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  • “Attacco alla città”: i progetti calati dall’alto e la risposta dei comitati. Il viaggio tra i quartieri che non si piegano

    “Attacco alla città”: i progetti calati dall’alto e la risposta dei comitati. Il viaggio tra i quartieri che non si piegano

    Risale agli anni Ottanta l’acronimo NIMBY (Not In My Backyard, “non nel mio cortile”), coniato nell’ambito politico conservatore britannico e da allora ciclicamente utilizzato dal potere per bollare e liquidare le lotte dei cittadini e delle comunità contro grandi opere altamente impattanti su territorio, salute, qualità della vita. Secondo il Nimby Forum, osservatorio permanente che gestisce l’unico database italiano delle opere pubbliche contestate (patrocinato da Commissione Europea, Ministero dell’Ambiente e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) erano 317 le opere contestate nel nostro Paese nel periodo 2017-2018 (a cui risale l’ultima edizione del rapporto, sicuramente oggi in crescita), principalmente nel settore energetico (57%), ma anche impianti per il trattamento dei rifiuti (36%) e infrastrutture (6%).

     Nonostante esista anche una direttiva comunitaria (2001/42/CE) che invita gli amministratori a consultare e ragguagliare preventivamente i cittadini nel caso di interventi a grande impatto ambientale, in Italia la progettazione partecipata è quasi completamente assente e le cosiddette fasi di consultazione pubblica solitamente avvengono già in uno stadio avanzato di sviluppo dei progetti. Non è difficile, quindi, intuire come mai le comunità si sentano sempre di più estromesse dalle decisioni che le riguardano e tendenzialmente non accolgano a braccia aperte progetti imposti dall’alto, che nella maggior parte dei casi stravolgono completamente il territorio e spesso mostrano non poche criticità per la salute e l’ambiente.

    Ma cosa succede se il “cortile” da difendere raggiunge le dimensioni di una città di seicentomila abitanti e oltre duecento chilometri quadrati di superficie?

    È quello che sembra stia succedendo a Genova, dove negli ultimi due anni le maxi-opere contestate sono almeno raddoppiate rispetto agli anni precedenti e contestualmente sono nate, con una frequenza quasi quotidiana, decine di comitati, ovvero gruppi di cittadine e cittadini che si coalizzano ed organizzano per ostacolare tali progetti. Se per qualcuno l’effetto NIMBY sarebbe addirittura una “sindrome”, da trattare come una sorta di patologia che colpisce gli abitanti poco entusiasti e lungimiranti, dobbiamo allora prendere atto che la nostra città è indubbiamente “malata”. Ma non si può certo incolpare il termometro se sale la febbre: per questo motivo ci pare utile provare a capire le cause di un fenomeno del tutto peculiare e meritevole di attenzione. 

     

     

    Il nostro viaggio comincia nella zona di Principe, dove Maura Olmi – “cittadina attiva”, come ama definirsi – ha fondato nel 2022 insieme ad altre quattro donne il Comitato Giardini Malinverni, con l’intento di riqualificare e restituire alla comunità l’omonimo parco pubblico abbandonato da anni. Il suo comitato in poco tempo è riuscito a sottoscrivere un patto di collaborazione con il Municipio Centro Est per la gestione dello spazio e ad oggi si occupa di effettuare regolarmente, a titolo puramente volontario, la pulizia dei giardini: una formula, questa, che purtroppo è diventata prassi frequente a Genova, vista la progressiva decadenza di Aster e dell’operato del Comune nella manutenzione del verde, come testimoniano le ormai quotidiane denunce di alberi brutalmente tagliati o direttamente eliminati e poi sostituiti con esemplari di specie più piccole, più economiche e meno bisognose di cure, che però non garantiscono né all’ambiente circostante né alle persone che lo abitano lo stesso apporto benefico. Ma Maura è anche una storica attivista del quartiere del Lagaccio, dove ha preso parte fin dal maggio 2022 alle assemblee degli abitanti che si riuniscono regolarmente contro il contestatissimo progetto della Funivia di Forte Begato. Il nucleo del Comitato “Con i piedi per terra” è composto da sette persone che nel maggio 2023 hanno effettuato, insieme a Legambiente, ricorso al TAR contro il provvedimento di non assoggettamento alla Via (Valutazione di Impatto Ambientale) del progetto. Maura ci racconta l’enorme lavoro che questo gruppo di abitanti, a maggioranza femminile, sta effettuando da ormai quasi due anni per informare non solo il quartiere interessato, ma tutta la città: dall’elaborazione di render affidata ad esperti, alla partecipazione alle Commissioni Consiliari, dall’organizzazione costante di presidi e manifestazioni fino alla proposta alternativa di prolungamento della Cremagliera di Granarolo. Un lavoro reso faticoso non solo dal difficile dialogo con l’Amministrazione, ma anche dalle complessità del quartiere: «Il Lagaccio conta dodicimila abitanti, ma all’ultima manifestazione contro la funivia erano presenti trecento persone, di cui solo una minoranza residenti nel quartiere. La comunità del Lagaccio è arrabbiata, disillusa, ma soprattutto è stata disgregata: senza negozi, né bar, né servizi, non esiste più una vita di quartiere, che ormai viene vissuto come soluzione di passaggio in cerca di sistemazione migliore.» Inoltre, a complicare il tutto, sembra stiano circolando nella zona voci di corridoio riguardanti una presunta possibilità di indennizzi, come avvenuto per il Ponte Morandi. Voci che al momento non trovano nessuna conferma, ma senz’altro dissuadono la popolazione dal prendere iniziative. Ciò che si sa per certo è che finora non è stata prevista alcuna compensazione per le abitazioni che saranno sorvolate dal futuro impianto e che si troveranno accerchiate da tralicci alti sessanta metri. La domanda sorge spontanea: come sono rappresentati gli interessi di questi cittadini in sede politica? Se la maggioranza di Bucci è ovviamente compatta nel difendere il progetto, l’opposizione come si comporta?

    «Ho partecipato personalmente ad alcune Commissioni Consiliari» – precisa Maura –  «e purtroppo ho constatato una grande spaccatura interna alla minoranza che impedisce, di fatto, qualsiasi azione di contrasto ai piani della Giunta. L’impressione che ne ho ricavato da cittadina è stata molto deludente, sembra che prevalga l’interesse del partito e dei singoli, rispetto alla volontà di trovare una sintesi che permetta di unirsi contro progetti, come quello della Funivia, che i cittadini non vogliono.» 

     

    Attraversiamo la città in direzione Est e arriviamo nel quartiere di Staglieno, dove Gabriella Rabagliati nel 2021 ha fondato il Comitato Cittadini Banchelle, nato per opporsi al progetto del nuovo impianto crematorio. Un progetto, tanto per cominciare, portato a conoscenza dei cittadini con una presentazione effettuata online per via delle restrizioni imposte nel periodo pandemico. Gabriella riferisce come la prima difficoltà degli abitanti sia stata proprio quella di accedere alle informazioni basilari: in quell’occasione non venne comunicato, infatti, né il punto esatto in cui si intendeva collocare l’impianto, né i dati relativi ad un presunto aumento della domanda di cremazioni tale da giustificare la necessità di un secondo impianto, oltre a quello già esistente.

    Il comitato ha quindi svolto innanzitutto un’opera di ricerca di informazioni e successivamente di divulgazione agli abitanti, che «nella maggior parte dei casi o non conoscono il progetto» – ci dice Gabriella – “oppure faticano anche a capire che non si tratta di ristrutturare o ampliare l’attuale tempio di cremazione, ma di un costruirne uno ex-novo.»

    I componenti del comitato hanno iniziato a partecipare alle Commissioni comunali e regionali, stimolando la creazione di un tavolo di lavoro nel 2022, con il coinvolgimento di Regione, Comune ed enti competenti, visto che fino ad allora non esisteva un piano di coordinamento degli impianti a livello regionale. 

    Nel luglio 2023 il comitato riesce finalmente ad ottenere, tramite il Difensore Civico, i dati sulle cremazioni attualmente effettuate in Liguria e sulla capacità degli impianti esistenti, dati da cui emerge che l’impianto genovese So.Crem ha una capacità che va dalle quattordicimila alle sedicimila cremazioni all’anno, a fronte di una mortalità su Genova e città metropolitana che si aggira tra le novemila e le diecimila unità all’anno (dati Istat). Questo significa che l’impianto esistente è già in grado di soddisfare abbondantemente la domanda di cremazioni, considerando che il numero dei decessi non coincide con quello delle cremazioni, visto che non tutti usufruiscono di questo servizio.

    «Ci chiediamo da dove nasca la necessità di un secondo impianto. Saremmo l’unico caso in tutta Italia ad avere due impianti distinti di cremazione nello stesso cimitero, con ben sette forni» –  prosegue Gabriella – «Trattandosi di una concessione ad un privato, che quindi deve generare profitto, sorge il dubbio che vi sia l’intenzione di importare salme da fuori regione.» Dettaglio piuttosto preoccupante, questo, visto che una sentenza del Consiglio di Stato del 2022 definisce gli impianti di cremazione “industrie insalubri di prima classe”. 

    Il 29 settembre 2023 è stata convocata la Conferenza dei servizi decisoria, a cui ha partecipato anche il Comitato Banchelle presentando, grazie al supporto di un team di esperti, una relazione ambientale e una relazione geologica: sì, perché come se non bastasse, il punto individuato per collocare il nuovo impianto si troverebbe al di sotto di una frana attiva. 

    Purtroppo, è notizia di pochi giorni fa, la Conferenza si è chiusa con l’approvazione del progetto, seppur con una serie di prescrizioni. L’amministrazione comunale, quindi, può procedere e ha tutta l’intenzione di farlo nonostante tutte le criticità evidenziate. «Ci aspettavamo questo esito»  – si rammarica Gabriella – «Da parte del Comune non c’è stato nessun ascolto e abbiamo riscontrato una certa opacità sui numeri: il vicesindaco Piciocchi durante un’interrogazione avvenuta lo scorso dicembre ha parlato di “aumento percentuale delle cremazioni”, senza però quantificarle e senza dire che, parallelamente, i decessi sono invece diminuiti.» L’aumento percentuale della domanda di cremazioni è un argomento tendenzioso perché, da solo, non giustifica nulla: come già detto, l’impianto esistente è già in grado di soddisfare il doppio delle cremazioni attualmente effettuate. 

    Il comitato sta valutando con i propri tecnici l’eventualità di un ricorso al TAR, o di altre azioni legali, naturalmente a proprie spese. Curiosamente, soltanto il 26 dicembre 2023, dopo oltre due anni dall’annuncio del progetto e nel pieno delle festività natalizie, è stato pubblicato sull’Albo Pretorio l’affidamento di un incarico di studio di pericolosità geologica, che sembrerebbe quindi recepire gli stimoli forniti dai cittadini. Ma fuori tempo massimo.  

     

     

    Rimaniamo in Val Bisagno, dove incontriamo Raffaella Capponi, fondatrice del Comitato Via Vecchia e strade limitrofe, nato nel 2022 per opporsi al progetto Superbus-4 assi, che prevede la demolizione e ricostruzione della rimessa di Gavette e della storica rimessa di Amt di via Bobbio, quest’ultima accompagnata dalla costruzione ex novo di un parcheggio di interscambio oltre all’esproprio e alla demolizione di ben cinque civici. 

    Anche in questo caso, un progetto gravoso e impattante, che andrà a condizionare pesantemente – addirittura con espropri – la vita delle persone, che non ha visto alcun confronto della Giunta né con il Municipio né con i consiglieri comunali, né tantomeno con i cittadini che – ci racconta Raffaella – hanno scoperto casualmente l’esistenza del progetto grazie ad un annuncio su una radio locale. 

    Questo gruppo di abitanti, però, ha scelto di non occuparsi solamente del proprio problema locale, intuendo che la condivisione dello stesso disagio con altri cittadini colpiti in diverse zone della città potesse essere una strada utile per contrastare con più coesione e forza i progetti e le  modalità “autoritarie” messe in atto dagli amministratori. Nasce così, nel maggio 2022, la Rete genovese (di cui Raffaella è portavoce), che nel giro di due anni raddoppia, da venti a quaranta, il numero dei comitati aderenti, a cui si aggiungono anche associazioni e organizzazione, come la giovane Extinction Rebellion

    «Se per sua natura il comitato è autoreferenziale, perché nasce per affrontare uno specifico problema di uno specifico territorio, la crescita a cui abbiamo assistito in questi anni è sicuramente sintomo di un problema più ampio, diffuso su tutta la città, che porta i gruppi ad unirsi superando le differenze per avere più voce e più peso nel confronto con le istituzioni.» – racconta Raffaella – «Le nostre storie sono tutte simili, siamo tutti abitanti che si sono ritrovati da un giorno all’altro a subire un progetto calato dall’altro, di cui si scopre l’esistenza a cose fatte e che viene tenuto sottotraccia per far sapere il meno possibile.»

    I comitati della Rete genovese si incontrano mensilmente per confrontarsi, coordinare azioni comuni, elaborare progetti. Organizzano assemblee pubbliche, presidi, attività di ufficio stampa per arrivare ai media locali e nazionali. Attivano una serie di professionisti che prestano la loro opera gratuitamente in solidarietà alla causa. La Rete supporta le manifestazioni dei singoli gruppi e parallelamente organizza manifestazione unitarie: all’ultima, svoltasi a Genova il 16 dicembre 2023, si è unito anche il Coordinamento Comitati del Ponente e il movimento contro il rigassificatore di Savona.

     

    L’unione fa la forza

     

    Insomma, per tornare a bomba, quello che sta succedendo ha tutta l’aria di non essere riducibile a una questione di “cortile”, ma un fenomeno ben più complesso, che investe l’intera città e sembra destinato ad allargarsi oltre i suoi confini, gettando forse i presupposti per un movimento d’opinione capace di mettere in discussione l’attuale classe dirigente e il suo modus operandi.

    Ciò che pare estremamente interessante è che pressoché ognuno di questi gruppi, sovente accusati di immobilismo e dileggiati anche da certa stampa come “comitati del no a prescindere”, ha invece elaborato e proposto un’idea alternativa al progetto contestato, gravandosi tra l’altro di un lavoro oneroso che non dovrebbe essere a carico della buona volontà dei cittadini. Al contrario di ciò che avviene nei Consigli comunali e regionali, dove gli esponenti delle opposizioni fino ad oggi si sono limitati a dei no ideologici, oltretutto con spaccature e divisioni all’interno delle minoranze. Quello che invece i comitati genovesi hanno capito è che la frammentazione è inutile e dannosa: i controversi piani delle attuali amministrazioni sono talmente numerosi e generosamente distribuiti su tutto il territorio che rappresentano quello che viene percepito come un autentico attacco alla città, al quale è tempo di rispondere in maniera compatta e coesa. Innanzitutto elaborando ciò che fino ad oggi è mancato da parte delle opposizioni: una propria progettualità autonoma, che non si limiti a generiche dichiarazioni d’intenti, ma che sia concreta, aderente alla realtà, radicata nei territori e suggerita da chi li abita. Praticando quell’ascolto umile e a servizio della comunità che dovrebbe essere il pane quotidiano di chi fa politica e amministra la cosa pubblica, è proprio a partire dalle attività dei comitati, dalle loro proposte e dai loro progetti, che può nascere oggi una vera e percorribile visione alternativa di città.


    Emanuela Risso

     

  • Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Il coronavirus non ha colpito con uguale intensità i quartieri genovesi. Lo ha accertato la recente instaurazione di zone rosse nei quartieri di Certosa, Rivarolo, Cornigliano in parte di Sampierdarena e sul 95% del centro storico, e poi la definizione delle zone di “coprifuoco”, dove dalle 21 della sera di giovedì 22 ottobre entreranno in vigore regole più stringenti per il contenimento del contagio.

    Ma che la pandemia abbia diviso i territori e le città di tutto il mondo è un fatto ormai accertato. In ogni città, metropoli o megalopoli ci sono confini invisibili, ma netti e chiari, tra i quartieri che reggono meglio l’urto e quelli che invece pagano un prezzo salato in termini di contagi e vite umane. E i confini possono diventare fossati nei centri abitati caratterizzati da disuguaglianze più marcate. Tutte le ricerche e le analisi condotte negli ultimi mesi arrivano infatti alla conclusione che chi vive in quartieri poveri e socialmente disagiati ha più probabilità di ammalarsi e di morire di covid 19.

    Un fenomeno globale

    Prendiamo il caso di New York City, una delle città colpite più duramente dalla pandemia. Lì la diffusione della malattia e la distribuzione tra i diversi quartieri è mappata con precisione chirurgica e i numeri diffusi con una trasparenza ben maggiore rispetto a quella a cui siamo abituati. Nel momento in cui scriviamo questo articolo (sera del 21 ottobre 2020) «Molti dei quartieri con il numero più alto di casi pro capite – scrive il New York Times  – sono aree con reddito mediano più basso e famiglie più numerose della media. Tra le zone più colpite ci sono comunità del South Bronx, nord e sudest del Queens e la gran parte di Staten Island. Se l’età è un fattore molto legato alla fatalità del covid-19, anche quartieri con alte concentrazioni di afroamericani e latinoamericani, così come quelli con residenti dal basso reddito, soffrono i più alti tassi di morti da covid 19».

    Anche analisi e ricerche effettuate su città come Birmingham (Regno Unito), Mumbai (India), Nairobi (Kenya), Milwaukee (Stati Uniti), Montreal (Canada), Londra (Regno Unito) e Barcellona (Spagna) mostrano la stessa tendenza. Si tratta di città e contesti molto diversi tra loro, ma le aree più colpite dalla pandemia hanno caratteristiche ricorrenti: nuclei familiari numerosi che condividono spazi abitativi ridotti, presenza di lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa come fattorini, addetti alle pulizie, conducenti di mezzi pubblici, infermieri, badanti. O alti livelli di disoccupazione, povertà e disagio sociale in genere. Tutti fattori che anche in tempi normali portano a condizioni di salute peggiori, alla presenza di un numero più elevato che altrove di malattie croniche, che come ormai sappiamo spianano la strada al contagio e al Covid 19, che ha conseguenze più serie – persino fatali – più facilmente sui soggetti con patologie pregresse.

    Zone sempre rosse

    Paragonare le zone rosse genovesi con quelle di New York e delle altre città citate può essere azzardato. Troppo diversi i contesti, forse troppo piccola e “compatta” Genova per poter distinguere in modo netto i quartieri interni. Tant’è, in un quadro di emergenza sanitaria generale, le autorità hanno ritenuto di alzare ulteriormente il livello di guardia in un numero limitato di aree cittadine. In assenza di dati pubblici più precisi sulla distribuzione del contagio tra i quartieri (a parte qualche occasionale report dell’agenzia sanitaria regionale Alisa, il più recente dei quali risale a inizio mese) questa grave decisione amministrativa è al momento l’indicatore più chiaro delle disuguaglianze territoriali interne alla città di Genova di fronte alla pandemia. Decisione che ha interessato territori dove si ritrovano alcune delle caratteristiche che rendono i quartieri più fragili dal punto di vista sanitario.

    Nel centro storico si concentrano alcune delle caratteristiche che ormai sappiamo contribuire alla diffusione del contagio: densità abitativa elevata ma anche appartamenti sovraffollati e talvolta occupati da più di un nucleo familiare, disoccupazione e povertà diffusa. Genova sotto molti aspetti ribalta il classico rapporto centro-periferie, con quest’ultime in molti casi più vivibili di un centro storico in molte sue aree degradato, povero, socialmente in difficoltà. E fragile davanti a un fenomeno come il coronavirus, che penetra più a fondo tra le pieghe del disagio.

    Periferie in senso lato sono però Certosa, Rivarolo, Cornigliano e Sampierdarena, le altre aree rosse forse non a caso tutte e tre nella parte occidentale della città o in Val Polcevera, aree dal passato industriale e negli anni gravate di più servitù di altre. Aree che si trascinano dietro annose questioni sociali e che in tempi più recenti hanno visto suonare diversi campanelli d’allarme dal punto di vista sanitario. Nel 2016, il consigliere regionale Gianni Pastorino segnalava un aumento della mortalità femminile del 30% in Val Polcevera. Il dato era stato fornito dal dottor Valerio Gennaro dei Medici per l’Ambiente, che negli ultimi anni si è dedicato allo studio dei tassi di mortalità nei vari quartieri genovesi. Il metodo utilizzato dall’associazione consente nel calcolare la differenza tra il numero di morti attese per cause naturali nei diversi quartieri e quelle che invece effettivamente si registrano. Secondo i risultati più recenti dell’associazione, ad avere più morti del previsto sono in genere proprio i quartieri ponentini e quelli della Val Polcevera, in particolare aree come Pra’ e Cornigliano, quest’ultima confinante o prossima alle attuali zone rosse.

    Chi paga?

    “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia” diceva il premier Giuseppe Conte all’inizio del lockdown di marzo, ma sembra che in quel tutti qualcuno debba e abbia rinunciato a qualcosa più di altri. A partire dalla salute e proseguendo dalla possibilità di accedere ad una vita sana e dignitosa, e in un ambiente urbano salubre. Questi pochi mesi tra la prima e la seconda ondata, già messa in conto e largamente attesa da tutta la comunità scientifica, hanno però dato l’impressione che nonostante queste evidenze, non ci sia stato un cambio di prospettiva o un intenzione di cesura con il passato. Niente è stato fatto per potenziare il servizio di trasporto pubblico mentre l’assistenza socio sanitaria alle persone in difficoltà è ancora saldamente incardinata nel centralismo delle strutture sanitarie, con tutti i problemi di accessibilità che si porta dietro. Le tutele per i lavoratori non hanno segnato svolte e l’istruzione pubblica non è stata messa in sicurezza, lasciando alla “facoltà di connessione” il discrimine per l’accesso al sapere.

    Ma non solo: nelle scelte ambientali e urbanistiche sono stati riproposti gli schemi di un passato responsabile delle criticità di oggi: lo si evince dalla vicenda dei depositi chimici di Multedo, che con buona probabilità saranno spostati nella solita Val Polcevera, mentre per il centro storico si sta aspettando il progetto di riqualificazione dell’amministrazione comunale e che, secondo le prime anticipazioni, sembra essere incardinato sui parametri del “benessere commerciale” più che del benessere di chi ci abita. Se ci abiterà ancora. E chi oggi è in zona rossa, lo sarà anche domani, ovunque essa sia.

     

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    Quando le chiediamo di commentare la recente vendita dell’ex mercato del pesce di Piazza Cavour da parte del Comune di Genova, Marina Montolivo Poletti mette subito in chiaro una cosa: «Sono molto arrabbiata». Architetta che negli anni ha combattuto diverse battaglie contro alcune evoluzioni urbanistiche della città (vincendo alcune, come quella contro la costruzione di un parcheggio all’Acquasola e perdendone altre come quella contro la realizzazione della Fiumara a Sampierdarena) oggi considera la vendita dell’ex mercato ittico l’ennesimo anello della lunga catena di errori e orrori urbanistici che hanno investito Genova – a suo parere – negli ultimi 30 anni, senza apparente soluzione di continuità tra le giunte di centrosinistra e, più recentemente, quelle di centrodestra. «Questa vendita – dice infatti ai nostri microfoni – è l’ennesima prova della totale incapacità di programmazione urbanistica di questa città».

    Ieri mercato del pesce, domani chissà

    Lo scorso giugno il Comune di Genova ha venduto l’immobile di Piazza Cavour a Pix Development S.r.l., società di investimento, sviluppo e gestione immobiliare con sede legale a Roma e attiva soprattutto nel centro Italia. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, il portfolio del sito web della società è in fase di aggiornamento, ma tra i settori di competenza lo stesso sito cita il retail (commercio), gli hotel e le residenze di lusso. Non è ancora chiaro con quali intenzioni la società abbia acquistato l’ex mercato del pesce, ma lo scorso 18 giugno l’amministratore unico della società Paolo Cavini diceva al Secolo XIX che l’idea sarebbe quella di un “mix di funzioni” a cominciare da quelle ricettive e commerciali. Dunque alberghi e supermercati. A più di un mese da quelle parole abbiamo chiesto all’assessore ai lavori pubblici del Comune di Genova eventuali novità, ma l’assessore ci ha risposto che, al momento, novità non ce ne sono. Nemmeno il PUC (Piano Urbanistico Comunale) dà molti indizi al proposito, dal momento che per l’edificio prevede una possibile riconversione in “residenza, strutture ricettive, servizi d’uso pubblico e servizi privati, uffici, connettivo urbano escluse sale gioco parcheggi, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita”. Quasi tutto, insomma.

    «Mi chiedo chi avrà voglia di andare ad abitare in quella zona – si chiede Montolivo – sporca, costantemente intasata dal traffico e quindi con l’aria irrespirabile. O chi avrà voglia di andare fare la spesa in quel groviglio di macchine dove non puoi neanche fermarti un secondo». Una zona brutta e intasata, ma strategica, almeno a volerlo vedere: «L’edificio, oltre a essere interessantissimo dal punto di vista architettonico – commenta infatti l’architetta – si trova nel punto di congiunzione tra il progetto della passeggiata di Renzo Piano e il Porto Antico. Un’attrazione di tipo culturale come un museo di arte moderna avrebbe attratto il turismo dell’acquario, l’unico di una certa consistenza e continuità del centro storico. Ad oggi il turismo del centro non esce dal porto antico, non arriva neanche in Piazza Banchi. Servono attrazioni in grado di allargare e indirizzare in modo virtuoso i flussi di turisti».

    Da qui la provocazione, ma fino a un certo punto: «Perché piuttosto non abbiamo venduto villa Croce, struttura nata residenziale? – propone Montolivo – dalla vendita di quell’immobile, che ad oggi rappresenta un debito per la città, si sarebbero ricavati 10 milioni di euro e 6 begli appartamenti. Invece abbiamo venduto l’ex mercato del pesce (che sembra fatto apposta per ospitare un museo come quello di arte moderna di Villa Croce) per un tozzo di pane».

    Dal 2016 – anno in cui ha smesso di ospitare il mercato ittico – si sono rincorse varie ipotesi sull’utilizzo della struttura, ampia 1300 metri quadrati e realizzata negli anni 30. Si è pensato di farne un museo di auto d’epoca o un centro per l’impiego, una palestra, un parcheggio e persino una moschea. Una precedente asta da 1 milione e 700 mila euro è andata deserta. Alla fine Tursi è riuscito a vendere la struttura per 1 milione e 500 mila euro, facendo anche cadere il vincolo dell’obbligo di presentazione di un progetto dettagliato sull’uso della struttura. «Praticamente come un bell’appartamento» commenta con amarezza Montolivo dopo averci raccontato il grande valore potenziale dell’edificio.

    “Come la droga per un tossico all’ultimo stadio”

    Se dopo aver ipotizzato tutto e il contrario di tutto alla fine nella struttura dell’ex mercato del pesce si dovesse installare un supermercato, non sarebbe una scelta troppo fantasiosa. Su queste pagine abbiamo infatti già raccontato come Genova si sia da tempo convertita al credo della grande distribuzione: «La scelta meno intelligente dal punto di vista economico – commenta lapidaria Montolivo – perché è già provato in tutti i modi che le grandi strutture commerciali, come i complessi residenziali, non portano pil. Ma chi ha amministrato Genova negli ultimi 30 anni sembra capire solo la lingua dei centri commerciali, basti vedere a cosa è diventata la Val Polcevera».

    O la zona dove oggi svetta la Fiumara di Sampierdarena. Nel corso della nostra intervista, Montolivo ne parla come una delle grandi battaglie della sua carriera: «C’erano fior di proposte per fare dell’area un district park, cioè una zona di assemblamento delle merci del porto – ricorda – un tipo di attività pulita, che avrebbe previsto solo la realizzazione di capannoni bassi, ma indispensabile per il porto, e che avrebbe generato molti posti di lavoro e benefici per tutto l’indotto circostante. Intorno si potevano ipotizzare attività per rendere l’area appetibile, come una fascia di rispetto o un expo permanente delle merci che arrivano dall’Africa o dall’oriente, sul modello della fiera di Milano, dove vanno a comprare gli stessi commercianti genovesi. Queste sono le scelte che risanano davvero i quartieri e le periferie».

    Le cose, però, sono andate diversamente «È inutile poi lamentarsi e dire che a Genova manca un retroporto – sottolinea ironicamente Montolivo – se nelle ex aree industriali vengono costruiti centri commerciali e abitazioni. Siamo una città in profonda crisi economica, ma continuano a costruire centri commerciali per indurci a comprare una maglietta in più. È come dare la droga a un tossico all’ultimo stadio».

    «Serve una vera visione strategica del territorio – conclude – che immagini un futuro per questa città decidendo su cosa investire. Anche l’area del porto antico è stata gestita senza alcuna visione strategica, assembrando attività incongrue, poco attrattive e complessivamente mal gestite (basta pensare al museo Luzzati). Di fatto, un’ area di questa importanza e vocazione turistica, risulta null’altro che la passeggiata degli abitanti del centro storico per espletare i bisogni dei cani».

    Luca Lottero

  • Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    La retorica dovrebbe essere un ponte, una strada, ma in genere è una muraglia, un ostacolo.
    (Jorge Louis Borges)

    La zona urbana della Valpolcevera coinvolta dal crollo di Ponte Morandi ha una storia paradigmatica delle trasformazioni economiche di Genova. Come testimonia il nome stesso, fino alla fine dell’Ottocento, Campi era una zona agricola, punteggiata di orti e frutteti, nonché dalle residenze estive di famiglie patrizie genovesi. Nel 1898, per implementare gli stabilimenti di Sampierdarena e Cornigliano, venne aperta una grande officina siderurgica dell’Ansaldo, motore dello sviluppo economico cittadino al punto da far diventare Genova uno dei vertici del triangolo industriale italiano. Da allora le fabbriche a Campi si sono diffuse a macchia d’olio, facendo della bassa Val Polcevera, insieme al resto della valle e a tutto il ponente cittadino, uno dei poli produttivi della città. Questo processo ha reso Genova, morfologicamente priva di spazi e fragile, una metropoli industriale che, nelle fantasie dei progettisti degli anni Cinquanta e Sessanta, avrebbe dovuto superare il milione di abitanti. Nel 1967, per supplire alle rinnovate esigenze di questo spazio urbano congestionato, venne costruito il Ponte Morandi, un’infrastruttura salutata come un capolavoro ingegneristico e simbolo di uno sviluppo che si credeva infinito. Le cose andarono diversamente; il boom industriale cessò poco dopo, e con esso quello economico e demografico. A Campi, come in altri poli cittadini, le fabbriche vennero chiuse e i capannoni convertiti dalle grandi catene internazionali del commercio e della logistica. Negli ultimi trent’anni Campi è stata un’area destinata a far viaggiare, accatastare e vendere le merci, o da attraversare velocemente per raggiungere l’alta Valpolcevera, periferia sacrificata da decenni di sfruttamento produttivo.

    I quartieri residenziali che insistono su questa zona sono stati socialmente disgregati da queste trasformazioni e sopravvivevano come aree economicamente e socialmente depauperizzate già da decenni. Non è un caso che le case in via Porro o al Campasso avessero tra i più bassi valori commerciali dell’intera città già ben prima della tragedia del 14 agosto 2018.

    “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” è il progetto vincitore del concorso internazionale, indetto dal Comune di Genova e dal Consiglio nazionale Architetti PPC, per il masterplan dell’area attorno al nuovo viadotto che sostituirà Ponte Morandi, viadotto disegnato da Renzo Piano e in via di costruzione ed ultimazione ad opera di Fincantieri e Impregilo-Salini. Il progetto, elaborato dalla Stefano Boeri Architetti in collaborazione con gli studi Metrogramma e Inside Outside, occupa l’area dell’ex parco ferroviario del Campasso, quella che sottende il viadotto, e copre una zona urbana corrispondente ai quartieri di Campi e del Campasso stesso. Suo nucleo centrale è il Cerchio Rosso, una pista circolare sopraelevata, pedonale e ciclabile, lunga un chilometro e mezzo che dovrebbe fare da collante tra i due versanti collinari della valle e da raccordo per i vari spazi sottostanti, culminante in una Torre del Vento alta 120 metri e produttrice di energia eolica. Sotto e attorno ad esso si dovrebbero sviluppare gli altri elementi del progetto: il Parco botanico del Polcevera, una serie di attività espositive e ricreative (un Parco dell’acqua, un Fun Park, tre giardini del Mediterraneo, delle Esposizioni e del Polcevera), l’installazione “Genova nel bosco”, un Parco dello sport con vari campi sportivi e palestre, la riconversione di una vasta rete di edifici e capannoni ad uso commerciale e produttivo ed una nuova stazione ferroviaria.

    La retorica del passato e del futuro

    Il progetto elaborato da Boeri è molto ambizioso nel proporsi come spazio pubblico ed ecologico che riqualifichi una zona difficile e, contemporaneamente, come nuovo luogo simbolico della città, memoria del suo passato industriale e omaggio alle vittime del crollo di Ponte Morandi. Evocando “infrastrutture per una mobilità sostenibile ed edifici intelligenti per la ricerca e la produzione”, esso si pone “l’obiettivo di capovolgere l’immagine attuale della valle del Polcevera, da luogo complesso e tragicamente disastrato a territorio dell’innovazione sostenibile per il rilancio di Genova stessa”.

    Il primo elemento del progetto che salta all’occhio è il tentativo di mobilitare l’orgoglio cittadino attraverso un richiamo romanticizzato all’immaginario dei suoi abitanti:

    La Torre del Vento e il Cerchio Rosso, il Parco del Polcevera e la sua varietà vitale cromatica e botanica, sono il saluto di Genova ai passanti del futuro. Il saluto al mondo da parte di una città di infrastrutture e parchi verticali, di camalli e nobildonne, di cantanti e ingegneri navali. Una Città Superba seppure affranta da una struggente Malinconia; bellissima seppur nell’asprezza delle sue irriducibili contraddizioni. Una Città di acciaio e mare, scolpita dal vento e dalle tragedie, ma sempre capace di rialzare la testa”.

    Al di là del buffo accostamento di camalli e nobildonne, cantanti e infrastrutture, ciò che lascia più perplessi in questa operazione di immagine è il voler far convivere l’inconciliabile, ovvero la natura con ciò che da sempre l’ha negata e distrutta, l’industria, il verde e il mare con l’acciaio e il cemento, l’ecologia con la produzione:

    “Il Cerchio Rosso, il Parco e le nuove Architetture attraverseranno e legheranno tra loro un territorio rigenerato composto di diversi suoli, colori e nature. Un nuovo ambiente caratterizzato da un’altissima biodiversità di specie viventi si tesserà con l’urbanizzato esistente, fatto di ferro e asfalto. Il Parco del Ponte, in questo modo, diventerà un sistema urbano allargato e radicato nel territorio e alternerà nuovi paesaggi resilienti, sistemi interstiziali, e dispositivi di connessione e energetici”.

    Il progetto vorrebbe dunque sposare l’acciaio e l’asfalto che hanno reso moderna la città con “i colori ed i profumi caratteristici della mediterraneità di cui Genova è simbolo nel mondo”, celebrando questo improbabile matrimonio proprio in una delle zone più martoriate dal cosiddetto “progresso” industriale.

    La retorica è nata nel V secolo avanti Cristo in Magna Grecia come arte del discorso e della capacità di persuadere l’uditorio ed è divenuta una delle arti più nobili del mondo classico. Cicerone affermava che un buon oratore deve saper docere, ovvero dare le informazioni sul fatto oggetto del discorso, delectare, ovvero esporre gli argomenti con vivacità evitando l’effetto noia, e movere, ovvero mobilitare i sentimenti dell’uditorio per coinvolgerlo e far sì che esso aderisca alle tesi esposte. Fin dalle origini, i fini della retorica prescindevano da un giudizio etico: “La retorica”, fa dire Platone a Socrate, “a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all’ingiusto” (Platone, Gorgia). Come tale la retorica si è evoluta nel corso dei secoli ed è a tutt’oggi una disciplina assai viva. Nel corso del Novecento i suoi principi sono stati assorbiti nella teoria generale della comunicazione, in particolare della cosiddetta comunicazione persuasiva, e sono stati abbondantemente utilizzati di volta in volta dalla propaganda politica e dalla pubblicità commerciale.

    La maggior parte dei grandi progetti d’architettura contemporanei si fondano su un immaginario progressista, ecologico, sostenibile, smart, in linea con quanto l’epoca richiede. Come sostiene il sociologo urbano Garnier:

    “Per rispondere alle critiche contro il carattere troppo tecnicista della smart city, si parla anche di “città inclusiva” (ovvero, includere gli esclusi dai presunti benefici della mondializzazione capitalista), di “città frugale” (ridurre non il consumo e la produzione, ma lo spreco),”città giusta” (lottare conto le diseguaglianze spaziali, sociali e ambientali), “città sostenibile” (tenere in conto gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, tra cui la diminuzione dell’impatto ecologico), “città verde” (preservare o introdurre la natura in un contesto artificiale) o “città resiliente” (affrontare con successo qualunque forma di vulnerabilità, in particolare quella legata al cambiamento climatico). Tra tutte queste, però, la più apprezzata continua ad essere la “città intelligente” (smart city), poiché materializza e simboleggia l’ingresso glorioso dell’urbanismo nella cosiddetta economia della conoscenza” (J-P. Garnier, Smart City. La “città radiosa” nell’era digitale, Nautilus 2018, pp. 11-12).

    Nel caso del progetto di Boeri e associati, che rientra appieno in questa descrizione, le contraddizioni reali che soggiaciono alla sua retorica risultano particolarmente stridenti.

    Il progetto s’incastra in un’area urbana iper sfruttata e congestionata, limitandosi ad occuparne gli interstizi senza prevedere una vera e profonda ristrutturazione fisica. Nel dettaglio, dalle tavole del progetto si può constatare come, sul versante ovest, il Parco dell’acqua, il Fun Park, il Giardino del Mediterraneo e quello delle Esposizioni sarebbero tutti compressi tra Corso Perrone, il Gasometro riconvertito in parcheggio multipiano, i capannoni dell’Ansaldo, un altro enorme parcheggio e tutto l’insieme insistente sotto il nuovo viadotto dell’autostrada. Allo stesso tempo, il Parco e le altre zone ricreative previste si innesterebbero su una striscia di territorio molto stretta, ritagliata tra le numerose vie a rapido scorrimento che servono a collegare la fascia a mare con l’interno valpolceverasco (Corso Perrone, Via Perlasca, Via 30 Giugno, Via Fillak) e la linea ferroviaria. A valle del Parco la destinazione d’uso dell’area rimarrebbe quella dei capannoni dell’area commerciale, a monte quella industriale dell’Ansaldo.

    Il progetto di Boeri incarna un immaginario urbanistico preciso che ha come referente naturale quella middle class benestante, istruita e salutista che nel tempo libero va in bicicletta, fa jogging o legge un libro in parchi urbani verdi e ariosi, ma questo non è né il caso geografico dell’area in questione né tantomeno il corpo sociale degli abitanti delle aree di Campi e Campasso. Gli indicatori sociali che individuano situazioni urbane di difficoltà – alta percentuale di famiglie composte di anziani soli, concentrazione di immigrati in difficoltà, tassi di scolarizzazione e disoccupazione, indice di povertà – riscontrano valori molto alti nelle aree di Campi e del Campasso, facendone uno tra i quartieri più depressi della città.

    “Trasformando l’area in un insieme attivo e diversificato, il paesaggio in pendenza creerà punti di vista sorprendenti e condizioni interessanti invitando le persone a divertirsi e a farne esperienza in molti modi ogni giorno. Utilizzato per la ricreazione, l’istruzione, lo sport, la meditazione o come luogo di incontro sociale e culturale, il parco, da est-ovest, collegherà persone di entrambi i lati del Torrente e attirerà tutti coloro che provengono da Genova, e non solo”.

    Potrà un parco incastrato sotto l’autostrada, tra la ferrovia, quattro strade trafficate ed enormi aree commerciali, industriali e logistiche, modificare davvero la mentalità, la socialità e la vita quotidiana degli abitanti di quest’area?

    La storia dell’architettura e dell’urbanistica è tristemente costellata di progetti che, avendo applicato un modello teorico sganciato dalla realtà dei luoghi concreti – ovvero non integrato da processi sociali, educativi e culturali che sanassero in modo incisivo situazioni incancrenite di abbandono e marginalizzazione urbani – si sono rivelati dei fallimenti quando non dei veri e propri boomerang, ovvero spazi ben presto muti che hanno finito per alimentare quel senso di tristezza e abbandono che avrebbero voluto combattere.

    Inoltre, suscita più di una perplessità l’ipotesi che il resto della popolazione cittadina che ama godersi il verde e gli spazi aperti – in una città che possiede uno dei più grandi parchi urbani d’Italia (il Parco delle Mura, 617 ettari di colline e natura a ridosso del centrocittà), l’infinità di crêuze che s’inerpicano in collina nel silenzio, i numerosi parchi disseminati in molti quartieri o i lunghi tratti di costa e di mare accessibili – prenderà la macchina per andare a respirare un po’ di aria buona, “a riempirsi i polmoni”, sotto il ponte dell’autostrada a Campi. La presentazione del progetto, simile a quella di un’agenzia immobiliare, sembra voler presentare una facciata linda e invitante dietro alla quale si nasconde un appartamento non così diverso da quello abitato dai condomini precedenti.

    Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi

    In questo immaginario di propaganda la prevista trasformazione di Via Fillak in Boulevard Fillak risulta emblematica. I boulevards furono aperti da Haussmann nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento come parte di un intervento urbanistico, economico e politico di un certo tipo. Prescindendo un giudizio di merito su quell’operazione, i boulevards erano il cuore fisico e simbolico di quella che Napoleone III voleva essere la prima metropoli del nuovo Occidente capitalista, la “capitale del XIX secolo” come la definì Walter Benjamin. I boulevards furono il risultato della demolizione fisica di un tessuto sociale popolare funzionale a costruire una Parigi borghese e turistica, fatta di ristoranti, locali, grandi magazzini, snodo di una ristrutturazione imposta dalle nuove necessità del capitalismo avanzato. Ma qui siamo a Campi nel 2020, in una delle mille periferie abbandonate da quello stesso capitalismo a distanza di oltre un secolo e mezzo di tempo. La demolizione di via Porro, imposta dal crollo del Ponte, non farà di via Fillak un boulevard. La gentrificazione che sottende la retorica dei nuovi boulevards postmoderni e che viene implicitamente evocata dal progetto è un fenomeno urbano contemporaneo che insiste sui centri storici o sui quartieri a ridosso di essi, mai sulle sue periferie post-industriali, assediate dai capannoni commerciali, dal traffico e dagli hub della logistica. Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi, e non il boulevard di una capitale del XXI secolo che Genova non sarà mai, nonostante la retorica dei camalli e delle nobildonne genovesi. 

    La retorica sociale

     “Il tessuto urbano in cui si inserisce il progetto prevalentemente residenziale presenta una mancanza di luoghi pubblici per le attività della comunità. La ricostruzione viene quindi intesa tanto dal punto di vista architettonico quanto da quello sociale. L’obbiettivo infatti è quello di ricostruire un sistema urbano coeso, socialmente attivo e vivace, innovativo tanto da rivitalizzare non solo il quadrante stesso ma diventando attrattore per le zone limitrofe. A partire dalle richieste del bando pertanto, il programma funzionale all’interno del quartiere viene definito attraverso una serie di poli attrattori che spaziano dal mercato alla residenza fino ad arrivare a piccole realtà sportive, ricettive e commerciali mirate all’integrazione e alla generazione di un attrattività rispetto agli utenti delle fasce limitrofe”.

    Se la presentazione del progetto è incentrata sulla volontà di ricostruire un tessuto sociale e pubblico, i dati concreti relativi alle architetture da costruire o convertire parlano di una realtà ben diversa: gli spazi previsti da dedicare alla cultura sono il 6 % (5 830 mq), al settore residenziale-ricettivo il 5,8% (5 612 mq), allo sport il il 9,4% (9 095 mq), mentre al commercio sarà destinato il 36,2% (35 172 mq) e a quello produttivo il 42,6% (41 368 mq). Il benessere e la qualità della vita degli abitanti promessi continueranno dunque a dipendere soprattutto dalla produzione e dal commercio, gli stessi ai quali da decenni quella parte di città è stata sacrificata.

    In alcuni passaggi del progetto si legge in modo esplicito la gerarchia delle priorità stabilite: “I capannoni industriali esistenti vengono riconfigurati mantenendo le stesse funzioni, come l’incubatore d’imprese BIC, e inserendo funzioni produttive innovative (dalle nuove startup ambientali alla dislocazione di dipartimenti dell’IIT), anche ripensando la mobilità pedonale e carrabile di questa porzione di valle”.

    Nello specifico, solleva particolari dubbi l’opportunità di inserire 35000 mq di funzioni commerciali in un’area già satura per la presenza dei vari Ikea, Leroy Merlin, Decathlon, Euronics ecc. e, poche centinaia di metri più a valle, dell’ex area industriale Ansaldo recuperata da decenni a principale centro commerciale di Genova, la Fiumara. A fronte di una necessità non reale in un’area già congestionata di attività di questo tipo, il pericolo è che questi nuovi spazi rimangano vuoti, aumentando quella mancanza di vita che inficerebbe la fruibilità dell’intero progetto da parte della popolazione. Più in generale, non si comprende come il previsto e augurabile “sistema urbano coevo, socialmente attivo e vivace” potrebbe svilupparsi se l’80 per cento dell’area del progetto dovrebbe essere dedicato all’estrazione di profitto, quando la storia urbana capitalistica degli ultimi 150 anni dimostra che laddove si innesca il ciclo produttivo-consumistico le comunità umane e le forme di vita sociali vengono irrimediabilmente erose e degradate.

    La rinnovata polis evocata nel progetto sembra dunque sovrascrivere e coprire con una blanda verniciata di verde, sostenibilità e cultura l’ulteriore rafforzamento della metropoli produttiva. Ma come potrebbe essere diversamente, quando nessuno mette in discussione – e la gestione dell’emergenza attuale dettata dalla pandemia del coronavirus ne è la dimostrazione più clamorosa – la dittatura del profitto e del PIL? Il capitalismo continua ad essere una religione, come diceva Walter Benjamin già nel 1921, e gli architetti continuano a concepirsi come dei tecnici e non dei politici, come insegnava Le Corbusier negli stessi anni.

    La retorica ecologica

    Elemento centrale del progetto è il Parco botanico del Polcevera, “un nuovo paesaggio che raccoglie la varietà delle piante e delle essenze del Mediterraneo”, che dovrebbe misurare 13 ettari e ospitare 2895 alberi. Per presentarlo Boeri fa appello al pezzo forte della sua poetica architettonica recente, il tema del bosco:

    “Radici, tronco, rami, foglie. Stare in un bosco è come stare in una pinacoteca, tutto quel colore stimola l’immaginazione. Un albero col suo silenzio ci racconta il trascorrere del tempo con la stessa forza di un dipinto. Sta a noi leggerne la storia. Ogni radice, nervatura del tronco, ramo, foglia sono particolari che diventano metafore, simboli del nostro vivere. Ogni dettaglio ha racconti da narrare come una lancia di Uccello, una stele di Poussin, una schiena di Friedrich. Ogni pianta ha la sua personalità: incanta e stupisce, tranquillizza o inquieta, a seconda della forma, dei colori, della luce che la irradia. Di fronte alle sue fronde chiudiamo gli occhi, respiriamo a pieni polmoni e cerchiamo di assimilarne intensamente il profumo. Ogni persona si può identificare in un albero per atteggiamento, costituzione, ideale; ma nessuno potrà mai esserne padrone. Potrà solo, a sua volta, voler essere albero”.

    innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico

    Tralasciando l’effetto un po’ stridente di immaginare che un pur bel albero ombreggiato dal sovrastante viadotto autostradale potrà evocare la ricerca del dettaglio di un quadro di Paolo Uccello, Poussin o Friedrich, è l’intera impostazione di Boeri sulla funzionalità ecologica dei suoi boschi urbani che suscita molte perplessità, come dimostrano le numerose critiche rivoltegli, a partire dalla natura classista e spettacolare del celebre Bosco Verticale costruito nel Quartiere Isola di Milano. Scrive al proposito Fabrizio Bellomo:

    “Questa forestazione urbana mi suona un po’ come la vernice utilizzata da certi street artist, la quale sarebbe capace di assorbire l’inquinamento e migliorare così l’aria circostante, bah… Va ribadito (e ha senso farlo!): questa teoria relativa al “…combatte(re) efficacemente il cambiamento climatico…” attraverso la piantumazione di alberi sui balconi di grandi grattacieli di cemento armato rimane un’abile operazione comunicativa. La forestazione di cui si parla altro non è che un escamotage di tipo visivo con cui rivestire grandi cubature di cemento, attraverso delle altrettanto grandi fioriere – sempre in cemento – le quali andranno a contenere gli alberelli rigorosamente selezionati dal paesaggista di turno.Tale genere di forestazione – solo per usare le stesse parole, poiché in realtà si tratta più di un pattern, di un rivestimento appunto –, finisce così per generare una patina di verde verticale che non farà altro che produrre (per la comunità) dei soli paesaggi, fotografabili e condivisibili, paesaggi dunque pregni di un alto livello di likeability. Piacenti e ruffiani. Il Bosco Verticale (già quello milanese) genera sicuramente un paesaggio ma non genera per questo anche un ambiente (pubblico). Per spiegarsi meglio: il paesaggio generato dal Bosco Verticale viene disatteso dall’ambiente cittadino che ci circonda mentre usufruiamo della veduta di questa struttura: asfalto e palazzi. Questa è un’architettura dissociata – e forse in un’epoca in cui la dissociazione fra quello che si è e quello che si fa è diventato un paradigma fondamentale per la sopravvivenza – vi è anche la motivazione dell’enorme successo di questi edifici”.(F.Bellomo, Le foreste sono orizzontali , https://www.artribune.com/arti-visive/2019/11/boeri-bosco-verticale-tirana-editoriale-fabrizio-bellomo/).

    Le contraddizioni verticali del grattacielo ecologico milanese sono le stesse, riprodotte su un piano orizzontale, del Parco del Polcevera; innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico.

    L’evocazione da parte di Boeri del sentimento romantico della natura, riscontrabile nel riferimento specifico a Friedrich, è particolarmente significativa. In un bel capitolo del suo libro L’arte del viaggiare, Alain de Botton, recatosi nel Lake District sulle orme del grande poeta romantico Wordsworth, ci ricorda come quest’ultimo, nel suo amore sconfinato per la natura inglese ancora per larghi tratti incontaminata della prima metà del 1800, notasse come città e natura fossero incompatibili: “Parte del suo biasimo era rivolto contro l’inquinamento, la congestione, la miseria e la bruttezza delle città, ma provvedimenti antitraffico e sgombro degli slum non sarebbero valsi a revocare la bocciatura di Wordsworth. A preoccuparlo non era tanto la salute degli abitanti, quanto l’effetto della vita urbana sulla loro anima” (A. De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002, p. 138). La natura, diceva Wordsworth, è un cosmo, un sistema complesso che ha tanto da dare e insegnare agli uomini ma solo quando conserva la sua integrità e autonomia; essa, al contrario del conciliarci con l’asfalto e il cemento, ci dovrebbe indurre “a cercare nella vita e nel prossimo ‘quanto vi è desiderabile e buono’. Essa era una ‘immagine della giusta ragione’ capace di correggere gli impulsi sviati della vita urbana” (ivi, p. 146).

    La retorica della memoria

    Nel cuore del Parco del Polcevera verrà realizzata un’istallazione concepita dall’artista Luca Vitone, “Genova nel Bosco”, che prevede la piantumazione di 43 piante di specie diverse in memoria delle vittime della tragedia del Ponte Morandi, “a perenne ricordo del dolore e delle debolezze degli uomini” e come simbolo “dell’indomita forza di una città”. Spiega Vitone stesso:

    “Ogni albero sarà dedicato a un personaggio ligure di ogni epoca dell’ambito culturale, da Montale a Pivano, da Germi a Villaggio, da Strozzi a Scanavino, da Alberti al Coppedé. Personalità nate nella regione o che nella regione hanno trovato linfa per la propria crescita, figure che con la propria immaginazione hanno contribuito a esportare nel mondo l’immagine di Genova e della Liguria. Ogni nome dell’autore sarà celato dal suo anagramma che darà il titolo alla pianta e sarà cura del visitatore, come in ogni gioco enigmistico, scoprire la persona a cui l’albero è dedicato. Un percorso libero che ognuno potrà intraprendere all’interno del Bosco e dove troverà diverse sedute caratterizzate da un disegno particolare a forma di ruota o di croce su cui potrà sedersi, leggere e riposarsi all’ombra delle fronde. La curiosità del visitatore sarà soddisfatta da delle schede botanico‐simbolico‐biografiche che per ogni albero/autore ne racconterà affinità, accostamenti e relazioni. Queste informazioni, con la relativa soluzione dell’anagramma, saranno disponibili con un’applicazione pensata apposta per il progetto”.

    Ponte Morandi, così com’era e così come sarà nella sua nuova veste, è una necessità, l’infrastruttura di un sistema economico-politico – il capitalismo industriale – che ha portato benessere materiale ad alcune generazioni, ma che ha rappresentato anche un abbrutimento nocivo della qualità della vita quotidiana collettiva e che, come è sempre più evidente, sta portando il pianeta al collasso. Proprio la morfologia e la storia recente di Genova – dal crollo di via Digione nel 1969 a quello di Ponte Morandi, passando per le numerose alluvioni (di cui il Polcevera è stato spesso un pericoloso protagonista) che hanno provocato morti e disastri – dimostrano come la natura e i suoi fragili equilibri non siano più compatibili con un certo modello produttivo.

    A fronte di tutto ciò, il voler celebrare il passato della grandezza industriale della città ricordando le vittime del collasso di uno dei suoi simboli con degli alberi non suona un po’ stonato? E non suona stonato anche il voler insistere nel celebrare il passato della città come un tutto indistinto, associando al crollo di Ponte Morandi poeti e letterati, quasi a voler santificare il modello di progresso produttivista come il migliore dei mondi possibili, anche quando i suddetti esponenti dell’arte e della cultura evocati nulla centravano con esso o addirittura palesemente lo criticavano (basti pensare alle biografie e ai contenuti artistici di un Pietro Germi e di un Emilio Scanavino)?

    Quali sono “il dolore e le debolezze degli uomini” che dovrebbero essere ricordati? Le quarantatré persone inghiottite da quella voragine del 14 agosto 2018 sono morte per le responsabilità precise di un sistema economico-politico. Identificarle con altrettanti personaggi celebri che dimostrerebbero la nobiltà di Genova, la quale a sua volta si sovrapporrebbe al simbolo del vecchio Ponte Morandi, le disincarna e ne sfrutta l’orribile fine per celebrare un presunto spirito del progresso di cui esse sarebbero state vittime in un senso quasi hegeliano (“tutto il reale è razionale, tutto il razionale è reale”). In questo senso “Genova nel bosco” appare un’operazione triplamente subdola di spersonalizzazione di chi è scomparso quel giorno, assoluzione morale dei responsabili della tragedia, depoliticizzazione di un sistema. Operazione non soltanto retorica in questo caso, ma di sfacciata propaganda funzionale a suggellare nell’immaginario collettivo l’idea che quella tragedia sia stata un destino soggettivo e non una precisa colpa di chi gestiva quel tratto autostradale e quel viadotto, traendone lauti profitti e senza curarne la sicurezza.

    Un sobria targa come quelle che sono sempre state utilizzate per ricordare i nomi delle vittime delle guerre, o ancora meglio una colonna infame come quella murata in piazza Sarzano dagli ex abitanti della zona di Via Madre di Dio dopo il suo abbattimento per ricordare le responsabilità politiche di un disastro urbano o sociale conclamato, parrebbero soluzioni più degne e appropriate per ricordare le vittime del crollo di Ponte Morandi, senza anagrammi, giochi enigmistici e presunte suggestioni bucoliche. 

    La retorica della neolingua

    “Un Cerchio di acciaio, Rosso. Un anello che abbraccia – passando sotto il nuovo Ponte – un territorio di ferro, acqua, cemento e asfalto. Il Cerchio Rosso di acciaio, memoria di una potente tradizione di altoforni, gru, carroponti, corre attorno ai luoghi più vicini alla tragedia del 14 agosto 2018. Li abbraccia senza separarli dal loro contesto, ma anzi legandoli tra loro”.

    Elemento centrale, cuore simbolico e raccordo materiale dell’intero progetto, è il Cerchio Rosso, progettato in prima persona da Stefano Boeri con l’intento di legare “concettualmente e fisicamente le diversità di un quartiere che ha sempre tenuto insieme industria, infrastrutture e case”. La storia, come già detto, è oltremodo ricca di progetti urbanistici nati con le più roboanti dichiarazioni e intenzioni progressiste e rivelatesi dei fallimenti sociali e ambientali. A Genova è fin banale citare i Giardini Baltimora – più noti come Giardini di Plastica – costruiti sulle sopra citate macerie della zona di Via Madre di Dio.

    L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti

    Ma un altro esempio sovviene alla mente pensando ai percorsi sopraelevati del Cerchio Rosso: il quartiere periferico di Thameshead, nella zona sud-est di Londra, costruito alla fine degli anni Sessanta, contemporaneamente a Ponte Morandi e figlio dello stesso positivismo economico-sociale, per affrontare la carenza di alloggi della capitale britannica. Salutato come un progetto di avanguardia per il suo design sperimentale e brutalista (lo stesso dei palazzi dei Giardini di Plastica), Thameshead venne caratterizzato da un insieme di terrazze e da una fitta rete passerelle costruiti attorno a un sistema di laghi e canali. L’entusiasmo iniziale si scontrò con la realtà dei fatti e Thameshead divenne rapidamente un agglomerato insicuro e degradato, al punto che già nel 1971 Stanley Kubrick lo scelse per girarci alcune delle scene più celebri di Arancia Meccanica.

    Una popolazione che non trovò risposte nel progetto degli architetti trasformò quello spazio in una zona insicura e degradata, tanto che ben presto le passerelle vennero chiuse. Se la scommessa architettonica del Cerchio Rosso si rivelasse un azzardo non è difficile immaginare un destino simile. Una comunità la fanno i cittadini quando si sentono protagonisti attivi del cambiamento e quando un progetto risponde con realismo e intelligenza alle loro esigenze. In questo senso “Il Parco del Polcevera” lo vivranno davvero gli abitanti del quartiere per “fare sport, giocare, raccogliere fiori e frutti, usufruire di aree dedicate sia agli animali sia agli aspetti ludici, educativi e di socializzazione”, come auspicato, o diventerà l’ennesima terra di nessuno per i novelli drughi della società occidentale post-coronavirus, opportunamente e ulteriormente distanziati socialmente?

    Quale che sarà lo sviluppo reale di questo progetto, ci sono motivi per pensare che l’immagine progressista di rilancio della Valpolcevera incontrerà delle difficoltà concrete a realizzarsi. L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti.

    Una caratteristica fondamentale di questa propaganda è l’utilizzo abbondante, da parte di Boeri e associati, della neolingua tipica degli architetti contemporanei. Abbiamo visto come la cornice linguistica e ideologica generale del progetto si materializzi nell’affastellamento stridente che associa il passato industriale di Genova ai colori e ai sapori del Mediterraneo, la gloria trecentesca della Superba di Petrarca agli esiti catastrofici della speculazione edilizia e di infrastrutture obsolescenti come Ponte Morandi. Allo stesso tempo il linguaggio tecnico che descrive gli interventi concreti del progetto stesso sembra volersi legittimare alla comunità internazionale degli architetti d’avanguardia più che rivolgersi agli abitanti di Campi e del Campasso. Al di là dell’abuso snobistico di termini inglesi per esporre concetti che avrebbero un loro semplice equivalente italiano – shared surfaces, smart mobility, mixite funzionali, sheds, wayfinders, clusters, strips –, ci sono interi brani della presentazione del progetto che traducono l’impressione di tecnici che pianificano dall’alto la vita quotidiana delle persone comuni:

    “Così come il programma funzionale, anche gli stessi involucri architettonici di progetto vengono ripensati trasversalmente alle fasce del quadrante, con l’obiettivo di sviluppare una semantica condivisa a micro e macro scala, alla base di un’identità comune e riconoscibile per il Quadrante”.

    L’uso di questo linguaggio per una disciplina, l’architettura, che modella la vita quotidiana delle persone, e, nello specifico, per un progetto che modificherà la vita di una popolazione di condizione sociale ed estrazione culturale di un certo tipo, richiama la neolingua, termine inventato da George Orwell nel suo celebre 1984 per definire un linguaggio innovatore che, proponendosi come incomprensibile per i sudditi, proibisce loro ogni pensiero critico nei confronti dell’autorità costituita. Come la neolingua degli architetti contemporanei si inscriva nella tradizione della retorica piegata ai fini della propaganda e della pubblicità ce lo ricordano ancora le parole di Socrate riportate da Platone oltre 2400 anni fa: “Dunque, il retore e la retorica si trovano in questa posizione rispetto a tutte le altre arti: non c’è alcun bisogno che sappia come stiano le cose in sé, ma occorre solo che trovi qualche congegno di persuasione, in modo da dare l’impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno” (Platone, Gorgia).

    Nello specifico la neolingua della smart city, vero e proprio feticcio urbanistico della contemporaneità, ha degli obiettivi chiari all’interno dell’arte della retorica che ne deve promuovere la bontà e l’approvazione pubblica:

    “Per portare a termine una politica urbana che dia la priorità agli interessi privati senza provocare opposizioni popolari, è necessario formattare l’opinione pubblica. Per questo le parole adoperate non sono soltanto descrittive ma anche stimolanti: devono provocare il sostegno e perfino l’entusiasmo della gente. Tuttavia, a differenza della propaganda dei regimi definiti totalitari […], la propaganda della smart city seleziona il proprio vocabolario adoperando la tecnica o, meglio, la tecnologia come referente ultimo o come garante di efficienza e obiettività. Presentato come una seconda natura, l’ambito tecno-scientifico imprime un marchio di ineluttabilità sulle decisioni che si pendono. Ormai non si tratta tanto di governare, quanto di gestire. Motivo per cui ai gestori e ideologi della smart city piace così tanto la parola “governance”, importata – come tante altre – dagli USA e presa dal mondo “apolitico” dell’impresa” (J-P. Garnier, Smart City, cit., p. 11).

    Allo stato attuale, le politiche urbane cittadine indicate dal progetto del Parco del Polcevera non sembrano dunque prefigurare un vero cambiamento di rotta nella gestione dello spazio pubblico e di una strategia di reale coinvolgimento, partecipazione e miglioramento delle condizioni di vita di chi abita aree periferiche come quella della bassa Val Polcevera. Un progetto ridondante di ottimismo, verde, socialità e cultura verrà messo alla dura prova delle contraddizioni e dei limiti che emergono dal contesto reale di quella zona. Cosa si materializzerà nella vita reale dei cittadini di quelle aree, al di là della retorica e della propaganda, lo vedremo all’atto pratico. Speriamo di sbagliarci, perché Genova non ha più spazio per ulteriori buchi neri urbanistici.

     

    Leonardo Lippolis

     

    * tutte le citazioni riportate riguardanti il progetto “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” sono tratte dalle tavole del progetto stesso e dalla sua presentazione da parte del Comune, consultabili entrambe sul sito https://smart.comune.genova.it/contenuti/il-parco-del-polcevera-e-il-cerchio-rosso

  • Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    In una manciata d’anni, il vecchio fabbricato dell’ex stazione di Pra’ ha visto trasformarsi tutto ciò che gli stava intorno. A lato mare, dove prima c’erano i binari della ferrovia, ora c’è l’Aurelia. A monte, la strada dove passavano le automobili è stata a sua volta sostituita da una zona pedonale su cui affacciano case e negozi. Una trasformazione cominciata nel 2006, con la costruzione più a sud della nuova stazione, e proseguita in anni più recenti con i Por, finanziamenti dal valore di 20 milioni di euro targati Unione europea e Comune di Genova, che hanno cambiato in modo consistente il volto del quartiere.

    A rimanere sempre uguale, in mezzo a tutto questo cambiamento, è stata proprio la ex stazione. Solo recentemente liberata dalle transenne che la circondavano ormai da tempo, la struttura oggi espone le sue pareti esterne ripitturate di fresco al centro della strada. Vuota. Perché cosa ce ne faremo, di questa palazzina che cominciò la sua carriera di stazione ferroviaria nel 1856, ancora non è chiaro. E dire che le idee, negli ultimi mesi e negli ultimi anni, non sono mancate. Solo che le idee del Comune di Genova, che ci mette i soldi, sono diversi da quelle del Municipio 7 Ponente, che accusa Tursi di non tenere abbastanza in considerazione le esigenze della cittadinanza e di voler imporre dall’alto il proprio progetto. L’idea originale del Municipio, approvata all’unanimità, era quella di dividere il prima piano della struttura tra un mercato per prodotti alimentari a chilometro zero e un museo del pesto mentre al piano superiore l’idea era realizzare una biblioteca multimediale che fosse anche uno spazio aperto per mostre e incontri. «Una piccola città dei bambini – la definisce Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio, che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico e sta seguendo il progetto – richiesta anche dal civ, dall’associazione La giostra della fantasia e dalla comunità praese». Lo scorso aprile, invece, il Comune di Genova ha approvato una mozione perché negli spazi venga realizzato un centro per la prevenzione dei disturbi alimentari.

    Lo scontro tra Municipio e Comune

    Lo scorso 23 settembre, la commissione che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico del Municipio 7 ha votato contro il progetto presentato in quell’occasione dalla direzione progettazione del Comune, rappresentata dagli architetti Tartaglino e Bartolini e dall’ingegnere Piro. «Il progetto presentato si riferiva solo al primo piano della struttura, ma noi avremmo dovuto votarlo in toto – spiega Ferrando – come si fa a votare un progetto se non ci sono ancora i fondi e senza sapere in cosa consiste? Al momento ci sono i 400 mila euro per il piano di sotto che potrebbero diventare 600 mila per il progetto complessivo, ma ad oggi, di certo, per il piano di sopra non è stato stanziato un soldo». Il consigliere municipale di A Sinistra Filippo Bruzzone ha invece giustificato il suo no con un post su Facebook, in cui ha lamentato soprattutto uno scarso ascolto del territorio: «Ho votato no perché il Comune ha redatto un progetto senza coinvolgere la cittadinanza ma nelle stanze del matitone – ha scritto – Come Municipio abbiamo “costretto” a presentare un progetto a marzo (bocciato già quello): dopo 6 mesi hanno presentato lo stesso identico progetto, una presa in giro».

    Solo che a tirar troppo per le lunghe il dialogo tra sordi tra Comune e Municipio rischiano di venir meno i 400 mila euro messi a disposizione da Tursi. «Se ci troviamo in questa situazione – commenta Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio – è a causa della presa di posizione dell’ex assessore ai lavori pubblici, che aveva imposto una destinazione d’uso dei locali senza curarsi della decisione presa all’unanimità dal Consiglio Municipale e della volontà della delegazione». Il riferimento, neanche troppo velato, è all’ex assessore Paolo Fanghella, di recente uscito dalla giunta Bucci. I rapporti tra Fanghella (che del municipio ponente è stato consigliere e ha provato a diventare presidente alle elezioni del 2017) e la maggioranza di centrosinistra che appoggia il presidente del Municipio 7 Chiarotti, del resto, non sono mai stati semplici. Per tutta l’estate tra le due parti sono volate accuse – via social o interviste sui media – sul ripascimento della spiaggia di Voltri e i lavori di sistemazione della passeggiata, con l’assessore che rivendicava di aver rispettato i tempi e la maggioranza del 7° che invece oltre a criticare i tempi lunghi per i lavori di riparazione della passeggiata (non ancora conclusi) e avanzava dubbi sulla qualità dei materiali usati per il ripascimento della spiaggia (una polemica che va avanti ancora adesso). Visto l’orientamento opposto, poi, entrambi accusavano la controparte di agire per calcolo politico.

    La ricerca di un compromesso

    Con Pietro Piciocchi, che dallo scorso 7 settembre ha preso il posto di Fanghella, il settimo municipio spera di avere rapporti meno tempestosi: «Il nuovo assessore sembrerebbe di idee più aperte – chiosa Ferrando – speriamo sia più disponibile a venire incontro alle esigenze del territorio». La riprova delle parole di Ferrando arriverà molto presto. La riunione di commissione del 23 settembre, infatti, si è chiusa con l’incarico al presidente Chiarotti di trovare in tempi rapidi una quadra insieme al nuovo responsabile ai lavori pubblici: «Se Chiarotti riesce a bloccare il discorso del mutuo e possiamo allungare i tempi – spiega Ferrando – possiamo definire un progetto nuovo e nel caso votarlo, possibilmente già nel giro di due o tre settimane». L’idea sarebbe insomma quella di trovare un compromesso tra il piano del Municipio e quello del Comune, nella speranza che il nuovo assessore abbia un approccio meno rigido. Compromesso per cui Ferrando vede spazi, visto che l’idea della “città dei bambini” al piano superiore è già di fatto stata abbandonata per caratteristiche tecniche della struttura, che al piano superiore è poco adatta perché si è rilevato non fattibile abbattere i muri per creare lo spazio necessario: «Se invece la mettessimo al piano di sotto, lato ponente – ragiona il consigliere – avremmo comunque uno spazio di nove metri per quattro, quindi un buon spazio. Sul lato levante ci sarebbe invece spazio per il mercato a chilometro zero. Al piano di sopra potremmo avere tre stanze più piccole a disposizione, in cui fare anche la stanza per i disturbi alimentari voluta dal Comune e le altre assegnarle a rotazione alle associazioni del territorio». Sull’idea del centro per i disturbi alimentari, però, mantiene molte riserve Bruzzone, che da consigliere ha seguito da vicino l’evoluzione del progetto e su Facebook elenca così i motivi del dissenso: «a) non è stato concordato col territorio; b) il territorio non lo vuole ; c) il servizio è garantito da asl3 sia al martinez sia a Voltri; d) non ho documentazione che attesti chiaramente che il suddetto servizio sia totalmente pubblico e gratuito; e) un centro per i disturbi alimentari sopra ad un mercato (?); f) immagino che chi affronta questa difficile battaglia voglia più discrezione possibile, e questo lo garantisce la struttura asl3 non certo il secondo piano della vecchia stazione di Pra dove tutti sanno chi va a fare cosa».

    Luca Lottero

  • Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Autore Bbruno

    Le isole hanno innegabilmente un fascino speciale, ed i loro abitanti godono da sempre di una sorta di immunità, quasi fossero perennemente incolpevoli per un mondo che non hanno contribuito a cambiare, e del quale non si sentono responsabili.

    A Genova non ci sono isole, ma il quartiere di Albaro fin dai tempi più remoti è sempre stato una sorta di separato in casa per una città un tempo stretta fra porto e mura ed ora allungata sulle due riviere, dove ha superato insenature e colline mantenendo però enormi differenze fra una zona e l’altra, quasi ci fosse un arcipelago sparso casualmente sul territorio.

    Le radici dell’isola

    Per cercare di comprendere il dorato isolamento di Albaro occorre però fare un salto, anzi farne parecchi indietro nel tempo, fino alla cosiddetta “quarta repubblica” con il primo doge eletto a vita, Simon Boccanegra. A quel tempo il nucleo di Genova era molto più piccolo di quello che oggi noi chiamiamo centro, poiché ad est il fiume Bisagno tagliava in due la pianura agricola mentre la collina di San Benigno chiudeva la città a ponente, separandola nettamente dalla Val Polcevera.

    I genovesi, per quanto conosciuti come mercanti e naviganti, vivevano anche, e forse soprattutto, di agricoltura. Alcuni testi riportano come, nel 1243 e nel 1284, pur nell’imperversare di battaglie sui mari, i comandanti in occasione della vendemmia riconducessero flotta ed esercito a casa per partecipare alla raccolta dell’uva.

    Città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura”, scriveva Petrarca nel 1358, non parlava certo della collina di Albaro, ma neanche un secolo dopo una raccolta di scritture notarili quattrocentesche, conservate presso l’Archivio vescovile di Piacenza, citano “Tra Capo di Faro ed Albaro si erge una Civitas Opulentissima” (che prevedono distrutta da un drago, ndr) ciò significa che la collina, per quanto fosse al confine, in qualche modo stava diventando parte di Genova.

    La zona non rimase marginale a lungo poiché, oltre ad essere disseminata di monasteri e di campagne coltivate, era affascinante per la posizione. Secondo alcuni studi il toponimo “arba” cioè alba, proviene dall’esposizione a “oriente” della collina sospesa fra terra e mare.

    La collina delle ville

    Nonostante qualche monaco del tempo si lamentasse di un clima poco favorevole per gli ulivi, tormentati dai venti di scirocco, verso la metà del ‘500 quasi tutte le famiglie ricche e nobili possedevano terreni agricoli al di fuori delle mura. La zona di Albaro era il contesto perfetto per garantire reddito e piacevolezza della vita. Ben presto per soggiornare nei casali vennero costruite altre residenze, poi abbellite ed ampliate per portare la famiglia ed invitare ospiti di rango, tanto che la costruzione di ville nelle proprietà divenne anche un modo per rimarcare la propria solidità finanziaria e la propria posizione sociale.

    Lo spazio a disposizione, raro per gli standard liguri, permise di adibire parte di terreni a parco, “asset” al tempo considerato parte essenziale della villa; ma se ancora possiamo ammirare molte di queste costruzioni, giunte quasi intatte fino a noi, spesso sono proprio gli spazi verdi che nel tempo sono stati in tutto o in parte sacrificati, vuoi per esigenze di infrastruttura urbanistica vuoi per la successiva lottizzazione.

    Possiamo citare l’esempio di Villa Giustiniani Cambiaso, del 1548, oggi sede della Facoltà di Ingegneria, il cui parco fu rimpicciolito negli anni del primo dopoguerra; di poco successiva è Villa Saluzzo Bombrini detta “Paradiso”, posta sulla sommità di una collinetta in posizione meravigliosa e visibile a tutta la città, mantiene un ampio parco che fu comunque modificato per permettere la costruzione di Via Pozzo.

    Queste, come numerose altre, erano disposte “a pettine” rispetto agli spartiacque delle basse colline; le facciate, infatti, dietro alti ed ampi muri, non guardano mai l’una all’altra ma verso le proprie corti, anche quando la stessa famiglia ne costruisce in serie più di un lotto, come appunto i Saluzzo, o i Brignole in Via Parini. In una città che della scarsità di piazze ha fatto la propria specificità, questo particolare ne chiarisce i motivi meglio di lunghe analisi: lo spazio è concepito entro le mura, e non fuori.

    La moda di costruire residenze nobili non si fermò neanche nel secolo successivo, lungo i sentieri di campagna che da Sturla attraversavano San Martino per giungere ad Albaro, e nei poderi tagliati da stradine che risalivano dal lungo Bisagno. La collina era in pratica attraversata da una sola strada, che risaliva da Via Tommaseo e univa Via Pozzo (allora Via Olimpo) con Via Pisa a Sturla.

    Albaro reazionaria

    Nel 1797 la linea della storia della Repubblica di Genova fu sconquassata con la nascita della Repubblica Democratica Ligure, a seguito del dilagare delle idee rivoluzionarie “esportate” dall’esercito di Bonaparte.

    [quote]Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie.[/quote]

    Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie. Famosa l’insurrezione invocata dal parroco di Albaro, che mobilitò anche i contadini della Val Bisagno: feroce la reazione dalle truppe franco-liguri, che occuparono Villa Bombrini Saluzzo e Villa Carrega, arrivando a posizionare due cannoni sulla collina di Albaro (mentre il parroco, non proprio un cuor di leone, fuggiva a Livorno via mare).

    In pochi giorni l’insurrezione fu soffocata: il paese fu saccheggiato e furono bruciati locali pubblici e case. Nei decenni successive le rivolte contro i dominatori, francesi o piemontesi che fossero, non finirono qui, né per Genova né per Albaro ma questa, come si dice, è un’altra storia.

    Organizazzione

    Pubblicata su Wikipedia dall’utente Bbruno

    Il malvisto dominio francese ebbe anche alcuni meriti, poiché iniziò subito un accurato censimento dei terreni e delle costruzioni: certamente per controllarne le rendite, allo scopo di imporre nuove tasse ai proprietari, ma anche per motivi tecnici, in quanto era sicuramente un primo passo verso quell’idea di organizzazione urbana che finora era mancata.

    La città in effetti era priva di una strada carrabile che l’attraversasse tutta, ma non vi fu il tempo per progettarla poiché il congresso di Vienna nel 1814 sancì la definitiva annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna, che certo non apprezzavano particolarmente questa parte di territorio, come già in passato avevano dimostrato.

    Il passaggio di Genova dall’indipendenza alla sudditanza di fatto significò anche profonde trasformazioni nella struttura economica, finanziaria e politica della città, aggravate dalla politica protezionistica adottata, che limitò ulteriormente i traffici portuali causando stagnazione nel commercio.

    Albaro non risentì particolarmente, almeno all’inizio, di questo periodo di crisi: ai primi dell’800 era ancora “un’amenissima collina”, e la meta prediletta di numerosi ed illustri viaggiatori dai gusti ben più raffinati dei Sabaudi, provenienti soprattutto dalla Germania e dall’Inghilterra. I soggiorni ad Albaro dei visitatori più famosi (Byron, Mary Shelley, e dopo di loro Dickens) incantati dalla scogliera di Forte San Giuliano, dal borgo di Boccadasse, dalle passeggiate fra i vigneti sono ormai letteratura, come le pagine che hanno dedicato a questa parte di città. Le guide turistiche si dilungavano sulle bellezze delle colline disposte ad anfiteatro e dei superbi palazzi, magnifiche ville e giardini.

    In seguito però i cambiamenti inevitabilmente iniziano a farsi sentire: i fondi agricoli non fruttavano più come in precedenza, a causa dell’ampliamento dei mercati e delle nuove possibilità di conservazione degli alimenti. Alcune famiglie di antichi possidenti cercando di aumentare i guadagni provvedono ad accorpare i terreni, ingrandendosi nel tentativo di migliorare le infrastrutture ammortizzandone meglio i costi; in questo modo numerose ville agricole passano di mano, introducendo personaggi emergenti della nuova borghesia imprenditoriale.

    Con lo strutturarsi del Regno di Sardegna e la ripartenza degli scambi commerciali viene incrementata l’edificazione in tutta la città, in contemporanea con l’inizio di attività più prettamente industriali e la ripresa demografica: l‘architetto Barabino nel 1825 redige un “Progetto per aumentare le abitazioni nella città di Genova” dove appare chiaro quello che verrà da lì a poco, ossia l’espansione oltre le mura, e dove per la prima volta l’edilizia diventa uno strumento per attivare l’iniziativa privata e renderla funzionale allo sviluppo, ormai non più rinviabile, di infrastrutture e di servizi urbani.

    Fino a questo momento, infatti, l’intervento pubblico in materia edilizia era interamente asservito agli interessi dei privati, che di volta in volta si rivolgevano all’ente chiedendo minuziosamente e contrattando ogni piccolo mutamento di costruzioni ed infrastrutture per renderle funzionali ai propri interessi: il processo per arrivare ad un’urbanistica progettuale, con un’idea di città e di espansione funzionale all’interesse della comunità sarebbe stato ancora lungo, ma le basi erano poste.

    Nel 1873, accorpando i comuni di San Fruttuoso, Marassi, Staglieno, Foce e San Francesco d’Albaro si vengono componendo i progetti degli anni precedenti ed è un’epoca di grande euforia immobiliare: di quel periodo sono Via Assarotti, Via Caffaro e Via Serra, Via Roma e Galleria Mazzini. Anche Circonvallazione a Monte e Piazza Manin si aprono sulle pendici delle colline, e lungo la Val Bisagno magazzini, fabbriche e capannoni si alternano ai vecchi orti tenacemente mantenuti.

    Piano regolatore

    E la nostra collina di Albaro? Sempre a bassa densità di popolazione, sempre con le ville disposte a pettine lungo le crose e con solo l’Aurelia a collegare Sturla e Quarto; lungo la costa il borgo di Boccadasse ad un capo e quello della Foce dall’altra sono ancora abitati da pescatori e marinai, tutto apparentemente è sempre uguale. Ma alla vigilia del nuovo secolo c’è un primo “progetto di passeggiata a mare da Piazza del Popolo a Sturla”: con il pretesto di collegare meglio il quartiere con il centro città, si inizia a parlare di una strada fra la Foce e Boccadasse.

    Si apre alla fine un concorso di idee per realizzare un adeguato accesso ad Albaro, ma nessuno dei tre progetti sarà accettato, poiché a questo punto diventa indispensabile la correlazione fra la strada ed un piano regolatore specifico per la zona che, in quanto residenza di grande pregio ambientale può “far servire quella regione per un agglomerato di persone facoltose, escluso qualsiasi concetto industriale” (dalla seduta del 16 dicembre 1896 della Giunta municipale).

    Fra il 1900 ed il 1905, mentre si apriva un secondo concorso di progettazione per Albaro, i privati approfittando della richiesta di nuove case in zona si affrettavano a costruire, fiutando un prossimo cambiamento sia di valori che di regole. Di quel periodo si possono distinguere essenzialmente tre categorie di manufatti, uno di tipo “banale” medio-economico, nelle zone di Via Lavinia e Via Trieste; uno di livello superiore nella zona centrale di Via Albaro e Via San Luca d’Albaro ed infine la costruzione o la ristrutturazione di palazzine e ville, fra le quali Villa Canali Gaslini, in Corso Italia, ed il Castello Turke di Capo santa Chiara, dell’architetto Gino Coppedé.

    [quote]Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente[/quote]

    Le attese sul quartiere intanto si stanno facendo sempre più pressanti, da Albaro sembra passare la rappresentazione di una nuova città, da chi pretende che risponda a canoni di armonia urbanistica sul tipo dei colli fiorentini, a chi vuole adibire le nuove arterie viarie a pubblica passeggiata a chi infine la vede riservata al riposo ed al rilassamento delle classi elette. Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente, tramite viali grandi ed ombreggiati, stabilimenti sportivi e risolvendo l’annosa questione dell’accesso al mare dei genovesi.

    Quando finalmente viene approvato il Piano, nel 1906 (che diventerà legge nel 1914) si stava già ultimando la “città lusoria” tra Via Casaregis e Boccadasse, cioè Corso Italia, e i Bagni Lido. Questi, inaugurati nel 1908, si proponevano come valida alternativa ai più conosciuti stabilimenti balneari del Ponente Ligure (Sanremo, Ospedaletti, Bordighera) ed al fascino del Levante (Santa Margherita, Rapallo) offrendo anche sale concerto, ristoranti, teatri. Albaro riconquistava così, se mai l’avesse perduta, una dimensione ludica e turistica forse unica in città, che avrebbe mantenuto fino al secondo dopoguerra.

    Durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti non risparmiarono certo il quartiere: nel 1942 venne colpita la già citata Villa Saluzzo Bombrini così come altre residenze storiche; anche il Conservatorio Paganini riportò seri danni e numerose chiese subirono la stessa sorte, tra queste Santa Maria al Prato, quasi distrutta. Ad Albaro come nel resto della città si combatté duramente fra il 24 ed il 25 aprile del ’45, e proprio Via Pozzo e Via Giordano Bruno furono fra gli ultimi presidi abbandonati dai tedeschi prima della resa, unica in Italia, ottenuta da un esercito di popolo, quello genovese.

    Questa è dunque la storia, abbreviata e sintetizzata, del quartiere che oggi noi conosciamo; per il suo aspetto relativamente preservato ed intatto deve molto ad uomini che, animati dalle più svariate intenzioni e dai diversi interessi e scopi, comunque in qualche modo arrivarono a blindare un progetto di città davvero “gentile” che negli anni è stata integrata, in qualche angolo forse violata, ma mai radicalmente rimaneggiata.

    Nel dopoguerra si decise che il piano urbanistico di Albaro poteva mantenere validità fino al 1952: in quegli anni come sappiamo riprese vigore la febbre edilizia e la città, come abbiamo detto qui, cambiò aspetto: mentre a nord, sulle colline di San Martino e Borgoratti, soffiò una pesante speculazione che sembrava non voler mai terminare, Albaro, ebbe sorte migliore. Poche le palazzine modeste, ma tante le costruzioni derivanti dalla parcellizzazione e lottizzazione dei grandi parchi e delle grandi rendite terriere che erano sopravvissute nei secoli. Passeggiando tra le vie che si intrecciano nel quartiere è facile, infatti, imbattersi in muraglioni che racchiudono serie di palazzi, rimasti a memoria di potere “patrizio” che fu, diventato poi potere immobiliare.

    Grazie ai vincoli posti e ad un credito di immagine ormai consolidato, e grazie al fatto di essere casa della classe dirigente della “Genova che conta” continuò ad essere “quell’amenissima collina, residenza degli strati più favoriti della popolazione” che ancora adesso sembra appartenere ad un altro mondo. Un’isola, forse.

    Bruna Taravello

  • Ozono, il posto più inquinato di Genova è Pegli. Ma a Sampierdarena nessuno controlla l’aria

    Ozono, il posto più inquinato di Genova è Pegli. Ma a Sampierdarena nessuno controlla l’aria

    Genova. C’è un rapporto di Legambiente Italia che a Genova è passato praticamente inosservato: è Mal’aria 2018, uno studio che analizza il livello di emissioni di sostanze nocive e le relative concentrazioni su tutto il territorio nazionale. Il capoluogo ligure è citato pochissimo, anzi solo una volta.  Una buona notizia, indubbiamente, ma c’è un dato significativo che andrebbe considerato con attenzione.

    Secondo i dati raccolti da Legambiente Italia, infatti, la centralina che misura la concentrazione di ozono situata in via Ungaretti, ha registrato ben 54 giorni di sforamento del limite soglia. Il peggior dato cittadino, che porta Pegli ad essere il luogo di Genova più inquinato per quanto riguarda l’ozono.

    Pericolo

    Ma come possiamo interpretare questo dato? Innanzi tutto bisogna capire che cosa comporti l’esposizione all’ozono. Questo, infatti, è considerato un inquinante secondario, non per importanza, ma per formazione: deriva infatti da processi fotosintetici di altri inquinanti presenti in atmosfera. Soprattutto i più famosi NOx, derivati dalla combustione dei motori alimentati con carburanti di origine fossile.  Quindi smog e sole sono i padri putativi dell’ozono di origine antropica.

    L’ozono danneggia il sistema respiratorio, soprattutto nei bambini, e una lunga esposizione, o meglio, respirazione, può portare a disfunzioni anche gravi. Ma non solo: alte concentrazioni di questa sostanza impattano anche sulla vegetazione e sulla produzione agricola, riducendola, secondo Legambiente, anche del 15% nel giro di pochi anni.

    [quote]Il porto, si sa, è una delle industrie più inquinanti della nostra città, se non la più inquinante, e la correlazione tra luoghi e rilevazioni atmosferiche lo dimostra, ancora una volta.[/quote]

    Vte, Porto ContainerVia Ungaretti, dicevamo, sta a cavallo tra Pegli e Pra’, e guardando la mappa della città appare chiara la causa decisamente probabile di questi numeri: a poche decine di metri dalla centralina inizia il grande piazzale del Vte, dove ogni giorno navi, gru, ralle e tir movimentano centinaia di container. Il porto, si sa, è una delle industrie più inquinanti della nostra città, se non la più inquinante, e la correlazione tra luoghi e rilevazioni atmosferiche lo dimostra, ancora una volta.

    Per questo motivo, la notizia di fine marzo dell’inizio dei lavori di elettrificazione delle banchine del porto di Pra’, è sicuramente unabuona notizia.  Anche se termineranno nel 2019, con un ritardo di due anni rispetto al precedente piano regolatore portuale che dava come scadenza il 2017. Ma può bastare? Se sono vere le previsioni di crescita del traffico marittimo (e Genova secondo le stime di mercato di Maerk del 2015 cresce solo del 2% rispetto alla media mondiale del 9% ) oltre alla navi bisogno pensare ai mezzi pesanti che operano sul piazzale.

    Il non detto

    Fin qua “l’acqua calda”. Ma cosa non dice il rapporto Mal’aria del resto della città?  Alcuni dati interessanti sulla qualità dell’aria relativa alla portualità non li troviamo tra queste pagine, ma bisogna cercarli altrove. Sul sito di Regione Liguria si trovano idati delle centraline di monitoraggio, con le rilevazioni ora per ora. Le centraline più vicine al porto di Genova sono due, una collocata in via Buozzi e una in corso Firenze. La prima è però dedicata al traffico urbano, e non rileva l’ozono: rimane che per misurare l’impatto cittadino del porto possiamo fare affidamento solamente a quella di Castelletto. Questa nel 2017 ha registrato 14 giorni fuori dai limiti. Il conteggio dei giorni “cattivi” però scatta se in una sola giornata viene superata la media mobile in otto ore, quindi i giorni in cui si sono verificati degli sforamenti in realtà sono di più: sono 183 le rilevazioni orari oltre i limiti, infatti, distribuite in 38 giorni, concentrati per lo più tra maggio e settembre. La stagione delle finestre aperte.

    [quote]L’aria del porto è l’aria della città: la centralina di Castelletto è collocata proprio nel mezzo di quell’arco che circonda il porto, e che si chiama Genova.[/quote]

    Navi e traghetti sono gli indiziati numero uno, senza dubbio, ma non dobbiamo dimenticare, oltre alle centinaia di medio-piccole imbarcazioni (dai rimorchiatori, alle navi per il bunkeraggio, ai battelli che fanno vivere il porto), il Terminal Sech, che ogni anno muove container tra le 600 mila e le 700 mila unità. Un volume di traffico pare al 60% del Vte-Psa. L’aria del porto è l’aria della città: la centralina di Castelletto è collocata proprio nel mezzo di quell’arco che circonda il porto, e che si chiama Genova. Almeno 100 mila persone risiedono tra San Teodoro e Carignano, senza contare chi ci lavora e respira tutti i giorni.

    Cosa ne sanno a Sampierdarena?

    Un ulteriore dato che non viene preso in considerazione da questi numeri, ma che emerge con prepotenza è che a Sampierdarena non esistono stazioni di rilevamento degli inquinanti atmosferici. Ed è un “peccato”, perché sarebbe interessante capire quanto la lavorazione degli altri terminal incida sulla qualità dell’aria e quindi sulla salute degli abitanti. Gli unici dati che abbiamo sono il volume di traffico di container, che si attesta sulle 600 mila unità all’anno, e il numero di sampierdarenesi residenti, che sono poco meno di 50 mila.

    Insomma, oggi sappiamo che per l’ozono l’aria di Pegli e Pra’ e la più inquinata della città, ma, se può consolare i praesi e i pegliesi, altre zone di Genova non sono messe molto meglio, e soprattutto il primato deriva dal fatto che per alcuni quartieri non esistono i dati. Non lo sappiamo quindi, ma forse Sampierdarena potrebbe avere questo primato.

    Tanto da fare

    Rimane quindi un’analisi parziale quella dell’aria genovese, perché i dati che mancano sono troppi, e potenzialmente troppo impattanti per non essere considerati. E se intervenire sulle questioni portuali prevede una serie di concertazioni che su certi temi sono sempre difficili e lunghe (mentre su altri vanno rapide come palle da schioppo, vedi il progetto Waterfront) la civica amministrazione potrebbe impegnarsi a colmare una lacuna di misurazione che oggi risulta essere incomprensibile.

    L’elettrificazione delle banchine è un passaggio oramai non più rimandabile, e il fatto che ad oggi esista il progetto solo per le banchine di Voltr-Pra’ dovrebbe rimescolare la classifica delle priorità dell’amministrazione, anche se l’azione diretta non dipende dal Comune ma da Autorità Portuale. Ma esiste la Politica, ed è stata fatta apposta.

     

    Nicola Giordanella

  • Voto e dintorni: nel ponente il Movimento Cinque Stelle si è preso la Sinistra, tra lavoro, ambiente e futuro

    Voto e dintorni: nel ponente il Movimento Cinque Stelle si è preso la Sinistra, tra lavoro, ambiente e futuro

    sestri-ponente-DSarebbe sin troppo facile paragonare le macerie della vecchia piscina di Voltri, sulla quale da qualche giorno imperversano le ruspe in vista della riapertura prevista per il 2019, con quelle del centrosinistra genovese, uscito sconfitto anche qui, nell’ormai definitivamente ex roccaforte, dalle recenti elezioni nazionali. Dalla mappa politica della Liguria il rosso è completamente scomparso. E nel mare blu del centrodestra quasi egemone nel Nord Italia, la Superba è un’isola gialla. Il colore del Movimento Cinque Stelle. Matteo Frulio, assessore del Municipio 7 Ponente, dirigente orlandiano (si dice ancora?) del Pd di Voltri, mostra su un foglio tutti i numeri della disfatta dei suoi nei quartieri ponentini. E per prima cosa traccia una freccia, dal centrosinistra al Movimento Cinque Stelle: «I nostri elettori sono andati lì…», e poi un’altra, più piccola dal M5s al centrodestra: «…mentre una parte di quella dei 5 Stelle, quella diciamo più estremista, è andata alla Lega». Si spiegano così i 329 voti che il Movimento ha perso a Voltri in 5 anni, o i 127 di Pra’ e i 512 di Pegli. Briciole, rispetto al crollo del centrosinistra, che negli stessi quartieri segna rispettivamente -1535, -1207 e -947. In termini di voti assoluti, cresce solo la destra a trazione leghista che però, per il momento, sfiora il primato solo a Pegli e resta seconda (con distacco) a Pra’ e terza a Voltri.

    Mentre a livello nazionale si discute delle possibilità di un governo a guida 5 stelle, qui la contiguità dei due elettorati sembra un fatto acquisito. In questo momento, però, il flusso è unidirezionale. Una destra tradizionalmente debole in questa parte della città cresce, ma ancora non attrae chi per una vita ha votato “rosso”. Non resta che il movimento fondato da Beppe Grillo. «Il ponente è una zona disastrata da un’industrializzazione scellerata. Noi abbiamo cercato di mettere al centro il tema della sostenibilità ambientale e di un’industria che deve crescere in armonia con la città. Può essere che le persone abbiano riconosciuto il nostro impegno».

    Massimo Currò, consigliere municipale ed ex candidato alla presidenza del “parlamentino” di Ponente, spiega così la vittoria del Movimento Cinque Stelle. «È chiaro che c’è un elettorato di sinistra che si è spostato da noi – riconosce – però questo non dipende dal fatto che portiamo avanti lotte di destra o di sinistra, ma dal buon senso delle nostre proposte. Non dimentichiamo che a livello di liste singole siamo il primo partito quasi ovunque. Ci presentiamo come una forza pragmatica, libera da retaggi del passato. Gli elettori hanno evidentemente scelto qualcosa di diverso dall’eterno dibattito tra destra e sinistra, che non ha risolto i problemi reali».

    Industrie e servitù

    Non è un caso che Currò citi quasi subito il problema del rapporto tra industria e qualità della vita degli abitanti. Per tanti, da queste parti, industria ha fatto rima con servitù. Basti pensare alle proteste degli scorsi anni di fronte alla prospettiva di ulteriori allargamenti del porto di Pra’ o la presenza di impianti “a rischio incidente rilevante” come Carmagnani, a Multedo.

    [quote]Vista in questo modo, è quasi naturale che a vincere le elezioni sia chi si schiera con più decisione per la sostenibilità ambientale.[/quote]

    CarmagnaniVista in questo modo, è quasi naturale che a vincere le elezioni sia chi si schiera con più decisione per la sostenibilità ambientale. Tema che premia in modo decisivo il Movimento in altre zone della penisola (come Taranto) e che in definitiva ha pesato di più di altre emergenze vere o presunte. Come quella dei 12 richiedenti asilo ospitati nell’ex asilo Govone di Multedo, e le successive polemiche dei cittadini (rivolte anche alla generale situazione di abbandono in cui versa il quartiere) su cui la Lega ha tentato di mettere il cappello, senza però riuscire a strappare il primato al Movimento. Che si impone con più forza nelle zone “povere”: Voltri 2, Cep, Palmaro e Multedo, appunto. «A queste persone – ammette con amarezza Frulio – ormai il Pd fatica a parlare». Eppure, nemmeno un anno fa questa stessa parte di città avrebbe eletto sindaco Gianni Crivello. A livello nazionale, però, è un’altra storia. Il Pd riesce a mettersi alle spalle il Movimento Cinque Stelle solo nelle zone “nobili” della delegazione: Pegli centro e Crevari, entrambi quartieri dove il costo al metro quadro di un’abitazione si aggira intorno ai 2.000 euro. È la situazione, in scala, di quanto succede a livello nazionale, dove il centrosinistra convince le metropoli e perde nelle periferie: «Purtroppo il mio partito, come molti altri di sinistra in Europa, parla ormai solo alla parte benestante dell’elettorato – riflette Frulio – se perdiamo contatto con il nostro elettorato storico, saremo destinati a perdere sempre».

    Luca Lottero

     

  • Voltri – Pra’, il cambio di nome dell’uscita autostradale è una cosa seria. La storia dell’ascesa politica del quartiere

    Voltri – Pra’, il cambio di nome dell’uscita autostradale è una cosa seria. La storia dell’ascesa politica del quartiere

    casello Pra'Lo scorso giugno, l’uscita dell’autostrada Genova Voltri ha cambiato nome, diventando l’uscita di Genova Pra’. Il cambiamento ha diviso l’opinione pubblica dei due campanili ponentini, tra chi ritiene che il nuovo nome rifletta più fedelmente l’effettiva collocazione del casello e chi invece pensa si sia trattata di una mossa per ingraziarsi la popolazione praina, per lo più in periodo elettorale. In genere, lo schieramento dipende dal campanile di riferimento. C’è poi un terzo partito, trasversale. Quello di chi minimizza, di chi pensa che ci siano cose ben più importanti a cui pensare e che, in fondo, si tratti solo di nomi. Dopotutto, si può essere d’accordo con la prima di queste affermazioni. Qui a Era Superba, però, forse complice il caldo implacabile di mezz’estate, vogliamo per una volta riflettere su qualcosa di meno serio del solito e affrontare l’argomento. Iniziamo smentendo il secondo assunto dei “minimizzatori”: non si tratta mai solo di nomi. La toponomastica di una città, di qualsiasi città, riflette l’atmosfera culturale di un determinato momento storico e in caso di contese (come è stata quella per il casello di Vol Pra’), vede imporsi la fazione con maggior influenza geopolitica. I nomi di vie, piazze e di intere città, come la storia, li fanno i vincitori.

    La forza dei nomi

    Il passato ci offre numerosi esempi al riguardo. Tra i casi più noti, quello delle città russe di Volgograd e San Pietroburgo, rispettivamente Stalingrado (fino al 1961) e Leningrado per l’intera epoca sovietica. Senza uscire dai confini nazionali, vie e strade del Belpaese conobbero un riaggiornamento generale alla fine della seconda guerra mondiale, quando vennero sostituiti i nomi troppo “compromessi” con il regime fascista. Inutile dire che, a sua volta, Mussolini aveva usato la toponomastica a fini propagandistici. Nella capitale, per esempio, diverse furono le parti di città intitolate a elementi di spicco del regime (viale Michele Bianchi, viale Italo Balbo, viale Alfredo Rocco), alle sue presunte gloriose gesta o a elementi ricorrenti della sua simbologia. L’attuale piazza San Marco, per dirne una, era il Foro dell’Impero Fascista, mentre poco lontano si poteva passeggiare per il Clivo dell’Ara Littoria e diverse strade vennero dedicate ai Martiri del Fascismo. Non si pensi, però, che l’uso simbolico della toponomastica sia prerogativa del passato o dei regimi dittatoriali. In tempi recentissimi anche Matteo Renzi, da sindaco di Firenze, per accreditarsi come innovatore radicale propose di rottamare le vie del capoluogo toscano con nomi vetusti come via Tripoli (in memoria dell’Italia coloniale) o corso Unione Sovietica, ma poi non se ne fece nulla.

    Per non parlare della nostra Genova: l’attuale piazza Matteotti, per esempio, dopo essere stata dedicata al re d’Italia Umberto I, divenne per un anno piazza Ettore Muti, per volontà del governo della Repubblica di Salò che volle in questo modo “onorare” il segretario del Pnf scomparso nel 1943. Finita la guerra di Liberazione, la piazza fu dedicata al deputato socialista ucciso dai fascisti. Una sorte simile ebbe via Brigate Partigiane, nate in origine come Via Camicie Nere, e li sorgeva il quartier generale della SS a Genova. Anche corso Aldo Gastaldi in origine aveva un altro nome, cioè corso Giulio Cesare: la scelta di dedicare la strada a guerra finita al Primo Partigiano d’Italia fu motivata dal fatto che proprio li, e più precisamente alla Casa dello Studente, molti furono i partigiani torturati e uccisi durante la Resistenza.

    L’ascesa di Pra’?

    Alla fine di questo breve tour storico speriamo vi siate convinti del fatto che non si tratta mai solo di nomi. Ogni singola via, ogni ponte e talvolta anche ogni casello autostradale ha un significato preciso. Che a volte trascende la realtà geografica. Chiedere per informazioni agli abitanti di Quinto, che nel loro quartiere hanno un’uscita autostradale che si chiama Genova Nervi. O a quelli di Pra’, che fino a poco più di un mese fa ne avevano una chiamata Genova Voltri. Come interpretare dunque il cambio di nome? Pra’ ha davvero superato Voltri in un’ipotetica gerarchia dei quartieri genovesi? Per rispondere a questa domanda può essere utile fare un passo indietro.

    Questa zona della città si distingue storicamente per un buon attivismo della cittadinanza. Le proteste contro gli allargamenti e i disagi causati dal porto, o quelle contro la Gronda di Ponente hanno fatto da brodo di coltura per un gran numero di associazioni e comitati, in cui hanno mosso i primi passi alcuni dei politici che oggi siedono in consiglio municipale. Se questo attivismo accomuna il territorio di Voltri a quello di Pra’, in quest’ultimo esso ha assunto una connotazione ultralocale ancora più marcata. I cittadini praesi si sono sentiti spesso come i più svantaggiati tra gli svantaggiati, quelli che più di tutti subivano i disagi del porto o quelli (soprattutto nella zona di Palmaro) dovuti ai rumori dell’autostrada. Il fatto che né porto né autostrada portassero il nome del quartiere suonava come la proverbiale beffa oltre il danno. Per questo, tra le tante battaglie degli ultimi anni, ha trovato posto anche quella per il cambio di nome dell’uscita autostradale e del porto, entrambe oggi vinte.

    L’associazionismo praese ha mostrato negli anni di saper far valere le proprie istanze, con atteggiamento battagliero e pragmatico al tempo stesso, capace di collaborazione con le istituzioni pubbliche. L’esempio più noto è quello della Fondazione Primavera, che è dietro praticamente ogni iniziativa che ha luogo sul territorio, ha un proprio giornale online (si chiama Suprattutto) e negli anni ha saputo maturare un rapporto privilegiato con le istituzioni, in quanto prima rappresentante delle istanze dei cittadini. Lo scorso 20 maggio la Fondazione Primavera organizzò un incontro tra i candidati alla carica di presidente di Municipio. A un certo punto il presidente Guido Barbazza pronunciò una frase che la dice lunga: «Abbiamo deciso di non avere un nostro candidato – disse – anche se avremmo potuto». Una frase che forse rivela un pizzico di “spacconeria”, ma che è spia interessante della percezione di sé della Fondazione. E, forse, per esteso, del quartiere. Non più periferia nella periferia, ma comunità che a volte riesce a farsi valere. Pra’, d’altronde, è stata ed è protagonista di uno degli interventi urbanistici più significativi degli ultimi anni (il P.o.r. i cui lavori, nonostante i ritardi, sono avviati a conclusione) e ora un praese doc. ha conquistato la presidenza del Municipio 7 Ponente. Sono vittorie simboliche, certo. Il porto fa ancora sentire forte e chiara la propria presenza e l’autostrada ancora toglie al sonno ai cittadini che, privi di qualsiasi barriera acustica a separarli da essa, hanno la sfortuna di abitarle vicino. Un presidente di Municipio praese, inoltre, non vuol dire che il quartiere di Pra’ riceverà un’attenzione particolare, e nemmeno dovrebbe essere così. Ma anche le vittorie simboliche contano.

    Luca Lottero

  • Villa Pallavicini, il parco più bello d’Italia. Pegli capitale italiana della botanica

    Villa Pallavicini, il parco più bello d’Italia. Pegli capitale italiana della botanica

    Inauguraz. Villa PallviciniSì è svolta questo pomeriggio a Villa Durazzo Pallavicini la cerimonia di consegna del Premio “Il Parco più bello d’Italia”. La XV edizione del prestigioso concorso promosso dal network ilparcopiubello.it, che premia le bellezze verdi italiane è stata vinta da Villa Durazzo Pallavicini a Genova Pegli per la categoria parchi pubblici e da Villa La Foce a Chianciano Terme (Siena) per la categoria parchi privati.

    Erano presenti per il Comune di Genova Elisa Serafini, assessore alla Cultura, Paola Bordilli, assessore al Turismo, Matteo Campora, assessore all’Ambiente; con loro Claudio Chiarotti, presidente del Municipio Ponente.

    Il presidente de Il Parco Più Bello Leandro Mastria e il presidente del Comitato scientifico che ha selezionato i vincitori Vincenzo Cazzato hanno consegnato due speciali targhe a Silvana Ghigino, direttore A.T.I., concessionaria di Villa Durazzo Pallavicini, e a Katya Lysy, che rappresentava la Proprietà di Villa La Foce.

    «Il premio come “Parco pubblico più bello d’Italia” assegnato a Villa Pallaviciniha dichiarato l’assessore al Marketing Territoriale e alla Cultura del Comune di Genova Elisa Serafini ci ricorda che Genova è ricca di tesori nascosti in tutti i nostri quartieri, da Levante a Ponente. Un riconoscimento importante che ci incoraggia a proseguire l’azione di valorizzazione e promozione del territorio, per sviluppare il turismo e migliorare la sostenibilità e la qualità di vita dei nostri concittadini».

    Anche l’assessore al Turismo Paola Bordilli ha sottolineato il rapporto con i quartieri. «Portare i turisti anche nelle Delegazioni, da Nervi a Voltri alla Valpolcevera – ha detto Bordilli – è l’obiettivo e la sfida della nostra Amministrazione. Un percorso che permetta di valorizzare le tante bellezze del nostro territorio e di utilizzare dal punto di vista della promozione ogni singolo angolo di una città ricca e meravigliosa».

    Il parco

    Villa Durazzo Pallavicini di Pegli ha riaperto al pubblico nel settembre dello scorso anno in una data simbolica: 170 anni dopo l’inaugurazione avvenuta il 23 settembre 1846. La villa, voluta dal marchese Ignazio Pallavicini, era rimasta chiusa per consentire i lavori di restauro del tempio di Flora, del castello e del mausoleo del capitano, dell’obelisco egizio, della tribuna gotica, del ponte romano, del chiosco turco e della pagoda cinese.

    Considerato uno dei parchi romantici più originali del mondo, il parco di villa Durazzo Pallavicini fu ideato e realizzato dallo scenografo Michele Canzio. Ne scaturì non solo un parco in stile romantico, ma un itinerario composto da scenografie legate una all’altra da una traccia narrativa: il Viale Classico, la Coffee House, l’Arco di Trionfo, la Casa dell’Eremita, le Grotte, il Lago Grande con la Pagoda Cinese, il Tempio di Diana, il Ponte Romano, i Giardini di Flora, il Gazebo delle Rose; il tutto in una pittoresca realizzazione paesaggistica meticolosamente composta nei suoi elementi architettonici e vegetali e ordinata secondo un preciso percorso dai contenuti esoterici. Non mancano esemplari vegetali di grande pregio botanico-paesaggistico: la monumentale canfora affiancata al cedro del Libano posti a margine del lago, la collezione di palme esotiche, l’araucaria e il sughero secolari, la rosa banksia e il lauroceraso; in particolare spicca tra tutte la collezione di antiche camelie, alcune delle quali ultracentenarie, che ogni primavera costituisce una vera attrazione con la sua particolare fioritura.

     

    Motivazioni della Giuria

    Inauguraz. Villa PallviciniIl parco della villa Pallavicini a Pegli che il marchese Ignazio fece realizzare da Michele Canzio costituisce una delle più alte espressioni di giardino romantico ottocentesco, con un preciso impianto scenico studiato come un’opera teatrale ripartita in atti, con un prologo e un epilogo. Recentemente restituito all’aspetto originario grazie all’impegno del Comune di Genova attraverso un imponente e attento restauro che ha portato alla ricomposizione delle scene vegetali e alla ricostruzione dei percorsi (nell’ambito di un programma che ha consentito la fruizione di altri parchi urbani) si segnala per l’attento e oculato piano di gestione – affidato a un raggruppamento temporaneo di imprese comprendente al suo interno professionalità di alto livello che da tempo si occupano del recupero del parco – che prevede, in collaborazione con l’Amministrazione, la manutenzione ordinaria del patrimonio esistente e il recupero di architetture e arredi che non sono stati ancora oggetto di restauro.

     

    Cos’è Il Premio “Il Parco Più Bello d’Italia”

    Il Parco Più Bello” è un concorso nazionale dedicato a parchi e giardini, che ha lo scopo di valorizzare l’inestimabile patrimonio di parchi e giardini presenti nella nostra penisola, contribuendo a stimolare l’interesse e la sensibilità verso il verde nelle sue forme più eccelse.

    Al concorso partecipano tutti i parchi affiliati al network dei Parchi più Belli d’Italia (www.ilparcopiubello.it), ad oggi oltre 1.000 realtà, tra le quali vengono ogni anno selezionate le eccellenze tenendo conto degli aspetti storico-artistici, botanici, dello stato di conservazione, del programma di manutenzione e gestione, della presenza di adeguati servizi, dell’accessibilità e delle informazioni all’utenza.

    Il Premio intende promuovere la cultura e la conoscenza di questo nostro inestimabile patrimonio, per rendere tali beni apprezzabili non solo da una ristretta cerchia di specialisti, ma soprattutto dai giovani e da un vasto pubblico nazionale e internazionale. Il concorso è ormai giunto alla quindicesima edizione e, poiché è l’unico Premio in Italia nel settore parchi e giardini, sta riscuotendo un interesse e un successo sempre più ampi. Lo dimostrano sia il numero che la qualità dei giardini partecipanti, sia l’attenzione da parte della stampa e dei media nazionali, in costante crescita nel corso degli ultimi anni.

     

  • Voltri, per il secondo mercato settimanale manca solo l’ok di Autorità Portuale

    Voltri, per il secondo mercato settimanale manca solo l’ok di Autorità Portuale

    Mercato Voltri modifiche parcheggio Dagnino.docxManca solo il via libera da parte di Autorità Portuale, proprietaria della zona di Piazza Caduti Partigiani interessata, e poi Voltri avrà il suo secondo mercato settimanale, al pari di altre realtà genovesi come quella di Sestri Ponente. A pochi giorni dal primo turno delle elezioni amministrative il Comune di Genova aveva infatti approvato la delibera necessaria, e gli uffici sono attualmente al lavoro per limare gli ultimi dettagli. Il nuovo mercato rionale si svolgerà nella giornata di sabato, in aggiunta a quello del martedì di Piazza Gaggero, e conterà una trentina di bancarelle distribuite nella zona più occidentale dell’ampio parcheggio.

    Per la realizzazione del mercato, sono previste modifiche come l’introduzione di new jersey per separare la zona delle bancarelle dalle auto e alcune modifiche alla disposizione dei parcheggi. La proposta, partita originariamente dai commercianti della zona che sperano così di ottenere un supporto alle proprie attività in difficoltà, aveva incontrato l’opposizione dell’Associazione Venditori Ambulanti Liguri (Aval), convinti che un mercato del genere avrebbe attirato solo merce di bassa qualità e non avrebbe portato niente ai commercianti della zona.

    Ma alla fine, nella scelta del Comune hanno pesato maggiormente le istanze del territorio: «il Comune di Genova – spiega Emanuele Piazza, assessore comunale uscente allo sviluppo economico e con delega ai mercati – ha accolto una richiesta portata avanti con convinzione dal Municipio». Si avvia dunque alla conclusione una vicenda che, tra le richieste del territorio e i consueti rimpalli burocratici, va avanti da quasi un anno. Una volta installato il mercato nella zona, partirà un periodo di sperimentazione di circa 6 mesi.

    Luca Lottero

  • Il Ponente al voto tra voglia di autonomia e di riscatto. L’analisi sulle sfide dei prossimi 5 anni e le eredità del passato

    Il Ponente al voto tra voglia di autonomia e di riscatto. L’analisi sulle sfide dei prossimi 5 anni e le eredità del passato

    PraQuando un abitante di Voltri, Pra’ o Pegli va, per esempio, all’acquario, non dice “vado in centro” ma “vado a Genova”. Abitudine linguistica forse ereditata dai tempi che furono, quando ognuno dei tre quartieri che oggi compongono il Municipio 7 Ponente faceva comune a sé, e chiaro segnale di un forte radicamento verso il proprio territorio, tale da percepirsi quasi come qualcos’altro rispetto alla Genova “del centro”. Non a caso, cinque anni fa il ponente premiò con una vittoria piuttosto netta il candidato del centrosinistra poi diventato sindaco Marco Doria, di cui sembrò apprezzare il proposito di rendere Genova una città policentrica. L’obiettivo dichiarato era quello di superare il concetto di periferia e la valorizzazione dei diversi centri storici disseminati lungo tutto il territorio comunale, spesso trascurati e poco noti. Oggi, con nuove elezioni comunali e quindi municipali alle porte, quello dell’autonomia municipale rispetto a Tursi torna a essere un tema caldo della campagna elettorale. In particolare, i candidati alla successione al presidente uscente Mauro Avvenente si confrontano sull’eredità dell’amministrazione Doria, dividendosi tra chi sostiene sia necessario proseguire sulla strada tracciata negli ultimi cinque anni e chi invece invoca una netta discontinuità.

    I candidati

    Un’ importante occasione di confronto delle idee dei candidati è stata la “tribuna elettorale” praese organizzata lo scorso 20 maggio dalla Fondazione Primavera nella sala del municipio di Pra’. All’incontro molto partecipato dalla cittadinanza hanno partecipato Alessio Boni (Chiamami Genova), Claudio Chiarotti (Pd, Lista Crivello e A Sinistra), Massimo Currò (Movimento Cinque Stelle) e Paolo Fanghella (Lega Nord, Forza Italia, Lista Bucci, Fratelli d’Italia, Lista Musso), assente il candidato della lista Ge9si Fabiano Debarbieri. Come naturale, a indicare come necessaria una continuità con la precedente amministrazione è stato soprattutto il candidato del centrosinistra, mentre tutti gli altri hanno espresso una volontà di cambiamento, ognuno con le proprie sfumature.

    Se però grattiamo via le naturali differenze politiche e la retorica della campagna elettorale, le tematiche fondamentali del territorio sono comuni a tutti i candidati in corsa, che differiscono soprattutto nelle soluzioni proposte e, come abbiamo visto, nel giudizio sul modo in cui sono state affrontate dalla scorsa amministrazione. A prescindere da chi vincerà le elezioni, le sfide dei prossimi anni sono già sul tavolo.

    La convivenza con il porto

    A partire dagli anni ’60 del secolo scorso, la vita di questa parte di città è stata profondamente influenzata dalla realizzazione del Vte, nato per sopperire alle esigenze di ampliamento del porto di Genova. Allora il ponente accentuò la propria vocazione industriale, pagando però un prezzo altissimo in termini ambientali. A risentirne in particolare è stato il territorio di Pra’ (che perse completamente le proprie spiagge), ma echi della presenza portuale si sentono anche su Voltri e Pegli. A partire dagli anni ’90 si è iniziato a porre il problema della convivenza tra l’infrastruttura e gli abitanti, grazie soprattutto all’attivismo di diverse associazioni di cittadini, che negli anni hanno organizzato manifestazione contro i rumori e l’inquinamento o ogni volta che si è ventilata la possibilità di nuovi ampiamenti.

    Su quest’ultimo punto si sono detti contrari tutti i candidati, evidenziando come la struttura attuale sia sufficiente per le esigenze del traffico attuale e come non sia più accettabile chiedere nuovi sacrifici al territorio. Accordo unanime anche sulla necessità di ammodernamento delle tecnologie portuali, per esempio con l’introduzione di strumenti come le banchine elettriche e su quella di un aumento della produttività del porto.

    La gronda: occasione o scempio ambientale?

    Decisamente meno unanimi le opinioni sul tema Gronda, già tema centrale della campagna elettorale cinque anni fa. Con i lavori previsti per il 2019, le forze politiche si dividono tra chi la ritiene un’opera necessaria allo sviluppo portuale e chi invece la boccia sul piano ambientale. Questi ultimi, inoltre, sostengono che per migliorare il collegamento del porto con l’entroterra sarebbe sufficiente un miglior sfruttamento delle infrastrutture già esistenti come la ferrovia, sfruttata solo su uno degli otto binari in entrata e in uscita dal porto.

    Vivibilità dei quartieri, servizi e turismo

    Oltre ai grandi temi, sono sul tavolo anche tutti quegli interventi volti al miglioramento degli aspetti più minuti della vita quotidiana dei cittadini, ambiti in cui il Municipio ha spesso maggiori possibilità di intervento effettivo. Nel corso della tribuna praese, per esempio, da più parti si è chiesta l’attivazione di servizi burocratici anche nei municipi di Pra’ e Pegli oltre che in quello “istituzionale” di Voltri, abbandonando la modalità “a rotazione” introdotta recentemente. In questo modo si verrebbe incontro alle esigenze soprattutto dei cittadini più anziani, ma sono state avanzate delle perplessità sui costi che l’operazione comporterebbe. Dal punto di vista del turismo, invece, si è richiesta l’estensione del servizio navebus fino a Pra’ e Voltri, in modo che i visitatori possano muoversi in modo piacevole dal centro per visitare il ponente. Piena approvazione, inoltre, per il centro civico culturale praese, che sorgerebbe nello spazio della vecchia stazione. In questo campo, però, il vero obiettivo dei prossimi cinque anni sarà la conclusione della passeggiata a mare, che nella versione definitiva dovrebbe collegare Multedo ad Arenzano.

    I compiti del Municipio

    Se numerose sono le sfide che attendono il territorio del ponente nei prossimi anni, è anche vero che il Municipio ha possibilità di intervento piuttosto limitate su molte tematiche che pure toccano da vicino la vita dei propri abitanti. Secondo quanto si legge sul “Regolamento per il decentramento e la partecipazione municipale” approvato nel 2010, i Municipi “rappresentano le esigenze della popolazione sul proprio territorio”, “assicurano e promuovono la partecipazione dei/delle cittadini/e, singoli/e, associati/e residenti od operanti nel territorio” e vengono valorizzati in quanto “organismi di democrazia, partecipazione, consultazione e gestione dei servizi di base”. Sono, in poche parole, la prima interfaccia dei cittadini con le istituzioni, e hanno per lo più funzione di raccolta delle istanze dei cittadini e di presentarle ai livelli istituzionali più alti come il Comune o la Regione.

    Luca Lottero

  • Sanità, la Valpolcevera chiede “soccorso”. Casa della Salute ancora al palo, servizi al limite del collasso. La preoccupazione dei cittadini

    Sanità, la Valpolcevera chiede “soccorso”. Casa della Salute ancora al palo, servizi al limite del collasso. La preoccupazione dei cittadini

    valpolceveraLa “vallata” genovese torna a chiedere a gran voce la costituzione del presidio socio-sanitario più volte promesso ma mai realizzato. «I soldi per il Galliera si sono trovati, come anche quelli per acquistare il palazzo di De Ferrari – lamenta Iole Murruni, presidente uscente del Municipio Valpolcevera ma per la salute di chi vive questo quartiere non ci sono mai».

    L’appello arriva durante l’assemblea pubblica organizzata dalla triade sindacale Cgil-Cisl-Uil per chiedere chiarimenti alle istituzioni sulle cose e non fatte, e su quelle che devono essere fatte. L’ospedale Gallino di Pontedecimo, infatti, sembra non bastare per assicurare il servizio sanitario alla vallata: «Deve essere garantita la continuità sanitaria a tutta la popolazione» spiega Maria Pia Scandolo (Cgil) in apertura del dibattito. Tante le proteste e le proposte dei cittadini presenti: vicinanza delle strutture (come un pronto-soccorso h24), nuovi servizi legati alle nuove esigenze socio-sanitarie di una popolazione con tanti anziani, e tante servitù e un livello di povertà dovuta alla crisi e alla emarginazione sociale sempre più allarmante. «Non possiamo subire soltanto» gridano dalla platea, mentre chi prende la parola ricorda come il dibattito sul presidio sanitario in valle sia oramai decennale. «L’uniche cose che sono state aperte sono stati i cantieri, con centinaia di camion che transitano su e giù, di nuovo abbiamo solo i lavori del Terzo Valico e poi della Gronda».

    Interviene l’assessore alle politiche sociali del Comune di Genova Emanuela Fracassi: «Bisogna aumentare i momenti di concertazione sia con la popolazione, ma anche tra enti, per unire le energie tra sanità e sociale, tra comuni e Regione». Secondo molti, però, il problema è la tendenza “in auge” negli ultimi anni di accorpare grandi strutture sanitarie, per risparmiare risorse: la cosa ha due precipitati, da un lato si creano gli spazi per delle specializzazioni, ma dall’altro si fa “esplodere” il servizio alla persone, relegando nei territori solo alcuni servizi, accentrando il resto nelle grandi strutture.

    «Penso che la Valpolcevera abbia bisogno di una casa della salute che garantisca un’offerta più ampia possibile – conferma la vicepresidente e assessore regionale alla Sanità, Sonia Viale nel frattempo, il mio compito è rispondere ai bisogni di salute di oggi: per questo abbiamo razionalizzato l’esistente, Celesia e ex Pastorino. Il mio impegno però non termina con la conclusione dei lavori del Pastorino, nella consapevolezza che i bisogni di salute dei cittadini della Valpocevera devono avere risposte più articolate».

    L’incontro termina con la firma da parte dell’assessore Viale di un impegno sottoscritto con i sindacati per tornare a confrontarsi sulla questione “Casa della Salute”: in altre parole l’ennesimo rinvio. Può bastare questo per i cittadini della Valpolcevera?

  • Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

    Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

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    Sicurezza, infrastrutture, riqualificazione urbana, gestione dell’ambiente e valorizzazione culturale. Questi i cinque punti per la rinascita di Sampiedarena, la città nella città che da troppo tempo aspetta di essere “ricordata” dalla politica, sempre presente in campagna elettorale, ma poco nella quotidianità.
    Ne abbiamo parlato con Gianfranco Augusti, rappresentate delle “Officine Sampierdarenesi”, l’associazione che da anni lavora per il rilancio del quartiere che, per prima cosa, ci ha assicurato che le risposte verbali dei candidati alla carica di sindaco di Genova, alle “Officine” non basteranno: dovranno mettere nero su bianco le loro risposte attraverso un questionario che sarà distribuito durante gli incontri, poi, una volta eletto il primo cittadino, subito al lavoro per mettere in atto il “progetto cura” per il quartiere di ponente.
    Lo hanno definito il “Blue Print di Sampierdarena”, ma se non dovesse bastare, c’è chi pensa addirittura a un referendum per diventare un comune autonomo. In sintesi, le Officine non hanno intenzione di perdere tempo prezioso per riqualificare e valorizzare il quartiere ostaggio di degrado che invece avrebbe molto da offrire: «Se il prossimo ciclo amministrativo sarà come quello che si sta per concludere – spiega Gianfranco Angusti il quartiere è destinato a morire».
    Altro che grido d’allarme, c’è molto di più. Dati alla mano, circa il cinquanta per cento delle saracinesche si è abbassato, i problemi di sicurezza abbondano e il disagio sociale che ne consegue è ormai noto a tutti, tant’è vero che si è stilata una vera e propria mappa dei punti più caldi: nella zona di via Sampierdarena, via Pietro Chiesa e dintorni c’è il problema dei cosiddetti “circoli culturali” e della promiscuità tra prostitute e residenti, che si sta estendendo alla vicina via Buranello. In piazza Settembrini, piazza Montano e vie limitrofe, c’è il problema dei minimarket e dei bivacchi. E però con le parole si fa poco: «Abbiamo già incontrato Gianni Crivello, candidato per la coalizione di Centrosinistra, e assessore uscente della giunta Doria e Arcangelo Merella, candidato con la sua lista Ge9si – prosegue Angusti – nelle prossime ore incontreremo Luca Pirondini (M5S), poi sarà la volta di Marco Bucci per il Centrodestra e Paolo Putti della lista Chiamami Genova. A ciascuno di loro abbiamo presentato e presenteremo il nostro dossier con i cinque punti chiave per il rilancio di Sampierdarena“.
    via cantoreNon a caso il primo punto del programma delle Officine è proprio la sicurezza, protagonista assente della vita di quartiere: affare assai delicato, da trattare però con convinzione, esigendo il rispetto delle ordinanze sulla vendita di alcol e la limitazione delle nuove aperture di sale slot. Le infrastrutture avranno un ruolo fondamentale per il volto del ponente genovese che si appresta a cambiare, tra strada a mare, nodo ferroviario e porto. Servirà un monitoraggio serrato per evitare disagi anche gravi ai residenti, sia in fase di cantiere che a opere concluse. Il terzo punto del documento sarà centrale per il quartiere perché riguarda la riqualificazione urbana, legata con un filo rosso al rilancio dei negozi di vicinato. Valorizzare questo tipo di commercio e far sì che le saracinesche si alzino di nuovo sarà un obbiettivo base per il quartiere e per questo, sotto la lente di ingrandimento c’è il “bando periferie”, ovvero quei ventiquattro milioni di euro che serviranno per palazzo della Fortezza, piazza Tre Ponti, mercato, centro civico Buranello, mercato ovovaicolo del Campasso, ex biblioteca, Magazzini del sale ed ex deposito rimozioni di via San Pier d’Arena.
    Seguono a ruota la gestione dell’ambiente e del ciclo dei rifiuti e la valorizzazione culturale. Proprio quest’ultimo punto è particolarmente importante per le Officine, perché riguarda il teatro Modena, la Lanterna di Genova e il polo scolastico.«Basta interventi spot – dice ancora Angusti – questi cinque punti devono essere parte di un progetto globale che preveda innanzi tutto l’immediata bonifica della zona sotto tutti gli aspetti».
    I candidati alla carica di sindaco di Genova sono avvisati: subito dopo l’11 giugno si ritroveranno i sampierdarenesi a bussare alle porte di Tursi per esortare il prescelto a mantenere quanto promesso in campagna elettorale. Come a dire che immaginando i fasti del passato, che osservarne il rapido declino, si avrà la possibilità di gettare le basi di un quartiere tutto nuovo, con un cuore pulsante fatto di commercio, industria e vivibilità. «Se si rivelerà necessario non esiteremo a tornare in strada e a mettere in campo anche iniziative clamorose – conclude Angusti – questo luogo ha un’anima che dev’essere ritrovata, ma deve brillare di una luce diversa, evoluta. Ecco la Sampierdarena che vogliamo e che ci meritiamo».
    Nina Genta
  • Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    pra-spiaggia-passeggiata-fasciaPra’, un’estate qualsiasi di metà anni ’60. Alcuni giovani si tuffano da quello che tutti conoscono come lo “scoglio dell’oca” mentre, poco lontano, turisti torinesi e milanesi affittano lettini e sdraio in uno dei tanti stabilimenti balneari della spiaggia, che comincia dall’edificio della vecchia ferrovia e si stende tra il confine con Pegli e il fiume Cerusa, a Voltri. «Li chiamavamo “i bagnanti” – ricorda Aldo Pastorino, residente a Pra’ dal 1958 – ed era un momento sempre molto animato per il nostro quartiere. Qui l’estate iniziava presto e finiva il più tardi possibile, ogni sera c’erano persone per strada fino a mezzanotte e anche oltre. C’erano moltissime gelaterie e alberghi di ogni prezzo e tipo, alcuni dei quali già a metà giugno esponevano il cartello “esaurito”».

    Per i più giovani, immaginare la Pra’ descritta da Aldo richiede un grosso lavoro di immaginazione. Quel mondo, oggi, sopravvive solo nella toponomastica: la rotonda “Scoglio dell’Oca”, collocata proprio nella stessa area dell’antica roccia, o la passeggiata “Spiaggia di Pra’”. Una volontà di recuperare il legame con il passato emersa proprio con i recenti lavori di riqualificazione del quartiere – i famosi Por – che hanno rivoluzionato la viabilità locale e colorato di verde lo spazio tra la strada e la ferrovia. «Questa nuova realtà è apprezzata pra-scoglio-oca-rotondadai cittadini» riconosce Aldo poco prima, però, di usare una parola che si sente spesso collegata alla recente storia locale: risarcimento. Pur generalmente apprezzate, è così che sono percepite le recenti modifiche al quartiere, soprattutto da chi ricorda gli anni in cui a Pra’ si poteva fare il bagno in mare. Se immaginiamo la storia degli ultimi decenni della delegazione come una parabola, infatti, la discesa inizia con l’inizio dei lavori per la costruzione del Vte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per raggiungere il punto più basso tra gli anni ’90 e i primi 2000un periodo in cui l’inquinamento qui era qualcosa di insopportabile» spiega Aldo). Quelli più recenti sarebbero, invece, anni di relativa risalita. «Certo, si è sofferto abbastanza nel perdere la spiaggia – prosegue Aldo – ma ora come si può vedere c’è un compenso. La passeggiata, per esempio, che arriva fino a Pegli, è bella e alberata, ha una pista ciclabile ed è molto frequentata da persone di tutte le età, soprattutto nelle serate estive».

    Il porto, tra promesse di occupazione mancate e la fine del mondo balneare praese

    pra-fascia-rispettoRecentemente, abbiamo trattato su queste pagine la riconquista della balneabilità su due punti del litorale di Pegli e di quella (avvenuta ormai qualche anno fa) sull’intera tratto di mare su cui affaccia Voltri. Secondo il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenente, questi risultati sono la prova della possibile convivenza tra spiagge e porto. A Pra’, tuttavia, la spiaggia nemmeno più esiste, e quella che era la sua identità pre-porto non sarà mai più recuperata. «In passato, Pegli, Pra’ e Voltri erano tre delegazioni ognuna con la propria identità – racconta Aldo, che presiede il consorzio di Santa Limbania, un’associazione per la promozione del territorio tra Liguria e Basso Piemonte – Pegli aveva una vocazione turistica oggi perduta, che risale all’800 e Villa Lomellini (l’attuale Hotel Mediterranee) ne è una testimonianza. Alla stazione di Pegli sono scesi i granduchi russi. Il clima mite (dovuto ai monti che la proteggono dai venti freddi) lo rendevano un luogo di villeggiatura. Pra’, dal canto suo, era un borgo di pescatori, mentre Voltri aveva una vocazione industriale».

    pra-scoglio-oca-02Molti praesi si arrabbiano quando il porto di ponente viene chiamato “porto di Voltri”. Nonostante il nome originario Vte stesse proprio per “Voltri Terminal Europe” (oggi il nome ufficiale è Psa Voltri Pra’, dal nome dell’azienda di Singapore che l’ha acquistato nel 1998) è infatti sulla delegazione praese che esso ha fatto sentire con maggior intensità dal punto di vista ambientale. Non è dunque in genere per orgoglio che i praesi vogliono che il nome del porto sia legato a quello del proprio quartiere, ma per la volontà di veder riconosciuto il sacrificio collettivo di una comunità, perché non ci siano dubbi su chi sia stato a pagare il prezzo più alto, in una parte della città dove risuonano forte i “campanili”, anche se ieri forse più di oggi.

    Lo sviluppo economico e una crescita dei posti di lavoro era la promessa offerta in cambio della rinuncia alle proprie spiagge. Ma, secondo Aldo, non sarebbe andata così: «Da un certo punto di vista – racconta infatti – il Vte è stata una delusione. I cittadini si aspettavano un aumento del tasso d’occupazione locale, che in realtà è stato inferiore rispetto a quanto si ventilava. Certo, il porto è molto esteso e attrezzato ma con l’automazione si riducono di molto i posti di lavoro». D’altro canto, a Pra’ non ci sono più alberghi: «L’ultimo – prova a ricordare Aldo – ha chiuso l’anno scorso».

    Luca Lottero