Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Rio Fegino, messa in sicurezza: mancano soldi per interventi a monte

    Rio Fegino, messa in sicurezza: mancano soldi per interventi a monte

    Fegino. rio. passerella abusiva1A breve partiranno i lavori per la realizzazione del nuovo ponte di via Ferri e la messa in sicurezza – parziale – del rio Fegino, in Val Polcevera, uno dei corsi d’acqua nostrani che desta maggiore preoccupazione perché, più di una volta (l’ultima nell’ottobre 2010), ha causato disagi e danni a persone e cose. Ma gli interventi previsti fanno già discutere gli abitanti di quello che un tempo era un borgo di campagna, ospitante decine di botteghe artigiane circondate da vasti appezzamenti di terreno coltivati, progressivamente trasformatosi – con l’avvento dell’industrializzazione – nell’ennesimo quartiere periferico soffocato da innumerevoli servitù.
    La gara da 1 milione e 366 mila euro si è conclusa ai primi di maggio e l’appalto se l’è aggiudicato l’impresa edile Edil due s.r.l. di Sestri Ponente “…con un’offerta al ribasso del 37% – scrive “Il Secolo XIX” (09/05/2013) – assicurando di riuscire ad eseguire le opere richieste utilizzando 926 mila euro complessivi”. Stiamo parlando dell’adeguamento idraulico del ponte di via Ferri sul rio Fegino e del primo tratto di rio a monte del ponte stesso.
    Dagli uffici comunali spiegano che a valle si è già intervenuti in due fasi, l’ultima circa 2 anni fa: dal ponte di via Ferri in direzione della confluenza del rivo nel torrente Polcevera. «Solitamente si parte dalla foce per poi risalire il corso d’acqua – aggiunge Sergio Abbondanza, segretario dell’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – Adesso dobbiamo adeguare il ponte per permettere di alzarlo e raddoppiare le carreggiate. Inoltre, abbasseremo l’alveo del rio a partire dal ponte di via Ferri in direzione monte fino all’altezza del traliccio dell’Enel (poco prima del ponte ferroviario di via Borzoli)».
    In pratica la vecchia struttura sarà demolita e ricostruita a fianco, in versione più alta e più larga. «Garantiremo il mantenimento del doppio senso di marcia – assicura il segretario dell’assessore ai Lavori Pubblici – realizzando prima il nuovo ponte dove sarà spostato il traffico veicolare. Dopodiché abbatteremo il vecchio».
    Il progetto contempla ben 2 anni di lavori – con i conseguenti disagi per la viabilità – ma pare che la ditta vincitrice della gara si sia impegnata a garantire tempi più ristretti che lo stesso assessorato ai Lavori Pubblici ritiene «Impossibili da rispettare».

     

    RIO FEGINO, DIGHE GALANO, RIO FIGOI: LE CRITICITÀ SONO A MONTE

    I principali affluenti del torrente che attraversa Fegino sono il rio Figoi, che scende dal versante montuoso di Borzoli e due rivi minori: il Galano ed il Bordello che declinano dalla costiera di Fegino per poi ricongiungersi a valle di Salita Pianego e confluire nel rio Fegino nei pressi dei Giardini Montecucco.
    La presenza di tre antiche digheuna lato Borzoli, sopra quello che fino ad una cinquantina di anni fa era il Lago Figoi (dove oggi si trova l’impianto sportivo comunale) e due sul versante di Fegino, lungo il rio Galano – garantiva il regolare deflusso delle acque.
    La zona tra Borzoli e Fegino ha sempre fatto i conti con i numerosi ruscelli che corrono sia in superficie che nel sottosuolo. Una costante dell’intera Val Polcevera. Il buon senso di una volta ha partorito soluzioni lungimiranti, quali il sistema di dighe che, storicamente, ha svolto egregiamente il proprio ruolo. Oggi, però, tali strutture sono circondate da foltissima vegetazione spontanea e necessitano di adeguata manutenzione. Le fotografie documentano, in maniera inequivocabile, come il tutto sia pressoché abbandonato a se stesso, in attesa di periodi più floridi.
    «A monte non siamo più intervenuti – conferma l’assessorato ai Lavori Pubblici di Palazzo Tursi – Ad eccezione di un intervento di somma urgenza dopo l’alluvione del 4 ottobre 2010». Lavori per lo sgombero del trasporto vegetale dagli invasi delle dighe Galano e Figoi: circa 22 mila euro per una pulizia sommaria realizzata in una decina di giorni. Poi più nulla.

    Fegino.diga Galano2Borzoli. diga Figoi1

     

     

     

     

     

     

     

    Tornando al rio Fegino, la popolazione non sembra convinta della bontà delle prossime operazioni. «Così non risolveranno un bel niente!– accusa Franco Traverso, residente e portavoce del Comitato per la riqualificazione di Fegino – La messa in sicurezza riguarderà solo la prima parte del torrente su via Borzoli, pressappoco fino all’altezza dell’impresa Alpitel. Il tratto più importante, quello che occorre sistemare con urgenza, non sarà toccato».
    In merito all’allargamento del ponte, secondo gli abitanti, esso è utile soprattutto per migliorare la viabilità dei mezzi pesanti. Sono note, infatti, le difficoltà di circolazione dei camion che quotidianamente transitano per via Ferri e via Borzoli.
    Ai fini della protezione dal rischio idraulico «Abbiamo chiesto di ripristinare la ringhiera di protezione sull’argine del torrente, ma non sappiamo se saremo ascoltati», sottolinea Traverso.
    A destare preoccupazione, in particolare nei commercianti, sono anche le inevitabili ripercussioni sul traffico veicolare, durante l’esecuzione dei lavori. «Il Comune sta ragionando su quest’aspetto? – si domanda Maurizio Braga del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino, proprietario di un forno in Salita al Lago – Prima di dare il via agli interventi almeno dovrebbero confrontarsi con noi».

    Fegino. rio. passerella abusiva2Risalendo il rio Fegino in direzione Borzoli, la situazione, già a vista d’occhio, appare pericolosa. Una foltissima vegetazione riveste il letto del torrente e deborda addirittura dagli argini. In poche centinaia di metri sono presenti 3-4 passerelle che, in caso di piena, rischiano di trasformarsi in dighe artificiali. In particolare una di queste, un vero e proprio ponte con un franco idraulico di neppure mezzo metro, situato dinanzi alla ditta Euro Blinda. «È una struttura palesemente abusiva che va immediatamente eliminata – spiega Franco Traverso – Noi lo abbiamo segnalato agli uffici competenti ma finora nessuno è intervenuto».

     

    Salendo ancora, nei pressi dei Giardini Montecucco e Salita al Lago – alla confluenza degli affluenti nel rio Fegino – il quadro non migliora. Soprattutto il rio Figoi, capace di causare pesanti devastazioni nell’ottobre 2010, necessita di una messa in sicurezza. O perlomeno di una costante pulizia.
    «Il corso d’acqua non è curato, in particolare a monte – spiega Braga – in caso di forti piogge scendono massi, arbusti e tronchi d’albero. È qui che dovrebbero intervenire, piuttosto che a valle. Sono anni che non si esegue alcuna manutenzione, neppure sui 2 rivi che scendono dalla costiera di Fegino, il Galano e il Bordello».

    Borzoli. diga Figoi2Borzoli. rio Figoi3

     

     

     

     

     

     

     

    In cima a Salita al Lago, a fianco della “creuza” di via Burlo, costruzioni lasciate a metà sono l’impronta del tentativo di cementificazione a due passi dal rivo. I lavori, fortunatamente, sono stati bloccati. Ora rimane lo scempio di edifici abbandonati a se stessi, forse nella speranza di una futura approvazione dell’intervento.
    «Il cantiere è stato sequestrato e da oltre 1 anno è abbandonato», sottolinea Maurizio Braga. Non c’è un cartello e nessun controllo sull’area, recintata ma facilmente accessibile da chiunque. È evidente il tentativo di speculazione edilizia per realizzare nuove residenze, in pratica con le fondamenta sull’acqua, dove anni orsono sorgeva un antica casa di pietra dotata di mulino.

    Borzoli. Salita al Lago2Borzoli. Salita al Lago1

     

     

     

     

     

     

     

    Chi sperava in un secondo lotto di lavori – perlomeno sulla parte a monte del rio Fegino –  rimarrà deluso. «Ad oggi sono esclusi altri lavori – risponde Sergio Abbondanza, segretario dell’assessore ai Lavori Pubblici – Purtroppo non ci sono risorse sufficienti. Dobbiamo spiegarlo ai cittadini. I no, magari se motivati, possono anche essere accettati dalla popolazione». Confermando così l’intenzione del Comune di organizzare un momento informativo con i cittadini.
    Il refrain è sempre lo stesso: i soldi sono quelli che sono. Ovvero sempre meno.
    «Venerdì scorso si è svolto un incontro con il Municipio Ponente – racconta Abbondanza – A Sestri Ponente si sta formando un gruppo di volontari che hanno manifestato la volontà di occuparsi della manutenzione di alcuni rivi minori della zona. Stiamo cercando di capire come coordinarci per fare sistema – conclude il segretario dell’assessore Gianni Crivello – Questa potrebbe essere una soluzione anche per i quartieri di Fegino e Borzoli. L’unico modo per affrontare e risolvere i problemi del territorio, passa da una stretta collaborazione tra istituzioni e cittadini».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • Genova Smart City: poca informazione e scarsa partecipazione

    Genova Smart City: poca informazione e scarsa partecipazione

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaL’ultima notizia è la firma di un protocollo d’intesa, sottoscritto la settimana scorsa dai rappresentanti istituzionali di tre Comuni: Genova, Milano e Torino, che si sono alleate per un processo condiviso di trasformazione verso la Smart City-Città Intelligente. «L’obiettivo è lavorare insieme alle diverse opportunità offerte dalla nuova programmazione dei Fondi europei per il settennato 2014 – 2020 – spiega l’assessore allo Sviluppo economico del capoluogo ligure, Francesco Oddone – Genova, Milano e Torino intendono sostenere il coordinamento tra le città per promuovere il processo a livello nazionale ed internazionale. La collaborazione consentirà di promuovere in maniera concordata ed attiva le iniziative adatte ad ogni realtà, guidando il dialogo con imprese, ricerca, cittadini, in modo tale che possa nel contempo sostenere lo sviluppo economico e rispondere ai bisogni della popolazione».

    Smart city è una sfida che l’Unione Europea ha lanciato alle città proponendo loro di attuare un percorso il cui scopo primario è la diffusione di buone pratiche e la disseminazione sul territorio di tecnologie innovative. «Non parlerei di “progetto”, bensì di un “processo” che si pone l’obiettivo di trasformare la città spiegava l’anno scorso ad Era Superba, Gloria Piaggio, coordinatrice di Genova Smart City – Per raggiungerlo esistono i progetti europei ma non solo. Occorre anche stimolare i cittadini a modificare i propri comportamenti attraverso attività di formazione, sensibilizzazione e comunicazione».
    Un work in progress avviato a Genova durante l’era dell’ex Sindaco Marta Vincenzi e confermato dall’attuale Giunta di Palazzo Tursi. Proprio in questi mesi dovrebbero partire le attività iniziali relative ad alcuni progetti risultati vincitori del bando europeo “Smart Cities and Communities 2011” (qui illustrati nel dettaglio).

    Lo sviluppo delle Smart Cities è una grande opportunità per il sistema Italia, tuttavia, come afferma una ricerca del 2012 condotta da The European House-Ambrosetti «Affinché possa essere colta appieno, sembra essere indispensabile una significativa opera di sensibilizzazione e di comunicazione alla “pancia” del Paese».
    In questo senso, ci siamo posti due domande fondamentali: quanto è effettivamente conosciuto il “processo” Smart City dalla popolazione? In quale misura i cittadini sono coinvolti in questo work in progress?

     

    SMART CITY: LA PERCEZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA

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    Da un sondaggio del gruppo professionale The European House-Ambrosetti (che supporta e fornisce consulenza alle aziende) emergono dati sconfortanti: 4 italiani su 5 non hanno mai sentito parlare di Smart City (il 78% degli intervistati).
    «La popolazione ignora completamente caratteristiche e benefici del modello. Solo la fascia di popolazione più giovane (25-34 anni) e più istruita (laureati) possiede delle cognizioni sul tema».
    Premesso che con Smart City si intende un modello urbano capace di garantire un’elevata qualità della vita ed una crescita personale e sociale «Il 56% degli intervistati ritiene utili i progetti e si dichiara favorevole al modello urbano di Città Intelligente. Maggiore propensione viene espressa dai giovanissimi (14-24 anni) e da coloro che sono già a conoscenza del concetto, a riprova della validità dello stesso. Il 44%, invece, li ritiene poco concreti perché ci sono problemi più urgenti da risolvere, oppure li considera una perdita di tempo e denaro».

    Il sondaggio conferma l’idea che occorre comunicare agli italiani il tema Città Intelligente e soprattutto i benefici ad esso connessi. «Oggi questi aspetti sono dominio di pochi – sottolinea la ricerca – Urgente e fondamentale è, dunque, pianificare e porre in essere una campagna di informazione nazionale sulle Smart City, che: qualifichi il concetto, veicolando la visione del futuro per il Paese; generi consapevolezza dei benefici; gestisca il consenso dell’opinione pubblica, superando l’eventuale percezione “elitaria” del tema; diffonda tra i cittadini un senso diffuso di partecipazione e una cultura del nuovo vivere urbano».
    Insomma, la campagna di informazione deve veicolare in modo forte il concetto di inclusione. «Il Governo in primis deve dare prova di inclusività, attraverso le sue scelte – continua la ricerca – Occorre coinvolgimento (partecipazione e “inclusività”) della popolazione sin da subito: i progetti calati dall’alto difficilmente riscuotono successo».

     

    PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI A GENOVA SMART CITY

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    Per facilitare il processo di trasformazione in Smart City, nel novembre 2010 il Comune ha costituito – insieme a Enel Distribuzione e all’Università di Genova – l’Associazione Genova Smart City, al fine di «Coinvolgere i partner fondamentali per intraprendere il percorso virtuoso: ricerca, imprese, istituzioni, finanza e cittadini», così si legge sul sito web dedicato.
    Il concetto di Città Intelligente proposto dall’Unione Europea e dall’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) parla espressamente di significativa apertura alla partecipazione della cittadinanza.

    Secondo alcuni, però, il modello disegnato da Palazzo Tursi non si muove in questa direzione. Stefano De Pietro, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, considera Genova Smart City «Una struttura tecno-oligarchica dove le aziende propongono progetti ad un’associazione della quale fanno parte insieme al Comune. Il processo decisionale si svolge all’insaputa dei diretti interessati, i cittadini, che si vedono volare sopra la testa le risorse economiche destinate ad alimentare un mercato “smart” ben distante da loro. La cosa drammatica è che la presunta correttezza di questa impostazione è stata ribadita dall’attuale Giunta che, al massimo, disporrà un aumento, o meglio l’inizio, di una fase di informazione alla popolazione, che nulla ha a che fare con la partecipazione. L’ennesima confusione di significati da parte dell’amministrazione comunale, come nel caso del PUC».

    Così si rischia di tradire l’autentica filosofia alla base di Smart City: «Abbiamo analizzato lo Statuto dell’associazione e ci siamo accorti che a Genova, come probabilmente in altre realtà, i cittadini sono letteralmente spariti – sottolinea De Pietro – E neppure hanno la minima idea di che cosa sia il processo verso la Città Intelligente».
    Al contrario «I progetti Smart sono diventati dei serbatoi economici dove attingono direttamente alcune aziende – continua il consigliere comunale – Una pioggia di soldi europei destinati ad attività di ricerca e studi di fattibilità che, nel malaugurato caso dovessero rivelarsi inutili, troveranno nella parola “ricerca” la giustificazione di qualunque sperpero di risorse».
    Prendiamo ad esempio il progetto “Celsius” (uno dei tre vincitori del bando Smart Cities and Communities 2011), poco meno di 2 milioni e mezzo di euro per «Verificare la fattibilità tecnico-economica e, se sostenibile, progettare e realizzare una rete energetica locale nell’ambito del Distretto delle Gavette (Val Bisagno) con recupero del salto di pressione disponibile nella stazione di arrivo del metano all’impianto Re.Mi. esercito da Genova Reti Gas – si legge sul sito web dell’Associazione Genova Smart City – Il progetto consiste nella realizzazione di un impianto di turbo-espansione e di una centrale di cogenerazione nel sito costituito dall’Officina Gas di Gavette, gestita da IREN. Inoltre, sarà realizzata una nuova rete di tele-riscaldamento e tele-raffrescamento che dovrebbe servire diverse utenze industriali, commerciali e residenziali presenti nell’area».
    Un progetto difficilmente realizzabile, secondo i tecnici del Movimento 5 Stelle «Perché stiamo parlando di una struttura che necessita di molta manutenzione con costi significativi – spiega De Pietro – Simili interventi in altre parti d’Italia non sono andati a buon fine. La quantità di energia prodotta, infatti, non vale la spesa. Così impegniamo importanti risorse allo scopo di fornire energia alle imprese private, in particolare al Centro Coop della Val Bisagno. Qual è la ricaduta positiva per la cittadinanza?».

    Il gruppo consiliare del M5S ha presentato una mozione in Consiglio Comunale per chiedere di modificare lo Statuto dell’Associazione Genova Smart City, includendo all’Art. 3, comma g) «La partecipazione della cittadinanza nello sviluppo dei progetti: il fine è quello di riorganizzare e orientare gli obiettivi dell’Associazione Genova Smart City verso la cittadinanza e il sociale per una reale partecipazione inclusiva della cittadinanza stessa».
    In pratica «Vogliamo che i cittadini godano di pari dignità rispetto agli altri stakeholders, imprese private, istituzioni pubbliche, ecc. – sottolinea De Pietro – i genovesi potrebbero proporre i loro progetti; realizzarli concretamente, in collaborazione con il tessuto delle piccole imprese locali; valutare le soluzioni che ritengono migliori per le esigenze della popolazione».
    Inoltre, il documento chiede di «Riformulare procedure e criteri di valutazione e sorveglianza sull’attività dei Soci e Partner, sulla base di chiari requisiti di responsabilità sociale e di sostenibilità energetica e ambientale; verificare l’impegno dei Soci e Partner nel mantenere fede allo statuto dell’Associazione Genova Smart City, come ad esempio la crescita occupazionale; assicurare il mantenimento dei protocolli di intesa da parte dei Partner, come ad esempio lo sviluppo gratuito di progetti e piani di fattibilità».
    La mozione, recentemente discussa in Sala Rossa, è stata bocciata per una manciata di voti. «Avrebbe dovuto rispondere il Sindaco, che si era riservato la delega dell’argomento, ma ha risposto l’assessore allo Sviluppo economico (Francesco Oddone, ndr) – continua il consigliere De Pietro – Come dargli torto, visto che stiamo parlando esclusivamente di soldi da dare alle imprese. Il vero spirito di Smart City, invece, è ben diverso: le risorse economiche, infatti, dovrebbero servire per realizzare una progettazione partecipata».
    A Genova lo schema organizzativo resterà pressoché lo stesso dell’ex Giunta Vincenzi «Con un po’ di lavoro di maquillage sul sito web e qualche riunione in più in Commissione Comunale», aggiunge De Pietro.
    «L’amministrazione, rispondendo alla nostra richiesta di inserire la cittadinanza nello statuto dell’associazione Smart City genovese, ha affermato che “L’interlocutore della Giunta non sono i cittadini, bensì il Consiglio comunale che li rappresenta” – conclude il consigliere a 5 Stelle – Altro che smart, altro che partecipazione attiva! La partecipazione si risolve, ancora una volta, in una delega al buio che i cittadini hanno pochi secondi per approvare all’interno della cabina elettorale».

     

    Matteo Quadrone

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Puc Genova: incontri nei Municipi con i cittadini, il metodo non convince

    Puc Genova: incontri nei Municipi con i cittadini, il metodo non convince

    sestri-ponente-DLa tanto decantata partecipazione rischia di rivelarsi l’ennesimo flop. Va dato atto all’amministrazione di Palazzo Tursi, in particolare al vicesindaco Stefano Bernini, di aver intrapreso un’iniziativa coraggiosa, quella di aprire un percorso partecipativo per la definizione finale del Piano Urbanistico Comunale (PUC), ma tempi, metodo e organizzazione lasciano quanto meno perplessi.
    Tempi ristretti perché a settembre Bernini vuole portare il PUC in Consiglio Comunale per la discussione finale, periodo sbagliato perché quando si entrerà nel vivo dei temi sollevati – se davvero succederà – sarà piena estate.
    Criticabile pure il metodo scelto: chiamare in causa i cittadini per illustrare loro le osservazioni senza neppure sapere se gli uffici comunali le accoglieranno o meno; mentre i Municipi hanno appena incominciato a lavorare sulle proposte riguardanti il proprio territorio di riferimento.
    È vero coinvolgimento, questo?
    Infine l’organizzazione: scarsa informazione e promozione degli eventi non favoriscono l’affluenza del pubblico, almeno di quello composto da persone comuni.

    IL PUC, IL PERCORSO

    Il procedimento di formazione del Piano Urbanistico – lo strumento principale della pianificazione territoriale di livello comunale – è in via di svolgimento da parte del Comune di Genova. Nel dicembre 2011 è stato adottato il progetto preliminare. Gli enti competenti hanno espresso 4 pareri; da singoli individui, associazioni (di categoria e non), comitati, ecc., sono pervenute oltre 800 osservazioni.
    La legge regionale prevede che chiunque ha facoltà di prendere visione del progetto preliminare del Piano e di presentare osservazioni e proposte, nell’intento di contribuire alla sua migliore definizione. La sintesi delle osservazioni pervenute è consultabile sul portale dedicato (http://geoserver.comune.genova.it/osservazionipuc/index.htm).
    Adesso l’amministrazione è tenuta ad elaborare un documento contenente le determinazioni comunali in merito ai pareri ed alle osservazioni pervenuti, nonché la specificazione delle eventuali conseguenti modifiche da apportare al progetto preliminare.

    Il percorso di partecipazione – nelle migliori intenzioni di Palazzo Tursi – è finalizzato all’analisi delle osservazioni. Gli esiti del percorso di partecipazione confluiranno in un testo di linee guida per le “controdeduzioni” (ovvero le risposte di accoglimento o rigetto delle osservazioni) da sottoporre al Comune. «Si tratta di una scelta della civica amministrazione, non di una norma di legge – sottolinea il vademecum – voluta per garantire: informazione e coinvolgimento dei cittadini nelle scelte strategiche di pianificazione urbanistica; acquisire ulteriori punti di vista e opinioni delle persone e dei principali portatori di interesse sociali, culturali, economici e professionali; semplificare la fase di formulazione delle controdeduzioni alle osservazioni grazie ad un processo aperto e progressivo di ascolto delle diverse posizioni».
    Una prima fase di comunicazione è condotta dai Municipi, tramite l’organizzazione di incontri pubblici che affrontano il tema da un punto di vista soprattutto territoriale. Una seconda fase, dedicata ad approfondire i temi che possono presentare più e/o distinti scenari in sede di controdeduzioni, prevede l’organizzazione di tavoli tematici di esame e discussione dei principali temi sollevati dai pareri e dalle osservazioni, con il supporto di una commissione di esterni. Infine, una terza fase, aperta alla città, è volta alla restituzione del percorso di partecipazione nel corso di un evento finale pubblico.
    Lungo il percorso di partecipazione sono previsti periodici aggiornamenti della commissione consiliare comunale e di quelle municipali. La commissione di esterni – composta da un ristretto gruppo di esperti in materie di pianificazione urbanistica, gestione di processi di partecipazione ed attuazione di politiche pubbliche in tema di governo del territorio, individuati dall’Università degli Studi di Genova e dall’Istituto Nazionale di Urbanistica – seleziona i temi da esaminare nei tavoli partendo dalle osservazioni, mette a punto una metodologia di gestione dei tavoli, analizza gli aspetti strategici delle scelte, facilita il confronto e la condivisione, tiene traccia delle diverse posizioni, redige un documento finale di restituzione.

    Critiche sull’effettivo coinvolgimento della cittadinanza arrivano da consiglieri comunali di maggioranza e opposizione.
    Il capogruppo Fds (Federazione della Sinistra), Antonio Bruno, afferma «Quello che è stato deciso è un percorso di consultazione più che di partecipazione, perché i cittadini non verranno coinvolti nel processo decisionale».
    Per il Movimento 5 Stelle si tratta di un’operazione di facciata e pure mal organizzata, come spiega il consigliere Stefano De Pietro «Il vicesindaco Bernini ha deciso che è necessario un “percorso partecipato” prima ancora di rendere note le risposte degli uffici alle oltre ottocento segnalazioni inviate da associazioni e singoli individui. Vista la partecipazione molto sentita ma poco numerosa della riunione nel Medio Levante, si comprende che la comunicazione, come al solito quando si parla di Comune, è davvero poco efficace: niente mail, niente Facebook, nessun mezzo post ottocentesco. I gruppi consiliari hanno divulgato loro l’informazione, ovviamente non con quella capillarità che una campagna pubblicitaria, ad esempio in televisione e sui mass-media, avrebbe consentito di sviluppare. La riunione del Medio Levante si è svolta senza avere ancora a disposizione le osservazioni e le controdeduzioni degli uffici, con pochi giorni di preavviso, in un clima da “tanto alla fine fate comunque quello che volete”. È il metodo usato che lascia fuori i cittadini, ma consente alla Giunta di avere scritta la parola “partecipazione” sui giornali».

    GLI INCONTRI NEI MUNICIPI

    La partenza sicuramente non è stata delle migliori. Il primo incontro presso il Municipio Ponente, svoltosi il 16 maggio scorso, complici l’ora (le 14) e la scarsa pubblicità, ha visto la presenza di appena una ventina di abitanti.
    «È stata un’occasione persa – ha spiegato Carlo Besana, anima del Consorzio Pianacci del Cep (Corriere Mercantile, 17-05-2013) – Prima di tutto per la scarsa organizzazione, visto che i consiglieri sono venuti a conoscenza delle proposte durante la seduta. E poi l’orario scelto era davvero infelice: alle 14 possono partecipare solo disoccupati e pensionati. Se è questa la partecipazione che intendono Comune e Municipio …».

    Ad oggi sono già andati in scena 6 appuntamenti: Ponente, Medio Levante, Medio Ponente, Centro Ovest, Media Valbisagno, Levante. Le ultime tre tappe della prima fase del percorso sono previste il 29 maggio (Valpolcevera); il 30 maggio (Bassa Valbisagno); il 5 giugno (Centro Est).
    Ma è già possibile tracciare un bilancio dell’esperienza attraverso le parole di alcuni protagonisti.

    Case di piazza Rossetti alla Foce«Il percorso partecipativo è un’iniziativa apprezzabile, soprattutto perché in precedenza non c’è stato alcun coinvolgimento dei cittadini – afferma Bianca Vergati, consigliere del Municipio Medio Levante (Sel-Lista Doria) – Certo, però, il tutto si sta sviluppando in maniera troppo frettolosa. Il modus operandi è inconsueto. Il processo è partito, ma il Municipio ha potuto visionare le osservazioni al PUC, solo un mese fa. E ci troviamo a discutere delle proposte che non sappiamo ancora se saranno accolte o meno dagli uffici comunali. E così, forse, rischiamo di parlare di “aria fritta”».
    Secondo Vergati «Qualunque tipologia di incontro istituzioni-abitanti è un fatto positivo. Tuttavia il percorso poteva essere organizzato in maniera migliore. Magari rendendo pubblici i pareri e le osservazioni (da alcuni giorni pubblicati sul sito web di Urban Center). Ma molti cittadini non ne sono a conoscenza e comunque, in precedenza, non avrebbero avuto modo di consultare la documentazione. Insomma, un deficit di informazione c’è stato».
    Finora gli uffici comunali non hanno ancora preparato le controdeduzioni, ovvero le risposte (positive o negative) alle osservazioni. «Questi eventi pubblici potrebbero servire per far comprendere agli uffici che ci sono delle osservazioni puntuali – sottolinea Vergati – le quali necessitano di un’attenta valutazione. Per quanto riguarda il Municipio, in seguito sono previsti altri momenti di confronto con il Comune, ma i tempi del percorso sono assai ristretti».

    Lucia Gaglianese, consigliere del Municipio Centro Ovest (Pdl), punta il dito contro il metodo scelto «I cittadini sono stati coinvolti a posteriori, come spesso accade. Prima decidono e dopo organizzano i dibattiti pubblici. È lo stesso iter della Gronda. È sbagliata l’impostazione degli incontri. L’assemblea del Centro Ovest ha visto un’illustrazione generale del PUC che non si è addentrata più di tanto sulle specificità del territorio. Eppure noi, a livello municipale, stiamo lavorando su diversi punti. Il Municipio, infatti, è chiamato ad esprimere il suo parere sul PUC. Il percorso dovrebbe avere la finalità di coinvolgere anche i cittadini nel processo decisionale. Ma è solo fumo negli occhi».

    Nel Medio Ponente l’assemblea è stata abbastanza partecipata, come sottolinea il consigliere municipale Fabio Manganaro (Pd) «Quindi la comunicazione, almeno in parte, è arrivata agli abitanti. Sicuramente c’erano molti cittadini attivi, per esempio gli “Amici del Chiaravagna”. Quando parliamo di “partecipazione”, però, vorrei capire quanti genovesi abbiano davvero idea di che cosa sia il PUC». In altri termini, secondo Manganaro «L’informazione e la consultazione della cittadinanza sarebbe dovuta partire già diverso tempo fa».
    Da parte sua il Municipio, escluso un precedente incontro con i referenti degli uffici comunali e l’assemblea sopracitata, sulla questione PUC è praticamente fermo. «A livello di Commissione Consiliare non abbiamo ancora discusso le osservazioni», sottolinea Manganaro. Che non lesina un ultimo appunto critico «Il fatto di organizzare una serie di incontri pubblici, partiti a fine maggio e che si svilupperanno nel periodo estivo, è un elemento che disincentiva la partecipazione. Così come non si può affermare che, tramite questo percorso, il Municipio sia stato coinvolto nella discussione del PUC».

    INCONTRO MUNICIPIO CENTRO EST: IL BOICOTAGGIO DI “VOGLIO LA GAVOGLIO”

    L’ultimo evento pubblico sul PUC è previsto il 5 giugno presso il Municipio Centro Est che racchiude una vasta e popolosa porzione della città, tra cui il quartiere Lagaccio, ormai purtroppo quotidianamente al centro delle cronache locali a causa della recente frana di via Ventotene che, da quasi due mesi, costringe centinaia di persone a vivere isolate.
    A pochi metri di distanza dalla famosa Caserma Gavoglio, storico “buco nero” della zona. Intorno al futuro dell’area è nato “Voglio la Gavoglio” – gruppo di associazioni, comitati e residenti – da lungo tempo impegnato per richiamare l’attenzione delle istituzioni sul degrado del Lagaccio.

    “Voglio la Gavoglio” ha presentato ben 450 osservazioni al PUC in merito al Distretto di Trasformazione Locale 3.06 Lagaccio-Gavoglio. Ed oggi contesta apertamente il percorso promosso dal Comune. «Ma quale partecipazione, in questo modo viene tradito lo spirito del PUC – affermano gli esponenti del gruppo – questo sembra un percorso atto a reindirizzare le domande, piuttosto che a coinvolgere la popolazione. Il Comune il 6 maggio ci ha convocato per illustrarci il percorso che noi abbiamo rifiutato».
    Dal Lagaccio sono partire 450 delle 800 osservazioni fatte al PUC a livello cittadino. «Il Lagaccio, quindi, costituisce una situazione significativa per il percorso del prossimo PUC – continua “Voglio la Gavoglio” – Da circa 11 mesi attendiamo le risposte alle nostre osservazioni. Le risposte sono un obbligo amministrativo e di Legge, dunque devono essere date. Esiste un progetto preliminare di PUC, quello del 2011, che l’amministrazione intende “aggiustare”. Ma non si può andare a discutere nulla se prima non arrivano le risposte alle osservazioni. A quel punto possono aprirsi vertenze, discussioni, convergenze».
    Gli esponenti del gruppo concludono così: «La prima delle assemblee pubbliche a Ponente ha avuto circa 30 partecipanti. Quindi non parteciperemo a questi appuntamenti e organizzeremo, nella stessa giornata del 5 giugno, una “contro assemblea pubblica” nella sala parrocchiale San Giuseppe del Lagaccio, dove parleremo del quartiere che vorremmo, senza andare a perdere tempo in un percorso senza logica».

     

    Matteo Quadrone

    [Sestri Ponente, foto di Daniele Orlandi]
    [Piazza Rossetti, foto di Roberto Manzoli]

  • Provincia di Genova: a rischio messa in sicurezza e manutenzione scuole

    Provincia di Genova: a rischio messa in sicurezza e manutenzione scuole

    Prefettura Amministrazione Provinciale«Con i tagli imposti dalla spending review non penso che saremo in grado di garantire l’apertura di tutte le scuole medie superiori – ha lanciato l’allarme alcuni giorni fa, Antonio Saitta, presidente della dell’UPI (Unione Province d’Italia) In particolare, se non ci sarà la possibilità finanziaria di realizzare durante l’estate i lavori che le Procure ci richiedono per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, circa il 7-8% delle scuole non potranno essere aperte».
    I conti sono presto fatti: a rischio ci sono 400 istituti sparsi lungo tutto la penisola che avrebbero bisogno di interventi di manutenzione. In mancanza di disponibilità immediata di fondi i lavori non verranno effettuati.

    A causa del patto di stabilità – il quale blocca gli investimenti dei soldi che gli enti locali hanno in cassa – e per effetto della spending review varata dal governo Monti «Le Province devono far fronte ad un taglio di 1,2 miliardi di euro – ha proseguito Saitta – per forza di cose gli investimenti negli edifici scolastici ne risentono pesantemente».
    L’insieme delle Province italiane è responsabile per l’operatività e la sicurezza di 5.179 scuole superiori che ospitano 2.569.031 alunni. Secondo i dati dell’UPI, dal 2008 al 2012 le Province hanno destinato alle scuole 10,4 miliardi, di cui 8 per il loro funzionamento e 2,4 per investimenti in nuovi edifici, messa in sicurezza ed interventi strutturali. Dal Governo, invece, sono arrivati zero euro alle scuole e il 24% di tagli alle spese delle Province, mentre l’UPI ha continuato a destinare il 18% dei propri bilanci per gli istituti scolastici.
    «Se si tagliasse quanto chiesto, le spese per il funzionamento delle scuole sarebbero ridotte di 400 milioni di euro – ha concluso Saitta – Gli investimenti in edilizia scolastica previsti per il 2013 scenderebbero da 727 milioni a 212 milioni. Chiediamo due cose: che si riducano i tagli per il 2013 e che gli investimenti siano scomputati dal calcolo per il patto di stabilità».

    PROVINCIA DI GENOVA

    Questa la situazione a livello nazionale. E pure sul territorio genovese non c’è da stare allegri. «Il patto di stabilità impedisce alle amministrazioni locali di investire sulle scuole – spiega il dott. Maurizio Torre, direttore del Servizio Patrimonio della Provincia di Genova – Per quanto concerne il taglio dei trasferimenti alle Province, per quella di Genova si parla di circa una ventina di milioni in meno».
    Il patrimonio edilizio della Provincia di Genova è costituito da 151 immobili, dei quali 92 ad uso scolastico, di proprietà o pervenuti nelle competenze dell’ente, in regime di comodato d’uso gratuito o in locazione passiva, a seguito delle convenzioni previste dalla Legge 23/96. Alla Provincia sono assegnate in particolare (ai sensi della L. 11 gennaio 1996, n. 23 – Norme per l’edilizia scolastica) le competenze relative alla realizzazione, alla fornitura e alla manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici, da destinare a sede di istituti e scuole di istruzione secondaria superiore.

    «I nostri investimenti sono ridotti al lumicino – continua Torre – e sostanzialmente si concentrano su strade e scuole».
    In merito agli istituti scolastici «Siamo riusciti a mantenere il contratto di global service (circa 7 milioni e mezzo di euro) che prevede, oltre alla manutenzione ordinaria, anche una quota di interventi manutentivi straordinari – sottolinea il direttore del Servizio Patrimonio – Non abbiamo stipulato alcun nuovo mutuo visto che abbiamo le mani legate. E gli investimenti previsti nel piano triennale delle opere pubbliche sono fermi».
    Ricapitolando: manutenzione ordinaria e piccoli interventi di manutenzione straordinaria – compresi nel contratto di global service – saranno mantenuti. Per intenderci non mancherà il servizio di riscaldamento nelle scuole ma quest’anno nessun finanziamento sarà dedicato alla realizzazione di interventi manutentivi importanti. Le poche risorse disponibili, infatti, saranno concentrate sulle emergenze legate alla sicurezza.

    Una situazione di empasse dovuta all’incertezza che regna – ormai da lungo tempo – intorno al futuro delle Province.
    «È difficile fare programmazione quando non si conosce il destino della Provincia di Genova – afferma Torre – in ballo c’è anche la questione della città metropolitana ma tutto è ancora in via di definizione. Finché non si stabilisce il quadro normativo la situazione continuerà a complicarsi».
    Senza dimenticare gli sforzi necessari per mantenere il contratto di global service «È un costo che si ribalta sulla spesa corrente – precisa il direttore del Servizio Patrimonio – Il contratto andrà in scadenza a fine 2014. A quel punto dovremo valutare cosa fare. Solitamente, questi accordi hanno una validità di 5-7 anni. Stipulare un nuovo contratto, da parte di un ente “in liquidazione”, sarebbe un controsenso».
    Quindi il nodo da sciogliere è il seguente: in futuro, quale ente avrà le competenze sulle scuole? È fondamentale rispondere, al più presto, a tale domanda.

    MANUTENZIONE, MESSA IN SICUREZZA, RISCHIO INCENDI

    La Provincia si occupa della gestione immobiliare del patrimonio rivolgendo la propria attività sia agli aspetti manutentivi, attraverso interventi per la messa a norma (ai sensi del D.Lgs. 626/94) degli edifici scolastici e interventi di manutenzione, ordinaria e straordinaria, di tutti gli edifici in genere, sia alla valorizzazione d’uso nella gestione degli stessi, attraverso la programmazione di strategie immobiliari, l’affidamento in concessione o in locazione, nonché l’acquisto e la dismissione degli immobili, la gestione delle utenze, ecc.

    «Le scuole necessitano di investimenti costanti – spiega Maurizio Torre – Noi vogliamo portare a regime il livello di sicurezza di tutti gli istituti. Le nuove norme, però, ci obbligano ad una maggiore assunzione di responsabilità. Proprio in un periodo segnato dalla penuria di risorse».
    Il direttore del Servizio Patrimonio si riferisce in particolare al recente adeguamento della normativa antincendio – il Dpr 151 del 2011 – che fissa in maniera più restrittiva le regole antincendio sulle scuole.

    In sostanza «Prima si eseguivano gli interventi e poi ci si sottoponeva al controllo dei vigili del fuoco per ottenere l’autorizzazione necessaria – continua Torre – Adesso, invece, è tutto in capo al soggetto proprietario dell’edificio che con i suoi tecnici abilitati deve progettare gli interventi, presentare la Scia per certificare che la scuola garantisce le condizioni di sicurezza e realizzare i lavori». La Segnalazione Certificata di Inizio Attività (Scia) sostituisce la precedente autorizzazione antincendio ed impegna gli enti a presentare un progetto di adeguamento e di inizio lavori.
    Dunque un’assunzione di responsabilità molto forte che – nel malaugurato caso dovesse verificarsi un incidente all’interno degli istituti scolastici – ricadrebbe direttamente – anche a livello penale – sulle amministrazioni locali.

    Il quadro generale, come descritto nel marzo scorso sulle pagine di uno dei maggiori quotidiani nazionali, non è per nulla rassicurante: «Duecento scuole gestite dal Comune di Genova prive di autorizzazione antincendio; soltanto 40 sono a norma – “La Repubblica” (07-03-2013) – E delle altre 82 in carico alla Provincia, non più di 20 risultano in regola. La mappa del rischio è stata stilata dai vigili del fuoco … ».
    «Per adeguarle ci vogliono soldi e tempi, tutto dipende dalle risorse che avremo a disposizione – afferma Piero Fossati, commissario straordinario della Provincia di Genova, “La Repubblica” (07-03-2013) – Vero è che soltanto 20 scuole della Provincia sono state certificate, ma è altrettanto vero che abbiamo presentato i progetti di adeguamento, cioè la Scia, per circa il 60% degli edifici. Inoltre, c’è un altro 40% in progettazione, di cui attendiamo le osservazioni da parte dei vigili del fuoco».

    GESTIONE DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE

    Se da un lato bisogna affrontare le criticità “tecniche” degli edifici scolastici, dall’altro ci vuole un’oculata gestione del patrimonio immobiliare. Solo così è possibile resistere all’onda d’urto causata da sforbiciate alla spesa e patto di stabilità.
    «La Provincia, oltre alle scuole di proprietà, che sono la maggioranza, gestisce alcuni istituti scolastici ereditati dai Comuni (in regime di comodato d’uso gratuito o locazione passiva a seguito delle convenzioni previste dalla Legge 23/96) – spiega Torre – Stiamo studiando delle strategie di riqualificazione/valorizzazione del nostro patrimonio. Ad esempio per superare le locazioni passive. Ma la situazione di incertezza istituzionale ci penalizza».

    Per quanto riguarda le locuzioni passive «Abbiamo iniziato a confrontarci con i proprietari – continua Torre – Questi ultimi sono disponibili a rivedere gli affitti purché dietro ci sia un programma, un progetto di riqualificazione. Pensiamo al Vittorio Emanuele II di Genova, un istituto che da anni svolge una funzione scolastica e deve continuare a farlo».
    Alcuni affitti passivi, però, sono decisamente onerosi «In particolare nella zona del Tigullio – precisa Torre – dove storicamente siamo sempre stati in sofferenza».
    «Ridiscutere queste locazioni è arduo – conclude il direttore del Servizio Patrimonio – Capisco le esigenze dei proprietari. Soprattutto quando non possiamo garantirgli che saremo ancora noi il loro interlocutore».

     

    Matteo Quadrone

  • Ferriere di Voltri: ponte da rifare, spesa insostenibile per le aziende

    Ferriere di Voltri: ponte da rifare, spesa insostenibile per le aziende

    voltri.via delle fabbriche.ponte020Le imprese italiane devono fare i conti non soltanto con la pressione fiscale ma spesso pure con la burocrazia schizofrenica. Un esempio lampante è quello dell’area industriale ex Ilva-Italsider di via delle Fabbriche a Voltri, lungo il torrente Cerusa, dove attualmente sono insediate una dozzina di realtà produttive che occupano oltre 200 persone. Ebbene, i posti di lavoro potrebbero essere messi a repentaglio per colpa del ponte di accesso al sito. Secondo il Demanio, infatti, l’infrastruttura non rispetta le normative vigenti e di conseguenza è necessario realizzare un intervento di demolizione/ricostruzione del quale dovrebbero farsi carico le aziende del complesso industriale.
    «Sono venuta a conoscenza di una situazione che pare paradossale vista soprattutto in questi tempi di crisi in cui le istituzioni dovrebbero facilitare la vita del tessuto produttivo e non creare continue difficoltà – spiega il consigliere regionale Raffaella Della Bianca (Gruppo Misto) che ha scritto una lettera ai competenti assessori regionali Guccinelli (Sviluppo Economico) e Paita (Infrastrutture) – La questione mi è stata segnalata dalle aziende ubicate all’interno del complesso industriale ex Italsider all’inizio di via delle Fabbriche a Voltri. Storicamente quest’area aveva due accessi, uno dei quali era stato già da tempo interdetto e successivamente demolito. Ad oggi l’unico accesso rimasto, che peraltro è un ponte stretto che non permette una facile manovrabilità di tir e mezzi pesanti, è stato ritenuto non conforme alle normative del Demanio. In sostanza la distanza tra il greto del torrente Cerusa e la parte sottostante del ponte (il cosiddetto franco idraulico) non ha i requisiti minimi a garantire le condizioni di sicurezza».
    «Il Demanio afferma che il ponte è di proprietà del complesso industriale – aggiunge il consigliere – e pertanto le aziende dovrebbero sostenere la spesa per la costruzione di una nuova struttura di accesso. Anche se la questione non sembra essere di stretta competenza della Regione, ritengo doveroso che venga verificata tale situazione per poter arrivare ad una soluzione che non gravi sulle imprese presenti in zona».
    Queste ultime, però, sostengono che il ponte non compare in alcun atto d’acquisto dell’area ex Ilva-Italsider. E proprio intorno alla proprietà dell’infrastruttura si gioca la partita.

    Il sito di via delle Fabbriche fin dalle origini è stato destinato alla lavorazione del ferro. Tutto parte con una ferriera installata da Filippo Tassara nel 1865. L’attività fu sviluppata dai figli che nel 1879 si costituirono in ditta con la denominazione “Filippo Tassara & Figli”; questa, nel 1899, assunse la denominazione “Società Anonima Ferriere di Voltri”, che acquisì dalla società Elettrosiderurgica Camuna lo stabilimento di Darfo e dalla Siderurgica Ligure Occidentale lo stabilimento di Oneglia. Nel 1930 la società fu assorbita dall’Ilva Alti Forni e Acciaierie d’Italia.
    Oggi la zona è così suddivisa: la parte a monte ospita un complesso industriale comprendente 8 aziende (Biscaldi srl, Dichtomatik srl, Ing.Ins.Int. SpA, Ghigliotti srl, Saldotecnica Ligure srl, SIC srl, S. Erasmo Zinkal SpA, Costanza Ligure Metalli S.p.A); la parte a mare ospita 3 singole ditte (Bruzzone Serafino srl, Carpenteria Bozzano Snc, Grappiolo Bruno srl) ed un altro capannone di Saldotecnica Ligure srl; infine la restante porzione a mare, di proprietà pubblica, oggi abbandonata, dovrebbe essere destinata ad una nuova realtà produttiva.
    voltri.via delle fabbriche.ponte018«Il ponte fu costruito dalla “Società Anonima Ferriere di Voltri” nel 1902 – spiega Michele Coco, amministratore del complesso industriale di via delle Fabbriche – A fine anni ’70 l’Ing.Ins.Int. SpA acquista l’area, la ristruttura e poi la fraziona. Abbiamo visionato gli atti d’acquisto: il ponte non viene mai nominato. Neppure nelle successive vendite quando l’area acquistata da Ing.Ins.Int. è stata suddivisa in lotti nei quali si sono insediate diverse realtà produttive».
    In altri termini risulta difficile stabilire con certezza la proprietà dell’infrastruttura. «C’è un buco di descrizione nell’atto di passaggio dall’Ilva-Italsider al soggetto privato – sottolinea Coco – dove, se non è descritto il bene (ovvero il ponte) ciò potrebbe voler dire che il ponte non è stato trasferito e potrebbe essere rimasto di proprietà dell’Ilva-Italsider».
    «Il Demanio dice che il ponte non è di sua competenza e scarica su di noi responsabilità ed oneri economici – aggiunge Fabrizio Magnani, responsabile di Saldotecnica Ligure srl, una delle aziende coinvolte – In passato l’altro ponte è stato demolito senza il nostro coinvolgimento. Quindi, a rigor di logica, neppure la demolizione/ricostruzione di questa infrastruttura dovrebbe spettare alle nostre imprese».

    voltri.via delle fabbriche.ponte004Comunque sia, a prescindere dalla diatriba sulla proprietà «Si tratta pur sempre di un problema pubblico – spiega il consigliere Della Bianca – Occorre garantire la sicurezza del corso d’acqua secondo i Piani di Bacino. Le istituzioni hanno delle responsabilità da cui non possono sottrarsi. Senza dimenticare che questa politica dello scaricabarile sortisce i suoi effetti sul tessuto produttivo sano. Le aziende di via delle Fabbriche rischiano di finire in ginocchio nel caso debbano sostenere gli oneri economici di un simile intervento».
    Il Demanio, fin dal principio, come si può leggere nel “Disciplinare di rinnovazione della concessione a favore dell’Ilva”, afferma che può revocare la concessione qualora si verifichino problemi per la sicurezza. Stiamo parlando della concessione relativa all’area fisica occupata dall’infrastruttura, ovvero quella dove poggiano i piloni e quella della proiezione dell’ombra del ponte sull’alveo del torrente Cerusa. «Il Demanio ci ha comunicato che non può concederci la concessione perché il ponte non è a norma», sottolinea l’amministratore Michele Coco.
    La Direzione Generale dell’Agenzia del Demanio, contattata dal cronista di Era Superba, ribadisce «Il ponte sul Cerusa non risulta un bene demaniale».
    «Prossimamente andremo a parlare con il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente, per far presente la questione e chiedere il suo appoggio – conclude Coco – in ballo ci sono centinaia di posti di lavoro. Se dovessero intimarci di demolire il ponte siamo pronti a passare per le vie legali».

     

    Matteo Quadrone

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  • Autorità per i Servizi Pubblici Locali: organo indipendente da potenziare

    Autorità per i Servizi Pubblici Locali: organo indipendente da potenziare

    palazzo-tursi-D9L’Autorità per i Servizi Pubblici Locali (ASPL) è un organo tecnico autonomo che svolge funzioni di regolazione, controllo e monitoraggio dei servizi erogati alla cittadinanza dal Comune di Genova – direttamente o mediante società partecipate – operando con indipendenza di giudizio e di valutazione. Nonostante sia sorta ormai quasi 4 anni orsono – nel luglio 2009 – l’ASPL rimane una “perfetta sconosciuta” per la maggioranza dei genovesi.
    Nate sulla scia di esperienze straniere «Le autorità indipendenti segnano il passaggio dallo stato imprenditore allo stato regolatore e, quindi, del tramonto del modello di intervento pubblico dirigistico nell’economia, ponendo così fine a (croniche) incapacità amministrative», scrive E. Casetta nel suo “Manuale di Diritto Amministrativo”. La loro istituzione, inoltre, deriva dalla forte spinta europea alla creazione di un mercato unico, affinché quest’ultimo sia retto da autorità amministrative svincolate dagli indirizzi politici nazionali e dai gruppi mono e oligo-polistici, sia pubblici che privati.
    Ogni Stato dell’Unione Europea resta libero di scegliere in quale maniera configurare tali soggetti all’interno del proprio ordinamento e come ripartire e coordinare le loro competenze. «È quindi possibile che lo Stato decida di predisporre un sistema di autorità amministrative sui diversi livelli di governo, statale, regionale e locale, dando vita a una rete capillare che sia trait d’union tra le esigenze europee e i livelli di governo più bassi, vicini alla cittadinanza – spiega in un recente articolo la dott.ssa Giulia Bellotto – La Costituzione italiana, in particolare dopo la Riforma del Titolo V ex l.cost. 3/2001, non è d’ostacolo all’istituzione di autorità indipendenti a livelli sub-statali. In tal senso, infatti, hanno legittimamente provveduto Regioni (es. la Regione Veneto con l’istituzione del Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza) e Comuni (es. Comune di Genova con l’Autorità dei servizi pubblici locali)».

    L’Autorità per i servizi pubblici locali di Genova non differisce totalmente dagli altri esempi di soggetti locali finalizzati al controllo e alla gestione dei servizi pubblici, definiti generalmente “Agenzie” – quali l’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali del Comune di Roma o l’Agenzia per i servizi pubblici locali del Comune di Torino – tuttavia «L’esperimento genovese è quello che merita maggiore attenzione, avendo esso compiuto quel passo ulteriore, anche formale, di fregiarsi del titolo di “autorità indipendente” e di farsi carico anche delle implicazioni sostanziali di indipendenza che a questo titolo seguono», scrive la dott.ssa Bellotto.
    I suoi membri sono “nominati nei rispettivi ruoli dal Consiglio Comunale, con la maggioranza dei 2/3 dei consiglieri, tra cittadini e cittadine dotati/e di riconosciuta professionalità e competenza”, a seguito di una procedura a evidenza pubblica, ex art. 4 Regolamento per la costituzione ed il funzionamento dell’ASPL, allegato alla d.C.c. n. 77/2008 del Comune di Genova istitutiva dell’ASPL. I membri restano in carica cinque anni e, a differenza delle altre autorità indipendenti locali sopra citate “non decadono con la conclusione del ciclo amministrativo dell’Amministrazione che li ha nominati/e”, ex art. 5 Regolamento citato.

    IL RUOLO DELL’ASPL, IL LAVORO SVOLTO

    L’attività dell’ASPL si sviluppa essenzialmente in tre aree distinte: quella inerente i contratti di servizio e le carte dei servizi; quella relativa a vigilanza, trasparenza e controllo della qualità delle prestazioni erogate; quella afferente ai rapporti con gli utenti e con le rispettive associazioni rappresentative. Nell’ottica di un rapporto diretto tra Autorità e cittadino, il sito web www.aspl genova.it – attivato nel 2010 – permette all’utente di segnalare i disservizi riscontrati nell’erogazione delle prestazioni effettuate dal Comune di Genova o dalle società partecipate.
    Nella Relazione annuale 2012 dell’ASPL si legge «L’attenzione alle carte dei servizi ha determinato per Genova un sicuro primato. L’ASPL ha controllato e approvato 24 carte dei servizi, relativi a tutti i principali settori dei servizi pubblici locali. La carta dei servizi, a Genova, è divenuta ciò che il legislatore vuole che sia: non un documento di bei proponimenti ma di nessun impatto pratico (come generalmente è ancora in molte realtà), bensì un atto d’impegno avente valore giuridico, nel quale il gestore si assume obbligazioni il cui inadempimento deve comportare responsabilità e sanzioni».
    Il controllo di qualità è la mission principale dell’ASPL, anche a seguito delle recentissime disposizioni legislative che obbligano i Comuni ad organizzare, attraverso appositi organi, un efficiente ed effettivo controllo sulla qualità dei servizi pubblici locali.
    «A Genova questo controllo si fa almeno dal 2009, attraverso un organo indipendente che, lavorando con gli strumenti e con l’ottica caratteristica delle Authorities, può offrire all’amministrazione utili elementi di valutazione, soprattutto per l’individuazione delle criticità che emergono dalla gestione dei servizi pubblici locali – scrive il presidente dell’ASPL, il dott. Alberto Maria Benedetti, nella Relazione annuale 2012 – Il controllo indipendente ha un valore aggiunto rispetto al normale controllo interno, effettuato cioè da soggetti aventi rapporti di dipendenza con l’amministrazione: esso, infatti, garantisce che chi controlla sia del tutto al di sopra delle parti e privo di qualunque conflitto di interesse, potendosi così presumere che i risultati di questo controllo siano più genuini».
    La trasparenza è l’altro valore che ha ispirato ed ispira l’attività dell’ASPL «Occorre fare in modo, soprattutto attraverso un saggio utilizzo di tutti gli strumenti di comunicazione oggi disponibili, che il cittadino abbia facile e libero accesso a tutti i dati normativi, finanziari, contabili, programmatici che gli consentono di verificare e controllare l’attività della pubblica amministrazione – si legge nella Relazione – I siti internet (sia quello del Comune che quelli dei gestori di pubblici servizi) debbono essere facilmente consultabili e completi di tutti i dati (con particolare riferimento a quelli relativi ai bilanci) di cui il cittadino utente può necessitare. Su questo versante, molto è stato fatto, ma molto rimane ancora da fare: gli utenti, ad esempio, debbono poter inviare reclami e segnalazioni nei modi più diversi, potendo contare su una gestione organizzata dei reclami che consenta di trarre da questi utili indicazioni per il miglioramento del livello qualitativo dei servizi (mentre, spesso, i reclami dei cittadini finiscono nel dimenticatoio). L’ASPL nel corso del 2013 verificherà proprio la gestione di questi reclami da parte degli erogatori dei servizi, anche chiedendo ai cittadini che li hanno inviati se si sono sentiti soddisfatti o meno dalle risposte ricevute».
    Le “best practices” per fortuna non sono mancate e, anche per il 2012 «L’ASPL ha provveduto a segnalare le migliori pratiche che, grazie ad un’attività capillare di raccolta dati, ha potuto rilevare nell’ambito della gestione dei servizi pubblici locali – spiega ancora la Relazione – queste rappresentano non solo un vanto per chi le ha ideate e implementate, ma anche un modello da esportare in altre realtà cittadine simili a quella genovese».

    amt-autobus-trasporto-pubblico-locale«L’Autorità fa un lavoro complesso che non sempre è destinato al grande pubblico – spiega il dott. Alberto Maria Benedetti, presidente dell’ASPL – svolge attività di consulenza, raccolta dati, controllo qualità, avvia procedimenti e pratiche istruttorie, ecc. Inoltre, abbiamo creato un sito web all’interno del quale raccogliamo le segnalazioni dei cittadini in merito ai disservizi relativi ai servizi pubblici forniti dal Comune di Genova o dalle sue società partecipate (Amt, Amiu, Aster, ecc.). Gli utenti trovano con facilità l’opportunità di attivare le competenze dell’Autorità. Ogni singola segnalazione è gestita dal nostro funzionario e, dopo uno screening iniziale, viene inviata al soggetto competente, accompagnata dalla richiesta di spiegazioni/giustificazioni. L’utente può seguire sul sito l’andamento della pratica ed avere informazioni sulle segnalazioni presentate da altri utenti. Qualora la segnalazione evidenzi un problema di interesse trasversale per la cittadinanza, l’ASPL può decidere di aprire un procedimento».

    «In effetti non siamo molto conosciuti dai genovesi – riconosce Benedetti – infatti, stiamo studiando alcune iniziative per diffondere l’esistenza del sito. Va ampliata la platea degli utenti. Detto ciò, considerata la scarsità di risorse economiche dell’amministrazione comunale, è difficile promuovere l’Autorità. Per questo contiamo molto sulla collaborazione con i consiglieri comunali che hanno manifestato disponibilità e le associazioni dei consumatori. Finora l’opportunità di segnalare i disservizi è stata utilizzata da un ridotto numero di persone».

    Nel corso del 2012 sono pervenute all’ASPL 36 segnalazioni da parte di cittadini che – avvalendosi della procedura attivata sul sito dell’Autorità – hanno chiesto l’intervento degli organi competenti per la soluzione dei problemi di cui sono stati testimoni.
    Le segnalazioni più frequenti hanno riguardato problematiche attinenti le manutenzioni di strade, marciapiedi e verde pubblico, lo stato dei parcheggi (sanzioni e penali), casi di sosta effettuata fuori dalle aree riservate, veicoli/motocicli abbandonati, rubinetti rotti delle fontanelle, malfunzionamento dell’illuminazione pubblica, servizio di igiene ambientale con particolare riferimento alla raccolta differenziata, errata fatturazione per il servizio idrico.

    L’ASPL? UNA PERFETTA SCONOSCIUTA

    palazzo-tursi-aula-rossa-d14Non sono solo i cittadini ad ignorare l’esistenza dell’ASPL. Pure i consiglieri e la Giunta di Palazzo Tursi hanno le idee confuse. Un episodio emblematico è avvenuto qualche tempo fa, quando il Movimento 5 Stelle ha proposto al Consiglio Comunale la realizzazione di un “registro pubblico delle lamentele” – ispirato al modello portoghese – all’interno della discussione sul Regolamento sulle società partecipate.
    «La nostra proposta è stata bocciata per pochissimi voti senza che nessuno, né della Giunta, né degli uffici, né degli altri gruppi politici, abbia fatto notare che sul sito dell’ASPL tale cosa esiste già», spiega il consigliere del M5S, Stefano De Pietro.
    Qualche settimana dopo l’iniziativa dei 5 Stelle, l’Autorità ha illustrato in commissione consiliare la Relazione annuale sulle sue attività. «I componenti dell’ASPL hanno sottolineato come il Comune stia dando poca pubblicità all’esistenza dell’organo indipendente di controllo racconta De Pietro – Oltre allo scarso interesse dell’amministrazione, anche la mancanza di personale complica il loro lavoro».
    Secondo il consigliere del Movimento 5 Stelle, il servizio di segnalazione dei disservizi gestito dall’ASPL «È sicuramente utile. Ma il sito è ancora iniziale e va migliorato. Ad esempio, sono assenti un criterio di classificazione delle “lamentele” e relative etichette utili per individuarle e suddividerle per argomenti, facilitando la ricerca, lo scambio trasversale di informazioni e favorendo così la maggiore trasparenza possibile. Comunque sia il registro delle segnalazioni rappresenta un passo avanti in questa direzione. Resta da verificare quanto la presenza dell’Autorità possa influire sui veri processi decisionali del Comune e delle sue aziende controllate».
    Il problema risiede anche nella mancanza di adeguata forza lavoro «Il nostro organico dovrebbe prevedere la presenza di 3 funzionari – sottolinea il presidente Benedetti – ma in realtà possiamo contare solo su 1 funzionario che si occupa di istruire le pratiche e su 2 persone in segreteria che svolgono attività d’ufficio».
    In questo senso occorre potenziare l’ASPL «Sennò la nostra attività sarà direttamente proporzionale alla ristrettezza di personale – aggiunge Benedetti – È da molto tempo che chiedo di rinforzare l’Autorità se davvero vogliamo che svolga quel fondamentale ruolo di controllo per cui è nata. Parliamo di un’azione di controllo esercitata da un’autorità indipendente (noi non siamo dipendenti del Comune di Genova), utile all’amministrazione per capire i malfunzionamenti della macchina comunale».
    Finora, con limitate forze disposizione, l’organo di controllo «Comunque ha svolto la sua funzione – continua Benedetti – E spesso abbiamo dato fastidio a qualcuno, perché il controllo dà sempre fastidio».
    Come si legge nel Regolamento per la costituzione ed il funzionamento dell’ASPL “Il Consiglio comunale definisce uno specifico stanziamento, nell’ambito del bilancio di previsione, finalizzato al funzionamento dell’Autorità”.
    «Adesso non ho i numeri sotto mano, però, il costo complessivo della struttura non supera i 150 mila euro all’anno – afferma Benedetti – Occorre fare delle scelte. Il Comune vuole conservare l’Autorità oppure la ritiene una spesa inutile? Nel primo caso è necessario rinforzarla. In caso contrario, tanto vale eliminarla».

    QUALE FUTURO: POTENZIARLA O ELIMINARLA?

    palazzo-tursi-de-pietro-stefano-M5S-D«Visto che l’Autorità esiste noi vogliamo pubblicizzarla – spiega il consigliere De Pietro – Io personalmente ho disegnato un logo, sul sito del Movimento 5 Stelle (www.genova5stelle.it) si può trovare il banner con il link al sito www.aspl genova.it, al quale è legato il motto “Segnalare è meglio che Brontolare”, per attivare una campagna promozionale affinché tutti i cittadini possano conoscere l’ASPL e sfruttare l’opportunità offerta dal registro delle segnalazioni dei disservizi».
    Secondo De Pietro, il servizio va potenziato «Sono necessarie almeno 4-5 persone che seguano esclusivamente il registro. Il sito web deve diventare l’unico punto di ingresso per i cittadini, dove confluiscano tutte le segnalazioni, per poi essere distribuite ai vari organi di controllo specifici, in modo che l’ASPL possa sempre avere il polso della situazione».
    Ma una parte del Consiglio Comunale non rema nella stessa direzione. Anzi, al contrario pare intenzionata a voler eliminare l’Autorità. «Con l’approvazione del Regolamento sulle partecipate, il Comune intende creare un organismo di controllo in seno alle medesime aziende controllate – spiega De Pietro – insomma, un gruppo di lavoro interno e di conseguenza non indipendente, che potrà esercitare solo un controllo “addomesticato”. In questo senso, secondo alcuni, l’Autorità rappresenterebbe un inutile doppione da cancellare».

    Eppure a ben vedere, il Regolamento sulle partecipate è stato approvato dal Consiglio Comunale con un emendamento della Lista Musso – appoggiato dai voti favorevoli e trasversali di Movimento 5 Stelle, Sel e Lista Doria – che attribuisce specifici poteri di controllo all’ASPL.
    «Il Regolamento sulle partecipate dà forza ai poteri dell’Autorità – conferma Benedetti – in particolare in merito al controllo di qualità». Per quanto riguarda l’ipotesi di formare un organismo di controllo interno, il presidente dell’ASPL è tranchant «Sarebbe una spesa inutile. L’Autorità garantisce un’azione indipendente e bisogna sfruttarla al meglio. Senza dimenticare che l’organo di controllo interno esiste già: è il Consiglio Comunale che vigila sulle sue aziende partecipate».
    Le ultime notizie sembrano confermare un atteggiamento schizofrenico di Palazzo Tursi. Venerdì 3 maggio i quotidiani locali hanno annunciato che la Giunta avrebbe intenzione di riportare in Consiglio Comunale due delibere già approvate in aula con alcune modifiche non condivise dall’esecutivo. Una è la delibera sulle tariffe integrate treno più bus. L’altra delibera è appunto quella relativa al Regolamento sulle società partecipate, approvata con l’emendamento della Lista Musso che, secondo l’assessore al Bilancio Franco Miceli, sarebbe in contraddizione con l’emendamento presentato dalla Giunta ed anch’esso approvato dal Consiglio.
    «L’autonomia del Consiglio Comunale va rispettata e salvaguardata – afferma il consigliere Enrico Musso, firmatario dell’emendamento nel mirino (Corriere Mercantile 03-05-2013) – per quanto riguarda il Regolamento sulle partecipate, non c’è nessuna contraddizione tra i due emendamenti che sono stati approvati. Il fatto di aver attribuito più poteri all’Autorità, sottraendoli alla Giunta, può non piacere a quest’ultima, ma non crea alcun conflitto».
    «Il fatto che l’Autorità possa esercitare un controllo indipendente – conclude De Pietro – evidentemente suscita fin troppo fastidio».

     

    Matteo Quadrone

  • Dalla Foce a Quinto: poca spiaggia libera, scarsi accessi e cemento

    Dalla Foce a Quinto: poca spiaggia libera, scarsi accessi e cemento

    Litorale. corso italia 2Non si può affermare che il litorale genovese goda di buona salute, anzi, tra difficoltà di accessoi rari varchi per altro sono collocati nelle immediate vicinanze dei depuratori estensione limitata della spiaggia libera e conseguente scarsa fruibilità, presenza incombente di cemento, tettoie e tubi degli stabilimenti balneari, condizionatori e canne fumarie dei ristoranti, in particolare a Levante, lungo Corso Italia ma non solo, rendono sgradevole un paesaggio che, invece, dovrebbe essere il biglietto da visita di una città affacciata sul mare.
    Una realtà fotografata alla perfezione nel dossier – con centinaia di foto, carte e relazioni – realizzato dalle associazioni Italia Nostra e Adiconsum, inviato al sindaco Marco Doria e al presidente della Regione Claudio Burlando nel luglio 2012.
    Appena due mesi prima, il Comune – consapevole della difficile situazione per ammissione dell’ex assessore al Demanio, Simone Farello (oggi capogruppo PD a Palazzo Tursi), il quale considerava Corso Italia “la parte di litorale più in sofferenza” – aveva approvato, con deliberazione n. 37 del 21 marzo 2012 del Consiglio Comunale, un nuovo Progetto di Utilizzo del Demanio Marittimo (PRO.U.D), lo strumento che disciplina la gestione delle aree demaniali marittime di competenza dell’amministrazione comunale dal confine con il Comune di Arenzano al Rio Lavandè (Vesima), a Ponente, e da Punta Vagno al confine con il Comune di Bogliasco, a Levante, mentre la zona centrale del litorale genovese ricade sotto la giurisdizione amministrativa dell’Autorità Portuale.

    LitoraleNel tratto di litorale dalla Foce fino all’inizio dei Bagni Lido (lungo circa 2000 metri) «sono presenti solo 4 accessi alla spiaggia, due dei quali prima del depuratore di Punta Vagno, con un’estensione di spiaggia libera valutabile complessivamente in 250/300 metri – si legge nel dossier di Italia Nostra e Adiconsum – Il tratto di litorale sino a Punta Vagno è molto confuso e trascurato, di dubbia balneabilità. La copertura del depuratore è in uno stato di manutenzione assai precario».
    Nel tratto compreso dai Bagni Lido di Corso Italia sino alla spiaggia di Priaruggia (circa 3000 metri) «gli accessi sono 7, uno dei quali in corrispondenza del depuratore di Vernazzola, con un’estensione di spiaggia libera valutabile complessivamente in 350/400 metri – continua il dossier – La zona retrostante lo stabilimento del Lido, in corrispondenza dell’edificio novecentesco, della stazione di servizio e del parcheggio, è veramente indecorosa». Per fortuna ci sono anche degli esempi positivi, come il tratto di litorale di Capo S. Chiara, da Boccadasse a Vernazzola, che essendo inaccessibile, se non in corrispondenza dei bagni S. Chiara, è ben conservato. «I bagni S. Chiara, raggiungibili solo attraverso una ripida scalinata, sono gradevoli e ben tenuti e costituiscono un esempio di stabilimento balneare compatibile con il paesaggio, in quanto privo di strutture fisse invasive», sottolineano Italia Nostra e Adiconsum. Anche lungo la spiaggia di Sturla si trovano «due stabilimenti che ancora conservano le caratteristiche originarie, il Circolo velico Vernazzolese ed i Bagni Sturla, che costituiscono un esempio di strutture leggere in legno ben conservate, con affaccio sulla spiaggia privo di strutture in calcestruzzo». Al contrario «la spiaggia pubblica attrezzata di Sturla è in condizioni di manutenzione alquanto precarie. La scogliera sottostante il Monumento dei Mille, recentemente rifatta ed attrezzata ex-novo, ha perso quasi del tutto la sua connotazione originaria». Tuttavia «a sinistra del Monumento è visibile un bell’esempio di come dovrebbe essere tenuta la sottile fascia compresa tra la via Aurelia e gli stabilimenti balneari».
    Infine, nel tratto di litorale che va dalla spiaggia di Priaruggia sino alla spiaggia di Quinto (circa 2000 metri) «sono presenti solo 4 accessi alla spiaggia, due dei quali in corrispondenza dei depuratori di Quarto e di Quinto, con un’estensione di spiaggia libera valutabile complessivamente in 200/300 metri – conclude il dossier – Il litorale è caratterizzato dalla presenza di alcuni stabilimenti balneari di notevoli dimensioni. La sistemazione della copertura del depuratore di Quarto è assai migliore rispetto a quella degli altri depuratori ma non si conosce la situazione della balneabilità in prossimità del depuratore stesso».

    Litorale. corso italia 1Ma facciamo un passo indietro e torniamo al PRO.U.D. Per quanto riguarda il tratto compreso tra San Nazaro e Capo Marina – caratterizzato, a ponente dalla presenza del depuratore di Punta Vagno, a levante dal terrapieno confinante con l’area della ”Marinetta” (fortemente modificata durante i lavori per lo scolmatore del rio Fereggiano) – il progetto prevede di «modificare l’assetto delle aree in concessione che vengono ridimensionate in funzione di acquisizione all’uso pubblico di nuovi tratti di litorale. Per l’area ricompresa negli spazi attualmente in concessione ai Bagni San Nazaro si prevede una riduzione della spiaggia che, contestualmente ad un intervento di ripascimento da realizzarsi a levante del depuratore, favorisce la formazione di un nuovo tratto di arenile libero accessibile dai percorsi pubblici evidenziati dagli elaborati grafici. Per l’area attualmente ricompresa negli spazi in concessione ai bagni Capo Marina non vengono riconfermate come aree riconcedibili le aree scoperte direttamente a confine con la zona “Marinetta”, attualmente utilizzate per il campo da calcetto e di servizio alle attività sportive gestite dallo stabilimento».
    In merito al tratto costiero delimitato, a ponente dall’area in concessione ai bagni Capo Marina, a Levante dal Molo del Nuovo Lido, il PRO.U.D. sottolinea che «l’attuale litorale libero della “Marinetta è pressoché costituito da uno spiazzo cementato che ne limita fortemente la fruizione ai fini della balneazione. Il progetto prevede un ridimensionamento dell’area concedibile posta sul confine di levante allo scopo di fornire un reale e agevole accesso al mare ed un adeguato tratto di arenile dedicato alla libera balneazione. Al fine di garantire un tratto di arenile libero in posizione centrale rispetto allo sviluppo del fronte litoraneo di San Giuliano, il progetto prevede la trasformazione di una concessione attualmente in corso di validità (denominata “Bagni Roma”) in Spiaggia Libera Attrezzata. Il progetto di riordino deve, inoltre, prevedere la realizzazione di un’accessibilità pubblica direttamente dalla “Promenade” cittadina di C.so Italia; è previsto il ridimensionamento dello stabilimento balneare denominato “Sporting” con la finalità di aumentare lo spazio di spiaggia libera esistente ed ampliare il varco da Lungomare Lombardo per renderlo accessibile ai soggetti disabili».

    Benché si tratti di un progetto di utilizzo e non di un piano di riorganizzazione, secondo le associazioni si poteva comunque fare di più. «Questo progetto tende ad avvallare e consolidare, con qualche eccezione, la situazione di fatto – affermavano nel luglio 2012 Alberto Beniscelli, presidente di Italia Nostra Genova e Stefano Salvetti di Adiconsum Liguria – rimandando a non meglio identificati interventi di miglioramento di un litorale che ci appare già oggi in larga misura compromesso, anche per recenti interventi».
    A dar man forte alle associazioni è arrivato anche il parere della Regione Liguria, necessario per ottenere il nullaosta definitivo del PRO.U.D. genovese. Gli uffici regionali hanno prodotto le loro osservazioni soltanto a gennaio 2013 e non sono mancate alcune sorprese significative. Il settore regionale Pianificazione Territoriale e Demanio Marittimo scrive nel decreto n. 3 del 7/01/2013 «Ritenuto che il progetto, nel suo complesso, consegua un miglioramento complessivo dell’uso dell’arenile e dei servizi connessi migliorando in particolare l’accessibilità e la percorribilità lungo la costa e contenga inoltre una serie di norme volte a garantire un miglior utilizzo ai fini di uso pubblico degli spazi demaniali marittimi; che, tuttavia, il progetto si basa su un’effettiva stima degli spazi balneari liberi in molti ambiti sovradimensionata rispetto all’effettiva possibilità di accesso e fruizione degli stessi; non risolve efficacemente il nodo della carenza di spiagge libere attrezzate nel litorale cittadino di Levante, con particolare riferimento agli ambiti corrispondenti alla zona di Corso Italia».

    Litorale. santa chiara«Innanzitutto è stata smontata la tesi che a Genova si ottemperi alla legge regionale che prevede il 40% di spiagge libere, dove si dichiara di arrivare oltre il 54%, compresi gli scogli, come sottolineato dall’allora assessore Farello – racconta il consigliere del Municipio Medio Levante, Bianca Vergati (Sel-Lista Doria) – Nell’incontro del 5 marzo 2013 fra Municipio Medio Levante e gli uffici comunali è uscita una percentuale assai diversa per il litorale fra Boccadasse e Punta Vagno: le spiagge libere sono solo l’11%».
    Come mai? Il motivo è alquanto semplice: la Regione ha chiesto di «eliminare tra le aree libere quelle dichiarate non accessibili o non praticabili per motivi di sicurezza, ridurre opportunamente quelle interessate da corsie di alaggio, foci di torrenti, scogliere impraticabili […] ed integrare con una tabella dettagliata, Municipio per Municipio, relativa allo stato attuale e allo stato di progetto», si legge nel decreto n. 3 del 7 gennaio 2013.
    «Ovvero di considerare i tratti liberi e accessibili per ogni porzione di costa, cioè per corso Italia, Quarto, Quinto, ecc. – continua il consigliere Vergati – Il computo, invece, era stato redatto in maniera complessiva. Non solo. Si sono messi nel conto il tratto di spiaggia libera della “Marinetta”, che sarà interessato dal miniscolmatore del Fereggiano, rio che sfocia proprio a metà di corso Italia, la nuova spiaggetta della Motonautica, con accesso chiuso dai cancelli del club e pure la nuova spiaggia, che ancora non c’è, accanto al depuratore».
    Inoltre, la Regione chiede di modificare l’assetto previsto per gli ambiti della zona centrale stralciando: «la previsione di opere a mare e di ripascimento o trasformazioni della costa che al momento non sono valutabili, né nella fattibilità, né nei costi (nuova spiaggia a Levante del depuratore di Punta Vagno e riconfigurazione della zona della Marinetta); la previsione della creazione di una fascia intermedia tra le concessioni e la fascia di libero transito – utilizzabile liberamente e in cui è permessa la sosta per la balneazione (spiaggia di San Giuliano) – in quanto la stessa costituisce una rilevante modificazione delle concessioni esistenti ed un rilevante onere aggiuntivo a carico dei concessionari».

    «Il PRO.U.D. è stato licenziato dal Comune con buoni propositi che però non si sono potuti concretizzare – sottolinea Vergati – Con questo strumento auspicavamo il riordino di almeno una parte del litorale di Corso Italia. Purtroppo, però, la proroga delle concessioni demaniali marittime, la cui scadenza è stata spostata dal 2015 al 2020, ha irrimediabilmente complicato i piani».

    «La proroga delle concessioni (sancita dalla Legge del 17 dicembre 2012 n. 221) ha generato un’oggettiva difficoltà a modificare lo stato attuale – conferma la dott.sa Corinna Artom, dirigente regionale – La questione più spinosa rimane quella di Corso Italia. Nel PRO.U.D. la previsione di liberare spazi pubblici è insufficiente. Sono ipotizzati degli interventi che non si sa quando e come si potranno realizzare, visto che si concentrano soprattutto nella zona della “Marinetta”, ossia un’area interessata dalla prossima realizzazione dei lavori per lo scolmatore del Ferregiano. Abbiamo chiesto al Comune di riformulare una proposta su Corso Italia – conclude Artom – Adesso l’amministrazione comunale deve recepire le nostre osservazioni e la Regione valuterà le eventuali modifiche al progetto».

     

    Matteo Quadrone
    [foto tratte dal dossier di Italia Nostra e Adiconsum]

  • Albaro, Ingegneria: quale destinazione futura per le aree universitarie?

    Albaro, Ingegneria: quale destinazione futura per le aree universitarie?

    villa giustiniani cambiaso. albaroUn’occasione di confronto sul futuro delle aree universitarie di Albaro nell’ottica del possibile trasferimento della Facoltà di Ingegneria agli Erzelli – sempre più vicino visto che ieri il presidente Claudio Burlando ha annunciato lo sblocco dei finanziamenti assegnati alla Regione Liguria (15 milioni di euro) che saranno investiti nei laboratori della nuova Facoltà di Ingegneria presso il Polo scientifico e tecnologico degli Erzelli e della conseguente riconversione degli spazi da essa occupati.
    È il senso dell’iniziativa, promossa dall’Associazione Amici della Scuola di Ingegneria e della Scuola Politecnica (Asing Genova), svoltasi lunedì pomeriggio presso il salone nobile di Villa Giustiniani Cambiaso in Albaro.
    Il cambiamento che si verrebbe a creare è di notevole impatto per il quartiere che, da quasi un secolo, ospita la Facoltà di Ingegneria con i suoi studenti, i docenti, il personale, le attrezzature e gli impianti. Con il trasferimento di questa grande struttura – onde evitare il rischio che si venga a creare un “vuoto urbano”, come temono i residenti di Albaro – è determinante l’elaborazione di un progetto che promuova la sinergia tra una valorizzazione volta al futuro e la memoria ancorata al passato.
    In quale considerazione dovranno essere tenuti – nei progetti futuri – la storia, la qualità del costruito e dell’ambiente, la memoria dei luoghi, l’integrazione con la vita del quartiere? Al di là di quelle che sono le previsioni dei piani urbanistici, è possibile pensare per queste aree destinazioni diverse che contribuiscano a promuovere lo sviluppo della città?

    LE AREE UNIVERSITARIE DI ALBARO
    Dal 1921 Villa Giustiniani Cambiaso (via Montallegro) ospita la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova. La Villa conserva, ancora oggi intatto, l’originale impianto cinquecentesco, in quanto le strutture scientifiche e didattiche si sono sapute integrare nel manufatto, rispettandone le caratteristiche distributive. I padiglioni – realizzati negli anni Venti nella parte orientale del giardino – sono stati realizzati nel rispetto delle preesistenze, contenendo la volumetria al di sotto della quota del piazzale antistante la Villa, riprendendone gli assi progettuali, le partizioni e gli schemi compositivi dei prospetti.
    Pure i successivi ampliamenti, resisi necessari ai fini delle rinnovate esigenze didattiche, non hanno mancato di attenzione nei confronti della Villa alessiana, la quale ospita, fin dall’originario insediamento universitario, il corso di Ingegneria Navale (un’eccellenza che rischia di non far parte del futuro Polo scientifico e tecnologico degli Erzelli ma destinata, invece, a La Spezia, come prevede un memorandum d’intesa che nelle prossime settimane sarà esaminato dal c.d.a. dell’ateneo genovese) oltre alla Presidenza, l’Aula Magna, la Biblioteca e gli uffici amministrativi.

    villa giustiniani cambiaso 1. albaro«Villa Giustiniani Cambiaso è un monumento dell’architettura rinascimentale italiana – spiega l’architetto Stefano Musso, insegnante della Scuola Politecnica – Rappresenta il tipico esempio di villa genovese con uno splendido parco che un tempo arrivava quasi fino al mare, in parte purtroppo sacrificato, per la realizzazione delle nuove strutture».
    «Fino ad oggi la destinazione d’uso quale sede della Facoltà di Ingegneria non ha avuto un impatto negativo sull’area di Villa Giustiniani Cambiaso – sottolinea l’ingegnere Sergio Lagomarsino, Presidente CCS Edile-Architettura – anzi, si può affermare che la presenza della Facoltà ha in qualche modo aiutato la preservazione del monumento. Sia i primi laboratori degli anni ’20-’30, sia le costruzioni più recenti, si sono inseriti con garbo all’interno del contesto, rispettandone il disegno originario. Sappiamo bene che, al contrario, non utilizzare i beni storici, spesso significa abbandonarli al loro destino consegnandoli all’abbandono».

    Negli anni ’50 – a fronte di una carenza di spazi per la Facoltà – fu deciso di acquistare alcuni terreni di proprietà dell’Opera Pia situati in prossimità di Viale Causa, sui quali, tra il 1956 il 1980, furono costruiti quattro nuovi padiglioni. L’insediamento venne completato nel 1996 con la costruzione di un nuovo edificio, a ridosso e collegato al padiglione originario. Anche se frutto di interventi successivi, non facenti parte di un unico disegno, il complesso è tuttora funzionale ed ospita, tra gli altri, i corsi di Ingegneria Edile- Architettura, Chimica, Elettrica, Elettronica, Meccanica, ecc.
    Il padiglione originario – collocato all’ingresso del complesso provenendo da Viale Causa – è di stampo razionalista e connota l’impianto compositivo del compendio universitario, condizionandone i futuri sviluppi. La struttura distributiva del padiglione, impostata su criteri di efficienza funzionale, ne consente ancora oggi un valido utilizzo: esso contiene, oltre alle aule, diversi spazi dipartimentali e le aule magne.

     

    ingegneria-albaro-villa-cambiasoLE PREVISIONI UBANISTICHE

    Per quanto riguarda l’ambito di Villa Giustiniani Cambiaso, il P.U.C. (Piano Urbanistico Comunale) vigente del 2000 prevedeva una destinazione omogenea a servizi.
    Il progetto preliminare del nuovo P.U.C., adottato nel 2011, divide in due ambiti l’area, diversificandone la destinazione d’uso: la zona in cui è situata la Villa viene destinata a funzioni di pubblico interesse mentre la porzione ad est – quella occupata dai padiglioni – è destinata a funzioni di rango urbano (prevalentemente residenziale). Sono consentiti interventi di ristrutturazione e sostituzione edilizia a parità di superficie agibile con l’obbligo di garantire la sistemazione a verde in piena terra per una superficie minima pari al 30% dell’area.

    In merito al complesso di Viale Causa, il P.U.C. del 2000 inseriva la zona nell’Ambito speciale di riqualificazione urbana n. 66. Erano previsti un nuovo collegamento stradale carrabile tra Via Fasce e Viale Causa e un nuovo accesso pedonale alla zona da Corso Gastaldi. Le funzioni previste erano residenze e servizi e gli interventi consentiti prevedevano la ristrutturazione o la demolizione e ricostruzione, a parità di superficie agibile.
    Il progetto preliminare di nuovo P.U.C. individua l’area come Distretto di trasformazione locale n. 3.09. Viene eliminata la previsione di raccordo stradale tra Via Fasce e Viale Causa, mantenendo comunque l’obbligo di garantire un accesso veicolare all’area da Via Fasce. Le principali funzioni ammesse sono residenza, servizi pubblici e privati e parcheggi. L’Indice di Utilizzo Insediativo (I.U.I.) minimo previsto è di 1,40 m2/m2 fino a un massimo di 1,70 m2/m2.

    « Il nuovo P.U.C. prevede la demolizione totale dell’area di viale Causa ed una ricostruzione con indici piuttosto elevati – spiega l’architetto Sara De Maestri, docente di Composizione Architettonica III e di Progettazione Architettonica Sostenibile nel Corso di Laurea di Edile-Architettura – In pratica ciò comporterebbe l’azzeramento della memoria della Facoltà di Ingegneria in Albaro. All’interno di questo insediamento, invece, sarebbe possibile ipotizzare una proposta progettuale in grado di salvaguardare alcune strutture funzionali per il quartiere anche in ottica futura».

    «Il Comune ha deciso di realizzare un percorso partecipato ai fini della definizione finale del Piano Urbanistico coinvolgendo associazioni di categoria, realtà attive sul territorio, singoli cittadini, Municipi – afferma il vicesindaco Stefano Bernini – Sono giunte moltissime osservazioni al P.U.C. e riteniamo necessario che le scelte siano il più possibile condivise. Per le aree universitarie di Albaro vale il medesimo discorso: quindi l’impegno dell’amministrazione comunale è quello di ritornare a discutere sul futuro di questi spazi. Per dare un metodo al percorso, che vogliamo diventi la prassi, ci siamo rivolti all’Università di Genova e all’Istituto Nazionale di Urbanistica: un gruppo ristretto (3-5 docenti) svolgerà il ruolo di garante e offrirà un supporto anche attraverso l’organizzazione di tavoli tematici, in modo tale da arrivare a settembre con le controdeduzioni pronte e poter poi procedere all’approvazione definitiva del P.U.C. da parte del consiglio».

    «Una città che disegna il proprio futuro non lo fa solo seguendo gli aspetti infrastrutturali ed economici – spiega l’arch. Stefano Musso – ma lo può fare anche con una riconfigurazione dei suoi spazi. Non si può conservare tutto a priori, questa è un utopia. Bisogna conservare trasformando. Sembra un paradosso ma in realtà ogni conservazione è comunque una sorta di trasformazione. Il problema è in quale misura conservo/trasformo? La demolizione totale non è una soluzione a costo zero – continua Musso – Se vogliamo parlare di sostenibilità non possiamo pensare di conservare tutto così com’è, ma neppure immaginarne la totale demolizione. È necessario indagare le soluzioni alternative. Per quanto riguarda l’area di viale Causa dobbiamo ragionare in prospettiva di un riutilizzo funzionale».

    «Confrontarsi è un atteggiamento positivo – racconta l’ingegnere Davide Viziano, uno dei più importanti costruttori genovesi, presidente del Gruppo Viziano Progetti e Costruzioni – Noi collaboriamo con l’Università per alcune tesi di laurea, un’esperienza sicuramente stimolante e positiva ai fini del nostro lavoro. Le città hanno una loro dinamicità ed ogni cambiamento, secondo me, va misurato sul piano del miglioramento o meno delle situazioni di partenza. L’immobilismo, invece, non va bene perché non aiuta a risolvere i problemi. Genova, purtroppo, almeno fino ad oggi, è stata la città dei forse: saremo la città del turismo? Forse; saremo la città del porto? Forse. E via così. Al contrario, occorrono maggiori certezze e delle prospettive disegnate con convinzione. In questo senso la ridefinizione del P.U.C. mi lascia perplesso».

     

    LA TESI DI LAUREA: “PROGETTO DI RICONVERSIONE E VALORIZZAZIONE DEL POLO UNIVERSITARIO DI INGEGNERIA AD ALBARO”

    L’elaborazione del progetto di tesi di laurea in Ingegneria Edile-Architettura, delle allora studentesse Chiara Fasce e Federica Romiti, è un’occasione per approfondire il tema del possibile riutilizzo delle aree universitarie nell’ipotesi di un trasferimento delle funzioni didattiche in altra sede. Il progetto è stato sviluppato – sia per il comparto di Viale Causa sia per quello di Villa Giustiniani Cambiaso – sulla base delle previsioni del progetto preliminare del nuovo P.U.C. e di un’analisi approfondita dello stato di fatto e della storia evolutiva dei due complessi edilizi. Per completezza didattica, il progetto è stato approfondito, oltre che sul piano ingegneristico ed esecutivo, anche sul piano economico, fornendo indicazioni sui possibili costi realizzativi degli interventi.

    «L’idea era conservare la memoria all’interno delle aree tramite il mantenimento degli elementi più significativi delle due zone – spiegano i giovani ingegneri Chiara Fasce e Federica Romiti – È possibile un progetto di riconversione rispettoso della memoria e nello stesso tempo proiettato al futuro».

    Nel caso di Villa Giustiniani Cambiaso, l’obiettivo è stato principalmente quello di valorizzare l’immobile storico, restituendo un contesto visuale e paesaggistico oggi compromesso dall’edificazione avvenuta nel corso dell’espansione residenziale di Albaro del secondo dopoguerra. L’intervento proposto si sviluppa nell’ambito oggi occupato dai padiglioni universitari, aprendo al quartiere nuove prospettive per il godimento della Villa storica e destinando i padiglioni esistenti, opportunamente rimodulati e integrati con nuove costruzioni, a funzioni residenziali e a servizi di quartiere.
    «La presenza della Villa e la visibilità della stessa sono i punti di partenza – continuano Fasce e Romiti – La nostra proposta progettuale prevede la riapertura della corte tramite la demolizione dei volumi più recenti e l’esclusivo mantenimento dei padiglioni allungati che saranno destinati a residenze. L’area circostante la Villa sarà completamente pedonalizzata».

    L’ambito di Viale Causa ha concesso di sviluppare un progetto più articolato, dovendo affrontare problematiche di carattere urbanistico più complesse, implicanti la ricuciture di due fronti urbani facenti capo alla collina che separa la zona di Albaro da quella di San Martino e San Fruttuoso. Obiettivo del progetto è stato quello di mantenere la memoria dell’impianto universitario, salvaguardando l’originario padiglione di stampo razionalista, destinato a ospitare servizi di quartiere e spazi integrativi per le funzioni del Conservatorio di Musica, oggi insediato all’interno di Villa Bombrini, in Via Albaro. La restante volumetria preesistente è stata sostituita da nuove costruzioni a destinazione residenziale, più efficaci sul piano energetico ed ambientale, privilegiando tipologie edilizie che consentano l’utilizzo a verde della maggior parte del suolo. È stato così creato un grande giardino che consente anche un agevole collegamento pedonale tra i due quartieri cittadini, Albaro e San Martino.

    «Abbiamo scelto di conservare il padiglione più antico nella sua configurazione originaria, prevedendone una destinazione d’uso socio/culturale – raccontano Fasce e Romiti – Le altre costruzioni, invece, saranno ad uso residenziale. I maggiori insediamenti sono previsti a nord per meglio armonizzarsi con il contesto circostante. Nell’edificio conservato la presenza di due aule magne è stata fondamentale ai fini della scelta. Qui troveranno spazio sale prove musicali e sale conferenze. Inoltre, prevediamo una zona ristorante a servizio del centro socio/culturale».

    «Questa tesi di laurea rappresenta una scommessa per capire come confrontarsi con le linee stabilite dal preliminare di P.U.C. – conclude l’architetto Sara De Maestri, relatore della tesi di laurea – Un Indice di Utilizzo Insediativo minimo pari a 1,40 m2/m2 è altissimo su Albaro e rischia di stravolgere la percezione del quartiere».

     

    Matteo Quadrone

  • Porto di Genova e servizio ferroviario: criticità e prospettive di sviluppo

    Porto di Genova e servizio ferroviario: criticità e prospettive di sviluppo

    porto-terminal-gru-container-DILa prima considerazione da fare è che un calo dei traffici non c’è stato e, pure in questo periodo di crisi, il porto di Genova ha tenuto botta, meglio di altri scali, soprattutto per la sua storica capacità di accogliere differenti tipologie merceologiche. Sui quasi 50 milioni di tonnellate movimentate nel 2012, infatti, 20 sono prodotti petroliferi e derivati; 20 merci movimentate con container; 10 comprendono traffici Ro-Ro, il tradizionale comparto ortofrutta e le rinfuse solide (settori entrambi in diminuzione).
    La metodologia di trasporto privilegiata per l’uscita e l’entrata delle merci rimane sempre la gomma: l’85% contro il 15% rappresentato dai traffici su rotaia.
    Dunque il porto genovese cresce e scava i fondali per prepararsi ad accogliere navi porta contenitori di dimensioni sempre maggiori (ormai nei cantieri se ne costruiscono sopra i 12 mila TEU, unità di misura del container che si basa sulla lunghezza minima del contenitore da 20 piedi) rincorrendo anch’esso il sogno del gigantismo navale (fenomeno analizzato dallo studioso Sergio Bologna che merita un approfondimento a parte) ma nel frattempo il trasporto su ferro continua progressivamente a ridursi.
    In 10 anni a Genova – come in quasi tutti gli scali italiani – il servizio ferroviario si è dimezzato, passando dal 30% all’attuale 15%, una percentuale davvero minima considerando il contestuale aumento dei traffici.
    Una perdita di competitività della ferrovia dovuta ad una serie di fattori. Ma non occorre guardare fuori dal porto per individuarli. In altre parole, non è un problema di insufficienza delle linee – premesso che l’Autorità Portuale ritiene necessaria la realizzazione del Terzo Valicooggi ampiamente sottoutilizzate, bensì le criticità si riscontrano all’interno di aree portuali e terminal, a causa di carenze infrastrutturali e di una gestione dei servizi di movimentazione e trasporto ferroviario poco efficiente, in particolare negli ultimi anni dopo il sostanziale disimpegno di Ferrovie dello Stato.
    «Nemmeno Genova riuscirà a smaltire il traffico se non riesce a potenziare i suoi servizi ferroviari – scrive Sergio Bologna (ha insegnato Storia del movimento operaio e della società industriale in diversi atenei in Italia e all’estero; fino al luglio 2012 ha fatto parte del Comitato scientifico per l’elaborazione delle linee guida del Piano nazionale della logistica presso il Ministero delle Infrastrutture; autore del libro “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale”, edito da Egea Editore nel 2010) – Oggi dal VTE, il terminal di Voltri, più di 24 treni al giorno non possono entrare o uscire. I terminal, quelli buoni, di una certa capacità, sono una risorsa scarsa. Solo La Spezia e Trieste hanno aumentato sensibilmente la loro quota di traffico su rotaia, La Spezia supera il 24% e Trieste a fine 2012 avrà realizzato più di 3.900 treni di unità intermodali».
    Eppure, se guardiamo al passato, il porto di Genova nel corso della sua lunga storia è sempre stato servito dal servizio ferroviario. «Negli anni ’60 tutte le linee portavano un servizio sottobordo, i vagoni arrivavano fin sotto le navi, questa era la tipologia di trasporto tradizionale – racconta chi nel porto ci ha lavorato per tanti anni – Con l’avvento della privatizzazione la struttura portuale è stata completamente demolita. E siamo passati dalla ferrovia alla gomma. Distruggendo le linee ferroviarie ed eliminando ogni tipo di logistica».
    «Lo sviluppo su ferro è stato di fatto smantellato con la politica di privatizzazione strisciante delle banchine – conferma il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali – La colpa è imputabile alla mancanza di una regia pubblica che non si limitasse a fare il parcheggiatore dei terminalisti privati. Senza dimenticare la difesa degli interessi della lobby del trasporto su gomma».

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    LE INFRASTRUTTURE

    Le carenze infrastrutturali sono un problema all’ordine del giorno ormai da molto tempo, come spiegano Enrico Ascheri ed Enrico Poggi della Filt-Cgil «Per come è strutturato il porto le difficoltà sono evidenti e numerose: troppe intersezioni, poche linee dirette, binari di lunghezza insufficiente all’interno dei singoli terminal. Sono delle criticità complesse da risolvere anche perché le banchine non hanno abbastanza spazio per consentire la composizione di treni con un numero adeguato di carri».
    A ben vedere anche le attuali infrastrutture stradali presentano problemi rilevanti, vedi l’auspicata realizzazione del nodo di San Benigno. «Nonostante ciò, finora il trasporto su gomma resta quello più utilizzato – continuano i rappresentanti Filt-Cgil – L’obiettivo è rendere il trasporto su ferro appetibile dal punto di vista economico. Ad oggi è più conveniente il trasporto su camion. Questo impedisce al porto di crescere come invece potrebbe».

    Vte, Porto ContainerIl VTE movimenta quasi il 75% dei TEU complessivi (che nel 2012 hanno superato di poco quota 2 milioni) ed il trasporto su rotaia raggiunge punte del 18%. Tuttavia il terminal di Voltri «Ha le potenzialità per aumentare in maniera significativa il trasporto su ferro – sottolineano Ascheri e Poggi – è dotato di un ampio parco ferroviario, non sfruttato a pieno regime e di 8 binari interni. Fino a ieri i container viaggiavano verso gli interporti, ad esempio Rivalta Scrivia, esclusivamente con i camion, oggi, finalmente si cominciano ad utilizzare i treni».
    Fondamentale, in questo senso, è il raddoppio della linea ferroviaria nel punto di accesso «Un intervento previsto da tempo, già approvato dall’Autorità Portuale ma non ancora portato a termine – continuano i rappresentanti Filt-Cgil – Il problema si genera anche all’esterno: quando i treni escono dal porto, infatti, convergono sulla medesima linea del traffico passeggeri, creando notevoli intoppi. RFI (società del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. che gestisce la rete ferroviaria) ha deciso di raddoppiare la linea ma per l’attuazione ci vorranno almeno altri 2 o 3 anni».

    porto-container-d1Il porto “vecchio”, dove si movimentano diverse tipologie merceologiche (rinfuse solide, rinfuse liquide, ortofrutta, container ecc.), può contare sul parco ferroviario di San Benigno che RFI sta potenziando e sul parco esterno del Campasso. Ma gli spazi non sarebbero comunque sufficienti «Al porto servono parchi ferroviari per ricevere i treni – afferma l’armatore Ignazio Messina della società “Ignazio Messina & C. S.p.A.”, una delle compagnie armatoriali più antiche (Corriere mercantile, 20-02-2013 – Attualmente i terminalisti per fare più treni devono tenerli dentro i terminal e non caricarli e scaricarli velocemente per farli uscire dal porto, come sarebbe logico. Dal 2006 ad oggi abbiamo ridotto la quota di utilizzo della modalità ferroviaria per le merci dal 90% al 40%: da circa 4000 treni all’anno siamo scesi a 1200. Il problema è che manca una politica nazionale e non si investe nell’intermodalità».
    Abbiamo provato a contattare l’Autorità Portuale per conoscere il punto di vista dell’ente che governa lo scalo genovese ma, purtroppo, non ha ritenuto opportuno risponderci. Quindi dobbiamo basarci sulle informazioni disponibili sul sito web dell’A.P. al capitolo infrastrutture, nel quale si legge «Per quanto concerne le opere ferroviarie occorre fare riferimento alla progressiva realizzazione degli interventi previsti nel Piano del Ferro ed in particolare all’ammodernamento ed al prolungamento del parco ferroviario “Rugna”, alla realizzazione della nuova dorsale ferroviaria nel bacino di Sampierdarena, ai nuovi fasci di binari sul Ronco-Canepa. Tali opere si devono accompagnare con quelle che RFI realizzerà a Voltri ed al Campasso nell’ambito del più articolato progetto del nodo ferroviario di Genova».
    Ignazio Messina manifesta perplessità in merito «Si fanno piccoli interventi scollegati nel tempo e nelle modalità, invece, sarebbe necessario maggiore coordinamento tra Autorità Portuale e terminalisti».
    «Nel 2013 l’A.P. ha stanziato zero euro per le infrastrutture ferroviarie – concludono Ascheri e Poggi – Gli interventi che si stanno eseguendo sono quelli già finanziati».

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    ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DEI SERVIZI DI MANOVRA E TRASPORTO FERROVIARIO

    Fino al 2009 la società che gestivaper conto di Ferrovie dello Stato (azionista di maggioranza) – le manovre ferroviarie all’interno del porto di Genova era la Ferport. Quell’anno, però, l’amministratore delegato di FS, Mauro Moretti, dichiarò che «A fare l’attività di manovra nello scalo genovese non si guadagna», annunciando il disimpegno dell’azienda. Iniziò un calvario lungo mesi, Ferport finì in liquidazione e dalle sue ceneri nacque Fuorimuro (Rivalta Terminal Europa 30%; Gruppo Spinelli 15%; InRail 15%; Tenor 15%; Compagnia Pietro Chiesa 10% ) che rilevò mezzi ed oltre un centinaio di lavoratori.
    L’obiettivo era trasformare una società che si occupava delle manovre ferroviarie – ovvero chi compone i treni all’interno dello scalo affinché le imprese ferroviarie possano prenderli e farli uscire dal porto – in un’impresa ferroviaria completa in grado di fornire anche il servizio di navettamento verso gli interporti oltre Appennino.
    «Questo permette di abbassare costi e tempi rispetto ad avere due servizi gestiti da imprese diverse», sottolineano Enrico Ascheri ed Enrico Poggi, Filt-Cgil.

    Nel gennaio 2011 il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha rilasciato a Fuorimuro la licenza n°63 per l’espletamento di servizi merci via ferrovia. Nell’agosto 2012 la società ha ottenuto dall’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria il certificato di sicurezza (parte A e parte B) che prevede l’esercizio di impresa ferroviaria in un ambito territoriale compreso tra Ventimiglia, Piacenza, Bologna e Livorno. Nell’ottobre 2012 sono iniziate le prime attività operative di trasporto ferroviario e recentemente, all’inizio di aprile 2013, Fuorimuro ha avviato il servizio di navettamento nelle tratte Genova-Rivalta Scrivia (sostituendo Serfer, compagnia controllata da FS; e adesso una dozzina di macchinisti rischiano di perdere l’occupazione) e La Spezia-Rivalta Scrivia.
    Oggi la forza lavoro di Fuorimuro è composta da 106 unità di cui 34 formate sulle professionalità ferroviarie (macchinisti 1° e 2° agente, verificatore formatore e accompagnatore treno) «Grazie ad un forte impegno del personale che ha usufruito di oltre 800 ore pro capite di formazione e 6 mesi di tirocinio pratico – spiega Ettore Torzetti della Fit-Cisl – Attività svolte a partire dal 2010, durante i mesi di cassa integrazione e tutt’ora in fase di completamento per l’ultimo corso macchinisti».

    L’avvio di Fuorimuro, nel maggio 2010 «Ha consentito una netta ripresa dei traffici ferroviari che viene confermata anche per il primo trimestre 2013», sottolinea Torzetti. Nel 2010 sono stati movimentati complessivamente 102.236 carri (media carri/mese 8.519). Nel 2011 carri movimentati totali: 114.355 (media carri/mese 9.530); +11,8% rispetto al 2010. Nel 2012 carri movimentati totali: 130.604 (media carri/mese 10.884); + 14,2% rispetto al 2011. Tra Gennaio e Marzo 2013 carri movimentati totali: 32.98 (media carri/mese 10.993).

    «Un “soggetto unico” operante nel porto di Genova, in grado di offrire un servizio integrato e ottimizzato di manovra e trasporto ferroviario, può giocare il ruolo di “motore dello sviluppo del trasporto su rotaia” – afferma il rappresentante Fit-Cisl – anche attraverso la composizione e gestione di “treni misti”, frutto della raccolta di merce tra i diversi terminal portuali. Inoltre, lo sviluppo, la velocizzazione e l’efficientamento del servizio di collegamento veloce (navettamento shuttle) con i principali interporti, consentirebbe di aumentare la capacità di ricezione e movimentazione dei principali terminal portuali genovesi – continua Torzetti – Determinanti, in tal senso, sono sia gli investimenti nell’infrastruttura ferroviaria portuale, finalizzati a potenziare la capacità di inoltro/ricezione (ad esempio: allungamento binari ed eliminazione “strozzature”), sia il coordinamento tra gestore della manovra e gestore della rete ferroviaria (RFI) per gestire al meglio le criticità emergenti sulla rete».

     

    Matteo Quadrone

    [foto Diego Arbore e Daniele Orlandi]

  • Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    centri per impiegoPraticamente ogni giorno televisioni, giornali e mass-media informano i cittadini sui dati allarmanti che sanciscono una progressiva quanto inesorabile crescita della disoccupazione in Italia. Nel 2013 supereremo la soglia reale dei 3 milioni di senza lavoro; tra questi, la categoria dei giovani, è ormai ad un passo dal 40% di disoccupazione (ma già oltre il 50% nel Mezzogiorno).
    La riforma del Lavoro Fornero (Legge 92/2012) – entrata in vigore otto mesi orsono – non ha avuto gli esiti sperati. D’altra parte non va dimenticato che essa è operativa per meno della metà, impantanata tra le maglie della burocrazia e la carenza di risorse economiche. Ma è bloccata pure la leva che dovrebbe farla decollare, ovvero una seria riforma dei servizi all’impiego, pubblici e privati, e della formazione professionale.
    «Senza una rete di servizi al lavoro veramente efficaci, in grado di offrire a chi perde il posto una nuova opportunità, il mercato continuerà ad essere opaco ed inefficace – scrive Walter Passerini, editorialista de La Stampa (02-03-2013) – vinceranno le solite raccomandazioni, le amicizie, le relazioni pericolose. La formazione professionale è da tempo frantumata in venti sottosistemi regionali e non è stata creata alcuna cabina di regia nazionale. La situazione è grave: serve un progetto condiviso che alimenti una stagione di responsabilità da proporre al Governo che verrà. La questione del lavoro, la questione salariale e la questione previdenziale sono legate tra di loro e ciò che si concerta oggi ha ripercussioni sul futuro. All’orizzonte non vi sono solo i tre milioni di senza lavoro ma gli otto milioni di persone che già oggi soffrono di un forte disagio occupazionale».

    I Centri per l’impiego (CPI), nati nel 1997 sulle ceneri degli ex Uffici di Collocamento, operano a livello provinciale secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni. In Italia – tra CPI ed agenzie private del lavoro – si contano alcune migliaia di sportelli con circa 20 mila dipendenti, dei quali 10 mila nei CPI. Solo a titolo di paragone, in Germania il personale dei CPI pubblici ammonta a 74 mila dipendenti; in Gran Bretagna è di 67 mila unità.
    L’effettiva funzionalità dei servizi per l’impiego italiani è messa sotto accusa dai numeri: si parla di appena il 4% come dato medio dell’intermediazione pubblica domanda – offerta di lavoro (a cui si affianca il 3% delle agenzie private), contro il 13% della Germania ed il 7,7% della Gran Bretagna.

    «Innanzitutto si tratta di dati che vengono raccolti in maniera errata o quantomeno contestabile – spiega Michele Scarrone, Direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – Sono stime desunte da domande rivolte ai lavoratori, spesso attraverso un’indagine telefonica, ai quali si chiede se hanno trovato lavoro o meno, mediante i servizi pubblici. Su un campione di 100 persone intervistate, è facile che solo 4 di queste si ricordino di essere, in qualche maniera, transitate dai CPI. Un lavoratore potrebbe aver visto un annuncio sulla bacheca del CPI ed aver stabilito un contatto personale andato a buon fine, quindi una mediazione vera e propria, ma gli strumenti utilizzati non riescono ad intercettarla. Il sistema di monitoraggio, insomma, non è statisticamente valido».
    Per quanto riguarda la Provincia di Genova «Il 30% delle persone prese in carico dai CPI trova lavoro dopo aver seguito un percorso fatto di colloqui, orientamenti, avviamenti con il servizio Match, tirocini o seminari promossi dai CPI – afferma Scarrone – Questo 30% è un dato attendibile perché rilevato tramite l’incrocio delle nostre banche dati sui servizi erogati e le attivazioni eseguite. In base alla Legge, infatti, tutte le aziende che applicano un qualsiasi contratto di lavoro sono tenute a comunicarlo alla Provincia». Secondo il dirigente non si può fare di tutta l’erba un fascio «C’è una forte disomogeneità a livello nazionale. Al sud la situazione è indubbiamente difficile ma anche al nord ci sono differenze tra una provincia e l’altra anche. La media del 4%, però, è grossolana. Soprattutto al settentrione, ma non solo, ci sono CPI con esperienze di eccellenza».

    Le domande strategiche che l’intero universo politico dovrebbe porsi sono almeno due: servono i servizi pubblici per l’impiego? E qual è la loro funzione? Quesiti che ancora attendono risposte convinte mentre nell’aria aleggiano ipotesi di parziale o addirittura totale privatizzazione.
    «I servizi pubblici per il lavoro sono necessari per garantire l’universalità del servizio – afferma Luigi Olivieri, dirigente del Settore Formazione e Lavoro della Provincia di Verona, alla rivista Work Magazine (18-02-2013) – comprendendo disabili e soggetti particolarmente deboli che la logica di profitto delle agenzie private escluderebbe».
    «Il nostro mestiere è creare le condizioni di maggiore occupabilità – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – L’obiettivo è avvicinare il più possibile la persona alle aziende che ricercano forza lavoro. Bisogna uscire dall’equivoco: l’intermediazione non è l’attività principale dei CPI. La mission è quella di fornire orientamento al lavoro. Per condurre le persone a comprendere il loro percorso professionale, prendere consapevolezza di eventuali lacune affinché esse siano colmate. I CPI promuovono corsi di formazione, voucher formativi, tirocini, seminari, ecc., tutto questo lavoro va a formare il complesso dei servizi per l’impiego».
    La difficoltà del sistema dei centri per l’impiego deriva ovviamente dalla esiguità delle risorse. «In Italia si investe circa 1/7 – 1/8 di quello che investono in altri Paesi europei più evoluti – sottolinea Scarrone – Le risorse per i CPI sono insufficienti e pure il numero di addetti. È del tutto evidente quanto sia necessaria una seria riforma dei servizi pubblici per l’impiego». Presso altre realtà del vecchio continente – vedi la Germania – le spese per le politiche attive sono il doppio delle nostre. Nel Bel Paese, invece, se non vogliamo spendere soldi solo per le politiche passive di sostegno al reddito dei disoccupati, occorre una profonda ristrutturazione della rete dei servizi per costruire politiche attive.

    L’ESPERIENZA DEI CPI DELLA PROVINCIA DI GENOVA

    Gli iscritti ai CPI della Provincia di Genova al 31/12/2012 sono 50450. Quindi in leggero aumento rispetto ai 49069 del 2011. Ma neppure di molto considerando la difficile congiuntura che stiamo attraversando.
    I colloqui di orientamento individuali (1° e 2° livello) erogati nel 2012 sono stati poco più di 41000 (in linea con il 2011); compresi i seminari collettivi: 49400 (ossia l’insieme delle azioni di orientamento).
    I voucher erogati per partecipare ad attività formative che la Provincia ha accreditato: 13463 (in aumento rispetto agli 11291 del 2011) a 8191 persone (7087 nel 2011), con una media di 1,64 per persona (1,59 nel 2011).
    Poi ci sono i tirocini «Uno dei migliori strumenti che abbiamo a disposizione – precisa Scarrone – che continuiamo a promuovere nonostante le risorse siano quasi pari a zero. In gran parte sono sostenuti dalle aziende e controllati della Provincia. Si è creato un rapporto virtuoso con molte imprese che in pratica svolgono il ruolo di “allenatori” delle persone, alcune delle quali, al termine del tirocinio rimangono in “squadra”». I tirocini promossi nel 2012 sono stati 1590 (1691 nel 2011). Secondo il report sugli esiti occupazionali del servizio «Trascorsi 12 mesi dal termine del tirocinio circa il 60% degli utenti risulta occupato», sottolinea Scarrone.

    L’altro punto di forza dei CPI della Provincia di Genova è il servizio Match (attivo da 12 anni) che favorisce l’incontro domanda – offerta segnalando lavoratori alle aziende che ne fanno richiesta. Negli ultimi anni, però, i numeri di Match sono progressivamente scesi in seguito al drastico calo di assunzioni. Nel 2012 il servizio ha ricevuto 1200 richieste dalle aziende (1701 nel 2011) per un totale di 1650 posizioni lavorative aperte (2390 nel 2011); i CPI hanno segnalato quasi 10 mila curriculum alle imprese richiedenti (12532 nel 2011).

     

    Attualmente 80 dipendenti della Provincia lavorano nei 6 CPI di Genova. Prima erano 7 ma recentemente – a causa della spending review che sta mettendo in ginocchio le Province – ha chiuso i battenti il CPI di Nervi. Gli addetti svolgono prevalentemente attività amministrativa: iscrizioni, compilazione delle liste, pratiche di mobilità, di disoccupazione, comunicazione obbligatoria alle aziende, ecc. I servizi specialistici per il lavoro (ovvero le politiche attive) vengono svolti da un’altra ottantina di lavoratori in appalto del Consorzio Motiva: informazione, colloqui di orientamento, servizi di incrocio domanda – offerta, mediazione culturale, avviamenti a formazione, a tirocini, seminari, ecc.
    «Mi auguro che siano studiate delle leggi in grado di ridurre l’impatto delle attività amministrative sul funzionamento dei CPI – sottolinea Scarrone – questo è uno degli elementi che distoglie risorse dalla promozione di politiche attive di cui, invece, avremmo gran bisogno». Tuttavia, le attività amministrative sono importanti perché «Permettono di individuare chi sono i disoccupati e qual è il loro livello di attivazione nella ricerca del lavoro – spiega il direttore – Se una persona dopo il colloquio non si presenta più oppure non segue le proposte dei CPI viene cancellato dalle liste».
    Ovviamente con un aumento del personale e finanziamenti più consistenti si potrebbe dedicare maggiore attenzione alle politiche attive. «Bisogna decidere se andare avanti per slogan oppure riformare il sistema dei CPI mettendoli nelle condizioni di poter funzionare a dovere – continua Scarrone – La cartina tornasole della qualità dei servizi offerti è rappresentata dal rapporto tra numero di addetti dei CPI e numero dei disoccupati». In altri termini c’è troppa disparità in tale rapporto per poter pensare che il pubblico possa fornire una risposta adeguata: in Italia 1 solo addetto deve seguire 150 disoccupati; in Germania 48; in Gran Bretagna 24.

    Per quanto riguarda il finanziamento ai servizi pubblici per l’impiego «Varia di anno in anno ed in pratica dipende da fondi extra – afferma Scarrone – In particolare il Fondo Sociale Europeo, che ci permette di mantenere l’appalto con il Consorzio Motiva, risicati fondi nazionali e regionali, zero provinciali (fatti salvi gli stipendi dei dipendenti)».
    Secondo Giovanni Daniele, dirigente dei Servizi Per l’Impiego della Provincia di Genova «Il problema principale è la mancanza di stabilità delle risorse a disposizione. Noi lavoriamo su progetti di massimo 1 anno, 9 mesi o addirittura 6 mesi. Di conseguenza non possiamo fare programmazione che in questo campo risulta fondamentale». Dunque i contributi arrivano ma non sono finalizzati a sostenere un sistema organico di servizi per l’impiego. «Sono finanziamenti che spesso sostengono soltanto le emergenze contingenti – continua Daniele – rivolgendosi esclusivamente ad un target specifico: una volta sono i cassaintegrati, un’altra volta sono i giovani, ecc.».
    Nonostante ciò «La Provincia, con grandi sforzi, da almeno dieci anni cerca di dare continuità ai servizi pubblici per l’impiego – afferma il dirigente – investendo su un set di servizi articolati per tutti i target e facendoli confluire in una struttura che, per quanto possibile, sia stabile nel corso del tempo».

    Senza dimenticare un dato di fatto, spesso trascurato «I CPI non possono creare lavoro ma piuttosto strumenti per aumentare l’occupabilità delle persone – ribadisce Giovanni Daniele – Per affrontare la delicata questione del lavoro ci vuole ben altro: innanzitutto delle concrete politiche di sviluppo che da lungo tempo attendiamo. Occorre una visione integrata tra Regioni, Province e Comuni. Con una stretta connessione tra politiche del lavoro e della formazione».

    Insomma, bisogna creare sinergia «Le politiche formative e del lavoro finché non sono collegate rimangono monche – aggiunge Daniele – Inoltre, è fondamentale inserire in questo contesto anche il sistema dell’istruzione».
    Eppure esempi virtuosi a cui guardare ce ne sarebbero, vedi il più volte citato modello tedesco. «In Germania formazione ed istruzione hanno pari dignità – conclude Daniele – Non ci sono scuole di serie A e di serie B come accade in Italia con licei ed istituti professionali. L’efficienza e l’efficacia del modello tedesco insegna che è necessaria l’integrazione tra tutte le politiche sopracitate. Ma occorre avere in mente un modello omogeneo per l’intera nazione, mantenendo ovviamente le singole peculiarità territoriali».

     

    Matteo Quadrone

  • San Fruttuoso, Terralba e Piazza Giusti: quale futuro per le aree FS?

    San Fruttuoso, Terralba e Piazza Giusti: quale futuro per le aree FS?

    san-fruttuoso-terralbaUn tempo erano aree totalmente pubbliche dedicate ad ospitare strutture a sostegno del servizio di trasporto ferroviario, oggi sono divenuti enormi spazi privati perché Ferrovie dello Stato – da azienda pubblica qual era – è stata convertita in Società per Azioni (l’attuale assetto organizzativo è quello di gruppo industriale con una capogruppo – Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. – a cui fanno capo le società operative nei diversi settori della filiera ed altre società di servizio e di supporto al funzionamento del gruppo).
    Le aree ferroviarie di Piazza Terralba e Piazza Giusti sono l’emblema di questo profondo mutamento, nel prossimo futuro destinate a perdere la propria vocazione originaria a favore di una spasmodica ricerca del profitto, ragione inevitabile quando di mezzo c’è un soggetto privato che deve produrre utili da distribuire ai suoi azionisti.
    Il progetto preliminare del nuovo PUC – approvato dalla Giunta guidata dall’ex Sindaco Marta Vincenzi – inserisce i circa 146.000 mq dei sopracitati parchi ferroviari, compresi tra Corso Sardegna e Via Tripoli, nel Distretto di Trasformazione 2.06. «Si tratta di porzioni della città dove, in ragione delle loro caratteristiche dimensionali o localizzative, devono essere effettuati consistenti interventi di trasformazione che rivestono un ruolo strategico a livello urbano e per le quali il Piano Urbanistico Comunale indica opzioni, anche alternative di utilizzo del territorio, da definire mediante la preventiva approvazione di Progetti Urbanistici Operativi», così il PUC definisce i Distretti di Trasformazione.

    Oggi nelle aree di Piazza Terralba e Piazza Giusti sono presenti gli impianti di manutenzione dei treni passeggeri. Ma sul finire di gennaio i sindacati hanno lanciato l’allarme perché, secondo le intenzioni della proprietà, tali siti (insieme alla divisione Cargo di Rivarolo) saranno smantellati per trasferire le funzioni a Savona. «Nel frattempo FS ha chiesto al Comune di valorizzare, con cambi di destinazione d’uso, le aree che intende dismettere – spiegano le organizzazioni sindacali – Nel progetto preliminare del nuovo PUC questo è già previsto. Noi chiediamo all’amministrazione comunale di non andare dietro alle sirene di FS e non confermare questa scelta». Nel caso di una chiusura totale dei tre impianti «Ci sarebbe un netto peggioramento del servizio ferroviario, visto che da Genova transita la maggior parte dei treni passeggeri e circa l’80% dei treni merci – sottolineano i sindacati – se, infatti, si bloccasse un treno a Genova, occorrerebbe trasportare il convoglio a Savona per ripararlo, con conseguenti disagi per passeggeri e lavoratori, oltre all’inevitabile intasamento delle linee ferroviarie. Senza dimenticare che i tre impianti danno lavoro complessivamente a quasi 600 persone tra dipendenti e indotto».

    L’INDIRIZZO DEL PUC

    binari-trasporti-treniL’obiettivo della trasformazione previsto nel Distretto 2.06 è il seguente: «Realizzazione di un intervento integrato di ricucitura del tessuto urbano e mitigazione dei fattori di incompatibilità, comportante la riorganizzazione degli impianti ferroviari, la realizzazione, ove possibile, di una nuova fermata della metropolitana in corrispondenza di piazza Terralba e della fermata della linea ferroviaria metropolitana a Terralba connessa con un parcheggio di livello urbano (intermodale) e la realizzazione di edifici per servizi pubblici di interesse generale e funzioni urbane diversificate».
    Le funzioni ammesse sono numerose quanto variegate. Tra le principali troviamo: «Residenza, Uffici, Strutture ricettive alberghiere, Direzionale, Terziario avanzato, Servizi pubblici di interesse generale e locale (fermata della linea ferroviaria metropolitana; fermata della metropolitana), Parcheggi pubblici e privati». Le funzioni complementari, invece, sono: «Connettivo urbano, Esercizi vicinato, Servizi privati».

    Abbiamo chiesto lumi sul futuro della zona al Vicesindaco, nonché Assessore all’Urbanistica del Comune di Genova, Stefano Bernini «Per noi Terralba vuol dire una preziosa opportunità di sviluppo della metropolitana in direzione Levante. FS intende valorizzare le aree oggi adibite ad impianti di manutenzione che prossimamente saranno smantellati. Per la città ci sarà un ritorno nei termini della disponibilità di un paio di binari per consentire il prolungamento della linea metropolitana. Adesso si tratta di concordare con il privato proprietario la rivisitazione delle funzioni urbanistiche ammesse nelle aree ferroviarie. Nel contempo l’amministrazione deve ragionare attentamente sul tema metropolitana. Occorre reperire le risorse economiche per coprire i costi ed avviare le procedure di gara. Ovviamente, i tempi non sono immediati, è un discorso di prospettiva anche perché il trasferimento dei siti di manutenzione non avverrà domani. La prima porzione interessata sarà quella di Piazza Giusti dove FS ha già espresso proposte più avanzate ed il percorso di dismissione sarà più veloce».

    Secondo il consigliere comunale Fds, Antonio Bruno, però «Non si può accettare il ricatto di FS che chiede di valorizzare le aree che intende dismettere per costruire case e centri commerciali». Gli fa eco il compagno di partito e consigliere del Municipio Bassa Val Bisagno, Giuseppe Pittaluga «Oggi FS è un’impresa privata ma ha mantenuto gli spazi acquisiti per scopi ben definiti ed ora, per ottenere maggiore profitto, smantella il comparto ferroviario investendo nell’immobiliare e nel commerciale, tradendo così la “mission” originale da cui, di fatto, deriva il privilegio. Per quanto ciò possa essere legale, sicuramente non è lecito – sottolinea Pittaluga – Le aree private urbane, di pregio in quanto non edificate, devono essere vincolate alla pianificazione del risanamento territoriale. La zona è quella dei continui allagamenti e delle molteplici alluvioni, della falda sottostante su cui le informazioni sono poche, delle colline che crollano (via Varese, via Donghi, ecc.) e dell’intensa edificazione selvaggia che mette a serio rischio, oltre che la qualità di vita, la vita stessa».

    IL PUNTO DI VISTA DI CITTADINI E ASSOCIAZIONI

    Marassi, Bassa ValbisagnoGli abitanti di San Fruttuoso e Marassi non sembrano per nulla convinti dell’indirizzo urbanistico previsto per i parchi ferroviari e hanno manifestato tutte le loro perplessità tramite la presentazione di numerose osservazioni al PUC.
    «Le nostre contestazioni partono dall’analisi del progetto preliminare del PUC – spiega Sabina Leali, membro del Comitato costituitosi allo scopo di promuovere un percorso di “urbanistica partecipata” in merito al futuro delle aree ferroviarie – Le funzioni ammesse sono fin troppe: residenze, uffici, alberghi, parcheggi, ecc. e lasciano aperto il campo ad altrettante previsioni di edificazione, dietro le quali potrebbero nascondersi possibili speculazioni. Parliamo di una zona centrale che fa gola a molti».

    Legambiente, per voce di Andrea Agostini, esprime preoccupazione e si schiera a fianco dei residenti «Siamo contrari al cambio di destinazione d’uso delle aree ferroviarie innanzitutto perché si tratta di una zona esondabile e quindi non è ipotizzabile l’ennesima cementificazione a danno di un territorio, dal punto di vista idrogeologico, già di per sé fragile». Inoltre la possibilità di edificare case e parcheggi «Va contro le logiche urbanistiche e di sviluppo di un efficiente trasporto pubblico locale (tpl) – sottolinea Agostini – In merito a quest’ultimo aspetto, riteniamo che Piazza Terralba e Piazza Giusti siano essenziali per l’intera città».
    In sostanza la natura del problema è siffatta «Se da un lato l’opportunità di arrivare con la metropolitana fino a Piazza Martinez (e nel futuro proseguire in direzione Levante) è un elemento estremamente positivo in grado di migliorare il tpl, dall’altro non si possono fare simili concessioni a FS – continua Agostini – A Marassi e San Fruttuoso, infatti, c’è una densità abitativa senza eguali e non si può ulteriormente appesantire il carico cementifero della zona».

    Per cittadini è fondamentale che sia il Comune a stabilire la destinazione d’uso «Senza delegare a FS che bada esclusivamente al suo tornaconto, essendo ormai un soggetto privato – spiega Sabina Leali – All’amministrazione comunale, invece, spetta la funzione di salvaguardia dell’interesse pubblico. Il nostro auspicio è quello di avviare un percorso di “urbanistica partecipata” che preveda il coinvolgimento attivo di abitanti e Comune per rivalutare al meglio il destino di una così vasta superficie. I rari spicchi di territorio liberi dal cemento non devono essere “riempiti” con lo stesso metodo utilizzato negli ultimi anni».
    L’alternativa è uno stop al consumo di suolo in favore di un’implementazione del verde «Le aree dismesse potrebbero essere convertite in spazi alberati e giardini – suggerisce Agostini – con la creazione di una fascia verde tra la metropolitana che scorrerà a fianco dell’attuale linea ferroviaria ed il resto della città».

    Legambiente e residenti hanno presentato le loro osservazioni ed adesso attendono con trepidazione le prossime mosse di Palazzo Tursi. «L’amministrazione ha cominciato ad esaminare le osservazioni al PUC riguardanti tutto il territorio genovese – conclude Agostini – e dovrà rispondere con controdeduzioni che ne decreteranno l’accoglimento oppure il rigetto. Solo allora potremmo fare le opportune valutazioni. Da questo punto di vista siamo fiduciosi che le nostre istanze arrivino dentro al consiglio comunale, visto che alcuni consiglieri di Sel, Lista Doria, Fds, M5S si sono dichiarati d’accordo con le posizioni espresse da Legambiente e Comitato di cittadini».
    D’altro canto la posizione del Comune rimane ben salda, ancorata all’indirizzo urbanistico individuato dal PUC preliminare «Il vicesindaco Bernini non ha mostrato un’apertura in questo senso – afferma il portavoce del Comitato, Sabina Leali – Noi comunque andiamo avanti e proveremo a diffondere le nostre idee. L’amministrazione afferma che, ancora non ci sono progetti in ballo. Appunto per questo, il comitato intende muoversi per tempo, provando ad incidere sul processo decisionale prima che sia troppo tardi. Il nostro, a priori, non è un atteggiamento di chiusura totale, semplicemente vorremmo delle opere e dei servizi utili per il quartiere ed i suoi abitanti».

    «Come ho pubblicamente dichiarato, anche in questo caso e ciò vale per l’intero PUC, ci saranno dei percorsi partecipati con i cittadini – risponde il Vicesindaco Bernini – Le osservazioni sono state, quasi totalmente, esaminate. E le controdeduzioni sono in via di definizione. A partire da aprile cominceranno i momenti di riflessione pubblica. Prima sul piano delle aziende RIR e poi sul PUC. Io conto di portare il nuovo PUC in consiglio comunale entro il prossimo dicembre».

    LA POSIZIONE DEL MUNICIPIO

    municipio-bassa-valbisagnoQuando i residenti, riunitesi in comitato, hanno manifestato preoccupazione per il destino della zona «Mi sono immediatamente prodigato affinché si svolgesse un incontro con la cittadinanza, alla presenza del Vicesindaco Bernini», sottolinea il presidente del Municipio Bassa Valbisagno, Massimo Ferrante.
    Ad oggi, nessuna proposta progettuale per Piazza Terralba e Piazza Giusti è stata avanzata, tiene a precisare Ferrante e dunque, dal momento che il PUC non è ancora stato approvato in via definitiva «Esiste la possibilità di intervenire per decidere, tramite un’accorta valutazione all’interno del consiglio comunale, le funzioni urbanistiche ammesse e gli indici di edificabilità previsti».
    Tradotto in altri termini: è all’interno della Sala Rossa di Palazzo Tursi che si gioca la partita più importante. E questo vale per tutto il territorio genovese.
    «Io ho già convocato una commissione municipale sul tema – continua Ferrante – Alla quale ho invitato i tecnici dell’ex Urban Lab, a suo tempo impegnati nella stesura del preliminare di PUC, in modo tale da fornire ai consiglieri di municipio tutti gli elementi necessari sulle aree in questione».
    Il Municipio Bassa Valbisagno, dapprima si relazionerà con i tecnici, in seguito «Stiamo pensando di realizzare un documento da inviare al Comune per chiedere una qualche forma di tutela sui parchi ferroviari – afferma Ferrante – Per intenderci, vogliamo evitare il rischio di trovarci a fare i conti con l’opportunità di costruire palazzoni o altre strutture inadeguate al contesto». In pratica, l’azione del Municipio sarà rivolta a stimolare i consiglieri comunali affinché si impegnino a fondo sulla rivisitazione delle funzioni ammesse in Piazza Terralba e Piazza Giusti.
    Senza dimenticare che stiamo parlando di un’area privata, di conseguenza «L’interesse pubblico potrà essere salvaguardato soltanto trovando un accordo con il soggetto privato – precisa Ferrante – FS concederà la disponibilità di un paio di binari a favore del prolungamento della metropolitana fino a Piazza Martinez, in cambio di una valorizzazione delle aree. Ma non può essere uno scambio impari, ovvero l’amministrazione non deve lasciare mano libera a FS».
    Il Comune non ha chissà quanti mezzi per incidere sul futuro delle aree urbane private «Uno di questi è proprio il PUC, vale a dire lo strumento fondamentale che permette di individuare quale modello di sviluppo si vuole dare alla città – conclude Ferrante – Quindi ha perfettamente ragione il Vicesindaco: bisogna applicarsi a fondo sul tema della pianificazione urbanistica. Spero che anche gli organi di informazione possano risultare utili in questo senso, magari stando con il fiato sul collo del consiglio comunale, invitandolo a lavorare alacremente».

     

    Matteo Quadrone

  • Aziende a rischio incidente: i casi Carmagnani Multedo e Iplom Fegino

    Aziende a rischio incidente: i casi Carmagnani Multedo e Iplom Fegino

    fegino.iplom2Diciassette aziende della Provincia di Genova compaiono nell’inventario nazionale degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti ai sensi dell’art. 15 comma 4 del Decreto Legislativo 334/1999 (noto come “Seveso 2”) e successive modifiche e integrazioni (Decreto Legislativo 238/2005 che recepisce la direttiva del Consiglio europeo 2003/105/CE, la cosiddetta “Seveso 3”).

    L’elenco è lungo e, solo per l’area metropolitana genovese, comprende 14 attività industriali. Tra queste, 5 si trovano in area portuale: depositi di oli minerali Silomar, Petrolig, Eni, Getoil; centrale termoelettrica Enel; 5 tra Medio-Ponente e Ponente: acciaierie Ilva (Cornigliano); produzione e/deposito di esplosivi Beppino Zandonella Callegher-Tecnomine (Sestri Ponente in zona Monte Gazzo); depositi di oli minerali Eni (Pegli), Carmagnani (Multedo), Superba (Pegli); 4 in Val Polcevera: depositi di oli minerali Iplom (Fegino), Sigemi (San Quirico), Europam (San Quirico); deposito di gas liquefatti Liquigas (Bolzaneto).
    Le restanti 3 aziende RIR si trovano a Busalla: raffinazione petrolio Iplom; Carasco: stabilimento chimico o petrolchimico A-Esse Fabbrica Ossidi Di Zinco; Cogoleto: deposito di gas liquefatti Autogas Nord.

    Per Stabilimento a Rischio di Incidente Rilevante (RIR) si intende un’area, sottoposta al controllo di un gestore, nella quale sono presenti sostanze pericolose (come definite dal D.Lgs. 334/99, integrato al D.Lgs. 238/05) all’interno di uno o più impianti, comprese le infrastrutture o le attività comuni o connesse, nella quale può verificarsi un evento, quale un’emissione, un incendio o un’esplosione di grande entità, dovuto a sviluppi incontrollati, che si verificano durante la sua attività, e che possa dare luogo ad un pericolo grave, immediato o differito, per la salute umana o per l’ambiente, all’interno o all’esterno dello stabilimento, ed in cui intervengano una o più sostanze pericolose.

    Le aziende RIR devono adempiere a una serie di severe prescrizioni per prevenire incidenti, o almeno per far sì che un eventuale incidente non abbia conseguenze nefaste sulla popolazione residente nei dintorni.
    Ma i doveri non sono in capo soltanto ai gestori degli stabilimenti. La legge assegna dei compiti importanti anche ai Comuni in cui queste attività produttive sono ubicate: i PUC (Piani Urbanistici Comunali), infatti, devono tener conto della presenza sul territorio di tali insediamenti industriali e prevedere, per esempio, che non si possano costruire scuole, asili, ospedali o altri servizi troppo vicino agli stabilimenti considerati pericolosi.
    La Provincia di Genova nel 2008 ha varato una “variante” al PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) che individua le cosiddette “aree di osservazione” circostanti alle aziende a rischio e fornisce alcune indicazioni ai Comuni affinché adottino nei loro piani urbanistici prescrizioni particolari in queste aree.

    IL CASO CARMAGNANI

    carmagnani«L’amministrazione sta realizzando, per tutto il territorio metropolitano di Genova, il piano delle aziende a Rischio di Incidente Rilevante – spiega Stefano Bernini, Vicesindaco di Genova ed Assessore all’Urbanistica – È un elaborato tecnico fondamentale che deve essere connesso con il PUC. Il documento prevede che nelle vicinanze di alcuni stabilimenti industriali classificati RIR non siano previste alcune tipologie di insediamenti, quali ospedali, scuole, servizi pubblici, ecc.».
    «Sono numerose le aziende che svolgono attività potenzialmente a rischio – sottolinea Bernini – In base alla normativa di legge hanno sviluppato tecnologie e meccanismi di difesa i quali permettono che il danno provocato da un eventuale incidente sia circoscritto all’interno dei confini dello stabilimento ed al massimo possa coinvolgere una fascia limitata all’esterno dell’insediamento industriale».
    L’amministrazione comunale ha commissionato la stesura del documento RIR all’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure (Arpal).
    La procedura prevede una valutazione di quelli che possono essere gli impatti pericolosi per la salute e l’incolumità pubblica causati da eventuali scenari incidentali. Sulla scorta dei dati raccolti, applicando i criteri stabiliti dal Decreto Legislativo 334/99, un’azienda è definita compatibile o meno con il tessuto urbano che la ospita.

    Attualmente 2 aziende risultano incompatibili: Attilio Carmagnani S.p.A. (deposito di stoccaggio di prodotti chimici e petrolchimici, ubicato a Multedo) e Liquigas S.p.A. (deposito di gas liquefatti, sito a Bolzaneto).
    Quest’ultima, in accordo con l’Arpal, ha già realizzato gli accorgimenti tecnici necessari per sanare la sua situazione. «Per Carmagnani, invece, si tratta di un investimento di proporzioni più rilevanti e per il momento l’azienda non lo ha ancora concretizzato – afferma Bernini – Ma ha già individuato gli interventi da eseguire».
    «Quando presenteremo il piano delle aziende a Rischio di Incidente Rilevante (in allegato al PUC) sappiamo che Carmagnani potrà rendersi compatibile realizzando i lavori necessari», sottolinea Bernini.
    L’amministrazione comunale, nelle more della pubblicazione del documento, si è attivata cercando di coinvolgere l’azienda affinché adotti le misure di tipo impiantistico per garantire la sicurezza del territorio. Il confronto con Carmagnani è in via di svolgimento e, dalle ultime notizie che trapelano, il Rapporto di Sicurezza dello stabilimento – che deve essere redatto e aggiornato periodicamente – è stato valutato positivamente dal Comitato Tecnico Regionale di prevenzione incendi (l’organo di cui fanno parte, oltre ai Vigili del Fuoco, Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro (Ispesl), Regione, Provincia, Comune e Arpal).

    Tutt’altra questione è quella del trasferimento di Carmagnani S.p.A. e Superba s.r.l. – che insieme compongono il cosiddetto “polo petrolchimico di Multedo” – di cui si parla da anni.
    «Il fatto che le 2 aziende continuino a lavorare non vuol dire che siano compatibili al 100% con il tessuto urbano del Ponente – precisa Bernini – La previsione della loro delocalizzazione, come richiesto a gran voce dalla popolazione, sarà mantenuta nel PUC. Oggi è più facile ipotizzare il loro spostamento perché in area portuale c’è una minore presenza di attività rispetto al passato. Certo rimane da sostenere un significativo costo economico che, almeno per ora, le aziende non hanno intenzione di sobbarcarsi, ma l’indirizzo urbanistico resta quello».

    IL CASO IPLOM

    fegino.iplom1Sabato 9 e domenica 10 marzo si è verificata l’ennesima fuoriuscita di odori nauseabondi dai serbatoi Iplom di Fegino.
    Il gestore del deposito (di proprietà Seapad s.r.l.) è Iplom S.p.A. che svolge attività di ricezione, stoccaggio – in 11 serbatoi atmosferici – e spedizione, a mezzo oleodotto, di prodotti petroliferi grezzi, olio combustibile, benzina e virgin nafta.
    «Sono anni che il ripetersi di simili episodi causa disagi ma anche malori agli abitanti dei dintorni – racconta Angelo Spanò, membro del Comitato per Borzoli e Fegino – Quand’ero consigliere provinciale dei Verdi avevamo realizzato delle commissioni congiunte Provincia-Comune per affrontare il problema. A distanza di anni, però, nulla è cambiato».
    Periodicamente i cittadini sono inondati da intensi miasmi. Era già accaduto nell’aprile 2011 – quando due bambini furono ricoverati al Pronto Soccorso dell’ospedale Gaslini, mentre altri tre si sentirono male a scuola – e prima ancora nel gennaio 2010.

    Il problema si genera con l’estrazione del petrolio dai serbatoi. Questi ultimi sono dotati di un tetto galleggiante che man mano scende lungo le pareti del contenitore che dovrebbero essere pulite dalle guarnizioni. Ma evidentemente ciò non accade: alcune particelle di greggio rimangono attaccate al tetto ed una volta a contatto con l’aria si volatilizzano nell’atmosfera causando i miasmi.
    Inoltre, secondo Spanò, la responsabilità delle fastidiose esalazioni potrebbe essere imputata anche alla forte pressione con cui viene pompato il greggio perché «Le navi meno sostano in porto, meno costano».
    Negli ultimi tempi l’azienda avrebbe eseguito alcuni interventi di tipo impiantistico ma la situazione non è migliorata. E così un’ulteriore forma di inquinamento continua a gravare su una zona già penalizzata dal traffico di mezzi pesanti diretti alla Derrick di Borzoli.
    «All’epoca dell’assessore comunale Senesi convincemmo l’ex Sindaco Vincenzi a varare un’ordinanza per proibire lo stoccaggio del greggio proveniente dall’Uzbekistan – ricorda Spanò – ancor più problematico rispetto ad altri visto l’elevato contenuto di mercaptani, ossia particelle di zolfo e idrogeno utili a rendere riconoscibile il gas, che altrimenti sarebbe inodore, con la tipica puzza di uovo marcio».

    Gli abitanti si domandano se tutte le prescrizioni imposte alla Iplom siano seguite alla lettera e soprattutto «Vogliamo sapere in che modo dobbiamo comportarci in caso di un eventuale incidente all’interno del deposito  – sottolinea Spanò – Nessuno, infatti, ha mai spiegato ai cittadini le norme da seguire».

    fegino.iplom3«Lo stabilimento è dotato di tutti i meccanismi per la sicurezza attiva previsti dalla Legge – spiega il Vicesindaco, Stefano Bernini – In effetti esistono delle possibili forme di copertura dei serbatoi che potrebbero risolvere il problema dei miasmi. Ma tali modifiche non sono state realizzate».

    Nel caso specifico «Occorre sottolineare che, in base ai controlli finora effettuati dagli organi competenti, non risulta una tossicità rilevata di queste esalazioni», aggiunge Bernini. Quindi, in altri termini, non si può obbligare la ditta ad eseguire gli accorgimenti tecnici in grado di eliminare, o quantomeno limitare, le fuoriuscite nauseabonde.

    Quando accadono simili eventi – che, secondo le normative vigenti, rientrano nell’ambito di un supposto danno ambientale – le strutture territoriali di Arpal e Vigili del Fuoco intervengono in loco, su allerta delle autorità, con attività di monitoraggio e campionatura dell’aria. In base ai risultati dei controlli vengono decisi eventuali provvedimenti a carico dell’azienda.

    Per quanto riguarda la gestione della sicurezza nel caso di incidente rilevante, le regole sono rigorose. Ogni stabilimento RIR è dotato di un Piano di Emergenza Interno (PEI) che scatta quando si verificano determinate situazioni e prevede le seguenti azioni: attivazione della procedura di emergenza; comunicazione di allerta all’autorità preposta, ossia la Prefettura. Quest’ultima, di concerto con gli enti locali, ha il compito di predisporre ed approvare il Piano di Emergenza Esterno (PEE) per ogni azienda RIR. Il PEE contiene le disposizioni dirette a gestire l’intervento dei soccorritori in caso d’accadimento di un incidente rilevante, interessante l’area esterna allo stabilimento in questione e si applica in seguito all’attivazione del PEI.

    Sul sito web del Comune di Genova sono reperibili dei depliant informativi «Destinati ai cittadini che vivono e/o lavorano vicino alle aziende classificate a rischio di incidente rilevante e ai lavoratori che vi operano. Il Comune di Genova, attraverso gli Assessorati alla città Sostenibile e alla città Sicura, ha redatto il presente manuale che contiene la scheda di informazione presentata dai singoli stabilimenti allo scopo di garantire la massima trasparenza ed una informativa completa e di facile accesso».
    Brevi opuscoletti che forniscono informazioni generali sugli stabilimenti e sul territorio in cui sono ubicati, sulle misure di sicurezza da adottare ed alcuni suggerimenti sulle norme di comportamento da osservare in caso di incidente.
    Sulle pagine web della Prefettura di Genova, invece, sono disponibili in versione integrale i singoli PEE, corposi documenti di non facile lettura per tutti.

    Ma sul piano della comunicazione ai cittadini resta ancora molto lavoro da fare. Pensiamo soltanto a tutte quelle persone, magari anziane, che abitualmente non usano la rete Internet. Per loro è difficile accedere alle informazioni e conoscere i comportamenti corretti da mettere in pratica in caso di pericolo.
    «In questo ambito il Comune ha innanzitutto una competenza urbanistica – risponde Bernini – Comunque, stiamo lavorando con Arpal per trasmettere alla popolazione un’informazione corretta e completa. Quando pubblicheremo il documento RIR tutti gli elementi utili saranno messi in evidenza, consultabili da chiunque».
    Secondo il Vicesindaco prima non esisteva un’adeguata pianificazione in questo senso, mentre «Oggi sappiamo come comportarci sul territorio grazie all’organizzazione di un efficiente sistema di Protezione Civile. Questo è il primo passo per fronteggiare eventuali emergenze». Inoltre, l’amministrazione dispone di grandi dotazioni informatiche «Ma scontiamo un grave ritardo nell’implementazione dei dati – continua Bernini – Basti pensare che fino a poco tempo fa non conoscevamo nel dettaglio la rete di tubature di acqua, gas, ecc. Adesso stiamo ricostruendo la situazione per colmare il gap».

    «Francamente, nel caso delle aziende RIR, non credo sia particolarmente utile organizzare degli incontri con i cittadini – sottolinea Bernini – perché tale modalità potrebbe generare in loro un effetto ansiogeno negativo. Chiederò all’Assessore Gianni Crivello (Protezione Civile) di studiare un’efficace forma di comunicazione. Ad esempio, potrebbe funzionare il sistema dei volontari “porta a porta”, sul modello della prevenzione degli eventi alluvionali».

    Infine, almeno per il prossimo futuro, il deposito Iplom resterà ben saldo al suo posto, con buona pace degli abitanti di Fegino «Nel PUC l’area rimane a destinazione industriale – conclude Bernini – e non esiste alcuna ipotesi di delocalizzazione della Iplom».

     

    Matteo Quadrone

    [Iplom Fegino, foto dell’autore]

  • Opg, chiusura rinviata: la situazione in Liguria, nuovi centri regionali

    Opg, chiusura rinviata: la situazione in Liguria, nuovi centri regionali

    opg_montelupoLa chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari – prevista per il 31 marzo 2013 come sancito dalla legge 9/2012 – sarà rinviata di almeno 9 mesi (inizio 2014). Ancora non ci sono certezze ma una proroga è inevitabile visto che il processo di superamento degli Opg – a causa degli eccessivi ritardi sia dei ministeri di Salute e Giustizia sia delle Regioni – certamente non può considerarsi concluso. Anzi, l’accoglienza degli internati “dimissibili” presso i rispettivi territori di provenienza procede a rilento e la realizzazione di nuove strutture sanitarie alternative agli Opg – considerando i tempi necessari per lo svolgimento delle consuete procedure e l’indizione delle gare d’appalto – realisticamente non potrà concretizzarsi prima del 2015.

    Il decreto ministeriale sui requisiti dei nuovi centri è stato firmato ad ottobre 2012, con sette mesi di ritardo. La Conferenza Unificata Stato Regioni ha raggiunto l’intesa relativa al riparto del finanziamento di 173,8 milioni di euro disponibili per realizzare le strutture, soltanto il 7 febbraio, con l’obbligo per le amministrazioni locali di presentare i loro progetti di riconversione degli Opg entro 60 giorni per ottenere l’approvazione e lo sblocco dei fondi da parte del ministero della Salute.
    «Nessuna Regione, alla data del 1° aprile 2013, avrà pronte le strutture sanitarie che nelle intenzioni della legge 9/2012 devono ospitare gli autori di reato malati di mente al posto degli attuali 6 ospedali psichiatrici giudiziari – lanciano l’allarme gli psichiatri della Sip (Società Italiana di Psichiatria) – Serve una proroga, non solo per avere il tempo di approntare le strutture, ma anche per potenziare adeguatamente l’assistenza psichiatrica nelle carceri e sul territorio».

    Il Comitato Stop Opg (composto da una variegata moltitudine di realtà associative), riunitosi il 5 marzo, ribadisce tutte le sue perplessità sull’impianto stesso della legge 9/2012 «Senza una modifica del Codice penale, in particolare degli articoli 88 e 89, che, associando “follia” ad incapacità di intendere e di volere e a “pericolosità sociale” stabiliscono un percorso “parallelo e speciale” per i malati di mente che commettono reati e sono socialmente pericolosi, gli Opg non possono essere aboliti – affermano Stefano Cecconi e Giovanna Del Giudice nel report della riunione – Tutta l’attenzione di Governo e Regioni è stata rivolta alle nuove strutture speciali destinate a sostituire gli attuali Opg. Diverse Regioni hanno presentato progetti per grandi strutture (da 40, 60 posti, con l’accorpamento delle strutture a 20 posti previste dalla legge) e con una “finalità e caratteristiche di custodia”. Ecco perché diciamo che “chiudono gli Opg e riaprono i manicomi”. Le “strutture”, che dovrebbero essere la soluzione di ultima istanza e residuale, diventerebbero se non l’unica, la principale risposta».
    Questa è la maggior critica rivolta alla legge 9/2012: aver sostenuto come priorità la creazione di strutture in cui eseguire la misura di sicurezza, anziché dare forza ed esigibilità alle misure alternative.
    La Corte Costituzionale, con due sentenza del 2003 e 2004, ha riconosciuto una maggiore apertura di scelta del giudice chiamato a valutare la pericolosità sociale degli imputati con infermità mentale «È stato eliminato l’automatismo che imponeva al giudice di comminare una misura di sicurezza detentiva, quindi l’internamento in Opg – spiega Annalisa Giacalone, magistrato del Tribunale di Genova – quando, invece, in taluni casi una misura cautelare rappresenta la soluzione più adeguata».

    Oggi quanti sono gli internati nei 6 Opg italiani? Per la Società Italiana di Psichiatria «E’ verosimile che il numero attuale sia inferiore alle 1000 persone, probabilmente circa 800. Il numero deve essere continuamente aggiornato poiché sino al 31 marzo 2013 non cesseranno gli invii da parte dell’Autorità Giudiziaria negli Opg».
    Una parte, con disturbi meno gravi, potrebbe passare in carico ai Dipartimenti di salute mentale (Dsm) delle Asl, come prevede la legge. Ma le Regioni di residenza dovrebbero aver lavorato ai Progetti Terapeutici Riabilitativi Individuali, ovvero piani finalizzati alle dimissioni (con il ritorno al proprio domicilio o con l’accoglienza in piccole strutture e comunità), cosa che non è ancora avvenuta su tutto il territorio.

    L’incertezza più grave, però, riguarda il futuro degli internati – non più del 10% del totale – giudicati non dimissibili e dei nuovi destinatari di misura di sicurezza. Quale sarà il loro destino?
    Il 31 marzo 2013 sicuramente non chiuderanno gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari «Così continueranno a rimanere negli Opg gli attuali internati ed internate – sottolinea il Comitato Stop Opg – E come si comporteranno i magistrati? Sarà lecito per il magistrato provvedere all’invio (o prorogare l’internamento) in Opg di una persona in misura di sicurezza? Molti sostengono che sarà illecito. Dato che nessuna proroga, pur richiesta dalla Conferenza delle Regioni, è stata ancora decisa, si rischia lo “scaricabarile” tra Governo e Regioni, con pericolose soluzioni “improvvisate” che rischierebbero di peggiorare l’attuale situazione».

    «La verità è che la legge e lo sviluppo di questo piano sono stati portati avanti senza sentire ragioni – spiega il presidente della Sip, il dott. Claudio Mencacci – Questo non è accettabile, così come non è accettabile che agli psichiatri venga richiesta una funzione di vigilanza e custodia di questi malati. Noi siamo medici e non ci compete altro che non sia la cura».
    «Non si può delegare tutto ai Dipartimenti di Salute Mentale – afferma il dott. Luigi Ferranini, direttore del Dsm dell’Asl 3 genovese, ex presidente Sip dal 2009 al 2011 – occorre un’alleanza di sistema con il supporto delle altre specialità del Servizio Sanitario Nazionale. Per quanto riguarda l’inserimento di nuovi soggetti in comunità, sappiamo che le risorse economiche sono ridotte al lumicino. Inoltre bisogna trovare un equilibrio tra pazienti con disturbi psichiatrici autori di reato e non. Attualmente ci sono lunghe liste di attesa con persone che, ormai da anni, attendono dei trattamenti. In che modo li inseriamo nei percorsi di assistenza? Sono necessari tempi determinati e sicuri. Il rischio, in caso contrario, è quello di creare nuovi contenitori isolanti e restrittivi».

    La Società Italiana di Psichiatria precisa di essere assolutamente favorevole alla chiusura degli Opg «Purché accompagnata da un adeguato investimento scientifico ed economico sui percorsi di cura alternativi, che non devono essere limitati alla creazione delle strutture previste dalla normativa e non ancora realizzabili, ma principalmente all’incremento dell’investimento sui Dsm delle Asl, affinché possano attrezzarsi a realizzare dei percorsi di cura adeguati dentro e fuori agli Istituti di Pena».

    Il senatore Ignazio Marino (rieletto nelle file del Pd), presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale che nell’estate 2010 ha denunciato le condizioni degli internati, si schiera in difesa della legge 9/2012 e considera una decisione gravissima il probabile rinvio della chiusura degli Opg «Serve da subito l’istituzione di un commissario che si occupi di gestire i fondi, che ci sono, per mettere la parola fine all’esistenza di strutture disumane che non curano ma recludono».

     

     GLI INTERNATI LIGURI, IL NUOVO CENTRO REGIONALE

    sanita-corsia-ospedale

    La nostra regione, fortunatamente, si trova a confrontarsi con numeri relativamente piccoli e quindi è auspicabile che – almeno per quanto riguarda i soggetti dimissibili – siano approntate le soluzioni più idonee.
    «La Liguria fa parte del bacino di utenza dell’Opg di Montelupo Fiorentino (insieme a Toscana, Umbria e Sardegna) – spiega Sergio Schiaffino, dirigente dell’Assessorato alla Salute della Regione Liguria – Quasi tutti gli internati liguri considerati dimissibili (ossia non più socialmente pericolosi) sono stati trasferiti in Liguria negli ultimi 2-3 anni ed inseriti nel circuito di assistenza ai pazienti psichiatrici».
    Nell’ultima riunione romana del tavolo Opg Stato Regioni «È emerso l’intento di trasferire nelle normali strutture psichiatriche regionali tutti i soggetti dimissibili – afferma l’assessore alla Salute della Regione Liguria, Claudio Montaldo – Noi in gran parte l’abbiamo già fatto. Nell’ultimo anno e mezzo ne abbiamo accolti 16 e dovremmo prenderne in carico un’altra quindicina».
    «Circa una ventina di internati dimissibili sono rientrati in Liguria negli ultimi tempi», conferma Giulia Stella, Cgil Fp Genova, aderente al Comitato Stop Opg.
    «All’interno degli Opg sono rimasti solo gli internati liguri che devono scontare un residuo di pena – racconta Schiaffino – Parliamo di circa 20-25 persone non dimissibili destinate alla nuova struttura sanitaria regionale».

    «C’è già un’assegnazione di risorse vincolate allo scopo – aggiunge l’assessore Montaldo – per la Liguria si tratta di circa 5 milioni e 655 mila euro per il 2012 e 2013. Il 7 aprile ogni Regione dovrà presentare il proprio progetto di massima per lo svincolo dei fondi. A fine marzo porterò la delibera in Giunta».
    Ma le associazioni, gli operatori sanitari, i parenti dei pazienti, i sindacati, che avrebbero voluto confrontarsi con l’amministrazione regionale su una materia delicatissima, sono stati completamente esclusi. «Non abbiamo mai visto alcun progetto – sottolinea il rappresentante della Cgil Fp, Giulia Stella – Come Comitato Stop Opg abbiamo ripetutamente chiesto un incontro alla Regione, senza ottenere risposta. Noi vorremmo poter dire la nostra, sia per la salute dei pazienti che per la sicurezza degli operatori, visto che siamo molto preoccupati. È paradossale perché in questo caso le risorse economiche ci sono, ma non sappiamo in che maniera verranno spese».
    Preoccupazioni a dir poco lecite, considerando le scellerate scelte politiche perpetrate dalla Regione negli ultimi tempi, in merito alla gestione del patrimonio immobiliare e dell’assistenza ai pazienti psichiatrici nelle aree degli ex manicomi di Genova Quarto e di Pratozanino a Cogoleto, con i malati ospitati per anni nei container.

    Le future strutture, almeno una in ogni regione, sono tecnicamente definite REMS, ossia Residenze Esecuzione Misura di Sicurezza. In Liguria «L’edificio idoneo è già stato individuato – afferma Montaldo – Non è di proprietà della Regione ed in parte dovrà essere ristrutturato». Si tratta di una struttura già adibita allo svolgimento di servizi socio-sanitari ma l’assessore non si sbilancia sulla sua localizzazione.
    «Dovrebbe essere un edificio di proprietà della Curia in Provincia di La Spezia – aggiunge Stella, Comitato Stop Opg – parliamo di assistenza/riabilitazione e trasferiamo queste persone nell’entroterra, magari in un luogo isolato: questa ipotesi è sicuramente criticabile. Inoltre, dal punto di vista logistico La Spezia non rappresenta la soluzione ideale, considerato che il nuovo centro dovrà accogliere pazienti provenienti da tutta la Liguria».

    Secondo il Comitato Stop Opg i “mini opg” regionali potrebbero rappresentare la moderna versione di istituzioni “speciali” per gli autori di reato malati di mente fondate sulla persistenza del binomio “cura e custodia”, caratteristica peculiare del manicomio. Come risponde l’assessore Montaldo?
    «Non corrisponde al vero perché si tratta di strutture sanitarie con un forte taglio riabilitativo che saranno gestite dai Dipartimenti di Salute Mentale sotto la guida di uno psichiatra responsabile e con personale medico composto da psichiatri. Sono strutture modulari da circa 20 posti per ogni modulo. In Liguria avremo un modulo da 20 che sia sufficientemente “elastico” in modo tale da poter accogliere anche qualche paziente in più e coprire in pieno le nostre esigenze. Sono luoghi di transito e non di reclusione perenne come di fatto accade negli attuali Opg».
    «Parliamo di centri che dovranno garantire assistenza sanitaria ma avranno doveri anche in termini di custodia – sottolinea Stella, Comitato Stop Opg – In merito alla sorveglianza non sappiamo come funzionerà, ad esempio a quali soggetti sarà affidata. Per quanto concerne l’assistenza sanitaria non abbiamo idea del modello organizzativo: con quale e quanto personale, di che tipologia, ecc. Sono tutte domande che attendono una risposta».
    «Non ci sarà alcun tipo di sorveglianza – afferma il dirigente regionale, Sergio Schiaffino – La realizzazione delle REMS seguirà precisi criteri per garantire la sicurezza di pazienti e operatori. Ovviamente, già le normali comunità psichiatriche sono in qualche modo “chiuse”, a maggior ragione lo saranno i nuovi centri. Il nostro è un programma di massima – continua Schiaffino – Quando da Roma arriverà l’ok stileremo il progetto dettagliato: per individuare costi, numero del personale, disposizione degli spazi, ecc.».

    La legge stabilisce il 31 marzo quale data di chiusura dei 6 Opg nazionali «Ma è impensabile rispettare la scadenza – sottolinea Schiaffino – La macchina organizzativa è partita almeno con 6 mesi di ritardo. Il riparto dei fondi è stato deciso da poco. Occorre il tempo necessario per la definizione del progetto e lo svolgimento della gara pubblica. Ragionevolmente, pure accelerando le procedure, penso che i nuovi centri potrebbero essere pronti a fine 2015. E ciò vale per tutte le Regioni».
    Ad oggi, ancora non ci sono notizie certe «Speriamo che, al più presto, esca un provvedimento di proroga almeno a fine 2013-inizio 2014», chiosa il dirigente.
    «La situazione è difficile in tutta Italia – conclude Montaldo – Gli assessori regionali hanno chiesto al Governo di posticipare la data di chiusura degli Opg per poter attuare nel miglior modo possibile i vari piani regionali».

     

    Matteo Quadrone

  • Piazza della Vittoria: mega parcheggio sotto la scalinata delle Caravelle

    Piazza della Vittoria: mega parcheggio sotto la scalinata delle Caravelle

    Piazza della Vittoria. scalinata caravelleIl progetto per un maxi parcheggio interrato da 400 posti auto in pieno centro città – all’interno dell’area dei giardini e della “Scalinata delle Caravelle” (il nome reale è Scalinata del Milite Ignoto) – stoppato dopo l’alluvione del 2011, ritorna prepotentemente in auge.
    Nel luglio 2008 il consiglio municipale del Medio Levante si era espresso favorevolmente. Durante la fase di progettazione preliminare del nuovo PUC (Piano Urbanistico Comunale) venne accolta l’istanza di variante (presentata dal progettista-proponente nel dicembre 2008) e fu inserita una “norma speciale” specifica per il sito delle Caravelle che consentiva la realizzazione dell’autorimessa.
    In seguito ai tragici eventi del 4 novembre 2011, che provocarono pesanti allagamenti anche nella zona di Piazza della Vittoria, tale norma era stata cancellata (tuttavia, nel testo del nuovo PUC, ne rimane traccia, laddove esso recita «Eventuali opere realizzate in sottosuolo devono prevedere la ricomposizione della scalinata e delle aiuole delle Caravelle, in quanto fondale unitario ed elemento consolidato del paesaggio urbano che caratterizza la zona»).
    Oggi il progettista-proponente, l’architetto Mario Mazzei, ci riprova, sollecitando il Municipio a riesaminare il progetto ed esprimere un parere che – nel caso fosse favorevole – si tradurrà in osservazioni al nuovo PUC, inerenti la destinazione urbanistica dell’area.
    Per quanto riguarda il rischio idrogeologico, conseguente ad una simile costruzione in una zona considerata esondabile, l’architetto Mazzei spiega «Sotto il profilo idraulico l’area delle Caravelle si trova in posizione migliore rispetto al settore nord di Piazza della Vittoria, il cui silos interrato non è mai stato esposto ad episodi di inondazione. Inoltre, la protezione dal rischio idraulico sarà ulteriormente potenziata con la definitiva messa in sicurezza del Bisagno». Prima di ipotizzare qualsiasi intervento, però, occorre attendere gli approfondimenti sul Piano di Bacino del Bisagno che la Provincia di Genova sta per affidare, tramite bando di gara, ad un gruppo di professionisti.

    La Commissione II (Assetto Territorio) del Municipio Medio Levante, riunitasi giovedì 7 marzo, ha dato parere favorevole a maggioranza «Perché l’infrastruttura sarebbe di interesse pubblico – spiega il vicepresidente della Commissione, Bianca Vergati (Lista Doria-Sel), unico voto contrario – Vedremo cosa dirà il Comune, che al momento ignora la questione».
    Il parcheggio interrato contempla circa 400 posti auto da ripartirsi tra quelli a rotazione, quelli per le forze dell’ordine e quelli per i residenti. «Venti milioni di euro di previsione, 400 posti, tre piani interrati e tre nella scalinata delle Caravelle a disposizione dei mezzi della Questura – continua Vergati – si servirebbero cosi i quartieri Foce, Brignole e Carignano-Galliera, tramite ascensori e scale mobili di collegamento a carico del pubblico, ossia Amt».
    Secondo il progettista, la nuova infrastruttura consentirebbe di eliminare i parcheggi di superficie ancora esistenti in Via A. Diaz ed in Piazza della Vittoria, al fine di restituire ai pedoni anche il lato mare della piazza. «Bellissima idea ma in che modo la si può imporre ai privati del parcheggio in superficie? – ribatte il consigliere Vergati – Senza contare che in Piazza della Vittoria già esiste un autopark di tre piani, di cui due semivuoti, per un totale di 750 posti auto».
    E poi si potrebbero cancellare i parcheggi per i veicoli delle forze dell’ordine, attualmente ubicati all’inizio di Corso Aurelio Saffi di fronte alla Questura, migliorando le condizioni di operatività delle stesse forze dell’ordine. «Si parla di 150 posti auto, perché così tanti? – si domanda Vergati – la Questura non è stata neppure interpellata. E soprattutto perché non ipotizzare di trasferire quest’ultima in un’altra zona? Ad esempio all’interno di una caserma vuota? (vedi la Gavoglio al Lagaccio)».
    Infine l’interesse pubblico, ovvero «Far parcheggiare i residenti della Foce – conclude Vergati – quelli che adesso posteggiano nel cosiddetto “isolone” centrale di Viale Brigate Partigiane e nel prossimo futuro soffriranno per la creazione dell’aiuola che comporterà la sparizione di un discreto numero di posti auto».

    piazza-vittoriaIl complesso urbano del Parco della Vittoria (Piazza Verdi, Piazza della Vittoria, Via A. Diaz), di cui fa parte la Scalinata delle Caravelle, venne progettato in epoca fascista dall’architetto Marcello Piacentini e rappresenta un complesso di costruzioni edilizie, verde ed aree urbane di grande pregio e valore architettonico, storico, urbanistico, monumentale e paesaggistico. Per questo motivo, qualunque intervento nell’ambito di tale complesso, non dovrebbe alterare finalità, aspetti urbanistici, monumentali e paesaggistici del progetto originario.
    «Le attuali quote del terreno e le caratteristiche estetiche dei luoghi esistenti in superficie (scalinata, aree verdi) verrebbero mantenute con un adeguato intervento di ripristino – spiegava il progettista nel 2009, durante un incontro svoltosi presso il circolo Pd di Portoria-Carignano – fatta salva la nuova presenza: di due tunnel vetrati con scale mobili realizzati in superficie, in corrispondenza delle due attuali rampe di scale della Scalinata delle Caravelle, colleganti Via A. Diaz con la sommità della Scalinata stessa e poi con i sovrastanti bastioni di Mura delle Cappuccine, fino a raggiungere la quota della strada; di due rampe per il transito dei veicoli da e per il nuovo parcheggio interrato, da realizzarsi in corrispondenza dell’aiuola centrale di Via A. Diaz; degli accessi pedonali al parcheggio».
    In quell’occasione emersero con evidenza tutte le criticità del progetto «La realizzazione dei tunnel sarebbe incompatibile con il mantenimento dei valori estetici e paesaggistici della Scalinata, nel più ampio contesto del Parco della Vittoria», sottolinea la relazione finale dell’incontro. «L’impiego di più impianti di scale mobili é particolarmente costoso anche in termini manutentivi e si può difficilmente giustificare in assenza di un transito di persone numericamente significativo – continua la relazione – I costi di manutenzione delle scale mobili, visto il loro uso pubblico, finirebbero per gravare sul Comune o su aziende a partecipazione pubblica, che già oggi hanno non pochi problemi economici per assicurare la manutenzione delle varie aree, immobili e servizi pubblici della città».

     

    I DUBBI SULL’ITER BUROCRATICO E LE OSSERVAZIONI TARDIVE AL PUC

    Il progetto preliminare del PUC è stato adottato dal consiglio comunale il 7 dicembre 2011. In base alla legge, dopo la pubblicazione del PUC, ci sono 90 giorni di tempo per presentare eventuali osservazioni. Il termine è ormai scaduto ma, nonostante ciò, la nuova amministrazione comunale ha deciso di esaminare anche le osservazioni arrivate fuori termine, almeno finché la Giunta non avrà definito la delibera con le controdeduzioni alle osservazioni, che poi dovrà essere approvata anche dal Consiglio.
    Palazzo Tursi non ha ritenuto opportuno divulgare una formale comunicazione pubblica per informare la cittadinanza in merito alla sua disponibilità a vagliare anche le osservazioni al PUC presentate fuori tempo massimo. Una scelta che desta perplessità, considerato che molti genovesi non conoscevano questa ulteriore opportunità e, dunque, si corre il rischio di una disparità di trattamento tra i cittadini.

    Il Vicesindaco ed Assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini, interpellato dal “Corriere Mercantile”, risponde così «Ho deciso di riaprire un percorso partecipato sul nuovo PUC, come ho già dichiarato in varie sedi pubbliche, anche in Consiglio comunale. La decisione di esaminare le osservazioni tardive rientra in questo percorso. Non si tratta di un atto amministrativo, bensì di una concessione politica. Comunque gli ordini professionali, le associazioni dei costruttori ed altre associazioni sanno di questa possibilità, infatti, negli uffici continuano ad arrivare osservazioni».

    «La procedura è senza dubbio legittima – spiega il consigliere Vergati – tuttavia mi chiedo quanti ne fossero a conoscenza».
    Per quanto riguarda il progetto di Piazza della Vittoria, il consigliere aggiunge «Trovo poco corretto, dal punto di vista politico, che un Municipio si faccia carico di un’istanza di questo tipo».
    L’approvazione è strettamente legata a motivazioni di carattere territoriale «Molti consiglieri presenti in Commissione abitano alla Foce – conclude Vergati – e quindi sono interessati a dare una risposta ai propri elettori che lamentano la carenza di posti auto in zona».

     

    Matteo Quadrone

  • Uffici postali, provincia di Genova: il piano prevede tagli e chiusure

    Uffici postali, provincia di Genova: il piano prevede tagli e chiusure

    posteLa prevista chiusura dell’ufficio postale di Fabbriche (località nell’immediato entroterra di Voltri) scatena la reazione dei cittadini che rispondono con una raccolta firme per tentare di scongiurare la perdita di un importante presidio sul territorio.
    Gli abitanti di Fabbriche e della Val Cerusa manifestano il loro totale dissenso nei confronti di quella che definiscono «Un’operazione antisociale da parte di Poste Italiane S.p.A. la quale, ancorché formalmente privata, continua a gestire un servizio essenziale in cui la “mission” di pubblico interesse non può, e non deve, essere trascurata».
    Il Municipio Ponente si schiera al loro fianco: il presidente Mauro Avvenente ha preso carta e penna per scrivere a Claudio Burlando, Presidente della Regione Liguria e Marco Doria, presidente di Anci Liguria. «La zona dell’alta Val Cerusa è abitata da circa un migliaio di persone – spiega Avvenente – La popolazione residente è prevalentemente composta da cittadini anziani che poca dimestichezza hanno con le pratiche informatizzate e con gli accessi agli sportelli virtuali proposti via Internet, la maggior parte di essi usano gli sportelli postali per le attività routinarie legate a quella parte di attività postali più afferenti a quelli che possono essere definiti servizi di pubblica utilità. Le località della valle distano mediamente 6-7 km da Voltri dove è allocato lo sportello postale più vicino che, per ragione di spazi contenuti e affluenza di clientela, offre affollamenti costanti e continui».
    «L’impostazione meramente aziendalistica di Poste Italiane presuppone un ragionamento che afferisce la sfera prettamente economica in quanto azienda divenuta ormai da tempo S.p.A.», sottolinea il Presidente del Municipio Ponente.
    «Moltissimi Comuni hanno preso posizioni molto decise e forti a difesa degli interessi dei propri cittadini – conclude Avvenente – arrivando addirittura ad ipotizzare la possibilità di ricorrere per “interruzione di pubblico servizio”; i Comuni di Campomorone, Tovo S. Giacomo, Bonassola, i Sindaci di alcuni piccoli Comuni delle Province di Siena, Reggio Calabria, Lucca ed altre località sparse lungo tutto lo stivale si sono mobilitati a tutela degli sportelli siti nelle zone decentrate».

    PROVINCIA DI GENOVA: GLI EFFETTI DEL PIANO DI RIORGANIZZAZIONE 2012

    posteitalianeL’ufficio di Fabbriche è inserito nell’elenco nazionale degli uffici “anti-economici” che Poste Italiane S.p.A. è tenuta a presentare ogni anno all’autorità di riferimento, ovvero l’Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni). Per la Liguria il piano di interventi 2012 prevedeva 43 chiusure ed altrettante razionalizzazioni da attuare entro il 31 dicembre 2012.
    «Dopo una serrata trattativa siamo riusciti a ragionare su un taglio territoriale pari al 50% di quello inizialmente previsto – racconta Claudio Donatini, segretario regionale della Cisl-Slp – In Liguria ci siamo seduti al tavolo e abbiamo determinato la chiusura di 24 uffici anziché 43. Attualmente 23 sono già stati chiusi». Lo sportello di Fabbriche, in pratica, è l’ultimo superstite della lista comprendente 8 uffici in Provincia di Genova, 8 a Savona, 6 a La Spezia, 2 ad Imperia.
    L’elenco completo delle chiusure in Provincia di Genova è il seguente: Meco, Moranego, Parazzuolo, San Rocco di Camogli, Amborzasco, Pian dei Ratti, Ponte di Savignone, Genova 42 Fabbriche (i cui tempi sono slittati ma è in fase di chiusura).
    Le razionalizzazioni, invece, riguardano: Isolona (apertura 3 giorni a settimana); Prato Sopra la Croce (apertura 2 giorni a settimana); Laccio (apertura 2 giorni a settimana); San Lorenzo della Costa (apertura 3 giorni a settimana); Montebruno (apertura 5 giorni a settimana); Pian di Fieno (apertura 2 giorni a settimana); Roccatagliata (apertura 2 giorni al mese); Isoverde (apertura 3 giorni a settimana); Crocefieschi (apertura 3 giorni a settimana).
    «Occorre precisare che, nel tempo, l’azienda ha già chiuso, parzialmente o totalmente, altri uffici postali», aggiunge Paolo Diaspro, responsabile genovese della Fialp-Cisal (Federazione Autonoma Italiana Lavoratori Postelegrafonici) che ci ha fornito il report completo.
    Spesso e volentieri la razionalizzazione – ovvero la riduzione dei giorni di apertura degli uffici – è il preludio della loro definitiva scomparsa. Lo sportello di Fabbriche non fa eccezione visto che, ormai da alcuni anni, è aperto solo tre giorni a settimana. E per Poste italiane – sottolinea il Presidente del Municipio Ponente – è gioco facile indicare lo scarso traffico di operazioni quale motivo valido a giustificarne la chiusura.
    «L’azienda, dopo aver ottenuto il via libera dall’Agcom, attiva due canali di confronto con le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali», spiega Diaspro, Failp-Cisal. La discussione, però, si svolge in maniera separata. «Noi, invece, chiediamo di aprire dei tavoli a tre – afferma Umberto Cagnazzo, rappresentante genovese della Cgil-Slc – ma Poste Italiane rifiuta questa impostazione».
    Tutti i sindacati, all’unisono, ribadiscono il valore sociale degli uffici siti in località decentrate che, saranno pure anti-economici, ma rappresentano fondamentali presidi sul territorio. Attualmente, però, difenderli è ancor più arduo. «Mentre in precedenza si combatteva per il mantenimento di tali uffici a salvaguardia del livello occupazionale – sottolinea Donatini, Cisl-Slp – oggi non è più così visto che il personale degli sportelli periferici rientra nel budget degli uffici più grandi. Quindi, fortunatamente, non sono a rischio i posti di lavoro».

    POSTE PUNTA SUL COMPARTO FINANZIARIO E RIDUCE IL SERVIZIO POSTALE

    poste-italianePoste Italiane è una S.p.A. a capitale interamente statale (Ministero dell’Economia e delle Finanze) che ha sviluppato due divisioni al suo interno: una più redditizia, quella dei servizi finanziari e bancari; una caratterizzata dalla forte vocazione pubblica, vale a dire quella dei sevizi postali svolti dai portalettere e dagli uffici.
    «Ormai in Poste Italiane c’è una forte impronta di tipo commerciale – spiega Riccardo Somaglia, segretario regionale Uil Poste – L’azienda punta alla vendita di prodotti finanziari, assicurativi, bancari, telefonici, ecc.». Ovviamente è più facile svolgere tali mansioni negli uffici di Genova centro piuttosto che nelle piccole località. «Ad esempio, i cittadini del Ponente possono contare sull’ufficio di Voltri dove c’è una sala consulenza con operatori adeguatamente formati – aggiunge Donatini, Cisl-Slp – Negli uffici periferici, invece, questo comparto è ridotto al minimo: rappresenta il 2-3% della produzione. Inoltre, gli uffici piccoli non hanno le autorizzazioni necessarie di Banca d’Italia, Consob, ecc. per vendere i prodotti bancari, quindi non garantiscono un ritorno economico sufficiente a giustificare la loro sopravvivenza».
    «Poste Italiane concentra l’attenzione nel settore business – afferma Diaspro, Failp-Cisal – infatti, proprio in questi mesi, sta attivando un gruppo di promotori finanziari che lavoreranno all’esterno degli uffici per proporre prodotti bancari, assicurativi e finanziari».

    L’azienda punta sui servizi a più alto valore aggiunto e nel contempo mette in atto una personale operazione di “spending review”. «Il 28 febbraio abbiamo avuto incontro a Roma per discutere l’ennesima razionalizzazione che in altri termini significa taglio dei servizi postali – racconta Diaspro, Failp-Cisal – Si tratta di 5800 posizioni lavorative in tutta Italia (portalettere e logistica). Per Genova logistica significa il Centro di Meccanizzazione Postale di Cornigliano Aeroporto. Siamo riusciti a ridimensionare il taglio di 181 posizioni lavorative, riducendolo a 168 esuberi».
    Per quanto riguarda il servizio di recapito, a livello regionale, i posti in esubero sono 290. «Si parla di reimpieghi – continua Diaspro – ovvero una parte (47 posizioni lavorative) sarà riassorbita dal servizio pacchi e dai servizi innovativi. In Liguria l’eccedenza effettiva (considerando i 168 esuberi del Centro di Meccanizzazione Postale di Genova Cornigliano) sarà di 411 posti di lavoro: alcuni saranno risolti attraverso l’incentivo all’esodo previsto dalla riforma Fornero; per gli altri interverrà la mobilità professionale, ovvero il personale sarà spostato verso gli uffici postali che oggi sono in difficoltà».

    Il paradosso è che stiamo parlando di un’azienda che procede con tagli e riduzioni nonostante goda di ottima salute. Nel bilancio 2011 l’utile è stato di 846 milioni di euro «Gran parte del quale è andato all’azionista, ovvero lo Stato», ricorda il responsabile genovese della Failp-Cisal.
    In questo senso occorre non dimenticare le responsabilità dell’amministrazione statale, latitante quando si tratta di versare i contributi economici dovuti all’operatore postale – Poste Italiane S.p.A. – incaricato di svolgere il servizio universale di recapito sul territorio italiano in virtù di un contratto di programma. «Lo Stato, ormai da alcuni anni, ha smesso di effettuare il pagamento – sottolinea Cagnazzo, Cgil-Slc – Una voce di entrata che consentirebbe all’azienda di garantire i servizi in cui è in perdita, quali la presenza di uffici postali periferici ed il servizio di recapito nelle zone meno raggiungibili. Stiamo parlando di un cifra che supera il miliardo di euro».

    QUALE FUTURO PER UFFICI PERIFERICI E SERVIZIO POSTALE?

    Indubbiamente il volume del traffico postale continua a diminuire (-10% nel 2011 rispetto al 2010) dunque gli uffici devono, per forza di cose, “riciclarsi”. «Nelle Regioni in cui l’attività politica è più concreta hanno trovato la soluzione – spiega Somaglia, Uil Poste – trasformando gli sportelli in centri multi servizi che svolgono mansioni in collaborazione con la pubblica amministrazione: Comuni, Province, Asl».
    «L’unico modo per salvare gli uffici periferici è raggiungere degli accordi con gli enti locali che riducano i costi vivi per l’azienda – aggiunge Cagnazzo, Cgil-Slc – Ad esempio esentando Poste Italiane dal pagamento dell’affitto per i locali».
    «Una parziale risposta alla riduzione del servizio postale sul territorio potrebbe essere il postino telematico – sottolinea Donatini, Cisl-Slp – Il portalettere, dotato di adeguata strumentazione elettronica, non porterà solo corrispondenza ma si occuperà anche di transazioni di carattere finanziario».
    «Per il 2013 non sappiamo ancora se l’azienda ha intenzione di presentare nuovo piano chiusure – spiega Diaspro, Failp-Cisal – Noi suggeriamo di rifletterci attentamente. Se vogliamo razionalizzare nel contempo dobbiamo attivare dei servizi domiciliari. La sperimentazione del postino telematico si sta allargando lentamente e auspichiamo sia implementata in tutta Italia. Non vogliamo, invece, che l’azienda si ripieghi su se stessa, concentrandosi esclusivamente nel settore più redditizio. Bisogna investire anche nei servizi postali».
    Se l’azienda ha due comparti «Deve sfruttarli entrambi – sottolinea il segretario regionale Uil Poste – Invece c’è troppa divisione. Noi chiediamo maggiore unità aziendale. Mentre qualcuno spinge in direzione contraria con l’obiettivo di separare i servizi finanziari da quelli postali: una separazione che avrebbe un impatto devastante».
    «La situazione in effetti è schizofrenica – ammette il responsabile genovese Failp-Cisal – Va bene la razionalizzazione dei servizi postali, visto che cala il traffico di corrispondenza, però, bisogna pensare anche allo sviluppo. Prima di continuare a parlare di tagli occorre capire come intendiamo gestire il servizio».
    «Poste Italiane deve mantenere la sua unità – conclude Diaspro, Failp-Cisal – Ma lo scorporo dell’azienda rimane una spada di Damocle che continua a pendere sulla nostra testa».

     

    Matteo Quadrone