Tag: lavoro

  • Festival della Scienza 2013: lavorare come animatori, il bando

    Festival della Scienza 2013: lavorare come animatori, il bando

    Festival della Scienza 2012Ogni anno il Festival della Scienza cerca animatori under 35 per il supporto alle proprie attività: un modo per creare occasioni di lavoro, soprattutto a studenti e neolaureati in materie scientifiche, e anche per dare sostegno alle numerose attività in programma durante la manifestazione.

    Le candidature per l’edizione 2013, che si svolgerà tra il 23 ottobre e il 3 novembre e avrà come tema Bellezza, sono aperte fino al 7 maggio. Chi ha già lavorato come animatore sarà contattato direttamente dallo staff entro fine maggio, mentre queste selezioni sono aperte solo a chi non lo ha mai fatto in precedenza.

    I profili ricercati sono:
    Animatore scientifico: ha un ruolo fondamentale all’interno di mostre e laboratori dove, grazie alle sue conoscenze e alle buone capacità relazionali e comunicative, illustra i contenuti e accompagna gruppi di visitatori. Rivolto a giovani dai 19 ai 35 anni, studenti o laureati con buone conoscenze scientifiche ed esperienze pregresse nel campo dell’animazione (anche non scientifica).

    Animatore: utilizzando le sue buone capacità organizzative e relazionali, si occupa dell’accoglienza del pubblico presso mostre, laboratori ed eventi sponsor, degli aspetti organizzativi di conferenze e spettacoli, della gestione dei flussi e fornisce indicazioni e informazioni sul programma e sui luoghi del Festival supportando il visitatore nell’organizzazione del proprio percorso. Rivolto a giovani dai 18 ai 35 anni, con esperienze pregresse nel campo dell’animazione o a contatto con il pubblico.

    Per diventare animatori, a seguito del superamento della selezione, è necessario partecipare ad un percorso di formazione obbligatoria (non retribuita, della durata di 8 ore circa). La mansione è retribuita. Non sono previste agevolazioni per vitto e alloggio né la copertura delle spese di viaggio. Ci si può candidare online sul sito del Festival della Scienza.

    Per saperne di più, rivedi la nostra intervista agli animatori del Festival della Scienza 2012.

  • Fincantieri, ribaltamento a mare: mancano 50 milioni per indire il bando

    Fincantieri, ribaltamento a mare: mancano 50 milioni per indire il bando

    fincantieri scioperoDopo la tranquillità nel breve periodo con l’annuncio della nuova nave da crociera, che verrà costruita tra le primavere del 2014 e del 2016, Fincantieri cerca rassicurazioni sul futuro con un orizzonte temporale a più ampio respiro. In quest’ottica, la parola d’ordine è “ribaltamento a mare”, la nuova piattaforma da 117 kmq con la copertura di uno specchio d’acqua marina di 71 kmq nel bacino portuale tra Sestri Ponente e Multedo, che dovrebbe rappresentare il nuovo centro operativo e logistico della navalmeccanica genovese. Il segretario generale provinciale di Fiom – Cgil, Bruno Manganaro, ha annunciato l’imminente invio di una lettera a Burlando, Doria e Merlo con cui le tre rappresentanze sindacali (Fiom, Fim e Uilm) e le RSU di cantiere chiederanno un incontro per fare il punto della situazione.

    La lunga storia del ribaltamento a mare ha inizio nell’ormai lontano luglio 2011 con la firma dell’accordo di programma in cui veniva fissata a 70 milioni di euro la copertura economica necessaria all’Autorità portuale per indire il bando di gara europeo. A quasi due anni di distanza, i soldi stanziati risultano solo 20 milioni, sbloccati appena il mese scorso dal ministro per lo Sviluppo economico e le Infrastrutture, Corrado Passera.

    «Ogni sei mesi sembrava fatta – racconta Manganaro – e, invece, siamo arrivati a oggi. Il precedente governo si era impegnato ad accendere un mutuo presso MPS nei confronti dell’Autorità portuale entro la fine del 2012, ma il via libera definitivo non è mai arrivato. Solo adesso sono arrivati questi 20 milioni, attraverso un partita di giro di fondi non utilizzati dalle altre Autorità portuali italiane, che non sono assolutamente sufficienti a far partire la gara». Neppure se a questa cifra si aggiungessero gli altrettanti 20 milioni che la stessa Autorità portuale si era detta disponibile a investire. «Al di là del fatto che si deve verificare quanto l’Autorità portuale sia ancora disponibile a questo investimento, quando arriveranno gli altri 30 milioni? Anche perché la realizzazione del ribaltamento non è una cosa immediata, potrebbero volerci dai due ai quattro anni» spiega il segretario di Fiom. «Quando c’è la crisi hai due possibilità: dire è finito tutto, buttare via le chiavi e chiudere i cantieri oppure tentare di investire per essere pronti al momento della ripartenza, sia essa in direzione navalmeccanica sia nella direzione di nuove produzioni».

    Naturalmente, i lavoratori genovesi hanno sempre manifestato la volontà di puntare su questa seconda strada, cercando di sfruttare il momento di non lavoro, o di impiego parziale, dal punto di vista navale per potenziare gli spazi del cantiere di Sestri Ponente, togliendo tutta la parte a monte, oltre la ferrovia, e “ribaltandola” appunto sul mare.

    «Gli spazi – spiega Manganaro – servirebbero intanto per consentire la costruzione nel cantiere di mega navi da crociera. Ma anche con le navi di dimensioni più contenute o con altre commesse legate a piattaforme del settore energetico, Sestri presenta degli aspetti diseconomici: le costruzioni devono iniziare a monte della ferrovia per essere poi imbragate e spostate con le gru oltre ai binari. Inoltre, nel nuovo polo si potrebbero trasferire la direzione, attualmente in via Cipro, e il centro di ricerca navale Cetena».

    Da non sottovalutare, infine, l’aspetto occupazionale. Con la realizzazione della piattaforma sul mare potrebbero ridursi notevolmente, fino ad annullarsi, le 180 eccedenze – che a differenza degli esuberi non implicano l’avvio di procedure di licenziamento ma bloccano il turnover – che ancora oggi sono segnalate dalla proprietà Fincantieri, nonostante la nuova commessa.

    «Addirittura – azzarda ottimisticamente Manganaro – con la nuova nave e l’eventuale concentrazione delle attività di progettazione, direzione e ricerca in seguito alla realizzazione del ribaltamento, l’azienda potrebbe dover chiedere ad alcuni trasfertisti di rientrare. Inoltre, la nave che arriverà avrà bisogno non solo di tutte le maestranze interne ma anche di 1500-2000 lavoratori delle ditte di appalto».

    Sperando di poter risolvere il prima possibile la situazione di tutte le eccedenze, Fincantieri ha varato nelle scorse settimane un accordo sindacale che prevede la riorganizzazione dell’orario lavorativo puntando sulla flessibilità. È ancora Bruno Manganaro a spiegarci nel dettaglio i termini dell’accordo, siglato con il benestare di oltre il 90% dei lavoratori: «L’azienda ipotizza per alcuni reparti, per alcuni lavoratori e per alcune settimane un nuovo orario unico 6×6 (sei ore al giorno, sabato compreso) spostando la mensa a fine turno o sostituendola con buoni pasto equivalenti e attingendo ai permessi retribuiti per completare il monte ore settimanale. In sostanza, c’è il disagio di una riduzione dell’orario lavorativo che viene comunque spalmato su sei giorni, ma un aumento dei turni che consentirà di recuperare personale attualmente in cassa integrazione. Oltre a ciò, è previsto un monte massimo di 240 ore annue di flessibilità da utilizzare come straordinario o continuazione. Credo si tratti di una situazione assolutamente gestibile che, ad ogni modo, andrà ricalibrata una volta che partiranno i lavori della nuova nave».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Centrale del latte Genova: il Comune ribadisce il no al centro commerciale

    Centrale del latte Genova: il Comune ribadisce il no al centro commerciale

    centrale-latte-genova-feginoAncora sospeso nel limbo il futuro di oltre quaranta ex dipendenti della Centrale del latte di Genova, costretti dallo scorso 5 ottobre al regime di cassa integrazione straordinaria: dei 63 iniziali, Parmalat ha reimpiegato solo una dozzina di lavoratori nel centro logistico di Bolzaneto e per altre attività commerciali in città, mentre solo qualche unità è stata distaccata presso altre sedi italiane.
    Poche le novità emerse dalla seduta di ieri pomeriggio della Commissione consiliare dell’assessorato allo Sviluppo economico: ancora una volta, seppure in maniera del tutto pacifica rispetto all’invasione della Sala rossa dello scorso mese, si sono trovate di fronte le apparentemente inconciliabili posizioni dei lavoratori e della giunta. I primi chiedono al Comune la disponibilità a trattare con Lactalis – Parmalat circa il progetto di riconversione della zona a centro commerciale, che dovrebbe comprendere anche un loro ritorno all’attività lavorativa; la seconda ha ancora una volta confermato con decisione l’orientamento a non variare la destinazione d’uso dell’aerea di Fegino, che dovrà restare a vocazione produttivo-industriale.

    «Non vogliamo sposare per forza la tesi di Parmalat – sostiene il segretario generale genovese di Flai – Cgil, Fabio Allegretti – ma vogliamo trovare il prima possibile una soluzione per oltre una quarantina di lavoratori. In questo senso, ci sembra doveroso che il Comune pranda in mano la proposta dell’azienda e, in caso di contrarietà, avanzi delle controproposte accettabili per chi oggi è in cassa integrazione».

    «Mi rendo conto che la posizione dei sindacati non possa essere allineata al nostro volere – ammette l’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova, Paolo Oddonema non possiamo non tenere conto dell’interesse generale della città e riteniamo che la fantomatica proposta di realizzare un centro commerciale non possa assolutamente essere presa in considerazione. Le ragioni sono sostanzialmente due: la prima è la difesa del tessuto commerciale della vallata che ha già dovuto subire l’egida di altri grandi centri; la seconda è che a Genova non abbiamo moltissime aree a esclusivo uso industriale e le poche che ci sono, come quella di Fegino, vanno conservate».

    Dopo il no secco da parte del colosso franco-italiano alla vendita degli spazi alla multinazionale della logistica portuale e aeroportuale Gias, qualche spiraglio potrebbe aprirsi nel mese di maggio, quando una delegazione di Confindustria Genova si recherà a Parma per sondare la disponibilità dei vertici di Lactalis a trattare su un eventuale utilizzo anche non unitario dell’area da parte di associati, sempre in ottica di attività produttivo-industriali.

    palazzo-tursi-assessore-oddone-francesco-D3La trasferta in terra emiliana dovrebbe essere contraccambiata da Parmalat, data la volontà espressa dalla Commissione presieduta da Gianpaolo Malatesta di convocare una seduta monotematica ad hoc per consentire all’azienda di illustrare il proprio progetto. Anche in questo caso, il parere dell’assessore Oddone è piuttosto inequivocabile: «Sono curioso di vedere che cosa accadrà perché Parmalat è già stata invitata tre volte dal Consiglio comunale ma non ha mai ritenuto opportuno presentarsi. Qualora dovessero presentarsi in Sala rossa, sarei curioso di vedere l’atteggiamento che terranno i vertici di questa società, che ho già conosciuto e posso dire non essere certamente dei boyscout. Noi stiamo cercando di attivare ogni possibile soluzione, come poteva essere quella prospettata dalla società di logistica, ma Parmalat, con l’arroganza che la contraddistingue, ha immediatamente trovato una serie di giustificazioni risibili e strumentali per mandare tutto a monte. Tra l’altro, a dimostrazione di quanto siano prevenuti, terminato l’incontro per illustrare il progetto di Gias, dietro la porta abbiamo trovato i progettisti di questo fantomatico centro commerciale che aspettavano di essere ricevuti».

    Di fronte alla fermezza della giunta, le rappresentanze sindacali hanno chiesto di conoscere quale sia l’orientamento di tutte le forze politiche: «Abbiamo chiesto da mesi di attivare un tavolo di confronto che consenta di illustrare l’unico progetto rimasto in piedi – sostiene Allegretti – ma se da un lato Parmalat ci ha sempre manifestato disponibilità, dall’altro la giunta continua ad essere contraria alla trattiva. Di fronte a questa posizione impenetrabile, abbiamo chiesto quale sia l’orientamento di tutto il Consiglio comunale, perché se l’opinione di sindaco e assessori fosse sostanzialmente condivisa, ci troveremmo di fronte a un’enorme responsabilità politica da parte di chi non vorrebbe far tornare al lavoro oltre quaranta persone».

    La risposta dei vari capigruppo non tarderà, assicura il presidente della commissione, Gianpaolo Malatesta; nel frattempo, la replica dell’assessore Oddone punta nuovamente il dito contro i vertici di Parmalat – Lactalis, senza troppe mezze misure: «È sostanzialmente vero che non vogliamo vedere il progetto di Parmalat perché l’azienda non è disponibile a negoziare in buona fede. A loro interessa solamente vendere il terreno a valore commerciale che è tre, quattro volte più alto di quello per attività industriale. Quindi noi, in maniera molto coerente, continuiamo a non voler prendere in considerazione un confronto con chi non gioca pulito. Dobbiamo smettere di essere subalterni, anche dal punto di vista culturale, nei confronti di queste multinazionali che pensano di poter fare il bello e il cattivo tempo».

    Simone D’Ambrosio

  • Corso oss a Genova: aperto il bando per operatori socio sanitari

    Corso oss a Genova: aperto il bando per operatori socio sanitari

    ospedaliSono aperte nella Provincia di Genova le iscrizioni per il corso Oss (Operatore Socio Sanitario, rivolto a disoccupati, inoccupati e inattivi, lavoratori con contratti atipici, a tempo parziale, a tempo determinato e stagionali che abbiano compiuto 17 anni alla data di iscrizione.

    Il corso durerà 1.200 ore divise in: 400 di teoria, 50 di attività complementare, 550 di tirocinio, 200 di moduli di formazione teorico-pratica integrativa. È prevista una riduzione di ore per chi è già in possesso di qualifiche minori.

    La partecipazione ai corsi è gratuita. Per accedere è necessario fare domanda entro mercoledì 24 aprile 2013 in uno solo dei tre enti formativi della Provincia, ai seguenti recapiti:
    – Isforcoop / Ial Liguria: via Peschiera 9 – tel. 010 8373022 – mail info@isforcoop-ge.it;
    – Sogea / Iscot Liguria / Endofap Liguria: via Ravasco 10 – tel 010 5767831 – mail sogea@sogeanet.it;
    – Villaggio del Ragazzo: corso IV Novembre 115, San Salvatore di Cogorno – tel 0185 375230 – villaggio@villaggio.org.

    La data entro quale presentare domanda di partecipazione è il 24 aprile 2013.

  • Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    centri per impiegoPraticamente ogni giorno televisioni, giornali e mass-media informano i cittadini sui dati allarmanti che sanciscono una progressiva quanto inesorabile crescita della disoccupazione in Italia. Nel 2013 supereremo la soglia reale dei 3 milioni di senza lavoro; tra questi, la categoria dei giovani, è ormai ad un passo dal 40% di disoccupazione (ma già oltre il 50% nel Mezzogiorno).
    La riforma del Lavoro Fornero (Legge 92/2012) – entrata in vigore otto mesi orsono – non ha avuto gli esiti sperati. D’altra parte non va dimenticato che essa è operativa per meno della metà, impantanata tra le maglie della burocrazia e la carenza di risorse economiche. Ma è bloccata pure la leva che dovrebbe farla decollare, ovvero una seria riforma dei servizi all’impiego, pubblici e privati, e della formazione professionale.
    «Senza una rete di servizi al lavoro veramente efficaci, in grado di offrire a chi perde il posto una nuova opportunità, il mercato continuerà ad essere opaco ed inefficace – scrive Walter Passerini, editorialista de La Stampa (02-03-2013) – vinceranno le solite raccomandazioni, le amicizie, le relazioni pericolose. La formazione professionale è da tempo frantumata in venti sottosistemi regionali e non è stata creata alcuna cabina di regia nazionale. La situazione è grave: serve un progetto condiviso che alimenti una stagione di responsabilità da proporre al Governo che verrà. La questione del lavoro, la questione salariale e la questione previdenziale sono legate tra di loro e ciò che si concerta oggi ha ripercussioni sul futuro. All’orizzonte non vi sono solo i tre milioni di senza lavoro ma gli otto milioni di persone che già oggi soffrono di un forte disagio occupazionale».

    I Centri per l’impiego (CPI), nati nel 1997 sulle ceneri degli ex Uffici di Collocamento, operano a livello provinciale secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni. In Italia – tra CPI ed agenzie private del lavoro – si contano alcune migliaia di sportelli con circa 20 mila dipendenti, dei quali 10 mila nei CPI. Solo a titolo di paragone, in Germania il personale dei CPI pubblici ammonta a 74 mila dipendenti; in Gran Bretagna è di 67 mila unità.
    L’effettiva funzionalità dei servizi per l’impiego italiani è messa sotto accusa dai numeri: si parla di appena il 4% come dato medio dell’intermediazione pubblica domanda – offerta di lavoro (a cui si affianca il 3% delle agenzie private), contro il 13% della Germania ed il 7,7% della Gran Bretagna.

    «Innanzitutto si tratta di dati che vengono raccolti in maniera errata o quantomeno contestabile – spiega Michele Scarrone, Direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – Sono stime desunte da domande rivolte ai lavoratori, spesso attraverso un’indagine telefonica, ai quali si chiede se hanno trovato lavoro o meno, mediante i servizi pubblici. Su un campione di 100 persone intervistate, è facile che solo 4 di queste si ricordino di essere, in qualche maniera, transitate dai CPI. Un lavoratore potrebbe aver visto un annuncio sulla bacheca del CPI ed aver stabilito un contatto personale andato a buon fine, quindi una mediazione vera e propria, ma gli strumenti utilizzati non riescono ad intercettarla. Il sistema di monitoraggio, insomma, non è statisticamente valido».
    Per quanto riguarda la Provincia di Genova «Il 30% delle persone prese in carico dai CPI trova lavoro dopo aver seguito un percorso fatto di colloqui, orientamenti, avviamenti con il servizio Match, tirocini o seminari promossi dai CPI – afferma Scarrone – Questo 30% è un dato attendibile perché rilevato tramite l’incrocio delle nostre banche dati sui servizi erogati e le attivazioni eseguite. In base alla Legge, infatti, tutte le aziende che applicano un qualsiasi contratto di lavoro sono tenute a comunicarlo alla Provincia». Secondo il dirigente non si può fare di tutta l’erba un fascio «C’è una forte disomogeneità a livello nazionale. Al sud la situazione è indubbiamente difficile ma anche al nord ci sono differenze tra una provincia e l’altra anche. La media del 4%, però, è grossolana. Soprattutto al settentrione, ma non solo, ci sono CPI con esperienze di eccellenza».

    Le domande strategiche che l’intero universo politico dovrebbe porsi sono almeno due: servono i servizi pubblici per l’impiego? E qual è la loro funzione? Quesiti che ancora attendono risposte convinte mentre nell’aria aleggiano ipotesi di parziale o addirittura totale privatizzazione.
    «I servizi pubblici per il lavoro sono necessari per garantire l’universalità del servizio – afferma Luigi Olivieri, dirigente del Settore Formazione e Lavoro della Provincia di Verona, alla rivista Work Magazine (18-02-2013) – comprendendo disabili e soggetti particolarmente deboli che la logica di profitto delle agenzie private escluderebbe».
    «Il nostro mestiere è creare le condizioni di maggiore occupabilità – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – L’obiettivo è avvicinare il più possibile la persona alle aziende che ricercano forza lavoro. Bisogna uscire dall’equivoco: l’intermediazione non è l’attività principale dei CPI. La mission è quella di fornire orientamento al lavoro. Per condurre le persone a comprendere il loro percorso professionale, prendere consapevolezza di eventuali lacune affinché esse siano colmate. I CPI promuovono corsi di formazione, voucher formativi, tirocini, seminari, ecc., tutto questo lavoro va a formare il complesso dei servizi per l’impiego».
    La difficoltà del sistema dei centri per l’impiego deriva ovviamente dalla esiguità delle risorse. «In Italia si investe circa 1/7 – 1/8 di quello che investono in altri Paesi europei più evoluti – sottolinea Scarrone – Le risorse per i CPI sono insufficienti e pure il numero di addetti. È del tutto evidente quanto sia necessaria una seria riforma dei servizi pubblici per l’impiego». Presso altre realtà del vecchio continente – vedi la Germania – le spese per le politiche attive sono il doppio delle nostre. Nel Bel Paese, invece, se non vogliamo spendere soldi solo per le politiche passive di sostegno al reddito dei disoccupati, occorre una profonda ristrutturazione della rete dei servizi per costruire politiche attive.

    L’ESPERIENZA DEI CPI DELLA PROVINCIA DI GENOVA

    Gli iscritti ai CPI della Provincia di Genova al 31/12/2012 sono 50450. Quindi in leggero aumento rispetto ai 49069 del 2011. Ma neppure di molto considerando la difficile congiuntura che stiamo attraversando.
    I colloqui di orientamento individuali (1° e 2° livello) erogati nel 2012 sono stati poco più di 41000 (in linea con il 2011); compresi i seminari collettivi: 49400 (ossia l’insieme delle azioni di orientamento).
    I voucher erogati per partecipare ad attività formative che la Provincia ha accreditato: 13463 (in aumento rispetto agli 11291 del 2011) a 8191 persone (7087 nel 2011), con una media di 1,64 per persona (1,59 nel 2011).
    Poi ci sono i tirocini «Uno dei migliori strumenti che abbiamo a disposizione – precisa Scarrone – che continuiamo a promuovere nonostante le risorse siano quasi pari a zero. In gran parte sono sostenuti dalle aziende e controllati della Provincia. Si è creato un rapporto virtuoso con molte imprese che in pratica svolgono il ruolo di “allenatori” delle persone, alcune delle quali, al termine del tirocinio rimangono in “squadra”». I tirocini promossi nel 2012 sono stati 1590 (1691 nel 2011). Secondo il report sugli esiti occupazionali del servizio «Trascorsi 12 mesi dal termine del tirocinio circa il 60% degli utenti risulta occupato», sottolinea Scarrone.

    L’altro punto di forza dei CPI della Provincia di Genova è il servizio Match (attivo da 12 anni) che favorisce l’incontro domanda – offerta segnalando lavoratori alle aziende che ne fanno richiesta. Negli ultimi anni, però, i numeri di Match sono progressivamente scesi in seguito al drastico calo di assunzioni. Nel 2012 il servizio ha ricevuto 1200 richieste dalle aziende (1701 nel 2011) per un totale di 1650 posizioni lavorative aperte (2390 nel 2011); i CPI hanno segnalato quasi 10 mila curriculum alle imprese richiedenti (12532 nel 2011).

     

    Attualmente 80 dipendenti della Provincia lavorano nei 6 CPI di Genova. Prima erano 7 ma recentemente – a causa della spending review che sta mettendo in ginocchio le Province – ha chiuso i battenti il CPI di Nervi. Gli addetti svolgono prevalentemente attività amministrativa: iscrizioni, compilazione delle liste, pratiche di mobilità, di disoccupazione, comunicazione obbligatoria alle aziende, ecc. I servizi specialistici per il lavoro (ovvero le politiche attive) vengono svolti da un’altra ottantina di lavoratori in appalto del Consorzio Motiva: informazione, colloqui di orientamento, servizi di incrocio domanda – offerta, mediazione culturale, avviamenti a formazione, a tirocini, seminari, ecc.
    «Mi auguro che siano studiate delle leggi in grado di ridurre l’impatto delle attività amministrative sul funzionamento dei CPI – sottolinea Scarrone – questo è uno degli elementi che distoglie risorse dalla promozione di politiche attive di cui, invece, avremmo gran bisogno». Tuttavia, le attività amministrative sono importanti perché «Permettono di individuare chi sono i disoccupati e qual è il loro livello di attivazione nella ricerca del lavoro – spiega il direttore – Se una persona dopo il colloquio non si presenta più oppure non segue le proposte dei CPI viene cancellato dalle liste».
    Ovviamente con un aumento del personale e finanziamenti più consistenti si potrebbe dedicare maggiore attenzione alle politiche attive. «Bisogna decidere se andare avanti per slogan oppure riformare il sistema dei CPI mettendoli nelle condizioni di poter funzionare a dovere – continua Scarrone – La cartina tornasole della qualità dei servizi offerti è rappresentata dal rapporto tra numero di addetti dei CPI e numero dei disoccupati». In altri termini c’è troppa disparità in tale rapporto per poter pensare che il pubblico possa fornire una risposta adeguata: in Italia 1 solo addetto deve seguire 150 disoccupati; in Germania 48; in Gran Bretagna 24.

    Per quanto riguarda il finanziamento ai servizi pubblici per l’impiego «Varia di anno in anno ed in pratica dipende da fondi extra – afferma Scarrone – In particolare il Fondo Sociale Europeo, che ci permette di mantenere l’appalto con il Consorzio Motiva, risicati fondi nazionali e regionali, zero provinciali (fatti salvi gli stipendi dei dipendenti)».
    Secondo Giovanni Daniele, dirigente dei Servizi Per l’Impiego della Provincia di Genova «Il problema principale è la mancanza di stabilità delle risorse a disposizione. Noi lavoriamo su progetti di massimo 1 anno, 9 mesi o addirittura 6 mesi. Di conseguenza non possiamo fare programmazione che in questo campo risulta fondamentale». Dunque i contributi arrivano ma non sono finalizzati a sostenere un sistema organico di servizi per l’impiego. «Sono finanziamenti che spesso sostengono soltanto le emergenze contingenti – continua Daniele – rivolgendosi esclusivamente ad un target specifico: una volta sono i cassaintegrati, un’altra volta sono i giovani, ecc.».
    Nonostante ciò «La Provincia, con grandi sforzi, da almeno dieci anni cerca di dare continuità ai servizi pubblici per l’impiego – afferma il dirigente – investendo su un set di servizi articolati per tutti i target e facendoli confluire in una struttura che, per quanto possibile, sia stabile nel corso del tempo».

    Senza dimenticare un dato di fatto, spesso trascurato «I CPI non possono creare lavoro ma piuttosto strumenti per aumentare l’occupabilità delle persone – ribadisce Giovanni Daniele – Per affrontare la delicata questione del lavoro ci vuole ben altro: innanzitutto delle concrete politiche di sviluppo che da lungo tempo attendiamo. Occorre una visione integrata tra Regioni, Province e Comuni. Con una stretta connessione tra politiche del lavoro e della formazione».

    Insomma, bisogna creare sinergia «Le politiche formative e del lavoro finché non sono collegate rimangono monche – aggiunge Daniele – Inoltre, è fondamentale inserire in questo contesto anche il sistema dell’istruzione».
    Eppure esempi virtuosi a cui guardare ce ne sarebbero, vedi il più volte citato modello tedesco. «In Germania formazione ed istruzione hanno pari dignità – conclude Daniele – Non ci sono scuole di serie A e di serie B come accade in Italia con licei ed istituti professionali. L’efficienza e l’efficacia del modello tedesco insegna che è necessaria l’integrazione tra tutte le politiche sopracitate. Ma occorre avere in mente un modello omogeneo per l’intera nazione, mantenendo ovviamente le singole peculiarità territoriali».

     

    Matteo Quadrone

  • Lavoro e apprendistato a Genova: il bando Botteghe di mestiere

    Lavoro e apprendistato a Genova: il bando Botteghe di mestiere

    Offerta di lavoroSono aperte fino a giovedì 28 marzo 2013 le iscrizioni per il nuovo ciclo del bando Botteghe di mestiere, che offre a giovani tra i 15 e i 29 anni un apprendistato di sei mesi nell’ambito dei mestieri artigiani, con una retribuzione di 500 € mensili.

    Il progetto è a livello nazionale e hanno aderito 72 botteghe, di cui due dalla Liguria. Ogni bottega ha presentato uno specifico progetto formativo, consultabile sul sito di Italia Lavoro. Le due iniziative liguri sono La Bottega della vera focaccia genovese, a cura dell’Associazione Panificatori di Genova e La Bottega dei golosi promossa da aziende della ristorazione nella Provincia di Imperia.

    Botteghe di mestiere rientra all’interno del progetto AMVA – Apprendistato e mestieri a vocazione artigianale – promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e attuato da Italia Lavoro, per la promozione del made in Italy e per incentivare l’applicazione dei contratti di apprendistato e la creazione di nuove imprese.

    [foto di Diego Arbore]

  • Aziende a rischio incidente: i casi Carmagnani Multedo e Iplom Fegino

    Aziende a rischio incidente: i casi Carmagnani Multedo e Iplom Fegino

    fegino.iplom2Diciassette aziende della Provincia di Genova compaiono nell’inventario nazionale degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti ai sensi dell’art. 15 comma 4 del Decreto Legislativo 334/1999 (noto come “Seveso 2”) e successive modifiche e integrazioni (Decreto Legislativo 238/2005 che recepisce la direttiva del Consiglio europeo 2003/105/CE, la cosiddetta “Seveso 3”).

    L’elenco è lungo e, solo per l’area metropolitana genovese, comprende 14 attività industriali. Tra queste, 5 si trovano in area portuale: depositi di oli minerali Silomar, Petrolig, Eni, Getoil; centrale termoelettrica Enel; 5 tra Medio-Ponente e Ponente: acciaierie Ilva (Cornigliano); produzione e/deposito di esplosivi Beppino Zandonella Callegher-Tecnomine (Sestri Ponente in zona Monte Gazzo); depositi di oli minerali Eni (Pegli), Carmagnani (Multedo), Superba (Pegli); 4 in Val Polcevera: depositi di oli minerali Iplom (Fegino), Sigemi (San Quirico), Europam (San Quirico); deposito di gas liquefatti Liquigas (Bolzaneto).
    Le restanti 3 aziende RIR si trovano a Busalla: raffinazione petrolio Iplom; Carasco: stabilimento chimico o petrolchimico A-Esse Fabbrica Ossidi Di Zinco; Cogoleto: deposito di gas liquefatti Autogas Nord.

    Per Stabilimento a Rischio di Incidente Rilevante (RIR) si intende un’area, sottoposta al controllo di un gestore, nella quale sono presenti sostanze pericolose (come definite dal D.Lgs. 334/99, integrato al D.Lgs. 238/05) all’interno di uno o più impianti, comprese le infrastrutture o le attività comuni o connesse, nella quale può verificarsi un evento, quale un’emissione, un incendio o un’esplosione di grande entità, dovuto a sviluppi incontrollati, che si verificano durante la sua attività, e che possa dare luogo ad un pericolo grave, immediato o differito, per la salute umana o per l’ambiente, all’interno o all’esterno dello stabilimento, ed in cui intervengano una o più sostanze pericolose.

    Le aziende RIR devono adempiere a una serie di severe prescrizioni per prevenire incidenti, o almeno per far sì che un eventuale incidente non abbia conseguenze nefaste sulla popolazione residente nei dintorni.
    Ma i doveri non sono in capo soltanto ai gestori degli stabilimenti. La legge assegna dei compiti importanti anche ai Comuni in cui queste attività produttive sono ubicate: i PUC (Piani Urbanistici Comunali), infatti, devono tener conto della presenza sul territorio di tali insediamenti industriali e prevedere, per esempio, che non si possano costruire scuole, asili, ospedali o altri servizi troppo vicino agli stabilimenti considerati pericolosi.
    La Provincia di Genova nel 2008 ha varato una “variante” al PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) che individua le cosiddette “aree di osservazione” circostanti alle aziende a rischio e fornisce alcune indicazioni ai Comuni affinché adottino nei loro piani urbanistici prescrizioni particolari in queste aree.

    IL CASO CARMAGNANI

    carmagnani«L’amministrazione sta realizzando, per tutto il territorio metropolitano di Genova, il piano delle aziende a Rischio di Incidente Rilevante – spiega Stefano Bernini, Vicesindaco di Genova ed Assessore all’Urbanistica – È un elaborato tecnico fondamentale che deve essere connesso con il PUC. Il documento prevede che nelle vicinanze di alcuni stabilimenti industriali classificati RIR non siano previste alcune tipologie di insediamenti, quali ospedali, scuole, servizi pubblici, ecc.».
    «Sono numerose le aziende che svolgono attività potenzialmente a rischio – sottolinea Bernini – In base alla normativa di legge hanno sviluppato tecnologie e meccanismi di difesa i quali permettono che il danno provocato da un eventuale incidente sia circoscritto all’interno dei confini dello stabilimento ed al massimo possa coinvolgere una fascia limitata all’esterno dell’insediamento industriale».
    L’amministrazione comunale ha commissionato la stesura del documento RIR all’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure (Arpal).
    La procedura prevede una valutazione di quelli che possono essere gli impatti pericolosi per la salute e l’incolumità pubblica causati da eventuali scenari incidentali. Sulla scorta dei dati raccolti, applicando i criteri stabiliti dal Decreto Legislativo 334/99, un’azienda è definita compatibile o meno con il tessuto urbano che la ospita.

    Attualmente 2 aziende risultano incompatibili: Attilio Carmagnani S.p.A. (deposito di stoccaggio di prodotti chimici e petrolchimici, ubicato a Multedo) e Liquigas S.p.A. (deposito di gas liquefatti, sito a Bolzaneto).
    Quest’ultima, in accordo con l’Arpal, ha già realizzato gli accorgimenti tecnici necessari per sanare la sua situazione. «Per Carmagnani, invece, si tratta di un investimento di proporzioni più rilevanti e per il momento l’azienda non lo ha ancora concretizzato – afferma Bernini – Ma ha già individuato gli interventi da eseguire».
    «Quando presenteremo il piano delle aziende a Rischio di Incidente Rilevante (in allegato al PUC) sappiamo che Carmagnani potrà rendersi compatibile realizzando i lavori necessari», sottolinea Bernini.
    L’amministrazione comunale, nelle more della pubblicazione del documento, si è attivata cercando di coinvolgere l’azienda affinché adotti le misure di tipo impiantistico per garantire la sicurezza del territorio. Il confronto con Carmagnani è in via di svolgimento e, dalle ultime notizie che trapelano, il Rapporto di Sicurezza dello stabilimento – che deve essere redatto e aggiornato periodicamente – è stato valutato positivamente dal Comitato Tecnico Regionale di prevenzione incendi (l’organo di cui fanno parte, oltre ai Vigili del Fuoco, Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro (Ispesl), Regione, Provincia, Comune e Arpal).

    Tutt’altra questione è quella del trasferimento di Carmagnani S.p.A. e Superba s.r.l. – che insieme compongono il cosiddetto “polo petrolchimico di Multedo” – di cui si parla da anni.
    «Il fatto che le 2 aziende continuino a lavorare non vuol dire che siano compatibili al 100% con il tessuto urbano del Ponente – precisa Bernini – La previsione della loro delocalizzazione, come richiesto a gran voce dalla popolazione, sarà mantenuta nel PUC. Oggi è più facile ipotizzare il loro spostamento perché in area portuale c’è una minore presenza di attività rispetto al passato. Certo rimane da sostenere un significativo costo economico che, almeno per ora, le aziende non hanno intenzione di sobbarcarsi, ma l’indirizzo urbanistico resta quello».

    IL CASO IPLOM

    fegino.iplom1Sabato 9 e domenica 10 marzo si è verificata l’ennesima fuoriuscita di odori nauseabondi dai serbatoi Iplom di Fegino.
    Il gestore del deposito (di proprietà Seapad s.r.l.) è Iplom S.p.A. che svolge attività di ricezione, stoccaggio – in 11 serbatoi atmosferici – e spedizione, a mezzo oleodotto, di prodotti petroliferi grezzi, olio combustibile, benzina e virgin nafta.
    «Sono anni che il ripetersi di simili episodi causa disagi ma anche malori agli abitanti dei dintorni – racconta Angelo Spanò, membro del Comitato per Borzoli e Fegino – Quand’ero consigliere provinciale dei Verdi avevamo realizzato delle commissioni congiunte Provincia-Comune per affrontare il problema. A distanza di anni, però, nulla è cambiato».
    Periodicamente i cittadini sono inondati da intensi miasmi. Era già accaduto nell’aprile 2011 – quando due bambini furono ricoverati al Pronto Soccorso dell’ospedale Gaslini, mentre altri tre si sentirono male a scuola – e prima ancora nel gennaio 2010.

    Il problema si genera con l’estrazione del petrolio dai serbatoi. Questi ultimi sono dotati di un tetto galleggiante che man mano scende lungo le pareti del contenitore che dovrebbero essere pulite dalle guarnizioni. Ma evidentemente ciò non accade: alcune particelle di greggio rimangono attaccate al tetto ed una volta a contatto con l’aria si volatilizzano nell’atmosfera causando i miasmi.
    Inoltre, secondo Spanò, la responsabilità delle fastidiose esalazioni potrebbe essere imputata anche alla forte pressione con cui viene pompato il greggio perché «Le navi meno sostano in porto, meno costano».
    Negli ultimi tempi l’azienda avrebbe eseguito alcuni interventi di tipo impiantistico ma la situazione non è migliorata. E così un’ulteriore forma di inquinamento continua a gravare su una zona già penalizzata dal traffico di mezzi pesanti diretti alla Derrick di Borzoli.
    «All’epoca dell’assessore comunale Senesi convincemmo l’ex Sindaco Vincenzi a varare un’ordinanza per proibire lo stoccaggio del greggio proveniente dall’Uzbekistan – ricorda Spanò – ancor più problematico rispetto ad altri visto l’elevato contenuto di mercaptani, ossia particelle di zolfo e idrogeno utili a rendere riconoscibile il gas, che altrimenti sarebbe inodore, con la tipica puzza di uovo marcio».

    Gli abitanti si domandano se tutte le prescrizioni imposte alla Iplom siano seguite alla lettera e soprattutto «Vogliamo sapere in che modo dobbiamo comportarci in caso di un eventuale incidente all’interno del deposito  – sottolinea Spanò – Nessuno, infatti, ha mai spiegato ai cittadini le norme da seguire».

    fegino.iplom3«Lo stabilimento è dotato di tutti i meccanismi per la sicurezza attiva previsti dalla Legge – spiega il Vicesindaco, Stefano Bernini – In effetti esistono delle possibili forme di copertura dei serbatoi che potrebbero risolvere il problema dei miasmi. Ma tali modifiche non sono state realizzate».

    Nel caso specifico «Occorre sottolineare che, in base ai controlli finora effettuati dagli organi competenti, non risulta una tossicità rilevata di queste esalazioni», aggiunge Bernini. Quindi, in altri termini, non si può obbligare la ditta ad eseguire gli accorgimenti tecnici in grado di eliminare, o quantomeno limitare, le fuoriuscite nauseabonde.

    Quando accadono simili eventi – che, secondo le normative vigenti, rientrano nell’ambito di un supposto danno ambientale – le strutture territoriali di Arpal e Vigili del Fuoco intervengono in loco, su allerta delle autorità, con attività di monitoraggio e campionatura dell’aria. In base ai risultati dei controlli vengono decisi eventuali provvedimenti a carico dell’azienda.

    Per quanto riguarda la gestione della sicurezza nel caso di incidente rilevante, le regole sono rigorose. Ogni stabilimento RIR è dotato di un Piano di Emergenza Interno (PEI) che scatta quando si verificano determinate situazioni e prevede le seguenti azioni: attivazione della procedura di emergenza; comunicazione di allerta all’autorità preposta, ossia la Prefettura. Quest’ultima, di concerto con gli enti locali, ha il compito di predisporre ed approvare il Piano di Emergenza Esterno (PEE) per ogni azienda RIR. Il PEE contiene le disposizioni dirette a gestire l’intervento dei soccorritori in caso d’accadimento di un incidente rilevante, interessante l’area esterna allo stabilimento in questione e si applica in seguito all’attivazione del PEI.

    Sul sito web del Comune di Genova sono reperibili dei depliant informativi «Destinati ai cittadini che vivono e/o lavorano vicino alle aziende classificate a rischio di incidente rilevante e ai lavoratori che vi operano. Il Comune di Genova, attraverso gli Assessorati alla città Sostenibile e alla città Sicura, ha redatto il presente manuale che contiene la scheda di informazione presentata dai singoli stabilimenti allo scopo di garantire la massima trasparenza ed una informativa completa e di facile accesso».
    Brevi opuscoletti che forniscono informazioni generali sugli stabilimenti e sul territorio in cui sono ubicati, sulle misure di sicurezza da adottare ed alcuni suggerimenti sulle norme di comportamento da osservare in caso di incidente.
    Sulle pagine web della Prefettura di Genova, invece, sono disponibili in versione integrale i singoli PEE, corposi documenti di non facile lettura per tutti.

    Ma sul piano della comunicazione ai cittadini resta ancora molto lavoro da fare. Pensiamo soltanto a tutte quelle persone, magari anziane, che abitualmente non usano la rete Internet. Per loro è difficile accedere alle informazioni e conoscere i comportamenti corretti da mettere in pratica in caso di pericolo.
    «In questo ambito il Comune ha innanzitutto una competenza urbanistica – risponde Bernini – Comunque, stiamo lavorando con Arpal per trasmettere alla popolazione un’informazione corretta e completa. Quando pubblicheremo il documento RIR tutti gli elementi utili saranno messi in evidenza, consultabili da chiunque».
    Secondo il Vicesindaco prima non esisteva un’adeguata pianificazione in questo senso, mentre «Oggi sappiamo come comportarci sul territorio grazie all’organizzazione di un efficiente sistema di Protezione Civile. Questo è il primo passo per fronteggiare eventuali emergenze». Inoltre, l’amministrazione dispone di grandi dotazioni informatiche «Ma scontiamo un grave ritardo nell’implementazione dei dati – continua Bernini – Basti pensare che fino a poco tempo fa non conoscevamo nel dettaglio la rete di tubature di acqua, gas, ecc. Adesso stiamo ricostruendo la situazione per colmare il gap».

    «Francamente, nel caso delle aziende RIR, non credo sia particolarmente utile organizzare degli incontri con i cittadini – sottolinea Bernini – perché tale modalità potrebbe generare in loro un effetto ansiogeno negativo. Chiederò all’Assessore Gianni Crivello (Protezione Civile) di studiare un’efficace forma di comunicazione. Ad esempio, potrebbe funzionare il sistema dei volontari “porta a porta”, sul modello della prevenzione degli eventi alluvionali».

    Infine, almeno per il prossimo futuro, il deposito Iplom resterà ben saldo al suo posto, con buona pace degli abitanti di Fegino «Nel PUC l’area rimane a destinazione industriale – conclude Bernini – e non esiste alcuna ipotesi di delocalizzazione della Iplom».

     

    Matteo Quadrone

    [Iplom Fegino, foto dell’autore]

  • Istituto Idrografico: Genova rischia di perdere un’eccellenza

    Istituto Idrografico: Genova rischia di perdere un’eccellenza

    istituto-idrograficoUna lettera aperta di un dipendente dell’Istituto Idrografico della Marina indirizzata al gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle, riapre la questione del paventato trasferimento di una storica eccellenza cittadina ospitata dal 1823 all’interno del Forte di San Giorgio.
    La spending review non risparmia neppure l’Ente Cartografico dello Stato – preposto e certificato alla produzione di tutta la cartografia nautica italiana – che sta studiando una nuova struttura organizzativa ed una migliore e più adeguata sistemazione logistica. L’attuale presidio militare, nonostante le continue risistemazioni generali, non è più idoneo alle vigenti normative antinfortunistiche e di sicurezza.
    Il lavoratore, tecnico cartografico dell’IIM dal 1976, si appella alla sensibilità dei consiglieri comunali a 5 stelle affinché «Si possa contare su un vostro diretto interessamento per un aiuto concreto di supporto e sostegno nello scongiurare un eventuale trasferimento di sede».
    «Recentemente abbiamo ricevuto la visita del Capo di Stato Maggiore – continua il dipendente dell’IIM – il quale ha fatto intendere, in sintesi, quanto segue: “… nel raggiungimento degli obiettivi che ci sono stati affidati e in collaborazione con le diverse Amministrazioni ed Organi dello Stato, nel rispetto di una migliore gestione della spesa pubblica, si auspica una imminente nuova collocazione ad hoc dell’IIM sul territorio genovese, altrimenti, si prospetta il serio rischio di spostare il medesimo e la sua forza lavorativa a La Spezia, dove è già disponibile un’area tecnica di servizio, all’interno dell’Arsenale Militare”».

    Orma da anni si parla di una possibile nuova sede ideale per l’Organo Cartografico dello Stato «Ma le Istituzioni tutte, le parti sindacali, il Ministero della Difesa e quant’altri, non hanno mai trovato una soluzione adeguata – scrive il tecnico cartografico – Personalmente ho sempre avuto la sensazione che non si sia mai lavorato seriamente nel merito delle tematiche risolutive».
    Le alternative emerse in passato sono numerose «Ricordo tra le altre: una struttura del Ministero della Finanza nei pressi dell’aeroporto; nell’Area Expò vicino alla Capitaneria presso i Magazzini del Cotone; all’interno della Caserma Gavoglio al Lagaccio, ecc. La più recente sistemazione è stata la migliore proposta: quella pertinente l’area degli Erzelli, senza dubbio, la nostra collocazione più naturale, inserita all’interno del cosiddetto “nuovo polo tecnologico genovese”, in fase di realizzazione sulle alture tra Cornigliano e Sestri Ponente».

    L’autore della missiva sottolinea la preoccupazione delle maestranze civili, circa 110 dipendenti «La vera anima professionale tecnico/artistica dell’IIM, da sempre produttiva e indispensabile».
    In sostanza occorre un nuovo sito, con le caratteristiche idonee ad ospitare la nuova sede dell’Istituto Idrografico della Marina. «L’organo direttivo attuale ha quantificato l’area disponibile necessaria in circa 8.000 mq – spiega la lettera – la soluzione migliore sarebbe un edificio ex-novo costruito secondo criteri standard; in alternativa, una struttura già esistente purché su unico piano a terra o, al massimo, su due piani».
    In quanto Ente dello Stato e per le sue caratteristiche specifiche di servizio nazionale e di interesse collettivo verranno vagliate solo proposte in concessione comunale, provinciale, regionale o di proprietà demaniale, oppure proposte provenienti da soggetti privati esclusivamente a titolo di concessione gratuita, ad esempio in cambio di un ritorno di immagine.
    «Ringrazio per la pazienza nell’avermi letto, certo di un vostro proficuo interessamento a proposito – conclude il lavoratore – Rimango in attesa di notizie, idee, collaborazioni, soluzioni di nuova sede ed eventuali, che possano venire in aiuto alle nostre esigenze collettive, non solo professionali ma, nella peggiore delle ipotesi di trasferimento della sede a La Spezia, purtroppo anche di carattere familiare».

     

    Matteo Quadrone

  • Bolzaneto: no alla chiusura del centro di formazione professionale

    Bolzaneto: no alla chiusura del centro di formazione professionale

    Bolzaneto.Centro Provinciale di Formazione Professionale Luciano TruccoIl Municipio Valpolcevera si schiera compatto in difesa del Centro Provinciale di Formazione Professionale “Luciano Trucco”, un’eccellenza che da ormai 30 anni opera a Bolzaneto, svolgendo un’importante funzione sociale per l’intera vallata. A breve, però, come anticipato da una nostra inchiesta, l’istituto è destinato a chiudere i battenti.
    Nell’ultima seduta il Consiglio municipale ha approvato all’unanimità una mozione proposta dai gruppi Pd, Sel e Fds che impegna il Presidente e la Giunta ad attivarsi presso il Commissario Straordinario della Provincia di Genova per verificare quali siano le intenzioni in merito al prossimo futuro del Centro Trucco.

    «Da segnalazioni provenienti dagli operatori del settore e dagli amministratori di altri comuni della Val Polcevera emerge la preoccupazione di eventuali dismissioni di attività di formazione professionale sul territorio ed in particolare della presunta chiusura del CC.PP.F.P. “Trucco” di Bolzaneto – scrivono i consiglieri nella mozione – I Sindaci dei Comuni della Val Polcevera hanno già formalizzato una richiesta di maggiori informazioni agli enti preposti su queste eventuali dismissioni».

    L’attività dei Centri Provinciali di Formazione Professionale, fin dalla loro istituzione «È sempre stata ed è tuttora preziosa per quanti vivono e lavorano sul nostro territorio – continua la mozione – in particolare il Centro “Trucco”, nella sua diversificata attività di Formazione Professionale, ha sempre sostenuto la frequenza dei ragazzi della vallata in sinergia con tutti gli altri attori del territorio, compresi i Servizi di questo Municipio, diventando punto di riferimento per le famiglie e gli insegnanti di tutte le scuole, con particolare riguardo all’occupazione, all’integrazione e all’inserimento nel mercato del lavoro delle persone esposte a rischio di esclusione sociale quali disoccupati, persone disabili o comunque in difficoltà, donne e anziani».

    I consiglieri sottolineano i punti di forza del Centro “Luciano Trucco”, il quale «Ha sviluppato la propria attività didattica ed educativa migliorando sempre più i servizi resi all’utenza, dotandosi di laboratori ed attrezzature che, probabilmente, nessuna altra realtà formativa possiede nell’intera Provincia di Genova».
    «In questo momento di crisi economica è di vitale importanza non solo mantenere, ma investire in una struttura come quella del Centro Trucco – concludono i consiglieri della Valpolcevera – perché il lavoro nell’area delle produzioni meccaniche ed industriali in genere è una delle poche risorse rimaste e, rinunciandovi, si rinuncia alla speranza di una ripresa e si aumenta l’impoverimento del territorio».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • Vesima: il Comune di Genova affida in gestione i bagni Janua

    Vesima: il Comune di Genova affida in gestione i bagni Janua

    MareggiataIl Comune di Genova ha aperto un avviso pubblico per manifestazioni di interesse per la subconcessione di attività presso i bagni Janua di Vesima, uno stabilimento balneare con annesso un servizio di bar e ristorante.

    Lo stabilimento si trova in via P.P. Rubens 32-33r ed è attualmente gestito da Bagni Marina Genovese S.p.A., che ne cura la spiaggia, le strutture e le attrezzature per il tempo libero, per elioterapia e balneazione, i locali e gli spazi destinati al servizio di ristorazione e bar. Il bando prevede una subconcessione per la gestione di alcuni di questi servizi nelle stagioni 2013/2014, al fine di fornire un servizio esterno di assistenza alla balneazione, alle attività di spiaggia, alla ristorazione e bar.

    Possono partecipare al bando imprenditori, aziende, cooperative e consorzi che abbiano già svolto attività analoghe presso stabilimenti balneari.

    A seguito del ricevimento delle manifestazioni di interesse (scadenza 28 febbraio 2013, invio domanda all’Archivio Generale Protocollo del Comune di Genova) si provvederà a espletare una gara informale mediante invio di lettera di invito, nella quale verranno illustrati in dettaglio i criteri di aggiudicazione.

     

    Foto Daniele Orlandi

  • Sicurezza sul lavoro: controlli nei cantieri, manca il personale

    Sicurezza sul lavoro: controlli nei cantieri, manca il personale

    sicurezza-lavoro-edilizia-operai-DIMercoledì scorso (13 febbraio, ndr) i lavoratori dello PSAL (Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro) – servizio dell’Asl 3 che vigila sulla regolare applicazione nei cantieri (e non solo) delle norme vigenti in materia di sicurezza sul lavoro  hanno organizzato un presidio di fronte alla Prefettura per denunciare la carenza di personale che colpisce il reparto e che mette a rischio il prosieguo dell’attività di controllo.

    Una situazione già conclamata da tempo, che ha raggiunto il suo apice a causa del blocco del turnover. Le ultime assunzioni sono state effettuate tra il 2009 e il 2010, ma non sono state sufficienti a rimpiazzare coloro che sono andati in pensione. «Oggi si è sotto i livelli del 2008» ha confermato il direttore della struttura, Dott. Attilio Businelli. Inoltre nei prossimi anni si prevede l’apertura di nuovi cantieri di grandi dimensioni per le Grandi Opere: «Arriveranno a Genova circa 500 lavoratori trasfertisti. – precisa Flavio Bellati della CGIL – Se i tecnici dell’ASL dovessero seguire questi cantieri non riuscirebbero più ad effettuare i controlli ordinari». Cantieri complessi per i quali, tra l’altro, sono richieste competenze tecniche molto elevate.

    L’Asl, da parte sua, ha già chiesto alla Regione delle deroghe per poter assumere nuovi tecnici, «ma – dice Businelli – si tratta di numeri piccoli e inoltre la Regione può dare deroghe per tutta la Sanità, non per uno specifico ruolo. Per cui la scelta è o tecnici professionali o infermieri».

    La richiesta dei sindacati è che vengano stanziati 350.000 euro per rafforzare il personale della struttura inserendo 7 nuove risorse. «Questi cantieri – sostiene Bellati – riguardano tutta l’Italia, se non l’Europa. Per cui l’Europa pagherà per questi lavori». È vero infatti che opere come il Terzo Valico sono state concepite come infrastrutture di collegamento tra l’intero paese e il resto dell’Europa e che esse comportano costi non indifferenti su tutta la collettività, compresi i lavoratori. «Inoltre – sostiene Bellati – la presenza di controlli può anche servire da deterrente contro la presenza della mafia e della corruzione all’interno dei cantieri».

     

    Telecamera su GenovaIL SERVIZIO DI PREVENZIONE E SICUREZZA SUI POSTI DI LAVORO

    Qualche numero può servire ad avere un quadro più chiaro della situazione. Il Dott. Businelli, ci ha spiegato che i tecnici, ovvero coloro che effettuano i controlli, sono in questo momento 31 e riescono a coprire circa il 10% dei cantieri presenti annualmente sul territorio (circa 4000). Nella struttura vi sono poi 6 dirigenti e 3 medici.

    I livelli essenziali di assistenza (LEA), determinati da una normativa successiva al disastro della Thyssenkrupp del 2007, che teneva conto del già scarso numero di addetti alla sicurezza, richiedono un controllo su almeno il 5% dei cantieri “soggetti all’obbligo”. Infatti, spiega ancora Businelli, non tutti i cantieri vengono monitorati, ma «solo quelli in cui è presente un elevato numero di lavoratori o in cui agiscono più imprese». E infine aggiunge «i LEA sono rispettati, ma spereremmo di fare un po’ di più».

    Un aspetto interessante della vicenda è che non sono stati solo i pensionamenti a ridurre il numero di tecnici, ma anche alcuni trasferimenti di coloro che avevano vinto il concorso per l’ASL genovese e successivamente hanno chiesto di essere spostati in altre città o regioni. Se consideriamo che i concorsi sono stati fatti tra il 2009 e il 2010 e che è necessario almeno un anno di lavoro sul campo per imparare a conoscere le specificità del territorio e diventare perfettamente operativi, ci rendiamo conto che alcuni nuovi assunti hanno potuto contribuire in modo molto limitato alla garanzia della sicurezza del lavoro nella nostra città.

    Di fronte a questo dato lo stesso sindacato ha ipotizzato della possibilità di creare contratti che vincolino i nuovi tecnici a lavorare sul territorio genovese per almeno 5 anni.

     

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7I COSTI DEL PERSONALE TECNICO

    I tecnici dallo PSAL sono assunti dall’ASL, ma di fatto sono pagati dalla Regione con i propri trasferimenti. Il sindacato, come si è detto, ha chiesto che vengano stanziati 350.000 euro l’anno per aggiungere 7 risorse alla struttura, con un costo di 50.000 euro per ogni nuovo tecnico.
    In realtà secondo i dati che ci sono stati forniti dall’Ufficio Stipendi dell’Asl 3, lo stipendio base di un neo assunto si aggira sui 1600 euro al mese, che equivale a 42.000 euro lordi all’anno. Sempre considerando la busta paga tipo di un tecnico, scopriamo anche che lo straordinario influisce molto sullo stipendio finale, fino a 350 euro in più al mese. Questo a ulteriore conferma del fatto che la mancanza di personale obbliga a richiedere interventi di questi lavoratori oltre l’orario definito dal contratto, con costi/ora più elevati per l’Asl stessa.

    Colpisce che nell’infinito dibattito tra sostenitori e detrattori delle Grandi Opere, all’interno delle istituzioni e tra partiti politici, questo aspetto non sia mai emerso. Nonostante le polemiche e gli scandali che puntualmente accompagnano gli incidenti sul lavoro, la protesta dei tecnici dello PSAL evidenzia come le condizioni in cui sono costretti ad operare siano ancora tutt’altro che ottimali, a danno, ovviamente, della sicurezza. Tutto questo mentre è ormai imminente l’apertura di nuovi grandi cantieri a Genova.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi e Diego Arbore]

  • Lavoro o stage in teatro a Genova: bando Fulvia Bardelli 2013

    Lavoro o stage in teatro a Genova: bando Fulvia Bardelli 2013

    Teatro CanteroL’Associazione Fulvia Bardelli è nata nel marzo 2002 in memoria di una delle protagoniste del Teatro dell’Archivolto, scomparsa nell’aprile 2001: tra le sue iniziative, un bando per borsa di studio indetto ogni anno in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica, Romanistica, Arti e Spettacolo dell’Università di Genova.

    La borsa di studio è riservata a studenti di università italiane laureati in discipline dello spettacolo, che desiderano approfondire i loro studi nel settore giornalistico e teatrale.

    Il bando attualmente in corso ha scadenza 31 marzo 2013 e prevede l’assegnazione di una borsa di studio di 2.000 € per svolgere uno stage nell’area comunicazione o ufficio stampa di un teatro, o in alternativa per una ricerca scientifica su argomento teatrale.

    Requisito per fare domanda è avere età inferiore ai 30 anni e aver discusso nell’anno precedente, in un’università italiana, una tesi di laurea (del vecchio ordinamento o specialistica/magistrale) di argomento teatrale e aver ottenuto una votazione di almeno 99/110.

    La domanda di partecipazione al bando e una copia della tesi di laurea dovrano pervenire a Servizio Segreterie Studenti e Anagrafe reddituale. Sett. III: Anagrafe reddituale-tasse e contributi-benefici universitari, via Bensa 1, 16124 Genova.

    Una Commissione valuterà le domande e assegnerà la borsa di studio valutando tesi di laurea, curriculum universitario e un eventuale colloquio per il candidato.

    Per ulteriori informazioni gli interessati possono rivolgersi a: Associazione Fulvia Bardelli, piazza Modena 3, 16149 Genova – tel. 010 6592.1.

  • Provincia di Genova, spending review: centri di formazione a rischio

    Provincia di Genova, spending review: centri di formazione a rischio

    lavoro-geometra-architetto-DII tagli al bilancio ed i vincoli imposti dal patto di stabilità stanno mettendo in ginocchio le Province italiane compromettendone lo svolgimento di importanti funzioni. «La capacità di investimento delle Province è crollata di oltre il 44% in soli 5 anni», lancia l’allarme il presidente dell’UPI (Unione Province Italiane), Antonio Saitta. Il risultato di tali scelte è il progressivo impoverimento del tessuto economico dei territori. A farne le spese sono l’indispensabile opera di manutenzione e messa in sicurezza di strade e scuole, la gestione dei servizi di orientamento e politiche per il lavoro, la pianificazione della formazione professionale e delle attività connesse.
    «Bisogna abbandonare la strada dei tagli lineari, prevedendo, al contrario, dei criteri che tengano conto dei diversi ruoli e delle funzioni svolte nelle diverse Regioni – sottolinea Saitta – Anche perché le Province hanno già avviato una operazione importante di riqualificazione della spesa: dal 2008 ad oggi il nostro livello di spesa corrente, quella cioè più rigida, destinata al pagamento degli stipendi del personale ed alla gestione ordinaria della macchina amministrativa, è scesa di ben oltre il 12%. Non ci sembra ci siano altre istituzioni che abbiano fatto lo stesso, anzi, nel resto della Pubblica amministrazione questo capitolo continua a salire».

    A proposito della ripartizione dei tagli, l’impostazione iniziale non teneva conto della gestione dei fondi vincolati per le funzioni delegate regionali. Si è così venuta a creare una situazione insostenibile, in particolare per quegli enti, come le Province liguri, che svolgono alcune funzioni non finanziate con risorse proprie, ad esempio per quanto concerne i rifiuti, il trasporto pubblico locale, la formazione professionale.
    «La Provincia di Genova svolge più funzioni delegate dalla Regione Liguria – spiega il Commissario Straordinario, Piero Fossati – Sul bilancio 2013 che non arriva a 150 milioni di euro complessivi, finché non sarà varato un provvedimento correttivo come promesso dal Governo, avremo un taglio di 26,9 milioni. Sul bilancio 2012, invece, la sforbiciata è stata di 11 milioni. Mi auguro vivamente che il documento venga predisposto al più presto per dare un po’ di ossigeno alla Provincia. Probabilmente l’emanazione dell’atto slitterà a dopo le elezioni politiche – aggiunge Fossati – se la riduzione delle risorse si assestasse sotto i 20 milioni riusciremo a recuperare il denaro per pagare gli stipendi e le rate dei mutui».

     

    LE RIPERCUSSIONI SUL TERRITORIO GENOVESE E SUI CENTRI PROVINCIALI DI FORMAZIONE PROFESSIONALE

    lavoro-ingegnere-geometra-appaltoL’ISTITUTO TRUCCO

    Una drastica riduzione della spesa, in tutti i casi, è inevitabile. Per quanto riguarda le politiche per il lavoro una prima conseguenza è la recente chiusura del Centro Provinciale per l’Impiego di Nervi.
    Sul fronte della formazione professionale la prossima struttura destinata a chiudere i battenti è l’Istituto “Luciano Trucco” di Bolzaneto, uno dei 2 Centri Provinciali di Formazione Professionale (l’altro è l’Istituto “Altiero Spinelli” di Molassana).
    Con la Legge regionale 52/1993 “Disposizioni per la realizzazione di politiche attive del lavoro” la Regione Liguria ha attribuito le funzioni in materia di formazione e orientamento professionale alle Province. E con appositi provvedimenti ha trasferito ad esse i Centri di Formazione, unitamente al personale in servizio, i beni mobili e le attrezzature.
    «La chiusura del Trucco era prevista a partire dal 1 febbraio 2013 – spiega Giuseppe Scarrone, dirigente della Direzione Politiche formative e del lavoro della Provincia di Genova – ma visto che vi sono delle attività formative che devono ancora concludersi, per non creare disagio all’utenza, si è deciso di posticipare la chiusura a giugno-luglio 2013».
    Attualmente sono 3 i corsi in via di svolgimento presso il centro di Bolzaneto: 1 “meccanico” (l’unico percorso triennale, 16 allievi giunti al 3° anno); 1 “ascensorista” (corso biennale, in collaborazione con l’Istituto Don Bosco); 1 “saldatura-meccanico”.

    Il Centro Trucco trae le proprie origini dal vecchio “Centro Metalmeccanico” sito in Via Fillak a Certosa, fondato nel dopoguerra e gestito dall’INAPLI, Istituto Nazionale Addestramento Lavoratori Italiani (ente emanazione del Ministero del Lavoro preposto alla formazione dei lavoratori del ramo industriale) che lo gestì fino alla creazione, nel 1970, delle Regioni a Statuto Ordinario. Da tale data il Centro viene trasferito alla Regione Liguria e nel 1983 viene traslocato nell’attuale sede di Via Pastorino 32 a Bolzaneto, in locali più spaziosi e funzionali.
    Parliamo di una struttura all’avanguardia che si sviluppa su quasi 4000 mq di superficie, dotata di una decina di laboratori per esercitazioni pratiche ed altrettante aule attrezzate per la teoria. «Il volume medio della formazione erogata si aggira intorno alle 9000 ore/anno, con un indice di produttività estremamente elevato – si legge sul sito della Provincia di Genova – Nell’anno 2004 il Centro Trucco ha erogato circa 9200 ore di formazione a circa 640 allievi».

    «Nell’istituto oggi lavorano in media circa 7-8 insegnanti a contratto (liberi professionisti con partita Iva) e una dozzina di dipendenti della Provincia, sopravvissuti al processo di “svuotamento” – racconta un professore che da trent’anni insegna al Trucco – A questi ultimi è stato annunciato che saranno trasferiti in altre strutture provinciali. Fino al 2008-2009 c’erano almeno una ventina di insegnanti liberi professionisti. Ma da 3-4 anni a questa parte è evidente l’intenzione di dismettere il Centro. Al direttore hanno detto di non progettare più altri corsi. L’indirizzo prevalente è quello di affidare la formazione professionale agli enti privati accreditati e finanziati con contributi pubblici».
    Inoltre, circa 7 anni fa «È stata eseguita un’importante ristrutturazione dell’edificio con un significativo esborso economico», ricorda il professore. «L’edificio, almeno di recente, è stato interessato da un’opera di manutenzione e non da una vera e propria ristrutturazione – risponde Giuseppe Scarrone, dirigente della Direzione Politiche formative e del lavoro della Provincia – In particolare, è stato sistemato l’ultimo piano, dato in affitto ad un altro ente privato, lo IAL Liguria, che a breve dovrà trovare una nuova sede. L’ultima ristrutturazione risale a più di dieci anni fa. Comunque è una struttura in buone condizioni, assolutamente a norma per quanto riguarda le misure di sicurezza e gli standard di qualità previsti dalle normative».

    «Il centro di Bolzaneto è quello più attrezzato nell’area genovese – sottolinea il professore, che preferisce mantenere l’anonimato – con dei laboratori di saldatura e meccanica efficienti, dotati di un gran numero di macchinari moderni e funzionali, due laboratori elettrici unici in tutta Genova, utilizzati per il corso ascensoristi in collaborazione con l’Istituto Don Bosco». Indubbiamente, come riconosce lo stesso dirigente, Giuseppe Scarrone «Sono spazi con attrezzature specifiche per lo svolgimento di alcune attività formative che, nell’ambito di Genova e Provincia, altri soggetti non possono vantare. I punti di forza sono i laboratori di meccanica, saldatura e ascensoristica».
    «Adesso che l’istituto Trucco è stato svuotato, ovviamente appare una spesa inutile – aggiunge il professore – Dietro, però, c’era un preciso disegno per arrivare a questo punto. Secondo me perdere una simile eccellenza configura uno sperpero di denaro pubblico».
    Quale sarà il destino dei quasi 4000 mq del centro di Bolzaneto? Saranno svenduti al miglior offerente? «Venduti, affittati, le possibilità sono molteplici – spiega Scarrone – D’altra parte, la Provincia sta attuando una dismissione dei propri beni immobiliari».
    «Siamo ben coscienti del valore dell’Istituto Trucco – afferma il Commissario Straordinario della Provincia di Genova, Piero Fossati – e dei risultati conseguiti finora dai Centri Provinciali di Formazione Professionale. Stiamo ragionando affinché il Trucco possa continuare a svolgere la sua funzione anche in futuro, magari attraverso un affidamento agli organismi formativi convenzionati con la Provincia, dai quali abbiamo già ricevuto un’offerta. Comunque, posso garantire che, anche in caso di affidamento della struttura all’esterno, seguiremo la questione con la necessaria attenzione. L’istituto di Bolzaneto è un patrimonio pubblico e come tale va salvaguardato».

    Val Bisagno, SciorbaL’ISTITUTO SPINELLI

    Il Centro Provinciale di Formazione Professionale “Altiero Spinelli”, sorto nel 1974 presso la sede di Via Emilia come Centro Regionale di Formazione Professionale (C.R.F.P.), dal marzo 2002 è ubicato presso la nuova sede di Ca dè Pitta in via Adamoli 3, che unisce il C.P.F.P. Spinelli al Centro provinciale per l’Impiego della Valbisagno.
    «L’Istituto Spinelli è ancora funzionante ma anch’esso è in via di dismissione – racconta il professore – e come il Trucco, vive una situazione travagliata».
    «Il funzionamento dei Centri Provinciali di Formazione Professionale, ormai da anni, è appeso ad un filo – sottolinea il dirigente della Provincia, Giuseppe Scarrone – oggi gli insegnanti più giovani hanno 50 anni. Senza ricambio generazionale non c’è futuro, eppure, da almeno 15 anni non si fanno investimenti in risorse umane. Lo Spinelli va avanti finché la struttura regge, mantenendo un profilo ridoto all’osso, sia a livello di forza lavoro che di spese».
    Ma per fortuna si tratta di un edificio decisamente più piccolo rispetto al Trucco e dai costi di gestione ancora sostenibili, almeno per ora. Attualmente al suo interno stanno terminando 2 percorsi triennali (2° e 3° anno): 1 “idraulico”, 1 “meccanico” (che si concluderà a giugno 2014), per un totale di 35 allievi; inoltre è attivo 1 corso “montaggio scafo” (che si svolge presso l’Istituto Nautico).
    Dunque ancora un anno e poco più, poi anche per l’istituto Spinelli il futuro sarà un rebus.

    Nel settembre 2001 al Centro Spinelli viene attribuito come sede staccata il C.P.F.P. A.Brodolini di Sarissola (Busalla), chiuso qualche mese orsono. «I corsi di formazione attivi a Busalla erano ben pochi – spiega Giuseppe Scarrone – Di fatto il centro svolgeva soprattutto una funzione di sportello sul territorio, occupandosi della distribuzione di bollini agli idraulici, del ritiro della documentazione di avvenuta revisione di alcuni impianti (ad esempio le caldaie), del rilascio delle licenze di pesca, ecc. Secondo le intenzioni dei Comuni della zona dovrebbe continuare a svolgere il medesimo ruolo».

     

    IL RUOLO DEI CENTRI PROVINCIALI, IL RUOLO DELLA PROVINCIA NELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE

    «La Provincia promuove attraverso i propri Centri Provinciali di Formazione Professionale la formazione e l’elevazione professionale al fine di: rendere effettivo il diritto al lavoro e alla sua libera scelta; favorire la crescita della personalità dei lavoratori attraverso l’acquisizione di una cultura professionale». Così si legge sul sito web della Provincia di Genova che aggiunge: «L’offerta di formazione professionale è differenziata secondo le esigenze formative che ciascuno può avere nei diversi periodi della vita. In genere le attività formative sono organizzate da Enti o Centri Provinciali accreditati dalla Regione Liguria e sono cofinanziati con il Fondo sociale Europeo (Obiettivo 2 “Competitività regionale e occupazione” 2007-2013) o con Fondi regionali».

    lavoro-artigiano-artigianato-falegname-DI«La Provincia ha sempre difeso l’esistenza dei Centri Provinciali sottolineandone l’importanza per il territorio – ribadisce Giuseppe Scarrone – Ma c’è un movimento d’opinione a livello nazionale e regionale che, al contrario, spinge in un’altra direzione: la Provincia, in merito alla formazione, deve svolgere solo un ruolo di programmazione senza gestirla in maniera diretta, bensì affidandola ad enti privati in convenzione con il pubblico».
    Con la Legge regionale 18/2009 “Sistema educativo regionale di istruzione, formazione e orientamento” viene sancito tale indirizzo. L’articolo 6, comma 2, specifica le funzioni delle Province, le quali «Concorrono con la Regione agli atti di programmazione e di indirizzo relativi alla formazione professionale e sono titolari delle funzioni relative alla pianificazione, organizzazione e gestione delle attività formative ad eccezione di quelle direttamente esercitate dalla Regione».
    L’articolo 20 entra nel merito «Le attività di formazione professionale sono realizzate: mediante affidamento a organismi formativi accreditati, nei casi in cui l’attività formativa sia finanziata, anche parzialmente, con contributi pubblici e sia conforme agli standard di cui all’articolo 60; mediante riconoscimento dell’attività formativa svolta da organismi di formazione, ancorché non accreditati, nei casi in cui essa non usufruisca di alcun finanziamento pubblico e sia conforme agli standard di cui all’articolo 60; mediante affidamento ad imprese che, con il contributo finanziario pubblico, svolgono attività di formazione continua di cui all’articolo 45 rivolta al personale di appartenenza o finalizzata all’inserimento lavorativo nella propria organizzazione aziendale, sulla base di accordi specifici».

    «La formazione professionale si definisce un sistema pubblico a convenzionamento – afferma il dirigente della Provincia – Le attività formative, anche se gestite da enti privati, sono totalmente gratuite perché si fondano su risorse economiche messe a disposizione dal pubblico».
    Nel prossimo futuro, però, con le pesanti sforbiciate previste dalla spending review, sarà ancora possibile garantire il mantenimento di questo sistema di convenzioni e, di conseguenza, le opportunità offerte dalle attività formative?
    «È del tutto evidente che per continuare a promuovere certe iniziative occorre che tutti, Comuni, Regione, Province, facciano la loro parte», precisa il Commissario Piero Fossati.

    «La capacità di assorbimento della formazione professionale è ben diversa da quella scolastica – aggiunge Scarrone –Considerando tutti gli enti convenzionati (dai Salesiani alla Scuola Edile) parliamo del coinvolgimento di un migliaio di giovani su un totale di 30 mila ragazzi in età da scuola superiore. In pratica gli utenti della formazione professionale rappresentano il 5% del totale. Ma le attività formative promosse dalla Provincia sono un servizio fondamentale che nel recente passato ha consentito a tanti giovani di trovare un lavoro».
    Non si tratta di numeri giganteschi, tuttavia «I Centri Provinciali rappresentano un’opportunità significativa – continua il dirigente della Provincia – fornendo un’alternativa alla dispersione scolastica ed una risposta al disagio dei giovani che non si trovano bene nella Scuola Professionale dove, rispetto ai Centri, si svolge minore pratica lavorativa».

     

    IL RUOLO DEI PRIVATI, IL FUTURO DELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE

    lavoro-contratti-business-agentiNella formazione professionale il ruolo del privato è sempre stato preponderante, come racconta Giuseppe Scarrone «I primi a promuovere delle attività formative sono stati gli enti religiosi, ad esempio i Salesiani. Nel periodo del boom economico (anni ’60) si sono sviluppate le Scuole Professionali perché c’era una forte richiesta di operai. In seguito, alla formazione professionale di ispirazione religiosa, si sono aggiunti gli enti privati riferibili alle varie sigle sindacali, alle associazioni di categoria, ecc. E sono quelli che tuttora lavorano in convenzione con il pubblico».

    «Da almeno 10 anni a questa parte il ruolo dei Centri Provinciali è residuale – sostiene il dirigente della Provincia – Circa il 90% delle attività formative, infatti, sono sviluppate da soggetti privati. Nello stesso tempo, la capacità di investimento della Provincia è crollata. Il risultato finale è che i Centri sono stati “svuotati” e nessun insegnante è stato più assunto».
    Oggi, a prescindere dai tagli, queste strutture sono in affanno «E determinate scelte sono comunque necessarie – sottolinea Scarrone – Nelle Province di Savona ed Imperia i Centri Provinciali sono già stati chiusi. La tendenza ormai è inevitabile».

    Eppure ci troviamo di fronte ad una vera e propria contraddizione «L’Unione Europea ci chiede di puntare su scuola e formazione di qualità – ricorda Scarrone – In Italia attraversiamo un periodo in cui per gli enti locali è impossibile fare investimenti. E così rischiamo di rimanere al palo».
    Dall’altro lato la politica nazionale sembra dimenticarsi dell’importanza di alcuni tematiche particolarmente sensibili per i cittadini. La campagna elettorale per le imminenti elezioni politiche è entrata nel vivo e si infiamma sempre più, giorno dopo giorno. Nonostante ciò parole quali Lavoro e Formazione, almeno finora, sono state pronunciate con il contagocce.

     

    Matteo Quadrone

  • Cercare lavoro a Genova: incontri all’Università

    Cercare lavoro a Genova: incontri all’Università

    Offerta di lavoroMartedì 19 febbraio 2013 inizia una serie di incontri presso l’Università degli studi di Genova, che si rivolge a studenti, laureandi e laureati per aiutarli nel cercare lavoro e comprendere i tipi di contratti e mansioni a seguito delle recenti riforme del mercato del’occupazione.

    Gli incontri previsti sono di due tipi:
    1) laboratori tematici per aiutare i giovani nella ricerca di un lavoro e favorire un corretto approccio nei primi contatti con l’azienda: ogni martedì dalle 14.30 alle 17.30 presso lo Sportello Lavoro dell’Ateneo (via Bensa, 1 – 3° piano);

    Questo il calendario dei laboratori previsti nel primo semestre 2013:
    Martedì 19 febbraio e martedì 23 aprile: organizzare la ricerca di lavoro in Italia e all’estero
    Martedì 5 marzo e martedì 7 maggio: conoscere i contratti di lavoro
    Martedì 26 marzo e martedì 21 maggio: scrivere un curriculum vitae e una lettera di candidatura
    Martedì 9 aprile e martedì 4 giugno: prepararsi per un colloquio di selezione del personale

    Il modulo di prenotazione per entrambi gli incontri deve pervenire allo Sportello Lavoro entro e non oltre le ore 12 del giorno precedente, consegnato a mano, via fax allo 010 2095652 o via mail a sportellolavoro@unige.it.
    2) incontri personalizzati con i docenti: ogni lunedì dalle 9 alle 13 presso l’Ufficio Placement e servizi per l’orientamento al lavoro (via Bensa, 1 – 3° piano).
    Per prenotarsi è necessario telefonare allo 010 2099675. Gli interessati verranno inseriti in lista di attesa e successivamente contattati telefonicamente dall’Ufficio per concordare, sulla base delle disponibilità, data e ora di svolgimento dell’incontro.

  • Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    genova-darsena-d1Recentemente sono stati pubblicati sul sito Focus Studi della Camera di Commercio di Genova, alcuni dati relativi a fallimenti, cessazioni e creazione di nuove imprese per l’anno 2012, da cui emergono innanzitutto gli effetti negativi della crisi economica. Nell’anno appena concluso vi è stato un incremento dei fallimenti rispetto al 2011 per un totale di 159 imprese fallite, 10 in più rispetto al 2011, 80 in più rispetto al 2008. In totale le cessazioni sono state 5102, mentre le iscrizioni di nuove attività imprenditoriali sono state leggermente superiori  (5412).

    Cessazioni e Iscrizioni imprese Genova e Provincia 2012

    Ma se si considerano solo le imprese giovani, quelle “la cui partecipazione del controllo e della proprietà è detenuta in prevalenza da persone di età inferiore ai 35 anni”, si osserva che le nuove iscrizioni sono 1664, mentre le cessazioni sono state 711. Confrontando questo dato con quello relativo alle imprese genovesi nel loro complesso, sembra evidenziarsi un quadro leggermente più roseo per l’imprenditoria giovanile, che mostra un tasso di sopravvivenza più alto.

     

     

    MASTERS E IMPRENDITORIA GIOVANILE A GENOVA

    L’Italia non è un paese per giovani, Genova tantomeno, ma forse si sta attrezzando per diventarlo incentivando lo spirito imprenditoriale dei suoi ragazzi. Proprio in questi giorni si è concluso il primo Master in Management e Imprenditorialità organizzato dalle Facoltà di Economia e di Ingegneria di Genova con la Collaborazione di Confindustria. Durante questo corso, durato un anno, sono state elaborate otto idee imprenditoriali con il sostegno dei docenti e dei giovani imprenditori. Alcune di queste si trasformeranno in vere start up.

    Prossimamente è previsto anche l’avvio di un nuovo Master in Trasferimento Tecnologico, orientato a creare nuove imprese e spin off universitari nel mondo dell’High Tech, un settore che sta diventando sempre più strategico per Genova, che vanta già la presenza sul suo territorio dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) e in cui sta sorgendo il grande polo tecnologico degli Erzelli.

    Ma quale contributo possono dare questi master al fine di sostenere l’imprenditorialità giovanile a Genova?

    Secondo la Prof.ssa Paola Dameri, Presidente del Master e assessore comunale alle Politiche Sociali i due corsi rispondono a due esigenze diverse, il primo «vuole creare un sentiment, ovvero una propensione all’imprenditorialità; creare la consapevolezza che in Italia si può creare impresa», il secondo vuole «colmare la difficoltà nel trasformare la ricerca universitaria in un’attività produttiva».
    «Normalmente osserva la docente di Economia le nuove imprese sono fatte da figli di imprenditori o soggetti che hanno una tradizione imprenditoriale in famiglia. La propensione alla creazione di impresa in Italia è molto bassa in parte per la cultura classica del posto fisso e  in parte per la difficoltà ad ottenere credito».

    E cosa potrebbe fare – o sta già facendo – il Comune di Genova per favorire concretamente la possibilità dei giovani under 35 di presentarsi nel mondo del lavoro come imprenditori?

    La proposta della professoressa è legata proprio all’assessorato che dirige e prevede la creazione di incubatori d’impresa per attività che forniscano servizi alla persona: «Da un lato si crea uno strumento che prospetta per le persone che hanno perso il lavoro e per i giovani la possibilità di lavorare in proprio in un ambiente protetto, dall’altro lato si andrebbe a coprire una parte di mercato sostanzialmente scoperta consentendo di offrire servizi alla persona a prezzi calmierati per quella fetta di persone che non può pagare prezzi di mercato e non è nella condizione di poter fruire di servizi gratuiti».

    È sicuramente presto per verificare i risultati di queste iniziative, anche perché hanno l’arduo compito di cambiare la stessa cultura imprenditoriale e del lavoro che esiste in Italia. Di certo però non si potrà pretendere che bastino solo degli interventi orientati alla formazione di futuri imprenditori  per risolvere i problemi dell’imprenditoria italiana senza un adeguato intervento sul contesto circostante. Per esempio, la stessa propensione al rischio che si chiede ai giovani italiani dovrà essere richiesta anche alle banche di questo paese, che dovranno agevolare, più di quanto non accada oggi, l’accesso al credito di coloro che decideranno di mettersi in gioco creando nuova impresa.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]