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  • La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    Spighe al tramontoAlle contraddizioni del modello capitalistico cosa propone in alternativa la decrescita? È veramente possibile uscire dalla società dei consumi senza ritornare al Medioevo? Innanzitutto è opportuno chiarire che la parola “decrescita”, come affermato più volte dallo stesso Latouche, rappresenta uno slogan per indicare la necessità di un’inversione di tendenza rispetto al modello economico dominante basato sulla crescita e sull’accumulazione illimitata di ricchezza. La decrescita non deve essere confusa né con la crescita negativa né con lo sviluppo sostenibile.
    La prima è quella che stiamo vivendo in questa crisi, cioè una riduzione della crescita in una società ancora basata su di essa che, per definizione, non può funzionare se non crescendo all’infinito. Lo sviluppo sostenibile è  invece un modello economico che cerca di far coesistere crescita infinita e risorse finite. La decrescita propone un modello di società basata sulla frugalità volontaria e che ha come presupposto quello di lavorare meno per vivere meglio, di consumare meno ma meglio, di produrre meno rifiuti, di riciclare di più e, di conseguenza, avere un’impronta ecologica sostenibile.

    Per prima cosa occorre ripensare lo spazio urbano. Le odierne megalopoli, pensate e strutturate in funzione dell’automobile, con gli spazi segregati, le zone industriali e i quartieri residenziali senza vita non hanno più senso. Il quartiere e il comune devono ridiventare il microcosmo dove la gente lavora, abita, si riposa, si istruisce e vive la propria vita in comune. In Europa sono già stati realizzati diversi progetti che si ispirano a questa nuova visione della città. Gli esempi più noti sono quelli del quartiere di Vauban di Friburgo e del quartiere BedZED (Beddington zero energy development) nella città di Sutton, a sud di Londra. All’interno di un unico spazio sono state integrate abitazioni, luoghi di lavoro, negozi e centri per il tempo libero riducendo drasticamente la necessità di ricorrere all’automobile. Il trasporto privato è stato in gran parte sostituito dall’utilizzo di mezzi pubblici o dal car sharing. L’impronta ecologica delle abitazioni è stata ridotta grazie all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili (solare fotovoltaico, cogenerazione a bio-combustibile) e all’utilizzo di materiali isolanti che riducono i consumi per il riscaldamento. Infine, l’introduzione di orti urbani, oltre ad avere una funzione di aggregazione sociale, permette di produrre di produrre una parte del proprio cibo a chilometri zero.

    Corso Italia macchineUna volta riconquistato lo spazio dove viviamo è necessario riconquistare il nostro tempo. L’orario e i ritmi di lavoro a cui siamo sottoposti sono eccessivi e la nostra vita ne viene divorata. Le morti per eccesso di lavoro, indicate dalla parola giapponese Karōshi, e i numerosi suicidi di chi ha perso il proprio lavoro dovrebbero farci riflettere sull’assurdità di questo sistema. Per tutto ciò si propone una semplice soluzione: “Lavorare meno per lavorare tutti”. La drastica riduzione dell’orario di lavoro permetterebbe a tutti di avere di che vivere e, nel contempo, consentirebbe di avere più tempo da dedicare ad altre attività e uscire finalmente dalla gabbia dell’iperspecializzazione nella quale siamo stati rinchiusi per troppo tempo in nome dell’efficienza.

    Ritroveremmo il tempo per autoprodurre alcuni dei beni che consumiamo, riparare i nostri elettrodomestici e le nostre abitazioni, coltivare il nostro cibo e magari partecipare più attivamente e consapevolmente alla vita pubblica invece di delegare ogni cosa ad altri. Ritroveremmo il tempo per discorrere con i nostri figli, con nostri i genitori e riscopriremo il gusto degli altri. Avremmo finalmente la possibilità di coltivare tutte quelle attività che molta gente considera fonte delle più autentiche soddisfazioni: istruzione, arte, musica, letteratura, ecc.

    Per uscire dalla società dei consumi è necessario trovare nuove parole e, in particolare, dare un nuovo significato alla parola “sviluppo” che, nell’ideologia capitalistica, non è altro che l’espansione planetaria del sistema di mercato. Marco Aime, nella prefazione al libro “Il tempo della decrescita” di Serge Latouche sostiene che lo sviluppo non è un aspetto inevitabile della storia. Osservando il passato si possono riscontrare lunghissimi periodi quasi stazionari e probabilmente il particolare dinamismo della nostra era costituisce più un eccezione storica di quanto non rappresenti una norma dominante. L’idea che bisogna svilupparsi viene messa in crisi se si esce dal nostro guscio etnocentrico e ci si confronta con altre culture: presso molte società non esiste neppure un termine linguistico che definisca il concetto di sviluppo. Forse è il caso di cominciare a pensare che l’era dello sviluppo, così come è cominciata, potrebbe finire prima di quanto pensiamo.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Breve cronistoria della crisi: dai mutui sub-prime al governo Monti

    Economia, finanzeBreve cronistoria della crisi. Nel 2007 il mondo economico e finanziario si risveglia dall’oblio: «Ops, scusate tanto, abbiamo prestato soldi un po’ a chiunque e abbiamo sbagliato!». Uno sbaglio interessato, però. Dato che si era trovato il modo di rivendere sotto forma di prodotto di investimento il tasso di interesse dei mutui erogati, e quindi ci si poteva guadagnare sopra due volte, le banche americane erano incoraggiate a concedere prestiti anche al lavavetri sotto l’ufficio. E così prestando e rivendendo, e poi riprestando e ri-rivendendo, i profitti decuplicavano. Perché preoccuparsi di alimentare una spirale speculativa? Tanto quello immobiliare è un investimento garantito. Tanto il mercato si autoregola. Tanto crisi come quella del 1929 non si possono ripetere più: oggi siamo molto più saggi di allora.

    Appunto: scoppia la bolla dei mutui sub-prime e ne segue una recessione mondiale. Ma una finanza senza freni e controlli non era l’unico problema: era piuttosto il rimedio (sbagliato) per un altro problema più profondo.

    Un’economia inondata di capitali non ha problemi a consumare: potendo contare su ampio credito, si compra a debito. Ma quando la bolla scoppia e i mercati finanziari vanno in shock, il credito si contrae. E’ stato in questo modo che gli americani si sono resi conto che consumavano più di quello che guadagnavano, alimentando un sistema economico insostenibile che alla lunga, per l’appunto, non è stato in grado di sostenersi.

    Una cosa simile è successa anche da noi. In certi paesi dell’Europa (quelli cioè che adesso sono in crisi) l’economia privata aveva beneficiato di una forte iniezione di capitali esteri. Così quando lo shock americano ha trasferito la paura nei mercati europei, i capitali hanno cominciato a ritirarsi: e a quel punto è parso chiaro che i debiti di alcuni paesi erano a rischio di insolvenza, e i tassi di interesse hanno cominciato a salire (è l’inizio della cavalcata dello spread). Sono emersi quindi problemi strutturali locali che l’euro aveva tenuto artificialmente bassi: ad esempio la Spagna dipendeva strettamente anch’essa da una bolla immobiliare, mentre l’Italia… beh, l’Italia sono decenni che lascia scadere un sistema industriale e di regole sociali che aveva garantito per lungo tempo una crescita sostenuta.

    Ma oltre a questo è diventato chiaro anche il fallimento dell’euro. Certo la moneta unica ci rende fieri di appartenere ad una comunità europea, ma bisogna ammettere che si è rivelata, alla prova dei conti, più un ostacolo che un’opportunità per le fragili economie periferiche come la nostra. E oggi, giustamente, è a un bivio: se si rivelerà la premessa monetaria di un’Europa gestita politicamente in modo democratico e in grado di cooperare, allora sarà un successo; ma se continua ad essere quello che è ora, cioè un’area dove “si compete” e dove quindi le economie della periferia combattono un’impari guerra contro le economie del centro, mentre le decisioni sono prese da un gruppo di burocrati non eletti, allora non durerà ancora a lungo. Per riassumere, quindi, consideriamo tutti questi problemi dalla nostra prospettiva di cittadini italiani prima, e poi europei e del mondo. Abbiamo:

    1. decadimento industriale e sociale del sistema-Italia;
    2. inadeguatezza del sistema monetario europeo;
    3. crisi generale dei consumi;
    4. sistema finanziario globale senza regole.

    Questa distinzione così ottenuta, anche se un po’ semplicistica, serve però allo scopo. Ad esempio serve per distribuire le giuste colpe ai politici che ci hanno governato da quando siamo nell’euro: politici che non hanno prodotto la crisi, ma che sono colpevoli di avere curato solo il proprio interesse particolare mentre il paese perdeva slancio, coesione e competitività. Poi serve per capire cosa è stato fatto dallo scoppio della crisi in Italia, in Europa e nel mondo contro quelli che sono i veri mostri da abbattere. La risposta è deludente: molto poco. Anzi, spesso quello che si è fatto ha aggravato la situazione. Ad esempio, nell’elenco che ho fatto manca il protagonista principale del dibattito mediatico sulla crisi: il debito pubblico. Già, perché non c’è il male supremo, il grande Satana di tutti i governi tecnici? Ma è ovvio: non c’è perché con questa crisi non c’entra un bel nulla! La domanda vera è un’altra: se il debito pubblico non è il problema, allora cosa sta facendo Monti?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Decrescita: per sostenere i consumi nel 2050 serviranno 30 pianeti

    Decrescita: per sostenere i consumi nel 2050 serviranno 30 pianeti

    Fiore della SperanzaIn un periodo dove è difficile trovare un’occupazione, ha senso pensare di ridurre i ritmi di lavoro invece di “lavorare di più per guadagnare di più”? Beh, diciamo che è molto difficile “scalare marcia” quando si è costretti a stare fermi o addirittura ad andare in retromarcia. Troppo grandi sono le diseguaglianze sociali presenti nella nostra società per fare si che il downshifting sia una scelta percorribile per molti. Occorrerebbe ripensare l’intero sistema economico in maniera diversa, magari adottando un modello che non sia basato sulla crescita illimitata. Una possibile alternativa è rappresentata dal modello di società basato sulla decrescita proposta dall’economista francese Serge Latouche.

    Alla base della decrescita c’è l’idea che una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Sembrerebbe banale dirlo, tuttavia l’intero sistema capitalistico si basa sul presupposto contrario. La capacità di sostenere il lavoro, il pagamento delle pensioni, il rinnovo della spesa pubblica (istruzione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità, ecc.) presuppone il costante aumento del prodotto interno lordo.

    Il ricorso all’indebitamento da parte degli stati, cioè il debito pubblico, soprattutto se portato all’eccesso, condanna alla crescita infinita per poter pagare gli interessi ai creditori. Quando i governi non possono indebitarsi ulteriormente, come stiamo vedendo negli ultimi mesi, devono ricorrere a impopolari aumenti della tassazione. Questo tipo di economia si comporta come un gigante che non è in grado di stare in equilibrio se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia tutto ciò che trova sul suo percorso. A sostegno di questa tesi Latouche porta alla nostra attenzione alcuni dati quantitativi che dovrebbero farci riflettere.

    Lo spazio disponibile sul pianeta terra è limitato. Lo spazio bioproduttivo, cioè utilizzabile per produrre i beni di cui abbiamo bisogno per vivere, è solo una frazione del totale ed ammonta a circa 12 miliardi di ettari. Se ci limitassimo a sfruttare queste risorse la terra sarebbe in grado di rigenerarle e saremmo in equilibrio con l’ecosistema. Se dividiamo lo spazio bioproduttivo per il numero di abitanti della terra otteniamo che ogni essere umano ha a disposizione circa 1,8 ettari. Purtroppo il consumo medio pro capite, detto “impronta ecologica”, è attualmente è pari a 2,2 ettari.
    Ci sono tuttavia delle grosse disparità tra i paesi sviluppati e quelli del sud del mondo. Se un cittadino etiope consuma 0,8 ettari un cittadino degli Stati Uniti consuma 9,6 ettari, un canadese 7,6,  un francese 5,6 e un italiano 4,2. Ciò significa che stiamo consumando le risorse più velocemente di quanto potremmo, stiamo cioè intaccando il capitale naturale e nel futuro potremo disporre di meno materie prime per i nostri consumi. Se si ipotizza un tasso di crescita del 2 per cento, tenuto conto del prevedibile aumento della popolazione, nel 2050 saranno necessari 30 pianeti. È possibile calcolare quanti pianeti sono necessari a mantenere il proprio stile di vita sul sito www.footprintnetwork.org. Provateci. Rimarrete sorpresi dal vedere quanto grande sia l’impatto che alcune delle nostre abitudini possono avere sull’ambiente.

    I più ottimisti penseranno: “Io credo nel progresso tecnologico. Oggi facciamo cose impensabili fino a pochi anni fa, figuriamoci se non si troveranno nuove tecnologie e fonti energetiche alternative, poco inquinanti e più efficienti!”. Il problema è che, anche se così fosse, avverrebbe probabilmente quello che viene chiamato “paradosso di Jevons”: i miglioramenti tecnologici che aumentano l’efficienza con cui una risorsa è utilizzata possono fare aumentare il consumo totale di quella risorsa invece di diminuire. Pensate ad esempio a chi, soddisfatto per aver ridotto le proprie spese per il carburante, per esempio utilizzando un’automobile con un motore più efficiente, con i soldi risparmiati si concede altri consumi, magari un viaggio aereo, oppure utilizza la macchina più spesso e per viaggi più lunghi. Questo comporta un consumo di energia maggiore di quella risparmiata e, di conseguenza, maggiore inquinamento.

    D’altro canto, chi avesse colto l’occasione di un risparmio sulle proprie spese per il carburante per, ad esempio, lavorare meno, non avrebbe fatto il proprio dovere di consumatore. La crescita ha bisogno di consumi sempre maggiori, sia che essi siano utili o dannosi. Se un paese retribuisse il 10 per cento dei suoi abitanti per distruggere beni, fare buche nelle strade, danneggiare veicoli, e il 10 per cento per riparare i danni, coprire buche e riparare veicoli, avrebbe lo stesso PIL di un paese in cui questo 20 per cento di posti di lavoro (i cui effetti sul benessere si annullano) fosse impiegato per migliorare la speranza di vita in buone condizioni di salute, il livello di istruzione e la partecipazione alle attività culturali e di divertimento. Da solo il prodotto interno lordo non è sufficiente a misurare il nostro benessere e non serve la teoria della decrescita per capirlo. La prova è il discorso che è stato pronunciato da Robert Kennedy il 18 Marzo 1968 all’università del Kansas:

    Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato all’eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Crisi Euro: Meccanismo Europeo di Stabilità, una bolla da 650 miliardi

    Crisi Euro: Meccanismo Europeo di Stabilità, una bolla da 650 miliardi

    EuropaE la crisi? Prima dell’estate scrissi che l’autunno avrebbe potuto riaprirsi con una nuova lira al posto dell’euro nei portafogli: questa settimana invece stiamo brindando a uno spread da minimi storici. Allora, fortunatamente, mi ero sbagliato? Certo la ripresa sarà dura, ma possiamo dire finalmente di essere fuori dal pantano dei problemi finanziari europei? Purtroppo no.

    L’estate ci ha portato si il famoso “bazooka” dell’altro Mario, quel Draghi che sta alla guida della BCE, arrestando il rischio di crollo dell’euro e facendo calare lo spread; ma che ci sia poco da festeggiare lo sa benissimo chiunque tenga un orecchio teso agli indicatori economici e aquello che succede in Spagna e in Grecia. La realtà è che stiamo vivendo un’ennesima “bolla nella bolla”.

    Ai mercati, forse per ragioni speculative, piace credere che il peggio sia alle spalle, ma un osservatore con un minimo di responsabilità non può contentarsi di questa troppo confortante conclusione. La sospirata arma finale di Draghi, quella che ha dato il là all’ottimismo dei mercati (e del premier italiano), è il cosiddetto MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità: un super-fondo con una dotazione di 650 miliardi da utilizzarsi per prestiti (non gratuiti) ai paesi in difficoltà e per l’acquisto, teoricamente illimitato, di titoli di Stato sul mercato primario.

    Ora, lasciamo pure da parte le forti perplessità politiche legate al delicatissimo problema della sovranità nazionale. Parliamo di soldi. Il MES chi lo paga? Tutti i paesi del continente in quota proporzionale: quindi anche noi, che come terzo paese contribuiamo con un buon 17,9 %. Cioè 125 miliardi di euro.

    Per intenderci, la UIL stima che i costi di tutta la rappresentanza politica italiana siano pari a 18,3 miliardi l’anno: noccioline insomma. Quindi, per evitare una crisi di debito ci stimo indebitando di nuovo per un sacco di soldi. E per evitare di andare ad aumentare ulteriormente il debito pubblico, dobbiamo continuare a tagliare le spese, come ci viene chiesto già da molto tempo all’insegna dell’austerity.

    Risultato: l’economia crolla. Quest’anno si prevede un -2,4 % di calo del PIL. L’anno prossimo si spera in un -0,7 %, secondo molti analisti ripresi da Bankitalia: -0,2 % secondo il governo, che non esita a sottostimare la crisi per far tornare i conti e a chiamare “leggi di stabilità” le manovre correttive che servono a farli tornare.
    Intanto le industrie chiudono e la disoccupazione sale: sempre secondo Bankitalia siamo al 10,5 % complessivo (ma i cassintegrati non sono compresi) e al 33,9 % tra i giovani. I salari calano, si erode il potere di acquisto (-4,1% rispetto all’anno scorso, secondo l’Istat) e i consumi languono. Intanto Alitalia annuncia esuberi di personale, l’Inps pure, e persino le banche temono di dover licenziare dipendenti. Il mercato dell’auto registra il dodicesimo mese consecutivo con il segno meno (Fiat nel 2012 ha già perso il 17,3 %) e il FMI certifica una fuga di capitali esteri da giugno 2011 per un totale di 250 miliardi di euro (il 15% del PIL). L’unica cosa ad aumentare sempre sono le tasse, che infatti stroncano sul nascere qualsiasi timida velleità di ripresa. Nel frattempo il provvedimento anti-corruzione ancora non si vede, l’asta delle frequenze televisive si è persa per strada e (tanto per non farci mancare niente) i caccia F-35 a cui non abbiamo voluto rinunciare ci costeranno quasi 40 milioni l’uno più del previsto. Dulcis in fundo nel 2013 non raggiungeremo nemmeno uno dei sospirati totem a cui ci stiamo impiccando, cioè l’obiettivo contabile del pareggio del deficit (è sempre Bankitalia a dirlo).

    Forse, allora, le cose vanno meglio tra i nostri compagni di sventura… Ma non è così. In Grecia lo scenario è da terzo mondo: il PIL è stabile a -5%, la disoccupazione è sopra quota 25 % e, secondo l’Unicef, i bambini sottonutriti sarebbero 400.000. In Spagna non va molto meglio: le banche hanno sempre bisogno di esser ricapitalizzate, la disoccupazione è al 24,63 % totale e sopra il 53 % tra i giovani, che infatti hanno preso ad emigrare dal paese (132.000 registrati ai consolati solo nel primo trimestre di quest’anno) ; infine la Catalogna minaccia la secessione. E tutti i danni di questo desolante scenario bellico che è il sud dell’Europa non saranno riassorbiti certo in un paio d’anni. Quando ci si renderà conto che questa è la situazione, c’è da sperare che il MES non debba esser messo alla prova: il rischio è che si scopra, come temono diversi economisti, che la super-arma di Draghi è in realtà spuntata. Il fatto che i mercati non mostrino dubbi, purtroppo non può rassicurarci: per i mercati funzionava benissimo anche il sistema che c’era prima del 2007. Anzi, il fatto che continuino a vivere scollati dalla realtà dimostra che i problemi sono rimasti gli stessi.

     

    Andrea Giannini 

  • Downshifting, rinunciare a parte dello stipendio per lavorare meno

    Downshifting, rinunciare a parte dello stipendio per lavorare meno

    Ormai penso sia chiaro alla maggior parte di noi nati negli anni 80: tutte le promesse che ci erano state fatte non saranno mantenute. Abbiamo studiato, preso lauree, master e dottorati. Ci era stato assicurato che questo sarebbe bastato per aprirci tutte le porte del mondo. Tutto sembrava già scritto: posto fisso, carriera, famiglia, mutuo e vecchiaia trascorsa nella casetta in campagna.

    Purtroppo qualcosa è andato storto e, dopo anni di sacrifici, ci ritroviamo a doverci ritenere fortunati se ci viene concesso di fare uno stage a 250 euro al mese. E i pochi che invece ce l’hanno fatta? Sanno di essere dei privilegiati? Hanno almeno loro trovato la felicità? Apparentemente non tutti, visto che un numero sempre maggiore di persone sceglie volontariamente di rifiutare tutto questo per cambiare vita intraprendendo la strada del downshifting.

    Se cerchiamo su Wikipedia la parola downshifting (letteralmente: “scalare marcia”) troviamo: “la scelta da parte di diverse figure di lavoratori – particolarmente professionisti – di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero”. Questo fenomeno, nato negli anni 90 negli Stati Uniti e in Australia ha avuto enorme eco in Italia a partire dal 2009 grazie al libro di Simone Perotti “Adesso basta”.

    Perotti fa scoprire al pubblico italiano questo nuovo stile di vita descrivendo la propria esperienza di ex manager che ha deciso di mollare tutto per dedicarsi alla scrittura e alla navigazione. L’incredibile numero di testimonianze ricevute dallo stesso Perotti, in seguito alla pubblicazione del libro, ha messo in evidenza come vi fossero già da tempo numerose persone che avevano scelto di cambiare vita. Il fenomeno del downshifting era quindi già ampiamente diffuso anche nel nostro paese, probabilmente ancora prima che gli americani lo etichettassero con questo termine. Ma cosa implica questa scelta nella vita di tutti i giorni?

    State tranquilli, non vi sto per descrivere una moda per ricchi annoiati che giocano a fare i poveri, al contrario stiamo parlando di persone che, volendosi riappropriare del proprio tempo, compiono la scelta consapevole di rinunciare a una parte dei propri guadagni in cambio di una riduzione dell’orario di lavoro.
    Ci sono diverse tipologie di downshifters: quelli che rinunciano al proprio lavoro per uno meno remunerativo ma più stimolante, altri invece richiedono il part-time, altri ancora rinunciano a opportunità di avanzamento di carriera.

    Alla base di questa scelta c’è la volontà di ritrovare una dimensione più umana e non più basata esclusivamente sul paradigma del consumo sfrenato. Alla frenesia della nostra società si contrappone la ricerca della lentezza. All’accumulo di cose che si rivelano presto inutili si contrappone il vivere con l’essenziale. Lavorare meno, consumare meno e avere più tempo per sé stessi.
    Ridurre i consumi in una società basata sul consumismo sfrenato non è certo facile ma le soluzioni non mancano: acquistare prodotti tramite G.A.S. (Gruppi di Acquisto Solidale), auto-produrre alcuni cibi o almeno cercare di cucinare, cercare di ridurre lo shopping compulsivo e condividere alcuni beni (co-housing, car-sharing, swap party) sono solo alcune delle possibilità. Ma una volta ottenuto più tempo per sé stessi si pone un interrogativo fondamentale: cosa fare di tutto questo tempo?

    Molti di noi, abituati a uno stile di vita frenetico, si sentirebbero persi e, in poco tempo, sarebbero sopraffatti dalla noia. Ci siamo ormai assuefatti a considerare il coltivare le proprie passioni, l’inseguire i propri sogni e addirittura lo stare con la propria famiglia solo come piccole parentesi tra gli impegni lavorativi e perciò, non avendo nulla con cui riempirlo, lo spazio di libertà conquistato non avrebbe alcun valore. Magari ogni tanto, tra un impegno e l’altro, bisognerebbe staccare da tutto e fermarsi a pensare. “Pensare a cosa?” direte voi. Si hanno già così tanti pensieri e preoccupazioni nella vita che non ne abbiamo certo bisogno di ulteriori. Il fatto è che forse abbiamo perso il senso di ciò che è importante e ciò che non lo è.
    Siamo molto esigenti quando dobbiamo scegliere uno smartphone o un mega televisore, ma quando dobbiamo fare delle scelte che riguardano la nostra vita ci accontentiamo troppo facilmente di quei modelli che la società, in qualche modo, ci impone. Lavoriamo in uffici che sembrano un incrocio tra quelli di Fantozzi e quelli di Brazil di Terry Gilliam, facciamo orari assurdi, trascuriamo i nostri cari e noi stessi e cosa otteniamo in cambio? Beh, uno stipendio direte voi. È sicuramente vero, ma come spendiamo i soldi che, tanto faticosamente, ci guadagniamo ogni mese?
    Li spendiamo per andare in vacanza in posti esotici e poi rinchiuderci in resort uguali in ogni parte del mondo, per comprare automobili che usiamo per stare imbottigliati nel traffico o scarpe che costano un terzo del nostro stipendio. Lavoriamo per poterci permettere cose che servono a compensare lo stile di vita assurdo che conduciamo e di cui, alla fine, diventiamo schiavi.

    Se non dovessimo condensare il tempo dedicato a noi stessi in pochi attimi a fine giornata, pensereste davvero che avremmo bisogno di tutte queste cose? Quando siete in giro a fare shopping, prima di comprare qualcosa, chiedetevi: “Quanto tempo devo lavorare per potermelo permettere?”. Provateci. Potreste scoprire di essere dei potenziali downshifter.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Il Consiglio Comunale approva la privatizzazione di AMT

    Il Consiglio Comunale approva la privatizzazione di AMT

    AutobusUltima seduta per il Consiglio Comunale prima della pausa estiva. Si è svolta ieri pomeriggio all’interno di un’aula gremita da lavoratori diAMT che hanno assistito al dibattito sulla delibera che la Giunta ha presentato per sanare l’emergenza del trasporto pubblico urbano genovese.

    Come ha spiegato il Sindaco, le difficoltà economiche e finanziarie dell’AMT sono l’esito di una tendenza negativa che dura da molti anni. Nel 2011 il Comune aveva versato più di 30 milioni di euro nelle casse dell’azienda municipalizzata e negli anni precedenti dai 20 ai 30. Quest’anno sono stati già versati 22 milioni e anche l’attuale amministrazione, proprio poco dopo il suo insediamento, ha dovuto apportare altri 5,5 milioni di euro per evitare l’ormai imminente fallimento. L’andamento particolarmente negativo del rapporto tra costi e ricavi nel 2012 ha costretto l’AMT a ridurre il proprio capitale sociale quasi più di un terzo, limite oltre il quale è prevista la liquidazione dell’azienda.

    Questa situazione si è presentata anche in un contesto di forti tagli di spesa da parte del governo nazionale e di generale difficoltà dal punto di vista economico anche per il Comune, che, lo ha detto chiaramente il Sindaco Doria, oltre al contributo già concesso non può andare. Da qui nasce l’esigenza di pensare ad un piano più strutturale che permetta di rimettere in piedi il trasporto pubblico locale (tpl). A questo obiettivo dovrebbero portare le linee direttive presentate dalla Giunta. Innanzitutto si dovrà prevedere la cessione di quote pubbliche di AMT a privati, come sta succedendo in altre città italiane, in grado di apportare le risorse di capitali e di management necessari per consentire all’azienda di sopravvivere. A Firenze, per esempio, il Comune ha ceduto il 100% delle proprie quote ad un’impresa privata di trasporti.

    Durante tutto il proprio discorso il Sindaco è stato spesso interrotto dai lavoratori che in diverse occasioni hanno sovrastato la sua voce con grida di protesta. La loro richiesta era stata quella di impedire ad ogni costo una privatizzazione, ma la Giunta ha deciso di muoversi in una direzione diversa. Nella delibera presentata in Consiglio Comunale si parla chiaramente di un «superamento della proprietà pubblica di controllo». Sicuramente preoccupano i precedenti ingressi di soci privati, come il gruppo francese Transdev, che non hanno mai portato a dei miglioramenti né dei conti né del servizio pubblico. Ma, lo ripete spesso il sindaco, l’alternativa è la liquidazione. Anche alcuni consiglieri (Padovani della Lista Doria, Bruno della Fds) sollevano qualche dubbio sull’equazione privatizzazione uguale efficientazione, soprattutto perché le imprese private nell’ambito del tpl richiedono fondi pubblici a compensazione dei ricavi derivanti dal biglietto.

    Il risanamento dell’AMT passa, ovviamente anche attraverso soluzioni che permettano di incrementare questi ricavi di tariffazione. Le linee d’indirizzo presentata dalla Giunta si concentrano in particolare sull’accordo con Trenitalia e sulla lotta all’evasione tariffaria. La consigliera Musso (Lista Musso) e il consigliere Baleari (Pdl) propongono di introdurre biglietti e abbonamenti con tariffe diversificate che consentano diverse soluzioni di viaggio, per esempio di percorrere solo brevi tratti ad un costo inferiore. E poi c’è l’annoso problema dei controlli sui non paganti. Molti interventi hanno evidenziato, tra le altre cose, che la metropolitana di Genova è una delle poche in Italia (e forse nel mondo) a non avere i tornelli all’ingresso. Un sistema di questo tipo garantirebbe una riduzione dei viaggiatori senza biglietto.

    Ancora una soluzione prevista dalla delibera riguarda il potenziamento delle corsie dedicate al trasporto pubblico – cosiddette strisce gialle -, che, tuttavia, non possono ritenersi risolutive a fronte della gravità dei problemi di cui soffre AMT.

    Il voto finale sulla proposta della Giunta ha rispecchiato le divisioni già emerse durante la discussione in aula. Il documento è stato approvato con 23 voti a favore e 15 contrari, facendo scoppiare la rabbia dei lavoratori che avevano aspettato fino alla fine per sapere l’esito della votazione. In particolare hanno votato no Lista Musso, Pdl, Lega, ma anche Idv, Fds e Movimento 5 Stelle.

    L’Idv, che già in altre occasioni importanti aveva fatto mancare il suo appoggio al Sindaco Doria, come nel caso dell’approvazione del bilancio, ha criticato soprattutto il fatto che la scelta della privatizzazione andasse contro l’impegno assunto dal sindaco nel programma elettorale a mantenere il trasporto pubblico. In realtà anche nel programma si parlava di «partner industriale con caratteristiche tali da garantire un valore aggiunto sia economico sia organizzativo».

    La Fds, il cui unico membro nel Consiglio è Antonio Bruno, ha motivato il proprio voto contrario evidenziando che i problemi economici che emergono costantemente nella gestione della macchina comunale dipendono soprattutto da una serie di tagli imposti dal governo nazionale e che fino a quando non si faranno iniziative forti, anche con l’appoggio di altre amministrazioni locali, qualsiasi soluzione sarà solo temporanea.

    Dopo molte astensioni dal Movimento 5 Stelle è giunto un no chiaro alle linee di indirizzo della Giunta. Ciò che chiedeva il Movimento era la possibilità di strutturare un piano industriale completo sul quale successivamente esprimere un giudizio più consapevole. Una proposta che però il Sindaco ha respinto sostenendo che si sarebbe trattato di una delibera del tutto nuova rispetto a quella presentata in aula.

    La nuova amministrazione comunale aveva iniziato i suoi lavori affrontando fin dalle prime settimane questioni complesse e spinose, come l’approvazione del bilancio, e l’ultimo appuntamento non è stato certamente più semplice. Ciò che preoccupa è soprattutto la percezione di una chiara tensione sociale, evidente negli animi dei lavoratori dell’AMT, ma anche, prima di loro, in quelli dell’AMIU Bonifiche o della Centrale del Latte di Fegino. L’elenco è destinato ad allungarsi viste le vertenze che riguardano grandi aziende come Ansaldo e Ilva. Si prospetta quindi un autunno caldo per il Consiglio Comunale.

    Federico Viotti

  • Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Come era prevedibile, è ritornata l’emergenza spread e il crack dell’euro è sempre più vicino. Ma non c’è niente di nuovo sotto il sole. Dei fattori che determinano in larga parte questa situazione se ne è già parlato ampiamente (anche in questa rubrica ne ho scritto e riscritto). Per questo sentire di nuovo il ritornello dei giornali di centro-destra, secondo i quali uno spread a 537 punti dimostrerebbe che Berlusconi non era un problema, farebbe sorridere, se non ci fosse da piangere. E’ ovvio invece che Berlusconi è stato un problema e lo è tuttora: lo è stato perché ha rivestito il ruolo di principale attore politico della seconda repubblica, e quindi di principale responsabile per gli errori e le mancate riforme di quegli anni; lo è stato perché a fine 2011 nelle cancellerie di tutta Europa nessuno lo considerava più un interlocutore affidabile; e lo è tuttora perché tiene in ostaggio con i suoi desiderata la maggioranza di Monti, avendo contribuito, per esempio, ad azzoppare la legge anti-corruzione (che è diventata una legge pro-corruzione) e ad impedire la messa all’asta delle frequenze digitali. Il fatto che queste ed altre responsabilità possano essere condivise (anche se in misura minore) con vari governi e politici di centro-sinistra non significa – se esiste un minimo di logica a questo mondo – che Berlusconi ridiventi per magia un candidato premier serio ed affidabile: se mai, significa che questa sinistra ha bisogno di una classe dirigente totalmente nuova, sempre che sia ancora in tempo per questa ristrutturazione. Ma dovrebbe restare fermo un banalissimo principio di alternanza per cui, se qualche grossa responsabilità spetta anche a chi ci ha governato per il fatto che oggi siamo sull’orlo del precipizio, allora forse conviene puntare su un altro cavallo. Il che è più o meno quello che ha scritto recentemente anche il Financial Times.

    Eppure, detto questo, è innegabile che l’effetto Monti non ci sia stato. Il livello di spread a cui ha chiuso la borsa ieri sera è superiore a quello del giorno delle dimissioni di Berlusconi nel novembre del 2011. E, sebbene in valore assoluto (quello che più conta) i tassi a cui ci indebitiamo restino in realtà inferiori, perché lo spread è indicatore che non evidenzia la diminuzione dei tassi tedeschi che nel frattempo sono scesi ulteriormente facendo quindi salire il differenziale con i nostri BTP, ciononostante non si può negare che l’effetto psicologico sia forte: e anche sostanziale, perché certo ci si aspettava di più dall’approdo a Palazzo Chigi di una persona seria e competente come Mario Monti.

    E’ accaduto però quello che era logico prevedere che accadesse, a meno di non avere gli occhi foderati di prosciutto. Monti ha pure cercato di applicare le indicazioni contenute nella lettera della BCE: ma la maggioranza che lo sostiene non ha per questo smesso di fare i calcoli elettorali e di convenienza che era solita fare. Come avevo scritto, mi sarebbe piaciuto che Monti cogliesse l’eccezionalità dell’occasione per una sferzata contro i partiti, per costringerli, con la forza dell’urgenza, a misure che riducessero il loro potere e li costringessero a un processo di rinnovamento interno. Avevo ammesso che la cosa era difficile e rischiosa. Ma l’alternativa ce l’abbiamo ora davanti. Monti ha preferito porsi come il garante dell’establishment partitico, facendo sperare alle forze politiche che, dopo un breve interregno di misure impopolari coordinate da lui, destra e sinistra sarebbero potute ritornare a spartirsi il paese come prima e più di prima.

    E’ per questo motivo che i partiti si sono sentiti autorizzati a continuare a pensare al dopo, ai loro elettori e a quello che veniva comodo ai loro dirigenti. Di conseguenza molte ciambelle non sono venute col buco. E se rileggiamo oggi la famosa lettera che la BCE ci mandò l’anno scorso, dobbiamo ammettere che è stato in effetti raggiunto un numero relativamente basso di obiettivi. Infatti dopo quasi nove mesi scopriamo che il debito pubblico italiano, considerato la madre di tutti i problemi, non solo non è diminuito, ma è aumentato. L’Eurostat certifica che la percentuale tra il nostro debito e il PIL  ha raggiunto il 123,3%. In realtà è ipotizzabile che nemmeno una velocissima ed integrale realizzazione di tutti i punti della lettera della BCE ci avrebbe salvato dai problemi dello spread: per l’ovvio motivo che questi problemi sono di tutt’altra natura. Mentre in Europa ci suggerivano cosa fare per aggiustare i fondamentali della nostra economia, i mercati attaccavano l’euro e nessuno pensava di porvi rimedio. I fondamentali dell’economia italiana, d’altronde, non sono granché cambiati negli ultimi anni.

    Cosa giustifica dunque la fuga da (e la speculazione su) i titoli di Stato dei paesi periferici della zona euro? Il fatto che da un certo punto in avanti (quando la crisi dei mutui subprime si è estesa in Europa, svelando bolle e trucchi contabili che stavano dietro alle economie di alcuni paesi) i mercati hanno realizzato che essere dentro l’euro non era una garanzia eterna di solvibilità. E hanno cominciato una scommessa contro la moneta unica, che si è rivelata finora vincente. Senza una misura europea per ristabilire la fiducia, vale a dire una qualche forma di condivisione del debito, non si risolverà nulla. La triste realtà è che siamo appesi non solo all’Europa, nel senso delle istituzioni europee, ma anche agli altri paesi europei, nel senso delle politiche adottate dai governi dei nostri vicini. La Spagna, ad esempio, è in condizioni disastrose: a breve sarà costretta a un sostanziale default, chiedendo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. E non è un mistero che nella testa dei mercati il destino della Spagna è strettamente legato al nostro, perché si pensa: “se cade un paese grande come la Spagna, allora può cadere anche l’Italia”.

    In queste condizioni c’è veramente poco che si possa fare: andare alle elezioni anticipate, magari per rivotare un nuovo governo Monti, difficilmente impressionerà gli operatori finanziari. Ecco perché dico che la fine dell’euro è ormai vicina. Certo, resta sempre la solita opzione aperta: basterebbe un si della Germania agli Eurobond, almeno per invertire la tendenza. Ma cosa ne pensino a proposto i Tedeschi lo sappiamo già. Tobias Piller, un giornalista del Frankfurter Allgemeine Zeitung, ieri sera ospite ad “In Onda” su LA7, è stato piuttosto esplicito: se alla Germania venisse chiesto di scegliere tra inflazione o uscita dall’euro, sceglierebbe senza dubbio la seconda ipotesi. I Tedeschi pensano che, affinché l’UE funzioni economicamente, ogni paese debba reggersi solo su sé stesso ed avviare una ristrutturazione profonda della propria economia, come innegabilmente ha fatto la Germania dal 1999 al 2010.

    Peccato solo che noi non abbiamo mai avuto tutto questo tempo. Ammesso e non concesso che sarebbe bastato, è chiaro che non si può pretendere dagli Italiani, che non hanno né la classe politica, né la coesione sociale, né l’organizzazione dei Tedeschi, di fare in pochi mesi quello per cui gli stessi Tedeschi hanno impiegato anni (anni, tra l’altro, in cui l’economia mondiale cresceva bene). Gli Italiani possono essere biasimati per non aver fatto nulla prima: ma non si può neanche chiedere ad un fumatore di 170 kg. di correre la maratona di New York. E comunque è opinabile che la ricetta tedesca (la deflazione salariale) funzioni per tutti, come giustamente faceva notare Vladimiro Giacché. Invece si è continuato a tagliare la spesa, deprimendo l’economia e contribuendo a tenere alto, in percentuale sul PIL, il debito. Quindi, riassumendo, stanti gli errori passati nostri e dei nostri politici, da quando è arrivato, Monti si è mosso poco e nella direzione sbagliata: tutto per fare colpo sulla Merkel, purtroppo senza successo.

    Morale: è sempre più probabile che quando chiuderemo gli ombrelloni toneremo a lavorare in lire. Con tutti i problemi che questo comporterà.

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Bruxelles, 28 e 29 giugno 2012: scongiurata una seconda crisi del ’29?

    Bruxelles, 28 e 29 giugno 2012: scongiurata una seconda crisi del ’29?

    Il premier Mario Monti torna da una due giorni a Bruxelles con una serie di ipotesi di soluzione della crisi che se verranno realmente poste in essere confermeranno la sua autorevolezza e competenza, spesso ultimamente messa in discussione da  parlamentari e commentatori vari.

    Gli accordi di Bruxelles tra i 27 membri sono stati i seguenti :

    a) Unione bancaria, che comporterebbe una sorveglianza unica su tutti gli Istituti di credito da parte della BCE

    b) Scudo anti spread, i fondi salva stati EFSL e ESM potranno acquistare titoli di stato dei Paesi virtuosi, cioè quelli che avranno dimostrato di fare i compiti a casa

    c) Patto per la crescita, un pacchetto di aiuti da meglio definire il prossimo 9 Luglio nella prevista riunione dell’Eurogruppo per stimolare la crescita economica nell’area euro da 120 miliardi

    d) Tobin Tax, tassa sulle transazioni finanziarie, da attuarsi entro fine anno ma condizionata alla cooperazione rafforzata di almeno 9 Paesi

    e) Aiuto diretto alle banche spagnole in crisi di liquidità a causa della loro forte esposizione verso il settore immobiliare in grave crisi

    f)  Impegno per varare a breve una Road Map per arrivare all’Unione monetaria ed economica

    Le misure più rilevanti sono senza dubbio dovute all’opera progettuale del Prof. Monti a cui hanno aderito la Spagna , la Francia e alla fine anche la cancelliera Angela Merkel.

    L’effetto annuncio delle suddette misure è stato molto rilevante e le borse europee dopo un lungo periodo negativo hanno preso un grande sprint. Un buon summit e un grande successo personale del nostro premier, che ha dimostrato una volta di più come il prestigio e la competenza personale specifica valgano tanto nel mondo vero e reale e confermato che il precedente capo del governo, patrocinando solo una visione onirica e autoreferenziale della realtà, abbia fatto danni gravissimi alla credibilità internazionale di questo Paese.

    Ma il passato, anche se non va dimenticato, oggi non serve per spiegare il presente e ipotizzare il futuro, che sono strettamente legati alle soluzioni discusse e imbastite nel vertice appena concluso.

    Tutto bene? Possiamo metterci in macchina e farci qualche centinaio di km per andare a crogiolarci su qualche spiaggia assolata in santa pace? Il peggio è passato e il futuro sarà roseo come quello dipinto per oltre vent’anni dal Cavaliere?

    Non è facile dirlo oggi , ma dobbiamo imparare dal passato pesantemente condizionato dalla propaganda dell’ottimismo oltre ogni logica, che non basta dire, come Mary Poppins, supercalifragilistichespiralidoso  e la pillola andrà giù; bisogna avere cognizione che è già importante avere una buona idea ma poi occorre  saperla condividere e mettere in pratica nei tempi giusti.

    Per ora siamo solo alla prima fase, il parto della buona idea, ma a breve il compito dei grandi leader europei sarà quello di dare corpo e sostanza al pensiero e programmare tutti i passi necessari per attuarlo.

     

    I RISCHI DELLA MANCATA ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA

    Senza voler peccare di pessimismo, ritengo utile in questa fase evidenziare che la reazione positiva dei mercati all’annuncio delle ipotesi di lavoro potrebbe diventare un boomerang ancora più negativo della situazione precedente qualora i premier europei non riuscissero in tempi brevi a dare sostanza al pensiero e porre in essere le azioni conseguenti.

    In questo caso infatti il fallimento suonerebbe come un vero de profundis per tutta l’Eurozona, proprio perché  dopo l’illusione della soluzione la constatazione dell’impossibilità di realizzarla proprio da parte di persone di qualità e competenza specifica come l’attuale premier avrebbe un effetto sui mercati non più controllabile.

    E’ paradossale ma del tutto logico da un punto di vista psicologico:  il fallimento di un mediocre sarebbe ancora gestibile, ma quello di una persona di grande autorevolezza  a questo punto della crisi causerebbe  un effetto domino di proporzioni non ipotizzabili, inclusa la già demonizzata uscita incontrollata dall’euro.

     

    I NEMICI DELLA MANOVRA PER RISOLVERE LA CRISI

    Ognuna delle misure ipotizzate nel summit  ha piccoli e grandi nemici, che potrebbero ostacolare o ritardare la loro attuazione. Vediamo di farne una veloce lista, partendo da quelli più definiti.

    a) Scudo anti spread, l’idea sembra  un po’ il fratello minore dei tanto discussi Eurobond.

    E’ un modo diverso di attuare il progetto di ridurre il divario dei tassi all’interno dell’Eurozona tra i Paesi buoni e quelli indisciplinati. A prima vista mi fa venire in mente  il mitico scudo spaziale di Reagan, che diede inizio all’escalation di spese militari che condusse la Russia comunista, unitamente ad altre concause, alla resa.

    L’idea è senza dubbio molto intelligente e soprattutto sottile ed offre alla cancelliera Merkel una resa onorevole, consentendole di non sconfessare la sua sbandierata avversione agli Eurobond di fronte al suo elettorato; chapeau al Prof. Monti e al suo ingegno italico.

    Bisogna vedere se nella fase attuativa sarà possibile per il suo mentore far digerire ai  tedeschi, in primis,  il meccanismo automatico di applicazione senza il preventivo intervento della Troika ( FMI, UE e BCE) e  dotare lo strumento di un plafond di risorse sufficienti a contenere le pressioni speculative che inevitabilmente lo metteranno alla prova.

    Sul fronte interno il premier avrà sicuramente un maggior potere per far attuare le riforme strutturali che permetteranno di stare nel novero dei Paesi virtuosi e poter, se del caso, attivare lo scudo.

    b) L’Unione bancaria

    La misura e’ senza dubbio suggerita dal secondo Supermario dell’Italia, ossia da Mario Draghi che dopo aver molto opportunamente fatto fare alla Banca d’Italia un deciso, ancorché  discreto, passo in avanti rispetto all’ Era Fazio nella vigilanza sugli intermediari finanziari nel nostro paese (soprattutto sul fronte della compliance e dell’antiriciclaggio), ha ben chiaro che il rilancio dell’Europa passa da un controllo molto più  ferreo e uniforme dell’operatività degli intermediari finanziari, soprattutto in quei Paesi che hanno molta economia illegale o che sono stati il refugio peccatorum  degli operatori fuorilegge.

    L’illegalità e l’evasione fiscale hanno bisogno di complici nel sistema finanziario per poter prosperare e senza il supporto di intermediari, dolosamente o colposamente collusi, si troveranno con le polveri bagnate.

    La lotta ai paradisi fiscali attuata negli ultimi anni e la riforma degli intermediari finanziari in corso in Italia sono due capisaldi essenziali, ma devono essere resi ancora più efficaci per far fronte ad una massa di economia illegale che in Italia fattura ogni anno 150 mld di euro; il punto essenziale diventa l’attuazione di  un cordone sanitario formato dalle altre istituzioni finanziarie dell’UE.

    I premier saranno d’accordo, ma senza dubbio l’Unione Bancaria darà alla BCE un potere molto importante e costringerà tutti gli intermediari finanziari all’adozione di procedure molto strette per evitare la revoca della licenza bancaria.

    In un Paese come il nostro, tradizionalmente afflitto da alta evasione fiscale, forte presenza di economia direttamente o indirettamente illegale e alta propensione alla corruzione, il ruolo degli intermediari finanziari è cruciale per realizzare il riciclaggio di proventi illeciti, per cui rafforzare la vigilanza su questo specifico punto e in generale sull’operatività delle banche alzando il livello e la competenza dei controllori e soprattutto coordinando le azioni a livello europeo , e’ un passo importante ma a livello politico sarà fortemente avversata su base locale dalle lobby che vivono e prosperano su un sistema finanziario opaco e permissivo e che già in passato sono riusciti a convincere i partiti al governo a far innalzare le soglie per il pagamento in contanti o a ritardare misure rigide sul riciclaggio.

    c) Patto per la crescita

    In questo caso è difficile dire quali siano gli avversari perché si tratta poco più di un titolo e non ha ancora alcuna coniugazione pratica. Dall’esame dei suoi contenuti si potrà valutare sia la sua fattibilità che i suoi effetti nel tempo; è chiaro che l’avversario in questo frangente è sempre il tempo, stante l’evidente deterioramento del tessuto economico di questi  mesi.

    Speriamo solo che non sia come  lo stimulus plan di Obama, che è rimasto in gran parte, come del resto la legge Dodd-Franck sulla riforma del sistema finanziario, un bel libro dei sogni, con poche ricadute reali.

    d) Tobin Tax

    E’ strettamente collegata al progetto dell’Unione Bancaria, che ne è in qualche misura anche un presupposto e ha un solo reale nemico e si chiama U.K., che vive di economia finanziaria e quindi ritiene molto pericolosa una tassa sulla principale attività svolta dalle sue imprese. Senza dubbio anche i cugini americani non sono molto propensi e quindi l’iter sarà lungo e complesso; del resto se ne parla da decenni.

    e) Aiuto diretto alle banche spagnole

    E’ una misura dettata dall’emergenza ed è probabilmente lo zuccherino concesso a Rajoy per il suo placet senza riserve al progetto più ampio del Prof. Monti, appoggiato anche da Hollande e quindi destinato a fronteggiare la Germania.

    f) Impegno per l’Unione monetaria ed economica

    E’ la logica conclusione di questo processo e porterà necessariamente ad una parziale perdita di sovranità dei singoli paesi a favore delle istituzioni europee.

    Adenauer,  Schuman e De Gasperi dall’alto del cielo stanno applaudendo il Prof. Monti, per noi italiani è l’unica speranza di un futuro diverso dal caos politico-economico-istituzionale, da cui si salva solo il Presidente della Repubblica,  in cui ci hanno sprofondato questi politici di serie C,  a cui abbiamo delegato per decenni il destino del  nostro Paese e delle nostre vite… proprio per questo penso che loro non molleranno  l’osso tanto facilmente e che il prof. Monti avrà da sudare per riportare la nostra nazione nel posto che le compete.

    Non siamo una mera espressione geografica ed è venuto il momento di dimostrarlo con i fatti. Viva l’Italia, ma solo se capirà di essere uno dei cardini dell’Europa.

    Maurizio Astuni
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Istat: la fiducia dei consumatori è sempre più bassa

    Istat: la fiducia dei consumatori è sempre più bassa

    A giugno l’indice del clima di fiducia dei consumatori diminuisce dall’ 86,5 di maggio all’85,3 odierno. Lo rileva l’Istat. Si tratta del livello più basso da gennaio 1996.
    I giudizi e le aspettative sulla situzione economica dell’Italia risultano in peggioramento: il saldo dei primi scende leggermente (da -140 a -141), mentre quello relativo alle aspettative registra un calo marcato (da -81 a -92). Aumenta il saldo relativo alle attese sulla disoccupazione (da 114 a 121).

    La fiducia dei consumatori circa la situazione economica del nostro Paese segna un nuovo minimo storico. Un dato agghiacciante, secondo Federconsumatori, che testimonia come il livello raggiunto dagli oneri che pesano sulle spalle delle famiglie, a partire dall’IMU, incidano in maniera negativa sulle condizioni e sulle aspettative di queste ultime.

    «Per noi che denunciamo questo andamento da ancora prima che la manovra depressiva del Governo entrasse in vigore, non è affatto una sorpresa – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, di Federconsumatori – L’aumento dell’IVA, l’aumento delle accise sui carburanti e la reintroduzione dell’IMU sono solo alcuni dei fattori che, addossando il carico della crisi unicamente sulle spalle dei cittadini, hanno condotto il Paese nella drammatica situazione in cui si trova oggi».

    «L’aumento della tassazione nel 2012 (pari a +1157 Euro a famiglia solo in termini diretti) equivale a ben 2,46 mesi di spesa alimentare di una famiglia media – continuano Trefiletti e Lannutti –  O, addirittura, tale importo è pari a quanto spende una famiglia media in cure per la salute in 5,8 mesi».

    «Basta guardare a questi esempi per comprendere gli enormi sacrifici che le famiglie sono costrette a sostenere in questo difficile momento – concludono gli esponenti di Federconsumatori – Per questo è indispensabile intervenire immediatamente per riequilibrare la situazione, con politiche di investimento per dare lavoro soprattutto ai giovani, aumentando così il potere di acquisto delle famiglie».

  • L’Italia e la moneta unica europea: ieri, oggi e domani

    L’Italia e la moneta unica europea: ieri, oggi e domani

    2001 Odissea nello Spazio, 2012 Fuga dall’Euro, 2013 Odissea nello Spazio atto II. In questo mondo occidentale sempre più afflitto dal relativismo, fa un certo effetto pensare e soprattutto dover constatare che esistano rapporti indissolubili, come il Trattato UE che disciplina l’Euro.

    Soprattutto per noi italiani che , invece di assumere Roma come modello di riferimento da un punto di vista del diritto e delle istituzioni, abbiamo sempre prediletto il trasformismo e la dialettica fine a se stessa di tradizione greca e che abbiamo vissuto da secoli nell’illusione del motto “fatta la legge trovato l’inganno”. E invece questa volta l’inganno proprio non si trova per quanto ci si sforzi di girare e rigirare la norma di riferimento…

    E allora si comincia a battere i piedi come fanno i bambini piccoli quando la mamma toglie loro il giocattolo perché  non hanno ubbidito; “ mamma cattiva!”; uscendo dalla parafrasi oggi l’Italia vorrebbe indietro la sua sovranità monetaria, con cui inondare il Paese di lirette per pagare spese, come sempre fuori controllo e spesso senza senso, e da utilizzare proficuamente per svalutare il tasso di cambio e ricominciare a  esportare negli altri Paesi… Altrimenti mamma Merkel è cattiva , per non dire di peggio.

     

    PENSIERO DEBOLE
    Chi sostiene che la soluzione dei nostri mali sarebbe tornare alla lira e stampare moneta per poi usare il trucchetto della svalutazione è afflitto come minimo da carenza di visione futura e di conoscenza delle dinamiche economiche passate e presenti. La carenza di visione si poggia su un ragionamento molto chiaro, che ha fatto di recente un economista direttamente toccato dai fatti e cioè il greco Yani Varoufakis: «L’assenza di una clausola del Trattato o procedura istituzionale per uscire dalla zona euro ha una logica ferrea: tutto il senso della creazione della moneta unica era far impressione sui mercati, far capire loro che si trattava di un’unione permanente così solida, che chiunque avesse l’ardire di puntare contro la sua solidità sarebbe incorso in gravi perdite. Una sola uscita dall’euro basterebbe ad aprire una frattura in questa percezione di solidità. Sarebbe come una sottile linea di frattura in una diga possente, l’uscita della Grecia inevitabilmente porterebbe al collasso dell’edificio sotto forze inarrestabili di disintegrazione. Appena la Grecia fosse spinta fuori, due cose accadranno: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, eccetera, a cui seguirà la nota avversione della BCE e di Berlino ad autorizzare la fornitura di liquidità illimitata a banche e Stati. Questo significherà la bancarotta immediata di interi sistemi bancari e di alcuni stati più indebitati, come Spagna e Italia. A quel punto, la Germania si troverà di fronte all’orribile dilemma: danneggiare la solvibilità dello Stato tedesco impegnando i trilioni necessari al compito di salvare quel che resta dell’Eurozona, oppure tirarsi indietro (lasciando l’eurozona). Non ho dubbi che sceglierà la seconda opzione. E siccome questo significherà stracciare una quantità di trattati UE e accordi (compreso quello relativo alla BCE), l’Unione Europea di fatto cesserà di esistere con conseguenze non ipotizzabili».

    Il Trattato Ue non prevedeva way out perché il percorso verso l’Unione economica di molti Paesi, con situazioni economiche non omogenee e modalità gestionali differenti, non poteva essere una passeggiata e bisognava impegnarsi seriamente per rispettare il percorso di convergenza, stabilito da parametri condivisi. Nessun Paese è stato costretto a firmare il patto, neppure l’Italia, ma una volta firmato l’Accordo per il bene di tutti non si poteva più uscire: trattavasi di matrimonio indissolubile, come tendenzialmente era una volta quello celebrato in chiesa.

    Una volta si diceva che nei matrimoni si poteva essere più o meno felici, ma era comunque per sempre; l’avvento del divorzio ha portato ancora più infelicità e soprattutto una instabilità sociale molto grave; lo stesso accadrebbe per l’uscita dall’Euro.

    Così doveva essere l’Euro e la forza iniziale del suo progetto stava proprio nella capacità di convincere i mercati che ob torto collo e con non poche pressioni i Paesi disallineati (tra cui l’Italia) un po’ alla volta si sarebbero messi al passo di quelli più virtuosi e insieme avrebbero potuto costituire un forte e coeso polo economico in grado di contrastare la potenza degli USA ma ancor più di quei paesi emergenti come Cina, India e in parte Russia e Brasile.

    Quattordici anni fa quando è partito il primo step del progetto Euro conclusosi nel 2002 con lo stralcio delle valute nazionali, l’Europa era una importante potenza industriale e l’Italia era al secondo posto dopo la Germania; il progetto a medio termine era stato considerato a buon diritto di fondamentale importanza per il nostro Paese.

    Non per tutti fu così, infatti dal progetto Euro non a caso è rimasta fuori l’UK, perché  poco interessata al progetto di rafforzamento dell’economia reale e produttiva e quindi conscia che i vincoli imposti dal Trattato sarebbero stati troppo onerosi per la sua economia, già indirizzata prevalentemente al settore finanziario e troppo dipendente dal mantenimento della sovranità monetaria della Banca d’Inghilterra, sulla falsariga dei loro cugini americani.

     

    LA SITUAZIONE ATTUALE
    Con il senno di poi molti potrebbero dire che lor hanno fatto bene e noi abbiamo fatto una sciocchezza perché nell’euro, così mal combinati, non possiamo vivere, ma nemmeno a questo punto si può uscire. In passato altri paesi in crisi, come l’Argentina, hanno potuto svalutare perchè avevano la loro moneta. Grecia, Spagna e Italia non hanno più una moneta: uscire dall’euro, significherebbe per loro creare una moneta allo scopo di svalutarla: «Qualcosa che non è mai avvenuto nella storia», dice sempre Varoufakis. Il potere d’acquisto di una simile neo-moneta precipiterebbe a razzo nel regno dell’infinitamente piccolo, provocando un’iper-inflazione mai vista.

    E la morte per fame della popolazione.

    Quello che mi riesce difficile accettare è che tutti oggi dicono quanto è duro stare nell’euro (ed è un dato di fatto), ma si dimenticano di quanti vantaggi abbiamo avuto come Paese in questi anni con la possibilità di ottenere credito a tassi minimi proprio perché facevamo parte del progetto euro; ma questo bonus pluriennale fornito dall’Euro come lo hanno gestito i  nostri governanti?

    Al solito come le famose cicale di La Fontaine: hanno fatto dilatare a dismisura il debito pubblico che oggi ammonta a 2.000 mld e che era 1.373 mld nel gennaio del 2002, finanziando spesa pubblica improduttiva, senza investire sullo sviluppo e non attuando le riforme strutturali piu’ volte chieste dall’UE, per consentire un effettivo allineamento dei parametri di Maastricht.

    E ai richiami dell’Ue cosa è stato risposto? Che erano dei rompiscatole burocrati e che non capivano la peculiarità del nostro essere italiani, che siamo fantasiosi e liberi di pensiero; per cui mentre gli altri Paesi controllavano efficacemente la loro tabella di marcia e apportavano, ove necessario, i giusti correttivi (come la Germania nel 2006-2007), noi ce ne stropicciavamo allegramente, raccontando frottole, facendo manovre finanziarie del tutto diseducative e senza reali contenuti strutturali e invocando lo stellone italico.

     

    IL FUTURO
    Bisogna smetterla di piangerci addosso dicendo che Tizio è cattivo, Caio non capisce e che Sempronio ha fatto male, che il progetto Euro era sbagliato perché una moneta senza una nazione è una contraddizione in terminis e una moneta senza una banca centrale è come l’attinia senza il suo paguro, e fare tesoro dei gravi errori commessi dai nostri governanti in questi dieci anni per individuare un percorso che oggettivamente innovi rispetto a quanto fatto male o non fatto e che riporti al centro del dibattito politico e dell’agenda economica un recupero di credibilità, che passa dal verificare cosa è realisticamente possibile attuare e poi porlo in essere, senza i soliti alibi italici dei se e dei ma….

    Per farlo dobbiamo cambiare la classe politica, perché questa che abbiamoè totalmente inaffidabile come dimostrano anche i recenti avvenimenti sulla cancellazione della norma sulla riduzione dei parlamentari. E dobbiamo farlo in fretta perché non si può poi dare la colpa ad un governo tecnico se non si riesce a mantenere la rotta prevista e a rispettare gli impegni, quando la colpa è di un gruppo di persone totalmente autoreferenziali e scollegate dalla realtà del Paese, che pensano unicamente al loro tornaconto personale e che appoggiandosi al populismo esasperato ed esasperante con cui hanno mantenuto il potere, adesso, dopo i disastri compiuti, ci vengono a dire che la salvezza è il ritorno alla lira e alla tanta agognata superinflazione e svalutazione del tasso di cambio.

    Ma vergognatevi, persino la tanto vituperata Grecia di fronte al baratro dell’uscita dall’euro, peraltro molto simulata e discussa a tavolino, ha dimostrato più maturità! Questi discorsi da bar dello sport, che determinano immediatamente perdita di credibilità e la salita dello spread, costano molti soldi agli Italiani che hanno un debito pubblico mostruoso; la salita di soli 50 punti dello spread (0,5%) vuol dire in ragione d’anno 10 miliardi di euro di interessi in più, che finirebbero sulle spalle dei cittadini.

    Sarebbe giusto far pagare il conto a chi dice stupidaggini di questo tipo e che, invece di fare autocritica e approfondire gli argomenti, finirà per dare il colpo di grazia a questo Paese di agnelli sacrificali, che si convincerà dell’ultima menzogna invece di rendersi conto che in questo mondo modello villaggio globale  sopravviverà solo chi sarà capace di progettare a medio termine e di confrontarsi con i migliori su basi di serietà e competenza e non chi percorrerà la strada di tornare piccolo e ininfluente, sperando che gli venga concesso di fare in segreto i suoi trucchi delle tre tavolette.

    L’Italia è stata definita il “bel Paese”, ma avrebbe ancora la possibilità di essere un “grande Paese”, ma deve attuare in tempi brevi un netto cambio culturale e abbandonare la logica dei trucchi da imbonitori da strada e illusionisti di quartiere e tirare fuori le qualità, che nonostante una classe politica del tutto inadeguata l’hanno resa famosa in tutto il mondo e che stavolta devono essere messe a disposizione del Bene Comune e non solo del patrimonio personale.

     

    Maurizio Astuni
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Interdipendenza dei fatti economici: analisi della situazione italiana

    Interdipendenza dei fatti economici: analisi della situazione italiana

    Economia

    Pochi giorni fa è stato diramato il rapporto dell’Istat sulla disoccupazione del  primo trimestre 2012,  che evidenzia una percentuale di quasi l’11% , che significa ca 2,8 milioni di persone  senza lavoro, di cui oltre 600.000 under 25, unitamente a tante altre notizie vicine e lontane , come le perdite di qualche miliardo di dollari di JP Morgan,  il flop della quotazione di Facebook , la crisi di liquidità delle banche spagnole e l’ennesimo caso di mala gestio nostrana che ha portato al sequestro dei beni di una società quotata Uniland.

    Il cittadino italiano quando legge che JP Morgan ha perso 3 mld di dollari perché dovrebbe preoccuparsi? Quali conseguenze potrebbero portare nella sua vita quotidiana la sequela di errori fatti dai manager della banca? O gli errori e/o le colpevoli omissioni di Morgan Stanley che hanno portato alla mattanza dei poveri risparmiatori che hanno investito in Facebook? E cosa dire del fatto che in Spagna le banche del Paese siano afflitte da una grave crisi di liquidità dovuta alla circostanza che hanno in portafoglio titoli legati al mercato immobiliare per oltre 250 mld di euro e che i loro correntisti stanno prelevando  euro  al ritmo di 1 mld al giorno (oltre 100 mld negli ultimi 12 mesi)? E per arrivare alla nostra ormai piccola Italia, del sequestro dei beni di Uniland a seguito di manovre spericolate e poco chiare dei suoi esponenti?

    Tutti questi fatti, apparentemente scollegati tra di loro, purtroppo hanno conseguenze rilevanti sulla disoccupazione in Italia  cioè sulla notizia che tutti ritengono di loro diretto interesse.

    Quando la crisi iniziò nel 2008 il motore fu proprio il fallimento di una grande banca d’investimento la Lehman Brothers, che aveva fatto un grave errore di valutazione sui titoli derivati di qualche centinaio di miliardi di dollari e che aveva innescato un meccanismo di perdita di credibilità di tutto il sistema finanziario e di quello preposto ai controlli (società di revisione e società di rating). Soprattutto aveva scoperchiato l’enorme pentola dei prodotti derivati, che oggi rappresentano formalmente un volume di oltre 9 volte i beni reali esistenti.

    CRISI DI FIDUCIA
    Ma se il sistema non controlla efficacemente coloro che hanno la responsabilità di gestire i risparmi e gli investimenti di milioni di persone, noi come possiamo fidarci?  E questo vale sia per Lehman Brothers, che aveva un rating AAA prima di fallire, sia adesso per JP Morgan o per il flop di Facebook o ancora per la italiana Uniland. La peggiore crisi  in qualunque economia è quella che nasce dalla sfiducia nelle istituzioni, i cittadini e gli investitori  devono potersi fidare delle persone cui affidano le proprie vite e i propri averi; se le istituzioni politiche o quelle finanziarie non sono credibili, perché pongono in essere atti per favorire smaccatamente i propri interessi privati, dopo ricostruire il tessuto relazionale sarà lungo e difficile.

    La Germania, che è un Paese dell’area euro e quindi teoricamente è soggetto alla nostre stesse limitazioni, emette Buoni del Tesoro, i Bund, all’1% , perché le sue istituzioni sono credibili e non perché se lo dicono da soli… ma perché sono una nazione seria che rispetta i cittadini e anche le regole di una economia basata  su un miglior controllo dei soggetti economici.
    In Italia e in altri Paesi dell’Eurozona, che sono oggi sotto lo scacco della speculazione internazionale, il problema principale  non è  rappresentato solo dai limiti peraltro evidenti dell’euro e della BCE, ma proprio dalla consistenza delle istituzioni politiche e finanziarie; se un Paese è debole perché  non riesce a costruire un assetto politico consistente affidandosi a tecnici per definire delle linee di governo  e presenta un debito pubblico alto con una crescita bassa purtroppo subisce il giudizio negativo degli speculatori.

    Quindi il nostro spread è alto perché il nostro Paese è debole, ha sicuramente passato gli ultimi 20 anni a parlare e non a progettare, a spartirsi risorse pubbliche tra pochi, a confabulare su fantomatiche riforme, quando il Paese continuava a regredire, con crescita reale prossima a zero, disoccupazione giovanile alta, propensione all’investimento da parte di soggetti esteri quasi inesistente, tempi di pagamento da parte dello Stato più alti d’Europa, mercato del lavoro non coerente con le necessità del periodo storico, sistema fiscale e della giustizia con tempi e regolamentazioni incomprensibili…
    Ma chi ci viene o chi ci rimane in un Paese così mal sistemato? I mercati, che devono valutare la tenuta  a medio termine di un Paese, stanno dicendo, senza dubbio con il loro linguaggio e con una punta di sarcasmo, che dobbiamo produrre uno sforzo per essere veramente credibili, ma per diventarlo dobbiamo lavorare molto e non solo sotto il profilo economico, bisogna avere una nuova classe politica capace di incarnare un reale cambiamento, che coniughi l’impegno per un nuovo progetto nazionale e la responsabilità nell’esercizio del ruolo, come succede nei Paesi “seri”… E’ una sfida soprattutto culturale, che ci deve portare a superare modelli che erano già vecchi vent’anni fa  e che sono rimasti, molto inopportunamente, fermi per tutto questo tempo, facendo perdere a questo Paese, che in realtà ha grandi risorse, tutti i treni possibili.

    L’alternativa ad una seria ed efficace reazione a questa inerzia distruttiva sarebbe percorrere le strade di estrema sofferenza di Grecia, di Portogallo e a breve forse della Spagna. Per questo dobbiamo guardare ciò che succede all’estero e  non solo le notizie italiane; se ci sarà a breve una ulteriore botta alla fiducia nel sistema finanziario, non ci saranno  conseguenze solo sui manager di JP Morgan o Morgan Stanley, ma su tutto il sistema e i più deboli ne sopporteranno l’onere maggiore… i primi sono stati i greci, poi i portoghesi e gli spagnoli, poi noi… ma si può fare qualcosa?

    In primis dobbiamo essere consapevoli del pericolo reale e potenzialmente vicino nel tempo e pertanto essere disponibili ad impegnarci da subito per il Bene Comune, chiedendo con forza e convinzione una riforma elettorale e l’avvio di una nuova stagione politica, che inizi un percorso diverso per questo Paese. Oggi si parla di 2013 , come di un appuntamento troppo vicino per cambiare qualcosa… ma questa politica si rende conto del degrado dell’economia in questi ultimi mesi, con aziende in asfissia finanziaria e disoccupazione che cresce a ritmi notevoli? Aspettare un anno per dare delle risposte anche politiche a questo momento storico così difficile rischia di essere veramente intempestivo…
    E tutto questo sarà ancora più vero se dall’America non si farà nulla per mettere sotto controllo la finanza creativa, se in Europa si continuerà a non voler vedere lo stato di reale dissesto di alcune economie e se non ci sarà un sufficiente controllo sui soggetti senza scrupoli che si approfittano della buona fede degli investitori, e la conseguenza sarà che sempre più imprese chiuderanno o se ne andranno all’estero  e allora ci sarà sempre meno lavoro, con un aggravio insostenibile sugli ammortizzatori sociali e quindi a seguire gravi problemi di ordine pubblico.

    L’interdipendenza è un fatto, il nostro sguardo deve essere a 360 gradi e la nostra consapevolezza  più  ampia, ma bisogna agire e non pensare che alla fine ci sia compassione da parte dei mercati.
    Vae Victis, guai ai vinti, disse il capo gallico Brenno che mise per la prima volta a sacco Roma… ma i Romani, i  nostri progenitori, reagirono e per molti secoli Roma non fu più invasa; ma stiamo parlando di un altro mondo e di un altro tempo, gli italiani di oggi, dopo questo lungo letargo, saranno capaci di reagire e di dimostrare di saper trovare una nuova classe dirigente?  A breve l’ardua sentenza.

    Maurizio Astuni

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Confindustria, il convegno dei Giovani Industriali a Santa Margherita

    Confindustria, il convegno dei Giovani Industriali a Santa Margherita

    Colpisce immediatamente il logo scelto dai Giovani di Confindustria per il loro 42° convegno a Santa Margherita Ligure. Filo spinato in primo piano e poco sotto il motto di questo incontro «Siamo in prima linea». Si percepisce lo stato d’animo della sala, la sensazione di essere sotto tiro, da un lato per colpa della crisi economica che costringe alla chiusura 42 aziende al giorno, dall’altro per colpa della politica e della pubblica amministrazione, troppo lente e inefficienti nel dare risposte alle richieste delle imprese. Si sentono in trincea i giovani industriali, ma sarebbero pronti a suonare la carica, se solo ci fossero le condizioni per farlo. E queste condizioni dipendono non solo dalle scelte della politica nazionale, ma anche dalle decisioni prese a livello europeo.

    Jacopo Morelli, presidente dei giovani imprenditori, nel proprio discorso conclusivo ha parlato di una carenza di leadership in Europa e ha evidenziato le gravi conseguenze che questo problema sta comportando per tutta l’economia dell’eurozona. Poco prima del suo intervento anche i tre big della politica, Alfano, Casini e Letta, avevano concordato sulla necessità di rinnovare le istituzioni europee per dare loro maggiore capacità decisionale. L’incapacità di risolvere la crisi della Grecia, un paese che vale solo il 2% del PIL europeo, era stato portato come esempio dell’inadeguatezza dell’attuale sistema. Con differenze quasi impercettibili tutti e tre i leader politici hanno ribadito il loro sostegno a Monti, visto come l’uomo in grado di guidare questo processo di rinnovamento dell’Unione Europea.

    In particolare è stato Alfano a sintetizzare le tre riforme essenziali: i project bond (obbligazioni emesse dall’UE per finanziare opere pubbliche), gli euro bond (obbligazioni del debito pubblico dei paesi facenti parte dell’UE) e la possibilità per la BCE di creare liquidità stampando euro. Tuttavia, esiste un ostacolo difficile da superare per poter realizzare queste riforme, la ritrosia del governo tedesco. La cancelliera Merkel viene citata in più occasioni come emblema di quel rigore che si contrappone alla crescita tanto invocata dagli industriali.

    La contrapposizione rigore/crescita non è solo una questione europea, ma è presente anche all’interno dello stesso Governo Monti. Infatti, nei giorni scorsi lo slittamento dell’approvazione del cosiddetto decreto sviluppo aveva portato ad attribuire questi ritardi alla scarsità delle risorse messe a disposizione dal Ministero dell’Economia. Il vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Vittorio Grilli, e il Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, entrambi presenti al convegno, hanno voluto sminuire le presunte tensioni tra i due dicasteri, sottolineando la forte collaborazione. Tuttavia, l’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne e i giovani industriali hanno voluto ribadire la propria posizione esplicitando il loro “tifo” per Passera. L’intervento di Grilli, ha sentenziato Morelli, è stato condivisibile, ma alla sua analisi mancavano delle proposte. Confindustria chiede più fatti e meno parole. Gli fa eco Francesco Sacco, docente dell’Università Bocconi, che solleva un altro dei temi centrali del convegno: le lentezze della burocrazia italiana. Non vi è stato intervento di imprenditore, professionista o politico, che non abbia fatto un accenno a questo argomento. Qualche possibile soluzione al problema è già contenuta nel decreto sviluppo. Passera ha anticipato che si renderà obbligatorio per la Pubblica Amministrazione dichiarare on-line in che modo vengono utilizzate le proprie risorse economiche. Inoltre il Ministro ha parlato anche di semplificazione: si creeranno criteri comuni per le circa ottomila diverse anagrafi italiane. Infine saranno tagliati circa cinquemila enti pubblici di scarsa utilità che sono serviti soprattutto per garantire delle cariche a esponenti politici.

    Questi sono interventi che Passera ha definito di contesto, ovvero interventi in grado di creare le condizioni per favorire la ripresa economica. Altre misure sono state previste per agevolare direttamente e nell’immediato le aziende. Innanzitutto lo sblocco di cinquanta miliardi di pagamenti che lo Stato doveva alle imprese e, in secondo luogo, la facilitazione dell’accesso al credito per le aziende in difficoltà, perché possano avere un rapido aiuto economico.

    Ma il tema che ha animato di più la discussione è senza dubbio quello relativo al debito pubblico. A sollevare l’argomento è stato l’intervento del Direttore Generale del Censis, Giuseppe Roma, il quale, nella sua interessante analisi, ha sostenuto che la mancanza di fiducia degli investitori nel nostro paese dipende soprattutto dal peso del suo debito. A fronte di ciò esiste però una disponibilità finanziaria privata che, secondo il direttore del Censis, potrebbe essere utilizzata proprio per appianare in parte questo enorme buco. In altre parole l’idea sarebbe di utilizzare il capitale privato per ridurre il debito. Una patrimoniale quindi? Roma non si è espresso in merito lasciando la decisione ai politici. Sia Alfano sia Letta hanno concordato sulla necessità di agire sul debito attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni, ma nessuno ha parlato di una tassa sui patrimoni. L’unico a farlo è Casini, che ha sottolineato la propria estrema contrarietà ad una proposta del genere perché comporterebbe una fuga di capitali dall’Italia.

    E i giovani? Restano un po’ sullo sfondo. L’analisi del Censis rivela che la grande differenza tra l’Italia e gli altri paesi non è tanto la quota di disoccupati, quanto la percentuale di coloro che entrano e escono dal mondo del lavoro, quelli che non hanno quindi un’occupazione stabile. Sono persone che non hanno una formazione professionale specifica e che non sanno bene quale mestiere fare. Questa situazione sarebbe il risultato del cattivo rapporto tra formazione e lavoro tipico del nostro paese. Purtroppo nessuno ha avanzato possibili soluzioni a riguardo.

    Anche la formazione dei giovani industriali sarebbe un tema da affrontare. In sala sono presenti anche gli studenti di un Master in Management e Imprenditorialità organizzato dall’Università di Genova e Confindustria Genova. Per loro il concetto di creazione d’impresa è il pane quotidiano, ma purtroppo in Italia la cultura imprenditoriale non sembra essere particolarmente avanzata in questo senso. Meglio tradurre il termine in Inglese ed ecco salire sul palco Emma Jones a parlare di Start-Up Britain. Si tratta di un progetto totalmente finanziato da fondi privati che dal 2011 sta cercando di diffondere la cultura d’impresa nei giovani inglesi, garantendo anche prestiti agli under-25. I risultati della campagna di sensibilizzazione ha portato molte persone ad interessarsi al tema, ma non vi sono dati sul numero di imprese nate da questo progetto, anche perché esiste da soli dieci mesi.

    Nonostante le tante mani tese e i tentativi di dialogo tra imprenditori, politica e governo, la sensazione è che questo 42° Congresso dei Giovani Industriali si sia chiuso lasciando tutti nascosti nelle proprie trincee. La crisi è forte e i passi avanti fatti con le riforme del nuovo esecutivo non sembrano ancora aver dato quella svolta che ci si attendeva. Un paese non si cambia in sette mesi, ha detto Passera, ma, verrebbe da dire, nemmeno la mentalità imprenditoriale. È ormai chiaro che in Italia vi è un problema legato alle classi dirigenti e questo vale per tutti i settori, nessuno escluso. Varrebbe quindi la pena cercare di attenuare la conflittualità e le prese di posizione per collaborare proficuamente ad una profonda trasformazione del nostro paese.

    Federico Viotti

  • L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    EuroQuando parlo con la gente, mi rendo conto con stupore che pochi hanno capito la gravità della situazione. I più sono convinti che l’Europa non possa sfaldarsi e che l’Italia non tornerà mai alla lira: si crede che di fronte alla prospettiva di perdere un componente così importante dell’Unione, dando un colpo fatale al sogno europeo, le resistenze individuali e gli egoismi nazionali prima o poi cadranno. Speriamo. Temo però che questa prospettiva ottimistica dipenda solo dal fatto che si sottovalutino o si ignorino gli allarmi lanciati dagli economisti, e che non si sappia o non si voglia ammettere che il burrone si apre dritto di fronte a noi, che l’auto su cui viaggiamo è lanciata a tutta velocità e che l’autista continua ad accelerare.

    A dire il vero non tutti gli addetti ai lavori pensano che un’eventuale nostra uscita dall’euro possa rivelarsi catastrofica come un volo da un crepaccio. Nel breve periodo sarà probabile un drastico peggioramento delle condizioni di vita, con una riduzione significativa del poter di acquisto dei salari. Sul medio periodo però la situazione potrebbe migliorare sensibilmente. Quello che è certo è che, al di là delle tinte più o meno fosche con cui lo si dipinge, ogni economista che s’interessi della situazione europea non può più ignorare questo scenario: anzi tende a considerarlo sempre più probabile ogni giorno che passa.

    Tanto per fare un esempio, recentemente Paul Krugman – che cito frequentemente essendo uno dei più noti ed influenti economisti a livello mondiale (ha vinto un Nobel, insegna a Princeton e scrive sul New York Times) – ha dato la Grecia fuori dall’euro a giugno: cioè il mese prossimo. Appena accadrà, ciò spingerà lo Stato italiano e quello spagnolo a varare regole draconiane che vietino trasferimenti di denaro all’estero e pongano un limite al prelievo di contanti. Il che significherebbe il panico e il default a un passo.

    A questo punto i tedeschi avrebbero due sole possibilità: da una parte sconfessare in un battito di ciglia tre anni di politica di rigore ed austerità, ammettendo di aver sbagliato tutto; dall’altra decretare la fine all’euro. Ma non è Krugman l’unico a esprimersi in questo senso: ormai è chiaro a tutti che l’eventualità sta lì, concretissima, a portata di mano. E chi ha delle carte da giocarsi si sta già muovendo.

    Infatti, al di là delle dichiarazioni ufficiali improntate alla misura e all’ottimismo, tutte le cancellerie d’Europa si stanno preparando ad un’uscita della Grecia: “GreExit” è la parola d’ordine. Anche Monti, se non è uno sprovveduto o l’ultimo dei Giapponesi, si starà sicuramente preparando all’eventualità che un default greco faccia salire la tensione dei mercati sul debito italiano. Temo che se la gente avesse idea di quanto seriamente gli addetti ai lavori stiano prendendo la faccenda, l’ottimismo svanirebbe in fretta e si diffonderebbe il panico.

    Ed è proprio questa certezza – oserei dire – “matematica” sulle conseguenze a cui questa linea ci sta portando a far pensare a tutti che i Tedeschi, se non si smuovono ora, non si smuoveranno nemmeno nel prossimo futuro. Due anni fa si poteva ancora pensarla diversamente: ma oggi non c’è più nessuno disposto a dire che la politica voluta dalla Germania nei confronti della Grecia, in particolar modo il principio del “share the burden”, vale a dire di ripartire tra tutti i debitori le perdite della rinegoziazione dei debiti di Atene, puntando sull’austerità e il contenimento del debito, sia stata la mossa azzeccata. Lo stesso Krugman in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel ha dichiarato chiaro e tondo: «Abbiamo avuto due anni e mezzo di tempo per valutare gli effetti di queste politiche [di austerità, ndr] e mi stupisce che, malgrado le prove evidenti del fallimento, sia ancora questa la ricetta che si intende usare».

    Il debito che abbiamo accumulato non c’entra nulla con la crisi in atto. (Sempre Krugman: «Non sto dicendo che il debito non mi preoccupa. Sto cercando di far capire che in questo momento non deve preoccupare»). E’ stato piuttosto il fatto di non mettere la garanzia europea sul debito a scatenare l’attuale crisi. Se un titolo di stato europeo (che sia greco o tedesco, non importa) può non essere onorato e può essere rinegoziato, provocando così perdite per chi lo detiene, è ovvio e normale che la gente non lo comprerà più tanto facilmente. O lo banca centrale di quello Stato (nel nostro caso la BCE) stampa tanta moneta quanto ne serve, andando incontro alla svalutazione, ma onorando i debiti, oppure è ovvio che la gente si libererà dei titoli di quegli Stati considerati meno solidi e quindi a rischio fallimento non appena s’intacchi la fiducia nel sistema. La Germania è troppo solida per fallire, ma l’Italia e la Spagna no. Eppure sono troppo grandi e troppo importanti, questo si, perché un loro default e una loro uscita dall’euro non possa segnare inevitabilmente la fine dell’Unione Europea.

    A questo punto i Tedeschi non possono più fingere di non sapere verso cosa ci stanno portando. Perché non cambiano rotta e non accettano una misura di garanzia europea (tipo Eurobond) che ripristini la fiducia? Ci sono vari motivi. Innanzitutto, l’ho già scritto, da loro va tutto bene e l’urgenza della crisi non si sente. L’export verso l’Asia è cresciuto tantissimo e probabilmente molti in Germania pensano che si possa vivere benissimo anche senza il mercato interno europeo. In secondo luogo dalla fine della prima guerra mondiale i Tedeschi hanno un sacro terrore dell’inflazione, e pensano comunque che un aumento dei prezzi sarebbe l’ennesima tassa che loro, i più virtuosi, devono pagare per salvare gli altri, i meridionali, quelli che hanno speso e sperperato per anni. Infine è probabile che per la loro mentalità protestante sia inconcepibile che chi si macchia di una colpa (fare debiti per anni), poi non ne paghi il conto (accettare pesanti misure di austerità).

    E anche se ci sono possibilità che questa linea di pensiero conduca a  conseguenze negative per la stessa Germania, non è detto che il buon senso e la praticità riportino i Tedeschi a più miti consigli: storicamente, se c’è un popolo che ha dimostrato senso morale e perseveranza, a costo di una certa ristrettezza di pensiero, questi sono proprio i compatrioti di Bismarck.

    In ogni caso nelle prossime settimane sapremo se il rischio si concretizzerà, oppure se la tempesta passerà davvero, dando ragione a chi sostanzialmente non si preoccupa della cosa o la ignora. Un po’ come accade in certi film americani, dove l’eroe disinnesca all’ultimo secondo la bomba nucleare che è destinata a radere al suolo New York City, mentre la gente ignara continua a vivere la sua vita come niente fosse.

    Andrea Giannini

  • Imprese: ritardi nei pagamenti e poca liquidità, periodo nero in Liguria

    Imprese: ritardi nei pagamenti e poca liquidità, periodo nero in Liguria

    Finanza, Economia e BancheEuler Hermes, società specializzata nell’assicurazione crediti, ha pubblicato il Report sui Mancati Pagamenti,  una ricerca trimestrale sugli andamenti dei crediti fra imprese italiane basata sul monitoraggio giornaliero dei pagamenti tratto dalla Banca Dati della società, costituito da circa 450.000 imprese italiane.

    Pagamenti lenti, accumulo di ritardi, uguale carenza di liquidità fra imprese. Dall’analisi di Euler Hermes emerge innanzitutto questa tendenza negativa che porta inevitabilmente a ingolfare importanti settori economici, tanto che nei primi tre mesi del 2012 i mancati pagamenti tra imprese (ovvero oltre 180 giorni) sono aumentati del 38% rispetto ai primi tre mesi del 2011.

    Uno dei motivi principali è sicuramente la difficoltà di accesso al credito per imprese e consumatori, una situazione che, però, non può sicuramente essere mantenuta nel tempo, gli stessi analisti infatti sottolineano che è ipotozzabile una ripresa per la seconda metà del 2013.

    Carta, calzature, energia e abbigliamento sono i settori maggiormente colpiti. Ma alla percentuale di pagamenti non onorati fra imprese italiane, si aggiunge la crisi dell’export e quindi si alza al anche la percentuale di crediti insoluti (+18%) rispetto all’anno passato.

    Posando la lente d’ingrandimento sulle singole regioni, la Liguria risulta essere una delle peggiori d’Italia come ritardo nei pagamenti. Dopo Valle d’Aosta e Molise, dalle nostre parti si registra infatti l’aumento percentuale più alto d’Italia, un sonoro +88% contro il +79% del Piemonte, il +65% della Toscana, il 36% della Lombardia, il 14% dell’Emilia – Romagna e il 5% del Veneto. Importante sottolineare che in nessuna regione d’Italia la percentuale è diminuita.

  • La Grecia verso l’uscita dall’Euro: il fallimento della politica europea

    La Grecia verso l’uscita dall’Euro: il fallimento della politica europea

    Acque sempre più agitate in Europa. Gli effetti del voto greco della settimana scorsa stanno scuotendo i mercati e la politica europea. I tentativi di formare un governo che supporti i tagli imposti dall’Europa sono naufragati: è così che la Grecia tornerà alle urne, con il rischio che non si faccia in tempo o non si formi il consenso politico necessario a prendere le misure richieste dalla Troika come condizione per sbloccare l’ultima tranche di prestiti entro giugno.

    Il default della Grecia e la sua uscita dall’euro, quindi, è oggi un’eventualità concreta, se non addirittura un esito quasi certo. I mercati e la politica europea, dopo essersi rifiutati a lungo di voler prendere in considerazione questa ipotesi, improvvisamente danno sfogo più o meno irrazionalmente a paure a lungo sopite. Eppure stiamo sempre girando intorno al medesimo problema: la scommessa della speculazione internazionale sulla tenuta della moneta unica europea.

    Come ho scritto più volte, il problema dell’euro è duplice: da una parte è la moneta comune di un mercato disomogeneo, scisso tra il nord e il sud dell’Europa; dall’altra parte è una valuta priva della regolazione di una banca centrale sovrana che possa permettersi di attuare politiche inflazionistiche o deflazionistiche. Il combinato di questi due fattori e della crisi internazionale ha spinto grossi attori finanziari e speculatori a scommettere sulla dissoluzione della moneta unica, mettendo sotto attacco le economie della zona euro con i bilanci meno stabili. E si tratta di operazioni certo discutibili sul piano morale, i cui effetti negativi vengono scontati sulla pelle delle persone. Ma nella logica del capitalismo dei giochi di borsa, c’è davvero poco da stupirsi. Guadagnare denaro con operazioni sempre più spregiudicate è il lavoro che garantisce a queste persone redditi a molti zeri.

    Per questo mi è venuto istintivamente da sorridere quando ieri sera, a Otto e Mezzo, un ambasciatore ospite della Gruber ha concluso che i finanzieri non pensano all’integrazione europea ma al guadagno personale: è ovvio che, se si facessero di questi problemi, sarebbero già stati rimossi da tempo!

    Si può e si deve riformare i mercati finanziari: l’ha detto l’altro giorno anche Vegas, il presidente della Consob, e l’ha detto pure Obama. Ma siccome l’operazione è difficile e richiede coordinamento globale, nel frattempo occorre affrontare la situazione guardando in faccia la realtà. Nella congiuntura politica attuale chi comprerebbe titoli di Stato greci o italiani ai bassi interessi di quelli tedeschi? Nessuno rischierebbe così i propri soldi: il gioco non varrebbe la candela. Dobbiamo domandarci piuttosto come mai l’Europa si stia sfaldando, facendo vincere la scommessa agli speculatori che hanno puntato su questa carta e hanno lavorato per concretizzare questa eventualità.

    La teoria del complotto regge fino ad un certo punto, perché, se l’Europa sapesse reagire compatta, nessun soggetto o gruppo di soggetti sarebbe tanto forte da poter scommettere contro di essa. Posta in questo modo, la questione contiene già la risposta: e la risposta è che la governance europea ha fallito. Se la Grecia esce dall’euro e la speculazione trarrà nuova linfa per attaccare anche Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, non si potrà che concludere che la ricetta europea basata sul contenimento dei debiti sovrani ha fatto fiasco.

    Di questo dovrebbe prendere atto in primis la Germania della Merkel, che è stata il principale sponsor di questa politica fallimentare. Con la vittoria di Hollande in Francia, il fronte critico anti-rigore in Europa si è ampliato: anche Monti è stato piuttosto duro nelle sue ultime dichiarazioni a questo riguardo. Eppure, nonostante la recentissima sconfitta elettorale del partito della cancelliera nel Nord Reno Vestfalia, l’opinione pubblica tedesca continua a sostenere la linea della Merkel in Europa.

    Der Spiegel sta pubblicando un’inchiesta in cui si mettono in risalto i trucchi contabili di Prodi e Ciampi, con l’avvallo dell’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl, che permisero all’Italia di rientrare all’ultimo momento utile nei rigidi parametri di Maastricht e quindi nell’Unione Europea: e questo è considerato un errore politico, un precedente alla base dei molti problemi attuali. Questo dimostra che l’opinione pubblica tedesca continua a far finta di non capire che l’Europa unita non è stata costruita su un’ideale contabile, ma su un’ideale di pace e prosperità dopo le divisioni che avevano causato gli orrori delle due guerre mondiali. E’ inevitabile che in Europa ci siano i difetti dei paesi europei: gli Italiani che cercano scorciatoie, i Greci che truccano i bilanci pubblici e i Tedeschi che si irrigidiscono nelle loro posizioni. Ma integrarsi vuol dire fare degli sforzi. Il contribuente tedesco forse pensa che i paesi del sud Europa, quando parlano di “sforzi”, cerchino solo di ottenere soldi e di non fare sacrifici.

    Eppure un’analisi disincantata della realtà dovrebbe dimostrare che la ricetta tedesca per far fronte alla crisi finora ha fatto guadagnare solo il ricco nord Europa. I tassi alti pagati da Grecia e Italia rendono all’opposto particolarmente conveniente per la Germania ristrutturare il debito, perché gli investitori vendono bot italiani per comprare bund tedeschi; i salari tedeschi sono doppi rispetto all’Italia; in Germania la disoccupazione è a livelli accettabili, mentre da noi è a livelli record; le esportazioni tedesche sono cresciute avvantaggiandosi di un euro certo più debole di quello che sarebbe il marco; da quest’anno, poi, andremo anche in pensione prima dei tedeschi. Aggiungiamo infine che l’orgoglio nazionale teutonico non è mai stato ferito: nel 2003 l’Ecofin concesse alla Germania, che aveva sforato il deficit di bilancio, un anno di proroga proprio per risparmiare ai tedeschi l’umiliazione di una multa. Una delicatezza che questi non mostrano di avere.

    Se Hollande ha vinto rinfacciando a Sarkozy di essere il “cagnolino della Merkel”, se Monti si è spinto fino a dichiarare che ci sono molti modi di colonizzare gli altri stati, se i Greci bruciavano in piazza le bandiere tedesche e oggi scelgono le incertezze e la povertà di un probabile default pur di recuperare autonomia e liberarsi dalla guida tedesca, non bisognerà concludere che la politica tedesca sta solo creando risentimenti? Allora bisogna scegliere: o si accetta di fare inflazione con Eurobond o altro, e si salva l’Europa, oppure ognuno per la sua strada. E non è assolutamente detto che in questa seconda ipotesi la Germania non ci andrà a rimettere. Allo stato attuale le cose non possono funzionare, perché, come ha detto giustamente un analista, la Germania in Europa è come il Real Madrid in serie B.