Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Consultorio del Lagaccio: presidio socio-sanitario difeso dagli abitanti

    Consultorio del Lagaccio: presidio socio-sanitario difeso dagli abitanti

    sanita.lavoratoriNel popoloso quartiere del Lagaccio il consultorio di zona rappresenta un fondamentale presidio socio-sanitario, il cui ruolo a favore dell’utenza più fragile – bambini, madri, giovani, famiglie, italiani e stranieriè particolarmente apprezzato dagli abitanti. Parliamo di un luogo per sua natura deputato all’educazione sessuale, all’assistenza durante tutta la gravidanza, all’applicazione della legge 194 sull’aborto volontario, ma anche a dare sostegno, assistenza psicologica e legale nei momenti difficili della relazione di coppia. Inoltre, presso la “storica” struttura di via del Lagaccio (attiva fin dai primi anni ’80), opera il servizio di prevenzione del disagio e di medicina preventiva di comunità con competenza su 6 istituti comprensivi e 6 asili comunali; si svolgono corsi per l’allattamento, per il massaggio dei neonati, corsi per le coppie, pre-nascita e post-nascita.
    Senza dimenticare la presenza di numerose professionalità consolidatesi nel corso del tempo: una pediatra che garantisce le vaccinazioni per i bambini in età 0-3 anni, una puericultrice, una neuropsichiatra, due logopediste, due psicologhe (una delle quali lavora in collaborazione con il distretto sociale). I numeri confermano il prezioso lavoro svolto dal consultorio che, ogni anno, conta circa 1.300 accessi, 700 dei quali sono nuovi accessi.
    Oggi, però, i residenti del quartiere esprimono preoccupazione per una probabile riduzione del servizio. «A giugno andrà in pensione il medico pediatra – raccontano – mentre ginecologia-ostetricia, per lo stesso motivo, ovvero il pensionamento del medico, ha già chiuso il servizio». Di conseguenza «Gli utenti sono invitati a recarsi presso i locali della Foce dove l’Asl 3 è in fitto passivo, ma ancora per pochi anni – aggiunge un operatore del consultorio – Non è da escludere che, in futuro, l’Asl 3 decida di non rinnovare l’affitto e smantellare anche questi spazi».

    D’altra parte, occorre ricordare che Asl e aziende ospedaliere liguri si trovano alle prese con l’ennesimo taglio del riparto del Fondo Sanitario Nazionale, imposto dalla spending review. Sui quotidiani rimbalzano le cifre, non ancora ufficiali, che oscillano tra 150 e 60 milioni di euro in meno rispetto al 2012. Per l’Asl 3 ciò significa rinunciare, nell’ipotesi peggiore a 58, in quella migliore a 13 milioni di euro.
    «Consideriamo che il budget economico dell’Asl 3, in soli 3 anni, è passato da 920 a meno di 800 milioni di euro – sottolinea il rappresentante sindacale Uil, Emilio De Luca – Certo, nel mezzo ci sono stati tagli, accorpamenti e risparmi, ma è stata comunque una mazzata».

     

    sanita-ambulatorioLA STRUTTURA DEL LAGACCIO

    Il Consultorio del Lagaccio è inserito nel Distretto Centro (Distretto socio-sanitario 11) che copre un vasto territorio comprendente i Municipi Centro Est (Oregina, Lagaccio, Prè/Molo/Maddalena, Castelletto, Portoria) e Medio Levante (S.Martino, Albaro, Foce).
    «Per quanto riguarda l’assistenza consultoriale – spiega il direttore della rete dei consultori, la dott.ssa Angela Lidia Grondona – il Distretto Centro ha un polo forte alla Foce, in viale Brigate Partigiane, dove sono disponibili ginecologia, pediatria, ecografia, screening cervicale, ecc.; un polo in via Assarotti (neuropsichiatria, medicina preventiva di comunità, riabilitazione dell’età evolutiva); e poi il Consultorio del Lagaccio che, fin dal 1980, riveste un ruolo importantissimo per il quartiere. Presso questa struttura i cittadini possono contare sulla presenza di assistenti sanitari, medici scolastici, psicologi, neuropsichiatri, educatori e logopedisti. Inoltre offre un servizio di pediatria che raggiunge tantissimi utenti».

    I residenti del Lagaccio – secondo i dati del 2011 riportati nell’Annuario Statistico del Comune di Genova (2012) – sono 12858. Contando anche il quartiere di Oregina i residenti raggiungono quota 25420. Tra i quali risulta significativa la presenza di circa 3000 minori compresi nella fascia d’età tra 0 e 14 anni. Mentre i residenti nati all’estero sono 3263.
    Il consultorio di zona è diventato un punto di riferimento per le categorie più deboli – pensiamo, ad esempio ai cittadini in situazione di pesante disagio economico, oppure agli stranieri irregolarmente presenti sul territorio italiano – che in tale contesto, quasi familiare, possono godere di un’assistenza socio-sanitaria veloce, sicura ed efficace.
    Ma l’edificio che lo ospita, di proprietà dell’Asl 3, necessita di importanti quanto costosi lavori di ristrutturazione. «Anche la popolazione ha sempre espresso il desiderio che i locali fossero sistemati in maniera adeguata – aggiunge il direttore della Struttura Complessa Assistenza Consultoriale, Angela Lidia Grondona – A partire da questo presupposto l’azienda sanitaria ha avviato una riflessione sul da farsi».
    L’edificio di via del Lagaccio n. 9 è indubbiamente molto vecchio «Non si può definire fatiscente perché sono state eseguite le opere di manutenzione – sottolinea sindacalista Uil, De Luca – però occorrono ulteriori interventi. Il problema è puramente economico. Probabilmente per l’Asl 3 è più agevole vendere i locali piuttosto che metterli a posto».

     

    centro-est-pre-lagaccio-oreginaLA RIDUZIONE DEL SERVIZIO NEL QUARTIERE

    «In effetti a giugno il medico pediatra andrà in pensione – conferma la dott.ssa Grondona – Ma c’è ancora tempo per trovare una soluzione. Ad oggi il servizio è perfettamente funzionante».
    Per quanto riguarda ginecologia-ostetricia, invece «Il servizio è momentaneamente sospeso perché il medico ginecologo è andato in pensione – continua il direttore della rete dei consultori – In questo momento gli utenti sono stati indirizzati presso gli spazi di viale Brigate Partigiane alla Foce (Palazzo della Salute Pammatone)».
    Tuttavia, si tratterebbe solo di una situazione temporanea «La direzione aziendale mi ha personalmente espresso l’intenzione di mantenere la struttura– ribadisce Grondona – il Direttore generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni, vuole rassicurare la popolazione: il Consultorio del Lagaccio sarà salvaguardato anche nel prossimo futuro, mi raccomando lo scriva».

    «Il presidio del Lagaccio per ora non chiude, però, è del tutto evidente l’intenzione di trasferire alcuni servizi in altri locali nella disponibilità dell’Asl 3 – racconta il rappresentante della Uil, De Luca – Per quanto riguarda pediatria, le ore del pediatra saranno spostate alla Foce, come già avviene per ginecologia-ostetricia».
    Insomma «Sposteranno tutto al Pammatone – aggiunge De Luca – Dove l’Asl 3 paga l’affitto e lo pagherà ancora per 2-3 anni. In seguito non sappiamo se l’azienda rinnoverà il fitto passivo».
    Eppure è riscontrabile una palese contraddizione rispetto alle scelte finora effettuate. «L’indirizzo dell’Asl 3, infatti, va in direzione di liberarsi dei locali in fitto passivo – continua il sindacalista – che rappresentano voci di spesa sostanziose, spesso ritenute eccessive». Vedi ad esempio il Punto Cup di via Canepari a Certosa per cui l’azienda sanitaria locale genovese non è più disposta a pagare l’affitto e, solo grazie alla collaborazione con il Municipio Valpolcevera – che ha individuato degli spazi di proprietà comunale da rendere disponibili per l’Asl 3 – sarà possibile scongiurare la perdita del servizio sul territorio.

    «Senza il ginecologo, senza il pediatra, cosa rimane nel quartiere? – si domanda retoricamente De Luca – Così risparmiamo senza badare all’aspetto sociale. Le conseguenze saranno ulteriori afflussi ai pronti soccorso degli ospedali, oggi sovraffollati. Quello del Lagaccio è un servizio fondamentale per numerose famiglie, ad esempio extracomunitarie, che non hanno il pediatra libera scelta e per le visite pediatriche si recano al Consultorio. Se trasferiamo il servizio alla Foce, le persone afflitte da problemi economici rinunceranno alla visita». Quando si effettuano tagli o accorpamenti bisogna offrire delle alternative ai cittadini, ricorda il rappresentante sindacale «In questo caso la Foce non rappresenta una risposta consona alle esigenze degli utenti».

    Il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Civiche per Biasotti Presidente), ha depositato un’interrogazione in Regione Liguria, per chiedere delucidazioni sulla questione. «Recentemente ho visitato la struttura e non ho riscontrato particolari criticità in merito alla sicurezza dei locali o alla qualità del servizio offerto – spiega Pellerano – Il Consultorio del Lagaccio svolge la sua funzione in maniera egregia».
    «Diversi cittadini mi hanno manifestato tutta la loro preoccupazione nei confronti di un progressivo processo di “svuotamento” che non promette nulla di buono», sottolinea il consigliere che ha deciso di interrogare Giunta e Assessore alla Sanità «Per conoscere se sono fondate le indiscrezioni che circolano negli ultimi mesi ed effettivamente il Consultorio del Lagaccio è a rischio chiusura – scrive Pellerano – chiusura che comporterebbe gravi ricadute in termini di prevenzione ed assistenza sanitaria».
    Una riorganizzazione del sistema sanitario regionale, infatti «Non può che passare da un contestuale potenziamento dei servizi territoriali – conclude il consigliere regionale – Ogni ipotesi di ulteriore riduzione dei servizi resi dal Consultorio del Lagaccio non farebbe altro che contraddire questo orientamento di buon senso».

     

    municipio-centro-estIL MUNICIPIO CENTRO EST DIFENDE IL PRESIDIO DEL LAGACCIO

    Il Municipio Centro Est – non appena venuto a conoscenza del paventato rischio di riduzione dell’assistenza consultoriale al Lagaccio – si è mobilitato in difesa del presidio.
    «Formalmente l’Assessorato regionale alla Sanità ha affermato che, al momento, non è prevista alcuna ipotesi di chiusura – racconta Vincenzo Palomba, consigliere del Municipio Centro Est (Idv) – Sul quartiere il Municipio sta concentrando un notevole sforzo, tramite i suoi Ats, con l’aumento delle ore di educativa territoriale. Senza dimenticare le numerose realtà associative attive al Lagaccio. Insomma c’è un grande sforzo unitario di istituzioni e cittadini».
    In questo senso «Eliminare l’assistenza consultoriale, sarebbe una vera e propria contraddizione – aggiunge il consigliere Palomba – È una struttura di “trincea” perfettamente inserita nel contesto. È un’esperienza da esportare anche in altri quartieri, altro che chiudere. Non parliamo di strutture asettiche sul modello del Palazzetto della Salute alla Fiumara. Al contrario, i consultori sono ambienti quasi familiari, dove risulta più facile far emergere eventuali problematiche dei pazienti».

    Mercoledì 13 febbraio si è svolto un incontro tra l’assessore alla Sanità della Regione Liguria, Claudio Montaldo, il Direttore generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni, rappresentanti del Municipio Centro Est e lavoratori del consultorio.
    «C’è la disponibilità a trovare una soluzione – spiega l’assessore del Municipio Centro est, Maria Carla Italia – individuando un percorso che possa salvaguardare il presidio. Oltre ai servizi che eroga dal punto di vista medico, bisogna preservare quel prezioso rapporto, basato su una profonda fiducia, venutosi a creare tra operatori e popolazione residente. Il Consultorio del Lagaccio svolge funzioni fondamentali: medicina scolastica e riabilitativa, logopedia, pediatria, ecc. Se questi servizi verranno a mancare, il rischio è che la stessa utenza possa rinunciarvi – conclude l’assessore municipale, Maria Carla ItaliaOccorre valutare anche i costi sociali di determinate scelte, non esclusivamente quelli economici».

     

    LA RETE DEI CONSULTORI SOTTOPOSTA A RIORGANIZZAZIONE

    Il periodo di ristrettezze economiche che stiamo attraversando, inevitabilmente «Impone dei percorsi di riorganizzazione aziendale», conferma il direttore della Struttura Complessa Assistenza Consultoriale.
    «La razionalizzazione della rete dei consultori è in corso anche in altri distretti ma va in direzione dell’ammodernamento delle strutture e non della riduzione del servizio – precisa la dott.ssa Grondona – Per questo abbiamo trasferito i consultori in locali nuovi, magari all’interno dei Palazzi della Salute, dove possono integrarsi anche con altri servizi».
    Il consultorio di via Adamoli a Molassana, ad esempio «È stato trasferito presso l’Istituto Doria a Struppa in una sede funzionale rispetto a quella precedente, ubicata fuori dal quartiere, all’interno di un edificio fatiscente – aggiunge Grondona – Mentre quello di via Cordanieri a Cornigliano è stato sistemato alla Fiumara».

    «La Regione ritiene fondamentale il ruolo dei consultori che devono rimanere sul territorio quali strumenti operativi di prevenzione della salute femminile e di assistenza a famiglie, coppie e minori – continua Grondona – Presidi socio-sanitari che devono essere valorizzati e non ridimensionati».

    Infine c’è una buona notizia, visto che la prevista eliminazione della Struttura Complessa Assistenza Consultoriale, come da precisa richiesta regionale, è stata rimandata a data da destinarsi.
    «Ad oggi, Regione Liguria ed Asl 3 ci hanno assicurato che la struttura complessa sarà mantenuta», conclude la dott.ssa Angela Lidia Grondona. «L’azienda sanitaria locale genovese è riuscita a convincere la Regione a preservare l’attuale struttura organizzativa, ma solo per il 2013 – chiosa il rappresentante sindacale, Emilio De Luca – In futuro non sappiamo che cosa succederà».

     

    Matteo Quadrone

  • Borzoli, ex Eltin: un nuovo polo per il commercio e l’artigianato

    Borzoli, ex Eltin: un nuovo polo per il commercio e l’artigianato

    Borzoli.area ex Eltin.001Un progetto dall’impatto significativo sul territorio, in particolar modo per i piccoli negozianti che temono ripercussioni negative sulle loro attività; un’iniziativa in grado di dare una parziale risposta ai problemi di viabilità e sicurezza dei cittadini, controbattono i progettisti: sono le due facce della medaglia di un intervento edilizio destinato a trasformare un buco nero della zona, rimasto tale da almeno una trentina d’anni. Stiamo parlando dell’ex fabbrica Eltin in via Borzoli, ubicata sulla destra appena si imbocca la salita in direzione Sestri Ponente, nelle immediate vicinanze dei Giardini Montecucco, tra i quartieri di Fegino e Borzoli.
    Un edificio abbandonato a se stesso, progressivamente trasformatosi in un rudere che rappresenta un pericolo per l’adiacente circolazione stradale. L’ossatura metallica del fabbricato, infatti, rimasta scoperta in seguito allo smantellamento dei pannelli di rivestimento in amianto, rischia di staccarsi e cadere sul selciato – così come i vetri delle finestre ormai in frantumi e lo stesso muro portante – a causa dell’incuria e delle sollecitazioni dovute all’incessante transito di camion e mezzi pesanti.
    A suo tempo la fabbrica Eltin realizzava quadri elettrici per le Ferrovie dello Stato. Fino al principio degli anni ’80 nel sito di Borzoli hanno continuato a svolgersi piccole attività industriali. A partire da allora l’area è rimasta un contenitore vuoto: 2000 mq di superficie inutilizzati in una zona congestionata dal traffico e gravata da numerose servitù.
    Senza dimenticare il pericolo per i danni alla salute delle persone, considerata la presenza di un manufatto rivestito di amianto a pochi metri di distanza da decine di case. «Una parziale bonifica è stata eseguita alcuni anni fa – ricorda Maurizio Braga, residente e membro del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino – Le piastre che rivestivano lateralmente la struttura sono state smantellate dalla Eco.Ge S.r.l. Ma la bonifica non è ultimata, l’amianto c’è ancora, soprattutto sulla copertura dell’edificio».

    IL PROGETTO

    Adesso la società proprietaria del lotto, la Eden Serra S.r.l., ha intenzione di presentare un progetto che prevede la totale demolizione del manufatto esistente e la contestuale ricostruzione di un nuovo edificio destinato a diventare un polo per attività commerciali-artigianali, con l’aggiunta di box interrati e parcheggi.
    Per quanto riguarda il pericolo ambientale «L’amianto verrà totalmente eliminato – assicura uno dei progettisti, il geometra Paolo Sasso – Abbiamo già eseguito le verifiche e nel sottosuolo non sono presenti altre sostanze inquinanti. Una volta approvato l’intervento i lavori dovrebbero durare circa 1 anno e mezzo».

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    Un piano e mezzo nel sottosuolo ed una parte in superficie – per 3000 mq complessivi – saranno destinati a parcheggi pertinenziali e box in libera vendita. Al piano terra, invece, sono previsti 600 mq di spazi commerciali «Da suddividere secondo le richieste che ci arriveranno – sottolinea la proprietà – ad esempio potranno ospitare 15 negozi, oppure 30, con varie metrature. E valutiamo anche l’ipotesi di un supermercato. Ma la suddivisione non è stata stabilita a priori. Al contrario, vogliamo vestire questi spazi in base alle diverse esigenze dei richiedenti».
    Nei due piani superiori – per un totale di circa 1200 mq – troveranno sede laboratori artigianali e magazzini, pure in questo caso a seconda delle richieste. «Le realtà artigianali della zona ci hanno segnalato la carenza di spazi per il deposito di materiali», spiega la proprietà.
    Sulla copertura dell’edificio, infine, sono previsti alcuni posti auto scoperti ed una parte, come onere di urbanizzazione, verrà ceduta al Comune per farne dei parcheggi pubblici a favore dei residenti.
    I piani superiori saranno raggiungibili tramite una rampa elicoidale, inserita all’interno del lotto, che non creerà ulteriori complicazioni alla viabilità. Anzi, uno degli obiettivi dell’iniziativa, è proprio quello di migliorare la sicurezza dei pedoni «Sfrutteremo al meglio le volumetrie in altezza – spiega il geometra Sasso – il sedime della nuova costruzione, infatti, sarà più stretto rispetto a quello attuale. L’edificio sarà distanziato dalla carreggiata stradale di circa 2 metri e lungo tutto il suo perimetro realizzeremo un marciapiede protetto da una ringhiera. Inoltre, dinanzi alla porzione che si affaccia in curva, riusciremo a ricavare uno spazio verde con alcune alberature».

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    «Abbiamo visionato una prima ipotesi progettuale – racconta Iole Murruni, presidente del Municipio Valpolcevera – Il progetto è nella fase embrionale e non è ancora stato presentato all’amministrazione comunale».
    L’iter progettuale, insomma, deve ancora partire. Come conferma la stessa Eden Serra «Il progetto è stato illustrato alla Giunta di Municipio perché l’intenzione era quella di condividerlo con l’istituzione più vicina ai cittadini – racconta la proprietà – A breve lo presenteremo formalmente ai competenti uffici comunali».
    «Il Municipio ha sfruttato l’occasione per chiedere al proponente degli interventi integrativi – spiega Murruni – allo scopo di risolvere alcune evidenti criticità: la realizzazione di un marciapiede lungo il perimetro dell’area, oggi assente; la messa in sicurezza del tratto di strada interessato e della fermata dell’autobus adiacente all’area ex Eltin. Tutte richieste accolte favorevolmente dalla proprietà».
    Parliamo di un’area privata, di conseguenza «La proprietà ha il sacrosanto diritto di realizzare la sua iniziativa – continua Murruni – Noi, come istituzione, dobbiamo cercare di conciliare le diverse esigenze, quelle del privato e quelle degli abitanti. Quindi ben venga una trasformazione in senso positivo ma occorre anche mettere in sicurezza e bonificare il sito. Concordo sul fatto che questo non sia il momento ideale per proporre qualunque operazione – ammette il presidente – considerando le problematiche che affliggono la zona».

    Da mesi i residenti di Borzoli e Fegino sono in lotta per denunciare il pericolo per la pubblica incolumità provocato dal continuo passaggio di camion lungo via Borzoli. Una strada tortuosa dove, in alcune curve troppo strette, i tir addirittura toccano i muri dei palazzi come dimostra, in maniera inequivocabile, l’intonaco scrostato.
    Ad onor del vero i problemi di viabilità sono da lungo tempo nodo irrisolto: prima i camion dell’Amiu diretti alla discarica di Scarpino, oggi gli autoarticolati della Derrick (il deposito che entro la fine di maggio si trasferirà all’aeroporto), i mezzi pesanti impegnati nei lavori per la demolizione del palazzo di via Giotto, mentre, a partire da marzo, quelli che lavoreranno per la messa in sicurezza del rio Fegino. Inoltre, la zona è interessata dai cantieri per il Nodo Ferroviario e nel prossimo futuro da quelli del Terzo Valico. Visto che tali opere dovranno durare diversi anni, l’esasperazione dei residenti è comprensibile.

    IL PUNTO DI VISTA DEI CITTADINI

    «Il presidente del Municipio Valpolcevera, alcune settimane orsono, ha convocato i residenti per confrontarsi sulle criticità del quartiere – spiega Angelo Spanò, ex consigliere provinciale dei Verdi, membro del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino – In tale occasione il presidente Murruni, in via del tutto informale, ha annunciato l’ipotesi di un progetto edilizio per trasformare l’ex area industriale Eltin».
    Ma un simile insediamento, secondo Spanò, non è compatibile con il contesto «Sono previsti box, parcheggi, un supermercato, ecc. Parliamo di un maxi cubo di cemento che in altezza supererà di circa 2 piani l’attuale edificio. Si tratta di un’opera troppo impattante, soprattutto dal punto di vista ambientale e sociale. La presenza del supermercato potrebbe configurare una fonte di concorrenza sleale nei confronti dei piccoli negozianti della zona. L’amministrazione comunale ha speso un fiume di parole contro l’eccessiva presenza di strutture commerciali – ribadisce Spanò – Nel caso acconsentisse il progetto di via Borzoli sarebbe un’evidente contraddizione rispetto alle posizioni espresse più volte».

    Borzoli.area ex Eltin.017«I cittadini di Borzoli e Fegino da molti anni lamentano la presenza del buco nero della ex Eltin – spiega il presidente del Municipio Valpolcevera, Iole Murruni – Da un lato questa potrebbe essere l’opportunità per risanare una porzione di territorio. Dall’altro lato, però, le paure dei commercianti sono perfettamente comprensibili».

    «Noi chiediamo di bonificare ed in seguito recuperare l’area ex Eltin – spiegano Maurizio Braga e Mauro Zelaschi del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino – magari realizzando dei parcheggi pubblici dei quali si sente forte necessità – E, invece, oggi ci propongono una nuova edificazione. Il presidente del Municipio ha affermato chiaramente che qui è previsto l’insediamento del supermercato “Di per Di”, attualmente ubicato in via Borzoli, dall’altra parte della collina in direzione Sestri Ponente».

    Comunque l’area, allo stato attuale, continua a rappresentare un pericolo per la popolazione. Dunque un intervento è auspicabile «Ma non è così che si risolvono i problemi – sottolinea Spanò – Basti pensare alla viabilità: l’afflusso di automobili dei clienti e dei mezzi utilizzati dalle attività commerciali-artigianali, inevitabilmente, complicherà ulteriormente la caotica situazione con la quale ogni giorno ci troviamo a convivere».

    La proprietà è intenzionata a confrontarsi con abitanti e commercianti «Finora, però, non si sono ancora visti – raccontano Braga e Zelaschi – Fruttivendolo, macelleria, panificio, ecc., sono spaventati dall’ipotesi di un supermercato a pochi metri dai loro negozi. Così il piccolo commercio rischia di morire».
    Secondo i residenti «Gli operatori commerciali dovrebbero essere maggiormente coinvolti, invitandoli a trasferirsi nell’area recuperata. Ad esempio, si potrebbe creare una sorta di galleria commerciale con le botteghe di quartiere».
    «L’incontro con il comitato non si è ancora svolto – risponde la proprietà – Noi non vogliamo esentarci da tale passaggio. Anzi, siamo ben contenti di poter illustrare il progetto perché siamo convinti possa migliorare in maniera significativa la situazione. Eliminare un rudere e costruire un nuovo polo per attività commerciali-artigianali, infatti, rivaluta l’intera zona e pure il valore immobiliare dei palazzi circostanti».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

     

  • Provincia di Genova, spending review: centri di formazione a rischio

    Provincia di Genova, spending review: centri di formazione a rischio

    lavoro-geometra-architetto-DII tagli al bilancio ed i vincoli imposti dal patto di stabilità stanno mettendo in ginocchio le Province italiane compromettendone lo svolgimento di importanti funzioni. «La capacità di investimento delle Province è crollata di oltre il 44% in soli 5 anni», lancia l’allarme il presidente dell’UPI (Unione Province Italiane), Antonio Saitta. Il risultato di tali scelte è il progressivo impoverimento del tessuto economico dei territori. A farne le spese sono l’indispensabile opera di manutenzione e messa in sicurezza di strade e scuole, la gestione dei servizi di orientamento e politiche per il lavoro, la pianificazione della formazione professionale e delle attività connesse.
    «Bisogna abbandonare la strada dei tagli lineari, prevedendo, al contrario, dei criteri che tengano conto dei diversi ruoli e delle funzioni svolte nelle diverse Regioni – sottolinea Saitta – Anche perché le Province hanno già avviato una operazione importante di riqualificazione della spesa: dal 2008 ad oggi il nostro livello di spesa corrente, quella cioè più rigida, destinata al pagamento degli stipendi del personale ed alla gestione ordinaria della macchina amministrativa, è scesa di ben oltre il 12%. Non ci sembra ci siano altre istituzioni che abbiano fatto lo stesso, anzi, nel resto della Pubblica amministrazione questo capitolo continua a salire».

    A proposito della ripartizione dei tagli, l’impostazione iniziale non teneva conto della gestione dei fondi vincolati per le funzioni delegate regionali. Si è così venuta a creare una situazione insostenibile, in particolare per quegli enti, come le Province liguri, che svolgono alcune funzioni non finanziate con risorse proprie, ad esempio per quanto concerne i rifiuti, il trasporto pubblico locale, la formazione professionale.
    «La Provincia di Genova svolge più funzioni delegate dalla Regione Liguria – spiega il Commissario Straordinario, Piero Fossati – Sul bilancio 2013 che non arriva a 150 milioni di euro complessivi, finché non sarà varato un provvedimento correttivo come promesso dal Governo, avremo un taglio di 26,9 milioni. Sul bilancio 2012, invece, la sforbiciata è stata di 11 milioni. Mi auguro vivamente che il documento venga predisposto al più presto per dare un po’ di ossigeno alla Provincia. Probabilmente l’emanazione dell’atto slitterà a dopo le elezioni politiche – aggiunge Fossati – se la riduzione delle risorse si assestasse sotto i 20 milioni riusciremo a recuperare il denaro per pagare gli stipendi e le rate dei mutui».

     

    LE RIPERCUSSIONI SUL TERRITORIO GENOVESE E SUI CENTRI PROVINCIALI DI FORMAZIONE PROFESSIONALE

    lavoro-ingegnere-geometra-appaltoL’ISTITUTO TRUCCO

    Una drastica riduzione della spesa, in tutti i casi, è inevitabile. Per quanto riguarda le politiche per il lavoro una prima conseguenza è la recente chiusura del Centro Provinciale per l’Impiego di Nervi.
    Sul fronte della formazione professionale la prossima struttura destinata a chiudere i battenti è l’Istituto “Luciano Trucco” di Bolzaneto, uno dei 2 Centri Provinciali di Formazione Professionale (l’altro è l’Istituto “Altiero Spinelli” di Molassana).
    Con la Legge regionale 52/1993 “Disposizioni per la realizzazione di politiche attive del lavoro” la Regione Liguria ha attribuito le funzioni in materia di formazione e orientamento professionale alle Province. E con appositi provvedimenti ha trasferito ad esse i Centri di Formazione, unitamente al personale in servizio, i beni mobili e le attrezzature.
    «La chiusura del Trucco era prevista a partire dal 1 febbraio 2013 – spiega Giuseppe Scarrone, dirigente della Direzione Politiche formative e del lavoro della Provincia di Genova – ma visto che vi sono delle attività formative che devono ancora concludersi, per non creare disagio all’utenza, si è deciso di posticipare la chiusura a giugno-luglio 2013».
    Attualmente sono 3 i corsi in via di svolgimento presso il centro di Bolzaneto: 1 “meccanico” (l’unico percorso triennale, 16 allievi giunti al 3° anno); 1 “ascensorista” (corso biennale, in collaborazione con l’Istituto Don Bosco); 1 “saldatura-meccanico”.

    Il Centro Trucco trae le proprie origini dal vecchio “Centro Metalmeccanico” sito in Via Fillak a Certosa, fondato nel dopoguerra e gestito dall’INAPLI, Istituto Nazionale Addestramento Lavoratori Italiani (ente emanazione del Ministero del Lavoro preposto alla formazione dei lavoratori del ramo industriale) che lo gestì fino alla creazione, nel 1970, delle Regioni a Statuto Ordinario. Da tale data il Centro viene trasferito alla Regione Liguria e nel 1983 viene traslocato nell’attuale sede di Via Pastorino 32 a Bolzaneto, in locali più spaziosi e funzionali.
    Parliamo di una struttura all’avanguardia che si sviluppa su quasi 4000 mq di superficie, dotata di una decina di laboratori per esercitazioni pratiche ed altrettante aule attrezzate per la teoria. «Il volume medio della formazione erogata si aggira intorno alle 9000 ore/anno, con un indice di produttività estremamente elevato – si legge sul sito della Provincia di Genova – Nell’anno 2004 il Centro Trucco ha erogato circa 9200 ore di formazione a circa 640 allievi».

    «Nell’istituto oggi lavorano in media circa 7-8 insegnanti a contratto (liberi professionisti con partita Iva) e una dozzina di dipendenti della Provincia, sopravvissuti al processo di “svuotamento” – racconta un professore che da trent’anni insegna al Trucco – A questi ultimi è stato annunciato che saranno trasferiti in altre strutture provinciali. Fino al 2008-2009 c’erano almeno una ventina di insegnanti liberi professionisti. Ma da 3-4 anni a questa parte è evidente l’intenzione di dismettere il Centro. Al direttore hanno detto di non progettare più altri corsi. L’indirizzo prevalente è quello di affidare la formazione professionale agli enti privati accreditati e finanziati con contributi pubblici».
    Inoltre, circa 7 anni fa «È stata eseguita un’importante ristrutturazione dell’edificio con un significativo esborso economico», ricorda il professore. «L’edificio, almeno di recente, è stato interessato da un’opera di manutenzione e non da una vera e propria ristrutturazione – risponde Giuseppe Scarrone, dirigente della Direzione Politiche formative e del lavoro della Provincia – In particolare, è stato sistemato l’ultimo piano, dato in affitto ad un altro ente privato, lo IAL Liguria, che a breve dovrà trovare una nuova sede. L’ultima ristrutturazione risale a più di dieci anni fa. Comunque è una struttura in buone condizioni, assolutamente a norma per quanto riguarda le misure di sicurezza e gli standard di qualità previsti dalle normative».

    «Il centro di Bolzaneto è quello più attrezzato nell’area genovese – sottolinea il professore, che preferisce mantenere l’anonimato – con dei laboratori di saldatura e meccanica efficienti, dotati di un gran numero di macchinari moderni e funzionali, due laboratori elettrici unici in tutta Genova, utilizzati per il corso ascensoristi in collaborazione con l’Istituto Don Bosco». Indubbiamente, come riconosce lo stesso dirigente, Giuseppe Scarrone «Sono spazi con attrezzature specifiche per lo svolgimento di alcune attività formative che, nell’ambito di Genova e Provincia, altri soggetti non possono vantare. I punti di forza sono i laboratori di meccanica, saldatura e ascensoristica».
    «Adesso che l’istituto Trucco è stato svuotato, ovviamente appare una spesa inutile – aggiunge il professore – Dietro, però, c’era un preciso disegno per arrivare a questo punto. Secondo me perdere una simile eccellenza configura uno sperpero di denaro pubblico».
    Quale sarà il destino dei quasi 4000 mq del centro di Bolzaneto? Saranno svenduti al miglior offerente? «Venduti, affittati, le possibilità sono molteplici – spiega Scarrone – D’altra parte, la Provincia sta attuando una dismissione dei propri beni immobiliari».
    «Siamo ben coscienti del valore dell’Istituto Trucco – afferma il Commissario Straordinario della Provincia di Genova, Piero Fossati – e dei risultati conseguiti finora dai Centri Provinciali di Formazione Professionale. Stiamo ragionando affinché il Trucco possa continuare a svolgere la sua funzione anche in futuro, magari attraverso un affidamento agli organismi formativi convenzionati con la Provincia, dai quali abbiamo già ricevuto un’offerta. Comunque, posso garantire che, anche in caso di affidamento della struttura all’esterno, seguiremo la questione con la necessaria attenzione. L’istituto di Bolzaneto è un patrimonio pubblico e come tale va salvaguardato».

    Val Bisagno, SciorbaL’ISTITUTO SPINELLI

    Il Centro Provinciale di Formazione Professionale “Altiero Spinelli”, sorto nel 1974 presso la sede di Via Emilia come Centro Regionale di Formazione Professionale (C.R.F.P.), dal marzo 2002 è ubicato presso la nuova sede di Ca dè Pitta in via Adamoli 3, che unisce il C.P.F.P. Spinelli al Centro provinciale per l’Impiego della Valbisagno.
    «L’Istituto Spinelli è ancora funzionante ma anch’esso è in via di dismissione – racconta il professore – e come il Trucco, vive una situazione travagliata».
    «Il funzionamento dei Centri Provinciali di Formazione Professionale, ormai da anni, è appeso ad un filo – sottolinea il dirigente della Provincia, Giuseppe Scarrone – oggi gli insegnanti più giovani hanno 50 anni. Senza ricambio generazionale non c’è futuro, eppure, da almeno 15 anni non si fanno investimenti in risorse umane. Lo Spinelli va avanti finché la struttura regge, mantenendo un profilo ridoto all’osso, sia a livello di forza lavoro che di spese».
    Ma per fortuna si tratta di un edificio decisamente più piccolo rispetto al Trucco e dai costi di gestione ancora sostenibili, almeno per ora. Attualmente al suo interno stanno terminando 2 percorsi triennali (2° e 3° anno): 1 “idraulico”, 1 “meccanico” (che si concluderà a giugno 2014), per un totale di 35 allievi; inoltre è attivo 1 corso “montaggio scafo” (che si svolge presso l’Istituto Nautico).
    Dunque ancora un anno e poco più, poi anche per l’istituto Spinelli il futuro sarà un rebus.

    Nel settembre 2001 al Centro Spinelli viene attribuito come sede staccata il C.P.F.P. A.Brodolini di Sarissola (Busalla), chiuso qualche mese orsono. «I corsi di formazione attivi a Busalla erano ben pochi – spiega Giuseppe Scarrone – Di fatto il centro svolgeva soprattutto una funzione di sportello sul territorio, occupandosi della distribuzione di bollini agli idraulici, del ritiro della documentazione di avvenuta revisione di alcuni impianti (ad esempio le caldaie), del rilascio delle licenze di pesca, ecc. Secondo le intenzioni dei Comuni della zona dovrebbe continuare a svolgere il medesimo ruolo».

     

    IL RUOLO DEI CENTRI PROVINCIALI, IL RUOLO DELLA PROVINCIA NELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE

    «La Provincia promuove attraverso i propri Centri Provinciali di Formazione Professionale la formazione e l’elevazione professionale al fine di: rendere effettivo il diritto al lavoro e alla sua libera scelta; favorire la crescita della personalità dei lavoratori attraverso l’acquisizione di una cultura professionale». Così si legge sul sito web della Provincia di Genova che aggiunge: «L’offerta di formazione professionale è differenziata secondo le esigenze formative che ciascuno può avere nei diversi periodi della vita. In genere le attività formative sono organizzate da Enti o Centri Provinciali accreditati dalla Regione Liguria e sono cofinanziati con il Fondo sociale Europeo (Obiettivo 2 “Competitività regionale e occupazione” 2007-2013) o con Fondi regionali».

    lavoro-artigiano-artigianato-falegname-DI«La Provincia ha sempre difeso l’esistenza dei Centri Provinciali sottolineandone l’importanza per il territorio – ribadisce Giuseppe Scarrone – Ma c’è un movimento d’opinione a livello nazionale e regionale che, al contrario, spinge in un’altra direzione: la Provincia, in merito alla formazione, deve svolgere solo un ruolo di programmazione senza gestirla in maniera diretta, bensì affidandola ad enti privati in convenzione con il pubblico».
    Con la Legge regionale 18/2009 “Sistema educativo regionale di istruzione, formazione e orientamento” viene sancito tale indirizzo. L’articolo 6, comma 2, specifica le funzioni delle Province, le quali «Concorrono con la Regione agli atti di programmazione e di indirizzo relativi alla formazione professionale e sono titolari delle funzioni relative alla pianificazione, organizzazione e gestione delle attività formative ad eccezione di quelle direttamente esercitate dalla Regione».
    L’articolo 20 entra nel merito «Le attività di formazione professionale sono realizzate: mediante affidamento a organismi formativi accreditati, nei casi in cui l’attività formativa sia finanziata, anche parzialmente, con contributi pubblici e sia conforme agli standard di cui all’articolo 60; mediante riconoscimento dell’attività formativa svolta da organismi di formazione, ancorché non accreditati, nei casi in cui essa non usufruisca di alcun finanziamento pubblico e sia conforme agli standard di cui all’articolo 60; mediante affidamento ad imprese che, con il contributo finanziario pubblico, svolgono attività di formazione continua di cui all’articolo 45 rivolta al personale di appartenenza o finalizzata all’inserimento lavorativo nella propria organizzazione aziendale, sulla base di accordi specifici».

    «La formazione professionale si definisce un sistema pubblico a convenzionamento – afferma il dirigente della Provincia – Le attività formative, anche se gestite da enti privati, sono totalmente gratuite perché si fondano su risorse economiche messe a disposizione dal pubblico».
    Nel prossimo futuro, però, con le pesanti sforbiciate previste dalla spending review, sarà ancora possibile garantire il mantenimento di questo sistema di convenzioni e, di conseguenza, le opportunità offerte dalle attività formative?
    «È del tutto evidente che per continuare a promuovere certe iniziative occorre che tutti, Comuni, Regione, Province, facciano la loro parte», precisa il Commissario Piero Fossati.

    «La capacità di assorbimento della formazione professionale è ben diversa da quella scolastica – aggiunge Scarrone –Considerando tutti gli enti convenzionati (dai Salesiani alla Scuola Edile) parliamo del coinvolgimento di un migliaio di giovani su un totale di 30 mila ragazzi in età da scuola superiore. In pratica gli utenti della formazione professionale rappresentano il 5% del totale. Ma le attività formative promosse dalla Provincia sono un servizio fondamentale che nel recente passato ha consentito a tanti giovani di trovare un lavoro».
    Non si tratta di numeri giganteschi, tuttavia «I Centri Provinciali rappresentano un’opportunità significativa – continua il dirigente della Provincia – fornendo un’alternativa alla dispersione scolastica ed una risposta al disagio dei giovani che non si trovano bene nella Scuola Professionale dove, rispetto ai Centri, si svolge minore pratica lavorativa».

     

    IL RUOLO DEI PRIVATI, IL FUTURO DELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE

    lavoro-contratti-business-agentiNella formazione professionale il ruolo del privato è sempre stato preponderante, come racconta Giuseppe Scarrone «I primi a promuovere delle attività formative sono stati gli enti religiosi, ad esempio i Salesiani. Nel periodo del boom economico (anni ’60) si sono sviluppate le Scuole Professionali perché c’era una forte richiesta di operai. In seguito, alla formazione professionale di ispirazione religiosa, si sono aggiunti gli enti privati riferibili alle varie sigle sindacali, alle associazioni di categoria, ecc. E sono quelli che tuttora lavorano in convenzione con il pubblico».

    «Da almeno 10 anni a questa parte il ruolo dei Centri Provinciali è residuale – sostiene il dirigente della Provincia – Circa il 90% delle attività formative, infatti, sono sviluppate da soggetti privati. Nello stesso tempo, la capacità di investimento della Provincia è crollata. Il risultato finale è che i Centri sono stati “svuotati” e nessun insegnante è stato più assunto».
    Oggi, a prescindere dai tagli, queste strutture sono in affanno «E determinate scelte sono comunque necessarie – sottolinea Scarrone – Nelle Province di Savona ed Imperia i Centri Provinciali sono già stati chiusi. La tendenza ormai è inevitabile».

    Eppure ci troviamo di fronte ad una vera e propria contraddizione «L’Unione Europea ci chiede di puntare su scuola e formazione di qualità – ricorda Scarrone – In Italia attraversiamo un periodo in cui per gli enti locali è impossibile fare investimenti. E così rischiamo di rimanere al palo».
    Dall’altro lato la politica nazionale sembra dimenticarsi dell’importanza di alcuni tematiche particolarmente sensibili per i cittadini. La campagna elettorale per le imminenti elezioni politiche è entrata nel vivo e si infiamma sempre più, giorno dopo giorno. Nonostante ciò parole quali Lavoro e Formazione, almeno finora, sono state pronunciate con il contagocce.

     

    Matteo Quadrone

  • Case popolari a Genova: il punto fra alloggi sfitti e nuove costruzioni

    Case popolari a Genova: il punto fra alloggi sfitti e nuove costruzioni

    pegli-ponente-riviera-panoramica-d5L’edilizia residenziale pubblica (Erp) torna al centro del dibattito cittadino grazie ad un caso singolo che solleva le contestazioni del Municipio Ponente ma nello stesso tempo fornisce spunti di riflessione su alcune tematiche concrete mai sviscerate in maniera esaustiva.

    IL CASO DI VIA UNGARETTI A PRÀ

    Tutto parte dalla presa di posizione del consiglio municipale del Ponente che il 10 gennaio scorso ha ribadito la sua contrarietà all’ipotesi di realizzare un nuovo insediamento Erp nella zona di via Ungaretti, sulle alture tra Pegli e Prà.
    «In tutte le fasi in cui il Municipio è stato coinvolto nell’elaborazione del Puc (Piano Urbanistico Comunale) ha sempre espresso tutte le proprie perplessità in merito a nuovi tentativi di edificazione su un territorio già ampiamente cementificato – spiega il Presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente (Pd) – dove la costruzione di alcuni quartieri ha mutato completamente l’orografia delle colline. Nonostante sia sempre stato evidente il nostro parere negativo, l’amministrazione ci ha chiesto di produrre un atto specifico. E così il consiglio ha approvato all’unanimità un documento che riconferma il no alla realizzazione di ulteriori unità abitative Erp nel territorio del Ponente».

    L’amministrazione comunale per voce dell’arch. Giorgio Gatti, dirigente della Direzione programmi di riqualificazione urbana e politiche della casa, risponde così «Su iniziativa di Comune e Regione abbiamo esplorato la possibilità di realizzare un piccolo edificio a 2 piani per 8 appartamenti di edilizia residenziale pubblica. Un intervento che non ha nulla a che fare con certe colate di cemento realizzate in alcuni quartieri popolari».
    Per intenderci non stiamo parlando di un mostro architettonico come quello previsto tra via Maritano e via Ortigara nel Municipio Valpolcevera, fortemente contestato dagli abitanti.
    L’area di via Ungaretti è stata espropriata sul finire degli anni ’70 quando venne redatto il piano di zona dell’edilizia popolare «E tuttora rimane vincolata a tale scopo – continua Gatti – È un’area di proprietà comunale dalle dimensioni contenute».

    Lavatrici di PràLa posizione del Municipio, però, si basa su precise questioni di principio. Innanzitutto viene contestata una distribuzione degli edifici Erp considerata assai disomogenea: «Nel Ponente genovese troviamo il 70% dell’edilizia residenziale pubblica dell’intera città, mentre, al contrario, vi sono intere zone totalmente esenti da quartieri di edilizia popolare – sottolinea il documento approvato all’unanimità dal consiglio municipale – Per favorire una vera e seria integrazione dei soggetti socialmente fragili risulta necessario evitare le esperienze negative degli anni passati che hanno teso alla ghettizzazione di queste realtà in porzioni limitate di territorio quando, invece, è necessario spalmare equamente in tutta la città gli edifici Erp proprio per favorire la socializzazione e l’integrazione».

    «In via Ungaretti è nata un’idea progettuale che finora rimane soltanto un’ipotesi – precisa il dirigente comunale Giorgio Gatti – perché si basa su un finanziamento regionale che ad oggi non è ancora stato concretizzato. Francamente fatico a comprendere le ragioni del Municipio. Le percentuali sulla presenza di Erp snocciolate dal consiglio municipale sono grossolane. Non è vero che il 70% di Erp si trova nel Ponente. Anche in Val Polcevera e Val Bisagno, infatti, i quartieri popolari sono numerosi».

    Un altro aspetto critico è quello relativo alla domanda di assistenza e supporto che, inevitabilmente, portano con sé gli abitanti assegnatari delle case popolari: «Sulle colline ponentine, nel corso degli anni, sono sorti 7 quartieri di edilizia residenziale pubblica – sottolinea Avvenente – L’elenco è presto fatto: Torre Cambiaso, San Pietro (“Lavatrici”) via Novella, via Montanella, Voltri 2, Ca Nuova, Cep. Si tratta di insediamenti che ospitano uno “spaccato sociale” particolare, il quale necessita di adeguata assistenza sociale. Oggi il Municipio, alle prese con una costante diminuzione delle risorse economiche, fa sempre maggiore fatica a fornire risposte. I nostri uffici sono in sofferenza – ribadisce il Presidente – nell’ultimo anno sono arrivati una quarantina di nuovi nuclei familiari. Il Comune ci affida le persone però non ci fornisce la quota di accompagnamento di cui hanno bisogno».

     

    casa-abitazione-citofonoGLI ALLOGGI PUBBLICI SFITTI

    L’ente municipale mette in evidenza l’elemento forse più rilevante, perché coinvolge tutta l’area metropolitana, ovvero la significativa presenza di alloggi pubblici vuoti e di conseguenza inutilizzati a causa della carenza di manutenzione e di interventi di ristrutturazione mai eseguiti. «Ci sono numerosi appartamenti sfitti all’interno dei quartieri collinari del Ponente – spiega Avvenente – ce lo segnalano continuamente cittadini e comitati con cui abbiamo uno stretto rapporto di collaborazione. A breve avremo un incontro con Arte Genova (Agenzia Regionale Territoriale Edilizia): vogliamo incrociare i nostri dati con i loro numeri, per capire come e dove è possibile ripristinare questi alloggi».
    Allo stato attuale le risorse degli enti locali sono ridotte al lumicino, almeno quel poco denaro disponibile utilizziamolo per rimettere a posto le unità abitative sfitte: questo il ragionamento semplice, quanto comprensibile, del Municipio Ponente.
    «Noi siamo pronti a dare il nostro contributo a favore delle categorie deboli, come abbiamo sempre fatto – continua Avvenente – di fronte al drammatico problema della casa, però, vorremmo che in via prioritaria, prima di costruire ex novo, si utilizzassero al meglio gli spazi già presenti sul territorio».

    «Il recupero degli alloggi sfitti appartenenti al patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica è un problema reale – conferma l’arch. Gatti – che riguarda il Ponente ma in misura maggiore la Val Polcevera. Penso, ad esempio, a Begato e alla difficile situazione della “Diga”».

    Abbiamo fatto il punto insieme a Stefano Salvetti, segretario genovese del Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio), da anni impegnato in prima linea: «Sicuramente un buon numero di alloggi inutilizzati sono nel Ponente, ma la situazione è simile in tutta la città». Dati recenti parlano di circa 717 alloggi in manutenzione. Mentre 250 unità abitative sono rimaste escluse dai lotti d’intervento. Quest’ultimo, però, sarebbe un dato sottostimato: «Rispetto ai circa 250-300 alloggi che si liberano ogni anno ai fini dell’assegnazione – racconta Salvetti – mediamente, circa 150 non sono subito disponibili perché necessitano di qualche intervento. Di conseguenza, ogni anno, gli appartamenti da sistemare si accumulano ed il loro numero cresce costantemente». Dei famosi 717, a fine 2012 ne sono stati completati 280, pronti per essere assegnati. I restanti, cioè 437, sono tuttora in manutenzione.  Il 7 febbraio, annuncia Salvetti «Faremo un briefing con l’assessore regionale alle politiche abitative, Giovanni Boitano, per capire come procedono i processi di ripristino degli appartamenti Erp ancora inutilizzati».

     

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    EMERGENZA CASA: FABBISOGNO STIMATO IN 8000 ALLOGGI

    L’emergenza abitativa – non va mai dimenticato – rimane un nodo irrisolto, sia a livello nazionale che locale. E si aggrava giorno dopo giorno a causa di una crisi economica senza fine.  «Nella precedente graduatoria comunale – sottolinea Salvetti –  le persone in attesa di una casa erano 3900. Per il bando in scadenza il prossimo 25 febbraio ci aspettiamo oltre 4000 domande. Il numero è sottostimato perché la gente perde fiducia e quindi neppure presenta domanda per l’assegnazione di un alloggio popolare».
    La domanda è il termometro della situazione, sottolinea il rappresentante degli inquilini «E registra una temperatura sempre più calda. Per Genova noi stimiamo il fabbisogno Erp in circa 8000 alloggi». Il fabbisogno stimato dal Comune (dati del 2011), invece, parla di 3500 appartamenti Erp più 5000 a canone moderato (il famoso “social housing”, tanto in voga in questo periodo). «Il canone moderato si aggira su circa 450 euro al mese più le spese di amministrazione – precisa Salvetti – è evidente come oggi molte persone non possano permettersi tali cifre».

    Eppure la questione casa non è la priorità nell’agenda delle forze politiche – di qualsiasi colore esse siano – ormai da troppo tempo. Da Roma una mazzata decisiva è arrivata con il Governo guidato dall’ex premier Silvio Berlusconi che ha tagliato i fondi per l’edilizia pubblica. Una drastica riduzione: da 550 milioni di euro a soli 200 milioni.
    «Dopo numerose battaglie e grazie all’impegno dell’ex assessore comunale Bruno Pastorino che ha lavorato egregiamente, siamo riusciti a far arrivare a Genova 12 milioni di euro – spiega il segretario Sicet – Queste risorse e alcuni fondi regionali hanno permesso di avviare i lotti manutentivi degli alloggi sociali».

    abitazioni-case-DIPer trovare una qualche forma di sollievo a quello che è ormai a tutti gli effetti un male endemico del nostro Paese, si dovrebbe «Puntare sulla riconversione di ex aree industriali, vecchie caserme, fabbricati dismessi da trasformare in Erp, invece che nell’ennesimo centro commerciale – suggerisce il segretario Sicet – ma è necessario mettere sul piatto consistenti risorse pubbliche, magari grazie al finanziamento di enti quali la Cassa Depositi e Prestiti. L’altra soluzione è quella di costruire ex novo. Premesso che non voglio massacrare il territorio, prima vanno recuperate, ai fini dell’assegnazione, tutte le unità abitative già presenti in città».

    Ovviamente Salvetti non può essere d’accordo con la presa di posizione del Municipio Ponente in via Ungaretti, però, comprende le loro giustificabili preoccupazioni: «Gli interventi realizzati anni addietro, ad esempio a Begato, li definisco insopportabili. Con la “Diga” si è pensato di dare solo una risposta numerica al problema e non una risposta sociale. Anzi, in Val Polcevera come nel Ponente, sono stati creati veri e propri quartieri-ghetto. I Municipi sono realtà gravate dal peso di queste esperienze. Costruire nuove piccole unità abitative, invece, è tutt’altro discorso. E da quanto mi pare di capire, l’ipotesi progettuale di via Ungaretti è un intervento limitato, sicuramente non invasivo».

     

    ASSEGNAZIONI E GRADUATORIE

    Per quanto concerne una ripartizione più omogenea degli assegnatari di locazioni Erp, il rappresentante degli inquilini concorda sul fatto che si potrebbe studiare qualche soluzione ad hoc «Stiamo lavorando sulla possibilità di realizzare un meccanismo di assegnazione più attento ad una bilanciata divisione sul territorio. Non si tratta di un’operazione semplice perché parliamo di graduatorie pubbliche che seguono regole precise».
    Allo stesso tempo è possibile intervenire anche nel processo di revisione del Puc al fine di «distribuire l’edilizia pubblica in maniera più conforme sull’intero territorio», sottolinea Salvetti.
    Ma ancora più importante è studiare modelli che permettano una maggiore socialità nei nuovi insediamenti «Il “portierato sociale” è un’iniziativa che si muove in questo senso – spiega Salvetti – puntando sulla creazione di un mix sociale che può dare buoni frutti. Ad esempio, favorendo l’inserimento di studenti universitari in edifici Erp, insieme ad altre categorie di persone. I più giovani potrebbero fornire supporto agli anziani nelle mansioni domestiche, rendersi utili e migliorare la qualità della vita degli abitanti del quartiere».

    «Noi riteniamo che l’assessore comunale alle politiche della casa, Renata Paola Dameri, finora non abbia svolto un buon lavoro – conclude Salvetti – Considerata la gravità della situazione non so come faccia a dormire sonni tranquilli. L’assessorato alle politiche della casa deve mettere in campo delle azioni incisive per fronteggiare l’emergenza abitativa. Si deve coalizzare con le altre città metropolitane. Così il sistema non funziona: i cittadini sono sballottati tra diversi enti in una sorta di drammatico ping-pong. Assistenti sociali, sindacati, centri d’ascolto,ecc. Al contrario, bisogna mettere in rete tutti i soggetti. Quello che manca è una regia unica. Anche la Regione deve fare la sua parte. Il Presidente Claudio Burlando, ormai alcuni anni fa, aveva convocato gli stati generali sulle politiche abitative. Adesso bisogna fare il “tagliando” a quella conferenza. Il Presidente della Regione deve riprendere in mano la questione in prima persona».

     

    Matteo Quadrone

  • Abbazia di San Giuliano, dal restauro all’edilizia privata: luci e ombre

    Abbazia di San Giuliano, dal restauro all’edilizia privata: luci e ombre

    È una storia infinita quella del risanamento e dell’auspicabile valorizzazione dell’Abbazia di San Giuliano – splendido edificio religioso risalente al X secolo, affacciato direttamente sul mare – tra contenziosi legali che hanno coinvolto le ditte impegnate nell’opera, conflitti di competenze e soldi che mancano. I primi restauri risalgono addirittura agli anni ’70. Nel 1992, in occasione delle “Colombiadi”, viene rifatta la facciata. Nel 1999 con i fondi del gioco del Lotto si finanzia un nuovo intervento. E nel 2000, pure un secondo. I lavori procedono a singhiozzo fino al 2006 quando, sotto la direzione dell’architetto Guido Rosato (Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Liguria), entrano nel vivo. Purtroppo le risorse economiche non sono sufficienti e tutto si blocca nuovamente, con il rischio che l’incuria ed il trascorrere del tempo, vanifichino i risultati raggiunti.

    A questo punto è necessaria una premessa «L’abbazia, la chiesa vera e propria per intenderci, e alcuni locali annessi, non sono di proprietà del Demanio dello Stato, bensì sono tuttora proprietà privata dei Monaci Benedettini di Montecassino – spiega il Direttore della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria, l’arch. Maurizio Galletti – Per questo motivo non dipende esclusivamente da noi il recupero integrale del bene, nonostante il valore che tale patrimonio culturale riveste per l’intera città».
    Il resto del complesso monumentale, invece, è di proprietà del Demanio il quale, tra il 2000 ed il 2002, l’ha consegnato in custodia al Ministero dei Beni Culturali. Subito dopo partono i lavori. «L’amministrazione ha trovato parecchie difficoltà – sottolinea Galletti – Ci siamo confrontati anche con alcune occupazioni abusive. Inoltre, gli interventi presentavano un notevole grado di difficoltà. Abbiamo dovuto realizzare un adeguamento impiantistico funzionale alle future esigenze».

    «Sappiamo che i Benedettini sono intenzionati ad alienare la parte di loro proprietà – continua Galletti – Il Ministero è stato contattato ma non dispone del denaro sufficiente per acquisire la parte privata».
    Il Direttore Regionale aggiunge «Ci stiamo muovendo alla ricerca di un accordo con la Regione Liguria affinché sia possibile utilizzare i fondi comunitari. Anche non acquisendo la chiesa, potremmo comunque trovare il modo per valorizzarla».
    In altri tempi, economicamente più floridi, si poteva sperare in un investimento privato «Oggi, invece, attraversiamo una fase negativa – continua Galletti – e nessuno è disposto ad investire».

    «L’abbazia di San Giuliano va difesa in quanto significativa testimonianza storica, sopravvissuta all’edificazione selvaggia di Corso Italia – spiega la professoressa Franca Guelfi, ex presidente della sezione genovese di Italia Nostra – L’acquisizione da parte del Ministero dei Beni Culturali, anche grazie all’impegno della nostra associazione, è indubbiamente un fatto positivo. Ma è grave che non si sia proceduto celermente nell’esecuzione dei lavori di ristrutturazione».
    Adesso potrebbe essere giunta l’ora della svolta, almeno per quanto riguarda la parte che si affaccia su Corso Italia, quello che un tempo era il convento dei Benedettini «Siamo arrivati al dunque – racconta l’arch. Galletti – stiamo completando la riqualificazione della facciata, della pavimentazione, ecc. Alcuni locali diventeranno degli uffici. L’obiettivo è trasferire qui il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Genova, attualmente ospitato nel complesso monumentale di S. Ignazio, accanto all’Archivio di Stato. Hanno necessità di maggiore spazio, quindi abbiamo pensato al trasferimento a San Giuliano. Inoltre, qui sarà insediato anche l’Ufficio Esportazione, ovvero il reparto adibito a valutare una serie di oggetti di proprietà privata che possono o meno, a seconda dell’interesse culturale dei beni, essere liberamente esportati all’estero oppure devono sottostare a precise regole per un esportazione esclusivamente finalizzata al loro specifico interesse culturale (mostre, esposizioni, ecc.)».
    In questo modo la Direzione Regionale raggiunge anche un secondo obiettivo: il risparmio di risorse in ottica “spending review”, grazie allo spostamento di alcuni uffici della Soprintendenza Archivistica della Liguria, oggi in locazione passiva, presso la sede di S. Ignazio.

    Il consigliere del Municipio Medio-Levante, Bianca Vergati (Sel-Lista Doria), ha scritto una lettera alla direzione regionale per chiedere lumi sulla tempistica dei lavori «Ci auguriamo che a breve, almeno sulla passeggiata sia concluso il cantiere, in modo da restituire alla città la parte che dà su Corso Italia. Per il prossimo futuro – annuncia Vergati – vorremo chiedere l’assegnazione di uno spazio da destinare alla cittadinanza».
    «Oggi stiamo portando avanti gli interventi per rendere funzionali gli uffici – spiega ancora Galletti – E stiamo programmando dei fondi economici aggiuntivi. Inoltre, abbiamo ricevuto un’erogazione liberale da parte di un privato destinata specificatamente al restauro di San Giuliano». Se tutto va bene, considerando le risorse che dovrebbero arrivare nel 2013 «Auspichiamo di concludere l’opera nel 2014», aggiunge il Direttore Regionale.

    Nell’1983-’84 l’associazione Italia Nostra, insieme agli esponenti della Soprintendenza ed alla Facoltà di Architettura, inserisce l’abbazia di San Giuliano nella proposta dei lavori da eseguire in vista delle “Colombiadi” del ’92. «Ci siamo attivati già 8-9 anni prima dell’appuntamento – ricorda Guelfi – nella proposta rientravano: il complesso di S. Ignazio, il chiostro di S. Gerolamo (dietro all’ospedale Gaslini) e l’abbazia di San Giuliano».
    In seguito, la Soprintendenza avvia una serie di restauri: «I lavori, come sappiamo, sono proseguiti tra mille problemi ma, finalmente, si è arrivati alla rifinitura dell’edificio ed è stata individuata anche la sua futura destinazione – sottolinea Guelfi – Il “cantiere infinito” riguarda l’antico convento dei Benedettini».
    La chiesa sul lato sud fronte mare necessita soprattutto di adeguata manutenzione. «La chiesa è in buone condizioni – continua Guelfi – Non è sconsacrata ed è ancora utilizzata in determinate occasioni. Sono il disuso e l’abbandono che generano il degrado, non viceversa. In tutta l’area circostante, infatti, regna il disordine».

    LUNGOMARE LOMBARDO E LE OMBRE SULLE UNITA’ ABITATIVE DELLA ZONA

    Lungomare Lombardo è il percorso pedonale che circumnaviga l’abbazia di San Giuliano collegandola a ponente e levante con Corso Italia. Il complesso monumentale e la passeggiata rappresentano un insieme dall’alto valore paesaggistico.
    «Italia Nostra più volte si è occupata di San Giuliano sottolineando l’importanza di preservare tutta l’area circostante – spiega Guelfi – È un nucleo storico sopravvissuto dopo la costruzione di Corso Italia nel ‘900: un intervento per certi aspetti molto pesante che, ad esempio, ha comportato la demolizione della chiesetta di S. Nazario a Punta Vagno».
    La zona di Lungomare Lombardo, secondo l’ex presidente di Italia Nostra, deve recuperare il rapporto primario con il mare. «Questa è la prima cosa da salvaguardare. Ora c’è un accesso libero stretto tra due stabilimenti balneari, manufatti che chiudono l’ingresso al mare. La zona a mare, invece, dovrebbe essere liberata».
    Ma non è tutto. Nella parte a monte dell’abbazia un tempo c’erano degli orti, oggi trasformati in spazi delimitati da rudimentali cancelli e trasformati in una sorta di magazzini, forse utilizzati dagli adiacenti stabilimenti.
    «Non si capisce se sono di proprietà pubblica o privata – continua Guelfi – Durante la ristrutturazione ci avevano assicurato il massimo impegno per liberare tali spazi. Ma a distanza di anni la situazione non è cambiata».

    Il tratto di Lungomare Lombardo lato levante appare in buone condizioni dopo un’attenta riqualificazione. Il lato ponente, invece, è stato al centro di una mozione presentata dal consigliere Bianca Vergati presso il Municipio Medio-Levante.
    «Ho proposto il completamento della riqualificazione di Lungomare Lombardo – spiega Vergati – Un’iniziativa che potrebbe essere compresa nell’ambito della “riqualificazione di Corso Italia”, richiesta formulata dal Municipio riguardo il Piano Triennale Lavori Pubblici del Comune di Genova».
    Il problema, però, è nel conflitto di competenze «Non si comprende quale sia la responsabilità sul tratto di Lungomare Lombardo lato ponente: Demanio, Soprintendenza, ecc.», si domanda il consigliere.

     

     

     

     

     

     

     

    Vergati chiede chiarimenti anche per quanto riguarda la concessione del parcheggio ai residenti delle due unità abitative contrassegnate dai civici n. 16 e 18 di Lungomare Lombardo, due edifici privati ubicati proprio a ridosso dell’abbazia. «Si tratta di una vecchia concessione che andrebbe eliminata – spiega Vergati – La Polizia Municipale ha constatato il rilascio di tale permesso da parte della Soprintendenza, non riuscendo ad impedire il posteggio in “zona pedonale”, come si evidenzia nei cartelli posti da entrambi gli accessi».
    Infine, il consigliere del Medio Levante riporta una voce preoccupante «Pare che i residenti di Lungomare Lombardo (civici n. 16-18) abbiano chiesto la sopraelevazione della loro proprietà».

    «In Lungomare Lombardo ci sono dei contenziosi aperti che si trascinano da decenni – risponde l’arch. Maurizio Galletti – Si tratta di rivendicazioni d’uso da parte di terzi in zona demaniale».
    Le due unità abitative (i civici n. 16-18) sono il risultato di occupazioni avvenute anni addietro. E, secondo il Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria, la loro rivendicazione d’uso non sarebbe ancora stata accolta dal Demanio.
    Se davvero i proprietari di questi edifici intendono presentare un progetto di ampliamento tramite sopraelevazione «Non credo che un simile intervento otterrebbe il via libera – conclude Galletti – comunque sia, noi siamo pronti ad opporci con fermezza».

     

    Matteo Quadrone
    [Foto dell’autore]

  • San Fruttuoso, ancora cemento: silos tra Piazza Solari e via Amarena

    San Fruttuoso, ancora cemento: silos tra Piazza Solari e via Amarena

    Un maxi auto-silos a 5 piani parzialmente interrato nel bel mezzo di due edifici scolastici, in una zona ampiamente urbanizzata, nel cuore di San Fruttuoso. Stiamo parlando di un’opera che insisterà su un versante montuoso già soggetto a cedimenti del terreno, all’interno della proprietà della Fondazione Contubernio D’Albertis, dove sorge l’omonimo Istituto che svolge attività educative – per un totale di circa 550 bambini tra nido, asilo, elementari, primaria – e socio-assistenziali. Il tutto in cambio di un ascensore di collegamento tra Piazza Solari e via Amarena, aree verdi e un campetto da calcio a 5, quest’ultimo ricavato sulla copertura dell’edificio destinato ad ospitare 152 box.
    L’iter approvativo del progetto – avviato nel 2009 – è ormai concluso, ma solo adesso gli abitanti ne vengono a conoscenza.
    Il Municipio Bassa Valbisagno è stato chiamato ad esprimere un parere consultivo – non vincolante, occorre sottolinearlo – e ha deciso di tentare comunque un percorso partecipativo invitando i cittadini alla seduta del consiglio municipale di mercoledì scorso (16 gennaio), durante la quale committente e progettisti hanno illustrato il progetto, alla presenza del Vice-sindaco, Stefano Bernini e del dirigente del Settore Approvazione Progetti e Controllo Attività Edilizie del Comune di Genova, il dott. Paolo Berio.

    «Il progetto è stato protocollato dai nostri uffici il 7 gennaio scorso – racconta il Presidente del Municipio Bassa Valbisagno, Massimo Ferrante (Pd) – L’attuale amministrazione ha chiesto il parere del Municipio e noi ci siamo subito attivati per promuovere un confronto con la cittadinanza. Si tratta di un’opera che abbiamo ereditato dalla precedente amministrazione comunale ed è per questo che il percorso partecipativo parte soltanto adesso, quando i giochi sono fatti. In futuro, per tutti gli interventi grandi o piccoli che interesseranno il territorio, coinvolgeremo i cittadini fin dal principio dell’iter progettuale».
    «La pratica ha acquisito tutti i pareri istruttori – spiega il dirigente Paolo Berio – sono tutti favorevoli, alcuni con prescrizioni, ma non ci sono pareri dubitativi. L’area è destinata a servizi ma al privato è consentita la realizzazione di parcheggi nel sottosuolo, in cambio di servizi pubblici in superficie». Un meccanismo urbanistico consolidato che ha permesso l’eccessiva proliferazione di parcheggi in ogni angolo della città.

    Il committente è la Fondazione Contubernio D’Albertis – fondata nel 1863, quest’anno compirà 150 anni e per l’occasione ha voluto regalarsi un’importante operazione immobiliare – e l’intervento sarà realizzato da Codelfa, impresa controllata dal Gruppo Gavio, a sua volta azionista di Impregilo, su un’area di proprietà della Fondazione che oggi è una scarpata abbandonata a se stessa con una rigogliosa vegetazione spontanea.
    Mercoledì pomeriggio i progettisti hanno illustrato il progetto partendo dalla “cornice”, vale a dire le opere pubbliche di compensazione (oneri di urbanizzazione), ma senza entrare nel merito dell’invasività del “contenitore”, ovvero il silos a 5 piani per 152 posti auto coperti che comporterà un volume di scavo pari a circa 15 mila metri cubi di rocce e terra, con il conseguente impiego di centinaia (se non migliaia) di camion, costretti a transitare per una strada, via Amarena, particolarmente stretta e tortuosa.

    Vediamo nel dettaglio quali servizi pubblici sono previsti: innanzitutto la ricostruzione delle scale di Salita Bosco Pelato che rappresentano l’attuale collegamento pedonale tra Piazza Solari e via Amarena; il rifacimento dei marciapiedi di alcune vie limitrofe; la costruzione di ascensore inclinato con circa 65 metri di corsa (che in sostanza taglierà solo due tornanti di via Amarena, visto che dovrebbe sbucare in prossimità della bocciofila); la realizzazione, sulla superficie di copertura del silos, di un campetto da calcio a 5, aree verdi e spazio giochi per bambini: tale copertura sarà gravata di servitù d’uso pubblico ma gli oneri di manutenzione rimarranno a carico del privato.
    A onor del vero, però, la concreta fruibilità pubblica del campo e degli spazi verdi dovrà essere concordata con apposite convenzioni tra proprietà, amministrazione comunale e scuole, ancora in fase di definizione.

    «L’ascensore di collegamento tra Piazza Solari e via Amarena sarà preso in carico da Amt – spiega il Presidente Ferrante – il campetto sportivo, nella fascia oraria dalle 8 alle 15, sarà utilizzato dalle scuole, come prevede l’accordo già sottoscritto con il distretto scolastico».
    Committente e progettisti hanno sottolineato come l’ascensore inclinato sia un vero e proprio regalo «Un’opera integralmente realizzata dal privato e destinata all’amministrazione pubblica  – spiegano – La monetizzazione degli oneri di urbanizzazione ammonta a 160 mila euro. L’ascensore, invece, costa più di 600 mila euro».

    Per quanto riguarda le eventuali criticità dovute allo sbancamento del terreno è stato sottolineato come il sedime interessato dall’opera non sia sottoposto ad alcun vincolo idrogeologico, ambientale o storico. Inoltre, nelle cartografie ufficiali, non sarebbe attestata la presenza di rivi sotterranei.
    In merito alla cantierizzazione, essa comporterà inevitabili disagi per i residenti «Ma il maggior peso graverà sulla Fondazione – secondo i progettisti – I lavori inizieranno da via Amarena e dureranno 18 mesi. Le scale di Salita Bosco Pelato saranno mantenute in funzione fin quando non verranno realizzate quelle nuove».

    Dopo l’illustrazione del progetto, finalmente, è arrivato il momento di ascoltare la voce dei cittadini, accorsi numerosi – almeno un centinaio riempivano la sala del consiglio municipale – per esprimere le loro opinioni ed evidenziare le problematiche connesse ad un tale intervento.

    In molti hanno mostrato parecchie perplessità soprattutto in riferimento al rischio idrogeologico. Alcune memorie storiche del quartiere, infatti, ricordano la presenza di un torrente che scendeva a valle fino a via D’Albertis per poi confluire nei rivi Noce e Rovare; a metà anni ’60 il rivo sarebbe scomparso a causa della realizzazione del “condominio del sole”. «Oggi si sono perse le tracce del torrente – afferma un abitante – Ma abbiamo paura che nel sottosuolo ci sia dell’acqua che, a causa degli scavi,  potrebbe uscire in superficie, creando problemi. Non è possibile fare un supplemento di perizie idrogeologiche?».

    Un altro residente, invece, sottolinea «Non darei così per scontata la stabilità idrogeologica. La parte bassa di Salita Bosco Pelato, a fianco alla scuola di Piazza Solari, già allo stato attuale, quando piove si allaga. Io propongo: perché non siglare una fideiussione con la parte privata in modo che essa si faccia carico di eventuali danni agli edifici circostanti?».

    Il dirigente Paolo Berio spiega «Il privato presenta la relazione geologica con la documentazione prevista. Il Comune la esamina e dà il suo parere. L’attività di verifica è conclusa. La fideiussione a fronte del rischio problematiche connesse all’intervento non è ipotizzabile come imposizione dell’amministrazione comunale».

    «Il famoso rivo esiste e passa sotto il “condominio del sole” dove si sono già verificati due movimenti franosi e sono state realizzate alcune opere di sostegno – racconta una signora – L’acqua che crea problemi anche all’interno del terreno dell’Istituto Contubernio non è acqua piovana».

    «Le acque presenti sul terreno sono acque meteoriche – si difendono i progettisti –  I nostri lavori porteranno un miglioramento».
    Lo smaltimento delle acque, comunque, è una problematica ammessa «Le acque piovane saranno raccolte tramite una vasca di compensazione che le rilascerà in maniera graduale, onde evitare ripercussioni a danno dei collettori comunali».
    La costruzione del silos è prevista ai piedi dell’edificio scolastico della Fondazione, quindi «Il soggetto maggiormente attento agli aspetti relativi alla sicurezza è proprio la stessa Fondazione».

    «I civici 23-25-27 di via Amarena sorgono a fianco del medesimo versante montuoso, in posizione più alta rispetto all’area del silos  – racconta Luca Motosso, residente in via Amarena al civ. 25 – Ebbene, io vi posso accompagnare per mostrarvi gli smottamenti di terreno, ben visibili, nei dintorni e sotto l’ascensore privato che utilizziamo per raggiungere i nostri condomini. Le assemblee condominiali di tali civici hanno dovuto deliberare l’installazione di maglie di sostegno per mettere in sicurezza il terrapieno su cui poggiano i palazzi».
    «L’Istituto Contubernio ospita 550 bambini tra i quali mia figlia – continua Luca – Sono preoccupato per la stabilità dell’edificio scolastico della Fondazione. Senza dimenticare la scuola di Piazza Solari, ubicata a meno di 10 metri dall’area in cui è previsto il silos. I bambini si troveranno di fronte un cantiere operativo per 2 anni».

    In mezzo a tanti dubbi, non sono mancati alcuni pareri favorevoli. In particolare è stata evidenziata l’utilità dell’ascensore che renderà più agevoli gli spostamenti degli anziani; dei lavori di manutenzione stradale, ad esempio in via Amarena, oggi priva di marciapiedi e dotata di scarsa illuminazione; del rifacimento delle scale di Salita Bosco Pelato che attualmente non versano in buone condizioni.
    Ma soprattutto, il campetto e le aree verdi rappresentano una risposta attesa da troppo tempo «In zona mancano luoghi dedicati ai bambini – spiega una mamma – Nelle vicinanze ci sono solo i giardini di via Ferretto. Quindi ben vengano questi nuovi spazi».
    Infine, come consuetudine in tutta Genova, la fame di parcheggi è un’esigenza insoddisfatta: i nuovi posti auto messi in libera vendita potrebbero fornire una parziale risposta, secondo alcuni abitanti.

    Una volta terminata l’esposizione di opinioni e dubbi dei cittadini, la seduta del consiglio municipale è ripresa normalmente.
    A questo punto, alcune forze di maggioranza (Pd-Sel-Idv) hanno proposto un documento in cui si dichiara parere favorevole al progetto, vincolandolo a precise condizioni di sicurezza, tra le quali un capillare controllo sul cantiere, un attento monitoraggio in corso d’opera, un ulteriore verifica dal punto di vista idrogeologico. Il documento è stato approvato da maggioranza e parte dell’opposizione.
    Rifondazione Comunista-Federazione della Sinistra si è astenuta perché, come spiega il capogruppo Giuseppe Pittaluga «Il ritorno per la collettività sarebbe rappresentato da ascensore e campetto: entrambi sono funzionali alle esigenze della Fondazione piuttosto che a quelle dei cittadini. Verrà costruita una cittadella sotterranea destinata alle auto e una scarpata verrà sostituita da una nuova colata di cemento armato». Anche il Movimento 5 Stelle ha deciso di astenersi perchè «Genova  ha già pagato un prezzo altissimo alla cementificazione», afferma il capogruppo, Cosimo Gastaldi.

    Quello che emerge è l’impotenza dei consiglieri di Municipio che, in pratica, si sono ritrovati di fronte ad un progetto preconfezionato, con pochissimo tempo a disposizione per leggere la documentazione.

    «Le possibili scelte erano due – spiega il Vice-presidente del Municipio, David Burlando (Sel) – o votare contro il progetto, tenendo conto che il parere del municipio non è vincolante; oppure esprimere parere favorevole ma con alcune condizioni che dovranno essere rispettate. In maniera tale da poter incidere sul crono-programma degli interventi e su eventuali decisioni assunte in corso d’opera».

    In merito alla partecipazione «Siamo consapevoli che, purtroppo, la fase partecipativa, in cui i cittadini hanno potuto manifestare le loro opinioni è arrivata solo all’ultimo – conclude Burlando – ma solo la ferma volontà della giunta comunale (nelle persone dell’Assessore Oddone e del Vice-sindaco Bernini) condivisa dalla giunta municipale, ha permesso questo momento di condivisione con la cittadinanza. Le posso assicurare che faremo di tutto, io personalmente prima in qualità di cittadino e poi come Vice-presidente del Municipio, per monitorare con attenzione tutte le fasi del progetto e garantire la sicurezza dei cittadini e la reale fruizione pubblica dei servizi e degli spazi previsti dagli oneri di urbanizzazione».

     

    Matteo Quadrone
    [Foto dell’autore]

  • Centro storico, il punto sui selciati dopo le polemiche in via Garibaldi

    Centro storico, il punto sui selciati dopo le polemiche in via Garibaldi

    La situazione dei selciati del centro storico genovese è balzata agli onori della cronaca in occasione degli interventi sulla pavimentazione di via Garibaldi, tuttora in via di esecuzione, suscitando la mobilitazione di semplici cittadini ma anche di tecnici (veri o presunti, occorre sottolinearlo) che, soprattutto sul web, si sono confrontati sul tema. Sono nati gruppi e movimenti di opinione che hanno allargato il campo, evidenziando le criticità che affliggono altri percorsi della città vecchia: via Chiossone, via Scuole Pie, via dei Macelli di Soziglia, via Canneto il Lungo, via Canneto il Curto, via Luccoli, via 25 Aprile, via Fontane Marose, solo per citarne alcuni. Zone meno chiacchierate da cittadini e media – rispetto alla celebre Strada Nuova – sulle quali Era Superba ha provato ad approfondire la questione.

    Per comprendere le problematiche nel dettaglio abbiamo chiesto un parere al Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico – un gruppo di archeologi, restauratori e storici dell’arte che dalla propria pagina Facebook, aperta al contributo degli utenti con fotografie, rassegna stampa e segnalazioni – si è fatto portavoce delle istanze di salvaguardia di un patrimonio comune «Il nostro intento è informare su quanto sta avvenendo, mettendo a disposizione le competenze che abbiamo: da anni sono in atto opere di rifacimento dei selciati nel centro storico, se ne parla solo adesso che i lavori riguardano via Garibaldi, perché è una strada più “esposta” e frequentata. Quello che vogliamo è andare oltre l’aspetto emozionale, che troppo spesso determina la comunicazione sui media e sugli stessi social network, e illustrare la situazione con un approccio professionale».

    La prima campagna di sostituzione delle pavimentazioni del centro storico risalirebbe agli anni ‘90, mentre quella odierna sarebbe la seconda. Una tendenza che non interessa solo Genova, ma pure, ad esempio, Trieste e Bologna. «Via Garibaldi è la punta dell’iceberg che oggi permette di portare alla luce le operazioni condotte arbitrariamente ed in modo scellerato su altri vicoli – racconta un archeologo del Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico, che preferisce non essere citato per nome – Le pavimentazioni storiche in “arenaria di La Spezia” sono state progressivamente sostituite con “arenaria cinese” scadente ed esposta a deterioramento veloce».

    La domanda sorge spontanea, per quale motivo sono state cambiate le lastre? «Secondo noi non sussiste una ragione tecnica per giustificare tali operazioni – continua l’archeologo – Inoltre ho pesanti perplessità anche in merito all’esecuzione degli interventi. In piazza Lavagna, vico Lavagna e via Scuole Pie, ad esempio, le piastre sono state posate in malo modo. I lavori, insomma, non sono stati eseguiti a regola d’arte».
    Il secondo quesito irrisolto, invece, è il seguente: dove sono finite le pietre originali? «Sarebbe interessante sapere qual è stato il loro destino – spiega l’archeologo – So che in precedenti occasioni erano state stoccate lungo il torrente Bisagno ma poi sono scomparse. Voci di corridoio parlano di alcune pietre del ‘700 miracolosamente riapparse in giardini privati».

    Al fine di ottenere delucidazioni a proposito degli interventi di sostituzione delle pavimentazioni antiche nel centro storico, nell’ottobre 2012, il comitato ha scritto una lettera all’architetto Luisa Maria Papotti, Soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria. Così recita l’incipit della missiva «Siamo molto preoccupati per quanto sta avvenendo ed è avvenuto alle pavimentazioni di alcune delle vie del centro storico di Genova. Abbiamo constatato, infatti, che in via dei Macelli di Soziglia e in via David Chiossone le vecchie pietre in arenaria quarzosa, spesse almeno 13 cm, tagliate a mano e provenienti da cave liguri, sono state sostituite con lastre di esiguo spessore, lavorate a macchina ed importate dalla Cina. Abbiamo notato anche che alcune di esse sono già in via di ammaloramento, probabilmente perché il tipo di arenaria scelto ha scarsa resistenza Ci chiediamo come sia possibile che in un centro storico di altissimo pregio come quello di Genova si sia permesso un tale scempio». Purtroppo, però, dalla Soprintendenza non è giunta alcuna risposta.
    Anche la sezione genovese di Italia Nostra ha inviato una lettera all’amministrazione comunale e alla Soprintendenza in cui ha espresso il proprio totale dissenso a modificare la storica pavimentazione di Strada Nuova. Inoltre, l’associazione sta preparando un dossier fotografico sui numerosi casi di incongrua e caotica ri-pavimentazione che ha caratterizzato alcuni recenti interventi nel centro cittadino.

    Secondo il Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico, la medesima situazione riguarda pure via Canneto il Lungo e via Canneto il Curto «In via Canneto il Lungo sono censiti 5 palazzi dei Rolli soggetti a vincolo – sottolinea il gruppo – anche in questo caso, però, recentemente la pavimentazione è stata completamente rifatta. Eppure quella precedente era più pregiata, più resistente e ancora in buone condizioni. Adesso Canneto il Lungo sembra una corsia della Coop».

    A questo punto diviene fondamentale ascoltare la voce della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria per chiarire una volta per tutte la questione. L’architetto Giuliano Peirano, funzionario di zona della Soprintendenza, accetta di parlare, ma prima vuole fare quella che ritiene una premessa necessaria «Su questa vicenda si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, mai basandosi su dati oggettivi».
    «Il progetto di via Garibaldi è rimasto tale e quale a quando, circa un anno e mezzo fa, è stato approvato dalla Soprintendenza – racconta Peirano – Si tratta di lavori propedeutici alla sostituzione delle sottoutenze (di fine ‘800), quindi rispondono ad un’esigenza tecnica di sostituzione che non ha nulla a che fare con la pavimentazione. Interventi commissionati da Genova Reti Gas e Comune sotto la nostra stretta sorveglianza. Una volta rifatte le sottoutenze, infatti, la pavimentazione verrà riposta con le medesime pietre e nelle stesse modalità in cui si trovava».
    Nel frattempo «È emersa l’esigenza della Consulta per l’Handicap, la quale ha chiesto di agevolare il passaggio dei disabili –continua Peirano – la Soprintendenza ha ascoltato le loro proposte, ritenute, però, non idonee. Così si è optato per una soluzione che, tramite una superficie priva di sali-scendi, consenta un passaggio agevole. I basoli di granito di strada Nuova sono stati prelevati, numerati e oggi sono custodi in un magazzino con tutte le accortezze necessarie».

    In merito alla presunta sparizione delle pietre storiche (ai fini di un’altrettanto presunta vendita), il giudizio del funzionario della Soprintendenza è tranchant «Questa è una leggenda metropolitana nata da un episodio risalente a una trentina di anni fa, quando in Galleria Mazzini venne sostituita la pavimentazione di basoli in arenaria, in seguito trasferiti in Toscana. Da allora, ogni volta che si tocca una strada, si dice che i basoli vengono venduti, ma tutto ciò non corrisponde assolutamente al vero».

    Gli interventi eseguiti o in corso d’opera negli altri vicoli del centro storico, secondo il funzionario della Soprintendenza, non comportano la sostituzione di lastre storiche «In via Macelli di Soziglia è stata sostituita una pavimentazione recente, risalente a venti anni fa e sicuramente priva di valore storico – sottolinea Peirano – In questa strada le pietre di La Spezia non ci sono, va detto con chiarezza. In via David Chiossone esistono alcuni tratti di pavimentazione storica e sono stati conservati. La parte di selciato sostituita risaliva a venti anni fa».
    Su una cosa, però, il funzionario della Soprintendenza concorda con il Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico «Sulla scelta dei materiali possiamo parlarne. Il problema è che la Soprintendenza non possiede la facoltà di determinare la qualità delle pietre. Gare e appalti sono commissionati da Genova Reti Gas. Noi possiamo esclusivamente campionare del materiale che il committente ci presenta».

    Nel caso di strade in cui, invece, sia ancora presente l’arenaria storica «Le lastre vengono tirate su e riposizionate dov’erano prima, senza alcuna sostituzione delle pietre – continua il responsabile di zona della Soprintendenza – Ad esempio in Piazza Fossatello sono stati eseguiti dei piccoli lavori e nessuna pietra è stata sostituita».
    Circa l’80-90 per cento dei lavori sono conseguenti al rinnovo delle sottoutenze «Comunque i rifacimenti delle strade devono sempre ottenere l’autorizzazione della Soprintendenza che ha anche un compito di controllo che esplica attraverso sopralluoghi, prima durante e dopo gli interventi», precisa Peirano.
    Bisogna sottolineare che non esiste un censimento delle pavimentazioni e neppure dei vincoli specifici «Le pavimentazioni in quanto tali non sono vincolate – continua Peirano – Le “creuze”, gli antichi percorsi pedonali, alcune strade, ecc., hanno un vincolo “ope legis”. Ovvero per legge deve seguire una verifica d’interesse. In sostanza, il Comune dovrebbe realizzare una mappatura dei percorsi poi la Soprintendenza potrebbe decretarne il vincolo. Ma finora l’amministrazione non ha portato a termine la mappatura».

    Infine, per quanto riguarda i lavori non fatti a regola d’arte «Questo in parte può essere vero – ammette Peirano – Siamo di fronte a grandi appalti gestiti da importanti committenti. Di conseguenza, chi vince realizza l’intervento. Noi possiamo controllare e nel caso vi sia un pericolo per il patrimonio della città, bloccare i lavori. Vorrei ricordare, però, che oggi tutto sembra assumere il medesimo valore. In via Garibaldi il valore storico è quello di una pavimentazione dell’800. Per intenderci, non stiamo parlando di un mosaico romano».
    «Io da quando opero nel centro storico, circa una quindicina d’anni, posso assicurare di non aver mai autorizzato la sostituzione di arenaria storica con delle lastre nuove», conclude il dott. Peirano.

     

    Matteo Quadrone
    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Società per Cornigliano, dalle aree Ilva al futuro del quartiere

    Società per Cornigliano, dalle aree Ilva al futuro del quartiere

    Villa BombriniUna società per azioni (a prevalente capitale pubblico) costituita per realizzare – grazie ai finanziamenti stanziati da varie leggi nazionali – gli interventi di risanamento ambientale, riconversione e valorizzazione delle aree dismesse dallo stabilimento siderurgico Ilva (ex Italsider) di Cornigliano, al fine di consentire nuovi insediamenti socio-produttivi strategici di rilevante interesse regionale, ambientalmente compatibili. Stiamo parlando della Società per Cornigliano Spa, nata ufficialmente il 22 febbraio 2003 in applicazione dell’art. 53, comma 2, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 e della legge Regione Liguria 13.6.2002, n. 22. I soci sono: Regione Liguria (45%); Comune di Genova (22,5%); Provincia di Genova (22,5%); Invitalia Partecipazioni SpA, società interamente partecipata da Invitalia SpA, a sua volta interamente partecipata dal Ministero dell’Economia (10%). Il capitale è di euro 11.975.277,00. Attualmente nel Consiglio di Amministrazione siedono, tra gli altri: Stefano Bernini (nominato dal Comune di Genova), Presidente; Giovanni Calisi (nominato dalla Provincia di Genova), Vice Presidente; Claudio Burlando (di diritto, nominato dalla Regione Liguria), consigliere. Il direttore è Enrico Da Molo.

    Insieme alla Società Per Cornigliano operano, in virtù di contratti di mandato, due altre società a prevalente capitale pubblico:

    FILSE SpA (Finanziaria Ligure per lo Sviluppo Economico) si occupa di tutte le attività finanziarie e amministrative; Sviluppo Genova SpA (società pubblico-privata costituita per realizzare iniziative dirette alla riqualificazione ambientale di Genova e della sua provincia, attraverso il riutilizzo di aree industriali dismesse o in via di dismissione) cura tutte le attività tecnico-ingegneristiche, in particolare è la stazione appaltante per la maggior parte dei lavori di demolizione, smantellamento, bonifica e costruzione.

    In questo particolare momento storico – segnato dalla gravissima vertenza dell’Ilva di Taranto in cui sono in gioco due diritti fondamentali, ossia lavoro e salute – potrebbe essere utile ragionare sulle scelte politiche compiute a Genova alcuni anni fa, valutare i risultati raggiunti ed esplorare le prospettive future.

    Accordo di programma

    Il superamento della produzione siderurgica “a caldo”, altamente inquinante, è stato, per più di due decenni, una delle maggiori problematiche del territorio genovese. La tematica, nata negli anni ’80 sotto la spinta dei Comitati locali – in particolare quello delle “Donne di Cornigliano” – ha visto numerosi tentativi di soluzione per tutti gli anni ’90, complicati dal fatto che, nel frattempo, da statale qual era (Italsider), la proprietà dello stabilimento era divenuta privata (ILVA, del Gruppo Riva).

    Nel novembre 1999 venne stipulato un primo Accordo di Programma che però non ha trovato pratica applicazione.
    Nel luglio del 2005 si è finalmente raggiunta un’intesa tra le parti – (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministeri dell’Economia, del Lavoro, dell’Ambiente, per le Attività Produttive, per le Infrastrutture, Ilva SpA, Regione Liguria, Provincia, Comune e Prefettura di Genova, organizzazioni sindacali, ecc. – consacrata nella firma, l’8 ottobre 2005, dell’Atto Modificativo.

    In seguito a tale l’intesa è stata interamente dismessa la produzione a caldo – l’ultima colata è del 29 luglio 2005 – e aree per circa 343.000 mq. sono state restituite alle istituzioni pubbliche (265.000 mq. alla Società Per Cornigliano e 78.000 mq. al demanio aeronautico, utilizzate dall’aeroporto).

    Più nel dettaglio, in conseguenza dell’art. 53 della legge 448/2001 e dell’Atto Modificativo del 2005, Società Per Cornigliano è divenuta proprietaria di tutta l’area del compendio siderurgico di Cornigliano, per 1.316.000 mq. (a cui va aggiunta l’area di Villa Bombrini, acquistata dalla Società nel 2008, per ulteriori 19.000 mq.).
    L’area di 265.000 mq. dismessa dalla siderurgia e nella disponibilità della Società Per Cornigliano è destinata, dopo la bonifica, al corridoio infrastrutturale costituito dalla nuova Strada di Scorrimento a Mare (77.000 mq.), a funzioni logistico-portuali a cura dell’Autorità Portuale (128.000 mq.) e a funzioni urbane (60.000 mq.). Peraltro, la riqualificazione urbana del quartiere interessa un ambito ben più vasto, di circa 230.000 mq.
    Sulla restante area (di 1.050.000 mq.), ILVA dispone di un diritto di superficie fino al 2065 (che si aggiunge a un’area di 44.000 mq. di sua proprietà e alla rinnovata concessione sulla banchina per 76.000 mq.).

    Progetto Strada a mare di Cornigliano

    «Tuttavia, l’occupazione è stata salvaguardata (circa 2000 addetti diretti, oltre l’indotto), attraverso un piano industriale che potenzia le attività “a freddo” (nell’area di circa 1.050.000 mq. concessa in diritto di superficie per 60 anni al Gruppo Riva) e che, in attesa dei nuovi impianti previsti dal piano industriale, ha impiegato, per un periodo di cinque anni, circa 500 lavoratori posti in cassa integrazione in progetti di pubblica utilità promossi dagli Enti locali (tutela del verde, manutenzioni e altro) – spiega il sito web della Società per Cornigliano – E’ un raro, se non unico, esempio di impresa redditizia (il gruppo Riva è uno dei principali gruppi industriali italiani e il sesto produttore mondiale di acciaio) che viene trasformata (e in parte dismessa) per una finalità di riqualificazione ambientale – conclude la Società per Cornigliano – così come è un raro esempio di raggiunto equilibrio tra le imprescindibili esigenze ambientali e le legittime preoccupazioni occupazionali».

    Sul delicato punto della difesa dei livelli occupazionali, però, i pareri sono discordanti.
    Il 26 ottobre scorso a Genova si è svolto un incontro, promosso da Legambiente, intitolato “Genova chiama Taranto. Il caso acciaio. Ambiente e lavoro sono la stessa cosa”, un’occasione propizia per ricordare le vicende che hanno reso possibile superare il ciclo a caldo a Cornigliano.
    Stefano Bernini, attuale Vice Sindaco e assessore all’urbanistica del Comune di Genova ma per lungo tempo alla guida del Municipio Medio Ponente, così si è espresso sulle aree «Il conto è stato fatto sul lavoro che poteva essere dato e la porzione liberata e già destinata dalla Società per Cornigliano ad attività portuale in parte occupa addetti, ma la quantità di occupati per metro quadrato non è soddisfacente».
    In merito all’Accordo, Bernini precisa ad Era Superba «Effettivamente non è stato rispettato, ma va detto che è sempre esistito un sistema di tutela economica a garanzia dei lavoratori. In seguito è sopraggiunta la crisi ed oggi la delicata situazione di Taranto ha complicato le cose. Bisogna sottolineare, però, che la riconversione di un’impresa siderurgica non si traduce nella contemporanea riconversione dei posti di lavoro. In altri termini non è facile riassorbire tutta l’occupazione in nuove attività portuali e logistiche che si vengono a creare».

    Federico Pezzoli, delegato Fiom all’ILVA di Genova Cornigliano, è uno dei 1750 dipendenti rimasti «Nel 2005 eravamo 3000, oggi siamo 1750, 1150 dei quali impiegati nei contratti di solidarietà. L’Accordo di Programma ha permesso la trasformazione dell’area a caldo di Cornigliano potenziando quella a freddo, nessuno è stato licenziato, però la forza lavoro è scesa da 2700 persone a 1700 attraverso 7 anni di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS), Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) e Contratti di Solidarietà (CdS)». Poi ha aggiunto «Se si fosse optato per un forno elettrico ecocompatibile forse oggi i problemi del sito genovese non esisterebbero».

    Per quanto riguarda la salute pubblica, invece, il miglioramento è stato evidente già a partire dal 2002, quando venne chiusa la cockeria per ordine della magistratura del capoluogo ligure.
    L’insediamento industriale, fin dagli anni ’50, generò un notevole degrado dell’ambiente urbano provocato, soprattutto, dalle forti emissioni in atmosfera di ossido di carbonio, benzene, benzopirene, biossido di zolfo, ossidi di azoto e polveri, prodotti dagli impianti ubicati a stretto contatto con le abitazioni.
    Oggi, a seguito della chiusura delle lavorazioni a caldo, la maggiore fonte di inquinamento dell’aria del quartiere è costituita dal traffico veicolare che percorre via Cornigliano, l’unica strada di collegamento (esclusa l’autostrada) tra il Ponente e il centro cittadino.
    «La chiusura della cokeria di Cornigliano ha permesso un abbattimento immediato di malattie e ricoveri, anche dei bambini del quartiere – spiega il dott. Federico Valerio, chimico ambientale che per anni ha lavorato presso l’Ist (Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova) – E ha reso gli abitanti di Cornigliano simili a quelli di altre parti della città che comunque hanno a che fare con l’inquinamento automobilistico, che è altra cosa da quello di una cokeria».
    Della preziosa esperienza Ist beneficerà l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente pugliese (ARPA Puglia) che ha adottato la procedura degli studi epidemiologici genovesi. Nonostante ciò, ha aggiunto Valerio «Il sottoscritto che ha diretto quel laboratorio ottenendo questi risultati è andato in pensione e nessuno sta pensando di sostituirlo, perché la prevenzione primaria non rende, quindi non interessa».

    Risorse finanziarie

    Le risorse complessive a disposizione – fondi di competenza del Ministero dell’Ambiente, del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e della Presidenza del Consiglio dei Ministri – ammontano (al lordo degli oneri finanziari) a euro 216 milioni circa.
    Sulla base delle valutazioni al momento disponibili si stima che gli interventi di bonifica avranno un costo di circa 65-70 milioni di euro e le infrastrutture (strada di scorrimento a mare e altre, incluse le opere di nuova delimitazione dello stabilimento) un costo di euro 90-100 milioni. Pertanto, per gli interventi di riqualificazione urbana sarebbero disponibili risorse per un importo variabile tra i 45 e i 60 milioni di euro.

    Bonifica

    La prima porzione delle aree dismesse dalla parte a caldo dello stabilimento siderurgico di Cornigliano è stata presa in consegna dalla Società a fine marzo 2006, e l’ultima porzione è stata consegnata nel gennaio 2009. L’estensione complessiva delle aree consegnate da ILVA alla Società è stata di 266.840 mq.
    Su tali aree erano presenti numerosi manufatti ed impianti. L’attività principale è quindi consistita nella demolizione e nello smantellamento di detti manufatti ed impianti.
    Dal punto di vista economico, gli interventi più significativi sono stati la demolizione in area SOT (Sottoprodotti), la demolizione della Cokeria e la demolizione dell’Altoforno, mentre dal punto di vista dell’impatto positivo sul quartiere e della “spettacolarità”, senza dubbio l’intervento più significativo è stata la demolizione dei due gasometri e della torre piezometrica.
    Il costo complessivo per l’insieme degli interventi di demolizione, smantellamento e bonifica ammonta a fine 2011 a circa 30,5 milioni di euro, comprensivo di spese tecniche.

    «Oggi la bonifica è in gran parte conclusa – spiega il direttore della Società per Cornigliano, Enrico Da Molo – La porzione più critica è quella dell’area ex Sottoprodotti, a sud –est, dove è presente una notevole contaminazione della falda acquifera. Stiamo ragionando sull’intervento da eseguire. Mentre l’area ex gasometri sarà bonificata e ricoperta da un metro di terra conforme in modo da trasformarla in spazio destinato a verde pubblico. Infine, rimane da bonificare la parte a sud della ferrovia, nei pressi di Villa Bombrini, dove è stata ipotizzata l’ubicazione del futuro ospedale del Ponente».

    Infrastrutture viarie

    Ponte di Cornigliano

    L’opera più importante è la realizzazione della nuova strada di scorrimento a mare (SSM) – da Lungomare Canepa (Sampierdarena) a Piazza Savio (Cornigliano) – in grado di fornire un’adeguata risposta alle esigenze legate alla mobilità dell’intero Ponente genovese e, nel contempo, sgravare via Cornigliano dal traffico di attraversamento con il conseguente effetto di riqualificazione urbana.

    Ma sono previsti anche altri interventi infrastrutturali al fine di riorganizzare l’intero sistema viario della zona: Lungomare Canepa; strada di sponda sinistra del torrente Polcevera; strada di sponda destra del torrente Polcevera; collegamento tra la SSM e lo svincolo autostradale Genova-Aeroporto.
    Alcune di tali opere (segnatamente quelle situate nelle aree dismesse dallo stabilimento siderurgico, vale a dire parte della SSM e il collegamento con lo svincolo) sono finanziate dalla Società Per Cornigliano in virtù dell’Accordo di Programma 8 ottobre 2005, mentre le restanti opere (o, nel caso della SSM, parte di esse) sono finanziate da ANAS.
    Tuttavia, considerata l’unitarietà del disegno infrastrutturale, si è ritenuto necessario che le attività di progettazione e di successiva esecuzione delle opere stradali fossero svolte da un unico soggetto, vale a dire da Società Per Cornigliano, che si avvale di Sviluppo Genova, in virtù di un rapporto di mandato, per tutte le attività tecnico-ingegneristiche. E’ quindi Sviluppo Genova che svolge le funzioni di stazione appaltante.

    «Con la strada a mare siamo a metà dell’opera – spiega il direttore della Società per Cornigliano, Enrico Da Molo – le altre infrastrutture viarie sono già state progettate, alcuni lavori sono partiti (ad esempio quello per la strada di sponda destra del Polcevera), a breve, tutti saranno avviati».
    «Nel 2015 la strada a mare sarà conclusa – conferma il Vice Sindaco, Stefano Bernini – e risulterà fondamentale per “liberare” via Cornigliano, migliorando la qualità dell’ambiente ma non solo. Purtroppo, per lungo tempo, la parte di quartiere compresa tra via Cornigliano e le acciaierie è rimasta disagiata anche dal punto di vista sociale. Grazie a questo intervento sarà possibile avviare una profonda riqualificazione».

    Riqualificazione urbana

    Mercato Comunale Cornigliano

    L’obiettivo è quello di rispondere all’istanza di ricucitura tra l’abitato e lo stabilimento siderurgico, attraverso un progetto urbanistico di elevata qualità e di risposta alle esigenze della delegazione.
    L’Atto Modificativo dell’Accordo di Programma prevede interventi di riqualificazione urbana estesi sul quartiere. Al riguardo, l’art. 6 stabilisce che Società Per Cornigliano «si impegna (…) a realizzare gli interventi pubblici di riqualificazione urbana su parte delle aree restituite da ILVA s.p.a. d’intesa con il Comune di Genova, in conformità al successivo art. 20». L’art. 20 a sua volta prevede «Così come previsto all’art. 2 “Scopi generali” del presente atto suppletivo, le parti pubbliche convengono di individuare, anche con il coinvolgimento della popolazione interessata, le condizioni necessarie per la riqualificazione del territorio di Cornigliano e per la valorizzazione del relativo contesto urbano».

    I fulcri di tali operazioni sono rappresentati da Villa Bombrini e dal previsto spostamento della stazione ferroviaria, la cui ricollocazione, in corrispondenza dell’attuale rimessa AMT, prelude alla definizione di una nuova piazza, baricentrica rispetto all’ambito di Cornigliano e posta a cerniera fra l’area residenziale ed insediamenti produttivi previsti nell’area siderurgica.

    Società Per Cornigliano e Comune di Genova, pertanto, hanno concordato un “Programma Integrato di Riqualificazione Urbana” approvato dal Consiglio Comunale con delibera n. 62 dell’8 settembre 2008 e successivamente modificato con delibera n. 64 del 15 settembre 2009. Nel redigere il programma, particolare attenzione è stata posta a quanto emerso nel dibattito svoltosi in seno al Gruppo di Lavoro istituito dal Municipio VI – Medio Ponente in data 11/1/2007, con delibera n. 1, nato in rappresentanza dei gruppi locali organizzati (CIV, associazioni corniglianesi, comitati di quartiere, ecc.).

    Tra gli interventi decisi ricordiamo i seguenti: facciate edifici privati; recupero di Villa Serra; rifunzionalizzazione di Villa Bombrini; restyling di Via Verona e Via Vetrano; Videoporto.

    «Il rifacimento delle facciate ha ottenuto un grande successo – spiega Da Molo – Adesso abbiamo aperto nuovo bando per includere altri edifici».
    «Quasi il 50% dei palazzi ha aderito al bando per ottenere i contributi – conferma Bernini – ciò significa che anche i cittadini corniglianesi hanno creduto nel progetto di riqualificazione, visto che hanno partecipato in prima persona anche con le proprie risorse economiche».
    «Abbiamo ultimato la ristrutturazione di Villa Serra (che è di proprietà comunale e l’amministrazione dovrà decidere quali funzioni inserire al suo interno, ndr) e stiamo sistemando i giardini Melis – continua Da Molo – A breve dovrebbe partire la gara di appalto per il restyling di via Verona e via Vetrano».

    Ilva CorniglianoMa, come detto in precedenza, i due fiori all’occhiello sono Villa Bombrini e Videoporto.
    La Società Per Cornigliano ha acquistato la villa da Fintecna Spa (società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia) nel luglio 2008, acquisendone il possesso nel settembre dello stesso anno. Il costo dell’immobile e delle relative pertinenze è stato di € 9.7 milioni.
    Parte integrante dell’intervento su Villa Bombrini è stata la manutenzione straordinaria del suo giardino con lo scopo di aprire questo spazio alla cittadinanza.
    Nell’immobile, che al momento dell’acquisto era utilizzato solo in minima parte, hanno trovato sede alcuni soggetti pubblici (quali Infrastrutture Liguria e SIIT) e, soprattutto, la Genova Liguria Film Commission (GLFC).
    La GLFC è una Fondazione partecipata dalla Regione Liguria e da alcuni Enti locali, che persegue il compito di attirare nella nostra regione investimenti nel settore della produzione audiovisiva, creando occupazione e dando opportunità di visibilità al territorio regionale.
    «L’insediamento della Fondazione Genova Liguria Film Commission, nell’ottica di rivitalizzare Villa Bombrini, si pone come elemento di attrazione, creatività e di vitalità, grazie all’afflusso di professionisti che può generare», sottolinea la Società per Cornigliano nel suo sito web.

    Ancor più significativa è la formazione di un “distretto” riservato alle piccole imprese del settore audio-video. Nato dalla collaborazione tra Società Per Cornigliano e Genova Liguria Film Commission, il cosiddetto “Videoporto” è il primo insediamento nelle aree dismesse dallo stabilimento siderurgico realizzato in attuazione del “Programma Integrato di Riqualificazione Urbana”.
    «Abbiamo riconvertito l’edificio che, fino al 2006, ospitava gli uffici amministrativi dell’Ilva – spiega Da Molo – Oggi al suo interno trovano posto 35 piccole imprese del settore dell’audiovisivo. Questo rappresenta sicuramente uno dei punti di forza dell’intera riqualificazione».

    «Dal punto di vista delle ricadute economiche si consideri che mediamente le diverse produzioni cinematografiche e televisive generano già ora una ricaduta economica sul territorio genovese di circa 5 milioni/anno, di cui 2,5 diretta (comparse, elettricisti, sartoria, costumisti, noleggi di attrezzature, catering, etc) e 2,5 indotta (hotels, ristoranti, taxi, etc) – spiega la Società per Cornigliano – Grazie alla disponibilità del Videoporto si prevede che tale ricaduta possa aumentare considerevolmente. Quanto all’occupazione, dipende dalle diverse produzioni: comunque, si può stimare in circa 70 unità le persone genovesi che forniscono servizi ad ognuna di tali produzioni. Questo assetto pone le basi affinché Villa Bombrini diventi il polo di riferimento in città e in Liguria per il settore dell’audiovisivo – conclude la Società per Cornigliano – Si sottolinea che l’intervento non necessita di opere edilizie e di finanziamenti, poiché si auto-sostiene».

    «Il restyling di Villa Bombrini è fondamentale per due aspetti – spiega Bernini – Innanzitutto quello produttivo: siamo partiti con la Genova-Liguria Film Commission, poi abbiamo realizzato il Videoporto e da 5 imprese presenti siamo già saliti a 35. Secondo me ci sono enormi possibilità di sviluppo perché stiamo parlando di alta tecnologia, ossia un comprato sul quale Genova deve puntare forte. Il secondo aspetto cruciale è la trasformazione della villa in punto di riferimento per il territorio: un vero e proprio centro culturale che organizza e ospita eventi, festival musicali e svariate iniziative».

    L’Accordo del 2005 costituisce l’ideale presupposto anche per un’ulteriore operazione destinata a cambiare il volto del quartiere, ovvero il recupero di via Cornigliano che si candida quale nuovo “centro” del tessuto urbano, attraverso la programmazione di adeguati interventi di riqualificazione (riduzione carreggiate, alberature, arredo urbano e riqualificazione marciapiedi, ecc.).
    «Un paio di giorni fa il Consiglio di amministrazione della Società per Cornigliano ha dato incarico a RI.geNova s.r.l. (Riqualificazione Urbana Genova s.r.l. partecipata dall’Agenzia Regionale per il Recupero Edilizio-A.R.R.ED. S.p.A., società mista pubblica) di avviare un concorso di progettazione della nuova via Cornigliano – racconta Bernini – Sarà un percorso partecipato con la popolazione del luogo. Gli architetti parleranno con persone, associazioni e comitati del territorio per studiare la migliore soluzione progettuale».

    Ma non è tutto, nel prossimo futuro «A mare della ferrovia verrà realizzato il nuovo depuratore – continua il Vice Sindaco – stiamo lavorando per dare la disponibilità del Comune. In questo modo risolveremo il disagio dovuto agli sgradevoli miasmi prodotti dall’attuale impianto nella zona vicino al Ponte Pieragostini».
    E ancora sono previsti «Il rifacimento della bocciofila di quartiere, la copertura del mercato comunale ed altre piccole riqualificazioni nel centro storico di Cornigliano», aggiunge Bernini. Senza dimenticare che le aree attualmente occupate dal Gruppo Spinelli «Diventeranno l’autoparco di Genova, in grado di accogliere tutti i mezzi pesanti che gravitano intorno al porto», conclude Bernini.

    Matteo Quadrone

  • Via Bocciardo, Borgoratti: il palazzo resta inagibile a un anno dalla frana

    Via Bocciardo, Borgoratti: il palazzo resta inagibile a un anno dalla frana

    La crepa nel muro di via BocciardoSarà il secondo Natale fuori casa per gli abitanti di via Bocciardo 1 a Borgoratti, l’edificio gravemente danneggiato dai lavori per la realizzazione di un centinaio di box interrati che insistono su via Tanini (terreno di proprietà della B & C Group S.r.l. committente dell’autorimessa, mentre la ditta appaltatrice è la S.C.A. S.r.l.).
    Sei famiglie in esilio forzato dalle mura domestiche a causa di un’imponente operazione immobiliare prevista in un’area fortemente urbanizzata, sottoposta a vincolo ambientale, vincolo idrogeologico e considerata zona sismica.
    Un intervento invasivo, che fin da subito ha destato dubbi nei residenti, basato su un progetto farraginoso, variato in corso d’opera, eseguito con tecniche di scavo non adeguate e difformi rispetto all’ipotesi progettuale, calpestando impunemente una lunga serie di regole.

    Dal 4 dicembre 2011 il palazzo è stato dichiarato inagibile e una ventina di persone hanno dovuto trovare una sistemazione alternativa, il tutto a proprie spese, senza aver mai visto l’ombra di un quattrino. Oggi al danno si aggiunge la beffa perché agli abitanti è stato richiesto pure il pagamento dell’Imu (martedì scorso il consigliere comunale del Pd, Paolo Gozzi ha presentato un articolo 54 in merito).
    La questione – ricordata in questi giorni anche in Consiglio regionale grazie ad un’interrogazione depositata dal consigliere della Lista Biasotti, Lorenzo Pellerano – investe la pubblica incolumità dell’intero quartiere perché non coinvolge soltanto l’edificio di via Bocciardo 1 (comprendente i civici. n. 1-1A-1/rosso-1Arosso) ma anche alcuni palazzi circostanti (come vedremo nel dettaglio in seguito).

    Siamo di fronte ad una vicenda dai contorni kafkiani che lascia basiti: nessuna istituzione competente vuole assumersi la responsabilità di intervenire e permane una situazione di empasse che sembra senza via di uscita.
    Eppure, il procedimento avviato in sede civile dagli abitanti per cautelarsi ed ottenere il riconoscimento dei propri diritti, si è recentemente concluso con una vittoria su tutta la linea. Senza dimenticare l’esistenza di un impegno scritto nero su bianco dall’amministrazione comunale, la quale aveva promesso di intervenire d’ufficio per mettere in sicurezza l’edificio di via Bocciardo 1, nel caso la parte privata non avesse provveduto.

     

    Sentenza del TribunaleIL PROCEDIMENTO CIVILE E LE RELAZIONI TECNICHE

    Il Tribunale Civile di Genova, con l’ordinanza del 23 luglio 2012 ordina alla società B & C Group e alla ditta SCA, di eseguire tutte le opere necessarie a garantire la sicurezza dell’edificio condominiale e dell’area di cantiere.
    Proprietà ed impresa esecutrice non ci stanno e presentano ricorso (tecnicamente detto reclamo giudiziario). Ma i giudici della III sezione Civile del Tribunale genovese confermano il verdetto di primo grado. L’appello si conclude un mese fa, con l’ordinanza del 14 novembre 2012, che ribadisce l’ingiunzione della messa in sicurezza, tramite la realizzazione di una serie di interventi.

    Nella relazione del maggio 2012, il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), l’ingegnere Antonio Brencich, scrive «L’edificio di via Bocciardo si presenta oggi danneggiato con margini di sicurezza inferiori ai minimi normativi in conseguenza principalmente della deformazione del fronte di scavo; i pali eseguiti a formazione di contrafforti hanno lunghezza tale da non essere intestati nel substrato roccioso ma solo nella coltre superficiale. Solo i pali della paratia hanno lunghezza sufficiente ad intestarsi nel substrato roccioso sano».
    Di conseguenza «La prosecuzione degli scavi e della costruzione dell’autorimessa deve seguire tecniche e procedure tali da: stabilizzare il fronte di scavo a sud, posto a distanza dall’edificio di una decina di metri, ma pure in condizioni non stabilizzate in modo significativo dai puntelli metallici posti in opera; contenere la deformazione del terreno a tergo dei fronti di scavo da completare, obiettivo da conseguire mediante strutture connesse indirettamente (tramite pali e tiranti) al substrato roccioso consistente e non alla coltre superficiale».

    La situazione, secondo il monitoraggio, continuare a peggiorare «Gli ultimi dati inoltrati, quelli che si concludono al 25 maggio 2012, indicano un aumento dei danni e fanno temere un’evoluzione della deformazione della paratia – continua il CTU – L’evoluzione della deformazione potrebbe essere dovuta al recente periodo di piogge e all’effetto dell’accresciuta circolazione idrica sotterranea sull’intero versante e sulle incomplete opere di sostegno. Tale evenienza è resa viepiù probabile dalla dimostrata presenza e circolazione idrica sotterranea dell’area di scavo. Per avere certezza del significato dei dati rilevati è doveroso qui fare presente la circostanza che, quanto meno, dimostra come lo stato di attuale equilibrio sia essenzialmente precario, come il monitoraggio debba essere analizzato con frequenza quotidiana e come l’esecuzione delle opere di stabilizzazione definitiva del fronte di scavo debba essere avviata senza indugio».

    «La stabilizzazione definitiva dell’area richiede la sistemazione definitiva di dispositivi di sostegno del terreno oggi realizzati con opere chiaramente provvisorie», sottolinea la relazione integrativa del CTU (datata novembre 2012).

    I lavori i consolidamento comportano una spesa di circa 500-600 mila euro che nessuno sembra disposto a tirare fuori.
    B & C Group, infatti, avrebbe grosse difficoltà economiche soprattutto a causa di un’operazione immobiliare bloccata che vale svariati milioni di euro. Inoltre, tra proprietà e ditta esecutrice ci sarebbe un contenzioso aperto.
    Il direttore dei lavori si è dimesso e stando alle ultime notizie nessuno è ancora subentrato. Quindi ci troviamo alle prese con un cantiere che dovrebbe eseguire delle opere necessarie come sancito dal Tribunale, senza una figura responsabile (la sanzione prevista in questi casi è pari a soli 80 euro …).

    Nonostante il Comune di Genova abbia provato a pulirsi la coscienza con alcune ordinanze (per altro rimaste lettera morta), ha delle precise responsabilità. L’intervento è stato autorizzato dall’amministrazione comunale in data 9 settembre 2009 con la determinazione dirigenziale n. 2009/118.18.0/50.
    I lavori sono partiti a metà settembre 2009. Secondo gli abitanti gli interventi sarebbero stati eseguiti in modo difforme dal progetto. Fatto sta che l’8 febbraio 2011 i proprietari delle unità immobiliari del condominio di via Bocciardo 1 hanno denunciato ai competenti uffici comunali (Servizio Edilizia Privata ed Ufficio Geologico) e provinciali (Ufficio Difesa Suolo) l’esistenza di tali difformità.
    Ma in seguito l’amministrazione pubblica non avrebbe vigilato in maniera adeguata sulla prosecuzione dei lavori.
    «Il controllo dei cantieri non deve avvenire su richiesta del vicino di casa – sottolinea l’ingegnere Giovanni Consigli, consulente tecnico degli abitanti – dopo le sollecitazioni dei residenti gli uffici comunali avrebbero dovuto tenere il fiato sul collo dell’impresa esecutrice».

     

    LE ORDINANZE COMUNALIbox via bocciardo

    Dopo un sopralluogo sull’area di cantiere, il Comune di Genova emana l’ordinanza n. 393506 (datata 13 dicembre 2011), firmata dall’allora dirigente responsabile del Settore Protezione Civile e Pubblica Incolumità, Sandro Gambelli, con cui «Ordina alla ditta SCA e al progettista e direttore dei lavori, di far pervenire entro il termine di trenta giorni dalla data di notifica di presente provvedimento la dichiarazione di messa in sicurezza del muro di sostegno a monte di via Tanini e di sostegno del terreno su cui sorge il fabbricato ubicato in via Bocciardo 1 (civ. n.1-1A-1/rosso-1°/rosso) … In caso di inottemperanza, la presente ordinanza verrà inviata alla Direzione Nuove e Grandi Opere-Settore Opere infrastrutturali per l’esecuzione d’ufficio a totali spese a carico della ditta costruttrice la struttura da adibire a box e progettista e direttore dei lavori».

    Il 21 dicembre 2011 il dirigente Paolo Berio (Direzione Sviluppo Urbanistico e Grandi Progetti–Settore Approvazione Progetti e Controllo Attività Edilizia) firma un’ordinanza urgente con cui l’amministrazione revoca l’autorizzazione concessa a suo tempo dalla Provincia di Genova. «Considerato che gli accertamenti condotti in sito e la successiva analisi di documenti e relazioni hanno fatto emergere che i lavori di scavo sono stati eseguiti in difformità rispetto a quanto illustrato nella relazione tecnica depositata presso la Provincia di Genova ai fini dell’ottenimento dell’autorizzazione in variante perfezionata con provvedimento n. 5193 del 09/09/2011 .… Rilevata peraltro la necessità di far salva la possibilità di dar corso a tutte le opere cui fa riferimento l’ordinanza n. 39356 del 13 dicembre 2011 assunta dal Settore Protezione Civile e Pubblica Incolumità, nonché ogni altro eventuale adempimento finalizzato alla messa in sicurezza del sito, già previsto o che venga in futuro disposto da parte di enti e o uffici competenti, revoca l’autorizzazione n. 5193 del 09/09/2011 e ordina alla società B & C Group, alla società SCA e al progettista e direttore dei lavori, di provvedere all’immediata sospensione dei lavori».

    Nel gennaio 2012 Gambelli scrive alla Direzione Nuove e Grandi Opere «Poiché l’ordinanza dirigenziale n. 393506 del 13/12/2011 è stata notificata ai soggetti nei giorni 21 e 23 dicembre ed è quindi di prossima scadenza il giorno 22 c.m. (gennaio) si chiede di verificare se sono state eseguite le opere citate nell’ordinanza stessa richieste alla ditta SCA costruttrice dei box in via Tanini e al progettista e direttore dei lavori. Nel caso non avessero provveduto nei tempi concessi ad adempiere a quanto previsto nell’ordinanza n. 393506 del 13/12/2011 si invita codesta direzione a voler predisporre l’esecuzione in danno dei lavori urgenti per l’eliminazione della situazione di pericolo in ottemperanza all’ordinanza di cui sopra».

    E invece, a distanza di oltre un anno, nulla è stato fatto. Il Comune di Genova non è intervenuto per l’esecuzione d’ufficio del provvedimento. L’ordinanza del 13 dicembre 2011, secondo quanto filtra dagli ambienti comunali, sarebbe considerata illegittima.

    La diatriba, infatti, si è sviluppata tra due soggetti privati «Un eventuale intervento sostitutivo dell’amministrazione pubblica appare rischioso – precisa il dirigente Paolo Berio – perché potrebbe prefigurare la contestazione di un danno erariale».
    Durante l’ultimo incontro tra inquilini, legali e tecnici delle parti in causa, svoltosi circa un mese fa, l’assessore comunale con delega all’Edilizia privata, Francesco Oddone, avrebbe affermato «L’ordinanza (riferendosi a quella del 13 dicembre 2011, ndr) è stata un errore».

     

    Cantiere via TaniniUN PERICOLO PER LA PUBBLICA INCOLUMITA’

    A distanza di una decina di metri dall’edificio lesionato di via Bocciardo 1, nel tratto di strada privata che si affaccia sull’enorme voragine dell’area a sud del cantiere, si trovano i civici n. 66A-66B-66C-68-68A di via Tanini. Decine di famiglie sono preoccupate perché una situazione di incipiente dissesto e pericolo sta interessando anche la strada di accesso alle loro abitazioni.

    I residenti consapevoli del rischio hanno incaricato l’avvocato Michele Forino e lo stesso ingegnere Consigli di seguire la vertenza.

    Nelle relazioni tecniche viene evidenziata la necessità di intervenire proprio sull’area a sud del cantiere «Per quanto più lontano dal fabbricato la parte a sud del cantiere presenta la massima altezza di scavo raggiunta nel cantiere – scrive il CTU a maggio 2012 – La profondità dello scavo è dell’ordine dei 12 metri ed il fondo ha raggiunto in alcune parti la quota d’impostazione della fondazione. Il perimetro dello scavo si trova a filo di una strada privata a monte e a una certa distanza dall’edificio dei ricorrenti».

    Come emerge dalla documentazione fotografica «Sul fronte a monte di questa parte di cantiere vi sono copiose ed estese venute d’acqua collocate ad una quota coerente con la profondità a cui i recenti sondaggi geognostici hanno riscontrato la presenza di acqua sotterranea in altre parti del cantiere. Tale circostanza costituisce un elemento di potenziale instabilità del fronte destinato a manifestarsi qualora le opere di sostegno rimanessero in una configurazione provvisoria e precaria come sono attualmente».

    Nella zona in questione «Erano stati realizzati originariamente due contrafforti (analoghi a quelli sul fronte di scavo antistante l’edificio dei ricorrenti) che sono stati poi demoliti e sostituiti con degli esili elementi metallici. Tali opere sono caratterizzate da scarsa rigidezza e snellezza molto elevata tali da costituire un debole irrigidimento degli spigoli. Qualora gli spigoli dovessero danneggiarsi si potrebbero manifestare fenomeni d’instabilità dell’opera di sostegno forieri di sviluppi alquanto pericolosi. Sebbene oggi non si ravvisi alcun segno di pericolo a carico di quest’area di cantiere, per altro scarsamente monitorata in quanto la quasi totalità della strumentazione è disposta sul fronte nord del cantiere, è necessario che le strutture vengano completate quanto prima».

    «Stiamo monitorando la situazione – assicura il dirigente comunale Berio – Ovviamente, nel caso si profilasse un concreto pericolo per l’incolumità pubblica, l’amministrazione dovrebbe intervenire». Almeno finora, secondo il Comune di Genova, tale situazione di estrema criticità, non sussiste.

    Comunque bisogna sottolineare che anche altre case vicine a quella di via Bocciardo 1 presentano delle fessurazioni. Ma le persone, visto il tragico precedente, preferiscono vivere nell’incertezza piuttosto che rischiare anch’esse di rimanere fuori dalle loro abitazioni chissà per quanto tempo.

     

    UN PROGETTO PER IL CONSOLIDAMENTO DELLE STRUTTURE PRESENTATO MA MAI ESEGUITO

    Proprietà e ditta costruttrice continuano ad affermare, solo a parole, che interverranno con la messa in sicurezza ma non sono ancora passate ai fatti concreti.
    L’ingegnere Aldo Signorelli, progettista incaricato dalla B & C Group, il 1 agosto 2012 ha presentato un’ipotesi di progetto per il consolidamento delle strutture del civico 1 di via Bocciardo e della paratia eseguita con gli scavi per la realizzazione dell’autorimessa interrata.
    Nello studio è rappresentata la necessità di eseguire tiranti nel sedime dell’edificio di via Bocciardo 1 e al di sotto delle proprietà private dei giardini degli appartamenti del piano terra del fabbricato di via Bocciardo n. 1 A.
    Lo studio progettuale, però, non ha avuto alcun seguito. «Per presentare un progetto definitivo bastano 10 giorni, perché non l’hanno ancora fatto? – si chiede l’ingegnere Giovanni Consigli – L’intervento costa svariate migliaia di euro e non vogliono assumersene l’onere, nonostante siano stati condannati a farlo».
    Ad oggi nessun altro documento di progetto è mai stato consegnato.

     

    ULTIMI SVILUPPI

    «A distanza di oltre un anno ancora non ci sono prospettive reali – spiega amareggiato Enrico Ciani, abitante ed amministratore dell’edificio condominiale di via Bocciardo 1 – Nessuna tempistica di intervento, nessun impegno concreto e noi continuiamo a rimanere senza casa».

    «L’unica fortuna è che finora il dissesto non è arrivato al peggior epilogo», sottolinea l’ingegnere Giovanni Consigli.

    In sede penale un primo procedimento è stato avviato in parallelo a quello civile. Nell’ottobre 2012 il signor Ciani, in qualità di amministratore del condominio, ha sporto una formale denuncia di querela.

    «L’unica soluzione è fare un’intensa azione di “moral suasion” nei confronti della parte privata – conclude il dirigente Berio – Adesso pare, ma non voglio dirlo troppo forte, che nel giro di breve tempo le società interessate dovrebbero presentare la documentazione per riprendere i lavori ed eseguire la messa in sicurezza».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

     

  • Sturla: residenze e box al posto dell’ex scuola Collodi

    Sturla: residenze e box al posto dell’ex scuola Collodi

    Una scuola abbandonata a se stessa per un quarto di secolo, giace sul fondo di una valletta nel quartiere di Sturla, in attesa di un intervento di riqualificazione in grado di recuperare un’area immersa nel verde, stretta tra diversi palazzi edificati a partire da metà degli anni ’50.
    Stiamo parlando dell’ex scuola elementare Collodi di via Marras civico n. 32, con accesso dall’omonima creuza, ma ben visibile da via Sibilla Mertens, oggi strada privata, un tempo antico ponte che collegava via Sturla (già denominata “Route Imperiale” Napoleonica nel 1820 circa) con quella che era una zona di aperta campagna caratterizzata dalla presenza di ville (tra le quali Villa Bernabò Brea che diede il nome al futuro quartiere), case signorili e terreni coltivati.

    LA STORIA

    Nel 1950-52, all’epoca del sindaco Gelasio Adamoli, il Comune di Genova decise di costruire, in questa porzione di territorio, un complesso di case popolari. Il nuovo quartiere INA-Casa Bernabò Brea sorse tra il 1950 e il ’53 – su progetto urbanistico di Luigi Carlo Daneri, citato quale scuola di architettura – in un contesto tranquillo, circondato da vialetti, creuze e spazi verdi che si mantenne tale fino a quando la successiva cementificazione, con il conseguente aumento di automobili circolanti, lo deturpò irrimediabilmente.
    Il 23/05/ 1956 l’amministrazione comunale allo scopo di dotare il nuovo quartiere di un edificio scolastico, come recita l’atto ufficiale, acquistò dal privato proprietario un terreno attiguo, quello dove attualmente si trova l’ex scuola Collodi.
    La scuola, luminosa e dotata di un bel giardino, ha svolto al meglio la sua funzione per circa una trentina d’anni, dai primi anni ’60 a metà anni ‘80, poi è stata dismessa e lasciata degradare senza una spiegazione plausibile.
    Purtroppo la nostra città è piena di ex aree industriali o produttive, rimaste buchi neri per decine e decine di anni, ma in questo caso si tratta di un edificio scolastico pubblico che ancora avrebbe potuto essere utilizzato a questo fine, vista anche la carenza di spazi in alcune scuole genovesi, oppure, al limite, adibito ad un’altra tipologia di servizi per il quartiere.
    In questo senso alcuni tentativi sono stati fatti ma senza successo. Il problema principale è rappresentato dalla critica mobilità della zona. La scuola, infatti, ha un accesso pedonale dalla creuza di via Marras mentre l’unico accesso carrabile è da viale Bernabò Brea.
    In seguito l’amministrazione, quale soluzione definitiva, decise di mettere in vendita il sito che fu acquisito prima da Spim, società per la promozione del patrimonio immobiliare partecipata al 100% dal Comune di Genova, poi da Tono Due (appartenente al 100% alla capogruppo Spim), con il compito di valorizzarlo.
    La proprietà viene messa all’asta il 29/06/2007: la base di partenza è 1 milione e 400 mila euro. Nel 2008 viene aggiudicata alla società Selfimm S.p.A. per 3 milioni e 650 mila euro.

    Plastico primo progetto; totale riempimento della valle

    IL PRIMO PROGETTO CONTESTATO DAI RESIDENTI

    La Selfimm nello stesso anno (2008) presenta un progetto che prevede la demolizione dell’ex scuola Collodi e la successiva ricostruzione di un edificio residenziale con 13 appartamenti collocati sopra a 76 box, cosiddetti interrati, distribuiti su tre piani.
    I proponenti partono dal presupposto che per costruire la scuola sia stata alterata la quota di livello. In altri termini, disconoscono la storica presenza di un avvallamento (confermato dalle fotografie d’epoca che mostriamo in queste pagine) delimitato da via Marras a nord e via Sibilla Mertens a sud.

    Nell’800 la zona era aperta campagna e nel fondovalle si coltivava la terra. Inoltre in carte napoleoniche è stata accertata la presenza di un rivo, il Rio Saietto (che diede il nome a tutti i vicoli di via alla Costa di Serretto), che scorreva attraverso i terreni e probabilmente, ancora oggi, si nasconde nelle viscere dell’avvallamento (anticamente chiamato “Fosse de Saietto”).
    Il progetto della Selfimm contempla il totale riempimento della valle, al fine di ripristinare la presunta quota di livello originaria. Una colata di cemento che sarebbe giunta all’altezza del ponte di via Sibilla Mertens, inglobando i box interrati, mentre al di sopra di essi avrebbero trovato spazio i nuovi appartamenti. Se l’intervento venisse portato a compimento, gli abitanti di via Marras e viale Bernabò Brea, si troverebbero di fronte un muraglione alto 25 metri.
    Per quanto riguarda il problema della viabilità, i proponenti ipotizzano un ingresso carrabile da via Mertens. Tra l’altro la licenza a costruire è subordinata al permesso di accesso che dovrebbe essere concesso dai privati. Parliamo di una via stretta e poco agevole che non potrebbe reggere l’urto del passaggio quotidiano di decine di automobili.
    E così la Selfimm per superare queste criticità acquista da Arte (Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) una porzione di terreno all’angolo tra via Sturla e viale Bernabò Brea (confinante con i civici n. 25 e 27 di quest’ultima) e progetta una rampa asfaltata dall’impatto devastante, una sorta di tunnel che dovrebbe passare sotto la creuza di via Marras per sbucare in una curva di via Sturla.

    Il Progetto è il numero 3602/2008 con permesso di costruire n. 792/2009 rilasciato dal Comune di Genova il 9/11/2009.
    I proponenti dunque ottengono tutte le autorizzazioni e, come recita il cartello ancora appeso all’ingresso della scuola, la data di inizio lavori è il 28 giugno 2010. Giusto il tempo di entrare nell’area di cantiere perché l’operazione, dopo pochi mesi, viene bloccata.
    Alcuni residenti, infatti, considerano l’intervento troppo invasivo e presentano ricorso al Tar della Liguria. Il Tribunale Amministrativo Regionale dà loro ragione con la sentenza numero 11704 del 31/12/2010. La licenza a costruire decade per effetto della decisione del Tar, il quale ha evidenziato alcuni vizi di forma che hanno accelerato la concessione dei permessi. Inoltre la sentenza del Tar ha annullato la Norma speciale (53) del PUC (Piano Urbanistico Comunale) vigente che recita «Area posta in fregio a via Marras: sull’area indicata con apposito perimetro nella cartografia del PUC., foglio n. 45, sono confermate le superfici, le destinazioni d’uso, il dimensionamento e la configurazione planivolumetrica della nuova costruzione di cui al progetto n. 3602/2008, così come approvato con il permesso di costruire n. 792/2009, che assume pertanto valore di disciplina urbanistica di riferimento». La predetta sentenza è stata impugnata dai proponenti ed attualmente il procedimento è pendente al Consiglio di Stato.

    IL NUOVO PROGETTO MENO INVASIVO

    Nelle more del procedimento la società Selfimm ha presentato un nuovo progetto. Una sorta di “piano B”, nel caso il controricorso al Consiglio di Stato non dovesse andare a buon fine.
    L’attuale progetto prevede la demolizione dell’ex edificio scolastico realizzato in pannelli prefabbricati che potrebbero contenere fibre d’amianto, di conseguenza le operazioni di smantellamento dovrebbero prevedere le opportune cautele – e la ricostruzione di un edificio residenziale a 5 piani con 4 appartamenti ciascuno (per un totale di 20) che si sviluppa, in parte, al di sopra di un’autorimessa interrata monopiano (per 20 box) che insiste su un sedime di maggiori dimensioni. L’intervento è conforme al Piano Casa ed in questa area è ammessa la sostituzione edilizia prevedente un aumento volumetrico del 35%.
    Quindi nuove residenze ma un numero limitato di posti auto e soprattutto un progetto che nel complesso appare ridimensionato e decisamente meno impattante, senza l’inquietante “riempimento” della valle. Tuttavia, l’altezza dell’edificio dovrebbe superare di circa due piani la quota del ponte di via Sibilla Mertens e permarrebbe il nodo della viabilità, comunque di difficile risoluzione.

    L’area interessata dalla trasformazione si trova al confine tra i municipi Medio-Levante e Levante. Per questo entrambi gli enti sono stati chiamati a fornire un parere, per altro non vincolante, in merito al nuovo progetto e agli oneri di urbanizzazione.
    «Una riqualificazione è necessaria – spiega Paola Borghini consigliere (Federazione della Sinistra) del Municipio Levante – Oggi questo luogo è completamente abbandonato a se stesso e non può essere lasciato in tali condizioni. Il precedente progetto, però, era troppo invasivo ed il Tar ha accolto il ricorso presentato da alcuni cittadini. Il nuovo intervento, invece, appare accettabile e probabilmente incontrerà minori contestazioni da parte dei residenti».
    Detto ciò, aggiunge Borghini «Ai fini di una maggiore tutela, sarebbe utile condizionare il parere favorevole dei municipi alla certezza che il primo progetto sia stato definitivamente accantonato da parte della società proponente, perché, in caso di accoglimento dell’appello proposto, il soggetto attuatore potrebbe riconsiderare la prima ipotesi progettuale».
    Per quanto riguarda gli oneri di urbanizzazione che dovrebbero ricadere sul territorio, ancora non si conosce l’importo a disposizione e sono in campo due ipotesi: la realizzazione di alcuni orti urbani in una fascia verde oggi degradata e la sistemazione di un tratto stradale.
    Ma occorre non dimenticare, come sottolineano alcuni abitanti, che il primo progetto è ancora vivo, “congelato” in attesa della risoluzione del contenzioso legale. Dietro l’angolo, dunque, permane il rischio di una beffa, nel malaugurato caso il Consiglio di Stato dovesse ribaltare la sentenza del Tar e concedere il via libera all’intervento tanto contestato.

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, viale Quartara: cantiere abbandonato accanto al sito storico

    Quarto, viale Quartara: cantiere abbandonato accanto al sito storico

    Un’oasi verde del Levantea Quarto, lungo la creuza che dall’antica Aurelia conduceva fino al mare – spazzata via da un progetto edilizio risalente a molti anni fa, contro il quale alcuni abitanti della zona hanno intrapreso una lunga battaglia legale ottenendo un iniziale successo in sede di giustizia amministrativa, visto che il Tar aveva bloccato la cementificazione, ma in seguito, una sentenza del Consiglio di Stato (n. 01280/2010) ha ribaltato il verdetto accogliendo il ricorso presentato dalla società “Immobiliare Quartara SAS” (proprietaria del terreno e committente dell’opera), restituendole il diritto a costruire.

    Siamo nella parte bassa di viale Quartara, all’interno di quello che fu il Parco di Villa Quartara, dove un vasto appezzamento di terreno in fregio a chiesa e convento dei frati cappuccini (via Montani n. 1) – entrambi risalenti ai primi del ‘900, progettati dall’architetto Marco Aurelio Crotta secondo il nuovo stile liberty – è destinato alla costruzione di 2 edifici residenziali (ville di lusso) con annessi box interrati pertinenziali.
    Il 1 agosto 2011 sono iniziati i lavori che dovrebbero concludersi nell’agosto 2014. Peccato però che, dopo aver sbancato il terreno radendo al suolo un vasto uliveto e sradicando diversi alberi secolari (tra cui alcuni cedri del Libano), oggi e ormai da alcuni mesi, il cantiere sia completamente abbandonato. All’interno dell’area, a causa degli interventi di palificazione, è rimasto soltanto una sorta di acquitrino che rischia di allargarsi ogni qualvolta che piove.

    «Parliamo di un sito storico e monumentale il cui valore è sconosciuto ai più – sottolinea Ester Quadri del Circolo Nuova Ecologia di Legambiente – in viale Quartara insiste una concentrazione di progetti edilizi senza eguali. L’intera zona è congestionata dalla presenza di ville e villette. Una lottizzazione per così dire “garbata”, nel senso che non si tratta di grandi edifici residenziali ma piuttosto di un’edificazione a carattere famigliare-bifamigliare. Il risultato finale, però, non cambia: un eccessivo consumo di suolo sta conducendo alla progressiva scomparsa degli unici spazi verdi finora superstiti. D’altra parte sono comprensibili gli interessi dei privati, visto che la zona è di assoluto pregio non solo dal punto di vista paesaggistico – ambientale, ma anche immobiliare. Quello che stupisce è la disattenzione delle istituzioni pubbliche che, forse, dovrebbero fare più attenzione nel preservare aree di simile importanza».

    Il progetto è il n. 1448 del 2002. La concessione edilizia è stata rilasciata con provvedimento n. 356 del 9 giugno 2005. Come detto in precedenza la pratica ha avuto un’istruttoria molto lunga a causa dei contenziosi legali. Nel 2010 la sentenza del Consiglio di Stato sblocca la situazione e nell’agosto 2011 partono i lavori.
    Qui sorgeranno due singole ville. Una con l’ingresso in curva su viale Quartara, nei pressi del civico n. 7, un punto decisamente pericoloso in termini di viabilità. L’altra, invece, avrà l’accesso nella parte iniziale della medesima via.
    Nonostante il cantiere sia fermo da qualche tempo – secondo alcune voci a causa della carenza di risorse economiche – i nuovi immobili sono in vendita, ammirabili in bella mostra sulle pagine web della società “Minetti Immobiliare”.

    Per l’amministrazione comunale sono state rispettate tutte le procedure, come conferma il Dott. Paolo Berio, dirigente del Settore Approvazione Progetti e Controllo Attività Edilizie «Nel 2010 il Consiglio di Stato ha ribaltato la precedente sentenza del Tar e ha ritenuto valida la concessione edilizia rilasciata nel 2005 – spiega il dott. Berio – I lavori sono iniziati nell’agosto 2011. Solitamente l’avvio del cantiere deve avvenire nel giro di un anno dal rilascio della concessione. Nel caso di contenziosi legali, invece, la pratica rimane “congelata” fin quando la giustizia non ha fatto il suo corso».
    Certo, lascia adito a qualche dubbio, il fatto che trascorsi 6 anni, non sia più necessaria alcuna verifica in merito all’effettiva regolarità dell’opera.

    A pochi metri di distanza, adiacente al convento, un edificio abbandonato a metà, incombe sul terreno che ospiterà le due nuove case signorili. La costruzione, nata inizialmente come cisterna, in seguito ha assunto le sembianze di un villino, forse grazie all’ennesimo condono.
    Ma nel giro di pochi metri è facile osservare come la cementificazione, seppur a carattere mono e bifamigliare, non abbia risparmiato alcun fazzoletto di terra.
    Appena superata la curva, salendo lungo viale Quartara, troviamo altre due ville portate a compimento negli ultimi 2-3 anni. A fianco di esse un’antica villa liberty giace in condizioni precarie mentre, al contrario, poteva essere ristrutturata evitando un ulteriore consumo di territorio. Il problema, però, è che un intervento su quest’ultimo edifico avrebbe compromesso la possibilità di costruirne altri due nuovi di zecca nelle immediate vicinanze.

    Fatto sta che oggi i fortunati proprietari godono di una vista mozzafiato su questo splendido angolo del levante. Il costruttore, in cambio del diritto a costruire, ha realizzato alcuni posti auto che l’amministrazione comunale ha destinato agli abitanti di viale Quartara.
    Per completare il quadro, dato che la fame di parcheggi sembra inarrestabile, a pochi metri di distanza, gli operai lavorano alacremente alla realizzazione di una nuova serie di box interrati.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Gronda di Ponente: il progetto, l’iter, gli obiettivi e le critiche

    Gronda di Ponente: il progetto, l’iter, gli obiettivi e le critiche

    Il progetto Gronda di Ponente – di cui si parla almeno da inizio anni 2000, ma il processo progettuale, sviluppatosi attraverso numerose e diverse ipotesi di tracciato, è partito addirittura negli anni ’80 – si prefigge l’obiettivo di alleggerire il traffico del nodo autostradale di Genova: «Uno dei tratti maggiormente congestionati del nostro Paese – secondo Autostrade per l’Italia (Aspi) – a causa della confluenza nell’area metropolitana genovese di 4 diverse autostrade (A7, A10, A12, A26) soggette sia al traffico passeggeri sia al traffico merci a servizio del porto di Genova e degli assi est-ovest».

    L’intervento è volto a portare un miglioramento della circolazione e una diminuzione dei tempi di percorrenza nelle tratte autostradali interessate. «L’opera consentirà di trasferire la metà del traffico leggero e la quasi totalità di quello pesante sul nuovo itinerario, così da sostenere la crescita economica cittadina e migliorare la sicurezza stradale», spiega Autostrade per l’Italia. Ma il progetto «Risulta fondamentale anche per lo sviluppo futuro dei traffici portuali e per la riduzione delle esternalità negative provocate dal rilancio su gomma delle merci che transitano per il porto di Genova».
    In sostanza la Gronda di Ponente è un tratto autostradale a due corsie per senso di marcia che rappresenta il raddoppio dell’esistente A10 nel tratto di attraversamento del Comune di Genova (dalla Val Polcevera fino all’abitato di Vesima) e che fa parte del più ampio progetto di potenziamento del Nodo Stradale ed Autostradale di Genova. In esso è incluso il potenziamento dell’A7 tra Genova Ovest e Bolzaneto e dell’A12 tra Genova Est e l’asse Nord–Sud rappresentato dall’A7 stessa. Inoltre è prevista la riconfigurazione del “Nodo di San Benigno” di connessione tra la viabilità locale e il casello di Genova Ovest.

     

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    IL TRACCIATO DEFINITIVO DELLA GRONDA

    Il tracciato della Gronda di Ponente si sviluppa per circa 33 km, il 90% dei quali in galleria. La Gronda sfocerà all’aperto solo nelle vallate adiacenti al Polcevera e a Voltri dove sono previsti collegamenti con le autostrade attuali. Autostrade per l’Italia finanzierà l’intervento per un costo totale di circa 3,2 miliardi di euro. La durata dei lavori prevista è di circa 8 anni.

    Guardando i monti, a destra del mercato ortofrutticolo di Bolzaneto nascerà il nuovo nodo autostradale che contemplerà tutti i raccordi con le autostrade preesistenti. Da qui partirà la nuova Gronda. Il viadotto passerà sopra il mercato, attraverserà il torrente Polcevera (1 pilone sarà posizionato nell’area mercato, 1 nell’alveo del corso d’acqua) e, praticamente all’altezza di Babyfarma (che verrà demolito), partirà la galleria (è stato deciso lo spostamento di alcuni metri per salvare dalla demolizione il settecentesco Palazzo Pareto) che sbucherà in Val Varenna (zona a rischio frane e dissesto idrogeologico).

    Parliamo di una galleria di 6 km (2 canne affiancate da circa 12-13 metri l’una) che scorrerà sotto la collina di Murta (anch’essa zona a rischio frane) per giungere all’altezza delle cave dismesse della Val Varenna (dove è sicura la presenza di amianto in grande quantità) e attraversarle. Seguiranno 200 metri all’aperto per scavalcare il torrente Varenna. Poi altri 6 km di galleria fino in prossimità del parco di Villa Duchessa di Galliera, in pratica sotto la collina, tagliando una fetta del parco storico. La Società Autostrade con le ultime modifiche ha rivisto il fronte di accesso per ridurre l’impatto sulla vegetazione e su due manufatti storici (la Grotta del Leone e la Latteria che probabilmente verranno salvati). Inoltre ha promesso di realizzare delle opere di mitigazione ambientale, ma la composizione originaria del complesso di Villa Duchessa di Galliera, sarà inevitabilmente compromessa. Infine un viadotto condurrà a Fabbriche di Voltri dove è prevista un’altra galleria che sbucherà nei pressi dell’abitato di Vesima.

     

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    IL DIBATTITO PUBBLICO

    La definizione del tracciato dell’intervento è stato oggetto di un dibattito pubblico, svoltosi nel periodo compreso tra febbraio e maggio 2009, promosso dal Comune di Genova (guidato all’epoca dall’ex sindaco Marta Vincenzi che del presunto processo partecipativo al progetto Gronda ha fatto il suo cavallo di battaglia) in accordo con il soggetto proponente (Autostrade per l’Italia). Lo scopo era «Diffondere tutte le informazioni necessarie con la massima trasparenza e capillarità, dando voce a tutti i cittadini, senza preclusioni – spiega Autostrade – Per rendere imparziale il confronto, il dibattito pubblico è stato gestito da una Commissione indipendente, formata da esperti esterni al mondo genovese».

    Secondo alcuni è stato il primo caso in Italia di débat public “alla francese” relativo a una grande opera infrastrutturale (l’idea di fondo del débat public è quella di aprire un confronto pubblico preventivo su una grande infrastruttura, prima che essa sia giunta allo stadio della progettazione). Per i comitati No Gronda e le associazioni, invece, la decisione era già stata presa ed il dibattito è servito soltanto a porre la cittadinanza di fronte a 5 ipotesi di tracciato, escludendo di fatto l’opzione zero, vale a dire l’eventualità di non realizzare la grande opera.

    «Le riflessioni sviluppate attorno al problema della congestione del nodo di Genova hanno confermato che la gronda non è il rimedio ma uno dei possibili rimedi – ha dichiarato il presidente della Commissione indipendente, il professore Luigi Bobbio, esperto in analisi delle politiche pubbliche e in processi decisionali inclusivi, Università di Torino – Il merito dei sostenitori dell’opzione zero è stato quello di richiamare l’attenzione sullo sviluppo del trasporto su ferro e di aver proposto politiche integrate per una mobilità dolce».
    Il dibattito pubblico ha evidenziato che «L’impatto sul sistema residenziale è vissuto come l’aspetto più critico del progetto –sottolinea Autostrade per l’Italia – Questo ha portato a identificare una sesta alternativa (basata sulla soluzione medio‐alta, considerata la più idonea) che permetterebbe di ridurre notevolmente il numero di alloggi interferiti e potenzialmente espropriati, da cui si è preso spunto per il progetto definitivo».

    La soluzione presentata da Autostrade il 29 maggio 2009 è stata approvata dal Consiglio Comunale e inserita nel protocollo di intesa tra Provincia di Genova, Anas S.p.A., Autostrade per l’Italia S.p.A e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per la realizzazione del nodo stradale e autostradale di Genova, sottoscritto l’8 febbraio 2010. Con tale protocollo d’intesa si è anche annunciato la costituzione da parte del Comune di Genova dell’Osservatorio locale per la Gronda di Ponente. L’Osservatorio, il cui primo incontro risale al 13 dicembre 2010, ha l’obiettivo di monitorare l’avanzamento dell’intervento e offrire massima trasparenza alla cittadinanza.
    Il 13 aprile 2011 il protocollo di intesa sopra citato è stato sottoscritto anche da Regione Liguria dopo che è stato raggiunto un accordo sulle attività di progettazione preliminare del tunnel della Val Fontanabuona, opera non presente nella Convenzione Unica Anas/Aspi del 2007.
    Il 14 aprile 2011 è stato inoltrato dalla società Spea Ingegneria Europea S.p.A. (la società di ingegneria di Autostrade) all’Anas il Progetto Definitivo per la validazione tecnica.
    Il progetto definitivo e lo studio di impatto ambientale per l’avvio della Conferenza dei Servizi sono stati presentati il 4 maggio 2011 presso l’auditorium del Palazzo Rosso.
    Il 15 giugno Autostrade ha presentato istanza al Ministero dell’Ambiente e in data 16 giugno 2011 si è dato inizio alla procedura di VIA (Valutazione Impatto Ambientale) Nazionale.

     

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    LE CRITICITA’: UTILITA’ E OBIETTIVI DELL’OPERA

    Innanzitutto la Gronda di Ponente sarà davvero utile per decongestionare il traffico sul nodo autostradale genovese?
    È questa la prima domanda da porsi per affrontare una discussione seria.
    «Nel dibattito pubblico Autostrade si è presentata solo per decidere quale tracciato sarebbe stato accettato con minori contestazioni – spiega Vincenzo Cenzuales del WWF – ma è stata costretta a giustificare l’utilità dell’opera grazie al pressing di cittadini e associazioni».

    L’obiettivo primario perseguito da Autostrade è migliorare le condizioni di circolazione e ridurre i tempi di percorrenza dei tratti autostradali afferenti al capoluogo ligure, nonché «Evitare un ulteriore futuro peggioramento delle condizioni, ineluttabile in caso di non intervento, tenuto conto che già oggi questi risultano disturbati da notevoli code e blocchi. Il traffico merci, insieme con quello cittadino e pendolare e con quello turistico nel periodo estivo è causa di elevati livelli di congestionamento dell’area metropolitana genovese. Le verifiche effettuate sulla funzionalità del sistema nello scenario attuale pongono in chiara evidenza come, nella fascia di punta della mattina, la domanda di spostamento polarizzata sul capoluogo ligure dia luogo a situazioni di marcata congestione del sistema autostradale ed in particolare proprio dell’autostrada A10 Genova–Ventimiglia e dell’autostrada A7 Genova–Serravalle».

    Il progetto di Gronda di Ponente ambisce a una separazione dei flussi che transitano attualmente nel nodo stradale genovese provenienti da Ovest, consentendo di canalizzare i flussi di attraversamento sul nuovo tronco autostradale e di dedicare il tratto della A10 tra Voltri e Genova Ovest ai traffici di penetrazione nel centro cittadino.

    «Il dato più significativo riguarda l’analisi del dove e del quando si verifica un alto volume di traffico – spiega Cenzuales – il traffico intenso è concentrato nell’ora di punta del mattino e cresce man mano che ci si avvicina al centro del nodo. Appare del tutto evidente che la congestione sia da imputarsi principalmente al traffico interno al nodo (dovuto agli spostamenti dei pendolari che afferiscono all’area urbana) e solo in secondo luogo al traffico di scambio, mentre esercita un ruolo marginale il traffico di attraversamento cioè quello che dovrebbe innanzitutto trarre giovamento dalla realizzazione di un by-pass autostradale (Gronda, bretella, tangenziale che sia). Pensare di risolvere il presunto problema della congestione con un by-pass quando il traffico è di accentramento sembra davvero insensato».

    La soluzione del problema, secondo il WWF, è molto semplice: bisogna creare le condizioni affinché i pendolari siano nella possibilità di utilizzare convenientemente i mezzi di trasporto pubblico.
    «Rispetto alle numerose critiche che si possono muovere al modello di simulazione implementato è rilevante evidenziare l’assoluto sottodimensionamento dell’apporto del trasporto pubblico – scrive il WWF – Basti pensare che, a seguito dei lavori per il nodo ferroviario in corso di esecuzione, la frequenza teorica di convogli nella linea costiera del ponente scenderà a 5 minuti dagli attuali 15. Già solo l’incremento di offerta derivante potrebbe assorbire tutto il picco dei pendolari che oggi riempie la A 10 (ma, ricordiamo, intasandola raramente). Il modello di simulazione sembra non “accorgersi” di questi lavori (come di altri) non assegnando quantità significative di nuovi utenti al trasporto pubblico. La domanda da porsi è comunque un’altra: se già oggi la Regione non è in grado di finanziare una frequenza di 15 minuti come potrà, domani, trovare i soldi per frequenze ben superiori? Insomma, le finalità della Regione andranno ancora, come oggi, a finanziare interventi per strade e autostrade o saranno orientate verso servizi moderni e sostenibili?».

    Un elemento che Autostrade ritiene basilare al fine di un efficace utilizzo dell’infrastruttura è la limitazione del transito dei veicoli pesanti sulla A 10 tra Genova Voltri e Genova Aeroporto. «Segnaliamo che non viene indicato alcun modo in cui tale interdizione possa, nella realtà, essere implementata – conclude il WWF – E ancora, nulla si dice sugli effetti che tale interdizione avrà sulla viabilità urbana. Provando a fare dei calcoli abbiamo stimato un incremento di più di 5000 veicoli giornalieri sull’Aurelia che corrispondono, nel periodo diurno, al transito aggiuntivo di un camion ogni 12 secondi».

     

    Valvarenna, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Varenna est e ovest (zona cave amianto)

    IMPATTO AMBIENTALE E RISCHIO AMIANTO

    Gli scavi delle gallerie della Gronda produrranno una quantità di detriti stimata pari a 11 milioni di metri cubi. D’altronde lo stesso amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci l’ha definita «Lo scavo più grande del mondo».

    «È stato rilevato che alcuni dei terreni dei tracciati potrebbero essere potenzialmente amiantiferi, in particolare sono considerati a rischio gli scavi sulla sponda sinistra della Val Polcevera – scrive Autostrade – Di conseguenza, mentre per la zona a est del torrente Polcevera (zona non amiantifera) verranno utilizzati per gli scavi metodi tradizionali, per la parte ad Ovest del Polcevera la realizzazione delle gallerie avverrà tramite l’utilizzo di una Fresa EPB che consente lo scavo meccanizzato, riducendo i tempi di realizzazione dell’opera (100 mesi) e la produzione di polveri da realizzazione. Lo smarino verrà poi diluito e trasportato via mare tramite un impianto di gestione dello smarino (slurrydotto) da Bolzaneto (dove verrà analizzato e ri‐indirizzato in base alla sua natura) alla foce del Polcevera. In particolare, se lo smarino presenta un tenore di amianto rientrante nei limiti di legge consentiti, verrà utilizzato per riempire l’arco rovescio delle gallerie. La maggior parte dei detriti verrà invece utilizzata per ampliare la pista aeroportuale».

    «Si andrà a scavare sotto una montagna particolarmente ricca di rocce amiantifere – spiega il WWF – Si parla di 500.000 m3 di rocce ad alto contenuto di amianto che verranno riutilizzate e di 100.000 m3 che verranno portate in discarica (senza per altro precisare in quali discariche finirà tutto questo materiale)».
    Secondo il WWF la procedura predisposta dai proponenti per il trattamento delle rocce contenenti amianto appare non corretta e non sicura. «Non corretta, in quanto la caratterizzazione viene fatta dopo e lontano dal fronte di scavo, con il rischio di sporcare il campione e di diluire l’elemento pericoloso che si vuole cercare – continua il WWF – Non sicura, in quanto tutta la movimentazione dello rocce deve avvenire all’interno di zone confinate (al 99.95%) e molti passaggi (imbocco gallerie, trasporto con camion dalla zona di Voltri, fangodotto, aree di caratterizzazione) lasciano alquanto perplessi al riguardo; anche la procedura di monitoraggio appare decisamente non adeguata. Dubitiamo che la Asl potrà trovare accettabile un Piano di Lavoro di questo tipo».

    L’area di caratterizzazione delle rocce prevista a Bolzaneto, in prossimità della zona dove sorge il self-service all’ingrosso “Metro”, ospiterà un mega deposito alto 30 metri (in cui arriveranno e partiranno continuamente camion) che dovrà essere a tenuta stagna. «Il modo con cui riusciranno a far ciò non è spiegato nel dettaglio ma appare difficilmente ipotizzabile una soluzione con un grado di sicurezza accettabile – sottolinea il WWF – Se a queste “difficoltà” aggiungiamo la procedura di monitoraggio non completamente affidabile, i cittadini di Bolzaneto farebbero bene a preoccuparsi e molto».
    «A Bolzaneto rischiamo di ritrovarci alle prese con una nuova Casale Monferrato – denuncia Cenzuales – Nel deposito lavoreranno le rocce amiantifere usando tecnologie che non forniscono adeguate garanzie di sicurezza. I materiali saranno suddivisi a seconda della quantità di amianto presente in essi. Quelli con una minima percentuale di amianto finiranno al Canale di Calma per ampliare l’attuale banchina aeroportuale. Quelli con una percentuale superiore, ma considerati di buona qualità, saranno utilizzati per realizzare gli archi rovesci delle gallerie. Occorre ricordare che il riutilizzo di rocce amiantifere previa miscelazione con cemento ed altri additivi, comporta la realizzazione di veri e propri manufatti contenenti amianto (MCA) la cui produzione è vietata dal 1992. Infine i materiali con la medesima percentuale di amianto, ma considerati di cattiva qualità, saranno destinati alla discarica (probabilmente in Germania)».

    Ma non è tutto. Oltre all’amianto, l’altro aspetto che desta maggiori preoccupazioni è lo sconvolgimento della rete idrica. «Viene, infatti, asserito il pressoché totale prosciugamento delle sorgenti della Valpolcevera – sottolinea il WWF – Ai cittadini che vedranno la perdita del loro approvvigionamento idrico vengono prospettate non ben precisate compensazioni al rifornimento, intendendo forse che non saranno loro a provvedere all’allaccio agli ex-acquedotti civici (di tali costi a carico dei proponenti non si trova traccia) o allo scavo di nuovi pozzi».
    È comunque evidente che tali acque non scompariranno nel nulla. «Esse andranno a cercarsi altri e diversi percorsi alterando completamente il sistema irriguo della valle – continua il WWF – In questo modo si determinerà un’importante e sconvolgente mutazione dell’ambiente dato che il tipo di vegetazione e di attività sono indissolubilmente legati alla presenza dell’acqua. La modificazione, incontrollata, del Paesaggio è quindi il primo importante impatto dell’opera».
    Ma esistono diversi e altrettanto gravi impatti legati a questo aspetto. «I nuovi percorsi dell’acqua non potranno che provocare nel sistema di irreggimentazione e di canalizzazione una mutazione profonda, producendo ed aggravando importanti e vasti fenomeni di dissesto idrogeologico», conclude il WWF.

     

    COSTI E OPPORTUNITA’ OCCUPAZIONALI SUL TERRITORIO

    Come detto in precedenza, Autostrade per la realizzazione dell’opera ipotizza una spesa complessiva di circa 3,2 miliardi di euro.

    «Per quanto riguarda i costi abbiamo visto il quasi dimezzamento (3 miliardi di euro) della cifra ventilata durante il Dibattito Pubblico (più di 5 miliardi per l’ipotesi 2) seppur, visto l’incremento di tracciato e gallerie, c’era d’aspettarsi un aumento – sottolinea il WWF – I costi per imprevisti (5%) sono la metà di quelli da letteratura e, considerando l’aleatorietà dovuta alle rocce amiantifere e l’incertezza legata alla preponderanza dei lavori di scavo, tale cifra è veramente inaccettabile. Inoltre, il numero degli anni teorico non subirà incrementi, dimenticando se non altro, che siamo in Italia e che quindi almeno un 20% di dilatazione dei tempi è da mettere in conto».

    Secondo Autostrade la gronda rappresenta un’opportunità per la creazione di nuovi posti di lavoro. «Nella costruzione della Gronda saranno coinvolti 1.600 operai e 250 impiegati per gli 8 anni di durata dei lavori. L’occupazione attivata è pari a 4.680 posti di lavoro per anno».
    Difficilmente, però, si tratterà di opportunità occupazionali per il territorio visto che, solitamente, impegnate in prima linea nella realizzazione di grandi opere infrastrutturali, troviamo imprese specializzate ma non genovesi. Le uniche realtà del luogo che potrebbero trarre qualche giovamento dalla costruzione della Gronda sono le aziende che lavorano nel settore della movimentazione terra.

     

    Begato, progetto Gronda
    Simulazione progetto: zona Torbella – Begato vecchia, svincoli e deviazioni (Ge Ovest – Ge Est)

    A CHE PUNTO SIAMO CON L’ITER DELL’OPERA?

    Attualmente è ancora in corso la Valutazione di Impatto Ambientale da parte del Ministero dell’Ambiente. Una procedura amministrativa atta a descrivere e valutare gli impatti ambientali prodotti dall’attuazione di un determinato progetto. Il fine ultimo dovrebbe essere quello di favorire l’emanazione di una decisione il più possibile completa, fondata e condivisa o di rimettere in discussione l’opportunità del progetto.
    I tratti principali del tracciato che si sottopone alla Valutazione di Impatto Ambientale sono i seguenti: a partire dalla A10 in corrispondenza dell’abitato di Vesima, si sviluppa un lungo tratto fuori sede (la cosiddetta “Gronda di Ponente”) che, superata la zona di Voltri, si sposta progressivamente verso Nord presentando due flessi successivi, per poi, attraversata la Val Polcevera in corrispondenza del casello di Bolzaneto, descrivere un’ampia curva in direzione Sud alla metà della quale (siamo sotto Begato Vecchia in zona Valtorbella) si sfioccano due rami, uno in direzione del casello della A12 di Genova Est e l’altro in direzione del casello della A7 di Genova Ovest.

    La Commissione Via ha richiesto ad Autostrade per l’Italia delle opportune integrazioni in risposta alle osservazioni presentate dalle istituzioni, associazioni e cittadini (singoli e comitati). Recentemente Aspi ha illustrato le sue controdeduzioni nell’ambito della procedura di Via. Anche le istituzioni sono state chiamate a presentare le loro controdeduzioni. Il Comune di Genova le ha già presentate. Mentre si attendono ancora quelle della Regione Liguria che ha recepito le controdeduzioni del comune.

    Fino a quando non arriverà il pronunciamento del Ministero dell’Ambiente altre considerazioni sono pressoché inutili.
    Nonostante ciò Aspi ipotizza che i lavori possano partire nel 2014 se la Valutazione di Impatto Ambientale e la Conferenza dei Servizi fossero concluse entro il 2013.
    Nel frattempo la maggioranza del Comune di Genova si sta spaccando tra favorevoli alla Gronda (Partito Democratico in primis), scettici (Lista Doria) e contrari (Federazione della Sinistra, Sinistra Ecologia e Libertà). Sul fronte dell’opposizione è nota la contrarietà del Movimento 5 Stelle che annovera tra le sue fila i consiglieri Paolo Putti e Mauro Muscarà, due delle anime dei comitati No Gronda, mentre il Pdl ha sempre espresso un giudizio positivo sull’opera.

    Genova ovest, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: casello Genova Ovest

    All’inizio di novembre, il Movimento 5 Stelle ha chiesto di ascoltare in audizione i tecnici di Autostrade per l’Italia e di Spea (la società di ingegneria di Aspi). «Abbiamo posto un sacco di domande a molte delle quali Aspi e Spea non sono state in grado di rispondere – spiega Putti – All’audizione non era presente nessun membro del famoso Osservatorio per la Gronda e non ho sentito intervenire consiglieri di Pd e Pdl per chiedere delucidazioni in merito ai pericoli per la salute pubblica dei cittadini».
    In particolare i tecnici sono stati interrogati sui rischi idrogeologici connessi al fatto che lo slurydotto – il tubo che porterà parte dello smarino da Bolzaneto a mare – poggerà su pali che, per gli 8 anni di durata dei lavori, staranno nell’alveo del torrente Polcevera. «Per evitare rischi abbiamo fatto verifiche con la piena duecentennale del Polcevera», hanno provato a spiegare gli esperti di Spea, ma Mauro Solari (il tecnico invitato dai consiglieri) ha obiettato sul concreto pericolo dell’effetto diga che, in caso di alluvione, potrebbe essere causato dall’accumulo di alberi e altri detriti, bloccati dai pali.

    Giovedì 22 novembre in comune si è tenuta la commissione consiliare sull’Osservatorio per la Gronda, l’ente partecipativo che dovrebbe rappresentare i cittadini e vigilare sull’opera ma che, invece, sarebbe «Un ente di costruzione del consenso – secondo Paolo Puttidove siedono rappresentanti di comitati che non sono più interessati dal tracciato della Gronda, come ad esempio quelli di via Piombelli, via Porro, alcune abitanti di Corso Perrone. Sono comitati addomesticati, politicamente molto vicini alla maggioranza. Noi abbiamo chiesto di chiudere l’Osservatorio perché non serve a niente ed è soltanto una truffa».
    Ma l’occasione è stata propizia anche per discutere delle controdeduzioni presentate dagli uffici tecnici di Palazzo Tursi. «Sono fragili e non entrano nel merito di enormi problematiche – questo il giudizio di Putti – eppure ci sarebbe stata l’opportunità di fare le cose seriamente ma non è questo l’obiettivo dell’amministrazione».

    «Secondo noi il Ministero dell’Ambiente non ha intenzione di turbare determinate dinamiche politiche – continua Putti – quindi a breve, è ipotizzabile a febbraio marzo 2013, potrebbe dare il suo assenso. Comunque sull’opera pende anche il ricorso al Tar presentato da 1200 cittadini. Ogni qual volta che c’è un nuovo atto formale, noi continuiamo ad aggiungere motivazioni».
    E poi arriverà il momento di affrontare la discussione nell’aule politiche, innanzitutto la Sala Rossa di Palazzo Tursi. «Il consiglio comunale aveva già approvato l’opera – conclude Putti – ma sarà chiamato a pronunciarsi nuovamente».

     

    Matteo Quadrone

  • Rivarolo, Piazza Pallavicini: un progetto per il riscatto del quartiere

    Rivarolo, Piazza Pallavicini: un progetto per il riscatto del quartiere

    Natale in piazza a RivaroloUn’opportunità di cambiamento attesa da tanto tempo, in un quartiere bistrattato, congestionato dal traffico, ampiamente cementificato soprattutto in collina, che ha subito quasi in silenzio il progressivo depauperamento dei servizi sanitari, senza alcuna contropartita in cambio. Parliamo di Rivarolo, in Val Polcevera, dove è prevista la riqualificazione di Piazza Pallavicini, il cuore del quartiere, in cui è ospitato il polo scolastico “Ugo Foscolo”, la fermata dei mezzi di trasporto pubblico, al suo fianco si trova la sede della storica Croce Rosa e si imbocca via Celesia, la più antica strada della delegazione.

    Per il resto la piazza è circondata dal degrado: la splendida Villa Pallavicini – proprietà del marchese Cattaneo Adorno – giace in condizioni disastrose ed ultimamente il piazzale antistante è stato adibito a parcheggi privati; una luccicante sala per il gioco d’azzardo, la cui apertura è stata contrastata con forza dagli abitanti, si mostra in bella vista, a pochi metri dalla scuola. Mentre un distributore automatico di bevande aperto 24 ore su 24 è l’unico locale che si affaccia su quello che dovrebbe essere il fulcro di Rivarolo. È evidente la carenza di spazi di socializzazione soprattutto per bambini e anziani. La presenza di alcune panchine e dei pochi alberi superstiti, consente ancora di chiamarla piazza, ma attualmente la sua funzione principale è quella di parcheggio pubblico. Animata solo in occasione di festività o momenti di solidarietà, quando, almeno per un giorno, torna a svolgere quello che dovrebbe essere il proprio ruolo.
    Questo, purtroppo, è il destino che accomuna fin troppi spazi pubblici genovesi. Il compito delle istituzioni è trovare il modo per rivitalizzare i diversi centri storici che caratterizzano la nostra città policentrica. Quindi, ben venga questa operazione che parte da un’esigenza ancor più significativa: favorire la mobilità dei pedoni, in particolare le persone diversamente abili.

    IL PROGETTO DI RIQUALIFICAZIONE

    Il progetto comunale, promosso dall’assessorato a Legalità e Diritti, guidato da Elena Fiorini, nasce con l’obiettivo di abbattere le barriere architettoniche. I fondi previsti per la realizzazione, circa 96 mila euro, sono stanziati appositamente a questo scopo.
    L’intervento, che sarà eseguito in un unico lotto funzionale, consiste principalmente nell’adeguamento dei marciapiedi insistenti su Piazza Pallavicini ed il suo contorno, mediante la realizzazione di rampe con pendenza massima dell’ 8%. Inoltre è prevista la messa in sicurezza di tutti i percorsi pedonali che saranno rivisti in modo tale da consentire la mobilità delle persone con ridotte o impedite capacità motorie, garantendo loro l’utilizzabilità diretta delle attrezzature dei parcheggi e dei servizi.
    In pratica, marciapiedi più larghi e fruibili da tutti, anziani, disabili e mamme con le carrozzine dei bebè, oltre ad un adeguato ripensamento degli attraversamenti pedonali.
    L’occasione è propizia per effettuare una completa riorganizzazione di tutta la piazza, rendendola maggiormente godibile per gli abitanti. Il progetto, infatti, ipotizza una nuova utilizzazione degli spazi grazie alla realizzazione – nell’area antistante il polo scolastico Ugo Foscolo – di un giardino con giochi per bambini.
    Oggi, però, quest’area è abitualmente occupata dalle automobili. Complessivamente i posti auto sono una sessantina (considerando Piazza Pallavicini, la zona taxi di fronte alla fermata degli autobus e l’angolo tra la piazza e l’inizio di via Celesia). Dopo l’intervento si ridurrebbero a meno di una trentina.
    Ed è questo il punto che ha già suscitato le maggiori critiche dei cittadini, espresse in tutta evidenza durante l’affollata assemblea pubblica – organizzata dal Comitato di Rivarolo per esporre il progetto e recepire suggerimenti migliorativi – svoltasi martedì sera nei locali della Croce Rosa.

    IL PARERE FAVOREVOLE DEL MUNICIPIO VALPOLCEVERA

    Il progetto, scaturito dagli uffici comunali, viene visionato presso la II Commissione “Bilancio, Assetto del Territorio, Sviluppo Economico, Tutela Ambiente, Interventi Manutentivi e Viabilità su Base Locale” del Municipio Valpolcevera, il 24 ottobre scorso. Il giorno seguente il consiglio municipale, all’unanimità, esprime parere favorevole.
    Come spiega il presidente del Municipio, Iole Murruni «Ci è sembrata un’occasione da non gettare al vento, per la riqualificazione della piazza. Abbiamo avuto poco tempo per ragionarci sopra ma, d’altra parte, se non avessimo votato a favore, rischiavamo di perdere il finanziamento e non potevamo permettercelo. L’idea dell’abbattimento delle barriere è un obbligo morale per l’amministrazione pubblica. Partendo da questo presupposto possiamo migliorare la vivibilità del territorio e di conseguenza la percezione di sicurezza degli abitanti. La carenza dei parcheggi è un problema reale. In questi casi occorre un po’ di elasticità. Cercheremo di salvaguardare gli interessi di tutti. Capiamo la preoccupazione dei commercianti della vicina via Celesia che temono di veder diminuire il loro giro d’affari. Per questo cercheremo di inserire dei posti auto a rotazione, oltre a ricavare, in altre aree attigue, nuovi parcheggi a disposizione dei cittadini».
    Davanti alla scuola nascerà uno spazio con i connotati tipici del giardino pubblico. «Ovviamente andrà arredato, l’ipotesi è di installare dei giochi per bambini – continua il presidente – Una spesa di cui dovrà farsi carico il Municipio Valpolcevera e, considerando la penuria di risorse economiche, non sarà un’impresa semplice. Noi proponiamo di realizzare un giardino dalle dimensioni più contenute, in maniera tale da non lasciarlo vuoto».
    Mentre per risolvere il problema dei posti auto «Esiste l’opportunità di ricavare dei parcheggi nell’area dell’ex capolinea del 53 (la zona del vecchio passaggio a livello ferroviario, in pratica dietro a via Pallavicini, ndr) – spiega Murruni – Attualmente è una porzione di territorio degradata, già utilizzata a questo scopo, senza alcuna regolamentazione. A breve, nelle immediate vicinanze, sorgerà la nuova caserma dei carabinieri e l’ingresso sarà proprio dalla strada che porta all’ex capolinea del 53. Quindi, anche la sicurezza, sarebbe garantita. È un discorso che andrà affrontato con il coinvolgimento di Ferrovie dello Stato. Inoltre, la palazzina che ospitava la Polfer, recentemente è stata abbattuta, quindi sarà possibile rimediare ulteriori posti auto che potrebbero essere destinati in parte a parcheggio di interscambio ed in parte a rotazione».
    Il Municipio Valpolcevera quando ha espresso parere positivo al progetto ha posto come priorità politica e sociale la creazione di un avamposto della Polizia Municipale nei locali del polo scolastico di Piazza Pallavicini, quale risposta all’esigenza di sicurezza e controllo, manifestata dalla popolazione del quartiere.
    «All’interno del complesso scolastico esiste un locale, quella che un tempo era l’abitazione dell’ex custode, attualmente inutilizzato – sottolinea Murruni – La Giunta municipale ha stanziato una somma per ristrutturarlo e destinarlo ai vigili urbani che potrebbero garantire un presidio significativo».

    Inoltre il Municipio si è riservato di fare alcune osservazioni. Innanzitutto «la necessità che il Comune di Genova, vista l’eliminazione di molti parcheggi già carenti in Rivarolo, avvii una sinergia con Ferrovie dello Stato per l’utilizzo a parcheggio delle due aree indicate nel progetto come di proprietà FS».
    Parliamo degli spazi sotto le arcate del ponte ferroviario: uno in via Pallavicini adiacente alla fermata degli autobus diretti a Certosa, l’altro in via Pisoni. Proprio quest’ultima, soggetta frequentemente ad allagamenti, dovrebbe essere interessata «da un apposito intervento in grado di risolvere questa problematicità». E ancora «la necessità di inserire un impianto acustico e un percorso per i non vedenti nelle lanterne semaforiche di incrocio tra Piazza Durazzo Pallavicini e Ponte Polcevera; che sia presa il considerazione la possibilità di una adeguata illuminazione della Piazza Durazzo Pallavicini, ritenendo opportuno l’impegno da parte della Civica Amministrazione affinché venga potenziata la medesima; di diminuire lo spazio riservato alle merci sito in Via Croce Rosa civ. 1, a favore di parcheggi auto a zona disco».

    Durante l’assemblea di martedì 13 sono emerse anche altre preoccupazioni. In primis molti abitanti considerano la zona di Piazza Pallavicini “off limits” per mamme, bambini ed anziani, anche nelle ore diurne. La causa è la mal frequentazione di un luogo divenuto, ormai da anni, ritrovo di giovani e meno giovani che ciondolano in lungo e in largo, senza nulla da fare tutto il giorno. Indubbiamente, il verificarsi di alcuni episodi di micro criminalità, in particolare legati allo spaccio di sostanze stupefacenti, ha complicato la situazione. E si può comprendere la paura di chi abita nei palazzi che si affacciano sulla piazza e dei genitori che la attraversano con i bambini al seguito. Nello stesso tempo, però, questo non deve diventare il motivo di un colpevole immobilismo. Il comitato di Rivarolo, nato su iniziativa spontanea dei cittadini, da circa 2 anni lotta affinché l’immagine del quartiere muti radicalmente. Piccoli passi, per carità, ma importanti «Ci siamo occupati del teatro Albatros, di via Vezzani, abbiamo portato avanti diverse iniziative – hanno spiegato in assemblea – Il nostro sogno è quello di riportare la gente in piazza. Se il quartiere è più vivibile tutti ci guadagnano».

    Le critiche dei fautori di una stretta legalitaria non si sono fatte attendere «Abbiamo 100 mila euro e allora spendiamoli in sicurezza, in video sorveglianza! Gli agenti hanno paura a girare per la piazza e via Celesia. Chi l’ha mai visto il poliziotto di quartiere?».
    Inevitabili le contestazioni dei commercianti «Se togliete 40-50 posti auto per noi sarà davvero dura resistere e tenere le serrande aperte – sottolineano all’unisono – Siamo il tessuto vitale della società ma così non ci aiutate, così ci uccidete».
    Inoltre è emerso il disappunto perché il progetto non prevede la riqualificazione della vicina via Celesia. Ed il timore di veder partire i lavori, senza prima vedere realizzati concretamente i nuovi presidi di vigili urbani e carabinieri. Molti dubbi suscita anche la futura manutenzione dell’area per bambini «Chi garantirà la pulizia del giardino pubblico? Così rischiamo di lasciarlo in mano ai soliti frequentatori».

    Per fortuna non sono mancati i giudizi positivi. «Gli spazi vuoti e abbandonati diventano luogo di chi li occupa, come è accaduto finora alla piazza. Bonificare la zona creando degli interessi per la gente è un fatto positivo. L’errore sta nel non frequentare gli spazi pubblici. Bisogna riappropriarsi della piazza». E ancora «Via Celesia deve tornare ad essere un borgo. Pedonalizzarla sarebbe la soluzione migliore. La piazza è il primo passo della riqualificazione del quartiere. Da qualche parte bisogna pure cominciare …».

    Infine, alcuni abitanti, rivolgendosi ai rappresentanti del Municipio presenti all’assemblea – tra gli altri il presidente Iole Murruni, l’assessore Patrizia Palermo e diversi consiglieri di maggioranza e opposizione – hanno chiesto perché il progetto non è stato presentato ai cittadini in precedenza, ma solo adesso, ormai a giochi fatti. Insomma, rivendicando quello che poteva essere un vero processo di partecipazione.
    Il presidente Murruni ha provato a spiegare che purtroppo non è stato possibile, visto che lo stesso Municipio ha avuto ben poco tempo per visionarlo e soprattutto, se non avesse espresso parere positivo, il finanziamento si sarebbe volatilizzato.
    «È un discorso che a posteriori si può affrontare – spiega Murruni – Ma sappiamo che le competenze del Municipio sono limitate, il nostro parere non è neppure vincolante e spesso siamo addirittura scavalcati. L’intenzione è quella di condividere il progetto. Giovedì pomeriggio alle ore 15:30 è previsto un incontro con i tecnici comunali ed il progettista presso i locali municipali di via Reta a Bolzaneto. Auspichiamo che le nostre osservazioni e quelle degli abitanti possano essere accolte positivamente».
    Per quanto riguarda la tempistica dell’intervento «Sicuramente ci sarà un passaggio in commissione consiliare del Comune e poi partirà l’iter progettuale – conclude Murruni – i tempi, comunque, non saranno brevi».

     

    Matteo Quadrone

  • Sampierdarena, box in via Armirotti: storia di un progetto contestato

    Sampierdarena, box in via Armirotti: storia di un progetto contestato

    Un cantiere fermo da circa 6 mesi, un’area di 1200 metri quadrati che con l’arrivo delle prime piogge si è già trasformata in un acquitrino, il tutto circondato da palazzi, alcuni dei quali ultra centenari. Siamo nel cuore di Sampierdarena, in via Armirotti, una traversa di via Carlo Rolando, dove la costruzione di un’autorimessa su due piani interrati per complessivi 68 posti auto e di alcuni spazi in superficie destinati a verde attrezzato e parcheggio di uso pubblico, ha suscitato e continua a suscitare la preoccupazione degli abitanti visto che gli scavi insistono proprio sopra alla falda acquifera.
    I lavori e la conseguente alterazione della falda rischiano di compromettere la stabilità degli edifici di via Armirotti ma non solo, ad essere coinvolte sono anche le abitazioni che sorgono in via Currò, parte di via Rolando, via Agnese e via Storace. Un dedalo di strade che si snodano in una zona già ampiamente cementificata.
    Un cantiere sbucato dal nulla nell’ottobre 2011, come ricorda Angelo Olani, residente in un palazzo di via Armirotti che si affaccia sull’area «Di punto in bianco ci siamo trovati di fronte gli operai. Non sapevamo nulla del progetto approvato, nessuno si era premurato di informarci. Ne siamo venuti a conoscenza grazie ai cartelli di divieto di sosta affissi lungo la via una mattina di ottobre dell’anno scorso. E per i volantini che pubblicizzavano la vendita dei futuri box».

    Parliamo di un’area dismessa da almeno 20 anni. Un tempo qui sorgeva una carpenteria. In seguito, la parte che ospitava l’officina, è stata trasformata in box. La parte esterna, invece, dove si trovava un capannone, è rimasta abbandonata fino a quando non è stata acquistata dalla società Garaventa Spa, la quale alcuni anni fa ha presentato il progetto originario per la costruzione dell’autorimessa.
    Ma nel 2011 Garaventa Spa decide di abbandonare l’operazione. La proprietà ed il progetto vengono rilevati dalla Armirotti Park Srl, società con sede in via Ippolito D’Aste, costituitasi appositamente per realizzare l’intervento. I lavori partono il 17 ottobre 2011 con permesso di costruire n. 39 del 18 gennaio 2011 e dovrebbero concludersi il 17 ottobre 2014. La ditta esecutrice è la Gl Costruzioni Sas con sede a Montoggio. Da maggio 2012, però, gli operai non si sono più visti.

    «Siamo preoccupati perché sappiamo che nel sottosuolo passa acqua dappertutto – racconta Olani – Le memorie storiche del quartiere parlano chiaro: in questa zona, che ospitava orti e serre, a fine ‘800 scorreva un rivo incanalato che da via Currò scendeva fino alla piana di via Armirotti. Ed erano presenti anche due vasche per l’allevamento dei pesci».
    La vicina via Rolando si trova a 5 metri e poco più sul livello del mare. L’acqua, dunque, è una presenza costante nel quartiere e la falda acquifera è molto vicina al terreno.
    Negli anni ’60 c’è stato un inquietante precedente, come ricordano nitidamente alcuni anziani: per la forza dell’acqua è saltato addirittura il tetto di falda con il conseguente allagamento di via Armirotti. Occorre sottolineare che gli scavi prevedono di andare in profondità per almeno 7-8 metri.
    Le stesse relazioni idrogeologiche che accompagnano il progetto lasciano adito a qualche dubbio rispetto ai rischi che si possono riscontrare scavando nel sottosuolo di via Armirotti. Anche il progetto è tecnicamente complesso, proprio perché esiste la consapevolezza di dover fronteggiare una forte pressione dell’acqua.
    «Si parla di uno sbancamento di circa 15 mila metri cubi di terra da asportare, ovvero 700-800 camion che dovranno transitare per via Armirotti – spiega Olani – Una strada stretta a doppio senso e senza uscita. Inoltre bisogna considerare l’impatto ambientale sulle vie Armirotti, Currò, Rolando, Agnese, Storace, a causa di rumore, vibrazioni e polveri dei camion e betoniere». La paura è dovuta soprattutto allo sbancamento che sconvolgerebbe la naturale falda acquifera, oltre a creare una depressione nel sotto strada e alle fondamenta dei palazzi confinanti.

    Gli abitanti nell’ottobre 2011, appena avviati i lavori, si riuniscono in un comitato, raccolgono centinaia di firme e presentano un esposto al Municipio Centro-Ovest affinché verifichi il concreto impatto della prevista costruzione.
    A metà novembre si svolge un incontro al Matitone alla presenza dell’allora assessore all’Edilizia Privata, Giovanni Vassallo, del dottor Paolo Berio, dirigente della Direzione Sviluppo Urbanistico e Grandi Progetti del Comune, del Presidente di Municipio, Franco Marenco e di alcuni esponenti del comitato. Nell’occasione viene decisa l’attivazione di una commissione geologica di verifica del progetto.
    A dicembre il cantiere comincia le palificazioni ma la commissione dei geologi ancora non si è fatta sentire. Grazie alle pressioni del comitato, il 22 dicembre, il consiglio municipale approva all’unanimità un documento che chiede al Sindaco e agli assessori Vassallo e Farello, di rispondere alle istanze dei cittadini.

    «Il 19 ottobre abbiamo presentato formale richiesta all’ufficio Edilizia Privata del Comune per poter visionare tutta la documentazione relativa al progetto dell’autorimessa – ricorda Olani – La prima parte della documentazione ci è stata consegnata dopo oltre 2 mesi dalla richiesta, il 3 gennaio 2012. Ci siamo accorti, però, che mancavano le relazioni ed i monitoraggi più recenti».
    Eppure, da informazioni ricevute, prima dell’avvio dei lavori dovevano essere eseguiti ulteriori approfondimenti. «La seconda parte, quella più importante che comprende le ultime verifiche (relazione idrogeologica-geologica, relazione monitoraggio e percussioni, relazione salvaguardia strutture contenimento) è giunta nelle nostre mani solo il 10 gennaio 2012, un giorno prima dell’ultima riunione – continua Olani – Ma le carte erano intonse, come se nessuno si fosse preso la briga di leggerle. Per gli uffici comunali ormai la pratica era archiviata e l’intervento approvato. Il Comune fa sempre meno accertamenti, non dispone di un numero adeguato di tecnici in grado di seguire simili interventi, il suo ruolo è diventato quello di archivista, punto e basta».

    L’11 gennaio gli abitanti del quartiere partecipano all’ultimo incontro pubblico con Vassallo, il dirigente Berio, i geologi del Comune, il presidente del Municipio e alcuni consiglieri. «I geologi hanno minimizzato i nostri dubbi – ricorda Olani – rovesciando la lettura piezometriche del monitoraggio esistente sulla falda, cercando di dimostrare la scarsa pressione del terreno e dell’acqua, non tenendo conto in minima considerazione le memorie storiche. L’assessore Vassallo ci ha invitato a dimostrare il contrario con una nostra perizia tecnica. Abbiamo interpellato un ingegnere ed un geologo ma poi, per ragioni economiche, non siamo riusciti a realizzare una contro perizia».

    E così nel dicembre 2011 partono le palificazioni «In pratica è come se le avessero messe nel burro – ribadisce Olani – Infatti nel sottosuolo, per almeno 17-20 metri ci sono solo sabbia e ghiaia. Il terreno compatto si trova dopo i 20 metri di profondità. Per realizzare i box andranno sotto di circa 7-8 metri. Qui dovrebbero creare una base di drenaggio per contenere la nuova struttura. Noi come comitato abbiamo proposto una soluzione ragionevole con un intervento più contenuto: 1 piano interrato e 1 piano in superficie, in maniera tale da creare meno problemi. Ma la nostra proposta è caduta nel vuoto».
    «Hanno infilato i pali per le letture piezometriche nel terreno, scendendo ripettivamente fino a circa 20 metri e 24 metri di profondità – racconta Olani – Quando si sono stabilizzati a 5 metri, a livello della falda, hanno azionato una pompa che aspira circa 0.8 litri d’acqua al secondo per vedere in quanto tempo riuscivano a svuotare un tot di metri. Quando hanno fermato la pompa l’acqua si è alzata di 2 metri e mezzo in un solo minuto: questo fa comprendere quanta pressione ci sia nel terreno».

    La relazione geologica a corredo del progetto, datata da timbro comunale agosto 2011, in merito all’inquadramento geomorfologico ed idrogeologico, afferma «Il settore, pienamente inserito nel tessuto cittadino, risulta fortemente antropizzato tanto che l’intensa urbanizzazione ha di fatto completamente alterato quelli che erano i lineamenti morfologici originari».
    Per quanto riguarda la circolazione idrica sottosuperficiale «la presenza di depositi alluvionali (argille e limi, con presenza di lenti sabbioso-ghiaiose) interdigitali a depositi eluvio-colluviali provenienti dai versanti sovrastanti (anch’essi a matrice fine ma con variabili quantità di scheletro), poggianti entrambi su di un substrato dotato di una scarsa permeabilità secondaria per fatturazione, condiziona significativamente l’andamento della circolazione idrica sottosuperficiale».
    Poi la relazione aggiunge «Si può pertanto ipotizzare la presenza di una modesta circolazione idrica dovuta a contrasto di permeabilità sia all’interno dei depositi alluvionali e delle coltri di copertura, sia che a maggior profondità, tra quest’ultimi ed il substrato roccioso».
    Tesi confermata dalle letture del livello freatico nei piezometri installati nei fori di sondaggio «Le prove di pompaggio hanno evidenziato tempi di risposta nella variazione del livello piezometrico all’abbattimento mediante pompaggio e alla ricarica piuttosto brevi: 2-3 minuti per un primo abbassamento significativo di circa 5 metri – sottolinea la relazione – Mentre per abbattere il livello piezometrico di ulteriori 5 metri i tempi si dilatano fino a circa due ore a pompaggio costante (0.83 l/s). Tali informazioni connesse con i valori di permeabilità di detti terreni medio bassi consentono di ipotizzare una circolazione idrica sottosuperficiale profonda».
    Quindi i risultati evidenziano un repentino abbattimento del livello piezometrico di 5 metri in pochi minuti «Anche la fase di risalita del livello, interrotto il pompaggio, ricalca lo stesso modello – continua la relazione – una risalita repentina nei primi 3 minuti di circa 4,5 metri e di circa 6,5 metri».

    Quali sono le tappe che hanno portato all’approvazione del contestato progetto di via Armirotti?
    Il 4 maggio 2005 la parte privata (all’epoca Garaventa Spa) ha presentato istanza presso il Settore Edilizia Privata del Comune di Genova volta ad ottenere il permesso di costruire un autorimessa interrata per 67 posti auto.
    Il Settore Urbanistica e Parcheggi in data 20 settembre 2005, 2 ottobre 2007 e 13 ottobre 2008, ha espresso pareri favorevoli al progetto presentato in quanto coerente con la disciplina urbanistica di riferimento, evidenziando che la realizzazione dell’intervento sarà subordinata alla stipula di un’idonea convenzione con la Civica Amministrazione volta a disciplinare le modalità di realizzazione, gestione e fruizione dell’area destinata a verde pubblico attrezzato e parcheggio uso pubblico, nonché sull’istanza di recupero della superficie agibile.
    Il Settore Edilizia Privata-Ufficio Geologico il 10 novembre 2006 si è espresso con parere favorevole con prescrizioni attinenti sia all’inizio lavori sia alla fase esecutiva.
    Il 5 novembre 2009 con provvedimento di Giunta comunale n. 402, il Comune ha accettato l’atto di impegno sottoscritto il 5 maggio 2009 ed ha approvato la bozza di convenzione da stipularsi fra le parti.
    La Convenzione tra Comune di Genova e Garaventa Spa, volta alla realizzazione di un parcheggio e di verde attrezzato in servitù di uso pubblico, viene sottoscritta il 2 febbraio 2010.
    Gli interventi necessari alla realizzazione di verde e parcheggio sulla superficie di copertura della nuova costruzione dovranno essere realizzati dalla parte privata contestualmente all’autorimessa.
    «La parte privata si impegna a garantire la costante e gratuita fruizione pubblica indifferenziata delle menzionate aree destinate a verde pubblico attrezzato e a parcheggio di uso pubblico – sottolinea la convenzione del 2010 – e ad assumere tutti gli oneri di gestione nonché di manutenzione ordinaria e straordinaria».
    Ma in seguito aggiunge «Previa autorizzazione del Comune potrà essere consentito alla parte privata gestire il parcheggio pubblico mediante forme di fruizione pubblica indifferenziata a titolo oneroso qualora la Civica Amministrazione ritenesse tale forma di gestione più consona al soddisfacimento del pubblico interesse perseguito. Le tariffe massime per tale forma di gestione del parcheggio non potranno comunque eccedere i limiti massimi delle corrispondenti tariffe per l’utilizzo degli impianti di proprietà o gestiti dal Comune di Genova, ovvero per conto di esso».

    «In zona indubbiamente c’è necessità di parcheggi – conferma Lucia Gaglianese, abitante del quartiere e consigliere Pdl del Municipio Centro-Ovest – Ma questa non è una risposta adeguata. In sede di Municipio, l’amministrazione comunale ha ventilato l’ipotesi di destinare ai residenti, a titolo gratuito, i circa 12-14 posti auto previsti sulla superficie di copertura dell’autorimessa, però non esiste ancora un impegno ufficiale. Una nuova costruzione così impattante, comunque, non era necessaria. Sarebbe stato più ragionevole accogliere la proposta di riduzione del comitato. Inoltre, l’intervento che ha portato alla pedonalizzazione di via Rolando, doveva essere intrinsecamente legato alla demolizione della rimessa Amt di via Reti che avrebbe lasciato spazio a numerosi posti auto. Un’operazione di cui si parla spesso ma finora mai avviata».
    A destare preoccupazione è anche la futura apertura dell’area verde attrezzata «È solo un “contentino” per far tacere le contestazioni – sottolinea Olani – Chi si preoccuperà della cura e del controllo di questi spazi? Già oggi il quartiere, soprattutto di notte, vive i suoi problemi a causa della presenza di un circolo che crea disagio per gli schiamazzi e l’ubriachezza molesta dei frequentatori. Chi garantirà la sicurezza dei nuovi giardini?».

    Senza contare che allo stato attuale nel cantiere non si muove una foglia ed il rischio concreto è quello di ritrovarsi con un vero e proprio buco nero al centro della delegazione, chissà per quanto tempo.
    «Il gruppo di minoranza in Municipio Centro-Ovest (Pdl, Lega Nord, Lista Musso) a breve presenterà un documento per chiedere lumi sulla vicenda – conclude Gaglianese – Vogliamo capire quali sono le intenzioni dell’amministrazione».

    «Siamo fermi da aprile-maggio – conferma il direttore tecnico di cantiere, il geometra Mario Pullara – il problema è il ritardo nei pagamenti da parte del committente (Armirotti Park, ndr). Siamo in arretrato di almeno 2-3 mesi di stipendi. Il cantiere sicuramente non è ben visto dai residenti. In effetti, si tratta di una struttura impegnativa dal punto di vista tecnico. Andiamo a toccare una falda acquifera. Comunque c’è stato un attento monitoraggio sia precedente, sia in fase di esecuzione dei lavori. Capisco la preoccupazione delle persone ma in casi come questi è necessario provare a convivere e trovare la soluzione migliore per la ditta impegnata nei lavori e per gli abitanti. Non sono più in contatto con il committente ma da notizie ufficiose l’intenzione è quella di rescindere il contratto con la Gl Costruzioni Sas ed affidarsi ad altre ditte».

     

    Matteo Quadrone

  • Begato, un nuovo progetto edilizio devasta il quartiere

    Begato, un nuovo progetto edilizio devasta il quartiere

    Un progetto calato dall’alto, sviluppato con un processo decisionale privo della necessaria trasparenza e soluzioni architettoniche assai discutibili, un intervento spacciato quale risposta all’emergenza abitativa, sì però a termine, visto che gli alloggi realizzati saranno vincolati a tale destinazione solo per 15 anni e poi spazio al libero mercato.
    Stiamo parlando della costruzione di uno svettante edificio residenziale in via Maritanoa metà strada tra Teglia e Bolzaneto11 piani (di cui 1 pianterreno e 2 seminterrati) per un altezza di circa 40 metri che insistono su un’area di oltre 5000 metri quadrati, adiacente all’autostrada A7 Genova-Milano e a via Ortigara, stretta strada che si inerpica su una porzione della Val Polcevera, almeno finora, parzialmente salva dalla cementificazione selvaggia.
    Siamo in un triangolo che in pochi chilometri comprende esperienze fortemente negative di edilizia pubblica, quali la tristemente nota “Diga” del quartiere Diamante, che dista solo alcune centinaia di metri, la casa-albergo proprietà di Poste Italiane in via Linneo e diversi insediamenti in via Tofane, entrambe dall’altro lato della collina, zone soffocate da una pesante edificazione che oltre a deturpare l’aspetto urbanistico crea un fortissimo disagio sociale dovuto alla eccessiva “concentrazione massiva”. Al contrario, nell’area di via Ortigara, la tipologia edilizia è caratterizzata da case indipendenti, spazi verdi, orti privati e stabili con sedime ridotto e un numero limitato di piani (massimo 5/6 piani fuori terra, quest’ultimi edifici, per altro rari, sono edificati sul crinale, senza ledere alcun diritto di veduta verso le circostanti colline).

    Fino a poco tempo fa il lotto era occupato da un fabbricato industriale dismesso ormai da anni, costituito da un volume piuttosto compatto con altezza variabile tra i 10 ed i 20 metri e con una superficie agibile di 4159 mq complessivi. Oggi il capannone è stato eliminato, grazie ad una celere demolizione partita nella primavera scorsa e conclusa in pochi mesi lavorando a ritmi serrati, anche il sabato e la domenica, ricordano gli abitanti, con una fretta dettata soprattutto dal timore di perdere il finanziamento previsto per l’operazione.
    L’area è proprietà di Spim (Società per la promozione del patrimonio immobiliare del Comune di Genova, partecipata al 100% dal Comune) la quale ha proposto un intervento – compreso nel “Programma Locale per la Casa del Comune di Genova” ammesso a finanziamento regionale con DGR 314/2010che prevede la realizzazione di 67 unità immobiliari di cui 55 destinate ad edilizia sociale per locazione a canone moderato con vincolo di durata pari a 15 anni.

    L’Accordo di Programma Quadro per l’attuazione del Programma, stipulato da Comune di Genova e Regione Liguria in data 19 maggio 2011, disciplina le modalità di erogazione del cofinanziamento regionale che per il progetto di via Maritano ammonta ad euro 2.550.140,45. A quest’ultimi bisogna sommare altri euro 5.981.138,61 di finanziamenti del Comune e della società proponente, per un totale di oltre 8,5 milioni di euro.

    Ma per quale motivo è stata scelta una soluzione verticale così impattante ed invasiva, in grado di deturpare per sempre il paesaggio? La risposta si può leggere nella relazione tecnico illustrativa, presentata in Conferenza dei Servizi in seduta referente, il 10 febbraio 2012 «La porzione di lotto edificabile su cui si sviluppa il sedime del nuovo fabbricato è definito dai limiti imposti dalla distanze con i manufatti circostanti: precisamente la fascia di rispetto autostradale (30 metri), i confini del lotto (5 metri), i cigli delle strade (3 metri) ed i fabbricati (10 metri). L’area è interessata per oltre il 70% della sua superficie dalla fascia di rispetto autostradale che ne limita fortemente l’uso e la trasformazione; infatti in detta zona non è possibile la costruzione ex novo di alcun manufatto. Ma semplicemente una sistemazione delle aree con inserimento di percorsi viari e pedonali oltre alla realizzazione della rete di smaltimento delle acque meteoriche».
    In altri termini, i progettisti sono stati costretti a limitare la larghezza dell’edificio – a causa dell’imposizione di una distanza di almeno 30 metri dall’autostrada – e hanno pensato bene di recuperare le volumetrie in altezza, immaginando un palazzo che ha un’inquietante somiglianza estetica con la “Diga”, in un contesto che nulla a che vedere con un simile intervento. Forse era opportuno immaginare uno sfruttamento migliore dell’area ed un intervento sensato avrebbe potuto riprendere le volumetrie del capannone presistente, magari attraverso una ristrutturazione e non la completa demolizione.

     

     

     

     

     

     

     

    Il progetto rispetterà pure tutti i parametri urbanistici, però non si cala adeguatamente nel contesto reale, ovvero sembra disegnato sulla carta da tecnici che non devono aver mai messo piede nei dintorni di via Maritano e via Ortigara.
    Relativamente al PUC vigente l’intero lotto ricade in un ambito speciale denominato BBu. Nel art. BB-RQ11) comma 1 si specifica che nell’ambito del lotto è espressamente consentita la demolizione e ricostruzione. Mentre in relazione al preliminare di PUC adottato, l’area ricade in zona AR-UR (ambito di riqualificazione urbanistico-residenziale). Il progetto, inoltre, risulta conforme a quanto prescritto nel Regolamento Edilizio Comunale.

    «Il nuovo edificio – leggiamo nella relazione tecnico illustrativa – è costituito da due piani interrati da destinarsi ad autorimessa pertinenziale, un piano terreno con spazi e sistemazioni esterne pubbliche ed è articolato in elevazione in quattro corpi di fabbrica con altezze differenti per meglio armonizzarsi con il terreno ed i fabbricati esistenti, raggiungendo l’altezza massima di otto piani».
    In relazione alla dotazione di parcheggi pertinenziali «si evidenzia che rispetto ai minimi prescritti dalla norma (art.51 comma 1 ed art. BB-RQ7 comma 1.3) fissati nel 35% della S.A., il presente intervento prevede la realizzazione di un numero di parcheggi in misura di 1 a 1 con il numero delle abitazioni risultanti, ovvero la realizzazione di n.67 tra box e posti auto coperti e scoperti che in termini di superficie superano il minimo richiesto», sottolinea la relazione.
    Suscita perplessità la presenza di numerosi box, considerando che la maggior parte degli alloggi sono destinati alla locazione a canone moderato e non si comprende a quale esigenza possano rispondere, se non in gran parte alla libera vendita.
    Al piano terreno è previsto uno spazio, a disposizione del condominio, di circa 80 mq, che potrà essere utilizzato semplicemente come locale condominiale o per la creazione di uno spazio culturale-ricreativo o di una ludoteca con funzioni educative e aggregative.
    «In generale la sistemazione delle aree esterne comprese nel lotto favorisce l’inserimento del nuovo complesso e consente la fruizione dei nuovi spazi agli abitanti degli edifici circostanti mediante la creazione di servizi e percorsi pedonali di penetrazione – continua la relazione – Le aree esterne dell’edificio in progetto sono sistemate con percorsi viari, pedonali e zone ad uso pubblico, con giardini, giochi bimbi e aree pavimentate. Il parcheggio attualmente presente a nord del lotto verrà mantenuto e diventerà parcheggio pubblico a servizio del nuovo insediamento e del quartiere».

     

    Oggi l’iter di approvazione del progetto è in via di svolgimento. A febbraio 2012, come detto, si è svolta la seduta referente della Conferenza dei Servizi, in cui è stato illustrato il progetto.
    Adesso siamo in fase istruttoria, nella quale si raccolgono tutti i pareri degli enti interessati, in attesa della seduta deliberante della Conferenza dei Servizi, chiamata ad esprimere il suo assenso/dissenso.
    I residenti della zona, non appena venuti a conoscenza dell’intervento – solo nel giugno 2012, perché in precedenza erano stati tenuti all’oscuro di tutto – si sono attivati con una raccolta firme (200 quelle raccolte) e con la presentazione di puntuali osservazioni critiche inviate in data 21 giugno 2012 a: Sindaco del Comune di Genova, Marco Doria; Direzione Sviluppo Urbanistico e Grandi Progetti. Settore Pianificazione Urbanistica del Comune di Genova; Direzione Programmi di Riqualificazione Urbana e politiche della Casa del Comune di Genova; Municipio V Vapolcevera; oltre ad una mail inoltrata all’Assessore Bernini (in data 22.06.2012).
    Una risposta è arrivata solo dal Municipio che ha esaminato il progetto esprimendo all’unanimità un parere negativo (come vedremo in seguito).

    «Si ritiene non ammissibile una concentrazione di volumetria su quel sito, nella quantità, forma e posizione pari a quella prevista», scrivono gli abitanti che non intendono opporsi ad una nuova edificazione, purché sia adeguata al sito. Infatti, quando sono iniziati i lavori di demolizione dell’ex fabbrica in disuso, si è manifestato un chiaro assenso al cambiamento, questo però prima di conoscere il tipo di intervento proposto, che si reputa ulteriormente dequalificante per la zona.
    «Dal punto di vista architettonico si ritiene che il nuovo fabbricato non sia in alcun modo contestualizzato» sottolineano i residenti che contestano soprattutto l’eccessiva sopraelevazione dell’edificio residenziale.
    «Dagli elaborati di progetto di cui si è potuto prendere visione si rileva che il nuovo immobile, nel punto più alto, si sopraelevi rispetto alla quota di copertura più alta dell’edificio esistente, parzialmente demolito, di circa ulteriori 18 m, prevedendo un’altezza complessiva dal piano di campagna di circa 40 m. L’elevazione esagerata comporta una completa occlusione ai fabbricati prospicenti e comunque un eccessivo impatto visivo per gli altri (anche da altri punti di vista della collina»).
    Il carico insediativo previsto (67 appartamenti) «non è sufficientemente supportato dai servizi di zona (pubblici e privati), probabilmente dimensionati nel rispetto delle normative vigenti e in adozione, ma nella realtà dei fatti chi vive e risiede sul posto ha la consapevolezza di quanto già ora la viabilità locale sia inadeguata, di quanto si risenta della carenza di posti auto e della mancanza di servizi primari e ne subisce gli esiti. L’inevitabile sosta delle vetture lungo la via e i percorsi carrabili ridotti attualmente quasi a senso unico alternato sono ovviamente a discapito della sicurezza anche per il transito di mezzi di soccorso».
    La preoccupazione di come l’intervento proposto possa peggiorare ulteriormente la situazione è altissima. «per altro, la superficie destinata a parcheggio pubblico del nuovo insediamento (solo 450 mq), comprende un’area che già nell’uso comune è impiegata a tale scopo (utilizzata a compensazione dei posti auto espropriati precedentemente per la costruzione dell’attuale via Maritano e, quindi non solo non migliora la situazione esistente, ma chiaramente non è in grado di supportare il nuovo)».
    I residenti, di conseguenza, chiedono che venga rivisto il progetto presentato in Conferenza dei Servizi «studiando un criterio di assegnazione tale da permettere una reale integrazione e non una “ghettizzazione” dei nuovi insedianti, con una volumetria meno impattante e che consenta di costruire un nuovo fabbricato, con un’altezza massima pari alla quota più alta della costruzione pre-esistente».
    «Noi siamo disponibili ad eventuali confronti con i soggetti proponenti, proprietari e gli uffici della Pubblica Amministrazione preposti e interessati all’area in oggetto, come già in forma colloquiale ci si è proposti – concludono gli abitanti – per elaborare una soluzione di compromesso che possa portare ad un progetto compatibile con la localizzazione, salvaguardare i diritti di ciascuno e soddisfare il più possibile le esigenze delle varie parti».

     

     

     

     

     

     

     

    I tecnici di Spim, in maniera ufficiosa, durante un incontro tenutosi il giorno 4/09/2012 nella sede del Municipio V Valpolcevera, alla presenza del Vice Sindaco, del Presidente del Municipio, degli assessori appartenenti alla Giunta Municipale, del Presidente della II Commissione (Bilancio, Assetto del Territorio, Sviluppo Economico, Tutela Ambiente), hanno proposto una modifica del progetto iniziale, con la riduzione di 2 piani che comporterebbe l’eliminazione delle 12 unità immobiliari (u.i.) destinate alla vendita di mercato e la conferma della presenza delle 55 u.i. destinate a edilizia sociale. In sostanza, però, la sagoma dell’edificio non muterebbe e rispetto al punto più alto del vecchio capannone ormai demolito, i metri di sopraelevazione rimarrebbero comunque una decina.
    «Il progetto seppur abbia ricevuto modifiche progettuali rimane fortemente impattante per la zona che è caratterizzata da piccole costruzioni con un numero limitato di piani (3/4 massimo fuori terra) – scrive la Commissione II del Municipio Valpolcevera, il 19 ottobre scorso – la Commissione ritiene il fabbricato, così come previsto da progetto, non contestualizzato con la zona e incompatibile dal punto di vista paesistico, architettonico e della mobilità locale che risulta particolarmente critica all’altezza dell’uscita di Via Maritano».
    Per questi motivi la Commissione esprime «parere contrario all’unanimità alla realizzazione del progetto così come attualmente strutturato, nonostante il medesimo abbia ricevuto modifiche progettuali, che comunque non consentono di ritenere l’intervento ancora adeguato al contesto in cui è stato inserito».
    La Commissione ritiene necessario «un riesame del progetto edilizio cui segua un suo ulteriore ridimensionamento nei volumi e nelle dimensioni, soprattutto in sviluppo verticale, in modo da realizzare un’opera di altezza non eccedente i volumi di altezza del precedente edificio già demolito riprendendo lo sky line di tale costruzione (32 alloggi); che si valuti il trasferimento dei volumi eccedenti in altre aree dove siano già previsti possibili o analoghi interventi di” social Housing”».
    La netta contrarietà all’opera è stata ribadita all’unanimità dal consiglio municipale in data 25 ottobre 2012. Purtroppo però il parere del Municipio non è vincolante.

    Giunti a questo punto è ancora possibile fermare il progetto? L’istruttoria è aperta e c’è ancora tempo per intervenire. Occorre trovare un equilibrio tra i vari interessi in campo. Magari attraverso una modifica all’accordo di programma tra Comune e Regione.
    La paura degli abitanti è che – considerando l’investimento significativo e gli importanti finanziamenti in ballo – ci sia la volontà politica di approvare il progetto così com’è. Al contrario, questo intervento potrebbe trasformarsi in un’occasione per dare un contributo vero alla riqualificazione, per dimostrare che gli amministratori sanno davvero amministrare la cosa pubblica.
    Esiste, infatti, la possibilità della perequazione, ovvero la volumetria non costruita sul sito può essere sfruttata in altri interventi di edilizia pubblica e privata in previsione sul territorio.

    Il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) si è recato sul posto e ha ascoltato le istanze degli abitanti. «Già non mi pare un intervento adeguato per rispondere all’emergenza abitativa, visto che gli appartamenti saranno destinati a edilizia sociale solo per 15 anni – spiega Pellerano – Le criticità evidenziate dai residenti sono condivisibili. Un intervento simile in questa zona è completamente sbagliato. Si rischia di compromettere la tranquillità del luogo e peggiorare la qualità di vita delle persone. Meno male che a parole, in tanti e di ogni parte politica, hanno preso le distanze da operazioni di edilizia pubblica devastanti. E però oggi propongono un nuovo scempio. Io posso intervenire considerando che la Regione contribuisce con un sostanzioso finanziamento di 2,5 milioni di euro. Farò un’interrogazione per portare la questione all’attenzione della Giunta regionale. Voglio allargare il tema. Si può trovare un accordo Comune-Regione. Quello che non costruiamo qua, costruiamolo da un’altra parte, senza rischio di perdere il finanziamento».

    In effetti lo stesso accordo di programma Comune-Regione recita all’Art. 8 Rimodulazione dell’accordo di programma locale casa «Prima della consegna/inizio lavori, pena la revoca finanziamento, sono ammesse delle modifiche: è ammesso il trasferimento di alloggi o posti letto da un intervento all’altro nell’ambito del Programma locale per la casa, fermo restando invariato il numero e la tipologia di offerta abitativa complessivi e purché non si rilevi una riduzione della superficie complessiva riconoscibile (SCR) superiore al 10%».
    Inoltre all’art. 10 Disposizioni generali e finali: «L’accordo può essere modificato o integrato per concorde volontà dei partecipanti mediante sottoscrizione di atto integrativo previa approvazione degli organi competenti».

     

    Matteo Quadrone

    Foto e video di Daniele Orlandi