Autore: erasuperba

  • Intervista a Niccolò Fabi, SoloTour 2011 fa tappa a Genova

    Intervista a Niccolò Fabi, SoloTour 2011 fa tappa a Genova

    niccolò fabi

    Una lunga chiacchierata con Niccolò in viaggio da una città all’altra per il suo “Solo Tour 2011“. Grazie a “Palco sul Mare Festival” il cantautore romano torna a Genova, dove  ha tanti estimatori che lo seguono dai primissimi anni della sua carriera. Abbiamo parlato di musica, ma anche della situazione attuale, del mondo che ci circonda…

    Nella tua carriera hai sempre dato risalto alle liriche e alle immagini per cercare di raccontare qualcosa, per instaurare un colloquio con chi ti ascolta; questo mentre il mercato insegna che paga l’immediato, lo slogan… come se in questo mondo nessuno avesse tempo e voglia di ascoltare. Componendo cerchi o hai mai cercato un compromesso con questa “legge” per arrivare alle orecchie dei più? 

    In realtà poi questa “legge del mercato” è piena di eccezioni… Per questo sono convinto che inseguirla sia tempo perso. Non credo siano efficaci più di tanto i tentativi di plasmare i testi delle canzoni per trovare slogan e tormentoni, magari può riuscirti una volta in una canzone, casualmente… ma come principio è destinato a fallire: se ti sforzi a fare il ruffiano non duri a lungo. Per me il punto non è tanto la regola del mercato, quanto l’importanza che un autore dà ai suoi interlocutori. Quando scrivo una canzone voglio che chi mi ascolta capisca quello che dico, ma non significa scrivere cose che non penso per ottenere consensi, piuttosto cercare il modo migliore per farmi capire…

    Mentre scrivi una canzone a che tipo di persona pensi di rivolgerti?

    Non mi viene naturale pensare a qualcuno di preciso mentre scrivo, non l’ho mai fatto, non penso di rivolgermi a un tipo di persona piuttosto che a un’altra. Poi ovviamente i miei progetti possono essere interessanti per un gruppo di persone e non interessanti per un altro.

    Ansia, insicurezza, inadeguatezza e difficoltà di inserimento nella vita sociale, “quando quello che c’è fuori fa così paura” per usare le tue parole… Sono caratteristiche del nostro tempo, si sente dire in giro… Ma perché è così semplice avere paura della vita e degli altri? Credi che il massiccio uso di droghe, niente moralismi per carità, negli ultimi 40 anni possa avere avuto il suo peso?

    Le droghe sono sempre esistite come alternativa alla realtà, una fuga a pagamento; non credo siano una caratteristica degli ultimi quarant’anni e non credo siano causa di questo malessere sociale… La paura di cui parliamo riguarda il rapporto fra interno ed esterno, il rapporto di uno con tutti gli altri, tutto quello che c’è fra me e il resto… Questa paura naturale può essere tua nemica o tua alleata, ma non ha epoca e non ha generazioni secondo me… farà parte dell’uomo per sempre. Poi c’è un’altra forma di paura, intesa come modalità sociale, quella indotta dai media e dai governanti come forma di controllo.

    Che rapporto hai con il palcoscenico, provi ancora tensione prima del concerto oppure ormai ci hai fatto il callo?

    Sicuramente non ci ho fatto il callo! Salire sul palco significa misurarsi con il giudizio altrui, è un rapporto non paritario, sbilanciato… Tu sei rialzato e hai un occhio di bue che ti punta, tutti gli altri presenti no, non hanno luci addosso e non sono riconoscibili. Questo sicuramente suscita adrenalina e agitazione, ma non credo sia qualcosa da vincere o da superare… sarà sempre così’, vincere la tensione prima di salire sul palco credo sia controproducente.

    Dal nord Africa alla Siria, dalla Grecia alla Spagna… Che idea ti sei fatto di questi mesi di rivolta?!

    E’ un argomento talmente ampio che è impossibile racchiudere tutto in una risposta… si rischia di scivolare nelle banalità! Posso dire che la ventata di rivolta che ha investito l’Africa del nord e il clima di insoddisfazione dell’occidente sono secondo me processi collegabili per opposizione… Da noi, nell’occidente “panzone”, la noia ci ha portato a capire che la pancia piena e la sazietà altro non sono che illusione, non significa avere tutto. I popoli oppressi dalla dittatura, invece, sono stanchi di avere la pancia vuota e lottano per raggiungere la nostra noia, la nostra sazietà…

  • “Futuri in prestito”, prestiti tasso zero per i giovani

    “Futuri in prestito”, prestiti tasso zero per i giovani

    Futuri in prestito

    Futuri in prestito” è un vero e proprio welfare municipale, prestiti a tesso zero per i giovani fino a 35 anni che devono ristrutturare casa o comprare strumenti musicali, o vogliono iscriversi a master e corsi di formazione.

    Nell’ambito del progetto “Piani Locali Giovani – Città metropolitane”, il Comune di Genova ha infatti destinato il finanziamento ministeriale per il sostegno e la realizzazione di progetti di vita legati all’autonomia, allo studio, alla formazione e al tempo libero o allo sviluppo delle competenze creative.

    Il progetto,  promosso e sostenuto da Dipartimento della Gioventù – Presidenza del Consiglio dei Ministri in collaborazione con ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, prevede un numero di prestiti erogabili compreso tra un minimo di 370 (per prestiti di 2.500) e un massimo di 946 (per prestiti di 1.000), per una cifra totale di 95.000 euro, 80 provenienti dal finanziamento ministeriale e 15 messi a disposizione da Banca Carige.

    Tutto il materiale (requisiti per partecipare alla selezione, modello di contratto, facsimile della domanda ed elenco delle filiali presso le quali presentare la richiesta) è disponibile sui siti www.gruppocarige.it e www.creditis.it e si può ritirare presso le filiali genovesi di Banca Carige durante i normali orari di apertura degli stessi.

  • Mexico: da Oaxaca destinazione Zipolite

    Mexico: da Oaxaca destinazione Zipolite

    Spiaggia di Zipolite, Mexico
    La spiaggia di Zipolite, Mexico

    Non ho resistito alla tentazione, nonostante il fuso orario e le 12 ore di sonno in 4 giorni… Lui era lì fuori maestoso e urlante. Dovevo presentarmi al compagno che sentirò vicino ogni mattina dal mio terrazzo, colui che mi addormenterà ogni notte: l‘Oceano Pacifico.

    Sono arrivata al check in alle 5.30 del mattino destinazione Oaxaca con scalo a Citta’ del Messico. Sull’aereo il signore che mi siede accanto mi saluta con un sorriso, pensare che poche ore prima a Milano ho faticato a parlare con tutti… Erano immersi nelle guide turistiche pensando a come spendere le loro due settimane messicane in un villaggio turistico…

    Citta’ del Messico dall’alto mi lascia senza fiato… enorme, sembra bellissima, grattacieli che si elevano altissimi in una parte, mentre il resto della citta’ sembra ancora dormire, in modo ordinato e silenzioso.

    Oaxaca a mezzogiorno sfoggia un caldo assurdo, il sole sembra volerti cuocere. Prendiamo un taxi cumulativo, in 5, io  sul sedile davanti insieme a Johnny, il mio compagno di viaggio.

     

    Oaxaca, MexicoOaxaca e’ una citta’ coloniale, capoluogo della regione con il piu’ alto numero di indigeni; ascolto i bambini al mercato e mi rendo conto che non parlano spagnolo, bensi zapoteco! Quando chiediamo un’informazione, le persone non si limitano ad indicarci la strada, ma ci accompagnano, un po’ come a Genova quando i vecchini scappano perche’  credono che tu sia un incredibile cacciatore di taglie!

    Anche il pomeriggio fa molto caldo, ma noto tanta gente per strada, chi passeggia, chi parla, chi si bacia…tutto intorno alla fontana centrale. Ci fermiamo in parecchi bar, un litro di cuba libre o mojito costa 30 pesos, 1.40 euro…

    La sera nella piazza principale c’e’ uno spettacolo di danza, una banda suona e la gente balla,naturalmente noi ci buttiamo nella mischia facendo la nostra misera figura in mezzo a signori e signore di una certa eta’ eccellenti ballerini di bachata e salsa!

    La mattina seguente dovevo attraversare il Mexico per raggiungere Zipolite, quella che sara’ la mia casa per i prossimi tre mesi, li’ mi aspetta il Pacifico… Il viaggio, pero’, non e’ ancora terminato, ancora sei ore di pullman mi separano dalla meta, buona parte delle quali trascorse con la testa di un mexicano appoggiata sulla mia spalla, non mi andava di svegliarlo, dormiva cosi’ bene! Io intanto non avevo intenzione di chiudere occhio, forse perche’ il sedile era maledettamente scomodo, ma soprattutto perche’ volevo guardarmi intorno. Le strade mexicane sono tutte molto buie, raramente sono illuminate dai lampioni; per lunghi tratti questa era sterrata e tortuosa…

    Alzando gli occhi dal finestrino mi accorgo di una Luna incantevole, sembra strana e insolita, ha lo spicchio rivolto verso il basso, “al contrario” rispetto a come siamo abituati a vederla noi. Pur essendo calante, la sua luce illumina tutta la campagna e si sostituisce ai lampioni… Esce la bella Luna e “si scolora il mondo”, scriveva Leopardi.

    Veniamo fermati per un controllo, un soldato in tuta mimetica, passamontagna e mitra ordina all’autista di aprtire il bagaliaio, tutto ok e si riparte. Dopo sei ore arriviamo a Pochutla, e poi un altro taxi per raggiungere finalmente Zipolite. Ottocento abitanti per tre chilometri di spiaggia, negli anni sessanta Zipolite fu una delle piu’ importanti comunita’ hippies del mondo, si trasferirono qui migliaia di persone, soprattutto americani. Oggi sono nati alberghi e ristoranti, si sono trasferiti qui molti europei alla ricerca di nuova vita. Ad una prima occhiata sembra davvero bellissima!

    Mi ritrovo con un terrazzo vista oceano, due simpatici cani neri sotto casa e il vicino che alle 7 del mattino mi saluta con un sorriso a trentasei denti! Niente male come benvenuto… A questo punto sapete gia’ che non sono riuscita a resistere, che ho deciso di trascorrere le mie prime ore a Zipolite su questo terrazzo… Ed e’ proprio da qui che vi sto scrivendo, sono le otto ormai e il sole si sta alzando, inizia a fare caldo, ma nonostante sia sveglia da ventiquattro ore di dormire proprio non ne ho voglia… Avro’ tre mesi di tempo per chiudere gli occhi, ora voglio solo godermi questo “pacifico” spettacolo… finalmente.

    Valentina Sciutti

     

  • Genova, l’ex Oleificio Gaslini teatro di corruzione e illegalità

    Genova, l’ex Oleificio Gaslini teatro di corruzione e illegalità

    Oleificio Gaslini demolito a Genova

    A novembre del 2005 vengono demolite le torri dell’ex oleificio Gaslini in Valpolcevera. La società Sviluppo Fe.Al, con sede in via Evandro Ferri 11 a Rivarolo, acquista dalla Gaslini l’area dell’oleificio e la società Eco.Ge, con sede in via Evandro Ferri 11 a Rivarolo, procede con la bonifica degli oltre tremila metri quadrati di terreno.

    Un primo progetto prevede la sistemazione nell’area della stessa Eco.Ge., ma lo scenario cambia e poco dopo si legge su un giornale locale di un nuovo progetto per la Valpolcevera… “Ci saranno insediamenti commerciali e uffici, sempre di piccole o medie dimensioni, oltre a un Centro Bowling Federato, un centro fitness cura del corpo, una scuola di danza e un baby parking”.

    Sviluppo Fe.Al vorrebbe dunque vendere a terzi il terreno per la costruzione della Fiumara bis e si viene a sapere, inoltre, che questa proposta progettuale era già al vaglio dell’amministrazione cittadina dall’inizio del 2004. C’è però un piccolo problema: il progetto non è in linea con le funzioni ammesse dal PUC per l’area dell’ex oleificio Gaslini. Questo impedisce, ovviamente, l’avanzamento del progetto e di conseguenza la vendita del terreno.

    Quattro anni dopo esplode lo scandalo tangenti a Tursi, che tocca da vicino anche le vicende legate all’ex oleificio e alla concessione della variante al PUC. Nel polverone dell’inchiesta l’amministratore unico di Eco.Ge Gino Mamone e Paolo Striano ex assessore della giunta Vincenzi vengono rinviati a giudizio per corruzione.

    Queste le dichiarazioni, tratte dal sito casadellalegalita.org, dell’imprenditore milanese Michelino Capparelli interessato all’acquisto dell’area: “Per acquistare il lotto non avevo intenzione di spendere più di 10 milioni, ai quali bisognava poi aggiungere  il “surplus” da sborsare ai politici. La costruzione del centro commerciale mi sarebbe costata altri 40 milioni e avrei a mia volta rivenduto tutto, superficie e nuove costruzioni, per 65, per guadagnarne 15. Era un’operazione importante, perciò avevo bisogno di garanzie sulla fattibilità. A un certo punto Mario Margini (ai tempi assessore allo Sviluppo economico n.d.r.) mi spiegò che non sarebbe stata possibile una destinazione d’uso totalmente commerciale. E mi tirai fuori”.

    Da diversi anni, però, i riflettori dei media si sono spenti (non quelli di www.casadellalegalita.org) e oggi, a sei anni di distanza dalla demolizione delle torri, degli oltre tremila metri quadrati dell’ex oleificio non si sa più nulla. L’ultima notizia risale al novembre 2010, un intervento in Consiglio del sindaco Marta Vincenzi in cui si fa riferimento all”area del’ ex oleificio come possibile scelta per gli investimenti di un imprenditore genovese “…aree di cui noi (Comune n.d.r) abbiamo piena disponibilità dal punto di vista delle funzioni che possono essere considerate ammissibili e quindi piena disponibilità pianificatoria. Non stiamo parlando di aree di proprietà del Comune o comunque pubbliche, ma di aree sulle quali abbiamo o avevamo già verificato una disponibilità e facilità di vendita o cessione da parte degli attuali proprietari […] L’area dell’oleificio Gaslini è sembrata essere fino all’ultimo un’area di possibile scelta, con alcuni elementi di aggiustamento logistico che si rendevano possibili ed altri di maggiore difficoltà di concretizzazione su cui eravamo però disponibili ad operare nell’immediato…”

    Abbiamo provato a chiedere informazioni a Tursi sul futuro dell’ex oleificio, ma ci è stato risposto che non ci sono aggiornamenti, che l’area non è di proprietà del Comune e che per questo motivo ogni domanda in merito risulterebbe “fuori luogo, un po’ come se a lei giornalista chiedessi consigli sulle pillole per la tosse”.

  • Officina delle possibilità 2010: il progetto e i risultati

    Officina delle possibilità 2010: il progetto e i risultati

    Begato a Genova

    L’ “Officina delle possibilità” è un progetto sociale che prevede svariate attività educative. Sono stati presentati i risultati raggiunti dai 5 diversi progetti educativi sviluppati da febbraio 2010 ad aprile 2011 in 5 zone della città (Campasso, Cornigliano, Diamante, Lagaccio e Quezzi).

    Grazie ai finanziamenti dell’assessorato alla città sicura e al lavoro di numerose cooperative sociali e dei centri servizi dei municipi, le attività educative hanno potuto spaziare su più fronti a seconda delle diverse esigenze espresse dagli abitanti dei quartieri coinvolti. E se al Campasso l’ambito d’intervento è stato la prevenzione e la promozione dell’integrazione fra i gruppi di latinos e la comunità residente, al Diamante gli educatori hanno cercato faticosamente di promuovere l’identità femminile.

    A Cornigliano si è intervenuti stimolando le potenzialità di alcuni gruppi di adolescenti etichettati come realtà negativa mentre a Quezzi e al Lagaccio il lavoro maggiore è stato in termini di prevenzione del rischio.

    Tra i risultati raggiunti alcuni sono particolarmente curiosi, come l’avvio del progetto “Bus stop”, una fermata degli autobus abituale ritrovo dei ragazzi del Lagaccio che sarà trasformata in un vero luogo di aggregazione per tutta la comunità. Al Diamante sono stati attivati 12 percorsi individuali di contrasto alla dispersione scolastica e orientamento al lavoro e un prezioso supporto per la costruzione della squadra di calcio del quartiere.

    Alcuni numeri chiariscono l’ampio coinvolgimento suscitato dalle iniziative: 22 gruppi informali di ragazzi; 15 microeventi realizzati; 640 giorni di presenza sulla strada degli educatori e oltre 400 ragazzi coinvolti in tutte le attività. Ma per l’anno 2011, sottolineano gli operatori, trovare fondi pubblici sarà impresa ardua.

    Tra gli ospiti del seminario l’autorevole intervento di Stefano Laffi, sociologo e ricercatore di Milano, ha fornito spunti decisamente interessanti. “Se il mondo fa schifo, il disagio è il sintomo più sano –spiega Laffi – L’oggetto di cura devono diventare sempre di più i contesti di vita e non i ragazzi”. Poi aggiunge: “Il nostro è un mondo di diseguali. Oggi la ricerca dei presunti talenti è considerata la via maestra. Ma seguendo solo le eccellenze si perdono per strada tutti gli altri”. Infine un suggerimento per sconfiggere la paura del diverso: “La paura si sconfigge attraverso la conoscenza e la bellezza. Conoscenza vuol dire più comunità, più appartenenza e più coesione. Bellezza è una parola semplice ma molto potente”.

    Un limpido esempio è il lavoro svolto a Milano con i piccoli rom diventati borseggiatori professionisti. “L’obiettivo era mostrare a questi bambini una bellezza che non riuscivano più a vedere – racconta Laffi – Fotografi professionisti hanno realizzato dei foto ritratti suscitando in loro un incredibile stupore perché così belli non si erano visti mai. Siamo andati in Romania nei paesi da cui sono partiti, spesso affidati a un parente o venduti dalle famiglie e abbiamo mostrato alle madri le foto dei figli. Si è così ricreato un legame attraverso lo strumento fotografico e grazie all’urgenza di bellezza che era stata cancellata dalle condizioni di vita di questi figli e delle loro madri”.
    Matteo Quadrone

  • Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ognaro
    Il cantautore veronese Marco Ongaro ha curato le liriche del disco "Gli occhi del mondo" di Vittorio De Scalzi

    Marco Ongaro è un cantautore di Verona, ha adattato le poesie di Riccardo Mannerini per “Gli occhi del mondo“, l’ultimo album pubblicato da Vittorio De Scalzi.

    Ongaro è stato vero e proprio tramite fra i versi di Mannerini e la musica di De Scalzi, proprio come accadde nel 1968, quando il disco dei New Trolls “Senza Orario Senza Bandiera” si avvallò della collaborazione di Fabrizio De Andrè.

    Oggi, dopo oltre quarantanni, quel ruolo è stato di Marco. “Era la prima volta che lavoravamo insieme – racconta il cantautore – di lì in poi abbiamo scoperto il piacere di una sintonia fondata principalmente sulla stima reciproca, dunque sul massimo rispetto per la dimensione artistica dell’altro. Su indicazione dello storico della canzone Enrico De Angelis, Vittorio si è rivolto a me con la fiducia e il viso aperto che subito gli riconobbi come elementi fondamentali della sua indole. Avevo letto la raccolta di poesie di Riccardo Mannerini nei giorni precedenti il mio arrivo a Genova, cominciai a lavorare sui testi mentre viaggiavo in treno da Verona e arrivato a casa di Vittorio avevo già due testi pronti!”

    “Nei giorni successivi lavorammo sempre, in ogni istante, ad ogni ora e in ogni occasione… un atelier in piena funzione! Fare il grosso del lavoro in più di dieci giorni avrebbe significato frenare l’ispirazione per la considerazione sciocca che serva molto tempo a creare qualcosa di buono. Non è così, nella storia della musica e della poesia ci sono opere scritte di getto ancora difficili da eguagliare, quando il tornado si leva, non si può che seguirne il vortice. Ho cercato di dare il mio apporto senza interferenze competitive, tutto all’insegna di una collaborazione lontana da impulsi ragionieristici. In seguito abbiamo applicato lo stesso metodo alla costruzione delle canzoni per il mio spettacolo teatrale sulla Costituzione, L’Alba delle libertà, con analoghi risultati. Le nostre rispettive sensibilità si sono calibrate l’una sull’altra in miracolosa armonia. Eravamo diretti a uno scopo, consapevoli che non esiste al mondo lavoro più bello che quello di creare”.

    Cosa significa interpretare i versi di un poeta e tradurli in canto? Quanto c’è dei tuoi “occhi” in questi “occhi del mondo”?

    “In alcuni brani, come ne L’ultimo altare, c’è molto di Mannerini e molto di me. Mai che ci sia poco di suo e tanto di mio, semmai viceversa. Come prima cosa ho cercato di assumere in me l’essenza del mondo che Mannerini trasmetteva nelle sue poesie. Poi, dando ad esse forma metrica e rime, ho aggiunto e levato in ordine al mio gusto in fatto di canzone, lasciando che l’immedesimazione prendesse il giusto sopravvento dando voce con immagini mie a sentimenti stimolati dal poeta. Esiste una zona grigia in ogni poesia che meriti tale qualifica, un’area ispirativa imprendibile e interpretabile in più modi, a più livelli. Ecco, l’orgoglio per il mio lavoro sta nel rispetto di quest’area e nella riproposizione, pur tra mille modifiche, del medesimo spirito imprendibile.

    “Siamo gli occhi del mondo / ma tali / non dobbiamo rimanere”… scrive Mannerini…

    “E smettiamola / di guardarci le mani”, così si conclude la breve poesia. Mani che rimangono inerti e non creano, occhi che non guardano altrove, che non cercano per il mondo ciò che il mondo dovrebbe vedere. “Siamo gli occhi del mondo” è l’esortazione a una testimonianza vigile, a una responsabilità attiva. Vittorio e io abbiamo chiuso la canzone con il pensiero estetizzante e ammirato sulle ragazze che escono nella bella stagione, nei loro abiti a fiori. Un tantino decadente, certo, ma almeno si è smesso di guardarsi le mani e, da questa bellezza che è vita, si può ricominciare a testimoniare. La canzone dà il titolo al cd perché rappresenta il vigore vitale della poesia di Mannerini, i suoi ritratti sono il risultato del frugare tra le pieghe del mondo per rappresentare ai sordi la necessità di non addormentarsi, di stare all’erta nell’universo delle ingiustizie e delle fatalità, di leggere almeno il labiale della realtà per cercare la verità sottostante.

    Gabriele Serpe

  • Debito pubblico: intervista a Marco Doria, docente di storia economica

    Debito pubblico: intervista a Marco Doria, docente di storia economica

     

    Marco Doria
    Marco Doria, docente di storia economica

    La Corte dei Conti sul finire di maggio, presentando il rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, ha lanciato l’ultimo allarme: “L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di circa 46 miliardi ogni anno per raggiungere gli obiettivi indicati dall’Unione Europea”.

    E ha aggiunto: “La fine della recessione economica non comporta il ritorno a una gestione ordinaria del bilancio pubblico”, bensì secondo la magistratura contabile occorre uno sforzo “paragonabile a quanto si dovette fare alla metà degli anni ’90 per poter essere ammessi nella moneta unica fin dal suo avvio”. Il debito pubblico rappresenta un problema endemico del nostro paese e il rapporto debito/Pil si avvia nel 2011 a toccare il 120%.

    Abbiamo chiesto al professor Marco Doria, docente di Storia economica presso la facoltà di Economia dell’ateneo genovese, di chiarirci alcuni snodi fondamentali per comprendere come l’Italia nel corso degli anni ha affrontato la questione.

    Quali sono i motivi dell’origine del debito italiano a partire dagli anni ’70?

    “Sicuramente c’è stato un aumento della spesa pubblica, in particolare della spesa sociale, sulla scia delle rivendicazioni che un vasto movimento d’opinione aveva portato avanti negli anni immediatamente precedenti. I cittadini reclamano maggiori prestazioni da parte dello stato, in particolare per quanto riguarda la scolarizzazione, il sistema pensionistico e il Servizio Sanitario Nazionale.

    Ma la spesa aumentava anche in altri paesi europei come Francia e Germania. Inoltre in rapporto al Pil la percentuale di spesa italiana risultava inferiore rispetto alla media europea. Qual è dunque la peculiarità dell’Italia?

    Mentre negli altri paesi, a fronte dell’aumento della spesa pubblica, si aumentava contestualmente anche la pressione fiscale, in Italia ciò è avvenuto solo negli anni ’90. E adesso è inevitabile che la pressione fiscale si mantenga alta anche per gli anni a venire.

    Altro che riduzione delle tasse come diversi esponenti politici ripetono ciclicamente… Ma come si è sviluppato l’andamento del debito nella nostra storia recente?

    Nel 1980, secondo i dati ufficiali della Banca d’Italia, il debito pubblico italiano era al 57.7% del Pil, in linea con la media europea. Nel 1992 il Trattato di Maastricht stabilisce dei parametri in cui contenere il debito. La soglia fissata è il 60% del debito sul Pil.

    Quando comincia a salire vertiginosamente?

    Appena dieci anni dopo, nel 1990, il debito pubblico arriva al 98.5% del Pil. E nel 1994 raggiunge il 124.3%.

    Quali sono le cause?

    Il debito in continua salita è il risultato di bilanci che anno dopo anno presentano un deficit. I disavanzi di bilancio iniziano già negli anni ’70. Ma dal 1980 al 1994, possiamo parlare di un quindicennio devastante.

    In seguito che cosa accade?

    Dal 1995 al 2001 registriamo una discesa di 14 punti percentuali. Il debito nel 2001 scende infatti al 109.8% del Pil. Ma a partire dal 2001 il debito ricomincia a salire e oggi si aggira intorno al 120%.

    Evidentemente dietro a questi dati si nascondono anche delle responsabilità politiche…

    A partire dal 1995 e fino al 2001 si registra una riduzione del debito pubblico, grazie a delle politiche finanziarie che consentono un maggiore saldo primario. Vale a dire quando le entrate correnti superano le spese correnti al netto del pagamento degli interessi sul debito. Di conseguenza si sono potute accantonare le risorse per contenere il debito pubblico. Dal 2001 sino ad oggi registriamo una nuova inversione di tendenza, ma non c’è solo una responsabilità di governo. È una fase in cui i tassi di crescita dell’economia di molti paesi avanzati sono stati inferiori. L’errore del nostro paese è stato però far finta di non vedere la crisi, scansare il problema e infine accorgersene quando ormai era troppo tardi.

    Matteo Quadrone

  • Debito pubblico e Bilancio dello Stato: saldi differenziali 2011

    Debito pubblico e Bilancio dello Stato: saldi differenziali 2011

    Spese e debito pubblicoIl debito pubblico è costituito dalla somma del deficit di bilancio del periodo attuale più gli interessi che si stanno pagando per i titoli emessi nei periodi precedenti allo scopo di finanziare i precedenti deficit di bilancio. In altri termini, appare chiaro che, se anno dopo anno, il bilancio dello Stato chiude sempre con un deficit, ossia le entrate (essenzialmente gettito fiscale) sono sempre inferiori alle uscite (spesa pubblica), alla fine viene a realizzarsi una situazione insostenibile, pari a quella di un individuo che sistematicamente spende più di quanto guadagna ed è quindi costretto a indebitarsi con un meccanismo a spirale. Lo Stato non potrà reggere in eterno questo meccanismo in quanto il debito potrebbe arrivare a eguagliare l’intero PIL e l’effetto spiazzamento sarebbe devastante. In simili circostanze, si potrebbe giungere a soluzioni estremamente drastiche quanto impopolari, come decidere di aumentare significativamente le tasse, o svalutare il debito pubblico, ossia rimborsare solo una parte di esso.” Tratto da Compendio di Macroeconomia di Stefania Squillante

    Ecco la tabella che semplifica e riassume la previsione di bilancio dello Stato italiano:

    BILANCIO DI CASSA *

    2011

    2012

    2013

    ENTRATE (milioni di euro)

    Tributarie

    383.878

    404.379

    420.163

    Extra tributarie

    26.323

    23.367

    23.882

    Alienazione ed ammortamenti di beni patrimoniali e riscossione di crediti

    1.078

    1.081

    1.087

    Entrate finali

    411.279

    428.827

    445.132

    SPESE (milioni di euro)

    Correnti al netto degli interessi

    374.669

    372.535

    376.383

    Interessi

    84.243

    89.897

    93.586

    In conto capitale

    41.603

    40.407

    43.265

    Spese finali

    500.516

    502.838

    513.235

    Rimborso Prestiti

    209.985

    248.495

    222.347

    Spese complessive

    710.501

    751.333

    735.582

    RISULTATI DIFFERENZIALI (milioni di euro)

    Risparmio pubblico (Saldo corrente)

    -48.711

    -34.685

    -25.924

    Saldo netto da finanziare

    -89.237

    -74.011

    -68.103

    Avanzo primario

    -4.994

    15.886

    25.483

    Indebitamento netto

    89.142

    74.044

    68.145

    Ricorso al mercato **

    310.528

    325.838

    293.600

    * Nel “Bilancio di cassa” sono comprese tutte le somme che si prevede di riscuotere e pagare

    ** Con “Ricorso al mercato” si intende il totale lordo del finanziamento necessario a coprire l’ammontare delle spese. Per l’anno corrente la previsione è di 310.528 milioni di euro.

  • Storia di Genova: piazza San Matteo e la famiglia Doria

    Storia di Genova: piazza San Matteo e la famiglia Doria

    Piazza San Matteo, Genova
    La chiesa di San Matteo nell’omonima piazza

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Piazza San Matteo è stato il cuore di una delle più illustri famiglie genovesi, quella dei Doria. Consorteria e centro politico e di affari della famiglia, già nel 1125 il benedettino Martino Doria fece costruire una piccola Chiesa dedicata a San Matteo, patrono della famiglia perché gabelliere di professione (una delle principali attività dei Doria come pubblici ufficiali era appunto la riscossione di tasse indirette, dette gabelle).

    Nel XIII secolo i Doria trasformano con nuovi e più grandi edifici questo loro centro strategico, la cui collocazione nel tessuto urbano medievale garantiva il controllo della città. Inizialmente il borghetto si estendeva da San Matteo sino alle Mura Carolingie, presso la porta di Serravalle (attuale zona di via Tommaso Reggio), controllando l’uscita della città da questa parte.

    L’alternanza di marmo e ardesia (classiche facciate bianco nere del medioevo genovese) dei nuovi palazzi Branca Doria e Lamba Doria venne utilizzata anche per la chiesa completamente ricostruita nel 1278, arretrata e rialzata per gestire la pendenza del terreno e dare risalto alla facciata della Chiesa.

    Nel 1308, dietro palazzo Branca Doria e attiguo alla chiesa, venne costruito il Chiostro, prestigioso centro della consorteria, splendido esempio di architettura medievale e dal 2004 sede dell’ordine degli Architetti. Nel 1486 l’ultimo dei palazzi doriani della piazza, quello che dopo il 1528 sarà donato ad Andrea Doria come Padre della Patria, sorge a sinistra del Lamba Doria sul lato antistante la chiesa.

    Mecenate che introduce a Genova le nuove forme rinascimentali, la cui tomba è conservata nella cripta della Chiesa, Andrea Doria arricchì di marmi e affreschi la chiesa di famiglia e i palazzi affidandosi ad artisti del calibro di Luca Cambiaso e Giovambattista Castello.

    Video di Daniele Orlandi

    La congiura dei Fieschi e la vendetta di Andrea Doria

    Andrea Doria è stata una delle personalità di maggior rilievo della storia genovese. Nobile della famiglia Doria, intraprese la carriera militare collezionando successi prima a terra e poi come marinaio condottiero fino ai settantanni di età. Già anziano, e da un ventennio al controllo della città, nel 1547 dovette affrontare la congiura dei Fieschi, celebre avvenimento della storia genovese. La congiura fallì in un solo giorno, con il condottiero dei Fieschi annegato e un nipote della famiglia Doria ucciso. La vendetta del principe Andrea Doria fu molto crudele. Il corpo di Gian Luigi Fieschi fu recuperato dal mare e lasciato a decomporsi sul molo per due mesi. I congiurati vennero messi a morte dopo un processo sommario e in piazza San Matteo vennero convocate le più alte personalità cittadine per assistere al giudizio. I beni dei Fieschi vennero espropriati, le loro roccheforti espugnate una ad una. Ebbe così fine il ruolo nella vita politica genovese di questa famiglia, l’unica delle quattro grandi a non avere grossi interessi nei commerci marittimi e nella finanza e che basava il suo potere sui grossi feudi dell’entroterra.

  • Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Sant'Ilario a Genova

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    Con la costruzione da parte dei Romani della prima strada a mare nel 219 a.C., si assiste ad un primo sviluppo di centri abitati stabili sul litorale a levante di Genova, la litoranea romana, infatti, per superare l’austerità della costa saliva da Bogliasco e scendeva a Nervi: proprio lungo il tratto collinare si sviluppò il centro abitato di Sant’Ilario.

    Per buona parte della sua storia il piccolo Comune vive di pastorizia e del fitto commercio di agrumi con la Francia, nel Medioevo abbiamo notizia di una distinzione fra S.Ilario alto (abitato collinare) e S. Ilario Mare (lungo la via Aurelia), documenti risalenti al XIII secolo segnalano 154 famiglie insediate. Si definì dunque un fitto intersecarsi di creuze che, sopravvissute a migliaia di anni, conservano ancora oggi per lunghi tratti il tracciato originale.

    Partendo dai monti, la chiesa di San Rocco (1350), la parrocchia di Sant’Ilario (1170) con la più antica “chiesetta” di S. Nicolò e l’approdo al mare di Capolungo sono i “punti cardinali” di questi antichissimi sentieri immersi negli ulivi. Uno scenario incantevole che riporta a tempi lontanissimi, a pochi minuti a piedi dal traffico, nascosto dalle fronde dietro le ville di via Sant’Ilario, un paradiso bucolico fatto di piccole case in pietra, orti e silenzio… Piccole abitazioni isolate, raggiungibili solo a piedi lungo le tante creuze romane che collegano la spiaggia di Capolungo con la Chiesa di San Rocco a 250 metri sul livello del mare (il primo tratto “soffocato” nella città diventa quasi incontaminato una volta superata la parrocchia di Sant’Ilario).

    Questo, soprattutto questo, fa di Sant’Ilario tesoro esclusivo della città di Genova. Lo sviluppo delle ville e il turismo aristocratico iniziò a interessare il Comune a partire dalla prima metà del 700, ma non ebbe sviluppo tale da stravolgere le caratteristiche rurali di questo territorio. Basti pensare che nel 1870 era ancora privo di una strada carrozzabile (fu un gruppo di proprietari terrieri tre anni dopo a costruire una carrozzabile che collegasse la parrocchia con Nervi). Ciò nonostante il paese rimase collegato a Nervi con un servizio a cavalli sino ai primi decenni del 900.

    I cavalli partivano dalla stazione ferroviaria, proprio lei… la stazione di Sant’Ilario dove scese anni fa una certa “bocca di Rosa”. La vecchia stazione ferroviaria (attiva fino al 1959 oggi è abitazione privata) si trova a pochi passi dalla spiaggia di Capolungo.

  • Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Tabarca, colonia pegliese
    L’isola di Tabarca, antica colonia pegliese

    La Storia di Pegli e delle sue colonie nel Mediterraneo – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Nel cuore della Pegli antica si trova Piazza Tabarca, la piazza è dedicata alla colonia pegliese che per secoli contribuì alla ricchezza della Repubblica di Genova. Nel 1540, infatti, l’isola di Tabarca in Tunisia, prospiciente la città omonima, venne data dal bey di Tunisi in concessione alla famiglia genovese dei Lomellini.

    L’isola era ricca di banchi coralliferi, e la concessione venne data come riscatto per la liberazione del corsaro Dragut, catturato dai Doria quello stesso anno. Dal 1540 per ben due secoli Tabarca rimase colonia di Genova. I coloni pegliesi vendevano per 4,50 lire/libbra il corallo a Genova… che lo rivendeva per 9,10 lire/libbra a tutta Europa!

    I Lomellini facevano parte dell’entourage di Andrea Doria che governava Genova ed erano legati per parentela alla famiglia Grimaldi. I Lomellini per colonizzare Tabarca invitarono alcuni gruppi di abitanti pegliesi (soprattutto commercianti) a stabilirsi sull’isola promettendo guadagni elevati e condizioni di vita migliori. Questi salparono da Pegli lo stesso anno, e nessuno di loro fece più ritorno in patria. Dopo più di un secolo di colonizzazione, nel 1738, un folto gruppo di genovesi tabarkini (per lo più figli di coloni, ma anche nuovi emigranti pegliesi che raggiunsero l’isola a più riprese) si trasferì in Sardegna a causa dell’esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe. Fu Carlo Emanuele III regnante di Sardegna a invitare i coloni a stabilirsi sull’Isola di San Pietro, allora disabitata, per fondare un nuovo comune: Carloforte. Il nome di Carloforte fu scelto in onore del sovrano.

    A Tabarca rimasero pochi coloni e nel 1741 il Bey di Tunisi invase l’isola e fece prigionieri gli abitanti genovesi riducendoli a schiavi. La notizia in poco tempo raggiunse le corti di tutta Europa e la liberazione degli schiavi avvenne poco dopo grazie all’intervento del Papato, ma soprattutto dello stesso Carlo Emanuele III di Sardegna e di Carlo III di Spagna.

    Buona parte degli schiavi liberati raggiunsero Carloforte, altri diedero origine ad altre due comunità: Calasetta (nel 1770) nell’isola di Sant’Antioco in Sardegna e Nueva Tabarca sull’isola di San Pablo di Alicante in Spagna. In questo secondo caso i coloni genovesi si sono con gli anni integrati con la popolazione spagnola perdendo la propria identità, ma a Carloforte e a Calasetta i naviganti pegliesi e i “nuovi tabarkini” di orgine pegliese mantennero nel tempo integra la loro identità culturale sia nelle usanze che nella lingua. Ancora oggi il dialetto di queste due località, il cosiddetto tabarchino, è un dialetto ligure molto vicino per vocaboli e pronuncia al genovese, o meglio, al genovese di Pegli.

  • “Genova si muove!”: il blog dei giovani promosso dal Comune

    “Genova si muove!”: il blog dei giovani promosso dal Comune

    Genova si MuoveIl blog è servito: genovasimuove.wordpress.com, il nuovo spazio “virtuale” per i giovani nell’ambito di “Genova si muove”, un progetto che si inserisce all’interno delle azioni di partecipazione giovanile promosse dal Comune di Genova e dalla Regione Liguria, a partire dall’esperienza dei volontari del Servizio Civile Nazionale.

    Obiettivo del progetto è rendere visibili i giovani che partecipano attivamente alla vita sociale della città e della regione: dare loro voce e volto attraverso il racconto di esperienze concrete di impegno e partecipazione attiva. Promuovere la partecipazione significa anzitutto sostenere le opportunità esistenti di protagonismo giovanile nei diversi contesti della vita sociale del territorio.

    Il blog è il primo step che porterà – dopo la condivisione di idee e di esperienze – ad una fase di proposta agli interlocutori politici e istituzionali attraverso la creazione di un OST, Open Space Technology, a Palazzo Ducale, per incontrarsi e per fare rete fra i “giovani che si stanno muovendo” a Genova e in Liguria. Nell’OST confluiranno progetti mirati di assistenza, educazione, cooperazione e promozione culturale.

    L’Open Space Technology è una metodologia innovativa che permette di creare workshop produttivi. È stato sperimentato negli ultimi vent’anni in differenti paesi del mondo e può riunire da 5 a 2000 persone in conferenze della durata di una o più giornate.

    Il momento finale sarà un incontro pubblico per restituire alla città i progetti realizzati e individuare i modi per sostenerli e svilupparli…

  • Roberta Barabino in concerto per gli anziani di Villa Duchessa Galliera

    Villa Duchessa GallieraQuando la musica incontra i luoghi della sofferenza le reazioni sono le più disparate ma è impossibile non constatare quale incredibile valore curativo assuma nel contatto tangibile con chi è costretto a vivere in ospedali, case di cura e ricoveri sparsi lungo la penisola.

    Roberta Barabino ha suonato un paio d’ore accompagnata solo dalla sua chitarra, seduta al centro della stanza come nel bel mezzo di un palco, superata l’iniziale diffidenza e annullata la distanza fisica con gli spettatori raccolti in cerchio, si è creata la giusta intimità che ha permesso la buona riuscita della performance.

    Roberta non ha preparato una scaletta ma si è lasciata guidare dall’istinto nella scelta del repertorio da proporre, ha cercato di coinvolgere il pubblico invitato a confrontarsi con una musica nuova, mai sentita prima d’ora, luminosa e visionaria, con i suoi testi malinconici ma ricchi di speranza. L’apprezzamento dei presenti si misura dagli sguardi d’intesa con la protagonista, dal brillare dei loro occhi, dagli arti che riacquistano vitalità per un momento, sono le gambe ferite mosse a ritmo di musica dal vecchio imprigionato sulla sedia, come le mani sottili della signora che tamburella felice sul tavolino.

    Lei ha toccato le corde giuste, abile a trasmettere contesti precisi evocando luoghi e atmosfere che l’hanno ispirata, riempiendo di significato ogni parola, promuovendo un utile esercizio di memoria per tutti, ma soprattutto per chi, come gli ospiti della residenza, spesso trascorre giornate infinitamente uguali. E così la simpatica signora pugliese ha ricordato con orgoglio di essere stata un brava pianista, altri hanno rivissuto passioni antiche risvegliate dal sapore di una nota che con delicatezza è entrata nella loro vita.

    Sicuramente per gli anziani è stato un pomeriggio diverso dal solito, come hanno sottolineato le animatrici che qui lavorano, perché non è per nulla un evento ordinario ricevere la visita di una persona pronta a dedicarsi totalmente a loro. E si è visto concretamente al momento dei saluti quando con strette di mano e calorosi abbracci Roberta è stata invitata a tornare al più presto a suonare a Cornigliano.

    Matteo Quadrone

  • LiguriaStyle: esposizione e vendita prodotti artigianato e agroalimentari a Genova

    LiguriaStyle: esposizione e vendita prodotti artigianato e agroalimentari a Genova

     

    Dipinti di Luca Cambiaso
    Le sale di Liguria Style con i dipinti di Luca Cambiaso

    Nelle splendide sale di palazzo Imperiale affrescate da Luca Cambiaso, è nato Liguria Style il centro dell’artigianato, punto di incontro e di riferimento per tutti coloro che esercitano un’attività oggi più che mai ricca di difficoltà soprattutto legate agli spazi espositivi, ma anche alla mancanza di coraggio che porta i più giovani, anche se dotati di talento, a preferire altre strade, e a conservare l’attività dell’artigiano come hobby.

    Liguria Style, presentato da Cna Liguria e Confartigianato, espone non solo prodotti della terra o prodotti tipici dell’artigianato nostrano come la ceramica, la filigrana o l’ardesia, ma anche editoria, oreficeria, arte. Tutto rigorosamente “made in Liguria“.

    Per proporre la propria candidatura e quindi ottenere il permesso di esporre i propri prodotti a Liguria Style, bisogna essere iscritti come artigiani presso i registri della Camera di Commercio o essere titolari di un’azienda agricola.

    Dopo colloqui conoscitivi e di approfondimento, si passa al contratto vero e proprio, un accordo di dodici mesi con possibilità di ridiscutere il rinnovo al termine dell’anno.

    Quest’anno, però, Liguria Style ha pensato soprattutto alle nuove leve. I primi sei mesi di esposizione saranno infatti completamente gratuiti per gli artigiani più giovani, una ghiotta opportunità, che può aiutare qualcuno a trovare il coraggio di trasformare l’hobby in vero e proprio lavoro. Gli uffici di piazza Campetto sono aperti tutti i giorni escluso il mercoledì dalle 10 alle 18 (sabato e domenica compresi).

  • Carcere di Pontedecimo: il nuovo cortile per l’incontro fra detenuti e parenti

    Carcere di Pontedecimo: il nuovo cortile per l’incontro fra detenuti e parenti

    Il carcere di PontedecimoNel carcere di Pontedecimo il progetto di area giochi per bambini e spazio colloqui fra genitori-detenuti e figli, grazie alla collaborazione fra amministrazione penitenziaria, Provincia di Genova e la Cooperativa sociale Il Rastrello, si è trasformato in realtà.

    “L’iniziativa – racconta Milò Bertolotto, Assessore della Provincia di Genova con delega alle carceri – è nata grazie a una coraggiosa idea del direttore della casa circondariale di Pontedecimo, la dott.ssa Maria Milano, che in precedenza aveva rivestito il medesimo ruolo presso il carcere di Chiavari dove già nel 2008 realizzò la prima area verde all’interno di un penitenziario ligure.

    “E’ importante – continua l’assessore – dare la possibilità ai detenuti di incontrare i propri parenti, in particolare i figli, al di fuori della classica sala colloqui. Alcuni di loro manifestano notevoli difficoltà nell’incontrare i congiunti in carcere e di conseguenza spesso scelgono addirittura di non incontrarli”.

    “È un progetto che mira ad allentare le tensioni e migliorare le condizioni delle vittime incolpevoli come i bambini figli di detenuti e gli anziani genitori dei reclusi”, aggiunge Maria Milano, direttore del carcere di Pontedecimo e ideatrice dell’iniziativa.

    La realizzazione dei lavori ha previsto la collaborazione di 5 detenuti, individuati dall’amministrazione carceraria, inseriti attraverso progetti formativi di borsa lavoro finanziati dalla Provincia e affiancati da operatori specializzati della Cooperativa Il Rastrello che ha seguito la loro formazione professionale nell’uso delle attrezzature e nell’esecuzione delle varie operazioni.

    “Tutto è partito da un lavoro di potatura all’interno del carcere che la cooperativa stava svolgendo – spiega Lorenzo Monteverde, responsabile tecnico della Cooperativa sociale Il Rastrello – è nata così una collaborazione che ha portato all’individuazione del progetto”. Parliamo di un’area verde di circa 200 metri quadrati, precedentemente individuata dalla direzione del carcere e resa fruibile all’attività ludica dei bambini e per i colloqui con i famigliari. Una superficie che è stato necessario livellare con la realizzazione di un’opera di contenimento del terreno mediante sistemi di ingegneria naturalistica quali palizzate e palificate in legno di castagno. E poi la sistemazione del manto erboso e la piantumazione di alcuni cespugli e arbusti di oleandro a completare l’aspetto estetico.

    “Considerando anche le attività di manutenzione, per concludere l’area sono stati necessari 6 mesi di lavoro – continua Lorenzo Monteverde – Ma sfruttando l’occasione, grazie alla formazione di 5 professionalità, si è pensato di impiegare i detenuti per ripulire tutta la vasta superficie verde della casa circondariale, circa 30 mila metri quadrati. Operazioni di raccolta, sfalcio e decespugliamento, lavori che per mancanze di risorse venivano procrastinati nel tempo e che finalmente sono stati eseguiti”.

    Ma quali risultati si ottengono a livello individuale e collettivo promuovendo esperienze di questo genere?

    “Questa esperienza ha indubbiamente generato nei 5 partecipanti un beneficio psicologico. Ma soprattutto ne hanno ricavato un benessere a livello fisico grazie all’impegno profuso nelle ore lavorative – racconta Roberto Perugi, presidente Cooperativa sociale Il Rastrello – Ma ci sono stati riscontri positivi anche nell’intero universo carcerario. La creazione di un opportunità per alcuni di loro, la prospettiva di migliorare le proprie condizioni detentive è vissuta positivamente da tutti i carcerati”.

    Uno dei 5 lavoratori che ha dimostrato di aver acquisito una buona professionalità a breve verrà inserito nella cooperativa con un normale contratto e lavorerà presso le aree verdi dell’ospedale San Martino, grazie all’applicazione dell’articolo 21 che consente al detenuto di lavorare di giorno e far rientro in carcere la sera.

    Ma purtroppo non sono tutte rose e fiori.

    “Per realizzare progetti simili ci vuole la forza di volontà di persone come la dott.ssa Milano – continua Roberto Perugi – Ci si scontra con l’eccessiva rigidità delle regole mentre forse sarebbe necessaria maggiore flessibilità. Per il futuro stiamo preparando altri due progetti in collaborazione con il carcere di Pontedecimo e grazie alla conoscenza reciproca ci auguriamo di superare tutti gli ostacoli”.

    “Il problema è garantire la vigilanza, si tratta di un servizio in più che vista la carenza di personale e le ristrettezze economiche attuali è difficile fornire – conclude Maria Milano – Infatti non sappiamo ancora quando l’area verde sarà inaugurata. Mancano i tavolini e i giochi per i bambini. Le risorse economiche sono insufficienti. Siamo alla ricerca di fondi o sponsorizzazioni per poter sistemare gli ultimi arredi e consegnare ai detenuti questo spazio”.

     

    Matteo Quadrone