coperta dai riflettori come fosse un diamante rubato, scade oggi alle 12. A dire il vero era già scaduta lo scorso luglio, ma dopo la proroga la discrezione è stata totale e le informazioni che sono trapelate sono state poche.

    A un’ora dalla scadenza, in attesa di comunicazioni ufficiali, quello che sappiamo è che il Fondo italiano per le infrastrutture guidato da Vito Gamberale, principale candidato all’acquisto del 60% del Cristoforo Colombo, è uscito di scena motivando: “Le inusualmente limitate informazioni rese disponibili, le penali non allineate alla prassi di similari operazioni, la preoccupante involuzione della gestione della società […] rende impossibile a un investitore istituzionale e responsabile, quale F2i, approvare un’offerta vincolante in linea con i requisiti, i vincoli e le aspettative…“, questo il contenuto pubblicato dal Secolo XIX della lettera che F2i avrebbe inviato all’Autorità Portuale dopo una lunga procedura di consultazione dei documenti della società in vendita.

    Mostrandosi comunque ancora interessata all’acquisto qualora prendesse il via “una nuova procedura alla luce di tali considerazioni”, F2i ha provato a tenere una porta aperta nel caso di un’ulteriore proroga della scadenza.

    Nel frattempo sarebbero ancora in quattro i candidati per l’acquisto: la società francese “Vinci”, i turchi della “Limak Yatirim”, gli argentini della “Corporation America” e un fondo di investimento Usa. Il prezzo base d’asta è stato fissato in 30 milioni di euro e ulteriori 43 milioni da investire per attuare il piano infrastrutturale dell’Enac.

    Ma non è tutto. Nelle ultime settimane “Aeroporti di Roma” avrebbe manifestato l’intenzione di “liberarsi” del suo 15%. Ovviamente se oltre al 60% di proprietà dell?Autorità Portuale dovesse inserirsi anche il 15% di Roma la gara dovrebbe essere riscritta nuovamente e l’iter ripartirebbe da zero. Il restante 25% è di proprietà della Camera di Commercio.

    Tra poche ore sapremo se la gara è andata deserta o se sono state presentate offerte.

     

  • Gas: l’Italia importa dalla Russia e non sfrutta la produzione interna

    Gas: l’Italia importa dalla Russia e non sfrutta la produzione interna

    Produzione del Gas

    Gazprom, il colosso energetico russo, nei giorni scorsi ha ridotto del 30% le proprie forniture e così rischiamo  di dover affrontare anche questo nuovo tipo di  emergenza. In verità tanto nuovo non è perché ne abbiamo già sentito parlare durante la crisi Russia-Ucraina del 2009 ma, se non si è esperti del settore, non si riesce a capire quali colossali interessi si nascondano dietro  apparenti controversie tra stati.

    Incominciamo col dire che la Russia  è il principale ”rubinetto” erogatore dell’est e che la manovra messa in atto  potrebbe nascondere una sorta di ricatto per accelerare la costruzione del mega-gasdotto “South Stream”, capace di introdurre in Europa 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno, progetto in cui è previsto un braccio terminale in Italia, presso Otranto. Una diminuzione dell’erogazione si direbbe un problema relativamente “piccolo” per un paese, come l’Italia, che ha  fonti alternative di rifornimento quali Olanda, Norvegia, Algeria, Libia, che  può contare su una produzione propria, pari a circa il 15%, grazie ai due rigassificatori  di Rovigo e Panigaglia, che è in grado di riattivare, per emergenza, vecchie centrali ad olio come quelle di Livorno e Piombino (Enel)  ed, infine, che può avvalersi di eccellenti infrastrutture.

    Il vero problema è che  non sfruttiamo interamente le nostre potenzialità a causa di una gestione “monopolistica” di Eni e Snam: lo comprova il fatto che importiamo  85 miliardi di metri cubi l’anno contro una capacità di 107 e, soprattutto, che queste società non consentono ad altre imprese concorrenti di passare attraverso i “rami” inutilizzati.

    Questo  ci da conto, immediatamente, del costo di questo combustibile che noi paghiamo più di tutti in Europa.  Gli enormi interessi economici non finiscono qui: ci sono in progettazione 10 rigassificatori e 4 gasdotti, tra cui quello Brindisi-Minerbio che con i suoi 687 Km avrà un forte impatto ambientale lungo tutto l’Appennino, un progetto che parrebbe anacronistico a fronte di un esubero di condutture ma che si spiega con l’ottica “lungimirante” di rivendere il gas ai paesi del nord-Europa.

    I primi ad aver subito un immediato disagio sono i cosiddetti “interrompibili”, fruitori che a fronte di uno sconto sul prezzo (il costo energetico grava su un’impresa per il 20%) sono disponibili a farsi bloccare l’erogazione, cosa che è puntualmente avvenuta. Ma era assolutamente necessaria? Non sarebbe stato meglio, nell’eventualità di una carenza di gas, andare ad intaccare le consistenti riserve che, guarda il caso, sono anch’esse in mano, per il 97%, alla Stogit, società del gruppo Snam? Intervento prudenziale o mera speculazione economica?

    Certo è triste se pensiamo che, negli anni passati, siamo stati all’avanguardia nel campo dell’energia come quando, nel 1903, primi nel mondo, abbiamo pensato di sfruttare quella geotermica, fornitaci “gratis” dai soffioni boraciferi di Larderello. Per anni, inoltre, siamo stati quasi totalmente autonomi grazie alle grandi centrali idroelettriche, primati accantonati per far spazio a petrolio e suoi derivati, da cui, adesso, l’Italia deve affrancarsi sia ridimensionando il potere di questi grandi colossi (dov’è l’antitrust?) ma, soprattutto, con agevolazioni  che spingano verso fonti di energie alternative che, per altro, nel nostro paese sono favorite dalla conformazione oro-geografica.

    Non stupisce, a questo proposito, apprendere che la tecnologia italiana dei pannelli solari abbia raggiunto punti di eccellenza tanto da essere sfruttata dalla Cina, da cui importiamo l’intera produzione grazie al minor costo, e che, sempre italiana, è la ricerca sperimentale per la produzione di pannelli non più in silicio ma a partire dalla plastica che, all’abbattimento dell’80% dei costi, associano una struttura meno rigida capace  di adattarsi a qualsiasi  superfice anche a quella curva.

    Non meno importanti sono i progressi in campo eolico: il vento, insieme al sole, è un’altra grande risorsa che permette di ridurre l’inquinamento atmosferico con un impatto minimo sull’ambiente. Infatti, anche le “mostruose” pale rotanti, tanto invise ai rispettosi dell’habitat, sembrerebbero avere le ore contate. Sistemi innovativi propongono strutture a bracci verticali che non necessitano di orientamenti fissi e sono molto più contenuti nelle dimensioni.  Per gli amanti del design, inoltre, sono stati progettati veri gioielli da esporre in bella vista sui tetti degli edifici che, oltre a svolgere la loro importante funzione, impreziosiscono l’architettura dell’edificio.

    Un esempio? Il Wind Tulip dell’azienda israeliana Leviathan Energy, un tulipano non proprio olandese, come si evince, ma che, se istallato sul percorso della Bora o della nostra Tramontana, farebbe concorrenza ai caratteristici mulini a vento.

     

    Adriana Morando

  • Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio TremontiQualcuno deve aver letto a Santoro il mio intervento di qualche settimana fa, perché giovedì la trasmissione “Servizio Pubblico” è andata decisamente incontro alle critiche che avevo sollevato sul programma. A parte la battuta, l’ultima puntata è stata decisamente più interessante delle precedenti. Il tema, le regole della finanza e il rapporto con la politica, è decisamente d’attualità; le analisi e gli approfondimenti, pur nei limiti del dibattito televisivo, non erano privi di una certa pregnanza; in studio erano presenti giornalisti prestigiosi, come Mentana e Mieli, l’ottimo Gianni Dragoni, il solito Travaglio e diversi invitati che, pur da prospettive talvolta opposte, non per questo hanno lesinato spunti interessanti, come il leader dei no global Luca Casarini o il giovane ricercatore di Oxford Emanuele Ferragina.

    Era presente, a dire il vero, anche un politico. Eppure Giulio Tremonti, per il ruolo di governo che ha ricoperto fino a ieri e le particolari tesi espresse, è uno di quei politici il cui parere si ascolta sempre con un certo interesse. Intendiamoci: io non sono affatto un fan di Tremonti. Nonostante i giudizi positivi che riscuote un po’ in tutti gli schieramenti politici, da destra a sinistra, io sono del parere che questo tributarista di Sondrio come economista sia decisamente sopravvalutato: lo trovo fastidiosamente supponente, penso che sia direttamente responsabile di diversi obbrobri legislativi (vedi scudo fiscale) e, soprattutto, che si compiaccia di esprimersi attraverso metafore oracolari e profetiche, senza però che dietro a queste si nasconda una particolare profondità di analisi.

    Detto questo, si tratta comunque di un personaggio che, inspiegabilmente, emana un discreto fascino intellettuale: sarà per la bellissima imitazione di Corrado Guzzanti; sarà per la folle ebrezza che ci pervade al pensiero che questo simpatico mitomane autoproclamatosi erede di Quintino Sella sia stato per tre diversi mandati l’autorità più alta per l’economia italiana; o forse sarà per lo sguardo inespressivo, gli occhiali anni ’70 e l’irresistibile erre moscia. Come che sia, l’altra sera molte persone, compreso il sottoscritto, sono rimasti ad ascoltarlo mentre ripercorreva cattedratico la storia del mondo dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale fino ai giorni nostri.

    Secondo Tremonti nei primi anni ’90, con la fine del comunismo, la caduta dell’Unione Sovietica alla spalle e la nuova organizzazione del commercio mondiale (il WTO), il mondo è cambiato fino a produrre una globalizzazione che ha generato ricchezza da alcune parti, ma anche povertà in molte altre, mentre la finanza usciva fuori da ogni controllo. Il punto di svolta, secondo Tremonti, è la caduta del muro di Berlino. E non ci vuole un ministro dell’economia per dirlo: basta uno studente di liceo. Non c’è dubbio che si tratti dell’evento più importante per la storia contemporanea; il momento che costituisce, anche simbolicamente, lo spartiacque tra un dopoguerra dominato da due potenze e due ideologie e un “dopo”, in cui ci troviamo tuttora, che ancora non abbiamo capito bene cosa debba essere.

    Tremonti rileva ciò che è ovvio, ma ha comunque ragione a incentrare l’attenzione sui cambiamenti avvenuti tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Certo è che il mondo prima del 1989 poteva ancora essere declinato secondo due schemi alternativi: da una parte il capitalismo statunitense e i paesi NATO, basati sulla libera iniziativa economica; dall’altra il comunismo russo e i paesi del patto di Varsavia, la cui economia era organizzata e pianificata direttamente dallo Stato, cioè dai funzionari del partito comunista al potere, con lo scopo (teorico) di livellare le ineguaglianze sociali. Il fatto che il comunismo così concepito sia fallito da un giorno all’altro, ha finito per ingenerare la convinzione che il capitalismo fosse la risposta.

    Ad esempio, scrive Paul Krugmann (nobel per l’economia nel 2008) che dal 1989-91 in avanti: «il nocciolo del socialismo non rappresenta più un’opposizione al capitalismo. Per la prima volta dopo il 1917 viviamo dunque in un mondo in cui i diritti alla proprietà e al libero mercato sono considerati principi fondamentali, non più cinici espedienti» (Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, Milano, Garzanti, 2009).

    Ed in effetti in precedenza, persino nell’Italia alleata degli Stati Uniti, un minimo di richiamo al socialismo, o almeno a misure sociali, era d’obbligo, se non si voleva passare per egoisti che pensano solo all’arricchimento personale. Ma negli anni ’90 questi freni si sono definitivamente sciolti, e il modello dello yuppie anni ’80 dalla commedia di Jerry Calà e Christian De Sica è passato a paradigma della realtà. Ancora oggi è difficile riuscire a valutare l’impatto causato dalla fine del comunismo, cioè di un’opzione considerata seria e realistica per tutto il ‘900; ma è chiaro che il cambiamento, soprattutto da un punto di vista culturale e psicologico, è stato enorme.

    E’ abbastanza evidente, ad esempio, che la vittoria del capitalismo è stata un’ubriacatura che ha fatto passare in secondo piano i suoi eccessi. Tant’è che oggi, con la crisi del capitalismo globale, tantissimi economisti – persino lo stesso Tremonti – riscoprono Marx. Eppure quello che la crisi avrebbe dovuto insegnarci non è tanto che il comunismo non aveva tutti i torti, quanto piuttosto che si fanno danni a voler operare nella realtà con il paraocchi di un’ideologia considerata vincente. In Italia, in particolar modo, siamo maestri nell’andare dove tira il vento: cosa che non facciamo per cinismo, ma per un naturale istinto di sopravvivenza, forgiato in secoli di dominazioni straniere, da cui discende che l’opzione più igienica è sempre quella di salire sul carro dei vincitori. Fascisti sotto il fascismo, partigiani nel dopoguerra, democristiani nel boom economico, “tangentari” sotto Tangentopoli, “anti-tangentari” e “berlusconiani” sotto Berlusconi, “tecnici” sotto Monti: gli Italiani fiutano l’aria che tira e cambiano in modo repentino, con una capacità di adattamento straordinaria.

    Questa ricostruzione, a dire il vero, sarebbe ingenerosa, se non tenesse conto delle vaste minoranze che resistono nelle loro posizioni e non si piegano all’andazzo generale: ma è proprio il generale, la maggioranza, che conta. E negli ultimi vent’anni la maggioranza si è illusa che un capitalismo sfrenato con il minor controllo possibile da parte dello Stato sarebbe stata la soluzione. Solo oggi ci accorgiamo che, insieme al resto del mondo, vivevamo in un sogno e che abbiamo buttato via il bambino (il principio di superiorità dell’autorità politica e delle sue regole) con l’acqua sporca (il comunismo). Eppure non sarebbe stato difficile capirlo.

    Dal passato avevamo il precedente di un’ottima costituzione scritta insieme da radicali, democristiani, socialisti e comunisti: funziona da 65 anni proprio perché non ha un’ideologia di riferimento, ma è il risultato sincretico di uno spirito comune (l’antifascismo) e della conseguente necessità di porre principi validi per sé e non dal punto di vista astratto di una utopia politica. Sapevamo benissimo, poi, per una lunga tradizione di pensiero, che l’autorità statale e le buone regole hanno un’utilità sociale preliminare rispetto alla scelte di politica economica. Sono tutte cose che abbiamo acquisito con fatica nel corso delle storia e che, tramite l’esperienza e il buon senso, avevamo imparato a riconoscere come valide. Ma le abbiamo trascurate perché la dottrina imperante, i facili guadagni e l’illusione di una crescita senza fine hanno reso comodo non considerarle. Per questo oggi saremmo più preparati ad affrontare le sfide che abbiamo davanti se ci preparassimo a ponderare le nostre scelte non sulla base di persone, ideologie o partiti, ma ragionando e basta.

     

    Andrea Giannini

  • Costi della burocrazia: in Liguria si spende poco, ma non si usa il web

    Costi della burocrazia: in Liguria si spende poco, ma non si usa il web

    La burocrazia in Italia costa 23 miliardi di euro, pari a oltre 5 mila euro per impresa. I costi della burocrazia in Italia pesano sulla bilancia del Pil per ben 10,7 punti percentuali solo per la spesa del personale, in crescita dello 0,4% negli ultimi dieci anni.

    Stando a quanto emerge dall’ indagine dell’osservatorio Confartigianato, relativo ai dati 2011, sui costi della burocrazia in Italia, la regione più virtuosa in Italia è la Liguria, dove i dipendenti della pubblica amministrazione costano 56 milioni di euro. Come spesa procapite la Liguria si colloca al terzo posto con 34 euro a cittadino, subito dopo Lombardia con 23 e Veneto con 30.

    Nel resto d’Italia sono le regioni a statuto speciale a presentare il conto più salato: i costi del personale per abitante sono quattro volte superiori rispetto alla media nazionale e ammontano a quasi il doppio rispetto a quelle a statuto ordinario: 4.260 milioni di euro contro 2.316 milioni. La Sicilia e il Veneto hanno quasi la stessa popolazione, circa 5 milioni, ma la Sicilia spende circa 12 volte di più del Veneto per le spese di personale: 1.748 milioni contro 150.

    In Italia le peggiori performance si riscontrano soprattutto nei casi di soluzione giudiziale delle controversie commerciali, nei tempi necessari al pagamento di imposte e contributi, nell’accesso al credito, nelle concessioni di licenze edilizie, nel trasferimento di un’attività immobiliare e nell’avvio di un’impresa. Tutti elementi che collocano il nostro Paese all’87esimo posto della classifica mondiale sulla facilità di fare impresa, all’ultimo posto tra tutti i maggiori Paesi avanzati. I settori dell’artigianato più “colpiti” sono i servizi alle imprese, le costruzioni, i servizi alle persone e il manifatturiero.

    Nell’era tecnologica, dove il passaggio di informazioni è in tempo reale grazie all’immediatezza del web, dovrebbe essere semplice intuire che è proprio internet la soluzione per combattere l’eccesso di burocrazia. E se fino a qui abbiamo “lodato” il risultato ottenuto dalla Liguria sul fronte spese, dobbiamo subito abbandonare la carota e passare al bastone, perché nell’ambito della stessa indagine di Confartigianato troviamo la nostra regione in penultima posizione per quanto riguarda l’interazione via web tra cittadino e Pubblica Amministrazione, ovvero il ricorso alla piattaforma internet per ottenere informazioni dai siti degli enti pubblici (30% degli utenti con più di 14 anni), scaricare moduli (20,9%) e spedire moduli compilati (9,9%).

    In conclusione la Liguria è la regione italiana che spende di meno per la burocrazia, ma dopo l’Abruzzo, è anche la peggiore d’Italia per quanto riguarda la gestione delle pratiche sul web. Il bicchiere è a metà, sta a voi valutarlo mezzo pieno o mezzo vuoto.

  • In Liguria le micro imprese potranno accedere agli appalti pubblici

    In Liguria le micro imprese potranno accedere agli appalti pubblici

    La direttiva europea si chiama “Small business act” e si tratta di un programma partito nel 2008 che riconosce il ruolo centrale delle piccole imprese nell’economia dell’Europa.

    Tra il 2008 e il 2010, la Commissione Europea e gli Stati membri hanno adottato misure per alleviare gli oneri amministrativi per le piccole imprese, per facilitare il loro accesso ai finanziamenti e ai mercati globali. Un anno fa il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani, commissario per l’industria e l’imprenditoria, aveva dichiarato: “Le PMI rappresentano il 99% di tutte le imprese europee e danno lavoro a più di 90 milioni di persone in Europa. Sono il motore della nostra economia, un motore che deve essere mantenuto forte, competitivo e innovativo . Gli Stati membri devono agire rapidamente per garantire che il Small Business Act sia pienamente attuato.

    In Italia di “SBA” (Small Business Act) si è sentito parlare ben poco in questi anni. Un segnale importante arriva proprio dalla Regione Liguria che ha messo a punto un disegno di legge approvato all’unanimità dal Consiglio che riconosce nuove opportunità alle micro imprese o imprese familiari, in prevalenza artigiane e commerciali, che potranno così accedere a agevolazioni e appalti pubblici.

    In Liguria tali imprese potranno fare affidamento su una corsia preferenziale per partecipare agli appalti pubblici di importo inferiore ai 500 mila euro con la possibilità di ottenere la suddivisione degli appalti in lotti o lavorazioni anche con il ricorso al subappalto. La legge riconosce in particolare agevolazioni alle micro imprese giovanili individuali, sociali e cooperative con maggioranza di soci sotto i 35 anni. Si stabiliscono inoltre nuove forme di aggregazioni di imprese in aggiunta ai già esistenti Distretti. Si tratta delle “reti di imprese” e dei “contratti di rete”.

     

  • Gli italiani di fronte alla crisi. Che cosa cambia? Incontro a Palazzo Ducale

    Gli italiani di fronte alla crisi. Che cosa cambia? Incontro a Palazzo Ducale

    Palazzo DucaleVenerdì 10 febbraio alle ore 1745 a Palazzo Ducale viene presentato il 45° rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. Un occasione per discutere e fare il punto della situazione italiana e per capire cosa comporta per la popolazione questo periodo  difficile.

    Presentano Luca Borzani, presidente Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale, Roberto Speciale, presidente Centro In Europa. Relazione di Giuseppe Roma, direttore Censis.

    Intervengono Manuela Arata, presidente Festival della Scienza, Luigi Merlo, presidente Autorità portuale di Genova, Letizia Radoni, direttore sede di Genova della Banca d’Italia, Felice Negri, vice presidente Camera di Commercio di Genova.

  • Lo scivolone di Monti e il governo “delle banche per le banche”

    Lo scivolone di Monti e il governo “delle banche per le banche”

    Finanza, Economia e BancheDefinire “monotono” il posto fisso è stato il primo vero scivolone mediatico di Mario Monti. C’è da dire che prendere le dichiarazioni di un politico semplicemente per il loro significato sarebbe piuttosto ingenuo. Un vero politico non dice quasi mai ciò che pensa davvero, ma dice piuttosto quello che occorre dire. Non è importante se una cosa sia vera o sia falsa, ma è importante ottenere l’effetto desiderato.

    Nella fattispecie è probabile che le parole di Monti rientrino in una più ampia strategia di logoramento contro l’articolo 18. Visto che su questo argomento le dichiarazioni dei vari esponenti del governo si stanno moltiplicando, è probabile che in questo momento sia interesse del governo creare un po’ di polverone mediatico su un tema caldo, con l’obiettivo di compattare un fronte trasversale moderato, andando ad isolare e neutralizzare i sindacati e la sinistra antagonista con la scusa del preconcetto ideologico.

    Insomma, si punta a modificare gli equilibri politici per aumentare il margine d’azione del governo, con il rischio calcolato che il PD si spacchi e faccia saltare il banco, prendendosi così anche tutta la responsabilità per la caduta di quel governo Monti che aveva abbassato lo spread. Che siano questi o altri i pensieri che passano per la testa del premier, è chiaro come il sole che al motivo del contendere, cioè alla favoletta dell’abolizione dell’articolo 18 per favorire l’occupazione, non crede nemmeno lui.

    O meglio, Monti è sicuramente  convinto che sia preferibile un mercato del lavoro senza garanzie innate, ma sa bene anche che, nella situazione in cui versa ora l’Italia, dare facoltà alle imprese sopra i 15 dipendenti di licenziare indiscriminatamente non sortirà assolutamente l’effetto di favorire l’occupazione.

    I problemi occupazionali dell’Italia, infatti, dipendono per la gran parte da motivi strutturali che hanno origini lontane e che andrebbero affrontati cominciando addirittura da una seria riforma dell’istruzione. Detto questo, però, non si può concludere che sia un esercizio inutile stigmatizzare la goffa sparata del premier. Ci sono invece ottime ragioni, sia formali che sostanziali, perché l’opinione pubblica faccia sentire il suo dissenso. Innanzitutto sgombriamo il campo dagli equivoci: chiunque ha il diritto di sostenere che la logica del posto fisso sia deleteria, così come chiunque ha il diritto di pensare che laurearsi dopo i 28 anni sia da “sfigati” (copyright sottosegretario Michel Martone) o che siamo troppo legati al “posto fisso vicino a mamma e papà” (copyright ministro Cancellieri). Ma il punto è che da un esponente del governo, sia esso un sottosegretario, un ministro o il presidente del consiglio, queste esternazioni non sono accettabili, perché non è compito del governo farci la morale.

    Il governo e il parlamento possono stabilire nuove leggi, perché ciò rientra nella loro prerogative, ma non sta scritto da nessuna parte che siano tenuti a dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare nella nostra vita privata.  Se, nel rispetto della legge, ho l’occasione di scegliere tra tenermi il mio attuale posto di lavoro oppure cambiarlo per un altro, quello che deciderò o non deciderò di fare sono solo affari miei. Ecco perché è superfluo e fastidioso che i politici si avventurino in certi terreni, finendo un po’ per trattare i cittadini come bambini.

    Non c’è dubbio che tutti i popoli del mondo abbiano tendenze e attitudini che possano essere criticabili; così come è sicuro che tutti i governanti di questa terra, in privato, abbiano avuto di che lamentarsi delle popolazioni che erano chiamati ad amministrare. Ciò non toglie che in pubblico facciano meglio ad evitare di mettere troppo in mostra i loro riserbi, perché ciò esulerebbe dal compito a cui sono preposti, che è quello di migliorare la vita delle persone tramite le leggi e non tramite i moniti.

    E se poi ci si riduce a fare questioni di principio, sorge subito il dubbio che non si riescano a fare questioni di fatto. Come accade proprio nel caso che stiamo considerando. Monti si è lanciato nell’impresa di salvare le banche, ma, ammesso che la bolla non gli scoppi tra le mani, lo sta facendo a scapito di tutto il resto. Dato che le banche erano indebitate e dovevano ricapitalizzarsi con molta fatica, lo Stato ha messo la sua (cioè la nostra) garanzia su questi debiti: in questo modo ha alzato la posta e ha scoraggiato parte della speculazione. Questo aiutino è stato dato, ovviamente, gratis.

    Nei “comunistissimi” Stati Uniti quando si è dovuto intervenire con i soldi dei cittadini per salvare il sistema finanziario, le banche hanno dovuto accettare pesanti intromissioni da parte dello Stato americano. Da noi invece si mette la garanzia dei soldi pubblici senza chiedere in cambio assolutamente nulla. Anzi, il presidente del consiglio è pure andato dalla BCE, ha ottenuto che le banche prendessero denaro all’1% e ha lasciato che quelle stesse banche utilizzassero questa liquidità per comprare titoli di Stato che rendono anche fino al 6%, realizzando un guadagno facile, in grado di rimetterle in sesto e soprattutto sicuro, visto che, proprio grazie a queste acquisizioni, lo spread è sceso insieme al rischio del fallimento del paese.

    Ma se la Germania non allenterà i cordoni del rigore finanziario europeo, a questa sbornia seguirà un risveglio dai postumi amari. Quest’anno, infatti, il paese rischia di avvitarsi in una recessione del 2 o forse anche del 3%. Cioè non cresciamo e anzi ci impoveriamo. Ed è ovvio: non basta salvare le banche, se poi queste fanno speculazioni anziché finanziare l’economia reale.

    Se le stime sono così basse, è perché evidentemente gli analisti giudicano insufficienti le misure di questo governo per la crescita. Un po’ di sgravi alle imprese, la sbandierata guerra senza quartiere contro le “corporazioni” dei tassisti e dei farmacisti e altre piccole liberalizzazioni appaiono piuttosto come la foglia di fico per una seria politica economica in un paese che ha problemi strutturali ben più profondi. Quindi, se Monti sicuramente sta operando per la felicità di quell’establishment finanziario da cui proviene, e che a suo tempo spinse per sostituire Berlusconi, altrettanto non si può dire abbia fatto per l’economia italiana e per l’occupazione che sta schizzando a livelli record. Pertanto, a chi non trova lavoro a tempo indeterminato e quindi non riesce ad ottenere un mutuo da quelle stesse banche che beneficiano della cura Monti, sentire il premier decantare le lodi della mobilità deve essere suonato davvero come la beffa suprema: come dire cornuti e mazziati. Insomma, se il premier chiudesse qui la sua avventurosa parentesi mediatica e si preoccupasse di ottenere qualche risultato anche in termini di crescita e occupazione (la fantomatica “fase 2”), magari risulterebbe più simpatico e si toglierebbe da dosso l’etichetta di governo “delle banche, dalle banche e per le banche”.

    Andrea Giannini

  • Debiti da record nel mondo del calcio, ma non ci sono agenzie di rating

    Debiti da record nel mondo del calcio, ma non ci sono agenzie di rating

    Michel PlatiniAlla chiusura dell’anno fiscale 2010 le perdite accumulate dai grandi club europei sono perfettamente in linea con i conti in rosso dei Paesi del vecchio continente. Sommando i deficit si raggiunge la cifra impressionante di 8,4 miliardi di euro, con un incremento del 33% in un anno.

    Sono i dati emersi da un’inchiesta pubblicata in Francia su “Le Monde” a rivelare che il 56% dei 665 club di prima divisione che hanno trasmesso i propri risultati finanziari alla UEFA registra perdite nette.

    Da qualche anno si parla nel mondo del calcio di “fair play finanziario“. Fortemente voluto da Michel Platini, mira a ripristinare una concorrenza leale attraverso l’obbligo tassativo del bilanciamento dei conti. Basterà l’entrata in vigore di questa regola a partire dall’anno prossimo per salvare il calcio? Come sarà possibile far bilanciare i conti davanti a simili perdite?

    Da quasi 15 anni, ormai, il calcio è coinvolto in una folle spirale, come se si trattasse di un mondo parallelo con disponibilità economiche infinite. Basti pensare che allo stato attuale i club che dominano sportivamente sono anche i più indebitati. Manchester United e Chelsea sono i campioni del debito, con rispettivamente 816 e 798 milioni di passività alla fine della stagione 2009-2010. Il Real Madrid e Barcellona non sono molto indietro con 337 e 311 milioni di euro di debito.

    Per cui con l’entrata in vigore del “fair play finanziario” aspettatevi in pochi anni la squalifica di Real Madrid e Barcellona, d’altronde i numeri sono numeri e la matematica non è un’opinione, no?!

     

     

  • Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Roberto CastelliRitorniamo ancora a parlare di Servizio Pubblico, la trasmissione di Santoro, perché giovedì sera è successo qualcosa di rilevante da un punto di vista simbolico. «Non mi devi rompere i coglioni!», questa la frase liberatoria di un operaio sardo che ha costretto Roberto Castelli, esponente della Lega Nord, già ministro della giustizia, senatore e viceministro uscente alle infrastrutture, ad abbandonare lo studio televisivo. E diciamolo francamente: era tosto l’ora.

    Non c’è da gioire per il fatto in sé che un dibattito pubblico sia giunto a un punto così teso, perché di principio vorremmo tutti che l’occasione fosse sfruttata piuttosto per fare una riflessione critica seria e pacata. Ma data la situazione di un paese in difficoltà che viene messo a confronto con chi lo ha governato per anni, lo sfogo dell’operaio sardo è stato quanto di più onesto, genuino e sano ci si potesse augurare. Se l’espressione è stata un po’ “colorita”, ciò è senza dubbio giustificato dalla frustrazione, dopo anni in cui lo sforzo di mantenere un certo contegno e un certo modo di interloquire c’era stato. Persino nelle trasmissioni di Santoro, a cui piace molto fare sentire «l’urlo della piazza», nessun operaio, nessun cassaintegrato, nessun disoccupato si era mai lasciato andare in TV ad un’espressione così forte contro un politico così importante.

    Giovedì sera invece il tappo è finalmente saltato. Se la settimana scorsa ho scritto che non aveva senso invitare in trasmissione i rappresentanti di questa classe politica, è proprio perché con costoro c’è poco da dialogare. E in particolare con quelli più agguerriti e sfacciati, come Castelli, l’unica risposta non può essere che quella schietta e irriverente data proprio dall’operaio sardo.

    Con questo non si vuole dire che la gente comune in questa situazione sia la vittima esente da colpe, mentre la politica è il carnefice. Sarebbe una concezione decisamente populista. Questi politici sono stati votati e sostenuti per anni dai Sardi, dai Siciliani e dagli Italiani tutti. Quindi i primi a dover fare autocritica siamo noi stessi, se non vogliamo ritrovarci a far uscire un problema dalla porta solo per farne entrare un altro dalla finestra. Ma se c’è una categoria che proprio non può venire a darci lezioni è quella dei politici che ci hanno governato fino a ieri.

    Ecco il motivo per cui le arroganti rimostranze, le spudorate riflessioni e i volgari attacchi che Castelli ha messo in scena giovedì sera hanno davvero meritato un tale epilogo. Castelli in particolare è stato al governo per otto degli ultimi dieci anni, occupando posizioni di primo piano e mettendo la sua firma in calce a molte contestatissime leggi. Se l’economia, durante questi anni, anziché migliorare è peggiorata sempre di più, sarà anche un po’ colpa di Castelli o no? Non è solo colpa sua, di Berlusconi e del governo precedente, l’abbiamo scritto e ripetuto più volte: ma ce ne sarà abbastanza perché si dica che lui e i suoi alleati hanno fallito e quindi si levino di torno, come succede in tutte le democrazie del mondo? E invece, come se niente fosse successo, Castelli si è presentato in trasmissione lanciando strampalate accuse a destra e a manca.

    Di chi sarebbero le responsabilità, se rischiamo di far la fine della Grecia? Dei «tecnocrati» come Monti che hanno disegnato e costruito la “globalizzazione” e di Ciampi e Prodi che ci hanno portato nell’euro, una moneta che non si può svalutare. Ora, a parte il fatto che la globalità è un dato, uno scenario che nessuno ha scientemente costruito, quella a cui fa riferimento Castelli, una globalizzazione senza regole e senza autorità, dove attori transnazionali fanno il bello e il cattivo tempo in barba al poter di azione degli Stati nazionali, è identificabile piuttosto con quella deregulation tanto cara ai governi di destra.

    Chi ha voluto una finanza globale senza regole? Le basi teoriche le ha date la scuola di Chicago, ma sul piano politico il principale referente è senza dubbio «l’amico George», quel Bush junior presidente degli Stati Uniti così caro al governo Berlusconi, che Castelli ha sorretto per tanti anni. E’ stato Bush a mettere Alan Greenspane, il campione del laissez-faire finanziario, alla guida della Federal Reserve, mentre Castelli e gli altri leghisti sostenevano gli USA nella guerra in Iraq per via di quelle armi di distruzione di massa mai trovate, che, tanto per dirne una, in Inghilterra hanno rovinato la carriera politica a Tony Blair.

    Oggi, dopo dieci anni di oblio, Castelli ricorda improvvisamente di essere stato in gioventù anti-imperialista e anti-capitalista. Ma ancora più sfacciata è la critica all’euro. E’ pur vero che l’euro è una moneta strana, dato che incorpora economie molto diverse e che non può essere svalutata per abbassare i tassi; ed è anche vero che la Lega delle origini era contro l’ingresso nell’euro. Ma lo era per una balorda concezione del localismo come risposta alla globalizzazione, che prevede la chiusura delle frontiere e l’adozione di una moneta padana: una visione bislacca che ho già criticato in passato e che non è affatto una risposta ai problemi della modernità, ma soltanto un cieco rifiuto a voler guardare negli occhi la realtà rifugiandosi nel passato.

    E poi, se l’euro oggi è un problema, questo lo si deve al fatto che la nostra economia è debole e drogata, con un debito e una spesa pubblica elevati, che non può reggere gli standard del nord Europa. Ma se, negli anni in cui Castelli sedeva a Roma, la spesa pubblica fosse scesa, i conti fossero stati tenuti in ordine, il debito fosse diminuito e l’economia fosse cresciuta, saremmo sotto l’attacco della speculazione internazionale? Probabilmente ne saremmo al riparo esattamente come lo sono la Finlandia e la Germania, e staremmo a discutere di come risolvere i problemi del debito di Grecia e Portogallo, ma non del nostro: cioè nessun governo Monti, nessuna manovra lacrime e sangue. E invece sotto Berlusconi il debito pubblico è aumentato. Anche perché la spesa pubblica è da sempre gestita con finalità clientelari. Un esempio? Nel sud Italia alla vigila delle elezioni esplodono le assunzioni nel settore pubblico.

    Ora, di fronte ad un pastore o ad un agricoltore che si lamentano per la crisi, con che faccia Castelli può andare a rinfacciare a questi lavoratori l’elevato numero di dipendenti pubblici delle loro regioni, quasi li avessero assunti loro? Ecco perché è giusto rispondere con un «Non mi devi rompere i coglioni!» ad un politico che, anziché nascondersi o almeno giustificarsi, cerca la ribalta per attaccare. Con chi non ha pudore e ha faccia tosta, nessuna discussione è utile, perché cercherà di difendere l’indifendibile fino alla sfinimento. La cosa migliore, quindi, è lasciarlo perdere. Poi toccherà a noi fare ulteriori riflessioni e chiederci come mai tutta la classe politica, non solo Castelli, si siano rivelati tanto inadeguati. Toccherà a noi guardarci negli occhi e chiederci: dove abbiamo sbagliato?

    Andrea Giannini

  • Carlo Maria Viganò: l’uomo allontanato dal Vaticano, voleva ordine nei conti

    Carlo Maria Viganò: l’uomo allontanato dal Vaticano, voleva ordine nei conti

    Ancora una volta gli “Intoccabili” di La7. Una nuova inchiesta provocatoria, un argomento “scottante”, un’altra casta di intoccabili, ecco gli ingredienti di un’indagine che ha messo in luce come gli interessi economici non risparmino nessuno, neppure coloro che, pur nella loro dimensione umana, dovrebbero avere obiettivi più metafisici, i religiosi e con essi la loro “casa” madre, la Città del Vaticano.

    In questo piccolo stato, che è il faro mondiale della cristianità dove si predica la carità, il rispetto, la moralità, parallelamente si tramano complotti di palazzo degni di veri “noir”, si corrompe e si è corrotti spinti dall’ambizione di maggior potere, si gioca disinvoltamente con il denaro (per la maggior parte donazione di credenti) con la disinvoltura dei più navigati brokers e, se si dimostra di essere troppo ligi, viene applicata la formula salva-faccia “promoveatur ut amoveatur” (ti promuovo per toglierti dalle scatole).

    E’ quello che sembra essere successo a Carlo Maria Viganò, nominato Segretario Generale del Governatorato del Vaticano, il 16 luglio 2009, organismo con potere esecutivo che gestisce tutti gli appalti, i lavori, gli Enti e le forniture della roccaforte della fede. Al momento dell’incarico il bilancio segnava un pesante passivo di circa 8 milioni di euro, legato a transazioni poco trasparenti, come quella che ha comportato una perdita di 2,5 milioni di euro in un sol giorno, e all’utilizzo di ditte “aficionadas” per appalti di ogni genere.

    Quando è stato rimosso dall’incarico, dopo solo poco più di un anno, il bilancio segnava un “più” di 34 milioni e 450 mila euro. Questo onesto prelato, figlio di imprenditori lombardi, con un’opera capillare e vigile su capitoli di spesa lievitati, su episodi di corruzione, sul riordino di magazzini caotici, su un impegno costante della trasparenza fa un lavoro immane di risanamento, procurandosi, per ovvi motivi, una miriade di nemici che lo attaccano con biechi bisbiglii di palazzo o con articoli “anonimi” come quelli comparsi su ”Il Giornale”.

    Con lettere inedite che, inequivocabilmente, dimostrano i fatti, l’arcivescovo Viganò relaziona il Papa circa lo stato “drammatico” della gestione delle cose dello stato e, successivamente, di questo attacco alla sua persona, palesando i suoi timori circa voci che parlano di una sua destituzione dal servizio. Questa coraggiosa denuncia insieme ai tagli drastici con cui ha portato avanti il suo operato, prova ne siano il risparmio di 850 mila euro sul giardinaggio, utilizzati per creare una piccola centrale termica, o il dimezzamento dei 550 mila euro del costo del presepe natalizio, hanno toccato interessi economici enormi e il paventato allontanamento diventa una realtà.

    Ancora una missiva, indirizzata al Presidente della Segreteria di Stato, Cardinale Bertone, dai toni duri in cui si chiede, tra l’altro, di poter dar conto del suo operato davanti agli organi preposti, come prevede il diritto canonico, e chiede conto della sua mancata nomina a Cardinale, come promesso, che “suona” come azione punitiva nei suoi confronti. Nonostante ciò, inesorabile arriva il suo trasferimento a Washington e la “promozione” a Nunzio Apostolico in USA, carica molto prestigiosa ma che ha il sapore di una beffa. In un ultimo disperato tentativo, il prelato si rivolge direttamente al Santo Padre ma senza esito e il 19 ottobre 2011, rispettando quel voto di obbedienza a cui sono legati i religiosi, parte per il nuovo incarico.

    Questi i fatti e i dubbi di correttezza, sollevati dall’inchiesta, che hanno suscitato un prevedibile vespaio con critiche durissime da parte del Vaticano, il quale ha già minacciato pesanti azioni legali a salvaguardia dell’onorabilità non solo dei religiosi ma anche di grandi nomi della finanza o del faccendiere di cui si parla nel servizio… Non si può non essere d’accordo che prima di infangare l’immagine di una persona bisogna essere estremamente cauti ma i documenti presentati, la testimonianza di un personaggio del mondo finanziario, debitamente oscurato, che denuncia la perdita di 15 milioni di euro in 10 anni, l’enorme risanamento di bilancio, le lettere inedite di Viganò e, non ultima, la repentina (assolutamente lecita) nomina a cardinale di Mons. Giuseppe Bertello, uno dei due sostituti dell’arcivescovo, sono fatti che paiono difficilmente inconfutabili: le insinuazione, le ambiguità, le illazioni sono un problema di opinione che ognuno risolverà secondo coscienza.

    Adriana Morando

  • Registro imprese storiche: aperte le iscrizioni per il 2012

    Registro imprese storiche: aperte le iscrizioni per il 2012

    Via S.LucaDa oggi fino al 23 marzo sono aperte le iscrizioni per il Registro delle imprese storiche, istituito l’anno scorso per valorizzare le imprese ultracentenarie e che ad oggi conta 1.800 aziende italiane di cui ben 132 in provincia di Genova.

    Potranno candidarsi all’iscrizione le imprese ancora attive in tutti i settori che esercitano da almeno 100 anni (compiuti al 31 dicembre 2011) nello stesso settore merceologico. Le imprese della provincia di Genova che hanno il pedigree ultracentenario devono compilare e inviare la domanda, pubblicata sul sito www.ge.camcom.it, alla Camera di Commercio entro il 23 marzo 2012, corredandola con una breve relazione sulla vita dell’azienda e con eventuale documentazione e pubblicazioni sulle origini e la storia dell’impresa. I materiali possono essere trasmessi in formato elettronico.

    “Genova – commenta il presidente della Camera Paolo Odone – è la provincia d’Italia che ha avuto in prima battuta il numero più alto di imprese storiche registrate, segno di una forza imprenditoriale che dura nel tempo. Siamo sicuri che le imprese che hanno i requisiti per l’iscrizione sono ancora molte, e le invitiamo a contattare al più presto i nostri uffici”.

     

  • Kodak, il colosso della fotografia richiede la bancarotta

    Kodak, il colosso della fotografia richiede la bancarotta

    Con un passivo di 1,62 miliardi di dollari superiore al fatturato e con 6,75 miliardi di dollari di debito, Kodak ha richiesto bancarotta assistita.  Il colosso americano, complice l’avvento della fotografia digitale, ha visto crollare negli ultimi 15 anni il suo valore di mercato da 31 miliardi di dollari a 150 milioni.

    La Eastman Kodak  ha interrotto la produzione e ha ufficialmente richiesto qualche giorno fa l’amministrazione controllata, il “famoso” capitolo 11 del diritto fallimentare americano, durante la quale continuerà ad operare grazie al prestito di 950 milioni di dollari  concesso dalla banca statunitense Citigroup. 

    Sotto i riflettori l’operato dell’amministratore delegato in carica Antonio Perez: durante la sua gestione Kodak ha perso 7 miliardi di dollari di valore di mercato e ha registrato perdite costanti ogni anno. I 1.100 brevetti che Kodak ha accumulato nel corso del tempo sono l’ultimo valore residuo di cui la multinazionale americana dispone e solo vendendo buona parte di questo portafoglio potrà sperare di riemergere dalla crisi.

    Il grande pioniere della fotografia George Eastman fondò la Eastman Kodak nel 1892; fu lui a fabbricare la pellicola trasparente di nitrocellulosa da 35mm che divenne la base dell’industria cinematografica e tale rimase sino all’avvento del digitale. Divenne ricco in pochissimo tempo nonostante avesse iniziato come dilettante. Nel 1932, a 78 anni, dopo aver donato parte della sua ricchezza a scopo benefico, si sparò un colpo di pistola al cuore lasciando un breve messaggio scritto: “Ai miei amici: il mio lavoro è compiuto. Perché attendere?”

     

  • Tassa su cibi e bevande dei fast-food, se ne parla anche in Italia

    Tassa su cibi e bevande dei fast-food, se ne parla anche in Italia

    Lo scorso anno, febbaraio 2010, la Romania fece da apripista con una legge  tanto originale quanto discussa: una tassa su alcol e cibo spazzatura (junk-food). L’accisa su fast-food e simili (tassa su chi produce e chi importa alimenti con alti livelli di grassi insaturi, zuccheri e additivi) causò un’ondata di polemiche in tutto il paese, addirittura fonti non confermate parlarono di minacce ricevute dal governo di Bucarest. I ricavati sono stati destinati a programmi di educazione alimentare e sanitaria.

    L’Ue applaudì la decisione del ministro Attila Czeke, un mese dopo a Bruxelles vennero varate regole comuni a tutti i 27 Paesi per i cosiddetti profili nutrizionali, cioè per indicazioni igienico-alimentari molto più dettagliate: non più solo informazioni sulle calorie, ma anche allarmi e notizie sui possibili effetti nocivi, come per le sigarette. Ovviamente l’eventuale tassazione è una decisione che non spetta all’Unione Europea bensì ai singoli governi, il Parlamento europeo si limitò a scrivere una lettera al governo romeno auspicando un simile provvedimento in tutti i paesi membri.

    Qualche settimana fa se ne è iniziato a discutere anche in Italia. Un’ipotesi attualmente allo studio del ministero della Salute è la tassazione di cibi non salutari per finanziare la costruzione e l’ammodernamento degli ospedali.

    Ora si attende di conoscere quale seguito avrà l’intento governativo. Occorre precisare che un’eventuale tassa andrebbe si a colpire le aziende che poi però, inevitabilmente, si rifarebbero sui consumatori con l’aumento dei prezzi. E se aumentasse di qualche centesimo il prezzo dell’hamburger con patatine  la gente smetterebbe di comprarlo? Probabilmente no, come non si smette di fare benzina quando aumenta il prezzo del carburante. E a onor del vero non è neanche questo il primo obiettivo dell’intervento governativo, è prima di tutto un’operazione economica per recuperare indispensabili fondi, viste le difficoltà che colpiscono i bilanci regionali della sanità.