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  • Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    banca-cipro

    Quando l’attualità conferma l’analisi che fai appena la settimana prima, dovresti essere contento di portare a casa, se non altro, almeno una piccola soddisfazione intellettuale. Il problema è che qui si esagera: siamo al punto che rincorrere tutte le conferme che clamorosamente arrivano sta diventando una faticaccia.

    Neanche il tempo di registrare il parere del premio nobel Joseph Stiglitz, con il quale l’euro sale senza appello sul banco degli imputati, che a Bruxelles si rimettono alacremente a fabbricare nuove argomentazioni per i detrattori della moneta unica.

    Il pasticciaccio di Cipro, infatti, non è che l’ultimo capitolo dell’epica saga di decisioni tremende che costituiscono la crisi dell’euro-zona; ma è utile, quantomeno, per capire dove stiamo andando e per sfatare i luoghi comuni.

    Le banche della Repubblica di Cipro – come è noto – erano in sofferenza già da qualche tempo a causa – si dice – dei titoli di Stato greci, ma più in profondità – si sa benissimo – per il solito meccanismo perverso di indebitamento privato estero. In sintesi: la moneta unica azzera il rischio di cambio, arrivano i capitali esteri, l’indebitamento privato sale mentre quello pubblico, per la gioia degli osservatori di Bruxelles, diminuisce; poi arriva lo shock esterno, i capitali esteri si ritirano, le banche vanno in crisi, lo Stato deve intervenire per sostenerle e il debito pubblico riprende a salire.

    EuroE’ interessante notare come questo canovaccio, una volta di più, sia stato seguito alla lettera, con la notevole eccezione che la Repubblica di Cipro – essendo in buona sostanza un piccolo paradiso fiscale (cosa che ci ricorda da vicino, con rispetto parlando, l’Irlanda) – non ha smesso di esercitare un certo fascino su certi correntisti esteri, provenienti sopratutto dall’est.

    A parte questo, per il resto si tratta di un film già visto, compresa la manfrina sugli aiuti europei, che poi aiuti veri e propri non sono, ma prestiti. Si doveva tirare fuori solo una dozzina di miliardi (robetta per i bilanci comunitari) e, piuttosto che accollarli tutti al contribuente, si è pensato bene di prendere l’ennesima decisione suicida: prelievo forzoso sui conti correnti, una cosa che in Europa aveva osato solo Amato nel 1992, quando ancora eravamo con la lira.

    E’ pur vero che Cipro è piccola e lontana, ma nemmeno la Grecia è la Francia: eppure la tragedia greca s’è diffusa lo stesso in tutta Europa. E’ evidente, dunque, che per i mercati è il principio che conta: e i messaggi che l’Europa sta lanciando, da qualche anno a questa parte, raccontano una storia ben precisa, una storia fatta di campane che suonano a morto per la moneta unica.

    C’era un tempo in cui chi possedeva titoli di Stato europei se ne camminava tranquillo per strada, sicuro di avere in tasca un pezzo di carta dal valore certo e incontestabile. Poi i rischi di una bancarotta greca a fine 2009 hanno spinto Berlino a convincere l’Europa che era necessario “to share the burden”, cioè condividere il peso della ristrutturazione del debito: morale, quel pezzo di carta non era più tanto sicuro. Fu così che scoppiò la crisi dei debiti sovrani (che da noi segnò la fine del governo Berlusconi IV) e i possessori di titoli greci furono costretti ad accettare il famoso haircut.

    europa-bceIl mese scorso ne è successa un’altra, sfuggita all’attenzione del grande pubblico ma non a quella del mondo finanziario: l’olandese SNS è stata nazionalizzata e le obbligazioni subordinate espropriate. Dunque nemmeno le banche, neppure di un paese “rigorista” che si  supponeva solido come l’Olanda, sono del tutto a riparo in questa Europa.

    E arriviamo così all’epilogo dell’altro giorno, l’ultimo colpo inferto alle già scosse certezze dei risparmiatori: la garanzia di Stato sui depositi bancari non esiste più. Questo ha detto, nella sostanza, l’Unione Europea, condizionando gli aiuti ad un prelievo del 6,75% sui conti correnti sotto ai 100.000 €.

    Così, se anche nel frattempo il Parlamento cipriota, a causa della protesta della gente, ha deciso di bocciare questa concessione fatta a Bruxelles, il sasso ormai è stato scagliato, perché, come ha scritto acutamente Wolfgang Münchau su Der Spiegel: «A Cipro e ovunque nella zona Euro i depositi fino a 100.000 Euro sono assicurati. Se ora arriva lo stato e dice: scusateci, con un escamotage brillante vi prendiamo i soldi, di fatto una tassa sui patrimoni, viene meno la fiducia».

    Secondo Münchau, dopo questa brillante trovata, l’atteggiamento più coerente è la corsa agli sportelli. L’editorialista tedesco cita al riguardo Sir Mervin King, governatore della Banca d’Inghilterra: “Non è razionale incominciare una corsa agli sportelli, ma è razionale parteciparvi una volta che è iniziata”. E in effetti il prossimo paese dell’euro-zona che entra o ripiomba in una vorticosa crisi dello spread non potrà più essere sicuro di niente: i titoli di Stato non sono garantiti, le obbligazioni bancarie neppure e, da lunedì, nemmeno i conti correnti. E, per inciso, il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi (qualunque cosa serva per salvare l’euro la faremo), che tanto era servito a gettare acqua sul fuoco della speculazione, ne esce seriamente ridimensionato.

    economia-soldi-D1Ma ci sono due punti ancora del dramma cipriota su cui conviene soffermarsi. Il primo riguarda le modalità dell’annuncio del via libera agli aiuti, dato a mercati chiusi, anzi chiusissimi. Si è avuto il buon senso, infatti, di attendere un week-end lungo, con un lunedì di festa nazionale e un martedì di chiusura bancaria forzata (con eventuale prolungamento, se necessario).

    Il che dimostra, allora, che quando si vuole queste cose si possono fare: si possono chiudere gli sportelli per prevenire il panico, si possono dare annunci scioccanti e si possono gestire. Dunque lo si potrebbe fare anche in caso di uscita dall’euro; mentre questi sacrifici, questi furti alle spalle dei correntisti anche più poveri, li stiamo discutendo – è bene ricordarlo – solo per l’ostinazione di rimanerci a tutti costi.

    Il secondo punto – se permettete – è il più gustoso. La Repubblica di Cipro formalmente ha giurisdizione su tutta l’isola, ma nella pratica la zona nord a influenza turca è indipendente e molto vicina ad Ankara: tant’è che vi circola in prevalenza la lira turca. Neanche a dirlo, il nord cresce vorticosamente e la crisi non si è vista nemmeno in cartolina. Dunque, stessa isola con due monete diverse, legate a due economie diverse: una cresce l’altra no. Che c’entri qualcosa la moneta? Non lo sapremo mai. Fatto sta che il buon Münchau, uno che non ha mai fatto mistero di sostenere con convinzione l’euro, concludeva il suo editoriale con queste parole: «Si avvicina il giorno in cui l’Euro potrà essere difeso solo con i panzer. E allora non varrà più la pena difenderlo».

     

    Andrea Giannini

  • Comune di Genova, società partecipate: slitta l’ok al regolamento

    Comune di Genova, società partecipate: slitta l’ok al regolamento

    palazzo-tursi-vassallo-giovanni-Pd-DGiungerà in Consiglio Comunale il prossimo martedì il “Regolamento per il controllo delle società partecipate”, l’unico punto all’ordine del giorno della seduta di ieri. Proprio la mancanza di un testo definitivo su cui discutere in aula è stata la ragione che ha spinto a non convocare il Consiglio e di rinviarlo alla prossima settimana.

    La decisione ha riacceso la polemica per la scarsa produttività della Giunta alimentata non solo dai consiglieri dell’opposizione, ma anche dal consigliere Vassallo del Pd, uno dei veterani del principale partito di maggioranza. Alcuni  giornali hanno letto in questo rinvio “forzato”, come una presa di posizione del Partito Democratico contro il Sindaco Doria, reo di aver tentato di procedere ad un’approvazione lampo del regolamento. Che l’obiettivo di questo rinvio fosse approfondire il contenuto della bozza di documento presentato dall’assessore al Bilancio del Comune di Genova Miceli è effettivamente vero, ma che vi siano state delle tensioni tra la Giunta e il Pd è meno certo.

    Una delle ragioni principali del rinvio è dovuta principalmente alla volontà, espressa da diverse forze politiche, di convocare per la terza volta una Commissione congiunta Sviluppo Economico e Affari Istituzionali per approfondire l’analisi del documento e per audire l’Autorità Servizi Pubblici Locali (ASPL), un organo tecnico che si occupa proprio di controllo dei servizi erogati ai cittadini.

    Il regolamento, infatti, nasce per rispondere ad un obbligo di legge che prevedeva come limite ultimo per la sua approvazione da parte della Giunta il 9 marzo, dopo di che venivano concessi 60 giorni per ottenere anche l’approvazione del Consiglio Comunale. La necessità, quindi, di realizzare uno strumento per il controllo delle partecipate del Comune aveva portato alla definizione di un documento su cui, tuttavia, la norma stessa prevede la possibilità di un profondo intervento da parte dei consiglieri comunali. Nulla di strano quindi sul fatto che la Commissione abbia previsto una serie di riunioni per riconsiderare e modificare il testo emanato dalla Giunta.

    Durante la prima seduta, svoltasi giovedì 14 marzo, proprio il consigliere Vassallo aveva avanzato diverse proposte di modifica, formalizzate poi in un successivo documento in cui venivano previsti diversi cambiamenti per rendere più organico il testo e in cui si richiedeva di indicare con chiarezza l’organo a cui sarebbe spettata la definizione degli obiettivi delle partecipate e la verifica del loro raggiungimento.

    La bozza di regolamento presentata ieri ha accolto la maggioranza delle richieste del consigliere Vassallo, che si è detto soddisfatto del lavoro della Giunta, ma ha comunque voluto sottolineare la necessità di inserire un limite alla retribuzione variabile degli amministratori delle partecipate del comune – quella parte di stipendio dipendente dal raggiungimento degli obiettivi – e di stabilire un tetto anche per la retribuzione dei dirigenti.

    Su questo tema ha presentato nuovi emendamenti anche il M5S, che ha proposto di commisurare il massimo stipendio di un amministratore a 6 volte quello minimo di un dipendente della stessa società partecipata o, in alternativa, al 60% della retribuzione del Sindaco. Queste richieste di modifica potranno essere inserite dalla Giunta all’interno della versione definitiva del Regolamento di cui si discuterà in aula al prossimo Consiglio Comunale, in caso contrario potranno essere nuovamente presentate dal Movimento in fase di discussione in aula.

    Qualche ulteriore spunto per la riflessione, è giunto dal capogruppo del Pd Farello, il quale ha fatto notare come l’insieme delle norme esistenti sul tema a livello nazionale e locale abbiano fatto sì che l’amministratore, qualora non ottenga la parte di retribuzione variabile legata al raggiungimento degli obiettivi, essendo anche dirigente della società partecipata, potrebbe comunque ottenere gli incentivi che spettano a questa seconda figura. In secondo luogo il consigliere Farello ha messo in evidenza come il trasferimento della competenza per i controlli sulle aziende in capo al Consiglio Comunale renda di fatto inutili le authority.

    Fa parte di questi organismi anche la ASPL, la cui convocazione è stata annullata poiché formalmente non è richiesto un suo parere su una delibera del Comune.

    La prossima approvazione del regolamento apre la strada ad una serie di riflessioni sul sistema delle società partecipate del Comune di Genova, un tema sul quale la Giunta vorrebbe realizzare una profonda revisione, con l’obiettivo principale di riportarne il controllo nelle mani del Consiglio Comunale, riducendo la discrezionalità del Sindaco e il potere degli organismi esterni come le authority. Nelle prossime settimane l’argomento si riproporrà con sedute dedicate alle difficoltà economiche di AMT e AMIU.

     

     Federico Viotti

  • Consiglio Comunale Genova, mancano risorse per i servizi sociali

    Consiglio Comunale Genova, mancano risorse per i servizi sociali

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Al centro degli impegni della Giunta Doria vi è sempre stata la volontà di difendere il sociale anche di fronte alle chiare difficoltà economiche degli enti pubblici. Uno dei primi impegni dell’amministrazione era stato quello di portare a 42 milioni la quota di risorse a disposizione di questo settore nel bilancio 2012. Nonostante ciò in città si vive un fortissimo disagio sociale fotografato anche dai dati della Comunità di Sant’Egidio, presentati in aula dalla consigliera Lodi (Pd). Dal 2008 ad oggi i pasti forniti dalla Comunità sono più che quadruplicati passando da circa 12 mila a 55 mila all’anno. Allarma soprattutto l’aumento del numero di donne con bambini che chiedono aiuto alle associazioni di volontariato per sopravvivere e il fatto che più del 50% delle donne senzatetto della città sono italiane.

    In questo quadro un ulteriore elemento negativo deriva dal fatto che, per mancanza di risorse, il Comune ha progressivamente ridotto i contributi economici diretti ai cittadini e le sole associazioni di volontariato non sono in grado di reggere a lungo il peso della crisi. In risposta a questi dati l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie Dameri ha precisato che la diminuzione di tali contributi ha spinto molti cittadini a non presentare domande di aiuto presso il Comune, rendendo ancora più difficile effettuare una efficace “rilevazione del bisogno”. Si stanno quindi definendo nuovi indicatori per individuare le fasce più deboli della popolazione genovese, ma in attesa che siano ben chiare le dimensioni del fenomeno, altre cattive notizie giungono in Consiglio.

    I consiglieri Baroni e De Benedictis (Gruppo Misto) e Grillo (Pdl) hanno infatti chiesto spiegazioni all’assessore Dameri sulla presunta chiusura del Consultorio Familiare del Lagaccio; un’ulteriore ferita in un quartiere già in sofferenza. Paola Dameri non ha saputo però chiarire la situazione affermando di non aver ottenuto risposte dall’assessore regionale Montaldo. Questa affermazione dell’assessore ha ovviamente suscitato le critiche dell’opposizione, che ha puntato il dito contro l’incomunicabilità tra due Giunte, quella Comunale e quella Regionale, le quali, pur avendo orientamenti politici simili, sembrano essere incapaci di risolvere i problemi della città.

    Al di là delle strumentalizzazioni è ben noto che la costante riduzione dei trasferimenti statali e le conseguenze dalla crisi sul tenore di vita delle persone sta mettendo in serio pericolo la tenuta del sistema socio sanitario non solo a Genova, ma in tutta la regione. L’argomento rappresenterà un nodo cruciale in previsione dell’imminente approvazione del Bilancio Comunale provvisorio del 2013, che partirà già con un’ulteriore taglio ai trasferimenti statali.

    Un altro tema che accompagnerà la discussione politica nell’Aula Rossa di Palazzo Tursi per il prossimo anno sarà anche la revisione del PUC. Come si è detto più volte in Consiglio, la Giunta Doria sta procedendo ad una profonda revisione del piano urbanistico definito dalla precedente amministrazione. La notizia di ieri, annunciata dal vicesindaco Bernini in qualità di assessore all’urbanistica, riguarda la disponibilità dell’amministrazione a prendere in considerazione non solo le 800 osservazioni presentate entro i limiti previsti dalla legge regionale 36 del 1997 – ovvero 90 giorni dopo il deposito del piano  -, ma anche quelle pervenute oltre il tempo massimo. Il vicesindaco intende infatti procedere alla riapertura di un processo partecipativo che coinvolgerà i Municipi e le varie associazioni interessate all’argomento (in particolare ambientaliste o di specialisti come architetti) per ridiscutere insieme il PUC. Sulle osservazioni presentate verranno effettuate delle controdeduzioni che rappresenteranno la base per una nuova proposta della Giunta da discutere soprattutto con i Municipi.

    La versione finale del documento, adottato dalla Giunta stessa, sarà poi ripresentata in Consiglio, presumibilmente verso dicembre di quest’anno, per il dibattito e la votazione finale. I tempi massimi per l’approvazione del PUC sono 4 anni a partire dal suo deposito, ma i consiglieri hanno chiesto a Bernini che i tempi siano molto più brevi, poiché le modifiche del piano urbanistico rappresentano uno snodo importante nelle scelte strategiche di molte aziende genovesi. Il vicesindaco ha promesso di portare in aula nelle prossime settimane un cronoprogramma che definirà in modo preciso le tempistiche per giungere all’approvazione finale, che dovrebbe avvenire entro un anno.

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Marianna Pederzolli, incontro con il giovane consigliere di Palazzo Tursi

    Marianna Pederzolli, incontro con il giovane consigliere di Palazzo Tursi

    marianna-pederzolliIl suo interesse per la società e le forme di politica attiva è cominciato quando era giovanissima, al liceo, con il ruolo di rappresentante d’istituto, ed è proseguito con l’esperienza consiliare, della quale – con la praticità e la voglia di concretezza tipiche della persona giovane e piena di entusiasmo – ci racconta aspetti positivi e negativi, a quasi un anno di distanza dall’elezione in consiglio comunale.

    Un po’ della tua storia. Come è cominciato il tuo interesse per la politica attiva?

    La mia storia è quella di molti candidati nelle liste civiche: sono sempre stata interessata alle scelte e alle politiche della mia città, posso dire di aver avuto una gavetta extra partitica e nonostante io creda che il partito debba continuare ad essere, assieme ad altre forme di rappresentanza, il mezzo con cui fare politica, sono felice della mia formazione dal momento che non ho mai sentito rappresentate a dovere le mie istanze da alcun partito purtroppo.

    Il mio interesse per la politica scaturisce innanzitutto dall’attività studentesca attiva come rappresentante degli studenti all’interno del mio liceo e dalla quotidianità appunto con un sistema scolastico spesso inadeguato a ricoprire il ruolo di formazione e palestra di vita quale dovrebbe essere. È cresciuta di pari passo con la partecipazione a manifestazioni e organizzazione di autogestioni contro tutti quei ministri che uno dopo l’altro hanno cercato di smantellare la scuola pubblica, dalla riforma Moratti, al re-inserimento dei debiti introdotto da Fioroni (condivisibile di per sé ma discriminatorio se non si garantiscono un numero adeguato di ore di corsi di recupero), agli scellerati tagli della Gelmini da 8 miliardi di euro e 90.000 unità di personale, all’aziendalistica e pericolosa manovra di Profumo, il ddl Aprea. Nasce dall’associazionismo, dal volontariato nel centro storico, da dei valori di giustizia sociale e laicità profondamente radicati nella mia famiglia.                 

    Come sei arrivata alla candidatura? E’ stata una sorpresa? Hai in qualche modo avuto paura del ruolo che “rischiavi” di andare a ricoprire?

    Il percorso che mi ha portato ad essere candidata in una lista civica parte da lontano, in tempi non sospetti, con un incontro con Marco Doria avvenuto nel mio liceo durante un’autogestione. Un anno dopo con un gruppo di amici abbiamo cominciato a seguire e guardare con interesse a questo candidato sindaco slegato dai partiti, che intendeva la politica come servizio, che portava istanze di rinnovamento, rigore, trasparenza e che era riuscito a mobilitare così tante persone nei comitati territoriali, stufe dei soliti meccanismi di poltrona e di spartizione di potere e che chiedevano a gran voce un rinnovamento all’interno del centro sinistra cittadino. Siamo rimasti tutti sbalorditi quando ci hanno chiesto di scegliere una persona del nostro gruppo per rappresentare la fascia liceale e universitaria all’interno della sala rossa. Sono stata scelta io ma supportata per tutta la campagna elettorale, fatta praticamente a costo zero, dal gruppo di ragazzi che si era formato attorno alla candidatura di Marco. Non ci aspettavamo di riuscire a raggiungere abbastanza preferenze per poter varcare le soglie del consiglio comunale, per me è stata sicuramente una sorpresa e sarebbe una bugia dire che non ho provato un grande senso di responsabilità e di preoccupazione nel comprendere la portata dell’impegno che mi ero assunta, tutte emozioni che avevo già provato nel momento in cui avevo deciso di candidarmi in ogni caso, in cui tutti insieme avevamo deciso di accettare una sfida importante, che un po’ faceva paura ma in cui credevamo profondamente senza riserve.


    Quali sono le difficoltà maggiori con cui ti sei scontrata una volta giunta in consiglio comunale? Hai avuto l’impressione di trovarti in un qualcosa di più grande di te o ti sei trovata subito a tuo agio?

    Le difficoltà maggiori credo di averle trovate di fronte ad una serie di procedure formali e rituali a cui è soggetto il consiglio per me incomprensibili (non voglio qui negare l’importanza della forma, che spesso determina la bontà ed efficacia o meno del contenuto, la mia è una disapprovazione verso il teatro e la retorica in cui rischia di cadere a volte la discussione)  e sicuramente anche di fronte alla complessità  ed ai meccanismi lenti e farraginosi della macchina comunale. E’ facile in campagna elettorale e nelle piazze o all’opposizione trovare problemi e soluzioni,inevitabilmente un po’ semplicistiche, diverso è governare e riuscire ad incidere e raggiungere gli obiettivi che si erano prefissi di fronte alla complessità e alle variabili in gioco, ai meccanismi di alleanza e di fattibilità burocratica. Sono una cittadina di vent’anni, è ovvio che non conosca a menadito problematiche sulle quali Genova dibatte da decenni e questo è stata sicuramente una difficoltà iniziale che posso aver trovato; tuttavia proprio perché vengo da contesti di associazionismo in cui si è molto più concreti, non volendo dimenticare da dove vengo ma considerandolo invece valore aggiunto, c’è la volontà di continuare a scandalizzarmi per la macchinosità del nostro assetto burocratico, per la politica fatta da influenze e da tempi così lunghi che lo scopo perde valore e c’è la volontà di non farmi assorbire da una realtà che ha portato i partiti e di conseguenza le persone a perdere la freschezza e l’entusiasmo che ti spinge a volere essere determinante nei processi e lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato.

    Per quanto riguarda il sentirsi a proprio agio, ecco, non è proprio il termine che userei. Per onestà intellettuale sarebbe scorretto affermare di non aver avuto dubbi e incertezze e preoccupazioni di fronte all’importanza del ruolo che ricopro. Quello che però di certo so è che i dubbi e le paure sono per me continuo sprone a fare meglio, a dimostrare che anche se giovani si ha il diritto e il dovere e le capacità per contribuire alla costruzione di una visione di città diversa, che ci prenda come unità di misura, che modifichi il suo grado di appetibilità per gli under 35 e che veda le politiche giovanili non come un problema ma come una risorsa per lo sviluppo di Genova.

    marianna pederzolli

    Com’è l’atteggiamento dei colleghi nei tuoi confronti? Ti trattano come la ragazzina inesperta o ascoltano quello che hai da dire?

    Per quanto concerne i miei colleghi di lista devo dire che fin da subito si è verificata una convergenza di intenti, è nata un’amicizia e una stima reciproca fra tutti noi e sono sempre stata trattata in maniera paritetica. All’interno del consiglio ovviamente le cose sono diverse, sono giovane, sono donna, non ho esperienza di atti politici provenendo da una lista civica e quindi traete voi le conclusioni. Questi sono stati per me mesi di ascolto sulla maggior parte delle tematiche, come è fisiologico che sia, ma devo dire che però ho sempre ricevuto attenzione sulle tematiche di cui posso dire di essere competente, dalle pari opportunità, alle politiche educative e giovanili. Purtroppo gli atteggiamenti nei miei confronti sono permeati spesso da un buonismo paterno a tratti fastidioso ed ho dovuto mantenere la calma quando mi è stato chiesto da un consigliere di opposizione alla terza seduta di consiglio cosa ci facevo in aula così giovane e carina e se avevo accompagnato qualcuno.

    Nella tua candidatura affermavi di voler portare l’attenzione sui giovani liceali e universitari, così poco rappresentati in questa città, anche perché sono una netta minoranza in una popolazione per la maggior parte anziana. Stai riuscendo a far sentire la voce di questa fetta di cittadinanza?

    Non so se ci sto riuscendo ma sto lavorando in questa direzione. Uno degli errori più gravi che vedo compiersi riguardo le politiche giovanili è, a mio parere, il seguente: il Comune, non avendo le competenze scolastiche ed educative sulle scuole superiori, quando progetta (ed ahimè non co-progetta) le politiche giovanili della città, non interloquisce e non entra nei licei. Quello delle scuole superiori, invece, credo sia il bacino d’utenza specifico a cui dovrebbe rivolgersi e, per intercettarlo, l’unica maniera è entrare nelle scuole superiori, ancor più che nelle università, per certi versi: se all’università si hanno già le idee un po’ più chiare e si hanno dei confini più definiti, la fase dell’adolescenza è una fase fluida, con enormi problematiche ma anche enormi potenzialità. Si è in tempo, in questa fase di sviluppo della personalità, di influenzare percorsi e rendere i ragazzi futuri cittadini migliori.  La mia proposta, della quale sto parlando con l’assessorato, è quella di fare come a Torino, in cui si è fatto un accordo partenariato tra comune e provincia per far sì che il comune si interfacci anche con la consulta degli studenti provinciale per co-progettare le iniziative. Al di là della consulta provinciale, il comune, il sindaco, l’assessorato devono avviare un dialogo con i ragazzi utilizzando i collettivi liceali, i rappresentanti d’istituto, le assemblee di istituto; sulle modalità stiamo discutendo e costruendo proposte con il gruppo di ragazzi della campagna elettorale. Assieme ad Informagiovani dobbiamo trovare le modalità per entrare nei licei ad informare i ragazzi di tutte le agevolazioni, proposte, iniziative a loro indirizzate: non devono essere i ragazzi a cercare Informagiovani ma informagiovani a intercettarli, si deve ribaltare la prospettiva. Per quanto riguarda la realtà universitaria genovese ho collaborato e facilitato un incontro istituzionale tra assessorato e una rete universitaria genovese che si propone di candidarsi alle prossime elezioni universitarie per contrapporsi a Comunione e Liberazione, realtà che scandalosamente continua ad avere il monopolio in molti organi di rappresentanza studentesca.

    Personalmente, credo che il primo anno di vita di questa amministrazione, per quanto concerne le politiche giovanili, dato che siamo indietro rispetto ad altre realtà, dovrebbe essere improntato alle trasferte: basterebbe prendere un buon progetto per città, con le giuste modifiche e adattamenti, per partire tra qualche mese con una serie di iniziative ben collaudate e dare un segnale di svolta. A questo proposito sono andata in trasferta più volte a Milano e Torino, entrambe all’avanguardia sull’argomento per diversi motivi:  la prima in quanto capitale della moda e molto viva dal punto di vista culturale – associativo, la seconda in quanto capofila di progetti giovanili di scambi europei, capitale dei giovani 2010 e perché ha una storia che parte da lontano, essendo quello di Torino il primo informa-giovani strutturatosi a livello nazionale.  Appena riuscirò, andrò ad ascoltare ciò che si è fatto in Puglia, che, con i suoi progetti (consultabili al sito “bollenti spiriti”), è regione che delle politiche giovanili ha saputo fare il primo fattore di crescita del PIL regionale. Sto prendendo contatti con l’università di Padova che sta tenendo un master sulle politiche giovanili e siamo interloquendo con la città di Cagliari che organizza una scuola di partecipazione politica per giovani. Quello che abbiamo intenzione di fare come gruppo consiliare è organizzare con l’assessorato entro l’estate un forum sulle politiche giovanili aperto alle associazioni, organi di rappresentanza giovanili e a tutta la cittadinanza in cui ci vengano illustrati progetti di altre città e che si concluda con tavoli di lavoro che facciano poi pervenire all’amministrazione proposte dal basso.

    Ti sei proposta come anello di congiunzione tra giovani cittadini e istituzioni, per portare in consiglio proposte culturali che vengano proprio dai ragazzi, grazie ai canali di comunicazione offerti dalla rete: c’è stata finora interazione in questo senso? Hai ricevuto proposte, ne hai presentata qualcuna?

    Devo dire che in questo primo periodo più che ad incontri in rete ho avuto incontri dal vivo con le associazioni culturali, giovanili e le giovanili di partito. Utilizzando facebook è successo fisiologicamente che molti ragazzi nel momento in cui si dovevano interfacciare con l’amministrazione mi abbiano contattato per avere consigli ed informazioni. È il caso questo ad esempio di un gruppo di ragazzi che mi ha chiesto informazioni ed esposto proposte sull’utilizzazione dello spazio verde abbandonato della Valletta di San Nicola e con cui, assieme al Comitato le Serre, adesso stiamo portando avanti delle istanze di riappropriazione dello spazio da parte della cittadinanza per l’attuazione di orti urbani. La mia presenza in rete non è ad oggi sufficiente e ne sono conscia, dopo un periodo di assestamento iniziale siamo pronti anche come lista Doria ad uscire pubblicamente con un sito di informazione costante sulle documentazioni, atti, tematiche trattate in sala rossa. Con Maddalena Bartolini, collega e amica che ha seguito il processo dagli inizi, stiamo portando all’attenzione dell’amministrazione un collettivo di artisti indipendenti genovesi, Arbusti, che ha creato un sito dinamico e interattivo che mappa gli eventi culturali della città e promuove le attività artistiche nei territori genovesi. Stiamo anche strutturando un sondaggio da diffondere in rete indirizzato alla generazione under 35 per verificare la percezione del grado di appetibilità della città per un giovane ed attuare una mappatura dei bisogni che sia utile all’amministrazione per comprendere le urgenze su cui andare ad intervenire.


    Forte di quasi un anno di esperienza in consiglio, cosa salvi e cosa cambieresti della realtà in cui ti stai muovendo? Cosa vorresti riuscire a realizzare entro la fine del mandato?

    Quello che cambierei è l’impostazione che si dà alle commissioni: penso che sarebbe molto più utile sederci tutti attorno ad un tavolo circolare con carta e penna, una lavagna per riassumere le idee e proposte, come nei brain-storming, per essere più operativi, in maniera più informale. Bisogna sgravare anche il consiglio dai suoi aspetti rituali e teatrali e ampliare maggiormente il suo ruolo di indirizzo e controllo, fortificando anche lo scambio di informazioni fra giunta e consiglieri. Per quanto riguarda le politiche giovanili  vorrei che alla fine dei 4 anni di mandato si concerti, anche assieme alla Regione, un piano per favorire davvero l’imprenditoria giovanile che limiti la fuga dei giovani dalla nostra città e ne abbassi l’età media, promuovendo un micro-credito, politiche di co-investimento, uno sgravio fiscale significativo, una semplificazione delle norme burocratiche, la creazione di uno spazio-officina a sostegno della creatività artigianale e artistica. Bisogna investire su Genova come città universitaria, così come ha fatto Torino negli ultimi 15 anni, per innestare linfa nuova nel territorio. Vorrei che si arrivasse a vincolare il 5% del bilancio di ogni assessorato alle politiche giovanili, facendo sì che ci sia un interesse generalizzato inter-assessorile sul tema che guardi a tuttotondo verso la nostra fascia d’età segnata dalla precarietà spaziando dalla casa, al lavoro,  al wi-fi, alla mobilità, alla cultura, alla dimensione ludico-ricreativa.

    Claudia Baghino

  • Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Pier Luigi BersaniSe oggi la situazione politica appare ingarbugliata ed indecifrabile, ciò non dipende dal fatto che la realtà è complessa. Lo si deve piuttosto al mondo dell’informazione, che ha in gran parte fallito il compito di elaborare un’interpretazione convincente dei fenomeni; e che per questo ieri non è stata capace di vedere il cambiamento che stava arrivando, così come oggi è incapace di inscatolare gli avvenimenti nelle anguste categorie che si era creato. Non stupisce che fuori dall’Italia sia difficile capire come un comico possa diventare l’ago della bilancia del governo di un paese: ma chi in Italia ci vive, si sarebbe dovuto rendere conto già da lungo tempo che i comici per far ridere raccontavano la verità e i giornalisti per raccontare la verità facevano ridere.

    Invece questa curiosa genia fatta di opinionisti, notisti e intellettuali si è fatta trovare ancora una volta impreparata: e a questo punto c’è il fondato sospetto che pochi di questi sappiano fare davvero il loro mestiere. Un mestiere, a mio modesto avviso, nobile, difficile e non privo di una certa utilità (contrariamente a quanto pensa probabilmente lo stesso Beppe Grillo); un mestiere che richiede non solo di saper trattare l’attualità, ma anche di saperla contestualizzare alla luce di dinamiche più profonde di lungo periodo; un mestiere che richiede quindi sensibilità e intuizione, ma anche un’ ampia preparazione culturale e storica – ecco perché in questo caso si può ben dire che “uno non vale uno”.

    giornaliGli opinion makers di casa nostra tendono spesso a schiacciarsi su un presente che quasi sempre li coglie impreparati, e che quindi li costringe a tentativi affannosi di giustificare a posteriori quello che prima non avevano saputo intuire; mentre nell’errore opposto cadono quelli a cui piace bearsi di ripetere la lezioncina imparata a memoria all’università, magari sui pregi del “libbbbberalismo” (più “b” ci sono, più si è “liberali”). E questi sono quelli onesti.

    C’è poi la categoria di gran lunga più diffusa di quelli le cui opinioni tendono a coincidere misteriosamente con gli interessi del datore di lavoro o degli amici altolocati; gente che spesso non ha nemmeno bisogno di vendersi, perché, come è già stato detto, viene via gratis. Appartengono a questa categoria anche gli “opinionisti terroristi”: sono quelli che “mamma, li populisti!”, quelli che “Grillo è come Mussolini!”, quelli che “uscire dall’euro ci porterà la carestia, la pestilenza e l’angelo della morte!”, quelli che “ci intercetteranno tutti!”, quelli che “il giustizialismo strisciante” e anche quelli che “la famiglia è uomo e donna, e i gay violentano i bambini!”. Insomma avete capito il genere: si tratta di persone per le quali non serve argomentare, perché è più facile terrorizzare la gente col vecchio adagio che sulla strada nuova si sa quel che si perde, ma non si sa quel che si trova.

    Ciò non significa – ad uso e consumo di quelli la cui mamma è sempre incinta – che tutto quanto è nuovo vada bene, che non occorra prudenza e che non ci possano essere rischi dietro l’angolo: tutt’altro! Ma in certi casi è evidente che l’intento non è sostenere una tesi con delle argomentazioni, quanto piuttosto spaventare la “brava gente” per indurla ad una scelta conservatrice: ed è per questo che si  dipinge il futuro a tinte fosche, mentre si tralascia di sottolineare adeguatamente quanto talvolta sia difficile, disperata e terribile anche la stessa realtà presente. D’altra parte, pure su questa rubrica non sono mancati errori: ma almeno si è sempre fatto lo sforzo di una riflessione laica sui problemi. E se c’è una visione di parte, sapete comunque che è la mia: e di nessun altro.

    Così l’analisi che avevo fatto a suo tempo del fenomeno Grillo-M5S potrà non essere condivisa: ma almeno è chiaro che non è dipesa da simpatie personali o dall’onda del momento. Tant’è che oggi posso tornare tranquillamente a ribadire quello che avevo detto allora: cioè che il M5S, come dice il nome, è un movimento e non un partito (e questa è sia un forza, sia una debolezza); che non ha un’ideologia di riferimento, né una struttura (e questo è un problema per la sua tenuta); che è radicale ma non eversivo; ed infine che oscilla tra il desiderio di portare a compimento la Costituzione e la democrazia (un primo successo in questo senso è la concreta messa in discussione della politica dei “notabili” di ottocentesca memoria) e un “modernismo” o “giovanilismo” piuttosto incosciente.

    Questa ricostruzione ha già dentro quasi tutta la più stretta attualità. E tra la altre cose ha il non secondario pregio di risparmiarmi la parte assai stucchevole di quello che alza il ditino ad ogni sparata inconsulta del comico.

    Immagino però che i più non siano interessati tanto a una riflessione generale, quanto piuttosto a sapere se Grillo si alleerà con Bersani, se andremo presto a votare e, nel caso, cosa succederà dopo. Anche in questo caso, tuttavia, quello che si può dire già si sa.

    beppe-grilloLa settimana scorsa non avevo preso nemmeno in considerazione l’ipotesi di un governo Bersani-Grillo; non tanto perché fossi consapevole dell’intransigenza del mio concittadino, quanto perché era e resta evidente che si tratti di un’ipotesi impraticabile. Grillo rifiuta ogni fiducia, e questo è un dato di fatto che mette fine ad ogni discussione; ma se anche accettasse un’alleanza sulla base dei famosi 8 punti, ne ricaveremmo davvero quella “governabilità” che è usata come giustificazione di tutta l’operazione? Ovviamente no.

    Fino all’altro giorno i due si davano allegramente del “morto vivente” e del “fasssista” a vicenda. Nel frattempo si metteva in croce il povero Vendola affinché promettesse di non ripetere gli ormai famosi “scherzetti” di Bertinotti che contribuirono a far cadere ben due governi di centro-sinistra (al netto dei vari De Gregorio).

    Ora improvvisamente, se poteva essere un rischio Vendola, non lo sarebbe più Grillo? Si può pensare davvero che quello che non riuscì a Prodi con 281 pagine di programma, potrebbe riuscire a Bersani con 8 punti, per giunta a fronte di un “alleato” ben più combattivo e numeroso? Che sia pura follia lo si capisce anche dall’atteggiamento dello stesso segretario del PD, che pronuncia parole come “sfida al M5S” e “prendersi le proprie responsabilità” con un tono talmente seccato e polemico, da non lasciar presagire la minima possibilità di una lunga e duratura collaborazione. Il realismo impone di dire che un eventuale governo PD-M5S, per incompatibilità e antipatie reciproche, durerebbe molto poco e manderebbe a catafascio ogni velleità di governabilità.

    Bersani PdBersani e i suoi avrebbero fatto meglio a evitare di impiccarsi al mantra della stabilità di governo: un esecutivo sicuro e compatto è sicuramente desiderabile, ma anche la volontà degli elettori non va trascurata. Se il responso delle urne ha diviso il parlamento in tre forze tra loro inconciliabili, inutile strapparsi la veste: si può benissimo ammettere pubblicamente che bisogna tornare a votare. Anzi, il PD avrebbe avuto tutto il tempo di studiare una strategia aggressiva per tornare in carreggiata. Ed invece ha preferito agitare lo spauracchio della “governabilità” col solito intento di spaventare la gente attraverso i presunti limiti politici del M5S. Purtroppo questi dirigenti non si vogliono rassegnare alla legge di Murphy: ogni manovra del PD per ottenere un risultato politico si traduce in un effetto uguale e contrario.

    Bersani continua a predicare il bene di “sto paese qui”, si strappa i capelli (salvo poi rendersi conto che l’operazione è inutile), fa e disfa punti su punti, lancia “sfide” a Grillo e ne ottiene in tutta risposta una sonora pernacchia; mentre la gente capisce quello che c’è da capire: il PD, se insegue le idee del M5S, allora ha sbagliato i temi della campagna, non ha una coerenza e cambia agevolmente posizione a seconda della possibilità di creare alleanze di governo. Risultato: i sondaggi dicono che Grillo sta salendo ancora.

    Ma quello che più conta – e che a Bersani probabilmente sfugge – è che Grillo vince qualunque cosa accada. Vince se va al governo con i numeri per attuare il proprio programma; ma vince ancora di più se va all’opposizione, perché il momento difficile e questi dirigenti di sinistra inconcludenti e senza realismo farebbero verosimilmente, sul lungo periodo, il suo stesso gioco. C’è un solo scenario che rende incerto il futuro di tutti: un ritorno alle urne che, con la stessa legge elettorale di oggi, riproponga lo stesso esito di oggi. Ma di questa eventualità è ancora presto per parlare.

    Andrea Giannini

     

  • Consiglio Comunale, Sampierdarena: immigrazione, sicurezza e polemiche

    Consiglio Comunale, Sampierdarena: immigrazione, sicurezza e polemiche

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Sampierdarena, quartiere di gang, di lotte tra gruppi criminali, di risse talvolta mortali. Tutti argomenti che riempiono intere pagine dei nostri quotidiani locali, affamati della cronaca più nera possibile. Benché talvolta i mass media presentino questi fenomeni enfatizzandone la componente più truce e spettacolare, è purtroppo una realtà che in certe zone della nostra città la sicurezza rappresenti un problema molto delicato; perché il passaggio dalla paura per la propria incolumità alla discriminazione può risultare più facile del previsto.

    Pdl bacchettato da destra e sinistra per aver attribuito ai cittadini ecuadoriani le ragioni del disagio a Sampierdarena

    Su questo punto si è particolarmente animata la discussione di ieri in Consiglio Comunale, dopo la presentazione di una mozione del Pdl in cui veniva indicata la  difficile integrazione degli immigrati dell’Ecuador come la causa principale dell’emergenza criminalità a Sampierdarena. Il passaggio incriminato evidenziava che le problematiche di questo quartiere sono dovute «alla forte presenza di immigrati, soprattutto ecuadoriani, con problemi di integrazione attraverso la trasposizione di usanze e metodi di vita inconciliabili con la nostra cultura basata sul rispetto delle regole e di una civile convivenza».

    Immediato l’intervento del consigliere Musso, il quale, presentando le sue proposte di modifica a questa mozione, ha chiesto che venisse eliminata dal dispositivo tale frase. L’ex senatore non voluto negare che i problemi di integrazione possano essere la radice di molti problemi per i cittadini, ma ha aggiunto anche «se io per ventura fossi di nazionalità ecuadoriana e leggessi che il Consiglio Comunale del Comune in cui abito ha approvato un documento del genere mi riterrei profondamente offeso».

    Durissimo il giudizio del sindaco Doria sulla mozione pdl: è razzista

    Via Buranello SampierdarenaNon è bastato che la consigliera Lauro, capogruppo del Pdl, accettasse di cancellare questa parte della mozione, per evitare un intervento particolarmente duro del Sindaco Doria che ha parlato senza mezzi termini di «mozione politicamente irricevibile e razzista per il giudizio che da nei confronti di quelli che l’amministrazione considera a tutti gli effetti cittadini genovesi», facendo riferimento agli stranieri di seconda o terza generazione, nati e cresciuti a Genova.

    Lilli Lauro ha risposto alle critiche dicendo che esse derivano da una scarsa conoscenza del territorio «evidentemente il Sindaco non è mai stato al Campasso e non ha visto tutto il sangue che c’è per terra quasi tutte le sere».

    Nonostante la discussione abbia avuto toni molto accesi la mozione non è stata nemmeno posta al voto, poiché i punti che affrontava sono stati superati da successive decisioni della Giunta stessa. In particolare il documento chiedeva di selezionare le associazioni che avrebbero svolto attività per la diffusione della cultura della legalità nei quartieri, e a cui sarebbero spettati i 190 mila euro messi a disposizione da Comune e Regione, sulla base di un bando pubblico, ma il soggetto attuatore è già stato definito con una delibera del dicembre 2012. La scelta, guidata dalla presenza di particolari professionalità, disponibilità di strumenti e risorse idonee e presenza sul territorio è ricaduta sul Job Centre.

    Tuttavia, come ha sottolineato anche il M5S, le attività individuate dalla Giunta saranno soprattutto di carattere civico culturale, mentre hanno ricevuto minore attenzione le necessità che riguardano dell’educazione scolare e il lavoro per questi cittadini stranieri. Il capogruppo del  movimento Paolo Putti ha infatti proposto di integrare le azioni stabilite dall’amministrazione con misure per contrastare l’abbandono scolare e la creazione di borse lavoro per dare ai ragazzi del quartiere «un’alternativa di percorso di vita». In assenza di questi interventi può esservi il rischio che i destinatari di questo progetto non sappiano coglierne il valore poiché non sono in grado di concepire un’esistenza alternativa a quella che già conducono ai margini della delinquenza.

     

    SI AGGRAVA LA SITUAZIONE DI AMT

    autobus-amt-3Intanto mentre in aula giunge la notizia della decisione dei lavoratori di AMT di proseguire lo sciopero oltre il termine previsto delle 17:30.

    Il tema era stato affrontato ad inizio seduta in seguito alla richiesta di chiarimento all’assessore alla Mobilità Dagnino sull’eliminazione del biglietto integrato. Nonostante i 35 milioni trasferiti dal Comune nelle casse dell’azienda e le molte rassicurazioni sul mantenimento di questo tipo di tariffazione, proprio in questi giorni è giunta la notizia del mancato accordo tra AMT e Trenitalia. L’assessore Dagnino aveva già avuto modo di spiegare che l’amministrazione considerava eccessiva la richiesta di 8 milioni di euro da parte di Trenitalia anche perché attualmente non è possibile verificare l’effettivo volume di utenti ce utilizzano effettivamente il trasporto integrato bus e treno.

    Anche il Sindaco Doria è intervenuto sull’argomento affermando che l’amministrazione è convinta che si stia pagando troppo per il servizio offerto da Trenitalia e che per il 2013 «AMT non è in grado di dare un euro di più» dei 7 milioni e mezzo da tempo stabiliti e a cui la Regione avrebbe dovuto aggiungere un altro milione che, invece, non arriverà.

    La speranza della Giunta è di poter giungere ad un accordo temporaneo con Trenitalia per il 2013 che consenta di mantenere il trasporto pubblico integrato gomma – ferro, per poi avviare un’analisi più precisa che permetta di rispondere a due precise domande: quanto costa il servizio integrato e chi lo paga. Fino ad oggi il biglietto integrato era l’unico esistente e ciò ha implicato che anche coloro che non usufruiscono del treno sono costretti a pagarlo (e viceversa). È quindi possibile, come ha anticipato l’assessore Dagnino, che dal 2014 si torni a distinguere tre titoli di viaggio: solo bus, solo treno, integrato.

     

    Federico Viotti

  • Consiglio Comunale: Lista Doria, scontro con la Giunta sul PUC

    Consiglio Comunale: Lista Doria, scontro con la Giunta sul PUC

    palazzo-tursi-M5S-giunta-DSono riprese giovedì scorso le sedute del Consiglio Comunale dopo la pausa elettorale. Tutti gli occhi erano ovviamente puntati sui consiglieri del Movimento 5 Stelle in attesa di chissà quale gesto clamoroso o dichiarazione di forza che evidenziasse un cambio di atteggiamento dopo il clamoroso successo alle politiche. E invece è stata la stessa lista creata dal sindaco Marco Doria a schierarsi contro la propria Giunta.

    consiglio-comunale-28-febbraio-2013

     

     

    Tutto ha avuto inizio con la presentazione di due emendamenti da parte della Lista Doria su una delle  delibere della Giunta. La delibera in oggetto riguardava una modifica apportata dalla nuova amministrazione al Piano Urbanistico Comunale (PUC) per permettere alle «piccole attività produttive e artigianali tradizionalmente presenti sul tessuto urbano e residenziale» di continuare ad operare laddove, invece, il PUC ne aveva previsto l’incompatibilità con specifiche aree. Si tratta per esempio di negozi o piccoli laboratori che da sempre operano in una certa zona e per diverse ragioni vorrebbero spostarsi di pochi metri. Proprio per salvaguardare queste attività la nuova amministrazione ha ritenuto sufficiente richiedere loro degli adeguamenti igienico-sanitari e il rispetto dei limiti di inquinamento.

    Su questa delibera la Lista Doria ha presentato 2 emendamenti che il capogruppo Pignone ha presentato affermando «Vogliamo sottolineare con chiarezza alcuni punti che potevano sembrare equivoci». Un intento che però lo stesso Vicensindaco Bernini (Pd),  in qualità di assessore all’urbanistica, non ha apprezzato dichiarando inammissibile il secondo emendamento e dando parere contrario al primo, affermando che la modifica proposta avrebbe di fatto annullato il provvedimento della Giunta. Nel proprio intervento il Vicesindaco non ha risparmiato nemmeno una stilettata alla gruppo consiliare legato al Sindaco affermando «mi dispiace che il Gruppo Doria non abbia potuto partecipare ai lavori della commissione perché avremmo potuto affrontare in modo esplicito la questione».

    La tensione in aula si fa palpabile e diventa persino necessario un chiarimento in privato tra il capogruppo Pignone, il Sindaco e il Vicesindaco, a conclusione del quale il primo dei tre annuncia il ritiro degli emendamenti. Il finale è al limite del paradosso poiché, non essendo consentito ritirare gli emendamenti dopo la fase di discussione che si era già conclusa in aula, alcuni membri della Lista Doria si trovano costretti a votare contro le modifiche da loro stessi proposte.

    Un episodio che potrebbe risultare poco rilevante, visto che non ha modificato le intenzioni della Giunta e non riguardava un argomento di primaria importanza, ma che, collegato agli scossoni politici post voto, ha evidenziato un fatto molto importante. Infatti, il capogruppo del M5S Paolo Putti, durante le interviste rilasciate ai giornalisti per commentare il risultato elettorale, ha lanciato un appello alla Lista Doria chiedendole di «non farsi più condizionare dal Pd». Una richiesta da tempo avanzata dai grillini, che su alcuni argomenti, come la Gronda e il Terzo Valico, hanno posizioni simili ai consiglieri della lista civica creata dal Sindaco. Una richiesta ora rafforzata della grandissima affermazione del movimento anche in Liguria, in cui ha superato lo stesso Pd per numero di voti.

    Sarà difficile scardinare l’alleanza tra Pd e Lista Doria. Tuttavia, se già si erano evidenziate alcune difficoltà del primo partito a mantenere il controllo del Consiglio, soprattutto sul tema delle grandi opere, esse potrebbero diventare ancora maggiori a causa del clima di incertezza politica che caratterizzerà i prossimi mesi.  Mesi in cui i consiglieri dovranno esprimersi proprio su questo argomento.

    I derivati del Comune

    In avvio di seduta si è parlato anche dei derivati in possesso del Comune di Genova dopo l’allarme sollevato dalla Corte dei Conti, la quale ha recentemente emesso una direttiva per chiedere alle amministrazioni locali di liberarsi di questo strumento finanziario che ha già comportato molte perdite per gli enti locali. L’assessore al Bilancio Miceli ha fatto un punto della situazione spiegando che il Comune ha ancora in essere 2 contratti, il primo di circa 7 milioni di euro con la banca Unicredit in scadenza nel 2022 e il secondo di circa 13 milioni con la BNL in scadenza nel 2020. Questi contratti erano serviti negli anni 2000, in un momento in cui i tassi di interesse variabili stavano aumentando in modo molto preoccupante comportando costi sempre maggiori per ripagare il debito dell’amministrazione, per trasformare alcuni mutui a tasso variabile del Comune in mutui a tasso fisso. Quella che allora poteva essere vista come una manovra migliorativa dei conti pubblici locali rischia oggi, con i fenomeni speculativi in atto sui mercati finanziari, di tradursi in una pericolosa minaccia.

    Come spiega l’assessore possono essere percorse due strade distinte: una possibilità è quella di estinguere subito questi conti, ma ciò implicherebbe un pagamento immediato 1 milione e 280 mila euro ad Unicredit e 2 milioni e 300 mila euro a BNL; la seconda possibilità è invece quella di attendere la loro naturale scadenza andando a pagare interessi più elevati, ma che potranno essere spalmati su 30 anni.

    Nessuna decisione è stata presa al momento, poiché la questione era stata avanzata come semplice interrogazione a risposta immediata, la quale prevede un intervento esplicativo dell’assessore competente, ma non una decisione politica. Da parte di tutti i partiti proviene comunque un appello a monitorare costantemente la situazione e a cercare di liberarsi il più presto possibile di questi ultimi derivati.

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    Post elezioni, l’analisi politica: ingovernabilità e rebus alleanze

    giornaliMi dispiace dire “l’avevo detto”. Ma ripensandoci, quasi quasi, non mi dispiace per nulla. Per cui, anzi – ribadisco – l’avevo detto: Beppe Grillo è arrivato dove pochi si aspettavano potesse arrivare. Berlusconi, dal canto suo, è riuscito a dimostrare di non essere morto. Entrambi devono ringraziare Bersani, che li ha lasciati fare. Il voto ci consegna all’ingovernabilità e a un rebus di alleanze che sembra difficilmente risolvibile. L’onere di dare l’avvio al gioco è ora nelle mani di Bersani, che dalla sua parte ha un solo vantaggio: ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Questo dovrebbe suggerigli di provare una mossa disperata: alzare la posta ed attaccare, mostrando quel carattere che finora gli è mancato. Sullo sfondo l’Europa assiste attonita, infastidita dagli esiti del voto italiano che mette in discussione la sostenibilità politica dell’austerità.

     

    Chi ha vinto e chi ha perso

    silvio-berlusconi-2Cominciamo a toglierci dalla testa l’idea che Berlusconi sia tornato nel cuore degli Italiani, perché la realtà è che Berlusconi ha rimontato poco o nulla.
    Nel novembre 2011 secondo molti sondaggi il PDL (attenzione: il PDL, non la coalizione di centro-destra) aveva un misero 24% (dal 37,4% delle elezioni 2008). Da quel momento in avanti il Cavaliere si defila dalla scena e il partito probabilmente precipita ulteriormente. Quasi un anno più tardi il nostro ritorna in campo e i sondaggi (ottobre 2012) registrano un risultato che, in media, appare sempre pessimo: 18,1%. A quel punto Berlusconi toglie la fiducia a Monti (inizio dicembre) e mette in moto la macchina elettorale: dispiega la sua enorme potenza di fuoco mediatica, comincia a fare promesse a destra e a manca, attacca tutto e tutti, si fa vedere ovunque, presenzia ogni show televisivo, manda lettere a casa della gente, giura sui figli e sulle aziende, impegna persino i suoi soldi e finalmente si presenta alle elezioni con queste aspettative: un risultato tra il 19,3% e il 21,2%. E in effetti alla fine raccoglie il 21,5% alla Camera e il 22,3% al Senato. Lo stesso andamento si riscontra nel risultato della coalizione di centro-destra: si attendeva tra il 27,8% e il 29,4%, e si è poi avuto il 29,1% alla Camera e il 30,6% al Senato. Nessun sondaggio, come è ovvio, può essere preciso al punto percentuale: un lievissimo rialzo, dunque, non impedisce di dire che il risultato di Berlusconi e del centro-destra è stato sostanzialmente in linea con le attese.

    E’ comunque troppo? Non so cosa ci si potesse attendere di diverso. Il deserto di consensi che ha accolto un Casini o un Fini qualsiasi, francamente non è nemmeno ipotizzabile per un uomo che controlla un vero e proprio impero mediatico: 3 televisioni private, un’influenza decisiva sui canali pubblici, almeno 3 testate giornalistiche e 1 settimanale. Per di più, mentre Bersani era impegnato a “smacchiare giaguari”, Berlusconi si dava da fare come un ossesso, mostrando una dedizione alla causa (la sua) che fa quasi tenerezza, alleandosi con chiunque (Lega, MPA, Fratelli d’Italia, La Destra, Pensionati, eccetera) e pensando bene di concentrarsi soprattutto sulle regioni chiave, come la Lombardia. Non sembra strano che alla fine, pescando dal bacino degli ex-elettori delusi (non certo rubando voti al centro-sinistra o a Grillo), sia riuscito a costruire una manciata di punti percentuale di rimonta.

    Ma stiamo sempre parlando di un consenso pari a 1 elettore su 5: che fine ha fatto tutto il resto, un bacino che potenzialmente avrebbe dovuto dare a Bersani una maggioranza schiacciante? Qui sta il punto: 4 elettori su 5 NON hanno votato Berlusconi. Nel 2008 erano solo 3 su 5. Dunque dove si è spostato quel 20% di elettori? La risposta è che si sono rifugiati nell’astensione, da Monti oppure da Grillo: il quale, rubando voti anche a Bersani, si è creato un partito in grado di competere con gli altri due. Così, mentre 5 anni fa la torta si doveva spartire tra due coalizioni maggiori, oggi si divide in tre: ecco perché nessuno si è imposto e siamo ad una situazione di stallo. E questo, per inciso, spiega anche la scomparsa dalla scena di quasi tutti i partiti minori, i quali non devono più assolvere alla funzione di incanalare il dissenso contro la logica bipolare (solo la Lega sarebbe entrata in Parlamento anche se non si fosse messa in coalizione con partiti più grandi).

    C’è poco da prendersela con Berlusconi. Chi vince è senza dubbio Grillo, che, come avevo detto la settimana scorsa, non ha sbagliato praticamente nulla. All’opposto chi perde è Bersani: che non solo è rimasto fedele alla tradizione storica del suo partito, conducendo il centro-sinistra alla riesumazione della salma di Berlusconi per la terza volta (dopo 2001 e 2008); ma si è spinto oltre, facendosi sorpassare anche dal partito di un ex-comico che fino a 3 anni fa nemmeno esisteva. Per questo un minimo di coerenza dovrebbe suggerire oggi a Bersani di dimettersi.

     

    Lo “shock democratico”

    Mi ha profondamente impressionato, su un altro fronte, la reazione di sdegno quasi violento che è stata riservata al risultato delle urne sia da certi ambienti di casa nostra, sia dall’opinione pubblica estera. Si può essere critici quanto si vuole, ma non bisognerebbe mai mettere in discussione il valore della democrazia, né scadere nel pregiudizio quasi razziale di minorità che tendiamo ad imputare a noi stessi.

    Diceva Winston Churchill che la democrazia è la peggior forma di governo, se si eccettuano tutte le altre. L’aforisma ci ricorda che, per tanti e tanto grandi che ci possano apparire i suoi difetti, quello democratico resta il migliore sistema sperimentato dall’uomo per gestire i conflitti sociali. Per questo augurarsi il commissariamento dell’Italia o affermare che gli Italiani sono per loro natura ingovernabili, quasi ad auspicare un regime più “ferreo”, non è solo poco lusinghiero per noi stessi: è anzi molto pericoloso, perché tradisce la presunzione che esista una Verità unica e che tutto possa essere sottomesso al giudizio di un pensiero unico.

    Al contrario la sberla democratica che queste elezioni hanno impartito è salutare: e dovrebbe essere di monito proprio per chi non se l’aspettava.

     

    Un voto anti-austerity

    bollette-speseLa stampa internazionale si è subito accorta che il voto italiano segna una botta d’arresto per l’affermazione delle politiche di austerità, non solo in Italia. La Grecia era presa per il collo e aveva poche chance, ma era chiaro che l’Italia poteva ancora esprimere il proprio dissenso: e così è successo, come tutta Europa già temeva (perché va quasi sempre a finire così, quando quello che si decide a Bruxelles, o a Berlino, passa al vaglio del voto popolare).

    Il fastidio, come ho scritto poco sopra, è grande: tanto che probabilmente si esagerano le reali motivazioni di questo voto, che forse erano rivolte ad altro. Ma è un dato che PDL, M5S, Lega, Ingroia e Comunisti, quelle forze cioè che a vario titolo si sono attestate su posizioni contrarie a questo modello di Europa, hanno totalizzato più del 53% dei consensi, mentre centro-sinistra e lista Monti, vale a dire i poli schierati a favore del rispetto dei vincoli di stabilità, si sono fermati al 40%.

    A questo punto è chiaro che l’appeal di Monti era molto più ridotto di quello che si volesse far credere (8,3% alla camera, dove si è presentato da solo); ma soprattutto diventa difficile sostenere che gli Italiani capiscono l’austerità, che sono disponibili a “sacrifici” e a “gesti di responsabilità”. Far passare queste misure, d’ora in avanti, porrà un ulteriore problema di legittimità democratica che rischia di appannare ancora di più la già scarsa popolarità di cui godono le politiche del rigore.

     

    Gli errori della sinistra

    Pier Luigi BersaniCerto non occorrerà ribadire che la democrazia italiana non è perfetta: siamo molto indietro, ad esempio, per libertà di informazione. Questo fattore, se da un lato sembra ridare voce a quanti deprecano il mancato annichilimento elettorale di Berlusconi, dall’altro mette a nudo proprio le contraddizioni di chi ha fatto opposizione fino ad oggi.

    La sinistra italiana deve meditare molto sugli errori fatti: e in questi errori rientra sicuramente la  mancanza di una legge sul conflitto di interessi e l’accordo di non belligeranza sulle televisioni fatto a suo tempo con Berlusconi (e sempre disfatto da quest’ultimo a suo piacimento). In questo novero rientra a buon diritto anche l’errore strategico di Napolitano e di Bersani di accettare il governo Monti per compiacere l’Europa, anziché andare subito al voto e togliere di mezzo una volta per tutte il Cavaliere. Eppure oggi nulla suona più grossolano della clamorosa incapacità di valutazione nei confronti delle istanze della società civile, da cui è scaturito il fenomeno Grillo.

    E’ dall’epoca dei “girotondi”, che una parte sempre più consistente di elettori di centro-sinistra si distacca dal partito, delusa da inciuci, corruzioni, bicamerali e riforme della giustizia. Grillo parte da questo malcontento: ed è solo dopo che vengono i “vaffa-day”. Anziché cercare di capire le ragioni di questa protesta, il ceto dirigente ha preferito chiudersi a riccio. Grillo aveva pur cercato di partecipare alle primarie, ma era stato escluso: e giustamente celebri rimarranno certe dichiarazioni di supponenza degli alti dirigenti. Poi aveva provato a regalare il suo programma al PD, ma senza ottenere ascolto. In tutta risposta verrà anzi accusato di fascismo (quando Mussolini – per la cronaca –, fino a che ci furono libere elezioni, non prese mai nemmeno la metà dei voti di Grillo).

     

    L’identità storica

    sciopero_pubblicoQual’è il problema di questo partito? Forse lo aveva capito Gaber, quando cantava: “il moralismo è di sinistra, la mancanza di morale è a destra”. La sinistra italiana soffre non solo un problema di classe dirigente, ma soprattutto un problema di identità storica risalente al vuoto ideologico successivo alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’URSS. Per elaborare il lutto gli eredi del PCI si sono autoproclamati difensori dei valori sociali e della cultura: una scelta che si è presto cristallizzata nel moralismo; ma pure nel suo contrario, cioè la peggior realpolitik. D’altronde è questo l’esito della crisi dell’ideologia, della mancanza di una visione politica e storica e del divorzio da un’analisi disincantata della realtà: una serie di principi belli in teoria, ma di difficile applicazione e quindi facilmente abbandonati per le più basse ragioni di bottega.

    I dirigenti del partito hanno sempre oscillato tra i due estremi: un’ostentata purezza all’esterno, e il più bieco realismo politico all’interno, nella convinzione di annoverare tra i loro ranghi brillanti strateghi – che infatti si sono puntualmente fatti infinocchiare da Berlusconi (l’unico capace di tenergli testa, Prodi, era un democristiano). Al popolo di sinistra rimane la forte convinzione che “essere di sinistra” significhi sostanzialmente essere per il sociale, pacifisti, aperti, multiculturali, anti-razzisti, collaborativi, rispettosi delle donne, dei diritti degli omosessuali e dell’ambiente. Recentemente si sono aggiunte altre declinazioni specifiche per l’uomo politico: moderatismo, credibilità, serietà e “noi-non-andiamo-a-letto-con-le-minoerenni”.

    Tutto molto bello: non c’è dubbio che, se dovessi scegliermi un amico per prendere una pizza fuori e fare quattro chiacchiere, mi sceglierei una persona di questa sorta. Ma la politica ha a che fare anche con la rappresentanza di interessi concreti e con l’aggregazione del consenso. Cose con le quali i dirigenti di sinistra non si vogliono sporcare le mani.

    Prendiamo queste elezioni, dove i temi sul tavolo erano essenzialmente tre: 1) tasse; 2) casta; 3) crisi economica, cioè: rapporto con l’Europa. Grillo si è impadronito efficacemente della propaganda anti-Casta e ha messo fortemente in discussione questa Europa. Berlusconi ha capito che doveva seguirlo su questo punto, oltre a battere sul tema della riduzione fiscale (sulla Casta ha giustamente glissato…). E Bersani? Bersani ha dormito.

    Ha parlato un po’ di lavoro, che pure è un’esigenza sentita: ma è sempre figlia del problema della crisi e quindi del rapporto con quell’Europa che ci vuole imporre la sua strategia per uscirne. Ma ciò che è più importante, mentre gli altri due provavano a metterci cuore, passione e idee forti (IMU, reddito minimo garantito, referendum sull’euro, eccetera) di Bersani non si ricorda una sola proposta. Non significa che non abbia detto niente: significa solo che non ha detto niente di forte o che rimanga impresso.

    Eppure gli erano stati dati diversi suggerimenti: ad esempio dichiarare finalmente Berlusconi ineleggibile (in quanto concessionario pubblico) o proporre una dura riforma della giustizia. Si poteva aggiungere anche, in sede europea, un impegno deciso a spingere affinché la BCE si facesse garante dei debiti degli Stati. Insomma: non è vero che per essere onesti e credibili bisogna rinunciare a slogan efficaci e a temi forti. Ma Bersani ha preferito puntare tutto su un dimesso tema dell’identità: “siamo di sinistra, basta questo”. Stranamente con la crisi che morde a molta gente non è bastato.

     

    Il falso errore Renzi

    matteo-renziPer quanto detto fin qui è evidente che rimpiangere Renzi significa non aver capito nulla. Il sindaco di Firenze è l’incarnazione dell’equivoco della sinistra italiana: quello cioè che dire cose chiare e concrete comporti per forza dire cose di destra.

    Renzi ha senza dubbio il pregio di essere più coinciso, diretto, semplice e comprensibile di Bersani; ed inoltre porte idee nuove. Il suo problema è che ha sbagliato partito. La sua faccia pulita farebbe molto bene e restituirebbe credibilità ad una destra che in Italia è compromessa da troppo tempo con la figura di Berlusconi; ma il suo pensiero è in conflitto con la base della sinistra, che in larga parte si richiama ancora ai valori di cui sopra e che Renzi (con finta ingenuità) si propone di “svecchiare”. Il fatto che abbia perso le primarie conferma questa analisi: e tornare indietro sarebbe pericoloso.

    Il successo di Grillo sta lì a dimostrare che il connubio tra rifiuto del compromesso e coerenza programmatica paga. Invece che perseverare nel fallimentare progetto politico di coniugare ex-democristiani ed ex-comunisti, il PD dovrebbe decidersi ad una svolta chiara: non certo la svolta verso il centro che molti commentatori “rispettabili” e lo stesso Renzi si augurano, perché lo porterebbe a sovrapporsi alla destra; ma una svolta a sinistra, che riscopra temi quali la questione morale, la laicità dello Stato, la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, i diritti, la Costituzione nata dalla Resistenza, la rete di protezione sociale. Lasciare scoperto questo lato costerebbe al PD un sorpasso del M5S a sinistra e la condanna definitiva all’irrilevanza politica.

    Alcuni sostengono che se avesse vinto Renzi, Berlusconi non si sarebbe presentato e la sinistra avrebbe vinto le elezioni (perché è evidente che contro Alfano avrebbe vinto chiunque). Questo ragionamento non tiene però conto di due fattori: 1) Berlusconi è imprevedibile: nessuno può dire se davvero si sarebbe fatto da parte; 2) sarebbe stato l’ennesimo errore strategico, che porta a privilegiare un realismo di corto respiro sacrificando la coerenza: Renzi avrebbe puntato ancora più dichiaratamente ad un’alleanza con Monti, cosa che non è servita di certo a Bersani e che forse avrebbe spinto altri elettori verso la Grillo.

     

    Borse e spread

    Si dirà: con tutti questi discorsi è passato in secondo piano il fatto che è ricominciata l’altalena delle borse e il dramma dello spread. Eppure si tratta di paure che vanno gestite.

    Con uno sguardo laico al problema, che eviti la demonizzazione dello “speculatore”, dovremmo ammettere che i mercati sono fatti per realizzare profitti: se si può guadagnare scommettendo sulle paure legate all’instabilità politica italiana, paure magari del tutto irrazionali (quello della razionalità dei mercati è un dogma che, dopo il 2008, si può considerare sconfitto dalla Storia), i mercati ci proveranno. Il loro lavoro è il guadagno immediato, non il giudizio assoluto sulle politiche di un paese. A questo proposito, anzi, la divulgazione degli instant poll che attribuivano una netta maggioranza al centro-sinistra spingendo al rialzo le borse, salvo poi farle crollare all’emergere dell’evidenza, fanno sorgere più di un sospetto: perché sono queste vertiginose altalene che portano i maggiori guadagni.

    Sul lungo periodo, tuttavia, non vedo grosse motivazioni dietro alle ansie dei mercati, se si eccettua la non trascurabile fragilità del settore bancario italiano, legato com’è al sostegno del governo. Si tratta di un problema serio, certo, ma che non comporta per l’Italia nessun rischio default immediato: e questo dovrebbe darci abbastanza respiro per fare con calma i ragionamenti politici dovuti.

    Lo spread dal canto suo sappiamo ormai cosa rappresenta: non certo il rischio che l’Italia fallisca, ma quello che esca dall’euro, ripagando così il creditore con una nuova lira svalutata. E’ un meccanismo quasi perverso che ci addossa i costi di un’uscita pur continuando a rimanere dentro. Eppure è la logica a cui ci siamo consegnati, rinunciando alla garanzia di una banca centrale e ponendo le nostre finanze pubbliche e la nostra libertà di autodeterminazione nelle mani del mercato. Ovviamente si può uscirne, e il tempo per prendere questa decisione lo abbiamo.

     

    Il futuro dopo il voto

    Nell’immediato abbiamo solo due scenari che possano evitare un ricorso immediato alle urne (che riproporrebbe solo la situazione esistente).
    La prima soluzione è l’unica possibile, se pensiamo davvero che il problema sia il fatto di aver scandalizzato il mondo per non esserci liberati di Berlusconi: una coalizione a termine in cui il centro-sinistra si allea a Grillo. Gli obiettivi di questa operazione sono: 1) ineleggibilità di Berlusconi, 2) legge elettorale, 3) elezione di un Presidente della Repubblica (un buon compromesso potrebbe essere Stefano Rodotà). Si tratta di un’opzione ampiamente praticabile, che metterebbe fine a Berlusconi e rimanderebbe di qualche mese una competizione elettorale a cui affidare la formazione di un chiaro governo politico del paese.

    La seconda soluzione, invece, è il “governissimo” PD+PDL+Monti. Si tratta di un’ipotesi meno improbabile di quello che si pensi, tant’è che l’estabilishment moderato ha già cominciato a caldeggiarla. Come si può giustificare un simile abominio politico? Esattamente allo stesso modo in cui si è giustificato il governo Monti: a colpi di spread, in un clima di supposta emergenza e in nome delle fantomatiche riforme. Di certo Berlusconi non aspetta altro: dietro garanzia dei soliti salvacondotti, ritornerà anzi più europeista di prima. Tutto dipende in realtà da quanto le  diplomazie del nord Europa riterranno sensato spingere ancora per questa soluzione fallimentare; e ovviamente dalla propensione del PD al suicidio finale.

     

    Andrea Giannini

  • Scrutini elezioni politiche 2013, provincia di Genova: i risultati

    Scrutini elezioni politiche 2013, provincia di Genova: i risultati

    Genova, panorama

    A livello regionale boom del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati (alla Liguria spettano 16 seggi) con il 32%, subito sotto la coalizione di centrosinistra con il 31% e il centrodestra al 23%. Per quanto riguarda il Senato della Repubblica (alla Liguria spettano 8 seggi) centrosinistra al 33%, Movimento 5 Stelle 30% e centrodestra al 24%.

    Rimanendo invece sulla sola provincia di Genova, ecco i risultati definitivi lista per lista:

     

    SENATO DELLA REPUBBLICA (votanti 488.577, il 74,89% degli aventi diritto)

    – Coalizione centrosinistra, leader Pier Luigi Bersani: 35,2%

    Partito Democratico (Pd): 31,5%

    Sinistra Ecologia e Libertà (Sel):  3,3%

    Centro Democratico: 0,3%

    – Movimento 5 Stelle: 30,2%

    – Coalizione centrodestra, leader Silvio Berlusconi: 21,5%

    Popolo della Libertà (Pdl): 17,6%

    Lega Nord: 2,1%

    Fratelli d’Italia: 1,3%

    La Destra: 0,4%

    – Monti per l’Italia: 9,8%

    – Rivoluzione Civile: 1,5%

    – Fare, per fermare il declino: 0,9%

    – Partito Comunista dei Lavoratori: 0,6%

     

    CAMERA DEI DEPUTATI (votanti 522.773, il 75% degli aventi diritto):

    – Coalizione centrosinistra, leader Pier Luigi Bersani: 33,2%

    Partito Democratico (Pd): 29,5%

    Sinistra Ecologia e Libertà (Sel):  3,4%

    Centro Democratico: 0,2%

    – Movimento 5 Stelle: 32%

    – Coalizione centrodestra, leader Silvio Berlusconi: 20,5%

    Popolo della Libertà (Pdl): 16,6%

    Lega Nord: 2%

    Fratelli d’Italia: 1,3%

    La Destra: 0,4%

    – Monti per l’Italia: 10,3%

    Monti per l’Italia: 8,9%

    Unione di Centro: 1%

    Futuro e Libertà: 0,3%

    – Rivoluzione Civile: 2%

    – Fare, per fermare il declino: 1,1%

    – Partito Comunista dei Lavoratori: 0,6%

     

    dati Ministero dell’Interno

  • Comune di Genova: tagli ai consiglieri e riduzione delle spese

    Comune di Genova: tagli ai consiglieri e riduzione delle spese

    palazzo-tursi-D4Benché in questi mesi il tema dei costi della politica sia passato in secondo piano per far spazio alla campagna elettorale – di fatto non vi sono stati tagli al numero dei parlamentari e lo stesso vale per il numero dei consiglieri di molte regioni -, nelle amministrazioni locali qualcosa si sta già muovendo nella direzione della razionalizzazione.

    Il Comune di Genova ha messo in atto una serie di misure che hanno effettivamente contribuito e contribuiranno ad una riduzione delle spese non solo della “politica”, ma della stessa macchina comunale.

    Innanzitutto le normative in materia di contenimento della spesa avevano ridotto da 50 a 40 il numero dei consiglieri che con le elezioni comunali del 2012 hanno fatto il loro ingresso nell’Aula Rossa di Palazzo Tursi. A ciò si è aggiunta la decisione del Consiglio di ridurre da 7 a 9 il numero delle commissioni consiliari e di limitare a 6 il numero massimo di commissioni di cui può far parte un consigliere. Questo con l’obiettivo di risparmiare sui gettoni di presenza che i membri delle commissioni ricevono per ogni riunione.

    Il Consiglio Comunale, inoltre, è intervenuto per cercare di ridurre i costi dell’amministrazione, che, con i suoi 6500 dipendenti, rappresenta la più grande azienda della Liguria. Tra i primi atti approvati vi era stato un emendamento, presentato dall’IDV, in base al quale si era previsto un taglio di 1,8 milioni di euro per i premi ai dirigenti del Comune

     

    LA RIORGANIZZAZIONE DELLA STRUTTURA

    A partire da quell’approvazione l’amministrazione ha avviato una complessa riorganizzazione dell’intera struttura comunale con l’obiettivo di razionalizzare ulteriormente i costi. Il primo passo ha riguardato proprio la ridefinizione degli incarichi dirigenziali, con una riduzione da 93 a 82 dirigenti del Comune. In particolare non sono stati rinnovati i contratti esterni, ad esempio per il Comandante dei Vigili urbani e il direttore del Personale.

    Questo processo ha portato con sé non solo una riduzione, ma anche una vera e propria redistribuzione dei più alti responsabili degli uffici comunali. La possibilità di contendere tutte le funzioni dirigenziali ha causato degli avvicendamenti non sempre trascurabili. Ogni direzione, infatti, differisce per fascia di appartenenza, la quale dipende soprattutto dalla complessità della struttura e dal numero di impiegati da gestire. Ciò significa che per alcuni dirigenti si è verificato uno spostamento in posizioni più importanti, mentre per altri in posizioni meno importanti. In passato questo meccanismo aveva anche provocato dei tentativi di “accaparramento” di dipendenti comunali per rafforzare il peso di una specifica direzione.

    La fase due di questa riorganizzazione della macchina comunale riguarda anche le posizioni organizzative dei funzionari posti nell’organigramma della struttura ad un livello immediatamente inferiore rispetto ai dirigenti. Si tratta di dipendenti comunali il cui numero è decisamente più elevato rispetto a quello dei dirigenti e ai quali spetta una retribuzione aggiuntiva tra i 6 e 9 mila euro all’anno. In questo caso non vi è un impegno votato da parte del Consiglio Comunale per la riduzione dei costi. Tuttavia lo stesso Sindaco ha richiesto che con questa operazione venisse perseguito l’obiettivo di realizzare un certo risparmio economico.

    Già nella scorsa amministrazione vi era stato un taglio tra i 500 e i 1.000 euro per i premi a queste figure ed era stato anche introdotto un meccanismo per rendere contendibili queste posizioni sulla base di un concorso interno al Comune. In linea di principio tutti i dipendenti comunali possono candidarsi per ricoprire questi ruoli.

    Il Comune di Genova, come molti altri governi locali, ha aperto la strada ad una profonda revisione della spesa all’insegna di una razionalizzazione intelligente ben diversa da un taglio indiscriminato. Tuttavia, è noto che le spese di Stato e Regione sono esponenzialmente più elevate rispetto a quelle dei comuni, ma, fino ad oggi, ben poco è stato fatto per ridurle. Non deve essere una caccia indiscriminata alle streghe, ma di un giro di vite che possa portare ad una maggiore trasparenza nelle procedure, ad un maggiore grado di competitività negli incarichi (con conseguente miglioramento delle competenze) e una riduzione degli sprechi.

     

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Elezioni politiche 2013, Partito Preso: l’iniziativa genovese sul web

    Elezioni politiche 2013, Partito Preso: l’iniziativa genovese sul web

    elezioniMancano poche ore allo scadere della tornata elettorale: alle 15 di oggi chiudono i seggi e partirà lo spoglio che decreterà chi tra Pd, Pdl, Lista Monti, Movimento Cinque Stelle e le altre liste candidate sarà chiamata a guidare il nuovo Governo.

    Per gli indecisi dell’ultimo minuto, può venire in aiuto un sito web creato da tre studenti di Genova che cerca di mettere un po’ di ordine tra liste, candidati e programmi di queste elezioni politiche 2013.

    Partito Preso – creato da Guglielmo Cassinelli, Giacomo D’Alessandro, Gabriele Fusi – nasce con lo scopo di «avvicinare i giovani alla politica e incentivare un voto informato».

    In uno stile “minimal” sono presentati tutti i partiti attualmente in lizza: per ciascuno è possibile consultare il Manifesto programmatico e/o il programma elettorale completo, si possono leggere i nomi di tutti i candidati delle singole Regioni e si può inoltre sapere quali sono gli account social network ufficiali (Facebook, Twitter, YouTube) e quanti fan/follower/iscritti hanno.

    Un progetto che si associa a un’altra iniziativa di un gruppo di studenti di Genova, Politicometro, un sito web creato in occasione delle elezioni Comunali 2012 ma che sta seguendo anche le consultazioni nazionali.

    Dopo il voto, anche Partito Preso si occuperà di aggiornare i lettori sui risultati, con un focus sulle modalità di comunicazione di tutte le forze politiche, e in futuro vuole porsi come uno spazio pronto a svolgere lo stesso servizio in occasione di elezioni amministrative, referendum e altre campagne.

    Marta Traverso

  • Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Palazzo ChigiFinalmente ci siamo. Questo sarà l’ultimo commento prima del voto: dalla prossima settimana sapremo se ci sarà una coalizione o un partito in grado di governare. In ogni caso si comincerà a ragionare, nel bene o nel male, in modo completamente diverso.

    I TEMI SUL TAVOLO: DI COSA SI DOVRA’ OCCUPARE IL PROSSIMO GOVERNO

    La mia personale interpretazione – e lo sa bene chi mi segue su questa rubrica – è che il prossimo esecutivo sarà costretto a confrontarsi prima o poi con le regole di bilancio che ci ha imposto la governance europea in un clima di forte emergenza economica. E’ questo il punto centrale: che non si riduce banalmente a “la crisi”; perché, se di semplice crisi economica si trattasse, avremmo potuto prima discutere di come uscirne, e poi, dalla prossima settimana, con il nuovo governo, passare alla pratica. Il fatto invece che le soluzioni politiche per la ripresa appaiano tutto sommato piuttosto evanescenti e lascino come uno strano amaro in bocca, è la migliore testimonianza di quello che in realtà già sappiamo: non possiamo fare tutto da soli. C’è lo spread, i mercati, le direttive europee, “la Merkel”: in due parole il “vincolo esterno”, cioè lo spettro di una serie di elementi estranei rispetto ad una comunità nazionale che pure entrano nel dibattito interno e vengono chiamati in causa tanto da condizionare pesantemente la libera espressione delle scelte democratiche dei cittadini.

    Non si tratta di una novità: parliamo anzi del fattore dominante della politica degli ultimi vent’anni, che infatti ci ha restituito una classe dirigente ripiegata su stessa, svogliata e percepita come inutile dalla gente. Oggi il vincolo esterno si esprime in forme quali: il pareggio di bilancio in Costituzione, il fiscal-compact, il six-pack, il mito delle “riforme” a cui siamo costantemente richiamati, il famigerato spread e da ieri pure il two-pack. Il combinato di questi paletti inderogabili rende di fatto molto ristretto il margine di azione della politica, se non addirittura virtualmente impossibile: è noto, infatti, che a meno di una ripresa che porti ad una crescita altissima, ci viene imposto un futuro di tagli difficilmente sostenibili.

    In questo quadro appare pure necessario parlare di riduzione delle tasse, recupero dell’evasione e lotta alla corruzione: ma è evidente che si tratti di obiettivi, qualora realmente praticabili,  comunque realizzabili solo nel lungo termine e, nel complesso, insufficienti a rimettere in carreggiata il paese. Altre misure, come il taglio degli sprechi e l’efficientamento della burocrazia, possono portare addirittura ad ulteriori effetti recessivi. Liberalizzazioni e privatizzazioni sono idee opinabili, ma certo non sono la panacea.

    A ciò si aggiunga che lo scenario europeo verosimilmente peggiorerà, con l’esplosione di un dramma sociale in Grecia e dei problemi di bilancio francesi. Pertanto non c’è dubbio che il contesto in cui dovrà operare il prossimo governo sarà particolarmente difficile.

     

    parlamento-italianoLO SCENARIO PIU’ PLAUSIBILE: CHI GOVERNERA’ E CON QUALI POTERI 

    Tutto dipende dalla legge elettorale, il famoso “porcellum”: a parole tanto criticato, ma nei fatti lasciato immutato dai partiti della legislatura uscente, che quindi se ne assumono tutta la responsabilità. Le caratteristiche di questa legge che ci interessano sono due: 1) il premio di maggioranza, 2) le soglie di sbarramento.

    Alla Camera dei Deputati non ci sono problemi: stanno fuori i partiti singoli sotto il 4% e le coalizioni sotto il 10%, mentre chi arriva primo si becca sicuri 340 seggi che garantiscono la maggioranza e quindi la governabilità. Al Senato della Repubblica la musica cambia: stanno fuori i partiti sotto l’8% e le coalizioni sotto il 20%, ma soprattutto il premio di maggioranza si calcola regione per regione. Questo significa che non tutti supereranno lo sbarramento; e che anche un piccolo scarto di vantaggio – ad esempio – in Lombardia si traduce automaticamente in 27 seggi sicuri al Senato: una bella fetta di quella quota di maggioranza che si raggiunge con circa 176 seggi. Quindi anche una vittoria su scala nazionale non garantirebbe automaticamente la maggioranza, se il combinato dei vari voti regionali fosse particolarmente sfortunato.

    Con queste regole e, prendendo per buoni i sondaggi di cui disponiamo, alla corsa per il  Senato arriveranno solo in quattro: PD, PDL, M5S e Lista Monti. In questo contesto il PD sarebbe costretto ad allearsi con Monti, non potendo contare (per ragioni di decenza) su Berlusconi, né sul movimento di Grillo (per indisponibilità di quest’ultimo). E sapete già che questa è l’unica ragione per cui Monti ha deciso di scendere… pardon, “salire” in campo con una lista unica al Senato: sostenere il PD nel voto delle prossime finanziarie, che saranno certamente lacrime e sangue e che quindi rischiano di sfaldare a sinistra la coalizione di Bersani.

    Se e che stabilità avrà l’annunciato governo “Bersamonti” dipenderà tutto dai numeri della vittoria, oltre che dal (probabile) aggravarsi della crisi. Questo scenario, però, potrebbe essere scardinato non tanto da un exploit di Berlusconi, che non pare proprio in vista, quanto piuttosto da un’eventuale e clamorosa débacle di Monti, che non sembra sfondare nei sondaggi e che potrebbe – difficile, ma non da escludere – persino non superare lo sbarramento dell’8% al Senato: e a quel punto tutto potrebbe succedere, compreso uno sfaldamento del PDL o (probabilmente) un ritorno alle urne.

    Ma il vero possibile fattore dirompente resta Beppe Grillo: il quale – va riconosciuto – ha fatto una campagna elettorale praticamente perfetta. Reduce dalle polemiche sull’autoritarismo interno al movimento, che, dopo la cacciata degli attivisti Favia e Salsi, faceva dubitare sulla tenuta dei consensi raggiunti nei sondaggi, Grillo ha puntato tutto sulla coerenza e sulla purezza ideologica. Non ha smesso di battere sul tasto del ricambio della classe dirigente, forte della scarsa attitudine al rinnovamento mostrata del resto della “casta”. Non si è concesso alle televisioni, costringendo così le televisioni a rincorrerlo da una piazza sempre più piena all’altra. Ha dichiarato esplicitamente di non voler governare (obiettivo rimandato di una legislatura), ma solo di puntare a infiltrare in Parlamento una pattuglia di attivisti la più numerosa possibile: in questo modo ha evitato brillantemente sia il problema del “voto utile” che quello della credibilità del programma. Il risultato è che oggi il suo M5S appare l’unica forza davvero “alternativa”, in un modo anche un po’ romantico; l’unica forza comunque in grado non per forza di “fare bene”, quanto soprattutto di “far cambiare direzione” a una politica che ha deluso e esasperato gli Italiani oltre ogni limite.

    Il vero potenziale del M5S, quindi, resta ancora incerto. Quel 15% di elettori ancora indecisi  potrebbe decidersi proprio alla fine: e potrebbe optare proprio per dare uno schiaffo ai vecchi partiti; un’eventualità che sarebbe ancora più probabile, se stasera Piazza San Giovanni arrivasse davvero a riempirsi. Ecco perché la vera domanda a cui queste elezioni devono dare risposta, quello che tutti aspettano con ansia di sapere, compresi soprattutto i candidati rivali, è: fin dove può arrivare Beppe Grillo?

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale, elezioni: il voto nazionale e la politica locale

    Consiglio Comunale, elezioni: il voto nazionale e la politica locale

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DQuesto martedì non è stato convocato il Consiglio Comunale per una pausa pre-elettorale. In previsione delle prossime elezioni abbiamo cercato di capire se e in che modo i recenti cambiamenti politici abbiano avuto degli effetti sulla politica locale a Genova.

    A partire dal 6 dicembre 2012, quando il Pdl ha ritirato la propria fiducia al Governo Monti, la scena politica nazionale ha subito diverse mutazioni. Nuove forze politiche hanno fatto la loro comparsa, altre rischiano lo scioglimento.

    A Genova la destra, più precisamente il gruppo consiliare del Pdl, ha perso un proprio componente, che è confluito nel Gruppo misto. Il consigliere Baroni, che era stato uno dei fondatori di Forza Italia, ha dichiarato di non essere intenzionato a restare in un partito «ormai di proprietà privata del Cavalier Berlusconi». Baroni sosterrà la lista creata dal Presidente del Consiglio uscente Mario Monti “Con Monti per l’Italia”, ma non ha specificato se questo passaggio modificherà la sua posizione nei confronti della Giunta Doria.

    A sinistra i maggiori cambiamenti hanno riguardato l’Idv, che alle prossime elezioni non si presenterà con il proprio simbolo, ma farà parte del movimento guidato dall’ex magistrato Antonio Ingroia “Rivoluzione Civile”. Entrato in consiglio come partito di maggioranza, l’Idv è stato spesso critico verso le scelte della Giunta Doria. La scissione tra il leader nazionale Antonio di Pietro e il capogruppo alla Camera Massimo Donadi ha comportato una separazione anche all’interno del gruppo consiliare comunale. Anzalone e Mazzei sono rimasti all’interno del partito, mentre De Benedictis ha aderito alla nuova forza politica di Donadi (Diritti e Libertà), che sostiene Bersani come Presidente del Consiglio. Anche in questo caso è difficile prevedere grandi cambiamenti nel comportamento dei consiglieri eletti tra le fila dell’Idv, mentre è prevedibile un maggiore avvicinamento alle posizioni del Pd da parte del “fuoriuscito” De Benedictis.

    Ad una prima analisi non sembra quindi che il quadro politico nazionale abbia inciso profondamente sugli equilibri del Consiglio Comunale. Benché la minoranza di centro-destra abbia perso un suo componente, non ne derivano infatti particolari vantaggi per il centro-sinistra.

    Al tempo stesso la maggioranza non sembra nemmeno essersi indebolita per la fuoriuscita di De Benedectis dal proprio partito, il quale, anzi, è entrato a far parte di una nuova forza politica che a livello nazionale farà parte della coalizione di centro-sinistra.

    Ma se nell’immediato non vi sono state particolari trasformazioni è per il futuro che si presentano alcune incongite. Di fronte ad un quadro politico nazionale così incerto è difficile immaginare cosa accadrà ai rappresentanti locali di alcune forze politiche di cui non si conoscono ancora le sorti. A quale partito nazionale faranno riferimento i restanti consiglieri dell’Idv, se tale partito verrà sciolto per confluire all’interno del nuovo movimento di Ingroia? La lista civica di Monti si trasformerà in un partito con una propria struttura anche nelle regioni e nei comuni? A chi risponderanno delle proprie scelte i rappresentanti di queste forze politiche? Insomma quali saranno i collegamenti tra i loro rappresentanti locali (non solo a Genova) e quelli nazionali?

    Ogni risposta a questi interrogativi sarebbe un azzardo, anche per la forte incertezza sul risultato stesso delle prossime elezioni. Tuttavia questa situazione mette in evidenza come il sistema politico italiano stia attraversando una fase di grande trasformazione e, al tempo stesso, di debolezza che ancora non si è arrestato e che, in futuro, potrebbe avere forti ripercussioni anche sulla politica locale.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La crisi della Chiesa e la debolezza del Papa: analisi e riflessioni

    La crisi della Chiesa e la debolezza del Papa: analisi e riflessioni

    vaticanoIn attesa che abbia fine una campagna elettorale di cui non sentiremo certo la mancanza, un commento lo merita la clamorosa abdicazione di Joseph Ratzinger. La portata dell’evento è già stata ampiamente sottolineata dalla stampa di tutto il mondo: non solo, infatti, l’ultimo precedente risale a 600 anni fa, ma soprattutto la Chiesa si trova in un momento difficilissimo della sua storia.

    Da Papa Giovanni Paolo II a Benedetto XVI il delicato rapporto tra una dottrina millenaria e le sfide poste dalla modernità è ancora lontano dall’essere definito. Per di più mai come in questi ultimi anni è emerso al pubblico il torbido lavorio che si agita segretamente fra le gerarchie ecclesiastiche: dall’opacità nella gestione dello denunce dei preti pedofili, fino alle più recenti polemiche sulla trasparenza dello IOR e sulla guerra intestina per bande documentata dalla ormai celebre inchiesta giornalistica detta “Vatileaks“.

    E’ ovvio che in un momento del genere il gesto di Benedetto XVI rischi di essere letto, al di là delle dichiarazioni di facciata e del plauso generale di convenienza, come un’ammissione di debolezza della Chiesa. Il paragone con i precedenti storici non fa che confermare questa valutazione: di Celestino V (1294) tutti ricordano la “viltade”, secondo il giudizio sferzante di Dante (che Ratzinger tuttavia non condivideva assolutamente); e a proposito di Gregorio XII (1415) bisogna rammentare che l’abdicazione servì a chiudere, con il concilio di Costanza, uno dei periodi più bui per la Chiesa, seguito al ritorno a Roma del Papato dopo la “cattività avignonese” (1309-1377): un gioco di potere combattuto a colpi di nomine di Papi e di antipapi e denominato evocativamente “Scisma d’Occidente” (1378-1417).

    Questa consapevolezza non può essere mancata a Joseph Ratzinger. L’ormai ex-Pontefice, che già da qualche anno – oggi retrospettivamente non si può dubitarne – andava meditando il coup de theatre e preparandosi la strada, non poteva non sapere che una scelta del genere, anche se formalmente legittima, si sarebbe trasformata in un duro colpo per l’immagine di compattezza della Chiesa. C’è infatti il Pastor Aeternus, cioè il dogma dell’infallibilità del Papa (quando parla ex cathedra) sancito nel 1870. Da allora è la prima volta che un Papa mette in imbarazzo a tal punto la dottrina: rinunciando al pastorale, infatti, Joseph Ratzinger rinuncia anche, per una decisione del tutto personale (in cui cioè Dio non ha evidentemente alcun ruolo), alla missione di portavoce del volere divino. Ma chi è designato da Dio ad esprimersi nel Suo nome, come fa a decidere da solo che, da un certo punto in avanti, la cosa non gli interessa più?

    Le gerarchie ecclesiastiche potranno anche prodursi in ardite gimcane teologiche per giustificare la cosa, ma è evidente che da oggi, se anche il Papa può ritirarsi, sarà un po’ più difficile spiegare perché, ad esempio, l’uso del preservativo non sia consentito. C’è, insomma, il concreto rischio che tutto l’impianto dottrinale perda credibilità. Difficile pensare, quindi, che un fine teologo e un devoto prelato come Joseph Ratzinger abbia potuto abbandonare la sua Chiesa, del tutto impreparata alle conseguenze di un simile gesto, solo per imprimere una svolta di “modernità”, come vorrebbero gli entusiasti commentatori e intellettuali più liberal di sinistra. L’unica spiegazione, in realtà, è che Benedetto XVI abbia voluto attendere il primo momento di calma relativa per passare il testimone ad un nuovo e più “vigoroso” successore, in modo da non consegnarsi, nella debolezza incipiente della vecchiaia, ad una curia di cui evidentemente non si fida e di cui teme le oscure trame.

    In quest’ottica il gesto di Ratzinger assume una senso rispetto alla sua coscienza di religioso (che altrimenti ne uscirebbe compromessa): quello di una denuncia estrema e clamorosa per il bene superiore della comunità di fedeli che stava guidando. Segue come corollario che, se in effetti “c’è del marcio in Danimarca”, allora l’opera di inchiesta giornalistica non stava denigrando la Chiesa, ma Le stava rendendo un buon servizio. Quei giornalisti, come Gianluigi Nuzzi o Marco Lillo, che avevano doverosamente pubblicato le notizie di cui entravano in possesso, stavano solo facendo scrupolosamente il loro lavoro: e dovrebbero essere tenuti in buona considerazione per questo, anziché osteggiati come è spesso avvenuto. All’opposto certi politici sedicenti “cattolici”, sempre pronti a spellarsi le mani qualsiasi cosa venga dal Vaticano, hanno dimostrato una volta di più di che pasta sono fatti:  al contrario di quello che diceva Montanelli di De Gasperi, cioè che fosse cattolico ma non clericale, questi si sono rivelati più clericali persino del Papa e, in ultima analisi, dei pessimi cattolici.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale di Genova: campagna contro l’abbandono dei rifiuti

    Consiglio Comunale di Genova: campagna contro l’abbandono dei rifiuti

    palazzo-tursi-musso-enrico-DDall’inizio dell’anno ad oggi l’AMIU ha già raccolto 20 tonnellate di rifiuti ingombranti abbandonati. Una vera e propria emergenza su cui la Lista Musso ha chiesto l’intervento dell’amministrazione presentando una mozione in cui si propone la realizzazione di una campagna per sensibilizzare i cittadini genovesi su questo problema. In particolare il consigliere Salemi, che ha presentato il documento in aula, ha evidenziato che «non vi è conoscenza del fatto che conferendo i rifiuti ingombranti alle isole ecologiche si ottiene uno sconto sulla TIA (tariffa di igiene ambientale, ndr)».

     

    consiglio-comunale-twitter-12-febbraio-2013Il consigliere Campora (Pdl) ha proposto di installare delle telecamere per monitorare le aree in cui avviene lo scarico di questi oggetti. Nonostante qualche reticenza, anche per gli alti costi di questi sistemi di controllo, l’assessore all’Ambiente Garotta ha proposto di «valutare caso per caso» l’utilità di installare queste telecamere. Il rischio, osserva l’assessore,  è che i rifiuti vengano semplicemente «spostati da una zona ad un’altra».

    L’assessore Garotta, si è detta convinta che il problema non sia dovuto solo alla mancanza di conoscenza e informazione , bensì la fatto che vi siano «soggetti che operano al margine della legalità», per esempio quelle imprese edilizie che, per limitare i costi o per mancanza dei permessi necessari, decidono di non effettuare il giusto smaltimento dei detriti. Su questo fronte si sta operando per cercare di rintracciare i soggetti colpevoli e per incrementare il numero di isole ecologiche, in particolare nella zona del levante e medio-levante in cui non sono presenti. Talvolta sono gli stessi municipi che non riescono a trovare una collocazione per questi tipi di raccolta per la resistenza dei cittadini che le considerano, erroneamente, una fonte di inquinamento.

    Il Comune sta cercando di ottenere un finanziamento europeo per poter istituire un efficace sistema di prelievo a domicilio dei rifiuti ingombranti. Inoltre è già stato previsto un piano per il riciclo dei RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed Elettroniche), in particolare telefonini e videogiochi, prevedendo di creare punti di raccolta presso le scuole genovesi. Ciò permette di raggiungere i principali utilizzatori di queste apparecchiature e di sensibilizzarli sui pericoli legati all’inquinamento prodotto da questi oggetti.

    La mozione ha ricevuto un’approvazione unanime dal Consiglio Comunale ma, come testimoniava la presenza nell’aula consiliare di alcuni lavoratori AMIU a rischio licenziamento,  la volontà di risolvere i problemi legati alla raccolta dei rifiuti deve scontrarsi con la scarsità dalle risorse a disposizione del Comune.

    Una possibile soluzione è stata avanzata dal M5S e prevede il coinvolgimento dei cittadini stessi nella segnalazione di eventuali aree abusive di scarico attraverso l’invio di fotografie da pubblicare online sul sito di AMIU. In questo modo sarà possibile creare una “mappa” delle zone anche per scoraggiare nuovi sarichi.

     

    consiglio-comunale-twitter2-12-febbraio-2013

     

     

    La seconda mozione della giornata presentata dal consigliere Bruno (Fds) chiedeva un’adesione del Comune di Genova all’associazione Avviso Pubblico, che riunisce diversi enti locali (circa 200) e promuove al loro interno attività di «formazione civile contro le mafie». Ma come spesso accade per le decisioni politiche, la votazione è stata preceduta da una lunga discussione sugli aspetti formali del dispositivo, nonostante la volontà unanime dei consiglieri di appoggiare questa mozione.

    Di fronte alla richiesta del Pdl di analizzare in commissione consiliare alcuni documenti relativi all’associazione, prima di aderirvi formalmente, e alla volontà, espressa dallo stesso Sindaco Doria, di approvare la mozione come gesto importante per la lotta alla mafia, si è trovata una soluzione di compromesso. La mozione approvata non prevede infatti, come quella originale, l’adesione ad Avviso Pubblico, ma la semplice partecipazione alle sue attività. L’adesione verrà invece discussa in una successiva Commissione Consiliare, durante a quale se ne analizzeranno nel dettaglio le caratteristiche.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]