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  • Crisi e salute: i pazienti in difficoltà economica non si curano

    Crisi e salute: i pazienti in difficoltà economica non si curano

    Per il 64% dei medici di medicina generale i pazienti – a causa delle difficoltà economiche – trascurano la propria salute (una percentuale che sale al 71,6% al Sud e nelle Isole), mentre quasi la metà (il 48,6%) ritiene che lo stato di salute dei propri assistiti sia peggiorato in seguito alla crisi. E’ quanto emerge dall’indagine condotta dal Centro Studi Fimmg (Federazione Italiana Medici Medicina Generale), intitolata “Fare i conti con la salute. Le conseguenze della crisi sul benessere psicofisico della popolazione”.

    Lo studio è stato condotto nei primi mesi del 2012, attraverso un questionario su un campione rappresentativo di 1050 medici di medicina generale, ed è contenuto in un volume a cura del Centro Studi Fimmg, pubblicato da Pensiero Scientifico Editore.

    «Il questionario proposto al medico è stato articolato su più aspetti – spiega il responsabile del Centro Studi Fimmg, Paolo Misericordia – sul suo profilo personale e professionale, sulla caratterizzazione sociale ed economica del territorio, sulla valutazione dello stato di salute e di benessere psicofisico generale dei pazienti e della domanda di servizi sanitari, sugli effetti della crisi sul lavoro del medico e sulle sue prospettive professionali».

    «L’indagine del Centro Studi conferma ancora una volta che il medico di medicina generale è un’efficace sentinella di quanto accade sul territorio del nostro Paese – commenta il segretario nazionale della FIMMG, Giacomo Milillo – I risultati della ricerca dimostrano che la crisi incide sul destino della salute della popolazione. In molti sono costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie anche quando prescritte o comunque necessarie. Emerge con chiarezza che gli effetti della crisi sono pervasivi e causano uno stato di stress, di insicurezza e di grande apprensione negli individui, provocando anche una serie di condizionamenti negativi per la gestione del proprio bene salute. Lo stesso medico di medicina generale non nasconde la propria preoccupazione per il futuro».

    E’ del 43,4% la percentuale dei medici che riferisce che sia capitato spesso nell’ultimo periodo che i propri pazienti abbiano richiesto aiuto o indicazioni per la ricerca di un lavoro, mentre 9 mmg su 10 hanno affermato che “spesso” o “qualche volta” hanno ricevuto la richiesta di un aiuto per risolvere problemi familiari. La metà dei mmg ha l’impressione che siano molti i propri assistiti che hanno perso il posto di lavoro a causa della crisi economica (la percentuale sale al 63,5% al Sud e nelle Isole) e il 43% evidenzia che molti pazienti non riescono ad arrivare con i soldi a fine mese (il 60,3% al Sud).

    L’89% dei medici nota, inoltre, che i pazienti in questo periodo sono più stressati e, 9 mmg su 10, che esprimono “disappunto” per la spesa dei vari ticket sanitari. Il 67,6% che i cittadini, a causa delle ristrettezze economiche, non vanno dal dentista per non pagare le prestazioni mentre il 64,7% ha l’impressione che, per timore di mettersi in cattiva luce con il datore di lavoro, rinunciano ad assentarsi qualche ora per effettuare accertamenti medici, anche se necessari.

    L’effetto della crisi è serio, pesante e coinvolge tutte le sfere della vita anche per quanto riguarda i medici. Il 70,6% del campione è sfiduciato sul futuro, sulla propensione a investire (71,2%) e, soprattutto, sulle aspettative nei confronti della pensione (per l’88,7% è destinata a ridursi nel suo ammontare, e per l’84,5% è addirittura a rischio di poter essere percepita). I medici hanno timore che la penalizzazione economica della categoria e della sua potenzialità organizzativa, in relazione al prolungato blocco dei contratti, possa comportare un rallentamento dei processi di innovazione tecnologica (93,4%), un aumento degli accessi al pronto soccorso (72,3%), un aumento dei ricoveri ospedalieri (61,6%).

     

    Foto di Daniele Orlandi

     

  • Farmacie comunali in vendita: i sindacati contestano il piano del comune

    Farmacie comunali in vendita: i sindacati contestano il piano del comune

    L’amministrazione comunale sembra intenzionata a mettere in vendita 3 delle 11 farmacie gestite dalla “Farmacie genovesi spa” – società partecipata al 100% dal Comune di Genova – attualmente in perdita.

    La vendita dovrebbe servire a ripianare il buco economico – che si aggirerebbe intorno ai 120 mila euro – e potrebbe evitare la dismissione integrale della società. Le tre farmacie destinate alla cessione sarebbero quelle di via Modigliani a Marassi, via Coronata a Cornigliano e via Linneo a Begato. Parliamo di tre quartieri popolari in zone che già attualmente scontano l’assenza di adeguati servizi per i cittadini. Per quanto riguarda i posti di lavoro, essi sarebbero salvaguardati dirottando i lavoratori in altre farmacie che resterebbero sotto il controllo del comune, oppure in altri settori dell’amministrazione o in società partecipate.

    La proposta, definita dall’assessore al Bilancio, Franco Miceli ed illustrata ai sindacati, si tradurrà forse già questa settimana, in una delibera di Giunta anche se all’interno della maggioranza, Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia e Libertà manifestano diverse perplessità. «Noi non abbiamo ancora visto niente – spiega Gian Piero Pastorino, capogruppo di Sel in consiglio comunale – E finora nessuno ci ha comunicato nulla. Potremo dare un giudizio quando vedremo la proposta. Comunque mi sembra che ci sia un problema di comunicazione tra Giunta e maggioranza».

    La dismissione delle farmacie comunali è un’idea che ciclicamente riaffiora, già nelle passate amministrazione se ne è discusso più volte, ma mai è stata realizzata concretamente. Questa volta, invece, sotto forma diversa, ovvero una dismissione parziale e non integrale, potrebbe andare in porto.

    Nel frattempo arriva una dura presa di posizione dell’Unione Sindacale di Base «Sono le tre farmacie più piccole ma situate nelle zone più disagiate e dove è maggiore la necessità di garantire un presidio pubblico. Quali introiti il comune pensi di ottenere da cotanta vendita, non si sa. E neppure si capisce in quale modo il comune intenda rilanciare la società».

    Inoltre, l’amministrazione comunale «Ha totalmente ignorato tutte le proposte avanzate in questi anni dai lavoratori per rilanciare l’azienda». L’USB, infine, denuncia «Dopo aver commissionato ad un advisor, ormai un anno fa, una perizia per accertare il valore dell’intera azienda, perizia per altro mai uscita dai cassetti dell’assessorato, ne verrà effettuata un’altra per accertare il valore delle tre farmacie da mettere in vendita».

    La scelta di Palazzo Tursi è contestata duramente in un comunicato unitario dei tre sindacati confederali FILCAMS CGIL – FISASCAT CISL -UILTUCS UIL «Per quanto ci permette di valutare la genericità delle informazioni ricevute, il cosiddetto piano industriale di salvataggio non è, nel merito, giudicabile positivamente».

    Infatti, secondo le organizzazioni sindacali «La prospettiva di vendita a soggetti privati delle tre farmacie considerate oggi meno remunerative (Coronata, Modigliani, Rivarolo) appare poco realistica sul piano commerciale, causa la stagnazione di un settore fortemente investito dalla crisi economica generale, nonché da problemi più legati alla specificità del settore (abbassamento della spesa farmaceutica, dimezzamento dei rimborsi sulle prescrizioni, avvento dei medicinali generici). La stessa amministrazione, su specifica richiesta di soluzioni alternative qualora il bando di gara andasse a vuoto, non è stata in grado di esplicitare nessuna altra strategia, limitandosi ad uno degli ennesimi rimandi nel tempo, ai quali le lavoratrici e i lavoratori delle farmacie comunali sono ormai da anni tristemente abituati».

    A tutto ciò si somma «La totale sottovalutazione di quel ruolo sociale che le farmacie comunali, specialmente in zone come quelle interessate dalle probabili cessioni delle licenze, rivestono sempre di più, anche a causa del progressivo invecchiamento ed impoverimento della popolazione», sottolineano FILCAMS CGIL – FISASCAT CISL – UILTUCS UIL.

    Per quanto riguarda l’aspetto dell’organizzazione del lavoro «L’assessorato avrebbe già individuato un numero considerevole di esuberidenunciano le organizzazioni sindacali – nonostante le assicurazioni sulla totale ricollocazione in posizioni alternative all’interno delle altre Società partecipate, un percorso di questa portata richiederebbe momenti di confronto e riflessione che vanno anche oltre la singola questione delle farmacie, inserito bensì in un ragionamento molto più ampio sulle società partecipate nel loro complesso. Al contrario, la richiesta di incontro avanzata dai sindacati a luglio e sollecitata fortemente ad ottobre, è stata assolutamente ignorata fino a lunedi (3 dicembre, ndr), a poche ore di distanza dalla discussione in Giunta di un argomento tanto delicato. Mai menzionata, in tutta l’esposizione, la dirigenza aziendale che, nonostante le gravi responsabilità sul progressivo affossamento della società, uscirà indenne da questa pesante ristrutturazione».

    Ma l’elemento forse più preoccupante «È la totale assenza, all’interno della proposta descritta, di un serio progetto di riqualificazione della società, senza il quale il rischio concreto è di ritrovarsi, magari a distanza di un anno o poco più, nuovamente a discutere di ripianamento del debito attraverso decisioni altrettanto o ancor più drastiche nonostante le ripetute denunce di immobilismo nei confronti della società, nonostante i ripetuti solleciti all’avvio di piani di rilancio mettendo a disposizione anche la loro esperienza ed il loro contributo, si sia lasciato in una sorta di stato di abbandono quella che per il Comune di Genova poteva e potrebbe ancora rappresentare nel futuro una importante risorsa di valenza sia economica, che sociale».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Villa Scassi: donatori di sangue senza parcheggio, mozione in municipio

    Villa Scassi: donatori di sangue senza parcheggio, mozione in municipio

    SanitariUn gesto altruista per eccellenza, quello dei donatori di sangue, che andrebbe agevolato in ogni modo mentre, al contrario, è ostacolato da situazioni che sfiorano il paradosso.

    È il caso dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena dove, da qualche tempo, i donatori di sangue devono fare i conti con la difficoltà di trovare un parcheggio. Il problema è sorto da circa un anno, quando sono stati effettuati dei lavori all’interno della struttura sanitaria, proprio dov’era stato predisposto uno spazio dedicato al parcheggio delle automobili dei donatori. Oggi i lavori sono terminati ma è impossibile trovare un posto libero perchè tutti risultano già occupati da chi, probabilmente, non ne avrebbe neppure il diritto.

    Una mozione presentata il 1 dicembre dal capogruppo della Lega Nord nel Municipio Centro-Ovest, Davide Rossi, impegna Presidente e Giunta ad attivarsi verso l’ospedale Villa Scassi, Asl 3 e Regione Liguria affinché tale servizio «Fondamentale a livello sanitario e sociale in un ospedale importante come il nostro, possa svolgersi in modo eccellente senza alcuna carenza, dando la certezza al donatore di trovarsi nelle condizioni migliori per donare il sangue, essendo sicuro di parcheggiar la propria auto nei posti che gli competono, nelle adiacenze del centro trasfusionale». Inoltre il documento chiede di «Proporre all’ospedale Villa Scassi, Asl 3 e Regione Liguria un incremento dei parcheggi a disposizione».

    «L’ospedale Villa Scassi nonostante i numerosi problemi noti alle cronache, resta e rimane la struttura sanitaria di punta del ponente genovese – ribadisce la mozione che verrà discussa in questi giorni – in correlazione con le chiusure e i tagli decisi dagli organi superiori (Regione e Ministero della Salute) verso i distaccamenti periferici, il nosocomio di Sampierdarena si trova a gestire un bacino di potenziali utenti sempre maggiore. Questo comporta l’esigenza di un servizio generale e di primo soccorso efficiente h 24 per tutte le specialità, situazione che spesso e volentieri non viene garantita. Inoltre si attende da tempi immemori di vedere il termine di opere come il Padiglione 9 bis».

    Un ospedale importante come il Villa Scassi, secondo il promotore della mozione «Deve puntare in modo sempre più deciso a incrementare il numero di donatori di sangue, vista la grande necessità che il sistema nazionale e locale richiedono per curare adeguatamente tante situazioni e patologie. Ma è fondamentale garantire ai donatori le migliori condizioni possibili».

    Condizioni che devono essere eccellenti «Per tutto l’espletamento di questa importante azione di solidarietà, dall’accoglienza del donatore, allo svolgimento dell’operazione trasfusionale».
    Compresa la possibilità di parcheggiare la propria auto vicino al centro trasfusionale «Azione diventata impossibile, in quanto tali parcheggi, troppo pochi, sono costantemente occupati da chi non deve compiere donazioni e che spesso, tale situazione comporta due conseguenze negative: quella di rinunciare a compiere la donazione o quella di dover percorrere chilometri a piedi, a digiuno e dopo aver donato il sangue, per recuperare la propria auto».

     

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Lotta all’AIDS, cura e prevenzione: l’Asl 3 in piazza per sensibilizzare

    Lotta all’AIDS, cura e prevenzione: l’Asl 3 in piazza per sensibilizzare

    In occasione della giornata mondiale per la lotta all’AIDS, celebrata come ogni anno il 1° dicembre, l’ASL 3 (Azienda Sanitaria Locale genovese) scende in piazza per un evento di prevenzione e sensibilizzazione: dalle 18.00 del 30 Novembre il Camper Unità di strada appositamente allestito stazionerà in Piazza Caricamento e, fino a notte inoltrata, il personale specialistico delle S.C. Sert, composto da infettivologi, infermieri ed educatori, insieme agli educatori di strada Afet e Provincia incontreranno le persone, offriranno ascolto, forniranno materiale informativo cartaceo e presidi sanitari.

    L’evento – promosso dal Sert di ASL 3 in collaborazione con l’Associazione Afet Aquilone Onlus cui è affidata la gestione dell’Unita di Strada, l’Ufficio Benessere Organizzativo e Pari Opportunità della Provincia di Genova che si occupa del progetto Nuovi Orizzonti dedicato al sostegno delle vittime di tratta e la sezione genovese della L.I.L.A. (Lega Italiana Lotta all’Aids) che metterà a disposizione il materiale dell’ultima campagna – è finalizzato innanzitutto a sensibilizzare la popolazione sulla necessità di mantenere alta la soglia di attenzione verso questa malattia, sia sollecitando l’adozione di comportamenti protettivi, soprattutto per quanto concerne la sfera dei comportamenti sessuali, sia ribadendo l’importanza di sottoporsi al test HIV anonimo e gratuito.

    Proprio per agevolare quanti vogliano sottoporsi al test, durante la serata sarà inoltre possibile, per chi lo desidera, ottenere counselling infettivologico pre-test ed eventuale appuntamento per l’esecuzione del test la settimana successiva presso l’ambulatorio di Vico Croce Bianca 24r, che per l’occasione resterà aperto. Si ricorda che ASL 3 da aprile 2012 è attiva in vico Croce Bianca con il proprio personale infettivologico, psichiatrico, di accoglienza e di mediazione culturale.

    L’evento del 30 novembre si rivolge a tutta la popolazione e in particolare alle fasce in situazione di particolare fragilità, quali le lavoratrici del sesso, i loro clienti e i migranti in condizioni di irregolarità, non solo ai fini della loro tutela, ma anche per la cura della salute della collettività. Proprio a tale scopo, durante la serata una mini-equipe di operatori sarà anche impegnata in percorsi “ragionati” per contattare le fasce obiettivo dell’evento.

    «La trasmissione del virus HIV, purtroppo, è ancora un fenomeno importantescrive in un comunicato l’ASL 3e la sottovalutazione dei rischi spesso porta molte persone ad apprendere di aver contratto il virus all’insorgere dei sintomi della malattia, ovvero molto tempo dopo il contagio, riducendo l’efficacia dei trattamenti ed esponendo se stessi e gli altri a ulteriori rischi di diffusione della malattia».

    I dati dell’Osservatorio Epidemiologico Regionale per le Malattie Infettive (OERMI) – che si occupa della sorveglianza epidemiologica della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) sul territorio regionale fin dalla prima metà degli anni ’80 – evidenziano un costante decremento dei casi di AIDS con 2,7 casi ogni 100.000 abitanti, rispetto alla punta massima di 16,9 ogni 100.000 del 1995. A livello nazionale, i dati riportati dai diversi sistemi di sorveglianza regionali indicano che nel 2010 sono stati diagnosticati 5,5 nuovi casi di Hiv positività ogni 100 mila residenti e quasi una persona su 3 diagnosticate come Hiv positive è di nazionalità straniera.

    «La diminuzione delle nuove diagnosi è da attribuire più alla modificazione della storia naturale dell’infezione, grazie alle nuove terapie, che ad una vera diminuzione delle infezione da HIV, oltre che ad una scarsa propensione, da parte dei liguri, ad eseguire il test per la ricerca degli anticorpi anti-HIV, atteggiamento da cui dipende un ritardo nel riconoscimento dello stato di sieropositività», sottolinea l’ASL 3.

    Sulla base delle informazioni raccolte, ottenute grazie al sistema di sorveglianza attivato dalla Regione Liguria presso i centri clinici, si evidenzia che sulla diminuzione delle nuove diagnosi hanno avuto un gran peso i cambiamenti epidemiologici avvenuti dal 1996, quando per la prima volta si è verificata una diminuzione di nuovi casi di AIDS (-12%) e dei decessi correlati all’AIDS (-10%), rispetto al 1995. E se dai dati non si può escludere che vi sia una minore circolazione del virus Aids, secondo i tecnici, invece, vi sono parecchi segnali preoccupanti.

    «La sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV acquista un valore molto importante per descrivere i fattori di rischio e la vulnerabilità di chi contrae oggi questa infezione – spiega ancora l’ASL 3 – dando la possibilità di pianificare politiche di controllo appropriate e ridurre la diffusione dell’HIV».

    «In questo ambito l’attività di prevenzione sul territorio risulta fondamentale – conclude l’Azienda Sanitaria Locale genovese – il Progetto Fenice, promosso dal Ser.T. di ASL 3, è nato proprio per promuovere azioni finalizzate alla riduzione del danno e alla prevenzione dell’AIDS nella popolazione genovese e mantiene il proprio stile operativo di presenza anche nei luoghi di incontro e divertimento per sottolineare come la prevenzione sia un dovere di tutti e debba rientrare tra le pratiche quotidiane di tutela della salute individuale e collettiva delle persone. La prevenzione dell’AIDS, infatti, passa anche attraverso la limitazione dei consumi di sostanze stupefacenti e alcoliche il cui abuso spesso riduce la soglia di attenzione verso comportamenti a rischio in campo sessuale».

    Per aumentare l’efficacia delle azioni di prevenzione è molto importante la collaborazione fra Istituzioni sanitarie pubbliche con altri enti e associazioni non profit. In tale direzione si inserisce la collaborazione fra ASL 3 e AFET Aquilone, cui è affidata la gestione dell’Unità di Strada e che da aprile 2012 è partner di ASL 3 nella gestione dell’ambulatorio medico-infermieristico di vico Croce Bianca.

    La popolazione è tutta invitata, così come gli organi di informazione.

    A tale evento di sensibilizzazione in strada, parteciperà, a partire dalle ore 19.00, anche la Direzione dell’Azienda Sanitaria Locale, nella figura del Direttore Sanitario dr.ssa Ida Grossi, che sarà anche disponibile a rispondere ad eventuali domande da parte dei giornalisti presenti.

  • Sanità, spending review: il ruolo del Comune di Genova

    Sanità, spending review: il ruolo del Comune di Genova

    I comuni sono attori chiave, inseriti a pieno titolo nel sistema sociosanitario, al pari delle aziende sanitarie locali. Peccato, però, che sempre più spesso quando si parla di sanità in territorio ligure, il ruolo delle amministrazioni comunali venga messo in secondo piano rispetto alla competenze della Regione Liguria.
    Al contrario, i comuni dovrebbero essere maggiormente coinvolti nelle scelte che comportano tagli e riorganizzazioni dei servizi sanitari, visto che conoscono da vicino le esigenze dei loro cittadini.

    Da tempo appare evidente la necessità di una profonda riforma del nostro sistema sociosanitario che consenta di mantenere l’impronta universalistica, migliorando la qualità dei servizi e la salute della popolazione. Ma per raggiungere tali obiettivi – alle prese con la ristrettezza di risorse economiche che caratterizza i nostri tempi – occorre una puntuale analisi dei punti forti e dei punti critici del sistema, al fine di formulare opportuni progetti di rimodellamento.
    Cosa c’entra il comune in tutto questo?
    «Innanzitutto bisogna affermare che, nonostante le dichiarazioni di principio, non sembra esserci a livello regionale e della Asl 3 genovese in particolare, una visione rispetto all’evoluzione del sistema – spiega il gruppo consiliare Lista Doria – quello che appare è un approccio ragionieristico volto a far quadrare i conti a prescindere dagli effetti dei tagli sull’efficienza del sistema e sulla salute della popolazione; ciò è ancora più marcato a causa dell’urgenza con cui debbono essere effettuati i tagli, pena il commissariamento della regione e l’aumento delle tasse regionali a carico di una parte della popolazione. In questo contesto il ruolo del comune diventa quello di formulare proposte di cambiamento compatibili con il mantenimento di un sistema universalistico, efficiente ed efficace per i cittadini genovesi».

    Di questi temi si parlerà Venerdì 9 novembre alle ore 17, presso il salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, nell’ambito dell’incontro pubblico “SPENDING REVIEW: VERSO QUALE SISTEMA SOCIALE E SANITARIO STIAMO ANDANDO? Ruolo del Comune nella gestione della Sanità Genovese”, organizzato dal gruppo consiliare Lista Doria per fornire spunti di riflessione, informare e rendere consapevole la cittadinanza.
    Interverranno il professore Gavino Maciocco, docente di Politica sanitaria presso il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Firenze, promotore e coordinatore del sito web Saluteinternazionale.info, il professore Gianni Tognoni, direttore del centro ricerche “Mario Negri Sud” di Santa Maria Imbaro (Chieti) ed il Sindaco di Genova Marco Doria. Introduce l’evento il medico e vicepresidente del consiglio comunale, Pier Claudio Brasesco (Lista Doria).

    «Il ruolo del comune può essere molteplice – spiega Brasesco – bisogna introdurre con maggiore forza il concetto di integrazione tra servizi socio-sanitari. Ovvero il ruolo del sociale e quello del sanitario devono supportarsi vicendevolmente».
    In altre regioni questo concetto è passato «Non in Liguria dove, al contrario, c’è sempre una netta separazione tra competenze comunali in ambito sociale e competenze regionali in ambito sanitario», sottolinea Brasesco.
    «Il sindaco, ai sensi delle norme nazionali, ha precise competenze da esercitare – ribadisce Brasesco – l’azione del comune discende dalla responsabilità diretta del sindaco nel rendere operativo il diritto alla salute dei cittadini e l’accesso ai servizi sociosanitari».

    Senza dimenticare la conferenza dei sindaci che, ad oggi, pare aver svolto un compito semplicemente notarile nei confronti della regione e della asl, mentre è necessario che assuma un ruolo primario in quanto deve: formulare osservazioni sulla proposta di piano sociosanitario regionale; definire linee di indirizzo per la programmazione della asl; elaborare i piani di zona; esaminare il bilancio della asl; verificare l’attività generale della asl e soprattutto deve esprimere un parere obbligatorio sul piano attuativo locale dei direttori generali.

    «In Liguria con un atto eccezionale, al di fuori dalla norma, le competenze dei sindaci, in pratica, sono state sospese – continua il consigliere Brasesco – La Regione Liguria aveva fretta di assumere le proprie decisioni e non si è premurata di ascoltare gli altri pareri. Si tratta di un vulnus che, al più presto, occorre sanare».
    Ma addirittura arriviamo al paradosso quando la politica, in questo caso regionale, fa un passo indietro, lasciando ai dirigenti delle aziende sanitarie locali, l’onere di scelte con pesanti ricadute sul territorio.

    «La sanità è vista più che altro come una questione economica ed urbanistica – spiega il consigliere Enrico Pignone (Lista Doria) – Oggi non si parla più di salute dei cittadini. Noi, invece, dobbiamo ragionare sul tema: come coniugare i tagli con un’operazione di ottimizzazione dei servizi? In pratica cosa può fare l’amministrazione comunale per i prossimi 5 anni?».
    Alcune zone di Genova, quali il Ponente e la Val Polcevera, sono state colpite duramente dai tagli e, almeno finora, non hanno ottenuto nessun risarcimento «Dobbiamo porci la domanda cosa serve per la salute pubblica in un determinato territorio – continua Pignone – Quindi dovremo ragionare su come rendere davvero efficaci le previste piastre sanitarie».

    Ma non solo, il compito del comune è anche quello di «Gestire le esigenze della popolazione rispetto all’opportunità di accesso ai servizi sanitari – afferma Brasesco – Se esiste uno squilibrio di servizi tra un territorio e l’altro il comune deve rilevarlo ed attuare un piano di riequilibrio».
    Inoltre c’è un concetto di salute che va oltre alla sanità ed investe il campo della prevenzione «L’intervento del comune passa anche da strumenti che non sono sanitari in senso stretto –  precisa il consigliere Brasesco – Ad esempio, sarebbe auspicabile il coinvolgimento del comune nell’organizzazione di campagne di prevenzione ed educazione sanitaria».
    Appare dunque essenziale «istituire un servizio di programmazione sociosanitaria facente capo al sindaco – conclude il gruppo consiliare Lista Doria – con l’obiettivo di svolgere approfondimenti e progettazioni per rendere operativo il diritto alla salute dei cittadini e l’accesso ai servizi sociosanitari, per esempio attraverso la messa a disposizione di locali per i servizi finalizzati ad una equa distribuzione».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Servizi socio-sanitari: il Comune chiede un confronto con la Regione

    Servizi socio-sanitari: il Comune chiede un confronto con la Regione

    SanitariIeri il consiglio comunale ha approvato un documento che chiede alla Regione l’apertura di un confronto ed il coinvolgimento del Comune in merito alla riorganizzazione dei servizi socio-sanitari. L’obiettivo è ottenere sul territorio adeguate compensazioni in termini di nuove strutture ambulatoriali a fronte della pesante riduzione di posti letto ospedalieri.

    La discussione era iniziata già la settimana scorsa con la mozione promossa dalla Lista Doria e presentata da tutti i gruppi di maggioranza, escluso il Pd. Ieri il documento, dopo l’integrazione con un emendamento condiviso da tutto il centrosinistra Pd incluso, è stato approvato con 27 voti favorevoli della maggioranza, Sindaco compreso e della Lista Musso, l’astensione dell’Udc, il voto contrario del Movimento 5 Stelle, mentre Pdl e Lega non hanno partecipato al voto.

    La mozione impegna la Giunta a formalizzare la richiesta di un’audizione del Comune davanti alla Commissione regionale sulla Sanità.

    Le valutazioni sul metodo seguito dalla Regione Liguria restano critiche però i toni risultano ammorbiditi rispetto alla prima versione. In questo senso, infatti, è stato bocciato con i voti contrari di Pd, Lista Doria e Sindaco, un emendamento del Movimento 5 Stelle che chiedeva alla Regione un cronoprogramma puntuale per la realizzazione delle Case della salute previste nelle aree dell’ex ospedale psichiatrico a Quarto, ex Coproma a Voltri, ex ospedale Martinez a Pegli, ex Mira Lanza a Teglia.

    Inoltre è stato respinto un ordine del giorno, sempre del Movimento 5 Stelle, con la richiesta di dirottare sul progetto dell’ospedale di Ponente i 54 milioni di euro di finanziamenti pubblici destinati al contestato progetto del Nuovo Galliera.

    Maggioranza spaccata anche in questo caso: a favore del documento hanno votato, infatti, Sel, Fds, Idv, insieme a M5S e Lega Nord, mentre si sono schierati contro Pd, Lista Doria, Sindaco, Pdl, Udc e Lista Musso.

    Infine, è stato approvato, questa volta all’unanimità, un ordine del giorno della maggioranza che chiede di mantenere nell’ex ospedale psichiatrico di Quarto il Centro per i disturbi alimentari, per il quale è già in fase di attuazione il programma di trasferimento a Marassi.

     

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

     

  • Certosa, ambulatori e Cup: il Municipio trova una soluzione

    Certosa, ambulatori e Cup: il Municipio trova una soluzione

    Per gli ambulatori ed il punto Cup di Certosa, in via Canepari, destinati alla chiusura come sancito da una delibera dell’Asl 3 del dicembre 2011 – ma strenuamente difesi dai cittadini del quartiere che nel corso degli ultimi mesi più volte sono scesi in strada per dire basta ai tagli dei servizi sanitari in Val Polcevera – si profila all’orizzonte una possibilità di sopravvivenza.

    Il problema è rappresentato dal pagamento di un ingente affitto – circa 100 mila euro all’anno – a carico dell’azienda sanitaria locale per la disponibilità dei locali di via Canepari 64r che attualmente ospitano i servizi ambulatoriali ed il Centro Unico Prenotazioni sanitarie. Ma il Municipio Valpolcevera ha trovato una soluzione in grado di evitare la scomparsa dell’ennesimo presidio sanitario di zona.

    «Riteniamo che non si possano tollerare depauperamenti dell’esistente come previsto invece dalla delibera n. 1421 del 23/12/2011 dell’ASL 3 che stabilisce la chiusura degli ambulatori e del CUP di Via Canepari a causa dell’oneroso fitto passivo ed il trasferimento di tutto il personale a Bolzaneto – spiega il Presidente del Municipio, Iole Murruni – Sul territorio rimarrebbe solo l’ambulatorio dell’ex ospedale Celesia che serve la parte alta di Rivarolo ma purtroppo, recentemente, è stato privato del servizio di radiologia. Noi reputiamo che l’esistente vada portato a razionalizzazione difendendo le strutture presenti e valorizzandole. A tale fine il Municipio Valpolcevera, a seguito della mozione votata all’unanimità nel consiglio municipale del 18 luglio, si è impegnato a reperire locali di proprietà pubblica e li ha individuati, con decisione di giunta del 22 ottobre, negli spazi di Via Borsieri a Certosa che si renderanno liberi dopo il trasferimento degli operatori dell’ATS 41 Valpolcevera presso la nuova sede di Passo Torbella 12».

    «Ci sono stati già diversi sopralluoghi della ASL per visionare i locali conclude Murruni – Auspichiamo, quindi, che l’azienda sanitaria in tempi brevi fornisca una risposta positiva stralciando il provvedimento contenuto nella delibera n. 1421».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Tagli alla sanità: comuni della Val Polcevera contro la Regione

    Tagli alla sanità: comuni della Val Polcevera contro la Regione

    SanitariUn documento dai toni particolarmente duri – firmato dalle forze politiche di maggioranza dei comuni di Campomorone, Ceranesi, Mignanego, Sant’Olcese, Serra Riccò e del Municipio Valpolcevera, dai circoli del Pd di Campomorone, Bolzaneto, Manesseno/Sant’Olcese, Pontedecimo e Rivarolo, dal circolo di Sel Margherita Ferro e dal circolo di Rc in Valpolcevera – rilancia la battaglia contro il depauperamento dei servizi sanitari nella vallata e chiede a gran voce il nuovo ospedale del Ponente e la piastra ambulatoriale, due opere da lungo tempo promesse alla cittadinanza.

    «Il Distretto socio-sanitario 10, che comprende il Municipio Valpolcevera, i comuni dell’alta Val Polcevera e della Valle Scrivia, serve oltre 115 mila abitanti – sottolineano i firmatari – Per decenni si è parlato di razionalizzare le strutture sanitarie esistenti con la costruzione di un ospedale di vallata da realizzarsi a Teglia nell’area ex Mira Lanza, ipotesi poi definitivamente tramontata a favore del nuovo ospedale del Ponente, per il quale era stato individuato il sito di Villa Bombrini».
    Nel frattempo – senza serie alternative che compensino chiusure e ridimensionamenti – in una vallata sempre più problematica per la qualità di vita delle popolazione «abbiamo assistito alla chiusura e alla riconversione degli ospedali Frugone di Busalla, Pastorino di Bolzaneto, Celesia di Rivarolo e al ridimensionamento del Gallino di Pontedecimo – continua la nota – fino alla recentissima disposizione di chiusura del reparto di Cardiologia, a seguito delle delibere Asl conseguenti alla cosiddetta spending review ed anche alle misure prese dai governi precedenti e da quello attuale».

    I sottoscrittori del documento chiedono con forza che il provvedimento di chiusura della Cardiologia del Gallino «sia immediatamente sospeso e venga stralciato dal piano che verrà presentato in consiglio regionale perché si tratta di un’attività eccellente che, dal suo trasferimento dall’ospedale Celesia nel 2007, si è occupata di tutte le patologie cardiache che non necessitano del centro di Emodinamica ma che interessano comunque numerosi pazienti a rischio».

    «Siamo fermamente convinti di aver diritto ad un vero ospedale razionalmente concepito, costruito secondo i più moderni dettami e comprensivo di tutte le specialità – ribadiscono i firmatari – Auspichiamo quindi che si proceda senza ulteriore ritardo ad avviare tutte le procedure di realizzazione, a partire dallo studio di fattibilità dell’ospedale del Ponente».

    Mentre sul Palazzo della Salute di Teglia, previsto in area ex Mira Lanza (leggi la gloriosa storia della fabbrica), grava un pericoloso silenzio, visto che l’assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo – dopo le proteste della popolazione del Ponente affiancata dal Municipio – ha rassicurato sulla costruzione dei presidi sanitari di Pegli e Voltri, ma non ha speso neppure una parola in merito alla piastra sanitaria della Val Polcevera.

    «Riteniamo necessario ed urgente l’avvio entro tempi certi della progettazione su basi economiche concrete (ad esempio utilizzando i fondi Fas) del Palazzo della Salute a Teglia (ex Mira Lanza) concepito, non come una semplice piastra ambulatoriale, bensì come una struttura polivalente e funzionale», conclude la nota.

     

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Ospedale Gallino: la commissione conferma la chiusura di cardiologia

    Ospedale Gallino: la commissione conferma la chiusura di cardiologia

    SanitariLa chiusura della cardiologia del Gallino era prevista per il 25 ottobre. Poi è arrivato il passo indietro dell’Asl 3, su sollecitazione della Giunta regionale, che ha sospeso il provvedimento perchè la pratica dovrà essere nuovamente discussa dalla Commissione regionale Sanità.

    Un tira e molla discutibile che ha riacceso le speranze dei cittadini della Val Polcevera, ma solo per un giorno.

    Giovedì 25 ottobre, infatti, la Commissione Sanità ha approvato la chiusura del reparto di cardiologia dell’ospedale di Pontedecimo, a costo di una significativa frattura della maggioranza. Il risultato finale è stato di 13 voti favorevoli e 9 contrari. Il Pd si è schierato compatto per il sì, l’ala sinistra, Fds e Sel, ha votato no insieme al Pdl, mentre l’Idv si è astenuta.

    Nel corso della seduta sono stati ascoltati il direttore generale e il direttore sanitario dell’Asl 3, i responsabili delle cardiologie aziendali e del Pronto Soccorso dell’ospedale Villa Scassi. Ebbene dall’audizione è emersa con chiarezza l’infondatezza della voci sulla presunta pericolosità della cardiologia del Gallino per la popolazione, accusa già lanciata un anno fa, all’epoca della prima grande mobilitazione dei cittadini in difesa del nosocomio.

    «Troviamo incredibile che venga chiuso un reparto che è stato trasferito a Pontedecimo, appena tre anni fa, dall’ospedale Celesia di Rivarolo – sottolineano i consiglieri Matteo Rossi (Sel) e Alessandro Benzi (Fds) – La cardiologia è stata inserita, seguendo tutti i criteri di razionalità della rete ospedaliera stabiliti dall’Asl 3, nella nuova ala del Gallino, costata alla cittadinanza la bellezza di 10 milioni di euro».

    Inoltre, smantellare il reparto d’eccellenza del presidio sanitario di Pontedecimo, non consentirà di ottenere un significativo risparmio, visto che gli stipendi dei lavoratori graverebbero comunque sulle spalle dell’Asl 3, ovunque si decidesse di trasferirli.

    «Che fine faranno, invece, i circa 600 pazienti ricoverati ogni anno presso la cardiologia del Gallino?», è la domanda finale dei consiglieri di Sel e Fds.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Manifestazione in difesa della sanità pubblica e presidio contro gli sfratti

    Manifestazione in difesa della sanità pubblica e presidio contro gli sfratti

    Stamattina a partire dalle ore 9,30 in piazza Caricamento si terrà la manifestazione delle pensionate e dei pensionati liguri in difesa della sanità pubblica contro i tagli al finanziamento della sanità e dei servizi sociali e per cambiare le scelte della Regione Liguria. Da piazza Caricamento i manifestanti si dirigeranno in corteo sino in piazza De Ferrari.

    «I tagli nazionali alle risorse mettono in pericolo il sistema socio sanitario della nostra regione – spiegano i sindacati Cgil, Cisl e Uil – ma anche la Regione Liguria ha una parte di responsabilità: è stata incapace di avviare una reale trasformazione del sistema per renderlo sostenibile e maggiormente efficace e alle dichiarazioni di principio non sono seguite le scelte coraggiose che sarebbero state necessarie per modificare profondamente il modo di funzionare di ospedali, ambulatori, assistenza domiciliare, ruolo dei medici di medicina generale».

    Spi CGIL – Fnp CISL – Uilp UIL Liguria chiedono alla Regione di riaprire subito il confronto con le organizzazioni sindacali.

    Aderiscono alla manifestazione: RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE ASL 3, UNIONE ITALIANA CIECHI E IPOVEDENTI, SUNIA, SICET, UNIAT, FEDERCONSUMATORI, ADICONSUM E ADOC

     

    Sempre oggi, si svolgerà la giornata nazionale di mobilitazione degli inquilini, organizzata dai sindacati di categoria (Sunia, Sicet, Uniat, Unione Inquilini), il cui slogan è «Abbassare gli affitti per fermare gli sfratti. Perchè vorrei: pagare l’affitto ed arrivare alla fine del mese; avere un contratto regolare e detrarmi l’affitto dal reddito; non vivere con l’incubo dello sfratto; lasciare la casa dei miei genitori per averne una mia ad un affitto che possa pagare con il mio reddito; non aspettare invano una casa popolare; vivere serenamente in una città libera e solidale». 

    Alle ore 10:30 presidio nella piazza antistante la Prefettura.

     

  • Riorganizzazione servizi sanitari: il Comune chiede una riflessione

    Riorganizzazione servizi sanitari: il Comune chiede una riflessione

    Consiglio Comunale di GenovaLa Sanità continua ad essere motivo di divisione tra Comune di Genova e Regione Liguria. Dopo la questione delle piastre sanitarie del Ponente – la cui realizzazione è considerata fondamentale da Palazzo Tursi – e la spinosa vicenda dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto – un sito da salvaguardare, secondo il Comune – questa volta è il piano di riorganizzazione della sanità a finire nel mirino dei consiglieri comunali.

    Ieri mattina, infatti, nel corso della VII commissione consiliare “Welfare”, è stato approvato all’unanimità, su proposta dei Gruppi consiliari di SEL e della Lista Doria, un ordine del giorno con il quale si impegna il Sindaco e la Giunta a far leva sulle autorità regionali competenti, affinché l’esame della delibera regionale relativa alla riorganizzazione dei servizi sanitari, venga procrastinato.

    Una richiesta di rinvio motivata dal fatto che il piano profilato dai Direttori Generali penalizza ulteriormente un territorio già ampiamente logorato, ovvero quello del nord Ponente cittadino «Ponendo importanti pregiudiziali sull’equità di accesso ai servizi sanitari tra gli abitanti delle varie zone del territorio genovese – sottolineano i consiglieri della Lista Doria e di Sel – in un momento in cui, per l’azzeramento del fondo sociale, viene messa in discussione l’assistenza socio-sanitaria stessa».

    A destare particolare preoccupazione sono la chiusura della degenza di chirurgia vascolare di Villa Scassi, il declassamento a primo intervento del Pronto Soccorso di Sestri Ponente, la chiusura della Cardiologia di Pontedecimo e la conversione a cure intermedie delle degenze di medicina di Pontedecimo e Sestri Ponente.

    Oggi la riorganizzazione della Sanità in ambito metropolitano sarà al centro della discussione anche in Consiglio comunale, grazie ad una mozione presentata dai consiglieri Clizia Nicolella, Enrico Pignone, Marianna Pederzolli, Pier Claudio Brasesco (Lista Doria), Leonardo Chessa, Gian Piero Pastorino (Sel), Antonio Bruno (Fds) e Stefano Anzalone (Idv).

     

    Matteo Quadrone

  • Servizi sociali: enti privati contro Regione Liguria e Asl

    Servizi sociali: enti privati contro Regione Liguria e Asl

    Gli operatori del privato sociale – se la Regione Liguria non si renderà disponibile ad un urgente incontro chiarificatore – minacciano di iniziare uno stato di agitazione con la sospensione di alcuni servizi che, inevitabilmente, metterà a rischio l’assistenza a categorie fragili quali disabili, malati psichiatrici, anziani e tossicodipendenti. Lo hanno annunciato venerdì scorso i quattro Coordinamenti Liguri – COREAT (Coordinamento regionale Enti Ausiliari Tossicodipendenze), Co.R.E.R.H. (Coordinamento Regionale Enti Riabilitazione Handicap), CREA (Coordinamento Regionale Enti Assistenza Anziani) e FENASCOP (Federazione Nazionale Strutture Comunitarie Psico-socio-terapeutiche) che rappresentano oltre una sessantina di realtà laiche e cattoliche del privato sociale accreditato dalla Regione.

    In particolare, i coordinamenti denunciano il comportamento delle ASL liguri che «Stanno facendo ricadere su questo mondo tutta una serie di restrizioni al di là del buon senso e tali da obbligare praticamente alla chiusura dei servizi gestiti dal privato sociale accreditato».
    Innanzitutto «Ricordiamo che la mancata consultazione dei nostri servizi relativamente alla riduzione del tetto ISEE da € 40.000 a € 10.000 e la conseguente compartecipazione al 30% delle rette giornaliere da parte delle persone (DGR 1156 del 28/09/2012 e DGR 1196 del 09/10/2012), provocherà una situazione deflagrante per un considerevole numero di famiglie. Solo per la disabilità, almeno 500/600 famiglie saranno chiamate a pagare da 1.000 a 2.000 euro al mese». Dove finiranno queste persone? Si domandano i coordinamenti liguri «Sono migliaia i cittadini coinvolti così come i lavoratori del settore che, in assenza di rispetto delle norme e degli stessi accordi ed in presenza dell’attuale sofferenza degli Enti gestori, sono a rischio del proprio posto di lavoro».
    Eppure esistono delle soluzioni per evitare un danno sia alle persone ricoverate sia alle strutture che le ospitano «Ma sembra che questa strada non si voglia percorrere – denunciano i coordinamenti – è assente una concreta analisi dei bisogni della popolazione e del sistema dei servizi sociosanitari extraospedalieri per individuare concreti risparmi onde garantire, con meno risorse, un’assistenza sociosanitaria adeguata e rispettosa dei Livelli Essenziali di Assistenza, poiché si preferisce operare tagli alle strutture accreditate invece di andare a mettere in discussione l’organizzazione regionale e delle AASSLL uscendo da un’ottica ragionieristica e senza strategia alcuna».

    Sotto accusa c’è il mancato rispetto dell’Accordo del febbraio 2012 con la Regione Liguria, ratificato con la delibera n. 226 del 28/02/2012, che rischia di mandare in crisi i servizi assistenziali destinati a migliaia di cittadini delle cosiddette fasce deboli.
    «Le Asl liguri sono in difficoltà anche a causa di alcune gestioni poco competenti – spiega Aldo Moretti, presidente Corerh – ma non possono trascinare nel baratro anche gli operatori del privato sociale. Stiamo parlando di tagli assurdi, tagli retroattivi per tutto l’anno quando le prestazioni sono già state erogate. E poi c’è una responsabilità politica. Bisogna dire con chiarezza che si stanno tagliando le prestazioni, non possiamo essere noi ad apparire come i “cattivi”. Le nostre strutture sono in rosso, le Asl non pagano e le realtà del privato sociale rischiano di essere travolte».

    È lungo l’elenco di inadempienze attribuito alla Regione Liguria: «La riduzione di fatto dei servizi tramite il non invio d’utenza che va ben oltre gli accordi e che raggiunge anche la riduzione del 20% del budget – sottolineano i coordinamenti – Nonostante ciò si chiede ai servizi accreditati di mantenere inalterate le prestazioni ed il personale occupato, ma si attua una così pesante decurtazione».
    E ancora «Le interpretazioni autonome e discordanti anche all’interno delle stesse ASL sul riconoscimento dell’adeguamento ISTAT; La non attivazione del contratto unico regionale, sostituita dalla richiesta di sottoscrizione di contratto luglio 2012 -dicembre 2012 pervenuta nel mese di settembre 2012; La riduzione unilaterale delle attività ambulatoriali che non era oggetto dell’accordo».
    I coordinamenti ricordano che i servizi ambulatoriali «Sono rivolti nella quasi totalità dei casi a minori, neonati, malati di Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica e di tante altre patologie. Analogamente vengono tagliati i servizi residenziali e semiresidenziali ai minori psichiatrici, ai malati di AIDS e ai disabili gravi».

    «Abbiamo fatto degli accordi con la Regione Liguria e chiediamo che vengano rispettati – spiega Emilio Robotti, presidente Fenascoop – Al contrario, le nostre richieste vengono continuamente disattese. Le singole Asl liguri agiscono per conto loro. Si tratta di una precisa scelta dell’amministrazione regionale che ha abdicato al proprio ruolo di governo del sistema dell’assistenza sociosanitaria e dello stesso ruolo di “arbitro” previsto dall’accordo sottoscritto. In pratica la Regione ha nominato le Asl “commissari straordinari” per attuare i tagli previsti dal Governo Monti. È un modo di agire sbagliato, perché la Sanità va governata».
    «Noi crediamo esistano diritti inalienabili, dei cittadini assistiti e dei loro familiari, come dei lavoratori del settore, che non possono essere calpestati impunemente», concludono all’unisono i 4 coordinamenti.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Diego Arbore]

  • Pontedecimo, ospedale Gallino: chiude la cardiologia

    Pontedecimo, ospedale Gallino: chiude la cardiologia

    A partire dal 25 ottobre, in attuazione al piano di riorganizzazione dell’area assistenziale ospedaliera e territoriale, il reparto di Cardiologia dell’ospedale Gallino di Pontedecimo sarà chiuso ed i posti letto (p.l.) verranno riconvertiti in p.l. di Medicina riabilitativa. A Sestri Ponente, invece, il pronto soccorso del nosocomio Padre Antero Micone verrà trasformato in Punto di Primo Intervento aperto 24 ore; inoltre i 19 posti letto di SPDC (servizio psichiatrico di diagnosi e cura) verranno trasformati in p.l. di riabilitazione psichiatrica. Così si legge in un comunicato diffuso dall’azienda sanitaria locale genovese. Non sono bastati i mesi di lotta dei comitati sorti in difesa dei due presidi sanitari di Val Polcevera e Ponente, affiancati dal sindacato autonomo Fials, le decisioni di Regione Liguria ed Asl 3 sono confermate.

    «L’ultima versione del “piano” partorito tra via Bertani (sede dell’Asl 3) e la sede Regionale conferma e perfino aggrava la situazione – denuncia Mario Iannuzzi,  – Al Gallino si vuole cancellare la Cardiologia riversando altrove migliaia di utenti». Un’ operazione che il sindacato ritiene incomprensibile, inutile e dannosa, il cui unico fine è «preparare prossime riduzioni dei servizi ospedalieri in Valpolcevera».

    Per quanto riguarda Sestri Ponente «si vuole declassare il pronto soccorso a un non meglio definito “punto di primo intervento su 24 ore”, con un solo infermiere per turno in servizio – sottolinea Iannuzzi – Questo significa prendere in giro cittadini e i lavoratori offrendo il “contentino” di un servizio finto e perfino pericoloso. Insieme al Pronto soccorso sparisce il reparto di neurologia e sparisce la Psichiatria d’urgenza trasformata in una non meglio definita “riabilitazione psichiatrica”».

    Il risultato, secondo Iannuzzi sarà quello di un’inevitabile intasamento dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena dove «si riverseranno migliaia di cittadini, aggravando la crisi di una struttura che subisce la scellerata scelta di scaricare l’insieme di queste misure sul Villa Scassi e sui suoi lavoratori esasperando tensioni, contraddizioni e carichi di lavoro che già oggi l’Ospedale di Sampierdarena non è in grado di assorbire».

    Tutte le proposte “alternative” sono state nei fatti respinte «La Regione e l’azienda dimostrano di non aver alcuna intenzione di ascoltare le Istituzioni e i Municipi locali che si oppongono a queste scelte e che chiedono altre soluzioni – conclude Iannuzzi – Noi continuiamo a pensare che occorre fermare i tagli. E per questo continueremo, con tutte le forze sociali e sindacali disponibili, le iniziative di protesta e di lotta per contrastare queste scellerate decisioni».

     

    Foto di Daniele Orlandi

     

     

  • Nuovo Galliera e ospedale del Ponente: la discussione in Regione

    Nuovo Galliera e ospedale del Ponente: la discussione in Regione

    SanitariIeri in consiglio regionale si è discusso del futuro dell’ospedale Galliera – grazie ad un’interrogazione illustrata del consigliere di opposizione, Aldo Siri (Lista Biasotti) – ma il dibattito ha sfiorato anche il famoso ospedale del Ponente.
    Il faraonico progetto del Nuovo Galliera contestato dal Comitato dei cittadini per Carigano – è attualmente in stand-bye perché nell’aprile scorso una sentenza del Tar ha annullato la delibera di approvazione della variante urbanistica per la costruzione del nuovo ospedale.

    «La sentenza del Tar mette in pericolo il piano economico-finanziario su cui si regge l’intera operazione – ha spiegato Siri – l’annullamento alla variante del PUC che consente il cambio di destinazione d’uso fa perdere agli immobili che il Galliera prevedeva di vendere quel valore aggiunto che avrebbe consentito una fonte di finanziamento necessaria alla realizzazione di parte dell’opera».
    Questo stato di incertezza, secondo il consigliere «È aggravato dal timore che la Regione, in attesa di “smobilitare” i soldi già impegnati e finalizzati alla costruzione del nuovo Galliera, ipotizzi di “dirottarli temporaneamente” su altre strutture sanitarie. Mi risulta che Comune e Regione abbiano concordato la creazione di un tavolo nel quale discutere come utilizzare diversamente i fondi per il Galliera destinandoli ad altri progetti, ad esempio l’ospedale del Ponente».

    L’assessore alla Salute, Claudio Montaldo, ha risposto così «La posizione della Giunta è molto chiara e si è sviluppata coerentemente in questi anni. Nel 2007 abbiamo redatto un piano per l’organizzazione ospedaliera che prevedeva un Galliera rinnovato e un nuovo ospedale del Ponente. Io credo che queste esigenze restino vive e che non si possano mettere in contrapposizione queste due opere, entrambe necessarie».
    Per quanto riguarda l’ospedale di Carignano «Noi avevamo previsto che un terzo del costo doveva essere reperito dalla valorizzazione degli immobili del Galliera e un altro terzo da fondi reperiti dal Galliera direttamente – ha spiegato Montaldo – Nell’attuale stato delle condizioni normative non è per noi possibile aprire un mutuo per gli investimenti di 70 milioni sia per i tempi di rimborso, sia in rapporto al bilancio dell’ente». Inoltre, l’assessore ha ricordato «Oggi abbiamo due elementi nuovi: la sentenza del Tar, che ha reso impossibile l’alienazione degli immobili e ha fatto quindi venir meno un terzo del finanziamento; il decreto spending review che ha ristretto il numero di posti letto a 3 per 1000 abitanti. Questo determina una riduzione complessiva dei letti e, per il Galliera, l’obbligo di ridurre di una novantina di posti entro la fine dell’anno. Anche il progetto di nuovo Galliera dovrebbe, quindi, tenere conto di questo nuovo quadro normativo».
    Poi Montaldo ha aggiunto «È indubbio che le risorse che a oggi sono a disposizione della Regione non sono sufficienti per garantire né il nuovo Galliera né un altro ospedale a Ponente». E però di lì a poco, non ha rinunciato a lanciare l’ennesima promessa che suona beffarda alle orecchie dei comitati che si battono per salvaguardare l’ospedale Micone di Sestri Ponente ed il Gallino di Pontedecimo «Per quanto riguarda l’ospedale del Ponente parte il confronto con il Comune per l’individuazione delle condizioni per uno studio di fattibilità, sulla localizzazione e poi sugli aspetti economici».

    Mentre il Galliera deve essere rinnovato, perché nelle attuali condizioni non può durare vent’anni «Si può andare avanti per un po’ con piccoli interventi, ma prima o poi occorre pensare ad un intervento radicale e questo deve prevedere un intervento pubblico – ha concluso Montaldo – Nessuno può affermare a cuor leggero, infatti, che il pubblico può fare a meno della convenzione con questa struttura che ha 500 posti letto perennemente occupati e 2000 dipendenti. Chi la pensa diversamente deve dire come intende risolvere questi due problemini».

     

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Stato Sociale, sanità e istruzione: gli USA sono un esempio negativo

    Stato Sociale, sanità e istruzione: gli USA sono un esempio negativo

    Ospedale San Martino, GenovaMi è capitato di leggere sul Corriere della Sera di qualche settimana fa un articolo di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina. I due economisti, bocconiani D.O.C., non smettono di battere sul tasto della revisione dello Stato sociale, nonostante siano anni che lo si smantella un pezzo dopo l’altro e questo non sia servito affatto a salvarci dalla crisi (anzi, è probabile che l’abbia aggravata).

    Mi va benissimo che si ponga il tema dell’invecchiamento della popolazione in relazione al conseguente aggravio dei costi per la spesa sanitaria: è un problema che esiste. Posso capire, quindi, l’apprezzamento per la riforma Fornero e l’aumento dell’età pensionabile. Posso accettare anche che si dica che il problema era stato finora affrontato male, rispondendo alle aumentate spese solo con aumentate tasse. Dopo un po’ però diventa chiaro che tutti questi bei discorsi servono solo da grimaldello per rimettere in discussione la stessa idea di spesa sociale. Scrivono infatti gli autori: «Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte». Cioè: tassate meno i ricchi, perché non usano la sanità pubblica, potendosi già permettere la più costosa sanità privata. Nessuno deve aver detto ai due che le tasse dei più ricchi servono anche a pagare la sanità dei più poveri, e che proprio questo è il senso della Stato sociale: ma se lo capissero, probabilmente inorridirebbero all’idea. Ancora: «Aliquote alte scoraggiano il lavoro e l’investimento». Vero. Ma le aliquote troppo alte sono un problema anche per la classe media, che di solito è in maggioranza e fa il grosso dei consumi: il ricco invece tende ad ammucchiare i soldi, anziché spenderli.

    Poi: «Uno studente universitario costa circa 4.500 euro l’anno. Le famiglie ne pagano solo una parte; il resto lo paga il contribuente. Perché non dare borse di studio ai meritevoli meno abbienti e far pagare a chi se lo può permettere il vero costo degli studi?» Ancora una volta sfugge il concetto: lo Stato non si limita a prelevare per poi dare indietro esattamente quello che ha preso (il che non servirebbe a nulla), ma si preoccupa di redistribuire le risorse, possibilmente secondo criteri di equità. Se l’università costasse il doppio, troppe famiglie italiane non potrebbero permettersela: e il problema, come è evidente, non si potrebbe risolvere semplicemente con qualche borsa di studio per i “meritevoli”, che sarebbero sempre una parte esigua degli esclusi. Il risultato, quindi, sarebbe un ridotto accesso all’istruzione superiore.

    Questo sistema negli USA garantisce un’ottima istruzione per i ricchi, ma ha ridotto drasticamente la mobilità sociale, ha impoverito la classe media e quindi ha contratto i consumi. Ed è stato proprio questo il motore della crisi. Gli Stati Uniti possono essere chiamati ad esempio negativo anche in altri settori dove si sono tentati esperimenti di privatizzazione (intelligence, sicurezza, addirittura ricostruzione post-disastri naturali e guerre, e persino l’ordinaria amministrazione comunale): quasi sempre ne hanno tratto grandi profitti le multinazionali che si sono aggiudicate gli appalti, mentre le classi meno agiate sono risultate ulteriormente penalizzate. Si pensava che ormai, con tutti gli esempi disastrosi di privatizzazione che abbiamo avuto anche qui da noi, il vecchio pregiudizio per cui il pubblico non sarà mai abbastanza efficiente fosse alle spalle. Ma a certe persone proprio non va giù che lo Stato non solo possa, ma anzi debba svolgere una funzione regolatrice di primo piano. E quando non funziona, anziché andare alla ricerca frenetica del grande appaltatore, forse faremmo meglio ad andare a chiedere a quelli nelle cui mani lo avevamo lasciato.

    Andrea Giannini