Tag: quartieri di Genova

Tutte le notizie e gli aggiornamenti dai municipi di Genova, gli articoli e le inchieste. Per le segnalazioni dei cittadini redazione@erasuperba.it

  • Ireti, lavoratori in strada giovedì mattina per protestare contro il trasferimento a Campi

    Ireti, lavoratori in strada giovedì mattina per protestare contro il trasferimento a Campi

    gasometro-praDalle 8 di giovedì 9 febbraio, i tecnici di Ireti scenderanno in strada per protestare contro l’ipotesi di delocalizzazione dello stabilimento da Pra’ a Campi. L’agitazione, promossa da Cgil, Cisl e Uil oltre che dall’Unione Sindacati di Base, è stata decisa dopo l’incontro avvenuto quest’oggi con il vicesindaco di Genova Stefano Bernini, presso il municipio di Pra’, durante il quale i lavoratori hanno chiesto alla amministrazione un’azione più decisa per vincolare l’azienda a mantenere il servizio nel ponente cittadino.

    Approfondimento: Un supermercato al posto del Gasometro Ireti di Pra’

    L’assessore all’urbanistica ha promesso che, per quel che attiene alle proprie competenze, renderà difficile la vita agli acquirenti dell’area, facendo valere i limiti alla costrizione imposta dalla vicinanza al cimitero e al centro storico praese. Al tempo stesso, però, ha spiegato di non poter dare una risposta per l’intera giunta comunale, rimbalzando la responsabilità agli assessore Porcile e Crivello. I lavoratori Ireti hanno risposto facendo notare che già dall’agosto 2015 chiedono un incontro con l’assessore all’ambiente, senza però ottenere risposta. Presenta alla riunione anche il presidente del Municipio VII, Mauro Avvenente, che ha invitato le organizzazioni dei lavoratori a presentarsi in Consiglio comunale per far valere la propria posizione.

    Luca Lottero

  • Blueprint Competition, concorso senza vincitori. Doria: «Sorpreso». Futuro incerto, ora dibattito pubblico

    Blueprint Competition, concorso senza vincitori. Doria: «Sorpreso». Futuro incerto, ora dibattito pubblico

    Blueprint-competition-logoNessun vincitore, dieci vincitori. E’ questo l’esito, a sorpresa, del “Blueprint Competition”, il concorso internazionale di idee per riqualificare il waterfront di Genova e le aree ex proprietà della Fiera secondo il disegno di Renzio Piano. «E’ una sorpresa anche per me – ammette il sindaco di Genova, Marco Doria, nel corso della conferenza stampa che illustra i lavori dell’apposita commissione, come riportato dall’agenzia Dire – ora dobbiamo capire come procedere ma sicuramente ci sarà un débat public, un momento di discussione condivisa e aperta alla città»

    Approfondimento: Blueprint Competition

    Ma l’incertezza sul futuro di tutta l’operazione, complice anche la prossima fine di mandato del sindaco arancione, è palpabile tra i rappresentanti dell’amministrazione. «Se non ci sono gli investitori non accade nulla – ricorda il sindaco – anche loro valuteranno che tipo di proposte fare sulla base di un set di possibilità». I tempi si allungano? Non per Doria che, ribadisce, «mi sono fatto l’idea che i tempi di realizzazione abbiano l’unica variabile di trovare uno o più soggetti che investano».

    I dieci miglior classificati

    Nessuno dei 76 progetti presentati – o, meglio, 69 visto che 7 sono stati scartati perché non rispondenti a requisiti di anonimato – ha raggiunto il punteggio di 70 su 100, necessario per proclamare almeno un vincitore e fornire all’amministrazione un progetto su cui elaborare la proposta con cui cercare investitori. Come previsto dal regolamento, dunque, a essere premiati e presi in considerazione dall’amministrazione dovranno essere i migliori 10 elaborati che hanno raggiunto un punteggio compreso tra 55 e 67 e riceveranno 12.000 euro di premio ciascuno. Per la cronaca, migliore è risultato il progetto capitanato da un architetto greco. «I progetti possono essere considerati di buona qualità – commenta Giuseppe Cappochin, presidente dell’ordine nazionale degli Architetti e della commissione giudicatrice del concorso – ma la complessità del tema ha fatto sì che una visione complessiva non abbia raggiungo la soglia prevista». La commissione ritiene, inoltre, che tutti i 10 migliori progetti abbiano evidenziato la sostenibilità economica-finanziaria del Blueprint rispettando il tetto dei 200 milioni di euro, al netto dei 50 milioni di costi di demolizione.

    Imbarazzo a Tursi

    Al momento, ci sono disponibili 28,5 milioni di euro grazie a due differenti stanziamenti del governo. E il sindaco assicura che verranno già in parte utilizzati, ad esempio, «per la demolizione del palazzo ex Nira». Il resto dei fondi, invece, dovrà essere congelato per «non pregiudicare una soluzione piuttosto che un’altra». Insomma, un’impasse da cui Palazzo Tursi dovrà capire come uscire in tempi rapidi, per rimediare a una nuova brutta figura di fine mandato. Eppure, nella stessa giunta Doria, c’è chi era stato buon profeta, come il vicesindaco Stefano Bernini, da sempre molto freddo se non addirittura oppositore di tutta l’operazione che ha portato al coinvolgimento dell’archistar genovese. “Non me l’aspettavo – ribadisce Doria – ma la situazione è abbastanza stimolante: spetta all’amministrazione il compito di redigere una sintesi e naturalmente ci sarà anche un’interlocuzione con Renzo Piano. Comunque, è un’occasione per far parlare i cittadini di come si può trasformare l’intera area dell’ex Fiera». E, in quest’ottica, il sindaco annuncia per il 12 marzo l’inaugurazione di una mostra aperta alla città con la presentazione di tutti i lavori che hanno partecipato alla competizione.
  • Biblioteca di Voltri: ufficiale l’inaugurazione il 10 febbraio

    Biblioteca di Voltri: ufficiale l’inaugurazione il 10 febbraio

    biblioteca-benzi-voltri-cargoLa biblioteca Rosanna Benzi di Voltri riaprirà presto, ora si può dire con certezza. Dopo i rinvii degli ultimi mesi e delle ultime settimane dovuti a pesanti interventi per la messa in sicurezza della struttura, il Comune di Genova e il Municipio 7 Ponente hanno diramato un invito ufficiale per l’inaugurazione, che si terrà alle 10 di mattina di venerdì 10 febbraio, come Era Superba aveva anticipato nei giorni scorsi.

    Approfondimento: Tutti i dettagli del progetto

    Una data circolata con insistenza nelle ultime settimane, solo oggi confermata al 100% per prudenza istituzionale. Parteciperanno all’inaugurazione l’assessore alla scuola e biblioteche gli assessori del Comune di Genova Pino Boero e Gianni Crivello e Maria Rosa Morlè, assessore municipale con delega alla scuola e alle biblioteche.

    Approfondimento: I ritardi per la messa in sicurezza

  • Pra’, un supermercato al posto del Gasometro. Il servizio potrebbe spostarsi a Campi, ma i lavoratori sono sul piede di guerra

    Pra’, un supermercato al posto del Gasometro. Il servizio potrebbe spostarsi a Campi, ma i lavoratori sono sul piede di guerra

     

    Aggiornamento: Lavoratori Ireti in agitazione giovedì 9 febbraio

    gasometro-pra-ireti-irenTra la foce del fiume Branega e un distributore di benzina Eni, c’è un cancello verde con una scritta in caratteri gialli: si tratta dell’acronimo della vecchia municipalizzata genovese, Amga, l’azienda municipale gas e acqua, appunto. Il cancello è ben visibile passando in macchina per via Prà, nel Ponente genovese. Alle sue spalle, si stende un’area di circa 10 mila metri quadrati, in cui il metano viene regolato e pompato con valvole e tubazioni sotterranee, sia in entrata che in uscita. Oggi la proprietaria del “Gasometro di Prà” è Ireti, la controllata del gruppo Iren che gestisce la distribuzione di elettricità, gas e acqua. A fine 2016, l’azienda ha comunicato l’intenzione di vendere l’area (che ospita in affitto anche gli uffici di Amiu e Aster) a Coop.

    Delocalizzazione

    Oggi, il passaggio di proprietà dell’area alla catena di supermercati è già diventato realtà per una cifra di poco superiore al milione di euro, con l’area del gasometro che sarebbe la locazione scelta dal colosso della grande distribuzione per spostarsi dall’attuale posizione di via Prà 25. La delocalizzazione dei 20 dipendenti è attesa per marzo o aprile. «Posto che si tratta di una scelta sbagliata, perché questa zona avrebbe dovuto essere potenziata –spiega il rappresentante Cisl Marino Canepa – quello che chiediamo oggi è di non perdere il presidio a ponente».

    Per i circa 20 dipendenti Ireti la soluzione prospettata è quella di un trasferimento a Campi. «In questo modo – sottolinea Canepa – si perderebbe un servizio fondamentale per tutto il Ponente». I tecnici che lavorano nello stabilimento di Prà, infatti, sono abituati a intervenire nelle situazioni di pericolo, offrendo un contributo spesso fondamentale ai Vigili del Fuoco. Recentemente, sono intervenuti in occasione dell’incendio che ha flagellato le alture di Pegli. La postazione attuale consente loro di intervenire piuttosto rapidamente su tutto il Ponente, e per questo hanno in passato ricevuto elogi pubblici da parte delle autorità. Nel corso della nostra chiacchierata, Canepa, insieme ad altri lavoratori, mi invita a immaginare cosa succederebbe se, anziché da Prà, per risolvere un’emergenza a Voltri dovessero partire da Campi. Magari con l’Aurelia e l’autostrada bloccate, evento tutt’altro che inconsueto. «In altre città – aggiunge Canepa – dove si è scelto di mantenere una sede unica, gli effetti sono disastrosi. Genova mantiene ancora due sedi (l’atra si trova in via Piacenza a Staglieno, ndr) ma lo spostamento a Campi di quella di Prà priverebbe del servizio una parte di città».

    La controproposta

    gasometro-praDai lavoratori arrivano anche delle controproposte sul trasferimento “in zona”, visto che le possibilità non mancherebbero. Nel ponente genovese, Ireti possiede aree a Fabbriche, a Piandilucco (quartiere di Pegli) oltre al depuratore di Voltri. Quest’ultima, in particolare, sarebbe secondo i lavoratori la scelta ideale, in quanto la zona si trova vicino all’autostrada e perché già vi lavorano degli operatori. «Non capiamo la scelta dell’azienda – affermano i lavoratori – noi come sindacati abbiamo chiesto un incontro urgente alla dirigenza, ma non ci è mai stato concesso». «Lo fanno per fare cassa – aggiunge Canepa – ma non è certo così che si può abbassare l’enorme debito del gruppo Iren, che ammonta a 3 miliardi di euro ed è frutto di scelte sbagliate fatte nel passato. Un debito che comunque non ha impedito l’anno scorso di dare un milione di euro al vecchio presidente e due anni fa una buona uscita all’ex presidente di 900 mila euro».

    Al disagio causato dall’eventuale dislocamento del servizio offerto, si aggiungono le perplessità sull’uso che si potrà effettivamente fare dell’area. La presenza del metano pone degli interrogativi sulla sicurezza dell’operazione, mentre quella, sulla sponda opposta del Branega, di un cimitero impedirebbe la realizzazione di strutture commerciali a una distanza inferiore ai 200 metri. C’è il rischio, insomma, che con lo spostamento del “gasometro”, l’area rimanga inutilizzata e si aggiunga alla collezione di strutture abbandonate che costellano il Ponente genovese. In un primo momento era inclusa nella vendita anche l’area del campo di calcetto dell’Olimpic Palmaro, data in concessione dall’Iren. Ora, però, quell’area è stata esclusa dalla vendita. «È positivo che si sia mantenuta l’attività sportiva – chiosano i lavoratori – però, in compenso, lo stesso non è stato fatto con il gasometro».

    Le risposte del Comune di Genova

    pra-gasometro-cimitero-branegaSecondo il vecchio Piano Urbanistico l’area sarebbe dovuta diventare un parco: «Dopo aver ottenuto una valorizzazione dell’area  – spiega l’assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Bernini – Ireti ha avviato un piano di vendita di una serie di aree in cui hanno inserito anche questa. Appena ho saputo che c’era un potenziale acquirente ho convocato un incontro con i dirigenti di Iren, Amiu, Aster e gli assessori competenti per dire loro che a questo punto si poneva un problema di servizi e ho sollecitato una soluzione. Ad oggi mi pare che la soluzione di Iren non sia gradita ai lavoratori, mentre quelle di Amiu e Aster non ci sarebbero ancora. Il compito dell’urbanistica, tuttavia, finisce qui. La mia competenza sta nel mettere alcuni limiti: in quell’area non potranno andarci più di mille metri quadrati di commerciale in quanto vicino al centro storico, e non si potrà costruire a meno di 200 metri dal cimitero. Si tratta di una norma generale che riguarda tutta la città».

    Lavoratori sul piede di guerra

    Proprio il vicesindaco Bernini, in occasione della recente presentazione del progetto della piscina Mameli di Voltri, era stato oggetto di una contestazione da parte dei lavoratori Ireti. La causa scatenante era stata il rinvio di un incontro tra le parti fissato per il 25 gennaio e poi rinviato con poco preavviso. Una nuova assemblea è prevista per oggi alle 17,00, nei locali del Municipio di Prà, in piazza Bignami. «A seconda delle risposte che ci verranno date – avvertono i lavoratori – valuteremo se organizzare una manifestazione, con l’obiettivo di preservare un fondamentale servizio pubblico. Ormai il tempo stringe».

    Luca Lottero

  • Villa Scassi, inaugurato il nuovo ascensore a inclinazione variabile. Genova torna a fare scuola

    Villa Scassi, inaugurato il nuovo ascensore a inclinazione variabile. Genova torna a fare scuola

    ascensore-villa-scassiInaugurato oggi il nuovo ascensore “Villa Scassi”, che collega via Cantore con corso Onofrio Scassi, attraverso un passaggio sotterraneo. L’impianto, che si inserisce nella lunga tradizione del trasporto verticale genovese, rappresenta un “salto in avanti” tecnologico, apripista nel panorama di settore sia a livello nazionale che europeo: per la prima volta viene superata la discontinuità, per un impianto pubblico, tra avanzamento orizzontale e verticale; l’ascensore, infatti, è dotato di un sistema che permette alla cabina di percorrere il tratto in piano e il tratto in salita senza soluzione di continuità. La realizzazione di questa infrastruttura pubblica, incominciata nella parte progettuale nel precedente ciclo amministrativo, ha preceduto la normativa italiana in materia di questa nuova tipologia di impianti, di fatto adeguandosi a quanto stava succedendo sotto la Lanterna. Genova, quindi, nel suo piccolo, torna a fare “scuola” per quanto riguarda gli impianti urbani di risalita. Prosegue in questo modo la riqualificazione di Sampierdarena.

    Un impianto unico

    ascensore_scassiL’unicità dell’impianto appositamente progettato per questa istallazione, consente di evitare il fermo del movimento dell’ascensore durante il cambio di inclinazione tra il tratto orizzontale e quello verticale attraverso un raccordo costituito da un tratto a curvatura variabile: la cabina, infatti, è “trasportata” da un carrello che segue l’inclinazione, vincolata da un lato ad un “cardine”, mentre dall’altro lato è sorretta da un particolare sistema di sostegni che percorrono delle rotaie separate, che nel tratto in salita sono “sbalzate” quanto basta per garantire l’orizzontalità del vano passeggeri. Un sistema meccanico, quindi, che garantisce efficacia e sicurezza: l’inclinazione della cabina, infatti, è vincolata fisicamente alla percorso dell’impianto, senza utilizzo di sistemi elettronici dedicati. Per il tratto maggiormente inclinato, il movimento dell’ascensore è controbilanciato da una zavorra mobile, regolata da argani e cavi in acciaio. L’infrastruttura è stato realizzata utilizzando una parte della preesistente galleria posta sotto il parco di Villa Scassi, scavando un nuovo tunnel inclinato.

    Per questi motivi l’impianto può essere considerato a tutti gli effetti un ascensore ad inclinazione variabile, il primo rientrante nella specifica categoria prevista dalla legge nazionale, che nel 2014 ha assorbito le disposizioni comunitarie. La linea, che fino al 31 dicembre sarà aperta con orario pomeridiano gratuitamente, per un primo periodo sarà operativa con orario ridotto, per consentire il rodaggio e la calibrazione definitiva dei macchinari. A pieno regime, l’impianto permetterà di trasportare 420 persone ogni ora, divise in un massimo di 14 corse, unendo in 80 secondi la principale via di Sampierdarena con l’ospedale omonimo. Lo sviluppo complessivo della linea è di 135,70 metri, suddivisi in 95,28 del tratto orizzontale e 33,75 del tratto inclinato, per un dislivello totale di 29,50 metri.

    La riqualificazione di Sampierdarena e Certosa

    L’opera è stata possibile grazie ai finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale 2007- 2013 (3 milioni e 200 mila euro) e a uno stanziamento di circa un milione e 800 mila euro del Comune di Genova. Questo è l’ultimo intervento del POR, Programma operativo regionale 2007-2013, dedicato a Sampierdarena grazie al quale si sono effettuati altre opere in via Buranello, piazza Vittorio Veneto, via Pellegrini, via Daste, via Cantore, palazzo del Muncipio. Durante l’inaugurazione, il sindaco di Genova, Marco Doria, ha confermato alla stampa e ai presenti il via libera da parte del ministero allo sblocco del finanziamento per il progetto relativo al bando nazionale “Periferie”, che permetterà al Comune di Genova un ulteriore intervento di riqualificazione a Sampierdarena e Certosa pari a 18 milioni di euro.

    Nicola Giordanella

  • Metro, tutto è fermo. Progetto della rete di superficie resta al palo, con milioni spesi per stazioni deserte

    Metro, tutto è fermo. Progetto della rete di superficie resta al palo, con milioni spesi per stazioni deserte

    san-biagio-stazioneNonostante il suo utilizzo sia in aumento, l’espansione della metropolitana genovese oggi rimane un’incognita appesa a tante variabili: in primis, i lavori legati al nodo ferroviario di Genova, attualmente fermi. Questo stallo blocca anche il progetto di costituire una rete di superficie, utilizzando i tracciati ferroviari urbani. Negli anni sono state costruite alcune stazioni in funzione di questo disegno, che avrebbero dovuto formare un innovativo sistema metropolitano leggero con il compito di servire capillarmente le zone limitrofe della città di Genova. La realtà, però, è che oggi queste stazioni sono deserte e mal servite.

    Una di queste è la stazione ferroviaria di San Biagio – San Quirico: inaugurata nel 2005, oggi largamente sottoutilizzata con solo tredici i treni che durante i giorni feriali fermano a S. Biagio in direzione Brignole e poco più di venti quelli in direzione Busalla. Eppure l’investimento è stato cospicuo: ben 2.900.000 € i soldi spesi dal Comune nei primi anni Duemila per la creazione di questa stazione che doveva essere l’anello di raccordo tra il centro commerciale “L’Aquilone”, il nuovo quartiere San Biagio 2 e il vecchio quartiere di San Quirico, oltre a dover “sfoltire” l’affollamento nella stazione di Pontedecimo già satura a causa dei pendolari provenienti dai comuni circostanti come Campomorone e Ceranesi.

    Undici anni dopo, qualcosa sembra non aver funzionato a dovere. La stazione risulta troppo lontana sia dal centro commerciale che dal nuovo quartiere di San Biagio 2 e solo una piccola porzione della popolazione di San Quirico ha la possibilità di raggiungerla a piedi. La natura morfologica dell’area, unita alla presenza in zona di impianti industriali a rischio rilevante, infatti, ha costretto un’ubicazione dell’infrastruttura poco strategica: il quartiere nasce lungo una strada di collegamento tra Pontedecimo e Bolzaneto e la stazione, posizionata nella sua zona meridionale, non può essere raggiunta a piedi da buona parte degli abitanti che tuttora preferiscono spostarsi a Pontedecimo, pur essendo costretti a servirsi degli autobus per raggiungerla. Tutto questo, unito a una scarsa circolazione di convogli, ha portato la stazione di San Biagio a essere già praticamente obsoleta a soli dieci anni dalla sua apertura.

    Lo stato dell’arte e i progetti futuri

    metropolitana-brignoleEppure, in quegli anni precedenti alla crisi si sentiva parlare moltissimo della creazione di un nuovo sistema metropolitano urbano “leggero” e proprio in quello stesso 2005 la metropolitana già esistente approdava finalmente in piazza De Ferrari, cuore della città. Finalmente, perché il progetto originale della metropolitana di Genova partì nel lontano 1982 con l’allora sindaco socialista Cerofolini e l’assegnazione del primo lotto di lavori venne fatto nel 1986. Da allora ci vollero circa sei anni per terminare l’intervento sulla galleria di Certosa, già esistente. Poi, a causa di ritardi tecnici, errori umani e inconvenienti vari, si dovette aspettare il 1992 per l’arrivo a Principe che consentiva l’interscambio tra la metropolitana e il mezzo ferroviario, e il 2012 per l’arrivo alla stazione di Brignole, la “porta” per la Valbisagno. Molto tempo e molta fatica per una linea metropolitana di soli otto chilometri, che ogni anno trasporta circa 14,8 milioni di passeggeri: numeri comunque approssimativi, vista la mancanza di tornelli in entrata che, oltre a facilitare il compito dei “portoghesi”, non permettono una reale stima dei passeggeri. In questi ultimi anni, il discorso sul trasporto pubblico è un po’ scemato e attualmente gli unici lavori che riguardano la metro sono quelli del deposito di Dinegro, con la realizzazione di un’uscita a mare e un parcheggio di interscambio in superficie, quasi completati.

    Come riporta l’associazione Metrogenova, le possibili direttrici di espansione ipotizzabili in questo momento potrebbero essere: a levante, il prolungamento tramite linee ferroviarie verso piazza Martinez che permetterebbe di raggiungere il quartiere di San Fruttuoso; il raggiungimento della stazione ferroviaria di Rivarolo con stazione intermedia a Canepari in Valpolcevera; mentre in Valbisagno, fallito il progetto presentato nel 2003 da Metropolitane Milanesi per l’estensione fino allo stadio, la situazione è sempre meno chiara. Infine, esiste, almeno a livello teorico, un progetto di prolungamento fino a Sampierdarena ma sembra ormai abbandonato.

    Il nodo e la risposta

    «Il ritardo sulla metropolitana leggere dipende essenzialmente dal ritardo che in questo momento è accumulato sul nodo di Genova – spiega il vicesindaco del Comune di Genova, Stefano Berninii lavori del nodo riguardano soprattutto il collegamento tra Voltri e Brignole, che stanno allargando gallerie già esistenti ma la realizzazione di nuove gallerie e di nuovo tracciato ferroviario sono bloccati per la situazione di criticità che si è creata tra Rfi e la ditta che aveva vinto la gara cioè il consorzio Eureka». Il nodo ferroviario è sostanzialmente un potenziamento infrastrutturale tra Genova Voltri e Genova Brignole attraverso il quadruplicamento dei binari tra Voltri e Sampierdarena e la potenziale interconnessione al Terzo Valico dei Giovi, il sestuplicamento tra Piazza Principe e Brignole, il riassetto degli impianti delle stazioni di Brignole, Voltri e Sampierdarena e la creazione di nuovi impianti di sicurezza e controllo. «Questo ritardo – continua Bernini – è uno degli elementi che abbiamo segnalato nel patto sottoscritto con Renzi come città proprio perchè abbiamo chiesto che ci fosse una accelerazione. Devo dire che una prima risposta c’è stata in quanto il Cipe, ovvero il comitato interministeriale per la programmazione economica, ha finanziato la progettazione esecutiva della fermata dell’aeroporto. Il progetto definitivo era già stato finanziato con i contributi della Comunità europea e questa fermata si trova sul tracciato di costa che andrà a far parte della linea di metropolitana leggera di superficie. Esiste poi un progetto che parte da Voltri e arriva a Brignole e uno che parte da Pontedecimo e arriva a Sampierdarena», conclude il vicesindaco. Ma il servizio sarebbe appaltato a Trenitalia o all’Amt? «Il nodo si risolve nel momento in cui ci sarà l’unificazione dei servizi, e in realtà Busitalia, che è una società delle Ferrovie dello Stato, sta acquisendo linee su gomma in città come Firenze e Torino che vanno a essere complementari a quelle su rotaia e che consentono un vantaggio enorme per l’utenza. La gestione unificata permette di risparmiare tempo e soprattutto consente di ammortizzare i costi».

    La fine del tunnel?

    Allo stato attuale delle cose, quindi, i genovesi dovranno ancora aspettare prima di avere un impianto metropolitano rapido, efficiente e capillare. Il progetto, infatti, dovrà essere rifatto e riappaltato visto il fallimento della ditta Eureka, vincitrice dello scorso bando di concorso: i tempi si allungano ancora e nessuno può prevederne i termini. Di questo tunnel non se ne vede la fine.

    Gianluca Pedemonte

  • Ex-Gavoglio, firmato il passaggio al Comune di Genova. Ora la stesura del PUO e dei bandi per rendere il progetto realtà

    Ex-Gavoglio, firmato il passaggio al Comune di Genova. Ora la stesura del PUO e dei bandi per rendere il progetto realtà

    gavoglio-lagaccio-2Firmato questa mattina nel Salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, l’accordo di valorizzazione dell’ex Caserma Gavoglio, imprescindibile per il passaggio del compendio dal Demanio all’ente locale. Presenti, tra gli altri, il sindaco Marco Doria e il direttore dell’agenzia del Demanio, Roberto Reggi. Il programma di valorizzazione deriva anche dal percorso partecipativo avviato nel 2014 con l’obiettivo di riaprire gli spazi al quartiere e alla città. «Abbiamo già cominciato a restituire la Gavoglio ai cittadini – dichiara il sindaco, come riportato dall’agenzia Dire – perché c’è già una casa di quartiere e un cortile che è diventato un giardino pubblico e altri spazi che verranno restituiti». La strada per arrivare ad oggi, però, è incominciata qualche anno prima, esattamente nel 2008, quando i cittadini hanno iniziato ad organizzarsi in comitati e associazioni, tra cui il gruppo “Progettare la Città” e la rete di associazione “Voglio la Gavoglio”: centinaia di assemblee e incontri, che hanno generato nel 2012 circa 450 osservazioni sul Puc, chiesto ed ottenuto commissioni ad hoc e innumerevoli iniziative sul territorio. “Guardando indietro, ripercorrendo tutto quello che è stato fatto, oggi è una giornata da festeggiare – dichiara Enrico Testino, fondatore di “Progettare la Città”e dobbiamo ringraziare l’amministrazione, soprattutto  il sindaco Marco Doria e l’assessore Piazza, per essere stati dietro a questo progetto».

    Tra il dire e il fare…

    Attualmente l’ex caserma consta di 19.100 metri quadrati di superficie coperta e 30.900 metri quadrati scoperti, mentre il volume complessivo degli edifici ammonta a 223.400 metri cubi. Il percorso di valorizzazione sarà costruito progressivamente, a partire proprio dalle linee guida condivise nero su bianco questa mattina. «Ci saranno spazi verdi (tra i 10.000 e i 16.000 metri quadrati, ndr) con demolizione di volumi non vincolati in un quartiere densissimo dal punto di vista dei fabbricati – assicura Doria – ma c’è anche la necessità di definire degli investitori». Il Comune di Genova potrà realizzare un parco urbano attraverso un finanziamento europeo di poco superiore ai 3,1 milioni di euro, 1,7 dei quali destinati direttamente a palazzo Tursi. Stando ai progetti, però di soldi ne mancano all’appello ancora molti: oltre sessanta milioni, nell’ipotesi meno onerosa, da recuperare per far diventare realtà questo disegno ambizioso quanto importante per il quartiere ma non solo. I prossimi passi saranno quelli decisivi: il Comune dovrà realizzare un PUO (Progetto Urbanistico Operativo), entrando nel dettaglio per le scelte di destinazione degli spazi e delle strutture, per poi indire i relativi bandi per la realizzazione concreta: «Speriamo che riparta il percorso partecipativo interrotto un anno fa – sottolinea Testino – perché se si lavora insieme con il territorio, progetto e bandi potranno essere più facilmente realizzabili e sostenibili». Un appello a ritrovare un dialogo che in questi anni si è rivelato fondamentale, e che, senza dirlo, per “contrappasso” riporta alla mente i troppi esempi di “incompiute” sparsi sul nostro territorio. «Un’altra criticità è senza dubbio la potenziale durata dei lavori, che dovrebbe essere di 10 anniaggiunge – e che in un quartiere “intasato” come il Lagaccio, potrebbe, se mal gestiti, risultare dannosa. Serve quindi uno studio pubblico per questo».

    Punto di arrivo, punto di partenza

    La firma di oggi, quindi, ha un doppio significato: suggella un percorso, anche difficile, nato dal territorio e interpretato dall’amministrazione, aprendone però un altro, forse ancora più complesso e delicato. La realizzazione del “Progetto Ex Gavoglio”, quindi è appena incominciata: riusciranno le istituzioni a garantire che questo sogno diventi realtà? Non sarà cosa facile, certamente, ma la strada della condivisione ha portato i frutti oggi giustamente celebrati. Da domani, però, incomincia il lavoro vero.

    Nicola Giordanella

  • Piazza Cernaia rimane “libera”, e il Comune chiede ai municipi di individuare i luoghi di aggregazione da tutelare

    Piazza Cernaia rimane “libera”, e il Comune chiede ai municipi di individuare i luoghi di aggregazione da tutelare

    piazza-cernaia-centro-storico-casa-occupataNessun dehors occuperà piazza Cernaia. Le voci che circolavano da qualche settimana su una possibile richiesta di occupazione di suolo pubblico per fini commerciali sono state definitivamente smentite dalla giunta comunale, nella voce dell’assessore allo Sviluppo Economico Emanuele Piazza: «Nessuna pratica è in corso – ha dichiarato durante la seduta del Consiglio comunale dopo avere ricordato l’interesse dell’amministrazione comunale nel tutelare questo spazio – divenuto luogo di socialità importante per il centro storico».

    Tutelare la socialità

    Ma non solo: stimolato dall’interrogazione della consigliera Clizia Nicolella (Lista Doria) l’assessore ha reso nota l’idea dell’amministrazione di procedere, insieme ai vari municipi, ad una sorta di mappatura di tutte quelle piazze che hanno assunto un ruolo sociale aggregativo, per poi procedere con una sorta di tutela per mezzo di una delibera specifica.

    Gli spazi collettivi, quindi, potranno tornare a rendere vive le realtà territoriali, aiutando la socialità e l’incontro delle persone. In questo la storia recente di piazza Cernaia è un esempio importante: un’area che è tornata a vivere anche grazie alle iniziative, spesso spontanee, di chi ci vive con feste, sport, attività per bambini; i veri presidi contro l’abbandono del territorio e lo scollamento sociale. Va ricordata anche l’occupazione di qualche anno fa di alcuni appartamenti sfitti da anni, portata avanti dal Movimento per la Casa, che in qualche modo, nel suo modo, ha contribuito a dare veste nuova a questa piazza, perché, come è evidente gli spazi sono vivi quando sono “abitati”

    Nicola Giordanella

  • Pra’ e Centro Civico Culturale con biblioteca e museo multimediale, tra sogno e incertezze sui fondi

    Pra’ e Centro Civico Culturale con biblioteca e museo multimediale, tra sogno e incertezze sui fondi

    Un centro civico multimediale nel cuore della delegazione, con tanto di biblioteca, mostra permanente del basilico e un museo sulla storia locale degli ultimi 50 anni del quartiere. Questo l’ambizioso progetto di riqualificazione della vecchia stazione di Pra’, proposto ormai più di un anno fa dalla Fondazione Primavera e fatto proprio (almeno, per ora, sul piano delle intenzioni) da Municipio e Comune. «La speranza – ci spiega il consigliere del Municipio VII – Ponente, Claudio Chiarottiè di mettere a bilancio il progetto entro la fine dell’attuale amministrazione, in modo che chiunque venga dopo si trovi la strada tracciata». Parliamo, dunque, di un intervento da terminare entro l’anno prossimo.

    Primo passo: la messa in sicurezza

    Le idee e i progetti su cosa fare dell’edificio che fino al 2006 ospitava la stazione ferroviaria sono molte, e stimolano la fantasia di un quartiere che da sempre soffre la mancanza di un centro civico e di altri luoghi d’aggregazione. Prima, però, viene la meno entusiasmante ma altrettanto necessaria messa in sicurezza dell’esistente. «C’è un problema di tenuta dell’acqua dal tetto – spiega Chiarotti – che rende necessario un pesante intervento di copertura. Inoltre, è intenzione della Civica Amministrazione punteggiarla e ricoprirla, perché non sia più agibile dalla più varia umanità». Il riferimento è alle numerose occupazioni abusive che hanno interessato lo stabile negli anni scorsi, e che hanno generato non poche polemiche. Oggi quel problema sembra risolto, se non altro perché la zona è diventata area di cantiere. «Ma c’è la preoccupazione – sottolinea Chiarotti – che possa ripresentarsi una vola terminati i lavori, qualora lo stabile venisse abbandonato a sé stesso. Anche senza arrivare alle occupazioni abusive bastano i piccioni a degradare i saloni interni lasciati vuoti».

    Ottimismo e sinergie, ma ancora niente fondi

    Nonostante il consigliere Chiarotti tenga per prudenza a precisare che non ci sia ancora «nulla di ufficiale», sul fatto che alla fine qualcosa si farà sembra esserci ottimismo diffuso. I primi a provare questo sentimento sembrano essere gli ideatori del progetto. «Ormai – afferma il presidente della Fondazione Primavera, Guido Barbazza è più di un’idea. In passato si erano ipotizzati altri utilizzi della struttura, come renderla sede della Polizia Municipale, ma non ci sono spazi sufficienti».

    La vecchia stazione di Pra’, costruita nel 1856, è, come molti edifici antichi, pregevole dal punto di vista architettonico, oltre a fare ormai parte della storia della delegazione. Questa sua caratteristica, oltre alla cronica mancanza di un centro culturale, ha spinto l’associazione praese a presentare idee e progetti per la sua riqualificazione. «La nostra intenzione – continua Barbazza – è stata sin da subito quella di creare una biblioteca e un centro culturale, insieme a un museo sulla storia del quartiere, ma di non farlo in modo conformista. Vogliamo attirare un pubblico giovane, e pensiamo di riuscirci, anche grazie alla posizione centrale e assolutamente visibile dall’Aurelia della struttura».

    L’ottimismo di Barbazza deriva dall’ampia condivisione di intenti intorno al progetto. «L’idea del Cccp (Centro civico culturale praese ndr) è piaciuta subito molto all’assessore Crivello e al Municipio, oltre che al Psa (la multinazionale che gestisce il porto di Pra’), alla fondazione Muvita e ad Amiu». La municipalizzata della nettezza urbana dovrebbe partecipare attivamente al progetto con una sala dedicata alla sensibilizzazione sul tema del riciclo. Idee chiare su cosa fare, dunque, meno sui fondi da investire: «Pensiamo di trovare le risorse necessarie – spiega Chiarotti – da Amiu, il Psa o le attività commerciali sul territorio. Queste le indicazioni di massima, ma c’è il problema delle coperture finanziarie, che bisogna trovare tra gli sponsor disponibili e che comunque richiederanno uno sforzo dalla civica amministrazione, perché quella parte di finanziamento che “avanza” dai Por e interessava solo 1/3 a Levante dell’edificio per il mercato a km 0 non basta a mettere in sicurezza l’edificio».

    Azzardato, al momento, anche fare previsioni su quanto il tutto verrà a costare. L’unica certezza, condivisa da Municipio e realtà del territorio, è che qualcosa vada fatto: «Non è possibile – dicono con una sola voce Chiarotti e Barbazza – lasciare la situazione così com’è, con un edificio in stato d’abbandono nel cuore di un quartiere che, con i Por, si è riqualificato in modo così esteso nell’ultimo periodo».

    Luca Lottero

  • San Quirico e la Biblioteca Libertè, tra solidarietà, cultura e contestazione politica

    San Quirico e la Biblioteca Libertè, tra solidarietà, cultura e contestazione politica

    biblioteca-libertè-san-quiricoUn piccolo spazio, dedicato alla condivisione del sapere, ricavato in un quartiere con tante criticità; un tentativo di portare cultura e solidarietà attraverso uno strumento antico, quello dei libri. Nasce così la biblioteca Libertè di San Quirico, tra scommesse e ambiziose progettualità da parte di un gruppo di ragazzi coordinati dal nuovo parroco, Don Gregorio, che ha messo a loro disposizione uno spazio di proprietà della diocesi per tentare di portare un barlume di cultura in un luogo privo di spazi associativi e ricreativi.

    Hanno aperto le porte al pubblico il quindici di ottobre e, a poco più di un mese dall’apertura, hanno raggiunto la considerevole quota di mille libri, nonostante il difficile contesto in cui sono inseriti. Sono i ragazzi della biblioteca Libertè di San Quirico  e cercano di creare uno spazio dedicato alla cultura e allo studio in un quartiere periferico troppo spesso dimenticato dalle istituzioni locali, e abbandonato a se stesso. I loro punti fermi sono l’antirazzismo e il multiculturalismo: durante l’allestimento erano presenti atei, cristiani, musulmani e buddisti; un fattore questo che, secondo loro, è stato causa di una sorta di censura da parte dei media locali, che dopo i primi contatti hanno deciso di non dare visibilità all’iniziativa. La storia di questa “avventura”, però può essere molto significativa, sia per il contesto in cui è maturata, sia per le diversità che ha saputo coinvolgere e organizzare, intorno ad un obiettivo comune.

    Il progetto

    L’idea nasce da alcuni ragazzi che, insieme al nuovo parroco del quartiere, Don Gregorio, hanno iniziato a pensare alla creazione di una biblioteca come punto di aggregazione culturale in un quartiere privo di qualsiasi spazio a carattere associativo. I locali della biblioteca sono stati messi a disposizione dal sacerdote e fanno parte del patrimonio della diocesi. «Il nome Liberté nasce durante la preparazione dei locali, quando, insieme ai ragazzi del centro migranti di Mignanego, abbiamo pensato ad un nome che potesse comprendere la libertà di poter leggere un libro, di poter costituire una biblioteca, la libertà di farsi un’opinione e quella di scappare dalle guerre» spiega Elisa Manginelli una delle fondatrici.

    L’inizio, come raccontano, non è stato semplice: agli esordi concreti del progetto si limitavano al locale messo a disposizione dal parroco. Per raccogliere nuovi libri hanno promosso un mercatino dell’usato, aiutati da alcuni cittadini e, lentamente, anche grazie all’utilizzo dei social network, hanno allargato la loro rete di ricezione. Oggi hanno vari tipi di letteratura, da quella per bambini a quella per adulti: si parla di circa 800 romanzi catalogati, più varie enciclopedie e, addirittura, alcune miniature cinquecentesche.

    Dopo le difficoltà iniziali, però, non tutto è diventato semplice: la risposta del quartiere, infatti, tarda ad arrivare: «C’è un profondo disinteresse verso la cultura e la partecipazione civica da parte dei nostri concittadini – racconta Enea L. – Il problema principale è che la biblioteca oggi esiste ma è poco frequentata, non è recepita dal quartiere in nessun modo, anzi, abbiamo più frequentazioni dall’esterno. Ci stiamo chiedendo se a San Quirico non ci sia addirittura una sorta di analfabetismo di ritorno» conclude provocatoriamente uno dei responsabili. Nel quartiere il numero degli anziani è decisamente elevato e questo, secondo i ragazzi della biblioteca Libertè, potrebbe essere un problema per la biblioteca, che nei progetti vorrebbe attirare soprattutto i giovani della vallata, aprendo anche uno spazio dedicato allo studio.

    San Quirico, “frontiera” urbana

    Questo progetto, in qualche modo, non ha visto un percorso condiviso con le istituzioni locali: né il Presidente del V Municipio Valpolcevera, Iole Murruni, ne altri membri della giunta sono stati invitati all’inaugurazione e questo perché i ragazzi hanno voluto dare alla loro iniziativa una valenza politica, quasi di rottura con le amministrazioni, che, secondo loro, stanno dimenticando il territorio. «Manca la manutenzione alle strade e al verde pubblico» sottolinea Enea L., e in questo vuoto non mancano le polemiche della popolazione per lo scarso servizio fornito dalla monumentale stazione San Biagio, inaugurata nel 2005 e divenuta vera e propria “cattedrale nel deserto” di San Quirico: una infrastruttura scarsamente servita dai transiti, con pochi convogli sulla linea dei Giovi, e posizionata in modo da non riuscire a offrire un servizio capillare alla popolazione: chi abita alle estremità del quartiere è obbligato a prendere un bus per raggiungerla e spesso conviene indirizzarsi verso le stazioni di Pontedecimo e Bolzaneto, che offrono una maggiore frequenza dei treni. A undici anni di distanza dall’inaugurazione molti si chiedono se quei soldi non potessero essere spesi meglio, per esempio incentivare spazi di aggregazione culturale. Alla fine ci hanno pensato i ragazzi della biblioteca Liberté.

    Gianluca Pedemonte

  • Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Vespasiano, lurido e fetente angolo di mondo dedicato alla minzione maschile, io ti amo. Da sempre il cesso pubblico suscita in me un sentimento di rispetto e ammirazione, innanzitutto per la sua forte funzione sociale, sintetizza in sé l’egualitarismo e la democrazia: è un servizio pubblico gratuito per uomini di tutte le età, etnie, religioni ed estrazioni sociali. Nei momenti di incontenibile bisogno, scorgerne uno in lontananza è come trovare un cadeau inaspettato la mattina appena sveglio. Il vespasiano è il lato oscuro e deviato dei cartigli del bacio perugina, una bacheca gratuita a cielo aperto dove poter leggere l’aforisma del giorno, le diverse dichiarazioni di amore etero e non, l’invito a partecipare a pratiche sessuali all’avanguardia.

    Il vespasiano è da sempre una vetrina sui lati chiaroscuri del mondo, un narratore di storie, una piccola scatola del tempo. Ed è anche per questi motivi che va tutelato, salvaguardato e mantenuto. Senza i bagni pubblici, si dovrebbe ricorrere sempre alla scusa del caffè per poter utilizzare il bagno del primo bar intercettato in caso di impellente bisogno fisiologico (nella speranza di non incappare in quelli che ne sono privi o che lo dichiarano guasto).

    Purtroppo però, come ogni bene pubblico che non garantisce un introito economico ma esclusivamente una spesa per le sempre più avvizzite casse comunali, il bagno pubblico spesso si presenta in condizioni penose: intasato, allagato da liquami di origine organica e fonte di miasmi raccapriccianti che costringono l’utilizzatore a trattenere il respiro manco stesse partecipando a una gara di apnea profonda.

    La recente rimozione dei vespasiani del lato ponente di piazza Caricamento è stata allo stesso tempo una vittoria e una sconfitta per la città. Una vittoria perché quei “cessi” a cielo aperto versavano in condizioni di incuria indecente da tempo immemorabile, causando non pochi problemi ai ristoratori della zona, soprattutto a causa dei miasmi che, complice la vicinanza (non troppo sensata) con i bidoni della nettezza urbana, erano insopportabili. Nei mesi estivi, in pieno boom turistico, gli effluvi erano capaci di allontanare dai dehors dei ristoranti di Sottoripa orde di turisti famelici proprio come farebbe una boccetta di raid concentrato con un nugolo di zanzare. Non proprio un buon biglietto da visita per la città. Genova more than this verrebbe da dire. Ma la loro rimozione è stata anche una sconfitta perché, pur versando in una situazione tale da non essere più recuperabili, Genova ha perso un piccolo presidio di civiltà e un prezioso servizio pubblico per genovesi e turisti.

    La mappa dei Vespasiani di Genova

    Ma dove sono tutti questi bagni pubblici e gratuiti cittadini? Iniziamo col dire che ce ne sono ben 117 sparsi per tutta la città. Di questi sono solo 15 e maldistribuiti quelli autopulenti e si presentano come una specie di monolite di cemento in cui si ha il timore di entrare per la paura di non uscirne più. Al momento, secondo i dati forniti da Amiu, 5 vespasiani sono fuori uso temporaneamente per manutenzione: 3 classici (mercato di via della Libertà, villa Imperiale, via Bottini angolo via Isonzo) e 2 autopulenti (viale Nazario Sauro, piazzale Emilio Guerra).

    Dando un veloce sguardo d’insieme alla mappa risulta evidente come la concentrazione di questi servizi pubblici sia maggiore nelle aree più densamente popolate: il municipio Centro Est con 25 vespasiani di cui 6 autopulenti e la Media Val Bisagno con 22 ma solo due autopulenti. Ben messo anche il Municipio Levante con ben 19 strutture ma una sola autopulente. Si passa poi a Sampierdarena con 12 vespasiani di cui 2 autopulenti. Segue la Valpolcevera con 11 bagni di cui uno che si pulisce da solo e il Medio Levante con 8 di cui 3 autopulenti. Infine, i municipi Ponente, Bassa Val Bisagno e Medio Ponente rispettivamente con 9, 6 e 5 Vespasiani ma nessuno autopulente.

    Marco Castagna, presidente di Amiu, sottolinea come la manutenzione di questi bagni pubblici sia spesso un problema per i dipendenti dell’Azienda Multiservizi di Igiene Urbana: «Purtroppo la pulizia dei vespasiani è difficoltosa, nel senso che dovrebbero esserci degli addetti alla manutenzione dei bagni pubblici attivi 24 ore su 24 per garantirne una condizione decorosa, il che è ovviamente impossibile, soprattutto per quanto riguarda i vespasiani liberi, che vengono utilizzati continuamente e per tutto l’arco della giornata».

    L’amministrazione pubblica ha, infatti, deciso di continuare a puntare su questo servizio. Recentemente è stata fatta una mappatura di tutti i vespasiani operativi sul territorio di Genova (senza la quale non sarebbe probabilmente neppure stato possibile abbozzare questa mappa) con l’obiettivo di recuperare quelli in condizioni decenti e chiudere o sostituire quelli che sono arrivati al capolinea. Sembra strano (o forse no) ma fino a poco tempo fa, il Comune non conosceva il numero esatto dei vespasiani in funzione.

    Come potrete immaginare, non ci è stato possibile verificare lo stato di ciascun vespasiano in città. Per questo chiediamo la vostra collaborazione. Mandateci le foto dei bagni pubblici che avete sotto casa o che incontrate ogni giorno sul vostro cammino (via mail a redazione@erasuperba.it, sulla nostra pagina Facebook o via Twitter @EraSuperba). Così potremo completare al meglio le informazioni della mappa e aiutare il Comune a effettuare un’operazione di manutenzione e rilancio dei vespasiani funzionanti che sarebbe già nelle corde dell’assessore all’Ambiente, Italo Porcile.

    Come? Una buona idea, in caso di ristrutturazione di quelli già presenti, potrebbe essere quella di dotare i bagni pubblici di condotte di scarico più grandi e meglio protette in modo da scongiurare i dannosi intasamenti. Nel contempo, noi auguriamo ai vespasiani una lunga e prospera esistenza.

     

    Andrea Carozzi

  • Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    tabacca-cascina-ortoUn’antica casa contadina del 1900 immersa in un bosco di castagni in località Campenave, detta “La Tabacca”, a pochi chilometri dalla città, dalle spiagge di Vesima e Arenzano, dal porto di Voltri. Qui si sta realizzando uno dei primi esperimenti in Liguria di progettazione integrale in Permacultura, ideato e gestito dall’associazione ambientalista Terra Onlus, che aveva già promosso nel 2010, sempre nell’area di Vesima, un innovativo progetto di realizzazione di orti sinergici.
    A distanza di alcuni anni dall’inizio della ristrutturazione, Era Superba è tornata alla Tabacca per raccontare l’evoluzione di questo interessante progetto, una delle tante iniziative legate all’innovazione e alla creatività espresse dal territorio genovese.

    La Tabacca, nello stesso tempo azienda agricola e luogo di formazione, è oggi un punto di riferimento fondamentale per la diffusione della permacultura in Liguria.
    Qui sono stati costruiti impianti di fitodepurazione, pannelli solari, orti ad agricoltura sinergica e un forno in terra cruda, e si è posta particolare attenzione anche all’autosufficienza energetica e alla fitoterapia utilizzando a scopo curativo le piante esistenti. Il percorso di progettazione in Permacultura è molto lungo e insegna prima di tutto a tenere conto dei limiti relativi all’ambiente naturale e umano circostante. «I limiti li devi superare ricercando soluzioni che devono essere ecologiche – afferma Giorgia Bocca, referente genovese di Terra Onlus – non basta comprare materiali di bioedilizia. Devi ribaltare il punto di vista, cominciare a ragionare sul processo, sul modo in cui arrivi a costruire la tua casa, sul modo in cui arrivi a questi materiali».
    Terra Onlus ha scelto di privilegiare per la ristrutturazione della Tabacca materiale e legno locale, senza cedere alle lusinghe di un vantaggio economico immediato, ma cercando soluzioni che potessero essere riprese e applicate da altri soggetti.

    tabacca-orto-verdeAlla Tabacca è fondamentale anche l’aspetto educativo e la ricerca di nuove forme di socialità.
    E’ uno dei centri di formazione di Terra Onlus, assieme al Palazzo Verde a ridosso del Porto Antico di Genova. I corsi di Terra Onlus hanno l’obiettivo di recuperare antichi saperi contadini, come fare il pane in casa o realizzare i cesti, a scopo non solo ludico, ma anche di attivazione di nuove prospettive professionali e imprenditoriali. Alla Tabacca, nel periodo primaverile ed estivo, si organizzano campi per bambini e ragazzi, campeggi e corsi formativi più specifici, come quelli sulla fitodepurazione. «Le aziende agricole un tempo erano vere aziende sociali, alle quali contribuiva un’intera famiglia e spesso venivano coinvolte anche le persone vicine», continua Bocca. Ed è questo antico modello di socialità condivisa, fondato sull’armonia fra comunità umana e ambiente, che Terra Onlus propone alla Tabacca, adattandolo alle esigenze del mondo contemporaneo.

    Ai corsi della Tabacca arrivano bambini, persone con un lieve disagio sociale che arrivano grazie a un accordo con la Asl, molti wwofers, persone appartenenti alla rete mondiale W.W.O.O.F che offrono la loro collaborazione volontaria a fattorie o piccole aziende agricole biologiche in cambio di vitto e alloggio.
    Nell’esperienza genovese della Tabacca, Terra Onlus ha scelto la strada non della ricerca di un’autosufficienza tesa all’isolamento dal resto della società, ma della contaminazione, per integrarsi nella realtà esistente in maniera critica e mettere in moto processi e buone pratiche di cambiamento e ripensamento in senso ecologico dell’organizzazione del territorio e della progettazione urbanistica.
    «La finalità dell’insediamento della Tabacca, proprio in mezzo al bosco di castagni – ricorda Giorgia – non è quella di vivere in un mondo ecologico fantastico, ma quella di contaminare, di capire come l’attivazione di nuovi processi può essere recepita, ad esempio, dal territorio e dalla pubblica amministrazione, per lavorare sulle normative. Con alcuni tecnici della provincia, ad esempio, stiamo lavorando sulla normativa per la fitodepurazione».
    E’ una nuova prospettiva, nella quale l’innovazione dal punto di vista agricolo si integra con i principi etici, con la ricerca di una rinnovata socialità e dell’armonia ecologica con l’ambiente naturale e umano circostante.
    Nella Permacultura, i principi etici e le tecniche sono legati in maniera indissolubile. Questo aspetto la rende una filosofia di vita particolarmente utile e preziosa, al di là dello stretto legame con l’agricoltura, in un periodo storico nel quale l’innovazione tecnologica è considerata buona in sé, in maniera acritica, e procede in maniera indipendente da ogni principio e ragionamento etico.

    Dalla Permacultura alla decrescita

    La Permacultura è un modello di progettazione ecologica degli insediamenti agricoli e umani. Nata in ambito agricolo come teoria e tecnica di agricoltura “permanente” e sostenibile ispirata al funzionamento degli ecosistemi naturali, è divenuta una filosofia di vita che abbraccia tutti i temi e i saperi legati al rapporto fra insediamenti umani e ambiente, dall’edilizia all’accesso alla terra, dall’agricoltura alle relazioni sociali.
    Bill Mollisson, l’ideatore della Permacultura, è stato negli anni settanta uno dei primi scienziati a comprendere i rischi di un modello di sviluppo fondato su uno sfruttamento illimitato dell’ambiente. Quasi contemporaneamente uscirono il “Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e le opere di Nicholas Georgescu Roegen. Una prospettiva affine, più recente, è la teoria della decrescita di Serge Latouche. Talora fraintesa come un invito pauperista alla crescita negativa, questa tesi ci invita a mutare la nostra prospettiva, mettendo in discussione la “fede” acritica nell’idea di crescita e di legame diretto tra Pil e benessere individuale e sociale.
    Molllison comprese la necessità di individuare nuove soluzioni per l’equilibrio dei sistemi biologici fondate su una prospettiva radicalmente ecologica. A partire dal 1981 con l’allievo David Holmgren diede inizio a un’attività formativa mirata che portò alla nascita di accademie di Permacultura nei paesi Europei, fra i quali Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia.
    Nel nostro paese la permacultura è praticata prevalentemente nelle fattorie biologiche e nella rete degli “ecovillaggi” insediamenti ispirati all’autosufficienza economica ed ecologica.


    Andrea Macciò

  • Verde Comune, una mappa digitale dei polmoni di Genova. Dalla Valpolcevera, il progetto di Municipio e Open Genova

    Verde Comune, una mappa digitale dei polmoni di Genova. Dalla Valpolcevera, il progetto di Municipio e Open Genova

    mappa-spazi-verdiUna mappa digitale e interattiva di tutti gli spazi verdi della Valpolcevera. E’ il progetto “Verde Comune” voluto dal Municipio V e realizzato dall’Associazione Open Genova che, da luglio scorso, ha messo online la mappatura dei giardini della zona. «Abbiamo voluto mettere a disposizione dei cittadini una rappresentazione digitale dei giardini pubblici e degli spazi verdi per renderli più vivibili», ci racconta Enrico Alletto, presidente dell’associazione. «Prima di implementare il progetto, ci siamo accorti che molti di questi spazi non erano conosciuti da gran parte degli abitanti della zona».

    Un sito responsive, visibile quindi da ogni dispositivo elettronico, cellulare, tablet e computer, che indica ai cittadini con un semplice click, dove si trovano i giardini, ma non solo. Ne spiega anche le caratteristiche. Gli spazi sono, infatti, suddivisi per zona e per tipologia, con aree verdi e attrezzate. «Se sto cercando un giardino con un’area cani o se voglio sapere se ci sono panchine o quali alberi si trovano in quella determinata area, lo posso sapere attraverso il sito», spiega Alletto

    Ad oggi sono 59 le aree verdi censite, sparse tra i quartieri di Pontedecimo, San Quirico, Morego, ma anche Bolzaneto, Teglia, Rivarolo e Certosa. Un progetto fortemente voluto dalla presidente del Municipio, Iole Murruni, e dal Comune con l’obiettivo di rendere visibile il verde pubblico della Valpolcevera e facilitare molte altre azioni correlate, dall’attività dei volontari alla presenza di eventi e manifestazioni, passando per le manutenzioni e la pulizia.

    «Ogni area – continua Alletto – fa rifermento a un’associazione di volontariato che, oltre a occuparsi della manutenzione di quel determinato spazio, è disponibile a fornire informazioni ai cittadini e non solo. I volontari possono anche inserire all’interno del sito eventuali manifestazioni che intendono realizzare nelle aree indicate nella mappa».

    Il progetto sperimentale, firmato dall’associazione Open Genova, è stato finanziato dal Municipio V Valpolcevera con una somma di 500 euro che equivale alle spese effettive sostenute per la realizzazione del sito. Dopo la prima presentazione dello scorso luglio, il prossimo 17 novembre Open Genova ha organizzato un incontro con i cittadini per confrontarsi e capire che cosa è possibile migliorare non soltanto a livello teorico, ma anche pratico, direttamente sul campo. «L’incontro di giovedì 17 novembre serve sia agli abitanti perché spigheremo loro il funzionamento effettivo dell’applicazione, ma anche a noi perché chiederemo un feedback ai volontari e ai cittadini per migliorare le funzionalità del servizioIl sito è online, ma comunque è in fase di maturazione».

    L’obiettivo, anche in base alla risposta della cittadinanza, è quello di aprire il progetto anche ad altri Municipi, in modo da mappare le intere aree verdi cittadine e renderle disponibili a tutti a prescindere dal quartiere di residenza.


    Elisabetta Cantalini 

  • Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Ilva CorniglianoSono 65 milioni di euro i fondi rimasti nelle casse di Società per Cornigliano destinati alla riqualificazione dell’omonimo quartiere. Dopo oltre dieci anni dall’Accordo di Programma, firmato nel 2005, si torna a parlare del progetto per riqualificare Cornigliano. «Molti interventi, negli anni, sono già stati fatti – dice il vicesindaco, nonché vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini – e il Miglioramento della qualità della vita dei cittadini del quartiere sta progressivamente avanzando».

    Alcuni interventi, però, non bastano per far rifiorire Cornigliano. Dopo il restauro di Villa Bombrini e di Villa Serra e il rifacimento delle facciate dei palazzi di via Cornigliano, realizzato anche grazie alle tasche dei cittadini, sono da risolvere problemi che si trascinano da tempo. All’appello per portare a termine il progetto manca ancora la risistemazione di via Cornigliano, che secondo il programma dovrebbe diventare una strada pedonale in stile rambla, il raccordo tra la nuova strada a mare e dell’uscita della A10 Genova aeroporto, il ripristino dell’area ex gasometri intorno a Villa Bombrini, il completamento delle due sponde del Polcevera e la riqualificazione dell’ex mercato comunale, ad oggi ferma. Da risolvere anche la questione delle rimessa Amt di via San Giovanni D’Acri che, secondo i primi accordi avrebbe dovuto trasferirsi a Campi, in un’aerea che però di recente è stata venduta.

    Secondo il Direttore di Società per Cornigliano, Enrico Dal Molo i fondi in cassa sono già stati suddivisi e destinati a ogni voce rimasta in sospeso: «Venti milioni vanno per il raccordo tra strada mare e l’autostrada A10, altri venti per la bonifica dell’ex area sottoprodotti, dieci per riqualificare l’area ex gasometri, circa cinque per la messa a nuovo di Via Cornigliano e cinque rimangono in cassa, destinati ai lavori di pubblica utilità». Si spera che a questa somma il governo restituisca, come promesso, cinque degli undici milioni investiti tra il 2014 e il 2016, per mantenere attiva la cassa integrazione degli operai dell’Ilva. Nonostante una serie d’intoppi il progetto dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno, che secondo la Società per Cornigliano dovrebbe poi essere messo bando per il completamento dei lavori. Ma i problemi per il quartiere non finiscono qui, «Benissimo il progetto di riqualificazione strutturale del quartiere, ma cosa ci si mette dentro? – dice Paolo Collu, del Gruppo lavoro per Cornigliano – Oggi via Cornigliano e il resto del quartiere è quasi morto dal punto di vista di esercizi commerciali, questo è un aspetto importante da non sottovalutare».

    Mercato Comunale CorniglianoRimessa Amt Cornigliano e l’ex mercato comunale 

    Il progetto approvato dal consiglio Comunale nel 2008 prevedeva lo spostamento della rimessa San Giovanni d’Acri di Cornigliano in un’area in zona Campi. Eppure i primi di agosto la stessa area di Campi che era destinata a diventare la nuova rimessa Amt è stata venduta dal Comune a Spinelli. Un’informazione che non era arrivata al municipio «In attesa che venisse smantellata la rimessa Amt San Giovanni d’Acri – dice il presidente del municipio Medio Ponenete, Giuseppe Spatola – scopriamo che quell’area nella quale doveva essere spostata la struttura era già stata venduta a privati; non siamo nemmeno stati informati direttamente, ma lo abbiamo scoperto».

    Un’altra patata bollente passata nelle mani del municipio nell’estate del 2015 è stata la questione dell’ex mercato comunale di Cornigliano, ormai, da anni, in completo disuso: «Se non ci sono certezze sulla riqualificazione, non sappiamo cosa farcene dell’ex mercato comunale, potremmo assegnarlo con il prossimo bando, ma solo se siamo certi che arrivino i finanziamenti», conclude Spatola.

    Area ex gasometri

    L’area adiacente a Villa Bombrini, rimane uno dei punti dolenti nel progetto di riqualificazione del quartiere di Cornigliano. Una location definita “papabile” per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ma rimasta inattiva e in disuso vista l’impossibilità tecnica di portare a compimento tale progetto. Dopo lunghe attese, il destino del nuovo ospedale di ponente ha cambiato “direzione” e la speranza degli abitanti del quartiere di avere un nuovo ospedale vicino a Villa Bombrini è venuta meno: sul piatto, infatti, è stata messa l’opzione Erzelli, anche se, come è noto, tutta l’operazione legata a quella zona della città è contrassegnata da numerose incognite e inconcludenze. Una decisione presa dopo che l’Enav, società nazionale per l’assistenza la volo, ha definito l’area ex gasometri non adatta dal punto di vista della sicurezza per costruire un ospedale, vista la vicinanza con la pista di atterraggio dell’Aeroporto Cristoforo Colombo.

    Cornigliano, in un tempo neanche troppo lontano, era una nota località balneare, capace di attirare migliaia di turisti. Oggi il quartiere è alle prese con un lungo tentativo di riqualificazione dopo gli anni delle industrie e del lavoro: qualcosa si sta muovendo, ma l’identità di questa parte della città è ancora lontana dall’essere ritrovata.

    Elisabetta Cantalini

  • Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    orto-singergico-valletta-san-pietroIl bisogno di riavvicinarsi ai ritmi naturali legati al lavoro della terra, antidoto al disagio di molte persone per i ritmi artificiali imposti dalla vita lavorativa e sociale. La crisi che ha portato molte persone a riscoprire l’importanza economica dell’agricoltura. Il desiderio di molti anziani di lavorare la terra mettendo a frutto in città saperi acquisiti in gioventù e di giovani e gruppi di avere uno spazio in cui coltivare e condividere prodotti di qualità. L’attenzione alle filiere alimentari e la voglia di “sapere che cosa si mangia”. La necessità di riqualificare spazi degradati. Sono le ragioni che negli ultimi anni hanno portato a riscoprire gli orti urbani, nati nel XIX secolo e quasi scomparsi nel dopoguerra.
    Dopo l’esperienza pionieristica di Modena nel 1980, molti comuni hanno adottato regolamenti per l’individuazione e l’assegnazione delle aree adibite a orto urbano.
    Il Comune di Genova, dopo l’istituzione della Consulta del Verde nel 2012, nel 2015 ha aggiornato il regolamento sui terreni a uso agricolo, aumentando la platea dei potenziali assegnatari e riconoscendo forme particolari di orto urbano: orti didattici, community garden, orti sociali e terapeutici, orti innovativi. La gestione dei bandi per l’assegnazione è affidata ai Municipi.

    Per raccontare questo mondo, a distanza di quasi 4 anni, siamo a tornati a visitare l’orto sinergico di Cornigliano, in via Nino Cervetto, all’interno del parco urbano di Valletta San Pietro. Un’esperienza legata a un’idea complessiva di città che comprende l’agricoltura urbana, la riqualificazione degli spazi degradati, la promozione di nuovi stili di vita e di organizzazione del territorio.

    Il progetto è stato promosso nel 2011 dall’associazione Terra Onlus che si occupa di formazione ambientale, accesso alla terra, sostegno all’agricoltura locale e filiere di distribuzione del cibo e altri prodotti. Il valore simbolico dell’iniziativa è accresciuto dal fatto di essere stata realizzata in un luogo d’Italia simbolo di un modello di industrializzazione e urbanizzazione che negli ultimi anni ha mostrato tutte le sue criticità.
    L’orto di Cornigliano è coltivato secondo i principi dell’agricoltura sinergica, sistema naturale incentrato sulla preservazione dell’ecosistema del suolo e ispirato agli insegnamenti di Masanobu Fukuoka.

    orto-singergico«Quando non si parlava ancora di orti comunitari – ci spiega Giorgia Bocca, referente di Terra Onlus – grazie a un progetto europeo della rete Yepp della quale facevamo parte e che promuoveva l’attivazione di progetti partecipativi destinati ai giovani di quartieri periferici, abbiamo reso coltivabile questo luogo, che era fortemente degradato, e iniziato dei processi di attivazione territoriale per farlo diventare un luogo di aggregazione per il quartiere. In Italia abbiamo altri progetti simili, e ora, avendo raggiunto gli obiettivi prefissi, abbiamo deciso di coinvolgere di più soggetti da sempre interessati alla gestione dell’orto. E’ importante che ci sia un cambio, un nuovo ciclo. Terra Onlus fa parte della Consulta del Verde del Comune e si è impegnata sul nuovo regolamento per favorire l’accesso agli orti urbani di più soggetti possibile, in particolare dei più giovani».

    Gli spazi attuali sono relativamente numerosi e gestiti da cittadini o da gruppi, in alcuni casi formati da Terra Onlus. La domanda di terra in città è in netta crescita e, sempre secondo Terra Onlus, sarebbe auspicabile l’individuazione di nuovi terreni per far fronte alle tante richieste, provenienti soprattutto da giovani disoccupati e associazioni.

    Oggi l’orto è gestito da un gruppo di volontari, coordinati da Valentina Tricerri, educatrice del settore infanzia e adolescenza di Arci. Sono cittadini che si prendono cura della parte agricola, insegnanti delle scuole del quartiere, educatori interessati a valorizzare l’aspetto didattico del contatto con la natura. «Attualmente il progetto non è finanziato e abbiamo provato a fare una chiamata alle armi popolare», ci racconta Valentina. «La cosa meravigliosa è che c’è stata una risposta super variegata. Per le persone del quartiere la calamita è stata la possibilità di avere un luogo verde da poter curare e da cui trarre beneficio anche a livello di prodotti agricoli. Loro sono le persone che ci investono di più a livello di cura e tempo: se nessuno coltiva è inutile portarci i bambini, sarebbe solo un giardino. Questo è e deve essere un luogo anche aperto ad altri. La valenza pedagogica è fondamentale. Spiegare ai bambini che cosa significa un orto sinergico ha un valore educativo altissimo. L’ecologia è una rete di solidarietà in cui ognuno ha una propria natura, una propria specificità, che viene valorizzata nello scambio con altri. L’importanza di essere tanti, diversi e in rete è l’obiettivo che molti di noi hanno con i bambini e i ragazzi. La cura della terra è per tutti qualcosa di proficuo».

    orti-verde-stagnoL’associazione Philos ha svolto attività terapeutica con ragazzi autistici e alcune scuole attività educative legate agli orti didattici. Una suggestiva ipotesi è stata quella di coltivare a Valletta San Pietro specie tipiche dei paesi di alcuni richiedenti asilo coinvolti nella gestione dell’orto, ma non è stato possibile, a causa delle differenze climatiche.
    L’orto si trova a metà del parco, in un’area in cui sorgeva un parco giochi per bambini distrutto dal fuoco, poco sotto la collina di Coronata, dove sorgono altri orti tradizionali, curati da singoli cittadini. Questa posizione, secondo Valentina, ha preservato l’ambiente dell’orto: «Quando sei lì, ti senti davvero in mezzo alla natura. La strada di Cornigliano, l’inquinamento, il rumore delle macchine sembrano lontanissimi. Sullo sfondo vedi palazzoni di cemento armato, ma senti cantare gli uccellini…è una fascia di natura, che ha preservato una biodiversità molto particolare, tipica di altre regioni e altre latitudini».

    L’orto sinergico di Cornigliano non è solo agricoltura urbana. E’ anche educazione, didattica, “ortoterapia”, se ci è concesso usare un neologismo. È teatro di eventi culturali come il Festival degli orti sinergici, integrazione sociale e interculturale, cittadinanza attiva, cura del territorio e rigenerazione urbana.
    Il gruppo coordinato da Valentina è aperto, chiunque lo desideri può chiedere di inserirsi in qualsiasi momento e partecipare alla gestione dell’orto: basta contattare Valentina all’Arci Genova, chiamando il numero 0102467506.


    Andrea Macciò