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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    giornaliUna conseguenza nefasta dell’affermazione dell’ideologia neoliberista negli ultimi trent’anni è stata quella di mandare in soffitta il concetto di responsabilità. Riconosco che questa affermazione possa incontrare vigorose obiezioni. Tuttavia resta il fatto che un capitalismo assoluto è concepibile unicamente se si accetta il presupposto che la libera ricerca del profitto individuale abbia come risultato il benessere collettivo; e in questa prospettiva, a lungo mitizzata, è inevitabile che gli obblighi del singolo verso la società si riducano sensibilmente. Se infatti basta che ognuno resti concentrato sul perseguimento della propria ricchezza personale per fare del mondo, come per l’azione di una “mano invisibile”, un posto migliore, allora una passiva osservanza della legge (cioè non commettere illeciti o reati) sarà sufficiente per sollevare l’individuo da ogni questione di opportunità, liceità o sostenibilità della propria condotta.

    Secondo questa visione, dunque, si è responsabili unicamente per la ricchezza che si produce e non per le conseguenze delle proprie azioni, dato che il libero mercato renderà queste conseguenze automaticamente soddisfacenti anche per tutti gli altri. Si tratta ovviamente di un’illusione, una prospettiva utile giusto per potersi auto-assolvere. Occorre invece tornare a dire che anche nella società moderna ogni individuo ha precise responsabilità di cui è chiamato a farsi carico.

    Lasciamo da parte le responsabilità morali, perché si tratta di un argomento alquanto spinoso; parliamo piuttosto di responsabilità professionali, soprattutto in relazione a ruoli di pubblica rilevanza. Parliamo dell’informazione. Il modo in cui si fa più o meno bene questo mestiere concorre al processo di formazione dell’opinione pubblica e quindi influenza in modo decisivo le scelte politiche. Per di più questi sono tempi cruciali, in cui chi si occupa di informare dovrebbe avvertire più che in altri momenti il peso della responsabilità della propria funzione: che poi è quella di selezionare e diffondere notizie sulla base della loro verità e rilevanza.

    Ora, quanti sono i giornalisti e gli editori in Italia che, cogliendo le implicazioni di quello che fanno, si preoccupano di attenersi scrupolosamente a questi criteri? Purtroppo bisogna andare a cercarli col lanternino. Non alludo qui soltanto a quelli che vengono definiti spesso “gli organi di stampa del potere”, cioè i giornali e i telegiornali vicini ai partiti e ai gruppi industriali; alludo anche a quelle voci che avrebbero la presunzione di far passare un’informazione alternativa, compreso – lo sottolineo – il blog di Beppe Grillo.
    In tutti manca ugualmente la capacità (e in alcuni casi, senza dubbio, la volontà) di agganciarsi al livello della discussione che si sta svolgendo all’estero, dove si sta ripensando l’intero assetto dell’economia mondiale. Il curioso effetto è che nel nostro paese si può assistere ogni giorno a dozzine di reportage su cassaintegrati, miseria e disoccupazione, eppure non si discute mai sulle ragioni economiche di questa deriva. Quello che qui da noi viene chiamato “dibattito economico” in realtà non ha nulla a che vedere con quello di cui stanno realmente discutendo gli economisti, i quali invece appaiono schierati su due fronti opposti piuttosto definiti: da una parte i fautori di una regolamentazione dei mercati e delle piazze finanziarie, del ruolo positivo dell’intervento statale e della funzione anticiclica della spesa pubblica (che non è sempre e solo “improduttiva”); dall’altra parte i difensori dell’austerità, quelli che “dalla crisi si esce tagliando la spesa pubblica, facendo sacrifici per essere più competitivi e aprendosi ai capitali esteri” (e che solo a margine si ricordano di dire che anche il sistema finanziario meriterebbe qualche ritocco).

    Economia, finanzeQuesti ultimi sono gli unici invitati nei talk-show di casa nostra. E lo si capisce da un semplice fatto: quale è stata l’ultima volta che avete sentito dire che in questo momento converrebbe aumentare la spesa pubblica e non tagliarla? Molto probabilmente non lo avete sentito dire da nessuno. Eppure si tratta della posizione che sta uscendo vincente nel dibattito internazionale, perché il prolungarsi della recessione ha reso evidente quanto fossero controproducenti le misure di austerità e perché le basi scientifiche di questa visione economica si stanno sgretolando: il capo economista del FMI Olivier Blanchard ha fatto dietrofront, ammettendo che le misure “recessive” sono molto più recessive di quello che loro avevano previsto; la “bibbia dell’austerità”, cioè uno studio di Reinhart e Rogoff del 2010 sugli effetti recessivi di un alto debito pubblico, presentava un grossolano errore di calcolo, che è stato scoperto da semplici studenti mentre rifacevano i conti per esercizio (non è vero cioè che i paesi con un debito/PIL superiore al 90% siano condannati alla recessione: al contrario crescono ad una media del 2,2%). Si dirà che fare spesa non si può, perché siamo costretti dai nostri partner europei ad una ristretta disciplina di bilancio. Ed in effetti è vero: tant’è che proprio questo fatto, cioè l’evidenza che esistano forti interessi contrari ad una strategia espansiva, sta attirando sempre più critiche sul progetto dell’euro. In Germania è nato “Alternative fuer Deutschland”, un partito euroscettico che promette di scompigliare le carte della campagna elettorale; l’economista francese Jaques Sapir commenta il report di una fondazione tedesca sui possibili scenari per concludere che una dissoluzione concordata dell’eurozona sarebbe la soluzione allo stesso tempo più realistica e ragionevole; Martin Wolf sul Financial Times spiega perché è intrinsecamente impossibile seguire la strategia della Germania tutti insieme; Oskar Lafontaine, ministro delle finanze tedesco all’epoca dell’introduzione dell’euro, dichiara che ormai è «necessario abbandonare la moneta unica»; infine il solito Paul Krugman sentenzia: «entrando nell’euro l’Italia ha trasformato se stessa, da un punto di vista macroeconomico, in un paese del terzo mondo con debiti denominati in valuta straniera; e si è esposta a crisi di debito».

    Potrei andare avanti per molto, ma quello che importa è che tutti questi pareri avrebbero un enorme rilievo per noi che cerchiamo di capire se valga la pena strangolarci per tenerci l’austerità e l’euro: eppure vengono sistematicamente ignorati. Lilly Gruber a Otto e mezzo imbastisce un finto dibattito invitando in trasmissione da una parte Alberto Alesina e Lorenzo Bini Smaghi, che in realtà sono sostanzialmente concordi sull’idea di austerità, e dall’altra Norma Rangeri, che blatera per tutto il tempo sulla fine del capitalismo, come se l’unica alternativa sia il comunismo. A Servizio Pubblico Santoro invita il pittoresco Paolo Becchi solo per parlare delle sue infelici dichiarazioni: e quando il professore prova ad accennare al problema dell’euro e a quello dell’atteggiamento mercantilista della Germania, viene confutato da Travaglio con il pregnante argomento che i Tedeschi hanno più eolico di noi.

    Attendiamo di vedere la puntata di Report di domenica prossima nella speranza che migliori un po’ il quadro complessivo; ma nel frattempo bisogna concludere che i media non stanno restituendo le reali proporzioni di quello che sta accadendo. Corruzione, evasione, sprechi, Casta, malgoverno e processi di Berlusconi sono tutti problemi che meritano di essere commentati e denunciati: ma NON hanno causato la crisi. E gli Italiani hanno il diritto di saperlo, se non altro per togliersi di dosso l’errata impressione che, se siamo a questi punti, sia soprattutto per colpa nostra.

    Per questo riequilibrare il dibattito è oggi una responsabilità precisa di chi fa informazione. Domani, quando sarà evidente come stanno le cose e ci si chiederà giustamente come sia stato possibile che nessuno abbia raccontato per tempo la verità, non si potrà invocare il “senno di poi” o dire che la situazione era difficile da decifrare: perché, come ho cercato di dimostrare, è ormai tutto perfettamente chiaro, almeno per quello che concerne gli estremi della questione. Rimane solo da capire perché  il mondo dell’informazione sia così indietro. In Francia è uscito un film-documentario, “Les nouveaux chiens de garde”, che ha messo in evidenza i legami esistenti tra media e gruppi politico-industriali. Emerge che uomini di potere e giornalisti condividono gli stessi luoghi di vacanza, partecipano agli stessi “club” riservati ed elitari, e a volte instaurano persino relazioni sentimentali (di solito la bella giornalista con il politico); ma soprattutto emerge la forte partigianeria mediatica a favore dei teorici di un’ideologia economica che pure è stata smentita per la sua incapacità di prevedere e poi correggere la crisi. Fa impressione constatare come negli ultimi trent’anni i Francesi si siano sentiti dire esattamente le stesse cose che ci sentiamo dire anche noi: “non volete fare le riforme”, “non siete produttivi”, “le tutele sociali sono un ostacolo allo sviluppo”, “avete vissuto sopra i vostri mezzi”, “dovete fare le liberalizzazioni”, “non dovete dare le colpe alla globalizzazione, ma cambiare voi stessi”, eccetera. Per cui, se oggi i media continuano ad attenersi a questo canovaccio, allora si dovrà ammettere che si rendono complici di una propaganda di parte. Non sapremo mai chi per ignoranza o chi per dolo: ma tutti si dovranno assumere la responsabilità di non aver saputo fare il loro lavoro.

     

    Andrea Giannini

  • Iren, il Consiglio Comunale chiede di non modificare l’assetto dell’azienda

    Iren, il Consiglio Comunale chiede di non modificare l’assetto dell’azienda

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaC’era una volta l’Amga, l’Azienda Municipalizzata Gas e Acqua, una controllata del Comune che negli anni ha raggiunto dimensioni notevoli, diventando la seconda realtà industriale di Genova dopo Ansaldo Energia. La fusione con altre aziende comunali per la distribuzione di acqua e gas ha portato alla nascita di Iren, di cui il Comune di Genova controlla una quota pari al 16%. Un patrimonio che il Consiglio Comunale ha voluto proteggere approvando all’unanimità un emendamento, presentato da Pd, Lista Doria e Sel, che impedisce una modifica dell’assetto aziendale preliminare al trasferimento di alcune attività dal capoluogo ligure a Torino, Reggio Emilia e Parma. Come ha sottolineato lo stesso consigliere Vassallo illustrando il documento «L’emendamento va a modificare radicalmente un punto di un allegato sui principi generali di assetto organizzativo», aggiungendo poi che «le aziende che sono a Genova devono obbligatoriamente restare a Genova».

    La modifica apportata genererà ripercussioni anche sugli altri comuni azionisti. Infatti tutti i Consigli Comunali che dispongono di una quota Iren stanno procedendo all’approvazione di un nuovo statuto che dovrebbe rendere più efficiente e competitiva l’azione dell’azienda sul mercato. Tuttavia il testo finale deve essere uguale per tutti i comuni rendendo di fatto necessario che tutti approvino lo stesso documento.


    Il Sindaco Doria, intervenendo sull’argomento, ha chiarito la volontà dell’amministrazione di procedere ad una revisione dello statuto, affermando che quello attualmente in vigore «non garantiva un’integrazione ottimale delle risorse ed era macchinoso». Con l’approvazione dell’emendamento gli altri comuni dovranno riavviare una non facile discussione, che in altri casi, in particolare a Torino, ha creato forti tensioni anche all’interno della maggioranza.

    iren-gasAlla base di tutto il processo di revisione dello statuto vi è una critica alla gestione aziendale degli ultimi anni, che è stata chiara anche nel discorso del Sindaco, il quale ha affermato: «Iren è un’impresa importante, ma non posso dire che abbia avuto un andamento soddisfacente negli ultimi anni». In particolare preoccupa l’amministrazione il pesante indebitamento e la perdita di valore delle azioni passate da un valore di 1,60 euro a 0,60 euro.

    Il nuovo statuto di Iren è orientato quindi ad ottenere due grandi cambiamenti soprattutto riguardanti la gestione dell’azienda. La governance non sarà più legata alla dimensione territoriale, sulla base della quale veniva determinata la scelta dei manager. Verrà inoltre eliminato il consiglio direttivo creando invece la figura dell’amministratore delegato a cui si affiancheranno un presidente un vicepresidente con importanti deleghe operative. Ciò significa dare alla dirigenza di Iren un assetto più imprenditoriale; un vertice snello in grado di prendere decisioni senza cedere al ricatto delle lottizzazioni, che ogni realtà locale aveva fatto pesare in passato.

    No a rifiuti dal Lazio e al trasferimento di Ingegneria Navale

    In apertura di seduta sono stati affrontati due importanti argomenti. In primo luogo è stato presentato un ordine del giorno che impegna il sindaco e la giunta a esprimere parere negativo sull’accordo tra Regione Liguria e Regione Lazio per smaltire 400 tonnellate di rifiuti al giorno, provenienti da quest’ultima regione, per far fronte alla chiusura della discarica di Malagrotta. Una posizione appoggiata all’unanimità da tutti i partiti del Consiglio e che prevede un immediato chiarimento con la Regione.

     

    Infine il Consiglio Comunale ha espresso la propria contrarietà anche all’ipotesi di trasferimento della Facoltà di Ingegneria Navale a La Spezia. Nel testo approvato con il voto favorevole di 30 consiglieri su 35 si legge: «l’economia del mare genovese non può vedere messo il suo prestigio nazionale ed internazionale attraverso la perdita di un tassello fondamentale […] quale il corso di Ingegneria Navale, pena l’indebolimento della capitale italiana dello shipping e del settore intero a livello nazionale».

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Comune di Genova: incontro pubblico un anno dopo le elezioni

    Comune di Genova: incontro pubblico un anno dopo le elezioni

    palazzo-tursi-Pd-Sel-Fds-DLunedì 6 maggio 2013 (ore 18.30) il Circolo Arci Belleville ospita un incontro – aperitivo con alcuni consiglieri comunali di Genova, un anno dopo analogo incontro avvenuto durante la campagna per le elezioni comunali e municipali.

    Si tratta di tre consiglieri della lista Doria – Clizia Nicolella, Maddalena Bartolini, Enrico Pignone – e uno di SEL – Maurizio Galeazzo.

    I quattro ospiti racconteranno cosa è avvenuto quest’anno in Consiglio Comunale/Municipale.

    Ingresso libero con tessera Arci, Legambiente, Uisp, Arciragazzi.

  • Crisi, violenza e disperazione: ecco la condanna al moralismo ipocrita

    Crisi, violenza e disperazione: ecco la condanna al moralismo ipocrita

    parlamento-italianoImprovvisamente l’opinione pubblica si è ricordata che la crisi è violenza. Non che occorresse un grande acume per vedere i fallimenti, la disoccupazione e l’incertezza economica che ogni giorno spingono al suicidio qualche anonimo disperato; ma tant’è si è dovuto attendere che volassero i proiettili. Ora che però il dato è registrato, ciò non basta alla collettività per abbozzare una reazione libera finalmente dal teatrino ipocrita della “condanna alla violenza”. Anziché avviare una discussione sulle cause di questa violenza, continuiamo ad avvitarci nel nostro solito sterile perbenismo: “non si deve giustificare”, “non si possono fornire alibi”, “non si devono lasciare aperti spiragli”, eccetera.

    Contro questo atteggiamento ripetitivo, inutile e fastidioso mi ero già espresso addirittura nel primo articolo di questa rubrica, scritto in occasione della morte di Gheddafi: allora avevo cercato di mostrare quanto fosse, se non discutibile da un punto di vista morale, di sicuro incoerente da un punto di vista logico l’atteggiamento di un occidente che si lanciava a capofitto nella guerra civile libica, salvo poi condannare selettivamente le atrocità “scomode” agli occhi della propria opinione pubblica.

    Si trattava di una critica che non eludeva il problema della “morale”, ma lo definiva, anzi, segnandone la distanza dal “moralismo”: la morale, infatti, ha un valore senza dubbio generale; il moralismo, invece, si applica solo in particolare la dove ci interessa. Ed è proprio questo il caso della situazione in cui ci troviamo. Io non ho alcuna difficoltà a dire che la condanna della violenza di cui tutti si riempono la bocca in questi giorni è solo volgare moralismo. E il motivo di questo giudizio così netto è che la violenza a cui stiamo assistendo non è premeditata: è solo disperazione.

    Dalla disperazione la gente avrebbe bisogno di essere salvata, non additata da una riprovazione collettiva che sa tanto di auto-assoluzione. Ha senza dubbio un senso condannare la violenza quando a perpetrarla sono sovversivi con in mente un obiettivo specifico: era il caso, ad esempio, delle Brigate Rosse, che perseguivano un fine rivoluzionare attraverso l’uso della violenza. Dire, soprattutto da sinistra, che si trattava di gesti insensati e dalle conseguenze tragiche non era affatto inutile: serviva a isolare politicamente i violenti, a togliere loro il sostegno, a rendere evidente l’impossibilità che le masse venissero alla fine attirate lungo il solco di una strada solitaria fatta di sangue. Ma oggi questo rischio non c’è. Stando almeno alle ricostruzioni che ci vengono fornite, oggi non abbiamo di fronte atti di violenza commessi in nome di chissà quale logica distorta.

    Non c’è nessun partito o movimento che predichi azioni violente: ci sono invece gesti di individui per cui il senso della vita è in discussione, la ragione si spegne e a dettare la linea è la disperazione. In questi casi, allora, le parole diventano del tutto inutili. A chi può passare per la testa che un aspirante suicida, preda del fallimento personale e di un dramma umano che chi non vive può a stento immaginare, possa recedere dal suo proposito per il ditino alzato di quel politico o per il biasimo di quell’altro giornalista? E difatti non esistono leggi contro il suicida, perché – banalmente – i morti non si possono mettere in carcere.

    Per brutto che ci possa sembrare il gesto, una volta compiuto cessa automaticamente di costituire materia di competenza umana e passa di diritto in mano al buon Dio (almeno per chi è credente). All’uomo resta solo il compito di interrogarsi e di agire sulle cause in modo da evitare che in futuro qualcun altro possa essere intenzionato a ripetere un simile atto estremo, magari coinvolgendo ignari ed innocenti passanti. Se invece che occuparci di questo, preferiamo andare a fare la morale ai disperati, allora significa semplicemente che ci illudiamo che il problema si possa risolvere attribuendone in qualche modo la responsabilità agli individui.

    Ecco perché “condannare la violenza” in questi casi non è solo inutile: è anche dannoso e ipocrita. Si dovrebbe parlare invece di “prevenire un ricorso insensato alla violenza”. Ma se lo si facesse, si eviterebbe il moralismo. E quindi si ammetterebbe che la crisi, nel modo in cui è gestita, è già da lungo tempo violenta: quando scarica sulla disoccupazione i costi del recupero dei margini di produttività perduti; quando predica un brutale darwinismo socio-economico; quando colpevolizza i lavoratori italiani per gli errori di una finanza senza controlli e regole. Quelli che stanno in fondo e che hanno subito gli effetti collaterali di tutto questo non è che non sappiano che la violenza è inutile e controproducente: il problema è che, perso il lavoro e persa la propria dignità, tendono più facilmente a dimenticarselo.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale: approvato il Regolamento sulle Sale da Gioco

    Consiglio Comunale: approvato il Regolamento sulle Sale da Gioco

    Consiglio Comunale GenovaUna lunga seduta si è conclusa ieri con l’approvazione del Regolamento sulle Sale da Gioco. Il regolamento prevede l’obbligo di collocare queste attività ad almeno 300 metri da luoghi sensibili come gli istituti scolastici e i luoghi di culto o impianti sportivi. Al tempo stesso richiede una distanza di almeno 100 metri da bancomat o negozi come i compro oro che forniscono ai clienti di queste sale giochi il denaro per le macchinette. Un ulteriore limitazione viene posta affermando che l’esercizio di tali attività viene vietata negli immobili di proprietà della pubblica amministrazione.

    Molti consiglieri hanno proposto modifiche che avrebbero reso ancora più rigido il regolamento imponendo, ad esempio, che non fossero consentiti i vetri oscurati ai locali in cui si svolge questo tipo di attività, che fossero fatti maggiori controlli sull’emissione degli scontrini su caffè e drink – spesso offerti ai clienti per prolungare la loro permanenza nelle sale -, che si obbligassero gli esercenti a mantenere un registro di chi utilizza slot e videopoker. Ma, come ha spiegato l’assessore  alle attività produttive Francesco Oddone, non è stato possibile accettarli per evitare di creare conflittualità con la normativa nazionale vigente.

    In effetti il limite di questa delibera è legato proprio alla sua natura di regolamento comunale. Pur basandosi sui presupposti espressi dalla legge regionale 17 del 2012 riguardante la Disciplina delle Sale da Gioco, si tratta di un documento che in molti punti avrebbe potuto rischiare di creare contrasti con leggi nazionali, come la legge sulla privacy che limita la possibilità di raccogliere dati personali, o di valicare le competenze comunali, come accade in materia di sorvegliabilità delle sale gioco.

    Il capogruppo dell’Udc Gioia ha evidenziato questa debolezza sottolineando come il Regolamento stesso definisca diverse tipologie di giochi d’azzardo, ma precisi anche che fanno eccezione «gli apparecchi e i congegni consentiti dalla legge». In questo modo, in realtà, vengono riammessi tutti i dispositivi elettronici attivati da monete e pagamenti in altre forme, come previsto dal Testo Unico per la pubblica sicurezza. Atri possibili casi di conflittualità sono testimoniati dall’esperienza di altri comuni italiani in cui il TAR è intervenuto per eliminare i luoghi di culto dall’elenco dei luoghi sensibili. C’è quindi il rischio che molti esercizi commerciali impugnino le norme del regolamento pur di mantenere le slot e i guadagni garantiti dal loro giro d’affari, che spesso vanno a colmare le frastiche riduzioni dei consumi che si sono registrate a causa della crisi.

    La stessa Regione intervenendo sul tema aveva evitato il rischio di possibili conflitti di attribuzione con le norme statali decidendo di concentrare il proprio interesse sugli aspetti sanitari della questione, ovvero sulla ludopatia, prevedendo azioni di prevenzione e di cura di questa patologia.

    Il rischio che questa delibera sia nei fatti poco applicabile c’è ed è reale e dipende  dalla presenza di leggi nazionali molto più liberiste per ciò che concerne la concessione di autorizzazione per la gestione di sale giochi o di singole slot. Ha sintetizzato il punto il capogruppo della Lista Doria Enrico Pignone, evidenziando che il denaro speso nelle famigerate “macchinette” produrrebbe 4 miliardi di euro di iva se convertito in consumi, ma le concessioni statali ne fanno già incassare il doppio. È in questo rapporto di numeri che si gioca la principale contraddizione tra la volontà di limitare la proliferazione del fenomeno e i costi sociali da un lato e gli introiti facili che questo settore garantisce per i monopoli di stato. Più di un consigliere ha utilizzato il termine “Stato biscazziere”, sottolineando l’ipocrisia di un’azione normativa che da un lato incassa i proventi di queste attività e dall’altro lascia alle amministrazioni regionali e locali il compito di dover far fronte a questa emergenza sociale.

    Il Regolamento è stato approvato (24 favorevoli, 6 astenuti e 4 presenti non votanti) con l’appoggio di tutta la maggioranza e del M5S, mentre l’intera opposizione si è astenuta proprio in ragione della presunta scarsa efficacia della delibera. Ma la norma, ha sottolineato la giunta in più occasioni, deve essere interpretata anche come un segnale politico lanciato verso il legislatore nazionale perché si intervenga per rendere più stringente anche la normativa statale prendendo una posizione chiaramente contraria al gioco d’azzardo e a favore della salvaguardia dei cittadini.

    Federico Viotti

  • Operazione restaurazione: scandalo politico, crollano le ipocrisie

    Operazione restaurazione: scandalo politico, crollano le ipocrisie

    giorgio-napolitanoIl bello di queste ultime votazioni per il Quirinale è stato che hanno permesso di smascherare tante ipocrisie.

    Cade l’ipocrisia che la formazione di un governo col PD fosse impedita dall’oltranzismo del M5S. In realtà era evidente che le due forze politiche non potessero stare assieme semplicemente sulla base di otto punti programmatici tanto interessanti sulla carta, quanto fumosi nella pratica. E dopo un mese di (supposto) corteggiamento, non appena il M5S ha gettato un ponte proponendo Rodotà, cioè un politico di sinistra che potesse anche farsi garante di un cambio di rotta grazie alla sua notoria indipendenza e integrità, il PD ha accuratamente evitato di prenderlo in considerazione, senza preoccuparsi nemmeno di spiegare perché. (A dire il vero qualche parlamentare ha provato ad azzardare un: «Non potevamo votarlo, perché metà del partito non l’avrebbe votato», ma poi forse gli altri si sono accorti che addurre l’indisponibilità a votare il miglior candidato di sinistra come giustificazione dell’indisponibilità a votare il miglior candidato di sinistra sarebbe stato uno sprezzo del ridicolo fin troppo sfacciato).

    Cade poi l’ipocrisia delle “larghe intese”. In realtà, impallinata la candidatura di Marini, Bersani ha provato subito a far passare un uomo del PD contando soltanto sui voti del PD e nonostante l’aperta ostilità del PDL e l’indisponibilità del M5S (tra l’altro neppure interpellato).

    Cade anche l’ipocrisia che il PD sia un partito di sinistra: anzi, che si tratti affatto di un partito. In realtà questa strana formazione, aggregatasi in un tempo neanche troppo lontano (era il 2007) dietro ad una mal compresa “necessità” di bipolarismo, ha rappresentato lo sforzo di far convivere i reduci dell’Unione Sovietica con i reduci della Democrazia Cristiana: due culture che erano state entrambe tagliate fuori dalla Storia, che avevano poco da spartire e che dovevano però trovare una ragione per stare insieme. Ripudiata in gran segreto la tradizionale vocazione dei partiti di sinistra, cioè la difesa dei lavoratori e dello Stato sociale, perché considerata ormai (con grande lungimiranza storica) definitivamente fuori moda, fu necessario trovare un’altra piattaforma ideologica: ed è da qui che derivano quei feticci che sono stati la bandiera della sinistra italiana dell’ultimo ventennio.

    In primis l’anti-berlusconismo: uno slogan di facciata a cui tanti militanti hanno voluto credere fino all’ultimo, nonostante tutte le evidenze del contrario; ma che dal week-end scorso è ormai definitivamente smascherato. Impossibile infatti azzardare qualsiasi scusa di fronte all’evidenza del “gran rifiuto” opposto a Rodotà per favorire la “sorpresa” Marini, tanto cara a Berlusconi (il quale – si sa – non da mai niente per niente…).

    L’altro feticcio è l’europeismo, un dorato vincolo esterno che già Vladimir Bukovskij, con felice sintesi, definì “EURSS”; un bel sogno di diritti, multiculturalismo, efficienza nordica e maturità nazionale, che alla sinistra italiana veniva molto comodo per dare l’impressione di avere una qualche posizione. Tuttavia da questo sogno siamo a breve destinati a svegliarci. E se l’input ad uno smantellamento ordinato dell’euro-zona non verrà da un altro paese membro, per l’Italia il ritorno alla realtà non potrà che essere traumatico. Di ciò sarà responsabile proprio la forza politica che per anni ha impedito un serio dibattito sulla moneta unica, che ha mitizzato il lavoro di Ciampi, Prodi e Padoa-Schioppa e che ancora oggi finge di non sentire voci autorevoli, come quella di Paul Krugman, che pure sta cercando di avvisarci del disastro in tutti i modi.

    L’ultimo feticcio è stato consacrato definitivamente in questi giorni, per la sorpresa solo di chi faceva finta di non capire: Giorgio Napolitano. Avendo scelto di erigere un partito sui due feticci di cui sopra, i dirigenti della sinistra sono stati costretti a divorziare completamente dall’analisi del reale per privilegiare il calcolo elettoralistico, il politically correct e le mode del momento; cosicché, se il vento cambiava, privi di strumenti per navigare, non potevano far altro che andare alla disperata ricerca di un’ancora di salvezza. Per sette anni quell’ancora è stata il Presidente della Repubblica. Questo simpatico vecchietto, che ha saputo muoversi in modo da accontentare un po’ tutti i partiti, e che grazie all’aurea di ultimo baluardo istituzionale e alla dolcezza da primo “nonno d’Italia” ha saputo conquistarsi la benevolenza delle masse, è rimasto nel corso della crisi l’unica figura politica che si potesse presentare alla gente, il cavallo di troia con cui un establishment anacronistico poteva perpetrare se stesso: e per questo è stato conservato come una reliquia e venerato come un semidio.

    Da qui deriva la leggenda del grande statista Giorgio Napolitano; il quale, invece, ad uno sguardo disinteressato appare una figura piuttosto mediocre, un Presidente preoccupato soprattutto di conservare l’esistente, autore di pesanti forzature, con gravi responsabilità politiche nella gestione della crisi e serie opacità. Non è strano che alla fine la sua riconferma al Quirinale si sia rivelata l’unica soluzione possibile; ma che si tratti dell’ultima foglia di fico di un sistema politico allo sbando appare evidente dalla scena kafkiana del giuramento: il Parlamento in festa applaude le parole del Presidente mentre questi si prende il vezzo di criticarlo violentemente. E’ l’impietoso specchio di una classe politica priva di contenuti fino alla contraddizione; un’istantanea iconica della Casta da consegnare alla Storia, insieme con il volto imperturbabile di Maurizio Paniz mentre galvanizza gli impavidi “trecento” che faranno di Ruby “Rubacuori” la possibile nipote di Mubarak.

    Cade infine anche l’ipocrisia di una stampa conservatrice se non libera, almeno capace di esprimere qualche autonoma riserva. In realtà, dopo averci raccontato delitti e castighi del M5S con scomode inchieste tipo: “Rodotà è davvero il candidato della rete?”, il “quarto potere” non ha trovato di meglio da fare che salutare l’elezione del vecchio Presidente con editoriali degni di un cinegiornale degli anni ’30. Né al Corriere della Sera, né al Sole 24 Ore, né alla Stampa, né all’Unità, né agli altri grandi giornali che ci tengono “informati” è venuto in mente di denunciare lo scandalo politico dell’operazione di restaurazione a cui abbiamo assistito e che ha come ultimo precedente il Congresso di Vienna del 1815. A nessuno è venuto in mente di sottolineare che una tornata elettorale nazionale che aveva terremotato l’Europa e una cruciale corsa per l’inquilino del Quirinale sono passate come acqua fresca, riproponendo esattamente la situazione preesistente. Ieri avevamo un governo Monti all’insegna dell’austerità, una presidenza Napolitano e una maggioranza PD più PDL: oggi ci ritroviamo con una presidenza Napolitano, un inciucio tra PD e PDL bello apparecchiato, un governo fatto col rimpasto nel miglior stile “prima repubblica” e, quanto alle riforme da fare, indovinate un po’ di cosa si parla tanto per cambiare? Dell’agenda Monti. E a fronte di questo scempio, non appena Grillo pronuncia la parola “golpe”, esattamente come hanno fatto tutte le altre forze politiche in passato, si grida subito all’eversione. E’ un vero peccato che il comico si sia corretto (con inedito senso della misura) e si sia fermato proprio sul più bello, perché sarebbe stato un discreto spettacolo assistere al coro degli “aita, aita!” rivolti a Re Giorgio II per convincerlo ad inviare i carabinieri contro il vile gerarca in marcia verso Roma.

    Il vantaggio di tutta questa situazione è che nessuno potrà più dire di non aver capito. La Casta ha deciso di arroccarsi nel bunker e di regalare a Grillo quella battaglia per la novità e il ricambio che fin qui ha fatto la sua fortuna (permettendogli tra l’altro di mettere in secondo piano i nodi irrisolti e di imparare a moderare toni e linguaggio). E’ probabile che proprio su questa linea di frattura nei prossimi giorni il PD si spaccherà: da una parte i “responsabili” che sosterranno il “governissimo”, dall’altra quelli che andranno all’opposizione con Grillo, i quali pure, visti i nomi che circolano, non sembrano davvero preparati a separare il liberismo dalla difesa dello Stato sociale, in modo da tentare il difficile esodo verso la terra promessa di una cultura politica di sinistra.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale Genova: lavori bloccati sul futuro di Amt

    Consiglio Comunale Genova: lavori bloccati sul futuro di Amt

    amt-trasporto-pubblico-d1Da mesi l’immagine è sempre la stessa. L’aula del Consiglio Comunale gremita di lavoratori dell’AMT,  consiglieri – soprattutto quelli del PD – contestati e lavori dell’amministrazione completamente bloccati.

    Non è bastato il congelamento del piano industriale avvenuto la scorsa settimana a tranquillizzare gli animi dei dipendenti AMT, che proprio ieri hanno effettuato un nuovo sciopero.  Presenti in Sala Rossa hanno dapprima interrotto il Sindaco intento a riportare le ultime evoluzioni della vicenda e poi hanno lanciato una serie di attacchi diretti al capogruppo del Pd Farello, reo di aver dichiarato alla stampa nei giorni scorsi che l’unica via per la soluzione della crisi aziendale fosse l’intervento un partner privato. Di fronte all’escalation di urla nei confronti del consigliere del PD la seduta è stata sospesa convocando una riunione capigruppo a cui hanno preso parte anche il Sindaco e i rappresentanti sindacali.

    Alla ripresa della seduta il rappresentante della FAISAL  – CISAL (il principale sindacato dell’AMT), chiamato a parlare proprio dai banchi della Giunta, ha voluto precisare che il rispetto delle istituzioni da parte dei lavoratori è massimo, ma che «la situazione è di grande tensione» e che in tale contesto l’intervento del consigliere Farello rischia di mettere in discussione la difficile trattativa in atto tra dirigenza AMT, Comune e sindacati per la risoluzione della crisi aziendale.

    Il Sindaco Doria ha quindi ripreso l’intervento interrotto, ribadendo che il principale obiettivo dell’amministrazione resta quello di «garantire la sopravvivenza dell’azienda», pur essendo consapevoli, però che essa si trova in un profondo squilibrio strutturale tra costi e ricavi. Mentre saranno ridotti i contribuiti statali, erogati attraverso la Regione Liguria, da 67 a 65 milioni di euro, il Comune manterrà inalterato il proprio contributo di 20 milioni di euro, anche se, precisa il Sindaco, sarà necessario ridurre il costo del lavoro facendo ricorso anche agli ammortizzatori sociali.  «Non si tratta di un intervento per far stare meglio i lavoratori, ma per tenere in vita l’azienda».

    «Ma una volta che l’azienda  sopravvive cosa accadrà domani? – prosegue Marco Doria – Bisogna considerare la possibilità di dare un’adeguata solidità patrimoniale ad un’azienda che è sottocapitalizzata». Ed è proprio questo punto che restano i maggiori punti interrogativi, visto che, a meno di un improbabile miglioramento repentino dei conti pubblici difficilmente si troveranno nuove risorse per finanziare AMT. Parlare di privatizzazione fa paura a tutti, ma nessuno sembra saper definire con chiarezza un piano alternativo. A ben vedere non è nemmeno molto chiaro quale privato possa avere interesse ad acquistare l’azienda e l’incertezza regna ancora sovrana sulla questione. Il Sindaco ha poi concluso il proprio discorso facendo riferimento alle contestazioni fatte dai lavoratori nei dei politici, evidenziando che in una situazione complicata come quella di AMT è sbagliato individuare un “cattivo” a cui addossare delle responsabilità individuali e ribadendo che in Consiglio Comunale «le opinioni hanno cittadinanza piena».

    Approvazione rendiconto del Comune

    Nella seconda parte della seduta si è approvato il rendiconto consuntivo del 2012 con 21 voti a favore, 8 astenuti (M5S, Lista Musso), 3 contrari (Pdl). Nonostante si trattasse di un passaggio piuttosto formale, è stata l’occasione per introdurre molti temi che, con ogni probabilità, saranno al centro del dibattito politico nei prossimi mesi . Innanzitutto l’opposizione ha toccato il nervo scoperto di questa amministrazione di centro sinistra chiedendo che, in occasione della programmazione del nuovo bilancio, venga chiarita la posizione della giunta su sviluppo economico e infrastrutturale. Le emergenze legate alle difficoltà economiche di molte aziende genovesi hanno messo in sordina, questioni come le grandi opere su cui la maggioranza è stata più volte in difficoltà.

    Il consigliere Vassallo (Pd) ha risposto a queste osservazioni anticipando alcune linee che potranno guidare il percorso del Consiglio Comunale. Il Comune ha bisogno di far cassa per trovare nuove risorse da investire e questo potrebbe essere fatto soprattutto incrementando gli affitti dei propri immobili, ad esempio rivedendo al rialzo alcuni canoni di locazione particolarmente agevolati, come avviene nel caso delle società sportive.  Il consigliere ha poi aggiunto che la discussione sulle sorti di Amt dovrà essere allargata ricomprendendo altre aziende partecipate come Aster e le Farmacie del Comune.

    Di fatto il consiglio è ancora inchiodato sulle emergenze da risolvere, come il trasporto pubblico, la cui soluzione non è ancora stata decisa, ma la necessità di approvare il bilancio previsione del 2013 pone le basi per “voltar pagina” introducendo nel dibattito nuovi temi di importanza strategica per il futuro di Genova.

     

     Federico Viotti

  • L’elezione del Presidente della Repubblica e lo “sfascismo” di Grillo

    L’elezione del Presidente della Repubblica e lo “sfascismo” di Grillo

    rodotaNon si riesce davvero a sfuggire all’impressione che si voglia a tutti i costi delegittimare il M5S. Intendiamoci: non è che Grillo e i suoi siano esenti da critiche. Tutt’altro. Il problema è che, anche se la critica è sempre legittima, circostanze e toni sono piuttosto sospetti. Ad esempio, sul Corriere della Sera il professor Sartori spiega bene perché la Costituzione liberi i parlamentari dal vincolo di mandato: essenzialmente perché devono rappresentare il popolo, non il partito che li ha catapultati in Parlamento. Giusta quindi la critica tanto alla sparata di Grillo di qualche tempo fa, quanto, più in generale, all’idea che i rappresentanti del popolo non debbano essere dei mediatori, ma dei meri portavoce teleguidati dal web (come anche io avevo scritto mesi fa).

    Però il professore va ben oltre: «non riesco a capire» – conclude  – «come la nostra Corte costituzionale non abbia sinora veduto una così macroscopica violazione costituzionale». Il M5S sarebbe (testualmente) una «organizzazione incostituzionale» perché il suo leader ha detto che vorrebbe cambiare la Costituzione in modo da poter dettare la linea politica agli eletti del suo partito. Quella di Sartori è una valutazione davvero assurda e ipocrita. E’ assurda perché la Corte costituzionale non si occupa di censurare parole e opinioni discutibili, a maggior ragione se arrivano da un privato cittadino quale Grillo tutto sommato rimane. E’ ipocrita perché, quanto ai fatti, non mi pare che il M5S si sia particolarmente distinto per tutto questo intruppamento “eversivo” cui sembra alludere Sartori: anzi, è vero il contrario, dato che alla prima occasione si è subito spaccato, non diversamente da quello che può accadere a qualsiasi altro partito. Ma l’ipocrisia dipende soprattutto dal fatto che il vincolo di mandato, per quanto a me possa dispiacere e benché il professore paia non essersene accorto, è già una realtà: lo ha reso un’arte quasi sublime Berlusconi, quando ha chiesto e ottenuto che trecento parlamentari votassero la presunzione di parentela tra Ruby Rubacuori e l’ex-presidente dell’Egitto Mubarak; lo ha reso sistemico la “peggiocrazia”, ovvero una classe politica reclutata appositamente per le sue caratteristiche di debolezza e ricattabilità, e quindi docile ai voleri di un ristretto gruppo dirigente, che è il vero decisore; infine lo presuppongono implicitamente anche i continui richiami alla responsabilità, al voto utile e alla condivisione, che provengono spesso e volentieri proprio dal giornale dove Sartori scrive.

    La coperta, infatti, è corta: se i parlamentari votano secondo coscienza, c’è anche il rischio che le minoranze possano ricattare le maggioranze oppure fare cadere i governi (dunque, addio responsabilità); ma se bisogna essere responsabili e sostenere i governi, allora i parlamentari devono inevitabilmente sacrificare un po’ di autonomia di pensiero. Strano che a un fine politologo come Sartori sfugga questa banalità. (Abbiamo dovuto aspettare un economista, Claudio Borghi Aquilini, per sentir dire finalmente : «il voto responsabile non esiste: se si votano delle cose sbagliate, il voto è irresponsabile»).
    Strano che dopo vent’anni che i partiti fanno strame della carta costituzionale, improvvisamente, per una sparata tanto sbagliata quanto inoffensiva, Sartori si sia messo a strillare “Accorruomo!” e  “Gendarmi!”. Strano che non si marchi mai la differenza che c’è tra i progetti piduisti ed eversori che dichiaratamente costituiscono il nucleo ideologico di molti reputatissimi politici e le parole sconclusionate di Grillo; quasi che le due cose possano essere messe sullo stesso piano.

    Beppe GrilloIn realtà, fino a prova contraria, pare che dietro a Grillo e Casaleggio ci siano solo loro stessi: per cui, turpiloquio a parte, se nel tentare di proporre soluzioni nuove il comico e il suo guru peccano di “giovanilismo”, non si vede per quale motivo gridare al colpo di Stato. Al contrario sembra che, almeno per il momento, il M5S sia interessato a rappresentare esigenze di coerenza e reale democratizzazione del paese; esigenze peraltro abbastanza genuine, anche se magari grossolane, imprecise e a volte totalmente mal direzionate.

    Piuttosto, se Grillo ha costruito un grande consenso sul rifiuto del compromesso (che pure è un ingrediente essenziale della politica) e una trasparenza talebana, ciò non dipenderà forse dal fatto che per anni la parola “compromesso” è stata usata come scusa per i peggiori inciuci e le più volgari trattative? Se non si fanno queste contestualizzazioni, è facile allora cadere nel sospetto che si avanzi una critica legittima solo per farne poi un uso pretestuoso. E’ difficile dire, per fare un altro esempio, che Lilli Gruber stia esercitando solo un libero diritto di critica quando invita nel suo salotto televisivo tre esponenti dell’opinione pubblica che sparano a zero sul M5S, mentre lei, commentando la candidatura di Milena Gabanelli, tra vari aggrottamenti di sopracciglia si chiede: «Sarà una trappola?».

    Ognuno è libero di dire quello vuole: ma resta il fatto che sono vent’anni che il centro-sinistra puntualmente si fa fregare da Berlusconi; esattamente nello stesso momento in cui la Gruber va in onda, Bersani è ancora lì, fedele alla tradizione, che si affanna alla ricerca del compromesso col Cavaliere; e quando arriva Grillo a proporre l’icona par excellence del presepio delle belle statuine di sinistra, una che fa molto “Raitre”, ma anche una persona onesta, seria, proveniente (finalmente) dalla società civile e per giunta (finalmente) donna, la Gruber, che il giorno prima se la prendeva financo con Napolitano per la mancanza di presenze femminili tra i dieci saggi (quale sanguinosa perdita per le discendenti di Eva!), invece di rallegrarsi improvvisamente si scopre preoccupata che l’offerta possa nascondere una non meglio imprecisata “trappola”.
    E’ dunque quantomeno lecito chiedersi se non esista verso Grillo una diffusa diffidenza da parte dell’opinione pubblica, alimentata dal rifiuto del M5S ad omologarsi.

    In ogni caso, se mai ci sono stati, questi giochi sono destinati ad arrestarsi. La Gabanelli si è tirata indietro e ora il candidato del M5S è Rodotà (un nome che io stesso avevo fatto nell’immediato dopo-elezioni): a questo punto cade anche l’ultima foglia di fico di una laureata al DAMS che non viene dal mondo delle istituzioni e non si potrà più speculare sullo “sfascismo” di Grillo. Tant’è che, in un clima da “notte dei lunghi coltelli”, si prepara la resa dei conti tra i dirigenti PD, costretti dagli eventi ad una scelta radicale: o con Grillo per un nome davvero indipendente e autorevole, o con Berlusconi per i suoi processi.

    Andrea Giannini

  • Amt, Consiglio Comunale: il sindaco congela il piano industriale

    Amt, Consiglio Comunale: il sindaco congela il piano industriale

    autobus-amt-5«Ritirate il piano industriale»! Questo il grido che ha accompagnato ieri l’intera seduta del Consiglio Comunale. A pronunciarlo sono stati i lavoratori dell’AMT presenti in aula, infuriati e preoccupati per la previsione di 430 esuberi all’interno dell’azienda.

    La contestazione, a volte molto accesa, ha costretto in più occasioni il presidente Guerello ad interrompere la riunione e per placare gli animi è servito un intervento diretto del sindaco che ha parlato a lungo con i lavoratori presenti nella tribuna del pubblico.

     

    Al termine di una giornata di incontri e trattative è giunta la comunicazione, firmata da Marco Doria in persona, che sanciva la momentanea interruzione del piano aziendale «finalizzata all’avvio immediato di una trattativa che consenta il raggiungimento di un’intesa con le organizzazioni sindacali». Tutto rinviato, dunque, ma solo fino a fine aprile, data entro la quale il documento richiede che venga trovata una soluzione condivisa.

    doria-folla-protesta-consiglio-comunaleIl rifiuto del piano industriale  è stato netto fin dal principio da parte dei dipendenti, che non accettano alcun intervento a riduzione del personale. «Ma quali esuberi che non ci danno un congedo nemmeno per miracolo» afferma a gran voce qualche lavoratore dagli spalti dell’aula rossa di Palazzo Tursi. I conti dell’azienda però dipingono una situazione davvero preoccupante, con il rischio per nulla remoto di portare AMT al fallimento entro giugno. In questi mesi il nodo del trasporto pubblico locale è stato costantemente al centro del dibattito politico, senza però mai giungere ad una decisione definitiva e risolutiva del problema.

     

    Il piano industriale AMT, presentato lunedì alla commissione consiliare territorio, in realtà, non avrebbe dovuto essere oggetto di dibattito del Consiglio, ma è stato inevitabilmente richiamato dal primo punto all’ordine del giorno della seduta, che riguardava l’aumento del prezzo dei biglietti e degli abbonamenti. Una manovra inizialmente legata al mantenimento della tariffazione integrata bus-treno, ma che, vista la delicatissima situazione finanziaria dell’azienda, è ormai ritenuta fondamentale per la sua stessa  sopravvivenza.

    Gli aumenti previsti riguarderanno, per esempio, il biglietto singolo che passerà da 1,50 a 1,60 euro, l’abbonamento mensile che salirà da 43 a 46 euro e quello annuale da 360 a 395 euro. In questo modo l’azienda ha previsto di aumentare di circa due milioni di euro le proprie entrate (da 71 a 73 milioni) trasformando però al tempo stesso il trasporto pubblico genovese nel  più caro d’Italia.

    Nonostante si riconoscano le oggettive difficoltà dell’AMT, che per mantenere il servizio integrato ha dovuto anche pagare 6,5 milioni di euro (più un milione messo a disposizione dalla Regione) a Trenitalia, molti partiti hanno espresso la propria contrarietà agli aumenti . Il consigliere Enrico Musso ha criticato questa scelta affermando che non esiste alcun collegamento tra il mantenimento del biglietto integrato e l’incremento delle tariffe: «Si tratta di un aumento dei ricavi indifferenziati che si applica a perdite indifferenziate». Per questa ragione il capogruppo della Lista Musso ha proposto di affiancare al biglietto treno – bus anche un biglietto di costo inferiore per chi utilizza solo l’autobus.

    A questa proposta se ne sono affiancate molte altre, come la richiesta, comune a molti i partiti, di non aumentare il costo degli abbonamenti e persino la riduzione dell’abbonamento per i giovani da 255 a 199 euro, avanzata dal M5S, per fidelizzare la fascia giovanile della popolazione all’uso dei mezzi di trasporto pubblici. Proposte respinte dall’Amministrazione, per bocca dell’assessore alla Mobilità e Traffico Anna Maria Dagnino, poiché ogni modifica avrebbe portato a conseguenze poco prevedibili sulle stime dei ricavi aziendali calcolati per il 2013.

    Ma  chi ha controllato fino ad oggi la correttezza della gestione di AMT? È stato fatto tutto il possibile per il suo rilancio? Questi sono alcuni dei quesiti che ha rivolto il consigliere dell’Idv Anzalone all’aula, proponendo di istituire una commissione speciale che effettuasse degli approfondimenti su questi aspetti. A sostenerlo in questa richiesta di chiarezza anche il M5S, che ha chiesto la presentazione dei libri mastri dell’azienda per poterne analizzare i contenuti e individuare eventuali sprechi. Il consigliere Anzalone ha affondato ulteriormente il colpo mettendo in evidenza l’incongruenza di una manovra che da un lato prevede licenziamenti e aumenti tariffari, mentre dall’altro stabilisce il pagamento di 3 milioni di euro di straordinari.

    La delibera è stata infine approvata, ma con numeri che evidenziano uno scarso sostegno al provvedimento da parte dell’aula. Solo 15 voti a favore (Pdl e Lista Doria), 8 contrari (Pdl, Listo Musso, Fds, Sel) e9 astenuti (M5S, Udc, Gruppo Misto). Particolarmente evidente è l’ennesima spaccatura all’interno della maggioranza con il voto contrario dei due alleati più “radicali” (Sel e Fds).

     

    Federico Viotti

  • Vincolo esterno e pensiero unico: il significato nel linguaggio politico

    Vincolo esterno e pensiero unico: il significato nel linguaggio politico

    Parlamento-ItalianoAncora nel mio ultimo articolo criticavo l’imperante logica del vincolo esterno” e quella del “pensiero unico”. Vediamo di precisare meglio queste definizioni, dato che ormai stanno prendendo il loro posto nel linguaggio politico.

     

    Il vincolo esterno

    Il vincolismo in politica si può definire come il limite all’autonomia decisionale imposto da circostanze esterne considerate ineluttabili. In altri termini: “volevamo tanto fare quella tal cosa”, “avevamo in effetti detto che avremmo preso quel tal altro provvedimento”, “fosse solo per noi, non avremmo desiderato altro”… MA, e qui la lista delle possibili scuse inderogabili è lunga: il minimo comune denominatore, però, è sempre che si tratta di qualcosa di esterno, qualcosa cioè su cui le istituzioni nazionali non hanno giurisprudenza; su cui politica e parti sociali non possono incidere, ma che possono solo riconoscere e rispetto alle quali devono solo adeguarsi.

    Negli anni ’90 andava molto di moda:è la globalizzazione”, che più recentemente si tende a declinare anche con: “oggi c’è la Cina”; da cui a sua volta segue come corollario: “non possiamo pensare di competere con le vecchie regole, i vecchi rapporti di lavoro sono sorpassati”, eccetera eccetera. A cavallo del secondo millennio è cominciato a circolare un altro mantra: “ce lo chiede l’Europa”. Cosa fosse questa “Europa”, chi fossero esattamente questi “Europei” che ci chiedevano di adeguarci e perché, poi, ce lo chiedessero non si è mai capito bene; ma mentre si pronunciavano queste parole solenni (“ce lo chiede l’Europa”) sembrava quasi di sentire risuonare i versi immortali di Schiller: «Freude, schöner Götterfunken, Tochter aus Elysium», che si spandevano nell’aere sulle note di Beethoven: e questionare sarebbe apparso quasi un atto di hybris. Eppure, non so voi, ma io da piccolo, quando venivo beccato a fare una marachella e tentavo di giustificarmi dicendo: “l’ha fatto anche il mio compagno!”, venivo tacitato così: “se il tuo compagno si butta sotto un treno, ti ci butti anche tu?”. Ma, curiosamente, è proprio quello che abbiamo fatto: ci siamo buttati sotto un treno esattamente per il motivo che lo facevano anche gli altri (i quali non erano poi così intelligenti, come oggi è piuttosto evidente).

    Più recentemente siamo passati al linguaggio economico: “abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, “il responso dei mercati” ed infine, in un crescendo rossiniano, ecco il principe di tutti i vincoli esterni: lo spread. Niente è più concreto, più chiaro, più incontestabile dello spread, perché ha dalla sua tutta la scientificità, l’oggettività e la potenza del “numero”: e più quel numero va su, più noi paghiamo di interessi in termini di miliardi di euro. Come si può negare o sminuire questa evidenza? E infatti non si può. Il Sole 24 Ore, a fine 2011, titolava a tutta pagina: “Fate presto!”; tutta Italia andava in fibrillazione seguendo le ultime notizie dalla borsa; e persino io, che ora faccio ironia, all’epoca sovrastimavo l’emergenza e ne perdevo di vista il contesto. Certo lo spread è reale e non dipende (fino a prova contraria) da un complotto della “finanza speculativa” (che – per inciso – è una definizione piuttosto bizzarra, come “pesce nuotante” o “uccello volante”). Tuttavia mancano un paio di dettagli: non ci si ricorda da dove nacque l’emergenza e soprattutto non si dice se esiste un’alternativa alla dittatura dei mercati.

    A proposito di dove nasce l’emergenza ne abbiamo già discusso: non fu certo perché si scoprì che in Italia c’era il debito pubblico (sai la novità!), ma perché venne fuori che la Grecia era nei guai e che la banca centrale europea, fedele agli altolà di Berlino, non si sarebbe impegnata a garantire i debiti nazionali, limitandosi ad acquisti mirati e attenendosi esclusivamente al contenimento dell’inflazione, che costituisce il suo mandato. Di colpo i titoli di Stato della zona euro cessarono di essere considerati un rendimento sicuro: e il resto è storia nota. Anche per quel che riguarda le alternative, almeno incidentalmente, ne ho già parlato quando mi sono occupato dell’euro, mostrando che, in effetti, altre possibilità ce n’erano: solo che non andavano di moda. Ed è qui che andiamo ad incrociare l’altro tema in questione.

     

    Il pensiero unico

    Il pensiero unico è il monopolio del dibattito giustificato da una pretesa di necessità ed auto-evidenza. Consiste nel presentare un punto di vista del tutto parziale e opinabile come se fosse una conquista dell’umanità del tutto fuori discussione, mentre “il resto è noia”, eccentricità, idealismo o forse anche peggio. Si tratta, insomma, di una tecnica di condizionamento tra le più subdole, perché mira a convincere della necessità di una certa soluzione insinuandola tra le pieghe di quello che si da per scontato.

    Il pensiero unico si subisce soprattutto sulle questioni che richiederebbero conoscenze specifiche. Non essendo possibile, infatti, che ogni individuo sia esperto su tutto lo scibile umano, quando si parla di economia, finanza, giustizia, energia, ma anche politica, è molto difficile entrare nel merito, ed è dunque inevitabile che si vada alla ricerca del parere altrui. Il senso comune suggerisce di dare fiducia a chi appare più competente e lontano da interessi di parte; e la prudenza suggerisce di diffidare degli eccessi per tenersi sulla linea della maggioranza: non solo per via dell’idea che se molti pensano la stessa cosa, ci sono più probabilità che questa cosa sia vera, ma soprattutto per via del fatto che sbagliare con gli altri è meno pericoloso che avere ragioni da soli. Il problema è che oggigiorno queste dinamiche di formazione del consenso sono piuttosto note: e sfruttarle a proprio vantaggio è molto più facile di quello che sembra.

    Prendiamo come esempio il tema delle fantomatiche “riforme”. In Italia se ne parla da talmente tanti anni che ormai, quando si tocca l’argomento, tutti si dicono d’accordo. Tuttavia ciò non dipende dall’intrinseca bontà dell’argomento (valutazione di merito), ma da una banale tautologia: vale a dire, che è ovvio che se le cose non vanno bene, allora vanno cambiate o riformate. Ma il problema è un altro: riformare come? Il trucco sta nel lasciare questa questione sospesa tra il detto e il non detto.

    Se da un lato, infatti, non è un mistero quali “riforme” abbiano in mente gran parte di quelli che se ne riempono la bocca, dall’altro è evidente che, potendo, si guardano bene dall’esplicitarle: perché se si esprimessero chiaramente, non riscuoterebbero propriamente un grande successo. Molto meglio buttare lì l’idea, dare il tempo alla gente di abituarsi, continuare a parlarne come della cosa più razionale e pacifica del mondo, e poi, quando finalmente arriva l’occasione (cioè l’emergenza), invocarne l’adozione come il rimedio a lungo agognato.

    E’ già successo con il governo Monti. A una crisi finanziaria di credito privato si è risposto con i vecchi cavalli di battaglia del liberismo, cioè vincolando le finanze pubbliche al pareggio di bilancio, al taglio del debito (fiscal-compact) e a un limite di deficit (six-pack). E’ stata innalzata l’età pensionabile (riforma delle pensioni) e si è facilitato il licenziamento (riforma del lavoro). E quando è stato necessario addirittura modificare la Costituzione (riforma costituzionale), lo si è fatto senza alcun dibattito pubblico, sempre nella logica dell’emergenza e con la scusa che occorresse lasciare lavorare i molto competenti “tecnici”. I quali sono dipinti un po’ come “scienziati”; e in quanto tali – si presume – sapranno quello che va fatto esattamente come i tecnici di C.S.I. sanno ricavare dalla scena di un delitto il DNA dell’assassino. Ma la realtà è molto più sfumata. L’economia non è la matematica: c’è sempre spazio per le opinioni. E le opinioni possono celare precisi interessi.

     

    La fine del pensiero economico unico

    Nessuna pretesa “scientificità” o profondità di esperienza può giustificare il pensiero unico. Al contrario, forse mai come in questi ultimi anni la discussione economica si è vivacizzata. Dal 2008 in particolare i “rapporti di forza” nel mondo accademico hanno cominciato a mutare e il pensiero liberista, che per trent’anni aveva pesantemente condizionato il dibattito, è entrato decisamente in crisi; tanto che oggi si contesta apertamente quelli che fino a pochi anni prima erano considerati dogmi inappellabili: una rigorosa disciplina di bilancio, l’indipendenza delle banche centrali, la primaria necessità della lotta a spesa, debito pubblico e inflazione, la libera circolazione dei capitali, la deregolamentazione finanziaria, l’efficienza del settore privato, la liberalizzazione indiscriminata, l’arretramento del pubblico e il superamento dello Stato sociale.

    Più in generale è in discussione la filosofia stessa del liberismo, cioè l’idea che se ciascuno persegue il proprio guadagno personale, alla fine, “come guidato da una mano invisibile” contribuisce a disegnare una società più ricca e felice. In realtà – sostengono molti autorevoli economisti e premi nobel – se la famosa “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith non si vede (perché constatiamo che si producono sempre più crisi e più disuguaglianze), ciò non si deve al fatto che è invisibile, ma al fatto che non esiste.

    Di qui la necessità di intervenire per imporre il diritto sopra il mercato, rivalutando il ruolo dello Stato, lo stimolo della spesa pubblica e le reti di protezione sociale. Di qui critiche anche radicali al liberismo, visto come giustificazione teorica al problema della compatibilità sociale del perseguimento individuale della ricchezza. Di qui la necessità di rivedere il paradigma di questo capitalismo socialmente instabile ed intrinsecamente insostenibile, perché squilibrato a vantaggio delle società più forti e basato su un ideale di crescita infinita, quando le risorse a disposizione sono limitate.

     

    Divergere è sano

    Ovviamente l’eco di questo dibattito in Italia non si è ancora sentita. E’ anche per questo che ci sembra così sensato il richiamo al dialogo e al compromesso: perché ormai è passata l’idea che il confronto ideologico sia morto, che non sia più necessario dividersi, perché quello che si deve fare già si sa, e che quindi, nel mondo del terzo millennio, non ci siano più interessi in contrapposizione. Ma è un’ipocrisia colossale.

    Negli Stati Uniti (tanto per fare un esempio) è ben chiaro ciò che distingue un repubblicano, che è a favore di un minore intervento statale e minore spesa pubblica, da un democratico, che invece vuole più tutele e più investimenti da parte dello Stato. E benché non manchino occasioni di convergenza (ci mancherebbe altro), la normale logica è che ogni partito difende le sue idee e cerca di farle prevalere: occasionalmente sacrifica qualcosa, ma non può sacrificare tutto sempre. Perché le idee di un partito rappresentano interessi: e sacrificarle significa cedere a interessi di altri, che possono essere in contrasto con i miei. Gli interessi delle potenze mondiali non sono gli interessi dei paesi poveri; gli interessi di un gruppo finanziario non sono gli interessi di un operaio edile; gli interessi miei non coincidono con quelli che saranno gli interessi dei miei nipoti; e gli interessi del ladro non sono gli interessi del derubato.

    Da tutto questo discorso segue la necessità di non adeguarsi passivamente ai messaggi provenienti dall’informazione mainstream, perché in un dibattito pubblico (nel complesso) di scarsa qualità ci sono modi sicuri e collaudati per far passare un’idea di parte ammantandola nella veste del buon senso, del realismo e del pragmatismo.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale: regolamento per il controllo delle Società Partecipate

    Consiglio Comunale: regolamento per il controllo delle Società Partecipate

    palazzo-tursi-aula-rossa-d27Dopo 3 sedute in Commissione Consiliare giungeva finalmente ieri in Consiglio Comunale la delibera di Giunta sul Regolamento per il Controllo delle Società Partecipate. Un documento profondamente rielaborato, rispetto al testo iniziale, con l’obiettivo di accogliere le richieste dei gruppi di maggioranza e di opposizione puntando ad un’approvazione condivisa. Nonostante il lungo dibattito avvenuto in commissione gli emendamenti presentati soprattutto da M5S, Pdl e Lista Musso, hanno impegnato il Consiglio per metà mattinata e per tutto il pomeriggio con la discussione di ben 53 emendamenti e 14 ordini del giorno.

    Di questi la maggior parte è stata respinta, ma alcune modifiche, non volute dalla Giunta, sono state introdotte grazie ad un voto trasversale che ha visto M5S, Lista Musso, Pdl e Lista Doria sostenere col proprio voto un emendamento che consente alla ASPL (Autorità per i Servizi Pubblici Locali), oltre che al Comune  di Genova, di svolgere il controllo periodico sull’andamento delle società partecipate.

     

    COSA CAMBIERA’ CON L’INTRODUZIONE DI QUESTO REGOLAMENTO?

    Come ribadito da più consiglieri si tratta di un atto dovuto, in recepimento del decreto legislativo 18 agosto 2000 numero 267, in cui si prevedeva la necessità di introdurre un sistema di controlli sulle società partecipate dei comuni. Non si tratta quindi di un atto rivoluzionario, anzi, forse tardivo, ma che tuttavia colma un importante vuoto su questo argomento. Come ha detto il consigliere Boccaccio (M5S): «C’è da stupirsi che questo regolamento non esistesse».  Il cattivo andamento di molte partecipate, che spesso è emerso anche durante i lavori del Consiglio, e la conseguente necessità di intervenire con un’iniezione di denaro pubblico a loro sostegno sono pratiche che non possono più essere consentite in un momento in cui le risorse sono più scarse che mai. Il Regolamento introduce una serie di meccanismi di controllo dei bilanci delle partecipate, di verifica dei risultati ottenuti e di maggiore trasparenza nella divulgazione delle informazioni relative alle società con lo scopo di non consentire più gestioni inefficienti e poco chiare. Il concetto viene riassunto nelle parole del capogruppo dell’Udc Gioia che ha detto: «Spero possa terminare la situazione di partecipate che sono in perdita e non forniscono nemmeno i giusti servizi ai cittadini».

     

    Molti interventi sono stati fatti a favore della trasparenza delle società Partecipate, poiché nonostante i bilanci siano pubblici, la loro accessibilità è spesso complessa. Per questo si è prevista la realizzazione di una pagina web istituzionale di ogni partecipata sul sito del Comune di Genova, che dovrà essere regolarmente aggiornata e in cui dovranno essere pubblicati i bilanci e gli obiettivi strategici.

    Nonostante si tratti di un passo avanti, rimangono ancora alcuni dubbi sull’efficacia del regolamento. In fondo si tratta di uno strumento e, evidenzia Baroni (Ex Pdl, ora gruppo misto) «se si avessero voluto controllare i bilanci si potevano controllare anche prima. Non vorrei dare troppa enfasi, mi interessa la sostanza». Starà quindi nella corretta e scrupolosa applicazione delle regole il vero cambiamento di rotta e ciò dipende fondamentalmente dalla volontà politica del Consiglio. Inoltre Gioia (Udc) ritiene sia importante accogliere fino in fondo le finalità per cui la Corte dei Conti ha sollecitato l’adozione di questo regolamento, sottolineando che «di fronte a risultati negativi reiterati, gli obblighi di controllo impongono all’ente di valutare attentamente le condizioni che avevano portato alla scelta di creare la partecipata». In altre parole il Comune dovrebbe poter rinunciare alla sua quota se ciò portasse solo perdite e nessun vantaggio.

     

    PD CONTRO SINDACO DORIA E GIUNTA

    La mattinata del Consiglio era stata invece animata da uno scontro tra Pd e il Sindaco, testimoniata anche da una dichiarazione a firma del capogruppo Farello e del consigliere Vassallo in cui si afferma: «Visto l’aggravarsi della crisi di due importanti realtà industriali come Piaggio Aero Industries e Selex Es, ci aspettavamo che fosse il Sindaco Doria a portare in aula questioni così importanti». Il Pd aveva infatti proposto di inserire un articolo 54 ad inizio seduta per dare una prima risposta ai lavoratori di queste due aziende che negli ultimi giorni sono scesi in piazza col timore di poter perdere il proprio posto di lavoro. Vista la volontà espressa lunedì dal Sindaco Doria e dal Presidente della Regione Burlando di chiedere un confronto con il Governo e Finmeccanica su questi temi, il principale partito di maggioranza aveva deciso di ritirare la propria interrogazione a risposta immediata contando sul fatto che il Sindaco intervenisse in aula. «Oggi – si legge sul comunicato stampa del Pd – Consiglio Comunale e l’amministrazione nel suo complesso non danno buona prova di sé. Mentre ci dilunghiamo in discussioni su procedure e ripicche, le manifestazioni dei lavoratori Fiera e Selex rischiano di non trovare ascolto da parte della principale istituzione della città».

    Nonostante il tentativo, con una serie di interviste e con una seconda nota pomeridiana, di smorzare la polemica con la Giunta, accusando i partiti di minoranza di aver messo in atto «giochi della vecchia politica», resta agli atti l’ennesimo episodio di una difficile convivenza tra due anime della sinistra, spesso intente a dimostrare la propria diversità di vedute sugli argomenti importanti della città.

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Beppe GrilloIl dato politico di questa settimana è la pervicace tensione collettiva all’inciucio PD-PDL: che sarebbe già una realtà, se non ci fosse la seccante presenza del M5S a complicare notevolmente le cose. Prendiamo l’ultima mossa di Re Giorgio Napolitano. E’ vero che, come è stato osservato un po’ da tutti i commentatori, la trovata dei dieci “saggi” serve soprattutto a prendere tempo, in modo da congelare la situazione fino a quando non verrà eletto un nuovo e politicamente più forte Presidente della Repubblica; ma è anche vero che, se si è scelto di farlo con questi nomi e con queste modalità, lo si deve soprattutto al fatto che si è voluto indicare anche un preciso indirizzo. Mentre il governo Monti rimane in carica, il pool composto da vecchi politici e alti funzionari pubblici dovrebbe lavorare alacremente per creare un programma “condiviso”. E tanto meno chiaro è per l’opinione pubblica l’esito preciso che di qui è lecito attendersi, quanto più chiaro è il messaggio lanciato dal Quirinale: costruire ponti, sopire le divisioni, creare “convergenze”, instaurare il “dialogo”, garantire la “governabilità”, auspicare le “riforme”, dare “credibilità”, “mantenere gli impegni” e così via con tutta la serie di frasi fatte che compongono l’attuale dibattito politico; frasi che – voglio sperare – i lettori di questa rubrica avranno ormai cominciato a guardare con sospetto.

    Dovrebbe essere evidente, anzi, che certi termini rassicuranti e certe locuzioni tautologiche non hanno un reale significato: sono solo “supercazzole” stile Conte Lello Mascetti; parole a caso dette per confondere l’interlocutore e raggirarlo. E funzionano benissimo. L’inequivocabile verdetto degli elettori? Posterdate per due con impegni da mantenere. La lotta all’austerità? Terapia tapioco governabilità sprematurata. E l’ineleggibilità di Berlusconi? Riforme condivise come se fosse antani. Almeno il rinnovamento della politica? Convergenze alla supercazzola con scappellamento a destra.

    Insomma, inventarsi scuse in un clima di emergenza non è un problema: ma l’intento è quello di tirare su un esecutivo compatto che azzeri in fretta le distanze marcate in campagna elettorale e torni docilmente sulla strada del pensiero unico. Come dire: votare è stato bello, ma ora non scherziamo. Nuove elezioni, guai a parlarne: «Sarebbe una sciagura!», ha tuonato Bersani (e visti gli storici risultati del PD non possiamo biasimarlo). Così si va avanti a deprecare la mancata convergenza e gli egoismi dei partiti, mentre si producono giustificazioni sempre fresche per teorizzare le manovre di palazzo. L’ultima in ordine di tempo è: “serve urgentemente un governo di larghe intese per evitare l’effetto recessivo del combinato di tagli e tasse in arrivo”; di cui però è responsabile il precedente governo, che a sua volta – guarda un po’! – era stato incaricato urgentemente e aveva governato grazie alle larghe intese! Il Bersani imitato da Crozza avrebbe detto: «Ragassi, non è che a Gesù ci puoi dire che chiodo schiaccia chiodo!». Eppure è proprio quello che stanno dicendo a noi.

    L’altra scusa, quella dello spread, come avevo agevolmente previsto (ma non ci voleva un genio…) in questo momento è disinnescata. Il perché lo ha spiegato bene la settimana scorsa a Radio 24 Davide Serra, il finanziere che da Londra paga la campagna elettorale dell’amico di Maria De Filippi: il governo Monti ci ha legato mani e piedi ai vincoli di bilancio, col risultato che non possiamo più spendere un euro senza il placet di Bruxelles. E questo se da un lato, per il momento, fa si che i nostri creditori siano piuttosto tranquilli, dall’altro rende necessaria una nuova trovata geniale: “serve un governo credibile per contrattare in sede europea un po’ meno di austerità”. Capolavoro.

    Peccato che per questo servirebbe piuttosto un governo in-credibile. Ammesso e non concesso, infatti, che sia vero quello che recita la vulgata corrente, cioè che bisogna convincere l’Europa che non siamo spendaccioni e scansafatiche, possiamo forse sperare di farcela con un Monti dimissionario sostenuto a sua volta dal partito che “non ha vinto le elezioni” e dal partito del “bunga-bunga”? Se voi foste “l’Europa” (questa entità mistica), anche se l’operazione di maquilage riuscisse meglio e il Presidente del Consiglio incaricato fosse una nuova personalità dall’ottima reputazione, per questo vi fidereste? La risposta mi pare ovvia: tant’è che la Commissione Europea continua a ribadire ad ogni occasione che non ci saranno sconti per l’Italia. E anche se ci concedessero – bontà loro! – uno zero virgola di deficit in più, è difficile sostenere che questo potrebbe bastare a ribaltare le sorti del paese.

    Aggiungo un’altra cosa, visto che il puntello di ogni possibile alleanza è il PD e si invoca la “credibilità”: che credito si può dare ad un partito che va alle elezioni annunciando accordi con Monti (cioè uno che Paul Krugman non fatica a definire “il pro-console installato dalla Germania”) e che poi dopo le elezioni corre precipitosamente incontro alle forze che criticano radicalmente il rigore? Va bene cambiare idea: ma in questi casi è difficile sfuggire all’impressione che si vada sempre dove soffia il vento.

    E’ pur vero che tutto questo discorso sembra contraddetto dal fatto che Bersani resta fermo sul no al “governissimo” e appare orfano di Grillo, più che di Berlusconi. Ma non bisogna commettere l’errore di guardare la realtà attraverso le lenti dei manichei di sinistra: quelli che avrebbero voluto tanto vedere insieme “i buoni” (M5S e PD).

    Pier Luigi Bersani

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    Cerchiamo piuttosto di andare al sodo. Quello che vuole il Cavaliere si sa benissimo: un salvacondotto per i suoi processi. Per ottenerlo è disposto a fare alleanze con chiunque e ad accettare i diktat anche dell’Oceania, se è il caso. Il centro-sinistra, dal canto suo, anche se viene dipinto come prigioniero dell’anti-berlusconismo (da chi evidentemente ha abitato in un altro paese negli ultimi vent’anni), nei fatti non ha mai disdegnato i compromessi sottobanco o le alleanze occasionali giustificate dalle circostanze: si va dalla bicamerale al finale tecnico dell’ultima legislatura. Ma oggi solo Renzi, questa strana specie di liberale di sinistra, può pensare ancora di dar vita ad una qualsiasi coabitazione col Cavaliere votandone (conditio sine qua non) l’eleggibilità e accordandosi con lui su chi mandare alla Presidenza della Repubblica. Bersani, che si ricorda ancora dove dovrebbe collocarsi il partito, giustamente ha qualche remora a sacrificare quel minimo di differenza programmatica che il PD conserva per poi regalare i voti a Grillo, mentre questi se ne sta comodo comodo a sparargli addosso dall’opposizione.

    Ecco perché, nonostante le pressioni istituzionali e dei media “moderati”, Bersani resta appeso alla flebile speranza di un accordo in extremis con i grillini: perché dopo le ultime elezioni mercanteggiare ancora con Berlusconi significherebbe dare definitivamente ragione a quel M5S che è diventato primo partito proprio sostenendo l’identità tra PDL e “PD-meno-l”. Se si andasse a nuove elezioni (su questo Renzi ha qualche argomento in più) le cose potrebbero anche cambiare; ma ad oggi è l’imponente risultato elettorale di Grillo il vero ostacolo all’inciucio: ed è il motivo per cui su di lui gravita il livore dei mezzi d’informazione.

    Non importa che sia per il timore di restare incastrato nel ricatto della governabilità o per la paura di governare, per calcolo o per caso, per una brillante strategia o per inesperienza politica, per una fine analisi o per ottuso purismo; il dato è che il M5S non si piega alla logica del vincolo esterno (la crisi! i mercati! lo spread! li Turchi!) e non si conforma al pensiero unico (sia fatto ciò che si sa che si deve fare). Questa circostanza inedita manda letteralmente in fibrillazione l’establishment e i poteri consolidati (tra cui rientra a buon diritto anche la criminalità organizzata, che infatti lancia messaggi inquietanti), perché non si può più ricorrere alla vecchia soluzione che faceva tutti contenti: mettersi d’accordo là in alto alle spalle dei cittadini. Al contrario, se per caso Grillo dovesse acconsentire ad un compromesso, c’è da scommettere che, con grande sollievo generale, l’autoritarismo diventerebbe coerenza, la protesta proposta e il turpiloquio dolce stil novo.

     

    Andrea Giannini

  • Amt, fallimento e privatizzazione: si avvicina la resa dei conti

    Amt, fallimento e privatizzazione: si avvicina la resa dei conti

    autobus-amt-2La settimana scorsa si è conclusa con una notizia positiva per AMT.  Grazie ad un accordo con Trenitalia è stato mantenuto il biglietto integrato bus – treno fino a fine 2013, comportando però un aumento del biglietto da 1,50 a 1,60 euro. Comune e Regione si sono piegati alla richiesta di 8,5 milioni di euro da parte di Trenitalia rinviando a data da destinarsi la revisione di questa somma che la Giunta ha sempre ritenuto eccessiva. Un buco è stato tappato, ma nel colabrodo AMT sono molti quelli ancora aperti.

    È evidente che per la partecipata del Comune il problema principale, come ha ribadito in più occasioni l’assessore Dagnino, è il mantenimento dell’equilibrio finanziario tra costi e ricavi. Il rischio di fallimento dell’azienda – che giunge quando il capitale sociale (3 milioni e 900 mila euro) si riduce più di un terzo – è stato fino ad oggi sventato solo dall’intervento del Comune, com’è accaduto, per esempio, con l’iniezione di 5,5 milioni di euro nell’estate del 2012. Queste soluzioni permettono di tenere in piedi l’azienda, ma sono del tutto inadatte a sostenere nuovi e necessari investimenti in mezzi e infrastrutture per migliorare il trasporto pubblico locale.

    In una situazione di generale scarsità di risorse pubbliche la privatizzazione di AMT diventerà quindi un tema fondamentale. Questa possibilità era stata prospettata già nell’estate del 2012 dallo stesso Sindaco Doria poco dopo il suo insediamento, non escludendo che la quota da cedere ad un privato potesse essere anche superiore al 50%. In questi mesi la questione è stata sostanzialmente congelata, ma visto il recente acuirsi della crisi aziendale è diventato particolarmente urgente riprendere il dibattito là dove era stato lasciato.

    autobus-amt-1E probabilmente non saranno cambiate di molto le posizioni dei partiti, con il Pd sostanzialmente favorevole a procedere ad una privatizzazione, frenato all’interno della stessa maggioranza dalla dubbiosa Lista Doria, Fds, Sel e Idv. Chiaramente contrario è il Movimento 5 Stelle, mentre più attendista sembra essere l’opposizione, il cui scopo principale sembra essere più che altro quello di mettere in luce le debolezze della maggioranza.

    Alcuni esponenti del Pd si sono dichiarati anche disponibili ad una cessione del 100% delle quote dell’AMT purché questa operazione sia collegata ad un progetto di ampio respiro sulle infrastrutture del trasporto pubblico locale, comprendendo l’allungamento della linea della metropolitana fino a Terralba e  la creazione di una tranvia. Vi è il dubbio, infatti, che la semplice cessione di quote con l’obiettivo di finanziare il solo trasporto su gomma possa essere poco strategico per la mobilità pubblica cittadina.

    Da tempo circola il nome di Busitalia, un’azienda facente parte del gruppo Ferrovie dello Stato, che ha già acquisito il 100% dell’Ataf (azienda degli autobus di Firenze) e ha in progetto di rilevare anche una quota della torinese GTT, come possibile acquirente delle quote di AMT. Un’operazione su cui però il Sindaco vuole muoversi con molta cautela valutando attentamente vantaggi e svantaggi.

    In realtà un primo passo verso la privatizzazione è già stato compiuto. Infatti è in corso un bando per designare un advisor, ovvero un soggetto terzo (solitamente una banca) il cui compito sarà quello di effettuare una valutazione sul valore di AMT, in previsione di una cessione di sue quote ai privati. Questa operazione dovrebbe concludersi già nei prossimi 3/4 mesi.

    Per rendere più appetibile il piatto, è stata più volte avanzata anche l’idea di cedere insieme ad AMT parte delle quote di Genova Parcheggi, la società che gestisce i parcheggi a pagamento della città, una delle poche partecipate del Comune che possa vantare un utile. Infatti AMI, l’azienda che gestisce le infrastrutture del trasporto municipale e le rimesse degli autobus, detiene attualmente il 100% di Genova Parcheggi, incorporandola di fatto in AMT.

    Su queste basi si muoverà il dibattito politico, nella speranza che tra i vari fattori presi in considerazione possa rientrare anche l’impegno di garantire ai cittadini un servizio di trasporto pubblico a prezzi accessibili che lo rendano una reale alternativa all’uso del mezzo privato.

    Federico Viotti

  • Governo, premier esterno ai partiti e totale assenza di contenuti

    Governo, premier esterno ai partiti e totale assenza di contenuti

    NapolitanoA quelli che si strappano i capelli e maledicono Grillo perché non avremo un esecutivo politico targato PD-M5S consiglio di riconsiderare da capo la questione e di riflettere se non sia il caso piuttosto di tirare un bel sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Certo, nel breve periodo non avremo la tanto agognata “governabilità” e neppure un “esecutivo stabile”: ma siamo proprio sicuri che tutto questo l’avremmo avuto con un Bersani premier che si regge con i voti del M5S, mentre Grillo spara cannonate dal web? A voler essere onesti non si può credere che un esperimento del genere sarebbe potuto durare per più di un paio di mesi. Le due parti sono divise da un astio reciproco piuttosto profondo: i “grillini” attribuiscono ai “democratici” responsabilità non minori di quelle di Berlusconi e dunque aspirano a mandarli in pensione al più presto; mentre i “democratici”, dal canto loro, considerano i “grillini” solo una forza di protesta rozza, ingenua e (s)fascista.

    A confronto appariva addirittura più realistica l’eventualità di un esecutivo a guida congiunta PD-PDL, cioè quella sorta di “inciucione” che – manco a dirlo! – i soliti “moderati” non hanno smesso di caldeggiare sin dal giorno dopo le elezioni. Pare tuttavia che Bersani ci tenga ancora un minimo a che il suo partito non scompaia definitivamente dal mondo del visibile: e per fortuna anche questa seconda opzione non si è concretizzata.

    E’ probabile a questo punto che Napolitano, già dalle prossime ore, decida di giocare una carta a sorpresa puntando su un nome di prestigio esterno ai partiti. Staremo a vedere: anche se lo scetticismo è d’obbligo. Resta il fatto che non si riesce davvero a capire perché sprecare tutto questo tempo a tentare l’impossibile quando, se ci fossimo messi subito il cuore in pace, a quest’ora avremmo già la data della prossimi elezioni. Il paese è spaccato in tre blocchi non certo (una volta tanto…) per colpa della politica , quanto per la più elementare forma di libera espressione democratica: il voto. E non si capisce perché sia così difficile accettare che questo voto non ha espresso una maggioranza chiara. Sono cose che possono succedere in democrazia: ad esempio, è proprio per questo che in Francia eleggono il Presidente della Repubblica col doppio turno.

    Si dirà: ma ora c’è la crisi! Ci vuole un governo subito per prendere della misure urgenti! La crisi a ben vedere c’è già da diversi anni, ma in effetti non c’è dubbio che avremmo un disperato bisogno di fare qualcosa per combattere una recessione che sta distruggendo le aziende e spingendo al suicidio imprenditori e cassaintegrati. Tuttavia mi permetto di notare che la scusa dell’urgenza non è nuova: e l’ultima volta che ce l’hanno venduta non è andata poi molto bene. Mentre Monti saliva a Palazzo Chigi, a fine 2011, a crisi già in corso e con uno spread alle stelle, l’OCSE prevedeva per il 2012 un calo del PIL dello 0,5% e una lieve ripresa per il 2013. Con l’uomo della Bocconi è finita che abbiamo realizzato un bel -2,4% e per l’anno in corso si prevedono altri cali vistosi (-1,8% secondo Fitch). Eppure Monti era reputatissimo e raccoglieva un ampio sostegno parlamentare: ma questo non ha evitato che una strategia negativa conducesse a risultati negativi.

    Sarebbe dunque il caso di uscire dalla logica del governo a tutti i costi: perché se è vero che senza un governo non facciamo niente, è anche vero che col governo sbagliato possiamo fare persino peggio di niente.

    PD, PDL e M5S hanno evidentemente idee molto diverse di cosa sia necessario fare in questo momento: mescolare a caso queste tre carte non mi pare il metodo migliore per cavarsi fuori dai guai (in realtà fa venire in mente la scena della roulette russa de “Il Cacciatore”). Sarebbe piuttosto il caso di chiedersi prima quale sia la strategia giusta per invertire la recessione: e a quel punto si potrebbe discutere anche del governo.

    Io mi sono fatto la domanda e mi sono risposto (marzullianamente) da solo già due settimana fa. Mi avrebbe fatto piacere ascoltare in giro altri pareri, ma devo constatare che il mondo dell’informazione ha cosa più serie a cui pensare: a meno che, ovviamente, non si pensi davvero che con gli 8 punti di Bersani saremmo usciti dalla crisi. Sono proposte di sicuro interessanti, anche se un po’ fumose: proposte che in ogni caso sarei ben contento di vedere discusse. Purtroppo però 7 di quegli 8 punti riguardano ipotesi di riforma di lungo periodo, che mostreranno cioè i loro effetti dopo molti mesi, se non anni: e dunque non possono risolvere l’urgenza che, per definizione, è ora. Al contrario per giustificare la necessità di un governo immediato, che non può attendere neppure il tempo di un’altra tornata elettorale, ci vorrebbe almeno un provvedimento da attuare immediatamente: altrimenti ci stiamo prendendo in giro. E quali sono dunque questi provvedimenti urgenti che un ipotetico esecutivo dovrebbe varare al più presto? Mistero.

    Eppure tra gli otto punti di Bersani ce n’era uno che aveva questi requisiti d’immediatezza: era il primo punto, quello che predicava l’uscita dalla gabbia dell’austerità. Sarebbe stato interessante sentire da Bersani come si fa a «conciliare la disciplina di bilancio con investimenti pubblici» e poi come si convince Berlino. Sarebbe stato interessante, certo, se ci fosse stata un’opinione pubblica interessata a mettere da parte gli psicodrammi, le pseudo-alleanze, i capelli di Casaleggio e le parolacce di Grillo per provare a parlare di contenuti.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale, Amt e società partecipate: nulla di fatto

    Consiglio Comunale, Amt e società partecipate: nulla di fatto

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7Sono sempre due gli argomenti al centro dell’azione del Consiglio Comunale: da un lato l’emergenza AMT che chiama in causa la complessità della situazione di tutto il trasporto pubblico locale e dall’altro la regolamentazione sulle società partecipate.

    La scorsa settimana la regolare seduta del Consiglio era stata rinviata per approfondire proprio il tema del Regolamento sui controlli delle società partecipate, viste le notevoli modifiche apportate dalla stessa Giunta al documento elaborato inizialmente. La convocazione, per la terza volta, di una Commissione congiunta Affari Istituzionali e Sviluppo Economico doveva servire per trovare un accordo tra le forze politiche sul testo del regolamento, ma la quantità di emendamenti (52) presentati soprattutto dall’opposizione ieri in Consiglio Comunale sembra evidenziare che tale accordo non era stato raggiunto.

     

    Alla fine l’approvazione definitiva è stata ulteriormente rinviata a martedì 9 aprile. La novità principale dovrebbe riguardare l’obbligo da parte delle società partecipate di presentare un piano aziendale corredato di obiettivi che verrà sottoposto all’approvazione del consiglio contestualmente alla presentazione del bilancio previsionale del Comune. Questi obiettivi saranno poi sottoposti anche a verifica in sede di discussione del rendiconto consuntivo, in modo tale da poter valutare l’operato della dirigenza e l’eventuale distribuzione degli incentivi.

    É stata invece ridimensionata l’idea iniziale di introdurre un limite di retribuzione per gli amministratori decidendo di non inserire una norma nel regolamento, ma di rimettersi a ciò che viene previsto dal Testo Unico sugli enti Locali che prevede un tetto massimo pari al 70% della retribuzione del Sindaco. Il Movimento 5 Stelle è intervenuto in aula ribadendo la propria volontà di studiare insieme all’amministrazione un limite inferiore a quello previsto dalla legge, il cui ammontare è pari a circa 300 mila euro.

    La crisi di AMT

    Corso EuropaCon un’informativa dell’assessore Dagnino, si è anche affrontato uno dei problemi che stanno impegnato in modo più intenso l’amministrazione dal suo insediamento, ovvero la crisi dell’AMT e del trasporto pubblico locale nel suo insieme.
    La Regione Liguria potrebbe intervenire in aiuto di AMT mettendo a disposizione 1 milione di euro per mantenere il biglietto integrato.

    Dopo le voci di queste settimana che parlavano di una probabile abolizione del biglietto integrato bus – treno, è infatti giunta la notizia di una possibile riapertura della trattativa tra AMT e Trenitalia. La Regione sarebbe disposta a ripristinare il finanziamento di 1 milione di euro che negli anni precedenti aveva permesso di raggiungere la cifra di 7 milioni e mezzo di euro richiesti da Trenitalia per aderire al servizio. In questo momento ancora nulla è stato formalizzato, ma la tariffazione integrata sarà ancora mantenuta in proroga per un mese, in attesa che la negoziazione giunga ad un esito positivo.

    E intanto la situazione di AMT resta appesa ad un filo, come hanno sottolineato gli stessi consiglieri comunali che hanno anche parlato, nemmeno troppo velatamente, di un fallimento ormai raggiunto ed evitato solo grazie all’iniezione di capitali pubblici nell’azienda. L’impossibilità di effettuare investimenti influisce anche sulla qualità del servizio, infatti, ha affermato il consigliere De Benedictis: «Il parco mezzi è il più vecchio d’Italia». Si tratta di autobus che hanno mediamente 12 anni mentre la media europea è di 7 anni e ciò comporta anche spese di manutenzione sproporzionate. Circa 1800 interventi per guasti ai freni nel 2012 e 300 solo in tre mesi nel 2013, 350 riparazioni di pneumatici e 220 per perdite di olio dal motore. Questi sono i numeri di un servizio pubblico che diventa sempre più incompatibile con l’idea di aumentare il prezzo del biglietto. Pagare di più per che cosa?

    «È chiaro che i mezzi escono in regola e in sicurezza» ha voluto precisare l’assessore Dagnino, evidenziando anche che sono stati acquistati 18 nuovi mezzi e che sono previsti investimenti per 30 milioni di euro per manutenzione e rimesse.
    Ma la questione, come hanno sottolineato molti consiglieri di maggioranza e opposizione, è molto più ampia e richiede una riflessione generale, che ancora non è stata fatta, sulla possibilità di definire insieme alla Regione un piano del trasporto pubblico locale che permetta una maggiore integrazione tra diversi mezzi di trasporto pubblico e tra trasporto pubblico e privato. Solo in questo modo sarà possibile tentare una razionalizzazione che consenta di contenere i costi. Nei prossimi mesi due saranno i possibili scenari a confronto: un difficile rilancio dell’AMT con capitale pubblico e risparmi sui costi o la privatizzazione dell’azienda; opzione quest’ultima che vede contrapposto il Pd favorevole e Lista Doria contraria.

     

    Il Teatro dell’Ortica

    Buone notizie dal Consiglio comunale, invece, per quanto riguarda il Teatro dell’Ortica. A margine del consiglio è stata data notizia dell’imminente accordo con la Provincia di Genova per il mantenimento del Teatro dell’Ortica nella sua sede di via Allende. Proprio su questo tema era stata firmata a tutti i consiglieri una dichiarazione con cui veniva chiesto al Sindaco e alla Giunta di impegnarsi per evitare lo spostamento. La formalizzazione dell’accordo dovrebbe giungere a beve. Per ripercorrere la vicenda del Teatro rinviamo agli articoli di Era Superba sull’argomento.

     

     Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]