Tag: quartieri di Genova

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  • Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    iplom-petrolio-inquinamentoIl 17 aprile 2016, esattamente un anno fa, una delle tubature dell’oleodotto Iplom che collega i depositi di Fegino con la raffineria di Busalla si rompeva, sversando centinaia di migliaia di litri di greggio nei rio Pianego. Un disastro ambientale che ha “travolto” gli abitanti della delegazione della Val Polcevera, che da decenni convivo con il “rischio” di un incidente “rilevante”: un rischio divenuto realtà.

    Il primo anniversario cade nel giorno di Pasquetta, ricorrenza festosa, durante la quale, per tradizione, la comunità popolare si riversa su prati e colline, per godere del sole primaverile e della natura. Una coincidenza che impone una riflessione su quanto è stato fatto per arginare il disastro di Fegino, e quanto si sta facendo per evitarne di nuovi.

    Bonifica

    Era Superba sta documentando la lenta opera di bonifica ambientale, ad oggi ancora al palo. Come abbiamo visto, infatti, dopo una prima fase emergenziale sono state eseguite delle perizie per quantificare il danno e misurare le necessità dell’intervento; il famoso Piano di Caratterizzazione. La prima versione di questo documento, presentata ad agosto, però non ha chiarito alcuni aspetti, per cui l’amministrazione comunale ha richiesto delle integrazioni. Qui è nata una querelle squisitamente burocratica che ha visto rimbalzare la palla tra Genova e Roma, per determinare chi avesse l’ultima parola sulla questione. Dopo nove mesi è stato stabilito che la regia dei lavori doveva rimanere a Genova, è solo a marzo Comune, Regione e Arpal si sono riuniti per “deliberare” ulteriori prescrizioni da consegnare all’azienda, per avviare la bonifica. Il tutto, ovviamente, stando nei termini di legge. Dodici mesi, però, in cui centinaia di persone sono rimaste esposte alle esalazioni chimiche, solo perché lì vivono e lì lavorano. Veramente la politica non poteva fare, o pretendere, di più?

    La misura del rischio

    fegino.iplom3Nelle ore successive al disastro Era Superba ha denunciato l’irregolarità dei Piani di Emergenza Esterna degli impianti industriali a rischio di incidente rilevante situati nell’area metropolitana genovese. Tra questi ricade anche il deposito di Fegino. In questi giorni la Prefettura è al lavoro per la redazione dei nuovi documenti, non senza qualche difficoltà. La normativa, però, esclude le tubature degli oleodotti da questa procedura, non vincolando queste invasive infrastrutture ad un protocollo di intervento emergenziale rafforzato. Il 14 marzo scorso il Consiglio comunale del Comune di Genova ha votato all’unanimità una impegnativa che da mandato alla amministrazione di “lavorare” affinché questa lacuna venga colmata. Una determinazione che rischia di rimanere lettera morta: la Prefettura, infatti, nel presentare la prima bozza del PEE dell’impianto di Fegino, pare non abbia tenuto conto di questa richiesta, attenendosi scrupolosamente alle prescrizioni di legge. Oggi, quindi, i territori attraversati da oleodotti sono esposti al medesimo rischio di un anno fa. Siamo sicuri che non si può fare di più? Le Istituzioni davvero non possono agire in maniera migliorativa rispetto alle leggi?

    Rabbia degna

    In tutto questo, nel mezzo di questo mare di codici e cavilli, ci stanno le persone, la cui tutela dovrebbe essere uno degli scopi ultimi di normative, politica e istituzioni. Nel caso di Fegino, i cittadini si sono organizzati, e dopo un anno di “battaglie” continuano a monitorare e ad aggiornare la loro mobilitazione e le loro iniziative, anche legali. Nella loro lettera aperta, scritta in occasione del “primo” anniversario del disastro e che pubblichiamo integralmente, oltre alla rabbia per una emergenza che sembra non finire, si legge la speranza che qualcosa possa ancora cambiare: chi ha orecchie per intendere…

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    TRISTE ANNIVERSARIO 17 APRILE 2016 – 17 APRILE 2017

    Lo avevamo definito “Atto finale” quello che intorno alle 19.30 del 17 aprile 2016 ha riversato nel rio Pianego, rio Fegino, torrente Polcevera e infine in mare , oltre 600 mila litri di petrolio fuoriuscito a seguito della rottura della tubatura di IPLOM spa che, dal Porto Petroli di Multedo , trasporta il greggio verso la raffineria di Busalla .

    Il 17 aprile 2016 , per ironia della sorte , era il giorno del referendum sulle trivelle , andato vano per il mancato raggiungimento del quorum , una scelta che avrebbe potuto determinare la volontà dei cittadini ad iniziare un percorso di cambiamento verso fonti energetiche alternative e meno inquinanti.

    Così non è stato per molte ragioni, la più importante e decisiva la scelta del governo di non accorpare il referendum alla tornata delle elezioni.

    A Fegino ci siamo ritrovati in un incubo, una marea nera scorreva nei rivi ed ha segnato nel profondo anche le nostre vite.

    Come cittadini ci siamo visti catapultare in un mondo di burocrazia, interessi economici contrapposti ma comunque opposti al nostro diritto alla salute e sicurezza, difficoltà ad avere momenti di vera partecipazione, in cui le nostre richieste venissero ascoltate ed accolte .

    Per mesi a contatto con le esalazioni degli idrocarburi, che vediamo riaffiorare ad ogni pioggia, con la preoccupazione per i danni che, nel tempo, potremmo dover contare per essere stati esposti a tali esalazioni.

    E, dopo un anno, manifestazioni, presidi, commissioni, interrogazioni, mozioni, tavoli tecnici, un tentativo di allontanare dal controllo dell’amministrazione locale la regia delle operazioni di bonifica sperando magari di non doverla fare , la bonifica non è ancora iniziata .

    E’ stata aperta la conferenza dei servizi, della quale per altro non abbiamo ancora avuto relazioni ed i tempi continuano ad allungarsi e aumenta la preoccupazione.

    Avremmo pensato che quanto accaduto, potesse essere motivo di riflessione sulla normativa a livello nazionale che, evidentemente, ha ancora notevoli lacune perchè possa essere efficace per la tutela della salute e della sicurezza delle persone .

    Avremmo pensato che le persone dovessero venire prima dell’appellarsi al rispetto delle normative e ai limiti di legge, prima di numeri e tabelle, perché nessuno dovrebbe essere costretto a subire percentuali di rischio per la propria salute, sicurezza, per la tutela del territorio, a vantaggio del profitto di pochi.

    Noi però continueremo a lottare, nonostante la stanchezza, nonostante i tentativi di dipingerci allarmisti, autosuggestionabili e forse anche un po’ fastidiosi, perché il faro che ci guida è la volontà di far rispettare i nostri diritti di persone che amano e vivono il proprio quartiere e che, qui, vogliono continuare a vivere, in salute , in sicurezza e nel rispetto di ambiente e territorio.

    Comitato spontaneo cittadini Borzoli e Fegino.

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    Nicola Giordanella

  • Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    bernabò-brea-01«Il giorno in cui ci assegnarono le case eravamo tutti qui, nel  giardino più largo, sotto i pini. Aspettavamo di sentire quale casa ci sarebbe toccata, dove avremmo abitato, ma non era difficile essere contenti, erano tutte simili e tutte molto belle. Molto di più di quello che ci saremmo potuti permettere, e molto di più di quanto avevamo mai sognato».

    La storia del quartiere Bernabò Brea, spesso citato sui testi di architettura e sempre ricordato quando si parla della difficile sintesi tra edilizia popolare e welfare abitativo, potrebbe partire da qui, dalle parole commosse che questo anziano mi disse la prima volta che vidi le palazzine basse, adagiate in una conca verde e tranquilla, davvero  inaspettata in una città come Genova. Ma come si arrivò a quella mattina ai giardini?

    Il contesto storico

    bernabò-brea-02Nel dopoguerra Genova si trovò di fronte al problema di dover ricostruire quanto crollato sotto i bombardamenti sia aerei che navali, poiché la perdita del patrimonio edilizio nel territorio del  Comune era calcolata intorno al 23%. Ovviamente  era una condizione comune a quasi tutte le altre città italiane, e per questo nel 1945 il Parlamento approvò il decreto legge n. 154 contenente le norme per i Piani di Ricostruzione, strumento agile e prezioso che incentivò i Comuni ad utilizzare i finanziamenti messi a disposizione dotandosi di propri piani ad hoc. A Genova partecipò al concorso di idee fra gli altri l’architetto Luigi Carlo Daneri, che poi progettò e realizzo’ il quartiere Ina-Casa Bernabò Brea.

    Contemporaneamente all’emergenza abitativa, il dopoguerra poneva l’enorme problema della disoccupazione. Migliaia di uomini, tolta la divisa, faticavano a guadagnare qualcosa, poiché l’industri bellica si era fermata e molta parte degli stabilimenti industriali erano stati danneggiati nei bombardamenti. L’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Amintore Fanfani vide nel settore dell’edilizia il volano capace, assorbendo molta parte della manodopera non qualificata, di far ripartire il circolo virtuoso della produzione. Fu così emanata la Legge n. 43, che attraverso il lancio nazionale del piano Ina – Casa si proponeva di diminuire la disoccupazione costruendo nuove case per i lavoratori ed attraverso l’indotto dell’edilizia di sostenere il rilancio della produzione  che avrebbe creato altro lavoro.

    A quel punto era evidente che in nessuna città ricostruire  poteva significare solo ristrutturazione di quanto era crollato, meno che mai a Genova dove il dibattito su di un nuovo modello di sviluppo urbano si intrecciava con quello riguardante il recupero del centro storico. Qui moltissime erano le abitazioni completamente fatiscenti e pericolanti ma nonostante questo numerose famiglie  si ammassavano in case prive di servizi igienici e spesso anche dell’acqua. Le ipotesi in ballo a questo riguardo erano divise fra chi proponeva la distruzione, chi il diradamento, e chi invece il risanamento: la diatriba fu poi risolta con le trasformazioni, anche traumatiche, delle aree di Via Madre di Dio e di Piccapietra.  Era evidente che non si potevano comunque abbattere delle case senza costruirne di nuove, ed il Comune già nel periodo fra le due guerre aveva approvato insediamenti, anche di edilizia popolare, sulle alture della città. Questo portò a rendere urbane molte zone collinari alle spalle di Genova, mentre le preesistenti costruzioni rurali venivano abbattute o si ritrovavano circondate da enormi palazzi che ne soffocavano ogni bellezza.

    Molte speculazioni edilizie sia private che pubbliche si trovarono la strada spianata e le lottizzazioni continuarono almeno fino agli anni ’80, quando circa il 55% delle abitazioni genovesi poterono considerarsi “periferiche”. Ina-Casa ebbe invece il merito di perseguire un disegno più organico ed anche particolarmente innovativo e personalizzato, specialmente nel primo periodo, dal 1949 al 1956.

    Questo progetto si affiancò a quelli precedenti e seguenti di ricostruzione, e godendo di un percorso in un certo modo privilegiato ricoprì un ruolo che si potrebbe definire pionieristico – o quantomeno innovativo – di ripensare la città. Infatti i quartieri nati grazie a Ina-Casa dovevano, e lo fecero in molti felici casi, sorgere con l’idea di identificarsi nel concetto di comunità, ispirandosi a moderni standard abitativi che avrebbero anche dovuto avere effetti sulla costruzione in generale  delle periferie che invece in quegli stessi anni ebbero un’espansione  disordinata del tutto estranea a questo progetto.

    Architettura di rispetto: Bernabò Brea

    bernabò-brea-03In poco tempo a Genova  intorno al Piano si accese l’interesse degli addetti ai lavori, e per il quartiere di Bernabò Brea il bando fu assegnato all’architetto Luigi Carlo Daneri, che insieme Giulio Zappa e Luciano Grossi Bianchi presentò un progetto decisamente innovativo. Daneri era, all’epoca, ordinario alla Facoltà di ingegneria, e privilegiava un approccio all’architettura che fosse rispettoso del paesaggio ligure e delle sue linee; come progettista della Chiesa di San Marcellino e di Piazza Rossetti a Genova, della Casa del soldato a Sturla e di molte altre opere aveva ricevuto riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Il progetto Bernabò Brea, molto particolareggiato, era stato tracciato da Daneri stesso non in pianta ma sul territorio, rispettando la piantumazione della valletta,  con le palazzine che seguivano le naturali curve orografiche ad eccezione di una costruzione più lunga, detta edificio-ponte, che prevedeva un percorso pensile per le attività commerciali. La zona pur essendo del tutto staccata da altri insediamenti non era isolata quindi, seguendo le indicazioni della legge, i costi per gli allacciamenti ai servizi essenziali – acqua gas e luce- non si presentavano eccessivi così come le strade confinanti,  Via Isonzo e Via Sturla, erano scorrevoli e servite dai mezzi pubblici in modo da agevolare il tragitto dei lavoratori verso le unità produttive.

    Fu chiamata architettura di rispetto, e tale fu, con le costruzioni basse ma non a schiera, alte dai tre ai cinque piani al massimo, mentre solo un edificio svettava sullo sfondo con i suoi nove piani, movimentando la linea dell’intero complesso. Le soluzioni architettoniche erano diversificate nei diversi lotti, alcune più riuscite altre meno fruibili ma in ogni caso mai fini a sé stesse, poiché in tutte vi era questa ricerca dello “stare bene”, del fare comunità anche e soprattutto partendo dal singolo nucleo per arrivare all’intero quartiere. Tutto questo possiamo vederlo ancora oggi, osservando alcuni particolari come le scale direttamente all’aperto su cui si aprono le porte dei singoli appartamenti, i loggiati, i balconi luminosi esposti al sole, a cercare proprio l’ambiente della piazzetta di paese.

    Effetto “leva” di questo progetto fu quello di alzare di molto il valore dei terreni adiacenti alla maggior parte delle realizzazioni, in quanto si trovavano ad avere già disponibili i servizi essenziali per edificare; altro  effetto fu quello di non riuscire, nei sette anni successivi alla prima parte del progetto, a reperire terreni  alle medesime condizioni. I complessi di Forte Quezzi e di Mura Angeli, infatti, ebbero certamente dei meriti ma scatenarono molte più critiche che applausi: Bernabò Brea rimase un’isola felice.

    Le colline

    brenabò-brea-04Nel 1956 Genova emanò il piano regolatore nel quale l’unica preoccupazione, a detta di molti autori, fu quella di ottenere consensi intorno al progetto. E se l’espansione a macchia d’olio delle periferie di città come Torino Milano o Roma fu  evitata, qui si risalirono sempre più i margini di colline e torrenti con le conseguenze che paghiamo tuttora. A quel tempo però l’aver evitato un allargamento chilometrico spropositato sembrò quasi un successo, solo in seguito ci si rese conto che l’aver progettato in pianta anziché in sezione, accettando di innalzare le costruzioni in modo da stipare più famiglie possibili nello stesso palazzo, aveva di fatto minato sia la qualità della vita di chi vi abitava sia la tenuta stessa del territorio.

    Dall’estero il progetto Ina Casa risvegliò molto interesse, portato ad esempio di soluzione felice fra le diverse esigenze dell’architettura e del welfare abitativo. L’Italia fu così per una stagione pioniera dell’edilizia popolare, per aver ideato uno strumento agile, efficace, veloce nelle realizzazione. In Italia nel primo ciclo, terminato nel 1955, era stato assorbito il 20% della manodopera disponibile, e oltre 147mila alloggi erano stati consegnati  a prezzi accessibili. Di questi, era previsto che un 50% fosse a riscatto, mentre la restante parte era data in locazione. In ogni caso l’esperimento Bernabò Brea rimane uno dei più efficaci fra quanti furono in quegli anni, e nei successivi, edificati.

    Una testimonianza

    Molti sono i testimoni di quella stagione e dalle loro esperienze si evince la qualità politica di certe scelte, prima ancora che urbanistica. Un passato che sembra lontano anni luce. Ecco la storia di Paolo, arrivato in Bernabò Brea nel 1956, a tre anni. La madre gli ha sempre raccontato che quella mattina tutte le famiglie assegnatarie si ritrovarono nei giardini (confermando il racconto dell’anziano riferito all’inizio) e, semplicemente, scelsero la casa in cui avrebbero preferito vivere. «Mia madre voleva una casa con il poggiolo, ne indicò uno, ma era già stato assegnato, allora un altro, ma aveva meno vani di quanti gliene servivano, alla fine lasciò scegliere all’impiegato».

    I ricordi di Paolo non sono, ovviamente, di quel giorno, perché era troppo piccolo, ma molte cose gli sono state tramandate: «le case furono assegnate tutte insieme, aspettarono di completare il complesso per darle. Gli alberi c’erano già, e anche i giardini, curati quotidianamente da un incaricato del comune. I giardini pubblici non erano come adesso, ma c’erano tre piscine, avevano forme diverse, arrotondate e irregolari: in una l’acqua ci arrivava fino al collo, a noi più piccoli».

    Immagini che arrivano da una città che forse non riusciamo neanche più ad immaginare: «non c’erano auto qui, nessuno ne aveva una; le cose iniziarono a cambiare un po’ alla fine degli anni ’60. Sopra al quartiere c’era una vecchia villa, abbandonata (ora c’è una palazzina residenziale, ndr) e un altra era dove adesso c’è la Residenza per anziani. Al posto della Scuola Collodi ora abbandonata c’era una fattoria, con tutti gli animali e persino un asino. La buttarono giù per costruire la scuola moderna, prefabbricata, e adesso è tutto abbandonato lì dentro». Noi ragazzini eravamo tantissimi, facevamo gruppo, era bello vivere qui. Ricordo mia madre che aveva i bollettini da pagare con l’affitto sempre pronti nel cassetto della credenza; i primi tempi era un vero e proprio affitto, dopo lo tramutarono in riscatto, così sia noi che molti altri diventammo proprietari senza grossi sforzi».

    Chiedo a Paolo se, guardando il progetto, ricorda che tutto quello indicato fosse realizzato e mi dice che si, in effetti c’erano dei negozi sotto i portici, un lattaio, un materassaio, forse poco altro. Però sicuramente per parecchi anni ci fu il Circolo Ricreativo, l’ambulatorio, un ufficio informazioni perché le persone non si sentissero abbandonate. Solo la piccola unità destinata alle persone sole lui non ha memoria che sia mai stata realizzata, «ma chissà – aggiunge – se da ragazzi avremmo notato questa cosa. Noi andavamo negli orti, mangiavamo la frutta, i fichi, le pere. Erano di tutti».

    Il parere tecnico

    Abbiamo chiesto un parere qualificato sulla realizzazione di Bernabò Brea ad un addetto ai lavori, l’architetto e urbanista Andrea Vergano, autore del libro “La Costruzione delle Periferie” uscito  per l’Editore Gangemi nel 2015. In questo libro, che si legge come un romanzo, vengono raccontati gli intrecci tra politiche urbanistiche e ricerca del consenso attraverso il tema abitativo, ed ovviamente si parla anche della realizzazione di Bernabò Brea.

    Questo progetto è stato molto celebrato, sia in Italia che all’estero: lei è dello stesso parere?
    «Bernabò Brea è stato un intervento urbanistico che ha goduto fin da subito di buona fama, un modello pubblicato e lodato sulle riviste di settore. Questo forse perchè è stato realizzato così come era nel progetto. O forse perché si è inserito con misura nel paesaggio del parco preesistente, o forse ancora perché è stata scelta accuratamente la posizione, separata ma non isolata dal contesto urbano».

    Secondo il suo parere di urbanista, questo progetto ha retto bene il passare degli anni o invece sarebbe da modificare, da rendere più “moderno”?
    «Questo progetto rappresenta ciò che di buono l’architettura e l’urbanistica moderna hanno saputo produrre in termini di qualità dell’abitare. Un documento-monumento da conservare così come si conservano le parti della città storica: in quanto moderno, testimonia il passato».

    Scusi?
    «Noi ci portiamo dietro una concezione di urbanistica che in realtà si potrebbe dire conclusa con gli anni ’80: in realtà questa non esiste più, ora servono spazi e servizi dove prima c’erano insediamenti industriali e case»

    Secondo lei un’esperienza del genere sarebbe ripetibile ai giorni nostri, a parte i cronici problemi finanziari che ovviamente incontrerebbe
    «Questo progetto, e allargando il discorso tutto il piano Ina-Casa, era perfettamente adeguato a quella società e a quelle esigenze: allora si parlava sempre e solo di crescita, c’era la crescita demografica, la crescita produttiva, la crescita salariale. Costruire agglomerati di case necessari ai numerosi lavoratori che arrivavano nelle città, che via via dovevano soddisfare bisogni, dal cibo alla casa alla macchina. Quel modello ormai si è esaurito. Adesso, ed è un adesso che dura da almeno vent’anni, l’esigenza non è più costruire, poiché non c’è più la crescita, l’espansione: adesso la domanda è di controllo e mitigazione dei rischi ambientali, di attenzione all’ambiente. Non dobbiamo costruire, dobbiamo ricostruire, riusare, riqualificare. Partendo proprio dalla periferia».

    Il quartiere Bernabò Brea, quindi, è al contempo “reperto” di una stagione politica e sociale del passato ed “esempio” di quello che si può fare quando si mettono a sistema esigenze, territorio e “visione”, parola tanto in voga in questi giorni. Oggi le necessità e le urgenze sono sicuramente cambiate, come anche il contesto e le prospettive: ancora una volta, però, la differenza può essere fatta dalla “qualità” della politica, chiamata a interpretare le richieste della collettività, presente e futura.

    Bruna Taravello

  • Gasometro di Prà, entro il 23 aprile ufficiale il trasferimento a Campi. Porcile: «Nei prossimi giorni incontri con Iren per chiarimenti»

    Gasometro di Prà, entro il 23 aprile ufficiale il trasferimento a Campi. Porcile: «Nei prossimi giorni incontri con Iren per chiarimenti»

    gasometro-pra-ireti-irenIl trasferimento del gasometro di Pra’ in una nuova area individuata in zona Campi diventerà realtà tra il 18 e il 23 aprile. È la vittoria di Ireti, la controllata del gruppo Iren che gestisce la distribuzione di acqua e gas, e la sconfitta dei lavoratori dell’impianto, che da fine del 2016 hanno iniziato una battaglia per impedire il trasferimento. A nulla sono valsi i numerosi incontri con assessori comunali e la manifestazione dello scorso febbraio per le vie di Prà.

    Approfondimento: L’addio al Gasometro di Pra’

    I prossimi saranno gli ultimi giorni di vita di un impianto storico, presente sul territorio sin da inizio 900 e, secondo i lavoratori supportati dall’amministrazione municipale, importante presidio di sicurezza per tutto il quartiere. Al suo posto sorgerà un supermercato. Ieri, l’estremo tentativo dei dipendenti per cambiare le carte in tavola, con la spedizione, tra mattina e pomeriggio, in Regione prima e in Comune poi. Decisamente concilianti i capigruppo regionali che, dopo aver incontrato una rappresentanza dei lavoratori, hanno emesso un comunicato bypartisan in cui si stimolava il Comune (unico attore politico con effettiva voce in capitolo) a organizzare un tavolo con azienda e a porsi come obiettivo il mantenimento dell’impianto entro i confini della circoscrizione di Ponente, come proposto dai lavoratori stessi, che avevano suggerito soluzioni “in zona”. «Smantellare la sede di Pra è una decisione assurda. Non si può spostare in Valpolcevera un centro operativo che serve l’estremo ponente cittadino, e nel quale oltre a IRETI risiedono ASTER e AMIU: così si rischia la paralisi – ha dichiarato il consigliere di Rete a Sinistra Gianni PastorinoI fatti parlano da soli: la sede delle Gavette non basta. Il presidio nel Ponente è indispensabile per garantire la sicurezza delle reti, il monitoraggio delle condotte del gas e l’azione del pronto intervento che già oggi lavora in affiancamento».

    Una richiesta accolta, nel pomeriggio, dall’assessore all’ambiente di Tursi Italo Porcile, che ha promesso a breve un incontro chiarificatore con l’azienda, lasciando però capire che difficilmente la decisione di Iren potrà essere ribaltata. Sul tavolo c’è anche il destino dei presidi di Amiu e Aster, anch’essi “sfrattati” dalla storica sede praese.

    Luca Lottero

  • Il ponente riconquista il suo mare: Pegli verso la balneabilità, per Voltri più servizi e sicurezza in spiaggia

    Il ponente riconquista il suo mare: Pegli verso la balneabilità, per Voltri più servizi e sicurezza in spiaggia

    Spiaggia Voltri 2La stagione balneare deve ancora cominciare, ma a Voltri già da qualche settimana le spiagge hanno ricominciato a popolarsi. Complici le numerose giornate di sole di questo generoso inizio di primavera, sono in molti nel quartiere a scegliere di trascorrervi la pausa pranzo o il pomeriggio. Alcuni, i più coraggiosi, hanno persino tirato fuori dagli armadi i costumi da bagno. Tra poche settimane queste stesse spiagge diventeranno una meta ambita di bagnanti del ponente genovese e non solo, e quelli che oggi sono pochi avventori isolati diventeranno una distesa colorata di asciugamani e ombrelloni. Tutti rigorosamente portati da casa, perché il litorale ponentino è rimasto la più grande spiaggia libera del Comune di Genova. Tre anni fa, inoltre, il mare che bagna la costa voltrese ha riconquistato dopo 40 anni la balneabilità. Un fattore, questo, che insieme alla completa gratuità dell’accesso alla spiaggia, ha contribuito a rendere Voltri una vera e propria meta balneare low cost.

    Una situazione di cui il quartiere indubbiamente beneficia ed è giustamente orgoglioso, ma che al tempo stesso rende più evidenti alcune carenze nei servizi offerti. «In una città che si apre al mondo e che vuole diventare accogliente per i turisti – afferma per esempio il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenenteè impensabile che l’acqua delle docce sia aperta da metà luglio alla fine di agosto. Non è possibile che non si riesca a trovare un accordo con Mediterranea delle Acque per mantenere il servizio nei mesi in cui le spiagge sono frequentate, che a Ponente vuol dire almeno da metà aprile a metà settembre». A Voltri le docce vengono gestite dai circoli nautici che compongono il consorzio Utri Mare, mentre Pegli l’anno scorso ha dovuto fare i conti con una mareggiata che aveva distrutto le docce di Piazza Porticciolo, gestite da Bagni Marina Genovese e ripristinate definitivamente solo nelle scorse settimane.

    Più forze dell’ordine contro risse, barbecue e campeggi improvvisati

    Spiaggia VoltriParlando con il presidente Avvenente delle criticità delle spiagge di Voltri, non ci vuole molto perché si finisca a parlare di sicurezza e di rispetto delle regole. Una tematica che ogni estate torna puntualmente al centro dell’attenzione e di roventi polemiche da parte dei cittadini. «Con il ritorno della possibilità di fare il bagno – spiega Avvenente – si sono mosse maree di persone provenienti da ogni dove, che pensano che la spiaggia non sia una cosa di tutti ma una cosa di loro proprietà». Il riferimento è a chi, nonostante le norme lo vietino chiaramente, organizza campeggi improvvisati o generose grigliate, con l’ovvia accensione di fuochi liberi. L’invitante odore di carne alla brace che nelle sere di estate si sente spesso levarsi dalla spiaggia diventa così motivo di rabbia per gli abitanti del quartiere, che negli scorsi anni hanno più volte denunciato l’insufficienza dei controlli. «In passato – aggiunge Avvenente – è già successo che, magari dopo la sesta bottiglia di birra, si verificassero risse tra etnie diverse tra cui non scorre particolarmente buon sangue, con tanto di bottiglie rotte che restano sulla spiaggia e che il giorno dopo rischiano di tagliare i piedi ai bambini. Nessuno vuole fare discriminazioni di tipo razziale, il problema sono i comportamenti. Chi mantiene un comportamento civile è sempre il benvenuto, a prescindere dalla provenienza e dal colore della pelle». La soluzione trovata sarebbe quella di un’intensificazione della presenza di polizia e carabinieri, per lo meno nelle giornate più “critiche”: «A breve – rivela infatti il presidente del Municipio di ponente – incontreremo il Questore e il Prefetto, perché abbiamo l’intenzione di intensificare la presenza delle forze dell’ordine sul litorale di Voltri (e da quest’anno anche di Pegli) nelle giornate di venerdì e sabato, quando più spesso vengono piantate le tende».

    I rischi per la sicurezza dei bagnanti passano però anche dall’assenza di bagnini pronti a intervenire in situazioni di pericolo. «La Capitaneria di Porto ha insistito molto perché ci fosse vigilanza alla balneazione – spiega Avvenente – che però va fatta con persone qualificate e formate. Il Municipio non ha i fondi per farlo, con un po’ di insistenza siamo riusciti a spingere il Comune a chiedere alla Regione i soldi per attivare questo tipo di servizio, che l’anno scorso siamo riusciti a garantire nei mesi di luglio e agosto con due postazioni a Voltri e una a Vesima, dove si sono sviluppati gli stabilimenti privati».

    Obiettivo balneabilità a Pegli, il lavoro nascosto dei depuratori

    Se Voltri ospita la spiaggia libera più estesa del Comune di Genova, l’altro quartiere che in questa parte di città ha la fortuna di avere un litorale frequentabile è quello di Pegli. Qui, però, le acque che lo bagnano non sono balneabili. Almeno al momento. «L’obiettivo – spiega infatti Avvenente – è quello di conquistarla anche li, e pare che per quest’anno dovremmo riuscire a ottenerla su due punti del litorale. Siamo da tempo in contatto con Arpal, che nelle sue rilevazioni ha riscontrato un netto miglioramento della pulizia delle acque e persino la ricomparsa di specie marine scomparse nei decenni scorsi a causa del porto». Fino a non molto tempo fa sarebbe stato quasi impensabile che nel mare ponentino si potesse fare regolarmente il bagno. Se oggi invece Voltri è pienamente balneabile e si discute perché lo diventi anche Pegli è grazie alla rimozione del vincolo amministrativo che impediva di fare il bagno in zone portuali ma anche, se non soprattutto, al lavoro sotterraneo dei depuratori.

    Del tutto integrati e mimetizzati nel tessuto urbano dei due quartieri, queste macchine complesse raccolgono le acque delle fogne, le filtrano in modo da separarle dai fanghi e dagli elementi intossicanti più consistenti e pericolosi e poi le scaricano in mare, per legge ad almeno 1000 metri dalla costa. I depuratori di Voltri e Pegli, insieme ad altri del genovesato, sono stati recentemente oggetto di un’analisi condotta dalla classe di Igiene Ambientale, della Facoltà di Architettura di Genova. Gli studenti, in entrambi i casi, hanno riscontrato un buon funzionamento da parte delle macchine e un pieno rispetto delle norme ambientali (gli impianti, per esempio, devono essere ad almeno 100 metri dai centri abitati, per impedire il disturbo di rumori e odori molesti) ma hanno lamentato una certa difficoltà nel reperimento delle informazioni online, poi fornite dai dipendenti comunali competenti.

    Il depuratore di Pegli è il più antico tra quelli genovesi. Realizzato negli anni ’70, nel corso dei decenni è stato oggetto, come naturale, di diversi lavori di adeguamento. Particolarmente significativi sono stati quelli nei primissimi anni del nuovo millennio (fino al 2008), quando l’impianto ha subito un restyling completo, con la sostituzione di numerosi macchinari, la realizzazione di un raccordo con la passeggiata esistente, di un nuovo camino di ventilazione alto circa 20 metri (che ha consentito di ridurre notevolmente l’impatto di odori sgradevoli) e di una condotta a mare che sfocia a 2500 metri dalla costa. Anche l’ambiente circostante è stato migliorato significativamente, con l’inaugurazione, nel 2009, dell’“Area degli Artisti”. L’attività del depuratore oggi avviene in gran parte nel sottosuolo di quello che è un punto di ritrovo e di aggregazione importante per il quartiere.

    Ben più recente l’impianto voltrese, realizzato nel 2001 e collocato in zona Utri Beach. Probabilmente grazie alla realizzazione in tempi recenti, il depuratore di Voltri è una macchina che usa tecniche piuttosto moderne, e libera i liquami a circa un chilometro e mezzo di distanza dalla costa. Qui, un apposito diffusore consente una distribuzione del fluido uniforme. «Nell’impianto voltrese – spiega Davide Ghio, uno degli studenti che ha preso parte alla ricerca – la depurazione avviene anche con un sistema di biofiltrazione, con l’uso di aria (e quindi ossigeno) che, iniettata nell’acqua, favorisce la “digestione” dei fanghi (la parte che non viene rilasciata in mare). Si tratta di una tecnica non particolarmente diffusa».

    Porto e spiagge, una convivenza possibile?

    Se per circa 40 anni i cittadini del Ponente genovese sono stati costretti a rinunciare a fare il bagno in sicurezza nel proprio mare è stato a causa dello sviluppo del porto, che se da un lato ha portato sviluppo industriale e posti di lavoro, dall’altro ha senza dubbio un prezzo pesante in termini ambientali. Un prezzo che il quartiere non sembra più disposto ad accettare, come dimostrano le proteste che uniscono cittadini e amministratori municipali ogni volta che viene accennata una qualsiasi ipotesi di ampliamento delle strutture. «Credo che la convivenza con il porto sia possibile – chiosa infatti Avvenente – ma non a detrimento della qualità della vita dei cittadini. Nessuno è più disponibile a farsi massacrare il territorio come 40 anni fa, quando Prà perse inevitabilmente le proprie spiagge».

    Luca Lottero

    Era Superba ringrazia gli studenti del corso di Igiene Ambientale che hanno fornito informazioni e materiale utile riguardo ai depuratori per la stesura di questo articolo. Hanno lavorato (coordinati dalla prof.ssa Anna Maria Spagnolo) sul depuratore di Voltri: Auteri Bessero, Ghio, su quello di Pegli: Chiesi, Del Medico, Perazzo.

  • Sturla, presentato il piano di Valorizzazione per la Casa del Soldato: nel 2022 l’apertura. Nel progetto anche un ascensore pubblico

    Sturla, presentato il piano di Valorizzazione per la Casa del Soldato: nel 2022 l’apertura. Nel progetto anche un ascensore pubblico

    casa-soldato-sturla-03Presentato in commissione consiliare il Piano di Valorizzazione dedicato alla struttura conosciuta come Casa del Soldato di Sturla. Il documento, che servirà per perfezionare il passaggio a titolo non oneroso da Demanio a Comune, prevede una serie di ristrutturazioni dell’edificio e dei suoi spazi, con diversi adeguamenti necessari per poter diventare Casa di Quartiere. I lavori dovrebbero concludersi nel 2022, terminati i quali si procederà con l’assegnazione di alcuni spazi.

    Il programma di valorizzazione prevede l’utilizzazione delle immobile con destinazione a spazi pubblici ed ad uso collettivo integrandolo nel tessuto sociale ed urbanistico del quartiere con un ruolo di aggregazione riconoscibile a livello locale oltre che di sviluppo culturale a livello cittadino, in quanto esempio di architettura razionalista unico nel suo genere. Il programma di valorizzazione prevede la destinazione degli immobili a Casa di Quartiere, nella quale possono essere individuate destinazioni quali attività di formazione, coworking e servizi connessi akla realizzazione di un polo informativo documentario dedicato l’architettura razionalista ed in particolare al l’opera dell’architetto Luigi Carlo Daneri, dalla cui matita nacque l’edifico.

    Il programma contempla inoltre che gli spazi esterni della palazzina possono costituire sede di un impianto di collegamento non solo fra le sue diverse quote ma anche fra le parti del quartiere a monte della Aurelia e quelle che si sviluppano verso mare: un ascensore pubblico, di gestione comunale, che possa collegare piazza Sturla con via Chighizola.

    Gli interventi e il progetto

    casa-soldato-sturla-01Il Comune di Genova interverrà con opere di messa in sicurezza: impermeabilizzazione e rifacimento alla copertura piana, restauro e sostituzione di tutti gli infissi di facilmente di tutti gli impianti avvalendosi di sistemi di contenimento del risparmio energetico, restauro delle facciate e opere edili finalizzate adeguamento degli spazi interni opere di coloritura interna realizzazione nuovo impianto di collegamento verticale esterno e sistemazione degli spazi esterni per quanto concerne l’impianto di collegamento verticale esterno visto la sua funzione collettiva cognitiva livello cittadino e se dovrà essere gestito con le stesse modalità di questa tipologia di impianto incarico alla pubblica amministrazione

    Il progetto propone ripristino degli ambienti originali della Casa del Soldato, attraverso la demolizione di alcuni tramezzi, l’inserimento di una “sala caffè” ovvero un punto di incontro e di socializzazione. Stando al documento il piano porticato potrà tornare ad essere, come nella sua originale vocazione, un punto di ritrovo e di aggregazione per gli abitanti del quartiere; in una parte del primo livello sottostrada sono previste attività ludiche e di socializzazione riservate la fascia più giovane di cittadini; nella restante parte del piano si sono ipotizzate aule da destinare alla formazione e al co-working. Il locale sala polivalente, la palestra, potrà essere usato come spazio dove organizzare eventi sia pubblici che privati.

    La prima fase delle opere di messa in sicurezza e di recupero del manufatto sarà completata tra l’anno 2017 e il 2018 e prevede le prime opere di messa in sicurezza del bene. La seconda fase prevista tra il 2019 e il 2020 prevede l’impermeabilizzazione e rifacimento della copertura restavo la sostituzione di tutti gli infissi e rifacimento di tutti gli impianti. La terza fase, prevista per il 2020/2021, prevede restauro delle facciate la realizzazione di opere edili finalizzata l’adeguamento degli spazi interni e la messa a norma dei locali e il rifacimento dei servizi igienici oltre alle opere di coloritura interna. La quarta fase, prevista tra il 2021 e il 2022, prevede la realizzazione del nuovo impianto di collegamento verticale esterno e la sistemazione degli spazi esterni. Solo successivamente si potrà passare alla fase di affidamento dell’edificio: la regia sarà del Municipio competente.

    La perizia del Comune

    casa-soldato-sturla-02Secondo la perizia fatta dal Comune di Genova, l’immobile si presenta in discreto stato di conservazione generale; gli elementi che compongono la struttura, pilastri, traversi solai e tamponamenti, si presentano in buone condizioni di conservazione, privi di fessurazioni o di altre evidenti deformazioni. All’interno dell’immobile si rilevano alcune zone interessate da infiltrazioni d’acqua conseguenti alle forti piogge e la mancanza di tenuta degli infissi, che allo stato attuale appaiono fortemente degradati. L’intonaco esterno si presenta in discreto stato di conservazione e apparentemente coeso a supporto murario; si evidenziano invece fenomeni di dilavamento dovuti sia al malfunzionamento dei pluviali che ha l’assenza di cornicioni e sporgenze dalla copertura in grado di preservare le facciate dall’esposizione diretta e fenomeni atmosferici. Il giardino a cui si accede attraverso un cancello di via Chighizola allo stato attuale si presenta incolta e priva di alberatura ad alto fusto di particolare pregio

    La genesi del progetto

    L’idea di valorizzare la palazzina razionalista di Sturla per arrivare a realizzare un casa di quartiere, è nata da alcuni comitati operanti sul territorio in condivisione con Municipio IX Levante, e poi accolta favorevolmente dall’amministrazione civica. Questa strada rappresenta il riconoscimento di un ruolo che la costruzione ha assunto fin dall’origine, cioè come luogo di ritrovo di una comunità, sulla scorta di quanto erano state le case del popolo, viziato, come è noto, dall’utilizzazione al fine di propaganda e controllo del regime fascista.

    La Palazzina si colloca in una posizione strategica all’interno del quartiere che ad oggi lamenta la mancanza di uno spazio pubblico destinato alla socializzazione e all’aggregazione. La continuità con il, centro parrocchiale da un lato e la prossimità col borgo di Vernazzola dall’alto rendono l’edificio un elemento di cerniera in grado di offrire locali per attività associative non profit e un punto di ritrovo per tutti gli abitanti del quartiere.

     

  • Ex Ospedale di Quarto, approvato il Piano Urbanistico Operativo. Ora si aspettano gli investimenti privati

    Ex Ospedale di Quarto, approvato il Piano Urbanistico Operativo. Ora si aspettano gli investimenti privati

    Manicomio di QuartoLa Giunta comunale ha approvato questa mattina, su proposta dell’assessore all’urbanistica Stefano Bernini uno dei due Progetti Urbanistici Operativi (PUO) dell’area dell’ex Ospedale psichiatrico di Quarto. Si tratta del PUO di Cassa Depositi e Prestiti Immobiliare Spa, uno dei due enti proprietari degli spazi, precisamente del “Nuovo Istituto”. Presto la Giunta adotterà anche il Progetto Urbanistico Operativo redatto da ARTE, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e da Asl 3 che detengono la restante parte delle superfici (“Vecchio Istituto”).

    Dossier: Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto?

    Il PUO è lo strumento – articolato nelle sue varie componenti naturalistiche e architettoniche – che definisce nel dettaglio le destinazioni d’uso degli immobili, le porzioni da utilizzare per svolgere servizi pubblici, la viabilità interna all’area e gli interventi di recupero delle ampie zone verdi. Si tratta in totale di 47mila metri quadrati (22 appartenenti a Cassa Depositi e Prestiti e 25 ad ARTE), di cui 15mila verranno destinati ad uso pubblico: 10mila per la realizzazione da parte di Asl 3 della Casa della Salute e 5mila per ospitare alcuni servizi sociali e culturali del Comune di Genova.

    Nel precedente disegno – quello antecedente l’Accordo di Programma del 2013 da cui discendono i PUO – veniva proposto l’utilizzo dell’intera area per edilizia privata. È stato il Comune di Genova che, su sollecitazione delle realtà sociali presenti nell’ex Ospedale, ha promosso un tavolo di concertazione con Regione, Asl 3, ARTE, Coordinamento per Quarto e rete di associazioni e cittadini affiancati dal Municipio Levante, ha avviato la riqualificazione dell’intero complesso dell’ex ospedale psichiatrico scongiurandone in tal modo l’integrale privatizzazione.

    «Questa mattina abbiamo posto le basi per la nascita effettiva nell’ex Ospedale di Quarto di un polo pubblico-privato che porterà al recupero di uno storico spazio della città e renderà quella zona del levante cittadino più vivibile – ha detto l’assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Bernini Non si tratta di mere ristrutturazioni immobiliari, bensì della creazione di una vera e propria cittadella aperta al resto del quartiere. Abbiamo previsto infatti una nuova viabilità interna che dialoga con i flussi veicolari esterni concorrendo alla decongestione del traffico, abbiamo immaginato la presenza di attività commerciali, di parcheggi destinati ai servizi che vi sorgeranno – primo fra tutti le Casa della Salute –, di spazi per la realizzazione di attività culturali. Con l’approvazione del Piano Urbanistico operativo – ha concluso l’assessore Bernini – ci sono ora la struttura normativa e i criteri puntuali per rendere appetibile e conveniente – anche per i privati – investire in un’area dal futuro segnato in senso positivo. Ora sta alla progettualità dei singoli dare gambe a questo futuro».

    L’ex ospedale di quarto

    Il complesso immobiliare dell’ex Ospedale Psichiatrico di Quarto nel levante di Genova è l’insieme degli edifici monumentali neoclassici, organizzato su pianta quadrata, simmetricamente suddivisa in nove parti anch’esse quadrate. Il criterio è quello del castrum romano dove i due percorsi trasversali, e quelli longitudinali sono rigorosamente ortogonali tra loro.

    La costruzione risale al 1892, anno durante il quale fu indetto l’appalto per un grande manicomio a Quarto. Negli anni ‘30 si compie il definitivo assestamento di Quarto: il 28 ottobre 1933 ha luogo l’inaugurazione delle nuove strutture che portano, a duplicare la superficie e la capienza dell’OP. La vita nell’ospedale psichiatrico è continuata fino al secondo dopoguerra secondo i modelli sanitari consolidati, anzi connotandosi sempre più come luogo di emarginazione sociale.

    Basaglia e Slavich avviarono la prima esperienza anti-istituzionale nella cura dei malati di mente dando inizio a una riflessione socio-politica sulla trasformazione dell’ospedale psichiatrico e di ulteriori esperienze alternative e di rinnovamento nel trattamento della follia. All’interno dell’area trovano spazio il Museo delle Forme Inconsapevoli e il Laboratorio di Architettura.

    Dopo la “chiusura del manicomio” il complesso continua ad ospitare usi sanitari, fra cui uffici ed ambulatori della locale ASL, oltre al mantenimento delle funzioni di accoglienza e cura dei malati psichiatrici.

  • Voltri, le ragioni del no degli ambulanti al secondo mercato rionale. Ma parte una controproposta

    Voltri, le ragioni del no degli ambulanti al secondo mercato rionale. Ma parte una controproposta

    piazza-caduti-partigiani-voltriOrmai quasi un anno fa, un gruppo di commercianti della zona più a ponente del quartiere di Genova Voltri aveva chiesto l’istituzione di un secondo mercato settimanale, per attrarre gente in una zona economicamente in difficoltà. Dopo aver incassato il sostegno del Municipio 7 Ponente prima e del Comune di Genova poi, a opporsi al progetto sono ora gli ambulanti di Aval (associazione di categoria della Liguria), che con il loro parere negativo hanno spinto l’assessore Emanuele Piazza a ulteriori riflessioni prima dell’emanazione del bando per l’assegnazione degli spazi di piazza Caduti Partigiani.

    Approfondimento: Il progetto del secondo mercato rionale a Voltri

    «È prima di tutto una questione di opportunità – spiega Mauro Lazio, presidente Aval – un mercatino di 30 banchi in quella posizione non attrarrebbe operatori validi, con merce di qualità. Si finirebbe per avere, con rispetto parlando, solo bancarelle di extracomunitari, la gente andrebbe per le prime due volte e poi basta. In questo modo, nemmeno chi vuole attrarre gente nella zona verrebbe accontentato». «L’esperienza – aggiunge Lazio – ci insegna che per funzionare i mercati devono essere grossi».

    La controproposta degli ambulanti

    Una netta sconfessione della linea dei commercianti della zona, adottata anche dall’amministrazione, causata anche dal momento di difficoltà generale del settore: «Infatti – riflette il presidente Aval – non ci sembra opportuno aggiungere un nuovo mercato in un momento in cui stiamo valutando di togliere alcuni bi-settimanali come quello di Sestri Ponente o di altre realtà di periferia, in un quartiere, per altro, dove il mercato del martedì già esistente funziona abbastanza bene». Non c’è solo la critica, però, da parte di Aval, ma una controproposta che si ispira a un modello preso da fuori Regione: «Nel Comune di Pisa – spiega Lazio – a cadenza settimanale si fanno dei mercati con merceologie di volta in volta diverse e particolari, come l’hobbistica, l’antiquariato o i prodotti a km0. Una soluzione del genere potrebbe anche diventare una reale attrattiva».

    Luca Lottero

     

  • Voltri, Comune e Municipio trovano accordo per secondo mercato rionale, al via (forse) in estate. Scetticismo da parte di Aval

    Voltri, Comune e Municipio trovano accordo per secondo mercato rionale, al via (forse) in estate. Scetticismo da parte di Aval

    mercato-voltri-piazza-partigianiLo scorso giugno, su Era Superba avevamo raccontato la situazione di disagio portata ai commercianti voltresi dalla frana di Arenzano che, oltre ad aver tagliato in due la Liguria per alcuni mesi, ha isolato le attività della parte più a ponente della delegazione, che avevano visto i propri bilanci tagliati anche del 30-40%. Rispetto ad allora, i massi sono stati tolti dalla strada e il traffico sull’Aurelia (certo non piacevole per gli abitanti, ma vitale per le attività commerciali) ha ripreso a pieno regime, ma per i negozianti i problemi non sono certo finiti. Questa parte di Voltri soffre infatti di una depressione economica cronica, con radici ben precedenti alla frana. Per accorgersene, basta osservare la densità della presenza dei negozi, che decresce fatalmente se dalla parte “centrale” del quartiere (quella che gravita intorno alla stazione e alla sede del Municipio) ci si sposta verso il capolinea dell’1 e il confine orientale del Comune di Genova.

    Per tentare di migliorare questa situazione, i commercianti avevano proposto la realizzazione di un secondo mercato rionale settimanale, da tenersi in una giornata diversa rispetto a quello di piazza Gaggero, che si svolge di martedì. Il doppio mercato è già una realtà per diverse delegazioni genovesi come Sestri Ponente e, secondo gli esercenti, stimolerebbe “il giro” nella zona e aiuterebbe indirettamente le proprie attività.

    Il parere negativo di Aval

    La risposta: Le motivazioni del no di Aval e la controproposta

    Incassato il via libera dall’amministrazione, oggi un ultimo ostacolo alla realizzazione del progetto potrebbe arrivare proprio dalle associazioni di categoria: «Il Comune di Genova – afferma l’assessore allo sviluppo economico con delega ai mercati Emanuele Piazzasostiene pienamente l’idea di un secondo mercato a Voltri. Tuttavia, nella richiesta alle associazioni di categoria, abbiamo incassato quello negativo di Aval (Associazione Venditori Ambulanti Liguri, ndr), che ci impone di verificare meglio la posizione degli operatori». A Piazza, infatti, spetterebbe l’emanazione del bando per assegnare gli spazi alle attività interessate. Il rischio che si vorrebbe evitare è quello di una gara che poi vada deserta per il disinteresse della categoria. «L’obiettivo – promette l’assessore – rimane quello di iniziare il mercato in estate».

    Da parte dei commercianti, l’idea è stata pensata sin da subito non come una pezza provvisoria ai problemi causati dalla frana, ma come un modo per bilanciare in modo stabile la presenza di attrazioni commerciali nel quartiere. In occasione di una commissione urbanistica del Municipio 7 Ponente a cui era presente anche il responsabile dei mercati del Comune di Genova Roberto Michieli, la proposta ha però provocato lo scontento degli ambulanti che operano nel mercato del martedì, che hanno espresso dubbi sull’effettiva capacità del nuovo mercato di attirare attività di qualità e paventato il rischio che si creino nuove situazioni di degrado. «È una posizione che non capisco – sospira Fabio Boni, che possiede un’edicola poco distante dal capolinea dell’1 e che è stato tra i più attivi nello spingere per questa soluzione – noi non intendiamo rubare niente a nessuno, solo cercare di porre un rimedio a una situazione di difficoltà».

    Mercato Voltri modifiche parcheggio Dagnino.docxUn grido d’aiuto che, scontento a parte, è stato accolto dalle amministrazioni locali, sia pure con i tempi lunghi a cui siamo abituati. La soluzione è stata individuata nella realizzazione di un mercato il sabato, in alcune aree di piazza Caduti Partigiani, una zona del quartiere su cui molto si è riflettuto in passato ma che negli ultimi anni altro non è stato se non un grande parcheggio. Le aree individuate, in particolare, sarebbero il “parcheggino” nella parte più a ponente della piazza e la parte immediatamente di fronte al benzinaio Erg e, in tutto, le bancarelle ospitate sarebbero 32.

    Lo scorso 22 febbraio il Municipio ha dato parere favorevole al progetto, la cui partenza è prevista per l’inizio dell’estate. Tra i commercianti interessati c’è un moderato ottimismo, ma anche qualche preoccupazione legata alle imminenti elezioni: «La scorsa settimana – racconta Boni – ho mandato un sollecito perché ci venga indicata una data d’inizio precisa, anche per organizzare una festa nel quartiere. Nonostante ci abbiano assicurato che a giugno inizierà tutto, non vorremmo che chi verrà dopo le elezioni si dimentichi di noi». Un rischio minimizzato dall’assessore Piazza: «Credo che in questi casi – afferma – a prevalere sia la ragionevolezza più che lo schieramento politico, quindi immagino si andrà avanti su questa strada».

    Gli interventi su piazza Caduti Partigian

    piazza-caduti-partigiani-voltriLa realizzazione del mercato in quelle aree richiederà alcune modifiche sulla piazza: «Il codice della strada e i regolamenti – spiega l’assessore alla mobilità del Comune di Genova Anna Dagninoimpongono che l’area del mercato sia isolata da quella in cui sono presenti le auto». Per questo, i parcheggi di fronte al benzinaio saranno isolati a levante e a mare con dei new jersey, la cui presenza (come mostra la piantina) ha imposto una diversa disposizione degli stalli di sosta, in modo che alle automobili sia possibile entrare e uscire. «Con la nuova disposizione – aggiunge Dagnino – nelle giornate in cui non ci sarà il mercato si guadagneranno due parcheggi in più».

  • Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto? Dalla legge Basaglia, passando per la causa contro Asl, fino ad oggi, tra rivoluzione e normalità

    Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto? Dalla legge Basaglia, passando per la causa contro Asl, fino ad oggi, tra rivoluzione e normalità

    manicomio-quarto-D3L’ex Ospedale psichiatrico di Quarto è stato “raccontato” molte volte, e su queste pagine abbiamo più volte documentato le novità che talvolta lo vedevano protagonista della sempre pretesa rinascita cittadina, fino alla resa totale alle leggi del profitto basato sull’urbanizzazione selvaggia. In ogni caso, un luogo caro e fortemente simbolico, da Collina dei matti a Polo di attrazione culturale oltre che sanitaria e sociale.

    Oggi i progetti pubblici, seppur faticosamente, stiano andando avanti: il 23 Marzo, presso la sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, è in programma un pubblico confronto fra il Municipio Levante ed il Coordinamento per Quarto da una parte, e rappresentanti delle istituzioni dall’altra, con l’intento di dar gambe all’accordo di programma da troppo tempo in sospeso.

    Intanto le iniziative all’interno del complesso di Quarto procedono con buon ritmo e sempre più genovesi entrano nell’ex manicomio in cerca di corsi di formazione, seminari, laboratori e molto altro ancora. A volte capita di incontrare qualche ospite di quello che era uno fra gli ospedali psichiatrici più affollati, e sorge spontanea la domanda: ma dove saranno andati tutti gli altri pazienti ?

    Che fine hanno fatto?

    Ne parliamo con il dottore Natale Calderaro, allievo ed amico di Antonio Slavich e Franco Basaglia, che fu psichiatra a Quarto dal 1978 al 1985. «Arrivai in questo ospedale a fine 1978 chiamato proprio dal direttore Slavich e, tranne un breve ed intenso periodo in cui fui al Galliera, nel 1979, rimasi a Quarto fino al 1985». Una tempistica irripetibile, visto la rivoluzione giuridica in atto: «Al mio ingresso trovai nel reparto circa 150 degenti, molto diversi per età e per patologia, e francamente mi resi subito conto che il lavoro da fare era molto, e che non sarebbe stato per nulla facile. I primi tempi furono, infatti, molto duri: la Legge 180 era appena entrata in vigore e c’era grande confusione nei vari Ospedali e anche nell’opinione pubblica, divisa come al solito fra opposte fazioni». In ogni rivoluzione, si sa, ci sono molteplici sfumature. «A parole tutti erano d’accordo nel reclamare condizioni più umane per i pazienti psichiatrici, ma sui giornali si discuteva – e molto – sul metodo. Antonio Slavich era invece ben deciso nel suo programma riformista: ricordo che per prima cosa sequestrò tutte le camicie di forza con la stoffa delle quali fece rivestire le poltrone Frau del suo studio, per ricordare a tutti da dove si stava partendo. Fece segare le sbarre dalle finestre delle camerate, cercò di circondarsi, per quanto possibile, di persone di sua fiducia, che credessero nel progetto di far rientrare ogni paziente nel proprio ambiente, in modo da permettergli di ritrovarsi e ritrovare gli affetti, la famiglia, ma dove fossero anche ben accolti, ovviamente».

    Un nuovo approccio che guardava non solo al presente ma anche al futuro dei pazienti: «Per questo le persone non venivano rispedite a casa come fossero stati degli oggetti, ma cercando prima di riallacciare la relazione con i familiari che erano invitati a venire in ospedale, superando la diffidenza che in certi casi era anche molto evidente». Ogni passaggio non era dato per scontato: «I pazienti erano accompagnati da noi (solitamente un dottore ed un infermiere) in visite “protette” nel loro ambiente – che talvolta sentivano come fortemente angosciante – finché il ritorno a casa non diventava una cosa del tutto naturale e comunque sempre seguita a distanza e in qualche modo monitorata prima da noi e poi dai SPDC». Un acronimo difficile che significava, e significa ancora oggi, perché esistono tuttora, Servizio psichiatrico diagnosi e cura. «Che poi eravamo sempre noi».

    Ecco, ascoltando la narrazione del dottor Calderaro questo sembra essere stato uno snodo assai importante, anzi fondamentale, per tutto quello che è venuto dopo e che ancora vediamo a Quarto.  «In ogni caso era importante non svolgere questo lavoro di reinserimento in maniera ideologica – precisa lo psichiatra – perché quando c’erano forti resistenze da parte delle famiglie era fondamentale procedere gradualmente e senza imporre nulla. Poi nella stragrande maggioranza dei casi che ho seguito ciò che rassicurava maggiormente i familiari era la consapevolezza che noi del Servizio c’eravamo sempre, che saremmo intervenuti in qualsiasi momento fosse stato necessario e che ogni crisi che avessero segnalato sarebbe stata seguita con la massima attenzione».

    Casa dolce casa, oppure no?

    Manicomio di Quarto«Comunque – prosegue – non sempre il poter andare a casa rendeva felici i pazienti, anzi, talvolta li inquietava, perché la libertà come sappiamo è difficile da gestire, quindi per queste persone il lavoro da fare era più lungo e complesso». Un lavoro che partiva dai pazienti stessi: «Nessuno di loro fu forzato ad andare via e parecchi decisero di rimanere all’interno della struttura come ospiti; non uscivano magari da più di dieci anni e la loro casa ormai era il manicomio. In questi casi si cercò di portare dentro quello che loro non volevano o temevano di cercare fuori, dare un’occupazione, risvegliare l’interesse per il mondo esterno attraverso varie forme».

    Una volta a “casa” il lavoro però continua: «Nel tempo abbiamo continuato a vedere questi pazienti ad intervalli regolari attraverso i Centri di Salute Mentale istituiti nel 1979 che hanno svolto, e tuttora svolgono, una funzione importantissima sul territorio, poiché si propongono non solo per l’emergenza ma anche per la prevenzione del disagio psichiatrico».

    Alcuni degenti sono stati dirottati verso strutture private, ma secondo il dottor Calderaro non sono stati un numero significativo: «Credo che forse inizialmente qualche caso ci sia stato, ma non credo siano stati numeri importanti. Alla fine erano circa ottanta le persone rimaste ospiti dell’ex Ospedale Psichiatrico». Nel 2012 arriva la notizia che i pazienti erano stati «messi all’asta», a gruppi di 20, per essere affidati alle strutture che avessero vinto la gara d’appalto: «Scoppiò un putiferio che, paradossalmente, aiutò la rinascita di Quarto stesso. Infatti, attraverso l’Associazione famiglie pazienti psichiatrici (Alfapp), l’Asl fu denunciata e perse la causa, ritirando il provvedimento; da allora hanno ripreso vigore tutte le associazioni attorno a questo complesso portando ai risultati ottenuti lo scorso anno, anche grazie ad una inedita collaborazione fra gli Enti».

    Semplicemente a casa

    Conclude il dottor Calderaro: «Ormai saranno una cinquantina le persone residenti all’interno della struttura, parecchi di loro hanno piccoli incarichi lavorativi, tengono il bar ordinato, puliscono gli spazi sociali, hanno stretto legami molto solidi. Alla fine ci fanno pensare che il lavoro fatto è stato molto, e che certamente non è stato inutile. Ma anche che continua e dovrà continuare».

    L’unica cosa che ci sentiamo di aggiungere ad una così completa relazione è che Quarto nell’immaginario collettivo ha il cuore in questa collina, matta per definizione: ed i suoi ospiti che qui vivono sono l’iconica presenza di un quartiere che guarda avanti ma che sempre da qui deve partire, qui dove tutto è cominciato.

    Bruna Taravello

  • Mercato di Corso Sardegna, nessuna demolizione delle strutture storiche. Si lavora al bando per un project financing da 25 milioni

    Mercato di Corso Sardegna, nessuna demolizione delle strutture storiche. Si lavora al bando per un project financing da 25 milioni

    mercato-corso-sardegna-2L’ex mercato di corso Sardegna è finalmente pronto a cambiare volto, ma solo al suo interno perché il piano urbanistico operativo approvato questa mattina dalla giunta del Comune di Genova non prevede alcuna demolizione o costruzione interrata. «Ora – annuncia il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini alla agenzia Dire si può partire con il project financing in piena conformità con la destinazione urbanistica e con i vincoli ambientali della Regione e monumentali della Sovrintendenza».

    Approfondimento: La travagliata storia del Mercato di Corso Sardegna

    Nulla di fatto per le rivendicazioni degli ambientalisti che chiedevano più spazi pubblici e aree verdi. «I quattro volumi che esistono vengono riqualificati e restaurati – spiega Bernini – e conterranno attività commerciali (un supermercato per la media distribuzione ed esercizi di vicinato) e servizi destinati al territorio (tra cui una palestra) in collaborazione con il Municipio». Ma ci sarà spazio anche per gli incassi dei privati. «L’edificio più verso mare, protetto solo negli affacci esterni – prosegue il vicesindaco – verrà svuotato e sarà adibito a posteggio senza costruire nuovi volumi». Adesso toccherà al bando di gara che metterà in concorrenza il progetto presentato dall’associazione temporanea di imprese (Santa Fede, Cosmo Costruzioni Moderne e Sab) con altri eventualmente interessati. Si parla di un progetto complessivo da circa 25 milioni di euro. «E’ importante che finalmente si sia riaperta la porta per la riqualificazione di un’area che – conclude Bernini – vede anche migliorare le sue condizioni di esposizione al rischio idrogeologico grazie ai lavori che si stanno sviluppando sul Bisagno e sul Fereggiano».
  • Sturla, Comune verso acquisizione Casa del Soldato. Il progetto di valorizzazione prevede una “Casa di Quartiere”

    Sturla, Comune verso acquisizione Casa del Soldato. Il progetto di valorizzazione prevede una “Casa di Quartiere”

    casa soldatoLa Giunta comunale, su proposta dell’assessore al patrimonio Emanuele Piazza, ha approvato questa mattina la bozza dell’Accordo di valorizzazione che sarà firmato con l’Agenzia regionale del Demanio e il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo per il trasferimento al Comune della palazzina “Casa del soldato” in piazza Sturla.

    Dopo la ex caserma Gavoglio, i forti Begato, Sperone, Crocetta, Tenaglie, Belvedere, Torre Granara e i Magazzini del Sale, un’altra struttura, quindi, entrerà nelle disponibilità della civica amministrazione.

    Il Municipio Levante e l’Amministrazione comunale, accogliendo le sollecitazioni di alcuni comitati, hanno avviato un percorso di partecipazione con associazioni e cittadini, che ha coinvolto anche istituti universitari, per trasformare la Casa in un centro di attività sociale e culturale per i quartieri. L’obiettivo del programma è il recupero dell’edificio (990 metri quadrati, quattro piani e uno seminterrato), destinandolo a spazi pubblici e ad uso collettivo (formazione, servizi di quartiere, ecc.), con un ruolo di aggregazione sociale a livello locale e di sviluppo culturale a livello cittadino.

    L’edificio di architettura razionalista è opera dell’architetto Luigi Carlo Dameri, analogamente ad altri edifici dell’epoca come la casa del Mutilato e il teatro della Gioventù. Attualmente la struttura è in forte e visibile decadimento: per il suo riutilizzo, quindi, dovranno essere previsti dei lavori di ristrutturazione, cosa che renderà il progetto esecutivo quantomeno delicato, visto anche i vincoli a cui è soggetta.

    «Dopo l’acquisizione dal Demanio degli ex Magazzini del sale a Sampierdarena e dopo le opere realizzate (altre sono in cantiere) all’ex caserma Gavoglio, al Lagaccio, l’Amministrazione comunale – sottolinea l’assessore Emanuele Piazza – avvia un nuovo significativo progetto di recupero nel levante cittadino con la valorizzazione dell’ex Casa del soldato a Sturla. Un ulteriore elemento di vivibilità in un quartiere dove il Comune ha già realizzato, insieme ai privati, un Innovation Hub, recuperando l’edificio di viale Cembrano a poca distanza dalla Casa del soldato».

    La bozza di accordo dovrà adesso passare attraverso il Consiglio comunale. Una volta completate le pratiche di cessione a titolo gratuito da parte del Demanio, si potrà incominciare la fase operativa.

  • Bassa Val Bisagno, cantieri Borgo Incrociati e piazza Martinez in chiusura. Resta nel cassetto il sogno del ponte di Sant’Agata

    Bassa Val Bisagno, cantieri Borgo Incrociati e piazza Martinez in chiusura. Resta nel cassetto il sogno del ponte di Sant’Agata

    Piazza matinez 4Mentre il primo sole dal sapor primaverile illumina Genova, nel Municipio della Bassa Val Bisagno fervono i lavori di riqualificazione. Si va a ritmo sostenuto e alla fine di aprile due cantieri importanti saranno finalmente chiusi: quello di via Borgo Incrociati e quello di piazza Martinez. Con la tornata elettorale alle porte è difficile fare previsioni sui successivi interventi, ma il sogno nel cassetto resta l’allestimento pedonale del Ponte di Sant’Agata.

    Borgo Incrociati

    Proprio nel borgo medievale, che in antichità era appena fuori le mura della città, sono partiti i rifacimenti. Prima la pavimentazione e il riordino di piazza Raggi, appena fuori dalla metropolitana, poi finalmente quelli della via che fino a pochi mesi fa era una colata di asfalto dissestato. Ora una bella pavimentazione sorge nel “gioiellino” della Bassa Valbisagno, ma non solo: «Oltre alle lastre abbiamo rinforzato la rete idrica bianca e nera, abbiamo installato un’illuminazione a led in accordo con la Sovrintendenza e abbiamo chiuso i vicoli che purtroppo erano usati come gabinetti a cielo aperto con inferriate saldate – spiega soddisfatto Massimo Ferrante, presidente del Municipio Bassa Valbisagnoormai manca solo un 20% e il lavoro sarà concluso». L’occhio vuole la sua parte, non ci sono dubbi, ma la riqualificazione di Borgo Incrociati ha due intenti più profondi. Innanzi tutto la sicurezza che, con la nuova rete idrica è migliorata, ma anche la creazione di posti di lavoro che potrebbero arrivare a breve: «Alcune attività commerciali, tra cui una gelateria e una pizzeria, hanno espresso l’interesse ad aprire proprio nella via – continua Ferrante – è una ricaduta a pioggia iniziata con i cantieri e che vede la sua naturale conclusione in economie e indotto». Insomma, la Bassa Valbisagno punta in alto dopo aver rialzato la testa in seguito alle tragedie causate dall’alluvione. Tutti qui hanno ancora negli occhi quei terribili momenti, con il Bisagno esondato, danni ingenti e soprattutto perdita di vite umane. Da quelle ore che adesso sembrano lontane, ma non troppo, molto si è mosso e anche speso: il Municipio ha investito 520mila euro di cui 120 mila provenienti dal bilancio 2015 e 400mila dal bilancio 2016.

    Piazza Martinez

    Non resta che aspettare poco più di un mese, quasi contemporaneamente alla consegna dei giardini di piazza Martinez. Il 28 aprile si chiuderà il cantiere e il 12 maggio si svolgerà l’inaugurazione ufficiale. Il giorno di San Valentino ha regalato il primo lotto concluso e a primavera inoltrata i giardini torneranno completamente in mano ai cittadini. Migliorato l’aspetto, certo, ma anche in questo caso il valore dei lavori è doppio. «Adesso non ci sono più zone non illuminate e questo è garanzia di maggior sicurezza – dice ancora il presidente del Municipio – ma la vera sorpresa è arrivata da alcuni senza tetto che ci hanno chiesto di poter contribuire a tener pulita l’area. Questo mi ha lasciato senza parole». I giardini saranno “divisi” in tante aree quante sono le stagioni della vita: una dedicata all’infanzia, una dedicata all’adolescenza con la pista per le biciclette, una dedicata alle famiglie e una dedicata agli anziani che avranno panchine nuove e tavolini per giocare a dama o a scacchi. Tutto condensato in un unico spazio ricreativo che all’inizio dei lavori aveva sollevato qualche polemica relativa alla chiusura estiva per inizio cantiere. Anche in questo caso l’investimento è stato ingente: 680mila euro di cui 280mila provenienti dalle casse del municipio e 400 mila da quelle del Comune di Genova.

    Il sogno del Ponte di Sant’Agata

    Il volto della Bassa Val Bisagno dunque lentamente  sta cambiando, tra rifacimenti, piccoli e grandi lavori che ne hanno ridisegnato la fisionomia. Progetti realizzati senza mai dimenticare quel sogno nel cassetto che via via è diventato sempre più concreto, sino a trasformarsi in studio di fattibilità: l’antico ponte di Sant’Agata. Una passerella leggera fatta di materiale trasparente e metallo che renderebbe di nuovo lo storico ponte percorribile a piedi. Una struttura che mischierebbe l’antico al moderno come si usa fare in molti paesi europei, una passerella che avrebbe l’aspirazione di lanciare il ponte medievale verso il futuro e verso la sponda est del Bisagno. Se questo progetto davvero sarà realizzato, si potrebbe trasformare il vicino ponte Castelfidardo in una strada solo carrabile, togliendo il disagio di quei marciapiedi tanto stretti da passare a fatica con un passeggino o con una carrozzina. E però di mezzo ci sono non pochi ostacoli, a partire dalla Sovrintendenza: «Non sono certo gli ostacoli a spaventarmi – dice ancora Ferrante – sono disposto al dialogo e a studiare nei minimi dettagli insieme a tutti gli Enti interessati ogni minimo particolare, soprattutto gli elementi legati alla sicurezza. Ma il ponte si può fare, anche se dal punto di vista estetico sarà necessario superare qualche taboo tipico della nostra cultura». Di certo sarebbe un lavoro lungo; a giugno si svolgeranno le elezioni amministrative che implicheranno una scelta anche per il presidente del Municipio Bassa Val Bisagno: «Se ci sarà una coalizione mi ricandiderò per portare a termine tanti altri progetti, ponte di Sant’Agata compreso» – conclude Ferrante. Ma questa è tutta un’altra storia.

    Nina Genta

  • Gavoglio, cittadini e comitati battono il tempo al Comune. «Incontro pubblico per proseguire il percorso di partecipazione»

    Gavoglio, cittadini e comitati battono il tempo al Comune. «Incontro pubblico per proseguire il percorso di partecipazione»

    gavoglioIl tempo passa, e dopo tre mesi dal passaggio da Demanio a Comune di Genova tutto tace. Con le elezioni alle porte, però, la paura dei cittadini, e dei comitati, è quella che i tempi si allunghino ulteriormente, fermando il percorso di partecipazione che dovrebbe portare al Puo dell’area dell’ex caserma Gavoglio. Chiesto, quindi, un incontro pubblico per fare il punto su quanto fatto e quanto ancora da fare.

    Approfondimento: La Gavoglio passa al Comune di Genova

    Capofila della richiesta il gruppo “Progettare la città”, che dal 2008 sta “seguendo la pratica” e che nelle prossime settimane darà vita ad una Associazione di promozione sociale: «Con la contemporaneità delle elezioni Amministrative e dell’insediamento della successiva giunta – si legge nel comunicato diffuso dal gruppo – valutiamo e temiamo, che ci saranno molti mesi di poca attività oltre quelli già trascorsi». Le richieste sono molto semplici: un incontro pubblico per fare il punto su quello che è stato fatto, e quello che ancora rimane da fare. Tra i primi firmatari della richiesta Enrico Testino, da anni in prima linea per la riqualificazione della Gavoglio, fulcro della riqualificazione del Lagaccio e di Oregina: «Il Comune si era impegnato a proseguire il percorso partecipato per la stesura del Puo, e per questo vogliamo oggi un impegno scritto per concretizzarlo».

    Un percorso interrotto

    Il percorso di partecipazione, nei fatti, si è interrotto nel 2015, portando alla definizione del Programma di Valorizzazione che ha permesso all’amministrazione di vedersi consegnare dal Demanio l’area della Gavoglio. Al documento è stato allegato un cronoprogramma in cui è indicato il 2017 come anno di “redazione PUO”, “della “stesura del piano degli interventi di bonifica” (per suoli ex industriali), dei “primi lavori di bonifica ” (per suoli ex industriali) e “primi lavori di messa in sicurezza nelle more della stesura del PUO” (per assetto idrogeologico del bacino del rio Lagaccio). Nel 2016, per quanto riguarda l’assetto idrogeologico del bacino del rio Lagaccio, sarebbe già dovuto essere completata la “verifica idraulica del bacino del rio Lagaccio e dei suoi affluenti”, oltre che la “stesura del piano degli interventi idraulici”, “progetti delle sistemazioni idrauliche per la messa in sicurezza delle aree” e, per quanto riguarda il Piano di caratterizzazione dei suoli ex industriali, della “stesura piano di caratterizzazione”.

    Di tutto ciò, oggi, i cittadini chiedono una verifica, attraverso un incontro pubblico da svolgersi nel quartiere nei primi giorni di aprile: «per avere informazioni sulle conclusioni delle analisi effettuate su rio Lagaccio e sulla verifica idraulica del bacino del rio Lagaccio e dei suoi affluenti – si legge nel comunicato – e sulla stesura del piano degli interventi idraulici, sui progetti delle sistemazioni idrauliche per la messa in sicurezza delle aree e, per quanto riguarda il Piano di caratterizzazione dei suoli ex industriali, sulla stesura del piano di caratterizzazione».

    Inoltre il gruppo “Progettare la città” chiede che venga elaborato e comunicato al più presto il regolamento delle forme di partecipazione dei cittadini e la bozza di “carta dei Diritti Civici”, sul quale la civica amministrazione, attraverso delibera, si è impegnata a realizzare entro 4 mesi dall’approvazione e che può essere ulteriore strumento utile per determinare al meglio il relativo Puo.

    La palla ora ripassa all’amministrazione comunale e al Municipio, nella speranza che l’appuntamento elettorale alle porte non infici tanti anni di lavoro e progettazione. Il cammino per la rinascita della Gavoglio è ancora lungo.

    Nicola Giordanella

  • Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    san-benigno-incrocio-strade-DIFermare la realizzazione del Centro di accoglienza straordinaria al posto dell’ex bocciodromo di San Benigno, per ospitare 130 migranti che attualmente trovano ospitalità alla Fiera di Genova. Lo chiede a gran voce e all’unanimità la Conferenza dei Capigruppo del Municipio IICentro Ovest che, nel corso di una conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova.

    «Se entro i primi giorni della prossima settimana non arriva questa comunicazione, inizieremo con tutte le forme di protesta pacifiche e democratiche a disposizione di un’istituzione – annuncia il presidente municipale, Franco Marenco, come riportato dall’agenzia Dire – a partire dalla convocazione di un Consiglio di Municipio in piazza, sotto la prefettura, invitando a partecipare tutti i nostri cittadini». E se non dovesse arrivare il dietrofront da parte della Prefettura, per un progetto che dovrebbe essere realizzato entro la fine di maggio con un costo di 450.000 euro, non si escludono anche azioni legali. «Abbiamo chiesto un incontro con il sindaco e il prefetto oltre un mese fa – ricorda Marenco – e siamo ancora in attesa di una data che, a questo punto, pretendiamo. Ribadiamo la nostra contrarietà alle grandi concentrazioni di accoglienza, visto che nel nostro territorio ospitano oltre 300 persone. Inoltre, il luogo scelto dalla prefettura non è adatto: non c’è neanche un collegamento in autobus, c’è prostituzione, microcriminalità, spaccio”.

    Il presidente Marenco ribadisce anche quanto sottoscritto la scorsa settimana dall’assessore comunale alla Politiche sociale, Emanuela Fracassi, ovvero che «a Genova, finché non ci sarà l’applicazione della direttiva nazionale, non ci debbano essere più centri di accoglienza, essendo la città già ampiamente sopra soglia. Perché dobbiamo essere sempre noi responsabili? I municipi Centro est e Centro ovest sono sovraccarichi». E si chiede anche una forte presa di posizione “politica” al Comune di Genova dato che Palazzo Tursi «può concordare con la prefettura le zone di interesse per i centri di accoglienza. Si parla sempre di riqualificazione di periferie, ma quando c’è da mettere una servirà si individuano sempre le stesse zone tradizionalmente popolari e periferiche».

  • Scolmatore Fereggiano, ad aprile lo scavo sotto ospedale San Martino. Crivello: «I lavori stanno seguendo la tabella di marcia»

    Scolmatore Fereggiano, ad aprile lo scavo sotto ospedale San Martino. Crivello: «I lavori stanno seguendo la tabella di marcia»

    scolmatore-fereggiano07Proseguono i lavori di scavo per lo Scolmatore del Fereggiano, parte importante per la messa in sicurezza del bacino del Bisagno; nei primi giorni di aprile il tunnel dovrebbe iniziare il suo passaggio sotto il complesso ospedaliero del San Martino. Data la delicatezza di questo passaggio, Comune di Genova ha predisposto controlli e verifiche rafforzate per le strutture interessate. Crivello: «Se non ci saranno intoppi, il lo Scolmatore sarà terminato a novembre 2018».

    Approfondimento: Scolmatore Fereggiano, i dettagli dell’opera

    L’amministrazione comunale fa sapere che, a partire da aprile, sono state programmate, giornalmente e per quattro mesi, una serie di attività di scavo mediante piccole cariche di esplosivo nel tunnel in corrispondenza dell’attuale fronte, sotto le aree del padiglione Specialità, Pronto soccorso e Monoblocco dell’Ospedale San Martino. I “brillamenti” saranno eseguiti nelle fasce orarie dalle 6 alle 8, dalle 12 alle 14 e dalle 20 alle 22, non dovrebbero interferire con le normali attività dell’ospedale: a questo scopo, nelle settimane scorse sono stati effettuati alcuni incontri tra i tecnici del Comune, dell’Ospedale e della ditta che esegue i lavori per definire in via preventiva sia le modalità di monitoraggio strumentale del livello di vibrazioni sia le modalità di informazione, generale e di preavviso specifico di effettuazione delle singole “volate”, del personale ospedaliero, delle persone ricoverate e di tutti i visitatori dell’Ospedale.

    Inoltre, nelle strutture coinvolte, è in programma l’installazione di particolari sensori per misurare e registrare eventuali vibrazioni del suolo. I referenti dei blocchi operatori verranno forniti di telefoni cellulari dedicati per ricevere in tempo reale informazioni sui “brillamenti”. Un accelerometro verrà posizionato per monitorare la condotta idrica situata in prossimità del Padiglione Specialità. Saranno effettuati sopralluoghi periodici da parte degli specialisti delle imprese coinvolte, guidati dai responsabili del settore tecnico del San Martino e del Comune di Genova. Inoltre, l’Unità operativa Ingegneria clinica dell’Istituto analizzerà l’impatto delle possibili vibrazioni sullo strumentario dei laboratori e sulle apparecchiature utili per eseguire Tac e risonanza magnetica.

    «Comune di Genova, anche attraverso il Municipio VIII Medio Levante, rimane a disposizione per ogni informazione e precisazione – ha sottolineato l’assessore ai Lavori Pubblici Giovanni Crivello In Corso Italia abbiamo istallato un grand info-poit, aggiornato in tempo reale, per garantire la massima comunicazione sui lavori di questa opera, e da mesi è attivo il sito web dedicato». I lavori, quindi, procedono senza intoppi: «Ovviamente dipende da che tipologia di roccia andremo ad incontrare continuando lo scavo – spiega l’assessore – ma entro novembre 2018 l’opera dovrebbe essere terminata».