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  • Università, Scienze Politiche presenta corso interamente in spagnolo e inglese. Genova capofila nazionale

    Università, Scienze Politiche presenta corso interamente in spagnolo e inglese. Genova capofila nazionale

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politiche-2Cooperación y política del desarrollo (cooperazione e politica dello sviluppo), questo il nome del nuovo curriculum che, a partire dal prossimo anno accademico, sarà messo a disposizione dalla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Genova, nell’ambito della laurea magistrale in Sciea nze internazionali e della cooperazione. Un percorso di studi inedito in Italia, con la maggior parte delle materie insegnate in lingua spagnola e, in parte, inglese. Una scelta maturata per venire incontro alle necessità della nutrita comunità ispanica genovese, ma anche per provare a migliorare il rapporto storicamente complicato tra i giovani (e meno giovani) italiani e lo studio delle lingue straniere. Secondo una ricerca Eurostat del 2013, il nostro Paese sarebbe fanalino di coda per conoscenza dell’inglese, con solo il 10% di persone intervistate tra i 25 e i 64 anni pronto a dichiarare una “ottima” conoscenza della lingua, mentre il 26% sostiene di avere una “buona conoscenza” e il 64% appena “sufficiente”. E i numeri non sono più generosi se si parla di seconde lingue. Secondo l’istituto Makno, il 43% dei giovani italiani conoscerebbe una lingua straniera diversa dall’inglese, contro il 48% dei tedeschi e il 64% dei francesi. La scelta dell’85% di chi studia una sola lingua ricade, fatalmente, sull’inglese, così in pochissimi conoscono una lingua come lo spagnolo. Ne abbiamo parlato con la professoressa Daniela Carpani, che insegna Lingua, cultura e istituzioni dei Paesi ispanofoni alla facoltà di Scienze politiche e fornisce un quadro parzialmente diverso rispetto a quello che dicono le statistiche: «E’ vero, siamo ancora un Paese che deve uscire dal suo monolinguismo – ammette – ma in questi ultimi anni tanti studenti si avvicinano alla lingua spagnola. Magari lo fanno perché la ritengono più semplice da imparare, ma poi ai miei corsi constato che in tanti rimangono entusiasti di questa cultura. Oltre alla lingua, infatti, io e i miei colleghi di inglese e francese cerchiamo di dare un quadro politico e culturale dei Paesi in questione, come suggeriscono i nomi dei nostri corsi».

    A cosa attribuisce questo aumento di interesse per la ligua spagnola?
    «Sicuramente progetti come l’Erasmus aiutano e questo non vale solo per lo spagnolo. A Scienze politiche abbiamo un ufficio che lavora bene e a Genova siamo il secondo dipartimento dopo Lingue per numero di studenti che vincono una borsa per un’esperienza di studio all’estero. Negli ultimi anni, inoltre, sono stati inseriti dei requisiti di competenza linguistici minimi per poter partecipare a un Erasmus e questo senz’altro stimola maggiormente gli studenti a imparare una lingua già qui. Poi, certo, un’esperienza all’estero aiuta a migliorare le competenze linguistiche».

    Tornando al corso, da dove è nata la necessità di istituire un’offerta del genere?
    «La suggestione è partita dal rettorato, soprattutto nella figura del delegato alle relazioni internazionali dell’Ateneo, Andrea Trucco, per una particolare sensibilità verso l’America Latina e in particolare l’Equador, dal momento che a Genova abbiamo la più grande comunità equadoriana d’Italia. Da lì, abbiamo elaborato in tempi piuttosto rapidi la nostra proposta, con un gran lavoro di squadra guidato dal professor Mauro Spotorno, coordinatore della laurea magistrale in Scienze internazionali e della cooperazione».

    Quindi è un’iniziativa rivolta soprattutto agli studenti stranieri?
    «Assolutamente no, anche gli studenti genovesi (e ci auguriamo anche provenienti da fuori) sono più che benvenuti. Non è richiesto un livello linguistico minimo d’accesso, mentre in compenso abbiamo organizzato dei corsi per l’apprendimento della lingua italiana, sia a un livello base che a un livello più avanzato, con un linguaggio più specialistico, rivolto al mondo del lavoro e della ricerca. Un’iniziativa, questa, che può essere utile anche agli studenti italiani, che spesso si ritrovano nel mondo del lavoro senza le competenze linguistiche specifiche necessarie».

    Che tipo di materie sono presenti e quali prospettive lavorative apre questo nuovo curriculum?
    «Il curriculum è abbastanza simile a quello già esistente negli anni passati in Scienze internazionali e della cooperazione, con qualche materia nuova e più specifica come Politica comparata e Democratizzazione in America Latina o Geografia economica e politica, insegnate in spagnolo. Le materie di carattere economico sono insegnate invece per lo più in inglese. Abbastanza immutati anche gli sbocchi lavorativi (la cooperazione internazionale) già offerti con i curricula in italiano, con in più, chiaramente, una maggior competenza linguistica. Un corso così organizzato, inoltre, si presta bene ai contributi esterni».

    Come sono i rapporti tra l’Italia e il mondo ispanico?
    «Sono un po’ da costruire e da parte nostra devono senz’altro essere superati alcuni pregiudizi. Gli studenti ispanoparlanti per noi sono assolutamente una ricchezza, ne abbiamo tanti nelle triennali e un buon numero nelle magistrali, e mediamente ottengono risultati lusinghieri. Nella preparazione di questo corso, sono andata in Equador per rafforzare gli accordi già esistenti con alcune Università del posto. Quella che ho incontrato è una società molto giovane e con grande entusiasmo. I docenti universitari hanno un’età media molto bassa, a differenza dei nostri. L’ex presidente Correa e l’attuale presidente Moreno hanno puntato moltissimo sull’istruzione superiore e sono già in piedi diversi progetti di collaborazione nel campo dell’imprenditoria».

     

    Luca Lottero

  • Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Passeggiata VoltriGli architetti di domani alle prese con il secondo lotto della passeggiata di Voltri che, una volta completato, collegherà la promenade a mare della delegazione ponentina con la Fascia di rispetto di Prà. Un’opera a cui Comune e Municipio pensano ormai da tempo e che consentirebbe di unire il ponente genovese con Arenzano, già collegata a Voltri tramite un lungomare che costeggia l’Aurelia e passa davanti allo studio di Vesima di Renzo Piano. Un progetto atteso ma non privo di difficoltà tecniche. Proprio su queste difficoltà hanno lavorato 12 studenti del corso di laurea magistrale in “Progettazione delle Aree Verdi e del Paesaggio”, che la facoltà di Architettura di Genova realizza in collaborazione con gli atenei di Milano e Torino.

    Dal 13 al 17 giugno scorsi, gli studenti sono stati ospiti della foresteria di Villa Duchessa di Galliera e hanno partecipato a un corso intensivo con le docenti Antida Gazzola (sociologia urbana), Ilda Vagge (botanica ambientale e applicata), Adriana Ghersi (architettura del paesaggio) e Francesca Mazzino (architettura del paesaggio contemporanea). Oltre alle fasi teoriche, gli architetti in erba (divisi in quattro gruppi) si sono confrontati con le realtà associative che animano la zona interessata e con le istituzioni locali.

    «La professoressa Gazzola, che si occupa di sociologia, ci ha aiutato a impostare il lavoro con i soggetti interessati – spiega la docente dell’ateneo genovese Adriana Ghersi, che ha seguito i gruppi di studenti – si tratta di un cammino interessante, e di un bel modo per sviluppare determinate tematiche». La collaborazione tra Università, realtà del territorio e istituzioni viene indicata come la strada maestra per l’analisi e la realizzazione partecipata di progetti di interesse pubblico, avvalendosi della professionalità e delle idee di chi studia quotidianamente la materia. Lo conferma il consigliere del Municipio 7 Ponente e architetto di professione, Matteo Frulio, per il quale la collaborazione con l’ateneo consente, inoltre, di sviluppare idee prive di qualsiasi “input” di tipo politico.

    Il lavoro “sul campo” è una tappa obbligatoria nel piano di studi del corso in Progettazione delle aree verdi e del paesaggio. Quello di Voltri è solo uno dei workshop organizzati dalla facoltà. Oltre al Ponente genovese, quest’anno altri studenti (in tutto circa 60) hanno lavorato sul quartiere di Sant’Ilario e altre realtà della Liguria. Due studentesse che hanno lavorato a Voltri hanno deciso di sviluppare l’argomento nella propria tesi di laurea. Le 4 proposte di progetto verranno presentate ufficialmente al Teatro del Ponente di Genova il prossimo 16 settembre e resteranno esposte per le successive 2 settimane negli spazi del Municipio.

    Passeggiata nuova, sembra avere già 10 anni

    voltri-passeggiataUna presentazione intermedia dei lavori si è già tenuta a giugno assieme alle istituzioni e alle realtà con cui gli studenti si sono confrontati. «L’importante per noi – sottolinea Nunzio Di Natale, presidente dell’Associazione di pesca dilettantistica Sant’Ambrogio – è che non vengano ripetuti gli errori fatti sulla passeggiata esistente». Il riferimento è alla passeggiata in legno che costeggia il litorale voltrese dal capolinea dell’1 fino quasi al supermercato Pam. Un’opera che ha il pregioo, secondo Di Natale, di essere un punto d’aggregazione importante per gli anziani e per tutto il quartiere, ma che ad ogni mareggiata si ritrova con danni importanti. «I massi che hanno messo a difesa della struttura in legno non sono sufficienti – sostiene – non è possibile che dopo un anno la passeggiata già sembrasse averne dieci».

    Per questo, per il secondo lotto di lavori, la richiesta della S. Ambrogio (e presumibilmente anche delle altre realtà della zona) è che la passeggiata venga sopraelevata rispetto al livello del mare. «Due dei progetti presentati secondo noi da questo punto di vista non sono adatti sostiene il presidente in relazione alle proposte degli studenti – gli altri due ci sembravano più indicati, in particolare uno, che prevede una passeggiata rialzata».

    L’opportunità di sopraelevare o meno la passeggiata è appunto uno degli interrogativi principali intorno all’opera e lo è stato anche per il lavoro degli studenti che hanno lavorato al workshop: «Ogni soluzione genera persone più contente e altre meno entusiaste – ammette la professoressa Ghersi – ma, in ogni modo, questo lavoro è utile per mostrare la fattibilità o meno di determinate opzioni».


    Luca Lottero

  • Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    carcere-marassiAbbiamo già affrontato, qualche settimana fa, il delicato tema della rieducazione dei detenuti parlando del concordato recente per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità da parte dei detenuti “messi alla prova” in uffici del Comune. Mi è capitato, successivamente, di venire a conoscenza di un’iniziativa particolarmente interessante, anche e soprattutto perché è nata principalmente per la buona volontà di un privato. In questo caso si tratta del professor Roberto Maccarini, docente di Storia contemporanea alla Scuola di Scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Genova, che tiene ormai da alcuni anni lezioni ai detenuti del casa circondariale di Marassi, puramente a titolo volontariato.

    Dunque professore, da quant’è che conduce questa attività e che cosa l’ha spinta a iniziare?
    «Sono circa tre anni ed è nata come un’azione volontaria, personale sorta in conseguenza di un impegno istituzionale, cioè la necessità di fornire i comuni strumenti didattici a una persona detenuta. Avevo chiesto di poter avere accesso alla persona direttamente e, di conseguenza, sono stato ammesso a vedere questo studente nel carcere di Marassi. Al primo incontro ne sono seguiti altri quattro o cinque, sempre di circa un’oretta, in modo tale da verificare che questo detenuto-studente riuscisse a seguire le indicazioni che gli avevo dato la prima volta e le volte successive e, conseguentemente, di valutare il suo stato di preparazione, per considerare anche se era in grado di sostenere l’esame. Questo, in effetti, è poi avvenuto e il detenuto-studente ha sostenuto con profitto l’esame della disciplina, riportando per altro una buona votazione del tutto meritata, senza che ci siano state inclinazioni a buonismi legati alla sua condizione. In quella circostanza, con l’educatrice con la quale mi interfacciavo che era stata il trait d’union tra lo studente e l’università, abbiamo scambiato qualche chiacchiera e ho dato la mia disponibilità a svolgere una qualsiasi tipo di attività interna alla struttura. Successivamente è stata valutata insieme alle autorità carcerarie e agli educatori la possibilità di intraprendere qualche iniziativa in tal senso e così si è dato il via a questo progetto».

    Che cosa insegna ai detenuti?
    «Insegno storia contemporanea con la cadenza di un’ora a settimana, corsi molto generali ma anche molto vari: si passa da una storia politica a una storia economica o economica del turismo, storia del continente americano, nordamericano in particolare, degli Stati Uniti ancora più nel dettaglio. Insomma, molti ambiti molto estesi, un ampio spettro di possibili categorie e insegnamenti storici».

    Chi frequenta le sue lezioni?
    «Solitamente dalle dieci alle quindici persone. Quando non sono sorte difficoltà specifiche (come il trasferimento dei detenuti a un’altra struttura) le frequenze sono state abbastanza costanti in quasi tutte le sezioni in cui sono stato mandato».

    Che differenza c’è tra una sua lezione universitaria e una a Marassi?
    «Le lezioni sono molto diverse perché quelle in carcere sono molto più generiche, condotte molto più a braccio per non appesantire troppo il dialogo con persone che hanno un grado di istruzione molto differenziato. Io espongo, racconto dei fatti storici e spero che questi stimolino delle riflessioni nelle persone che mi ascoltano per accrescerne il senso critico. Questo era lo scopo: creare un rapporto con persone che, indubbiamente, se sono lì ci sarà un motivo ma che, nello stesso tempo, vivono talvolta situazioni personali di difficoltà (oltre ovviamente alla condizione di privazione della libertà), hanno rapporti molto rarefatti con l’esterno e relazionarsi con una persona del tutto diversa dal loro ambito famigliare, dalle loro circostanze di provenienza, può essere un qualcosa che rompe la quotidianità e permette loro di fare considerazioni e ragionamenti ulteriori, anche se non avvezzi specificatamente allo studio delle discipline storiche. Io ho sempre cercato di essere molto semplice nell’esposizione, aperto ai loro interventi, anche a quelli più devianti rispetto al focus della lezione. Ho sempre cercato di essere una persona che ascoltava e con la quale ci si poteva aprire in maniera diversa rispetto l’ordinamento, la gerarchia, le abitudini di quell’universo in cui vivono; un’ora di libertà di pensiero. Ecco, invece che avere un’ora di libertà del cortile io cerco di dare un’ora di libertà di pensiero. 

    Secondo lei, per quale motivo i detenuti scelgono di partecipare alle sue lezioni? È solo una strategia per fare bella figura col magistrato di sorveglianza o c’è di più?
    «Per quanto posso aver in questi anni percepito, i detenuti tendono a provare il maggior numero di attività che vengono proposte, che rompono la routine della vita carceraria. Ovviamente, la frequentazione a questo tipo di incontri è legata all’interesse che stimoli in loro: se riesci a cogliere un po’ del loro interesse e a creare un rapporto di do ut des, di input e output, allora riesci nell’obiettivo che ti eri preposto. È poi la persistenza, la regolarità di frequenza che testimonia o meno il loro interesse; che, comunque, è legato soprattutto al fatto di avere un rapporto con un estraneo al di fuori di quelli che sono gli ambiti familiari o quelli più strettamente giuridici, legali o di sorveglianza della struttura carceraria stessa».

    Per i detenuti è solamente uno svago o qualcosa che davvero potrà aiutarli a cambiare la “prospettiva”?
    «La funzione in questo caso non è tanto di svago. Per “svago” si intende un qualche cosa posto in essere per non pensare alla propria situazione; questo secondo me vale in una misura minore perché è troppo breve il tempo in cui si svolge l’attività. Contemporaneamente, non ho la pretesa di poter cambiare la loro forma mentis, di nuovo perché è troppo ridotto il tempo con cui sto a contatto con persone tra loro molto eterogenee. Penso che la finalità sia quella di capire che non c’è solo il mondo che immaginano, fuori, ma c’è qualcuno che prova a entrare e a confrontarsi con loro; rafforza un po’ un senso di identità personale. Ecco, se si arriva a quello, è già tanto. Si vuole sviluppare un po’ di più un senso critico di fronte a riflessioni totalmente lontane, come circostanze e come tempi, rispetto a quello che può esser successo loro; una riflessione che magari stimoli anche l’autocritica ma, nello stesso tempo, un senso di identità». 

    Consiglierebbe ai suoi colleghi, storici o professori di altre materie, di partecipare a un’iniziativa simile?
    «Sì, perché ciascuno per le proprie competenze può fare quello che io faccio con le discipline che conosco. Sicuramente sarebbe più variegata l’offerta e si riuscirebbe a intercettare meglio le singole personalità. Io posso incontrarne alcune con sensibilità vicine a quello che è l’ambito di mia conoscenza ma tralasciarne altre che sono un po’ più distanti».

    Lei ai carcerati dà la sua conoscenza, possiamo dire; loro a lei danno qualcosa?
    «Questa è una domanda molto importante. Io dico sempre, quando inizio le mie lezioni, che sono più loro che danno a me di quanto io dia a loro, perché mi hanno permesso in questi anni di incontrare una realtà che conoscevo solo per interposta persona. Il contatto con un’umanità così variegata e così diversa non può che arricchire umanamente anche chi va lì con la modestia di insegnare davvero qualche cosa. Che, tra l’altro, è un contatto molto rispettoso delle regole del carcere, un contatto di grande coerenza di queste persone: mi era stato raccomandato, ed è un impegno che ho anche firmato con la struttura carceraria, di non far assolutamente mai da ponte a qualsivoglia tipo di richiesta di un carcerato; ecco questo è un aspetto importante perché ormai in tre anni nessuno mi ha mai detto nemmeno di portare loro un nichelino, una fotografia, c’è stata da parte loro una correttezza ai regolamenti davvero notevole. Le uniche richieste sono state al limite di qualche approfondimento delle cose che ho spiegato e, quando ho potuto, ho portato qualche libro, ma in tutti questi anni non c’è mai stato nemmeno un caso di una richiesta personale».

    Un’ultima domanda, più che altro una curiosità: com’è lo studente detenuto rispetto allo studente universitario “classico”?
    «Beh [ride…], se si può parlare di studenti, non hanno il patema di dover sostenere l’esame, e non avendo questo pensiero secondo me sono molto più aperti nell’interconnessione col docente, nell’interscambio di opinioni sono molto più liberi per il fatto che manca quello che è il…

    …timore reverenziale?
    Esatto…manca quello che poi è l’obiettivo che vuole raggiungere uno studente, ossia il superamento dell’esame, per cui ci si concentra su quello che dico io per poi riuscire a rispondere in sede di esame. Mancando questo riscontro, in queste circostanze il contatto è molto più libero, molto più aperto».

    Se non un apprezzamento all’iniziativa del professor Maccarini e la speranza che altri seguano il suo esempio, c’è ben poco da aggiungere. Forse basta ricondurre l’attenzione alla frase più emblematica di questa intervista, “un’ora di libertà di pensiero”: qualcosa a cui anche noi “liberi” dovremmo davvero fare attenzione, perché non ci sono solo prigioni di mattoni e ferro.

    Alessandro Magrassi

  • Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    campasso. ex mercato pollame.001Ne trovi praticamente una in ogni quartiere. Quelle più note sono già state censite e magari qualcuno sa già che cosa farne nel futuro. Eppure, tutti i giorni ci passi davanti e non cambia mai niente. Stiamo parlando delle aree abbandonate, dismesse, sottoutilizzate. Quelle, cioè, che in una città post industriale come Genova pullulano in ogni quartiere. Come a pullulare sono anche le proposte di cittadini, comitati, associazioni che vorrebbero occuparle, riqualificarle e restituirle all’uso pubblico. Magari anche temporaneamente, in attesa che la burocrazia delle grandi istituzioni muova qualche passo e qualche mattone verso un progetto di riutilizzo definitivo.

    Ed è proprio per capire quanto sia possibile restituire ai cittadini, nei fatti, spazi altrimenti destinati al degrado che, la scorsa estate, è nata una tesi di laurea magistrale in Architettura di Laura Nazzari e Benedetta Pignatti che, insieme con il loro relatore, il professor Mosè Ricci, si sono lanciate nello studio di alcune efficaci “Strategie di riciclo temporaneo di aree dismesse o sottoutilizzate nella città di Genova”.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    skater-street-art-CMind the Gap”, il titolo dello studio, prende il via da un progetto di ricerca più complesso, intitolato “Recycle Genova” e iniziato 2 anni fa sotto il coordinamento del professor Ricci con l’obiettivo di individuare, mappare, dimensionare tutte le aree dismesse o sottoutilizzate della nostra città. La mappatura di queste aree viene denominata “Genova Footprint”: un’impronta, o sarebbe meglio dire, un retaggio che i vecchi splendori industriali hanno lasciato alla città come un pesante fardello.

    «Recycle Genova – racconta Mosè Ricci – è la parte genovese di una grande ricerca che si chiama Recycle Italy realizzata da 11 Università italiane e 8 straniere sul tema della rivalorizzazione del patrimonio urbano architettonico e paesaggistico che non riusciamo a utilizzare e che stiamo abbandonando». Lo studio ha mosso i primi passi a partire dal 2012, grazie a una grande mostra ospitata al Maxxi di Roma. «In Italia – prosegue il docente – negli ultimi 15 anni abbiamo costruito circa 300 milioni di metri cubi/anno, pari a circa una città per un milione e mezzo di abitanti all’anno». Un’eredità di veri e propri vuoti urbani, aree, volumi e infrastrutture che hanno ormai perso la propria funzione originaria o che non portano più sviluppo ma che spesso coincidono ancora con i pochi spazi aperti disponibili e suggeriscono una riqualificazione tanto necessaria quanto rapida.

    Ecco, allora, che il riciclo diventa la soluzione più sostenibile e auspicabile per ottimizzare al massimo le potenzialità di aree ormai abbandonate. Riciclare, infatti, consente di ridurre gli sprechi, limitare la presenza di degrado e abbattere i costi di mantenimento: in altri termini, riciclare vuol dire creare un nuovo valore e un nuovo senso.

    Al momento, gli studenti della facoltà di stradone Sant’Agostino hanno individuato 27 aree, analizzate secondo alcune macro-categorie come popolazione, mobilità, servizi presenti nei municipi in cui questi spazi sono collocati per soffermarsi in maniera più approfondita sullo stato di progetto degli stessi. Un lavoro che vuole consegnare alla città, attraverso tesi, ricerche e studi di settore, una serie di dati che diano la possibilità all’amministrazione di trasformare il tutto in qualcosa di operativo per gestire il cambiamento, le trasformazioni. Insomma, una buona pratica di ricerca applicata alla città: esattamente quello che dovrebbe fare l’Università.
    Si va, allora, dal milione e 300 mila metri quadrati delle aree ex ilva agli 800 metri quadrati del mercato di Cornigliano: in mezzo, tanti luoghi ed edifici abbandonati, di cui spesso ci è capito di parlare sulle pagine di Era Superba on e off line. Proposte di progetto giacenti nel nulla da anni, come Ponte Parodi o l’ex mercato di corso Sardegnala Mira Lanza, la Caserma Gavoglio e il Campasso. Proprio a causa della deriva post-industriale, la maggior parte di queste aree si concentra nei quartieri di Ponente della nostra città: il Municipio Medio Ponente vince per distacco con gli oltre 2 milioni di metri quadrati di aree “in attesa”, seguito dalla Valpolcevera (oltre 663 mila mq) e dal Centro Est (poco più di 300 mila).

    «Dobbiamo smontare quella processualità dei piani urbanistici costruiti secondo un sistema di scatole cinesi – commenta il professor Ricci – che devono essere tutte aperte prima di arrivare al nocciolo: cerchiamo di creare una strada che ci consenta di fare qualcosa subito, che permetta ai cittadini di attivarsi e proporre funzioni autogestite e autogovernate che sfruttino il bene in maniera anche solo temporanea nell’attesa della realizzazione di un eventuale progetto più ambizioso».

    La soluzione arriva guardando all’Europa, in particolare a Paesi Bassi e Germania, e si chiama riciclo temporaneo. «Il concetto di “recycle” – chiarisce il docente – è un po’ diverso da quello di riuso o restauro. Con il restauro il nostro obiettivo è quello di riconoscere un valore in un oggetto deteriorato e potenziarlo facendo tornare a splendere lo stesso bene. Con il riciclo invece, esattamente come succede con i rifiuti quando cerchiamo di dare il via a un nuovo ciclo vitale cambiando il senso dello scarto, cerchiamo di trasformare uno spazio, una struttura in qualcosa di altro rispetto alla sua funzione originaria: ad esempio, da una fabbrica creiamo dei condomini, come successo con Soho a New York». Ad Amsterdam dal 2000 è stato istituito un vero e proprio ufficio comunale per il riciclo temporaneo che si occupa della gestione delle pratiche e del sostegno finanziario per la realizzazione di questi progetti.

    Ma che cosa manca per rendere questo processo sistematico anche nel nostro Paese? La legislazione italiana, con buona compagnia di molti altri paesi continentali, accusa la mancanza di una regolamentazione giuridica sul tema del temporaneo. È quindi possibile solo ipotizzare quali potrebbero essere gli strumenti legali utilizzati e le procedure necessarie per l’attuazione di un siffatto progetto di riciclo in Italia: nel frattempo, non resta che affidarsi all’estro delle singole iniziative locali.

    E a Genova sarebbe possibile pensare a un utilizzo temporaneo di spazi abbandonati?
    «Non tutti i 27 vuoti urbani genovesi fin qui catalogati – raccontano Laura e Benedetta – sono risultati pronti all’uso e così versatili da poter essere riciclati temporaneamente. Tra i requisiti più efficaci abbiamo evidenziato l’accessibilità degli spazi, la proprietà pubblica che può agevolare i rapporti contrattuali tra le parti, la sicurezza dell’area, l’assenza di un progetto definitivo in atto o comunque la mancanza di conflitti tra questo e il riciclo temporaneo, la presenza di un comitato di cittadini disposto a prendersi cura dell’area con un progetto di riqualificazione realizzabile in tempi rapidi e in assoluta economia». La filosofia della ricerca predilige dunque interventi minimi, non strutturali, basati soprattutto sull’inserimento di arredo urbano facilmente removibile.
    Ma il concetto di temporaneo, in questi come in tutti i progetti, non implica obbligatoriamente una durata ristretta nel tempo, bensì un carattere di transitorietà. «Le ipotesi progettuali scelte per il momento a puro livello accademico variano a seconda delle necessità dell’area – spiegano le giovani urbaniste – ma in nessun caso vengono previste opere edilizie in modo tale che, come ci è stato spiegato da tecnici del Comune, sia possibile ipotizzare la messa in opera del progetto temporaneo anche non in conformità con le destinazioni d’uso previste dal Puc. Tuttavia, l’inserimento nel Puc di norme ad hoc per interventi di riciclo potrebbe rendere tali interventi “conformi”
e di conseguenza realizzabili con procedure rapide che non richiedano autorizzazione ma bensì semplice comunicazione o SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, ndr)».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale e le proposte progettuali sul numero #57 di Era Superba

  • Smart RainFall, misurare le precipitazioni in tempo reale con le parabole satellitari

    Smart RainFall, misurare le precipitazioni in tempo reale con le parabole satellitari

    alluvione6-DITante volte, ahinoi, in questo funesto autunno ci siamo imbattuti nella ricerca di informazioni per quanto riguarda le precipitazioni. Previsioni d’ogni sorta, quelle “ufficiali” formulate dall’Arpal e quelle disponibili nei tanti siti e nelle tante applicazioni meteo. Tra un’allerta e l’altra, nelle scorse settimane Era Superba si è guardata intorno e ha scoperto che proprio un’azienda genovese, insieme all’Università di Genova, sta lavorando ad un progetto innovativo. Non una soluzione definitiva, certamente, ma qualcosa che parte da un punto di vista diverso da quelli conosciuti e che può integrare le strumentazioni attualmente a disposizione. Abbiamo chiesto di raccontarci la storia di Smart RainFall System ad Andrea Caridi di Darts Engineering srl e al Professor Daniele Caviglia dell’Università di Genova.

    Che cosa è Smart RainFall System?

    Uno strumento per il monitoraggio delle precipitazioni in tempo reale. «Ciò significa che ci collochiamo – spiega Caridi – in uno spazio ben preciso che non è quello della previsione ma del monitoraggio». Lo scopo non è prevedere che tempo farà domani ma monitorare con precisione quello che sta accadendo in quel preciso momento.
    Due gli elementi di innovazione del sistema rispetto agli strumenti che vengono utilizzati normalmente. Il primo è il fatto che la misurazione sia effettuata in real time, le strumentazioni utilizzate oggi, infatti, forniscono nuovi dati secondo scadenze, cioè ogni 10 minuti, ad esempio.
    Il secondo elemento è rappresentato dalla possibilità di poter localizzare in maniera fine, dettagliata l’evento atmosferico, cioè può fornire mappe pluviometriche (quelle che ci siamo ormai abituati a vedere sempre più spesso come immagine correlata alle notizie) ad alta risoluzione. Questo perché il sistema progettato utilizza dati provenienti dalle parabole satellitari, che permettono di raccogliere informazioni su ciò che sta accadendo intorno a loro in tempo reale nello spazio fra esse e il satellite – in media 36mila km separano parabola e satellite – «il fenomeno precipitativo avviene più vicino alla terra, tipicamente si tratta di 3/6 chilometri difronte alla parabola, questo permette di avere quei dati precisi e dettagliati» spiega Caridi.
    L’analisi del segnale satellitare fornisce il numero in millimetri orari di pioggia caduta in tempo reale. Il sistema funziona quanto più è fitto di parabole, «mettendo insieme i dati di diversi satelliti è possibile costruire una mappa pluviometrica il più possibile dettagliata», aggiunge il prof Caviglia.
    Le parabole già ci sono sui nostri tetti o balconi, basterebbe posizionare su di loro il sensore che raccoglie i dati e li mette in rete.
    Si tratterebbe di una soluzione poco costosa dato che l’infrastruttura esiste, manca il “raccoglitore, elaboratore e distributore” delle informazioni. Questo strumento, grosso come una scatola di caramelle, è al centro del lavoro di Darts e Università. Si tratta di inserire fra decoder e satellite il sensore che raccoglie i dati, elabora le mappe e le mette a disposizione su internet. «Il nostro dato può essere inserito nei sistemi attuali dei modelli idrologici per dare una previsione a brevissimo termine di quello che succederà al suolo – continua Caridi – non diventa uno strumento di previsione ma dà l’opportunità ad altri di esserlo, apre molte porte al sistema di previsione».
    Senza contare che avere i dati in tempo reale disponibili sul web, potrebbe aprire altre strade riguardo alla comunicazione durante le emergenze, i dati sarebbero certo nelle mani dei tecnici e studiosi, ma potrebbero essere destinate anche alle istituzioni per una tempestiva comunicazione e ai media, ad esempio, fino al singolo cittadino.

    Come avvengono oggi le previsioni meteo?

    Oggi non vediamo informazioni in tempo reale, sottolineano da Darts, le mappe che vediamo sono aggiornate normalmente con scadenza di una decina di minuti e non sono così dettagliate rispetto al territorio. Radar e pluviometri non possono da soli essere così precisi. Il Radar (in Liguria ne abbiamo uno che monitora l’intera regione) è uno “scanner” spaziale che ci racconta che succede in una zona con un raggio di circa un chilometro, e impiega del tempo a visionare tutta la regione. I pluviometri (circa 200 in Liguria) sono, in parole povere, dei “secchi” che informano su quanto sta piovendo in quella precisa zona nella quale si trovano.

    Pare proprio che Smart RainFall possa rappresentare un aiuto concreto nel monitoraggio delle precipitazioni. Nel frattempo è partita una sperimentazione sulle città di Genova e Firenze, che proseguirà almeno per 12 mesi ed è stato depositato un brevetto congiunto fra Darts e Università sia a livello italiano che europeo che è in attesa di esito.

    Smart RainFall è parte di un progetto più ampio co-finanziato dalla Regione il cui tema è la mobilità urbana. Ultima novità la fondazione di uno spin off universitario che si configurerà come una start up (Artýs – Advanced enviRonmental moniToring and analYsis Systems) orientata a fornire servizi innovativi nell’ambito del monitoraggio ambientale.
    L’obiettivo è quello di poter coinvolgere la cittadinanza che può diventare parte attiva nella complesso tema della sicurezza urbana, magari proprio offrendo la  parabola sul terrazzo per l’installazione del sistema.

    Vedremo, intanto aspettiamo i primi report sull’attività di sperimentazione.

    Claudia Dani

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  • Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoIl 21 settembre, in occasione dell’edizione 2014 della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, l’area portuale compresa fra via dei Pescatori e il Mercato del Pesce di Piazza Cavour, ai piedi della sopraelevata, diventerà un laboratorio di idee, uno spazio di incontro e confronto aperto a tutta la città.
    Superelevata [FOOT]PRINT è un’iniziativa del gruppo di ricerca universitaria Recycle Italy Genoa Lab (una decina tra professori, ricercatori, dottorandi e studenti del Dipartimento di Scienze dell’Architettura e delle Università di Genova e di Milano) in collaborazione con il Comune di Genova, l’Associazione Amici della Sopraelevata e l’Ordine degli Architetti di Genova e coinvolge cittadini, associazioni, creativi, progettisti per dare vita ad una grande performance urbana. Le installazioni realizzate dai partecipanti saranno teatro di laboratori, workshop, performance e attività basate sulle tematiche del riciclo di spazi urbani e della mobilità sostenibile.

    Al centro di Superelevata [FOOT]PRINT, ovviamente, la sopraelevata di Genova, l’amata-odiata arteria cittadina, messa in discussione anche dall’attuale Amministrazione che ha riportato agli onori della cronaca il progetto del tunnel sub-portualeÈ possibile immaginare un futuro diverso per il “gigante” del waterfront cittadino?

    «L’evento è stato definito in questi giorni e grazie all’attivo coinvolgimento dell’Amministrazione, che si è prodigata in diversi modi per rendere possibile l’iniziativa, si è arrivati a definire come location un’area importantissima per la città», racconta Marco Fonti uno degli organizzatori. Inizialmente l’idea era quella di chiudere al traffico per un giorno la sopraelevata per aprirla alla città e ospitare le installazioni. Poi la decisione di virare verso la zona di Via dei Pescatori. «La possibilità di lavorare al piede della sopraelevata ci permette di dare maggior risalto al progetto culturale della ricerca Recycle Italy senza andare a chiamare in causa il problema più ampio della riconversione dell’infrastruttura e del tunnel sub-portuale. La finalità era quella di far partecipare i cittadini nella possibilità di immaginare anche solo per un giorno un nuovo spazio e un nuovo possibile modo per viverlo, riavvicinando città e cittadini attraverso la valorizzazione e il riutilizzo degli spazi urbani.  Inoltre, la modifica della location, rende l’evento più fruibile e accessibile, senza problemi di sicurezza pubblica».

    Il progetto si colloca nel più ampio contesto della ricerca nazionale Recycle Italy che ha l’obiettivo di esplorare le ricadute operative del processo di riciclaggio sul sistema urbano, sostenendo la possibilità e l’utilità di progetti, politiche e pratiche capaci di attivare nuovi cicli di vita delle aree urbane dismesse e in stato di abbandono. «Se da un lato trasformare per un giorno la sopraelevata in un palcoscenico, una passeggiata e un’esposizione, rappresentava un’idea di grande spettacolarizzazione in grado di arrivare ai più – spiega Marco – dall’altro oggi si ha la possibilità di operare realmente in un’area portuale in cui i cittadini non possono accedere liberamente e che rappresenterà una grande risorsa per la città. Un’operazione pari all’apertura dei cancelli del Porto Antico negli anni ’90, che permette al progetto Superelevata [FOOT]PRINT di essere stato presente nella città per innescare un processo reale di cambiamento, usando la ricerca come dispositivo per “fare”».

    Il bando è scaduto da qualche giorno e ha avuto un buon riscontro. «Ci hanno contattato associazioni cittadine, studenti e progettisti interessati al tema del riciclo dello spazio pubblico. Le idee presentate sono di grande qualità e spaziano dalle installazioni di micropaesaggi per la Sopraelevata, ai temi più generali del riciclo, per arrivare a perfomance che coinvolgeranno i cittadini che vorranno partecipare alla giornata del 21 settembre. Abbiamo rilevato che per incrementare la partecipazione di associazioni sarà necessario offrire loro aiuto attraverso una collaborazione con gruppi di progetto dell’Università, per permettere una loro piena adesione al progetto anche laddove le risorse materiali sono limitate».

    I progetti selezionati verranno pubblicati online sul sito di riferimento a partire dalla settimana prossima. E se qualche genovese scoprisse solo ora dell’opportunità e volesse farsi avanti? «Il lavoro che sarà svolto nei prossimi mesi sarà quello di ausilio a chi ha già fatto manifestazione di interesse alla partecipazione e in tal senso le associazioni cittadine che non hanno partecipato alla prima fase ma volessero parteciparvi dovranno contattare singolarmente il gruppo di ricerca». L’indirizzo mail cui fare riferimento è  superelevata@gmail.com, per maggiori informazioni il sito web e la pagina facebook.

    In vista dell’evento è in programma anche un workshop internazionale organizzato nell’ambito del progetto  Recycle e che coinvolgerà 250 studenti, tutor e docenti delle Università italiane e internazionali che hanno aderito all’iniziativa. «Anche dal workshop scaturiranno nuove idee sul coinvolgimento della città nell’iniziativa», conclude Marco.

  • Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Via Balbi, Università di GenovaL’Ateneo di Genova verso le votazioni per nominare il successore dell’attuale “magnifico” Giacomo Deferrari sulla poltrona di rettore. Il primo turno alle urne è previsto per mercoledì 18 e giovedì 19 giugno, mentre il secondo sarà la settimana successiva, nelle giornate di 25 e 26 giugno. I quattro candidati, Paolo Comanducci, Maurizio Martelli, Aristide Massardo e Alessandro Verri, provengono da background in alcuni casi piuttosto diversi, in altri affini. Le idee che caratterizzano la loro campagna elettorale sono eterogenee. Siamo andati a conoscerli nel corso di un incontro pubblico, per cercare di capire quali sono le posizioni in merito ai “temi caldi”, che coinvolgono non solo la gestione dell’Ateneo (il calo degli iscritti, lo scarso prestigio dell’Università genovese, le spese per le sedi distaccate regionali, la didattica e l’accoglienza: qui l’approfondimento di Era Superba) ma tutta la città, dagli Erzelli al nuovo nodo ferroviario fino alla logistica cittadina.

    I candidati

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    I candidati in un flash – Per meglio comprendere le intenzioni dei singoli candidati e sintetizzare le idee contenute nel programma:
    Verri: “Importante puntare sull’efficacia dell’amministrazione, ridare un ruolo centrale ai singoli dipartimenti, intavolare un dialogo intenso con le scuole superiori per attirare nuovi studenti”.
    Massardo: “Mi sono candidato perché voglio portare le ‘best practices’ acquisite altrove a Genova. Dobbiamo diventare competitivi nell’ambito di formazione, ricerca e strutture, all’interno di una visione condivisa tra docenti e studenti, dall’alto verso il basso ma anche viceversa”.
    Comanducci: “Mi candido per interpretare un disagio diffuso tra studenti, docenti, personale tecnico per come sono andate le cose negli ultimi anni, non solo all’interno dell’Ateneo ma anche a livello locale: l’università è stata attaccata troppo e non si è sufficientemente difesa. Dobbiamo fare un atto di orgoglio collettivo, rialzare la testa e rivendicare la nostra dignità”.
    Martelli: “Abbiamo le carte in regola per giocare la nostra partita nella competizione nazionale e internazionale. Metto a disposizione la mia esperienza e disponibilità per lavorare – assieme a una squadra di valore e all’amministrazione civica – sulle punte di eccellenza”.

    I candidati possono essere obbligatoriamente solo professori di prima fascia, assunti a tempo indeterminato presso una università italiana. Tutte le candidature sono pervenute entro il 5 maggio 2014, termine ultimo. I quattro professori in questione sono tutti personalità di spicco all’interno del mondo accademico genovese e vantano un curriculum di tutto rispetto. Provengono quasi tutti dal mondo scientifico, pur con diversi ambiti di interesse ma, cosa interessante, manca un candidato proveniente dalla Facoltà di Medicina, in rottura con la tradizione segnata da Deferrari e dal predecessore Gaetano Bignardi.

    I quattro nomi in corsa sono: Paolo Comanducci, docente di Filosofia del Diritto e dal 2012 Preside della Scuola di Scienze Sociali; il pisano Maurizio Martelli, professore di Informatica all’interno del dipartimento DIBRIS – Informatica, Biologia, Robotica, Ingegneria dei Sistemi e anche pro rettore vicario; Aristide Massardo, ordinario di Sistemi per l’Energia all’interno della Facoltà di Ingegneria e anche Preside della Scuola Politecnica dal 2012; infine Alessandro Verri, laureato in Fisica che vanta collaborazioni niente meno che con il MIT e che dal 2012 è vice-direttore del DIBRIS.

    Il vincitore resterà in carica per 6anni, invece dei consueti 4.
    Le nomine non hanno mancato di suscitare polemiche e pettegolezzi: su una testata giornalistica locale si legge che la nomina di Martelli, che sarebbe considerato “il delfino di Deferrari, che lo sta sostenendo e sponsorizzando come il suo successore ideale”, potrebbe essere in discussione dopo l’entrata di Verri all’interno della competizione, anche lui proveniente dalla Facoltà di Ingegneria e dallo stesso dipartimento, il DIBRIS, di cui Martelli è direttore e Verri è stato vice nel 2013. Ma si potrebbe prospettare uno scenario di corsa a tre in cui si unirebbe anche Massardo. Sempre voci di corridoio darebbero come meno probabile la nomina del Preside di Scienze Sociali Comanducci, che avrebbe perso sostenitori dall’area di Medicina forse per le sue posizioni sul caso Erzelli, di rottura rispetto a quelle dell’attuale rettore.

    Come funzionano le elezioni dell’ Università di Genova

    Sono chiamati al voto docenti, rappresentanti degli studenti nel Senato Accademico, quelli del CdA e dei consigli delle Scuole, nonché dei Dipartimenti; inoltre, ricercatori, dirigenti e tecnici amministrativi, tutti se assunti a tempo indeterminato e con voto con valore pari al 20%. Le votazioni si svolgono in due turni, nel mese di giugno. Se nessuno dei quattro candidati otterrà la maggioranza assoluta, ci sarà un ballottaggio finale a luglio (9 e 10).

    L’incontro pubblico in via Balbi: dal tema Erzelli sino all’accoglienza

    universitaIeri, 21 maggio 2014, alle ore 16 nell’Aula Magna di Balbi 5 si è svolto un confronto diretto tra i candidati sulle tematiche più salienti di questa campagna. L’incontro pubblico è stato organizzato dall’associazione studentesca Idee Giovani UniGe in collaborazione con l’Ateneo. “Si tratta di un’iniziativa unica nel suo genere in Italia – commentava il presidente di Idee Giovani UniGe, Simone Botta, nel comunicato stampa –  non mi risulta che in alcun altro Ateneo gli studenti abbiano organizzato qualcosa di simile. Lo scopo è riportare l’Università vicina alla gente e agli studenti, che in larga maggioranza non conoscono la dinamicità dell’organismo-Ateneo, che è vivo e da ossigeno alla comunità e al territorio”.  Nel corso dell’evento, l’introduzione ai programmi elettorali dei candidati e un dibattito animato.

    Sedi distaccate

    Tra i punti salienti, a lungo si è discusso dei poli decentrati all’interno della Regione, dalla Spezia a Imperia, passando per Savona. Si tratta di un pratica in voga qualche anno fa e ormai un po’ obsoleta. All’epoca era stata una novità accolta positivamente da molti atenei italiani (uno su tutti, il caso di Torino), ma poi ci si è resi conto che l’apertura di nuove sedi, non specializzate ma equivalenti come offerta formativa alle proposte della sede centrale, era solo un dispendio di fondi ed energie. In Liguria ogni provincia ha una sua sede “forte” in uno specifico settore didattico: La Spezia ha puntato sulla nautica, Savona su energia e comunicazione e Imperia sul turismo. Nonostante la qualità, si tratta di realtà nate nel 2005 e da regolare nuovamente, alla luce della situazione attuale dell’Ateneo (la mancanza di fondi, il calo degli iscritti, la decrescita ecc.). In generale tutti i candidati sono concordi, senza colpi di scena, sull’idea di mantenere le sedi favorendo una specializzazione maggiore, diversificando l’offerta rispetto a quella della sede centrale. In particolare, la necessità è quella di rafforzare gli accordi con i partner provinciali per farli diventare competitivi, evitare che creino accordi con altri atenei limitrofi (già scongiurato il pericolo alla Spezia, dove esistevano fino a pochi anni fa corsi di informatica mutuati dall’Ateneo pisano, e c’erano accordi con Parma) e attirare studenti da fuori Regione.

    Verri, nel suo programma il Progetto Unige2020 stilato apposta per le elezioni, illustra alcune linee giuda: «Importante partire dalla Regione Liguria per aprirsi all’Europa: la Regione deve diventare interlocutore privilegiato per fare evolvere questi centri e migliorarli. Abbiamo il dovere di investire su questo perché, anche se il nostro polo universitario è in calo, dobbiamo attrarre anche dai territorio vicini».

    Scarso appeal, pochi servizi, accoglienza da migliorare

    Altro tema sul banco, la scarsa attrattiva di Genova sui giovani: durante l’incontro c’è chi ha affermato che Genova in realtà è una città giovane, c’è chi invece non è d’accordo. Fatto sta che se già la percentuale nazionale di iscritti all’università non è esaltante (attorno al 30%), il capoluogo ligure registra un trend particolamente negativo: si deve migliorare l’accoglienza, ad esempio rendendo più allettante la pagina web, dialogare con la scuola superiore per incentivare iscrizioni, cercare una sinergia con le istituzioni locali. Come sottolinea Comanducci: «Ad esempio a Pisa, il rapporto studenti-popolazione è molto alto, mentre per noi il dato scende sensibilmente, rasentando la soglia di Palermo. Dobbiamo diventare in grado di attrarre da fuori, oltre che di far restare qui gli studenti liguri».

    La percezione è anche quella di un’Università lontana, in certi casi, dal mondo del lavoro. Si parla di internship durante il percorso accademico, ma sappiamo tutti che si sono rivelati nella maggior parte dei casi un flop: non regolati, non retribuiti e senza possibilità di futuro inserimento in azienda. Ci sono comunque spiragli di miglioramento, grazie ad accordi siglati con la Regione per regolare l’apprendistato, oggi in fase preliminare. Commenta Martelli: «Abbiamo siglato il programma Garanzia Giovani, cui hanno aderito circa 28 corsi di studio (soprattutto in ambito scientifico), e ora vediamo come reagiranno le aziende. Tuttavia, per essere competitivi serve una cultura a tutto campo, che sia anche umanistica e non solo tecnico-scientifica».

    Gli Erzelli

    erzelliQuestione sicuramente spinosa, visto che la decisione di trasferire la ex Facoltà di Ingegneria sulla collina non avrà ricadute solo sul budget dell’Ateneo o sulla fama della Scuola Politecnica, bensì interesserà l’intera città. In genere i candidati tendono ad essere ancora cauti e a dire soprattutto che tale decisione non spetta al solo rettore, ma piuttosto al CdA dell’Ateneo. Come ricorda ancora Verri, si tratta di una faccenda datata: «Penso alla Facoltà di Architettura come esempio mirabile di progettualità genovese: c’era un progetto e un sogno da seguire che è diventato realtà. Si può fare la stessa cosa oggi agli Erzelli? Forse sì, ma ora l’idea di partenza è un po’ invecchiata e il progetto resta ancorato a un’epoca pre-internet. Non dico che non vada fatto, ma il mondo è cambiato e l’idea è obsoleta: ad esempio, lì si puntava molto e solo sulle competenze tecniche-ingegneristiche, mentre ora è richiesta sempre più l’integrazione con medici e umanisti».

    Si tratta di un investimento molto oneroso e di un progetto che chiama in causa anche la ridefinizione della mobilità genovese e che chiede una serie di accorgimenti per permettere a un numero enorme di studenti di raggiungere e di vivere una zona oggi pressoché isolata.

    Nonostante la generale cautela, il più duro è Massardo: «Nel luglio 2012 abbiamo detto no al trasferimento perché mancavano i fondi, però abbiamo lasciato aperti spiragli di dialogo e abbiamo proseguito, sperando di poter procedere ad ‘acquisto di cosa futura’, ed è stato un errore. Questa è una questione giuridica ed economica: ci avevano detto che si sarebbe fatta l’operazione a costo zero, poi la situazione è cambiata; ci siamo visti ridurre lo spazio a disposizione da 90 mila mq a 60; avremmo anche dovuto vendere Villa Cambiaso. Non dimentichiamo l’aspetto logistico: a lungo il problema è stato negato, in primis da Burlando. Ma finora nessuno risponde alla domanda su come sarà possibile trasferire così tante persone sulla collina. Venerdì 16 ho partecipato, in qualità di Preside della Scuola Politecnica, a un’assemblea pubblica per affrontare il nodo della logistica con i rappresentanti regionali, ma non abbiamo avuto riscontro».

    Inoltre, altre perplessità riguardano il piano industriale: cosa ci sarà agli Erzelli? Per ora ci sono due divisioni di multinazionali in affitto, e la stessa Esaote, promotrice del progetto, ha di recente detto no al trasferimento. Una situazione complessa, ancor più se si pensa che a giugno si riunirà di nuovo il CdA d’Ateneo per affrontare il tema.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Piazza-Caricamento-palazzi-centro-storico-vicoli-DIl Servizio di leva obbligatorio è stato abolito, le case chiuse sono illegali e comunque servono molto più a distinti padri di famiglia che non a giovani sessualmente inesperti; anche avere l’agognato primo impiego che faccia da spartiacque fra il prima ed il dopo è diventato un sogno impossibile, visto che precario e provvisorio sono i due aggettivi più comunemente accostati al lavoro.

    E allora, quale è il rito rimasto ai ragazzi degli anni ’90 e 2000 per dire di essere diventati grandi? Senza dubbio  il viaggio, il viaggio da soli, ed in particolare, e soprattutto, il Progetto Erasmus. Tutti coloro che sono stati, saranno o sono ospiti di un paese che aderisce a questa iniziativa dividono la propria vita fra il “prima” ed il “dopo” averne vissuto l’esperienza.

    Il progetto è nato nel 1987 ed ha coinvolto, in questi 27 anni, oltre tre milioni di studenti e quindi ben più di una generazione; in estrema sintesi, per i pochissimi che non lo conoscono, consiste nella possibilità di passare un certo periodo (da tre mesi ad un anno) in una città straniera (i 28 paesi dell’Unione più Svizzera, Turchia, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) frequentando la corrispondente facoltà universitaria locale e sostenendo un certo numero di esami in lingua inglese o locale: esami che ovviamente valgono per il proprio percorso di studi in patria. Il costo di questo soggiorno, sia chiaro,  è in gran parte sopportato dalle famiglie: la quota che l’Università mette a disposizione (attraverso una banca convenzionata, che può anticipare le somme) non è certo sufficiente per mantenersi all’estero. Tuttavia è comunque un aiuto, e l’iscrizione alla facoltà, ad un corso di lingua e alle attività sportive sono gratuiti.

    Via Balbi, Università di GenovaMa come vengono selezionati i ragazzi che chiedono di accedere a questo programma, ed in quale modo decidono la città di destinazione? Lo chiediamo al professor Marco Frascio, delegato per l’internazionalizzazione della Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche. «La selezione avviene ovviamente in base al merito, in base alla conoscenza delle lingue ed in base alla motivazione, che verifichiamo in un colloquio una volta soddisfatti gli altri due criteri. I ragazzi scelgono la destinazione in base alla graduatoria, nel senso che il primo sceglie fra tutte le possibilità e l’ultimo si prende quello che è rimasto. Noi di Scienze Mediche stiamo collaborando molto con atenei dell’Europa dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, ma alla fine la destinazione è secondaria, è l’esperienza che, per un giovane, fa la differenza nel proprio bagaglio personale e di studio».

    «Per quanto riguarda il livello di gradimento dell’esperienza genovese, bisognerebbe chiederlo direttamente ai ragazzi, ma posso dirle che, sia in entrata che in uscita, l‘esperienza Erasmus è positiva probabilmente nel 99% dei casi, praticamente non so di problemi reali che non siano stati, in qualche modo, subito risolti. Certo, io parlo per Scienze Mediche, ma se ci fossero delle difficoltà anche altrove penso che ne saremmo a conoscenza. Poi, e voglio dirglielo anche come genitore, a livello personale un ragazzo è assolutamente arricchito da un’esperienza di questo tipo, mio figlio è stato a Lisbona e l’ho visto tornare da questa esperienza decisamente maturato e cresciuto. Non posso che consigliarlo, e non per dovere d’ufficio!»

    Questo  il parere di un addetto ai lavori, ma uno studente, in particolare uno studente dell’Università di Genova, che cosa e come si trova quando deve districarsi fra domande, questionari, dubbi e desideri? Ascoltiamo Chiara Fossa, 24 anni,  genovese, laureata in Lingue e Letteratura straniera ed un Erasmus concluso due anni fa, a Santiago de Compostela. «La mia esperienza è stata estremamente positiva, ma devo dire che mi ha impegnata molto, sia economicamente che dal punto di vista dello studio. L’Università ha sovvenzionato solo sei dei nove mesi in cui sono stata in Spagna, e quindi i genitori hanno contribuito per forza. In ogni caso pensare di trovare un qualche  lavoretto per sostenersi  è veramente complicato. Lo studente Erasmus, e chi ti offre un lavoro lo sa bene, ha poco tempo libero, problemi iniziali di sistemazione e ambientamento,  e comunque può garantire una continuità piuttosto breve. A meno di non arrivare in un paese avendo già dei contatti personali, è ben difficile che un datore di lavoro non preferisca contare su ragazzi del posto. Io al’inizio segnavo ogni minima spesa, avevo il terrore di finire i soldi, e infatti senza l’aiuto della famiglia non avrei potuto farcela». 

    E per quanto riguarda lo studio? C’è chi dice che l’Erasmus sia solo un susseguirsi di feste… «Riguardo allo studio me la sono cavata piuttosto bene, senza particolari difficoltà: e la burocrazia relativa alla pratica di richiesta, effettivamente un po’ complessa, è stata facilitata dalle persone che ho incontrato, sia a Genova che in Spagna, molto pazienti e disponibili, che mi hanno sempre aiutato a superare i vari intoppi. Lo so, l’Erasmus spesso viene considerato solo un susseguirsi di feste e incontri: in parte questo potrebbe essere vero, le occasioni per divertirsi sono molte, ma la prova di maturità è anche il saper gestire la tentazione di darsi alla pazza gioia, trasformando un’esperienza di studio in una vacanza totale. Io sono stata bene, mi sono divertita, ma ero comunque concentrata sullo studio. Riguardo alle prospettive professionali, invece, non mi ha aggiunto grandi competenze, a parte l’approfondita conoscenza della lingua spagnola, ma certamente mi ha reso più fiduciosa nella mia capacità di farcela e nel rapportarmi con le persone ai vari livelli».

    Come si trovano invece gli studenti che hanno scelto proprio Genova come sede per l’esperienza in Erasmus?

    L’Italia è il quinto fra i paesi partecipanti al progetto per capacità di attrarre gli studenti, superata da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si tratta di un buon piazzamento, certo migliorabile,  che vede Genova accogliere dai 500 ai 600 studenti all’anno, dato in costante incremento che con qualche “spinta” del mondo esterno all’Università potrebbe anche essere maggiore. La città soffre in maniera pesante gli effetti della profonda crisi dell’industria e della cantieristica, che si riflettono anche su tutto l’indotto, comprese le presenze dei lavoratori trasfertisti, ad oggi  drasticamente ridotti per quantità e per frequenza: non dovrebbe permettersi quindi il lusso di trascurare opportunità di nuovi mercati ed inaspettate occasioni di crescita.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politicheSentiamo allora Mario Fernandez Gomez, 22 anni spagnolo di San Sebastian che ci parla della sua delusione appena arrivato in città, sentimento che ha presto lasciato posto a ben altre sensazioni… «Conoscevo Genova ma l’avevo vista solo dal porto, quindi non certo bene; alcuni amici me ne avevano parlato e appena arrivato l’ho trovata proprio diversa da come me l’aspettavo, perché non è certo una città piccola, ma l’offerta di “ocio” (tempo libero ndr) non era granché; non è che uno vada in Erasmus per le feste, per quelle sarei rimasto in Spagna, ma proprio sembrava aver poco da offrire ad uno studente. In più ero deluso anche dalle persone, non pensavo proprio che gli studenti di una facoltà come la mia, Lettere e Filosofia, potessero essere così chiusi! Proseguendo nel soggiorno, invece, mi sono abituato alla città e ho capito che le persone sono molto diverse l’una dall’altra, non tutti sono diffidenti! In realtà ci sono molte occasioni di divertimento per noi stranieri qui in Erasmus, molte sono organizzate da GEG- ESN ma volendo si trovano anche parecchie iniziative al di fuori dell’Organizzazione».

    «L’unica cosa che non mi piace molto – sottolinea Mario – è la percentuale di spagnoli sul totale degli stranieri, davvero enorme: il 70% . Subito mi sembrava impossibile, anche se ero lontano da casa praticamente vedevo più spagnoli che italiani!»

    «Consiglierei senz’altro ad un amico di fare l’Erasmus a Genova, ora sto molto bene qui, ma davvero vorrei dire che dovrebbero limitare la concentrazione di nazionalità in uno stesso luogo: in questo modo si creerebbe una specie di “Nazionalità Erasmus” e si potrebbe veramente interagire, con maggiori possibilità di scambi e conoscenze fra culture e lingue differenti, sarebbe bellissimo!»

    Geg-Esn, l’organizzazione per gli studenti stranieri

    Mario ha citato un’organizzazione, Geg-Esn (Gruppo Erasmus Genova), proviamo a capire di cosa si tratta: facciamo qualche domanda alla presidente del Gruppo Xhonjela Milloshi, studentessa genovese al secondo anno della Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attivamente impegnata nell’associazione. «È cominciato tutto proprio con l’Erasmus, che ho fatto a Magonza e che mi ha profondamente cambiata. Tornata a casa, sono entrata nel Gruppo Erasmus Genova inizialmente come volontaria e poi di ruolo: ogni Università ha un proprio gruppo, e dipendono tutti da Esn International con sede a Bruxelles, tramite Esn Italia. Noi collaboriamo con l’Ufficio Mobilità Internazionale che fornisce agli studenti in arrivo il depliant con i  nostri contatti e le iniziative di cui ci occupiamo: e spesso ci aiuta anche finanziariamente, perché noi siamo studenti volontari e non abbiamo sovvenzioni».

    Che cosa offre la nostra città agli studenti Erasmus che l’hanno scelta? «Come dicevo, dell’aspetto burocratico si occupa l’ufficio dell’Università, noi di quello pratico. Andiamo in stazione o all’aeroporto ad accogliere i ragazzi, perché la prima difficoltà a Genova sono i trasporti. Non a caso gli studenti del Nord Europa  notano subito la mancanza di un Campus (qui l’approfondimento di Era Superba sul futuro Campus universitario all’Albergo dei Poveri, ndr): da noi le strutture universitarie sono disperse nella città e gli alloggi spesso neanche vicinissimi. Ovviamente il servizio è gratuito, basta farne richiesta on line. Poi ci occupiamo anche di organizzare varie attività per aiutarli ad ambientarsi, sia attività sportive (la sezione basket di Genova ha vinto le Olimpiadi Erasmus che si sono svolte ad aprile ad Ascoli) che gite nelle città più famose, aperitivi, feste. Possono partecipare tutti gli Erasmus, purché abbiano la Esn Card che offre anche sconti per ingressi e altre strutture convenzionate».

    Secondo la vostra percezione, perché gli studenti scelgono Genova? «È una domanda che ovviamente facciamo sempre ai nostri ospiti… Ovviamente le risposte sono le più diverse, comunque Genova ha il grande fascino del mare, che attira molti, oppure con il passaparola vengono a sapere di precedenti esperienze Erasmus nella nostra città che sono state molto positive. Alcuni, specialmente gli spagnoli, scelgono l’Italia per via della lingua e Genova ha in questo uno dei suoi punti di forza: infatti l’Università organizza ottimi corsi per imparare o migliorare l’italiano. Questa è una iniziativa molto gradita dai ragazzi. Poi i metodi di insegnamento universitari genovesi sono molto apprezzati dagli studenti stranieri, dicono che riescono ad abituarsi molto facilmente e questo fa superare lo svantaggio di doversi spostare nella città».

    Quindi non solo mare… ma che problemi riscontrano maggiormente gli studenti stranieri a Genova?

    «Il primo e più importante è sicuramente quello dell’alloggio. I primi giorni a volte hanno proprio paura di non riuscire a trovare una casa, probabilmente i canali sono un po’ diversi a quelli a cui sono abituati: come dicevo, niente Campus da noi. Però l’Università offre le prime quattro notti nell’Ostello della Gioventù, noi di Geg diamo una mano per le cose pratiche e l’Università li aiuta a superare la burocrazia.

    Xhonjela ci racconta che un aspetto in cui la nostra città deve ancora migliorare è l’atteggiamento degli studenti locali, «spesso chiuso nei confronti degli Erasmus, nonostante spesso condividano corsi, sport e passatempi: ma raramente hanno la spinta di voler andare oltre l’incontro “istituzionale” e questo è un peccato, perché vivere un ambiente internazionale servirebbe anche a loro, non solo agli stranieri, che comunque sotto questo aspetto spesso sono un po’ delusi. Ma a parte questa nota non troppo positiva, quando si ambientano in città e con lo studio i  problemi sembrano superati, tanto che molti di loro decidono di ripetere l’esperienza, scegliendo Genova per svolgere dei tirocini, grazie ad Erasmus placement».

    Sia Mario che  Xhonjela, dunque, segnalano come fortemente migliorabile il rapporto fra gli studenti locali rispetto agli studenti Erasmus: un vizio antico verrebbe da dire, data la proverbiale chiusura ligure; ma chi è stato in Erasmus in qualsiasi paese ha sperimentato una sostanziale analogia nell’approccio, le conoscenze si fanno fra studenti e ben più raramente con i ragazzi locali. Chiunque però può testimoniare che ricevere maggiori attenzioni e trovare persone accoglienti anche non coinvolte direttamente nel progetto rappresenta una leva potente nel decidere di far ritorno in quel certo luogo e nel promuoverne la qualità. Insomma la diffidenza verso i “foresti” potrebbe essere un lusso che  non ci possiamo più permettere, e non solo noi liguri.

    Terminare il periodo di Erasmus, sia per quanto ci ha raccontato Chiara, sia per la testimonianza di Xhonjela, è triste perché si abbandona un mondo di relazioni che in qualche modo si vorrebbe mantenere, ma al quale, a ben guardare, in forme diverse in realtà si torna. E proprio sul tornare, sui tirocini, sulle prime esperienze lavorative molto si sta facendo ed ancora di più  si dovrà fare per reperire risorse ed aumentare una mobilità che non sia più una fuga a senso unico ma uno scambio vero tra chi parte, chi torna e chi resta.

     

    Bruna Taravello

  • Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    italia-europa-politicaNel corso degli ultimi anni vi abbiamo presentato nel dettaglio tanti progetti realizzati a Genova finanziati e promossi dall’Unione Europa (da quelli legati alla cultura, come Creative Europe e Creative Cities, al nuovo Erasmus +, o ancora a quelli per lo sviluppo tecnologico come Mediatic, quelli del POR-FESR e del FES, e poi il “caso” Yeast). Cogliendo l’occasione delle vicine elezioni europee (domenica 25 maggio), vogliamo fare il punto, guardando la situazione da un punto di vista complessivo: parliamo del modo in cui tutti questi progetti nascono e, da Bruxelles, arrivano nelle nostre città. Spesso leggiamo che un progetto è “finanziato dalla UE”, ma non sappiamo di preciso cosa vuol dire. Soprattutto molti si chiedono quale sia l’iter che enti pubblici e privati devono affrontare per accedere a fondi comunitari: se io, cittadino, ho un’idea per un’iniziativa/evento, come posso farmi finanziare dalla UE? Ve lo raccontiamo qui.

    Che cosa significa europrogettazione?

    Per fare in modo che un progetto pensato in sede locale sia approvato e finanziato a livello europeo, si va incontro a un percorso di “europrogettazione”. Per prima cosa, i soggetti interessati a proporre un progetto partecipano a un bando europeo, compilano una application spesso con l’aiuto di figure professionali come gli europrogettisti, cercano partner a livello internazionale e poi attendono il responso della UE e gli eventuali finanziamenti. Sembra facile, ma non lo è. Infatti quando si parla di “programmi europei di finanziamento” molti si schermiscono: ai non addetti ai lavori sembra solo una dicitura generica priva di senso, e molti ne parlano senza centrare il punto.

    La dottoressa Lara Piccardo, esperta di europrogettazione, ci aiuta a fare chiarezza: «L’europrogettazione è un settore ancora desueto in Italia, Paese in cui c’è poca lungimiranza nel recepire influssi su scala europea; negli altri Paesi dell’Unione, invece, vive momenti più felici. In realtà, l’europrogettazione è semplicemente il processo con cui enti pubblici o privati rispondono a ‘calls’, bandi lanciati a livello europeo dalla Commissione. Questi bandi sono inseriti all’interno di un programma più generale, dedicato a un particolare settore di interesse comunitario come agricoltura, istruzione, cultura, ambiente, ecc. e con precise linee programmatiche. L’ente partecipante propone un proprio progetto, che ritiene particolarmente meritevole, importante e con ricadute positive per la società anche a lungo termine (creazione di posti di lavoro, aumento del tasso di impiego, ecc.) e, se la sua proposta viene valutata idonea, accede ai fondi».

    Facciamo un passo indietro: come faccio io, normale cittadino, ad entrare in contatto con la UE e venir a conoscenza di bandi e opportunità? «Le informazioni a riguardo ci sono, ma sono scarsamente accessibili per i profani: il sito ufficiale della UE risulta complicato. In genere, tutto si muove tramite marketing e passaparola, ma non solo: Comuni, Camera di Commercio, Provincia, Regione e Università sono tutte istituzioni che forniscono servizi dedicati agli “affari e fondi europei” (per esempio sui loro siti web). Tuttavia, c’è un duplice problema: da un lato, le persone sono abituate a pensare ad esempio alla Camera di Commercio come soggetto cui richiedere visure camerali e niente di più; dall’altro le stesse istituzioni fanno fatica a promuoversi come enti preposti a fornire informazioni a livello comunitario».

    I partner e l’internazionalizzazione

    Una volta trovato un bando che fa al caso nostro, per partecipare devo cercare di creare un partenariato con altri enti, per implementare la cooperazione internazionale. Di norma più sono i partner, più un progetto è apprezzato in Europa e ha possibilità di vincere il bando perché risponde al requisito di internazionalizzazione. In certi casi fare rete con soggetti esteri non è facile: si possono sfruttare le risorse messe a disposizione dalla UE (come database che raccolgono elenchi di possibili partner, che però sono pochi e scarni), o contatti personali. Un caso particolare è quello dei Comuni: questi spesso hanno la strada spianata perché possono sfruttare i famosi gemellaggi creati tra gli anni ’60-’70 con altre città del mondo.

    Si tenga presente che raramente la Comunità Europea reitera finanziamenti allo stesso partenariato: per ogni progetto si devono trovare nuovi partecipanti, con un gioco di alleanze e networking.

    Per ogni progetto, tra i partner viene scelto un capofila, che percepisce una quota maggiore di finanziamenti ma ha anche maggiori oneri burocratici. Di norma è il soggetto che meglio può garantire il successo del progetto, o che ha particolari capacità (gestione finanziaria e storno delle varie quote tra singoli partner, programmazione delle attività per la realizzazione del progetto finale, monitoraggio del lavoro dei partner per evitare fughe in avanti di uno dei soggetti).

    I programmi europei

    Per il cittadino o l’ente che voglia proporre un progetto all’Unione, c’è l’imbarazzo della scelta. I programmi sono molti e toccano tutti gli ambiti di interesse collettivo. Tra quelli lanciati di recente dalla Commissione (a novembre 2013, per coprire il periodo 2014-2020), oltre ai più noti Erasmus + e Jean Monnet per la formazione superiore e universitaria e la mobilità di docenti e alunni/studenti, ci sono anche programmi per la promozione di eventi sportivi, politiche del terzo settore (bandi FES e FESR), sviluppo del settore artistico con Europa Creativa. Inoltre, quelli per l’inserimento lavorativo dei giovani o per il re-inserimento di fasce deboli nel mondo del lavoro (disoccupati oltre i 45 anni, persone con scarso titolo di studio, che non hanno un particolare profilo professionale, ex carcerati ecc.), per l’assistenza agli anziani e per l’infanzia. Infine, il programma Alcotra Italia-Francia in ambito marittimo per la cooperazione tra porti.

    Molte delle nuove linee progettuali illustrate – soprattutto quelle legate a cultura e formazione – vanno a confluire all’interno di Europa 2020, strategia decennale per la crescita nell’ambito di occupazione, istruzione, ricerca, integrazione, riduzione della povertà, clima e energia.

    Vista la varietà dei programmi, è complicato riuscire ad avere un unico database (qui un esempio) che tenga conto delle modifiche biennali o quinquennali. Per ovviare al problema e creare meno confusione, l’UE sta cercando di mantenere immutate le linee progettuali per rendere l’utenza più preparata a rispondere ai bandi.

    Quale è la natura dei finanziamenti comunitari?

    Dopo aver visto come si fa a entrare in contatto con la UE e a fare domanda per un certo bando, parliamo di soldi. Se risulto vincitore, a quali finanziamenti avrò diritto e qual è la loro natura? Lo chiediamo alla dott.ssa Piccardo: «Una domanda non facile, si potrebbe quasi scrivere un libro con gli errori che circolano sull’argomento. Tra i più comuni, tanto per cominciare, l’idea che i finanziamenti siano a fondo perduto: non è così, la UE non è una banca che eroga prestiti. Inoltre, molti pensano ingenuamente che si possa rispondere a un bando e proporre un progetto europeo per avere un guadagno personale, ma non è così: gli attuatori in realtà sono persone che farebbero lo stesso quel progetto, con o senza fondi comunitari, a proprie spese. Un esempio, il caso dell’Università di Genova, che dovrebbe attivarsi in ogni caso per cercare convenzioni comunitarie per mandare i suoi studenti a studiare all’estero, ma approfitta del bando Erasmus + per avere vantaggi economici. Un soggetto interessato partecipa a un bando per spendere un po’ meno di quanto preventivato senza fondi esterni, ma di certo non ci guadagna nulla, anche perché le somme erogate dall’Unione non sono somme secche: coprono solo una parte delle spese e chiede al beneficiario di co-finanziare il resto».

    I fondi erogati (che normalmente coprono il 75% del totale), inoltre, decrescono con l’aumentare del valore del progetto: per un progetto che vale in totale 1 milione di euro, la UE contribuirà con 500 mila, ad esempio, mentre sarà chiesto al beneficiario/promotore di coprire la parte restante. Per questo il promotore dovrà valutare attentamente la sua disponibilità economica prima di lanciarsi in progetti ambiziosi: togliamoci dalla testa l’idea che intanto paga l’Europa! Naturalmente è necessario produrre anche una rendicontazione, schema delle entrate e delle uscite previste: se vengono effettuati controlli e i conti non tornano, interviene la Corte dei Conti a bloccare tutto e può anche decidere di revocare finanziamenti già concessi.

    Controlli e trasparenza

    Inoltre, la UE mette in atto strategie per favorire la trasparenza e limitare gli sprechi. Tanto per cominciare, una volta vinto il bando, i fondi sono stanziati non tutti insieme ma a tranches chiamate installments: gli enti devono redigere vari report (in itinere e finali) per illustrare alla UE come stanno spendendo i soldi e comunicare alla Commissione quando esauriscono la prima parte, in modo che questa possa erogare altre tranches. Viceversa, se i soldi non vengono spesi in toto, da Bruxelles si chiudono i rubinetti.

    Ma quindi, in questo sistema così ben pensato, è davvero difficile far sparire soldi pubblici? Quanti sprechi ci sono? «Quello di spreco è un concetto più generale: si può considerare spreco anche il fatto che vinca il bando un progetto che non lo merita. In genere, la UE fa sempre un monitoraggio incrociato, stringente ma non ossessivo, ma quello che poi manca è la verifica sul campo dell’implementazione del progetto: si controllano gli scontrini e le ricevute, ma non la ricaduta effettiva sul territorio, anche perché spesso questa supera il periodo di durata dei finanziamenti».

    Inoltre, sempre per favorire la trasparenza, la Commissione ha l’obbligo di pubblicare sul proprio sito l’elenco dei progetti finanziati, i beneficiari, l’ammontare dei fondi erogati e i report periodicamente inviati dal partenariato. Oltre a questo, la UE chiede ai beneficiari di aprire un sito internet ad hoc in cui pubblicare i dettagli del progetto. Tuttavia, manca ancora un modo univoco e pratico che permetta al cittadino di monitorare l’andamento dei vari progetti, in un quadro complessivo.

    Genova e l’Italia

    Ci accorgiamo della mancanza di un sistema univoco e completo di monitoraggio quando proviamo a concentrare l’attenzione sul caso del nostro Paese. Non possiamo sapere con sicurezza a quanto ammontano i fondi europei destinati all’Italia per tutti i programmi UE, né a che punto siano i progetti o quali settori interessino. Ad esempio, facendo una breve ricerca troviamo il portale www.opencoesione.gov.it, che si occupa solo dei fondi di coesione, ovvero quelli relativi a FSE e FESR (ovvero Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale). Lo stesso vale per l’articolo apparso sul sito del Sole 24 Ore nel luglio 2013 (in cui si dice che le risorse FSE e FESR destinate all’Italia sono 49,5 miliardi), ma si tratta di informazioni sempre settoriali e ufficiose.

    In generale, il caso dell’Italia è particolarmente problematico: nonostante la forte partecipazione ai bandi UE, la percentuale di successo è una delle più basse, assieme alla Francia. Il rapporto tra progetti presentati e finanziati è circa 60 a 1. La sola Italia, all’interno di Europa 28, copre il 60% dei progetti presentati, ma se ne vede finanziare solo l’1%. Si punta, insomma, sulla quantità: più progetti propongo, più ho possibilità che qualcuno passi. Tuttavia, questa è anche un’arma a doppio taglio: se lo stesso soggetto risponde da solo a 10 bandi, di certo non ne vincerà più di uno.

    Emblematico anche il caso di Genova: come conferma la dottoressa Piccardo, «qui ci sono molti più progetti europei di quel che si pensa. Ad esempio, solo al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova attualmente sono in corso ben 4 progetti finanziati e immagino a quanto possa ammontare il numero complessivo dei progetti attivi per l’intero Ateneo… Tuttavia non è possibile fare un quadro generale, né dell’Università né tanto meno all’esterno. Spesso, inoltre, non si sa che un dato progetto è promosso dalla UE: per esempio, molti pensano che Smart Cities sia un’idea nostra, ma non è così».

     

    Elettra Antognetti

  • Suq e Regione Liguria, Intercultura va a scuola: contro il razzismo e per il dialogo tra culture

    Suq e Regione Liguria, Intercultura va a scuola: contro il razzismo e per il dialogo tra culture

    STUDENTISTRANIERIDiretto da Carla Peirolero e curato da Chance Eventi – Suq Festival e Compagnia, Intercultura va a scuola” giunge alla quinta edizione. A partire dal 12 marzo e sino al 14 giugno, saranno i linguaggi espressivi e gli strumenti del teatro, attraverso laboratori teatrali, conferenze e spettacoli, il cuore di un percorso formativo che coinvolgerà 5000 studenti liguri fra scuole superiori e università contro il razzismo e per il dialogo fra culture.

    “Il progetto prevede tanti appuntamenti, a cominciare dai laboratori teatrali “Facciamo intercultura insieme”, che coinvolgeranno – in una serie di lezioni con gli artisti della Compagnia del Suq – studenti e docenti di tre istituti, per approfondire tecniche e strumenti della recitazione, della danza e della musica. I laboratori sono finalizzati allo spettacolo “Studenti in scena”, che il 14 giugno al Suq Festival al Porto Antico vedrà gli studenti protagonisti di una rappresentazione ispirata alle tematiche dell’educazione alla mondialità e alla non violenza”, si legge nella nota stampa.

    Dodici appuntamenti sull’ Arte del Dialogo, con gli artisti della Compagnia del Suq che porteranno nelle Scuole superiori della regione la loro esperienza artistica, per spiegare l’importanza delle contaminazioni dei linguaggi espressivi. Inoltre, dal 15 aprile al 27 maggio, in programma quattro incontri della rassegna Suq&Università con l’obiettivo di approfondire il tema dei “luoghi” in cui oggi si vive il dialogo, o lo scontro, tra culture e generazioni. I primi tre incontri si svolgeranno presso la Sala Gradinata Informagiovani di Palazzo Ducale:

    Martedì 15 aprile “Centri commerciali e outlet, nuove piazze di incontro?” con Marco Aime dell’Università di Genova e Davide Papotti dell’Università di Parma, dopo i saluti dell’Assessore Sergio Rossetti, del Presidente del Municipio 1 Centro Est, Simone Leoncini e del Direttore DISPO dell’Università di Genova, Giovanni Battista Pittaluga.

    Martedì 6 maggio “Comunità in rete, le piazze virtuali” con Pino Bruno, direttore dell’edizione italiana di Tom’s Hardware, Mario Dossoni dell’Università di Pavia, Peter Gomez, direttore de Il Fatto Quotidiano. it e il cantautore Federico Sirianni.

    Martedì 20 maggio “Movimenti e rivoluzioni, le piazze della contestazione Saranno Luca Borzani, storico e Presidente della Fondazione per la Cultura Genova Palazzo Ducale, e Alessandra Stefani dell’Ecole Des Hautes Etudes Sciences Sociales di Marsiglia.

    Infine, Marco Aime e Carla Peirolero, direttrice del Suq Festival, intervisteranno il saggista e critico letterario e teatrale Goffredo Fofi nell’incontro “Le piazze e la cultura” previsto per martedì 27 maggio nell’Aula Magna dell’Università di Genova (Via Balbi 2).

    Le scuole e gli artisti convolti nel percorso formativo:

    I.T.C. Montale Genova, Fondazione C.I.F Formazione Genova, IPSSAR Nino Bergese, IIS Gastaldi – Abba Genova, Istituto Duchessa di Galliera Genova, ISSS Firpo – Buonarroti Genova, Liceo Artistico Klee-Barabino Genova, Liceo Linguistico Internazionale Grazia Deledda Genova, Liceo Collegio Emiliani Genova, Liceo Classico Colombo Genova, Ente Scuola Edile Savona, Liceo Calasanzio Carcare Savona, Villaggio del Ragazzo Chiavari, Liceo Costa La Spezia, DAMS Università Imperia.
    Tra gli artisti coinvolti: Carla Peirolero (direzione progetto), Roberta Alloisio (coordinamento attività formative), Mohamed Ba, Enrico Campanati, Jo Choneca, Arianna Comes, Susanna Gozzetti, Mirna Kassis, Eyal Lerner, Olmo Manzano Andres Anorve, Fabrizio Matteini, Laura Parodi, Esmeralda Sciascia, Anahita Tcheraghali, Tatiana Zakharova (conferenze- spettacolo)

    Aggiornamenti, calendario, commenti di studenti e docenti sul sito www.suqgenova.it

  • Università di Genova, tutti i numeri dell’Ateneo: studenti e strutture, fondi e investimenti

    Università di Genova, tutti i numeri dell’Ateneo: studenti e strutture, fondi e investimenti

    Via Balbi Lettere e FilosofiaIn occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2013-2014 (7 febbraio 2014), l’Ateneo genovese ha reso pubblici i dati relativi agli investimenti, ai fondi, agli studenti nell’a.a. 2012-2013 e ai nuovi progetti che ha in serbo per i prossimi anni. Oltre al numero di nuove immatricolazioni, di laureati, di offerte nell’ambito della ricerca e della mobilità, si parla di investimenti da mettere in atto per modernizzare una struttura, quella universitaria, che in Italia risulta obsoleta e inadatta a competere con gli altri atenei europei e mondiali.

    Che la situazione sia questa, lo si sa da tempo: vi sarà già capitato di leggere i report annuali, i cosiddetti World Universities Ranking (qui quello di THE Times Higher Education), con la graduatoria degli atenei mondiali. In questi ranking, che si basano spesso su criteri specifici (reputazione accademica, numero di citazioni in articoli scientifici, presenza di studenti o docenti stranieri, ecc.) e che rispondono a particolari logiche (l’istituto Qs, ad esempio, mette insieme i dati raccolti da varie fonti e sondaggi su 60mila docenti e 28mila dipendenti) le università italiane occupano posizioni arretrate: ad esempio, secondo THE per l’a.a. 2012-2013 gli atenei italiani compaiono solo dopo la posizione 250. I “primi” italiani in classifica sono l’Università degli Studi di Milano (262) e Milano Bicocca (263), seguiti da Trieste, Bologna, Trento, Torino, e poi Padova, Pisa, Pavia, Roma (a larga distanza, tra la posizione 300 e la 350). Non mancano nemmeno Ferrara, Reggio-Emilia e Salento. Anche stando al ranking presentato da Qs, la situazione migliora ma non troppo: l’Università di Bologna, prima italiana, è al 188esimo posto; La Sapienza di Roma al 196, 230 il Politecnico di Milano, 235 l’università degli Studi di Milano e l’Università di Pisa è 259esima.

    Il tutto si inserisce in un contesto in cui le riforme per il sistema scolastico e universitario a livello nazionale scarseggiano e arrancano, e in cui di recente si è tornato a parlare di provvedimenti che limitano le ore di insegnamento di storia dell’arte nelle scuole superiori e di filosofia sia nelle scuole secondarie che in certi corsi universitari.

    Università di Genova

    «Investire nell’Università è essenziale per la società, per uscire dalla crisi: laddove si è investito, la crisi ha avuto impatto minore – ha commentato il rettore Deferrari – Oggi vogliamo razionalizzare l’offerta formativa per avere più laureati da inserire nel mondo del lavoro, ridurre i fuori corso e gli abbandoni. È indispensabile per crescere attrarre risorse a livello europeo e mondiale, partecipando a bandi e collaborando con imprese, per l’internazionalizzazione di qualità. Incrementeremo i corsi in inglese, anche con formazione a distanza con docenti stranieri, anche per venire incontro ai tantissimi studenti stranieri, che fanno di UniGe una delle università più aperte. Inoltre, per favorire la prosecuzione del percorso studentesco, non siamo stati né low cost, né esosi: abbiamo ridotto la seconda rata delle tasse e incrementato i premi di laurea e profitto. Qualità della formazione, della ricerca, del trasferimento tecnologico: lavoriamo verso un’integrazione di università e Paese, perché l’Ateneo non sia un fortino ma una piazza aperta sul mondo».

    Senza scomodare i ranking internazionali (oltre la posizione 400 nella graduatoria THE), concentriamoci sull’Ateneo genovese e sui ranking italiani: stando ai dati del luglio 2013 di Repubblica-Censis, Genova ottiene il quinto posto tra gli atenei “grandi” (tra 20 e 40 mila iscritti), con 86,8 punti conferiti in base alla valutazione di servizi, strutture, web, internazionalizzazione e spese per borse ed altri interventi. La prima di questa categoria è Pavia, con 94,1, ma in generale spiccano i poli senese (oltre i 100 punti), bolognese, padovano e le due importanti scuole politecniche milanese e torinese. Genova eccelle nell’area chimico-farmaceutica (quarto posto) e geo-biologica (terzo posto).

    La struttura

    centro-storico-vicoli-architettura-d12L’Ateneo si articola in cinque scuole, a loro volta composte da dipartimenti (22 in totale). Dopo l’attuazione della riforma Gelmini, entrata in vigore dall’1 gennaio 2011, nell’a.a. 2012-2013 le Facoltà sono state soppresse e trasformate in scuole. Così sono state accorpate ad esempio le Facoltà di Architettura e Ingegneria, o quelle di Giurisprudenza, Scienze Politiche ed Economia. Oggi abbiamo a Genova la Scuola di scienze matematiche, fisiche e naturali; quella di scienze mediche e farmaceutiche; di scienze sociali; scienze umanistiche; politecnica. Non mancano i centri di servizio (da quello linguistico, al CISITA per servizi informatici e telematici) e le biblioteche, che sono cinque (una per scuola) rispetto alle quattordici del passato. Il tutto, dislocato in circa 400 mila mq di immobili, molti dal valore storico e spesso difficili da mantenere in buone condizioni. A tal proposito è stato elaborato un piano edilizio nel 2013, sono stati predisposti i lavori all’ex Saiwa per il polo di chimica e la demolizione dell’ex Sutter, ultimati gli interventi all’Albergo dei Poveri. Inoltre, l’Ateneo è presente anche nelle altre tre province liguri, con sedi distaccate.

    Il personale è composto da 1.338 docenti, di cui 341 ordinari, 387 associati e 610 ricercatori, più altri collaboratori linguistici. A questi si aggiungono anche 1.409 impiegati nell’area tecnico-amministrativa, per un totale di 2.776 persone.

    Gli stravolgimenti degli ultimi anni, con il passaggio da Facoltà a Scuole, non ha mancato di creare disagi e suscitare polemiche, dovute ad esempio alla chiusura di alcuni uffici e alla ridistribuzione dei servizi: è stato il caso, ad esempio, dell’Ufficio Erasmus della ex Facoltà di Lettere e Filosofia, chiuso per essere accorpato a quello di Lingue, non senza problemi per il personale, spalmato in Via Bensa o adibito ad altre mansioni. Sono stati, inoltre, sostituiti alcuni presidi e i membri degli organi direttivi. Ci si è dovuti adattare a un’integrazione forzata tra realtà lontane anche fisicamente: è il caso, ad esempio, del polo di architettura e quello di ingegneria, uno nel centro storico e l’altro dislocato tra Albaro, San Martino, Fiera di Genova.

    L’offerta formativa

    universita-scuola-istruzioneSi articola in 27 corsi di laurea e laurea magistrale e 27 Corsi di Dottorato più 2 in consorzio con sede esterna XXIX ciclo (caso emblematico, quello del Dottorato in Filosofia, che quest’anno per la prima volta faceva parte del Consorzio Dottorato Filosofia nord ovest “Fino”, assieme a Piemonte Orientale, Università di Torino e Pavia). Inoltre Scuole di Specializzazione, corsi di perfezionamento e di formazione permanente e 32 Master Universitari di I e II livello. Le difficoltà degli ultimi anni hanno prodotto una progressiva riduzione dei fondi disponibili all’interno dell’Università, limitando sia la scelta dei corsi che le possibilità di prosecuzione del percorso di studi degli studenti all’interno della sede genovese. Tra i corsi è stato chiuso ad esempio quello di “Tecniche della Progettazione Architettonica e della Costruzione Edilizia” nell’a.a. 2010/2011.  Emblematico anche il caso del Dottorato di Filosofia e della sperimentazione della modalità consortile: l’alternativa sarebbe stata l’abolizione delle borse, mentre l’escamotage ha permesso di garantire un numero minimo di posti. Tuttavia, si trattava di un numero esiguo e quindi insufficiente: all’incirca 30 posti da ripartire in 4 atenei, vanificando le speranze dei neo-laureati e complicando le modalità decisionali.

    Gli studenti

    Gli iscritti ai corsi di I e II livello nell’a.a. 2012/2013 sono stati in totale 33.957, di cui 5.336 nuovi immatricolati, con aumento del 3-4% rispetto all’anno scorso. Nel 2012, infatti, c’era stato un calo dell’11%, ma oggi la situazione di emergenza sembra arginata. Tanti anche gli stranieri, il 20% in totale, di cui il 10 solo nell’ultimo anno. Tra tutti, più alte le immatricolazioni per la Scuola Politecnica (1165) e di Scienze Sociali (1889). Gli iscritti ai corsi post-laurea sono invece 3.957. Vediamo come sono ripartiti gli studenti tra le varie scuole:

    – Scuola di Scienze Sociali: 12.071

    – Scuola Politecnica: 7.739

    – Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche: 6.898

    – Scuola di Scienze Umanistiche: 4.840

    – Scuola di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali: 2.409

    Per quanto riguarda il numero dei laureati, nel 2013 sono stati oltre 6 mila: di più quelli laureati in scienze sociali (2.127, di cui 1.330 femmine), poi quelli in ingegneria e architettura (1.458); seguono medicina e farmacia, con 1.258 laureati,  i laureati in scienze umanistiche (954) e quelli in matematica, fisica e scienze (441).

    Quanto investe l’Università di Genova nella ricerca?

    Ci sono dieci Centri interuniversitari di Ricerca e di Servizio: ad esempio, l’ISME, per i Sistemi integrati per l’Ambiente marino, il CIRCE dedicato ai cetacei, il centro legato al Museo nazionale dell’Antartide (MNA), e quello per la Ricerca sul Cancro (CIRC), quest’ultimo però in liquidazione. Non mancano anche due centri di eccellenza nella Ricerca: il Centre of Excellence for biomedical Research (C.E.B.R.) e il Centro italiano di Eccellenza sulla Logistica integrata (C.I.E.L.I.).

    “L’Università di Genova riveste un ruolo di primo piano nel campo della ricerca, dell’innovazione e del trasferimento tecnologico”, si legge sul report fornito alla stampa dall’Ateneo. E ancora: “In un contesto di accresciuta competitività nazionale e internazionale, l’Ateneo genovese è costantemente attivo nell’individuare finanziamenti, monitorando e selezionando tutte le opportunità e le fonti”. Ma quanto investe l’Università nella ricerca? Quali sono le possibilità fornite agli studenti? Nel 2012 i finanziamenti acquisiti a bilancio per lo svolgimento dell’attività di ricerca dell’Università di Genova ammontavano a 47 milioni di euro, con fondi aggiuntivi per circa 4,7 milioni di euro.

    Dai dati forniti dal conto Consuntivo Consolidato di Ateneo si legge che le entrate per la ricerca del 2012 provengono per il 35% da attività presso terzi e per il 24% da Enti pubblici e privati; il 12% da borse di ricerca e dottorato, l’11% dall’Unione Europea e un altro 11% dal MIUR; infine, un 3% proviene dalle amministrazioni pubbliche locali, Enti e associazioni internazionali (3%) e altri ministeri (1%).

    Fondi a disposizione, servizi scolastici

    Via BalbiNel corso dell’a.a. 2012-2013 i fondi a disposizione sono stati incrementati, passando da un fondo di cassa a gennaio 2012 pari a 34.950.621,43 euro ai 56.872.396,58 di dicembre. ARSSU, Azienda Regionale per i servizi scolastici e universitari, ha messo a disposizione 931 posti letto e si è occupata del servizio mensa e erogazione pasti. C’è stata anche la possibilità per 626 studenti di partecipare a bandi per lo svolgimento di attività retribuita (150 ore), con un compenso di circa 1.200 euro per studente, senza contare le analoghe attività di studente tutor, tutor alla pari e didattici e studenti attivi presso il CUS. Si tratta di opportunità di guadagno fornite agli studenti, rimanendo all’interno dell’ambiente accademico e non dovendo sacrificare lo studio al lavoro. La retribuzione si aggira nella maggiore parte dei casi attorno ai 1.000-1.500 euro.

    I progetti internazionali e l’inserimento lavorativo

    L’Università di Genova è esempio virtuoso di mobilità internazionale. Le borse Erasmus messe a disposizione dall’Ateneo sono circa 1160, di cui 540 sono state assegnate agli studenti per l’a.a. 2013/2014, contro le quasi 500 dell’anno precedente. Il numero di studenti Erasmus in entrata, invece, è superiore: sono 1996 gli studenti stranieri ospitabili, e si sono stipulati accordi con 392 istituti partner. Attive anche le borse per l’Erasmus Placement per tirocinio (110 assegnate su 132), lo scambio nell’ambito del CINDA, Centro Interuniversitario de Desarrollo Academico per la cooperazione con il Sud-America, e gli altri programmi, da Leonardo a Comenius, a “Porta la laurea in azienda”.

    Genova e l’Italia: numeri a confronto con Parma e Torino

    Per inquadrare meglio la situazione dellAteneo ligure proponiamo un paragone con altre università italiane. Un primo esempio, quello di Torino, Ateneo “maxi”, con oltre 67 mila iscritti: qui il bilancio è pari a 760 milioni di euro e i nuovi iscritti sono 15 mila, in aumento del 4%. Tra il personale, tanti giovani docenti e ricercatori, con età media pari a 50 anni.

    La situazione migliora, ad esempio, se ci confrontiamo con l’Ateneo di Parma, al terzo posto nella classifica Repubblica-Censis per la categoria “atenei grandi” con 88,5 (due posizioni sopra Genova). Qui, il numero degli iscritti è circa 32 mila (la metà proveniente da fuori regione), contro i quasi 34 mila di Genova.

    In generale la situazione è difficile: il Fondo di Finanziamento Ordinario, che rappresentava nel 2001 il 61,5% delle entrate degli Atenei, nel 2008 è sceso al 54%. Tra il 2009 e il 2013 si è assistito ad una ulteriore riduzione del 5% annuo, cosa che ha obbligato gli Atenei a mettere in atto strategie come tagli al personale docente e tecnico, aumento delle tasse in molti casi, mancato ammodernamento delle strutture e minori incentivi di promozione. Oggi, il Sistema di Finanziamento Pubblico si basa su logiche premiali, per cui sono previste percentuali da rispettare per quanto riguarda programmazione, monitoraggio e valutazione delle strutture, e sono fattori importanti nell’elargizione di premi.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Palazzo Ducale: no all’omofobia, video con Nicla Vassallo

    Palazzo Ducale: no all’omofobia, video con Nicla Vassallo

    Poco più di cinque minuti per ricordare che l’amore omossessuale è amore come tutti gli altri. Quattro frasi nobili segnate su una schiena nuda per fissare nella mente che anche questo amore esige rispetto, il rispetto verso un diritto che non può essere fatto proprio da nessun orientamento sessuale e da nessuna ideologia. Ancora una volta, la Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale ha scelto di celebrare la Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia con un video d’autore e di forte impatto. La ricorrenza è stata istituita ufficialmente dall’Unione Europea nel 2007 e viene promossa ogni 17 maggio, anniversario della rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali prevista dall’Organizzazione mondiale sanità.

    Nicla Vassallo, docente di Filosofia teoretica dell’Università di Genova, ci spiega con quali convinzioni ha prestato la propria schiena all’opera: «Gli affetti, gli amori, le unioni dovrebbero essere considerati tutti su uno stesso piano perché se non lo sono, siamo razzisti, nel senso che privilegiamo rapporti in cui vige quasi una sorta di necessità e di obbligo nei confronti della procreazione rispetto a rapporti in cui la procreazione è una scelta. Con il nostro video, invece, vogliamo dimostrare che nelle unioni omossessuali c’è un amore ricco di poesia, al di là di quello che il mondo omofobo può pensare».

    Dietro la regia di Serena Gargani, dalle mani e dal pennello dell’artista e calligrafa Francesca Biasetton i versi in lingua originale di Sandro Penna, Vita Sackville-West, Federico García Lorca e Paul Verlaine passano alla schiena della filosofa. In “Questo è amore – This is love”, come è stata intitolata la clip, non c’è nulla di perverso, di lascivo, di violento: non c’è neppure l’omofobo che picchia in modo metaforico l’omossessuale benché l’immagine della schiena possa richiamare facilmente la coltellata alle spalle che chi non vede riconosciuto il proprio diritto ad amare riceve ogni giorno.

    «In Italia – prosegue la docente – questi diritti non esistono e le persone omossessuali ne subiscono le maggiori conseguenze. È sempre più necessario porre un forte accento su questo tema perché stiamo retrocedendo rispetto al nostro senso di democrazia, civiltà e umanità; non garantendo alcun diritto agli amori omosessuali, diventiamo ogni giorno sempre più omofobici. Dobbiamo, invece, procedere con un’efficace decostruzione dello stereotipo dell’eterosessualità, i cui affetti non sono esenti da violenze e infelicità. La distinzione terminologica tra eterosessualità e omosessualità è una questione ottocentesca ma la storia ci ha insegnato che anche gli eterosessuali sono stati discriminati: eppure, non si capisce come mai gli omofobici continuino a essere così disumani nei confronti degli omosessuali».

    Una fondamentale chiave di volta è rappresentata dalla questione giuridica. Secondo Vassallo, infatti, il riconoscimento formale dei diritti e dei doveri dell’amore e degli affetti omossessuali comporterebbe anche una diminuzione degli attacchi degli omofobici «perché, in quanto persone malate, in questa nuova situazione gli omofobici si sentirebbero delegittimati nei loro attacchi».

    In questa direzione, Genova sta cercando di compiere passi importanti con l’approvazione del Registro delle Unioni Civili, promossa con forza dalla giunta Doria: «Ammiro la decisione del sindaco – sottolinea la filosofa – perché dietro a questa scelta ci sono profonde convinzioni di quale sia il vero senso della democrazia: è una mossa coerente con quanto sta avvenendo in Europa, non solo attraverso le unioni civili ma anche con i matrimoni omosessuali».

    Simone D’Ambrosio 

     

    Ecco le quattro citazioni che compaiono nel video:

    “Fuggono i giorni lieti. Lieti di bella età. Non fuggono i divieti. Alla felicità” (Sandro Penna).

    “It’s incredible how essential to me you have become” (Vita Sackville-West a Virginia Woolf)

    È incredibile quanto tu sia diventata essenziale per me.

    “Así mi corazon de noche y día, preso en la cárcel del amor oscura, llora sin verte su melancolía” (Federico García Lorca)

    Così il mio cuore notte e giorno chiuso nel tetro carcere d’amore piange, senza vederti, di malinconia.

    “Sont des amours aussi, tendres et furieuses” (Paul Verlaine)

    Sono anch’esse amori, teneri e furiosi.

     

     

  • Università online: lezioni gratuite sui siti e sui canali youtube

    Università online: lezioni gratuite sui siti e sui canali youtube

    harvardKhan Academy ha fatto diventare l’apprendimento online un fenomeno di massa. Come prevedibile questo ha fatto sì che si moltiplicassero siti e canali Youtube che offrono lezioni gratuite sugli argomenti più disparati. Quello che invece è sorprendente è il fatto che sempre più università stiano puntando sull’apprendimento online rendendo disponibili i propri corsi gratuitamente (i cosiddetti MOOC: massive open online course).

    Non stiamo parlando di piccole atenei di provincia, ma di università come Harvard, Yale, Stanford, MIT e di tutti i più prestigiosi college americani. In qualche modo è ora possibile fruire di ciò che, fino a pochi anni fa, era accessibile solo a chi poteva permettersi di pagare rette da decine di migliaia di dollari l’anno. Orientarsi in questo mondo non è però facile, così, per chi tra voi ha voglia di mettersi (o rimettersi) a studiare, questo è quanto di meglio possiate trovare in rete:

    • Udacity è un’organizzazione fondata da  Sebastian Thrun, fondatore del laboratorio Google X dove il colosso di Mountain View sviluppa i propri progetti futuristici. Questo progetto è l’evoluzione dell’idea di fornire gratuitamente le lezioni di alcuni corsi dell’università di Stanford. I corsi proposti riguardano esclusivamente materie scientifiche e alle lezioni vengono alternati esercizi che permettono di verificare il grado di preparazione raggiunto. Ogni corso può essere seguito al ritmo che si preferisce e, una volta concluso, viene rilasciato gratuitamente un certificato che attesta il livello raggiunto. Questo certificato non può essere utilizzato per ottenere crediti formativi che possono però essere acquisiti (solo per alcuni corsi) sostenendo un ulteriore esame a pagamento.
    • Coursera è una compagnia fondata da alcuni professori dell’università di Stanford che offre la possibilità ad altri atenei di condividere i propri corsi online. I corsi offerti riguardano gli ambiti più disparati e coinvolgono numerose università, tra cui l’università “La Sapienza” di Roma. A differenza di Udacity i corsi possono essere frequentati in determinati periodi dell’anno in quanto è prevista un’interazione tra gli studenti e l’insegnante e sono inoltre assegnati dei compiti settimanali. Anche in questo caso è prevista la possibilità di ottenere crediti sostenendo un esame a pagamento.
    • edX è una società senza scopo di lucro fondata dall’università di Harvard e dal Massachusetts Institute of Technology che offre corsi di alcune delle più prestigiose università americane. Sostanzialmente il servizio offerto è lo stesso di Coursera, anche se il numero di corsi offerti è molto più limitato.
    • MIT OpenCourseWare è un’iniziativa del Massachusetts Institute of Technology che ha avuto inizio nel 2002 e che permette di accedere a più di 2000 corsi che trattano praticamente tutto lo scibile umano. L’unica nota dolente è che non per tutti i corsi sono disponibili i video delle lezioni. Visto l’enorme quantità di materiale è necessario armarsi di pazienza per trovare il corso che fa per noi. La qualità del materiale didattico compensa pienamente lo sforzo profuso.

    Un tempo le università erano molto gelose dei propri contenuti e ritenevano che condividere i propri corsi sul web fosse inutile o addirittura, nel caso peggiore, avrebbe potuto compromettere l’immagine della scuola. Oggi invece aprire i propri corsi al web è un’opportunità per mostrare quanto la propria università sia avanzata e, di conseguenza, raccogliere più finanziamenti. Oltre a ciò organizzazioni come Udacity stanno pensando di offrire un servizio che permette di mettere in contatto le aziende con gli studenti più meritevoli che seguono i corsi online. Sicuramente si troveranno altri modi per rendere profittevole l’apprendimento online, quello che è certo è che l’effetto collaterale sarà quello di avere sempre più contenuti liberamente consultabili. Per una volta la concorrenza sta funzionando veramente per rendere migliore la vita di tutti noi.

     

    Giorgio Avanzino

  • Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    genova-darsena-d1Recentemente sono stati pubblicati sul sito Focus Studi della Camera di Commercio di Genova, alcuni dati relativi a fallimenti, cessazioni e creazione di nuove imprese per l’anno 2012, da cui emergono innanzitutto gli effetti negativi della crisi economica. Nell’anno appena concluso vi è stato un incremento dei fallimenti rispetto al 2011 per un totale di 159 imprese fallite, 10 in più rispetto al 2011, 80 in più rispetto al 2008. In totale le cessazioni sono state 5102, mentre le iscrizioni di nuove attività imprenditoriali sono state leggermente superiori  (5412).

    Cessazioni e Iscrizioni imprese Genova e Provincia 2012

    Ma se si considerano solo le imprese giovani, quelle “la cui partecipazione del controllo e della proprietà è detenuta in prevalenza da persone di età inferiore ai 35 anni”, si osserva che le nuove iscrizioni sono 1664, mentre le cessazioni sono state 711. Confrontando questo dato con quello relativo alle imprese genovesi nel loro complesso, sembra evidenziarsi un quadro leggermente più roseo per l’imprenditoria giovanile, che mostra un tasso di sopravvivenza più alto.

     

     

    MASTERS E IMPRENDITORIA GIOVANILE A GENOVA

    L’Italia non è un paese per giovani, Genova tantomeno, ma forse si sta attrezzando per diventarlo incentivando lo spirito imprenditoriale dei suoi ragazzi. Proprio in questi giorni si è concluso il primo Master in Management e Imprenditorialità organizzato dalle Facoltà di Economia e di Ingegneria di Genova con la Collaborazione di Confindustria. Durante questo corso, durato un anno, sono state elaborate otto idee imprenditoriali con il sostegno dei docenti e dei giovani imprenditori. Alcune di queste si trasformeranno in vere start up.

    Prossimamente è previsto anche l’avvio di un nuovo Master in Trasferimento Tecnologico, orientato a creare nuove imprese e spin off universitari nel mondo dell’High Tech, un settore che sta diventando sempre più strategico per Genova, che vanta già la presenza sul suo territorio dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) e in cui sta sorgendo il grande polo tecnologico degli Erzelli.

    Ma quale contributo possono dare questi master al fine di sostenere l’imprenditorialità giovanile a Genova?

    Secondo la Prof.ssa Paola Dameri, Presidente del Master e assessore comunale alle Politiche Sociali i due corsi rispondono a due esigenze diverse, il primo «vuole creare un sentiment, ovvero una propensione all’imprenditorialità; creare la consapevolezza che in Italia si può creare impresa», il secondo vuole «colmare la difficoltà nel trasformare la ricerca universitaria in un’attività produttiva».
    «Normalmente osserva la docente di Economia le nuove imprese sono fatte da figli di imprenditori o soggetti che hanno una tradizione imprenditoriale in famiglia. La propensione alla creazione di impresa in Italia è molto bassa in parte per la cultura classica del posto fisso e  in parte per la difficoltà ad ottenere credito».

    E cosa potrebbe fare – o sta già facendo – il Comune di Genova per favorire concretamente la possibilità dei giovani under 35 di presentarsi nel mondo del lavoro come imprenditori?

    La proposta della professoressa è legata proprio all’assessorato che dirige e prevede la creazione di incubatori d’impresa per attività che forniscano servizi alla persona: «Da un lato si crea uno strumento che prospetta per le persone che hanno perso il lavoro e per i giovani la possibilità di lavorare in proprio in un ambiente protetto, dall’altro lato si andrebbe a coprire una parte di mercato sostanzialmente scoperta consentendo di offrire servizi alla persona a prezzi calmierati per quella fetta di persone che non può pagare prezzi di mercato e non è nella condizione di poter fruire di servizi gratuiti».

    È sicuramente presto per verificare i risultati di queste iniziative, anche perché hanno l’arduo compito di cambiare la stessa cultura imprenditoriale e del lavoro che esiste in Italia. Di certo però non si potrà pretendere che bastino solo degli interventi orientati alla formazione di futuri imprenditori  per risolvere i problemi dell’imprenditoria italiana senza un adeguato intervento sul contesto circostante. Per esempio, la stessa propensione al rischio che si chiede ai giovani italiani dovrà essere richiesta anche alle banche di questo paese, che dovranno agevolare, più di quanto non accada oggi, l’accesso al credito di coloro che decideranno di mettersi in gioco creando nuova impresa.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Quadro di Mariagiovanna FigoliMariagiovanna Figoli, originaria di Vernazza, vive a Genova dove ha lavorato tutta la vita: architetto, ha insegnato per decenni presso la facoltà di architettura della nostra città. Nell’ambito del suo ruolo di docente, ha improntato la sua ricerca, e di rimando anche l’attività didattica, a un principio per lei fondamentale: la comprensione dello sviluppo urbano in rapporto alla morfologia del territorio e al rispetto del carattere dei luoghi. Terminata l’attività lavorativa ha continuato la medesima ricerca declinandola in modo del tutto nuovo: attraverso l’arte. Dipingendo l’architettura che tanto ama, cercando di raccontare il nostro tessuto urbano attraverso le immagini.

     

     

    Lei è architetto. Come è giunta a fare pittura?

    «La mia storia comincia da lontano: io sono stata un’allieva del liceo artistico genovese, quando c’erano Verzetti, Scanavino, Bassano, Bertagnin, Fieschi… artisti estremamente importanti, credo che la mia generazione sia stata molto fortunata ad incontrarli. Per me è stato un inizio appassionante, ho scoperto il mondo della pittura imparando a guardare “dentro” i quadri. La mia volontà poi di fare architettura mi ha portata ad abbandonare questo ambito, anche se solo in parte: ho dovuto frequentare la facoltà di architettura al Politecnico di Milano perché a Genova ancora non c’era, e i costi erano sostenuti. Io sono originaria di Vernazza, e d’estate stavo là: dipingevo e vendevo quadri coi cui proventi riuscivo a pagare le tasse universitarie. Terminata l’università feci per un periodo l’architetto presso diversi studi, ma capii che la professione era un po’ difficile per me, perché non ero capace di farmi pagare dai clienti! Poi ci fu un incontro casuale con un professore presso lo studio dove lavoravo allora. Mi vide lavorare e notò che ero molto brava nel disegno; sotto suo suggerimento iniziai ad avvicinarmi alla carriera universitaria, facendo l’assistente nei corsi di disegno dal vero e progettazione, fino all’incarico ufficiale di docente di progettazione architettonica, ruolo che ho ricoperto fino a che sono venuta via dall’università, avendo raggiunto i 40 anni di anzianità di servizio».

    Quadro di Mariagiovanna Figoli«Facendo progettazione io ho sempre dedicato particolare attenzione alla città, alla sua forma e sviluppo in rapporto alle vicende storiche, questo è sempre stato un mio interesse: pensavo che gli studenti non potessero progettare alcuna cosa senza prima conoscere la storia e l’evoluzione architettonica del luogo oggetto di studio, nello specifico Genova, non ignorando ovviamente anche tutto ciò che accadeva nel resto del mondo a livello di progettazione, ma imparando a inserirsi in un contesto precostituito e di valore com’è il tessuto architettonico genovese. Ho sempre perseguito questo obiettivo, con fatica anche, perché insegnare progettazione non è una passeggiata. Terminato il lavoro come docente, mi sono trovata a dover decidere cosa volevo fare, non potevo stare senza far nulla. Ma anche lì, le cose sono accadute per caso: non avevo mai pensato di mettermi a dipingere, e non considero nemmeno pittura quello che faccio, lo vedo piuttosto come un proseguimento della mia ricerca sulla città e sulle sue architetture, solo fatta in modo un po’ diverso; l’incontro casuale con un’amica che ha sempre dipinto mi ha messo in testa l’idea e ho cominciato a fare qualcosa. A me i primi risultati non piacevano molto, agli amici sì; un giorno incontro Raimondo Sirotti e gli chiedo di dare un’occhiata a questi lavori, chiedendogli di essere assolutamente sincero. Con mia grande meraviglia mi dice che nelle mie immagini c’è “una grande forza”, e un modo di comporre che non usa nessuno. Decide di organizzarmi una mostra: cosa lontanissima da me, io avevo cominciato con l’idea di regalarne e al limite vendere qualche quadro ad amici e conoscenti! Così mi sono ritrovata a fare la mia prima mostra personale nel gennaio del 2009 presso la Fondazione Garaventa».

    Come incide il suo essere architetto sulla visione che ha delle cose e sul suo approccio all’arte?

    «Moltissimo, non lo posso ignorare. Saper leggere, capire l’architettura, vederne le contraddizioni e gli aspetti positivi è il tema, il mio tema. Però non sono una paesaggista: il paesaggio è una visione estatica di una certa particolarità panoramica, con l’intento di fermarne un certo momento, con quei certi colori… la mia è una cosa diversa, io studio l’architettura da dentro, ne studio il rapporto con il territorio. Ci vogliono anni di studio, e il pittore che dipinge il paesaggio non ha questo retroterra, non gli è indispensabile, nessuno glielo chiede. Per me che nasco come architetto, che sono un architetto che dipinge, è importante far vedere interno ed esterno di un edificio: è un’immagine abbastanza normale pensandoci, un’immagine che tutti abbiamo. Faccio un esempio semplice, riferendomi alla mostra che ho fatto di recente sui teatri genovesi: io del Carlo Felice conosco un prima e un dopo, una distruzione e una ricostruzione, una collocazione che è Piazza De Ferrari, un percorso per arrivarci che mi fa passare per certe vie… quello che cerco di fare è condensare in un’immagine tutto ciò che so del soggetto».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuindi è presente anche l’elemento temporale…

    «Sì. Di fatto, la mia pittura è un racconto. Credo che molti pittori lo facciano, ognuno con un linguaggio diverso. Questo è ciò che io voglio fare».

    La leggerezza dell’acquerello e delle svelte linee di contorno, i piani sovrapposti su cui si affastellano scorci di luoghi ed edifici. Può spiegare queste scelte stilistiche?

    «L’immagine che noi abbiamo delle cose non è puramente estetizzante, l’estetica è composta da cose vere, da strutture, materiali, emozioni… esce fuori quello che uno pensa di quell’oggetto, e quell’oggetto è necessariamente percepito in tanti momenti diversi. Certo poi interviene la composizione che deve essere equilibrata. Uso acquerello e tempera perché sono trasparenti, e la trasparenza mi permette di realizzare tutto ciò che ho detto, con l’olio non potrei. Qualcuno mi fa notare che il disegno nei miei quadri mantiene una certa prepotenza, forse è vero… io cerco di cancellarlo, però fa parte di me. Io alle medie non facevo economia domestica, disegnavo! Mi avevano dato da decorare una lampada per il preside… Il disegno è stato davvero il leit motiv di tutta una vita. Infatti quando si è imposto il computer ho avuto grossi problemi! Coi miei studenti del primo anno mi sono rifiutata di lasciare che iniziassero a disegnare col computer. Si inizia a mano, è importante, poi di certo si usa il computer, ma dopo: è come voler guidare l’auto senza aver prima imparato a camminare. Il disegno è un linguaggio, e come tale sta alla base della comprensione delle cose. Disegnare non è un dono di natura, si impara, e a qualunque età tra l’altro».

    Un tipo diverso di scrittura insomma…

    «Ma esatto! Tutti scriviamo, mica scriviamo tutti quanti dei romanzi o siamo tutti poeti, né entriamo a far parte della storia della letteratura. Scriviamo perché abbiamo bisogno di comunicare».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuanto influisce il fatto di essere ligure nella percezione degli spazi urbani e non?

    «È un discorso molto complesso. Essere ligure non è così importante secondo me, ma l’ho capito dopo. Genova ha un certo impianto e si è evoluta in relazione al territorio; ho cominciato a fare confronti tra Genova e il resto della Liguria, e ho trovato che esiste un comun denominatore, uno standard: gli antichi erano estremamente seriali e organizzati, con una capacità di legarsi al territorio e usarne i materiali. Partendo da questo ho potuto fare confronti con altri territori e altre realtà, come Venezia o Roma, ed è stato allora che ho capito che sono ligure perché riesco a capire come la Liguria sia stata costruita, e quando l’ho capito è stata una scoperta affascinante.
    La storia dell’architettura non è fatta dai monumenti, che sono come dei vestiti firmati, degli standard, che arrivano uguali per tutti, in un certo periodo, con un certo stile, e sono la chiesa, il palazzo, il castello. La vera storia è nelle case… l’abitare segue l’evoluzione culturale dell’uomo, è testimonianza dei bisogni di quel momento, ma anche del governo e dell’economia del territorio del tale periodo. E allora in un territorio delicato come quello ligure – e che è delicato ce ne accorgiamo solo in occasione dei disastri – perché non guardiamo come hanno costruito le case prima? Che sono sempre lì? Mentre quelli che vengono giù sono gli interventi dagli anni trenta in poi? Non abbiamo alcuna capacità di leggere criticamente: è per questo che sono molto preoccupata per le scuole d’architettura, perché non insegnano più queste cose».

    Cosa crede sia importante trasmettere in quest’ottica agli studenti?

    «Ho sempre chiesto loro che prima di fare qualunque traccia su un foglio bianco sapessero che non abbiamo bisogno di inventare niente. Nella storia, nessun artista e tantomeno nessun architetto ha inventato nulla: ha semplicemente trasformato le cose con i bisogni, che spingono a risolvere i problemi che pongono. I territori non sono tutti uguali, hanno strutture adatte a una cosa piuttosto che un’altra, possibilità e limiti. Bisogna porre attenzione a ciò che hanno fatto le comunità quando si sono insediate in un luogo. I Romani assecondavano il territorio. Ora, con tutti gli strumenti che abbiamo, è possibile che non riusciamo a capire nulla? Che per fare delle case in collina anziché adattarsi all’andamento naturale si debba sbancare l’intera collina per poi fare la casa come si farebbe in pianura? Ma perché? Non si può fare quello che si vuole, in architettura dovrebbe essere proprio proibito, e il primo obbligo, che è ciò che deve insegnare chi insegna urbanistica, è proprio questo: rispettare il territorio. Non possiamo continuare a cementificare tutto. E ci sono tante di quelle case sfitte e inabitate. Si arriva al paradosso, che mi provoca un vero dolore, in cui i discorsi sul recupero e sulle possibili soluzioni non li fanno gli architetti, ma altri. Almeno gli architetti dovrebbero ascoltare e saper interpretare le nuove necessità».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliLei è stata anche assessore provinciale, quindi direttamente a contatto coi problemi e le specificità del nostro territorio…

    «La mia esperienza di politica attiva risale ai primi anni novanta. Ambiente e territorio erano le mie competenze, ambiti che erano appena “esplosi”, proprio nell’ ’88-’89 erano uscite le prime importanti leggi territoriali. La mia formazione culturale mi ha aiutata molto su come intervenire. Era importante organizzare il territorio, vederne le priorità; come assessore all’ambiente era chiaro che mi occupassi dei problemi idrici! Mettevo intorno al tavolo i sindaci di una vallata per cercare di risolvere e organizzare a livello collettivo, non potevo certo risolvere un problema per un comune sì e un altro no. Devo dire che nonostante le difficoltà iniziali poi questo approccio lo capivano, e si riusciva a collaborare. Io non ero portata a distribuire un po’ di finanziamenti a tanti comuni per non risolvere nulla in generale: era indispensabile organizzare; approvvigionamento e smaltimento delle acque era uno dei temi principali per me visto il ruolo che ricoprivo. Ho fatto guerre tremende per far rispettare il programma elettorale, perché si dicevano delle cose ma poi i fatti erano altri. Certo che i comuni preferiscono spendere per fare le sagre, ma esistono delle priorità, le responsabilità a riguardo sono troppo importanti, e se le cose non vengono fatte bisogna renderne conto. Infatti sono uscita perché ho capito che o si ha un gruppo con cui si riesce ad andare avanti, o da soli non si riesce a fare niente. Questa però è una grossa sconfitta per la politica, che rinuncia al proprio ruolo».

    Tornando alla sua attività artistica. Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?

    «Il soggetto fondamentale è la città, Genova ma non solo. All’interno di essa, gli spunti sono infiniti. Ho trovato bello individuare dei temi, come ho già fatto: il ponente, i teatri… la mia prossima mostra avrà come tema le ville. E la città ne suggerisce tanti altri, vie storiche, chiese… il mio cuore è sempre sulle strade comunque, e vicino a tutto ciò che su di esse si affaccia. La chiave di lettura è usare un linguaggio originale. Fare la prima mostra è stato come spogliarsi, perché nei tratti del dipinto esce fuori la persona, malgrado tutto».

     

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]