Tag: lavoro

  • Stazione Principe: tagli ai lavoratori del servizio bagagli

    Stazione Principe: tagli ai lavoratori del servizio bagagli

    Treni11Gli ultimi eredi dei gloriosi facchini all’opera nelle stazioni ferroviarie genovesi – 8 lavoratori impiegati nella gestione dei depositi porta bagagli di Genova Principeperdono l’occupazione. La società Grandi Stazioni (appartenente al Gruppo FSI), infatti, ha proceduto a cedere il ramo di azienda a SDA Kipoint (società controllata da Poste Italiane), senza che quest’ultima garantisca la ricollocazione dei lavoratori, né tantomeno l’applicazione del contratto in vigore.

    «Ora queste 8 persone sono in cassa integrazione – spiega Laura Andrei della Filt Cgil – ma Grandi Stazioni non può stare a guardare».
    Il contratto d’appalto con la So.Co.Fat di Torino, dalla quale dipendono gli 8 lavoratori, è scaduto da oltre un anno.
    Da parte sua, Grandi Stazioni risponde così «Da mesi operiamo affinché le varie società possano trovare un accordo».

    Si tratta del triste quanto inevitabile epilogo di una vicenda iniziata nel 2004 quando la storica cooperativa Portabagagli (che negli anni ’60 raggiunse quota 350 soci) fu dichiarata ufficialmente fallita. Da allora, tra appalti e spacchettamenti, la forza lavoro è costantemente diminuita.

    Le segreterie regionali di Filt Cgil, Fit Cisl, Uilt, Fast, Ugl e Salpas Orsa a fronte delle procedure di licenziamento aperte dalla società appaltante per la gestione degli esuberi organizzano un presidio dei lavoratori Venerdì 1 febbraio 2013, dalle ore 8 alle 10, sul binario undici in prossimità del deposito bagagli.
    Le Organizzazioni Sindacali denunciano come «In un periodo di pesante crisi si chieda sempre ai lavoratori più deboli il sacrificio maggiore, scaricando sul lavoro le scelte sconsiderate del Gruppo Fsi che, dopo aver sbandierato bilanci positivi, cerca gli utili legittimando di fatto il peggior dumping contrattuale. Si tratta dell’ennesima batosta inflitta al settore degli appalti – sottolineano i sindacati – già martoriato dall’esasperata frammentazione dei lotti e dal sistema degli appalti al massimo ribasso, che vede in Liguria un sempre maggiore ricorso agli ammortizzatori sociali, nel peggior momento di incertezza sulle risorse ad essi destinate».

     

    Matteo Quadrone

  • Piccole e medie imprese: 28 gennaio giornata di mobilitazione

    Piccole e medie imprese: 28 gennaio giornata di mobilitazione

    «Nel 2012 in Italia, circa ogni minuto, un’impresa ha chiuso i battenti: un anno difficilissimo culminato con una pressione fiscale record ed un altrettanto grave crollo dei consumi e del reddito reale disponibile, tornato ai livelli di 27 anni fa». È questo l’allarme lanciato da “Rete Imprese Italia”, in occasione della presentazione della giornata di mobilitazione prevista per lunedì 28 gennaio nelle maggiori città italiane: a Genova l’appuntamento è alle 10,30 alla Sala delle Grida del Palazzo della Borsa, in via XX Settembre.

    «In questo paese manca da troppo tempo una politica industriale coordinata e con obiettivi chiari e precisi – spiega Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti Liguria – Per questo abbiamo appoggiato convintamente anche sul nostro territorio la proposta di Rete Imprese Italia promossa a livello nazionale».

    «La prossima legislatura rappresenterà l’ultimo appello per rimettere in moto l’economia e il paese intero – continua De Luise è evidente che, se non tagliamo anzitutto la spesa, non ci sarà mai la possibilità di diminuire la pressione fiscale. Ed è altrettanto palese che, se non verranno previste misure concrete per lo sviluppo tali da ridare ossigeno anche alle migliaia d’imprese di Genova e della Liguria non riusciremo mai a ripartire e a bloccare disoccupazione, aumento della povertà, crollo del pil e impennata del debito pubblico».

    “La politica non metta in liquidazione le imprese. Rete Italia non farà sconti”, è lo slogan.

    Questo, invece, il programma della manifestazione genovese:

    introduzione ai lavori del presidente di turno di “Rete Imprese Italia” Carlo Sangalli, in collegamento da Roma;
    intervento dei presidenti provinciali di Confesercenti e delle altre associazioni di categoria aderenti a “Rete Imprese Italia” (Ascom, Confartigianto e Cna);
    spazio libero per gli imprenditori presenti all’iniziativa per rappresentare le difficoltà che quotidianamente incontrano nei rapporti con fisco, banche, burocrazia.

    Obiettivo dell’iniziativa è quello di focalizzare l’attenzione dei futuri membri di Governo e Parlamento, nonché gli enti locali, sulla vera e propria emergenza nazionale attraversata dal mondo delle piccole e medie imprese, così come emerge dai dati presentati da “Rete Imprese Italia”: pressione fiscale di oltre il 56% per i contribuenti in regola, burocrazia che richiede ad ogni impresa 120 adempimenti fiscali e amministrativi all’anno, sistema del credito che nell’ultimo anno ha ridotto di 32 miliardi l’erogazione di finanziamenti alle aziende, chiusura di un impresa al minuto nel 2012.

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Ericsson trasferisce manager e dipendenti, interrogazione in Regione

    Ericsson trasferisce manager e dipendenti, interrogazione in Regione

    Alla Ericsson scatta l’ora dei trasferimenti: 41 persone – 26 dipendenti e 15 dirigenti – come ha spiegato l’azienda ai rappresentanti sindacali nell’incontro di martedì scorso, dovranno traslocare dalla sede genovese a quelle di Milano e Roma. Mentre a livello nazionale è prevista la chiusura di cinque siti per un totale di 276 lavoratori coinvolti, i quali saranno accorpati e trasferiti in giro per l’Italia presso le sedi più grandi della multinazionale.

    I sindacati, ovviamente, non ci stanno «L’azienda ci presenta solo esuberi e riorganizzazioni – spiegano – dovrebbe, invece, iniziare a raccontare che cosa prevede il suo piano industriale, se lo ha. Le riduzioni che sta attuando, a partire dalle procedure di licenziamento collettivo, che senso hanno all’interno del progetto industriale?».
    L’azienda ha giustificato questi interventi spiegando che essi sono necessari per mantenerla sul mercato «Ma non spiega quali azioni saranno intraprese per garantirne il futuro – sottolineano i sindacati – Per questo abbiamo chiesto ad Ericsson di scrivere qual è il progetto per la ricerca e lo sviluppo a Genova, in altri termini qual è il piano da qui fino al 2015».

    La vertenza Ericsson ritorna all’ordine del giorno anche in consiglio regionale, grazie ad un’interrogazione promossa dal consigliere Raffaella Della Bianca (Riformisti Italiani). «L’azienda non ha ancora presentato un chiaro piano industriale di sviluppo per i prossimi anni, non ha chiarito su quali strategie intende puntare e, soprattutto, quali sono le prospettive per la sede genovese agli Erzelli che prometteva un grande futuro ormai sempre più incerto – sottolinea Della Bianca – Inoltre, è di questi giorni la notizia che la cinese Huawei, stando alle anticipazioni sui bilanci del 2012, diventa il primo produttore al mondo di apparati per le telecomunicazioni battendo anche la stessa Ericsson». 

    Considerate tali premesse il consigliere Della Bianca interroga la Giunta e l’Assessore competente per sapere «Se Regione Liguria intende intervenire in merito alla decisione di Ericsson, (trasloco di 26 dipendenti e 15 manager da Genova a Milano e Roma), per tutelare non solo i lavoratori dell’azienda, ma per fornire spiegazioni chiare su quali prospettive esistano per la sede genovese agli Erzelli, considerando anche i cospicui finanziamenti pubblici ottenuti per trasferire la sede sulla collina».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio Comunale Genova: lavoratori AMIU e ospedale del Ponente

    Consiglio Comunale Genova: lavoratori AMIU e ospedale del Ponente

    Quello di ieri (22 gennaio, ndr) è stato un Consiglio Comunale caratterizzato dall’approvazione – quasi sempre all’unanimità – di diversi provvedimenti amministrativi, come l’eliminazione di alcuni regolamenti obsoleti e la nomina di un soggetto responsabile della prevenzione della corruzione come richiesto dalla legge anticorruzione del 2012. La natura stessa dei punti all’ordine del giorno ha suscitato ben pochi dibattiti e ha portato la riunione ad una rapida chiusura dopo poco più di due ore di discussione.

    Ci hanno pensato gli articoli 54 (interpellanze a risposta immediata), presentati ad inizio seduta, a sollevare alcuni temi rilevanti. Innanzitutto si è affrontato il capitolo AMIU bonifiche. Il contenzioso aperto tra sette lavoratori licenziati e l’azienda di proprietà del Comune era già balzato alle cronache quando, nei primi mesi di insediamento della nuova amministrazione, alcuni di loro avevano occupato l’Aula Rossa bloccando i lavori per diverse ore. Questi lavoratori, da anni impiegati con contratti stagionali, erano stati licenziati dopo aver presentato tramite il proprio legale la richiesta di essere assunti con contratto a tempo indeterminato.

     

     

    Lunedì (18 gennaio) il Tribunale di Genova ha dato ragione a tre dei sette ex dipendenti  dall’azienda, condannando in primo grado quest’ultima al loro reintegro e al pagamento di un risarcimento.

    Il consigliere Gioia (Udc) ha chiesto spiegazioni alla Giunta in merito alle possibili responsabilità del management dell’AMIU, il cui comportamento avrebbe portato non solo a dei licenziamenti illegittimi, ma anche ad un possibile danno alle casse del Comune costretto a pagare i risarcimenti.

    Sul punto è intervenuto l’assessore Oddone che, in modo molto prudente, ha sottolineato come si tratti solo di un giudizio in primo grado – che potrebbe essere ribaltato nei prossimi gradi di giudizio – pur ammettendo che questa sentenza «sancisce un apparente errore di valutazione del management».

    La complessità della questione deriva anche dal fatto che il patto di stabilità impedirebbe all’AMIU di procedere a nuove assunzioni e renderebbe quindi molto difficile risolvere il problema con il reintegro. L’assessore ribadisce il suo sostegno alla soluzione già definita dalla precedente amministrazione nel 2008, in accordo con i sindacati, che prevedeva un progressivo reinserimento di questi lavoratori all’interno delle partecipate del Comune.

    Questo episodio richiama anche una questione di cui si è già discusso in molte occasioni all’interno del Consiglio Comunale, ovvero delle responsabilità del management delle società partecipate del Comune. Un punto su cui si dovrà indubbiamente riflettere a fondo, soprattutto in un contesto in cui i pochi fondi a disposizione degli enti pubblici – denaro proveniente dalle tasche contribuenti – non potranno servire solo a sostenere e ripianare i debiti e delle aziende municipali.

    Il rischio, infatti, è che il Comune debba risarcire altri ex dipendenti AMIU che hanno fatto ricorso contro l’azienda.

     

    OSPEDALE DEL PONENTE

     

     

    Un secondo tema è stato avanzato dall’interrogazione del  capogruppo del Pd Simone Farello e del consigliere Luigi Grillo del Pdl in merito alla localizzazione del nuovo ospedale del ponente e della Valpolcevera. La questione è di grande attualità, viste le recenti notizie circa la richiesta del Presidente della Regione Burlando di valutare anche la collina degli Erzelli come possibile zona in cui collocare la struttura in alternativa a Villa Bombrini, su cui è già stato effettuato uno studio approfondito.

    Il Sindaco Doria ha voluto precisare di non aver espresso una posizione né favorevole né contraria a questa possibilità, ma di aver chiesto che si effettuasse una valutazione di fattibilità comparata tra le due possibili collocazioni: Erzelli e Villa Bombrini.

    Farello ha replicato al Sindaco evidenziando che nonostante il Pd non ponga pregiudiziali allo svolgimento di questa procedura, è comunque contrario al fatto di rimettere in discussione i passi avanti già fatti per la creazione dell’ospedale a Villa Bombrini.

    Replica: nel caso delle Interrogazioni a Risposta immediata (articoli 54) è prevista una replica del proponente di 2 minuti alla risposta del sindaco o dell’assessore competente.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio comunale, crisi dell’editoria: odg approvato all’unanimità

    Consiglio comunale, crisi dell’editoria: odg approvato all’unanimità

    Il consiglio comunale prende posizione in difesa dei lavoratori dell’editoria, un settore in forte affanno, come dimostrano le recenti vicende che hanno coinvolto due realtà genovesi quali Radio 19 e Radio Babboleo News. Ieri in apertura di consiglio, la Sala Rossa ha approvato all’unanimità un ordine del giorno – redatto dal consigliere Paolo Gozzi (Pd) e presentato da tutti i gruppi consiliari – inerente la situazione di crisi dell’editoria locale, emittenti televisive e radiofoniche.

    «Tutto il sistema della piccola editoria è messo a dura prova dalla contingenza economica – spiega il consigliere Gozzi – per questo, credo sia importante un interessamento delle Istituzioni per tutelare il preziosissimo lavoro e ruolo di queste emittenti, oltre ovviamente ai livelli occupazionali che concretizzano».

    Il consiglio comunale ritiene prezioso ed irrinunciabile il ruolo di informazione e di diffusione di notizie svolto dalle diverse emittenti genovesi e, considerato che molte lavoratrici e molti lavoratori rischiano di perdere il proprio posto di lavoro «Impegna il Sindaco e la Giunta ad aprire un tavolo di confronto con tutte le imprese dell’editoria genovese e ligure al fine di adottare tutte le misure necessarie per affrontare la crisi del settore e tutelare il pluralismo dell’informazione e le lavoratrici ed i lavoratori – sottolinea l’o.d.g. – a riferire in una apposita seduta di Commissione consiliare per conoscere a fondo la situazione ed approfondire il tema».

     

     

    [Foto di Daniele Orlandi]

     

  • Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Un saldatore a lavoro, di Roberto ManzoliQuesto mese ci stiamo concentrando sulle politiche economiche della Germania, il paese più ricco dell’euro-zona e quindi più volte preso come modello di riferimento. L’obiettivo di questi articoli è cercare di porre l’attenzione su quelli che sono gli aspetti quantomeno opinabili della strategia economica e politica tedesca; aspetti che spesso rimangono taciuti.

    La settimana scorsa abbiamo visto che c’è una grande differenza di produttività tra la Germania e il resto dei paesi europei. Questa differenza ha avuto origine dalla politica di contenimento dei salari attuata dal governo Schröder a partire dai primi anni 2000. “Com’è possibile?”, direte voi, “Contenimento dei salari? Ma la Germania non è il paese dove gli operai della Volkswagen guadagnano più di duemila euro al mese?”. Invece è proprio così, accanto a tecnici e operai strapagati ci sono milioni di lavoratori che assomigliano molto ai precari di casa nostra: sono i cosiddetti “mini-jobbers”.

    I “mini-job”, incentivati attraverso la riforma “Hartz IV” del 2003, sono una forma di contratto atipica che prevede una retribuzione massima di 400 euro al mese, somma al di sotto della quale il lavoratore non deve né pagare le tasse né versare alcun contributo. Questo fenomeno è tutt’altro che trascurabile in quanto sono più di 7 milioni i lavoratori che hanno questo tipo di contratto. Di questi, 2 milioni combinano il loro mini-job con un’altra occupazione, mentre per i restanti 5 quella rimane la loro unica fonte di reddito. Sebbene dall’introduzione della riforma non sia previsto alcun limite riguardo alle ore lavorate mensili, in molti casi i mini-job vengono considerati ufficialmente come lavori part-time.

    Non vi stupirete nel sapere che uno studio condotto dall’Istituto di Economia e Ricerca Sociale (Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliches Institut, WSI) ha mostrato come i mini-jobs siano spesso un binario morto per i disoccupati e non una strada verso il lavoro regolare. Vi sono ulteriori studi condotti dall’Istituto per il Lavoro e la Tecnologia (Institut Arbeit und Technik, IAT) che mostrano come i mini-job tendano a rimpiazzare le forme di impiego standard, soprattutto nei lavori poco qualificati.
    Tutto questo ricorda molto da vicino quello che è accaduto nel nostro paese con l’introduzione delle forme di lavoro atipiche come il contratto a progetto.

    C’è però una differenze fondamentale: i lavoratori tedeschi possono contare su un welfare molto più evoluto del nostro che permette ai mini-jobbers di godere comunque di un sussidio di disoccupazione che permane fino a che non si trova un’occupazione stabile. Cosa succederebbe se, al motto di “Siate più produttivi!”, venissero introdotte nel nostro paese ulteriori forme di contratto atipiche aumentando ancora la precarietà senza introdurre delle nuove tutele per i lavoratori?

    Gli squilibri di produttività all’interno dell’eurozona devono sì essere colmati, ma non è possibile far convergere tutti gli altri paesi verso la Germania, a meno che anche la Germania non converga verso gli altri paesi. In parole povere se la Germania non aumenterà il costo unitario del lavoro, ricompensando maggiormente i lavoratori per il proprio contributo alla produzione, allora non ci sarà via d’uscita. Così facendo i lavoratori tedeschi percepiranno salari maggiori e le merci tedesche saranno meno competitive a vantaggio di quelle dei paesi periferici che verranno acquistate proprio dai consumatori tedeschi che, grazie agli aumenti salariali, potranno rappresentare quella domanda di beni di cui tutti i paesi periferici hanno disperato bisogno per uscire dalla crisi. Questo non deve essere visto come una gentile concessione da parte della Germania ma piuttosto come un atto doveroso nel rispetto del trattato di Maastricht che prevede “coordinamento delle politiche economiche degli stati membri” e non una gara a chi è più forte con un solo vincitore e molti sconfitti, tra cui l’idea stessa di un Europa unita.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Ex Centrale del Latte: società di logistica o centro commerciale

    Ex Centrale del Latte: società di logistica o centro commerciale

    Adesso è ufficiale: c’è una nuova proposta di riconversione dell’ex Centrale del Latte. Una multinazionale della logistica portuale e aeroportuale – già presente sul territorio genovese con una piccola sede – è intenzionata ad ampliarsi, insediandosi nel sito di Fegino. Lo hanno comunicato ieri gli assessori al lavoro e allo sviluppo economico della Regione Liguria e del Comune di Genova, Enrico Vesco e Francesco Oddone ai rappresentanti dei lavoratori e alle organizzazioni sindacali, nel corso di un incontro per fare il punto sul futuro dell’area. «L’individuazione della multinazionale, che abbiamo già incontrato, è il frutto del lavoro coeso tra le istituzioni che si erano assunte l’impegno, prima di Natale, di individuare un soggetto per un utilizzo industriale del sito e non commerciale – hanno affermato i due assessori – Si tratta di un’azienda molto solida che ci ha convinto anche sul fronte delle opportunità occupazionali che si possono creare. L’impegno è che in quell’area vengano ricollocati i lavoratori della ex Centrale del Latte attualmente in cassa integrazione».

    Vesco e Oddone hanno spiegato che da tempo, l’azienda in questione, stava cercando un’area corrispondente alle loro esigenze e Fegino è stata valutata idonea dal gruppo che ha un bilancio consolidato a livello italiano di 500 milioni di euro e di 2 miliardi a livello mondiale.
    «La loro è un’operazione pienamente compatibile, sia con il piano urbanistico del Comune, sia con le esigenze aziendali di realizzarla immediatamente», hanno aggiunto i due assessori.

    Per quanto riguarda l’occupazione, l’impegno di Regione e Comune è che nell’area vengano ricollocati i lavoratori attualmente in cassa integrazione della Parmalat-Lactalis, anche se in attività differenti rispetto a quelle svolte fino ad oggi, e di realizzare percorsi di formazione. «Attiveremo subito un tavolo di confronto con l’azienda proprietaria – hanno concluso Vesco e Oddone – affinché si possa concretizzare la disponibilità manifestata dalla multinazionale della logistica».

    A questo punto deve partire la trattativa tra le due parti – gli attuali proprietari (Parmalat-Lactalis) e i potenziali acquirenti – che dovranno mettersi d’accordo sul valore dell’area. La soluzione prospettata da Regione e Comune ha visto una parziale soddisfazione dei sindacati che hanno comunque chiesto garanzie sulla riassunzione dei lavoratori in cassa integrazione.

    Nel frattempo, Parmalat-Lactalis rilancia la proposta del centro commerciale che sarebbe realizzato da un operatore della grande distribuzione. A breve, probabilmente a febbraio, l’azienda illustrerà il progetto alle istituzioni. Regione e Comune, però, hanno già dichiarato che la destinazione d’uso dell’area non cambia e resta industriale, quindi nessuno spazio per nuovi insediamenti commerciali.

    Queste sono le due ipotesi in campo. Nel mezzo rimangono i lavoratori, il cui destino è dunque ancora incerto. Su 63 ex dipendenti della Centrale del Latte ne restano ancora 45 da ricollocare. Sette sono andati a lavorare nel sito della logistica a Bolzaneto; sei sono impiegati da Parmalat-Lactalis a Genova in attività commerciali e di vendita; alcuni sono in distacco in altri stabilimenti del gruppo. Tutti gli altri sono in cassa integrazione. «Noi siamo disponibili ad ascoltare proposte concrete e chiare – dichiara Michele D’Agostino, segretario generale della Uila-Uil di GenovaL’importante è risolvere il problema occupazionale degli ex lavoratori di Fegino e possibilmente creare nuova occupazione».

     

    Matteo Quadrone

  • Ericsson, lavoratori in sciopero contro le politiche della multinazionale

    Ericsson, lavoratori in sciopero contro le politiche della multinazionale

    I sindacati tornano a denunciare il comportamento della multinazionale Ericsson, evidenziando il clima pesante all’interno dell’azienda che continua a fare pressioni sui dipendenti per ottenere il proprio scopo: diminuire la forza lavoro nel nostro Paese. Contro le politiche della Ericsson le rappresantanze sindacali unitarie hanno proclamato un nuovo sciopero per Mercoledì 16 gennaio, dalle ore 8 alle 12, con manifestazione sotto la sede della Regione Liguria e corteo per le vie della città.

    «L’azienda vorrebbe eliminare 94 lavoratori a Genova e 374 in tutta Italia – ricorda Gianni Pastorino, segretario genovese della Cgil-Slc (Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione) – una situazione che non solo contestiamo ma che giudichiamo scandalosa anche in relazione all’accordo di programma firmato per Erzelli e per il quale Ericsson è stata incentivata dallo Stato e dagli enti locali (la Regione Liguria, ad esempio, ha erogato 11 milioni di euro). È quantomeno contradditorio prendere i contributi per aprire ad Erzelli e poi voler mandar via i lavoratori – sottolinea Pastorino – l’azienda sostiene che si possa fare innovazione e ricerca anche con meno persone ma questa è una “balla”».

    La Cgil ritiene intollerabile il comportamento delle multinazionali che in sostanza prendono i soldi e scappano. «Per superare questa situazione – continua Pastorino – È necessario che il Ministero dello Sviluppo Economico, finalmente, faccia delle vere politiche industriali ed inserisca una clausola sociale, vale a dire che condizioni l’erogazione dei contributi al mantenimento degli organici sul territorio».

    Il timore dei sindacati è che i progetti su Erzelli siano un bluff, ovvero che Ericsson voglia prendere i contributi e poi trasferire tutto a Milano.

    «Denunciamo il clima pesante in azienda – spiega il segretario Cgil-Slc – dove si cerca di “convincere” in tutti i modi i dipendenti a licenziarsi. In questo modo Ericsson ha già ottenuto le dimissioni di 50 “volontari».

    Le organizzazioni sindacali hanno predisposto un documento dal titolo emblematico “Vogliono chiudere Genova?”. «Le pressioni esercitate hanno portato decine di colleghi a firmare le dimissioni – racconta Pastorino – continuando così il lavoro di svuotamento della sede di Genova. Queste pressioni crescono andando a colpire gruppi di persone che fino a dicembre non erano stati “contattati” come possibili esuberi. Il lavoro, e non solo le “manutenzioni”, come sostiene l’azienda, continua ad essere esternalizzato a ditte esterne, italiane ed estere. Non si contano più le dimostrazioni di arroganza della Ericsson nei confronti dei lavoratori: praticamente tutti i capi continuano a dire ai sottoposti che è meglio prendere i soldi e andare via ora, perchè tanto non c’è futuro».

    «Ericsson deve rispondere ai lavoratori, alle istituzioni, alla città – conclude il rappresentante Cgil-Slc – Qual è il progetto su Genova? Se c’è ancora un progetto su Genova… Oppure c’è solo uno smantellamento lento del sito?».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Da alcuni anni ormai sentiamo spesso ripetere la formula magica del “per uscire dalla crisi dobbiamo essere più produttivi”. Nell’immaginario collettivo l’essere più produttivi potrebbe suonare come una semplice esortazione a rimboccarsi le maniche. Ma sarà proprio così?
    La produttività può essere misurata in diversi modi, ma uno degli indici più spesso utilizzati per confrontare la produttività italiana con quella degli altri paesi è il “Costo unitario del lavoro”, in inglese “Unit labour cost” (ULC). Come viene calcolato questo indice?

    Prendiamo in esame un caso molto semplice: un’azienda che produce bulloni. Il costo unitario del lavoro è il rapporto tra il compenso totale di un singolo lavoratore (inclusi tutti i contributi pagati dal datore di lavoro come quelli pensionistici, eventuali benefit, ecc.) e il numero di bulloni che produce. Il risultato è un numero che rappresenta il costo del lavoro per produrre un singolo bullone. Tanto più è alto questo numero tanto più è alto il costo che il datore di lavoro deve sostenere per la remunerazione del dipendente a parità di bulloni prodotti. All’aumentare dell’indice produrre diventa sempre meno conveniente e quindi la produttività diminuisce.

    Ovviamente sarebbe molto difficile effettuare questo calcolo per ogni azienda e poi combinarne i risultati per ottenere un costo unitario del lavoro medio rappresentativo di un intero paese. Per questo, per calcolare un indice medio globale, si procede così: si calcola il rapporto tra il costo del lavoro totale e il prodotto interno lordo reale, cioè la ricchezza prodotta in un paese depurata dall’inflazione. Un aumento di questo indice rappresenta una ricompensa maggiore per il contributo del lavoro alla produzione, tuttavia, se questa aumenta troppo rispetto al prodotto interno lordo reale, il costo unitario del lavoro aumenta e la competitività del paese ne risente.

    Pensate cosa succederebbe ad un paese A dove il costo unitario del lavoro rimanesse pressoché costante e un paese B dove invece questo indice salisse, anche se lentamente. Col passare del tempo il paese B diventerebbe sempre meno competitivo e sarebbe sempre più conveniente comprare le merci dal paese A. Sostituite al paese A la Germania e al paese B i PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) e avrete un quadro completo di quello che è successo a partire dal 2000 in Europa. Il quadro risulta ancora più chiaro se si guarda l’andamento del costo unitario del lavoro (ULC) dal 2000 a oggi:

    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)
    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)

    In questo grafico viene posto a 100 il costo unitario del lavoro di ogni paese nel 2000. Valori superiori a 100 indicano un aumento dell’ULC rispetto al 2000, mentre valori inferiori una diminuzione. Forse non è sorprendente vedere come l’andamento del costo unitario del lavoro tedesco si discosti così tanto da quello PIIGS.  È un po’ più sorprendente vedere come neanche la virtuosa Francia abbia un andamento dell’ULC assimilabile a quello tedesco.

    Ma come avrà fatto la Germania per essere così produttiva, anche più degli altri paesi “virtuosi”? Sarebbe interessante saperlo visto che da più parti ci viene detto di seguire il suo esempio. Vi do un indizio: il costo unitario del lavoro, essendo il rapporto di costo del lavoro e produzione, può essere abbassato diminuendo il numeratore o aumentando il denominatore. I nostri cugini tedeschi hanno agito prevalentemente sul primo, comprimendo i salari. La prossima settimana vedremo come…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Sestri Levante, terremoto eXact learning: raffica di licenziamenti

    Sestri Levante, terremoto eXact learning: raffica di licenziamenti

    Exact Learning Solutions rappresenta da ormai quasi 20 anni una delle principali realtà nazionali e internazionali nel settore dello sviluppo software con un parco clienti di assoluto prestigio (Banca d’Italia, Intesa San Paolo, Poste Italiane, Volkswagen Group Italia, HSBC, ecc) e tre sedi sul territorio nazionale: Roma, Firenze e Sestri Levante (nei locali storici dell’Abbazia dell’Annunziata affacciata sulla baia del silenzio).

    In questi giorni l’azienda è balzata agli onori della cronaca ligure, e non solo, non per il riconoscimento di particolari meriti nel campo dell’high tech (in quanti sapevano dell’esistenza di un’azienda di tale prestigio nella cittadina rivierasca?), quanto piuttosto per un’inaspettata pioggia di licenziamenti che porterà alla chiusura della sede di Firenze e al ridimensionamento di quella di Sestri Levante. Sono ben 19, su un totale di 34, i dipendenti della sede ligure che con il nuovo anno si ritroveranno senza un impiego (la procedura, iniziata il 13 dicembre, prevede una trattativa sindacale che al massimo può durare 45 + 30 giorni. Dopo di che la direzione aziendale avrà fino a 120 giorni per inviare le lettere di licenziamento).

    Domani (28 dicembre n.d.r.) la delicata questione sarà esaminata nei locali della Regione Liguria. Non si tratterà di un tavolo unico (lavoratori, gruppo dirigente e parte pubblica), bensì di due incontri differenti prima fra il gruppo dirigente e gli assessori e poi fra politica e lavoratori. Difficile prevedere ad oggi il futuro di queste persone, sicuramente la situazione è emblema di un quadro generale che colpisce duramente la provincia di Genova. Una crisi del lavoro senza precedenti, che sta modificando radicalmente il profilo della città e della sua provincia.

    Cerchiamo di fare un passo indietro e capire qualche cosa di più sull’azienda e sulle motivazioni che hanno portato al triste epilogo.

    Fondata nel 1996, eXact learning solutions (che molti ricordano ancora con la vecchia denominazione, Giunti Labs) si afferma rapidamente come uno dei principali attori sul territorio nazionale e internazionale per quanto riguarda la progettazione e lo sviluppo di contenuti digitali in formato standard, diventando leader europeo nell’area tecnologica LCMS (Learning Content Management Systems) nonché nella ricerca e sviluppo e nella definizione degli standard del settore eLearning (apprendimento online n.d.r.). La società cresce partendo proprio dal laboratorio di ricerca di Sestri Levante. Il Comune all’epoca, stanziati i fondi per la ristrutturazione, decise di ripensare lo spazio dell’Abbazia come incubatore di imprese nel settore tecnologia; una scelta, coraggiosa per i tempi che correvano, dell’allora sindaco Mario Chella e del presidente della Provincia Marta Vincenzi.

    Nel 2008 la società raggiunge un fatturato di oltre 10 milioni di euro, acquisisce un’azienda australiana e inizia ad attrezzarsi per l’entrata in borsa. L’allora presidente, ing. Josè Grade, decide di spostare il baricentro dell’azienda verso Firenze, attraverso una politica di incentivi economici per il trasferimento del personale dalla Liguria alla Toscana (e passando per la disincentivazione professionale del personale di Sestri Levante, il blocco del turnover e il reintegro di risorse esclusivamente presso la sede di Firenze). Come risultato, nel 2009 la società può vantare un organico di 140 persone, ma i ricavi diminuiscono e iniziano i problemi.

    Dopo oltre un anno, nell’agosto del 2010, l’azienda viene ceduta all’imprenditore bresciano Albino Bertoletti, già fondatore di Giunti Multimedia (1992) e Interactive Labs (1994, società operante a Genova e dalla quale si arriverà dopo varie trasformazioni a Giunti Labs), che la “riceve in dono” ripulita dalle passività. Uscendo di scena la famiglia Giunti, l’azienda cambia denominazione sociale, assumendo quella attuale, e Bertoletti assume la carica di amministratore unico.

    La ricetta proposta dall’imprenditore bresciano si caratterizza per la riduzione dei costi fissi, così tra agosto del 2010 e gennaio del 2012 si susseguono due interventi di cassa integrazione.
    La drastica riduzione di personale riduce la capacità di eXact learning solutions di competere sul palcoscenico nazionale e internazionale con soluzioni tecnologiche innovative. Il 2011 segna una perdita operativa di poco più di un milione di euro e Bertoletti decide di affidare ad un advisor la ricerca di un partner che lo affianchi nella gestione.

    Ma nonostante le difficoltà elencate, la società riesce a conservare un posizionamento internazionale di prestigio, con acquisizione di nuovi clienti che si affiancano al parco clienti esistente (già citato in apertura). Fioccano anche i riconoscimenti internazionali come il primo posto per la categoria “Learning Content Management System” ottenuta dal prodotto eXact LCMS al recente “Elearning! Awards”, un riconoscimento prestigioso ricevuto nel corso della cerimonia “Elearning! Media Group” tenutasi lo scorso 26 settembre a Corona, in California.

    Proprio mentre dall’altra parte dell’oceano arriva il prestigioso riconoscimento, fra settembre e novembre del 2012 diversi soggetti industriali si interessano all’acquisizione della società e a spuntarla è Lattanzio Group s.r.l., che si assicura l’intero capitale azionario.

    Il passaggio di proprietà da Bertoletti a Lattanzio si concluderà a gennaio 2013, ma già a fine novembre Ezio Lattanzio in persona è sbarcato a Sestri Levante, accompagnato da Bertoletti e dal nuovo amministratore unico, Valerio Torda. In quell’occasione Bertoletti ha annunciato ai sindacati l’esito dell’operazione che gli ha consentito, a suo dire, di ottenere il massimo ritorno economico possibile offrendo anche le maggiori garanzie per la forza lavoro, mentre Lattanzio si presenta ai lavoratori e al management dichiarando di volere valorizzare le competenze e le professionalità presenti in azienda.

    Dopo pochi giorni l’amara sorpresa per i lavoratori: il 13 dicembre il nuovo amministratore ha recapitato alle parti sociali la procedura di licenziamento collettivo.

    Gabriele Serpe

  • Servizi socio sanitari: accordo Regione-sindacati contestato dalla Fials

    Servizi socio sanitari: accordo Regione-sindacati contestato dalla Fials

    Sanitari«La tutela sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori che rappresentiamo esige serietà, fermezza e coerenza; il comportamento della Regione, al contrario, è inaccettabilmente indecente», così denunciano le segreterie delle organizzazioni sindacali FIALS, NURSING UP e FSI convocate il giorno 21 dicembre (venerdì scorso, ndr) dall’Assessorato Regionale alla Salute e ai Servizi Sociali, al fine di sottoscrivere un accordo definito: “Sviluppo dei servizi territoriali, azioni per non autosufficienza e riconoscimento del ruolo del personale del comparto sanità”.

    «Il documento che ci è stato presentato risulta già sottoscritto, in data mercoledì 19 dicembre, dall’Assessore stesso e dalle sigle di CGIL CISL UIL ed è stato già ampiamente diffuso a mezzo stampa dai media», sottolineano FIALS, NURSING UP e FSI.

    I sindacati si riferiscono all‘accordo che prevede: la riconversione dei piccoli ospedali, organizzati in punti assistenziali H 24 gestiti con il coinvolgimento dei medici di base; l’avvio della presa in carico dei malati cronici da parte dei distretti sanitari ai quali viene affidato un budget economico proprio di cui i direttori di distretto dovranno far puntuale rendiconto; continuità e riconversione del fondo della non autosufficienza per la disabilità; chiusura delle partite economiche pendenti per i lavoratori della sanità e attivazioni di nuovi strumenti incentivanti per favorire le riconversioni.

    «Che l’Assessorato e alcune sigle sindacali procedano da tempo con la prassi degli “tavoli di trattativa separati” e degli “incontri informali” (clandestini?), è noto a tutticontinua la nota dei sindacati – Dovrebbe essere altrettanto noto, a chi ha un minimo di “sale in zucca”, che non si può e non si deve neppure provare a chiederci la nostra firma pretendendo un consenso “per adesione” su documenti altrui».

    «Ogni lavoratore della sanità e ogni utente del servizio può constatare con la propria quotidiana esperienza che cosa ha prodotto questa “pratica di trattative separate e clandestine” tra Assessore e CGIL CISL UIL: chiusure, tagli ai servizi, tikets, tasse, riduzione degli organici, aumento dei carichi di lavoro, disoccupazione per i giovani neo laureati, appalto sistematico delle strutture per anziani e disabili (a proposito di territorio e distretti …), svendita del patrimonio immobiliare pubblico, blocco e riduzione delle retribuzioni per i lavoratori», ribadiscono FIALS, NURSING UP e FSI.

    Nel merito di questo “accordo” «Ogni organizzazione sindacale esprimerà quanto prima le sue valutazioni di parte, fermo restando che le scriventi OOSS concordano nel giudizio fortemente negativo sia della politica regionale di questi anni che dei pretenziosi contenuti del citato “accordo” che per altro non affronta (tantomeno risolve ..o cerca di farlo …), nessuno dei nodi del sistema e dei problemi dei lavoratorispiega la nota delle organizzazioni sindacali FIALS, NURSING UP e FSI – Un elenco (per altro incompleto), di pendenze contrattuali (compresi i noti accordi su incentivi, indennità infermieristica e mensa, accordi bellamente ignorati o stracciati dall’Assessorato), sarebbe nel programma di specifici incontri previsti a Gennaio. Noi saremo al tavolo di trattativa non certo per gentile concessione del signor Assessore ma in forza della nostra reale rappresentatività dei lavoratori come largamente certificata, a Genova, in Liguria e a livello nazionale dal voto dei lavoratori».

    Quanto al comportamento dell’Assessorato e della Regione «Le nostre Segreterie rispondono che ognuno è libero di comportarsi come meglio crede. Prendiamo atto che la linea di Confindustria piace molto all’Assessore e alla Regione Liguria. Risponderemo sui posti di lavoro, tra i lavoratori e giocoforza anche nelle sedi preposte a garantire il rispetto delle norme».

     

    La Fials, inoltre, si rivolge all’azienda sanitaria locale genovese (ASL 3) per segnalare una palese violazione degli accordi aziendali in materia di aggiornamento.  «Risulta alla nostra organizzazione sindacale che nella giornata del 30 novembre 2012, in coincidenza con lo sciopero generale proclamato da una sigla sindacale, questa Azienda non ha provveduto a sospendere i corsi di aggiornamento programmati scrive la Fials – Al riguardo denunciamo che sicuramente il corso TAO si è svolto normalmente nonostante dovesse essere sospeso per la concomitanza con lo sciopero».

    «Nessuna comunicazione in merito è stata mai recapitata a questa organizzazione sindacale – continua la nota della Fials – Fa specie un tale atteggiamento anche in considerazione della condizione in cui si costringono i lavoratori che in caso di “assenza al corso” si vedono negare i “crediti ECM” cui la legge li obbliga e perfino l’eventuale cancellazione dalla partecipazione ai corsi per “assenze superiori al 10%” della durata complessiva del corso».

    «La norma che dispone la sospensione dei corsi in caso di sciopero, oltre che essere eticamente corretta, risulta liberamente sottoscritta dalla Vostra Azienda come testualmente riportato:Art. 4 – Modalità di effettuazione degli scioperi (…) Nella giornata di sciopero (…), Sono altresì sospese le attività di aggiornamento obbligatorio“, testo Contratto Integrativo Aziendale SUI SERVIZI ESSENZIALI E SULLE PROCEDURE DI RAFFREDDAMENTO E CONCILIAZIONE IN CASO DI SCIOPERO DEL PERSONALE DEL COMPARTO DELL’AZIENDA SANITARIA LOCALE N° 3 “GENOVESE” – Giugno 2002 tutt’ora vigente», sottolinea la segreteria genovese della Fials.

    «Per quanto esposto e considerato che questa Direzione si dimostra particolarmente “attiva e puntuale” nel “contestare” presunte violazioni contrattuali ai lavoratori (vedi tra l’altro i casi recenti in corso d’opera), comprese presunte violazioni degli obblighi di partecipazione ai corsi di aggiornamento, si chiede all’Azienda di fornire ogni idonea spiegazione e di non trascurare l’obbligo di contestazione formale ai propri Dirigenti Responsabili della palese violazione di norme che risultano per altro semplici, di facile comprensione e note a tutti».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Telelavoro: vantaggi per i lavoratori e per i datori di lavoro

    Telelavoro: vantaggi per i lavoratori e per i datori di lavoro

    Se siete tra quelli che ogni giorno rimangono imbottigliati nel traffico per recarvi al lavoro, o se viaggiate su treni che assomigliano a carri bestiame, sappiate che esiste una soluzione ai vostri problemi: il telelavoro. Conosciuto nei paesi anglosassoni come “Telework” o, nella versione americana, come “Telecommute” (ossia telependolarismo), il telelavoro è una modalità di organizzazione del lavoro che permette di svolgere le proprie attività lavorative indipendentemente dal luogo in cui ci si trova. Lo so, vi già state immaginando su una spiaggia caraibica mentre con una mano digitate sulla tastiera e con l’altra stringete un mojito. Diciamo che nella maggior parte dei casi non funziona proprio così, ma per molte persone rappresenterebbe comunque un netto miglioramento della qualità della vita.

    I luoghi da cui si può svolgere il telelavoro sono molteplici: da casa, da centri satellite appositamente creati dall’azienda o, in generale, da ovunque sia disponibile una connessione a internet veloce e un telefono. I vantaggi sono anch’essi molteplici e sono sia per i lavoratori che per i datori di lavoro. I lavoratori, grazie al tempo risparmiato per gli spostamenti, hanno la possibilità di ottenere un miglior equilibrio tra vita privata e lavoro e hanno più tempo per sé stessi e per la propria famiglia. I datori di lavoro hanno la possibilità di utilizzare la forza lavoro in modo più flessibile e, avendo bisogno di minori spazi per i propri dipendenti, ottengono un risparmio sulle spese per l’affitto, la manutenzione e la gestione degli immobili. A beneficiarne è inoltre l’intera collettività in termini di minore traffico e, di conseguenza, di minori emissioni inquinanti.

    Il telelavoro è un fenomeno crescente negli Stati membri dell’UE. La percentuale media di dipendenti impegnati nel telelavoro nei 27 Stati membri dell’UE è aumentata dal 5% circa nel 2000 al 7% nel 2005. Repubblica Ceca e in Danimarca detengono il primato di diffusione del telelavoro con circa il 15% dei lavoratori dipendenti coinvolti. Percentuali superiori alla media si osservano inoltre nei paesi scandinavi, in Belgio e in Olanda. La forma di telelavoro più utilizzato è quella a tempo parziale cioè alternandolo a modalità di lavoro tradizionali. Anche in questo caso, così come per altre forme di flessibilità, il nostro paese occupa le ultime posizioni all’interno dell’Unione europea: solo il 2,3% dei lavoratori è coinvolto in attività di telelavoro. Le ragioni di questa diffusione limitata sono molteplici e risiedono nella struttura produttiva del nostro paese, nell’arretratezza tecnologica  e in una mentalità retrograda.

    La nostra struttura produttiva italiana è costituita prevalentemente da piccole e medie imprese di tipo puramente manifatturiero e, in questo tipo di realtà, è difficile prescindere dalla presenza dei lavoratori sul posto di lavoro. Un altro grande ostacolo è dato dal fatto che l’Italia si posiziona agli ultimi posti in Europa per la diffusione della banda larga, rendendo quindi impossibile il telelavoro in molte aree del paese. Ma il motivo principale è che a molti datori di lavoro non piace il fatto che i propri dipendenti non siano presenti fisicamente perché non è possibile controllarli direttamente. Penso tuttavia che ad ognuno di voi sia capitato di avere colleghi che, sebbene presenti fisicamente, riescano a fare tutto meno che lavorare. Magari sarebbe più sensato valutare i risultati ottenuti dai propri dipendenti piuttosto che accontentarsi solamente della loro presenza in ufficio. Purtroppo questo sembra banale nel resto d’Europa, ma qui da noi per essere compreso richiederà probabilmente ancora molto tempo.

     

    Giorgio Avanzino

  • Genova, lavoro e turismo: assunte 29 nuove guide turistiche

    Genova, lavoro e turismo: assunte 29 nuove guide turistiche

    Genova, panoramaUn segnale in controtendenza rispetto alla critica situazione occupazionale sul territorio genovese: la Provincia di Genova annuncia l’imminente assunzione di 29 guide turistiche che hanno appena tagliato il traguardo finale degli esami di idoneità all’esercizio della professione.

    Le nuove figure professionali sono pronte a raccontare e descrivere sul campo a turisti e visitatori gli innumerevoli tesori artistici e naturali, monumenti, cultura, storia, tradizioni, panorami, segreti e curiosità che contraddistinguono la nostra città.

    Dei 339 candidati che avevano presentato la domanda di partecipazione all’esame, alla prima prova scritta, il 5 giugno, si erano presentati in 258 e dopo la correzione degli scritti la commissione giudicatrice nominata dalla Provincia ha ammesso agli orali 35 aspiranti guide turistiche (ovvero, come stabilisce la relativa legge regionale «chi, per professione, accompagna persone singole o gruppi di persone nella visita ad opere d’arte, a musei, a gallerie e a scavi archeologici illustrando gli aspetti storici, artistici, monumentali, paesaggistici e naturali»).
    Conclusi gli orali, ben 12 le sedute, i 29 idonei alla professione di guide turistiche possono così iniziare ad accogliere turisti e ospiti del territorio.

    Nel frattempo presso la Provincia di Genova è partita l’organizzazione del nuovo esame per la professione di accompagnatore turistico. Gli uffici del servizio coordinamento territoriale dell’ente sono già al lavoro per la nomina degli esperti che dovranno far parte della commissione giudicatrice e per la stesura del bando d’esame che secondo le previsioni potrebbe essere emanato a gennaio.

     

     

    Foto di Diego Arbore

  • Reddito Minimo Garantito: utopia in Italia, realtà in Europa

    Reddito Minimo Garantito: utopia in Italia, realtà in Europa

    EconomiaProbabilmente ormai nessuno se ne ricorda più, ma il ministro Elsa Fornero, a pochi giorni dall’insediamento, aveva dichiarato la propria preferenza personale per l’introduzione in Italia di un reddito minimo garantito. Questo aveva generato grandi aspettative, soprattutto tra chi attualmente si trova senza occupazione, ma purtroppo alle dichiarazioni non sono seguiti i fatti e il reddito minimo garantito non è mai entrato nell’agenda di governo. Si è tornati recentemente a parlare di questo tema grazie alla campagna di raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del reddito minimo garantito.

    Questo disegno di legge prevederebbe l’erogazione di  600 euro mensili da parte dello stato a tutti gli individui (inoccupati, disoccupati, precariamente occupati) il cui reddito non superasse i 7200 euro annui. Per godere di questo reddito sarebbe necessario essere residenti sul territorio nazionale da almeno 24 mesi e si dovrebbe essere iscritti presso le liste di collocamento dei Centri per l’impiego. Il reddito minimo garantito verrebbe sospeso nei casi in cui il beneficiario dichiarasse il falso al momento della richiesta, venisse assunto con contratto di lavoro a tempo indeterminato, partecipasse a percorsi di inserimento lavorativo retribuiti, rifiutasse una proposta congrua di impiego dopo il riconoscimento delle sue competenze formali ed informali o al compimento dei 65 anni di età. L’introduzione di questo strumento avrebbe lo scopo di contrastare il rischio marginalità, garantire la dignità della persona e favorire la cittadinanza attraverso un sostegno economico. Molti di voi penseranno che sia utopistico pensare che lo stato possa erogare del denaro a tutti coloro che non hanno un lavoro fino a che non riescano a trovarne uno. Purtroppo avete parzialmente ragione: se in Italia tutto ciò è certamente un’utopia, nel resto d’Europa è ormai una realtà consolidata.

    Tutti gli stati europei tranne Italia, Grecia e Ungheria hanno adottato questa misura. L’importo varia sensibilmente da paese a paese: si va dai circa 1200 euro mensili di Danimarca e Lussemburgo alle poche decine di euro della Lettonia. In generale l’importo viene calcolato tenendo conto dei bisogni di base: cibo, abiti, igiene, riscaldamento, educazione, ecc. ed è condizionato alla disponibilità di accettare eventuali opportunità di lavoro coerenti con la propria figura professionale e alla partecipazione a programmi di formazione professionale.

    Ma è il resto d’Europa a essere particolarmente avanti oppure siamo noi a essere particolarmente indietro? Purtroppo siamo noi a non avere fatto il nostro dovere: ignoriamo da circa vent’anni la raccomandazione 92/441 del Consiglio europeo nella quale si auspicava l’introduzione del reddito minimo garantito in tutti gli stati membri. Invece di puntare su questo strumento che consentirebbe, tra le altre cose, di avere maggiore sicurezza e inclusione sociale, abbiamo deciso di surrogarlo con il sostegno della famiglia che rappresenta, a tutti gli effetti, il più grande ammortizzatore sociale utilizzato nel nostro paese. Pensate a tutte quelle persone che, a causa della crisi, sono attualmente disoccupate. Non sarebbe meglio che venissero aiutati dallo stato invece di dipendere, quando si è fortunati, dai propri genitori? E soprattutto: chi non può contare sulla famiglia a chi si deve rivolgere?

    Penso sia giunto il momento di svolgere una riflessione seria su questo tema per trovare un modo per allinearci al resto d’Europa. L’introduzione del reddito minimo garantito, oltre ad essere una misura di equità e di inclusione sociale, rappresenterebbe anche un modo per colmare quella mancanza di fiducia nello stato e nelle istituzioni che sfortunatamente è, da ormai troppo tempo, una delle caratteristiche principali del nostro paese.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio Comunale Genova: ore di discussioni, nessuna decisione

    Consiglio Comunale Genova: ore di discussioni, nessuna decisione

    La seduta di ieri (20 novembre, ndr) del Consiglio Comunale di Genova è uno dei sintomi di quella difficoltà a prendere decisioni sui temi importanti della nostra città di cui abbiamo dato testimonianza in più occasioni in questa rubrica. Si è visto per esempio nel caso della Gronda, su cui molte volte il Consiglio non ha espresso una linea chiara, e in generale nella difficoltà a far svolgere in modo lineare i lavori in aula, con lunghe interruzioni e costanti rinvii dei punti all’ordine del giorno. Le molte emergenze genovesi, non solo per ciò che riguarda il mondo del lavoro (AMT, Vigili Urbani), ma anche il dissesto idrogeologico restano attualmente senza risposta.

    E benché sia facile accusare la Giunta e il Sindaco Doria di essere gli unici responsabili di questa situazione, il problema è dovuto anche al mancato cambiamento della politica genovese che molti cittadini si aspettavano da questo nuovo ciclo amministrativo. Fin quando, per esempio, saranno necessarie cinque ore di dibattito semplicemente per stabilire di dedicare un Consiglio monotematico – di cui non si ha data certa -sulla situazione economica di Genova, la politica sarà sempre in ritardo rispetto ai problemi reali della città.

    Ci sono volute infatti ben cinque ore di dibattito sull’economia genovese per decidere di rimandare la discussione ad una seduta monotematica che affronti i «problemi occupazionali connessi alle criticità emerse in diverse realtà produttive della città». Sembra un paradosso, ma è ciò che si è verificato ieri  in Consiglio Comunale.

    Tuttavia, la mozione presentata dal Pdl con la richiesta di dedicare una riunione del Consiglio interamente ai temi della crisi è stata l’occasione per approfondire le tematiche dello sviluppo e del lavoro a Genova.

     

     

    L’opposizione ha attaccato duramente la Giunta Doria e nel loro insieme tutti i governi di centro-sinistra che l’hanno preceduta, sostenendo che «le politiche della sinistra hanno bloccato l’orologio dello sviluppo produttivo della città». La Consigliera Lilli Lauro (Pdl) ha fatto persino distribuire l’elenco delle “lapidi” (leggi aziende) che compongono il cimitero delle aree produttive della città. E se è vero, come ha fatto notare lo stesso Sindaco, che nel folto gruppo delle “vittime della crisi” sono state inserite anche aziende fallite già egli anni ’60, come le Acciaierie Bruzzo, e altre di cui «non si sente per nulla la mancanza», come le raffinerie Erg che inquinavano pesantemente la Val Polcevera, restano comunque molte le realtà produttive affossate dalla crisi, altre in difficoltà economica e altre ancora fuggite dal territorio genovese (Centrale del Latte, Viva Brazil, Fnac, Ericsson, Boero, Costa Crociere).

     

     

    Insomma il quadro non è dei più rosei e anche l’assessore Oddone nel presentare il report sull’andamento delle attività produttive  nel secondo semestre del 2012 – il cruscotto dell’economia genovese -, ha osservato che la maggior parte dei dati non è incoraggiante e che laddove si evidenziano degli incrementi si nascondono, in realtà notizie negative. Genova è stata infatti il secondo capoluogo italiano per crescita dei prezzi nel 2012. Questa tendenza inflazionistica ha pesato soprattutto sulle classi più deboli. Ci sono più cessazioni di rapporti di lavoro che assunzioni e solo il 15% dei nuovi assunti lo è a tempo indeterminato. Sembrerebbe aumentare l’imprenditoria giovanile, ma la corretta lettura del dato è un’altra: ci sono molti giovani che non riuscendo a trovare un’occupazione stabile decidono di aprire una partita iva e iniziare un’attività lavorativa di carattere precario.

    Tutti dati che richiederebbero un intervento particolarmente deciso da parte della Giunta e invece è proprio su questo punto che l’amministrazione ha incassato la maggior parte delle critiche provenienti in modo trasversale delle diverse forze politiche.

    Nel proprio intervento Marco Doria aveva voluto ricostruire il lungo processo di deindustrializzazione che nei decenni ha cambiato il volto dell’Europa, per poi evidenziare i suoi effetti su Genova e sottolineare che le scelte delle amministrazioni comunali dagli anni ottanta in avanti hanno puntato su due aspetti: turismo e cultura. E su questi due settori si giocherà la sfida per lo sviluppo futuro della nostra città, poiché sarebbe anacronistico pensare ad un ritorno della grande industria.

    Dal centro destra si è levato un coro di voci più o meno unanime che ha evidenziato come negli ultimi anni non sia stato fatto abbastanza per la città, ma è proprio il discorso pronunciato dal Sindaco e in generale la posizione della Giunta a deludere i consiglieri.

    Il Consigliere Salemi (Lista Musso) sintetizza questo stato d’animo parlando di «mancanza di una cabina di regia” e Rixi (Lega) rincara la dose parlando di necessità di “mettersi in gioco”».

     

     

    Ma l’attacco più diretto e più incisivo giunge proprio dalle fila della maggioranza. Il Consigliere del PD Giovanni Vassallo, assessore allo Sviluppo Economico nella Giunta Vincenzi, interviene a gamba tesa affermando che «non basta un Consiglio in cui si presenta una situazione, non basta solo confrontarsi, ma bisogna assumere decisioni». Il riferimento al discorso del Sindaco non è nemmeno troppo velato, con tanto di citazione ad un passaggio in cui Doria aveva sottolineato l’importanza di «confrontarsi su certi temi». Un problema questo che, come sottolineato in apertura, Era Superba cerca di evidenziare da mesi…

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]