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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Elezioni politiche: Silvio show, Bersani e Monti promessi sposi

    Elezioni politiche: Silvio show, Bersani e Monti promessi sposi

    Bersani PdQuando la settimana scorsa ho scritto che non c’è nessun partito che dica chiaramente che bisogna uscire dall’euro, naturalmente ho tenuto fuori delle eccezioni, alcune anche vistose. Marco Traverso di CSP-Partito Comunista mi scrive per farmi giustamente notare che l’uscita dalla moneta unica fa parte del loro programma. Ma il grande pubblico avrà una familiarità certo maggiore con le sparate del Cavaliere, in pieno orgasmo elettorale: “o la culona si adegua, oppure noi ce ne andiamo”.
    Ora, questa inedita convergenza di vedute tra comunisti e Berlusconi merita qualche spiegazione. Con rispetto parlando per le idee di ciascuno, è chiaro che, a conti fatti con la realtà, i partiti cosiddetti “minori” non saranno mai chiamati a mettere in pratica i loro programmi: quindi possono dire quello che ritengono più giusto, senza preoccupare nessuno o spaventare i mercati. Questo significa salvaguardare la coerenza ideologica: che poi, per un partito di sinistra, è semplicemente dire cose di sinistra. Certo, in un paese in cui queste stesse cose di sinistra le dice anche Berlusconi, è normale che l’elettorato sia un tantino confuso: ma il motivo è piuttosto semplice.

    Il Cavaliere non è mai stato un purista – lo sappiamo –, né pretende che il suo elettorato lo sia: se dice una cosa, è solo perché intuisce che ha delle potenzialità che non sono sfruttate da altri; con una metafora calcistica possiamo dire che, se vede il corridoio libero, ci si infila. Così fu, ad esempio, per la propaganda anti-tasse: mentre gli altri cincischiavano, lui ne fece una bandiera politica, senza farsi scrupoli persino di strizzare l’occhio all’evasione. Eppure entrambe le idee (abbassare le tasse e uscire dall’euro) non sarebbero mai entrate nelle agende elettorali di Berlusconi, se il Cavaliere non vedesse in esse qualcosa di sensato.
    E al di là di certi eccessi, in effetti, qualcosa di sensato c’è. Sull’euro ho già detto tutto; per il resto, è notorio che in Italia la pressione fiscale, per chi le tasse le paga, è praticamente la più alta al mondo, con una qualità dei servizi che all’opposto continua a deteriorarsi. I problemi concreti, dunque, ci sono. E’ pur vero che Berlusconi non li ha mai risolti, né mai li risolverà. Ma se la sinistra in tutti questi anni si fosse abbassata a prenderli in considerazione, anziché pretendere di governare semplicemente per una pretesa superiorità morale e ideologica, di Berlusconi avremmo smesso di parlare tempo addietro.

    C’è poi un altro partito che si è dimostrato euro-scettico, anche se nessuno se n’è accorto: Rivoluzione Civile di Ingroia, che oltre alla lotta a corruzione, evasione e mafie, ha ribadito anche la necessità di rifiutare i trattati di austerità europei (fiscal compact e six-pack). Un altro esponente, Vladimiro Giacché, ha praticamente detto – parafraso – che non saremo noi ad uscire dall’euro, perché sarà l’euro ad uscire per primo da noi. Ora, è solo a partire da questo snodo cruciale che possiamo valutare la polemica sul voto utile.

    Bersani è liberissimo di rifiutare l’alleanza con Ingroia per correre fra le braccia di Monti: fa anzi una scelta di campo molto chiara a favore di chi vuole rispettare gli impegni europei e contro chi li critica radicalmente. Ma non può lamentarsi, se questo ultimo non lo lascia vincere. Per Ingroia, Monti è anche peggio di Berlusconi: perché dunque, per contrastare Berlusconi, dovrebbe dare spazio a chi vuole allearsi con Monti? E’ chiaro, insomma, che non ci sono i presupposti per discutere di “voto utile”: anzi, nella prospettiva di Rivoluzione Civile, il voto per un PD alleato con Monti è un voto inutile e dannoso.

    Sottolineo infine che, come avevo scritto già a dicembre, Monti mira sempre più chiaramente a costruire una maggioranza parlamentare disposta a sostenere le misure imposte dall’Europa. Quindi insegue l’alleanza con il PD, ma è attento anche a rimarcare le distanze per non confondersi troppo con esso e non perdere voti lui stesso: è in quest’ottica che vanno considerati gli attacchi a Vendola. La scommessa è tanto ambiziosa quanto rischiosa: e il banco è sempre a rischio di saltare.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale Genova: seduta lampo, pochi atti all’ordine del giorno

    Consiglio Comunale Genova: seduta lampo, pochi atti all’ordine del giorno

    palazzo-tursi-movimento-5-stelle-DOre 16:00 il Presidente dichiara chiusi i lavori. Consiglio comunale lampo quello di ieri (5 febbraio) per l’assenza in aula del consigliere Rixi (Lega) proponente di due dei cinque ordini del giorno in calendario. Lo stesso Rixi, giunto in aula proprio al termine dei lavori, dopo essersi scusato per il ritardo, ha affermato  stupito: «Mi sorprende anche un po’ che il Consiglio Comunale si interrompa se un consigliere non è presente».

    Mancando il consigliere della Lega sono stati dichiarati decaduti i due ordini del giorno da lui presentati, tra cui l’unica mozione della giornata che riguardava «interventi mirati per aiutare il commercio genovese», sulla quale si prevedeva un lungo dibattito. «Un imprevisto – prosegue Rixi – può sempre capitare», ciò che pare strano è piuttosto che in un’intera seduta comunale un solo punto all’ordine del giorno avesse un peso politico tale da comportare una discussione più approfondita, mentre gli altri fossero poco più che formalità.

    La chiusura anticipata della seduta ha suscitato diversi malumori, più o meno sinceri, tra i consiglieri. Il primo ad intervenire è stato il consigliere Carattozzolo del Pd, che si è definito «imbarazzato» per un durata così breve della seduta. «Andare via alle 15:45 – ha affermato – non ci mette in buona luce nei confronti di tutta la cittadinanza» e ha chiesto alla presidenza, a cui spetta il compito di definire l’ordine dei lavori, di prevedere per il futuro l’inserimento di altri articoli 54 o interpellanze in giacenza.

    consiglio-comunale-twitter-5-gennaio-2013

     

     

    A poco è servito che il Presidente Guerello abbia cercato di giustificare l’accaduto specificando che non era prevista l’assenza del consigliere Rixi. Ed è stato scontro aperto tra maggioranza e opposizione con la consigliera Lauro – capogruppo del Pdl – a chiedere la riapertura della seduta sostenendo che la mancanza di argomenti su cui discutere dipende dalla maggioranza: «Vi sono decine di atti che danno fastidio alla Giunta e alla maggioranza e che quindi voi non volete mettere all’ordine del giorno».

    Di tutt’altro avviso il capogruppo del Pd Farello, il quale ha evidenziato che «la scelta di avere lavori ristretti e spalmati nel tempo è una stata fatta dalla Conferenza Capigruppo». In questa conferenza, che riunisce i responsabili dei vari gruppi consigliari, è stata presentata in più occasioni dal Pd la proposta di non convocare le sedute del Consiglio quando non vi sono abbastanza argomenti da affrontare, ricevendo però parere contrario. «Non ci obbliga nessuno a fare consiglio tutti i martedì e si può utilizzare il tempo per fare quelle tante commissioni consiliari utilissime che ci chiedono a ogni piè sospinto» ha affermato Farello.

    Meno sedute consiliari, più efficienza? Non tutta la maggioranza concorda con questa idea. Il consigliere Pastorino (Sel) si è dichiarato contrario: «Io dico invece che gli ordini del giorno devono essere più corposi».

    Certamente non è detto che dalla quantità derivi anche la qualità, ma bisogna pur ammettere che le questioni pendenti nel Comune di Genova sono davvero molte e gli elenchi sono stati fatti in più occasioni all’interno di questa rubrica.

    Ancora una volta i tempi e le modalità della politica sembrano stridere con le urgenze e le esigenze dei cittadini.

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    Un’inadeguatezza che, in tono minore, è emersa anche nella parte iniziale della seduta dedicata alle interrogazioni a risposta immediata, durante la quale si sono affrontati temi importantissimi come la trasformazione dell’ex mercato di corso Sardegna e il nodo autostradale di San Benigno.  Argomenti troppo rilevanti, come ha ammesso lo stesso assessore Crivello, per essere trattati con le tempistiche ristrette che prevede il regolamento per questo tipo di interrogazione (massimo 8 minuti per tema).

    Al netto delle polemiche il risultato di questa giornata di Consiglio Comunale è la mancata discussione di un argomento di indubbia importanza come gli aiuti al commercio genovese.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Uscire dall’Euro: la strategia europea, le responsabilità politiche

    Uscire dall’Euro: la strategia europea, le responsabilità politiche

    Parlamento-europeoLa settimana scorsa vi siete sorbiti una bella tirata su una teoria economica (non originale) da cui segue che bisogna uscire dell’euro. Questa settimana terminiamo il discorso, prendendo in considerazione i risvolti politici della questione.

    PARTE II – LA POLITICA

    1. La moneta europea ostacola la società europea

    Cominciamo a sgombrare il campo dagli equivoci. Uscire dall’euro non significa bloccare i commerci con l’estero, chiudere le frontiere o imboccare la strada di un cieca e becera autarchia nazionalista.
    Dal punto di vista commerciale dire che i deficit strutturali sul lungo periodo non sono sostenibili, comporta ammettere che bisogna studiare un modo per riequilibrare l’import e l’export, o per finanziare il disavanzo di partite correnti dei paesi importatori (cioè evitare che continuino all’infinito a comprare più di quanto vendono, perché il sistema non può reggere): il che ovviamente non comporta ridurre o eliminare il commercio. Allo stesso modo, dal punto di vista culturale uscire dalla moneta unica non comporta richiudersi in sé stessi e rinnegare l’Europa, il multiculturalismo, i valori comuni, la cooperazione: anzi, è esattamente il contrario. Questo equivoco si deve al fatto che si sono volutamente sovrapposti tre termini che invece hanno significati ben diversi: “Europa”, “Unione Europea” e “Euro”.

    Banalmente, l’euro-zona comprende 17 stati, mentre l’Unione Europea ne comprende ben 27: quindi ci sono 10 paesi che sono nell’Unione Europea, ma non hanno l’euro. Tra questi c’è ad esempio l’Inghilterra e la Polonia (che nel frattempo ha pure svalutato con effetti tutt’altro che catastrofici): e ovviamente non sono ridotti ai razionamenti, ma anzi, con buona pace degli espertoni stile Bruno Tinti, hanno un’economia che cresce, pur col freno tirato dalla recessione che noi gli stiamo regalando. Il termine “Europa”, invece, designa un concetto storico e culturale che non si vuole assolutamente negare o sminuire: ma far coincidere questo concetto con l’adozione di una moneta unica è una forzatura che nasconde la precisa volontà di condizionare le persone. Si cerca cioè di mettere in cattiva luce chi è contro l’euro attribuendogli un pensiero “anti-europeista”, conservatore e antistorico, quando le due cose non sono correlate (cioè, si può essere contro la moneta unica senza essere leghisti).

    L’esperienza dimostra che l’euro ha allontanato i paesi europei, ha alimentato reciproci sospetti, costruito rancori e soffiato sul fuoco dei nazionalismi, come il recente exploit di Alba Dorata in Grecia sta a dimostrare. Per cui, se si vuole costruire davvero gli Stati Uniti d’Europa, bisogna cancellare questa moneta che distrugge i rapporti e ricominciare da capo con una vera integrazione: dove non ci sono cessioni di sovranità imposte dai burocrati a colpi di spread, ma “condivisione di sovranità” da parte di quei popoli che dimostrano democraticamente di perseguirla.

    E tuttavia c’è da dubitare che si voglia davvero arrivare a questo, per una verità politica tanto banale quanto trascurata (anzi, rispetto alla liturgia mediatica corrente, direi quasi “esecrata”), la quale recita così: “gli interessi nazionali esistono”. Capisco che sia più confortante pensare che siamo tutti fratelli e ci vogliamo tutti bene, ma la realtà è che i lavoratori tedeschi, come quelli brasiliani o statunitensi, per quanto possano anche solidarizzare con i loro colleghi stranieri, hanno sempre privilegiato e continueranno a privilegiare quelle “ricette” che favoriscono le industrie per cui lavorano, anziché le industrie concorrenti all’estero. Ciò significa che la capacità di costruire legami transnazionali europei basati sulla convergenza di interessi comuni (categorie, tipo di lavoro, tassazione, ecc.) è limitata e superata dall’appartenenza ad una comunità nazionale. In altri termini non esiste un’unica società civile europea, ma un insieme disomogeneo di opinioni pubbliche nazionali. Questa frammentazione non è il frutto casuale di una mancata integrazione a lungo cercata, ma un obiettivo volutamente perseguito, che svela anzi gli interessi che hanno guidato la creazione della moneta unica.

    2. L’euro è lo strumento di un’ideologia politica

    Possiamo spiegarlo usando le parole di Mario Monti: «Alle istituzioni europee interessava che i paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo, dal processo elettorale» (Libro-intervista a F. Rampini, p. 40-41). Il principio di allontanare il centro del governo dalle dinamiche democratiche, che qui Monti rivendica come una mossa astuta, viene ovviamente giustificato con la pretesa di fare il bene delle masse a loro insaputa (“l’onere dell’impopolarità”), con un tono paternalistico che ritorna spesso nel mito delle élite illuminate dedite a forgiare il popolo europeo. Ma se dalle parole di Monti prendiamo il dato concreto, cioè l’illiquidità, la lontananza che separa il processo decisionale dalla società in cui si esplica, e lo confrontiamo con gli effetti concreti, allora emerge tutto il senso dell’operazione.

    Quando abbiamo importato dall'America lo shock finanziario, ci siamo ritrovati nella condizione di non poter svalutare, di non poter aumentare la spesa pubblica e di non poter contare sull'aiuto dei nostri partner europei. Per cui oggi l'unico modo per tornare a crescere è aumentare le esportazioni rendendo le nostre merci più competitive. La ricetta è semplice: la disoccupazione aumenta, il potere contrattuale del lavoratore diminuisce, i salari scendono, i prezzi calano e le esportazioni riprendono. Insomma, stiamo scaricando i costi sui lavoratori e stiamo salvaguardando i conti pubblici (cioè i creditori dello Stato, quelli che avevano comprato i nostri titoli).
    Quando abbiamo importato dall’America lo shock finanziario, ci siamo ritrovati nella condizione di non poter svalutare, di non poter aumentare la spesa pubblica e di non poter contare sull’aiuto dei nostri partner europei. Per cui oggi l’unico modo per tornare a crescere è aumentare le esportazioni rendendo le nostre merci più competitive. La ricetta è semplice: la disoccupazione aumenta, il potere contrattuale del lavoratore diminuisce, i salari scendono, i prezzi calano e le esportazioni riprendono. Insomma, stiamo scaricando i costi sui lavoratori e stiamo salvaguardando i conti pubblici (cioè i creditori dello Stato, quelli che avevano comprato i nostri titoli).

    Il primo effetto concreto è, come anticipato poc’anzi, l’impossibilità della società europea di coalizzarsi per interessi di categoria, a causa dalla scarsa mobilità e dal permanere di concrete differenze regionali. Il secondo effetto emerge da un semplice raffronto. Fino al 1979 la lira non era imbrigliata in alcun rapporto di parità; la Banca d’Italia comprava i titoli di Stato rimasti invenduti (per calmierare lo spread); ed infine salari e pensioni erano al riparo grazie alla scala mobile, che le indicizzava all’inflazione. La filosofia che ispirava questo sistema è evidente: la moneta è una merce che si può benissimo apprezzare o deprezzare, ma bisogna evitare che i lavoratori finiscano preda dalla logica disumanizzante del libero mercato. Poi, con alterne vicende e un processo lungo vent’anni, iniziato nel 1979 e terminato nel 1999, ci siamo ritrovati con un sistema alternativo: c’è una moneta unica europea, per cui non ci si può difendere dalla concorrenza interna svalutando; la Banca d’Italia ha smesso di coordinare la sua azione col ministero dell’economia (prima che arrivasse la BCE e proseguisse l’opera); infine salari e pensioni non sono indicizzati. Appare piuttosto chiaro, dunque, che questo assetto privilegia una logica opposta: si deve proteggere la moneta dal mercato, mentre i lavoratori dovranno cavarsela da soli.

    Questo risultato non si è prodotto a caso, ma è stato perseguito attivamente da chi ne aveva l’interesse. E chi ne avesse l’interesse è presto detto. Se vivete del vostro lavoro e fate poco risparmio, probabilmente vorrete salvaguardare il potere d’acquisto dei salari; se all’opposto riuscite ad accumulare discreti capitali, probabilmente vi viene comodo un sistema dove questi non si svalutano per l’inflazione, ma possono essere investiti comodamente andando alla ricerca del tasso di interesse più alto. Ne consegue che quelli che avevano o muovevano grandi capitali avevano un grande interesse: e quindi sapevano come fare, e volevano che si creasse, un sistema adatto alle loro esigenze. Osservo – per inciso – che, se ammettiamo che chi ha capitali da investire è consapevole di avere un ben preciso interesse, diverso da chi invece è vincolato al salario o alla pensione, stiamo ammettendo che gli interessi ci sono: e quindi che esistono anche le classi sociali. Un’ennesima prova del fatto che, anche se mancano gli interpreti, le categorie di destra e sinistra esistono ancora.

    A questo punto basta mettere insieme i tre punti chiave emersi fin qui:

    1. superamento delle singole e relativamente unite società nazionali nel senso di una più larga e frammentata società europea;
    2. centro unico di governo svincolato dal processo elettivo;
    3. sistema monetario che avvantaggia l’accumulazione di capitale e svantaggia il reddito da lavoro.
    A tutto questo processo bisogna guardare in modo laico, senza cedere alla tentazione del complotto o della caccia alle streghe. Ammettere che gli interessi di ciascuno stanno alla base della democrazia, significa accettare che chi ha interessi contrari ai miei cerchi di perseguirli. Pertanto, fintanto che non si viola la legge, non posso prendermela con chi ha assunto una posizione diversa dalla mia, solo perché poi si è rivelata controproducente. In fondo sono tantissime le persone che in assoluta buona fede hanno abbracciato negli anni passati la moda del credo liberista: privatizzazioni, Stato sprecone, ecc…

    Questo quadro realizza precisamente l’ideologia del pensiero neo-liberista, che ha sempre propugnato la libera circolazione di merci e capitali, l’affrancamento dell’economia da ogni forma di controllo o tutela da parte dello Stato, la divisione del fronte sindacale (divide et impera) e soprattutto la costituzione di un quarto potere, dopo quello legislativo, esecutivo e giudiziario: il potere monetario, sottratto al controllo democratico e a cui è demandato il compito di controllare l’inflazione. E’ l’ideologia responsabile della liberalizzazione dei movimenti di capitali, della deregulation, della finanziarizzazione dell’economia, della penalizzazione dell’economia reale.

    Dobbiamo concludere dunque che l’euro è solo l’ultimo tassello di una strategia per ottenere una società rigidamente di destra, dove il ceto dirigente ha finalmente tutti gli strumenti per disciplinare i lavoratori.

     

     

     

     

     

    Pier Luigi Bersani3. E la sinistra?

    A questo punto è chiaro che le istituzioni europee e internazionali (UE, BCE e FMI) sono imbevute di questi presupposti ideologici. Hanno reagito ad una crisi di credito privato come se si fosse trattato di un problema di debito pubblico, perché porre dei vincoli al sistema finanziario, eventualmente nazionalizzare le banche, aumentare la spesa pubblica per far ripartire l’economia e acquistare illimitatamente titoli di Stato avrebbe comportato ammettere che il dogma del “privato è bello” e l’impianto di Maastricht, tutto concentrato sul contenimento del debito pubblico e dell’inflazione, è completamente sbagliato. Avrebbe significato ridiscutere i presupposti dell’organizzazione dell’economia e della società, col rischio di perdere tutte le conquiste del pensiero liberista degli ultimi trent’anni. Per cui finora si è scelto di tenere duro, anche se l’evidenza delle cose sta a poco a poco sgretolando la compattezza di questo fronte.

    Chi è che avrebbe dovuto e dovrebbe tutt’oggi mettere sull’avviso le persone, dire che l’Unione Europea è un sistema per disciplinare i sindacati e scaricare sulle masse quegli aggiustamenti che prima si scaricavano su valute e capitali? Se il cambio fisso e la sua difesa (le politiche di austerità) sono evidentemente di destra, perché favoriscono chi accumula il capitale, chi doveva spiegare quale fosse l’alternativa che favorisse i salari e le pensioni? Ecco: da questo versante ci sono delle persone che hanno forti responsabilità storiche.

    Perché la sinistra abbia abdicato al suo ruolo storico di difesa dei lavoratori non è facile a dirsi. All’inizio, in effetti, almeno il PCI si era mostrato scettico rispetto all’idea della parità del cambio. C’è addirittura un discorso dell’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nel 1978 si pronunciò contro l’ingresso nello SME con motivazioni che oggi suonano addirittura profetiche. Poi a poco a poco le cose sono cambiate. Prodi “ci ha portato in Europa”; Napolitano non perde occasione per sottolineare la necessità di restare nell’euro; e Bersani, anziché prendere atto dei danni causati dall’euro e dall’indisponibilità tedesca a farsi carico degli oneri di una maggiore integrazione, continua ad illudere la gente con l’idea che basti contrattare con la Merkel un po’ di equità. E’ una facile previsione constatare che questa ostinazione, quando l’euro inevitabilmente finirà, costerà al suo partito un prezzo altissimo.

    Beppe Grillo4. Conclusione: e ora?

    Ora niente. Si sta alla finestra e si guarda lo spettacolo. Purtroppo, anche se siamo alla vigilia di importanti elezioni, il dibattito pubblico non mette minimamente in discussione l’euro: nessun partito di un certo peso politico dice con chiarezza che bisogna uscire, mentre l’informazione fa terrorismo mediatico della più bassa lega.

    Grillo, dal canto suo, per denigrare la vecchia politica continua a dire che il debito pubblico ci ha rovinato. Si tratta di una falsità che non aiuta a capire da dove sorga il problema: anzi, tende a generare l’errata convinzione che si debba tagliare la spesa pubblica, quando invece bisognerebbe aumentarla. Certo, Grillo sostiene pure una posizione critica sull’euro e addirittura la necessità di un referendum popolare sul tema. Peccato però che non sia possibile attendere l’esito di una consultazione referendaria, prenderne atto e poi mettersi a studiare come stampare una nuova moneta nazionale: perché nel frattempo assisteremmo ad una fuga di capitali che porterebbe davvero la gente ad assaltare le banche.

    Quando ho scritto che un’uscita dall’euro sarebbe gestibile, non volevo certo dire che si potrebbe uscire con un semplice schiocco di dita, senza prendere alcuna precauzione. Al contrario tra le accortezze necessarie c’è proprio la necessità di negare l’eventualità di un’uscita fino all’ultimo: poi bisogna portare a termine l’operazione in un week-end, a mercati chiusi, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. Si tratta di una questione tecnica che però crea un problema politico: non si può fare dell’uscita dall’euro una bandiera elettorale, perché, come detto, bisogna evitare che i mercati anticipino la mossa. Però un politico potrebbe cominciare dicendo la verità: dicendo cioè che il debito non è il principale problema; che gli squilibri dell’euro sono stati la nostra rovina, più della corruzione e dell’evasione fiscale; che la rigidità del cambio aiuta i capitalisti e sfavorisce i salariati; che non c’è legge di mercato più importante della democrazia. Ma soprattutto dovrebbe dimostrare di essere interessato solo a fare gli interessi dei suoi concittadini: il resto verrebbe da sé.

     

    Andrea Giannini

  • Comune di Genova: impegno a ridurre il sovraffollamento delle carceri

    Comune di Genova: impegno a ridurre il sovraffollamento delle carceri

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D5Anche il Comune di Genova può dare il proprio contributo a ridurre il sovraffollamento delle carceri italiane. Come molti consiglieri hanno ricordato, la questione non è nuova in Consiglio Comunale, ed era stata dibattuta nella precedente amministrazione in una seduta dell’1 marzo 2011. Altrettanto  nota la gravità delle condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti delle carceri genovesi.  Il Consigliere Gioia, promotore di una delle due mozioni all’ordine del giorno, ha ricordato che nel Carcere di Marassi sono presenti 800 detenuti, abbondantemente sopra il limite previsto di 450.

    consiglio-comunale-twitter-29-gennaio-2013

     

     

    Ma cosa può fare realisticamente l’amministrazione comunale per alleviare il problema? La gestione degli istituti di detenzione è di competenza del Ministero della Giustizia, ma il Comune può essere decisivo nella definizione di programmi che prevedano il reinserimento del detenuto all’interno della comunità locale. In particolare l’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario prevede la possibilità di assegnare delle Borse Lavoro che permettano ai detenuti a meno di due anni dalla conclusione della propria detenzione o a coloro che vengono inseriti in un programma specifico, di svolgere lavori socialmente utili al di fuori delle mura del carcere.

    Il consigliere Padovani (Lista Doria) è intervenuto nel dibattito della seduta di ieri sottolineando un punto fondamentale sia per ciò che riguarda la possibilità effettiva di praticare queste misure di detenzione alternativa, sia per ciò che riguarda il contributo che può essere offerto dal Comune. «Non ci si può limitare ad identificare una somma da dare al detenuto – ha detto Padovani – perché la borsa lavoro ha un effetto solo se inserita in un progetto». Perché le borse lavoro abbiano un effetto veramente riabilitante sul detenuto devono essere stabiliti progetti di reinserimento lavorativo molto precisi e deve anche essere messa a disposizione un’abitazione esterna. In particolare il consigliere della Lista Doria ha proposto che vengano utilizzati a questo scopo degli immobili di proprietà del Comune, da far ristrutturare agli stessi detenuti.

    Inoltre Padovani ha evidenziato come la sola pulizia dei cimiteri, una delle principali occupazioni dei detenuti , non sempre abbia generato soddisfazione in coloro che vi lavoravano. Devono quindi essere previste nuove  misure alternative alla detenzione.

    L’assessore alla Legalità e Diritti Forini ha sottolineato che il Comune di Genova collabora da molti anni con le carceri del territorio per la realizzazione di progetti basati sull’assegnazione di lavori utili ai detenuti  e ha preannunciato che dal prossimo mese (febbraio) verranno già attivate nuove borse del lavoro per permettere ai carcerati di svolgere i propri lavori di manutenzione non solo nel cimitero di Staglieno, ma anche in quello femminile di Ponte XX.

    Inoltre il Comune sta promuovendo anche il progetto “Mura amiche” per andare incontro all’esigenza di prevedere luoghi di detenzione alternativi alle carceri, grazie al quale è già stato individuato un alloggio disponibile per questo scopo. Come ha segnalato il Consigliere Putti (M5S) è infatti necessario che esistano delle strutture per rendere effettiva la possibilità per detenuti o detenute con figli di età inferiore ai tre anni di non scontare la propria pena all’interno del carcere, come previsto dalla legge.

    consiglio-comunale-twitter2-29-gennaio-2013

     

     

    Sugli impegni della Giunta sono tuttavia scettici gli esponenti dell’opposizione, Pdl in testa, che hanno evidenziato come dalle amministrazioni precedenti sia mancato un effettivo resoconto riscontro dei risultati ottenuti  con le misure messe in atto. Per questo motivo il consigliere Grillo ha proposto un ordine del giorno approvato dal Consiglio in cui si chiede che la Giunta «riferisca entro sei mesi in una apposita riunione consiliare i provvedimenti adottati e programmati».

    Ancora più drastico è l’intervento del Consigliere Campora (Pdl) , il quale ha voluto sottolineare come il problema delle condizioni delle carceri genovesi sia ricorrente ormai da molti anni  e necessiti probabilmente una soluzione più radicale. Il consigliere del Pdl ha proposto, infatti, di progettare un carcere più moderno di quello attuale, costruito nell’800, che garantisca ai detenuti una sistemazione migliore con spazi più ampi, senza per questo dover immaginare un aumento del numero di posti.

    Volendo andare ancora più alla radice del problema  bisognerebbe riflettere, come suggerito dal consigliere Bruno (Fds), su un altro dato: «Il sovraffollamento delle carceri dipende da uno squilibrio perché in carcere ci vanno i poveracci». Spesso, infatti, in carcere si trovano coloro che pur avendo commesso reati minori per i quali non sono previste prescrizioni o che non hanno la possibilità di “investire” ingenti somme di denaro nella propria difesa. Ma questo non è decisamente un tema di competenza del Consiglio Comunale di Genova.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio Comunale Genova: lavoratori AMIU e ospedale del Ponente

    Consiglio Comunale Genova: lavoratori AMIU e ospedale del Ponente

    Quello di ieri (22 gennaio, ndr) è stato un Consiglio Comunale caratterizzato dall’approvazione – quasi sempre all’unanimità – di diversi provvedimenti amministrativi, come l’eliminazione di alcuni regolamenti obsoleti e la nomina di un soggetto responsabile della prevenzione della corruzione come richiesto dalla legge anticorruzione del 2012. La natura stessa dei punti all’ordine del giorno ha suscitato ben pochi dibattiti e ha portato la riunione ad una rapida chiusura dopo poco più di due ore di discussione.

    Ci hanno pensato gli articoli 54 (interpellanze a risposta immediata), presentati ad inizio seduta, a sollevare alcuni temi rilevanti. Innanzitutto si è affrontato il capitolo AMIU bonifiche. Il contenzioso aperto tra sette lavoratori licenziati e l’azienda di proprietà del Comune era già balzato alle cronache quando, nei primi mesi di insediamento della nuova amministrazione, alcuni di loro avevano occupato l’Aula Rossa bloccando i lavori per diverse ore. Questi lavoratori, da anni impiegati con contratti stagionali, erano stati licenziati dopo aver presentato tramite il proprio legale la richiesta di essere assunti con contratto a tempo indeterminato.

     

     

    Lunedì (18 gennaio) il Tribunale di Genova ha dato ragione a tre dei sette ex dipendenti  dall’azienda, condannando in primo grado quest’ultima al loro reintegro e al pagamento di un risarcimento.

    Il consigliere Gioia (Udc) ha chiesto spiegazioni alla Giunta in merito alle possibili responsabilità del management dell’AMIU, il cui comportamento avrebbe portato non solo a dei licenziamenti illegittimi, ma anche ad un possibile danno alle casse del Comune costretto a pagare i risarcimenti.

    Sul punto è intervenuto l’assessore Oddone che, in modo molto prudente, ha sottolineato come si tratti solo di un giudizio in primo grado – che potrebbe essere ribaltato nei prossimi gradi di giudizio – pur ammettendo che questa sentenza «sancisce un apparente errore di valutazione del management».

    La complessità della questione deriva anche dal fatto che il patto di stabilità impedirebbe all’AMIU di procedere a nuove assunzioni e renderebbe quindi molto difficile risolvere il problema con il reintegro. L’assessore ribadisce il suo sostegno alla soluzione già definita dalla precedente amministrazione nel 2008, in accordo con i sindacati, che prevedeva un progressivo reinserimento di questi lavoratori all’interno delle partecipate del Comune.

    Questo episodio richiama anche una questione di cui si è già discusso in molte occasioni all’interno del Consiglio Comunale, ovvero delle responsabilità del management delle società partecipate del Comune. Un punto su cui si dovrà indubbiamente riflettere a fondo, soprattutto in un contesto in cui i pochi fondi a disposizione degli enti pubblici – denaro proveniente dalle tasche contribuenti – non potranno servire solo a sostenere e ripianare i debiti e delle aziende municipali.

    Il rischio, infatti, è che il Comune debba risarcire altri ex dipendenti AMIU che hanno fatto ricorso contro l’azienda.

     

    OSPEDALE DEL PONENTE

     

     

    Un secondo tema è stato avanzato dall’interrogazione del  capogruppo del Pd Simone Farello e del consigliere Luigi Grillo del Pdl in merito alla localizzazione del nuovo ospedale del ponente e della Valpolcevera. La questione è di grande attualità, viste le recenti notizie circa la richiesta del Presidente della Regione Burlando di valutare anche la collina degli Erzelli come possibile zona in cui collocare la struttura in alternativa a Villa Bombrini, su cui è già stato effettuato uno studio approfondito.

    Il Sindaco Doria ha voluto precisare di non aver espresso una posizione né favorevole né contraria a questa possibilità, ma di aver chiesto che si effettuasse una valutazione di fattibilità comparata tra le due possibili collocazioni: Erzelli e Villa Bombrini.

    Farello ha replicato al Sindaco evidenziando che nonostante il Pd non ponga pregiudiziali allo svolgimento di questa procedura, è comunque contrario al fatto di rimettere in discussione i passi avanti già fatti per la creazione dell’ospedale a Villa Bombrini.

    Replica: nel caso delle Interrogazioni a Risposta immediata (articoli 54) è prevista una replica del proponente di 2 minuti alla risposta del sindaco o dell’assessore competente.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Berlusconi e la campagna elettorale: fra tante balle, qualcosa di vero

    Berlusconi e la campagna elettorale: fra tante balle, qualcosa di vero

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013Le balle raccontate da Berlusconi a Servizio Pubblico sono state talmente tante che non si riescono nemmeno a contare. Facciamo prima a concentrarci sulle cose vere. Anche se può sembrare strano, infatti, persino al tre volte ex-primo ministro qualche cosa giusta ogni tanto scappa. D’altronde, se vi foste pentiti di aver dato retta in passato ai temi della sua propaganda, oggi non avreste comunque imparato nulla, se foste talmente ingenui da voler negare per principio ogni asserzione del Cavaliere, passando così da un estremo all’altro.

    In realtà, come aveva capito già negli anni ’90 chi lo aveva conosciuto bene (ad esempio Indro Montanelli), Berlusconi è essenzialmente un piazzista: e come tutti i piazzisti non si preoccupa di dire cose vere o false, ma di vendere (oppure, se preferite, di rifilare la proverbiale “sòla”). Pertanto mentire sistematicamente non gli serve e non gli interessa: perché, se si danno versioni completamente slegate dalla realtà, prima o poi chiunque si accorge che c’è qualcosa che non va. Al contrario, per convincere le persone, bisogna imparare a mischiare con una certa abilità verità e falsità: è così che, se si trovano delle opinioni condivise da infilarci dentro, anche teorie strampalate possono essere credute.

    Certo, come (penso) la maggioranza di voi, anche io ritengo che il Cavaliere abbia sempre parlato ed agito pro domo sua, e che delle sue promesse non ci si possa fidare: state ben sicuri, dunque, che non sarò io ad invitarvi a votarlo. Ma bisogna ammettere che Berlusconi – anche la settimana scorsa a Servizio Pubblico – in mezzo a moltissime stupidaggini ha detto pure cose vere e cose giuste: cose che gli altri partiti non dicono e cose che Santoro e il suo staff hanno ingiustamente criticato.

     

    “Il debito pubblico non c’entra niente con la crisi”

    Lo sapete già, perché l’ho scritto tante di quelle volte che ho perso il conto. Non è tanto importante che oggi il debito pubblico superi la cifra in apparenza spaventosa di 2000 miliardi di euro. Quello che è importante è il valore del debito in percentuale sul prodotto interno lordo (il totale dei beni e dei servizi prodotti da un paese). Ora, se fosse vero quello che ci viene raccontato, vale a dire che la crisi dipende dal fatto che abbiamo sperperato denaro alimentando la fantomatica “spesa pubblica improduttiva” (cioè una pletora di forestali calabresi, le inutili provincie, le spese pazze di “Er Batman” Fiorito, eccetera), allora sarebbe logico aspettarsi di vedere un debito pubblico che aumenti negli anni precedenti la crisi: cioè il rapporto debito/PIL sarebbe salito via via fino a superare una certa soglia insostenibile. Peccato che sia successo esattamente l’opposto. Il picco più alto di sempre nella storia del rapporto debito/PIL era stato toccato nel 1994 (a maggio di quell’anno il Cavaliere cominciava la sua avventura a Palazzo Chigi): 121,84%. A distanza di 13 anni, nel 2007, pur con alle spalle già due governi Berlusconi, il debito  aveva raggiunto il 103,9%: quasi 18 punti percentuale in meno. Quindi destra, sinistra, centro, spese pubbliche, forestali calabresi, dipendenti pubblici fannulloni, casta, mignotte e politici corrotti tutti insieme niente avevano potuto fare per mandarci in rovina: al contrario eravamo sui binari del risanamento di quello che (secondo l’UE, almeno) è uno degli indicatori più importanti per la salute della nostra economia.
    Poi però scoppia la crisi e il debito comincia a galoppare: siamo andati al 106,3% nel 2008, al 115,98% nel 2009, ancora nel 2010 al 117,21% ed infine nel 2011 siamo tornati quasi al punto di partenza: 120,71%.
    Da quando è arrivato Monti, però, le cose… sono rimaste le stesse. Anzi, siamo già arrivati a quota 126,4% e probabilmente chiuderemo il 2012 con un valore ancora più alto, cioè il record storico di sempre. Direi che il quadro è inequivocabile. Non è il debito pubblico che spiega la crisi, ma al contrario la crisi che spiega il debito: e le politiche che dovevano ridurlo l’hanno in effetti aumentato. Chi vi dice il contrario, sostenendo che sia tutta colpa dei politici spreconi o delle spese pazze, vi sta mentendo. E anche chi mantiene un atteggiamento ambivalente, come Grillo, non rende un buon servizio all’opinione pubblica.

     

    Il “complotto” per farlo fuori

    Quando a fine 2011 la Merkel e Sarkozy se la ridacchiavano alle domande sul nostro premier, non era un mistero che Berlusconi non fosse più considerato un partner affidabile. Non sappiamo se siano veri i retroscena: la telefonata a Napolitano giunta direttamente da Berlino (come giurano i bene informati), o la scenetta di Draghi e Berlusconi che si mettono a scriversi da soli la lettera di impegni che poi la BCE recapiterà al governo italiano (come sostiene l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti). Ma è poco importante. Il punto è che l’Europa ci chiedeva di stringere la cinghia e il Cavaliere non voleva metterci la faccia, perché non voleva che fosse il suo governo a “mettere le mani nelle tasche degli Italiani” (tant’è che anche oggi cerca di sorvolare sul fatto che i suoi parlamentari abbiano votato tutti gli inasprimenti fiscali del governo dei tecnici). Non è un mistero che Bruxelles premesse per un avvicendamento e che fosse favorevole a una personalità come quella di Mario Monti: ragion per cui possiamo ben dire che il cambio di governo “ce lo ha chiesto l’Europa”. E chi pensa che questa sia un’intromissione nella sovranità nazionale di un paese, ha ragione: la strada è sempre stata e sempre sarà quella di cedere sovranità nazionale alle istituzioni europee. Quindi Berlusconi si sbaglia solo nell’adoperare il termine “complotto”: perché in effetti l’hanno fatto fuori in un modo abbastanza palese.

     

    La Germania si libera dei nostri titoli di Stato

    Berlusconi ha più volte citato, negli ultimi tempi, il famoso episodio della vendita, da parte della Deutsche Bank, di titoli di Stato italiani per un valore di circa 8 miliardi. Era il 2011, e allora diversi voci (tra gli altri Massimo Mucchetti, oggi candidato del PD, sul Corriere della Sera e Report di Milena Gabanelli) sollevarono perplessità sulla manovra speculativa della banca tedesca, sottolineando come la mossa rischiasse di innescare una corsa al ribasso con conseguenti tensioni sui prezzi dei nostri Bot. E in effetti così andò: nel senso che lo spread pian piano aumentò la sua corsa, fino alle conseguenze che tutti sappiamo. Nel raccontare questa storia Berlusconi fa spesso confusione tra Bundesbank e Deutsche Bank (il che dimostra che ripete un copione “a pappagallo”, senza averlo capito); ma lapsus a parte, ancora una volta l’unica cosa fuori luogo è il termine “complotto”. Non possiamo sapere, infatti, se il governo tedesco sia davvero in grado di influenzare una banca privata, tanto da potergli ordinare addirittura un attacco speculativo contro un paese che minaccia di non allinearsi. Ma la cosa non ci interessa affatto. L’attacco della Deutsche Bank aveva finalità speculative: il che significa lucrare un profitto. C’è quindi bisogno di ipotizzare chissà quali oscure manovre per giustificare la mancanza di scrupoli con cui una banca d’affari fa soldi? E’ solo il mercato: funziona così. E attenzione: è questa la logica a cui ci stanno consegnando senza tanti misteri, semplicemente chiedendoci di liberalizzare ogni settore produttivo, di permettere al privato di “affiancarsi” al pubblico, di togliere le reti di protezione sociale e via dicendo. Dunque il fatto era noto, semplice e di grande rilievo. E tornando alla famosa serata di Servizio Pubblico, la giovane Giulia Innocenzi e soprattutto il ben più navigato staff di Santoro, dimostrando di non essere bene a conoscenza dell’episodio, hanno fatto la classica gaffe.

     

    Andrea Giannini 

    P.S. Qualcuno si chiederà: “ma è davvero così importante sapere che Berlusconi, a fronte delle molte balle raccontate su governo, IMU, tasse, costituzione, processi, mafia, diplomazia internazionale e vita sessuale, abbia detto anche qualche cosa di vero?” In realtà è più che importante, perché il Cavaliere avrà anche detto poche e sconclusionate verità, ma lo ha fatto su quegli argomenti che sono davvero decisivi. E se avete visto la trasmissione, avrete ascoltato anche l’intervento di quell’imprenditrice del Nord Est che ha spiegato molto bene come i settori produttivi del paese stiano cominciando a capire, dietro ai tanti discorsi dei politici, quale sia l’unica via di uscita dalla crisi ancora praticabile… 

  • Grandi opere, Gronda e Terzo Valico: passi avanti in Consiglio Comunale

    Grandi opere, Gronda e Terzo Valico: passi avanti in Consiglio Comunale

    C’è voluta una lunga pausa natalizia per far approvare, non senza difficoltà, alcuni provvedimenti da tempo bloccati in Consiglio Comunale. La ripresa dei lavori avvenuta ieri ha finalmente decretato chi sarà il rappresentante del Consiglio all’interno dell’Osservatorio sulla Gronda di Ponente. Il provvedimento era stato portato in aula una prima volta ad ottobre, quando i dubbi sull’utilità di questo organismo sollevati dal M5S avevano portato ad una spaccatura all’interno della stessa maggioranza. Un secondo tentativo era avvenuto proprio prima della pausa natalizia, ma il M5S era riuscito nuovamente a far rimandare la decisione, richiedendo che la delibera passasse al vaglio della commissione competente per le nomine (Commissione Affari Istituzionali) prima di essere discussa in Consiglio.

     

     

    Le ragioni dell’opposizione del Movimento 5 Stelle sono risultate chiare anche nella seduta di ieri. «Noi crediamo che l’osservatorio non sia uno strumento di partecipazione o tutela – ha affermato il capogruppo Putti – ma di controllo del consenso». In altre parole questo organismo servirebbe solo ad evitare un reale dibattito con chi è contrario alla realizzazione della Gronda. E questo risulterebbe evidente anche dal fatto che le comunità colpite dai disagi per la costruzione dell’opera abbiano deciso di non parteciparvi.

    A queste accuse ha risposto lo stesso Sindaco Doria, il quale ha voluto difendere la correttezza dell’Osservatorio:  «Io ho partecipato ad una sua riunione e ho conoscenza diretta di cos’ha fatto – ha detto Doria – ed è stata un’occasione semplice di acquisizione di elementi di conoscenza». «La creazione del consenso o la limitazione del dissenso erano completamente fuori dall’incontro al quale ho partecipato» ha concluso il Sindaco.

     

     

    Il voto finale sulla delibera ha finalmente visto un ricompattamento maggioranza sul tema della Gronda (con la sola astensione del consigliere Pastorino di Sel)…almeno fino alla prossima votazione. Il Consiglio ha poi eletto Paolo Gozzi (Pd) come proprio rappresentante all’interno dell’Osservatorio.

     

     

    Il secondo punto all’ordine del giorno riguardava l’altra grande opera di Genova, il Terzo Valico. Proprio su questo punto si era interrotta l’ultima seduta di dicembre per mancanza del numero legale, con un M5S ancora una volta sul piede di guerra. In realtà la delibera della Giunta aveva in oggetto la realizzazione di nuove cave nel Monte Gazzo, dove verranno trasportati i detriti prodotti dai lavori per il Terzo Valico. L’opposizione del Movimento 5 Stelle – lo hanno sottolineato più volte gli stessi consiglieri – non era, in questo specifico caso, relativa alla realizzazione dell’opera, ma alla necessità di verificare con maggiore precisione la natura dello smarino che verrà trasportato nelle cave. Il consigliere Muscarà (M5S) ha sottolineato che le analisi effettuate sui terreni di scavo, che potrebbero contenere amianto, non sono sufficienti a fugare i pericoli per la salute della popolazione. Per questa ragione, in attesa di ulteriori modifiche, è stato chiesto di rimandare l’approvazione della delibera con la presentazione di una mozione sospensiva.

    Il M5S si è anche dichiarato contrario a tutte le opere compensative per l’area del Monte Gazzo presentate  dalla Lista Doria (un museo di archeologia industriale, sentieri e percorsi verdi, un sito di arrampicata). «Non ci sono compensazioni accolte dalla comunità scientifica  – ha affermato Putti – Ci aspettavamo dall’aula un po’ più di forza nel difendere la salute dei cittadini».

    Anche per Antonio Bruno (Fds) le opere compensative sono solo tentativi per rendere la delibera sul Terzo Valico più accettabile e, anzi, ha ricordato come nel libro Corruzione ad alta velocità del magistrato Ferdinando Imposimato si presenti quest’opera come frutto di una spartizione di tangenti.

     

     

    Al termine della seduta anche questa seconda delibera è stata approvata con il solo voto contrario di Bruno e l’astensione del capogruppo della Lista Doria Pignone, mentre il M5S abbandonava l’aula per protesta.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    Sul Fatto Quotidiano di domenica scorsa è apparso un articoletto che sarà sfuggito ai più, ma che è piuttosto istruttivo, perché esemplifica in maniera cristallina quale tipo di luoghi comuni, economici e politici, possano facilmente condurre una persona istruita e perbene a vedere in Monti l’unica opzione credibile e l’unica possibilità di salvezza per l’Italia. L’autore è Bruno Tinti, ex-magistrato esperto in reati tributari: e proprio il profilo intellettuale e l’integrità della persona sono la migliore garanzia che ci troviamo di fronte a una libera opinione personale, non dettata cioè da interessi di parte o da opportunismo politico; il che agevola il dibattito e quindi anche la valutazione delle critiche sulla base del loro contenuto.

    Il mio interesse – è bene sottolinearlo – non è quello di convincere il lettore che sia meglio non votare Monti: non solo perché, verosimilmente, l’influenza che esercito su chi riesce a leggere i miei interventi è scarsissima, ma anche perché è giusto che al momento di votare ciascuno di noi prenda in considerazione prima di tutto il suo interesse, e solo in seguito il giudizio degli altri. L’interesse individuale, infatti, è l’essenza della democrazia e non andrebbe mai demonizzato. Il compito di chi fa divulgazione, o di chi esprime opinioni, è semplicemente quello di aiutare le persone a valutare bene quale sia il modo migliore per fare il proprio interesse.

    Nella fattispecie, ad esempio, sono convinto che non sia vera, e pertanto sia contro l’interesse della gente ad avere un quadro chiaro della situazione, l’idea secondo cui il governo Monti è stato, e solo potrà essere nel futuro, la medicina, per quanto amara, di cui ha bisogno l’Italia. L’argomentazione del discorso di Tinti, che mira invece a convincere i suoi lettori proprio di questo, è in parte originale, perché ingloba tesi espresse non dai sostenitori delle politiche che vengono dall’UE, ma dai suoi critici. L’ex-magistrato muove infatti dalla costatazione che la riduzione del debito, imposta all’Italia con il fiscal compact, ci vincola all’ambiziosissimo obiettivo di portare in 20 anni il rapporto con il PIL al 60% (corrispondente ai vecchi parametri di Maastricht): il che significa ridurre della metà il già altissimo debito attuale. L’impegno è talmente gravoso che – conclude giustamente, dati alla mano, l’autore dell’articolo – da soli non ce la faremo mai. Infatti, il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo, come sa chiunque ha studiato le frazioni alla scuola media, può diminuire soltanto se diminuisce il numeratore (il debito pubblico) oppure se aumenta il numeratore (il PIL).

    La prima opzione è quella gradita all’UE: ridurre il debito, tagliando le uscite e aumentando le tasse. In questo modo però diventa impossibile percorrere parallelamente la seconda opzione, cioè tornare a crescere, perché la stretta fiscale e la contrazione degli stimoli pubblici – riconosce l’ex-magistrato – deprimono l’economia. Sarebbe inutile anche lasciare immutata la spesa e puntare tutto sulla crescita, perché dovrebbe essere talmente sostenuta e prolungata nel tempo da paragonarsi a un livello che abbiamo conosciuto solo tra gli anni ’50 e ’60.

    Quindi, conclude Tinti, restano solo due possibilità. La prima è uscire dall’euro. A quel punto però: «Si nazionalizzeranno le banche e le assicurazioni. Falliranno circa metà delle imprese. La disoccupazione andrà alle stelle. Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime e l’Italia, diversamente dall’Argentina, non ha risorse né agricole, né minerarie da scambiare. La sola merce italiana sono le braccia. Ma il regime salariale le rende invendibili. Uno scenario da incubo».

    Dunque non resta che convincere l’Europa a farsi carico, in un modo o nell’altro, del nostro debito. E chi meglio di Monti per questo? Anche se non è detto che l’uomo della Bocconi riesca a muoversi in modo libero all’interno della sua stessa coalizione, resta il miglior candidato sulla piazza, perché tutti gli altri partiti, chi più e chi meno, hanno al loro interno correnti populiste che non avrebbero credibilità presso i nostri partner europei. Il discorso sembrerebbe filare: cosa ci può essere di sbagliato? In realtà molto.

    Innanzitutto, anche prendendo per buona l’analisi economica, le conclusioni mancano di realismo politico. Monti ha pochissime chance di ottenere la maggioranza: il suo intento è piuttosto ridimensionare il PD, dividendolo da SEL, per poi concludere un’alleanza vincolata al rispetto degli impegni europei (una strategia, come ho già scritto, che rischia di ritorcerglisi contro). C’è poi un’obiezione molto più semplice: se siamo tutti d’accordo che il target di riduzione del debito è irraggiungibile, perché l’Europa ce lo impone? Questa semplice considerazione mina alla radice il ragionamento di Tinti, perché mostra immediatamente che è del tutto insensato non solo, da parte nostra, accettare di giocare una partita persa in partenza, ma soprattutto, da parte dei nostri partner europei, dettare strategie controproducenti.

    Pensateci bene: al netto di tutti i nostri errori passati, per grandi che essi siano, ha senso ora seguire chi ci propone soluzioni che – lo dice lo stesso Tinti – non possono risolvere nulla? Sarebbe più ragionevole per tutti cercare subito una linea condivisa che porti da qualche parte, anziché impiccare la nostra economia a richieste assurde solo per dimostrare a Bruxelles le nostre buone intenzioni. Sembra l’episodio della Bibbia in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, salvo poi fermare il coltello prima che sferri il colpo una volta accertata la fedeltà del patriarca. Oppure vengono in mente quei reality americani dove persone sproporzionatamente obese cercano di rimettersi in forma (e di salvarsi la vita) sottoponendosi all’allenamento di un personal trainer muscoloso, bello, biondo e con gli occhi azzurri. Ecco: se fossimo noi i colpevoli ed imperdonabili ciccioni, accetteremmo per questo di perseguire l’obiettivo di perdere 150 kg in tre mesi? Ovviamente no, perché ci ucciderebbe: e anzi dubiteremo seriamente delle buone intenzioni di chi ce lo proponesse. Eppure è proprio quello che ci chiede la Germania, il nostro aitante preparatore atletico; che poi è la stessa persona, sempre per restare nella metafora, che fino al giorno prima ci vendeva gli hamburger.

    Se passiamo ad un livello di analisi un po’ più serio, le incongruenze non diminuiscono: anzi aumentano. Ad esempio, benché nessuno dubiti che, in un contesto del tutto astratto, sia preferibile avere un basso debito pubblico, ciononostante non esiste una teoria economica universalmente riconosciuta che metta in relazione una precisa soglia di debito in proporzione al PIL con l’insostenibilità dei conti pubblici: ma questo significa, allora, che un target che fissi un rapporto massimo del 60% non è garanzia di un bel nulla, come dimostra il caso dell’Irlanda, che aveva un rapporto del 25% ma è andata in crisi lo stesso (questo perché, ovviamente, non è l’entità di un debito che conta, ma la possibilità di ripagarlo).

    Inoltre, come ho già scritto, i problemi di debito sono conseguenza della crisi, e non origine. Infine la teoria delle aree valutarie ottimali, che nel 1999 valse un nobel all’economista canadese Robert Mundell, sui parametri del debito non dice pressoché nulla: per cui ne consegue che l’importanza che detti parametri rivestono per l’euro-zona si deve unicamente a considerazioni politiche e interessi specifici (che un lungo discorso ricondurrebbe agli hamburger, anzi ai würstel, di cui sopra). Insomma, da qualunque parte si consideri la questione, tutto ci dice che la strategia europea anti-crisi è sbagliata e per questo andrebbe ripensata con una certa urgenza.

    Si dirà: ma rimane il problema che contiamo poco; e se gli altri non ci ascoltano, che facciamo? Lasciamo l’euro e ci consegniamo così a “terrore, miseria, distruzione e morte”? E già: dimenticavo che se usciamo dall’euro, verrà come minimo l’apocalisse. O no? Ecco, magari a qualche lettore sarà pure passata per la testa l’idea che questo scenario di devastazione e lacrime, che ci viene dipinto quotidianamente dai più importanti organi di stampa e dalle più rispettabili forze politiche, forse sia un tantino esagerato. Se vi fossero sfuggite le vette raggiunte dalla prosa di Bruno Tinti, ve le ripeto: «Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime». Ribadisco: «Si andrà ai razionamenti», come nell’ultimo conflitto mondiale. A sentire Tinti, insomma, viene quasi da dubitare che prima dell’euro ci fosse in Italia una qualsiasi forma di economia diversa dal baratto; e si osserva stupiti come facciano a sopravvivere paesi come Inghilterra, Turchia, Canada, Giappone e Corea del Sud che sono fuori dall’euro-zona. Spero che a fronte di tutto questo il lettore si faccia venire quanto meno il sano dubbio che chi la spara così grossa non può avere una corretta percezione dei termini della questione. Magari qualcheduno avrà anche piacere di sentire cosa dicono gli economisti veri: cosa che Tinti non è. A onor del vero, nemmeno io sono un economista: però, avendo una formazione filosofica, quantomeno mi accontento di fare il mio lavoro: che è appunto quello di farvi venire il dubbio.

    Detto questo, se volete sapere se le paure di cui i media ci nutrono sono fondate o meno, dimenticate Grillo o Berlusconi: andate a sentire tra gli economisti cosa dice chi queste paure le ridicolizza, e cosa afferma addirittura chi ha vinto un premio nobel. Poi vi potrete fare la vostra opinione. Perché è questo il vero modo per uscire dalla crisi, senza aspettare il salvatore della patria. Se no, che ne fate della democrazia?

     

    Andrea Giannini

  • Campagna elettorale: lo scenario politico a due mesi dalle urne

    Campagna elettorale: lo scenario politico a due mesi dalle urne

    Contrariamente a quello che avevo scritto la settimana scorsa (poche ore prima che l’ormai ex-premier facesse la sua conferenza stampa al Senato), Monti si è più o meno esplicitamente candidato: di sicuro, se non proprio la faccia, almeno ci ha già messo la fantomatica “agenda”, che è poi quello che per lui è più importante. Eppure cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

    Vediamo solo di fare ordine nel ragionamento. Innanzitutto bisogna considerare che lo scenario politico, come era logico attendersi, cambia ad una velocità impressionante: insieme a Monti, nella mischia si sono buttati anche il pubblico ministero Ingroia e il sindaco di Napoli De Magistris, con un nuovo “Movimento Arancione”; poi ci sono i transfughi del PDL, il trio La Russa-Crosetto-Meloni, con il loro “Fratelli d’Italia”, mentre il procuratore nazionale antimafia Grasso si è candidato con il PD; infine il giornalista Giannino è stato allontanato dai microfoni della radio di Confindustria, perché promotore in solitaria di un nuovo movimento liberale anti-tasse: “Fare”.

    E’ ovvio che ad ogni cambiamento e ad ogni novità c’è un piccolo recupero dell’astensione, un riposizionarsi dell’elettorato nei sondaggi e quindi un ripensamento delle strategie elettorali. Tuttavia nel far propendere Monti, alla fine, per la “salita in campo”, come la chiama lui, sono stati probabilmente altri fattori. Sicuramente c’è stata la pressione dei sostenitori politici, dall’UDC di Casini a FLI di Fini, fino alla lista civica “Italia Futura” che fa capo a Montezemolo: tutte forze che, se prese da sole, si sarebbero ritrovate con un bassissimo potenziale di consenso; e pertanto, con questa legge elettorale, avrebbero rischiato seriamente di rimanere fuori dal Parlamento (come d’altra parte è già accaduto nel 2008, quando la Sinistra Arcobaleno, che comprendeva al suo interno storiche formazioni di ispirazione comunista, raggiunse appena il 3%).

    Deve essere stata questa terribile prospettiva a spingere il Vaticano a promuovere l’operazione e poi a spendersi a favore dell’ex-premier. Ma nonostante la supposta “vocazione maggioritaria” del nuovo centro, non c’è dubbio che la coalizione non possa ambire nemmeno ad avvicinarsi  da lontano al PD, che guida sicuro i sondaggi e che con ogni probabilità le urne incoroneranno primo partito: quindi, al di là delle dichiarazioni di facciata, il vero intento nella testa di Monti è quello di fare da stampella al futuro governo Bersani. Infatti, un eventuale Senato consegnato all’opposizione di Berlusconi e Grillo si trasformerebbe inevitabilmente in un vero e proprio Vietnam per l’ala europeista dei democratici, i quali, dovendo mantenere la rotta delle misure impopolari che l’UE ci ha già imposto e che sarà costretta a chiederci anche nel futuro, si troverebbero presto contro anche una parte non irrilevante del loro stesso partito, oltre a dover gestire i sicuri mal di pancia dell’alleato Vendola.

    Tuttavia la strategia che alla fine si è deciso di percorrere, vale a dire capitalizzare il consenso elettorale per avere più peso politico nel dialogo parlamentare con la sinistra, non è esente da rischi e effetti collaterali. Certo, sarebbe stato più semplice per tutti non mettere i bastoni fra le ruote della trionfale cavalcata elettorale di Bersani: ma evidentemente gli impegni presi dal leader del PD con l’UE non sono stati giudicati una garanzia sufficiente. Chiaramente là in alto valutano che la politica del quinquennio a venire richiederà nuove misure di sacrificio per la gente, tali da scardinare profondamente il consenso di un governo di sinistra e rendere una crisi parlamentare più che probabile. Ma come era prevedibile, e come si sta puntualmente verificando, la campagna elettorale allarga le distanze fra le parti, inasprisce i toni e rende più difficile da far digerire agli elettori eventuali accordi post-voto: di sicuro il PD non potrà permettersi di appiattirsi per lungo tempo sull’agenda di Monti, cosa che viceversa avrebbe potuto fare più agevolmente, se il professore si fosse tenuto lontano dalla mischia.

    D’altra parte la politica è fatta così. Difficilmente ci sono percorsi sicuri: ogni scelta offre dei vantaggi e comporta dei rischi. Questo spiega, se non altro, il tortuoso cammino di Monti, la sofferta decisione di buttarsi in politica, l’irritazione di Napolitano (che giustamente da un governo tecnico e istituzionale, non votato da nessuno, pretendeva come minimo che fosse e restasse al di sopra delle parti), la decisione di costituire una lista unica al Senato e l’inizio di questa campagna elettorale, con dichiarazioni volte contro l’ala critica della coalizione di sinistra, nel tentativo di lanciare qualche doverosa scaramuccia, ma senza esasperare Bersani oltre al limite. La sensazione, tuttavia è che il professore si stia muovendo sul filo del rasoio, e che, a destra o manca, prima poi la situazione rischi di sfuggirgli di mano.

     

    Andrea Giannini

  • Il programma di Mario Monti per le elezioni politiche del 2013

    Il programma di Mario Monti per le elezioni politiche del 2013

    Mario MontiSe Monti non si è schierato apertamente con Casini e Montezemolo, è solo perché i sondaggi non lasciavano presagire un consenso popolare lusinghiero: anzi, se persino il PDL avesse preso più voti di una ipotetica “lista Monti”, la bocciatura per le politiche dell’esecutivo attualmente dimissionario avrebbero compromesso ogni possibilità di riproporle. Pertanto il premier ha deciso di giocare, ancora una volta, in modo “sporco”: ha lanciato un programma e ha invitato i partiti disposti a sostenerlo a proporgli eventuali incarichi, ovviamente dopo le elezioni.

    Non c’è, in questo, alcun cambio di metodo significativo, alcuna valorizzazione dei temi concreti a scapito degli schieramenti. Viene solo indicata alle forze politiche la strada da seguire. A UDC e PD è proposta  una coalizione post elettorale a sostegno dell’agenda dell’uomo della Bocconi; il nemico da contrastare è individuato in tutte quelle forze populiste, estremiste o come volete chiamarle, che vanno da Berlusconi a Grillo; ed infine si lasciano poche alternative al partito di Vendola, che teoricamente appoggia Bersani, ma con qualche mal di pancia.

    Per Monti e il suo programma, allo stato attuale, non era possibile una soluzione migliore. La legge elettorale non è stata riformata a causa delle paure contrapposte delle varie forze politiche: pertanto il rischio che chi vinca le elezioni si ritrovi ostaggio delle opposizioni al Senato (grossomodo come accadde a Prodi nel 2006) è concreto. A questo punto, se farsi eleggere direttamente sarebbe stato certo impossibile, non è detto che lo sia altrettanto il tentativo di acquisire alla propria causa forze politiche che potrebbero avere un alto consenso. Al contrario, avendo già il pieno sostegno dell’UDC, ottenere l’appoggio del PD è un obiettivo ampiamente alla portata.

    A sinistra si sono sempre fatti fregare da Berlusconi: possono farsi fregare anche da Monti, dato che le ragioni della realpolitik esercitano un fascino perverso su quei dirigenti che anche oggi si fregano le mani all’idea di farsi belli grazie alla figura competente del professore. Poi c’è il disagio dei piddini ex-democristiani, che smaniano per staccarsi dai sindacati e avvicinarsi a Casini; c’è un’eredità storica fortemente pro-euro che risale a Romano Prodi; ed infine c’è il problema di come porsi con l’elettorato di sinistra, che aspetta speranzoso politiche meno austere e a cui non bisogna togliere queste illusioni a due mesi dal voto (ma per il quale occorre anche avere una scusa pronta, quando si ritornerà di gran carriera all’agenda Monti).

    E’ in questo contesto che va valutato il programma del professore  “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa”. Che non è solo “molto generico”, utile per “smarcarsi da riforme che inevitabilmente scontentano qualcuno” e “per non impegnarsi e lasciare poi la strada ad accordi dopo il voto”, come lo ha definito giustamente Tito Boeri. Soprattutto è stato scritto per piacere a sinistra. Ecco perché il documento contiene frasi come: “di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di debito”. Ecco perché richiama, a livello europeo, una “maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio” e “maggiore attenzione alla inclusione sociale”. Ecco perché si parla di abbassamento delle tasse (sempre che si mantengano i conti in ordine), di possibili investimenti attraverso un miglior utilizzo dei fondi europei, di utilità del servizio sanitario nazionale, di provvedimenti a favore di esodati, giovani, over 55, donne, ambiente, internet, istruzione, ricerca, e ammortizzatori sociali. Ecco perché si avanza persino l’ipotesi di uno studio su “come creare un reddito di sostentamento minimo”, anche se “condizionato alla partecipazione a misure di formazione e di inserimento professionale”.

    In questo modo gli slogan del PD ottengono l’avvallo esplicito di Monti e, quindi, immediata credibilità: l’elettorato di sinistra avrà ottimi motivi per credere che sia possibile coniugare euro, rigore, crescita ed equità; e dopo le elezioni non sarà un problema – magari – conferire al premier dimissionario il ministero dell’economia. Non è detto che questo basti per raggiungere l’obiettivo, che è sempre quello di dare abbastanza seggi al Senato (cioè governabilità) ad una maggioranza europeista, disposta quindi a fare sacrifici nel nome della moneta unica: ma ci sono buone possibilità. Il problema è cosa succederà, dopo le elezioni, quando ci si dovrà confrontare con la realtà.

    Andrea Giannini

  • Primarie Parlamentari Pd 2012: il regolamento e i retroscena

    Primarie Parlamentari Pd 2012: il regolamento e i retroscena

    Bersani PdTutto è pronto per le Primarie che il Pd svolgerà il 29 e 30 dicembre per scegliere i suoi candidati alle prossime elezioni politiche. Nei giorni scorsi è stato reso noto il regolamento e l’elenco dei candidati sul sito www.primarieparlmanetaripd.it. In Liguria saranno presenti quattro liste, associate alle rispettive circoscrizioni provinciali di Genova, Savona, Imperia e La Spezia, a partire dalla quali verranno definiti i candidati parlamentari.

    Ma cerchiamo di capire qualcosa di più su quello che si presenta come un sistema inusuale nel panorama della politica italiana.

    L’organizzazione di queste primarie è il frutto di un lungo percorso a cui Genova e la Liguria hanno dato un contributo molto importante. Il prof. Fulvio Venturino, uno dei massimi esperti italiani di elezioni primarie ci ha spiegato, infatti, che già nel 2011 un gruppo di giovani esponenti liguri del Pd (WIProgress) aveva elaborato il primo regolamento per estendere questo sistema di selezione dei candidati anche alle elezioni politiche (fino ad oggi si è utilizzato solo per selezionare candidati a cariche monocratiche o il leader della coalizione di centro sinistra).

    A partire da quell’iniziativa il gruppo di ricerca di cui fa parte il professore –  Candidate and Leader Selection -, diversi studiosi italiani e alcuni esponenti del Pd, tra cui Giuseppe Civati e Salvatore Vassallo,  hanno lavorato, non senza difficoltà, per rendere possibile la realizzazione di queste primarie parlamentari.

    La prima proposta di introdurre un sistema che permettesse agli elettori di contribuire alla selezione dei candidati era stata avanzata all’Assemblea Nazionale del Pd nel gennaio 2012,  ma rimase lettera morta per la chiara ostilità di diversi esponenti della dirigenza nazionale del partito. Sul blog di Salvatore Vassallo è possibile leggere una ricostruzione dettagliata di quell’assemblea.

    Oggi le primarie parlamentari sono una realtà, ma quanto sarà importante la voce degli elettori nel definire le liste dei candidati alla Camera e al Senato?
    Non tutti i candidati, infatti, saranno scelti dagli elettori… Il regolamento prevede che il 90% della composizione delle liste sia determinata sulla base delle preferenze espresse dagli elettori delle primarie, mentre il restante 10% dei nomi verrà deciso dalla direzione nazionale del partito. La creazione di questo secondo “listino” è stata giustificata dal Pd con la necessità di riservare alcune candidature a personalità con una particolare professionalità, il cui supporto potrebbe essere fondamentale nell’attività parlamentare (costituzionalisti, giuslavoristi, esperti in materie specifiche). Infine, anche i capilista verranno scelti direttamente dai vertici del partito e saranno occupati dagli esponenti politici più rappresentativi ed esperti del Pd.

    Per candidarsi è necessario essere iscritti al partito e raccogliere un numero di firme pari al 5% degli iscritti al Pd del 2011 nell’ambito della propria provincia di appartenenza, suddivise in almeno 3 circoli differenti. Per i candidati della provincia di Genova ciò significa ottenere almeno 200 firme.

    Secondo il prof. Venturino «dal punto di vista delle candidature le primarie del Pd rappresentano un effettivo cambiamento, perché permetteranno l’ingresso in Parlamento di deputati e senatori in gran parte selezionati sulla base della volontà degli elettori del Pd.»

    Il punto più controverso, invece, riguarda il diritto di voto. Per partecipare alle votazioni bisogna essere iscritti al partito o aver partecipato alle recenti primarie per la scelta del candidato premier del centro sinistra, vinte da Bersani.

    «C’è un’autentica ondata di primarie per attrarre elettori – osserva il professore – e siccome non è molto appealing questa coalizione, che si è spostata abbastanza a sinistra, io avrei fatto più apertura sul diritto di voto».

    Secondo Venturino vi sono circa dieci milioni di elettori del Pdl e della Lega alla ricerca di un partito per cui votare alle elezioni politiche e limitare la possibilità di partecipazione ai soli iscritti o a coloro che hanno già partecipato alle precedenti primarie del Pd è un chiaro veto agli elettori indecisi del centro destra.

    Una mossa che da un punto di vista strategico potrebbe non rivelarsi particolarmente adatta all’attuale contesto politico italiano, in cui vi è una vasto gruppo di elettori volatili, le cui preferenze potrebbero incidere in modo rilevante sul risultato elettorale.

     

    Federico Viotti

  • Destra e Sinistra, addio: spazio a “moderati” e “populisti”

    Destra e Sinistra, addio: spazio a “moderati” e “populisti”

    Non so se ve ne siete accorti, ma nonostante le imminenti elezioni i termini “destra” e “sinistra” sono praticamente scomparsi dal dibattito politico. Non sarà una sorpresa per chi fosse convinto che siano idee morte ormai da diverso tempo: ma io non sono fra i sostenitori di questa tesi. Penso invece che queste categorie, almeno in termini ideologici astratti, abbiano ancora un peso attualissimo: è (o dovrebbe essere) di destra chi si riconosce nell’ordine, nella legalità, nel tentativo di preservare i valori preesistenti, in un’interpretazione minimale del ruolo dello Stato e in una visione che assegna una funzione sociale positiva alla libera iniziativa individuale; al contrario è (o dovrebbe essere) di sinistra chi si riconosce nella cultura, nell’associazionismo spontaneo, nelle idee nuove, nell’impatto positivo della spesa pubblica e nell’uguaglianza sociale.

    Come si vede, sono punti di vista che occasionalmente possono anche convergere, ma che certo danno esiti ben diversi quando si prende in considerazione l’attualità politica, sociale, economica, fiscale, ambientale, religiosa, e via dicendo. Pertanto, anche se non si tratta sicuramente di una inderogabile legge di natura, bisogna ammettere che la distinzione ha quantomeno il pregio di definire un orizzonte di valori concretamente individuabili; un orizzonte tale, anzi, da garantire il senso stesso alla dialettica politica. Esistono partiti, infatti, ed esiste un dibattito politico, se (e solo se) è lecito supporre almeno due ordini distinti e contrapposti di idee, principi, priorità: altrimenti non si capisce bene che senso abbia discutere.

    Eppure oggigiorno la grande narrazione politica non distingue più i partiti in base alla loro collocazione a destra o a sinistra; e tanto meno per la loro ispirazione, sia essa cattolica, riformista, liberale, comunista o fascista. Oramai il mondo si divide in “moderati” e “populisti”: ma cosa designino questi termini – confesso con franchezza – si fatica ad afferrarlo.

    Cos’è un “moderato”? Per la lingua italiana è “moderata” una persona lontana dagli eccessi, che cerca una misura appropriata: un termine, quindi,  positivo, che tuttavia di concreto esprime poco. Viene in mente – se mi passate un paragone filosofico – l’idea della virtù che aveva Aristotele, secondo il quale l’uomo virtuoso sarebbe colui che si pone nel giusto mezzo (cioè sono coraggioso, se non sono né temerario né codardo): tutto molto bello – ricordo diceva il mio professore di filosofia politica, il compianto Flavio Baroncelli – ma anche assolutamente scontato.

    E’ tautologico che chi fa troppo e chi fa poco sbagli, essendo che i termini della lingua italiana “troppo” e “poco” esprimono appunto l’idea di mancare, per eccesso o per difetto, la misura giusta. E’ come dire “è bravo chi fa bene” oppure “è disonesto chi si comporta disonestamente”: sono entrambe frasi sempre vere da un punto di vista logico, ma da un punto di vista pratico non dicono nulla sulla onestà o disonestà dei comportamenti concreti. Allo stesso modo, a prendere letteralmente una persona che si definisce “moderata”, dovremmo supporre anche che sia moderatamente democratica, moderatamente a favore dei diritti dell’uomo, moderatamente contro la stupro e moderatamente contro l’omicidio; oppure che si nutra ma senza riempirsi la pancia, che si diverta ma senza morire dalle risate e che faccia anche l’amore ma senza strafare. E’ evidente, in buona sostanza, che la parola “moderato”, se non è applicata ad un contesto, non significa proprio nulla.

    Al contrario il termine “populista” ha un’accezione certamente negativa. Generalmente indica chi si appella al popolo ma in modo ruffiano, sfruttandone le pulsioni meno razionali o illudendolo con promesse che non si possono mantenere. Non si capisce bene, però, perché il termine “populista” debba essere preso come opposto di “moderato”.

    Ma se passiamo all’uso della terminologia sul piano politico, tutto diventa improvvisamente chiaro. Negli anni il termine “moderato” ha assunto connotazione centrista, attirando a sé la destra (cosiddetta) “liberale” ed esercitando un grosso fascino anche sulla sinistra (cosiddetta) “riformista”: in soldoni PD e PDL si sono messi a fare comunella con l’UDC (non sfuggirà che stiamo parlando della maggioranza che ha votato tutti i provvedimenti del governo Monti). Queste forze politiche, e l’opinione pubblica che le sostiene, hanno avuto storicamente un rapporto contrastato con gli amici e rivali alle rispettive estremità, vale a dire Lega Nord e Alleanza Nazionale da una parte, e Rifondazione Comunista e Italia Dei Valori dall’altra. Erano questi i famosi “estremisti”, o “radicali”: due appellativi che venivano affibbiati, per lo meno, con un minimo di logica, visto che in effetti nel linguaggio corrente esprimono il principio esattamente contrario a quello della moderazione. Dato che poi dentro al calderone degli “estremisti” rientravano in effetti secessionisti, ex-comunisti ed ex-fascisti, la storia era più semplice da credere: i “moderati” sono per il dialogo, gli “estremisti” per la purezza ideologica, per dividere il paese con le barricate ed impedire la governabilità. Col passare del tempo, però, lo scenario dell’area “radicale” ha cominciato a mutare, fino ad arrivare oggi a comprendere Lega Nord, Italia Dei Valori, Movimento 5 Stelle e (se non si fa fagocitare dal PD) Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola. Questo ensemble, affiancato da una vivace parte dell’opinione pubblica, non è più definibile “estremista”, dato che non ha quasi più legami con le ideologie del passato ed insiste molto sul rispetto della democrazia e della Costituzione (con la sola eccezione forse della Lega).

    Occorreva quindi – ecco il punto – trovare un altro modo per squalificare questi dissenzienti: è per questo che è stato tirato fuori dal cilindro un nuovo appellativo. Chi si richiama alla gente e all’applicazione integrale delle regole non è un semplice e ortodosso democratico, ma diventa un volgare e demagogico “populista”. Il cuore di questa vuota distinzione sta tutto qui: la parte che detiene il controllo del gioco deve accreditarsi come competente, responsabile e credibile, negando alla radice la possibilità di soluzioni politiche alternative.

    Berlusconi e Vendola, che per vari motivi oscillano un po’ a metà tra un fronte e l’altro, saranno promossi a “moderati” quanto meno si metteranno ad ostacolare l’aggregazione di un polo centrale costituito dalle forze dominanti. Non farsi ingannare dai nomi è fondamentale: quello che per alcuni è “essere moderati”, per altri è “essere senza idee”, “piegarsi al compromesso”, “inciuciare”, “paraculismo”.

    Destra e sinistra sono idee diverse di concepire la società messe a confronto: quello tra moderati e populisti, invece, è un dibattito inesistente che serve solo a introdurre subdolamente il pensiero unico. La realtà, d’altronde, l’abbiamo sotto gli occhi ed è avviata proprio su questo percorso: se hanno tutti la medesima visione su come organizzare la società, allora ci si può confrontare solo sugli aspetti tecnici (che attengono, però, guarda caso più al sapere scientifico degli specialisti che al consenso democratico della gente); mentre il dissenso diventa giocoforza un attentato ai fondamentali del vivere civile. E quindi, se supera la soglia di guardia, deve essere represso.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale di Genova: maggioranza divisa, sospesa la seduta

    Consiglio Comunale di Genova: maggioranza divisa, sospesa la seduta

    Si è conclusa anzitempo la seduta straordinaria di questa mattina per la mancanza del numero legale. Il punto su cui si è arenata la discussione è stato proprio quello relativo al Terzo Valico.

    Appena giunti al punto 9 dell’ordine del giorno il Consigliere del M5S Muscarà ha presentato una richiesta di sospensiva, affermando che i dati ricevuti sulle analisi del materiale di risulta degli scavi nelle cave in Val Chiaravagna per la realizzazione della grande opera ferroviaria erano incompleti e per questo non era possibile procedere ad una decisione. In particolare il consigliere ha contestato la mancanza di informazioni precise sul tipo di smarino che verrà depositato nelle cave. Il rischio è che vi sia anche del materiale nocivo e inquinante visto che le rocce della Valpolcevera, dove verranno effettuati gli scavi, sono di natura amiantifera (vedi approfondimento sulla Gronda di Ponente).

    Nonostante il tentativo del Vicesindaco Bernini, che detiene la delega alle grandi opere, di tranquillizzare gli animi spiegando nel dettaglio come verranno smaltiti i residui degli scavi, Federazione della Sinistra, Sel e il M5S, hanno deciso di abbandonare l’aula in segno di protesta.

    A questi tre gruppi si sono uniti anche il Pdl, la Lista Musso e l’Udc che hanno lasciato i propri seggi per stigmatizzare l’assenteismo degli assessori e l’immobilismo delle Giunta Doria, che, dopo aver centellinato le delibere nei mesi scorsi, ha concentrato tutta la propria attività nell’ultima seduta prima della pausa natalizia.

    Con l’assenza del numero legale il Presidente Guerello ha dovuto decretare lo scioglimento anticipato dell’aula e rimandare i lavori, anche sul Terzo Valico, al nuovo anno.

    Le reazione del Vicesindaco non si è fatta attendere, accusando i partiti “disertori” di voler rallentare con il loro atteggiamento ostile la realizzazione di «un’opera fondamentale per la città». Inoltre, vista la presenza di forze di maggioranza tra quelle che hanno abbandonato l’aula (Fds e Sel) Bernini ha sottolineato che «la maggioranza deve interrogarsi su quali siano le sue strategie».

    L’episodio di oggi è l’esito di una fragilità della maggioranza all’interno del Consiglio Comunale, che in più di un’occasione, su decisioni relative alle grandi opere, ha evidenziato la sua incapacità di esprimere un voto unanime. Non solo Sel e Fds, ma la stessa Lista Doria, hanno più volte evidenziato la loro difficoltà nel sostenere la realizzazione di infrastrutture come la Gronda e il Terzo Valico. Benché non si tratti – per fortuna- degli unici argomenti su cui questa amministrazione deve esprimere delle scelte, il fatto che su questioni strategiche per il futuro di Genova e dell’intera regione la maggioranza sia divisa richiede effettivamente una riflessione e possibilmente un chiarimento definitivo.

    Non è passato inosservato il fatto che l’immobilismo e la mancanza di decisioni di questi mesi in Consiglio Comunale sia dovuto in gran parte alla volontà di non alterare degli equilibri precari e di non porre i partiti di maggioranza di fronte alla necessità di un confronto rischioso ma obbligatorio.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio Comunale, tour de force: otto delibere in due giorni

    Consiglio Comunale, tour de force: otto delibere in due giorni

    Come avevamo previsto in questa seduta del Consiglio Comunale prima delle vacanze di Natale si sono concentrate molte delle questioni rimaste pendenti nei mesi precedenti. L’ordine del giorno prevede l’approvazione di otto delibere di cui quattro proposte dal Consiglio stesso e quattro dalla Giunta.

    La prima delibera ha riguardato la modifica dell’articolo 49 del Regolamento del Consiglio Comunale, che si occupa delle risorse finanziarie a disposizione dei gruppi consiliari. Le modifiche, che sono state proposte con un testo redatto dallo stesso Presidente Guerello, hanno permesso un aggiornamento delle attività coperte dalle risorse finanziarie con un particolare riferimento alle attività dei gruppi online (servizi di posta elettronica e spazi sul web). Ma la vera svolta positiva è stata l’introduzione dell’«obbligo di pubblicare il bilancio di ogni gruppo sul sito del Comune di Genova con scadenza semestrale». Il voto a favore di questo provvedimento è stato unanime (36 consiglieri su 36) e la condivisione si è anche notata dall’assenza di discussione in aula. Si tratta di un provvedimento volto a garantire totale trasparenza alle spese dei gruppi politici, che in questi ultimi mesi sono state fonte di diversi scandali in alcuni Consigli Regionali (Lazio e Lombardia).

    Durante la conferenza stampa tenutasi dopo la seduta del mattino, sono stati anche illustrati alcuni dati relativi alle spese dei gruppi consiliari evidenziando come tale somma sia andata progressivamente riducendosi dal 2002 ad oggi. Uno sforzo fatto dal Consiglio per limitare gli ormai famigerati costi della politica. Il gruppo che ha ottenuto nel 2012 la quota maggiore di fondi è stato il Pd con 12.000 euro, a seguire la Lista Doria (6.000), Pdl e M5S (5.900) e a scalare tutti gli altri gruppi per un totale di 50.000 euro. Il Presidente Guerello ha spiegato che le risorse vengono ripartite per 2/7 in parti uguali per tutti i gruppi e per 5/7 in base al numero di componenti del gruppo stesso.

    Se confrontati con altri livelli amministrativi, ad esempio quelli regionali, i numeri sono decisamente più contenuti, basti pensare che in Regione un solo gruppo è in grado di ottenere risorse per 190.000 euro, anche se all’interno di questa cifra sono compresi anche i costi del personale.

    Nel pomeriggio la seduta è ripresa affrontando uno degli argomenti che più hanno fatto discutere in questi mesi e che più hanno messo alla prova la tenuta della maggioranza: la Gronda di Ponente. In programma c’era la nomina di un rappresentante del Consiglio all’interno dell’Osservatorio della Gronda. L’argomento era già stato affrontato in aula a fine ottobre e la proposta del M5S e della Lega di rimandare tale nomina ad una seduta successiva per approfondire il ruolo dell’Osservatorio aveva già portato ad una spaccatura della maggioranza con il Pd unico partito contrario a questa decisione e Lista Doria, Sel e Federazione della Sinistra favorevoli. E, come si poteva prevedere, anche in questo caso la tensione è stata palpabile.

     

     

    Il Movimento 5 Stelle è riuscito ad ottenere un ulteriore rinvio della nomina sostenendo che la delibera su questo argomento non era stata approvata in Commissione, come prevede il regolamento. Il punto era stato affrontato dalla Commissione Territorio, ma senza esprimersi nel merito della nomina. Sarà quindi la Commissione Affari Istituzionali, che ha competenza diretta sulle nomine del Consiglio, a dover approvare questo procedimento prima di una sua nuova presentazione in aula. Sia il Presidente della Commissione Vittoria Musso (Lista Musso) sia il capogruppo del Pd Farello – favorevoli alla grande opera – hanno tentato di arginare la manovra dei consiglieri “scettici” precisando che la discussione sulla delibera dovrà attenersi precisamente al suo oggetto, ovvero alla nomina del rappresentante del Consiglio. In altre parole si cercherà di evitare che il dibattito trascenda ancora una volta in una contrapposizione Gronda SI e Gronda No.

     

     

    Infine si è discusso di ciò che, con un formula ottimistica, è stato definito Rilancio delle Farmacie Comunali. Di fatto la delibera urgente proposta dalla Giunta presentava una serie di interventi per evitare il fallimento di Farmacie Genovesi Spa, che ha accumulato negli ultimi 3 anni una perdita pari a 600 mila euro. Il piano prevede la vendita delle licenze di tre farmacie ed una ricapitalizzazione di 200 mila euro.

     

     

    Ancora una volta il Consiglio si è trovato di fronte ad un’emergenza, come nel caso di AMT, e alla necessità di ripianare con denaro pubblico le perdite di un’azienda partecipata del Comune. Il consigliere del Pd Vassallo ha parlato di voto obbligato, affermando: «Ci troviamo a decidere sulla base del verbale dei revisori dei conti», aggiungendo che «Se non si fanno delle scelte poi si è obbligati a prendere delle decisioni che non sono le nostre». Infatti, come sottolinea anche il centro-destra, in più di un’occasione era stato sollevato il problema delle farmacie comunali, ma si è atteso il giorno prima dell’assemblea che ne avrebbe con ogni probabilità decretato il fallimento per intervenire.

     

     

    Oltre alle responsabilità politiche, che ovviamente non possono essere addossate ad un’amministrazione in carica da sei mesi, vanno verificate anche le responsabilità del management. Troppo spesso, evidenzia Padovani (Lista Doria), «manca il controllo» perché non è possibile accorgersi solo all’ultimo di una situazione dei conti disastrosa com’è accaduto prima per AMT e Fiera di Genova e adesso per le Farmacie Comunali.  Campora (Pdl) ha infatti chiesto alla Giunta di non procedere solo interventi spot, ma di presentare un riassetto organizzativo generale delle partecipate.

     

     

    A rimetterci saranno – questa volta senza retorica – proprio i cittadini dei quartieri più disagiati, visto che le tre farmacie in vendita sanno quelle di Coronata, Biscione e Begato. In questo modo viene intaccata profondamente la loro funzione di presidio sociale sul territorio.

     

     

    Questa mattina alle 9:30 è iniziata la seconda seduta della due giorni di Consiglio prenatalizia. I consiglieri stanno affrontando temi delicati come l’ex ospedale Martinez e il Terzo Valico.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio Comunale Genova: tante parole e pochi fatti, decisioni rimandate

    Consiglio Comunale Genova: tante parole e pochi fatti, decisioni rimandate

    La seduta di Palazzo Tursi di ieri, come molte delle precedenti, è stata caratterizzata da un ordine del giorno povero nella sostanza, con ben otto interpellanze, una sola mozione e una modifica al regolamento rinviata alla seduta di martedì prossimo.

     

     

    Partiamo dalle interpellanze. Il regolamento del Consiglio prevede che «i consiglieri e le consigliere hanno diritto di presentare al Sindaco interpellanze su argomenti che riguardino direttamente le funzioni di indirizzo e di controllo politico–amministrativo del Consiglio Comunale». Ciò significa che i membri del Consiglio possono chiedere alla Giunta di chiarire la propria posizione su uno specifico argomento.  All’esposizione dell’interpellanza segue una risposta dell’assessore competente e infine una replica del consigliere “proponente”. Di fatto però questo procedimento non prevede né un voto dell’aula sull’argomento né la presa di una decisione in merito. Si tratta semplicemente di un chiarimento dell’orientamento dell’amministrazione.

    Per esempio, ieri abbiamo scoperto che è intenzione dell’Assessore ai Lavori Pubblici Crivello procedere alla demolizione del “bruco” soprelevato che collega Corte Lambruschini con l’inizio di via Cadorna, oppure che per combattere gli eccessi di velocità in città ci vorrebbero dei tutor, ma mancano i soldi per installarli, o ancora che i cassonetti a scomparsa – soluzione ottima per l’estetica della città – non riescono a smaltire cartoni di grosse dimensioni. Tutto molto interessante, ma nulla di definitivo e sicuramente non di grande impatto sulla vita dei cittadini.

    Passiamo poi alle mozioni. L’unica mozione all’ordine del giorno riguardava la mappatura e il ripristino dei sottopassi genovesi ed è stata approvata all’unanimità. Una provvedimento tanto innocuo quanto generico.

     

     

     

    L’unico sussulto poteva – forse – derivare dalla modifica all’articolo 49 del regolamento comunale che riguarda le risorse finanziarie per lo svolgimento delle attività dei gruppi consiliari. E invece si dovrà aspettare il prossimo martedì per affrontare l’argomento, vista la decisione di rimandare il punto alla seduta successiva.

    Di proposte di deliberazione nemmeno l’ombra. E pensare che le proposte di deliberazione sono il principale strumento con cui un consiglio comunale può produrre atti amministrativi, ovvero emanare quei provvedimenti che vanno realmente ad influire su persone o situazioni.

    La trappola del populismo è dietro l’angolo ed è facile cadervi, ma davvero viene voglia di dire che di fronte alle tante emergenze, che pure la Giunta Doria aveva cercato di risolvere all’inizio del suo mandato, ci si potrebbe aspettare dall’amministrazione comunale e dalla sua maggioranza un’azione più incisiva e qualche decisione in più.

     

     

     

    Nella prima parte del Consiglio, dedicata agli articoli 54 (interrogazioni a risposta immediata), si è affrontato, per esempio, il tema della mobilità pubblica in seguito alle notizie dei giorni scorsi relative alla possibile scomparsa del biglietto integrato AMT – Trenitalia. Si tratta di un argomento su cui il Comune ha una grande responsabilità essendo socio di maggioranza di AMT, un’azienda che ha anche deciso di rifinanziare proprio pochi mesi fa con 7 milioni di euro (dei cittadini genovesi). La posizione dell’amministrazione assume ancora più importanza poiché, come ha affermato lo stesso assessore Dagnino, «l’accordo con Trenitalia era fortemente squilibrato» proprio a sfavore dell’AMT.

    Questioni come queste dovrebbero essere discusse in modo ben più approfondito in aula, non solo con un semplice scambio domanda-risposta tra consigliere e assessore, bensì con una decisione forte del Consiglio sostenuta nel modo più trasversale possibile da tutte le forze politiche.

    A fare da contraltare alle sedute soft degli ultimi mesi vi sarà una seduta decisamente strong la prossima settimana, quando si prevedono ben due giorni di Consiglio Comunale (martedì e mercoledì). Ma allora è solo una questione di programmazione delle sedute? Non proprio, perché come sostengono diversi consiglieri di opposizione (Lilli Lauro del Pdl e Paolo Putti del M5S) si corre il rischio di dover prendere tutte le decisioni nelle ultime sedute prima della fine dell’anno con la necessità di contingentare la discussione senza i tempi necessari per analizzare le questioni. Se così fosse il Movimento 5 Stelle ha già annunciato di voler abbandonare l’aula in segno di protesta.

    Qualche maligno potrebbe persino pensare – e alcuni lo pensano – che dietro questa scelta di rinviare le decisioni più delicate alle ultime sedute pre-natalizie non ci sia solo una mancanza di organizzazione, ma la precisa volontà di ridurre al minimo le sollecitazioni per una maggioranza che, soprattutto sui temi di grande importanza, ha dato diversi segnali di squilibrio. Ridurre i tempi della discussione per limitare le possibilità di scontro.

    In realtà al momento non si conoscono ancora gli argomenti del prossimo Consiglio, ma restano di sicuro ancora pendenti molte questioni su cui speriamo che la Giunta e il Consiglio vogliano prendere decisioni importanti.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]