Categoria: Vivere Genova

  • FuoriFormato funziona. Il racconto della seconda serata tra videodanza e performance live

    FuoriFormato funziona. Il racconto della seconda serata tra videodanza e performance live

    fuoriformato-storieswedanceUna tavola rotonda nel tardo pomeriggio di una giornata calda di giugno, si sa, può essere un rischio in termini di affluenza. Ma alla presentazione di Stories We Dance, il contest internazionale di videodanza in programma stasera alle 21 nella Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, il pubblico presente ha ancora una volta dimostrato di essere il grande protagonista di FuoriFormato, con sensibilità e attenzione.

    Sala Liguria, Palazzo Ducale. Accanto alla mostra Danza con me, dedicata agli scatti di Serge Lido, si dialoga di videodanza toccando i grandi temi della creatività contemporanea, si respira un vivo desiderio di approfondimento verso questo genere in progressiva ascesa, di cui un assaggio dei 14 film finalisti al contest già restituisce le sfumature più varie e curiose. La videodanza è danza filmata? Quali storie può raccontare la videodanza? Quali storie vedremo nella serata finale, fra pochissimo?

    fuoriformato-storieswedanceUna storia deve permettere allo spettatore di immaginare. Una storia a volte accade fuori campo. Le storie che racconterà la videodanza sono quelle di domani. Queste alcune delle riflessioni su cui i 5 membri della giuria di Stories We Dance, Lucia Carolina De Rienzo, Emilia Marasco, Gaia Clotilde Chernetich, Gaia Formenti e Simone Magnani, ciascuno a partire dalla propria area di ricerca, hanno concentrato i loro puntuali e ricchi interventi, offrendo non solo un’introduzione al contest ma anche le basi per un dibattito sulla videodanza stessa, aperto al futuro. Aprire i film di danza al grande pubblico, rendere possibile un mercato, è l’augurio più forte per questa disciplina.

     

    A partire dalle 21, Palazzo Tursi diventa il palcoscenico del primo spettacolo di questa seconda serata. Cristiano Fabbri accoglie il pubblico sulle scalinate di ingresso. Su quegli stessi scalini da cui molti sono passati per andare a fare la propria promessa di matrimonio. Come un giullare, come un imbonitore. “Sono un punto caduto dal cielo”, ci dice, e ci invita a salire per mostrarci i suoi Tracciati, possibili piste di interpretazione per materiali dismessi, come una vecchia casa dopo che è stato portato tutto via e sono rimaste poche candele, una sedia e vecchi fogli di giornale, a significare un’assenza con cui confrontarsi. La presenza di un passato si materializza, infatti, nella splendida maschera di Marco Laganà, una donna anziana che, guida e consigliera di quella dimora, appare all’inizio e alla fine della performance. Delicatamente distesa a terra da Fabbri, forse attraversa gli ultimi suoi momenti di vita, ma prima di andarsene è protagonista di un toccante, piccolo valzer che stringe il pubblico intorno alla scena.

    Con lo sguardo lievemente commosso, ci si sposta nel giardino di Palazzo Bianco, dove gli spettatori trovano un’atmosfera fiabesca. È arrivato il buio. Una donna bambola è attaccata a un albero, forse vittima di un incantesimo. Inerme. Mamihlapinatapai, da cui prende il titolo il pezzo di Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso, parla la lingua sconosciuta dell’amore. Arrampicato sopra all’albero, accompagnato dal suono di un carillon, Alfonso tenta di attrarre a sé Bernardini. E lentamente ci riesce: la sveglia, gradualmente la anima, grazie a un filo invisibile e a un soffio le genera l’impulso ad alzarsi, ma rendendola libera la rende anche autonoma, e da quel percorso di fiori rossi la vedrà presto andare via.

    Il tema della solitudine condivisa, molto forte in questa seconda serata, ci conduce nuovamente nel cortile di Tursi, dove è in scena Soliloquio a due di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli. Il corpo nudo della Pedullà dialoga con le splendide fotografie anatomiche proiettate sullo sfondo, sale e scende i gradini di una scala, rende visibile la viva intensità di ogni tensione muscolare, evidenzia i punti di appoggio per un piede, dilata il tempo, sembra fermarlo, ancora una volta commuove per la precisione con cui si trasforma, si trasfigura. L’applauso finale abbraccia le autrici, ci si saluta per tornare a casa o andare a cena, con la forte sensazione che anche oggi, agli spettacoli dal vivo delle 19 e alla proiezione finale di Stories We Dance delle 21, il pubblico giocherà ancora la propria parte.

    Marina Giardina
    Marco Longo

  • Fuori Formato apre le danze, tra luci, suggestioni e tanto pubblico. Il racconto della prima serata

    Fuori Formato apre le danze, tra luci, suggestioni e tanto pubblico. Il racconto della prima serata

    Tra_passato_remoto
    Tra_passato_remoto

    Il pubblico numeroso che vediamo salire da piazza della Meridiana verso il cancello d’ingresso che porta al giardino di Palazzo Bianco, con carrozzine e bimbi in braccio, oltre agli spettatori affezionati della danza urbana, ci conferma un desiderio sempre più allargato di serate come questa. Fuori Formato è stato pensato anche per questo.

    Gli alberi, la ghiaia, sedersi a terra per vedere, spostarsi per vedere meglio. Il cielo è ancora chiaro, sono le nove di sera e il palco su cui troviamo Rocco Colonnetta, Serena Loprevite e Alice Montagna si affaccia sui muri del Palazzo di Giustizia. Un grigiore di finestre che, come sempre accade quando la danza avviene in luoghi pubblici, diventa una scenografia che dialoga con il lavoro degli artisti.

    A confrontarsi in Tra_Passato_Remoto, il pezzo proposto da Koinè Genova, sono in tre personaggi, e si sa che, quando si è in tre, la relazione a due può essere sempre osservata dall’altro. Crea competizione, muove una difesa e talvolta conduce alla resa. Un palco che sembra un ring per i tre danzatori, una rincorsa che ogni tanto trova un ostacolo, un gioco di gelosie per le due donne a contendersi un uomo, un guardare in alto e cercare una direzione, che poi coincide con un gabbiano che per caso è appena volato sopra la scena, non previsto. I performer ricercano equilibri impossibili, come cita il testo che Colonetta scandisce, con dita piene di possibilità, per pensieri del mattino o pensieri virgolettati. A guardarli viene in mente un tetto di NYC, un rooftop immerso nell’urbanità, nell’atmosfera dejeuner sur l’herbe del pubblico che, pian piano, inizia ad allungare le gambe e a mettersi a proprio agio.

    Solo pochissimi minuti di intervallo tra gli applausi per Koinè Genova ed ecco l’ingresso di Roberto Orlacchio nel suo Un canto costante. Un uomo con la testa di un volatile, una mente pappagallo, in costante conflitto tra mente e corpo. Una testa pesante quella di Orlacchio, che danza per la maggioranza del suo pezzo senza mai levarsi la maschera, per cercare un’intimità che permette al pubblico di concentrarsi sul solo corpo e sui suoi volteggi nel tentativo frustrato di indossare una giacca. Passa da varie esperienze il corpo di Orlacchio, in una tecnica impeccabile che sottende un dialogo con se stesso, come se dentro quella testa di volatile ci fosse uno schermo che passa in rassegna il bilancio di una vita, i desideri, i rimpianti e i sensi di colpa per ciò che si poteva fare e non è stato fatto. Poi la resa, e la maschera cade, diventando persona.

    Per vedere l’ultimo pezzo della serata, Soggezione di Sara Due Torri e Guendalina Di Marco, con la stessa Di Marco in scena assieme a Alessandra Caviglia, il pubblico si sposta idealmente in un’altra stanza: mentre per alcuni minuti la scena è vuota, da lontano arrivano due donne che presto scompariranno di nuovo. Ci hanno aperto le porte di casa loro, una casa al femminile, con tutti i moniti e i vezzi del pettegolezzo, delle dicerie, dei luoghi comuni, di un’ilarità mal celata e di un pudore che, nascosto dietro a un vestito, mostra il nudo della pelle. Continuano le voci scandite da una sveglia che richiama continuamente all’ordine, tanto che alla conclusione la durata della performance sembra sfuggire a un conteggio esatto: quarantacinque minuti come ci informava la Di Marco? Quindici minuti come da programma? Forse venti? Il tempo è dissolto e, intanto, la prima serata è conclusa.

    Erano in 6 stasera in scena ma il pubblico non si contava e noi tutti, Rete Danzacontempoligure, Teatro Akropolis e Augenblick, eravamo soddisfatti. Fuori Formato è appena incominciato.

    Marina Giardina

  • Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    suq-compleannoUn grande successo anche quest’anno per il Suq Festival che ha ospitato, intrattenuto e deliziato con cibi etnici 70 mila visitatori. Il fascino del gran bazar, che mischia sotto un unico tendone molti aspetti di diverse culture, anche in questa edizione non si è smentito e ha attirato in soli dieci giorni, migliaia di visitatori. Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, ha raccontato a Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, la crescita dell’evento sottolineando che il successo più grande di questo 2016 è stato la rassegna teatrale. «Il nostro pubblico ha colto e apprezzato l’eccellenza degli spettacoli che abbiamo messo in scena in questa edizione. Una partecipazione del genere non c’è mai stata prima». A confermarlo, il tutto esaurito (660 spettatori e tante altri rimasti a bocca asciutta a causa del sold out) per tre sere consecutive dello spettacolo “Hagar la schiava” di Adonis, in scena dal 24 al 26 giugno nella Chiesa di San Pietro in Banchi. «Lo spettacolo, che ha rappresentato sul palco un tema profondo – aggiunge Carla Peirolero – ha avuto un grandissimo successo».

    I dibattiti, gli incontri, i dialoghi e i confronti che hanno portato sotto i tendoni del Suq tematiche impegnative, di attualità e del passato, come confermano i numeri, sono state seguite e apprezzate dal pubblico. «In ogni giornata di questa edizione – aggiunge Peirolero – abbiamo visto e percepito la voglia di stare insieme, il desiderio di confronto e la volontà da parte del pubblico di dialogare per cercare di costruire un futuro migliore. Un traguardo per noi molto importante».

    Il Suq, mantenendo sempre fede al tema di quest’anno, “Generazioni memoria e futuro”, ha rappresentato un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi, un modo per riflettere su quello che sarà il futuro e, magari, per costruirne uno migliore.

    Suq di partecipazione e condivisione

    Quella del 2016 è stata definita l’edizione all’insegna della condivisione e della partecipazione. «La condivisione è stata una costante che ha caratterizzato moltissimi aspetti dell’evento, i dibattiti, gli incontri, gli spettacoli. Ma non solo. La condivisione è avvenuta anche fuori dal Suq, nei social e nel web» dice Peirolero. Anche in questo caso, la testimonianza è data dai numeri: 69 mila persone raggiunte tramite Facebook e 70 mila tweet visualizzati nei giorni dell’evento.

    Il Suq, che come dice la parola stessa è un mercato che unisce diverse realtà, anche quest’anno ha saputo coinvolgere: «È stato un grande palcoscenico che ha dato spazio a tutti, al pubblico incluso – aggiunge Peirolero – questa edizione del Suq è stata come uno spettacolo in cui tutti sono stati i protagonisti». Una partecipazione e un coinvolgimento spontaneo che si è manifestato anche in tante serate improvvisate. Come quella di sabato 25 in cui il bazar si è trasformato in un grande concerto in cui si esibivano musicisti e pubblico, insieme. «Le feste improvvisate, nate tra le viuzze della kermesse – conclude – hanno tirato fuori convivialità, partecipazione, confronto e dialogo tra tutti, la vera anima Suq».

    Il silenzio delle istituzioni e la prossima edizione

    Nonostante il grande successo, le istituzioni locali non hanno ancora dato risposta su quello che sarà il destino del Suq. «Vorremmo avere più certezze per le prossime edizioni – dice Peirolero – il nostro è un grande evento da 240.000 euro, per il 75% coperto con le nostre forze, che ha ancora tanta voglia crescere. Stiamo già pensando al prossimo anno ma ci piacerebbe farlo con qualche sicurezza in più».

    Nella prossima edizione, che avrà come tema “Il viaggio e la sosta”, si parlerà di migrazione, radici e di quello che riserverà il futuro. «Speriamo che per il Suq non sia ancora arrivato il momento della sosta e che il viaggio continui» conclude la direttrice artistica del Suq Festival. Il Suq ha confermato di avere i numeri di un grande evento e ha dimostrato di aver raggiunto la maturità tipica di chi compie la maggiore età. Come tutti i diciottenni, però, ha bisogno ancora di qualche certezza per crescere e migliorare.

    Elisabetta Cantalini

  • Stories We Dance, giovedì 30 la premiazione a Palazzo Ducale. Special guest: Luca Alberti

    Stories We Dance, giovedì 30 la premiazione a Palazzo Ducale. Special guest: Luca Alberti

    odoredelleossa-danza-neve-montiContinua il viaggio alla scoperta dei 14 film finalisti di Stories We Dance, il contest di videodanza internazionale a cura di Augenblick Associazione Culturale in programma giovedì 30 giugno, ore 21.00, in Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, nell’ambito della rassegna FuoriFormato, di cui Era Superba è media partner. Un appuntamento da non perdere per conoscere più da vicino il linguaggio della videodanza che, come già abbiamo avuto modo di illustrare, possiede strumenti complessi e multipli per attraversare e abitare i territori dell’arte e, perché no, della vita. La videodanza, genere aperto e in continua ricerca, non si accontenta di narrare la realtà del corpo ma si spinge a prefigurare scenari sempre diversi, di superare il limite della pelle, di dilatare lo spazio in cui agisce il corpo e di creare, grazie alle tecniche audiovisive, finestre su altri mondi: specchi interiori e realtà immateriali ma allo stesso tempo concreti e in profonda connessione con il nostro tempo “reale”. È il caso dei film finalisti di Stories We Dance, in buona parte già esaminati nei precedenti articoli e degli ultimi quattro che qui andremo a descrivere, uniti dalla forte urgenza narrativa e compositiva.

    Caratterizzato da una vena intimista e poetica L’odore delle ossa (1’) diretto da KRÅK_collettivo onomatopeico nel 2015, è l’unico film italiano in concorso. Il film, originariamente nato come cortometraggio della durata di 19 minuti e qui presentato nella sua versione breve, è incentrato sul rapporto tra due donne attraverso il viaggio, emotivo e fisico, in una natura algida ed incontaminata. Gli scenari, incantati e imponenti, riverberano le geografie interiori delle due protagoniste come se non esistessero confini precisati tra dentro e fuori. La fotografia e la regia curata da Roberta Segata ha già fatto ricevere al film la menzione di Best Cinematography a Cinedans Filmfestival e la menzione speciale Team a La danza in 1 minuto.

    She/Her (11’ 04’’) è un film olandese diretto nel 2015 da Sonja Wyss che indaga il rapporto conflittuale tra una madre e una figlia. Già dalla scena iniziale rimaniamo catturati dalla temperatura emotiva di questa relazione: i ruoli sono evidentemente cristallizzati tanto nelle parole manipolatorie della madre quanto nella gestualità contrariata della figlia, dove il potere e la dipendenza rimbalzano in uno scontro vis à vis attorno al tavolo di un ristorante. La scrittura coreografica, perfettamente sintonizzata con lo sviluppo drammaturgico, svela l’importanza di un legame, possibile solo attraverso il contatto fisico.

    Il visionario Tango Brasileiro (3’), film anglo-brasiliano diretto da Gabriela Alcofra e Billy Cowie nel 2014, è una riflessione sul tempo e su come questo possa essere sedotto e fermato dalla voce di una bambina. Costruito in buona parte con materiali filmici d’archivio, il cortometraggio riesce ad evocare la danza attraverso i fermimmagini sugli abitanti del passato di Rio de Janeiro alternati alla voce fuori campo e all’espressività della performer.

    Ultimo film in programma: Vecinas (11’ 17’’) firmato nel 2015 dalla belga Natalia Sardi. Il nodo centrale della storia si sviluppa intorno a una particolare sensibilità del corpo: l’esperienza di due donne soggiogate dalle leggi del magnetismo. La tensione dei due corpi, separati dal muro di casa e sul quale si concentra la loro sorte, ben presto si trasforma nella consapevolezza di poter inventare e negoziare una nuova identità. Pluripremiato e selezionato in rilevanti festival internazionali, questo film in parte autobiografico, è la prova di come la danza possa elegantemente abbracciare il cinema.

    Al miglior film, al termine delle premiazioni previste sempre il 30 giugno, sarà consegnato un premio in denaro pari a 500 euro. Quattro le menzioni speciali: miglior regia, miglior coreografia, miglior performer e miglior concept. Anche gli spettatori saranno invitati a scegliere il loro film preferito con l’assegnazione del premio del pubblico.

    Echo-danza

    Altra nota di colore, durante la serata sarà la presentazione della performance dal vivo Echo di e con Luca Alberti, danzatore e membro della Compagnia DEOS diretta da Giovanni Di Cicco in residenza al Teatro Carlo Felice di Genova. Lo studio coreografico è tratto da MM Microcosmo Mozart, spettacolo di recente produzione della Compagnia DEOS che sarà rappresentato il 5 luglio nell’ambito del Festival Outside(R) Dance(R). Echo è il viaggio e la memoria di un suono, la frequenza irrisolta di un transito, che trova nell’anatomia di un corpo solo, la strada per ritornare a casa.

    Alessandra Elettra Badoino

  • Teatro Akropolis, da progetto Maia a FuoriFormato: la danza come scambio poetico tra ricerca teatrale e sperimentazione

    Teatro Akropolis, da progetto Maia a FuoriFormato: la danza come scambio poetico tra ricerca teatrale e sperimentazione

    soggezione-fuoriformato-danza-donnaLa danza, in quanto occasione di confronto diretto con l’azione, il corpo e il suo potenziale espressivo, ha sempre occupato un posto di rilievo negli interessi di Teatro Akropolis, trovando ampio spazio nella programmazione del festival annuale Testimonianze ricerca azioni e un fertile terreno di confronto nell’ambito del network indipendente dedicato alla giovane danza d’autore italiana Anticorpi XL, di cui Teatro Akropolis è referente per la regione Liguria.

    Nel 2016 prende l’avvio a Teatro Akropolis il Progetto Maia, un progetto annuale finalizzato al sostegno della danza contemporanea indipendente del territorio ligure. Attraverso un tavolo di lavoro con i danzatori, Teatro Akropolis ha definito una serie di azioni – fra cui seminari, workshop e residenze artistiche – in grado di convogliare l’attenzione sui processi creativi e gli aspetti del lavoro che precedono la messa in scena, diventando occasione di autoformazione e scambio di poetiche per tutti i partecipanti e un concreto supporto al lavoro degli artisti. Le azioni della prima edizione del Progetto Maia sono state programmate all’interno della settima edizione di Testimonianze ricerca azioni, svolto fra marzo e maggio 2016.

    In occasione di FuoriFormato, Teatro Akropolis ha emanato una call pubblica per selezionare alcuni lavori da inserire nella programmazione della tre giorni di eventi. Due fra gli spettacoli selezionati, in particolare, provengono dal lavoro effettuato dai rispettivi artisti durante le residenze svolte nella prima edizione del Progetto Maia, segnando così un rapporto diretto tra FuoriFormato e Maia, e accogliendo entrambi i progetti sotto un’unica e più ampia prospettiva rivolta alla danza e alle arti performative.

    È questo il caso, fra gli altri, di Soggezione (30’), in programma il 28 giugno a partire dalle ore 21.00 a Palazzo Bianco. Prodotto da Once per la regia di Sara Due Torri, con coreografia a cura della stessa Due Torri e di Guendalina Di Marco, presente in scena insieme ad Alessandra Caviglia, il lavoro nasce proprio in seguito alla residenza artistica che il gruppo ha effettuato a Teatro Akropolis, e si presenta come un progetto sulle nostre “credenze” personali e su come queste siano determinanti nella costruzione delle singole identità.

    Slegato dal Progetto Maia è invece il lavoro selezionato di Cristiano Fabbri, Tracciati (40’), che verrà presentato durante la serata del 29 giugno a partire dalle ore 21.00 a Palazzo Tursi. Insieme all’incisore, scenografo, nonché attore Marco Laganà e in coproduzione con Associazione culturale Arbalete, i tracciati di cui si parla sono intesi come sedimenti coreografici, oggetti, costumi che al tempo stesso creano scenari e prospettive. Una struttura compositiva che avverrà sulla scena improvvisando con i ricordi del presente.

    Durante la serata del 30 giugno, a partire dalle ore 19.00 a Palazzo Tursi, verrà presentato il lavoro di Maria Francesca Guerra, anch’esso legato alla residenza effettuata a Teatro Akropolis per Maia. Un lavoro ritenuto un esempio di come la ricerca di un linguaggio ibrido in cui danza, musica e voce si influenzino reciprocamente, possa raccontare attraverso un solo corpo in scena un piccolo universo. In Sinfonia per un corpo solo (15’) Maria Francesca Guerra, suonando un violino dal vivo, farà diventare il proprio corpo un ulteriore strumento che risuona e vibra.

    Lavoro selezionato da parte della rete Danzacontempoligure, e comunque anche in questo caso presentato da artisti in residenza ad Akropolis grazie al Progetto Maia, è infine quello di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli, Soliloquio a due, in scena il 29 giugno a partire dalle 21.00. Di questo studio abbiamo parlato in occasione dei lavori presentati dalla Rete stessa.

    Fuoriformato e Progetto Maia, insieme, costituiscono per Teatro Akropolis un primo importante passo verso un maggiore sostegno alla danza indipendente del territorio e verso una definizione sempre più puntuale delle necessità di confronto e di apertura nel lavoro di ogni artista che, al di là di ogni determinazione di genere, sia esso danza o teatro, ha sempre il diritto di essere supportato quando spinto da urgenze creative e alimentato da una ricerca profonda.

  • Stories We Dance, non solo festival. Il 29 giugno tavola rotonda sulla videodanza

    Stories We Dance, non solo festival. Il 29 giugno tavola rotonda sulla videodanza

    laymelow-danza-fuoriformatoProsegue su Era Superba la descrizione dei 14 film finalisti che saranno proiettati giovedì 30 giugno, ore 21.00, alla Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale per Stories We Dance, il contest di videodanza internazionale a cura di Augenblick Associazione Culturale. L’evento, lo ricordiamo, fa parte del ricco programma di FuoriFormato, la rassegna sulla danza contemporanea che accompagnerà le giornate dal 28 al 30 giugno, tra Palazzo Ducale, Palazzo Bianco, Palazzo Tursi e Palazzo della Meridiana.

    Ricominciamo da How are you today (3’ 39’’): diretto nel 2015 da Chiu Chih-Hua, è uno dei due film provenienti dall’Estremo Oriente (Hong Kong). La scena che qui si apre è quotidiana e sussurrata, rievocando a tratti la delicatezza di toni del cinema orientale: un ragazzo e una ragazza si incontrano o reincontrano sul terrazzo deserto di una palazzina contornata da una serie di edifici di grande taglia, che prendono via via la forma muta di una quinta urbana. La loro danza si costruisce nel reciproco avvicinamento che, come suggerisce il titolo, ha il sapore di un saluto mattutino.

    Il film francese in concorso, Kid Birds For Camera (11’ 16’’), è stato diretto da David Daurier e Eric Minh Cuong Castaing nel 2015 e arriva a Genova dopo essere stato selezionato da importanti festival internazionali. Il punto di partenza di questo film è il determinante approccio coreografico di Merce Cunnigham. A fare esperienza di tale proposta gestuale e di movimento sono tuttavia dei bambini, verosimilmente seguiti e filmati all’interno di un’articolata attività laboratoriale di gruppo. Il tentativo è di documentare il movimento instabile e apparentemente non organico dei bambini stessi, anche grazie a interventi digitalizzati in motion capture, in linea con il suggerimento astratto cunninghamiano.

    Lay Me Low (7’ 50’’), della canadese Marlene Millar, è un film del 2015 pluripremiato e ben noto al pubblico internazionale della screendance. Nei quasi 8 minuti del film in bianco e nero, assistiamo al procedere lento e cadenzato di un gruppo eterogeneo di persone, formato da danzatori, musicisti, cantanti di differente età. La chiave di tutto il lavoro è rappresentata proprio dall’omonima melodia tradizionale Shaker (quacchera) Lay Me Low, imperniata sui temi della perdita e del lutto, che segue e guida fino alla fine il percorso ritmato dei performer. La coralità che emerge non è solo data dal cantato, ma anche da una proposta di movimento che rafforza le tonalità intime e condivise dell’intero film.

    Il secondo film orientale in selezione è Let’s say (8’), diretto nel 2014 a Hong Kong da Fuk Pak Jim. La comunicazione mutuata dalla tecnologia e le difficoltà delle relazioni interpersonali nel contesto contemporaneo sono i punti di avvio della proposta, che si articola in tre quadri differenti. Dapprima l’attenzione va sulle incomprensioni, gestuali e non, fra madre e figlio; in seguito la salita e discesa di una scala mobile diventano teatro per il “discorso amoroso” danzato di una giovane coppia; infine la camera si sposta su una surreale e animata tavola da Ultima cena, posizionata sul fondo di una piscina prosciugata. Il messaggio che scivola tra i quadri è esplicito nella sinossi: stop phubbing (basta isolarsi con gli smartphone, quando siamo con gli altri).

    Chiudiamo, ma solo per questo intervento, con Marine Girls (2’), firmato nel 2015 dall’americana Megan Wright. Si tratta di uno degli short film più brevi di Stories We Dance. Due ragazze su una spiaggia deserta, inquadratura fissa: una performer è quasi immobile mentre l’altra, al suo fianco, si avventura in un racconto fisico fatto di memorie e desideri, forse condivisi nel tempo dalla loro relazione. Qui, in modo chiaro, emerge quanto multiforme rimanga lo spazio interpretativo di chi approccia la videodanza, trovandosi di fronte a film che, per motivi legati a una breve durata, alla mancanza o quasi di parlato, a un linguaggio spiccatamente fisico, spesso nascono e restano “opere aperte”.

    Come già ricordato nei precedenti articoli, mercoledì 29 giugno sarà possibile avere un primo assaggio di tutti i film selezionati grazie alla tavola rotonda specificamente dedicata a Stories We Dance e a un approfondimento sulla videodanza in rapporto alla contemporaneità. L’incontro, aperto al pubblico, sarà ospitato da Palazzo Ducale, in Sala Liguria, dalle ore 18.00, sarà moderato da Augenblick e vedrà la presenza dei giurati di Stories We Dance (Lucia Carolina De Rienzo, Emilia Marasco, Gaia Clotilde Chernetich, Gaia Formenti, Simone Magnani). I membri della giuria del contest saranno via via chiamati, in virtù degli interessi e dei percorsi di ciascuno, a un confronto reciproco sui temi e sui differenti approcci al fare e al parlare di videodanza. Saranno possibili, e anzi auspicabili, interventi e domande da parte del pubblico.

    Fabio Poggi

  • Identità e differenza, Rete Danzacontempoligure a FuoriFormato

    Identità e differenza, Rete Danzacontempoligure a FuoriFormato

    eccepuer-fuoriformato-danzaRete Danzacontempoligure opera a Genova ormai da circa quindici anni, da quando cioè, in occasione di quelli che venivano chiamati i Caffè della Danza, gli artisti coinvolti sentirono la necessità di conversare prima di danzare, provando a unire le forze di ognuno per diventare un interlocutore unico di fronte alle istituzioni, attraverso la promozione e la diffusione della danza contemporanea. Fare rete. Un’azione politica oltre che artistica.

    I membri attualmente presenti all’interno di Rete Danzacontempoligure provengono quindi da formazioni differenti: danzatori, performer, insegnanti, promotori e operatori dello spettacolo. Un ventaglio di capacità eterogenee per dialogare con la propria città a partire dalla danza, un linguaggio contemporaneo proprio nella sua non piena adesione alla contemporaneità. Giorgio Agamben scrive che “è davvero contemporaneo chi non coincide perfettamente col suo tempo né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo”, e Rete Danzacontempoligure, con il suo operato negli anni, si potrebbe appunto inscrivere in questo afflato.

    Come già avvenne durante la manifestazione Rolly Days – Danza organizzata dal Comune di Genova nel 2013, in cui la danza contemporanea aveva incontrato l’arte antica dei palazzi nobiliari genovesi, l’occasione di FuoriFormato è per Rete Danzacontempoligure l’opportunità di presentare i linguaggi differenti degli artisti coinvolti. Progetti site-specific dove la danza e l’importanza del gesto coreografico rimangono elementi necessari per affermare la propria identità.

    È il caso di Koinè Genova, che durante la serata del 28 giugno, alle ore 21.00, presenterà il proprio lavoro Tra_passato_remoto (30′), con Serena Loprevite, Rocco Colonnetta e Alice Montagna. Avvicinarsi, allontanarsi, rincorrersi e afferrarsi, azioni danzate quelle di Koinè Genova che realizzano le proprie performance con una particolare attenzione alla poetica del gesto nel contesto urbano.

    La serata del 29 giugno, sempre a partire dalle ore 21.00, vede la presentazione del primo studio breve di MAMIHLAPINATAPAI, La marionetta – I fili visibili e quelli invisibili (15′) – un’indagine sulla relazione. Gli artisti Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso sono l’esempio di come fare rete significhi unire provenienze solo in apparenza lontane. Una danzatrice (Bernardini) e un attore (Alfonso) indagano su come lo spazio esterno possa intervenire sulla loro conversazione danzata.

    Nel corso della stessa serata, a seguire, Soliloquio a due – work in progress studio #1 (25’): il lavoro di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli è la prima tappa di una storia biografica, tra esperienze, organiche e individuali, di cura e pratica. Il corpo della Pedullà, danzatrice unica in scena, andrà a dialogare o coincidere con i disegni e i ritratti corporei della Marzagalli, docente di Anatomia artistica all’Accademia di Belle Arti di Genova. Lo spettacolo è realizzato con il supporto di Progetto Maia 2016, a cura di Teatro Akropolis, di cui torneremo a parlare nei prossimi appuntamenti dedicati a FuoriFormato.

    La serata conclusiva del 30 giugno, a partire dalle ore 19.00, propone il lavoro di Davide Francesca e Marco Democratico, BodyCaking®[Belladonna] (35′) per Red Carpet Cake Design®. Con l’installazione sonora di Luca Serra e il corpo di Olivia Giovannini, le decorazioni di zucchero, decontestualizzate dal mondo dei dolci da cerimonia, diventano vestito, fragile gabbia che il corpo prima accoglie e poi rifiuta, ribellandosi ad un canonico concetto di bellezza.

    Sempre durante l’ultima serata del 30 giugno viene presentata la performance di Nicola Marrapodi, Ecce Puer (30′). Appartenente a Rete Danzacontempoligure ma anche membro di DEOS – Danse Ensemble Opera Studio diretto da Giovanni Di Cicco, Marrapodi presenta il proprio lavoro in collaborazione con Roberto Orlacchio. Qui il corpo in scena dialoga in solitudine con l’elemento dell’acqua, come ritorno primordiale allo scorrere dei tempi della vita liquida.


    Marina Giardina

  • Stories We Dance: il corpo è un racconto ancora inesplorato

    Stories We Dance: il corpo è un racconto ancora inesplorato

    StMlOlaplay-fuoriformato-danzaLa videodanza non è un genere di recentissima costituzione e, tuttavia, è ad oggi una delle forme ibride più interessanti e discusse a livello internazionale: festival sparsi in tutto il mondo, studi e ricerche accademiche in pieno sviluppo, una rete di contatti e collaborazioni fondata sull’ideale comune di esplorare una forma creativa, quella della danza unita all’audiovisivo, al centro di una rapidissima evoluzione. Nell’ambito di FuoriFormato, la rassegna sulla danza contemporanea che a Genova sarà in scena dal 28 al 30 giugno prossimi, e di cui Era Superba è media partner, Augenblick Associazione Culturale ha curato una call internazionale che, dopo una lunga e ardua selezione a partire da 98 candidature, porterà a Palazzo Ducale 14 film, quasi tutti in anteprima italiana, ciascuno espressione delle tante possibili declinazioni di questo percorso.

    Il focus di Stories We Dance, questo il nome dato da Augenblick al contest, è la possibilità di fare della danza, o più estensivamente del corpo in movimento, una forma narrativa, a partire dalla quale non solo sia plausibile restituire le tappe di un racconto, ma indagare anche storie inedite, dove il primato della parola venga meno in favore della gestualità e della capacità che le tecniche audiovisive contemporanee hanno nel tempo accumulato per metterla in scena. I finalisti del contest – che saranno presentati a una tavola rotonda mercoledì 29 giugno alle 18.00 in Sala Liguria, a Palazzo Ducale, alla presenza della giuria incaricata di giudicarli, e saranno poi integralmente presentati al pubblico la sera del 30 giugno in Sala del Munizioniere, alle ore 21.00 – arrivano a Genova dopo una serie molto ricca di selezioni internazionali, che ne hanno già abbondantemente decretato qualità e originalità.

    Augenblick è in questo senso un attore consapevole all’interno dell’iniziativa: seppur nato nel settembre 2014, il collettivo di videodanza e performance ha realizzato un primo film di videodanza, Su misura, che nell’arco di un anno e mezzo ha partecipato a oltre 35 festival internazionali, collezionando 6 riconoscimenti che hanno incentivato i suoi membri (Alessandra Elettra Badoino, Marina Giardina, Fabio Poggi e Marco Longo) a differenziare il più possibile la propria attività, con percorsi creativi in costante ampliamento, performance cittadine dal vivo, collaborazioni legate alla didattica (a Genova con “Officina Letteraria” di Emilia Marasco) e, recentemente, l’adesione a FuoriFormato.

    Nel tentativo di predisporre il pubblico alla visione dei film selezionati, Era Superba esaminerà in tre puntate le opere finaliste, in rigoroso ordine alfabetico, partendo da approaching the puddle (8’ 33’’), un cortometraggio incentrato su una situazione molto semplice, la relazione tra una danzatrice con una pozzanghera, nello spazio di un parcheggio pubblico svuotato dalle auto, per esplorare qualcosa di molto complesso e stratificato come l’istintività del gioco e dell’infanzia. Una coreografia curata al millimetro e un gioco di effetti visivi semplicemente sorprendente fa del film di Sebastian Gimmel, prodotto nel 2014 in Germania, un’opera colorata e fantasiosa, che moltissimi festival in tutto il mondo hanno già selezionato e premiato.

    Su tutt’altro territorio si muove l’irlandese The Area (24’ 42’’), diretto nel 2014 da Ríonach Ní Néill e Joe Lee: la ricognizione di un sobborgo dublinese diviene l’occasione per esplorare, a tempo di danza, la memoria collettiva di una comunità intergenerazionale, tra rimpianti, emozioni perdute e una radicale rivendicazione di appartenenza ai propri luoghi e alle proprie storie. Commovente e ricco di continui cambi di location, The Area è un film che intreccia la fantasia al documentario, la realtà alla trasfigurazione poetica che la danza può donare a chi le resta fedele nel tempo.

    Filosofico e astratto, il cortissimo svedese Beware of Time (1’ 20’’), diretto da Cynthia Botello nel 2015, vede due donne danzare su un luogo di rovina e trasformazione, un cantiere aperto dove il lavorio incessante di una ruspa è metafora del tempo che scorre e rigenera la realtà. Virato in tinte seppia dove le stesse figure femminili coinvolte si spartiscono, negli abiti e nel colore della pelle, tonalità chiare e scure, il film rincorre la consapevolezza dell’istante più effimero, riconducendola a motivo della stessa performance.

    The Birch Grove (20’ 10’’), della statunitense Gabrielle Lansner, è un film del 2015 che, partendo da uno spunto letterario, mette in scena in forma romanzesca la relazione di due fratelli in aperto conflitto e il percorso che li potrebbe condurre a un’agognata riconciliazione. Un lavoro di ampio respiro scenografico, riconosciuto a livello mondiale, dove la danza dei corpi si intreccia alla voce narrante fuori campo restituendo l’epopea, ben nota anche al cinema, delle dinamiche familiari.

    Infine – ma la disamina delle opere finaliste a Stories We Dance continuerà nei prossimi giorni – il film tedesco di Filipe Frozza e Ulrike Flämig, Disruptions (4’ 55’’), prodotto nel 2015 e ricorrente in moltissime selezioni dell’ultimo anno: ambientato in Palestina davanti al muro che separa la regione dallo Stato di Israele, il film racconta la tentata performance di una danzatrice in un territorio dove la realtà è più forte di ogni possibile messinscena, e la videocamera deve accettare di abitare un conflittuale teatro dell’imprevisto: il film si può fare, o è destinato a interrompersi?

  • FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    fuoriformato-logo-quadratoUltimi preparativi per FuoriFormato, la rassegna di danza, videodanza e performance in programma tra il 28 e il 30 giugno prossimi a Palazzo Ducale, Palazzo Bianco e Palazzo Tursi, nell’ambito del festival Genova Outside(R) Dance(R), già avviato da alcune settimane con appuntamenti in tutta la città. Organizzato da Comune di Genova, in collaborazione con Teatro Akropolis, Rete Danzacontempoligure, Augenblick Associazione Culturale e Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, FuoriFormato si propone come una tre giorni di approfondimento e ricerca interamente focalizzata sulla danza contemporanea, con un ricco ventaglio di eventi, tra ricerca e sperimentazione, che mettano in dialogo la proposta locale con una sempre crescente curiosità verso quanto accade su scala internazionale. L’ingresso alla rassegna sarà gratuito e aperto a tutta la cittadinanza ed Era Superba, media partner ufficiale della rassegna, accompagnerà questi giorni di attesa con curiosità e approfondimenti sugli eventi in calendario.

    La danza è un oggetto duttile, al centro di una verifica incessante che passa attraverso linguaggi e generi differenti. La sezione dal vivo di FuoriFormato, diretta da Teatro Akropolis e Rete Danzacontempoligure, vedrà il costituirsi di un programma di spettacoli con oltre trenta artisti coinvolti, un grande contenitore dove troveranno spazio e sintesi alcune delle più interessanti realtà nel campo della danza contemporanea ligure. L’occasione è unica per assistere, in forma organica, ai risultati delle ricerche dei danzatori più importanti attivi sul territorio, nel tentativo di rispondere alla domanda sul senso e le prospettive della danza oggi, a Genova, in Italia e non solo. La selezione degli artisti coinvolti evidenzia immediatamente la pluralità delle proposte e delle visioni che animano la comunità artistica della nostra regione, declinandosi secondo stili, percorsi e anche generazioni differenti, accomunati dal confronto con le tendenze nazionali e internazionali. Se nel merito dei singoli spettacoli potremo certamente tornare nel corso dei prossimi giorni, i nomi delle realtà coinvolte parlano già chiaro: alla danza urbana di KoinéGenova (Tra_Passato_Remoto) si affiancheranno l’assolo di Roberto Orlacchio (Un canto costante), le ricerche di Once Danzateatro (Soggezione), di Cristiano Fabbri (Tracciati), di Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso (Mamihlapinatapai – Un’indagine sulla relazione), il work in progress di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli (Soliloqui a due #1), le performance di Maria Francesca Guerra (Sinfonia per corpo solo), Davide Francesca e Olivia Giovannini (BodyCaking®[Belladonna]) e Nicola Marrapodi (Ecce puer).

    Alla sezione dal vivo si affiancherà – novità pressoché assoluta per Genova – il contest di videodanza internazionale Stories We Dance, a cura di Augenblick Associazione Culturale. Inseguendo un principio di trasversalità dei linguaggi, il focus sulla videodanza, genere al centro di una sempre più fertile discussione ed evoluzione nel panorama contemporaneo, ha portato al lancio di una call internazionale, cui hanno aderito 98 candidature da tutto il mondo. Tra queste, solo 14 e quasi tutti in anteprima italiana sono stati i film selezionati per la serata di proiezione finale, giovedì 30 giugno a partire dalle ore 21 a Palazzo Ducale. Alla proiezione dei film seguirà il giudizio di una giuria di esperti, composta da Lucia Carolina De Rienzo, project manager di COORPI – Coordinamento Danza Piemonte, Emilia Marasco, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e scrittrice, Gaia Clotilde Chernetich, critica e studiosa di danza e teatro, Gaia Formenti, scrittrice, sceneggiatrice e filmmaker, e Simone Magnani, danzatore, coreografo e insegnante. A loro spetterà l’assegnazione di un primo premio in denaro (500 Euro) e delle menzioni alla miglior regia, alla miglior coreografia, al miglior performer e al miglior story-concept. Anche il pubblico presente alla serata finale sarà chiamato a esprimere la propria preferenza, determinando il film vincitore di un premio ad hoc. Ad anticipare la serata finale, una tavola rotonda – mercoledì 29 giugno alle 18 a Palazzo Ducale – composta da Augenblick e dagli stessi membri della giuria, il cui obiettivo sarà un confronto sui diversi approcci alla videodanza attraverso gli sguardi eterogenei di chi programma i festival, di chi fa critica, di chi studia e lavora con il linguaggio e la comunicazione legata agli audiovisivi. Una tappa importante nella discussione attorno a un’arte in contatto con il proprio tempo, della quale Genova potrà conoscere alcuni dei risultati più sorprendenti nel panorama internazionale contemporaneo.

    Marco Longo

  • Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Festival-Suq-a-Genova-il-mercato-foto-S.Losso_Giovedì 16 giugno parte la diciottesima edizione del Suq Festival. Quella di quest’anno sarà una manifestazione che dimostra la maturità dell’evento, la maggiore età. “Generazioni memoria e futuro” è il tema su cui si basa il festival 2016. Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, ha incontrato Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, che ha raccontato le idee alla base di questa edizione e le non poche difficoltà a portare avanti un progetto del genere: «Il Suq rappresenta un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi. E’ un punto da cui partire per riflettere su quello che sarà. Cominciando dalla storia, analizzando gli avvenimenti di attualità cerchiamo di costruire un futuro migliore».

    Non a caso il Suq è il teatro del dialogo, patrocinato dall’Unesco, Commissione nazionale Italiana, dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sostenuto dal MiBACT e best practice d’Europa, l’unico festival del genere in Italia, capace di unire lingue, culture, provenienze.

    Quest’anno sono 35 i paesi che portano all’interno del gran bazar scenografico parte della propria cultura, chi con l’arte, chi con la gastronomia, chi con l’artigianato. In programma in questa edizione, la stagione teatrale più ricca e interessante che mai: musica, arte e spettacoli per un totale di 100 eventi. Moltissimi palcoscenici, con la novità della Terrazza del Museo Luzzati, poi tavolate conviviali, meticciati sonori, testimoni illustri, laboratori, buone pratiche per l’ambiente, il bazar dei popoli, con una rete eccezionale di ristoratori, artigiani, associazioni che fanno vivere il Suq ogni giorno.

    L’obiettivo comune a tutti gli eventi di quest’anno è di far riflettere sull’attualità: «Parleremo dei temi moderni – aggiunge Peirolero – come l’immigrazione, ricordando quando eravamo noi a emigrare e a inserirci in altri paesi, approfondiremo il tema della figura della donna, di come è cambiata negli anni, in molti, ma non in tutte le parti del mondo».

    Il festival, anche quest’anno, rappresenterà l’inizio dell’estate e sarà un momento di festa e divertimento per Genova, ma soprattutto il teatro del dialogo tra le differenze. «Il Suq è stato spesso etichettato come la festa del folklore, che è sicuramente una parte importante della cultura – conclude Peirolero – ma quest’anno vogliamo che cambi aspetto. Sarà cresciuto e maturo».

    I tagli e le non risposte delle istituzioni

    Integrazione delle fasce più deboli, dialogo tra le diversità, più cultura accessibile a tutti per un segnale forte verso l’inclusione sociale, sono alcuni degli obiettivi che il Suq vuole raggiungere e sono anche gli slogan ripetuti più volte dalle istituzioni. Eppure i due punti di vista sembrano non convergere nei fatti. La Regione Liguria quest’anno ha tagliato 20 mila euro per le attività formative, portate avanti da sette anni con successo dagli artisti del Suq. Il finanziamento al progetto “Intercultura va a Scuola” quest’anno è stato sospeso. «I laboratori teatrali, gli incontri e le lezioni in Istituti con classi problematiche, le conferenze-spettacolo – sostiene Peirolero – che rappresentano solo una parte del programma “Intercultura va a Scuola”, hanno dimostrato che le differenze in arte sono un valore e che l’ascolto e la relazione si possono imparare con il teatro e la musica. In alcuni casi, un antidoto alla dispersione scolastica, di cui ci si cruccia senza però salvare quelle attività che è dimostrato possono offrire un aiuto». Da gennaio a giugno, dal 2009 a oggi, più di 5.000 studenti sono stati coinvolti su tutto il territorio ligure, dalla Spezia a Imperia. «E’ stato compromesso un patrimonio di esperienze, che educava nella pratica, grazie alla multietnicità della Compagnia del Suq, all’incontro tra i popoli e al rifiuto delle discriminazioni».

    Le divergenze tra istituzioni e Suq non finiscono qui. Anche per la manifestazione estiva, la Regione ha tirato la cinghia, o meglio, alle soglie della festa d’inaugurazione non ha ancora fatto sapere nulla riguardo i finanziamenti: «Non abbiamo avuto nessuna risposta dei 30 mila euro richiesti per l’evento» «Il silenzio – prosegue – rischia di mettere i bastoni tra le ruote a una realtà che funziona. Un evento che è riconosciuto a livello europeo e ministeriale dovrebbe avere più certezze». Per ottenere i finanziamenti regionali, il 10% del costo complessivo, il Suq, quest’anno, ha partecipato al bando “Grandi Eventi”, bando in cui convergono tutte le attività della Liguria.

    Anche il Comune in tema di sponsorizzazioni non si pronuncia. Nonostante il Suq sia una grande opportunità per Genova, portando 70 mila visitatori in 10 giorni, l’assessorato alla cultura non ha messo a disposizione nemmeno un euro. «Lo sponsor quest’anno è direttamente Iren – ricorda la direttrice – ed è curioso che il Suq non venga messo a bilancio in Comune. Non siamo così importanti?».

    I numeri del Suq

    Il Festival Suq è una manifestazione complessa, articolata, un evento organizzato, reso fattibile, coordinato e seguito da un team che, sotto data, conta fino a 53 persone. Dietro le quinte, o meglio dietro tendoni del gran bazar, lavorano tutto l’anno 3 soci fondatori, 11 ordinari e 600 soci sostenitori, il cuore che anima il Suq da 18 anni. «Lavoriamo costantemente tutto l’anno – racconta Peirolero – chi a tempo pieno, chi mezza giornata, ma tutti mettiamo passione e dedizione per questo progetto». Il costo complessivo del Suq, valutato dagli esperti in 700 mila euro, il triplo di quello sostenuto in questa edizione, è coperto per l’80% dagli sponsor, dalle quote associative, eppure la manifestazione continua a essere quasi totalmente gratuita, solo gli spettacoli hanno un costo di 5 euro, oltre naturalmente ai banchetti.

    Un patrimonio per la città e un presidio di quell’interculturalità vivace e festosa di cui mai come oggi abbiamo bisogno. Forse, varrebbe la pena considerare meglio quello che è stato e quello che accade, quello che sarà e quello che potrebbe non essere più.

    Elisabetta Cantalini

  • Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    101-violoncelliNiente concerto bis dei 101 violoncellisti. L’evento che doveva rappresentare la chicca delle manifestazioni per il Capodanno scorso e che aveva ricevuto pesanti critiche per la pessima acustica, non verrà replicato. Al danno che avevano subito le 180 mila persone che avevano affollato piazza Matteotti per festeggiare l’arrivo del 2016, si aggiunge la beffa di un “risarcimento” in natura, anzi in arte e musica, atteso, pregustato e ora negato.

    L’annuncio, riportato dall’agenzia Dire, arriva dall’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, nel corso della Commissione bilancio dedicata all’analisi dei capitoli di spesa per il settore cultura e marketing della città. Era stata la stessa Sibilla a promettere, nei gironi immediatamente successivi al flop, che i genovesi sarebbero stati “rimborsati” con un concerto riparatore. Un concerto che non ci sarà più perché, spiega l’assessore, «la società organizzatrice ha già riconosciuto un rimborso economico al Comune. Replicare l’evento a costi totalmente sostenuti dallo stesso soggetto voleva dire correre rischi che l’organizzatore non fosse economicamente in grado di sostenerlo o che fosse costretta a organizzarlo al chiuso e non più all’aperto».

    Ufficialmente il flop di Capodanno era stato spiegato con un guasto elettrico all’impianto di amplificazione, anche se buona parte delle 180 mila persone presenti in piazza quella sera lamentavano soprattutto una cattiva organizzazione, con conseguente pioggia di critiche sui social network. Cosa che le parole odierne dell’assessore Sibilla sembrerebbero, almeno indirettamente, confermare.

    Il Comune aveva complessivamente investito circa 150 mila euro per gli eventi del Capodanno in piazza che, secondo quanto affermato in passato dall’assessore, avrebbero fruttato circa 6 volte tanto. Per quanto riguarda il concerto dei 101 violoncellisti, le spese sarebbero ammontate a circa 60 mila euro. Ma – e qui arriva la seconda beffa – il rimborso che Palazzo Tursi ha ricevuto dagli organizzatori è riferito solo a una parte dei costi per il servizio di amplificazione e diffusione sonora, principale imputato della scarsa riuscita qualitativa, e, secondo quanto ricostruito ma non confermato ufficialmente dall’assessore, si aggirerebbe solamente attorno ai 1.000 euro.

  • Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    12819407_1741283152783247_7966858227818068557_oIl Laboratorio Buridda, ancora una volta, è a rischio sgombero, dopo che, due anni fa, fu costretto ad abbandonare lo stabile occupato in via Bertani. La sede attuale, l’edificio di corso Monte Grappa, ex sede di quella che un tempo si chiamata Facoltà di Scienze della Formazione, di proprietà dell’Ateneo genovese, presto sarà messa sul mercato. Così, sta per tornare al centro del dibattito cittadino il destino del centro sociale che, con i suoi laboratori e le sue attività culturali, in questi anni è diventato centro aggregativo importante per Genova e non solo. Nonostante questa “precarietà”, i ricercatori del Fab Lab Buridda, l’unico autogestito d’Europa, in questi giorni hanno collaudato con successo i primi impianti elettrici basati su fonti energetiche rinnovabili.

    Di pochi giorni fa, infatti, la notizia che l’Università degli Studi di Genova vuole vendere la struttura, attualmente occupata: «Il bilancio dell’ente possiamo considerarlo solido – spiega a Era Superba Luca Sabatini, portavoce dell’Ateneo – ma i continui tagli di settore, di cui soffrono tutte le università, ci pongono di fronte ad una gestione più parsimoniosa. Se un tempo ci si poteva permettere di mantenere un immobile, senza utilizzarlo, come investimento per il futuro, oggi è diverso». L’edificio, divenuto archivio successivamente al trasferimento della facoltà in corso Andrea Podestà, ad oggi necessiterebbe di essere messo a norma, affrontando un investimento importante a fronte del fatto che «quell’edificio non ci serve, abbiamo spazi a sufficienza», sottolinea Sabatini.

    Energia sostenibile, il Fab Lab installa il primo pannello fotovoltaico

    In precedenza, erano già state chiuse le utenze dell’edificio lasciando “al buio” il centro sociale: proprio questa decisione ha dato lo spunto ai giovani del Buridda, che occupano gli spazi, ad accelerare i progetti, già in essere, di risparmio energetico e di sviluppo di tecnologie sostenibili per la produzione di energia.
    Un lavoro che in queste ore sta portando i primi risultati tangibili: se, da un lato, gran parte dell’impiantistica interna è stata messa a punto per evitare sprechi e inefficienze, dall’altro lato i progetti legati alla produzione sostenibile di energia hanno fatto registrare i primi successi. Il primo impianto solare è stato messo in funzione, permettendo l’illuminazione di alcuni locali interni, attraverso l’installazione di un pannello fotovoltaico, collegato ad un sistema di illuminazione a led. Il tutto realizzato recuperando e aggiustando il materiale necessario.

    «L’idea è molto semplice – spiegano i responsabili del Fab Lab sulla propria pagina Facebook – prendere un po’ di luce del sole, infilarla in una scatola, e riusarla quando è buio». Questo è solo un primo passo: in fase di messa appunto anche una pala eolica verticale, costruita seguendo e adattando i più recenti progetti open-source disponibili. «Il nostro obiettivo non è quello di costruire pannelli fotovoltaici o pale eoliche – specificano ad Era Superba i makers del Buridda – ma di seguire un progetto più ampio di autonomia, aggregazione, condivisione e autogestione, alternativo alle logiche di mercato e di sfruttamento. Questo è il progetto Buridda, portato avanti da tutte le nostre attività». Un progetto di lungo periodo che passa inevitabilmente anche attraverso la gestione energetica e le sue problematiche che, in maniera sempre più evidente, sono problematiche di tutti, strutturalmente legate al nostro assetto sociale e produttivo.

    Come evitare un nuovo sgombero?

    street_parade_Buridda_Ge140614«Da parecchio tempo abbiamo avviato e consolidato i contatti con i ragazzi del Buridda – sostiene Luca Sabatini – e abbiamo cercato di trovare con il sindaco una soluzione alternativa, ma non abbiamo ricevuto nessuna “sponda”. Prossimamente incontreremo nuovamente i ragazzi per trovare una via per risolvere la questione, senza dover ricorrere ad altre modalità, cosa che non vogliamo assolutamente. Cercheremo fino in fondo un modo per arrivare ad una via d’uscita».

    Dal canto loro, gli autonomi del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda, sanno che il progetto che portano avanti non dipende “dai muri” dentro i quali si sviluppano le attività: il Buridda non l’ex Magistero come non era via Bertani, ma le persone che lo vivono e lo fanno vivere, condividendo idee e pratiche sociali collettive, alternative all’impostazione legata alle logiche del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

    La palla, quindi, passa all’amministrazione comunale. Genova non può permettersi di perdere o di soffocare una realtà unica, che negli anni è diventata importante per il tessuto sociale cittadino e non solo. Volenti o nolenti, infatti, il Buridda è diventato un importante aggregatore di persone, culture, idee e ricerca. E il seguito che hanno quasi tutte le iniziative aperte a tutta la cittadinanza lo dimostrano. Avanguardie come il Fab Lab sono preziose per il futuro di Genova e non solo: se non si dovesse trovare una soluzione, la prima domanda che dovremmo porci è in che città vogliamo vivere oggi e in che società domani. I ragazzi del Buridda ci offrono una possibile risposta, che sarebbe quantomeno poco lungimirante non ascoltare.


    Nicola Giordanella

  • Foto e nuova proposta di legge, Genova festeggia i 120 della Camera del lavoro metropolitana

    Foto e nuova proposta di legge, Genova festeggia i 120 della Camera del lavoro metropolitana

    camera-lavoro-120-anniUn’ode fotografica al lavoro, attraverso gli scatti in bianco e nero di Uliano Lucas che, a distanza di 20 anni da una prima raccolta, rientra nei luoghi della fatica genovese nei quali, secondo lo stesso autore, «ormai è difficilissimo entrare». E l’apertura ufficiale, il 9 aprile, della raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare che riformi lo Statuto dei lavoratori. Iniziano così le celebrazioni per i 120 anni della Camera del lavoro metropolitana di Genova, nata ufficialmente il 31 maggio 1896, presentate questa mattina a Palazzo Ducale a Genova.

    Come riporta l’agenzia Dire, gli eventi celebrativi cominceranno nelle sere di venerdì 1 e sabato 2 aprile con la facciata di Palazzo Ducale che dà su piazza Matteotti che si trasformerà in un maxischermo su cui verranno proiettati in anteprima gli scatti di Lucas, con la colonna sonora realizzata dall’orchestra del Teatro Carlo Felice. Le stesse immagini, raccolte nel volume Il tempo dei lavori, saranno poi presentate ufficialmente mercoledì 6 aprile alle 16.30 nel corso di un incontro dal titolo Il sindacato davanti alla modernità a cui, tra gli altri, prenderanno parte il sindaco di Genova, Marco Doria, e il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Un secondo libro verrà presentato martedì 31 maggio alle 16.30 alla Commenda di Prè dedicato a Il naufragio del vapore Sirio. Una tragedia mediterranea dell’emigrazione italiana. Infine, giovedì 30 giugno alle 17 a Palazzo Ducale, nel giorno del 56° anniversario dello sciopero generale cittadino proclamato contro il congresso nazionale dell’Msi a Genova e il sostegno fascista al governo Tambroni, verrà presentato il terzo volume della storia della Camera del Lavoro cittadina che ricostruisce il periodo proprio dal 30 giugno 1960 al 24 gennaio 1979, giorno dell’assassinio di Guido Rossa da parte delle Brigate Rosse. Anche in questa occasione sono previste le partecipazioni del sindaco Marco Doria e del segretario della Cgil, Susanna Camusso.

    La scelta di ripubblicare e aggiornare un’opera fotografica dedicata al lavoro arriva in un momento particolarmente significativo, secondo lo storico e presidente della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, Luca Borzani, «un momento in cui il mondo del lavoro è segnato da una sorta di invisibilità sociale». Per Borzani «noi non abbiamo più immagini di lavoro ma di produzione che sembra dematerializzata: sembra non esistere più il rapporto tra corpo e lavoro». Ecco allora i motivi del sostegno di Palazzo Ducale alle celebrazioni del sindacato«I 120 anni fanno della Camera del lavoro l’associazione democratica con impianto di massa, più antica e più storica della città – spiega ancora il presidente – e sono molto felice della scelta del sindacato di non realizzare una serie di eventi legati alla classica retorica commemorativa. Certo, si parte dalla storia, ma si cerca di fare in modo che non sia qualcosa di antiquariale». D’altronde, secondo lo storico, se «il sindacato nasce come risposta a una fase in cui si definivano gli orizzonti della prima modernità, quella della rivoluzione industriale» oggi ci si trova di fronte a «una nuova modernità che non è più accompagnata dal tema del progresso, anzi spesso vuol dire arretramento sociale, crisi della cittadinanza e della democrazia».

    Così le fotografie di Uliano Lucas, realizzate appositamente per l’occasione nei luoghi più o meno noti del lavoro genovese, solleveranno discussioni «strettamente collegate al presente e non solo rivolte agli iscritti al sindacato ma centrali per la citta” e da condividere con tutti». E la grande sfida delle immagini, secondo Borzani, sarà quella di misurarsi con una doppia invisibilità«quella degli stranieri che lavorano all”interno di un mondo e di un’immagine di lavoro che sono diventati essi stessi invisibili». Passato e presente, dunque, strettamente connessi, come ricorda anche Ivano Bosco, segretario generale della Camera del lavoro metropolitana di Genova: «A noi rievocare il passato serve per capire che cosa è successo, rievocare la memoria e dare slancio al futuro. Ci dobbiamo misurare con la modernitàcogliere i cambiamenti e non arrenderci all’assenza dei diritti, del diritto al lavoro e dei diritti all’interno del mondo del lavoro». Ecco perché la celebrazione dei 120 anni sarà l’occasione per iniziare a raccogliere le firme per presentare un disegno di legge che riscriva lo Statuto dei lavoratori. «In questi mesi – spiega il sindacato – la Camera del lavoro metropolitana ha chiamato il propri iscritti a esprimere un parere sulla Carta universale dei diritti del lavoro: le assemblee sono state 681 e hanno coinvolto 24.326 iscritti che al 95% si sono espressi favorevolmente alla carta». Così, la nuova proposta di legge vuole rimettere al centro dell’agenda politica del Paese il valore del lavoro, la sua unificazione, la sua dignità, i diritti che devono accompagnarlo: in una parola, la cultura che il lavoro porta con sé. Una cultura che Bosco sottolinea essere sempre stata al centro della missione del sindacato: «Se in questi 120 anni sono sono nati e finiti partiti e altre forme di associazionismo ma noi resistiamo, forse vuole anche dire che abbiamo sempre tenuto ben presente il nostro scopo, ovvero la salvaguardia dei diritti del lavoro coniugati con valori imprescindibili come pace, solidarietà e uguaglianza. Se siamo ancora qui nonostante gli errori, vuol direi che i lavoratori ci riconoscono quantomeno che la faccia ce la mettiamo».

  • Teatro, ricerca e sperimentazioni tornano a riempire il palco dell’Akropolis dal 23 marzo

    Teatro, ricerca e sperimentazioni tornano a riempire il palco dell’Akropolis dal 23 marzo

    Cia Qudus Onikeku - My Exile in My HeadIl sipario si alza e l’arte prende vita sul palco del Teatro Akropolis di Genova Sestri Ponente. Lo scettro del regno artistico lo detiene la sperimentazione. Una corona difficile da portare, a volte pesante e non sempre garante di successo. Eppure, per il settimo anno consecutivo, è proprio la sperimentazione artistica a tornare più forte che mai: dal 23 marzo al 6 maggio il teatro apre le porte a “Testimonianze ricerca azioni”, la rassegna che condensa in un mese e mezzo il cuore dell’operato dell’Akropolis.
    Una manifestazione che nel corso del tempo è cresciuta, lo dimostrano i numeri: 90 artisti ospiti, provenienti da 6 nazioni, su un calendario di 44 giorni, per un totale di 28 eventi (sul sito del teatro, il programma completo), tra cui 13 spettacoli, 4 residenze artistiche, 4 incontri, 3 workshop pratici, 2 seminari e una giornata di studi.

    La prima novità di quest’anno è rappresentata dalla danza, che avrà molto più spazio rispetto alle passate edizioni. Ma non solo. «I punti chiave saranno legati all’aspetto più fisico del teatro – spiega David Beronio, direttore artistico dell’Akropolis – attraverso lo spettacolo sulla Boxe di Civilleri/Lo Sicco, oppure attraverso l’ampia programmazione di danza. Abbiamo compagnie importantissime come la “compagnia C&C” di Chiara Taviani e Carlo Massari, ma anche il danzatore nigeriano Qudus Onikeku, esponente di livello internazionale che verrà affiancato da Imre Thorman, uno dei più importanti danzatori di Bhuto».

    Fragile outInsomma, stile e “specialismo” banditi per favorire uno spettro più ampio delle diverse forme d’arte. Ma, come sempre accade, ogni forma d’arte porta con sé messaggi lanciati dal palco: «Creare uno spazio in cui sia possibile entrare all’interno dei processi artistici è l’obiettivo finale – prosegue Beronio – noi programmiamo serate di spettacolo ma privilegiamo il fatto che gli artisti si fermino all’Akropolis per aprire il proprio lavoro attraverso seminari, workshop, momenti di condivisione e di discussione. L’aspetto poetico viene spesso subordinato all’aspetto performativo, invece è un tema fondamentale che vale la pena di rinnovare nell’analisi».

    Ce ne sarà per tutti i gusti e si andrà avanti per un mese e mezzo. Tra gli altri ospiti: il gruppo Nanirossi, vincitore dell’edizione 2015 di Intransito con lo spettacolo, realizzato per grandi e piccini, “Sogni in scatola”. Dal Teatro Valdoca, la straordinaria poetessa e drammaturga Mariangela Gualtieri e, infine, Bernardo Casertano con un lavoro attento tanto al corpo quanto alla parola.

    012Parte integrante della manifestazione, come sempre, è il volume che ogni anno viene realizzato: all’interno del libro “Testimonianze ricerca azioni” vengono infatti raccolti gli interventi e le riflessioni di artisti e intellettuali sul proprio lavoro. Sette anni di artisti che si sono susseguiti sui palchi, sette anni che hanno segnato una crescita importante sia per la manifestazione sia per il Teatro Akropolis: «Abbiamo iniziato come teatro neonato sulla scena genovese che offre una ricchissima programmazione – continua Beronio – abbiamo cercato di veicolare quelle realtà che erano la punta della ricerca in Italia e all’estero con un occhio di riguardo a quelle che erano le tradizioni della ricerca stessa. Il pubblico ci ha seguito sin dal primo anno anche perché siamo andati a riempire un vuoto che si era creato in questa città. Alla settima edizione abbiamo un riscontro più forte con il territorio – conclude Beronio – questo è il traguardo che abbiamo raggiunto e che cercheremo di implementare».


    Michela Serra

  • Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    cinema«Ti auguri sempre che il cinema sia una di quelle cose che possono restare. Essendo cresciuto con il cinema, a rischio di essere banale, per me ha sempre il suo fascino stare in una stanza buia e ascoltare e vedere qualcosa. Io spero sempre di trovare lì delle risposte e delle sicurezze». Così dice Tim Burton, il regista di Edward mani di Forbice e La fabbrica di cioccolato.
    Così in fondo siamo anche noi, accaniti consumatori di cinema da sala, costretti a fare i conti con i mormorii degli altri spettatori, le capigliature afro, le sale affollate, il fastidioso odore di pop corn e le esecrabili conversazioni telefoniche del maleducato di turno. Oppure orgogliosi frequentatori di sale semideserte, in orari improbabili, dove ti incanta proprio il film che non ti aspettavi , quello che non hai avuto il coraggio di proporre a nessuno, ma che domani potrai con fierezza consigliare agli amici che condividono la tua passione.

    Genova, per gli appassionati di pellicole inconsuete, quelle un po’ fuori dai circuiti maggiori, rappresenta una specie di tormento: non certo una piazza dove un film non passa se non è di cassetta, ma certamente dove occorre seguire attentamente le programmazioni se non si vogliono perdere delle occasioni “quasi uniche”.
    Diciamo che in quella terra di mezzo fra lo spettatore abituale delle ultime novità ed il cinefilo incallito che non perde un evento, ci starebbe una comunicazione, una visibilità ed un posizionamento più forte per quelle sale che meritoriamente seguono questa strada. Fra questi ci sono il Club Amici del Cinema, per esempio, che con il Missing Film Festival da vent’anni compie un’opera preziosa, spesso trascurata dai mezzi di comunicazione e talvolta poco pubblicizzata dal cinema stesso, la Sala Don Bosco a Sampierdarena.
    Sempre fra chi propone una scelta “più di nicchia” c’è la rassegna Cineforum genovese, che resiste dal lontano 1953, ad opera dell’Istituto Arecco, che utilizza la sala America un paio di martedì al mese; anche il Ritz, pur in orari e con film di cartello, opera una certa selezione posizionandosi fra le sale “d’essai” come recita il nome. Il Sivori ha recentemente aperto una terza, piccola sala chiamata appunto “Filmclub Sivori” dove proporre e riproporre titoli meritevoli di attenzione particolare. Come non dimenticare, poi, le rassegne organizzate dal Teatro Altrove e l’appuntamento del venerdì con il Cineforum The Space.

    I genovesi, però, che pubblico sono?

    biglietto cinema

    La città ha subito, ricambiata, il fascino della settima arte (ne abbiamo parlato qui), ed un accurato studio di Stefano Petrella, pubblicato dalla rivista FilmDOC nel numero 100, ci racconta come, fin dagli esordi, il pubblico ligure e genovese si riversasse nelle sale a vedere quello che allora rappresentava una novità assoluta. Nel 1914 la città si avviava all’Esposizione internazionale con circa 466 mila abitanti, opere notevoli create ad hoc per l’evento in tempi brevissimi, ed un numero di sale cinematografiche in centro città che si aggirava intorno alla settantina; l’anno dopo la rivista americana “Moving picture of the world ” parlava della “Twentieth of September street” che da lì in poi fu chiamata la Broadway genovese. Ma alla molto più dimessa Esposizione per le Colombiane del 1992 le sale cinematografiche arrivarono più che dimezzate ed in pochi anni dalla Broadway italiana scomparvero anche le ultime, l’Orfeo, l’Olimpia, l’Universale mentre aprivano i battenti i primi Multiplex: pur fra qualche difficoltà, probabilmente più gestionale che altro, questi continuano ad essere ancora oggi  “il nuovo che avanza”.
    Infatti alla fine del 2010, dopo un periodo di chiusura della struttura Cineplex nell’area dell’Expo, il Consiglio di amministrazione della società Porto Antico ha indetto una gara per ri- assegnare gli spazi: ha vinto, ottenendo un contratto di affitto per 18 anni, “The Space Cinema”, il colosso numero 1 delle multisala in Italia.
    Chi ha avuto la peggio è stata proprio la cordata genovese di Beppe Costa (Acquario di Genova) e Alessandro Giacobbe (Circuito CinemaGenova) che, a suo tempo, lamentò la vittoria dell’omologazione su di un’offerta, la propria, molto più culturalmente articolata.

    Cinema a Genova, dal multisala al cineclub nell’era del digitale

    cinema-provini-castingDunque, ricapitolando, ad oggi nel comune di Genova troviamo il complesso Uci Fiumara, 14 sale, nato dalla partnership fra Universal e Paramount Pictures e primo circuito in Europa; The Space, per l’Italia il diretto concorrente, 10 sale nel rinnovato complesso del Porto Antico; poi abbiamo il Circuito Cinema Genova (Odeon, City, Sivori, Ariston e Corallo) proprio di Alessandro Giacobbe ed infine le sale America e Ritz d’essai, del circuito Cinema Genova Centro gestito da Luigi Cuciniello. Quest’ultimo, genovese, da novembre presidente Anec (Associazione nazionale esercenti cinema), direttore organizzativo della Sezione Cinema alla Biennale di Venezia ed ex presidente Agis, è uno strenuo sostenitore della necessità per il cinema di saper catturare i giovani anche attraverso una diversa programmazione per fasce orarie, e promotore di un calendario delle uscite annuali che possa ottimizzare anche i momenti di bassa e bassissima stagione.
    Poi ci sono le piccole sale delle delegazioni, da Nervi fino a Palmaro, ed alcuni cineclub, spesso adiacenti alle parrocchie che hanno salvaguardato, in questi anni, la conservazione di alcuni, strategici spazi.
    Tutte queste sale hanno una propria ragione di esistere, dovuta ad un pubblico comunque attento alle novità, agli eventi, disposto ad uscire di casa e spesso molto numeroso: solo le nuove generazioni tendono a non essere esplorative nella scelta dei film trascurando titoli fuori dal circuito mainstream.
    Questo zoccolo duro di pubblico ha permesso anche alle piccole sale fuori dai circuiti di dotarsi della nuova tecnologia digitale, quella che nel giro di un paio di anni ha rivoluzionato il modo di fare cinema: anche i registi più tradizionali o più famosi, che si ostinavano a girare con la vecchia pellicola che poi riversavano in digitale si sono arresi, o forse hanno colto i numerosi vantaggi del nuovo mezzo. Non solo il costo delle riprese ed anche della post-produzione si è ridotto drasticamente, ma sono possibili finezze di colore e di particolari prima impensabili. Quindi quello che fino a poco tempo fa era considerato il tipico ripiego di chi voleva girare piccoli film indipendenti a budget ridotto ora è il mezzo e basta: ma come è stato per il disco in vinile, dato più volte per morto e tuttora vivo (ne avevamo parlato qui), e neanche troppo malconcio, così potrebbe succedere per le pellicole, che proprio in Liguria sono tornate a vivere.

    Grazie ad una fortunata campagna di fund raising, infatti, Ferrania, azienda savonese un tempo leader nella produzione di pellicole da cinema, è stata riaperta da due intraprendenti ragazzi, che hanno recuperato i vecchi magazzini della compagnia e, con il sostegno finanziario anche della Regione Liguria, hanno assunto nove vecchi dipendenti e affittato nuovi locali: stanno realizzando, con macchinari rimodernati e più efficienti, quelle stesse pellicole a colori che altrimenti sarebbero ufficialmente estinte. Per la conservazione nel tempo delle opere, il vecchio supporto fisico pare essere ancora la miglior scelta.

    Ma tornando alle nostre sale indipendenti, la rivoluzione digitale ha rappresentato, ed ancora in parte rappresenta, una grossa difficoltà per cui le alternative erano: adeguarsi, anche indebitandosi, o chiudere.
    Adeguarsi permette infatti, oltre che di disporre delle pellicole (che non sono più tali, poiché sono stati trasferiti in dati contenuti in supporti digitali) in maniera più semplice ed economica, ma anche, volendo, di trasmettere in diretta eventi come concerti o partite, insomma di esserci. Però, nonostante l’impegno della Regione Liguria che ha stanziato circa un milione di euro in contributi, il costo dello switch- off è stato comunque elevato, poichè stiamo parlando di piccoli enti dal bilancio molto risicato.
    Ognuno ha cercato fondi come meglio ha potuto, ad esempio il cinema San Pietro di Quinto ha aperto una sorta di crowdfunding fra i clienti e gli abitanti del quartiere: «Abbiamo conservato il proiettore – ci hanno detto – solo nel caso ci fosse stata qualche pellicola vecchia, che volevamo proiettare, non ancora trasferita in digitale. Ma a dire la verità non sembra proprio che fosse necessario, ormai lo sono tutte».
    La Regione Liguria, con loro, è intervenuta per 34mila euro, ai quali hanno dovuto aggiungerne altri 28mila; il cinema Albatros di Rivarolo aveva vissuto analoga vicenda oltre un anno fa, ora esibisce orgogliosamente, accanto ai titoli dei film , il codice 4k che sta ad indicare una risoluzione superiore al full hd televisivo; stessa cosa per il Nuovo Cinema Palmaro, mentre il San Siro di Nervi, digitalizzato ovviamente, continua nella raccolta fondi per completare il pagamento.

    Altri problemi, questa volta di un più oculato sfruttamento degli orari, vivono invece le sale degli altri circuiti; in questo caso si tratta di rinnovare il tipo di offerta, sperimentando pacchetti di proposte. Il circuito Cinema Genova per un paio di anni ha proposto l’abbinamento cena e cinema, ad un prezzo unico; ora, con un successo che è stato definito discreto, sta tentando una diversa articolazione delle proposte e degli orari: il cinema Odeon offre alla domenica mattina la proiezione di grandi film e animazione per tutta la famiglia… ci dicono che «all’estero funziona questo tipo di proposta, noi dobbiamo ancora abituarci all’idea, ma con il tempo potrebbe essere una mossa vincente».
    Certamente, e su questo concorda anche Cuciniello, gestore del circuito Cinema Genova Centro, sono i giovani che occorre riportare nelle sale, quei ragazzi che devono abiturasi alla frequentazione delle sale e anche ad osare nella scelta dei film: in fondo la magia del cinema è proprio questa, la sua capacità di incantarti proprio quando credevi di averlo messo nell’angolo. Ed un modo intelligente per catturarli potrebbe essere l‘ opportunità che si chiama “Life in Liguria“: da maggio ad ottobre 2015, chiunque voglia, può filmare ciò che ritiene possa raccontare la “sua” Liguria, nel bene e nel male, e con qualunque supporto (telefoni cellulari ad esempio). I filmati migliori diventeranno un documentario della durata di un film, come è stato per “Italy in a day” di Salvatores che ha incontrato molto successo. Certo, qui si tratta di fare e solo dopo di mettersi al buio a guardare e guardarsi, ma chissà che, una volta cambiato lo sguardo, non rimanga la voglia di trovare un’altra risposta.

     

    Bruna Taravello