I Just Add Melody nascono, con la formazione attuale, a Genova nel settembre 2009. Le iniziali del nome del gruppo formano la parola “jam”, in senso lato una marmellata di caratteri e suoni, un miscuglio eterogeneo formato dai componenti della band: Silvia-voce; Massimiliano-chitarra; Gregory-chitarra; Ivano-basso; Daniele-batteria.
In due anni di attività hanno collezionato già una cinquantina di esibizioni live, piazzandosi ai primi posti in diverse competizioni musicali tra cui l’Upload di Bolzano, contest per band emergenti con la direzione artistica di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz.
Le canzoni parlano di loro, della loro vita, sono le esperienze vissute nel quotidiano a ispirare melodie, testi e riff di chitarra da cui poi nascono i pezzi.
L’elaborazione avviene in gruppo, ognuno contribuisce con le proprie idee, in un confronto –a volte serrato-che porta alla canzone finita: “ Non sapete che clima c’è in saletta quando scriviamo un nuovo pezzo, è un brainstorming, tutti mettono bocca su tutto, la chitarra sulla voce, la voce sulla batteria, e via dicendo. Basta con ‘sta storia che nei gruppi si va d’accordo –scherzano- il nostro è un rapporto burrascoso, come tutte le grandi storie d’amore!”
Si conoscono tra loro e suonano da più di dieci anni, ma gli Scarlet Diva -nome ispirato all’omonimo film- si formano ufficialmente nel 2006, inizialmente come duo elettronico, con Matteo (pianoforte, synth, tastiere e voce) e Gianluca (batteria e voce), successivamente raggiunti da Enrico (chitarre e voce).
Tra il 2006 e il 2008, una lunga gavetta, fatta di tante esibizioni live e partecipazioni a numerosi contest musicali come ItaliaLoveWave, NordKapp Indiependentour, NokiaTrendLab, GarageBand.
Negli intenti della band, “creare musica facilmente accessibile ma mai banale, parlando con un linguaggio semplice e diretto” come loro stessi dicono.
La fase di creazione è molto particolare, perché la canzone non scaturisce esclusivamente da pezzi strumentali, come normalmente ci si aspetta, ma viene spesso dal digitale, con la melodia scritta prima al computer e poi elaborata e arrangiata in sala.
Nel 2011 è uscito il primo album, Nel Sole, registrato, mixato e masterizzato completamente nella loro sala, che è anche studio di registrazione. Nel 2012 saranno di nuovo in studio, impegnati nella registrazione del secondo disco.
I Distorsione Mentale nascono a Genova nel 2010, e il gruppo è attualmente costituito da cinque elementi. Con la voglia di fare qualcosa di bello mettendoci il maggior impegno possibile, creano insieme la musica dei loro pezzi, mentre i testi arrivano un po’ dopo, scritti da Davide unendo le sue idee con le ispirazioni date dalle melodie, e sono tutti in italiano, presentano riflessioni e contenuti e sono ciò che loro stessi indicano come cifra stilistica della loro musica.
“Dovendo dare una definizione direi alternative rock – dice Lorenzo- anche se non ci piace etichettare la musica. La nostra musica è il risultato dell’unione di diverse esperienze e gusti musicali”, “cosa che rende la composizione un po’ più difficile e a volte lunga” aggiunge Simone.
Il particolarissimo nome del gruppo racchiude in sé un concetto preciso: “La distorsione mentale è quel filtro che ognuno di noi possiede e attraverso cui approccia la realtà differentemente da chiunque altro- spiega Davide- e cerchiamo di rendere questa idea nelle canzoni prendendo ogni volta un punto di vista diverso, anche lontano dal nostro.Di qui titoli come L’equilibrista o Voglio dire no”.
Progetti per il futuro: suonare, suonare, suonare, specialmente dal vivo e cercando di coinvolgere sempre più persone in un dialogo diretto tra il gruppo e chi lo va a sentire, dialogo che ritengono molto importante, soprattutto per una band emergente.
Simone e Matteo – chitarre
Davide – voce
Matteo – basso
Lorenzo – batteria
Contatti: www.distorsionementale.com
Ancora pochi giorni per vedere la terza e ultima installazione vincitrice del bando Basamenti: l’opera Pausa 1797-2011 sarà allestita presso l’entrata di Palazzo Ducale (lato piazza Matteotti) fino a lunedì 9 gennaio 2012.
Di seguito l’intervista a NeAL (Neal Peruffo), giovane artista di Procida e autore dell’installazione.
1) Pausa 1797 – 2011: come è nata l’idea per questa installazione?
Da molto tempo volevo realizzare questa installazione, ma non sono mai riuscito a trovare il contesto adeguato nel quale collocarla.
Generalmente uso gli elementi che compongono “Pausa 1979-2011” (parallelepipedi di plexiglas opalino illuminati all’interno) come dispositivi percettivi e d’interazione: ostacoli che impediscono la percezione d’informazioni sensoriali, così come le distrazioni sono ostacoli che impediscono di immagazzinare informazioni nella memoria (ciclo “Distrazioni e Pause”). Affiancando due parallelepipedi, questi assumono un ruolo simbolico, in quanto riprendono visivamente il ben noto segno dalla pausa, presente su numerosi congegni elettronici.
Quando ho letto il bando di “Basamenti” mi sono reso conto che era il contesto perfetto per far dialogare l’opera “Pausa” con l’ambiente, poiché rimanda al periodo di inutilizzo, di pausa appunto, dal 1797 al 2011, delle basi che ospitavano le statue di Andrea e Gio-Andrea Doria e che furono abbattute dal popolo.
Ho scelto di mettere le due “pause” in posizioni differenti per permettere la visione corretta di almeno una delle due in qualunque visuale. Per giocare sul senso di pausa e, indirettamente, anche del tempo, ho scelto un tipo d’illuminazione che cambia ogni quarto d’ora, ispirandomi agli orologi delle chiese.
Per me realizzare questa installazione è stato un sogno che si è avverato: è la prima volta che riesco a rendere concreta una delle mie installazioni ambientali, che fino a “Basamenti” sono state realizzate solo virtualmente; alcune di queste opere virtuali partecipano all’opera-azione “A onE project”, di cui sono anche l’autore.
2) Da non genovese, cosa hai percepito del modo in cui la nostra città vive l’arte?
Purtroppo non ho avuto molto tempo per visitare la città, sono stato impegnato tutto il tempo a lavorare all’installazione e non mi sono allontanato troppo da Palazzo Ducale. Non sono riuscito neanche a fare il mio consueto giro per gallerie d’arte contemporanea.
Devo dire, però, che stando a contatto con i responsabili di Sala Dogana ho percepito un forte entusiasmo, voglia di fare e di promuovere l’arte contemporanea, non ancora pienamente apprezzata dai cittadini.
3) Ci racconti qualcosa del tuo progetto web Art on earth?
“A onE project” è un opera-azione web multipiattaforma che sfrutta le enormi possibilità offerte da Google Earth: qui gli artisti hanno la possibilità di collocare nel “paesaggio” le proprie installazioni ambientali in realtà inesistenti.
L’intento di “A onE project” è di mantenere la fruizione di queste opere nell’ambito cui appartengono, quello virtuale appunto. Le immagini degli interventi potenziali di land art, che possono essere fotomontaggi o modelli 3D (SketchUp), sono caricate su Google Earth e posizionate nei luoghi per cui sono state pensate.
Il titolo delle immagini, presenti sul globo virtuale, riporta il nome dell’operazione artistica, (A onE project), il sito di riferimento (www.aoneproject.com), il nome dell’artista e il titolo dell’opera raffigurata. Il sito, sul quale non sono presenti immagini, permetterà di recuperare informazioni riguardanti le opere inserite in Google Earth.
Ciò che ritengo più interessante è la possibilità di “pescare” i propri fruitori dagli abituali utenti del programma, che vi si possono imbattere casualmente e decidere di iniziare quest’avventura artistica sparsa per il mondo.
4) Pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?
Assolutamente sì! Sono fortemente convinto di questo ma sono anche convinto che i percorsi convenzionali siano saturi. Bisogna essere creativi anche nel crearsi un lavoro.
Certo, tutti vorremmo fare gli artisti, i curatori, i galleristi o i giornalisti ma molto spesso non è possibile, bisogna considerare anche altre strade. Io per esempio mi occupo anche di laboratori didattici per bambini, mentre una mia amica curatrice (Diana Gianquitto) si occupa di corsi d’avvicinamento all’arte contemporanea per i non addetti ai lavori. Questi sono solo alcuni esempi
di come si possa inventare un lavoro con la propria passione per l’arte.
5) A Genova l’Accademia di Belle Arti si trova in una situazione difficile, con il rischio addirittura di chiudere. Tu che sei diplomato in un istituto analogo, pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
Non credo si possa diventare artisti, dei bravi artisti, se non ci si ciba d’arte. Un buon artista può essere tranquillamente autodidatta, ma al tempo stesso necessita di un ambiente adeguato: pieno di fermento, di scambi, confronti, contaminazioni, dove si sperimenta e si viene a contatto con personalità interessanti.
L‘Accademia offre questo tipo d’ambiente che credo sia importante quanto, se non di più, delle nozioni tecniche o teoriche che lì vi si insegnano. Il problema delle Accademie è che spesso si fossilizzano e si chiudono in loro stesse, da queste escono artisti che non sono in grado di dialogare con il mondo che li circonda. Le Accademie devono fare rete con le altre istituzioni e le altre realtà del settore, mantenere una loro identità storica ma anche proiettarsi nel futuro, con corsi sperimentali come “nuove tecnologie
dell’arte” e così via.
(1) …e poi dicono che laurearsi in facoltà scientifiche o “pratiche” come Ingegneria è un porto ancora sicuro in tempi di crisi.
(2) …e poi dicono che gli ingegneri hanno la mente quadrata e zero impulso alla creatività.
A smentire questi due presunti dogmi ci ha pensato Ilaria Pittaluga, giovane ingegnere edile genovese che crea e vende bijoux attraverso il suo blog That’s mine!.
Ecco la nostra intervista.
1) Cosa porta una ingegnere edile a darsi alla creazione di gioielli? E cosa ti ha spinto a lanciarti in un progetto che va oltre il semplice hobby?
La creatività ha sempre fatto parte della mia vita. Fino da quando ero piccola mi è sempre piaciuto “realizzare cose” e i bijoux sono stati anche loro protagonisti delle mie attività. Nel tempo ho affinato le tecniche che conoscevo, ne ho sperimentate di nuove e l’amore per la creazione di piccoli gioielli è cresciuto sempre di più.
Le mie amiche si sono interessate a questa mia passione e hanno iniziato a chiedermi se potevo realizzare qualcosa per loro o da regalare e io ho cominciato a “fare esperienza” e a desiderare che tutto ciò diventasse qualcosa di più serio.
La carriera da ingegnere in questo è stata parallela; di base in entrambe le mie attività c’è la curiosità di sapere come sono fatte le cose e la soddisfazione di potersele costruire da sé.
2) Come mai hai scelto di creare un blog per vendere i tuoi prodotti? Pensi sia una strada più “facile” rispetto ai canali di vendita e promozione tradizionali?
A fine gennaio 2007 ho aperto il mio primo blog personale su Splinder – trasferito poi un anno fa su Blogger – in cui parlavo della mia quotidianità e delle mie passioni. Tra queste c’era anche naturalmente quella di creatrice di bijoux, così ho iniziato a pubblicare le foto di orecchini, bracciali e collane.
Pochi mesi dopo le foto dei miei bijoux erano decisamente troppo per il mio blog personale, per cui, per mantenere l’ordine, ho creato un blog ex novo che facesse da espositore per That’s mine!.
Io sono una grandissima utente della rete e credo tantissimo nelle sue potenzialità. That’s mine! poi si riferisce principalmente a una fascia di pubblico che coincide con quella che usa di più Internet rispetto alle altre. Rispetto agli altri canali è sicuramente più diretto e più comodo per chi è interessato ad acquistare (è come avere una vetrina sotto gli occhi ogni volta che si vuole senza muoversi da casa) e, superate le prime difficoltà nella gestione dei linguaggi grafici dietro alla pagina web, decisamente più facile da gestire per me.
3) Essere creativi a Genova: secondo te la nostra città è una fucina di talenti o – come (erroneamente, a nostro parere) pensano in tanti – “un posto dove non succede mai niente”?
Sono molto affezionata alla mia città, che non cambierei per nulla al mondo. Genova è piena di talenti, e io ho la fortuna di conoscerne alcuni; l’unica cosa a cui bisogna fare attenzione è quella di non lasciarli sfuggire dalle dita.
Forse quello che manca è la mentalità generale tipica genovese del timore del nuovo: abbiamo i nostri punti fermi quotidiani e difficilmente ci lasciamo incuriosire dagli nuovi scenari innovativi e sperimentali. È per questo – a mio parere – che “sembra” che a Genova non succeda mai niente. Sarebbe interessante invece dare spazio al vulcano di novità che trema sotto la roccia apparentemente dormiente della Superba e lasciarci coinvolgere sostenendoci a vicenda (proprio come stai facendo tu con questa intervista, tra parentesi!).
4) Ingegneria, gioielli o entrambe le cose? Come vedi il tuo futuro professionale?
Per adesso l’ordine è Ingegneria e poi gioielli. Il “reparto gioielli” con mia somma soddisfazione però sta crescendo sempre di più e il mio sogno nel cassetto è quello di potergli lasciare più spazio e sfogo rispetto all’altro.
Per ora non ci sono grandi progetti in cantiere, e continuerà a dividermi tra l’esperienza lavorativa nel campo dell’ingegneria e i bijoux nel tempo libero, ma sono molto curiosa di sapere quello che il futuro mi riserverà!
Il 6 dicembre 2011 il Museo del 900 di Milano ha compiuto il suo primo anno di vita. Abbiamo intervistato la direttrice Marina Pugliese, genovese, storica dell’arte e conservatore responsabile delle collezioni di arte del XX secolo per il Comune di Milano.
Lavorare a Milano è stata una scelta libera o obbligata?
Né libera né obbligata. Laureata a Genova ho vinto una borsa di studio dell’Accademia dei Lincei che comportava la presenza a Milano. Sono così diventata milanese adottiva e ne sono fiera. Resto però sempre legata a Genova per affetti familiari ed amicizie.
La situazione delle sedi espositive genovesi è bivalente: da un lato musei in crisi come il Museo dell’Accademia Ligustica, il polo museale nerviese (Luxoro-Gam-Wolfsoniana) o il Museo Navale di Pegli, che con poche migliaia di visite l’anno rischiano la chiusura, dall’altro esempi come Palazzo Ducale col successo di mostre come “Mediterraneo” o “Van Gogh e il viaggio di Gauguin” proprio adesso. Come interpreta questa situazione e una così diversa risposta di pubblico?
Genova ha sempre un certo ritardo ad accogliere le novità perché i genovesi sono conservatori di indole quindi voi state vivendo adesso il fenomeno delle mostre con grossi nomi basate più sull’immagine che sul contenuto, fenomeno che in altre città ha attecchito da anni per poi dimostrarsi diseducativo e comunque antieconomico. Non scorderei però il successo dei musei di Strada Nuova dovuto alla professionalità di studiosi come Piero Boccardo e Raffaella Besta.
In linea generale il pubblico non informato mostra di attribuire più autorevolezza e credibilità all’arte non contemporanea. Di solito si sente dire “le cose contemporanee non mi piacciono, non le capisco, mi sembrano stupidaggini” passando per l’immancabile “questo lo saprei fare anch’io” che delegittima totalmente il valore dell’opera e demolisce quella fiducia e quel rispetto che il fruitore porta invece all’opera d’arte più antica. Possibile che non si riesca a colmare questo vuoto comunicativo nel rapporto artista-opera-pubblico?
L’Italia ha rinunciato da anni ad investire sulla contemporaneità, in assoluto non solo nell’arte. La fuga dei cervelli è la fuga di chi vuolefare ricerca e portare innovazione e non lo può fare in un paese che non riconosce il valore dell’investimento sul futuro. L’arte contemporanea appartiene a questa sfera. Se i nostri musei arrivano solitamente all’arte del XIX secolo e i visitatori non hanno confidenza, come invece succede in Inghilterra, Francia e Germania, con l’arte delle avanguardie, come possono capire i fenomeni più recenti? Inoltre, non tutto ciò che viene proposto è interessante ma per operare delle distinzioni si devono avere strumenti che né la scuola né il sistema museale nazionale sono in grado di fornire in modo diffuso. Tutto questo nonostante l’inventiva italiana sia molto forte anche in questo ambito, basti pensare che il modello, oggi diffuso in tutto il mondo, della Biennale d’Arte è stato inventato a Venezia nel 1895.
A Genova Sala Dogana mette a disposizione gratuitamente spazi espositivi e strumentazione per incentivare progetti di giovani artisti e curatori. Quali altri iniziative porterebbe avanti per muovere l’arte se dipendesse da Lei?
Non conosco bene la situazione e non posso quindi dare suggerimenti puntuali. In assoluto però partirei da una scuola di eccellenza. Gli studenti hanno un potere trainante e dalla scuola potrebbe arrivare molta energia.
Abbiamo incontrato Armando Siri, giornalista quarantenne, genovese ma residente a Milano, candidato sindaco alle prossime elezioni comunali per il Partito Italia Nuova, una formazione politica nata recentemente che si propone come portatrice di istanze innovative e soprattutto di un nuovo modo di concepire la politica. Infatti uno dei principali obiettivi di Italia Nuova è la trasformazione della pubblica amministrazione in un’organizzazione leggera ed efficiente in grado di occuparsi di poche funzioni essenziali, utili al bene comune. “Uno stato non rappresentativo ma funzionale, con precisi ruoli, compiti e responsabilità e la possibilità per i cittadini di esercitare davvero la propria sovranità e di licenziare il governo che non funziona in qualsiasi momento – si legge nel programma nazionale – Nell’Italia nuova non c’è posto per centinaia di assemblee che si riuniscono con decine di migliaia persone per decidere”.
Quindi meno apparati e una burocrazia più agevole. Ma questo ambizioso progetto è applicabile anche alla “macchina comunale”? Assolutamente sì. Oggi percepiamo – nei singoli cittadini e negli operatori economici – un sentire comune per cui l’ente pubblico rappresenta un fattore di profondo disagio. Questo perché viviamo in uno stato punitivo. Le persone arrancano per mettersi in regola con delle istituzioni sempre più complicate e la loro stessa esistenza risulta ipotecata da un eccessivo sistema di regole. Il Comune deve assumere invece un atteggiamento collaborativo con i cittadini perché il suo scopo primario deve essere il bene comune.
Ma quali interventi sono possibili concretamente? Nell’ambito dei poteri affidati al sindaco – nel caso in cui fossi eletto – mi impegnerò per rendere più leggera la “macchina comunale”. Sicuramente un’organizzazione più funzionale si può ottenere soltanto razionalizzando le spese ed eliminando gli sprechi.
Il primo punto del suo programma riguarda il problema parcheggi. Lei propone l’introduzione di un bollino annuale che darà il diritto di sosta ovunque – a condizione di non creare intralcio o pericolo – senza incorrere in sanzioni. Con il ricavato saranno finanziate nuove aree di parcheggio e il rifacimento del manto stradale. Ma con un soluzione simile non si corre il rischio di disincentivare il trasporto pubblico? Oggi ci troviamo a fare i conti con un determinato numero di automobili che circolano nelle nostre città. Lo stato con gli incentivi ci ha spinto ad acquistare l’auto ma una volta comprata ci costringe a tenerla ferma onde evitare multe. Questa vuol dire prendere in giro i cittadini. Il compito del Comune è incentivare l’uso dei mezzi pubblici cercando di migliorare il servizio. Ma deve cessare il metodo punitivo che l’amministrazione comunale esercita sugli automobilisti al fine di recuperare denaro per esigenze di bilancio.
Per migliorare l’efficienza del servizio di trasporto pubblico, secondo lei, la metropolitana di superficie potrebbe rappresentare una soluzione? Potrebbe esserlo ma richiede fondi importanti che al momento non sono disponibili. Da subito si può invece intervenire potenziando le linee. Oggi il 17% dei cittadini che viaggiano in autobus non paga il biglietto. Non è più tollerabile. Noi proponiamo di installare su ogni mezzo dei rilevatori della banda magnetica di ciascun biglietto o abbonamento per sanzionare chi non sarà in regola. Il regolare pagamento del titolo di viaggio consentirebbe ad Amt di avere maggiori risorse per aumentare la frequenza delle linee.
Un altro punto del suo programma riguarda un progetto di riqualificazione degli edifici pubblici e privati al fine di migliorare l’immagine della città. Il Comune si impegnerà a stanziare 90 milioni in 5 anni – ha scritto nel suo programma – ma dove si trovano queste risorse? Si tratta di 18 milioni all’anno. Che possono essere recuperati grazie all’extragettito del bollino annuale delle auto, dal risparmio ottenuto con una gestione più attenta della “macchina comunale”, da una parte dell’addizionale Irpef che verrà impiegata in questo senso. Noi – come tutte le amministrazioni – abbiamo l’obbligo di razionalizzare le risorse e di rimetterle in circolazione affinché creino nuovo valore.
Parlate anche di minore burocrazia nei confronti dei cittadini, in particolare commercianti ed operatori degli esercizi pubblici, ma in termini concreti quali novità ci attendono? Un ristorante oppure un bar che voglia semplicemente migliorare il suo servizio – magari posizionando alcuni tavolini all’ esterno del locale – non deve avere timore che qualche funzionario comunale possa ostacolare la sua iniziativa. Al contrario il Comune deve essere a totale disposizione del cittadino. Aiutandolo a realizzare il suo progetto nel rispetto delle norme, fornendogli la consulenza necessaria.
Genova è sempre più una città della cultura ma secondo lei con la cultura si mangia? In altre parole conviene investire in questo senso? Ci si alimenta l’anima e il cuore con la cultura, questo sì. Una comunità se vuole crescere in termini di consapevolezza non ne può fare a meno. Sicuramente il Comune nel limite delle sue risorse – e magari proponendo iniziative in collaborazione con i privati – deve promuovere il patrimonio culturale delle città. Penso ad esempio al nostro fantastico teatro dell’opera oppure a Via Garibaldi, così ammirata da chi per la prima volta transita da Genova.
IL Comune come può agire per agevolare chi vuole investire a Genova e creare nuove opportunità di lavoro? Semplicemente cercando di non ostacolare queste realtà.
Per quanto riguarda alcune tematiche che suscitano forti contrapposizioni – ad esempio la costruzione della moschea al Lagaccio e la realizzazione della gronda – lei si è detto favorevole all’indizione di referendum propositivi. Cosa ne pensa invece del progetto inceneritore a Scarpino? I gassificatori sono un argomento che va affrontato con razionalità. Allo stato attuale rappresentano uno strumento valido per risolvere il problema rifiuti. Ma anche in questo caso ritengo che – laddove ci siano dei temi così sentiti e laceranti per la città – il sindaco debba chiedere ai cittadini.
Andrea Di Marco, profondi occhi colore grigioazzurro-acciao-italsider, bolzanetese doc come ama definirsi, si è diplomato in tromba nel 1995 e dal 1996 ha fatto parte del gruppo comico musicale dei Cavalli Marci (capitanati dall’indimenticato Claudio Rufus Nocera).
In televisione ha partecipato alle più importanti trasmissioni di genere comico degli ultimi anni, ma anche partecipazioni cinematografiche, teatro e radio… Insomma Andrea, ne hai fatta di strada sino ad oggi…
Non credo affatto però di essere arrivato, anzi, penso che tutto quanto fatto finora sia ancora una preparazione, mi sento un po’ come l’atleta nella fase di allenamento prima di iniziare la vera partita.
E quale sarebbe questa importante partita?
Ovviamente esibirbi in un One-Man-Show il sabato in prima serata su Rai1!
Musicista, comico, attore… Di tutti i ruoli che sai ricoprire con quale ti riscontri maggiormente?
Principalmente come musicista, mi sono formato come tale, tutta la mia vita è stata sempre improntata alla musica, non potrei pensare ad una giornata senza la sua presenza. Poi come attore comico.
Dei tanti personaggi da te creati ce n’è uno che ti rappresenta maggiormente e perché?
Sicuramente Don Giorgione, che più che rappresentarmi è esattamente il mio contrario, il mio alter ego, la mia parte oscura, l’altra metà di me! In lui faccio vivere ciò che è diametralmente opposto al mio sentire, così l’ho creato avido, opportunista e maschilista!
Il filosofo Bergson diceva: “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”. Io credo che le tue creature siano grondanti di umanità…
Fin da bambino gli artisti che mi hanno lasciato un segno sono quelli che facevano intravedere la loro umanità dietro ai personaggi. Totò, Troisi, i più recenti Paolo Rossi, Corrado Guzzanti e soprattutto la Gialappa’s Band. Un mio stimato collega, Rocco Barbaro, dice “…la comicità è svelare il meccanismo“, aprire una tenda dietro la quale si sta nascondendo qualcosa, svelare una realtà altrimenti non detta, puntare il dito sull’ipocrisia.
Io credo che la risata sia il momento più vero con noi stessi, come quando starnutendo è impossibile tenere gli occhi aperti, non si può mentire quando si ha un sinceros croscio di risata. Non c’è mediazione della coscienza, è una reazione pura, è il contatto con il nostro sentire più profondo.
“Noi siamo l’anello più debole della catena di rappresentanza. Quelli che lavorano il sabato e la domenica…” Sono le parole di Mauro Avvenente presidente del Municipio Ponente; con lui abbiamo parlato della decisione del governo Monti di tagliare rimborsi e gettoni a presidenti e consiglieri municipali, unico provvedimento preso per far fronte agli eccessivi costi della politica.
E la riflessione sorge spontanea: se nella società italiana a pagare il prezzo più alto della manovra sono i ceti deboli, anche per la politica vale lo stesso identico discorso.
In Parlamento troviamo i privilegi e i rimborsi intatti, i consiglieri regionali hanno rinunciato al vitalizio ma a partire dalla prossima legislatura (quindi a partire da altre persone), e nessuno ha toccato i compensi di consiglieri e assessori comunali… Ma i Municipi si, lì era necessario intervenire in tutta fretta.
“Gli incarichi a livello municipale – ha dichiarato Monti- non sono previsti dalla Costituzione e quindi la loro attività è da considerarsi esclusivamente a titolo onorifico e non fonte di indennità o gettoni di presenza.” In sintesi, da ieri, i consiglieri e i presidenti dei 9 Municipi di Genova lavoreranno gratis.
“Perché per rispetto dei cittadini devi essere sempre presente – continua Avvenente – E’ un lavoro particolare e che richiede dedizione a tempo pieno. Eppure in questi anni nonostante le ristrettezze economiche abbiamo fatto il possibile. La manovra del nuovo governo colpisce i soliti noti. E questo vale per la categoria dei pensionati ma anche – per quanto riguarda i costi della politica – per le piccole realtà come i Municipi.”
“Il gettone di presenza per il consigliere di municipio equivale a 34 euro netti a seduta. Parliamo mediamente di 1 seduta di consiglio e 2 sedute di Commissioni al mese. Sono cifre alquanto risibili. La mia indennità di presidente è di 2200 euro al mese per 12 mensilità. Per 4 anni abbiamo razionalizzato le sedute di Consiglio e Commissioni senza soffocare la democrazia. In questo modo le risorse risparmiate, 37-40 mila euro all’anno, le abbiamo investite sul territorio in progetti rivolti alle fasce sociali più deboli come anziani e disabili ad esempio. Oppure sono state impiegate in opere di riqualificazione”.
In questi giorni i presidenti dei 9 municipi si sono incontrati: “I parlamentari liguri ci hanno promesso di impegnarsi sulla questione. Perché un conto è eliminare le circoscrizioni nelle piccole città. Un altro discorso è gestire territori complessi come ad esempio quello di Genova, i municipi dovrebbero essere salvati almeno per quanto riguarda le città metropolitane. Perché, parliamoci chiaro, svuotare questi organismi dall’interno vuol dire eliminarli: chi farà più politica nei quartieri senza la garanzia neppure di un semplice rimborso spese?”
“Il Municipio ha rappresentato un punto di riferimento per la cittadinanza. Siamo un amplificatore della voce dei cittadini. I cittadini proprio in un momento difficile come questo hanno bisogno di sentire la politica vicina a loro. Secondo me è una scelta inopportuna. E di queste realtà si sentirà la mancanza.”
Storico fondatore di Legambiente e del movimento antinucleare che porto’ all’abrogazione dell’utilizzo di energia nucleare in Italia, docente all’Universita’ La Sapienza di Roma, e’ stato fra i primi parlamentari eletti delle liste Verdi negli anni ottanta. Massimo Scalia e’ un’indiscussa autorita’ in campo ambientale e scientifico e non solo a livello nazionale…
“Energia rinnovabile: niente piu’ bollette da pagare”: uno slogan fuorviante o una realta’ possibile da immaginare?
Beh piu’ che fuorviante, direi utopistico. Il pianeta e’ finalmente proiettato verso il rinnovabile e la progressione e’ buona se si pensa al tetto del 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili che auspica di raggiungere la Commissione Europea nel 2020, ma immaginare nel medio termine l’autoproduzione energetica della singola famiglia, perche’ solo questo porterebbe a non “pagare piu’ bollette”, e’ impossibile, soprattutto in un contesto urbano. Al momento e’ bene pensare che per continuare a crescere e puntare al decollo dell’energia pulita sono indispensabili investimenti da parte di Stato e imprenditori, e magari fra dieci anni risparmieremo tutti qualcosa anche sulle famose bollette.
E mentre il mondo sembra essersi definitivamente orientato verso l’energia prodotta grazie a fonti rinnovabili, in Italia si è parlato di energia nucleare… Il comportamento del nostro paese in tema di energia e’ assurdo. Gli ammiccamenti al nucleare altro non sono che chiaro sintomo di arretratezza. Prendiamo ad esempio Francia e Germania, due paesi che in passato tanto hanno puntato sul nucleare… Oggi, a differenza nostra, sono in piena corsa per raggiungere gli obiettivi del 2020. Non partecipare a questa sana competizione significa porre irrimediabilmente l’Italia in ritardo rispetto all’Europa e a buona parte del mondo. Il nucleare e’ in declino cronico da anni, per comprenderlo e’ sufficiente pensare agli enormi capitali da investire per la costruzione di una centrale. Capitali che inizieranno a fruttare non prima di dodici anni dopo, tempo minimo necessario per l’entrata in funzione della stessa. Io credo che nessun imprenditore in questo momento farebbe una follia simile.
L’Italia, dunque, raggiungera’ l’obiettivo europeo nel 2020? Allo stato attuale no. Il governo Berlusconi aveva dichiarato di puntare addirittura al 25% di consumo di energia proveniente da fonti rinnovabili, ma si gioca sul dico e non dico e sui facili fraintendimenti, come sempre accade dalle nostre parti. Il 25% di energia rinnovabile di cui hanno parlato governo ed organi di stampa, si riferisce esclusivamente all’esigua fetta di torta attualmente occupata dall’energia elettrica. Mi spiego meglio: l’energia elettrica copre solo 1/5 dei consumi totali di un paese e i termini europei parlano del 20% sull’intera torta. Con un banale calcolo matematico e’ semplice rendersi conto che il 20% “all’italiana” altro non e’ che un ridicolo 5% per i termini stabiliti dalla nuova politica energetica europea.
Quali sono le regole imprescindibili che ognuno di noi dovrebbe quotidianamente seguire per ridurre i consumi e permettere un giorno il pieno sostentamento con l’energia pulita?
Come qualunque altro tipo di rivoluzione, anche quella energetica per verificarsi ha bisogno innanzitutto di mettere radici nella testa e nella coscienza della gente. E oggi questo e’ un obiettivo ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Per arrivare solo che a immaginare la totalita’ dei consumi sostenuta da energia proveniente da fonti rinnovabili bisognera’ aspettare decenni, soprattutto se pensiamo che ce ne sono voluti ben ottanta al petrolio prima di stabilirsi come fonte principale. Ad ogni modo l’attesa sara’ inutile senza l’impegno quotidiano di ognuno di noi per guadagnare di anno in anno importanti percentuali. Le buone norme da rispettare le conoscono tutti e vanno dal circondarsi di elettrodomestici a basso consumo, alle luci accese, sino agli stand by dei televisori… Io credo, tuttavia, che sia piu’ una questione di cultura e coscienza personale, indipendentemente da decaloghi e manuali da rispettare.
I Paesi in via di sviluppo rischiano di commettere i nostri stessi errori per quanto riguarda l’utilizzo sconsiderato di combustibili fossili? Se cosi’ fosse il pianeta rischierebbe il collasso e il problema dei cambiamenti climatici diventerebbe ingestibile. Per fortuna, pero’, le cose non vanno in quella direzione. Paesi come Cina ed India, ad esempio, danno contributi fondamentali. Ci sono Paesi arabi di gran lunga meglio attrezzati di noi per quando riguarda energia solare e pannelli fotovoltaici, i deserti sono immensi recipienti di energia. Insomma, non e’ assolutamente detto che i Paesi in via di sviluppo debbano commettere i nostri stessi errori, anzi…
Andrea Ceccon e’ uno che riesce a sorprendere. Sorprende soprattutto perche’, anche in una chiacchierata privata, si rivela capace di spunti e considerazioni in grado di strappare il sorriso, ma non prive di un certo acume. Benche’ gia’ piuttosto conosciuto in Liguria e non solo, Ceccon ha raggiunto la piu’ vasta notorieta’ partecipando a Colorado Cafe’ insieme agli amici/colleghi Enrique Balbontin e Fabrizio Casalino (con i quali ha dato vita a popolari sketch come i savonesi, il maestro di vita Rabartha e gli scontrosissimi operatori turistici liguri, con la proverbiale “torta di riso” sempre finita).
Ma Ceccon non e’ solo questo… Trombettista, cantante, attore di teatro, compositore, ha lavorato con Giorgio Gaber e i Matia Bazar, ha vinto due volte il premio Tenco, ha fatto parte dei “Mau Mau” e dei “Cavalli Marci”, ha fondato le “Voci Atroci” (con cui ha vinto il premio Quartetto Cetra) e recentemente ha scritto anche un libro, “Vapfan-ghala”, edito da DeAgostini. Un personaggio poliedrico.
Andrea, cominciamo dai tuoi esordi. Oggi sei un comico, ma in realta’ nasci musicista….
Ho studiato tromba al conservatorio, ma piu’ che altro ho sempre scritto “belinate”!
Cioe’…?
Si, insomma: cose che facciano ridere. Vedi, per me la musica e’ una cosa seria: mi hanno sempre insegnato che il musicista sta nella buca dell’orchestra. Ho scritto tantissime canzoni, ma la canzone non e’ solo musica: e’ anche parole. E le parole hanno un livello di comunicativita’ differente: e’ piu’ facile per la gente seguirle. Oggigiorno “La Musica” la capiscono in pochi.
Hai studiato anche recitazione…
Si, allo Stabile. Per me il teatro e’ piu’ affascinante della musica, piu’ vario. Nel teatro hanno la loro importanza anche cose che non ti aspetteresti: che so, ad esempio la falegnameria! Quando ho conosciuto Balbontin lui faceva gia’ quelle cose su Savona, ma io all’epoca stavo ancora lavorando con la Finocchiaro, se non ricordo male. Sai, all’inizio… mettersi a fare quelle “macchiette”, per chi viene dal teatro… Insomma: per trascinarmi, me l’hanno dovuto menare!
Nelle vostre parodie spesso viene fuori lo stereotipo del genovese. Qual e’ il tuo rapporto con la citta’? Per me Genova e’ una citta’ unica: davvero, non riesco a parlarne male… Vedi, anche quando facciamo gli sketch tipo “torta di riso”, non e’ che non ci sia della verita’ dietro: vai in giro e ti rendi conto che la gente e’ proprio cosi’… Ma sotto sotto mi piace.
Ti piace…??
Si! Non che ogni tanto un sorriso in piu’ non guasti… Ma mi rendo conto che anch’io sono cosi’: se mi chiedi una cosa due volte, la seconda ti ho gia’ mandato a fare in culo! In fin dei conti, questo non mi dispiace completamente: mi piacciono i genovesi testardi, duri come sassi e indipendenti; mi piace il fatto che in generale non siamo “fighetti”. Se prendi Bologna, noti che tutto si standardizza dopo un minuto: la gente nelle mode ci crede veramente. Genova certo non le nega: le assorbe. Ma e’ anche in grado poi di filtrarle.
Non l’avevo mai vista in questa prospettiva… Ma non e’ strano che tra i genovesi, che sono percepiti (e si percepiscono) come un popolo scontroso, di “musoni”, siano venuti su tanti comici?
Nient’affatto: Genova e’ il migliore habitat culturale.
In che senso, scusa…?
Perche’, come ti dicevo prima, sono tutti cocciutamente indipendenti. Ognuno si tiene il suo modo di pensare, si intestardisce, non assimila. E questo crea un crogiuolo di opinioni diverse che mantiene l’ambiente vivace. Col risultato che anche i discorsi che si sentono al bar, a ben vedere, sono interessanti e seguono quasi sempre una certa logica.
In effetti… Cosa mi dici, infine, del tuo rapporto con la televisione? Tu sei un comico che viene definito “di sinistra”: com’e’ lavorare a Mediaset?
Guarda, le mie idee politiche sono ben note… Pero’ io sono per lo humor, non per la politica. Certo, ho visto “censurare” qualche battuta su Berlusconi, ma, alla fine della favola, solo perche’ erano volgari e gratuite. A me non piace parlare di queste cose: non mi piace la televisione che parla della televisione. La TV a casa non ce l’ho nemmeno! Quando mi presentano gente conosciuta, il famosissimo tal dei tali, io molte volte non lo riconosco: per me vale come un gatto schiacciato dal camion!
Giovedì 17 novembre Carlo Verdone è a Genova, in occasione del Festival dell’eccellenza femminile, per incontrare il pubblico e parlare del ruolo che hanno avuto le donne nella sua vita e nei suoi film. Lo aspettiamo fuori dal cinema dove è previsto l’incontro (Sala Sivori); arriva stringendosi nel cappotto e invita tutti a entrare, con un sorriso, per sfuggire al refolo d’aria gelida che sale dai vicoli attraverso Salita S.Caterina.
Prima di entrare in sala si ferma a rispondere alle nostre domande, e si comincia proprio con il parlare della nostra città: “In Viaggio con papà passai una giornata intera a Genova con Alberto Sordi, visitammo posti magnifici, io non la conoscevo, era la prima volta, e Sordi rallentava molto perché si fermava sempre per mangiare: per il pranzo due ore, nel pomeriggio una pasticceria, alla fine fu più che altro una permanenza culinaria e poi la sera si partì! Poi sono tornato a Genova molte altre volte, anche per promozioni di film, e come città mi piace moltissimo. Venendo qua sono passato per piazze e scorci molto belli, è una città di luci e ombre davvero suggestiva. Non sarebbe male ambientarci un film, me lo auguro vivamente, dovrei scrivere qualcosa però pensato proprio per Genova.”
Che ruolo avrà la donna nel tuo prossimo film? “ In questa pellicola il punto di vista principale è quello dei maschi, perché la storia ruota intorno alla figura dei padri poveri, quei padri divorziati che tra i problemi con la famiglia e le spese per il sostentamento dei figli non arrivano a fine mese. L’unico personaggio femminile è quello di Micaela Ramazzotti, con un ruolo assolutamente positivo perché aiuterà il mio personaggio a risolvere un problema con sua figlia. Mentre i personaggi dei ragazzi risultano essere molto più maturi dei loro genitori”.
Parlando di cinema contemporaneo invece: “Si sente molto la mancanza di attrici come Monica Vitti. Senza nulla togliere alle ottime attrici che abbiamo adesso, lei aveva una presenza scenica a trecentosessanta gradi sia nel registro comico sia in quello drammatico. Ma sono anche cambiati i tempi. Oggi escono molte commedie carine ma che volano troppo basso, manca la critica di costume e la commedia fine a se stessa, come puro intrattenimento, non serve a nessuno. Tra i giovani abbiamo attori bravi e registi bravi, vorremmo avere qualche sceneggiatore bravo in più, ce ne sono troppo pochi, e anche qualche scrittore in più. I nostri padri negli anni cinquanta e sessanta lavoravano con Zavattini, Flaiano, Bassani, Pasolini, Moravia… ovunque ti voltassi trovavi un grande della letteratura. Oggi ci sono, ma sono pochi, ci vorrebbe qualcuno in più che ispirasse il cinema”.
In questo periodo storico, quale ruolo secondo te potrebbe o dovrebbe avere la cultura? “Purtroppo la cultura in questo momento non ha alcun ruolo, perché le hanno tagliato troppe cose, è stata considerata un optional dalla politica e abbiamo assistito alla chiusura di sale, teatri, librerie… al loro posto arriveranno pizzerie e negozi d’abbigliamento, ma che fine fa il libro? O anche il cd? Oggi la cultura è sempre più un qualcosa di virtuale, andremo avanti solo a files… la vedo male. Bisognerebbe che la politica si rendesse conto che la cultura è un investimento ed è anche turismo, noi abbiamo bellezze che nessuno ha -più viaggio e più ne sono consapevole- ma non vengono esaltate, questo è un grave problema. Se non si agevola e non si sostiene la cultura, muore l’innovazione e muore soprattutto il ricambio generazionale, e questa è la cosa peggiore che possa succedere a un paese”.
In sala si alternano momenti seri e momenti di pura comicità in cui Verdone regala al pubblico, col tocco esperto dell’attore di lunga data, esilaranti aneddoti sulla sua esperienza cinematografica. Eccolo quindi passare dal racconto della sua infanzia, cresciuto circondato dalle donne di famiglia: “La mia sensibilità verso la figura femminile deriva senz’altro da questo, la donna è tante cose insieme e questo la rende più interessante dell’uomo, che è più rigido” al come sceglie le partner per le sue pellicole: “Quando penso a un ruolo per un mio film, visualizzo subito il volto dell’attrice, e scrivo su di lei. La incontro, e cerco di conoscerla il meglio possibile, perché è osservandola nella quotidianità che ne capisco l’anima e posso adattare il personaggio alle caratteristiche che vedo, sfruttando i punti di forza dell’attrice, e poi indirizzare lei sul binario giusto per l’interpretazione”, al racconto di come conobbe e scelse per il ruolo di nonna in due suoi film l’impareggiabile Sora Lella (Elena Fabrizi, sorella del grande Aldo), avvicinandola in un bar mentre sorseggiava un aperitivo: “Voi siete la Sora Lella?”, “Sì, e voi chi siete?”, “Carlo Verdone”, “Carlo Verdone? L’attore? Me cojoni!”.
In occasione della 25° edizione della Festa della Zucca di Murta, abbiamo incontrato Paolo Putti, portavocedel Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, candidato sindaco alle prossime elezioni amministrative.
Educatore, attivista nel movimento No gronda, visti i tuoi numerosi impegni la prima domanda che sorge spontanea è come mai hai decisodi intraprendere questa avventura?
Ho condiviso per tre anni un percorso di relazione con la gente di Genova e del territorio della Valpolcevera. Tutte queste persone e altre ancora del Movimento 5 stelle mi hanno chiesto di dedicare alcuni anni per provare a rilanciare la città e così dopo averci riflettuto con la mia famiglia ho deciso di provare.
Una “piccola” candidatura come la tua, quella di un uomo che proviene dalla società civile, come affronterà il confronto serrato con politici più navigati?
Vorrei riuscire a far sì che la gente comune possa credere di avere la possibilità di riprendere a partecipare alla vita politica. Se ognuno di noi, anche chi magari si considera poco competente, invece di delegare a quelli che sono stati finora i partiti politici, decidesse di mettersi in gioco in prima persona, con i propri strumenti, in questo modo chiunque potrebbe dare un contributo positivo alla società. Anche perché i risultati ottenuti finora dalla politica tradizionale sono stati assolutamente deflagranti per la società civile. Occorre voltare pagina e i saperi dei singoli cittadini possono risultare fondamentali.
E come farai ad evidenziare la tua diversità?
Innanzitutto dal punto di vista pratico farò un solo mandato, una scelta precisa per non correre il rischio di voler conservare un privilegio acquisito. Dedicare cinque anni alla propria città è un’esperienza entusiasmante e faticosa, proprio per questo va provata una volta sola. Il secondo accorgimento è firmare le dimissioni in bianco. In questo modo, nel caso dovessi compiere degli errori, gruppi di cittadini potranno chiedere le mie dimissioni. Ma soprattutto il mio obiettivo è formare una squadra di tecnici, persone provviste di competenze specifiche in grado di trasmettere le informazioni idonee ai cittadini perché poi possano essere loro a restituire delle ipotesi di soluzione su cui io e i tecnici dovremo lavorare per trovare delle risposte o perlomeno per intraprendere dei percorsi di risposta.
Partiamo dalla tua esperienza di educatore, in quale situazione ci troviamo oggi con i tagli al cosiddetto comparto sociale?
La più grande difficoltà è stata quella di non essere riusciti a comunicare ai cittadini i dati e i numeri per poter valutare appieno l’importanza di questo servizio. Se i sevizi sociali verranno tagliati del 50%, come prospetta il Comune e come da anni sta facendo il governo, questo comporterà un’enorme ricaduta, anche economica, sulla società. Per non parlare della ricaduta sulle persone. Pensate a centinaia di anziani abbandonati in casa senza assistenza domiciliare oppure all’impossibilità di accompagnare i disabili nei loro spostamenti. La società dovrebbe prendersi in carico queste persone per il piacere di farlo invece, oltre a fargli pesare il servizio, rischiamo di privarli anche di questa opportunità.
Il tema della Sanità è importante in una città come Genova abitata da numerosi anziani. Come fare a ottimizzare il sistema garantendo comunque il principio per cui tutti i cittadini hanno diritto di accesso alle cure?
Un Comune, un Sindaco, ma anche i singoli cittadini devono difendere il diritto alla salute. Indubbiamente il costo della sanità è alto e in questo momento appare impossibile sostenerlo. Ma se pensiamo agli enormi sprechi che ci sono in altri campi è demagogico pensare di tagliare per forza in questo ambito. Io penso che ci sarà da lottare. Come sindaco non è possibile intervenire sulle spese sanitarie ma si può fare una forte opposizione. Se io ho il mandato di curare il benessere dei miei concittadini ma non ho gli strumenti per ottenere l’obiettivo devo rinunciare al mandato e restituire le chiavi della città. E’ un mio dovere lottare al fianco dei cittadini perché un domani il prossimo sindaco possa avere maggiori possibilità di intervento.
Sulle Grandi opere conosciamo la tua posizione fortemente critica. Partendo da questo presupposto quali sono invece le “piccole opere” necessarie per la città?
Spesso cercano di vendere le grandi opere come soluzioni miracolose. In realtà i problemi vanno affrontati con opere, a volte anche onerose, però di altra portata e che soprattutto non hanno l’obiettivo di far girare parecchio denaro nelle tasche di pochi individui. Ad esempio la gronda dovrebbe rappresentare una risposta ai problemi legati alla mobilità. Una teoria smitizzata da tutti i tecnici intervenuti nel dibattito pubblico. Sarebbe decisamente più utile realizzare una vera metropolitana di superficie in grado di percorrere tutte le direttrici della città. Costruire parcheggi di interscambio nelle periferie in modo tale che le persone possano lasciare l’auto e muoversi con la metropolitana. Queste sono soluzioni concrete per garantire un’accessibilità veloce a tutti i luoghi. Per quanto riguarda il trasporto merci è un disegno folle incentivare il trasporto su gomma. Noi riteniamo sia importante puntare sul trasporto merci su rotaia. Per questo ci sono moltissime linee di valico sottoutilizzate e che dovrebbero essere rese fruibili.
Da dove dobbiamo partire per far crescere l’economia della città?
Ad esempio si potrebbe investire sul traffico merci su rotaia per creare nuovi posti di lavoro strettamente collegati all’attività del porto. E poi investire nella ricerca perché Genova grazie alla presenza di una buona Università e del nuovo polo tecnologico che sorgerà agli Erzelli, può davvero dire la sua in questo campo. Senza dimenticare la vocazione turistica della città che va sviluppata con opportuni investimenti.
Oggi il territorio è sempre più abbandonato a se stesso. Anche per questo accadono eventi drammatici come l’alluvione del 4 novembre. Come fare per recuperare un corretto rapporto con la terra?
E’ fondamentale concepire una città in grado di vivere al fianco della natura. L’uomo cerca invece ogni giorno di violarla e il risultato è che la natura ci restituisce la sua presenza sotto forma di tragici eventi. Dovremmo tutelarla, investire risorse nella riqualificazione, nella cura dei rivi e del terreno. Per centinaia di anni i nostri contadini hanno curato il territorio, non solo perché li sfamava, ma perché conoscevano bene le conseguenze di un suo abbandono.
Un tema particolarmente sensibile al Movimento 5 stelle è quello delle Risorse energetiche: stiamo andando verso lo sfruttamento completo delle risorse disponibili, qual è l’alternativa?
Noi crediamo si debba puntare sulle energie rinnovabili. L’Italia e la Liguria in particolare sono avvantaggiate rispetto ad altri Paesi: penso al fotovoltaico, al solare termico, ma anche all’eolico. Magari il mini eolico, non le grandi pale che spaventano perché possono deturpare il paesaggio. Anche qui si torna all’importanza della ricerca: se investiamo nella ricerca i ragazzi di oggi potranno trovare delle soluzioni per il domani.
Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti a Borzoli è prevista la realizzazione dell’inceneritore, cosa ne pensi è una soluzione che va nella giusta direzione?
L’escamotage è cambiare nome per cercare di vendere cose vecchie: termovalorizzatore vuol dire qualcosa che valorizza, quindi appare bello. In realtà si tratta di un inceneritore che brucia, rischia di produrre diossina, produce polveri sottili e produce rischio di morte come sottolineano anche i Medici per l’Ambiente. Il movimento 5 stelle rispetto alla gestione rifiuti ha da sempre un’idea precisa: bisogna recuperare il più possibile dai rifiuti. Si può fare, ci sono esperienze positive in tutta Italia. I dati parlano chiaro: con il sistema del porta a porta la raccolta differenziata raddoppia nel giro di poche settimane. Occorre investire in questa direzione perché le risorse ci sono. Un inceneritore costa quasi 300 milioni di euro. Investire anche solo una piccola parte di questi soldi nella raccolta porta a porta permetterebbe di ampliare notevolmente la differenziata e creare nuovi posti di lavoro.
C’è una crescente richiesta di sicurezza che proviene soprattutto da alcuni quartieri. Qual è la ricetta per sconfiggere la paura?
La ricetta sarebbe bellissimo averla ma purtroppo non la conosciamo. Però c’è una direzione che possiamo intraprendere. Bisogna ascoltare le richieste che provengono da quei ragazzi con forti difficoltà, soggetti a rischio che possono subire una deriva verso l’illegalità che li porta anche ad aderire a gruppi per trovare un’identità. Fornirgli degli strumenti preventivi, sostenerli perché riescano a costruirsi un’identità possibile: lavorando, studiando, mettendo su famiglia. Dall’altro lato occorre tenere conto dei timori di alcune di persone, ad esempio gli anziani, che hanno paura di uscire di casa. Va garantito loro il diritto a vivere con la giusta serenità questa fase dell’esistenza. Investendo sulla presenza di quei soggetti in grado di fornire un’efficace mediazione. Per evitare di costruire nuove carceri domani iniziamo a ragionare in modo tale che i ragazzi di oggi abbiano a disposizione maggiori opportunità e gli anziani allo stesso tempo riescano a non vederli più come un fattore di rischio: così riusciremo a realizzare un modello di convivenza che è in grado di generare risultati positivi.
Nel 1967 l’esordio discografico, poi un lungo cammino fatto di alti e bassi, gioie e difficoltà, un cammino a due con il compagno Fabrizio De Andrè. Alla morte del cantautore genovese, Dori si è dedicata con la “sua” Fondazione De Andrè a mantenere viva la musica di Fabrizio, un’agenda colma di appuntamenti da una città all’altra dell’Italia, un impegnativo gesto d’amore.
Oggi Dori non vive più a Genova, ma qui ha lasciato tanti ricordi, inevitabilmente intrecciati con la vita e le opere di De Andrè che, come lei stessa ha detto, “era per me come una guida, mi presentava Genova con gli occhi innamorati…”
La vita ti ha portato ad incontrare Genova sulla tua strada… Che rapporto hai con la città?
Sicuramente le circostanze e i casi della vita mi hanno portata a Genova, ma di certo non si è trattato di una “convivenza forzata”, tutt’altro… Questa è una città che sa farsi amare per i suoi pregi. In più, io ho avuto il privilegio di conoscerla attraverso gli occhi di Fabrizio che me l’ha presentata in un modo speciale, da “figlio innamorato”…
Quali sono le immagini e i ricordi più ricorrenti della “tua” Genova?
Ho vissuto e conosciuto Genova come un’entità viva, che respira, perché la identifico con le persone che qui ho incontrato e che continuo ad amare. In qualche modo ci siamo scelte a vicenda, perché nel 1969, agli inizi della mia carriera, Genova mi ritenne degna di un premio prestigioso e ambito come la Caravella d’Oro. In quello stesso anno – guarda il caso, venne premiato anche Fabrizio!
La tua carriera musicale è iniziata che eri ancora molto giovane. Dalle prime apparizioni sino ai successi degli anni settanta, gli alti e i bassi, gli incontri… Hai dei rimpianti?
Tanti! Ricomincerei tutto dall’inizio, forse prestando più attenzione a determinate scelte…
“Sono riusciti a cambiarci, ci sono riusciti, lo sai…” Il vostro rapporto vi ha cambiati?
Fermo restando che, se due si innamorano, significa che si accettano e si amano per come sono, è inevitabile che poi, convivendo, ci si possa involontariamente influenzare e subire un naturale cambiamento.
Il tuo impegno con la Fondazione De Andrè è ripagato ogni giorno da un numero crescente di riconoscimenti, probabilmente ben oltre le vostre iniziali aspettative. Ciò significa che la tua agenda è sempre colma e la tua presenza è richiesta in ogni manifestazione dedicata a tuo marito: quanto ti pesa, se ti pesa, tutto ciò? E quale sarebbe il pensiero di fabrizio se oggi potesse assistere a questo suo “successo da defunto”?
Alla tua domanda ci sarebbe ben poco da aggiungere. Certo sarebbe più bello poter vivere ancora intimamente l’intenso rapporto con fabrizio e nessuna altra realtà può competere con questo, era davvero speciale. Forse è proprio questo il motivo per cui la gente lo ricorda ancora oggi con così tanto affetto. E le Fondazioni in questi casi possono fare ben poco… Tutto è nato da sé.
Io penso che di fronte a tutto questo Fabrizio si dovrebbe semplicemente rassegnare, farsene una ragione.
Ho incontrato Giuseppe Marcenaro un pomeriggio nella sua casa in salita Santa Brigida. Dalle finestre della sua abitazione è possibile scorgere il profilo della città, i tetti che si sfiorano e il labirinto dei vicoli, arrivando con lo sguardo fino al mare.
Curatore di mostre in Italia e all’estero (dedicate fra l’altro a Sthendal; Montale; Genova nel Novecento; Viaggio in Italia; Russia e Urss), giornalista, scrittore, chiamato ad insegnare in diverse università anche straniere, il professor Marcenaro ha scritto molto su Genova ma paradossalmente la nostra città sembra non considerarlo a sufficenza.
“Sono un esule in patria. La mia collaborazione con Il Secolo XIX è l’unico rapporto che mantengo con Genova”. Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata seduti nel suo studio circondati dalla sua immensa biblioteca. Lettore accanito Marcenaro ha raccolto tutte le citazioni su Genova e sulla Liguria trovate nelle sue letture. Queste testimonianze di illustri viaggiatori transitati per la nostra regione sono raccolte nel suo libro Viaggio in Liguria (Sagep, 1992).
Il più recente Genova e le sue storie (Bruno Mondadori, 2004) nasce invece dall’esigenza di costruire un’immagine letteraria alla nostra città. “Un libro su Genova come Dublineers di Joyce sarebbe straordinario”. Secondo lui Genova è un libro mancato. “Tutte le grandi città hanno il loro libro, Milano ha I Promessi sposi, Roma ha Gli indifferenti e molti altri, a Genova c’è stato il tentativo di Remigio Zena con La bocca del lupo, un libro di buona qualità, poi nessuno si è più cimentato in questa impresa. La prima edizione di Genova e le sue storie è del 2004, è uscito in occasione delle celebrazioni per Genova capitale europea della cultura. L’editore mi aveva chiamato chiedendomi di realizzare una guida su Genova”.
In realtà è una guida non convenzionale, con intento polemico, il cui scopo è divertire, un tour che esplora le caratteristiche di Genova e dei suoi abitanti, ne mette in luce difetti e vizi antichi, attraverso testimonianze storiche e letterarie che forniscono molteplici spunti di riflessione.“Quello che mi interessa principalmente è indagare il carattere dei genovesi”. Con il professore abbiamo approfondito alcuni temi particolarmente significativi per la realtà odierna. .
Marcenaro dedica un capitolo allo storico cardinale, Giuseppe Siri, “Figura emblematica di genovese” e all’impronta indelebile che ha lasciato sulla città e sulle coscienze dei cittadini con il suo conservatorismo inflessibile.
La tendenza all’immobilismo, tipica delle strutture sociali che hanno dominato Genova, ha forgiato il carattere degli abitanti, sin dal 1628, quando Giulio Cesare Vacchero, colui che aveva cospirato contro la Repubblica, fu punito duramente, decapitato e il suo palazzo raso al suolo. ”Guai a chi osasse mettere a repentaglio l’equilibrio del governo cittadino”.
Nei secoli la vecchia oligarchia si è trasformata, ma non è tramontata. “Si è autoriprodotta nei vari gruppi che impongono un potere di posizione, dando luogo a tanti monolitici piccoli soviet, somiglianti in maniera sorprendente agli antichi alberghi in cui si consorziavano le famiglie nobili e che hanno fatto scuola, diffondendo un sistema di protezione e privilegio chiuso, caparbio e ostinato, per conservare i diritti di casta… I borghesi del soldo si considerano gli eredi naturali delle passate grandezze. La ‘nobiltà operaia’ dell’ industria, della cantieristica – un tempo nella Stalingrado d’Italia (Sampierdarena) e nella Piccola Russia (Sestri Ponente) – e la corporazione dei portuali, appartenenti ormai a un giurassico genovese, orgogliosi del monopolio di una verità, hanno diffuso la convinzione che il bene collettivo – posto interessi – può venire soltanto dai circuiti chiusi”. Non c’è posto per chi è diverso e non allineato.
“Genova è davvero come la fortezza Bastiani di Dino Buzzati”. Siamo circondati da mura, e non si tratta solo della nostra storica cinta muraria ma di barriere mentali difficili da abbattere.
“Nel 2004 quando scrivevo questo libro ero convinto che la città avesse ancora una possibilità di rilancio”. Un risveglio che può avvenire solo attraverso i tanto odiati forestieri, la nuova massa di turisti che muove verso Genova attratta da tesori sconosciuti e nascosti per anni, che oggi ritrovano la luce. “Attualmente non sono più convinto che Genova possa rialzarsi. Viviamo un momento di eclissi. E’ una questione di mentalità e non di appartenenza politica. Le amministrazioni cittadine, di qualunque colore siano, in questi anni hanno dimostrato spesso la medesima chiusura mentale. Oggi si è fatta la scelta di privilegiare la promozione di una cultura popolare facilmente accessibile. L’esempio tipico è la notte bianca. Ma a cosa servono le notti bianche se poi da tempo non si organizzano mostre importanti a Palazzo Ducale? Genova non sa più pensare in grande, non sa osare, è questo il problema. Oggi è passato il concetto che Genova è la città di De Andrè. Ma Genova non è solo De Andrè. Genova è anche la città di Eugenio Montale, un premio Nobel per la Letteratura, attualmente quasi dimenticato. Durante i miei viaggi, la passione per lapidi e targhe mi porta sempre alla ricerca di queste testimonianze storiche. Nel 2004 avevo proposto di installare qualche lapide anche nella nostra città per mostrare ai tanti turisti stranieri che famosi loro connazionali erano passati di qua. Mi sarebbe piaciuto che nell’atrio della stazione Principe fosse ricordato che lì era arrivato Arthur Rimbaud. Anche perché l’ultima città che il poeta vide fu proprio Genova e da qui partì per l’Africa abbandonando la poesia e dedicandosi al commercio. Oppure in via Balbi ricordare la testimonianza di Sthendal che la definì una delle più belle strade del mondo. Questa idea è caduta nel vuoto. Il discorso fondamentale è che non sappiamo venderci, non sappiamo promuovere la città”.
Il capitolo dedicato a Piazza Banchi analizza quasi sociologicamente le trasformazioni della città. Passeggiando in questi giorni nei dintorni di Piazza Banchi si percepisce una città alla continua ricerca della propria identità. Per la piazza che fu il centro degli affari della Superba si incrociano turisti, extracomunitari, qualche tossico ciondolante, e sparuti genovesi che si aggirano con occhio vigile, rappresentazione di universi a sé stanti, che si ignorano ma sono costretti a vivere a stretto contatto. L’immagine di via S. Luca, via Orefici, via S. Pietro in Banchi con le loro file di negozi e lo strùscio della gente, contrasta nettamente con il degrado e il colpevole abbandono in cui giàcciono i vicoli adiacenti. Sedute sui gradini, di fronte ai bassi, le prostitute ci osservano nell’attesa di clienti. “E’ il fascino babelico della nostra città”.
Una città che si interroga sul proprio destino. “Oggi Genova deve decidere da che parte stare. O diventa una città multiculturale oppure decide di chiudersi dentro le proprie mura. Ma una decisione va presa, bisogna trovare una nostra identità. Impariamo a decidere. Qui invece abbiamo la tendenza ad aspettare che gli avvenimenti avvengano, inevitabilmente. Ne è un esempio la questione della moschea. Per me va fatta. Ma bisogna che una decisione venga presa una volta per tutte e smetterla con il continuo tira e molla. Abbiamo il culto del non fare e del non lasciar fare. Questo è il concetto che ci sta portando alla decadenza”.