Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Energia eolica: prospettive di sviluppo in Liguria

    Energia eolica: prospettive di sviluppo in Liguria

    Pala eolica MeleL’ultima installazione risale ad appena un mese fa, nel Comune di Mele, dove è stata ufficialmente inaugurata la pala eolica più grande del Nord Italia, quasi cento metri di torre, centocinquanta l’altezza totale, una turbina E101 da 3 MW, prodotta dalla Enercon. L’impianto produrrà energia pulita pari a due volte il fabbisogno delle utenze private del piccolo paese sulle alture di Voltri. L’energia prodotta sarà venduta a Enel dall’azienda privata che ha finanziato il progetto, mentre al Comune di Mele andrà il 3% degli utili annuali.

    L’intenzione manifestata dalla Regione Liguria è quella di sviluppare maggiormente l’eolico nel nostro territorio. Per sviluppare l’energia rinnovabile prodotta dal vento e nel contempo salvaguardare il patrimonio paesistico e naturalistico della Liguria, la Giunta Regionale si è dotata, a partire dal 2002, di indirizzi volti a garantire il corretto inserimento nel territorio delle “fattorie” eoliche. Anche allo scopo di fornire chiarezza agli operatori privati del settore, la Regione ha fissato i criteri per l’individuazione di aree non idonee alla collocazione degli impianti eolici a causa delle emergenze di tipo paesistico e naturalistico in esse presenti, i requisiti progettuali minimi a garanzia della prestazione dell’intervento ed i contenuti documentali da predisporre per le necessarie procedure di valutazione di impatto ambientale (VIA).
    Con la delibera del Consiglio Regionale n. 3 del 3 febbraio 2009 la Regione ha aggiornato gli obiettivi del Piano energetico ambientale regionale ligure (PEARL) per l’eolico: dagli 8 Megawatt (MW) di potenza installata individuati originalmente come obiettivo di sviluppo si è passati a 120 MW, con un incremento pari a 15 volte.

    Recentemente, il 21 settembre scorso, la Giunta guidata da Claudio Burlando, ha approvato una delibera su proposta della ex vice presidente Marylin Fusco e degli assessori all’Ambiente e allo Sviluppo Economico Renata Briano e Renzo Guccinelli. L’obiettivo principale è far crescere l’energia pulita in Liguria.
    La delibera recepisce le “Linee Guida Nazionali” relative alle fonti di energia rinnovabile di cui al DM 10 settembre 2010, adeguandole alla realtà territoriale ligure. Scopo della delibera è definire i «criteri di ammissibilità territoriale, paesistica e ambientale, e i contenuti progettuali degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili soggetti a procedura di VIA regionale o screening ai sensi della L.R. 38/98, ovvero nell’ambito delle relative procedure autorizzative».
    Rispetto alla precedente normativa regionale «sono state apportante significative modifiche che consentiranno una maggiore diffusione degli impianti di energia alternativa, anche attraverso la semplificazione normativa», spiega un comunicato stampa della Regione.
    «La preventiva definizione dei criteri di ammissibilità è finalizzata ad accelerare l’iter di svolgimento dei procedimenti autorizzativi e delle verifiche di compatibilità ambientale, quando previste, a ridurre i tempi di istruttoria e a indirizzare le scelte progettuali verso localizzazioni e tipologie costruttive che facilitino l’approvazione dei progetti, oltre a individuare le misure di mitigazione degli impatti», recita la delibera del 21 settembre 2012.
    «Si tratta di un importante passo in avanti, ma non sarà l’ultimo – spiega il comunicato stampa – infatti, successivamente, la Regione Liguria ridisegnerà i confini delle aree non idonee all’installazione di impianti eolici per favorirne la diffusione, pur nel rispetto della tutela ambientale e paesistica».

    Sul tema dell’energia eolica da tempo è aperto un dibattito che vede contrapposte anche le associazioni ambientaliste. D’altra parte, alcuni scempi perpetrati in determinate regioni, soprattutto del Sud Italia, in cui sono state installate enormi distese di pale eoliche che hanno deturpato il paesaggio senza garantire un adeguato ritorno in termini di energia prodotta per la collettività, inevitabilmente hanno acuito i dubbi degli scettici. Tutte le associazioni partono dal presupposto che le energie pulite rappresentano una grande opportunità per il Paese ma, nello stesso tempo, ritengono necessari gli opportuni approfondimenti e le valutazioni preventive caso per caso, oltre alla fondamentale presenza di una cabina di regia nazionale – oggi colpevolmente assente – in maniera tale da consentire uno sviluppo del loro sfruttamento in un’ottica sostenibile.

    Italia Nostra mostra parecchie perplessità ed invita ad una maggiore trasparenza soprattutto per quanto riguarda l’energia realmente prodotta, ovvero i kWh. Infatti, tutte le informazioni disponibili sugli impianti esistenti e su quelli progettati, riguardano la potenza (MW) e non l’energia.
    «Ciò che è veramente importante è l’energia prodotta (kWh), ovvero quello che consumano i cittadini e non la potenza (kW) che è quello che mettono gli imprenditori (e si fanno pagare) – spiega Roberto Cuneo di Italia Nostra Liguria – Noi pretendiamo chiarezza in merito alla reale capacità produttiva degli impianti e abbiamo sempre chiesto alla Regione di fornirci i dati precisi sulla produzione».

    Il problema, secondo Italia Nostra, è un meccanismo di incentivazione imperfetto, decisamente favorevole per chi realizza gli impianti. «Gli imprenditori privati hanno ricchi vantaggi semplicemente grazie all’installazione, anche se poi la produzione reale è sostanzialmente marginale – sottolinea Cuneo – Così si rischia di incentivare la potenza dell’impianto, piuttosto che la produzione di energia».
    Spesso e volentieri a progetto vengono indicate un tot di ore annue di produzione per giustificare l’incentivo, ma poi in realtà le pale eoliche lavorano assai di meno. «La difficoltà nell’avere i consuntivi di produzione alimenta qualche sospetto – aggiunge Cuneo – Sarebbe utile che la Regione esigesse e comunicasse i consuntivi produttivi confrontati con i dati di progetto (generalmente in Italia a progetto si prevedono 2200 ore di produzione mentre a consuntivo sono meno di 1500)».
    Nel caso dell’incremento degli impianti – ad esempio a Stella e CadibonaRoberto Cuneo lamenta di aver chiesto al team dello screening regionale di poter vedere i risultati di produzione dell’esistente, per valutare se davvero valesse la pena di raddoppiare l’impianto (come si fa in qualsiasi industria) «Ma gli stessi funzionari della Regione mi hanno confessato di non esser riusciti ad ottenere di questi dati».

    Le pale eoliche producono al meglio nelle zone in cui il vento è forte e soprattutto continuo in direzione e intensità, cosa che in Liguria non avviene. «Con un vento a folate le pale sono costrette a riorientarsi con continue interruzioni di produzione – racconta Cuneo – Di conseguenza le nostre centrali eoliche sono poco produttive, lavorando per una quantità di ore decisamente più modesta rispetto a quella di altre regioni italiane».
    Secondo Italia Nostra «La Regione parla sempre di potenza installata, sostenendo che nel complesso, tutti gli impianti eolici liguri raggiungono una potenza pari alla metà di quella della centrale elettrica di Vado Ligure. Però a livello di produzione il rapporto è ben diverso, vale a dire 1/7. L’interesse dell’amministrazione regionale dovrebbe essere quello di installare le pale eoliche nei luoghi migliori, ai fini di un’adeguata produzione energetica. Per raggiungere questo obiettivo è necessario un attento studio del vento basato sulla velocità media in rapporto alla costanza della direzione».

    Legambiente, invece, si dimostra favorevole all’eolico, con le opportune premesse.
    «A livello nazionale le problematiche relative alla diffusione dell’eolico sono legate alla disponibilità fisica di aree in cui sia giustificabile economicamente l’istallazione delle pale – spiega Stefania Pesce di Legambiente Liguria – Fermo restando la necessità di un’attenta analisi (pre e post realizzazione) sull’impatto degli impianti eolici rispetto al paesaggio e alla biodiversità (in particolare le categorie animali particolarmente soggette a subire danni potenziali sono l’avifauna e la chirottero fauna, ovvero i pipistrelli)».

    «Per quanto riguarda la nostra regione non credo sarà possibile attuare una revisione significativa delle aree non idonee all’installazione di impianti eolici, considerando che si tratta di zone tutelate da vincoli specifici – sottolinea Pesce – Noi comunque siamo pronti a monitorare attentamente la situazione».

    Secondo Legambiente, in Liguria esistono ancora dei margini di sviluppo per l’energia eolica. Soprattutto il mini eolico (sotto i 200 kW) ed il micro eolico, destinati al consumo diretto di energia e non alla vendita, quindi utenze domestiche e piccole imprese.
    L’ultimo dossier dei “Comuni Rinnovabili”, curato dalla stessa associazione, fornisce dati su alcune installazioni, ad esempio Cairo Montenotte, dove stanno portando a compimento il parco eolico. «Parliamo di 6 macchine da 800 kW di potenza ciascuna – spiega Pesce – Le previsioni indicano una produzione di 10.800 MWh annui che riuscirebbero a coprire l’intero fabbisogno del Comune».
    A Stella, invece, la centrale eolica è stata recentemente ampliata con una quarta torre, raggiungendo così la potenza complessiva di 3 MW. «Secondo le misurazioni già effettuate l’impianto riesce a produrre 24.000 MWh annui – sottolinea Pesce – Si tratta di un buonissimo risultato che consente di evitare l’emissione di 15.000 tonnellate di co2».
    Altri esempi positivi sono rappresentati dalla pala eolica recentemente inaugurata a Mele «Grazie alla quale il Comune ricaverà degli utili economici», spiega Pesce. Oppure, per quanto riguarda il mini eolico «A Montoggio è stato realizzato un piccolo impianto eolico da 55 kW di potenza – conclude Pesce – con un investimento misto Comune-imprenditore privato di 200 mila euro. Le ricadute economiche per l’amministrazione pubblica sono di circa 15.000 euro annui che vengono reinvestiti sul territorio comunale».

    il WWF si pone a metà strada tra le posizioni di Italia Nostra e Legambiente, rivendicando un ruolo attivo degli enti pubblici e la partecipazione dei cittadini nel processo che porta all’installazione degli impianti eolici.
    «A livello nazionale noi sosteniamo che non esistono tecnologie ad impatto zero – spiega Vincenzo Cenzuales di WWF Liguria – Occorre una valutazione caso per caso. Senza dimenticare, però, i vantaggi per l’ambiente consentiti dallo sfruttamento delle energie rinnovabili. L’eolico è una di queste, ma va inquadrata nel giusto contesto».
    Ovvero le pale vanno installate nei siti adatti, dove il vento garantisce un determinato numero di ore utili per la produzione di energia. «Noi siamo favorevoli all’eolico nelle aree in cui c’è un vento sufficiente e ovviamente se l’impianto non determina un pesante impatto sul paesaggio», sottolinea Cenzuales.

    In Liguria le zone ventose sono lungo i crinali, quindi zone ad alta valenza ambientale «Se la Regione intende allargare la mappa delle aree idonee è un fatto preoccupante che necessita della massima attenzione», aggiunge Cenzuales.
    Anche perché «Bisogna considerare che la produzione di energia eolica in rapporto alla produzione di grandi centrali elettriche è minimale – continua Cenzuales – Quindi non bisogna enfatizzare troppo il ruolo delle pale eoliche».
    Secondo il WWF occorre puntare su impianti piccoli, composti da 3-4 pale, non di più. In alcuni casi, infatti, abbiamo già raggiunto il limite di guardia. «Ad esempio a Cairo Montenotte e Stella, un intero territorio è stato congestionato dalla presenza di centrali e parchi eolici – spiega Cenzuales – Non è questo il metodo giusto. Gli imprenditori massimizzano l’investimento installando il maggior numero possibile di pale in aree contigue. Fornendo una quantità modesta di energia, a fronte di una pesante sudditanza del territorio».

    Per il WWF l’unica soluzione possibile è quella di svincolarsi dai criteri del mercato. «Sono ormai più di 10 anni che proponiamo all’amministrazione regionale di fare un’attenta pianificazione di tutte le energie rinnovabili – precisa Cenzuales – Inoltre scontiamo l’assenza di un serio Piano Energetico Nazionale».
    Ma soprattutto «Sarebbe fondamentale che la proprietà degli impianti fosse in mano pubblica – continua Cenzuales – l’ente pubblico, infatti, può garantire il necessario controllo e valutare adeguatamente le reali esigenze della comunità. Insomma, ci vuole un ruolo attivo dell’ente pubblico ed inoltre deve essere previsto un processo partecipativo dei cittadini, a cui dovrebbe essere lasciata l’ultima parola».
    I motivi sono evidenti: laddove sarebbero sufficienti 2 pale eoliche – se l’iniziativa è lasciata all’imprenditore privato – quest’ultimo potrebbe avere interesse ad installarne 10, con un evidente ritorno economico esclusivamente a suo vantaggio.
    «Purtroppo in alcune regioni italiane sono state installate centrali eoliche perfettamente inutili – ricorda Cenzuales – D’altra parte gli incentivi sembrano favorire l’installazione piuttosto che la produzione. Sono incentivi fini a se stessi che non danno luogo, come dovrebbero, ad un circuito virtuoso».
    La pala eolica di Mele, invece, viene considerata dal WWF un esempio positivo, in particolare dal punto di vista dell’approccio alla procedura di installazione. «È apprezzabile, perché la pala appartiene anche al Comune e soddisferà il fabbisogno di energia di tutto il paese, consentendo qualche ricavo economico per le casse comunali».

     

     

    Matteo Quadrone

  • Voltri: una piazza multifunzionale riqualifica il quartiere

    Voltri: una piazza multifunzionale riqualifica il quartiere

    Dare vita ad uno spazio pubblico innovativo, dinamico e multifunzionale, partendo dal basso, dalle esigenze dei cittadini che frequentano una piazza dotata di tutte le carte in regola per diventare un luogo “aperto”, simbolo identificabile del quartiere di Voltri. Stiamo parlando del progetto di riqualificazione di Piazza Caduti Partigiani Voltresi – fortemente voluto dalle associazioni del territorio, apprezzato dalle istituzioni locali, dai costi contenuti e replicabile in altri contesti – eppure, per vedere finalmente la luce, ha dovuto affrontare un percorso ad ostacoli lungo 3 anni, oggi con probabile lieto fine.

    Ma andiamo con ordine. Tutto nasce nel novembre 2009, quando numerose realtà associative (“Ponente che Balla”, “La Spiaggia dei Bambini”, “Gli Amici del Mare”, solo per citarne alcune) ed un gruppo di genitori dei ragazzini che abitualmente giocano nel campetto asfaltato della piazza, si rivolgono al Laboratorio Zerozoone – collettivo di architetti che si definisce “un sistema aperto”, non il classico studio d’architettura bensì un “contenitore di esperienze progettuali” – per chiedere il loro aiuto al fine di elaborare una proposta in grado di riqualificare un’area di circa 1900 metri quadrati che versa in condizioni di degrado, esteticamente brutta e soprattutto pericolosa per l’incolumità dei più giovani.
    L’obiettivo è realizzare una cucitura tra la passeggiata a mare, molto frequentata e apprezzata dai residenti ed il tessuto urbano di Voltri. Anche perché «Tra lo spazio litoraneo e l’abitato del quartiere esiste una frattura che noi intendiamo superare – spiega Silvia Cama, Laboratorio Zerozoone – Questo è il primo tassello che potrebbe dare il via ad altre riqualificazioni». Intorno alla promenade, infatti, ci sono ancora i vuoti (spazi aperti) ed i pieni (volumetrie) che in qualche modo vanno armonizzati con essa. «Secondo noi questo spazio ha la predisposizione naturale ad essere una piazza “aperta”, un simbolo in cui le persone possano riconoscersi – racconta Augusto Audissoni, Laboratorio Zerozoone – Gli elementi architettonici che abbiamo studiato, da un lato mirano a disegnare un luogo fortemente caratterizzato dal punto di vista estetico; dall’altro l’obiettivo è riqualificarlo con più funzioni: campetto da calcio e piazza “aperta”». Ad esempio «Il campetto prevede una rete di recinzione mobile che può essere comodamente spostata nel caso di realizzazione di eventi, spettacoli, occasioni conviviali della cittadinanza».

    Nel giro di 6 mesi, attraverso un fruttuoso dialogo con associazioni e Municipio Ponente, il progetto – realizzato a titolo gratuito – è pronto. «L’abbiamo illustrato presso la Giunta municipale dopo aver raccolto le esigenze dei cittadini – ricorda Silvia– Se vogliamo, possiamo definirlo un processo di architettura partecipata». Nel giugno 2010 l’idea del Laboratorio viene ufficialmente presentata alla popolazione tramite una proiezione pubblica in Piazza Caduti Partigiani Voltresi, in occasione dell’evento estivo “TraVoltri dagli eventi”.
    E qui ha inizio il lunghissimo iter burocratico. Nonostante goda del convinto sostegno delle istituzioni locali, in primis del Municipio Ponente, il progetto ha dovuto sottostare ad una serie di passaggi che inevitabilmente hanno rallentato la sua genesi. Innanzitutto è stata necessaria l’approvazione di ben 11 enti diversi, come ricorda Augusto «Siamo partiti dalla Giunta municipale che ha dato il suo assenso e poi ha sottoposto il progetto a Comune di Genova ed Autorità portuale visto che il suolo, di proprietà demaniale, è affidato loro in concessione. A questo punto siamo approdati in Conferenza dei servizi dove tutti gli enti interessati (tra gli altri Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria, Provincia di Genova, Regione Liguria, Capitaneria di Porto, ecc. ) sono chiamati a fornire il proprio parere. La Conferenza è stata avviata nel novembre 2011». Ma quello che dovrebbe essere uno strumento per accorciare i tempi, al contrario si rivela un meccanismo poco funzionale che allunga a dismisura il percorso. «Abbiamo illustrato singolarmente il progetto agli 11 enti, uno per uno, onde evitare brutte sorprese in Conferenza dei servizi», sottolinea Augusto.
    Una prassi tipicamente italiana perché, nonostante esistano norme chiare – quali i Piani urbanistici comunali ed i regolamenti edilizi – spesso nel nostro Paese si creano situazioni in cui vige un’eccessiva arbitrarietà. È il caso delle Conferenze dei servizi, dove una decisione di un singolo ente può compromettere un intero progetto o almeno rallentarne irrimediabilmente l’iter approvativo.
    «Il problema risiede anche nella correttezza e nell’etica professionale che muove i progettisti – precisano all’unisono Augusto e Silvia – Questi ultimi, infatti, a volte forzano soluzioni progettuali che vanno al di là del consentito». Se il progetto si attiene responsabilmente a tutte le regole, in teoria non dovrebbe incontrare difficoltà. Purtroppo però, anche a causa di alcuni comportamenti scorretti «Ti trovi a confrontarti con atteggiamenti arbitrari – spiega Silvia – Ci vuole un adeguato buon senso da entrambe le parti, architetti ed enti interessati. In caso contrario si dà luogo a meccanismi controproducenti».
    E arriviamo al maggio 2012, quando finalmente il progetto di riqualificazione viene approvato ufficialmente. Ora si può iniziare con gli appalti dei vari lotti, 4 in tutto, ma ciascuno di loro, come spiega Augusto «È “autosufficiente”, ovvero garantisce autonomamente che lo spazio sia fruibile per almeno una delle funzioni immaginate, impedendo l’effetto “non finito”. L’abbiamo studiato così proprio pensando alle probabili ristrettezze economiche ».
    Ed in effetti l’altra principale difficoltà è quella di trovare i soldi per realizzare l’intervento. Il progetto comporta un costo complessivo di circa 290 mila euro. «Il Municipio Ponente ha stanziato circa 87 mila euro – continua Augusto – grazie alla partecipazione ad un bando regionale per il finanziamento di opere pubbliche, la Regione Liguria ha destinato per il progetto circa 29 mila euro. Inoltre abbiamo provato a rivolgersi ad alcune banche, ma purtroppo non abbiamo ricevuto aiuto».
    I primo due lotti costano circa 170 mila euro. Parliamo dei due lotti fondanti, gli altri due sono di rifinitura e quindi potrebbero essere realizzati anche in tempi successivi. «Allo stato attuale disponiamo di circa 115 mila euro – precisa Augusto – Per realizzare il secondo lotto mancano all’appello circa 55 mila euro».

    Vediamo nel dettaglio qual è la filosofia progettuale del Laboratorio Zerozoone e quali soluzioni architettoniche saranno messe in campo per riqualificare Piazza Caduti Partigiani Voltresi.
    Il collettivo di architetti negli ultimi anni ha partecipato a bandi e gare, ottenendo ottimi risultati. Ricordiamo tra gli altri: il concorso internazionale di architettura “Spazi pubblici sul mare” al Priamar di Savona (2° classificato, 2002); il concorso nazionale di idee per ospedale Santa Corona a Pietra Ligure (3° classificato, 2003); video di presentazione per aree dismesse del Comune di Novi Ligure (premio miglior rappresentazione audio/video alla Biennale di Venezia; 2005); Paesaggi italiani, opere per la mostra “Lezioni di paesaggio” a Savignone (pubblicata su Domus web, Abitare, Ottagono, D’Architettura, Archphoto; 2008); Città aperta, concorso di idee “Giovani per i giovani” Voltri-Pegli-Prà (progetto vincitore con l’associazione Ponente che Balla; 2011).
    «Il nostro è un tentativo di immettere in circolo idee nuove ed approcci innovativi – spiega Silvia – ma è difficile farsi comprendere da chi parla un altro linguaggio ed è ancora ancorato a una visione statica dell’architettura. Noi, al contrario abbiamo un’idea di architettura dinamica, mutevole, pronta a rispondere a diverse esigenze». Il Laboratorio Zerozoone «Cerca sempre di coniugare i progetti con la mutevolezza del tempo. Lavoriamo sviluppando architetture e paesaggi che siano in grado di trasformarsi a seconda delle necessità e delle esigenze che, con il trascorrere del tempo, dovessero emergere».

    In questo caso «Il fatto di relegare uno spazio pubblico ad un’unica funzione non ci sembrava utile – racconta Augusto – Secondo noi è precisa responsabilità dei progettisti fornire strumenti per creare spazi che possano accogliere una moltitudine di funzioni, a maggior ragione in tempo di crisi. Ma sempre tenendo in considerazione la componente temporale, ovvero le esigenze che possono mutare con il trascorrere del tempo». Le multi funzioni non sono un contenitore di funzioni disparate, per intenderci come il centro commerciale Fiumara, bensì come ulteriori opportunità. Ad esempio «Quando un giorno il campetto di calcio non servirà più, questa piazza rimarrà un valore per il quartiere senza la necessità di alcun stravolgimento architettonico», sottolinea Silvia. Senza dimenticare il valore sociale di un intervento che ha previsto il diretto coinvolgimento dei cittadini, generando automaticamente una maggiore attenzione al proprio territorio. Partire dal basso, dalle esigenze della gente è una prerogativa del collettivo. «Inoltre è importante studiare progetti replicabili, nel processo e nel metodo, anche in altri contesti», aggiunge Augusto.

    La copertura della piazza sarà realizzata con materiali differenti e naturali – terra, terra battuta, legno, ghiaia, trifoglio, disposte in 5 sezioni concentriche – per fornire diverse sensibilità al tatto. «Per entrare in empatia con il suolo che calpesto, dove gioco, parlo e incontro persone – spiega Silvia – Per noi questo è un elemento fondamentale. Vogliamo incrementare la sensibilità al materiale. Il suolo rimane allo stesso livello ma attraverso delle variazioni materiche creiamo movimento ed un idea di dinamicità».
    Molta della pavimentazione sarà permeabile (almeno il 30-40% della piazza) perché «Meno si soffoca la terra meglio è – sottolinea Silvia – La terra deve respirare ed essere pronta ad accogliere l’acqua».
    La piazza- campetto è studiata con 5 anelli concentrici, in uno di questi saranno presenti alcune “sedute” che potranno svolgere la funzione di panchine, ma non solo. Si tratta di un rialzo del suolo particolarmente duttile «Un linguaggio interpretabile nella dimensione tempo-spazio – continua Silvia – che offre diverse opportunità di utilizzo. Ad esempio i rialzi potrebbero diventare rampe per gli skateboard».

    Il campetto da calcio sarà delimitato da una rete morbida – in fibra elastica, anti taglio – e non metallica. Inoltre i pali non saranno a contatto con il recinto, evitando quindi incidenti di gioco abbastanza frequenti.
    La rete è retta da un tubolare ad un altezza di circa 2,5- 3 metri. «I pali sono studiati come delle braccia esteticamente rilevanti che caratterizzano lo spazio – spiega Augusto – La rete, in pratica, viene tirata su come una tenda. Si può togliere agevolmente, mentre le braccia e il tubolare possono trasformarsi in elementi scenografici oppure in supporto per alcuni giochi destinati ai più piccoli (altalene, corde, ecc.)».
    Per quanto riguarda l’illuminazione «Oggi si tende spesso a sovra illuminare e non si ha rispetto della sobrietà che dona la penombra – aggiunge Silvia – Di fianco alla piazza-campetto c’è un parcheggio illuminato da un grande faro. Quindi la nostra sarà un’illuminazione non invasiva e lungo il tubolare correrà una striscia al led».

    Oggi qualcosa sembra muoversi ed il progetto potrebbe diventare concreto «Venerdì scorso abbiamo avuto un incontro con il Municipio Ponente – concludono Silvia e Augusto – Ci hanno confermato di avere il finanziamento per il primo lotto. Finalmente possiamo partire».

     

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, Villa Gervasoni: un bene culturale da salvaguardare

    Quarto, Villa Gervasoni: un bene culturale da salvaguardare

    Villa GervasoniUna villa nobiliare di villeggiatura risalente al ‘600 ubicata lungo l’antica via romana Aurelia (la “creuza” di via Romana della Castagna che sotto uno strato di asfalto ancora conserva l’antico ciottolato), composta fin dalle origini di due corpi di fabbrica simmetrici – attualmente di differenti proprietari – separati dal portale medioevale di accesso a Castel Perasso (distrutto nel ‘300 dai Fieschi), con le sue pertinenze, ovvero le rovine del castello e l’adiacente Uliveto Murato incluso il parco rustico (ora in parte di proprietà comunale, in parte di un altro privato), rappresenta un complesso unitario importante al pari di quello dei Parchi di Nervi, ma ben più rilevante dal punto di vista storico.

    Secondo la documentazione esistente presso il Santuario della Castagna, pubblicata da Stefano Costa nel 1919, la Villa – poi Gervasoni – con i ruderi di Castel Perasso ed il fondo finitimo ora noto come Uliveto Murato, fino alla metà del ‘700 era proprietà di Giovanni Battista Priaruggia. Alla morte del Priaruggia la vedova cedette questi beni all’Abate Gervasoni, ai Burlando e ai Boero.
    La Villa, da sempre catalogata e descritta nelle pubblicazioni sulle Ville genovesi, ha una lunga storia che chiama in causa personaggi del calibro di Giuseppe Garibaldi – nell’archivio Gervasoni rimane un suo prezioso autografo in cui ringrazia la famiglia per l’aiuto ricevuto – e di Giacomo Puccini che divenne una presenza abituale in quanto amico del pianista e compositore Giuseppe Frugatta, il quale aveva acquisito la proprietà dai Giuliano.
    All’interno della dimora, con un proprio ingresso su via Romana, è ancora conservata una cappella di ragguardevoli dimensioni, con un altare barocco a stucco e volte a vela dipinte. Anche gli ambienti interni sono articolati secondo gli schemi di una villa nobiliare con volte decorate e una seconda scala che congiunge le cucine al piano nobile. In facciata si può ammirare una pregevolissima statua marmorea di finissima fattura di San Giovanni Battista, già citata nei documenti del ‘700.
    Quel che rimane del Parco che comprendeva le rovine di Castel Perasso – in gran parte demolite con la costruzione dello svincolo di Corso Europa, alcune superstiti inglobate nelle mura dell’uliveto – ospita l’ippocatastano forse più grande ed antico della Liguria (due metri circa di diametro), un raro albero di canfora ed altre piante di pregio.

    Oggi però Villa Gervasoni rischia di veder compromessa la sua originalità a causa degli interventi di ristrutturazione previsti dal nuovo proprietario dell’ala ovest. A destare preoccupazione non sono sole le probabili modifiche che saranno apportate a livello architettonico, ma anche gli stravolgimenti ambientali dovuti ai lavori in via di svolgimento nel giardino: buona parte del tradizionale paesaggio ligure è già stata spazzata via – fichi, allori, rampicanti secolari, ecc. – perché non in linea con il previsto restilyng degli spazi verdi.

    Occorre sottolineare che su Villa Gervasoni grava una procedura di vincolo avviata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria su sollecitazione del Comitato Pro Uliveto di Quarto e del proprietario dell’altra ala della Villa, il quale ha il medesimo interesse nel veder preservata l’integrità originaria del complesso. Non sappiamo ancora se la pratica di tutela andrà a buon fine ma si tratta di un passaggio cruciale per mantenere viva la speranza di salvaguardare il manufatto, considerando che in caso contrario, il nuovo proprietario dell’ala ovest avrebbe carta bianca.

    Villa GervasoniIl Comitato Pro Uliveto Murato di Quarto – che da anni si batte per la conservazione e la valorizzazione di un sito di altissima qualità che conferisce una preziosa identità storico culturale al territorio (come vedremo nel dettaglio in seguito) – ha presentato alcune osservazioni al Piano Urbanistico Comunale (PUC) chiedendo una maggiore tutela dell’area attraverso il riconoscimento dell’Uliveto Murato, quale parco storico di Villa Gervasoni.

    Questo complesso unitario per connotazioni ambientali e storiche, secondo il Comitato «rientra nella previsione del PUC che si riferisce agli ambiti di disciplina speciale Lettera O e cioè nel Sistema delle ville e dei parchi Carrara e Quartara che a pag. 26 delle norme di conformità così viene descritto: “O – Sistema delle ville e parchi Carrara e Quartara – Descrizione dei caratteri del territorio. I caratteri stilistici e costruttivi delle ville del genovesato e di quanto ancor oggi residua degli originari parchi appartengono al patrimonio della città. I due grandi bacini del Levante, costituiti dalle vaste proprietà Carrara e Quartara e di alcune emergenze di ville costruite sul sistema dell’antica romana, costituiscono sistemi da preservare”».
    «Una di queste emergenze è proprio la Villa Gervasoni e connesso Uliveto Murato – scrive il comitato – Pregheremmo quindi di far rientrare la Villa Gervasoni, di Via Romana della Castagna n. 42 e 44 e il pertinente Uliveto Murato nella previsione di cui alla lettera O – Sistema delle ville e parchi Carrara e Quartara – negli ambiti di disciplina speciale e di integrare le relative norme di conformità. Visto che le altre ville del genovesato sono nominate nelle dette norme, vorremmo che anche questa lo fosse».

    Auspicio accolto, infatti nelle cosiddette “emergenze esteticamente rilevanti e tracce storiche artistiche”, oggi compaiono anche “La Villa Gervasoni con il connesso Uliveto Murato”.
    Il Comitato sollecita poi una tutela ancor più specifica in particolare per l’edificio antico, osservazione fatta propria dal PUC che ha integrato la frase “mantenendo le coperture in abbadini d’ardesia”, con le parole “nonchè le volte, specie se dipinte, gli stucchi, la pavimentazione antica, la struttura delle porte, delle finestre, e degli scuri. Ammessa la posa di tiranti e chiavi antisismiche”.
    Infine, per quanto riguarda gli interventi di sistemazione degli spazi esterni, dopo le parole “misure compensative atte alla conservazione del verde”, la versione aggiornata del PUC sottolinea “Gli alberi secolari o con diametri superiori a 50 cm dovranno essere tutelati”.

    Le integrazioni al PUC rappresentano un altro successo raggiunto dal Comitato che si somma al riconoscimento dell’Uliveto Murato quale sito di interesse culturale particolarmente importante, sancito dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria nel 2007 con l’apposizione del vincolo monumentale di tutela.

    Oggi il sito è salvaguardato grazie all’impegno dei cittadini che negli anni scorsi sono riusciti a fermare una pericolosa operazione immobiliare, già approdata in Conferenza dei Servizi.

    UlivetoUliveto

    L’area dell’Uliveto Murato è in parte di proprietà comunale, in parte privata. Adesso diventa fondamentale ottenere la disponibilità della porzione privata – in sinergia tra Comune e Regione – per poter avviare il progetto di recupero e valorizzazione promosso dal Comitato. Parliamo della realizzazione di un “ecomuseo precolombiano vivente” – mantenendo l’assetto agrario tradizionale e paesaggistico di peculiare valore storico e monumentale – accessibilissimo per la fruizione culturale e turistica ed integrabile nel sistema dei parchi di Quarto – Nervi e sull’antica via romana Aurelia (la “creuza” di via Romana della Castagna il cui restauro fa parte del progetto).

    La Regione Liguria ha costituito il progetto di valorizzazione in “progetto pilota” per creare le linee guida per interventi di conservazione e valorizzazione di tutti i siti che conferiscono identità culturale alla Regione Liguria e lo ha finanziato con un primo stanziamento di 78.000 Euro (che possono essere sufficienti per i restauri ma non bastano per l’indispensabile acquisizione della parte privata all’interno delle mura).

    L’obiettivo è trasformare l’Uliveto Murato in un luogo didattico dove tramandare antichi valori e conoscenze, esperienze a contatto con la terra, le piante, i rivi, ecc. Una soluzione concreta per tutelare questi manufatti, le fasce antichissime della zona di Quarto, un patrimonio che potrebbe essere sfruttato a fini turistici.

    Il Comune conferirà la parte di sua proprietà – anzi l’ha già affidata – alle cure della famiglia di olivicoltori che da molte generazioni curano il sito con i metodi della antica tradizione ligure e che si è dichiarata disposta a continuare in regime di volontariato la conduzione di tutto il fondo sotto la supervisione della direzione del futuro Ecomuseo, partecipando anche al programma formativo.
    Un luogo del genere a Genova manca, un’occasione per mantenere intatta l’identità culturale del territorio, attraverso un’operazione che non comporta costi elevati. Ma va fatta al più presto perché in caso contrario, se non si valorizza adeguatamente il sito, con il passare degli anni, esiste il concreto rischio che vengano concessi dei nuovi permessi a costruire.

     

    Matteo Quadrone

    [foto di Daniele Orlandi]
    (Villa Gervasoni, foto dell’autore)

  • Quezzi, Pedegoli: via del Molinetto senza accesso da quasi un anno

    Quezzi, Pedegoli: via del Molinetto senza accesso da quasi un anno

    Una quarantina di famiglie che per entrare ed uscire di casa sono costrette ad affrontare una scalinata di pietra; un ponte medioevale – uno dei pochi non completamente spazzati via dall’alluvione del novembre scorso – dichiarato inagibile e mai sostituito: il risultato finale è un’antica “crêuza”, via del Molinetto, dal difficile accesso, in particolare per anziani e disabili, ormai da quasi un anno. Nel mezzo il rimpallo di responsabilità, decisioni poco limpide ed una gestione degli interventi di somma urgenza che desta alcune perplessità.

    Sono gli ingredienti di una storia di quartiere che arriva da Pedegoli, in Val Bisagno, dove scorrono il Rio Molinetto ed il Rio Finocchiara che uniscono le loro rapide acque all’altezza di piazzetta Pedegoli, per poi confluire nel torrente Fereggiano.

    Il 4 novembre 2011 la furia dell’acqua danneggiò il ponte di accesso a via del Molinetto, da allora non più ripristinato, condannando gli abitanti della crêuza a fare i conti con una vera e propria barriera architettonica e cancellando per sempre l’unico passaggio pianeggiante.
    L’amministrazione comunale, intervenuta immediatamente dopo i tragici eventi alluvionali, nel corso del tempo ha prospettato diverse ipotesi di collegamento alternativo al ponte, ma finora nella realtà dei fatti non si è visto nulla. Una cronaca raccontata con dovizia di particolari nel blog “Pedogli dalla Gabbri” (http://dallagabbri.blogspot.it/), curato da Giuseppe Pittaluga, consigliere di Rc (Rifondazione Comunista) nel municipio Bassa Valbisagno, il quale denuncia «Bisogna ridare l’accesso alla via. Sarebbe anche illegale tenere isolate 40 famiglie, ostaggio di una barriera architettonica».

    Ma andiamo con ordine. In primis gli operai intervenuti sul posto optarono per la soluzione più pragmatica, ovvero la costruzione di una pedana provvisoria che, senza toccare l’alveo del rio e il ponte sottostante, permetteva il passaggio. I tecnici comunali però, imposero di smontare il tutto e decisero di avviare, attraverso la Soprintendenza, l’iter per mettere i vincoli di tutela al manufatto medioevale. Oggi l’iter è ancora in via di svolgimento, motivo per cui il ponte non si potrà più toccare.

    Eppure, secondo gli abitanti, con un’operazione veloce e dal costo di poche migliaia di euro, sarebbe stato possibile ripristinare il collegamento esistente.
    Ormai però quest’ipotesi è stata definitivamente scartata, come spiega Giuseppe Pittaluga «Oltre alla questione dei vincoli di tutela, infatti, occorre verificare il “franco idraulico”, vale a dire la distanza tra il ponte e l’altezza dell’acqua. Serve una perizia ordinata dal Tribunale che ancora non è stata eseguita».

    E poi c’è l’ostacolo più importante, quello dei soldi che mancano «Non avendo svolto l’intervento con i fondi di somma urgenza, abbiamo perso l’occasione propizia perché il Comune ci ha detto chiaramente di non avere nessuna disponibilità economica per fare altri lavori», sottolinea Pittaluga.
    I Fondi della somma urgenza sono stati utilizzati per rifare parte della fognatura e soprattutto per ricostruire gli spessi muretti di cemento che fiancheggiano via del Molinetto, nonostante gli abitanti chiedessero delle ringhiere considerato che la crêuza – recentemente asfaltata e con pochi tombini – si allaga di continuo (un aspetto fondamentale che vedremo in seguito), in maniera tale che l’acqua potesse fluire più agevolmente nel letto del rio.
    «Abbiamo scritto a tutti gli enti locali, alla fine ci siamo rivolti anche alla Procura della Repubblica – racconta la signora Marina, abitante in via del Molinetto – Io oltre al danno ho subito anche la beffa. Con i lavori di somma urgenza, infatti, hanno posizionato i tubi della fogna in una porzione del mio terreno, doveva essere una cosa temporanea, invece sono ancora lì».

    Arriviamo alla calda estate 2012, quando finalmente qualcosa si muove e viene annunciata un’operazione risolutiva: la costruzione di una rampa carrabile alternativa al ponte che garantirebbe l’accesso diretto alla via, realizzata abbattendo quattro vecchi e piccoli edifici privati. La regia del progetto è della Regione Liguria mentre Coopsette eseguirà tutti i lavori compreso l’acquisto degli immobili in questione, il tutto a costo zero per il Comune perché l’azienda dovrebbe essere pagata grazie alla disponibilità di fondi europei.
    «Saranno acquisiti e demoliti 4 magazzini, 1 dei quali abusivo, sito proprio all’interno dell’alveo del Rio Molinetti – spiega Pittaluga – ovviamente ci sarà una trattativa privata tra Coopsette ed i proprietari. Alcuni di loro però non sono molto convinti perché questi spazi rappresentano un valore aggiunto rispetto ad abitazioni di ridotte dimensioni».

    Il problema principale è che l’amministrazione comunale aveva promesso un percorso di partecipazione che finora non è stato attivato «Noi chiediamo il coinvolgimento delle 40 famiglie interessate – continua Pittaluga – vogliamo vedere il progetto in modo da fare le necessarie valutazioni ed eventualmente esporre le nostre critiche. Il Municipio sta facendo pressioni verso la Regione e il Comune affinché si sblocchi la situazione».
    Gianni Crivello, assessore comunale ai Lavori Pubblici risponde «Fortunatamente abbiamo l’opportunità di sfruttare la disponibilità di un’azienda che volontariamente ha voluto fornirci il suo aiuto, di conseguenza dobbiamo attendere i tempi necessari. Pochi giorni fa ho avuto un incontro in Regione per sollecitare l’avvio del percorso di partecipazione».

    In fin dei conti, secondo il consigliere del Municipio Bassa Valbisagno, le demolizioni sono un fatto positivo perché consentono di eliminare del cemento dalla crêuza.
    Però l’approccio al problema continua ad essere completamente sbagliato «Con il vecchio ponte le automobili non potevano passare – spiega Pittaluga – al contrario, con una rampa, la crêuza viene trasformata in una strada carrabile». Via del Molinetto, invece, è un antico percorso pedonale che dovrebbe essere valorizzato come, d’altra parte, tutto il territorio circostante, riacquisendo la sua vocazione agricola e naturalistica originaria.
    «Le crêuze mattonate garantivano un certo grado di permeabilità – conclude Pittaluga – oggi la tendenza è quella di asfaltarle ed ampliarle (è successo ad esempio in via del Molinetto, via Finocchiara, via Mottachiusura, ecc.), un’operazione pericolosa perché in caso di forti piogge, senza un minimo drenaggio, queste vie si trasformano in canali impermeabili, com’è accaduto nel novembre 2011, quando la massa d’acqua che precipitava dalle fasce, raggiungendo una velocità folle, ha sfondato i muretti scaricandoli nel letto del rio, insieme a detriti lamiere, motorini e cassonetti».

    Matteo Quadrone

  • Teatro Hop: storia travagliata di un piccolo gioiello del centro storico

    Teatro Hop: storia travagliata di un piccolo gioiello del centro storico

    Per il Teatro Hop Altrove, un piccolo gioiello incastonato nei vicoli genovesi con una storia travagliata alle spalle, si profila all’orizzonte l’ennesima opportunità di rinascita: ad ottobre, infatti, scade la concessione per l’affidamento dello spazio ed il Comune di Genova, proprietario del cinquecentesco palazzo Fattinanti Cambiaso, sede del teatro, si prepara a bandire una gara per trovare un nuovo soggetto gestore.

    Nel luglio scorso l’amministrazione comunale ha organizzato un incontro pubblico in piazza Cernaia proprio per discutere sul futuro dell’Hop Altrove. La cittadinanza ha risposto positivamente, comitati, associazioni, residenti sono intervenuti con proposte e idee per la gestione di un luogo unico nel suo genere, ubicato in piazzetta Cambiaso, nelle immediate vicinanze della Maddalena. All’incontro di ascolto erano presenti Carla Sibilla, assessore alla cultura e al turismo del Comune di Genova, Elena Fiorini, assessore alla legalità e ai diritti e due esponenti del Municipio Centro Est, il presidente Simone Leoncini e l’assessore allo sviluppo economico, Maria Carla Italia. «L’obiettivo è ascoltare in vista dei tempi di affidamento che scadono a ottobre. L’impostazione dell’amministrazione vuole abbracciare una modalità più aperta e trasparente che combini le finalità di questo spazio con la necessità di sostenibilità in un bando pubblico».

    In quest’occasione due posizioni, tra le altre, hanno trovato maggiore condivisone: la prima, per una gestione pubblica e partecipata da più soggetti del quartiere; la seconda per una funzione esclusivamente teatrale.

    Come spiega l’assessore Maria Carla Italia «Gli orientamenti emersi dall’assemblea sono questi. Il 4 ottobre sentiremo in audizione i gruppi rappresentativi del territorio per portare le loro istanze all’attenzione del Comune. Continuiamo il processo di partecipazione collettiva. Il teatro Hop è un luogo che merita la massima visibilità e può contribuire al rilancio del centro storico».

    «Faremo ancora un passaggio in commissione per confrontarci con gli stakeholder (soggetti portatori di interesse della comunità, ndr) ad esempio il Civ di zona – aggiunge l’assessore comunale alla cultura e al turismo, Carla Sibilla – Il bando potrebbe essere pronto intorno a metà ottobre».

    Ripercorrendo brevemente la storia recente del teatro emergono enormi difficoltà di gestione legate soprattutto al difficile contesto in cui si trova, nel cuore della città vecchia e alla particolare natura dell’edificio che lo ospita.
    Palazzo Fattinanti Cambiaso, sede del Teatro Hop Altrove, è un edificio cinquecentesco situato poco distante dalla Chiesa di Santa Maria delle Vigne. Inizialmente di proprietà della famiglia nobiliare Fattinanti, che annovera tra i suoi esponenti un doge (Prospero Centurione Fattinanti), viene rinnovato nel ‘600 per volontà dell’allora proprietario Gio.Giacomo Centurione, per passare in mano ai Cambiaso nel ‘700. Durante il secondo conflitto subisce danni gravissimi, venendo semidistrutto dal famigerato bombardamento del 22 ottobre 1942, quando su Genova si abbattono 85 bombardieri inglesi Lancaster.
    Le operazioni di restauro conservativo, terminate nel 2003 dalla Soprintendenza ed effettuate sotto la direzione di Nicolò de Mari, hanno riportato alla luce gli affreschi della loggia e dei locali superiori.
    Il Comune di Genova, grazie ai fondi delle Colombiadi, ha speso la bellezza di 2 miliardi delle vecchie lire per riportarlo all’antico splendore. La ristrutturazione ha portato alla ridefinizione degli spazi principali, ovvero teatrino da 80 posti al piano terra e ristorante al piano superiore.

    A partire dal 2003 e fino al 2007 la gestione è affidata a Mario Jorio che ha dovuto fare affidamento esclusivamente sulle sue forze, senza godere di nessun finanziamento pubblico. Fino al 2006 ha proposto una programmazione teatrale e culturale a cui ha affiancato una biblioteca di cinema e teatro ed un’attività di ristorazione, nell’ambito di una convenzione con il Comune di Genova che prevedeva l’apertura del ristorante solo nelle serate di spettacolo. Purtroppo però, nonostante la notevole qualità artistica degli eventi proposti, l’Hop Altrove non è mai riuscito ad attirare il grande pubblico e nel 2007 Jorio è stato costretto a gettare la spugna.

    D’altra parte una programmazione prettamente teatrale in uno spazio così ridotto e difficile da raggiungere, se non addirittura sconosciuto ai più – sia nella sua veste storica di edificio vincolato e restaurato sia in quella odierna di “centro culturale polivalente” (così appare la denominazione nell’elenco dei beni vincolati della Soprintendenza) – dà adito a qualche ragionevole dubbio sulle concrete possibilità di ricavare degli utili dall’attività, considerati i problemi che già soffrono ben più grandi e importanti teatri cittadini, Carlo Felice in primis. Inoltre a ben vedere la definizione stessa con cui l’Hop viene indicato nell’elenco suggerisce una varietà dell’offerta culturale e artistica, non limitata al solo teatro.

    La conferma arriva dallo stesso assessore alla cultura e al turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla «Siamo perfettamente consapevoli che la sola funzione teatrale non sarebbe economicamente sostenibile. Vogliamo coniugare le esigenze di spazio delle realtà associative con gli interessi privati del futuro gestore. Le attività culturali necessariamente saranno affiancate da altre attività. E probabilmente quest’ultime non saranno così strettamente legate agli eventi. Abbiamo già ricevuto alcune manifestazioni di interesse e questo è un fatto positivo».

    Da circa tre anni l’Hop è gestito dalla cooperativa Altrove presieduta da Giuseppe Varlese che ha provato a promuovere un centro di cultura enogastronomica, in particolare dedicato alla storia della birra. L’idea di Varlese era quella di vendere la birra artigianale di sua invenzione, la “Bryton” chiamata “la birra dei liguri”, in occasione di eventi teatrali, musicali ed artistici.

    Ma la sua gestione è stata contestata dall’amministrazione comunale che gli ha notificato per tempo la disdetta anticipata del contratto di appalto. Le contestazioni che gli vengono fatte sono l’inadempienza rispetto alle clausole di concessione in due punti: non ha rispettato il programma culturale e i giorni di cessione gratuita degli spazi.
    Per quanto riguarda il primo aspetto occorre sottolineare che Varlese ha dovuto fare i conti, nel corso del 2011, con il rovinoso crollo del soffitto della sala – corrispondente al pavimento del locale superiore adibito a bistrot – dovuto a gravi e ripetute infiltrazioni d’acqua che hanno danneggiato anche l’impianto elettrico. Ovviamente l’incidente ha compromesso, per lungo tempo, la programmazione degli eventi. In seguito, secondo il Comune, il gestore avrebbe comunque privilegiato l’attività di ristorazione e bar che al contrario doveva essere intrinsecamente legata all’organizzazione di momenti culturali.
    In merito alla seconda contestazione, ovvero la prevista cessione gratuita degli spazi per 60 giorni all’anno, Varlese afferma che ne avrebbe rispettati circa 15, lamentando comunque il fatto di essersi fatto carico delle spese di energia elettrica e acqua durante quei giorni oltre che di quelle di pulizia.

    «Durante i 3 anni di gestione non ho mai ricevuto alcun supporto economico da parte del Comune – spiega Varlese – il mancato pagamento dell’affitto è dovuto al crollo del soffitto per il quale ho dovuto sostenere le spese di recupero». Resta l’interrogativo su come sia possibile che il gestore intervenga a mano libera su un bene di proprietà del Comune e per di più vincolato.
    Varlese non intende presentarsi al nuovo bando perché ritiene impossibile la gestione nei termini che si vogliono dettare. E proporrà la sua formula in un nuovo e più favorevole contesto.

    «Durante la riunione del 25 luglio, alla quale non sono stato neppure invitato, ci sono stati una ventina di interventi per altrettanti comitati ma non c’è stato spazio alcuno, né ci sarà in futuro, per le espressioni e le esigenze delle comunità extracomunitarie che pure vivono la Maddalena ma non vengono coinvolte», è la critica che muove Varlese all’amministrazione comunale.
    Gli ottanta posti a sedere del teatro sono da lui considerati assolutamente insufficienti, anche se si facesse il tutto esaurito, a coprire da soli le uscite, in assenza di un aiuto pubblico o di un’altra fonte di entrate.
    «L’attività culturale in uno spazio del genere va affiancata a quella di ristorazione o di bar se si vuole garantire quanto meno il pareggio di bilancio», ribadisce Varlese.

    Le iniziative che hanno avuto maggiore successo sono state le mostre e la musica, le prime ospitate nella loggia cinquecentesca adibita a foyer, la seconda nella sala adiacente.
    Alla nostra visita il luogo è parso integro e il pavimento del piano superiore calpestabile (eccetto una limitata parte di parquet che affonda vistosamente), ma non è stata eseguita alcuna perizia che certifichi l’agibilità. I vigili del fuoco sono intervenuti fermando l’infiltrazione, ma il resto dei lavori sarebbero stati fatti dall’attuale gestore.

     

    Matteo Quadrone e Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Genova, Piano delle città: così non si mette in sicurezza il Bisagno

    Genova, Piano delle città: così non si mette in sicurezza il Bisagno

    Cinquanta milioni di euro per la Val Bisagno è il finanziamento che il Comune di Genova chiederà al Governo nell’ambito del Piano delle città. La notizia è apparsa su tutti i quotidiani venerdì scorso, dopo che la Commissione Territorio, guidata dal vice Sindaco Stefano Bernini, ha illustrato ai consiglieri di Palazzo Tursi i progetti che verranno presentati.
    Genova ha deciso di concentrarsi su un unico territorio, i soldi che arriveranno saranno in gran parte destinati ad opere sul Bisagno, propedeutiche alla realizzazione dell’asse di trasporto pubblico locale.
    Entro il 5 ottobre la Giunta dovrà approvare la delibera con i progetti da inviare a Roma per la richiesta di finanziamenti. I fondi, rispetto alle previsioni iniziali, si sono drasticamente ridotti – il Piano delle città contenuto nel Decreto Sviluppo del Governo Monti è infatti sceso da oltre 2 miliardi di euro agli attuali 224 milioni per tutta l’Italia – quindi Genova potrebbe ottenerne solo una piccola parte.
    La somma più consistente riguarda l’asse protetto: 24,5 milioni per realizzare gli argini sulla sponda destra del Bisagno nel tratto mancante, fra Staglieno e Gavette, la demolizione di 5 ponti (a rischio Feritore, Guglielmetti, Bezzecca, Veronelli e lo storico Ponte Carrega) e la ricostruzione di due di questi, con l’allargamento di circa 3 metri della sede stradale in via Piacenza per consentire il transito di un sistema di tpl in sede protetta.
    Altri 20 milioni, invece, serviranno per un lotto funzionale di rifacimento della copertura del Bisagno da Brignole alla Foce, per l’ampliamento del parcheggio di Genova est, la messa in sicurezza del rio dell’Olmo, la realizzazione di 30 alloggi di edilizia residenziale pubblica in una parte dell’area ex Boero ceduta al Comune e altri 60 appartamenti a canone moderato, interventi per aumentare l’efficienza energetica negli edifici di proprietà pubblica in piazzale Adriatico.

    In sede di commissione le uniche perplessità sono state espresse dal Movimento 5 Stelle e da Sinistra Ecologia e Libertà, che hanno sottolineato come sarebbe stato più utile concentrare gli sforzi sull’emergenza più stringente, ovvero un intervento immediato sul Fereggiano. I tecnici del Comune, però, hanno obiettato che per chiedere il finanziamento i progetti devono essere immediatamente cantierabili e prevedere anche dei finanziamenti privati. Di conseguenza lo scolmatore del Fereggiano (costo stimato in circa 250 milioni di euro) – l’unica soluzione definitiva per fronteggiare il rischio idrogeologico – per ora resta nel cassetto.

    Ponte CarregaPonte Carrega, Valbisagno

     

     

     

     

     

     

    Le voci più critiche si levano dal mondo ambientalista, per nulla convinto della bontà dell’operazione.
    «Così non si mette in sicurezza il Bisagno – è il lapidario commento di Vincenzo Cenzuales, esponente della sezione genovese del WWF – è uno spreco di denaro pubblico che non risolverà i problemi idraulici». Secondo il WWF, infatti, questi interventi lasceranno la situazione sostanzialmente invariata.
    «Agire su un fiume è un’operazione molto delicata – spiega Cenzuales – Le arginature fatte con il cemento armato ad angolo retto hanno sì una valenza idraulica ma il torrente in pratica diventa un “tubo”; l’acqua scorre meglio e più velocemente ma, nel caso specifico, non si ottiene un miglioramento della status quo».
    Il letto del Bisagno verrà ristretto di circa 3 metri in zona Gavette dove «Saranno cancellati tutti i parcheggi ed è prevista la costruzione di un muro alto 2 metri e mezzo proprio di fronte alle case – continua Cenzuales – questo gli abitanti lo devono sapere».
    «Se l’alveo si restringe e l’argine si alza, la quantità d’acqua è la stessa – sottolinea l’esponente del WWF – insomma, dal punto di vista idrogeologico, non si  capisce l’utilità di questi interventi, considerando l’ingente spesa che essi comportano». Il WWF ha chiesto che la perizia idraulica eseguita in fase progettuale sia resa pubblica ma finora non ha ottenuto risposta.
    Inoltre, per allargare il sedime stradale non è sufficiente alzare l’argine, occorre abbattere i ponti sul Bisagno. «Bisogna eliminare gli impedimenti idrodinamici, ovvero le pile dei ponti – spiega Cenzuales- Una volta abbattuti 5 ponti storici ne saranno ricostruiti 2, con una sola pila centrale». Un’operazione dai costi significativi che comporterà inevitabili disagi per tutta la zona interessata dai cantieri. «Sarebbe stato più logico investire sulla copertura del Fereggiano, un progetto esistente già da 10 anni – conclude Cenzuales – Costa troppo? in realtà parliamo di una cifra dello stesso ordine di grandezza dell’intervento alle Gavette (siamo sotto i 20 milioni di euro) e ha dei tempi di realizzazione analoghi se non inferiori (max due anni)».

    Anche Legambiente manifesta la sua contrarietà «Per l’ennesima volta si tratta di cementificare – afferma Andrea Agostini  – Lo scopo di questi progetti è l’allargamento della strada e non la messa in sicurezza del torrente. La nuova cementificazione, dal punto di vista idraulico, è un fattore negativo. Al contrario, Legambiente condivide la linea dell’Unione Europea che va in direzione della rinaturalizzazione dei fiumi».

    Molassana, Valbisagno

    Il secondo nodo critico è proprio quello del trasporto pubblico locale che, insieme alla sicurezza idraulica, è un requisito fondamentale per ottenere il finanziamento.
    «È sbagliato l’approccio al problema – spiega Cenzuales – Non serve rubare spazio al fiume per migliorare il tpl in Val Bisagno. La corsia protetta non è un totem. La prima scelta è eliminare il traffico privato. Se ciò non è possibile, per una serie di motivi, allora si realizza una corsia dedicata al tpl. In zona Gavette non è necessaria la sede protetta. Sarebbe stata sufficiente un’adeguata riorganizzazione della viabilitàIl WWF aveva presentato un progetto (all’interno del Percorso di Partecipazione sulla tranvia in Valbisagno organizzato dal Comune di Genova) per un tpl di qualità che avrebbe permesso ad Amt di risparmiare almeno 1 milione di euro all’anno. Ma è stato bocciato per una visione politica che francamente, stento a comprendere».

    Il Partito Democratico con questa operazione si gioca una buona fetta di consensi nella vallata. E non intende calpestare determinati interessi locali. Alcuni comitati, già un paio di anni fa, hanno contestato il progetto tranvia-busvia ipotizzato dal Comune. Il problema, all’epoca, era la prevista interdizione al traffico privato in alcune zone. Secondo i commercianti questa scelta avrebbe comportato una diminuzione del volume di affari. «Eppure dove esistono aree pedonali oppure riservate ai mezzi pubblici, le attività commerciali funzionano – aggiunge l’esponente del WWF – E forse ottengono risultati migliori rispetto ai negozi ubicati lungo strade congestionate dal traffico, con le conseguenti difficoltà per trovare un parcheggio, spesso a pagamento».

    La proposta del WWF supera questo aspetto e «Per garantire la regolarità del transito ai bus contiene l’indicazione di impedire il traffico di attraversamento (quindi estraneo alle destinazioni locali) bloccando il flusso all’altezza della rimessa Amt», precisa l’esponente dell’associazione ambientalista.

    «Quello che fa rabbia è che, come al solito, questi progetti calano dall’alto senza il necessario coinvolgimento della popolazione», conclude Cenzuales.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Diego Arbore e Daniele Orlandi]

  • Energia elettrica e gas: aumentano le pratiche commerciali illecite e aggressive

    Energia elettrica e gas: aumentano le pratiche commerciali illecite e aggressive

    Cittadini senza tutele di fronte ad aziende incattivite dalla crisi economica – un vero e proprio “spread dei diritti” – così lo definisce la XII Relazione PIT servizi 2012 di Cittadinanzattiva che segnala un aumento delle pratiche commerciali illecite (+7% nel settore dell’energia elettrica; +6% nel settore della telefonia) e di quelle aggressive (rispettivamente +15%; +13%).
    Nel 2011 le telecomunicazioni si confermano in testa alla classifica dei servizi peggiori dell’anno, raccogliendo il 22% delle circa 8600 segnalazioni giunte al Pit servizi. Al secondo posto si piazza l’energia (17%), seguono i servizi bancari e finanziari (15%) e la pubblica amministrazione (13%). «Dal nostro osservatorio è evidente che i diritti dei consumatori stanno facendo passi indietro – spiega Tina Napoli, neo responsabile delle politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva – non solo i cittadini devono fronteggiare ogni giorno la crisi, ma da un anno a questa parte abbiamo notato che devono difendersi dai comportamenti sempre più aggressivi con i quali le aziende, non solo private, cercano di acquisire clienti».

    ENERGIA ELETTRICA E GAS

    E’ al secondo posto nella classifica dei servizi più critici per il cittadino (l’anno scorso era al terzo, preceduta dai servizi bancari e finanziari). Energia elettrica (55%) e gas (45%) sono i due settori interessati. Nel primo, ovvero l’elettricità, il nodo più critico resta la bolletta (40%) con errori nel conguaglio, scarsa trasparenza delle voci ed errata fatturazione.

    Ma ci sono problemi anche per il cambio di fornitore (17%), l’interruzione del servizio (12%), le tariffe elevate (10%). Per quanto riguarda il gas le segnalazioni sono in costante aumento da almeno due anni. Anche in questo caso i principali problemi riguardano la bolletta (41%) con errori nel conguaglio, mancata o errata fatturazione, la scarsa trasparenza delle voci. Seguono i problemi per il cambio fornitore (21%), per l’allaccio/voltura e subentro (14%) e per l’interruzione del servizio (9%).

    A questo punto è necessaria una premessa fondamentale. Nel campo della somministrazione di energia elettrica e gas, infatti, esiste il mercato tutelato gestito dai distributori (di luce e gas) le cui tariffe dipendono dallo Stato ed il mercato libero, dove liberi venditori vedono luce e gas.

    «A cinque anni dalla completa apertura del mercato elettrico alla concorrenza oltre 5,7 milioni di famiglie hanno cambiato venditore – spiega a “La Repubblica” Paolo Vigevano, presidente ed Ad di Acquirente Unico, il garante della fornitura di energia elettrica a famiglie e piccole imprese – Nel settore del gas, invece, la strada è ancora lunga. A fine 2011 solo il 13% delle famiglie era fornita di gas naturale a condizioni di mercato diverse da quelle di tutela».

    Sul sito web dell’Autorità per l’ energia elettrica e il gas (A.E.E.G.) si legge «Il Servizio di tutela garantisce la fornitura di gas ai clienti domestici che non passano al mercato libero. Il prezzo del servizio di vendita viene aggiornato ogni tre mesi dall’Autorità, le tariffe per i servizi di trasporto, distribuzione, stoccaggio e gli altri oneri dovuti dai clienti del servizio gas sono stabiliti e aggiornati dall’Autorità».

    Affinché i cittadini siano consapevoli dei diritti e delle tutele previste in questo nuovo contesto e possano sfruttare al meglio le opportunità offerte dal nuovo mercato dell’energia, l’Autorità ha predisposto alcune iniziative dedicate ai consumatori, in particolare lo Sportello per il consumatore che fornisce «informazioni, assistenza e tutela ai clienti finali di energia elettrica e gas con un canale di comunicazione diretto – numero verde 800.166.654 – in grado di assicurare una tempestiva risposta a reclami, istanze e segnalazioni».

    Da un’indagine avviata dal Garante emerge un quadro desolante. Lo Sportello, in soli tre anni, ha gestito la bellezza di quasi 1,4 milioni di chiamate contribuendo a risolvere oltre 65 mila reclami e rimborsare circa 300 mila euro al mese per importi non dovuti ed indennizzi. E anche l’Antitrust si è dato da fare: tra 2008 e 2012 sono 6 le società sanzionate con multe per un importo complessivo di 2.605.000 euro «Si tratta di attivazioni non richieste e impossibilità di tornare velocemente al fornitore precedente, comunicazione poco chiara che l’offerta era per il mercato libero e non per quello vincolato», sottolinea l’Autority.

    Ma veniamo agli innumerevoli casi che hanno interessato cittadini genovesi, come segnala l’Associazione Progetto UP Ufficio Polifunzionale che, ormai da alcuni anni, si occupa di tutelare i diritti delle persone, in svariati ambiti.

    «Enel si è inserita nel libero mercato in modo truffaldino con la creazione di Enel Energia – spiega Alberto Burrometo, presidente Progetto Up – stesso logo, stesso slogan: l’energia che ti ascolta. All’epoca, ragazzi con il talloncino Enel ben in vista, con le scuse più bizzarre, riuscivano ad entrare nelle case degli italiani e facevano contratti a iosa».

    L’inganno – se non la vera e propria truffa – è svelato all’arrivo delle bollette. L’elemento di differenza, infatti, è cromatico «Enel Energia emette le fatture a colori, Enel Servizio Elettrico le emette in bianco e nero – continua Burrometo – Stesso discorso per quanto concerne il gas».

    Recentemente Iren Mercato ha pensato bene di emulare i colleghi di Enel entrando nel mercato libero con delle promozioni commerciali sia per il gas che per la luce. «Nell’ultimo anno, addetti Iren con tanto di tesserino di riconoscimento si sono introdotti nelle case dei genovesi e, con la scusa di verificare i contatori ed i dati dell’utente, facevano apporre due firme – racconta il presidente di progetto Up – A quel punto il gioco è fatto: nuovo contratto e nuovo codice utente». In questo caso, nemmeno la differenza cromatica viene in aiuto «Tutto risulta uguale – spiega Burrometo – tranne due dettagli, per altro, non troppo visibili: la dicitura MERCATO TUTELATO e il diverso numero di codice contratto. La cosa che ovviamente salta agli occhi è la cifra indicata in bolletta: mostruosamente più alta!».

    Le conseguenze di un simile comportamento non sono per nulla trascurabili «Innanzitutto parliamo di una pratica commerciale scorretta, passibile di denuncia, non solo all’A.E.E.G., ma anche all’AGCOM – sottolinea il presidente di Progetto Up – voglio ricordare che un comportamento simile non è esente da querela-denuncia per truffa, dal momento che l’azione porta un ingiusto vantaggio a scapito dell’utente ignaro».

    Inoltre i venditori del mercato libero appioppano una quota non meglio specificata dovuta all’affitto delle tubature «In altri termini Enel Energia con i fili elettrici ed Iren con le tubature pagano se stessi – sottolinea Burrometo – Quindi gli sconti promessi nelle offerte commerciali vengono “mangiati” da spese suppletive che nel mercato tutelato non esistono». Ma non è tutto «Nel mercato libero vengono stimate le letture, ossia in bolletta non sarà mai calcolato l’effettivo consumo, ma quello stimato, con conseguente aumento ingiustificato dei costi e perdite di tempo da parte del cittadino», aggiunge Burrometo.

    Una volta che l’utente si rende conto di quanto accaduto e quindi può esercitare il diritto di recesso, riconosciuto dalla legge entro dieci giorni dalla indesiderata visita del personale della ditta, si trova di fronte ad un percorso ad ostacoli « È necessario spedire una raccomandata con ricevuta di ritorno, ovvero spese postali a proprio carico e relativa coda agli uffici postali», ricorda il presidente di Progetto Up.

    Nel caso invece siano già trascorsi i dieci giorni previsti dalla legge, l’utente può comunque sempre ritornare al mercato tutelato recandosi presso la sede dell’azienda distributrice per firmare un nuovo contratto «In pratica come se fosse un nuovo cliente, mentre invece è un cliente di vecchia data – conclude Burrometo – Anche in questo caso la perdita di tempo è garantita. Sorge una domanda spontanea: chi paga il danno–disagio subito dai cittadini?».

     

    Matteo Quadrone

  • Val Bisagno, ex Italcementi: nasce un nuovo centro commerciale

    Val Bisagno, ex Italcementi: nasce un nuovo centro commerciale

    Sono partiti i lavori per la riconversione del cementificio dismesso Italcementi s.p.a. in via Ponte Carrega a Molassana. Un’area vastissima, circa 216.000 metri quadrati, che si trova sulla sponda sinistra del Bisagno, in prossimità dello storico Ponte Carrega.
    La riqualificazione dell’ex sito industriale – decisa dall’amministrazione Vincenzi – prevede la realizzazione di nuovi edifici a destinazione commerciale e produttiva. Nel panorama dei grandi progetti cittadini fermi al palo a causa della crisi economica (Verrina, Till Fischer, via Majorana, Mira Lanza, Scalinata Borghese, ecc.) – rappresenta un’eccezione.
    Il progetto della società Coopsette prevede la totale demolizione degli edifici esistenti e la realizzazione di un nuovo volume che ospiterà una grande superficie di vendita non alimentare, una media superficie di vendita non alimentare, oltre a nuove attività produttive compatibili. La parte restante dell’area sarà dedicata, oltre alla razionalizzazione della viabilità, a parcheggi e verde. Nell’ambito del progetto è prevista la sistemazione idraulica del tratto terminale del rio Mermi.
    Il nuovo manufatto multipiano ospiterà una grande struttura di vendita “Bricoman”, ovvero un grande magazzino per il “fai da te” ma al suo interno troveranno spazio anche altre attività produttive e commerciali. L’ampio terrazzo di copertura della struttura sarà prevalentemente dedicato a parcheggio pertinenziale. Inoltre è prevista la realizzazione di alcune opere di urbanizzazione finalizzate alla razionalizzazione del sistema viario e servizi pubblici (rotatoria di innesto su via Lungobisagno Dalmazia con relative aree verdi; parcheggio pubblico; allargamento di via Ponte Carrega nel tratto di innesto e altri interventi sulla viabilità).

    L’operazione di riqualificazione non ha suscitato particolari entusiasmi in cittadini e commercianti, anzi, al contrario desta parecchie perplessità per diversi motivi. A preoccupare è soprattutto la vulnerabilità della zona dal punto di vista idrogeologico, come purtroppo abbiamo visto con l’alluvione dello scorso novembre. «È necessario mettere in sicurezza il rio Mermi, ma non solo, anche gli altri piccoli rivi che scorrono nelle vicinanze – spiega il leader di Legambiente, Andrea Agostini – e speriamo che lo facciano».
    Il mondo del commercio, invece, manifesta tutto il suo disagio per l’eccessiva presenza di grandi strutture commerciali – in un fazzoletto di terra – che condanneranno a morte certa i piccoli negozi di vicinato.
    A poche centinaia di metri dall’ex Italcementi, infatti, troviamo la Coop Val Bisagno in via Lungobisagno Dalmazia. Mentre nel prossimo futuro, nell’area dell’ex maxi officina Amt Guglielmetti – 5000 metri quadrati proprietà di Talea (braccio immobiliare della stessa Coop)- sorgerà un nuovo polo commerciale, probabilmente destinato a sostituire l’attuale punto vendita.

    Il nuovo Puc, per quanto riguarda la Media Val Bisagno, individua il Distretto di trasformazione urbana 2.07. L’obiettivo della trasformazione è la «Messa in sicurezza idraulica del Torrente Bisagno nel tratto compreso tra il Ponte Feritore ed il Ponte Monteverde, riqualificazione e riordino della viabilità, attraverso la demolizione e ricostruzione dei ponti interferenti con il deflusso del torrente e realizzazione della nuova sede del trasporto pubblico in sede propria». Inoltre è prevista la «Sostituzione di fabbricati incongrui, che in modo diffuso connotano il Distretto, con nuove costruzioni». E poi gli interventi in favore della mobilità, da sempre un tallone d’Achille della vallata, tramite la «Riqualificazione dell’attuale rimessa AMT di Gavette in funzione del nuovo asse di trasporto pubblico in sede protetta e vincolata della Val Bisagno, in grado di garantire il rispetto dei più elevati standard ambientali, tecnologici e di efficienza energetica». Il Puc prevede anche la «Riconversione delle aree di Volpara e di Gavette attraverso interventi articolati che consentano il riordino delle sedi logistiche di AMIU, IREN, AMT ed A.S.ter, il tutto associato ad una nuova polarità urbana caratterizzata da funzioni compatibili con gli insediamenti urbani circostanti: servizi pubblici, parcheggi pubblici e spazi per il tempo libero; la riconversione dello stabilimento ex Piombifera in via Lodi, per la realizzazione di un nuovo insediamento misto per funzioni produttive artigianali compatibili, commerciali e residenziali». Infine due punti cruciali per migliorare la vita dei cittadini, vale a dire gli «Interventi di Opere Pubbliche per la messa in sicurezza del Torrente Bisagno; la realizzazione dell’infrastruttura di trasporto pubblico in sede protetta e vincolata della Val Bisagno».

     

    Ma un radicale processo di trasformazione, con relative nuove colate di cemento, coinvolge l’intera zona, sponda destra e sinistra del Bisagno, senza eccezioni. «La Val Bisagno già oggi è un territorio in sofferenza con pochi servizi per la cittadinanza – spiega Agostini – nei prossimi 5-6 anni, se questi progetti verranno portati a termine, questa porzione di territorio diventerà il nodo scorsoio della vallata».
    Oltre alla già citata ex officina Guglielmetti e all’ex Italcementi, infatti, nel giro di 500 metri troviamo anche l’area deposito dell’Amga e ancora una serie di zone pubbliche in cerca di futura destinazione «L’ex canile comunale di via Adamoli, gli ex macelli e le aree a nord di quest’ultimi – continua l’esponente di Legambiente – Qui regna il totale degrado, altro che riqualificazione». Infine non bisogna dimenticare l’ex stabilimento Piombifera di via Lodi dove sono previsti «Nuovi insediamenti residenziali su un terreno altamente inquinato», sottolinea Agostini.

    In cambio nulla per il quartiere, salvo un inevitabile peggioramento della qualità della vita e dell’ambiente circostante, a causa dell’aumento dei volumi di traffico privato.
    «Il problema è che questi interventi, presi singolarmente, seguiranno anche tutte le regole del caso ma guardando il risultato complessivo troviamo un territorio volutamente soffocato», precisa Agostini. La domanda spontanea è «Ma qual è la visione d’insieme dell’amministrazione comunale? Come Legambiente, insieme ad altre associazioni ambientaliste, abbiamo presentato diverse osservazioni al Puc (Piano Urbanistico Comunale). Vedremo quale sarà l’orientamento della nuova Giunta», conclude Agostini .
    Anche i cittadini se lo chiedono. Nel caso dell’area ex Italcementi – oltre 200 mila metri quadrati – opinione comune è che si è persa un’altra occasione per riqualificare davvero la delegazione. Il rischio è trasformare questa parte della Val Bisagno in una nuova Campi, in un quartiere dormitorio senza luoghi di aggregazione, giardini pubblici e servizi per i residenti. Anche perché le promesse aree verdi – a quanto par di capire davvero poca cosa rispetto al valore economico dell’operazione – sembrano essere solo un “contentino” per i cittadini.


    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore

  • Levante, Quarto e Quinto: la crisi del mattone ferma i cantieri

    Levante, Quarto e Quinto: la crisi del mattone ferma i cantieri

    Tre progetti di riqualificazione di ex aree industriali – due al momento stoppati a causa di ricorsi al Tar e “crisi del mattone”, uno ormai portato a termine – insistono sul medesimo fragile territorio, il nucleo storico dei quartieri di Quarto e Quinto, proprio a ridosso di alcuni rivi.

    In via Romana della Castagna, un antico percorso che meriterebbe adeguata tutela, da anni si parla della realizzazione di un edificio residenziale con 31 appartamenti e 32 box, per rimpiazzare l’ex fabbrica di materiale plastico Till Fischer che si affaccia sul rio Castagna. Nell’autunno scorso l’amministrazione comunale ha dato il via libera alla variante per il cambio di destinazione d’uso dell’area. In un contesto straordinario – impreziosito dalla presenza di Villa Quartara e dellUliveto Murato di Quarto incombe una nuova colata di cemento, contestata dai residenti. Ma la difficile situazione del mercato immobiliare ha fermato, almeno per ora, il progetto. Il problema è che, neppure nel levante genovese, è facile vendere nuovi appartamenti. E così oggi l’ex stabilimento industriale rimane ben saldo al suo posto ed i lavori non partono.
    «La chiamano riqualificazione ma aree verdi come questa dovrebbero essere valorizzate e restituite al quartiere – spiega Ester Quadri, esponente del Circolo Nuova Ecologia di Legambiente, una delle anime dell’Osservatorio Verde, il sito web (www.osservatorioverde.it) che, con l’aiuto dei cittadini, segnala le trasformazioni ambientali connesse alle edificazioni, previste e in atto, sul territorio  – invece pensano solo a costruire nuove residenze destinate a rimanere vuote».

    Sempre a Quarto, questa volta in via Rossetti, nelle immediate vicinanze del rio Priaruggia – zona considerata a rischio alluvione – è invece quasi conclusa la costruzione di un imponente edificio nell’area dell’ex fabbrica di colori e vernici Siquam. Il comitato locale dei cittadini di via Rossetti fin dal 2004 si è opposto alla realizzazione del grattacielo riuscendo a limitarne l’altezza, passata dai previsti 9 piani agli attuali 6. La proprietà, Immobiliare Galeazzo Alessi S.a.s., mette in vendita 21 unità abitative, come informa un cartello ben in vista.

    Spostandoci di qualche chilometro, percorrendo via Antica Romana di Quinto, si giunge in via Majorana dove – nella zona un tempo occupata dai capannoni dell’ex Aciom, proprio accanto al rio Bagnara, a poca distanza dal cantiere di via Scala – è prevista l’ennesima cementificazione. Oggi nell’area – diventata residenziale dopo l’approvazione di una delibera che ne ha mutato la destinazione d’uso – l’ultima versione del progetto della società costruttrice Pama & Partners contempla la realizzazione di un insediamento residenziale di qualità alta: un edificio per complessivi 2757 metri quadrati con 39 unità abitative che si sviluppano su corpo principale di 5 piani fuori terra (e quindi con riduzione di 2 piani dal precedente progetto) e da un corpo adiacente di 2 piani; un’autorimessa interrata, in parte sottostante l’intervento residenziale, con 86 box di libera commercializzazione per gli abitanti dell’intorno oltre a 32 pertinenziali; impianti sportivi condominiali (grande piscina) in continuità con la superficie verde d’uso pubblico; la realizzazione di un giardino pubblico per complessivi 2698 metri quadrati; la realizzazione di nuovi percorsi di uso pubblico; il miglioramento delle dotazioni di parcheggio pubblico. Infine alcuni interventi di bonifica idraulica e rinaturalizzazione del rio Bagnara; la tombinatura sul torrente Bagnara come accesso alle abitazioni, ai box e al passaggio pedonale.
    I tempi biblici per l’approvazione del progetto – nato all’epoca della giunta Pericu – due ricorsi al Tar promossi dai cittadini e la crisi immobiliare hanno fatto sì che il cantiere, finora, non abbia ancora visto la luce. Nel frattempo l’area è caduta nel degrado e ogni volta che arriva la pioggia si trasforma in un una palude maleodorante.

    «Con un intervento così impattante si distrugge l’equilibrio naturale di un terreno già compromesso dalle precedenti cementificazioni, deviando per sempre il flusso naturale dei rii esistenti –  racconta Ester Quadri – Questo insediamento potrebbe trasformarsi nell’ennesima bomba ambientale. Occorre un risanamento completo perché non si può lasciare un simile spazio degradato in mezzo alla città. Serve il coraggio di cambiare radicalmente tutto il progetto».

     

    Matteo Quadrone

  • Quinto: un cantiere devasta l’oasi verde del rio Bagnara

    Quinto: un cantiere devasta l’oasi verde del rio Bagnara

    Un’oasi verde a due passi da Corso Europa, in una zona dove il tessuto ambientale ha faticosamente resistito all’avanzare della città, rischia di scomparire per sempre a causa di un cantiere devastante che, in un batter d’occhio, ha spazzato via tutte le tracce del suo naturale passato, le fasce di un tempo, i muretti a secco, ulivi ed alberi da frutta. Oggi è rimasta solo nuda terra che, con l’arrivo delle prime piogge, rotolerà nel torrente sottostante, portandosi con sé la collina.
    Siamo a Quinto, nella prima parte alta del rio Bagnara, lungo il percorso di via Palloa dove, una preziosa fauna locale composta da germani reali, anatre, oche ed altri animali, valorizzava l’intera area, affascinando giorno dopo giorno, gli abitanti del luogo.
    Ma il contestato progetto edilizio che prevede la costruzione di due palazzine residenziali in via Scala, sopra Corso Europa e l’Uliveto Murato di Quarto, sta avendo effetti dirompenti, stravolgendo la vita naturale delle piccole cose e causando un vero e proprio scempio, come dimostrano in maniera inequivocabile le foto a corredo dell’articolo.

    «Già adesso ci sono brecce sugli argini di pietra, non ci sono più alberi, alberi che con le loro radici trattenevano la terra, le pietre, ogni cosa – spiega Ester Quadri, esponente del Circolo Nuova Ecologia di Legambiente, una delle anime dell’Osservatorio Verde, il sito web (www.osservatorioverde.it) che, con l’aiuto dei cittadini, segnala le trasformazioni ambientali connesse alle edificazioni, previste e in atto, sul territorio  – Era un’ oasi naturale, bellissima, con le sue case di pietra, l’antico mulino, gli orti ancora carichi di frutta e verdura, la sua riserva d’acqua più a monte, la sua gente, un piccolo paradiso così come tanti percorsi fluviali della nostra città, con la loro straordinaria ricchezza paesaggistica nella loro umile quiete».

    I lavori, avviati recentemente, porteranno alla realizzazione di due manufatti con caratteristiche tipologiche e materiali compatibili con il tessuto urbano e naturale esistente. Inoltre il progetto prevede la riqualificazione degli spazi aperti, con il recupero degli uliveti e degli orti. Nella fascia lungo il rio Bagnara sono previsti servizi a uso pubblico, quali orti urbani e parcheggi funzionali, con la risistemazione idrogeologica del ponte esistente che sarà demolito e ricostruito leggermente più a monte.
    «Difficile immaginare in quale modo tali nuovi elementi possano armonizzarsi in un contesto così delicato – sottolinea Ester Quadri – La bellezza insita del luogo rischia di sbriciolarsi sotto il peso dell’ennesima cementificazione. Al contrario, occorre fermare le ruspe per salvare le nostre memorie storiche, valorizzare i nostri sentieri, i torrenti e le fasce».

    A poca distanza da via Scala, in via Cottolengo, un progetto simile è già stato portato a termine ed è possibile vedere il risultato. In un terreno sistemato a fasce con serre, piante da frutta, ulivi e pini è stata costruita una palazzina di 4 piani con relativi box e posteggi. L’edificio non ha ancora ottenuto l’abitabilità ma attualmente gli alloggi sono in vendita.
    L’intervento è stato fortemente contestato da alcuni abitanti che si domandano con quanta leggerezza l’amministrazione comunale conceda le autorizzazioni a costruire. «Non si comprende per quale motivo il Comune autorizzi la costruzione di una casa proprio a ridosso di Corso Europa – spiega Ferdinando Briccola, residente in zona – L’unica spiegazione plausibile è che per la nostra amministrazione l’importante è monetizzare gli oneri di urbanizzazione».

    «Il complesso di via Cottolengo è composto da due costruzioni posizionate su differenti livelli risalenti ai primi anni settanta (‘71/’72) realizzate su un terreno che era sistemato a terrazzamenti (fasce) di proprietà, in parte di una coppia di floricoltori ed in parte di una comunità religiosa – spiega l’Osservatorio Verde – nel complesso è stato inserita e ristrutturata una casa appartenuta ad un ordine ecclesiastico di via Romana della Castagna 38. I civici 16 e 22 di via Cottolengo sono composti da un totale di 21 unità immobiliari e la ristrutturazione con il relativo cambio di destinazione ha permesso di realizzare altri 6/8 appartamenti. Il tutto é stato realizzato dall’imprenditore Giuseppe Costa con apposite società (Gardenia & Dalia, ecc.) sciolte dopo il completamento dei lavori».

    Matteo Quadrone

  • Val Polcevera, ex Mira Lanza: tra storia dell’industria e futuro dell’area

    Val Polcevera, ex Mira Lanza: tra storia dell’industria e futuro dell’area

    Tracce del glorioso passato industriale della Val Polcevera tuttora rimangono intatte e richiamano alla mente immagini di una città operosa e vitale che oggi stentiamo a riconoscere. A Rivarolo i segni dell’industrializzazione sono ancora evidenti ma le amministrazioni locali succedutesi nel tempo, purtroppo prive di una visione lungimirante, non sono state capaci di ipotizzare un futuro per le numerose aree produttive dismesse. Al contrario, queste sono spesso divenute dei buchi neri, simboli di incuria ed abbandono.

    Emblematico il caso dell’ex stabilimento Mira Lanza, i cui prodotti rappresentano un pezzo importante della storia dell’industria chimica dei detergenti nel nostro Paese.

    Tutto parte negli anni ‘70 dell’800 quando «La L. Bottaro e C., società per azioni con un capitale di ben 2 milioni di lire che ha tra i suoi soci fondatori esponenti del mondo armatoriale e commerciale genovese come Erasmo Piaggio e banche e finanziatori milanesi e di origine tedesca, decide di costruire uno stabilimento a Rivarolo (in zona Teglia, ndr) che produce candele steariche, acido solforico e sapone diventando negli anni ’80 la principale azienda del settore – spiegano Sara De Maestri e Roberto Tolaini nel libro “Storie e itinerari dell’industria ligure” (De Ferrari, 2011) – nel 1888 la Bottaro si trasforma in Stearineria Italiana con sede a Milano e con capitale prevalentemente nelle mani di azionisti milanesi ma la presidenza resta in mano a Piaggio».
    Da una superficie iniziale di 14 mila metri quadrati lo stabilimento cresce inglobando altre aree e fabbricati. Nel contempo anche l’occupazione aumenta passando dalle 30 unità del 1874 alle 600 del 1895. La produzione dei saponi viene incrementata orientandosi su quelli marmorati, bianchi e verdi, d’oleina, di palma e gialli uso inglese, mentre quella di acido solforico raggiunge 20 mila quintali annui.
    Nel 1903 un incendio colpisce il reparto di produzione candele steariche rendendo inutilizzabili anche i locali adibiti alle macchine e alla distillazione «La stearineria è posta in liquidazione e rilevata da una nuova società sempre controllata dai Piaggio, la Stearinerie Italiane, di cui sono amministratori delegati Giuseppe Piaggio e Giuseppe Bafico, che la ricostruisce ampliandone gli impianti e dotandola di macchinari moderni».
    In un contesto che vede l’espansione dell’economia italiana «I Piaggio organizzano la fusione con un’altra grande impresa del settore, la Società anonima Stearinerie e Oleifici Lanza di Torino le cui origini risalgono al 1832». Nasce così la Unione Stearinerie Lanza con stabilimenti a Rivarolo Torino e Roma «Quello di Rivarolo viene ulteriormente ampliato acquisendo un’area confinante di circa 3500 metri quadrati». Purtroppo nel 1912 un altro incendio distrugge quasi completamente i reparti stearineria, fabbricati, macchinari e scorte. Ma anche in questo caso la ricostruzione è rapida «Già nel 1913 con macchinari moderni lo stabilimento di Rivarolo supera i livelli di efficienza precedenti».
    Nel mercato sono presenti diversi operatori sia esteri che italiani e, dopo una fase di aspra concorrenza nel settore candele e saponi, nel 1924 la Unione Stearinerie Lanza e la veneta Fabbrica di candele di Mira (VE) si fondono in una nuova società, la Mira Lanza, con sede a Genova, 40 milioni di capitale e azionisti come la Banca Commerciale Italiana. Contestualmente oltre ai siti produttivi Mira Lanza si dota di depositi in tutta Italia per creare una rete di distribuzione nazionale dei propri prodotti. «Si producono saponi per tutte le esigenze, da quelli per il bucato a quelli per gli indumenti fini, alle paste per lavare e sgrassare, a quelli destinati all’industria meccanica e tintoria. Alla fine degli anni ’20 la Mira Lanza occupa nei suoi stabilimenti poco meno di 1400 addetti».

    Durante la seconda guerra mondiale vengono chiusi gli stabilimenti di Torino, Napoli e Cornigliano, mentre quello di Rivarolo insieme a quello di Mira vengono potenziati con la meccanizzazione delle tecniche di confezionamento del sapone. «È in questi anni caratterizzati dalle difficoltà di approvvigionamento che Mira Lanza investe maggiormente in ricerca avvicinandosi con il Miral al sapone sintetico in polvere. Gli anni successivi vedono la trasformazione del mercato dei detergenti con la comparsa della lavatrice e dei detersivi a base di tensioattivi frutto della ricerca di laboratorio, prodotti dalle grandi multinazionali. Mira Lanza si adegua al cambiamento tecnologico modernizzando la produzione adesso orientata verso saponi per toilette incluso il palmo live, dentifrici, creme e detergenti liquidi come Calinda e Lip».
    L’azienda si espande ed intorno a metà anni ’50 a Mira e Rivarolo sono occupati circa 2200 lavoratori. Grazie a brillanti campagne pubblicitarie che usano sistematicamente i nuovi mezzi di comunicazione, emblematico il cartone di Calimero, Mira Lanza riesce a competere con i grandi gruppi esteri e nel 1968 detiene il 26% del mercato nel comparto detersivi e saponi.
    Nel 1964 però, mentre vengono avviate nuove linee di prodotti come shampoo o crema da barba, lo stabilimento di Rivarolo viene chiuso a causa «Dell’esaurimento della falda freatica sottostante, risorsa fondamentale per i processi produttivi e soprattutto per l’impossibilità di un’ulteriore espansione in una zona fortemente urbanizzata in cui Mira Lanza è circondata da altri importanti insediamenti industriali e commerciali come l’Oleificio Gaslini (demolito nel 2005, l’area ancora spetta di essere recuperata, ndr) e i Magazzini del Caffè». Alla fine del decennio i Piaggio decidono di cedere la proprietà. Dopo vari passaggi di mano, nel 1999 lo stabilimento di Mira e i suoi marchi storici entrano a far parte del gruppo Reckitt Benckiser. Quando in Val Polcevera le attività cessano, la fabbrica è affittata a diverse imprese che successivamente la lasciano, in vista di un intervento di riconversione. Ma nonostante diversi progetti di recupero succedutesi nel tempo, il più significativo quello che prevedeva l’inserimento di una struttura ospedaliera (il famoso ospedale di vallata, ndr), l’area ex Mira Lanza è rimasta vuota per decenni. Molti edifici sono stati demoliti, mentre quelli rimasti in piedi versano in stato di grave degrado.

     

     

     

     

     

     

     

    Finalmente nel marzo 2012, sotto il mandato dell’ex sindaco Marta Vincenzi, il consiglio comunale ha dato il via libera alla riqualificazione dell’area, ben 38 mila metri quadrati, attualmente proprietà della milanese Tank sgr. Adesso, affinché le intenzioni si trasformino in interventi concreti, sarà necessario sottoscrivere un nuovo accordo di pianificazione con i soggetti interessati.
    L’ostacolo che fino ad oggi ha impedito di recuperare gli immensi spazi dell’ex fabbrica di detersivi era la sua destinazione ad uso sanitario decisa dalla Regione, in accordo con Comune ed Asl 3, in vista della futura realizzazione dell’ospedale di vallata per il Ponente e la Val Polcevera. Formalmente questo vincolo è stato conservato dal 2003 fino al 2009, ma in quest’arco di tempo nulla si è mosso e l’ex fabbrica Mira Lanza è rimasta abbandonata, tranne per un certo periodo caratterizzato dall’occupazione abusiva da parte di un gruppo di migranti costretti a vivere in condizioni disumane. Nel 2009 gli scenari sono mutati radicalmente: la Regione ha individuato Villa Bombrini a Cornigliano come sede del nuovo ospedale del Ponente ed il Comune ha iniziato ad immaginare come recuperare gli spazi dell’ex Mira Lanza. Contatti informali sono stati avviati con la proprietà e così è nato un primo progetto.
    A Teglia sorgeranno un palazzo della salute di tremila metri quadrati – una delle 4 piastre sanitarie previste dall’intesa raggiunta nel febbraio scorso tra Comune e Regione – una nuova fermata della ferrovia metropolitana, case e parcheggi. Ma si parla anche di volumi commerciali, probabilmente per rendere più allettante ed economicamente sostenibile l’investimento, in merito ai quali sono emerse le perplessità dei residenti che chiedono un’attenta verifica sull’opportunità di realizzare strutture di medie e grandi dimensioni, già ampiamente presenti in zona.
    Per quanto riguarda gli alloggi, una quota sarà destinata alle fasce sociali più deboli. C’è da sottolineare però che non si dovrebbe trattare di vera e propria Edilizia Residenziale Pubblica ma piuttosto di edilizia sociale a canone moderato. E probabilmente in questo senso si poteva fare qualcosa di più. Nel 2010, un concorso di giovani architetti, Europan 10, cofinanziato dall’amministrazione comunale, propose un progetto di recupero per i siti di Begato- Diamante e l’area ex Mira Lanza. Le adesioni furono moltissime da tutta Europa, 41 i lavori pervenuti e numerosi quelli menzionati come meritevoli. Un’esperienza dalla quale sarebbe utile recuperare alcuni spunti.
    La riqualificazione seguirà le linee tracciate dal nuovo Puc che per il distretto di trasformazione locale 3.03 prevede come condizione irrinunciabile la realizzazione di una piastra sanitaria con superficie agibile non inferiore a mq 3000. L’obiettivo della trasformazione è la riconversione dello stabilimento ex-Mira Lanza in via Rivarolo, per la realizzazione di un nuovo polo multifunzionale, servito dalla nuova fermata ferroviaria di Ge-Teglia. Tra le funzioni ammesse, le principali sono residenza, servizi pubblici, direzionale, esercizi di vicinato, connettivo urbano, parcheggi pubblici e privati. Le funzioni complementari, invece, sono terziario avanzato, servizi privati, infrastrutture di interesse locale. Infine il Puc aggiunge «L’organizzazione delle attività commerciali nel Distretto, laddove determini la costituzione di un polo integrato con i servizi pubblici e gli spazi pubblici, consente l’inserimento di medie strutture di vendita, tra le quali una sola di generi alimentari, quest’ultima esclusivamente se derivante da trasferimento di attività della stessa tipologia e merceologia esistente nell’ambito dello stesso Municipio».
    La Val Polcevera attende con impazienza soprattutto la piastra ambulatoriale, vista la carenza di servizi sanitari sul territorio. Ma anche la stazione metropolitana è un decisivo passo avanti per migliorare i collegamenti in una zona, quella di Teglia, da sempre tagliata fuori dal trasporto pubblico.

    Sul muro che circonda l’area sono comparsi dei cartelli che preannunciano la futura riqualificazione ad operà della società Aragorn real estate advisor, ma i tempi sono ancora lunghi, come conferma il vicesindaco Stefano Bernini «La proprietà deve ancora formalizzare la sua proposta. Finora le soluzioni ipotizzate, almeno a livello informale, non sono accettabili perché comprendono troppi spazi commerciali. Per il Comune è imprescindibile la presenza di una piastra ambulatoriale». Come ribadito dallo stesso Piano Urbanistico «A settembre si partirà con la discussione delle osservazioni al Puc – conclude Bernini – Questa sarà l’occasione per sciogliere i dubbi sul destino dell’area ex Mira Lanza».

     

    Matteo Quadrone

  • Torre Embriaci: il progetto di ristrutturazione del Fai ancora non parte

    Torre Embriaci: il progetto di ristrutturazione del Fai ancora non parte

    Un gioiello del centro storico che in altre realtà sarebbe valorizzato a dovere, nella nostra città rimane colpevolmente escluso dai circuiti turistici nonostante esista, ormai da anni, un ambizioso progetto di riqualificazione. Parliamo dell’ultima torre medioevale di Genova, Torre degli Embriaci che sovrasta la chiesa di Santa Maria di Castello dall’alto dei suoi 43 metri, costruita a metà del XII secolo, avrebbe tutte le carte in regola per diventare un simbolo della città, invece, da lungo tempo, è abbandonata al suo destino. Eppure sarebbe sufficiente un’adeguata ristrutturazione per restituire questo patrimonio comune ai cittadini genovesi e consentire ai visitatori foresti l’opportunità di ammirare la città vecchia dalla sommità dell’edifico.

    «La costruzione della torre è legata al nome del celebre Guglielmo Embriaco che, assieme alla flotta di Primo di Castello, si distinse nella conquista cristiana di Gerusalemme del 1099 – spiega il sito www.fosca.unige.it (fonti per la storia della critica d’arte) – Originariamente identificato come domus con torre della famiglia Embriaci, il palazzo venne ceduto ai Cattaneo (1514) quando il ceppo originario, mitico erede delle imprese crociate, non aveva più l’autorevolezza di Guglielmo Embriaci conquistatore di Gerusalemme. Nel 1583 fu acquistato da Giulio Sale che lo ristrutturò due anni dopo, secondo i canoni contemporanei (rolli del 1588/2 e 1599/3). Dopo il 1607 il palazzo passò a Gio. Francesco Brignole I (doge nel 1635 – 1637) che vi apportò le trasformazioni leggibili nella fisionomia attuale. Oltre ad una quadratura esterna, di cui rimangono pochi segni, vi sarebbero ancora affreschi attribuiti ad Andrea Ansaldo. Nel 1616 si verificò il primo intervento di sopraelevazione, a partire dal 1680 inizia il progressivo declino della costruzione che rimase proprietà dei Brignole Sale fino al 1869, anno in cui passò ai Melzi d’Eril».
    Dell’intero complesso, la cui leggibilità architettonica fu compromessa alla fine del XIX secolo con la suddivisione in unità abitative indipendenti, l’elemento più monumentale rimane la torre «La massiccia struttura in grossi blocchi di pietra bugnata, alta 41 metri, presenta sottili feritoie nelle cortine murarie per l’illuminazione e alla sommità è coronata da una triplice cornice di archetti pensili sempre più aggettanti».
    Torre Embriaci è l’unica sopravvissuta ad un’ordinanza del 1196 che impose la riduzione dell’altezza di tutte le torri cittadine. Il podestà Drudo Marcellino, infatti, ordinò che nessuna torre potesse superare l’altezza di 80 palmi (circa 20 metri) «Mentre le altre torri (ben 66 in tutta Genova fino al XIII secolo, 33 alla fine del XV secolo) vennero mozzate, una lapide posta alla sua base ricorda che la Torre degli Embriaci, alta 165 palmi, fu risparmiata, forse in ricordo delle gloriose imprese di Guglielmo Embriaco in Terrasanta».

    Il Fai (Fondo Ambiente Italiano) in tempi recenti ha manifestato il suo interesse ad investire nel recupero di un monumento che, senza i necessari interventi di ristrutturazione, rischia di scivolare nell’incuria, ma si è dovuto arrestare di fronte ad insormontabili intoppi burocratici e contenziosi tra i vari proprietari.

    Il problema principale è rappresentato dall’eccessiva frammentazione: la torre, infatti, è parte integrante del Palazzo Brignole Sale (al civico 5 di piazza degli Embriaci), suddiviso tra tanti inquilini privati ed una piccola porzione di proprietà comunale. Di conseguenza per salvarla, occorre che i proprietari – privati e Comune di Genova – decidano di donare la torre al Fondo Ambiente Italiano.

    «Purtroppo la situazione rimane in una fase di stallo e tuttora non sussistono le condizioni per poter intervenire – spiega il capo della delegazione genovese del Fai, Sonia Cevasco Asaro – Noi siamo sempre disponibili a portare avanti il progetto di riqualificazione a fini turistici di Torre degli Embriaci , un luogo storico, a pochi passi dall’area del Porto Antico e del Museo del Mare, che potrebbe essere aperto al pubblico diventando un museo fruibile a tutti».
    Il progetto del Fai parte da molto lontano, come ricorda Cevasco «A distanza di anni dalla presentazione della nostra proposta nessuno è stato in grado di fornirci delle risposte concrete. All’epoca avevamo calcolato anche un’ipotesi di spesa ma oggi, a distanza di tempo, le condizioni sono mutate».
    Nel 2008 si parlava di un investimento di circa 700 mila euro per affrontare il restauro e la messa a norma dell’immobile ai fini della sua fruibilità. Il progetto prevede il recupero delle parti degradate – soprattutto i conci delle facciate, in parte compromessi – l’allestimento di nuovi accessi diretti alla struttura, l’installazione di un ascensore, l’adeguamento degli impianti, la realizzazione di un’illuminazione esterna ed interna.
    Purtroppo non è stato possibile avviare nessuno di questi interventi a causa di un imbarazzante silenzio – da parte dell’amministrazione comunale e dei proprietari privati, i quali più volte, almeno a parole, hanno manifestato la loro disponibilità a donare la torre al Fai, ma non sono mai passati ai fatti – intorno all’unica opportunità per restituire alla città uno dei suoi monumenti più significativi. Attualmente è stato paventato il rischio di un ripensamento definitivo da parte del Fai, stufo di non trovare collaborazione, ma il Fondo Ambiente Italiano smentisce «Non abbiamo intenzione di rinunciare al progetto – conclude Sonia Cevasco – siamo infatti convinti si tratti di un investimento intelligente, in grado di generare un non trascurabile indotto per la città».

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Istituto BruzzoneUna struttura sanitaria finita nelle mani di privati, nuove residenze e box probabilmente destinati a rimanere invenduti nel cuore di Quarto, nell’antica via Priaruggia, questo l’ennesimo risultato prodotto dall’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare messa in atto in questi anni dalla Regione Liguria.
    Parliamo dell’ex istituto ortopedico Bruzzone, un edificio che esternamente appare in buone condizioni, praticamente intonso da almeno 4 anni, ma al suo interno sicuramente necessita di interventi di ristrutturazione per trasformarlo in residenze e posti auto coperti.

    La struttura è circondata da un ampio giardino dove la vegetazione cresce rigogliosa e nessuno si è preoccupato di contrastarla, tutto tace in via Priaruggia 21 e le prospettive future, almeno per ora, sono affidate esclusivamente ad un cartello affisso dalla società immobiliare proprietà, Bagliani srl (la stessa che realizzerà residenze, parcheggi e piscina presso Villa Raggio in Albaro, ndr), dove si promuove la prenotazione di bilocali, trilocali e box di prossima realizzazione.

    L’ex istituto ortopedico Bruzzone rientra nell’elenco di immobili messi in vendita nel gennaio 2008 dalla Regione Liguria per fare cassa – tra i quali il cespito più importante è quello dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, da mesi al centro di discussioni per quanto riguarda il destino dei malati ancora ospitati nel complesso e la futura destinazione d’uso dell’area– ed acquistati da Valcomp due, società interamente controllata da Fintecna Immobiliare, a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Successivamente Valcomp due ha messo in vendita l’edifico che è stato acquistato da Bagliani srl.
    Raggiunta telefonicamente la società immobiliare spiega che i lavori per la realizzazione di trilocali, bilocali e box, dovrebbero partire nel settembre 2012 e concludersi entro 2 anni. Il prezzo delle residenze è di 6 mila euro al metro quadro.
    Quindi almeno fino al 2014, escludendo eventuali ritardi nell’avvio degli interventi di ristrutturazione, l’ex istituto Bruzzone rimarrà abbandonato a se stesso.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Ex manicomio Pratozanino: una gestione fallimentare dell’assistenza psichiatrica

    Ex manicomio Pratozanino: una gestione fallimentare dell’assistenza psichiatrica

    La questione dell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino, frazione che sorge alle spalle di Cogoleto, è tornata alla ribalta alcuni giorni fa a causa di un incendio divampato il 25 luglio scorso all’interno dell’area dell’antico manicomio, la cui fondazione risale al 1907 e dove ancora si conservano alcuni beni di interesse culturale. Il fondo di una palazzina, il cosiddetto edificio 10 che ancora accoglie alcuni malati, è stato danneggiato e una quindicina di ospiti sono stati evacuati e trasferiti in altre strutture.

    Il drammatico evento, che fortunatamente non ha provocato feriti o intossicati, è stato l’occasione per ricordare le difficili condizioni in cui sono costretti a vivere circa una ventina di pazienti psichiatrici, i quali si apprestano a passare la quinta estate all’interno di moduli prefabbricati, in attesa che vengano ultimati i lavori di ristrutturazione dei due edifici a loro destinati, i padiglioni 7 e 9.
    Quella dell’ex manicomio di Cogoleto è una storia che parte da lontano, apparsa ciclicamente sui giornali come simbolo di una gestione scellerata dell’assistenza psichiatrica a Genova ed in Liguria. Una vicenda strettamente legata a quella dell’ex manicomio di Quarto ed insieme ad essa un esempio emblematico di sperpero di denaro pubblico, probabilmente senza eguali.
    Il complesso di Pratozanino rientra tra i beni immobiliari dismessi dalla Regione Liguria tramite la prima operazione di “cartolarizzazione”, lanciata nel 2007 e concretizzatasi nel 2008, al fine di ripianare il pesante disavanzo economico della sanità. All’epoca finirono all’asta 390 cespiti, 134 mila metri quadrati coperti, 2,6 milioni di terreni e soprattutto i due storici manicomi liguri: Quarto, una delle zone residenziali più ambite di Genova e l’ospedale psichiatrico di Cogoleto. La gara se l’aggiudicò Fintecna Immobiliare con un’offerta di 203 milioni. In pratica per risanare la sanità pubblica i beni della Regione furono ceduti a una società del Tesoro. Successivamente gli immobili vennero trasferiti ad una società interamente controllata da Fintecna immobiliare, ovvero Valcomp due. Per quanto riguarda Pratozanino l’intero complesso è oggi proprietà di Valcomp due, come dimostrano le recinzioni poste intorno agli immensi spazi verdi e agli storici edifici, ma l’accordo raggiunto prevede che la Regione mantenga in comodato d’uso gratuito per 20 anni i padiglioni 7 e 9 che saranno ristrutturati a sue spese.

    «Nell’ex manicomio di Cogoleto, venduto alla Valcomp due, la Regione oggi sta facendo lavori per 4, 3 milioni di euro per immobili che avrà in comodato d’uso ancora per pochi anni – denuncia Lorenzo Pellerano, consigliere regionale della Lista Biasotti, impegnato da tempo su questa vicenda come su quella di Quarto – Nel frattempo i pazienti di Pratozanino sono stati trasferiti “provvisoriamente” (e dopo cinque anni sono ancora lì!) in strutture prefabbricate per le quali fino a dicembre 2011 sono stati spesi 679 mila euro di affitto. Per dei malati vivere in queste condizioni ha degli effetti negativi sulla salute, senza dimenticare che andrebbe garantita la dignità delle persone. Inoltre dopo che un incendio si è sviluppato all’interno di una struttura sanitaria è logico domandarsi se esistevano ed esistono i dovuti dispositivi e sistemi di sicurezza».

    Ma andiamo con ordine e vediamo da dove siamo partiti. Nella primavera 2007 l’Asl 3 manifesta l’intenzione di trasferire le funzioni sanitarie fino ad allora svolte nell’edificio 28 denominato “Ospitalità” e nell’edificio 10 gestito dalla cooperativa Giansoldi, in un altro immobile del complesso di Pratozanino. Il 27 novembre 2007 con deliberazione n. 1336 l’Asl 3 approva il progetto preliminare di ristrutturazione dei padiglioni 7 e 9.
    Il problema è trovare uno spazio che ospiterà “provvisoriamente” – parola che oggi risulta beffarda – una ventina di pazienti dell’Ospitalità. Il 31 gennaio 2008 l’Asl 3 indice la gara per l’affidamento del servizio noleggio di moduli abitativi per la ricollocazione dei pazienti. Nell’aprile 2008 la gara viene vinta dalla ditta Faeterni/Tecnifor che presenta un’offerta di 288 mila euro per un periodo di noleggio di 18 mesi prorogabili di altri 6. La struttura è composta da 2 prefabbricati più grandi ed uno più piccolo, per una superficie totale di circa 726 metri quadrati. La data ipotetica di inizio noleggio era fissata per il 1 luglio 2008 ed i pazienti sarebbero dovuti rimanere in queste strutture fino all’ultimazione dei lavori nei padiglioni 7 e 9.

    Quanto costano alla Regione Liguria gli interventi di ristrutturazione dei due immobili concessi in comodato d’uso per vent’anni, di cui 4 già trascorsi?
    Il 24 marzo 2009 l’Asl 3 con deliberazione n. 340 approva per «Esigenze logistiche legate al trasferimento degli ospiti e alla riduzione dei disagi» il progetto di ristrutturazione del solo padiglione 9 per una spesa di 2.064.044,00 euro. La Regione sottoscrive quanto stabilito dalla delibera Asl 3 con decreto del dirigente n. 2793 del 19 ottobre 2010.
    Il 26 febbraio 2010 l’Asl 3 approva la deliberazione del progetto esecutivo di ristrutturazione del padiglione 7 per una spesa di 2.272.746,11 euro. La Regione dà il suo benestare con decreto del dirigente n. 1960 del 19 luglio 2010. A conti fatti la spesa per la ristrutturazione di entrambi i padiglioni raggiunge la considerevole cifra di 4, 3 milioni di euro.

    Mentre per quanto riguarda l’affitto, di proroga in proroga, come evidenziano i documenti aziendali, il noleggio dei moduli abitativi viene a costare, fino al 31 dicembre 2011, 679.200,00 euro. A causa dei ritardi nella conclusione dei lavori la spesa aumenta: per il periodo dal 1 gennaio fino al 30 giugno 2012 sono necessari altri 75.867,00 euro. Infine, con la delibera dell’Asl 3 n. 722 del 25 luglio 2012, il noleggio fino al 31 dicembre 2012 comporta un’ulteriore spesa di 72.832,32 euro. Alla fine dei conti l’esborso totale supererà i 900 mila euro.

    Il nodo cruciale è comprendere qual è lo status dei lavori di ristrutturazione dei due padiglioni, considerando che nel corso degli anni, innumerevoli ritardi e continui slittamenti della data di conclusione della ristrutturazione, hanno condotto alla difficile situazione attuale. Per farlo il consigliere Lorenzo Pellerano il 3 agosto ha organizzato un sopralluogo a Pratozanino ed in questo modo abbiamo potuto vedere il cantiere con i nostri occhi. Il padiglione 9, secondo gli iniziali programmi, doveva essere ultimato addirittura nel febbraio 2011, in pratica 1 anno e mezzo fa, mentre il cantiere per il padiglione 7 è partito nel marzo 2011 e secondo contratto, doveva concludersi nell’aprile 2012.
    La nuova data prevista di conclusione dei lavori per il padiglione 9 è ottobre 2012 ed in effetti, visto che esternamente appare in buone condizioni, a questo punto dovrebbe essere rispettata. Per quanto concerne il padiglione 7, invece, saranno necessari almeno altri 6 mesi, se tutto filerà per il verso giusto.
    «I lavori sono stati eseguiti da due diverse ditte – spiega il dott. Marco Vaggi, direttore della Struttura Complessa Salute Mentale Distretto 8 – I problemi hanno riguardato soprattutto il padiglione 9. La direzione della Asl 3 ha dovuto rivedere il progetto, questa è la causa principale dei ritardi».
    Sembra incredibile che nessuno se ne sia accorto prima ma l’azienda impegnata nella ristrutturazione ha dovuto confrontarsi con inconvenienti tecnici di non poco conto, ad esempio l’assenza delle fondamenta. Inoltre all’interno della struttura erano presenti dei recipienti contenenti amianto che hanno ulteriormente complicato l’esecuzione dei lavori. Tutte problematiche saltate fuori successivamente, ma chi aveva la responsabilità di controllare in quali condizioni versava un immobile affidato in comodato d’uso, colpevolmente non l’ha fatto.
    Senza dimenticare che ancora oggi è assente l’allacciamento all’acquedotto comunale. Circa 200 metri di collegamento che dovranno essere realizzati entro ottobre, quando si presume che il padiglione 7 sia completato.

    «I prefabbricati accolgono i pazienti dell’Ospitalità ed in tutti questi anni il loro numero si è mantenuto intorno alla ventina – spiega il dott. Vaggi – Il padiglione 9 è destinato ad ospitare questi pazienti. Il 9 diventerà una Rsa sulle 24 ore. Organizzato in vari alloggi che garantiranno 28 posti letto. Il padiglione 7, invece, accoglierà i malati che ancora si trovano nell’edificio della Giansoldi. Il 7 diventerà una residenza protetta. Organizzato come un reparto, quindi con stanze ma anche con spazi comuni (palestra, laboratori, luoghi per attività di gruppo) per un totale di 20 posti letto».
    Dopo l’incendio che il 25 luglio scorso ha danneggiato l’edificio della Giansoldi alcuni malati sono stati spostati nei prefabbricati, mentre altri sono stati trasferiti in strutture esterne.
    «Il progetto prevede che tutti i pazienti trovino posto nei nuovi padiglioni, senza farli rientrare nell’edificio della Giansoldi, visto che ormai da anni è stata decisa la loro ricollocazione – sottolinea Vaggi – l’edificio 10 è molto vecchio e, già prima dell’evento del 25 luglio, aveva diversi problemi. L’incendio consentirà di accelerare i tempi. La popolazione dei pazienti di Pratozanino è eterogenea – continua il dott. Vaggi – Ci sono persone anziane che da lungo tempo vivono qui e persone ancora in giovane età che presentano patologie psichiatriche più attive. L’obiettivo è ricollocare i malati attraverso criteri adeguati, a seconda dell’intensità di cura necessaria. Gli anziani saranno trasferiti in strutture residenziali idonee per le loro condizioni, i giovani rimarranno nei nuovi padiglioni. Tra i due immobili ci saranno spazi verdi ed aree comuni per offrire maggiore possibilità di movimento ai pazienti. L’ideale sarebbe riuscire a creare un’apertura verso l’esterno, rompendo l’obsoleto concetto di chiusura che caratterizzava gli antichi manicomi».
    Il dott. Vaggi, anche senza volersi sbilanciare troppo, mostra perplessità in merito alle scelte compiute da Regione ed azienda sanitaria «Ovviamente tutto sarebbe stato più facile se i padiglioni fossero rimasti di proprietà dell’Asl 3 e non in comodato d’uso. D’altra parte lo stesso Comune di Cogoleto ha sempre dimostrato un forte impegno affinché a Pratozanino fossero conservate delle strutture per pazienti psichiatrici».
    Oggi davanti ai padiglioni in via di ristrutturazione corre una strada, proprietà di Valcomp due, che conduce alle aree acquistate dalla società parastatale. Quest’ultima non ha ancora reso noto che cosa intende realizzare, nel prossimo futuro, presso gli immensi spazi di Pratozanino «Avere una struttura per pazienti psichiatrici inserita in un’area viva potrebbe essere una cosa positiva – spiega Vaggi – Ad esempio se sorgessero servizi pubblici o al limite attività commerciali, non sarebbe un fatto così negativo. Alcuni pazienti avrebbero l’opportunità di muoversi, confrontandosi così con la realtà esterna. In caso contrario, se Valcomp due decidesse di costruire un quartiere di seconde case, i nuovi padiglioni rimarrebbero un’enclave in mezzo al nulla».

    Secondo Lorenzo Pellerano, in merito alla disastrosa gestione dell’assistenza psichiatrica, le responsabilità dell’ente guidato da Claudio Burlando, sono enormi «Negli ultimi anni la Regione Liguria ha sprecato quasi 7 milioni di euro. Ai 4,3 milioni di euro per i due padiglioni di Pratozanino si aggiungono i 2 milioni di euro spesi per la Casa Michelini: la residenza per i pazienti psichiatrici di Quarto è stata consegnata alla Regione meno di un anno fa e venduta dopo pochi mesi per fare cassa. Esiste qualche privato che avrebbe fatto un’operazione del genere? – si domanda retoricamente il consigliere regionale – Qualcuno dovrebbe pagare, non solo i pazienti e le loro famiglie. Questi milioni di euro potevano essere utilizzati per migliorare l’assistenza, realizzando strutture pubbliche e migliorando l’integrazione con le realtà convenzionate. La Regione dovrebbe promuovere una politica di ampio respiro, non è più concepibile andare avanti con iniziative estemporanee, slegate fra di loro e che comportano costi significativi. Per quanto riguarda Pratozanino occorre riaprire la trattativa con Valcomp due – conclude Pellerano – non ha senso realizzare un progetto che tra 15 anni rischia di essere smantellato».

     

    Matteo Quadrone
    Foto e video di Daniele Orlandi

  • Parco tecnologico degli Erzelli, la visita al cantiere

    Parco tecnologico degli Erzelli, la visita al cantiere

    C’erano una volta solo container sulla collina degli Erzelli. Oggi su quella collina sta sorgendo un Parco Tecnologico e Scientifico che, in base al progetto esistente, dovrebbe ospitare grandi aziende dell’High Tech, come Ericsson, Siemens ed Esaote, la Facoltà di Ingegneria, ma anche un centro commerciale, una caserma dei carabinieri e un’area verde grande come dodici campi da calcio.

    Un progetto ambizioso, uno degli architravi della Genova del Futuro, un’occasione per far collaborare importanti realtà industriali con giovani studenti e ricercatori per dar vita a spin-off e start up tecnologiche. Un volano per l’economia della città e non solo, visto che questo polo era stato concepito per essere il più grande di tutta Italia.

    Il progetto era nato già nel 2003 da un’idea di diversi manager e imprenditori che fondarono insieme Genova High Tech (Ght) con l’obiettivo di creare un grande complesso scientifico e tecnologico a Genova. Il passo in avanti decisivo è avvenuto nel 2005 quando sono entrati nella compagine societaria di Ght Intesa San Paolo, Euromilano, Aurora Costruzioni a cui si è aggiunta nel 2007 anche la banca Carige. Nasceva così la Leonardo Technology Spa che possiede il 67% delle azioni di Ght. Sempre nel 2007 veniva firmato l’Accordo di Programma con Comune, Regione, Università e Ght che dava definitivamente l’avvio alla costruzione del Parco Tecnologico.

    Tuttavia, sul futuro di questo progetto avveniristico pesa il “no” al trasferimento della Facoltà di Ingegneria espresso dal Cda dell’Ateneo martedì scorso. Troppo elevato l’indebitamento di 42 milioni di euro necessari per spostare la facoltà da Albaro agli Erzelli. «L’operazione Erzelli, alle condizioni attuali non risulta finanziariamente sostenibile». Con questa formula l’Università ha definitivamente chiarito la propria posizione.

    Per il piano di trasferimento di Ingegneria erano stati stanziati 110 milioni di euro di fondi pubblici, 25 dei quali erano stati messi sul piatto dalla Regione e 85 dal MIUR. Altri 36 milioni erano stati messi a disposizione da Ght, che avrebbe comprato la sede attuale di Ingegneria ad Albaro e si sarebbe occupata di vendere i locali. In questo modo si sarebbe raggiunta una somma di 146 milioni di euro, una cifra superiore ai 140 milioni inizialmente stimati dall’Ateneo per effettuare lo spostamento.

     

     

     

     

     

     

     

    E invece non sono bastati. Secondo i calcoli dell’Ateneo servirebbero 188 milioni di euro: 152 milioni è il valore iniziale dell’opera a cui si aggiungerebbero 20 milioni per il trasloco e gli arredi, 11 milioni per i parcheggi coperti, la strada di accesso e gli allacci e 5 milioni per pagare le imposte. Le risorse non bastano e quindi, a meno dell’arrivo di nuovi privati disposti ad investire, Ingegneria non farà parte del nuovo parco tecnologico degli Erzelli.

    Questa decisione ha suscitato l’immediata reazione di Ght e Leonardo Tecnhology Spa. Pino Rasero (Presidente di Leonardo Technology) nella conferenza stampa organizzata dopo il Cda dell’Università ha evidenziato che quest’ultima non aveva mai dichiarato di aver bisogno di una cifra così alta e ha sostenuto che la ragione di questo iniziale rifiuto sia dovuta al tentativo di negoziare per ottenere ulteriori fondi. Rasero, però, ha anche dichiarato l’intenzione di andare avanti senza Ingegneria e ha parlato anche dell’interessamento di altri istituti di ricerca ed eventuali partner cinesi. Dal canto opposto l’Università si difende sostenendo che l’indebitamento avrebbe «pregiudicato il futuro dell’Ateneo» impedendo il rimpiazzo del personale docente e la manutenzione  dei laboratori, delle biblioteche e degli altri spazi già esistenti.

    Gli avvenimenti di queste ultime settimane hanno inevitabilmente spostato i riflettori sul polo tecnologico, ma soprattutto per parlare degli strascichi polemici derivanti dalla decisione dell’Università. Ma il Polo Tecnologico e Scientifico è un progetto di cui, in realtà, non si è mai parlato abbastanza in città e di cui l’opinione pubblica sa poco.

    Abbiamo quindi approfittato dell’ospitalità di Ght per visitare l’intera area degli Erzelli potendo vedere con i nostri occhi lo stato di avanzamento dei lavori. Ad attenderci negli uffici provvisori della società c’era l’architetto Christian Dellacasa che ci ha illustrato innanzitutto le tavole del progetto.

    Allo stato attuale è stato completato il palazzo Ericsson, i cui uffici sono già utilizzati; esiste lo scheletro del palazzo destinato a Siemens; a breve si inizierà a costruire l’edificio per Esaote; ed è già stata ultimata la sistemazione d’area per la Facoltà di Ingegneria. I fabbricati destinati alle altre aziende che si trasferiranno agli Erzelli devono ancora essere definiti, poiché verranno progettati tenendo conto delle esigenze dei singoli.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ma il progetto non è fatto solo di edifici. L’architetto Dellacasa evidenzia come Ght abbia migliorato anche la viabilità e gli accessi alla collina e al parco stesso, per esempio modificando la pendenza della strada che percorrono gli autobus salendo da via Cornigliano, in modo che la potessero percorrere anche gli autobus snodati; oppure ripristinando via Sant’Elia, molto utile anche per gli abitanti del quartiere; o ancora asfaltando la parte di via dell’Acciaio di proprietà della Ght. Certamente si tratta di lavori ancora da completare, ma che servono ad evidenziare la volontà di rendere fruibile la nuova area degli Erzelli ad un pubblico più vasto possibile. In particolare si è stimato che, a progetto completato, dovranno giungere sulla collina circa 15 mila persone al giorno.

    Il nodo dei trasporti pubblici diventa quindi strategico in questa vicenda. Da tempo circola sul web un video dal titolo emblematico “Erzelli, il viaggio della speranza”: 90 minuti di tempo e tre autobus per raggiungere il parco tecnologico partendo dalla Stazione Principe. L’architetto spiega, che, in effetti, attualmente il percorso può essere lungo dal centro, circa 35 minuti, ma anche che vi sono strade alternative più rapide. Ad esempio, un modo per rendere più veloce il tragitto sarebbe utilizzare la metropolitana da Principe fino alla fermata di Dinegro, da cui è poi possibile prendere il bus numero 5 che fa capolinea proprio alle porte del parco. Inoltre nel progetto finale si prevede un sistema di vie di comunicazione – la cui costruzione è però a carico del Comune – che collegherà l’aeroporto con la stazione di Sestri e quest’ultima agli Erzelli attraverso quello che tecnicamente si definisce un people mover (una moderna funicolare). In questo modo sarà possibile integrare trasporto aereo, ferroviario e urbano rendendo possibili una molteplicità di alternative di viaggio. Poi, aggiunge ancora Dellacasa, ci saranno circa 700 posti macchina e molti posteggi per i motoveicoli. Perfetto – diciamo noi – ma sarebbe bello che un parco tecnologico costruito per essere totalmente eco-compatibile e all’avanguardia in termini di risparmi energetici puntasse soprattutto sui trasporti pubblici permettendo così di ridurre l’inquinamento e di non congestionare ulteriormente il traffico già complesso del ponente genovese.

     

     

     

     

     

     

     

    Dopo la presentazione del progetto all’interno dei freschi uffici della Ght giunge il momento di scendere sul campo per vedere dal vivo cosa stia sorgendo sulla collina degli Erzelli. Armati di caschetto veniamo accompagnati all’ottavo piano dell’edificio Siemens in costruzione. Uno scheletro di cemento dal quale si può osservare l’intera area del parco.

    La prima cosa che l’architetto Dellacasa ci mostra, con un atteggiamento misto di orgoglio e malinconia, è la spianata su cui dovrebbe sorgere la Facoltà di Ingegneria. Tutto è pronto per iniziare ad edificare. Di fonte agli edifici della Facoltà troverebbe spazio una piazza grande come Piazza de Ferrari e più avanti una grande zona verde pedonale. L’obiettivo è quello di creare punti di incontro anche fisici, che permettano un continuo scambio di idee tra studenti, ricercatori e aziende, nell’ottica di promuovere l’innovazione e la creazione di nuove imprese nell’high tech.

    Alle spalle di Ingegneria si trova il Monte Guano, il polmone verde del parco, dove verrebbero realizzati dei sentieri da percorrere a piedi per passeggiare o fare jogging.

    Sulla recente decisione dell’Università di non trasferire la Facoltà di Ingegneria agli Erzelli l’architetto preferisce non fare commenti, ma si limita ad un’osservazione da tecnico: «Si è domandata l’Università quanto spenderà per mantenere per i prossimi vent’anni in condizioni accettabili degli edifici che ne hanno più di cento?». L’attuale sede di Albaro, di cui fa parte anche Villa Cambiaso risalente addirittura al 1548, è collocata all’interno di strutture la cui manutenzione può essere costosa. Dellacasa si domanda anche quali potrebbero essere i vantaggi derivanti da un risparmio energetico per le casse dell’Ateneo.

    Tutti argomenti che sono stati sormontati dalle polemiche di questi ultimi giorni e su cui ci piacerebbe che anche i mezzi di informazione riflettessero in modo più attento per permettere all’opinione pubblica di dare un giudizio informato su argomenti importanti. Proprio per amore della verità e della chiarezza non smetteremo di parlare della questione Erzelli cercando di approfondire anche le ragioni del “no” dell’Università, che, non stentiamo a crederci, saranno più complesse di quelle che sono emerse fino ad oggi.

     

    Federico Viotti
    [foto e video Daniele Orlandi]