Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Scalinata Borghese, progetto fermo da 8 anni: rimane solo il degrado

    Scalinata Borghese, progetto fermo da 8 anni: rimane solo il degrado

    Una sfarzosa palazzina in stile liberty, costruita in Piazza Tommaseo ai primi del Novecento allo scopo di ospitare l’accademia di Belle Arti – progetto rimasto incompiuto a causa della mancanza di fondi – nel corso del tempo ha avuto destinazioni diverse, prima palestra, in seguito ambulatorio sanitario, per finire nello stato di abbandono in cui giace ormai da oltre un decennio.

    Parliamo dell’edificio di proprietà del Comune di Genova che sorge sopra Scalinata Borghese, nel quartiere di Albaro. Dopo essere divenuto una sorta di “hotel disperazione”, riparo di fortuna per persone in difficoltà, nell’estate del 2009 e fino all’ottobre dello stesso anno ha avuto un sussulto vitale, che poteva far sperare in un suo auspicato rilancio, grazie all’iniziativa promossa dal Gruppo Emergenza Giovani con il progetto “InComunicazione” – quindici artisti di arti visive, tredici architetti e due musicisti – che hanno trasformato la struttura in un laboratorio artistico, con l’organizzazione di performance ed esposizioni.
    Purtroppo si è trattato di un’esperienza estemporanea che non ha avuto seguito nonostante la palazzina, dotata di ambienti interni molto semplici rispetto alla ricchezza esteriore, si presti in maniera particolare per l’allestimento di mostre. La meritevole iniziativa dei giovani artisti ha consentito di ripulire e riordinare la struttura e l’adiacente Scalinata Borghese, ma a distanza di appena 3 anni, tutto sembra essere tornato nella situazione di degrado preesistente.

    Eppure esiste un progetto di recupero e riqualificazione, risalente addirittura al 2004, presentato dalla “Progetti e Costruzioni s.p.a.” società della famiglia Viziano, che consentirebbe a tutto il complesso di tornare all’antico splendore. Si tratta di un “project financing” – una forma di finanziamento tramite la quale le pubbliche amministrazioni possono ricorrere a capitali privati per la realizzazione di progetti e infrastrutture ad uso della collettività – per restaurare e trasformare i fatiscenti volumi esistenti di Scalinata Borghese. Il progetto prevede la realizzazione di un moderno ristorante con bar, terrazza, sale per eventi e piccoli congressi. Inoltre saranno risanati anche i giardini intorno all’edificio. L’investimento previsto è di oltre di oltre 2,2 milioni di euro a fronte del quale l’immobile verrà affidato in concessione dal Comune di Genova per un periodo di 40 anni.

    «I lavori di recupero dell’edificio inizieranno nella primavera 2012 e dureranno 2 anni», si legge sul sito web del Gruppo Viziano (presente nel campo dell’edilizia da oltre sessant’anni, opera nel settore della consulenza e progettazione, della promozione edilizia e dei lavori in appalto). Finora però in Piazza Tommaseo non si muove una foglia.

    «Il Gruppo Viziano non ha ancora individuato un partner per il project financing – spiega il vicesindaco e assessore con delega all’attuazione dei grandi progetti di riqualificazione urbana, Stefano Bernini – Il problema è che occorre individuare un gestore dei locali in cui si svolgeranno attività di ristorazione e congressi. Fino a quel momento la convenzione tra Comune e “Progetti e Costruzioni s.p.a.” non può essere conclusa».
    «Tutto è partito nel 2004 con la presentazione del project financing – spiega l’architetto Maria Luisa Viziano – Il progetto ha richiesto tempi lunghi soprattutto perché abbiamo dovuto rispettare le indicazioni del Comune e le prescrizioni della Soprintendenza, visto che si tratta di un bene vincolato».
    Il motivo dell’empasse che ha impedito di dare il via alla riqualificazione è riconducibile alla differenza di vedute tra Comune e costruttori «Per circa due anni, tra 2007 e 2009, abbiamo avuto una diatriba con l’amministrazione comunale, la quale pretendeva che noi riqualificassimo i locali e poi versassimo anche un affitto decisamente oneroso – continua Maria Luisa Viziano – Invece, secondo il project financing, l’investimento lo ripagheremo nei 40 anni previsti dalla convenzione. Anche il Comune ha preso atto che le sue richieste erano impossibili da soddisfare».

    Oggi finalmente siamo giunti alla sistemazione degli ultimi tasselli mancanti che probabilmente renderanno possibile trasformare in realtà l’intervento di riqualificazione «Ci sono stati richiesti alcuni interventi aggiuntivi – spiega l’architetto Viziano – in particolare la realizzazione di un ascensore di collegamento tra la parte alta di via Francesco Pozzo e quella bassa per agevolare l’accesso ai locali anche per le persone diversamente abili. La settimana scorsa (ai primi di luglio, ndr) è arrivata l’autorizzazione da parte della Soprintendenza. Con l’estate dovremmo concludere l’iter. Ai primi di settembre potremmo ottenere il permesso a costruire e dare così l’avvio ai lavori».

    Indubbiamente l’aver atteso tutto questo tempo ha complicato le cose, come ricorda Maria Luisa Viziano «All’epoca della presentazione del progetto c’erano diversi gestori interessati alla struttura. Nel frattempo alcuni hanno addirittura visto fallire le proprie attività. In questo momento, per fortuna, altri soggetti hanno timidamente manifestato il loro interesse ma sono spaventati dall’investimento. In un periodo di crisi economica come quello odierno è più che comprensibile».
    «Noi svolgiamo il mestiere di costruttori e per forza di cose dobbiamo individuare un partner – conclude l’architetto – In questo modo la riqualificazione potrà essere eseguita su misura. Ma stiamo valutando la possibilità di una maggiore flessibilità negli interventi che consenta anche altre soluzioni in corso d’opera. Siamo comunque fiduciosi che la situazione si possa sbloccare: crediamo fortemente nell’opportunità offerta da questo investimento».

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Voltri, riqualificazione area ex Verrina: il grattacielo che non c’è

    Voltri, riqualificazione area ex Verrina: il grattacielo che non c’è

    L’ennesima operazione di trasformazione di un’area industriale dismessa destinata nel prossimo futuro ad accogliere attività commerciali ed insediamenti residenziali – con la gradita aggiunta di opere di compensazione quali un asilo, spazi verdi, un centro per l’assistenza degli anziani ed un impianto sportivo – ma pur sempre di contorno a case, negozi e gli immancabili parcheggi, doveva veder la luce in breve tempo dopo un lunghissimo iter progettuale, invece per il momento resta ferma al palo. Le cause? La difficile congiuntura economica e soprattutto il calo verticale dei valori immobiliari.
    Eppure parliamo di un progetto in grado di cambiare radicalmente il volto di una porzione di Voltri, quella che corre lungo l’Aurelia tra il casello autostradale di Voltri-Prà e l’ingresso nell’estrema delegazione ponentina, l’area ex Verrina, oltre 16 mila metri quadrati che un tempo ospitavano uno stabilimento metalmeccanico e da più di 40 anni sono abbandonati in attesa di conoscere il loro destino.

    Qui, infatti, dovrebbe svettare un grattacielo alto 90 metri affacciato sulle serre di basilico che circondano la zona. E poi parcheggi, negozi e una nuova piazza pubblica sull’Aurelia. Ma per fortuna gli oneri di urbanizzazione prevedono anche la realizzazione di alcuni servizi per il quartiere: i sopracitati asilo e residenza assistita per anziani; uso pubblico (convenzionato) della superficie di copertura dell’edificio commerciale (in pratica un campo sportivo sul tetto). Il progetto comprende anche la realizzazione della viabilità di collegamento con via Ventimiglia e la realizzazione di un’area verde pubblica contestuale al risanamento del rio San Giuliano.
    Tutto è pronto dopo che il consiglio comunale nella seduta pubblica del 28 aprile 2011 ha approvato lo schema di assetto urbanistico (SAU) relativo all’ambito speciale di riqualificazione urbana n. 3 del puc, ex stabilimento Verrina e la bozza di convenzione fra il Comune di Genova e la proprietà, ovvero la società Salati Armando spa, relativa all’attuazione degli interventi previsti dal SAU.
    Per giungere a questo punto è stato necessario un lungo processo decisionale che ha visto anche la partecipazione dei cittadini. Nella prima versione del progetto, contrastata da abitanti e comitati di quartiere, il grattacielo misurava 105 metri. In seguito l’altezza è stata ridotta a 90 metri ma è rimasta la soluzione verticale. Il nodo più critico rimane quello del rapporto con le serre di basilico che si estendono lungo il perimetro dell’area e dovranno essere adeguatamente tutelate. A questo fine la convenzione prevede, da parte della proprietà, la cessione dell’area entro il “parco delle serre” ed il recupero di un piccolo edificio annesso.

    Ma andiamo con ordine e ripercorriamo le tappe salienti del progetto. Nel novembre 2006 la Salati Armando invia al Comune di Genova lo Schema di Assetto Urbanistico (SAU) relativo all’ambito speciale di riqualificazione urbana dell’ex stabilimento, redatto dall’architetto Fabio Pontiggia. Dopo alcune modifiche, che recepivano le richieste della circoscrizione, nell’aprile 2008 lo schema di assetto urbanistico viene consegnato al Comune e trasmesso al Municipio per una propria valutazione. La nuova proposta di SAU contiene, a parità di quantità volumetriche e attività insediabili sostanzialmente coincidenti con la soluzione sopra descritta, due soluzioni alternative in merito alla configurazione dell’edifico residenziale. Lo stesso edificio assume, all’interno del medesimo quadro progettuale complessivo, la forma di torre, o di linea.
    È a questo punto che parte il processo di partecipazione promosso dall’ex assessore all’attuazione dei grandi progetti di riqualificazione urbana e degli strumenti di partecipazione alle fasi di progettazione definitiva e realizzazione, Mario Margini, di concerto con il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente, allo scopo di avviare un confronto tra cittadini, amministrazione comunale e municipale. La consultazione si è sviluppata sulle due ipotesi progettuali per la riqualificazione dell’area ex Verrina e sulle caratteristiche dei progetti, relativamente alla parte residenziale e ai servizi che lì dovranno insediarsi. L’attività è stata seguita da un gruppo di lavoro comprendente, l’assessorato guidato da Mario Margini, il Municipio Ponente e la Facoltà di Architettura dell’Università di Genova. La prima assemblea pubblica, a cui ne seguiranno altre, è datata 16 luglio 2009. Per la consultazione dei cittadini vengono distribuiti e raccolti 161 questionari. Nell’ottobre dello stesso anno il Municipio, con una specifica delibera, approva le linee guida emerse dal percorso di partecipazione.
    «Il progetto è stato approvato dopo un lungo percorso che ha visto condividere il processo decisionale con la popolazione di Voltri – spiega il presidente Municipio Ponente, Mauro Avvenente – Si è trattato di un esempio di débat public sulla falsariga di quello seguito per la Gronda. Nel 2009 il Comune e la facoltà di architettura dell’Università di Genova organizzarono una sorta di referendum tra due ipotesi progettuali – continua Avvenente – una costruzione sviluppata in orizzontale oppure in verticale. Circa 300 persone parteciparono al sondaggio e alla fine vinse la soluzione verticale».

    Ma non tutti sono convinti che il confronto con la cittadinanza sia stato davvero foriero di risultati significativi. «Nel 1996- 1997 un’interessante proposta della circoscrizione prevedeva la costruzione di un polo artigianale con annesso un museo- laboratorio per il pesto – ricorda Arcadio Nacini, ex consigliere a Palazzo Tursi e storico portavoce della sinistra ponentina – questa era una soluzione positiva per il quartiere ma evidentemente sono ritenuti più utili altri centri commerciali. L’unica proposta positiva è la ricucitura a mare della Via Aurelia con Via Ventimiglia e, pertanto, con l’area collinare di Prà-Voltri. In una zona di circa 40.000 abitanti in cui la partecipazione alle assemblee è stata alta, si è chiesto di scegliere fra la costruzione della torre, con i medesimi volumi, verticali oppure orizzontali – sottolineava Nacini nella seduta del consiglio comunale che decise l’approvazione della riqualificazione dell’area ex Verrina – Un quesito che sapeva di ricatto: vuoi la torre in verticale o in orizzontale? Questo ha allontanato i cittadini perché partecipazione vuol dire non solo stare ad ascoltare ma anche fare delle proposte e le proposte che sono state fatte dalle delegazioni non sono state recepite perché c’è stata una chiusura totale. Lo scopo dei proprietari è sempre stato quello di fare “palanche” come hanno dimostrato tenendo quell’area per 40 anni e facendola degradare».
    «Ritengo che non si sia svolto un reale processo di urbanistica partecipata visto che la progettazione non è stata condivisa con i cittadini fin dall’inizio – spiegava l’ex consigliere comunale del gruppo misto, Manuela Cappello, nella seduta del 28 aprile 2011 – Inoltre è stato ripetutamente detto da questa amministrazione che non si sarebbero più fatti centri commerciali mentre anche in questo caso assistiamo alla realizzazione di un centro commerciale in una zona dove già sono presenti altri insediamenti simili ed i piccoli negozi faticano a sopravvivere. Peraltro una struttura commerciale nuova significa nuova attrazione di traffico e volumi di auto private ma anche di inquinamento. I grattacieli non sono la soluzione per ovviare al problema del consumo di suolo – aggiunge Cappello – la costruzione in altezza crea una serie di complicazioni che comportano una maggiore superficie necessaria per le strutture, per gli elementi di collegamento verticale, per gli accessi, i parcheggi, i sevizi. Non è vero, quindi, che la città alta ed i grattacieli risparmiano il consumo di suolo».

    La pensa diversamente il presidente del Municipio Ponente «Noi riteniamo che il progetto abbia riscosso l’apprezzamento dei cittadini – sottolinea Avvenente – la sua realizzazione permetterebbe al quartiere di ricevere, a titolo di compensazione, alcuni servizi oggi assenti. Il ritardo nell’avvio dei lavori è legato alle difficoltà del mercato immobiliare. Il Municipio ha fatto pressioni affinché il progetto parta. Ci sono tutte le premesse per restituire alla popolazione di Voltri un’area inaccessibile da molti anni».
    Purtroppo però le speranze del presidente Avvenente sono destinate a rimanere tali e addirittura si corre il concreto rischio di un’inevitabile modifica al ribasso del progetto.
    «I tempi di approvazione dello strumento urbanistico (SAU) sono stati lunghissimi così come la definizione della convenzione, effettivamente approvata nel 2011 – spiega il progettista Fabio Pontiggia – Siamo quindi arrivati a poter essere operativi in concomitanza con l’acuirsi delle difficoltà economiche generali, in un momento di calo verticale della richiesta di alloggi e dei valori immobiliari».
    Ma questa non è l’unica causa dell’attuale empasse «Le condizioni di contributo in opere pubbliche e oneri diversi, previsti dalla Convenzione, erano già particolarmente pesanti in condizioni normali di “mercato” e diventano insostenibili in questo periodo di crisi per qualsiasi operatore», sottolinea Pontiggia .
    Quindi quali sviluppi sono prevedibili? «La situazione va rivista alla luce dei nuovi limiti complessivi – spiega l’architetto – L’ipotesi è quella di una rielaborazione progettuale che, tenendo conto della congiuntura sfavorevole, parta dalle priorità espresse dalla cittadinanza nel corso del dibattito pubblico per realizzare un intervento più leggero e che tenga maggiormente conto delle effettive richieste di mercato. Per ora è solo un’ipotesi di lavoro sulla quale stiamo cominciando a ragionare – aggiunge Pontiggia – La proprietà sta comunque provvedendo ad alcuni importanti interventi di preparazione dell’area in attesa di futuri sviluppi». Di conseguenza quali opere di compensazione saranno salvate? «Lavorando ad una nuova ipotesi si dovranno salvaguardare il più possibile le aree destinate complessivamente a servizi (pubblici o convenzionati) – spiega il progettista – sicuramente l’asilo (salvo diverso orientamento del Comune) e la strada di collegamento. La residenza per anziani potrebbe essere pensata come un servizio convenzionato e cosi le aree ad uso sportivo».

    E l’architetto ritorna sul punto che ritiene fondamentale «Non è possibile ipotizzare che il complesso degli oneri versati sia più di tre volte quanto dovuto, ciò comporta automaticamente non poter fare l’operazione a causa della sua insostenibilità economica – sottolinea Pontiggia – La sfida è un progetto che coniughi il giusto interesse imprenditoriale, giusto interesse e non interesse speculativo, con l’interesse pubblico della cittadinanza e del quartiere, partendo dalla priorità che è necessario superare al più presto lo stato di degrado in cui versa l’area». In definitiva, la possibilità di portare a compimento la riqualificazione dell’area ex Verrina, non è completamente svanita «Io penso sia possibile trovare questo punto di equilibrio con un po’ di buona volontà da parte di tutti e abbandonando ogni forma di demagogia o presa di posizione a priori che di fatto condanna tutti ad un disastroso immobilismo – conclude Pontiggia – Inoltre il cantiere potrebbe dare lavoro a più di 60 addetti per un periodo variabile dai 3 ai 4 anni, a cui si sommerebbe tutto l’indotto. Di questi tempi non mi pare un’ipotesi da buttare via».

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Villa Scassi: quasi concluso il padiglione 9 bis, nuovi spazi per l’ospedale

    Villa Scassi: quasi concluso il padiglione 9 bis, nuovi spazi per l’ospedale

    In tempo di tagli e chiusure di servizi, la conferma della prossima apertura di un nuovo spazio per la sanità genovese è sicuramente una buona notizia. Parliamo dell’ormai noto padiglione 9 bis dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena che – in attesa del futuro ospedale del Ponente – rimane il principale presidio ospedaliero per tutto il ponente genovese, considerando la progressiva dismissione del nosocomio di Sestri Ponente, ma risulta fondamentale anche per la Val Polcevera, visto il tentativo di depotenziamento del Gallino di Pontedecimo.

    Il padiglione 9 bis del Villa Scassi ha avuto una storia assai travagliata: la sua progettazione e l’avvio del cantiere risalgono addirittura al 2004 – ma tra il fallimento di due ditte ed una lunga sospensione dei lavori – solo oggi il progetto esecutivo è in via di attuazione e si prevede che la struttura sia ultimata entro fine 2012, per essere pienamente funzionale ad inizio 2013.
    Nel 2007 era già stata eseguita la parte principale dell’edificio ma sul finire dell’anno la prima impresa capogruppo, la Toscanelli, entrò in crisi e cedette il ramo d’azienda esecutore dei lavori, alla Cogesto. Nel 2008 la Cogesto iniziò il suo travaglio che coincise con lo stop del cantiere, fino al fallimento definitivo del 2010. Nel frattempo, per quasi tre anni, tutto è rimasto immobile. Fino ad inizio 2011 quando è stata ricostituita un’associazione temporanea, con l’assenso della Asl 3 e delle due imprese mandanti, al fine di completare l’appalto. L’impresa individuata come capogruppo è la Gam di Paini Giuseppe che, insieme alle due imprese superstiti, Crocco srl e Isir spa, sta concludendo i lavori.

    Un cantiere indubbiamente sfortunato, nel contempo divenuto un fulgido esempio di sperpero di denaro pubblico. L’impegno economico, infatti, è aumentato nel corso del tempo. I primi anni di lavoro sono costati 6 milioni di euro che, sommati ai 4 milioni necessari per realizzare gli ultimi interventi, ha portato ad un costo finale dell’opera pari a circa 10 milioni. La spesa doveva essere coperta da un finanziamento pubblico Stato-Regione di oltre 7 milioni di euro ma evidentemente queste risorse non sono state sufficienti soprattutto per colpa dei ritardi accumulati.
    «Quando il progetto è partito esisteva ancora l’azienda ospedaliera Villa Scassi – spiega Emilio De Luca, delegato Uil – La copertura economica prevedeva anche la ristrutturazione del vecchio padiglione 9. Per realizzarla si attendeva che il padiglione fosse parzialmente svuotato grazie al nuovo 9 bis, ma purtroppo ciò non è mai avvenuto. Dopo la sospensione dei lavori per quasi 3 anni è stata lanciata una nuova gara d’appalto con conseguenti ulteriori spese. Il progetto è stato parzialmente modificato a causa delle nuove norme più stringenti sulla sicurezza, quindi i costi, inevitabilmente, sono aumentati».

    Il padiglione 9 bis conterrà 114 posti letto ordinari e 26 posti letto dedicati alla terapia dialitica. Parliamo di una struttura sviluppata su 6 piani che, secondo le intenzioni di Regione ed Asl 3, consentirà di fare l’auspicato salto di qualità all’ospedale Villa Scassi. «Recuperiamo oltre un centinaio di nuovi posti letto che serviranno a consolidare il dipartimento di emergenza, mettendo in moto una serie di spostamenti per dar più spazio al Pronto soccorso ed alle attività collegate», ha dichiarato recentemente l’assessore alla sanità della Regione Liguria, Claudio Montaldo.
    «In realtà non sappiamo con certezza quali funzioni sono destinate a trovare spazio nel padiglione 9 bis – racconta De Luca – Sicuramente i reparti di medicina, che attualmente sono ospitati nel vecchio padiglione 9, andranno a confluire nel nuovo 9 bis. Probabilmente anche neurologia e centro ictus. E poi si parla di nefrologia e dialisi».
    «L’assessore Montaldo ha annunciato con enfasi di aver recuperato oltre 100 posti letto – continua il rappresentante sindacale della Uil – Ma allo stesso tempo l’azienda sanitaria locale dovrà rivalutare i suoi piani alla luce della spending review del Governo Monti: in particolare proprio per quanto riguarda i tagli dei posti letto che dovranno passare da 4 ogni mille abitanti a 3,7. In pratica per la città di Genova parliamo di 800 posti in meno per acuti». Un’impresa difficile, considerando che appena due anni fa la Regione Liguria ha riorganizzato l’offerta sanitaria predisponendo già una pesante sforbiciata dei posti letto per pazienti acuti.
    Comunque resta un fatto positivo «L’aver trovato un’ubicazione moderna e funzionale per il reparto di medicina», sottolinea De Luca.

    Secondo le notizie che filtrano dall’Asl3, l’organizzazione del nuovo padiglione 9 bis seguirà le seguenti linee. Il piano 1 sarà destinato ai servizi interni, con la presenza di un magazzino per i materiali d’uso della dialisi, un locale tecnico per le apparecchiature di depurazione acque del reparto dialisi e lo spogliatoio del personale. Il secondo piano sarà interamente dedicato ad ospitare il reparto di degenza di Nefrologia ed il servizio di dialisi e metterà a disposizione 13 letti di degenza ordinaria di Nefrologia e 26 posti letto attrezzati dedicati al Servizio Dialisi.
    In ogni piano, inoltre, dovranno esserci tutti gli spazi di servizio previsti dalla normativa vigente per l’accreditamento della struttura: locali visita, locale lavoro infermieri, studio medici, studio Direttore struttura, magazzino pulito e magazzino sporco, area attesa, area soggiorno.
    Il terzo ed il quarto piano, invece, ospiteranno il reparto di degenza di Medicina Interna con 26 posti letto ciascuno, dedicati alla degenza ordinaria. Mentre al piano 5 saranno ubicati il reparto di degenza di Neurologia ed il Centro Ictus con la disponibilità di 17 posti letto per la degenza ordinaria e 8 posti letto per il Centro Ictus. Infine all’ultimo piano troverà posto il reparto di degenza di Pneumologia con 24 posti letto dedicati alla degenza ordinaria.

    Ma in definitiva, questa nuova struttura, servirà davvero a risolvere le criticità che affliggono l’ospedale di Sampierdarena?
    «Il principale problema del Villa Scassi è il Pronto soccorso sempre intasato – spiega De Luca – L’ostacolo è la logistica: ormai il Ps è troppo piccolo. Quando fu realizzato gli altri presidi territoriali funzionavano a pieno regime, pensiamo agli ospedali di Voltri, di Rivarolo, ecc. Allo stato attuale, avendo ridotto l’offerta sanitaria sul territorio, le dimensioni del nostro pronto soccorso sono ridotte rispetto alle esigenze a cui dobbiamo far fronte».
    «Ben vengano 100 posti letto in più ma purtroppo non saranno sufficienti a cambiare lo stato delle cose – conclude De Luca – Ad esempio, per i pazienti tenuti in osservazione breve, abbiamo a disposizione solo 10 posti letto. Quando tutti sono occupati siamo costretti a mettere i malati sulle barelle. Fortunatamente l’azienda ha preso una decisione importante ricavando altri 34 posti letto per la medicina d’urgenza. Oltre alla carenza di spazi non vanno dimenticati i disagi legati ai lunghi tempi d’attesa. Diretta conseguenza dei numerosi accessi al Ps del Villa Scassi. Forse troppi, sicuramente più del dovuto, per situazioni che in molti casi potrebbero essere risolte grazie ai presidi territoriali. Oggi, al contrario, assistiamo alla continua dismissione di servizi sanitari su tutto il territorio».

     

    Matteo Quadrone

  • Nodo di San Benigno: ritardo nell’avvio dei lavori, il Comune non ci sta

    Nodo di San Benigno: ritardo nell’avvio dei lavori, il Comune non ci sta

    Il progetto di potenziamento del Nodo di San Benigno a Sampierdarena – unica opera pubblica che non ha creato particolari contestazioni da parte dei cittadini, se escludiamo gli inevitabili disagi dovuti allo spostamento di alcune realtà produttive della zona per lasciare spazio al cantiere e l’incertezza legata al loro futuro (anche se la Regione Liguria, al momento dell’approvazione del progetto, ha assicurato che, grazie all’attivazione del Pris, il programma regionale per le infrastrutture strategiche, sarà garantita la ricollocazione di tutte le attività economiche esistenti) – per il momento resta fermo al palo. I lavori sarebbero dovuti partire nel primo semestre 2012 (per concludersi entro i primi mesi del 2015) ma invece sembra che occorrerà attendere almeno l’autunno.

    Negli ultimi tempi, infatti, è stato paventato il rischio di un possibile disimpegno da parte di Autostrade per l’Italia che attende di conoscere il pronunciamento della commissione del Ministero dell’Ambiente (probabilmente arriverà nel mese di luglio) in merito alla valutazione di impatto ambientale della Gronda di Ponente, sulla quale sono stati chiesti numerosi approfondimenti (su tutti i punti contestati Società Autostrade ha elaborato le proprie contro osservazioni) e le conseguenti scelte politiche dell’amministrazione cittadina.

    D’altra parte il restyling dell’elicoidale di Sampierdarena è da sempre considerata un’opera propedeutica alla realizzazione della Gronda. Parliamo di un progetto complessivo riguardante il “Passante di Genova” che si articola in diversi interventi: una nuova tratta autostradale, la cosiddetta Gronda di Ponente; una nuova carreggiata in direzione nord della A7 tra Genova Ovest e Genova Bolzaneto e il potenziamento dell’interconnessione A7/A12 sino al casello di Genova Est; Il potenziamento del “Nodo di San Benigno”, migliorando la connessione tra la viabilità locale e il casello di Genova Ovest. Inoltre, Autostrade per l’Italia si è impegnata a redigere la progettazione definitiva ed esecutiva dei seguenti interventi: nuova viabilità di accesso al distretto portuale di Voltri immediatamente a sud dell’omonima barriera autostradale (Progetto Definitivo completato); nuova viabilità di collegamento tra la barriera di Lavagna ed il centro abitato di Chiavari (Progetto Definitivo completato).
    Nonostante le giustificate preoccupazioni, una conferma dell’intenzione di andare avanti sul nuovo nodo, è arrivata pochi giorni fa quando Autostrade per l’Italia ha pubblicato sul proprio sito web l’elenco ufficiale dei soggetti interessati dagli espropri. Una lista che comprende sia i proprietari di manufatti da abbattere, che quelli di aree da sottrarre all’utilizzo in maniera temporanea al fine di aprire una parte di cantiere o di garantire la circolazione dei mezzi impegnati nei lavori.

    L’elevato numero di soggetti coinvolti (tra cui Autostrade per l’Italia, ANAS, Autorità portuale, Regione Liguria, Comune e Provincia di Genova), la complessità tecnica dell’opera, l’alto numero di interferenze con la viabilità e con la rete ferroviaria verso il Campasso, oltre ai numerosi interventi correlati (sia di tipo autostradale – anche attraverso la futura connessione diretta con la Gronda di Ponente – sia di tipo viario ordinario sia di tipo portuale), hanno reso complessa l’approvazione del progetto definitivo dell’opera, avvenuta ad agosto 2011 e formalizzata nell’ottobre dello stesso anno. Nel dicembre 2011 è stato presentato ad ANAS l’aggiornamento del progetto sulla base di quanto emerso in sede di Conferenza dei Servizi. Il costo presunto si aggira su circa 50 milioni di euro interamente a carico del costruttore.

    Il Nodo di San Benigno collega il casello autostradale con il porto commerciale, con la sopraelevata e con la viabilità ordinaria cittadina. Si tratta di uno dei punti chiave della viabilità genovese, sia per la presenza del più importante casello autostradale della città, ovvero Genova Ovest – dove converge l’intera rete ligure e il traffico diretto al centro cittadino e alle banchine portuali – sia in quanto nodo nevralgico della zona centro‐occidentale della città.
    Scopo dell’intervento è separare i flussi merci provenienti e diretti al porto di Genova da quelli caratterizzanti la viabilità ordinaria, ovvero le auto private che utilizzano l’elicoidale per attraversare la città. Le priorità di intervento prevedono: la razionalizzazione della circolazione, eliminando gli attuali punti di conflitto presenti sulla rampa elicoidale, causa principale di ingorghi e della formazione delle code sino alla barriera di Genova Ovest; l’individuazione di connessioni dirette con il porto, in modo da separare il traffico degli autoveicoli da quello dei mezzi pesanti.
    Ma quali saranno i benefici dell’opera?
    Innanzitutto il miglioramento dell’accessibilità autostradale cittadina, del porto e la riduzione degli impatti del traffico commerciale marittimo che attualmente grava sull’area in questione. Il Nodo di San Benigno, infatti, risulta spesso congestionato a causa della contemporanea presenza di traffico merci e traffico passeggeri. Inoltre l’attraversamento del nodo da parte dei mezzi pesanti in uscita dal porto condiziona fortemente il traffico cittadino, sia per picchi di attività che per blocchi delle attività portuali (scioperi, cattive condizioni ambientali).
    I lavori del nuovo nodo stradale permetteranno di affrontare gli incrementi nei volumi di traffico, in prevalenza containerizzato, che saranno conseguenti all’espansione delle banchine commerciali attualmente in fase avanzata di cantierizzazione in Calata Bettolo e Ronco Canepa senza gravare sulla mobilità cittadina. Ma non solo, secondo il disegno definitivo, si creano le condizioni per realizzare un percorso specifico che dallo stabilimento di Ansaldo Energia, a Campi, conduca fino all’imbarco, nel porto di Sampierdarena. In questo modo, si potrebbe riaprire il tavolo di confronto con l’azienda genovese, da anni costretta a ricorrere al porto di Massa per l’imbarco dei grandi componenti costruiti nei capannoni di Campi.
    Il progetto definitivo prevede di intervenire con una soluzione a basso impatto, ridimensionata rispetto al disegno originale. Nel 2010, infatti, è stata presentata una seconda alternativa di intervento che apporta alcuni elementi di miglioramento tra cui: la costruzione di una nuova rampa Lungomare Canepa (per consentire il collegamento diretto del traffico pesante con il Lungomare e il nuovo Varco Etiopia); la costruzione di una nuova rampa Via Milano ‐ Sopraelevata; un adeguamento di accesso alla A7; la creazione di un collegamento Via Milano ‐ Terminal Traghetti (per consentire il collegamento diretto all’imbarco dal Lungomare Canepa realizzando un ulteriore accesso rispetto a quello di Varco Albertazzi); l’ottimizzazione dell’accesso alla Sopraelevata Portuale (per agevolare le manovre dei mezzi pesanti in entrata e in uscita dal porto); la garanzia della piena compatibilità con il potenziamento di Lungomare Canepa.

    L’intervento sarà diviso in due lotti. Il primo (piastrone di ingresso al porto, ingresso al terminal traghetti, immissione in sopraelevata direzione Levante), secondo le intenzioni di Autostrade per l’Italia, dovrebbe essere affidato direttamente ad una propria società controllata, Pavimental, che si occupa di manutenzioni e costruzioni stradali, mentre per il secondo lotto sarà necessario lanciare una gara pubblica.
    Ma il recente Decreto Sviluppo del Governo Monti, per quanto riguarda le opere infrastrutturali, ha stabilito la riduzione della percentuale dei lavori che i concessionari possono affidare ad aziende sotto il proprio controllo (dal 50% si passa al 40%). Nel contempo viene elevata, dal 50% al 60%, la quota dei lavori che i concessionari, titolari di concessioni assentite prima del 30 giugno 2002, sono tenuti ad affidare attraverso procedure di evidenza pubblica.
    La conseguenza inevitabile, secondo Autostrade per l’Italia, è lo slittamento dell’avvio dell’opera, considerando i tempi necessari per realizzare la gara d’appalto.

    «Alla luce della nuova normativa stiamo verificando se sia opportuno o meno affidare l’intervento a Pavimental – conferma Autostrade per l’Italia – dobbiamo rifare il piano e valutare le diverse possibilità. Nel caso fosse necessario lanciare una gara di appalto i tempi per l’avvio dei lavori si allungherebbero di circa un anno».

    L’amministrazione comunale crede fortemente nell’utilità del nuovo Nodo di San Benigno ma, come detto in precedenza, il destino di quest’opera è intrinsecamente legato a quello della Gronda di Ponente, in merito alla quale si attende il parere del Ministero dell’Ambiente e la valutazione politica di Palazzo Tursi.
    Il Comune di Genova comunque non ci sta e per voce del Vice Sindaco e assessore con delega all’attuazione delle grandi opere viarie, Stefano Bernini, rilancia «Per noi il progetto nodo è fondamentale – ribadisce Bernini – Occorre realizzarlo subito perché è coerente al trasferimento della viabilità sulla nuova strada a mare, su Lungomare Canepa e sulla sopraelevata».

    «Siamo stufi del gioco che sta conducendo Autostrade – accusa Bernini – Siamo di fronte ad un’evidente volontà di rallentare le cose. Non sta in piedi chiamare in causa le nuove norme previste dal Decreto Sviluppo per giustificare il ritardo nell’avvio dei lavori. Il Nodo di San Benigno, a livello di importo economico, rappresenta una piccola parte rispetto al progetto complessivo del Passante di Genova. Per questo motivo Autostrade per l’Italia può inserire l’intervento all’interno della percentuale del 40% di affidamento diretto alle controllate. In altri termini a Pavimental possono essere assegnati subito i lavori per il Nodo di San Benigno. Spetta alla società titolare della concessione decidere quali interventi rientrano nel 60% di affidamento pubblico e quali no».

    «Autostrade vuole rallentare l’avvio dell’opera perchè prima vuole conoscere il destino della Gronda – conclude Bernini – Questo è il vero motivo dei ritardi. Noi, al contrario, riteniamo sia necessario accelerare. E chiederemo un incontro a breve con la società concessionaria».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore

  • Gas, Gruppo di Acquisto Solare: risultati e prospettive del progetto

    Gas, Gruppo di Acquisto Solare: risultati e prospettive del progetto

    Il Gas, acronimo che sta a significare Gruppo di Acquisto Solare, nato a Genova nell’autunno del 2011 grazie ad un’intesa tra il Comune di Genova e Legambiente, ha l’obiettivo di promuovere ed agevolare l’accesso al mercato solare da parte delle famiglie ma anche delle piccole aziende.

    Un meccanismo virtuoso che si colloca nell’ambito delle azioni da attivare in applicazione del Patto dei Sindaci in tema di energie rinnovabili e risparmio energetico (Genova ha aderito nel 2009) ed è riconosciuto all’interno del Piano di Azione per l’Energia Sostenibile – Sustainable Energy Action Plan, SEAP – del Comune di Genova (approvato nell’agosto 2010) che si è posto come obiettivo una riduzione complessiva del 23% delle emissioni di CO2 entro il 2020, come strumento innovativo e democratico per facilitare non solo l’installazione di impianti fotovoltaici e solari domestici, ma anche per aumentare la socialità e la partecipazione dei cittadini, fornendo al tempo stesso maggiori conoscenze culturali e tecniche nel settore delle energie rinnovabili.
    «Una svolta importante decisa dall’ex amministrazione guidata da Marta Vincenzi – sottolinea Franco Montagnani di Legambiente – Questa, infatti, è stata l’occasione propizia per realizzare un censimento sul consumo energetico del Comune e delle sue numerose proprietà».
    Il progetto è semplice: l’amministrazione comunale fornisce ai cittadini tutte le informazioni riguardanti l’elaborazione di dati, documenti e calcoli necessari per la corretta valutazione delle offerte relative al solare fotovoltaico presenti sul mercato e sulle formalità burocratiche da assolvere per la realizzazione di un impianto. Inoltre, indica loro le possibilità di contributi e finanziamenti offerti da banche ed enti. A disposizione dei genovesi, oltre ai siti internet del Comune di Genova e Legambiente Liguria, ci sono lo Sportello Gas Genova nella sede di Legambiente in via Caffa 3/5b ed il LabTer Green Point a Palazzo Verde presso i Magazzini dell’Abbondanza nell’area del Porto Antico.
    La parte tecnica di gestione del Gas è affidata a Legambiente Liguria, associazione forte dell’esperienza già acquisita in progetti analoghi di Gruppi di Acquisto Solari realizzati in Italia negli ultimi anni, il primo avviato grazie a Legambiente Padova. Finora 3000 famiglie/aziende in tutta Italia hanno aderito ai gruppi di acquisto solare.

    «Il fotovoltaico è l’unico settore che è in crescita e negli ultimi due anni, a livello globale, il consumo di energia solare è raddoppiato – spiega Montagnani – Ed anche in Italia si è affermato, sicuramente grazie agli incentivi. Ora però le cose cambieranno leggermente con il quinto Conto energia (per promuovere l’utilizzo di fonti rinnovabili per la creazione di energia, il 19 Settembre 2005 è entrata in vigore anche in Italia la possibilità di usufruire di incentivi per la costruzione di impianti fotovoltaici che verranno erogati in “conto energia”, ovvero rivendendo tutta l’energia elettrica prodotta direttamente al GSE-Gestore dei servizi elettrici ad una tariffa incentivante, ndr) che dovrebbe uscire ad ottobre 2012. Il nuovo Conto energia non sarà più basato sulla produzione bensì sul consumo. La scelta di incentivare l’autoconsumo è giusta. Comunque investire nel fotovoltaico conviene sempre perchè, se da un lato calano gli incentivi, dall’altro diminuisce il costo dei materiali».

    Ma perché installare un pannello solare oggi? «Oltre a essere un valido aiuto contro l’effetto serra, i pannelli solari sono un investimento tra i più redditizi – spiega Legambiente – possono azzerare le nostre bollette elettriche domestiche e ridurre fortemente quelle termiche, grazie agli incentivi statali, tra i più generosi del mondo». E qual è la funzione di un gruppo d’acquisto solare? «Acquistare un impianto solare termico o fotovoltaico non è facile come comprare un chilo di patate – continua Legambiente – esistono centinaia di marche sul mercato, decine e decine di imprese, molte tecnologie diverse tra loro».
    Il Gas raggruppa le famiglie interessate ad installare un impianto solare termico o fotovoltaico e grazie all’esperienza di Legambiente e alla consulenza di Azzero CO2 – una società di consulenza energetico-ambientale – offre alle aziende del territorio la possibilità di presentare un’offerta per prodotto e servizio chiavi in mano sulla base di rigide regole e richieste tecniche scrupolose.
    I vantaggi sono evidenti: abbattimento dei costi intorno al 10/15%; scrematura dei preventivi; migliori garanzie del prodotto; convenzioni con istituti assicurativi e bancari; manutenzione e pratiche amministrative comprese. «In alcuni preventivi di famiglie genovesi i ricavi oscillano tra il 15 ed il 25 % e sono garantiti per 20 anni, come prevede il Conto energia – aggiunge Montagnani – Il tempo di rientro del capitale è stimato dai 5 agli 8 anni. In determinati casi questo investimento può diventare una vera e propria fonte di guadagno».

    A che punto siamo attualmente?
    «Oggi sono 54 gli aderenti al Gas, ovvero coloro i quali hanno manifestato un interesse verso il progetto – racconta Franco Montagnani nell’incontro pubblico svoltosi martedì 26 giugno, grazie alla collaborazione tra Legambiente ed Arci San Nicola, presso i locali della sezione del Pd di Castelletto – Molti sono in fase “dormiente” e per vari motivi devono ancora decidere se attivarsi». Sono invece 27 i soggetti che hanno sottoscritto il contratto con l’azienda installatrice scelta tramite gara dal Gas, 21 nel Comune di Genova, 6 fuori dai confini comunali.
    Il progetto si è sviluppato attraverso l’organizzazione di assemblee pubbliche nei vari quartieri con l’appoggio dei Municipi. La prima riunione si è svolta in Media Valbisagno il 25 ottobre 2011, seguita da un’altra quindicina di incontri.
    «Il nostro intento è stato quello di recarsi nei territori dove è più diffusa la presenza di case piccoli mono o bifamiliari – racconta Montagnani – Nella fase iniziale non ci siamo rivolti ai condomini perché in questo caso esiste un problema legato alla difficoltà di coniugare gli interessi dei diversi proprietari. Gli impianti fotovoltaici dovrebbero essere installati sul terrazzo che spesso è proprietà di tutti gli inquilini e non è divisibile, quindi occorre una condivisione d’intenti. Sempre più persone che abitano in un condominio ci chiedono informazioni in merito al fotovoltaico ed il prossimo passo sarà cercare di coinvolgere anche loro».

    I numeri raggiunti finora, 54 aderenti di cui 27 hanno già sottoscritto il contratto, sono piccoli ma decisamente significativi. Genova e la Liguria, infatti, sono maglia nera nel campo delle rinnovabili ed il Gas rappresenta un primo grande successo.
    «Il valore aggiunto di questa iniziativa è essere riusciti a riunire le conoscenze dei diversi cittadini, attraverso la condivisione delle informazioni – spiega Montagnani – I Gas sono utili perché permettono di acquistare impianti di qualità a migliori condizioni rispetto al singolo acquirente».
    Stiamo parlando soprattutto di fotovoltaico piuttosto che di solare termico (per la produzione di acqua calda). Il solare termico presenta più difficoltà dal punto di vista della compatibilità paesaggistica (il 60% del territorio comunale è tutelato). Mentre gli impianti fotovoltaici, grazie all’innovazione tecnologica, hanno ottenuto buoni risultati, rendendo possibile la realizzazione di modelli di integrazione architettonica: pannelli che sostituiscono completamente il tetto e non presentano problemi dal punto di vista paesaggistico.

    A Genova i Municipi interessati sono Val Polcevera, Media Val Bisagno, Levante e Ponente, in particolare le zone rurali ad esempio San Martino di Struppa, Crevari, Apparizione, Murta, per citarne alcune. Mentre sono in via di attivazione altri Gruppi di Acquisto Solare nei comuni di Lavagna, Neirone ed Arenzano.

    «Nel marzo 2012 abbiamo scelto la ditta installatrice – racconta Montagnani – tramite un capitolato di gara con condizioni ristrette, non solo commerciali e tecnologiche, ma anche ambientali (ad esempio pannelli a km zero). Successivamente i cittadini si sono attivati per ottenere al più presto i sopralluoghi. Tutte operazioni totalmente gratuite per i cittadini».
    Dopo i sopralluoghi, l’azienda ha emesso i preventivi rispettando determinati requisiti di trasparenza, fornendo ipotesi di finanziamento e progressivo rientro dalla spesa. «Solo con l’unione promossa dal Gas si ottengono condizioni così favorevoli», precisa Montanani. Una volta visionato il preventivo l’utente ha la possibilità di riflettere sulla bontà dell’investimento. Il passo successivo è quello ufficiale con la firma del contratto ed il pagamento di un anticipo.
    «Adesso, in collaborazione con l’Ufficio Tutela del Paesaggio del Comune, dovremo affrontare le pratiche burocratiche per ottenere le autorizzazioni», continua Montagnani.
    Nel febbraio 2012 un protocollo d’intesa firmato dalla Soprintendenza della Liguria e dalla Regione Liguria ha definito le regole per l’installazione degli impianti fotovoltaici. «Sono state inserite delle deroghe che in alcuni casi consentono di non dover presentare la richiesta di autorizzazione paesaggistica – spiega Montagnani – Per gli impianti fotovoltaici spesso è sufficiente la Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività). I principali criteri da seguire riguardano l’installazione degli impianti e la loro inclinazione. In particolare, i pannelli devono seguire l’inclinazione della falda del tetto».

    «A breve, verso la fine della settimana prossima, presenteremo i progetti per ottenere le autorizzazioni – conclude Montagnani – Speriamo, nel corso dell’estate, di portare a termine l’installazione di tutti i 27 impianti. Noi vogliamo aumentare il numero di aderenti ma bisogna anche considerare che l’attuale Gas, ad un certo punto, potrebbe aver terminato il suo compito e lasciare spazio alla nascita di un nuovo Gruppo di Acquisto Solare. È questo lo spirito del progetto. Tra l’altro, con il nuovo Conto energia, cambierà lo scenario e quindi anche le condizioni per l’azienda installatrice».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Castelletto, Villa Piaggio: nuove residenze con vista parco

    Castelletto, Villa Piaggio: nuove residenze con vista parco

    Villa Piaggio è uno storico edificio che sorge sulle pendici collinari di Carbonara, lungo l’antica salita di San Simone, nel quartiere Castelletto, in posizione dominante sulla città. Oggi ospita la sede della polizia municipale, il distretto sociale del Municipio Centro Est, l’associazione “Anziani Oggi” e l’Istituto Internazionale delle Comunicazioni (associazione di enti prevalentemente pubblici tra cui Comune, Provincia ed Università di Genova). L’imponente mole della villa è circondata da un vasto parco di stile prevalentemente romantico con folta vegetazione costituita per lo più da macchia mediterranea.

    «Costruita nel XV dai Moneglia, illustre famiglia patrizia proveniente da Chiavari che possiede molte proprietà in quella zona, passata successivamente ai Salvago e quindi ai Pinelli Gentile di Tagliolo, viene ristrutturata nel 1830 su progetto di Ippolito Cremona – si legge sul sito web www.fosca.unige.it (Fonti per la Storia della Critica d’Arte) – Intorno al 1890 viene acquistata dal senatore Erasmo Piaggio che ne fa la propria residenza e ne affida la ristrutturazione prima a Severino Picasso e successivamente a Luigi Rovelli. Nel 1958 la villa è venduta dagli eredi alle suore dell’Assunzione che l’adibiscono ad uso scolastico senza apportare particolari trasformazioni».
    Nel 1971 l’edificio passa di proprietà al comune di Genova. Attualmente il parco è diventato giardino pubblico, un “polmone verde” del quartiere, particolarmente apprezzato dai residenti ma non solo.
    Al complesso della villa si accede da due diversi ingressi: il più antico è quello su via Pertinace dove era posta l’antica portineria, ancora oggi esistente, costituita da un palazzo in stile neo medievale; l’altro è stato realizzato nel tardo ‘800 in seguito al taglio di corso Firenze ed è costituito da un ingresso monumentale in tono con lo stile della villa che si collega, dopo una serie di tornanti, alle scuderie e quindi all’ampia terrazza prospiciente la villa.
    «Nel parco, inoltre, vi sono alcune costruzioni in stile neo medievale, ingentilite da elementi decorativi, quali lapidi e stemmi, ripresi da modelli di edifici medievali e rinascimentali – si legge ancora su www. Fosca.unige.it – Il progetto di ristrutturazione di Severino Picasso, datato 1887, ci permette di analizzare i cambiamenti della villa. L’edificio a quella data si presenta come un corpo allungato, con due corpi loggiati ortogonali al fronte, che si protendono verso il mare». La villa attuale è «La risultante di aggregazioni successive con ampliamento di più unità. Nel 1798 la valutazione catastale indica la villa come tra le più importanti dell’area compresa nella cinta muraria del XVII secolo e quindi, in quel periodo, ha già raggiunto notevoli dimensioni».

    Nel 2010 il Comune di Genova decide di fare cassa mettendo in vendita beni immobiliari per dodici milioni, da Cornigliano a Castelletto. Tra questi ci sono anche tre immobili sette – ottocenteschi appartenenti al complesso originario di Villa Piaggio, ubicati nella parte bassa del parco.
    Parliamo delle antiche scuderie della villa, due fabbricati che si affacciano, da un lato sul parco della villa, dall’altro su Salita San Nicolò, mentre uno, quello di dimensioni minori, si affaccia su Salita Inferiore San Simone. Tutti giacciono, ormai da molto tempo, in stato di pesante degrado e necessitano di un importante intervento di ristrutturazione.

    «Purtroppo manca una visione progettuale da parte di Palazzo Tursi – spiega Franco Montagnani, esponente di Legambiente e del Comitato di zona – Gli amministratori pubblici pensano di avere la coscienza pulita recuperando denaro grazie alla vendita di beni pubblici. Ma parliamo di beni comuni, spazi vitali per i cittadini che, invece di essere ceduti ai privati, potrebbero essere riqualificati in funzione delle esigenze del territorio».

    Il bando di gara, come detto, risale al giugno 2010 ma, come spiega il presidente di Spim (società per la gestione del patrimonio pubblico, interamente controllata dal Comune di Genova), l’ingegnere Tommaso Cabella «L’atto ufficiale di vendita è del 29 settembre 2011. L’amministrazione comunale ha deciso di mettere in vendita gli immobili per provare a porre fine al degrado».
    I tre edifici, complessivamente, hanno una superficie agibile coperta di 1690 metri quadrati e sono accessibili da via Pertinace. Altri 775 metri quadrati sono di terreni pertinenziali. Il complesso di immobili – vincolati dalla Soprintendenza – è stato messo all’asta per 1 milione e 850 mila euro. Ed è probabile immaginare che, considerata la difficile congiuntura del mercato immobiliare, non sia stato possibile ricavare di più.

    «Spesso si sente parlare della necessità di spazi per le numerose realtà associative genovesi – spiega Montagnani – Ebbene all’interno dei parchi, delle ville storiche sparse per la città, questi luoghi ci sono. Con un po’ di buona volontà e solidarietà tra le persone sarebbe possibile recuperarli e destinarli alle attività delle associazioni. Lo stesso vale per Villa Piaggio, dove alcuni edifici sono da anni abbandonati a se stessi e nessuno, a livello istituzionale, si è preoccupato di ipotizzare per loro una nuova vita. Indubbiamente vedere degli immobili in queste condizioni, in una zona come Castelletto, è un pugno nell’occhio. Peccato però che un domani, queste prestigiose residenze vista parco, se le godranno esclusivamente pochi privilegiati».

    La conferma arriva dalla stessa Spim «A quanto ci risulta l’acquirente (una società non meglio precisata, ndr) sta sviluppando un progetto, in accordo con la Soprintendenza, per stabilire il futuro utilizzo degli immobili – spiega Cabella – Probabilmente la funzione sarà residenziale».

    Per il momento i lavori di ristrutturazione sono fermi al palo. Nell’edificio che sorge più in basso si può notare un cantiere che però sembra inattivo. Un cartello con le autorizzazioni per gli interventi di manutenzione straordinaria indica come data di denuncia inizio attività il 5 ottobre 2011, quindi pochi giorni dopo la vendita degli immobili. La proprietà è di Castalia s.r.l. con sede a Genova in via Ippolito D’Aste; il committente, invece, è Ambrosiana s.rl. con sede a Milano in via Olgettina (resa famosa dalle girls dell’ex premier Silvio Berlusconi, ndr).

    Nel nuovo Puc (Piano Urbanistico Comunale) l’area della villa e del parco è considerata servizi pubblici, in particolare servizi territoriali e di quartiere di valore storico-paesaggistico. Gli immobili venduti da Spim sorgono sulla cornice esterna del giardino, una porzione che il Puc individua come Ambito AC-US (contrassegnato da un colore rosso acceso), ambito di conservazione dell’impianto urbano storico.

    Tra le funzioni ammesse le principali sono residenza, strutture ricettive alberghiere, servizi privati, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita ma anche parcheggi privati pertinenziali e parcheggi “fai da te”.
    La ristrutturazione edilizia è consentita, «Purché prevista da un progetto che ne dimostri la compatibilità sotto il profilo architettonico e funzionale, senza obbligo di reperire parcheggi pertinenziali con la seguente limitazione: l’ampliamento volumetrico nel limite del 20% della S.A. esistente è consentito anche tramite la sopraelevazione di un solo piano».
    La sostituzione edilizia è consentita, «Salvo che per gli edifici significativi sotto il profilo monumentale, architettonico, paesaggistico o documentario anche in relazione al contesto».
    La nuova costruzione è consentita «Limitatamente a: parcheggi pertinenziali o “fai da te” esclusivamente interrati; nuovi edifici in luogo di edifici preesistenti, anche con incremento della S.A. preesistente nel limite del 20%, ma esclusivamente per effetto di recupero di S.A. derivante da anticipati interventi di demolizione; nuovi edifici mediante demolizione e ricostruzione di edifici esistenti nell’ambito del lotto, salvo che per gli edifici significativi sotto il profilo monumentale, architettonico, paesaggistico o documentario anche in relazione al contesto, con incremento della S.A. esistente nel limite del 20%».
    Poi il Puc aggiunge «Gli interventi sul patrimonio edilizio esistente devono essere realizzati secondo le seguenti indicazioni: perseguire il mantenimento e la valorizzazione delle caratteristiche architettoniche, tipologiche e storico-ambientali dell’edificio, dell’intorno, degli spazi liberi e a verde e dei percorsi pedonali e storici; le modifiche e gli incrementi superficiari ammessi devono risultare organicamente connessi con l’edificio esistente; per gli interventi relativi a ville storiche e a edifici di particolare pregio architettonico il progetto deve riguardare l’intero immobile e le aree di pertinenza; agli interventi deve essere correlata la riqualificazione degli spazi di pertinenza, nell’obiettivo di una progettazione organica del verde; gli ampliamenti volumetrici comportanti sopraelevazione devono salvaguardare i caratteri architettonici dell’edificio stesso armonizzando l’ampliamento anche rispetto agli edifici circostanti».
    Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi, augurandosi che la società che si è aggiudicata edifici e terreni, rispetti le prescrizioni del Piano Urbanistico e le indicazioni della Soprintendenza.

     

     

     

     

     

     

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex ospedale psichiatrico: il punto sulla vendita del patrimonio immobiliare

    Quarto, ex ospedale psichiatrico: il punto sulla vendita del patrimonio immobiliare

    Era l’ottobre scorso, quando ci siamo occupati dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, preannunciando la prossima “cartolarizzazione” degli ultimi immobili rimasti di proprietà dell’Asl 3. Ed in effetti non siamo stati smentiti visto che, con la delibera n. 1265 del 22 novembre 2011 – completando così l’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare iniziata nel 2008 – l’azienda sanitaria locale, su impulso della Regione Liguria ansiosa di fare cassa, ha approvato l’elenco dei beni da dismettere e valorizzare tramite la vendita ad Arte Genova (Azienda Regionale Territoriale per l’Ediliza), conferendo alla Regione il mandato a farsi carico degli adempimenti incombenti.
    A distanza di alcuni mesi proviamo a fare luce sul possibile destino di un’area con pochi eguali in città, per comprendere se davvero la Regione Liguria riuscirà a ricavare dalla vendita, le risorse economiche necessarie per ripianare i disavanzi del comparto sanitario.
    I tempi, comunque, sono abbastanza lunghi visto che i piani aziendali, per quanto riguarda l’ex ospedale psichiatrico di Quarto, prevedono come termine ultimo per il rilascio effettivo, fine 2014.

    Ma facciamo un passo indietro. Il primo stralcio della cartolarizzazione, quella del 2008, comprendeva lo storico corpo centrale e la parte più recente dell’ex ospedale psichiatrico, ovvero alcune palazzine tra cui quelle che un tempo erano le sedi rispettivamente del corso per infermiere, del direttore e dell’economo, immobili acquistati negli ultimi anni da Valcomp due, società partecipata da Fintecna Immobiliare, a sua volta un’emanazione del colosso parastatale Fintecna.
    La cosiddetta ex “Casa delle infermiere”, completamente ristrutturata con una spesa di circa 5 milioni di euro decisa dalla Giunta Biasotti – che aveva intenzione di trasformarla nella sede dell’Istituto Italiano di Tecnologia prima che quest’ultimo venisse trasferito a Morego – oggi giace desolatamente abbandonata a se stessa.
    Anche le strade di accesso all’area sono divenute proprietà di Valcomp due. Alcune, a partire da dicembre scorso, sono state chiuse con blocchi di cemento. La conseguenza immediata è stata lo spostamento dell’ingresso principale che ora si trova in una posizione alquanto scomoda, praticamente a ridosso di una curva, sempre in via Giovanni Maggio.

    La seconda cartolarizzazione, invece, fa piazza pulita degli immobili superstiti, visto che in mano ad Arte è finita la parte antica dell’ex ospedale psichiatrico. Quest’ultima attualmente ospita diversi servizi sanitari e amministrativi, tra i quali alcune comunità psichiatriche, una comunità per minori disabili, strutture residenziali per anziani, per pazienti psichiatrici e disabili, servizi di medicina legale, diversi uffici amministrativi. Inoltre al suo interno sono presenti la Biblioteca del Dipartimento di Salute Mentale, il Museo delle forme inconsapevoli, l’Archivio storico delle cartelle cliniche dell’ex ospedale, il centro per la somministrazione dei pasti alle strutture sanitarie dell’Asl 3, alcune aule dedicate alla formazione del personale Asl, in cui si tiene, tra l’altro, il corso di Scienze infermieristiche dell’Università di Genova.
    L’unica eccezione è rappresentata da una piccola ala che rimarrà di proprietà dell’Asl 3 e sarà destinata ad ospitare i servizi territoriali sanitari per il Levante.

    Inizialmente era prevista la completa dismissione del complesso (vedi delibera del 22 novembre) – per un valore stimato in circa 32 milioni di euro – ma successivamente l’Asl 3, con la delibera n. 1429 del 28 dicembre 2011, è intervenuta per stoppare la vendita di questa porzione.
    «Considerato che il reperimento di immobili nei quali trasferire quota parte delle attività attualmente ubicate all’interno della suddetta area di Quarto, con adeguate caratteristiche e o ubicazioni spaziali, comporterebbe sia in caso di acquisto in proprietà sia in caso di acquisizione in locazione, l’assunzione di oneri diretti ed indiretti di fatto non bilanciati, in un’ottica di efficienza dell’azione amministrativa di sistema, dalle risorse ricavabili dalla relativa alienazione – si legge nel documento firmato dal Direttore generale Asl 3, Corrado Bedogni – Ritenuto pertanto che, a seguito della suddetta rivalutazione in termini di costi/benefici delle previste riallocazioni del ricavato della vendita preventivato in detta prima programmazione di dismissione della citata area di Quarto, risulta opportuno rimodulare in parte qua il relativo piano di dismissione delle aree e trasferimento di attività istituzionali, escludendo dalla vendita di cui trattasi una quota parte di immobile (di circa 4779 mq lordi coperti) sita in Genova Quarto via Giovanni Maggio 6, occupata dai padiglioni 7, 8 e 10».
    In pratica l’azienda sanitaria locale ha stimato i costi necessari per trasferire i servizi presenti a Quarto in altre sedi: in caso di acquisto di nuovi immobili l’esborso sarebbe di circa 13 milioni; mentre l’ipotesi di affitto di nuovi locali comporterebbe una spesa di oltre 2 milioni per le ristrutturazioni ed oltre 550 mila euro annui per le locazioni.
    Con l’esclusione di questi tre padiglioni la stima della vendita scende da 32 a circa 28 milioni di euro ed il ricavo economico preventivato dalla Regione, considerando anche le cifre sopracitate, potrebbe diminuire in maniera considerevole.

    Bisogna inoltre fare i conti con un altro fattore, decisamente non secondario. Alcuni immobili dell’area di Quarto, infatti, sono stati oggetto di finanziamenti per mezzo di mutui a carico dello Stato, concessi dalla Cassa Depositi e Prestiti. Il patrimonio immobiliare dovrebbe rappresentare la garanzia per la Cassa Depositi e Prestiti ma l’operazione di vendita impone di estinguere tali mutui valutando attentamente gli oneri conseguenti.
    E ancora registriamo un ulteriore spreco di soldi pubblici che fa il paio con i 5 milioni di euro gettati al vento per l’inutile restyling dell’ex “Casa delle infermiere”. Parliamo dei lavori di ristrutturazione dell’ex residenza psichiatrica denominata Casa Michelini (ubicata all’interno della parte antica dell’ex ospedale) che hanno comportato una spesa da parte della Regione Liguria di oltre 2 milioni di euro. Nonostante ciò, l’immobile rimesso a nuovo e consegnato nel 2011 dopo anni di lavoro, è stato anch’esso venduto.

    Infine non vanno dimenticati i problemi logistici. Come detto precedentemente, l’Asl 3 conserverà solo una porzione dell’antico complesso dell’ex ospedale psichiatrico, isolata da tutto il resto e circondata da proprietà di Valcomp due e di Arte (in attesa di nuovi acquirenti, senza escludere l’ipotesi che ad acquisire i restanti immobili sia la stessa Valcomp due) e con un’unica stretta strada d’accesso ubicata sul lato nord, non adeguata per garantire un’agevole passaggio ad utenti e personale che dovranno recarsi presso la futura sede dei servizi sanitari del Levante.
    Per questo l’azienda sottolinea nella delibera del dicembre scorso «Considerato che l’accesso alla citata quota parte di area (padiglioni 7, 8 e 10 di proprietà asl 3, ndr) è possibile solo a seguito di acquisizione di diritto di passaggio sulla rimanente area di proprietà del futuro acquirente, per cui è indispensabile che nell’atto di vendita venga prevista la costituzione di servitù di passaggio a favore di questa azienda sanitaria per consentire il suddetto accesso». Inoltre l’Asl 3 chiede alla Regione di «Asservire un’adeguata quota parte dell’area di proprietà del futuro acquirente in zona limitrofa alle aree non trasferite ad uso posteggio per n. 20 auto scoperti, a favore di questa azienda sanitaria».

    A complicare una vicenda già di per sé intricata, va ricordato che la società proprietaria di buona parte dell’area, Valcomp due, è pure coinvolta nella realizzazione della nuova sede di via Degola che, nei piani della Regione, avrebbe dovuto accogliere gli uffici amministrativi dell’Asl 3 attualmente ospitati in via Bertani, via Maggio e all’ospedale Villa Scassi. Un progetto dal costo di circa 17 milioni di euro. Secondo il consigliere regionale della Lista Biasotti, Lorenzo Pellerano, impegnato da mesi sulla questione dell’ex ospedale psichiatrico, si tratta di una vera e propria ipotesi di scambio Regione-Fintecna immobiliare «La Regione doveva acquistare gli spazi di via Degola dalla società Quadrifoglio, riconducibile a Fintecna. Da un lato nel 2008 la Regione, tramite Arte, ha venduto gli immobili di Quarto ad una società Fintecna immobiliare (Valcomp due), dall’altro intendeva ricompensarla acquistando i locali di via Degola».

    «Fortunatamente l’operazione è stata bloccata – continua Pellerano – visto che, con colpevole ritardo, ci si è accorti che i locali non dispongono dello spazio sufficiente per ospitare tutti gli uffici amministrativi».

    Tornando al destino dell’ex ospedale psichiatrico il consigliere Pellerano sottolinea «Arte ha acquistato gli immobili a circa 1400 euro al metro quadro. Una cifra irrisoria se confrontata con i canoni di mercato della zona».
    Quindi il futuro dell’area è intrinsecamente legato alle opportunità offerte dal cambio di destinazione d’uso degli immobili ai fini di una loro una valorizzazione. Decisione che spetta al Comune di Genova ma se quest’ultimo non interverrà, la legge stabilisce che potrà farlo direttamente la Regione Liguria.
    In altri casi di dismissione del patrimonio immobiliare di aziende sanitarie liguri sono state previste alcune premialità a favore dell’acquirente, ad esempio l’aumento dei volumi «È ovvio che il prezzo al metro quadro scenderà ancora consentendo la possibilità di incrementare la residenzialità», precisa Pellerano.

    L’area dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, nel nuovo Puc (Piano Urbanistico Comunale) approvato dalla giunta Vincenzi, è il Distretto di trasformazione urbana 2.09. Secondo le Norme di congruenza (Distretti) l’obiettivo della trasformazione è la «Riconversione del complesso dell’ex Ospedale di Quarto per la parte non più in utilizzo al SSN, per la costituzione di un insediamento residenziale integrato con un polo per attività direzionali e ad alto contenuto tecnologico del levante cittadino, associate a funzioni urbane compatibili e in connessione con il sistema della mobilità urbana».
    Il distretto è diviso in 3 settori: 1 e 2 comprendono l’area già di proprietà di Valcomp due; 3 l’area verde a nord.
    Nei primi due settori le Funzioni principali ammesse sono: Residenza, Industria, artigianato, Uffici, Strutture ricettive alberghiere, Servizi privati. Ma anche parcheggi privati e pubblici di livello urbano; le Funzioni Complementari ammesse sono: Connettivo urbano, Esercizi di vicinato.

    Nel terzo settore è previsto un «Progetto di opera pubblica per il completamento del parco pubblico».
    Le Norme di congruenza precisano «La trasformazione deve assicurare la conservazione dell’immagine paesaggistica complessiva, caratterizzata dalla diffusa e consistente qualificazione delle aree verdi ed alberate e del valore storico-monumentale dell’edificio dell’ex Ospedale Psichiatrico».

    L’area dove è ubicata la parte antica dell’ex ospedale, quella venduta ad Arte con l’ultima cartolarizzazione, non rientra nel distretto. Risulta, invece, in larga misura, un’area destinata a Servizi territoriali e di quartiere di valore storico paesaggistico. Mentre una porzione rientra nell’Ambito di conservazione dell’impianto urbanistico AC-IU.

    In quest’ambito le Funzioni principali ammesse sono: Residenza, strutture ricettive alberghiere, servizi privati, connettivo urbano escluso le sale da gioco polivalenti, le sale scommesse, bingo e simili, uffici, artigianato minuto, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita nei limiti previsti dalla disciplina di settore. Le Funzioni complementari ammesse sono: attività produttive e artigianali. Ma anche Parcheggi privati: Parcheggi pertinenziali, parcheggi liberi da asservimento e parcheggi “fai da te”.
    La ristrutturazione edilizia è «Consentita, purché prevista da un progetto che ne dimostri la compatibilità sotto il profilo architettonico e funzionale, con la seguente limitazione: l’ampliamento volumetrico nel limite del 20% della S.A. esistente è consentito anche tramite la sopraelevazione di un solo piano». La nuova costruzione è «Consentita limitatamente a: parcheggi privati esclusivamente interrati per le quantità eccedenti le quote minime pertinenziali; nuovi edifici, mediante demolizione e ricostruzione di edifici esistenti nell’ambito del lotto, salvo che per gli edifici significativi sotto il profilo monumentale, architettonico, paesaggistico o documentario anche in relazione al contesto, con incremento della S.A. esistente nel limite del 30% esclusivamente per effetto di recupero di S.A. derivante da anticipati interventi di demolizione, fatta eccezione per gli edifici da destinare a strutture ricettive alberghiere da assoggettare a specifico vincolo di destinazione d’uso che possono incrementare la S.A. senza recupero della relativa S.A.».

    In definitiva «Quello che manca è un preciso disegno progettuale della Regione – conclude Pellerano – Vendere a tranche non è stata la scelta giusta e non ha permesso di ricavare le adeguate risorse economiche. Siamo di fronte ad una scellerata gestione del patrimonio immobiliare che non ha neppure tenuto conto delle esigenze del quartiere».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Sampierdarena, Villa Pallavicino Gardino: una dimora dimenticata

    Sampierdarena, Villa Pallavicino Gardino: una dimora dimenticata

    A Sampierdarena, in via Pietro Chiesa, zona San Benigno, a due passi dal waterfront portuale, circondato da moderni palazzi che ospitano uffici e attività commerciali, uno storico immobile spicca come fosse un errore del caso, dimenticato da anni in un contesto che ormai non gli appartiene.

    Parliamo di villa Pallavicino-Gardino, un edificio probabilmente risalente a fine ‘500 (non si conosce con precisione la data di costruzione), secondo la planimetria di Matteo Vinzoni (1757) di proprietà del Magn.co Alessandro Pallavicino, famiglia insediatasi nel tardo ‘500 nel borgo con un gruppo di ville famigliari destinate alla villeggiatura estiva, oggi distrutte, tutte caratterizzate dalla struttura architettonica del filone alessiano diffuso dagli allievi.
    Passata nel corso del Novecento alla ditta legnami Gardino, venne poi adibita ad uffici e abitazioni private, attualmente versa in stato di grave abbandono.
    Posta lungo il litorale sampierdarenese, la villa presenta un impianto cubico lineare e regolare, con caratteristico tetto a padiglione; è costituita da un piano terra con un ammezzato sopra; un piano nobile, anch’esso con un ammezzato sopra; ed un piano sottotetto. La facciata anteriore, posta verso il mare, da cui era lambita e forse anche minacciata di inondamento nei casi di mareggiata se non fosse stata eretta leggermente sopraelevata rispetto all’arenile, è senza terrazze né balconate; ha sette grandi finestre equidistanti sopra l’ingresso caratterizzato da uno stemma della famiglia Pallavicino.
    Anticamente la proprietà era dotata di un ampio terreno, ancora visibile nelle planimetrie del Vinzoni del 1757 e del 1773, allora esteso a monte sino alla strada principale (via Dondero), coltivato con grande effetto scenografico a giardino all’italiana ed orto.
    L’apertura della ferrovia e relativa via Vittorio Emanuele (oggi via Buranello), tagliarono questi terreni che vennero poi invasi da costruzioni industriali della società Fratelli Gardini-Legnami, sconvolgendo la loro naturale bellezza. Lo sbancamento del colle e, negli anni ’90, la costruzione dei grattacieli, hanno rivoluzionato l’insieme, generando uno spiazzante accostamento antico-moderno.
    L’interno fu modificato dagli ultimi proprietari, specie il piano nobile adibito ad abitazioni, così come l’ammezzato superiore, al punto che ora è difficile leggere le antiche strutture. Aveva due ingressi, per offrire continuità a chi entrava tra l’interno e gli ampi spazi posteriori. Secondo www.sanpierdarena.net, sito web dedicato al quartiere «Rimangono indenni lo scalone – in ardesia come da antica consuetudine genovese, a tre rampe disposte a C e sboccante al piano nobile presso la loggia, da tempo non più utilizzata e tamponata – ed in parte le cucine poste nel sottotetto, interamente decorate con dipinti che sottintendono cosa poteva esserci di decorativo nelle sale del piano nobile, prima delle ristrutturazioni».
    La villa nel 1963 fu inserita negli edifici protetti e vincolati dalla Soprintendenza per i beni Architettonici della Liguria. «Questo atto presumibilmente diede il via nel 1996 ad un restauro, almeno nella sua componente esterna», sottolinea ancora il sito web. Oggi è in completo e squallido abbandono: persiane spalancate, finestre con vetri rotti, calcinacci caduti.

    Tra gli anni ’90 e 2000, la famiglia Gardino cedette la villa ad una società immobiliare presumibilmente appartenente al medesimo nucleo familiare. Per quanto riguarda la storia recente, è difficile ricostruirla con certezza, comunque sappiamo che, allo stato attuale, questa ampia superficie – circa 3600 metri quadri – è di proprietà di una società riconducibile a Ipi intermediazione srl, società di servizi immobiliari con sede a Torino e filiali a Milano, Genova, Bologna e Tirrenia (PI).
    Ipi la mette in vendita in un pacchetto unico comprendente anche 16 posti auto coperti ubicati in corrispondenza del piano interrato dell’edificio adiacente.

    Secondo il Piano Urbanistico Comunale, approvato alla fine dello scorso anno dall’amministrazione dell’ex sindaco Marta Vincenzi, la zona dove sorge villa Gardino rientra nell’Ambito di riqualificazione urbanistica-residenziale AR-UR, ovvero «Parti del territorio urbanizzato caratterizzate dall’inadeguatezza dell’assetto infrastrutturale e dei servizi, nelle quali l’incremento del carico insediativo esistente, mediante interventi di completamento del tessuto edificato, costituisce occasione per il miglioramento dell’assetto urbanistico e della qualità architettonica e paesaggistica; in questi Ambiti possono essere effettuati interventi anche d’importante modificazione dell’edificato, a condizione che sia contestualmente rinnovato e migliorato l’impianto urbanistico, le dotazioni di pubblici servizi, segnatamente per il verde e gli spazi pedonali attrezzati ed in generale la qualità architettonica, di inserimento paesaggistico e di efficienza energetica delle nuove costruzioni ivi ammesse».

    Le norme di conformità del Puc precisano quali sono le possibili destinazioni d’uso per l’ambito di riqualificazione urbanistica-residenziale. Tra le funzioni ammesse, quelle principali sono «Residenza, strutture ricettive alberghiere, servizi privati, connettivo urbano, uffici, artigianato minuto, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita»; le funzioni complementari prevedono: «Depositi, attività produttive ed artigianali», ma anche «Parcheggi pertinenziali, parcheggi liberi da asservimento e parcheggi fai da te».
    In merito alla disciplina degli interventi edilizi, le norma di conformità stabiliscono che «Il cambio d’uso dei piani fondi accessibili carrabilmente è consentito esclusivamente per la realizzazione di parcheggi; la ristrutturazione edilizia è consentita purché prevista da un progetto che ne dimostri la compatibilità sotto il profilo architettonico e funzionale; la sostituzione edilizia è consentita, salvo che per gli edifici significativi sotto il profilo architettonico, paesaggistico o documentario anche in relazione al contesto; la nuova costruzione è consentita per realizzare: parcheggi privati esclusivamente interrati per le quantità eccedenti le quote minime pertinenziali; ampliamento volumetrico di edifici esistenti comportante l’incremento della S.A. esistente nel limite del 30% esclusivamente per effetto di recupero di S.A. derivante da anticipati interventi di demolizione; nuovi edifici mediante demolizione e ricostruzione di edifici esistenti nell’ambito del lotto, salvo che per gli edifici significativi sotto il profilo architettonico, paesaggistico o documentario anche in relazione al contesto, anche con incremento della S.A. esistente nel limite del 30% esclusivamente per effetto di recupero di S.A. derivante da anticipati interventi di demolizione».
    «Gli interventi di sostituzione edilizia e di costruzione di nuovi edifici devono inoltre rispettare i seguenti parametri e requisiti costruttivi: rapporto di copertura massimo non superiore al 50% del lotto; spazi sistemati a verde, pubblico o privato su terreno naturale, nella misura minima del 30% del lotto, per incrementare la superficie del territorio permeabile; l’altezza dei nuovi edifici è determinata tenuto conto delle potenzialità edificatorie previste per l’Ambito, armonizzando le costruzioni in rapporto al contesto circostante».
    Queste le principali indicazioni fornite dal Puc in merito agli interventi edilizi, ma le norme di conformità specificano anche «Gli interventi sul patrimonio edilizio esistente, compresi gli ampliamenti volumetrici classificati nuova costruzione, devono essere realizzati secondo le seguenti indicazioni: perseguire il mantenimento ovvero la riqualificazione e valorizzazione delle caratteristiche architettoniche e tipologiche dell’edificio stesso, dell’intorno, e degli spazi liberi; agli interventi deve essere correlata la riqualificazione degli spazi di pertinenza, nell’obiettivo di una progettazione organica del verde; le essenze ad alto fusto devono essere messe a dimora nell’ambito dello stesso lotto di intervento». Mentre «Gli interventi di sostituzione edilizia e di costruzione di nuovi edifici devono essere realizzati secondo le seguenti indicazioni: gli edifici devono essere realizzati con caratteristiche architettoniche, tipologiche e formali innovative ed essere impiegati materiali e tecnologie innovative finalizzate al risparmio energetico ed alla produzione di energia da fonti rinnovabili; particolare attenzione deve essere posta in presenza di immobili, percorsi o contesti di valore storico».

    Attualmente Villa Gardino è accatastata anche come residenze, ma la società Ipi sottolinea quali sono le funzioni più probabili, ovvero centro direzionale, uffici, attività commerciali al piano terra.
    Come detto l’edificio è vincolato dalla Soprintendenza ed il suo futuro è intrinsecamente legato ad un progetto studiato dalla stessa, ma oggi non ancora approvato. Chi acquisterà la proprietà dunque dovrà rispettare le indicazioni della Soprintendenza e la speranza è quella di vedere conservata, per quanto possibile, la struttura originaria di una delle ultime ville superstiti sull’antico lungomare sampierdarenese.

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

     

     

  • Pegli, box sotto il cinema Eden: storia di un progetto contestato

    Pegli, box sotto il cinema Eden: storia di un progetto contestato

    Cinema Eden, PegliIl progetto per la costruzione di 68 box interrati sotto il cinema Eden di Pegli che ha suscitato nel Ponente genovese una raffica di proteste dei cittadini – scesi in corteo un paio di settimane fa – ma anche di alcuni rappresentanti istituzionali – nella prima seduta del nuovo consiglio comunale 15 consiglieri (primo firmatario Antonio Bruno, Federazione della Sinistra) hanno depositato una mozione per chiedere all’amministrazione di sospendere i lavori ed eseguire una serie di approfondimenti al fine di avviare la procedura per la revoca del permesso a costruire – ha una lunga e travagliata storia che proviamo a ripercorrere.

    Sono ormai alcuni anni che si parla di quest’opera, che sorgerà nel cuore della delegazione pegliese, in via Pavia, al centro di un tessuto urbano caratterizzato dalla presenza di palazzi dei primi del ‘900 che poggiano le antiche fondamenta a ridosso di un’importante falda acquifera. L’area interessata, proprietà dei frati di Finalpia, comprende il civico n. 4, il palazzo donato dal Papa Benedetto XV e dai marchesi Durazzo Pallavicini all’ordine dei Benedettini e dato in uso per attività pastorali e ricreative alla parrocchia di S. Martino, il sottosuolo del cinema Eden e della sua arena estiva.
    «Il terreno della zona è estremamente fragile e quando hanno provato a trivellare è uscita immediatamente l’acqua – ricordano gli abitanti – c’è un rischio concreto per la stabilità delle abitazioni di via Pavia e dell’adiacente Piazza Bonavino». Ma la deviazione della falda potrebbe nel tempo arrecare danni anche agli edifici siti nelle zone di via Monti, via Beato Martino e via Martiri della Libertà.

    Il Municipio Ponente ha manifestato in più occasioni la sua contrarietà al progetto, fin dal principio, ascoltando le preoccupazioni della gente. Una delle caratteristiche peculiari del territorio di Pegli è la numerosa presenza di acqua nel sottosuolo e la particolare vicinanza della falda acquifera alla superficie. Problemi di natura idrogeologica si sono riscontrati in altre zone di Pegli, quando si è provato a costruire. «In via Dagnino, a seguito di un intervento su una proprietà privata, c’è stato uno smottamento di terreno e alcuni palazzi contigui all’area hanno vissuto situazioni critiche e sono stati evacuati – spiega il Presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è la dimostrazione di come il sottosuolo di Pegli sia terribilmente fragile».
    In questi anni i cittadini si sono mobilitati attraverso assemblee pubbliche, volantinaggi e raccolte firme, e hanno ottenuto alcune modifiche rispetto al progetto iniziale. Quest’ultimo prevedeva una costruzione su 4 livelli per circa 120 box. Il Comune, resosi conto dell’invasività dell’opera, ha proposto ai progettisti una riduzione dello sbancamento, da 4 piani a 3, con la conseguente riduzione del numero di box (68).
    Il permesso a costruire è stato concesso un anno fa, nel giugno 2011, dalla civica amministrazione guidata dall’ex Sindaco Marta Vincenzi. Oggi, quasi un anno dopo, sono partiti ufficialmente i lavori.

    Se il rischio idrogeologico rimane l’insidia più pericolosa, c’è anche un altro grave disagio che incombe sui residenti – considerando i 3 anni previsti per il completamento dei lavori – ovvero quello relativo alla viabilità. I camion per raggiungere il cantiere saranno infatti costretti a percorrere un percorso tortuoso, attraverso il quartiere giardino, mettendo in ginocchio la circolazione «Il ponte di via Martiri della Libertà, sopra la ferrovia, è un ponte molto datato (intorno al 1870) e ha un limite di portata stringente – spiega il Presidente – è probabile che i mezzi pesanti superino il tonnellaggio consentito per il passaggio e siano costretti a transitare per altre vie creando problemi alla viabilità di tutta la delegazione». Durante questo periodo verrebbero inoltre ridotti, se non eliminati, i parcheggi lungo le vie interessate.

     

    E poi chiuderà i battenti lo storico cinema Eden, un presidio sociale importante per il Ponente, un luogo di promozione culturale, in una zona dalla vocazione ancora turistica. Un presidio che i pegliesi e il Municipio vogliono difendere dalla scomparsa definitiva. Rocco Frontera, presidente regionale dell’Aces (Associazione delle sale di proiezione cattoliche) e gestore dell’Eden spiega «Una volta chiuso il cinema, riaprire dopo 3 anni, con la conseguente disaffezione della gente, sarebbe molto difficile – e aggiunge – Ci sono 2 persone che lavorano nel cinema con contratti a tempo indeterminato e che perderanno il lavoro». L’attività del cinema va a gonfie vele e fornisce un servizio attento alle esigenze dei soggetti più deboli «Gli anziani che abitualmente frequentano la sala e che non vanno al Cineplex – spiega Frontera – un domani probabilmente rimarranno seduti sulla poltrona di casa». L’Eden è stato il primo a trasmettere in diretta le opere del Teatro Carlo Felice e realizza collegamenti con i teatri più importanti d’Italia. Il fiore all’occhiello è rappresentato dall’arena all’aperto con 600 posti che riscuote da sempre notevole successo. Uno splendido giardino in cui si trovano diversi platani secolari che sono già stati censiti e numerati, in attesa della condanna definitiva.

    Ma finalmente c’è anche una buona notizia. Ieri, infatti, si è svolto un sopralluogo nell’area del cinema Eden alla presenza dell’assessore con delega all’Edilizia privata, Francesco Oddone, di alcuni consiglieri comunali tra i quali Antonio Bruno (Fds) e Paolo Gozzi (Pd), alcuni esponenti dei cittadini.
    «Credo che su questa vicenda sia necessario fare i dovuti approfondimenti – afferma l’assessore Oddone – Nei prossimi giorni studierò le carte e valuterò nello specifico per vedere cosa si potrà fare».
    I margini di un intervento “politico” – quando ormai il progetto è stato approvato dall’amministrazione pubblica – appaiono però assai ristretti.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

     

  • Genova Smart City: gli obiettivi concreti e le prospettive future

    Genova Smart City: gli obiettivi concreti e le prospettive future

    GenovaA due anni dalla candidatura di Genova al progetto Smart City–Città intelligente, fortemente voluto dall’ex sindaco Marta Vincenzi, abbiamo provato a tracciare un bilancio di quello che è ancora un percorso lungo, un work in progress, il cui scopo primario è la diffusione di buone pratiche e la disseminazione sul territorio di tecnologie innovative che dovranno essere replicate autonomamente dalle singole città “intelligenti” coinvolte.

    Smart city è una sfida che l’Unione Europea ha lanciato alle città proponendo loro di attuare tutte quelle azioni in grado di combinare simultaneamente competitività e sviluppo urbano sostenibile. L’obiettivo è quello di ottenere una città che attiri gli investitori stranieri e contribuisca allo sviluppo dell’imprenditoria locale, grazie all’incremento di tecnologie pulite ed efficienti e soprattutto a bassa emissione di CO2.
    «Smart city è una città che vuole migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti attraverso lo sviluppo sostenibile, l’alta tecnologia e la ricerca legata all’innovazione – spiega Gloria Piaggio, coordinatrice di Genova Smart City – Fondamentale è avere una visione chiara della Genova del futuro, una realtà mediterranea rispettosa delle categorie più fragili, che punta sulla semplificazione e la trasparenza».
    «Non parlerei di “progetto”, bensì di un processo che si pone l’obiettivo di trasformare la città – continua Piaggio – Per raggiungerlo esistono i progetti europei ma non solo. Occorre anche stimolare i cittadini a modificare i propri comportamenti attraverso attività di formazione, sensibilizzazione e comunicazione».

    Ma per avviare il processo è necessaria una pianificazione strategica integrata, garantita da un soggetto che coordini tutte le attività, con la cabina di regia saldamente affidata al Comune di Genova.
    Nel novembre 2010, proprio a questo scopo, è stata creata l’associazione Genova Smart City, alla quale hanno aderito istituzioni, associazioni, centri di ricerca, università, imprese ed altre organizzazioni pubbliche o private che, condividendo lo spirito del progetto, intendono contribuire con azioni e proposte mirate ad uno sviluppo economico rispettoso dell’ambiente.
    Le aziende che partecipano sono una sessantina – tra le altre Enel, Ansaldo Energia, ABB, Ericsson, Siemens, Telecom, Toschiba – compresi alcuni enti pubblici come Provincia di Genova, Università di Genova, Confindustria, Assedil-Ance, S.I.I.T Distretto Tecnologico, ARE-Agenzia Regionale per l’Energia. E non mancano le banche: Unicredit, Intesa San Paolo, Banca di San Giorgio, Banca Carige.
    «Tutte le imprese hanno confermato l’adesione per il secondo anno», spiega Piaggio.
    A onor del vero però, c’è anche una grande esclusa, parliamo di una realtà importante, ovvero IBM «Con la quale stiamo parlando per cercare di reintegrarla – sottolinea la coordinatrice di Genova Smart City – Noi alle aziende chiediamo una compartecipazione. Se condividono i nostri obiettivi è possibile creare una preziosa sinergia con un ritorno economico anche per loro».
    Il primo risultato – che consente a Genova di entrare “ufficialmente” nel circuito Smart City – è stato raggiunto nel febbraio di quest’anno, quando le tre proposte presentate dalla città di Genova sono risultate vincitrici in tutti e tre gli ambiti – “pianificazione strategica sostenibile delle città”, “riscaldamento e raffreddamento”, “efficientamento energetico degli edifici” – del bando “Smart cities and Communities 2011”, lanciato dalla Commissione Europea. La nostra città riceverà 6 milioni di euro per la realizzazione dell’intero programma, un’importante scommessa ed un’opportunità da sfruttare nel migliore dei modi.

    Scendendo nel dettaglio, per l’ambito “pianificazione strategica sostenibile delle città”, Genova ha partecipato con il progetto “Transform”, coordinato dal Comune di Amsterdam e che vede, per la parte genovese, la collaborazione di Comune, Enel Distribuzione S.p.A., A.R.E. ed Università. L’obiettivo è quello di creare una linea guida comune contenente indicazioni strategiche sufficientemente flessibili per essere applicate nelle diverse realtà urbane. Genova riceverà 674.000 euro.
    «Questo è il progetto più importante, da portare a termine nel giro di tre anni, dal 2013 al 2015», spiega Gloria Piaggio. Sono 6 le realtà coinvolte: Amsterdam, Copenhagen, Amburgo, Vienna, Lione e Genova, che si impegnano a studiare «Lo stato dell’arte della pianificazione delle città smart – aggiunge Piaggio – approfondendo anche casi specifici, nel caso genovese parliamo del progetto pilota “Mela Verde” che si svilupperà a Voltri, in un’area liberata dalle Ferrovie dello Stato, dove si studierà la realizzazione di un quartiere sostenibile. Partendo dall’elaborazione dei dati qualitativi e quantitativi, cercheremo di stilare un’agenda della trasformazione, un manuale della città smart, utile per le altre realtà europee che vorranno seguire la nostra strada».

    Per quanto riguarda l’ambito “riscaldamento e raffreddamento” Genova ha partecipato e vinto con il progetto “Celsius” coordinato dal Comune di Goteborg. Il capoluogo ligure progetterà e realizzerà una rete energetica locale alle Gavette, a Staglieno, con un impianto di turbo-espansione e una centrale di cogenerazione nel sito dell’Officina delle Gavette. Inoltre è prevista la realizzazione di una nuova rete di tele-riscaldamento e tele-raffreddamento che dovrebbe servire le utenze industriali, commerciali e residenziali della zona. Con il Comune sono impegnati la Genova Reti Gas srl, l’Università e D’Appollonia S.p.A. Il progetto porterà a Genova 2.425.000 euro.
    Il progetto si svolgerà nell’arco di 4 anni, dal 2013 al 2016. «Ci siamo ispirati alle tecnologie all’avanguardia utilizzate in diverse città del Nord Europa – racconta Piaggio – Il tele-riscaldamento e tele-raffreddamento è un sistema di riscaldamento degli edifici che consiste essenzialmente nella distribuzione, attraverso una rete di tubazioni, di energia termica sotto forma, a seconda dei casi, di acqua calda, acqua surriscaldata o vapore, prodotta da un’unica centrale termica. Vista la configurazione morfologica di Genova, è impensabile realizzare una rete particolarmente estesa. Però, sfruttando questa tecnologia innovativa, è possibile immaginare di convogliare l’energia in una zona di circa un kilometro (Gavette ma anche piazzale Adriatico)». Il progetto è ancora in fase di elaborazione. A grandi linee, queste le fasi previste: a gennaio 2013 è previsto il lavoro di analisi dei dati in merito al consumo e alla domanda di energia. Nel primo anno uno studio informatico permetterà di comprendere quali azioni mettere in campo per gestire al meglio la rete. I progetti dimostrativi si svolgeranno già a partire dal 2013 per concludersi entro la prima metà dell’ultimo anno. Entro il 2015 dovrà essere individuata la tecnologia da utilizzare. Il 2016 sarà dedicato alle attività di monitoraggio. E sempre nell’ultimo anno, le città si impegneranno nel lavoro di disseminazione, ovvero di diffusione sul mercato delle nuove proposte tecnologiche e di replicazione delle medesime sul territorio.

    Il terzo e ultimo progetto, nell’ambito “efficientamento energetico degli edifici”, si chiama “R2Cities” e si pone l’obiettivo di sviluppare una serie di strategie e soluzioni innovative per l’edilizia residenziale. Genova ha messo in campo un progetto ambizioso che prevede la riqualificazione energetica di una porzione della famosa “Diga”, l’enorme palazzone di via Maritano nel quartiere Diamante, grazie al rifacimento dell’impianto energetico dell’edificio, la riqualificazione dei percorsi e cambiando i sistemi di consumo. I principali partner sono ABB, UniCredit, Università e D’Appollonia. Il finanziamento complessivo sarà di 2.486.000 euro.
    Anche questo progetto vedrà la luce tra 2013 e 2016. «Riguarderà solo una porzione della “Diga” – spiega Piaggio – circa 20 mila metri quadrati. La prima parte comprende un’attività di diagnosi della situazione attuale, individuazione delle tecnologie adeguate per conservare l’energia, pianificazione dell’uso energia. A metà 2014 partiranno i progetti dimostrativi. Disseminazione e replicazione dovranno essere elaborate lungo tutti i 4 anni».

    «Gli stanziamenti sono stati confermati, ora siamo nella fase di negoziazione – racconta Piaggio – Dopo l’estate firmeremo l’accordo definitivo per dare il via ai progetti».
    Questi ultimi, definiti nelle linee di massima, saranno approfonditi nel dettaglio. «A livello locale abbiamo registrato un fisiologico rallentamento dovuto alla recente tornata elettorale», sottolinea la coordinatrice di Genova Smart City.
    «I progetti europei solitamente hanno una durata temporale di 3-4 anni – spiega Piaggio – Il loro scopo principale non è quello di recuperare denaro. Al contrario, si tratta di sfruttare l’occasione della disponibilità di un budget finanziario per sperimentare soluzioni alternative ed innovative che poi dovranno essere replicate nelle singole realtà, con le proprie forze».
    Sono progetti comunque flessibili, aperti a giustificate modifiche «La Commissione Europea, in questo senso, è parecchio sensibile – precisa Piaggio – Ma allo stesso tempo l’Unione Europea controlla anche l’andamento delle iniziative finanziate, insomma marca stretto le realtà locali affinché il progetto vada in porto. La documentazione richiesta dall’Europa è particolarmente dettagliata: descrizione del progetto, i cosiddetti “pacchetti di lavoro”, ovvero le varie fasi previste, l’analisi dei dati, il coordinamento complessivo, la disseminazione, la replicazione, ecc.».

    E Genova è in prima fila anche con altri progetti europei, già approvati, quali ad esempio «“Illuminate”, un progetto di sperimentazione dell’illuminazione al led, ad alta efficienza energetica e basso impatto ambientale, nella zona del Porto antico e dell’Acquario – racconta Piaggio – “Very school”, applicazione di strumenti di rilevazione del consumo energetico in un complesso scolastico di via Calamandrei a Voltri; “I-city”, piattaforma aperta di dati per consentire agli utenti di creare autonomamente le applicazioni che ritengono utili, favorendo la condivisione di contenuti tra amministrazione pubblica e cittadini»

    Mentre per il prossimo futuro «L’associazione Genova Smart city cercherà di promuovere, a supporto della ricerca, la partecipazione delle aziende genovese ai bandi nazionali – conclude Gloria Piaggio – Così come stiamo lavorando con le banche per trovare altre metodologie di finanziamento dei progetti, coniugando le iniziative delle imprese con il mercato. A luglio uscirà il secondo bando “Smart Communities” che si chiuderà a dicembre. Stiamo lavorando perché vogliamo partecipare trovando i consorzi di imprese adeguati allo scopo. L’Unione Europea sceglie in base alla qualità dei progetti, ovviamente sappiamo che non sarà facile ripetersi».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore

  • Albaro: a Villa Raggio residenze, parcheggi e una piscina

    Albaro: a Villa Raggio residenze, parcheggi e una piscina

    Villa Raggio, AlbaroL’ennesimo bene pubblico vincolato finito in mano a privati, con il concreto rischio di uno stravolgimento della struttura edificata e del suo bellissimo parco, una storia che parte da lontano per approdare al solito destino. Parliamo di Villa Raggio, suggestiva dimora gentilizia sita nel quartiere di Albaro (via Pisa 56), che svolgeva una funzione pubblica, prima clinica per malati di tubercolosi, poi centro riabilitativo ortopedico e consultorio. Una villa donata oltre quarant’ anni fa da una famiglia torinese ad una precisa condizione: che fosse utilizzata a fini “socio-sanitari”.

    Purtroppo però la Regione, proprietaria della struttura, alcuni anni fa ha deciso di inserirla nel patrimonio immobiliare dell’Asl 3 da dismettere per fare cassa e, nonostante nel 2008 il Tar avesse accolto una richiesta di sospensiva della vendita, presentata dagli eredi della famiglia torinese proprio facendo riferimento al “vincolo di destinazione a fini socio-sanitari”, ciò non è stato sufficiente a fermare l’operazione.
    E così la villa, come molti altri immobili di tutta la Liguria – appartamenti, ex strutture ospedaliere, terreni – è finita nelle mani della società parastatale Fintecna che, tramite la sua controllata Valcomp due, si è occupata di trovare un acquirente per «un complesso immobiliare di elevata qualità con superficie lorda di tremila mq», come era possibile leggere nel 2010 sul sito web www.fintecnaimmobiliare.

    Oggi sono partiti i lavori seguiti dallo studio immobiliare Bagliani e per il complesso monumentaleche ancora conserva preziosi affreschi, statue sul colonnato del tetto e splendidi alberi nel parco – sono previste opere di ristrutturazione, cambio d’uso, frazionamento, ampliamento, sostituzione edilizia, realizzazione di piscina pertinenziale e parcheggi a raso.
    «Hanno predisposto un aumento dei volumi delle unità abitative fino a 20 – spiega Bianca Vergati, Sinistra Ecologia e Libertà, consigliere del municipio Medio Levante – la demolizione e ricostruzione della dependance, un’alterazione del tetto edificato antico». Come segnalato da alcuni cittadini «Una parte di pittura a piano terra, il cosiddetto “grottesco”, è già stata distrutta – continua Vergati – e c’è forte preoccupazione per l’intervento in atto sull’edificato antico e sul parco. All’interno, infatti, par di capire che conserveranno solo lo scalone. Aumenteranno l’attico e gli scantinati e da quest’ultimi ricaveranno gli appartamenti. Ma non solo, saranno realizzati 48 parcheggi a raso e una piscina nel parco della villa».

    A lasciare perplessi però è il modo in cui è stata concessa l’autorizzazione a costruire da parte del Comune di Genova, come spiega Andrea Agostini di Legambiente «La decisione degli uffici comunali è stata presa la mattina del 7 dicembre 2011 mentre si sapeva che nel pomeriggio sarebbe stato approvato il Puc (Piano Urbanistico Comunale) che per quell’area prevede una norma di salvaguardia. E ancora una volta a Genova vengono concessi permessi di costruire su beni vincolati».

    Villa RaggioVilla Raggio nelle cartografie del Puc licenziato dal sindaco Marta Vincenzi, infatti, è “rossa”, ovvero “elemento storico-artistico rilevante”, all’interno del Sistema delle ville e parchi storici di San Luca d’Albaro-Puggia (Norme di Conformità, Ambito di Conservazione), con disciplina paesaggistica puntuale a tutela dell’edificato antico e della conservazione del verde nell’originaria consistenza. Ed occorre sottolineare che anche nel Puc precedente Villa Raggio è tra i beni vincolati e salvaguardati.

    «I tecnici hanno autonomia rispetto agli organi politici – precisa Agostini – ma in questo caso una loro autorizzazione, concessa a poche ore da una decisione politica, contrasta nettamente con le linee dell’amministrazione. Tutto ciò francamente è paradossale».

    Inoltre il complesso monumentale di Albaro, come altre numerose ville storiche genovesi, è vincolato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria. Villa Raggio è sottoposta a vincolo di cui al Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, articolo 136 “Immobili ed aree di notevole interesse pubblico”, lettera a) “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica”; e b) “le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza”.

    «Il vincolo è stato accertato anche nel permesso a costruire stilato dall’ufficio Approvazione Progetti del Comune – spiega Vergati – In tale permesso si cita il vincolo e si legge “visto il parere favorevole a condizione espresso dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria”».

    La domanda da porsi, secondo il consigliere del municipio Medio Levante, è la seguente «Com’è possibile concedere un aumento di volumi e consentire lo stravolgimento del parco di Villa Raggio considerando l’esistenza del vincolo? In pratica non si comprende quale potere d’azione abbia quest’ultimo. A tale scopo ho chiesto alla Soprintendenza di verificare la conformità dell’intervento che si sta eseguendo su Villa Raggio».

    E con una punta polemica, Agostini aggiunge «Anche il parco dell’Acquasola è vincolato, eppure la Soprintendenza non è intervenuta. Abbiamo visto tutti come è andata a finire: la Cassazione ha confermato il sequestro del cantiere».

     

    Matteo Quadrone

  • Forte Tenaglia: una casa famiglia e spazi verdi per i cittadini

    Forte Tenaglia: una casa famiglia e spazi verdi per i cittadini

    «Una struttura nata per la guerra che diventa luogo di pace dove offrire spazi per l’aiuto, l’accoglienza e la formazione, restituendo alla memoria storica e alla fruizione sociale un bene altrimenti destinato alla rovina e alla perdita», così recita lo slogan del progetto dell’associazione onlus La Piuma “Forti/e insieme”, che già a partire dal nome intende rivolgersi alle persone nel senso più ampio possibile, nel lodevole tentativo di recuperare uno dei forti della nostra storica cinta muraria.
    Parliamo del Forte Tenaglia (nella quasi totalità dei documenti storici ritrovati il nome è senza dubbio al singolare “Tenaglia” e la strada che vi ci conduce si chiama “Via al Forte Tenaglia”, tuttavia, all’inizio della campagna di recupero avviata da “La Piuma”, con la pulizia del Forte dalla vegetazione infestante, è tornata alla luce sul pilastro d’ingresso del ponte levatoio una targa di marmo nella quale è scritto “Forte Tenaglie”) – risalente al 1600, abbandonato all’inizio del ‘900 e bombardato nella Seconda Guerra Mondiale – sulle alture di Sampierdarena, dietro il cimitero della Castagna, comodamente raggiungibile con i bus 66 e 38. Un luogo circondato dal verde, accessibile a tutti ma nonostante ciò, sconosciuto ai più. Qui troveranno spazio una casa famiglia, 2 alloggi per donne in difficoltà, ma pure una fattoria didattica, un giardino pubblico, laboratori per giovani studenti.

    La Piuma nasce nel 2004 come gruppo di preghiera per poi diventare associazione onlus nel 2006, 15 soci fondatori che sentono la necessità di uno strumento per realizzare progetti rivolti alle persone e all’ambiente, da 4 anni gestisce una casa famiglia su base professionale che accoglie bambini e un Fondo di Solidarietà con cui si accompagnano alcune famiglie facendo fronte alle loro emergenze economiche.
    Attualmente i soci sono 65 (tutti volontari) e per trovare una sede più adatta allo sviluppo delle sue iniziative, sia quelle realizzate che quelle ancora “nel cassetto”, l’associazione – presentando un progetto molto ambizioso – nel 2011 ha ottenuto la concessione pluriennale del Forte Tenaglia.

    «Per noi questa è “una magnifica follia” – spiega Emilio Parodi, legale rappresentante dell’associazione – Nasce dal desiderio di restituire un bene comune, un patrimonio della nostra storia ormai dimenticato, a tutti i cittadini genovesi. Un luogo dove poter realizzare le attività della Piuma rivolti alle persone, in particolare i bambini ma non solo, con esperienze che permettano, attraverso il contatto con la natura e la conoscenza delle realtà che essa offre, di imparare a condurre una vita più rispettosa dell’ambiente».

    Vediamo nel dettaglio in cosa consiste il progetto.
    Nella parte superiore del forte, le cui mura risalgono al 1600, la cosiddetta Casa del Telegrafo, un’area circoscritta e potenzialmente molto riservata, costituita da un edificio su due piani interamente da ristrutturare, sorgerà una casa famiglia professionale dove una coppia accreditata con il Comune accoglierà fino a 5 bambini, due piccoli appartamenti che ospiteranno donne in difficoltà già seguite dal fondo solidarietà della Piuma ma anche genitori aspiranti adottivi/affidatari dei bambini e poi un salone polifunzionale dedicato agli incontri di sensibilizzazione sulle tematiche dell’affido e dell’adozione.
    La parte inferiore, la vera struttura fortificata con le mura implementate nel 1800, sarà destinata alla parte per il pubblico: spazi verdi, curati ed attrezzati; area picnic; una Fattoria Socio-Didattica orientata agli animali domestici e da cortile, per dare ai bambini la possibilità di conoscerli e vivere un’esperienza a diretto contatto con loro. La Fattoria sarà anche un luogo dove gli animali possano diventare strumento attivo nella crescita della persona: con essa si potranno sviluppare anche tutti quei progetti di “sostegno” quali ad esempio la pet therapy e l’onoterapia. E ancora spazi per laboratori rivolti ai giovani e alle scuole di ogni ordine e grado; spazi per le feste. Verrà così offerto alle persone, alle famiglie, ai visitatori un luogo straordinario per i suoi valori culturali, ambientali e paesaggistici ed un’occasione unica per il fatto di poterne fruire a pochi minuti dalla città e dal quartiere di Sampierdarena.
    «Tutte attività che La Piuma ha in mente da alcuni anni ma che non potevano tradursi in realtà per la mancanza di un luogo adeguato – sottolinea Parodi – Oggi l’abbiamo trovato».

     

    «Nel 2009 abbiamo chiesto all’Agenzia del Demanio della Liguria la disponibilità di Forte Tenaglia – racconta il responsabile dell’associazione – ottenendo la concessione per un anno a condizione di occuparci della pulizia e bonifica del forte e delle aree attigue, da rifiuti vari, da cespugli, arbusti e vegetazione infestante. In questo modo il Demanio ha potuto verificare le nostre potenzialità. Nel giro di un solo anno l’associazione ha avuto una crescita improvvisa, passando dai 15 soci fondatori agli attuali 65. E si sono aggiunti a noi professionisti in vari settori, architetti, ingegneri, giuristi, ecc., che sono rimasti affascinati dalla nostra idea di valorizzare un patrimonio accessibile e poco conosciuto, mettendo a disposizione, volontariamente, le loro competenze. Così nel 2010 abbiamo ottenuto un altro anno di concessione. Nel frattempo abbiamo realizzato un progetto preciso e dettagliato, grazie all’aiuto dei professionisti sopracitati e nel 2011 il Demanio ha deciso di concederci il Forte Tenaglia per 19 anni, il massimo previsto. Una concessione strettamente vincolata alla realizzazione del progetto».

    Quest’ultimo è stato strutturato in lotti ed aree in modo da poter procedere passo dopo passo, in base ai finanziamenti che arriveranno e secondo un percorso di recupero logico e funzionale.
    L’area 1, la prima che sarà realizzata, è quella della Casa del Telegrafo. La casa famiglia, infatti, rappresenterà un presidio fisso in grado di trasformare il Forte Tenaglia in un luogo abitato, attrezzato anche per accogliere i visitatori che, già oggi, l’associazione accompagna nelle visite guidate al forte.

    Il progetto “politicamente” è stato avvallato, manca solo il giudizio tecnico «Attualmente è all’esame della Conferenza dei Servizi – spiega la dott.ssa Eliana Pastorino, dirigente Filse, volontaria dell’associazione – mentre la Sovrintendenza, visto che si tratta di un bene storico vincolato, ha già dato il suo assenso, adesso aspettiamo la risposta definitiva dal Comune. A quel punto, una volta avviati i lavori, tutto diventerà più facile, anche richiedere ulteriori finanziamenti. L’alternativa al nostro progetto, d’altra parte, è che il Forte Tenaglia rimanga una cattedrale nel deserto, destino che, purtroppo, accomuna altri forti della nostra cinta muraria».

    «Il totale della spesa, per poter rendere la struttura abitabile, è stato quantificato in circa 650 mila euro – continua Pastorino – Noi pensiamo di sostenere un prestito fino a 300 mila euro e attraverso le nostre iniziative (feste, cene, attività con donazioni, sottoscrizione soci, proventi 5×1000) contiamo di arrivare a 400 mila euro in totale di autofinanziamento. Le restanti risorse, circa 250 mila euro, le abbiamo chieste alle fondazioni bancarie e siamo in attesa di risposte».
    «La Conferenza dei Servizi dovrebbe decidere entro l’estate – sottolinea Pastorino – se le fondazioni ci appoggeranno è ipotizzabile che i lavori partano nell’autunno 2012».

    «Il primo obiettivo è la casa famiglia – conclude Parodi – ma il progetto vuole avere un più ampio respiro, deve essere un recupero destinato a tutta la cittadinanza e non un restauro fine a se stesso. Oltre a restituire ai residenti uno spazio verde a pochi metri dalla città, vogliamo fornire uno strumento utile alle persone grazie alle attività didattiche, culturali, di sensibilizzazione che svolgeremo all’interno del forte».
    «Alla fine avremo un luogo ideale per l’accoglienza dei minori – aggiunge Pastorino – uno spazio pubblico verde accessibile a tutti, pensiamo alle opportunità che potrà offrire ai più giovani, agli studenti di Sampierdarena e San Teodoro ma non solo, a tutti i bambini della città».

     

    Matteo Quadrone

  • Nodo ferroviario di Genova: utilità dell’opera e prospettive per il futuro

    Nodo ferroviario di Genova: utilità dell’opera e prospettive per il futuro

    Ferrovia di NerviTra le grandi opere infrastrutturali previste sul territorio genovese o in corso di realizzazione, indubbiamente il Nodo ferroviario è quella che ha suscitato meno polemiche tra i cittadini – anche se non sono mancate le lamentele dei residenti di Fegino interessati dallo scavo della galleria Polcevera – e rappresenta, a dire di molti, un intervento che porterà benefici soprattutto al traffico metropolitano e regionale, a media e lunga percorrenza, permettendo l’aumento della frequenza dei treni ed  il cadenzamento degli orari.
    Il Nodo di Genova è infatti un punto strategico della rete ferroviaria nazionale e internazionale in quanto costituisce un polo di interscambio fondamentale fra il sistema portuale e ferroviario sulle direttrici Genova – Ventimiglia, Tirrenica e Milano – Genova.

    L’obiettivo principale del progetto è separare i flussi di traffico: passeggeri a lunga percorrenza e merci da passeggeri regionali e metropolitani. Ma gli interventi previsti consentiranno anche di realizzare un collegamento fra il sistema portuale ligure e la rete fondamentale nazionale sia in direzione est-ovest che, soprattutto, in direzione nord-sud.
    Il potenziamento e l’automatizzazione delle infrastrutture e degli impianti del nodo permetteranno di sviluppare l’offerta di mobilità metropolitana. Infine l’adeguamento delle stazioni di Genova Voltri, Genova Sampierdarena, Genova Brignole, dei servizi nell’area di Genova Terralba e nella stazione di Genova Brignole, la realizzazione di nuovi impianti di sicurezza e controllo su tutta la tratta, favoriranno l’interazione intramodale e intermodale. Sarà così possibile potenziare e riorganizzare l’offerta, lungo la fascia costiera e la Val Polcevera. Ed anche il traffico merci avrà maggiore disponibilità delle linee all’interno del Nodo.

    Al termine degli interventi – previsto per il 2016 – i binari tra Genova Voltri e Genova Sampierdarena diventeranno quattro, quelli tra Genova Piazza Principe e Genova Brignole saranno sei.
    Il quadruplicamento della linea Voltri – Sampierdarena consentirà a tutti i treni a lunga percorrenza di transitare per la nuova linea e raggiungere Sampierdarena quindi Principe, senza interferire sull’attuale percorso litoraneo che sarà dedicato alla metropolitana pesante di superficie. In pratica i treni provenienti da Voltri, grazie al prolungamento della Bretella di Voltri, passeranno da Borzoli per poi scendere a Sampierdarena.
    L’opera, per un costo complessivo che supera i 600 milioni di euro, è finanziata interamente dal gruppo Ferrovie dello Stato.

    «La separazione dei flussi di traffico passeggeri metropolitani e a lunga percorrenza è un obiettivo positivo – spiega Bruno Marcenaro, ingegnere esperto di questioni ferroviarie –  in questo senso il nodo è un’opera benefica». E però rimangono alcuni punti oscuri «Hanno fatto trenta mentre potevano fare trentuno – sottolinea Marcenaro – per il traffico merci, infatti, non ci sarà nessun miglioramento perché è assente un punto fondamentale».
    Marcenaro si riferisce al collegamento di questo nuovo tratto di ferrovia con l’attuale linea di valico. Ovvero il collegamento Borzoli – Succursale dei Giovi. «Se il problema principale sono i traffici dei container del Vte di Voltri diretti a nord, questi ultimi continueranno ad andare a Sampierdarena – spiega Marcenaro – Qui i treni saranno costretti a fare manovra per invertire il locomotore e ripartire verso nord».

    Al contrario, se fosse realizzato il collegamento con la linea di valico, nel 2016, quando il nodo sarà finito «Esisterebbe già un collegamento Voltri – Milano», sottolinea Marcenaro.
    La risposta di FS è laconica: per questo è prevista la realizzazione del terzo valico. «Ma si parla di un’opera che sarà terminata almeno tra 10-15 anni – spiega Marcenaro – e nel frattempo la situazione per i treni merci sarà la medesima di oggi».
    La soluzione indicata da Marcenaro si chiama Bivio Lastrego «Un intervento già progettato dalle FS e poi rimasto al palo perché le stesse FS sostengono che questo avrebbe un forte impatto ambientale. E perché il terzo valico non prevede un devastante impatto sulle zone interessate? Il Bivio Lastrego è un collegamento di circa 2 Km che non comporterebbe un costo eccessivo e si innesterebbe sull’attuale linea di valico senza interferenze».

    «La verità è che il Bivio Lastrego renderebbe inutile la realizzazione del terzo valico – aggiunge Marcenaro – Le istituzioni potrebbero indirizzare le loro risorse per la realizzazione di altre opere più importanti. Ad esempio una metropolitana che giunga fino all’aeroporto a servizio delle delegazioni di Cornigliano, Sestri ed in un’ottica di rilancio del Cristoforo Colombo».

    Per risolvere il problema legato al trasporto merci le attuali linee di valico rappresentano la soluzione più adeguata «Se attrezzate bene, con segnalamenti ad hoc, il traffico potrebbe aumentare del 25% – sottolinea Marcenaro – Le FS hanno fatto un buon lavoro e sono già intervenute sulle linee di valico genovesi che oggi consentono la circolazione con marce parallele: ovvero due treni possono andare in salita contemporaneamente». Inoltre lo spostamento dei container da Voltri verso nord sarebbe più agevole «Sfruttando a dovere la linea di Ovada – spiega Marcenaro – l’unica linea di valico genovese che consente il transito di container delle più grandi dimensioni».

    Quindi in definitiva, secondo l’ingegnere Marcenaro, il nodo resta un’opera incompleta.
    E un’osservazione riguarda anche il traffico passeggeri «I treni che provengono da Ventimiglia in direzione Milano continueranno a transitare da Sampierdarena e da Principe – conclude Marcenaro – creando inevitabili impedimenti dovuti a manovre e cambio del locomotore. Con il bivio, invece, una volta giunti a Voltri salirebbero direttamente a Milano, ottenendo così un alleggerimento del traffico sulla stazione di Principe».

    Come detto l’obiettivo di separare i flussi di traffico del sistema ferroviario metropolitano e di quelli a lungo percorso migliorando di conseguenza l’offerta locale, resta lodevole. Ma pone comunque alcuni interrogativi. «Al termine dei lavori una coppia di binari sarà disponibile per la futura metropolitana di superficie – spiega Luigi Piccardo, presidente di Metrogenova, associazione che rivolge la sua attenzione alle problematiche  legate al trasporto locale – nel 2016, affinché la metropolitana possa essere operativa, sono necessari alcuni elementi: innanzitutto nuove fermate urbane; nuovi treni simili a quelli della metro, particolarmente leggeri, dotati di forte accelerazione, che comporteranno un costo significativo. Inoltre occorre stabilire un modello di gestione. Ovvero chi gestirà il servizio? Premesso che la rete è di proprietà di RFI (gruppo Ferrovie dello Stato) gli enti locali, Comune e Regione, dovranno adoperarsi per trovare un soggetto gestore del nuovo servizio metropolitano».

    Quindi un po’ di scetticismo sull’effettiva operatività della futura metropolitana pesante di superficie, è giustificato. In particolare dovranno essere realizzate nuove stazioni intermedie. Alcune come quella di Prà, San Biagio e via di Francia sono già state portate a termine, altre sono previste, ad esempio quella di Teglia. «Sono necessarie delle fermate intermedie a Prà-Palmaro, Cornigliano e Sestri – sottolinea Piccardo – a Cornigliano la stazione dovrebbe posizionarsi al centro della delegazione. Mentre nelle aspettative del Comune è prevista anche una fermata sotto il villaggio tecnologico degli Erzelli, per servire il futuro sistema di risalita al villaggio tecnologico e l’aeroporto. Il problema è che le FS non sembrano intenzionate a realizzare tutti questi interventi».

    Ma Piccardo pone anche un altro, non secondario, interrogativo «Nell’area di Genova Terralba potranno arrivare sia la Ferrovia urbana, anche se al momento il progetto di una fermata in quella zona non risulta compreso nei lavori appaltati, sia la Metropolitana, già prevista sino almeno a Piazza Martinez e con auspicabili estensioni verso Levante (San Martino) e Val Bisagno. Occorrerebbe un progetto integrato, che ancora non si intravede, che razionalizzi gli sforzi evitando duplicazioni e favorisca l’intermodalità tra le due infrastrutture».
    Il giudizio del presidente di Metrogenova è comunque positivo «È un’infrastruttura che può essere molto utile perché se aggiungo rotaie, aumento la capacità di trasporto. Il nodo è strettamente legato al terzo valico e serve anche a razionalizzare il flusso di traffico merci. Senza il nodo il terzo valico risulterebbe inutile. Secondo noi entrambe le opere sono necessarie».

     

    Matteo Quadrone

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Guerre moderne, danni a lungo termine: neonati con malformazioni e tumori

    Guerre moderne, danni a lungo termine: neonati con malformazioni e tumori

    «Le nostre ricerche devono dar luogo ad un profondo discorso sulla responsabilità che coinvolga tutti gli stati moderni, ben consapevoli delle conseguenze a lungo termine delle guerre moderne giustificate come umanitarie», spiega Paola Manduca, genetista dell’Università di Genova, membro del gruppo di ricerca New Weapons, commissione indipendente di scienziati che studia l’impiego delle armi non convenzionali ed i loro effetti di medio–lungo periodo sui residenti delle zone di guerra.

    I loro recenti studi, condotti in particolare in Iraq nella zona di Falluja, hanno dimostrato inequivocabilmente che con il trascorrere del tempo si è manifestato un aumento del tasso di difetti alla nascita e di aborti spontanei a Falluhja, a partire dal 2003 e che la nascita di bambini con difetti congeniti è aumentata di circa 10 volte dal 2002 e non è in calo nel 2010.

    «A Falluja centinaia di bambini nascono con difetti al cuore, allo scheletro, al sistema nervoso – sostiene uno studio scientifico pubblicato nel 2011 dall’International Journal of Environmental Research and Public Health – Il tasso di malformazioni nei neonati è di undici volte superiore alla norma e negli ultimi 7 anni ha fatto registrare un incremento spaventoso. Un fenomeno che non è interpretabile se non come dovuto a cause ambientali e che pertanto si riconduce alla persistenza nell’ambiente di contaminanti associati con l’uso di armi durante la guerra».

    L’indagine ha preso in considerazione i parti avvenuti all’ospedale pubblico di Falluja fra il maggio ed il settembre del 2010 analizzando nel dettaglio 56 casi. Soltanto nel mese di maggio, di 547 bambini nati, il 15% erano deformi. Nello stesso periodo si è avuto l’11% di parti prematuri e il 14% di aborti spontanei. «Diversi contaminanti usati in guerra possono interferire con lo sviluppo dell’embrione e del feto – sottolineano i ricercatori – alcuni di questi non sono eliminati dall’ambiente e hanno capacità di produrre malformazioni, quindi sono candidati come agenti causativi del fenomeno riportato a Falluja, tra questi molti dei metalli in uso nelle moderne munizioni».

    «Ogni innovazione, in campo militare, deve essere testata sul campo – spiega Paola Manduca – Negli ultimi anni in tutti i conflitti sono state usate armi nuove, senza frammenti».

    Armi aumentate dai metalli che producono ferite anomale con cui, fino a qualche anno fa, non ci si doveva confrontare. «In Libano nel 2006 ed a Gaza, i primi a lanciare l’allarme sono stati i chirurghi impegnati nelle zone sotto attacco militare – continua Manduca – Gli amputati venivano trattati come di prassi chiudendo l’amputazione però, dopo alcuni giorni, molti decedevano all’improvviso. I medici hanno iniziato a domandarsi se dietro a quelle morti c’erano delle altre cause. Eseguendo le autopsie non hanno trovato frammenti d’arma ma gravi lesioni agli organi interni».

    Le armi moderne contengono al loro interno polvere di metallo «In particolare metalli cancerogeni e teratogeni che possono causare alterazioni durante lo sviluppo dell’embrione – racconta Manduca – Questi metalli hanno un’altra caratteristica: restano nell’ambiente e tutti gli esseri viventi che li assorbono, uomini ed animali, tendono ad accumularli nel loro organismo».

    L’elenco dei metalli è inquietante e comprende cadmio, piombo, alluminio, uranio, mercurio, cobalto, tungsteno, vanadio, ecc.

    Quindi parliamo di sostanze che tendono a rimanere nell’organismo, polveri fini che contaminano l’ambiente circostante e con il trascorrere del tempo si accumulano facilmente nell’organismo. Al momento dell’esplosione degli ordigni le polveri vengono assorbite tramite inalazione. Ma non solo, i metalli penetrano negli organismi viventi anche attraverso la pelle, in particolare il mercurio, e tramite ingestione.

    «Negli anni successivi agli eventi bellici questi contaminanti possono dare luogo a malformazioni nei neonati – racconta Manduca – Inoltre possono causare disfunzioni, oppure mutazioni, nei gameti.  Quando “l’ambiente materno” è saturo di metalli, alcuni di questi passano attraverso la placenta e giungono all’embrione durante le fasi in cui si formano organi, causando danni significativi».

    In Iraq, a Falluja, i maggiori eventi bellici sono stati gli attacchi militari susseguitesi nel 2004 e nel 2005.

    «A distanza rispettivamente di 6 e 5 anni, è stato riportato un aumento dei casi di tumori, soprattutto infantili, rispetto alla normale incidenza – continua Manduca – Ed un aumento di malformazioni alla nascita da noi documentato, con un’alta frequenza nel 2010».

    Il lavoro in Iraq è partito quando la situazione ormai era già allarmante ma nessuno, prima del 2010, aveva ancora eseguito la raccolta dei dati.

    «In Iraq abbiamo supportato il lavoro di alcuni medici iracheni dell’ospedale di Falluja – racconta Manduca – fornendogli moduli, protocolli, metodi di indagine, questionari per la registrazione. Perché risulta fondamentale raccogliere informazioni sulla storia delle famiglie e sui componenti che hanno riportato danni riproduttivi. Inoltre abbiamo analizzato per contaminazione da metalli i capelli di bambini con malformazioni e dei loro genitori, trovando un alta concentrazione di metalli capaci di interferire con lo sviluppo embrionale e fetale».

    I metalli sono sostanze poco mutageni, quindi a bassa frequenza – succede raramente – producono cambiamenti stabili nel DNA, ovvero un danno genetico. Però sono molto teratogeni e con frequenza molto più alta producono tumori e malformazioni.

    «Il meccanismo con cui li producono non è quello della mutazione del DNA, bensì alterando il funzionamento delle cellule – precisa Manduca – Spesso i metalli influiscono nella formazione degli organi durante lo sviluppo dell’embrione, per cui, ad esempio, alcuni bambini non sviluppano le ossa in maniera corretta e nascono con delle deformazioni allo scheletro. Ma i metalli possono essere alla base anche di malformazioni quali l’anencefalia, la spina bifida e difetti a carico del cuore. Un altro effetto che hanno i metalli, alterando la regolazione della espressione del DNA  nelle cellule del corpo, è quello di provocare tumori».

    In Iraq esiste evidentemente un correlazione tra contaminazione da metalli delle persone e aumento di danni riproduttivi «Abbiamo dimostrato che queste persone con determinati danni riproduttivi, mostrano un alto livello di contaminazione da metalli – sottolinea Manduca – Attraverso l’indagine sulla storia delle diverse famiglie abbiamo cercato di comprendere se i soggetti studiati erano stati effettivamente esposti ad eventi di guerra, sotto i bombardamenti, a contatto con le macerie, ecc. Informazioni che abbiamo ricavato dalle loro dichiarazioni spontanee. Il nostro lavoro ha dunque compreso una fase di registrazione dei dati, un approfondito lavoro chimico per l’individuazione dei metalli ed infine un’attenta analisi dei risultati».

     

     

     

     

     

     

     

    La professoressa Paola Manduca ha svolto la sua attività sul campo, per oltre un anno, anche in un altro scenario drammatico, quello di Gaza, in Palestina, da sempre sotto attacco e che nel 2009 ha subito pesanti interventi militari con la famosa operazione “Piombo fuso”, tra dicembre 2008 e gennaio 2009, in cui sono state utilizzate anche le famigerate bombe al fosforo bianco.

    «La collaborazione con i medici palestinesi è partita nel 2011, quindi ad una distanza più ravvicinata dagli eventi bellici (2 anni dopo invece che 6) – racconta Manduca – A Gaza, per fortuna, la frequenza di malformazioni non è molto alta. Proprio per questo volevamo avere un punto di riferimento, in maniera tale da comprendere quel che accadrà con lo scorrere del tempo. Per quanto capiamo ora, è necessario un arco di 3-4 anni prima che si manifestino i nefasti effetti sulla salute delle persone, ma una volta che questi si iniziano ad evidenziare, la frequenza dei danni sembra crescere esponenzialmente».

    A Gaza i ricercatori hanno svolto un prezioso lavoro di analisi chimica ma, come ricorda la professoressa Manduca, resta ancora molto da fare. «Oltre all’indagine sulla storia della famiglia, abbiamo analizzato i crateri provocati da alcune bombe di grosse dimensioni e le polveri contenute in munizioni al fosforo bianco (si tratta delle stesse munizioni usate anche a Falluja). Inoltre a Gaza l’analisi dei capelli di alcuni bambini ha permesso di rilevare, in molti casi, la presenza di differenti metalli tossici e teratogeni».

    Rispetto all’Iraq è stato compiuto un decisivo passo avanti «Mentre a Falluja i medici hanno raccolto i dati sulle malformazioni alla nascita senza poter eseguire una registrazione totale, a Gaza siamo riusciti a realizzare un registro delle nascite – sottolinea Manduca – Circa 4000 bambini sono venuti alla luce nel periodo di studio. E solo l’1,4% di questi aveva malformazioni strutturali».

    I ricercatori hanno domandato alle famiglie di Gaza se fossero state esposte o meno al fosforo bianco. I risultati sono chiarissimi «Meno del 2% delle persone con bambini normali risultano essere stati esposti – spiega Manduca – La percentuale sale al 27% per quanto riguarda i soggetti con bambini malformati. Un dato molto significativo che mostra una correlazione tra esposizione e malformazioni».

    Grazie alla collaborazione con l’unità delle Nazioni Unite che ha raccolto i dati sulle munizioni esplose ed inesplose recuperate su segnalazione, realizzando una precisa mappatura e consentendo l’accesso ai dati, è stato possibile verificare l’attendibilità delle dichiarazioni delle famiglie intervistate. «Abbiamo lavorato insieme alle Nazioni Unite per vedere se esisteva corrispondenza tra le zone di residenza delle famiglie e le aree sottoposte ai bombardamenti al fosforo bianco – spiega Manduca – E coordinando i dati delle storie familiari con la mappa dei ritrovamenti degli ordigni, le dichiarazioni delle persone sono risultate assolutamente veritiere».

    I dati che emergono dagli studi mettono le istituzioni mondiali ed i singoli stati di fronte a pesanti responsabilità. «Le armi usate in Iraq e Palestina sono molto probabilmente le medesime che hanno aperto il fuoco in Afghanistan, Libia e recentemente in Siria – spiega Manduca – Ma sono testate anche a casa nostra, basta pensare al poligono militare di Quirra, in Sardegna».

    Gli Stati sono consapevoli delle loro azioni. I danni provocati dalle armi moderne infatti, colpiscono anche i militari impegnati nelle zone di guerra. Probabilmente con probabilità più bassa, grazie alle protezioni di cui dispongono i soldati ed al fatto che operano sul campo in base ad una turnazione. Ma non è possibile dimenticare il caso dei militari italiani impegnati nei Balcani, molti dei quali colpiti da tumori e leucemie, mali intrinsecamente legati all’uso di armi all’uranio impoverito.

    Il fattore che richiede un sollecito studio è che, in merito ai metalli, ne è conosciuto parzialmente l’effetto quando nell’organismo si riscontra la presenza di un solo tipo. «Ma le conseguenze dovute alla compresenza di più metalli ancora non le conosciamo– precisa Manduca –  Come detto in precedenza, sia in Palestina che in Iraq, i gruppi di bambini analizzati presentano nei capelli tracce di numerosi metalli».

    Nei pochi casi in cui è stato studiata, la compresenza non risulta indifferente «I metalli possono lavorare insieme o competere uno con l’altro – spiega Manduca – sicuramente nell’organismo causano cambiamenti anche a bassa concentrazione». In altri termini quantità relativamente basse di differenti metalli  – che presi singolarmente rispettano i limiti previsti ad esempio nel sistema industriale – in caso di compresenza possono produrre un effetto assai diverso e diversamente dannoso.

    «Molti di questi metalli, per fare un esempio di uno dei possibili meccanismi della loro azione, sono cofattori per enzimi – spiega Manduca – Diversi enzimi hanno un atomo di metallo. Questi metalli possono sostituirsi tra di loro con una certa scala di affinità. Mentre con il metallo originale la molecola dell’enzima funziona, in caso di sostituzione, la molecola può smettere di funzionare oppure funzionare molto di più. Alcuni di questi enzimi regolano la espressione del DNA. Inoltre molti di questi metalli sono capaci di interferire a vari livelli con la espressione dei geni, avendo un funzione estrogeno-simile (metalloestrogeni o estrogen disruptors). Questi sono i meccanismi  per cui i metalli agiscono come cancerogeni e teratogeni, anche in assenza di danno genetico. Questo effetto lo chiamiamo epigenetico».

    Fortunatamente però, esiste ancora una speranza «Mentre in caso di azione mutagena è impossibile intervenire, se si tratta di alterazione epigenetica si può ipotizzare che ci siano modi di prevenire o ridurre il danno precisa Manduca – Diciamo che esiste un lasso di tempo, misurabile in alcuni anni, in cui forse possibile agire. È importante rendersene conto in tempo. Per Gaza questo termine si sta avvicinando».

    Quindi, in conclusione, a parte l’aspetto medico, fondamentale per la comprensione dei meccanismi che causano danni riproduttivi nelle zone di guerra «È necessario studiare per comprendere se è possibile un lavoro di prevenzione– sottolinea Manduca –  diretto idealmente almeno alle giovani coppie in età riproduttiva».

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Centro storico: il mercato di Piazza Sarzano resta incompiuto

    Centro storico: il mercato di Piazza Sarzano resta incompiuto

    C’è una vicenda che somiglia da vicino a quella travagliata del mercato del Carmine, dove il consorzio che avrebbe dovuto rilanciare la struttura non è riuscito nell’intento: parliamo del mercato di Piazza Sarzano, nel cuore del centro storico, un’altra piccola incompiuta, simbolo negativo dell’incapacità cittadina di proseguire e portare a compimento progetti intelligenti, lasciati colpevolmente languire.

    A Sarzano, dove un tempo stazionavano alcuni banchi di venditori di frutta e verdura, è prevista, fin dalla fine del 2009, la realizzazione di una struttura adibita a mercatino alimentare di quartiere.
    Ebbene, a distanza di oltre 2 anni e mezzo, nella piazza c’è solo un cantiere immobile, mentre i lavori, avviati a maggio 2011 per concludersi a maggio 2012, sono stati sospesi a causa della carenza di fondi.
    Il progetto del mercato coperto compare ufficialmente in ben due documenti ufficiali dell’amministrazione comunale: la delibera di giunta n. 486 del 23 dicembre 2009, riconfermata dal provvedimento del Sindaco, n. 39 del 17 gennaio 2011.

    Come ricorda l’Assessore uscente al Commercio, Giovanni Vassallo al “Secolo XIX” «Il 20 gennaio 2011 abbiamo firmato la convenzione per affidare i lavori al consorzio di operatori commerciali. È uno dei casi previsti dalla riforma dei mercati: loro pagano e poi gli vengono “scomputati” i canoni d’affitto negli anni successivi. Nella convenzione era previsto che i lavori iniziassero il 5 maggio 2011 e avessero la durata di un anno».
    «Ci sono stati dei problemi con le banche che poi sono stati chiariti – precisa ad Era Superba, l’ormai ex assessore Vassallo – a quanto mi risulta il finanziamento è stato concesso».
    Ma non è difficile immaginare che il consorzio abbia incontrato alcune difficoltà, come nel caso del mercato del Carmine, visto che gli istituti finanziari, in questo particolare momento, si confermano refrattari a concedere crediti.
    Il Comune, considerando la peculiarità del caso, ha prorogato di sei mesi il termine dei lavori. La nuova scadenza è fissata al 5 novembre 2012.
    Nel frattempo gli abitanti del quartiere, che da mesi si domandano il motivo di questo immobilismo, temono di ritrovarsi a convivere con un perenne cantiere. E la riqualificazione del mercato rimane un desiderio irrealizzato, come conferma Antonella Davite, presidente del C.I.V. di zona «I residenti ed i commercianti nutrivano molte aspettative di veder realizzato il progetto e per questo hanno raccolto oltre 2000 firme. I lavori lasciati per mesi in sospeso non creano benessere al quartiere, in Piazza Sarzano come in altre zone del centro storico. Purtroppo, per chi lavora e si impegna attivamente sul territorio, simili vicende lasciano l’amaro in bocca ed una profonda delusione».

    Sul sito web del Comune di Genova, in un articolo datato 11 aprile 2012, proprio in merito alla vicenda del progetto di Piazza Sarzano, si trovano alcune risposte «Nell’edilizia un finanziamento di 600 mila euro non è certo gran cosa, eppure la pratica, per gli effetti della crisi e anche per le “nuove politiche” adottate dal sistema bancario (in questo caso Intesa San Paolo) nei confronti delle imprese, ha proceduto con grande lentezza: solo da pochi giorni infatti è stato possibile firmare l’accordo per un “sostegno” di 500 mila euro, neppure tutta la cifra richiesta».
    Secondo il Comune di Genova, finalmente, c’è anche una buona notizia, ovvero i lavori partiranno a maggio e tra qualche mese «Il mercatino coperto risorgerà completamente rinnovato – si legge nell’articolo pubblicato sulla pagina web comunale – essenzialmente una tettoia, sotto cui troveranno posto un’area che ospiterà magazzini e frigoriferi, i banchi di vendita e una parte pedonale. Nel mercatino troveranno posto cinque banchi alimentari: pescheria, macelleria, frutta e verdura, salumi e formaggi, gastronomia».

    In pratica, per sbloccare la situazione, «I cinque commercianti aderenti al consorzio “Il Pozzo di Giano” contribuiranno alla copertura della differenza tra il finanziamento ottenuto e quello richiesto – si legge ancora sul sito web del Comune – e anche all’impresa costruttrice, l’Artigiana Vino snc, si chiede di limare per quanto possibile i costi e forse saranno necessarie alcune piccole modifiche al progetto».

    L’architetto Susanna Bordoni, responsabile direzione lavori, spiega ad Era Superba «I lavori riprenderanno a breve, il Consorzio ha avuto dei problemi ad ottenere il finanziamento dalle banche e dunque, di conseguenza, anche il progetto è stato rivisto. Il finanziamento doveva arrivare subito dopo l’avvio dei lavori, nel maggio 2011, invece è stato concesso solo nel dicembre scorso. In pratica il Consorzio ha ricevuto 100 mila euro di meno rispetto alla sua richiesta iniziale. La qualità del progetto non cambia, mentre vengono necessariamente ridotte le superfici e semplificata la copertura della struttura. Questa poteva essere un’occasione propizia per ridisegnare un angolo della piazza con una pavimentazione estesa capace di integrarsi alla perfezione con l’architettura del luogo e con la sistemazione di panchine ed altri arredi adeguati. Speriamo che la nuova Giunta comunale sia intenzionata a dare il suo contributo per poter completare anche la riqualificazione degli spazi adiacenti al mercato».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore