Tag: lavoro

  • Precariato, Vigili del fuoco: ad un anno di distanza nulla è cambiato

    Precariato, Vigili del fuoco: ad un anno di distanza nulla è cambiato

    Mercoledì scorso a Genova, in occasione dello sciopero organizzato dalla Confederazione europea dei sindacati, sono scesi in piazza anche i vigili del fuoco per protestare contro i tagli del ministero degli Interni e contro la riforma pensionistica del ministro Fornero.

    Nel capoluogo ligure, come in altre città, hanno partecipato al corteo anche i vigili del fuoco discontinui che, solo a Genova, sono alcune centinaia. Moltissimi ma purtroppo ancora quasi invisibili. Indispensabili, perché senza di loro molti comandi non potrebbero restare neppure aperti. La situazione dei discontinui è resa ogni giorno più grave a causa dei continui tagli ministeriali e dalla completa mancanza di rispetto nei tempi di pagamento dei loro stipendi.

    «Circa 30 mila vigili del fuoco discontinui sono chiamati in Italia a sopperire alle ormai croniche mancanze di organico dei diversi comandi dislocati in tutta la penisola – spiega Maruska Piredda, consigliere regionale Idv e presidente dell’Alvip (Associazione lavoratori vittime del precariato) – svolgendo non un ruolo di ausilio nelle gravi emergenze, come invece dovrebbe essere, ma di completamento degli organici dei colleghi stabilizzati».

    «Sono precari “sui generis” – spiega Luca Infantino, responsabile Cgil vigili del fuoco – Parliamo di lavoratori senza nessun tipo di contratto, neppure a termine».
    Il loro unico contratto è infatti rappresentato dalla telefonata che ricevono dall’ufficio personale quando vengono chiamati in servizio. Non esiste una normale struttura contrattuale – come siamo abituati a conoscere – bensì solo dei regolamenti che sanciscono i compiti e i doveri dei lavoratori. I diritti infatti si contano sulle dita di una mano.
    L’assicurazione – per quanto riguarda molteplici aspetti – non tutela i pompieri discontinui in maniera paritaria rispetto ai loro colleghi stabili. E anche per quanto riguarda la salute, le carenze sono notevoli.

    «Lo scorso 29 dicembre, insieme al presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, abbiamo portato all’attenzione del ministro degli Interni Cancellieri l’annoso problema dei vigili precari – sottolinea Piredda – All’incontro hanno partecipato anche i rappresentanti delle associazioni dei discontinui. Purtroppo, a quasi un anno di distanza, non abbiamo visto un seguito significativo nelle sedi istituzionali competenti».

    Al contrario, con l’aumento dell’età pensionabile introdotta dalla riforma Fornero «Sempre più vigili del fuoco stabilizzati sono costretti a rimanere operativi, anche oltre la soglia dei sessant’anni, perché non è prevista la loro sostituzione con colleghi più giovani – continua il consigliere Idv – Gli stessi vigili stabilizzati chiedono a gran voce che, almeno parte dei colleghi discontinui, vengano assunti in pianta stabile nell’organico del corpo».

    Ma dal ministero degli Interni, ancora non è arrivata nessuna risposta.

    Da anni la musica non cambia «E oggi anche molti discontinui iniziano ad avere i capelli bianchi, continuano a percepire lo stipendio con ritardi che superano i tre mesi, a lavorare nella più assoluta precarietà e con dispositivi di protezione individuale insufficienti o logori – conclude Piredda – Tutto questo accade nella più assoluta indifferenza del governo e dei partiti che lo sostengono».

     

    Matteo Quadrone

  • Flessibilità dell’orario di lavoro: dal part-time all’aspettativa

    Flessibilità dell’orario di lavoro: dal part-time all’aspettativa

    Come ho descritto nel precedente articolo, il mercato del lavoro italiano, confrontato con la maggior parte dei paesi europei, risulta essere caratterizzato da una bassa flessibilità e da una grande disparità tra lavoratori precari e lavoratori a tempo indeterminato. E per quanto riguarda la flessibilità dell’orario di lavoro, in che situazione si trova il nostro paese?

    Il miglioramento della flessibilità dell’orario di lavoro è considerato dall’Unione europea come uno degli elementi chiave per ottenere gli obiettivi della strategia di Lisbona attraverso la quale si vuol rendere l’Unione “la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza del mondo”. Ogni quattro anni la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro conduce un’indagine sulle imprese europee relativa all’orario di lavoro e all’equilibrio tra professione e vita privata. Vengono prese in considerazione diverse tipologie di flessibilità: orario flessibile, part-time e lavoro straordinario.

    1. ORARIO FLESSIBILE

    L’orario flessibile, nella sua forma più semplice, permette ai lavoratori di variare l’inizio e la fine della giornata lavorativa secondo le proprie esigenze ma entro certi limiti e senza variare il numero totale giornaliero di ore lavorate. Un meccanismo più sofisticato, la cosiddetta “banca ore”, consente invece di accumulare ore che possono essere utilizzate per ottenere maggiore flessibilità giornaliera o per godere di periodi di riposo retribuito aggiuntivi rispetto alle ferie. Dall’indagine emerge che più della metà (56%) delle aziende europee con più di 10 dipendenti attua qualche tipo di accordo sull’orario flessibile. Alcune aziende utilizzano il meccanismo della “banca ore” per ottenere interi giorni di riposo supplementari, altre utilizzano lo stesso meccanismo ma solo per ottenere ore di permesso supplementari e altre ancora consentono ai lavoratori di variare l’orario di lavoro giornaliero ma senza la possibilità di accumulare ore. Il nostro paese si trova poco sotto la media europea con una percentuale del 49% ma purtroppo le modalità di flessibilità maggiormente utilizzate sono quella più rigide visto che solo il 15% delle aziende utilizza il meccanismo della “banca ore” per ottenere interi giorni di riposo supplementari contro una media europea del 29%. Siamo al pari della Lituania e peggio di noi fanno solo Malta, Cipro e Bulgaria e siamo ben lontani dalla Finlandia dove addirittura il 66% delle aziende utilizza questo meccanismo.

    2. PART-TIME

    Un’altra forma di flessibilità è il lavoro part-time che viene utilizzato dal 67% delle aziende europee. Questa tipologia di lavoro è particolarmente diffusa in Olanda (91% delle aziende), ma anche in Belgio, Germania, Svezia e Regno Unito (circa 80% delle aziende) e, in metà della aziende nelle quali è applicato, coinvolge più del 20% del personale. Il nostro paese è in media con il resto dell’Unione relativamente alla percentuale di aziende che prevedono il lavoro a tempo parziale, ma, laddove applicato, coinvolge una percentuale esigua di lavoratori.

    3. LAVORO STRAORDINARIO

    Infine, per quanto riguarda il lavoro straordinario, in media nei paesi dell’Unione europea il 35% delle aziende compensa le ore di straordinario economicamente, il 23% le compensa con ore di permesso supplementare, il 37% attua entrambe le forme di compensazione e il 4% nessuna. Nel nostro paese la forma di compensazione maggiormente utilizzata è quella economica (67%), ennesimo dato che conferma la rigidità dell’orario di lavoro nelle nostra aziende.

    Un’ulteriore forma di flessibilità, anche se decisamente più “estrema” rispetto alle precedenti, è rappresentata dall’aspettativa. In Italia vi sono notevoli differenze nella regolamentazione di questo strumento di flessibilità in quanto essa dipende dai contratti collettivi nazionali. Ad esempio per i lavoratori metalmeccanici sono necessari dieci anni di anzianità aziendale per poter richiedere al massimo sei mesi di aspettativa. In questo caso l’Italia è indietro anni luce rispetto ai paesi europei più avanzati: in Finlandia è possibile farne richiesta una volta ogni 5 anni se si lavora da almeno 10 anni e si è lavorato per almeno tredici mesi per lo stesso datore di lavoro, mentre in Francia sono sufficienti 6 anni di carriera lavorativa e 36 mesi di anzianità aziendale.

    Insomma, più flessibilità e meno precarietà. Non è un caso che i paesi che stanno soffrendo meno la crisi siano quelli che meglio hanno interpretato le linee guida della strategia di Lisbona… Passi significativi in questa direzione porterebbero in Italia non solo una migliore qualità della vita per i lavoratori, ma anche benefici alle aziende.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Museo Galata: Liguria terra di santi, naviganti e cassintegrati

    Museo Galata: Liguria terra di santi, naviganti e cassintegrati

    Un saldatore a lavoro, di Roberto Manzoli“Liguria terra di santi, naviganti e cassintegrati”, questo il titolo volutamente provocatorio per un incontro che mette al centro le problematiche del lavoro, in programma venerdì 16 novembre dalle ore 16 alle 18, presso l’auditorium del Galata Museo del Mare, organizzato dal movimento Fratelli e Fratellastri che chiama a raccolta i lavoratori delle aziende liguri direttamente coinvolti dalla crisi, rappresentanti istituzionali e politici, con l’obiettivo di creare una nuova via di cooperazione.

    «Siamo al termine di un anno di transizione, iniziato all’insegna dell’austerity imposta dalla profonda crisi economica che ha investito tutta la società occidentale – scrive il movimento in una nota – Non è stata risparmiata la nostra comunità che ha visto drammaticamente aumentare il tasso di disoccupazione ed indigenza. Siamo continuamente investiti da notizie sconfortanti sulla tenuta della nostra economia, costretta spesso a rispondere a leggi di mercato imposte da lobbies di potere. Le nostre imprese, sia piccole che medio-grandi, sono costrette a fronteggiare questa crisi sacrificando i lavoratori oppure costringendoli a immensi sacrifici».

    «Il titolo vuol mettere in evidenza un problema sempre più grave – spiega Stefano Ajduk di Fratelli e Fratellastri – I dati Istat per la Liguria parlano di una crescita della cassa integrazione ordinaria e straordinaria».
    La cassa integrazione è uno strumento che viene richiesto dall’azienda «Ma quello che dovrebbe essere un ammortizzatore sociale, in attesa del rilancio dell’attività lavorativa, spesso e volentieri diventa l’anticamera della chiusura dell’azienda – racconta Ajduk – senza offrire alcuna prospettiva futura ai lavoratori».
    Il problema riguarda grandi aziende ma pure aziende medio-piccole «È una catena di Sant’Antonio che coinvolge tutto il territorio», sottolinea l’esponente di Fratelli e Fratellastri.

    La crisi, in alcuni casi, è diventata la scusa per tagliare personale. Purtroppo sono tanti gli esempi «La multinazionale Ericsson dal 2005 ad oggi ha aperto diverse finestre di incentivo all’esodo – continua Ajduk – Gli occupati sono passati dai 1100 della vecchia “Marconi” agli attuali 700. Ed ora sono a rischio altri 94 posti di lavoro. Di questo passo l’azienda verrà svuotata di figure lavorative primarie».

    E poi c’è la questione della delocalizzazione, sempre più in voga quale risposta all’esigenza di risparmiare sulla forza lavoro. Emblematico è il caso della Lincoln Electric di Serra Riccò che ha deciso di spostare la produzione in Polonia .

    «Bisogna fare una riflessione concreta – afferma l’esponente di Fratelli e Fratellastri – Non esistono altri strumenti oltre la cassa integrazione? Forse c’è stato un abuso nell’utilizzo degli ammortizzatori sociali. In molti casi vengono richiesti semplicemente per risparmiare, magari perché diminuiscono le commesse. Ad esempio la società Call&Call, con sede a Cornigliano, legata al network di call center che svolgono attività di assistenza e vendita in outsourcing: solo a Genova ci sono 78 persone in cassa fino a dicembre. Ma una volta esaurite le risorse economiche i lavoratori andranno in disoccupazione e per loro sarà difficile trovare una ricollocazione sul mercato del lavoro».

    Di tutti questi temi si parlerà venerdì 16 novembre dalle ore 16 alle 18 presso il Galata Museo del Mare.

    I relatori inviatati a intervenire sono:
    -­‐ Stefano Ajduk (movimento Fratelli e Fratellastri)
    -­‐ Angela Burlando (membro Partito Socialista Italiano)
    -­‐ Paolo Putti (consigliere comunale Movimento 5 Stelle
    -­‐ Lavoratori delle aziende liguri in difficoltà

    Il dibattito sarà moderato da Scandar Ayed membro Fratelli e Fratellastri

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Serafina addio: chiude la bottega storica di Canneto il Curto

    Serafina addio: chiude la bottega storica di Canneto il Curto

    Tra i vari odori che escono da botteghe e negozi lungo i vicoli adiacenti Via San Lorenzo e, mescolandosi l’uno con l’altro, salgono per le vie stuzzicando le narici e l’appetito dei passanti, verrà presto a mancare il buon profumo di conserve, sughi e sottoli della storica bottega di gastronomia di Via Canneto il Curto “Serafina”.

    È infatti questione di giorni la chiusura definitiva, dopo quasi quattro decenni di attività e di presenza nel tessuto commerciale dei caruggi: causa, come facilmente intuibile, la crisi, che ha assottigliato sempre più clientela e introiti di “Serafina” fino a costringere la titolare, Concetta Barsamele, a prendere il mese scorso la decisione di chiudere. L’emporio, i cui prodotti sono tutti lavorati interamente a mano, è aperto dal 1977: la sua chiusura significa la perdita di un pezzo di storia e tradizione della città. Siamo andati a trovare Concetta nel suo negozio…

    Come si è arrivati all’agonia degli ultimi tempi?

    «Non c’è lavoro, di conseguenza la gente spende meno soldi. Di sicuro la situazione è stata resa anche più ostica da realtà grandi, come Eataly, che dirottano il flusso turistico. Il cliente storico invece, che ci conosce da sempre e sa come lavoriamo, continua a venire da noi, ma il reale problema di fondo è quello economico: Genova è in miseria, e l’acquisto presso il mio negozio, che non fornisce beni di primissima necessità, semplicemente è una delle prime voci a essere cancellate dalla lista».

    Mentre parlavamo con Concetta, alcune persone, residenti o negozianti, sono entrate per salutarla e hanno detto la loro prima di uscire. Ciò che traspare dalle loro parole è che nei dintorni molte altre piccole realtà commerciali si trovano in una condizione di crescente sofferenza e temono il peggioramento della situazione, quando non il fallimento.
    Secondo alcuni commercianti della zona, chiedere aiuto alle istituzioni non porta a nulla: «È inutile – dicono – siamo in tanti in questa situazione e non ci sono certo soldi da investire per aiutare noi, non ce ne sono per gli ospedali, figuriamoci se ce ne sono per noi».

    A questo proposito abbiamo interpellato l’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova, Francesco Oddone: «Siamo assolutamente consapevoli della situazione di difficoltà. Riguardo alle cosiddette botteghe storiche, che stanno a metà tra commercio e turismo e sono parte integrante della cultura enogastronomica, intendiamo creare un circolo virtuoso allargando la platea di questi negozi. Oggi sono soltanto una quindicina, ma potrebbero essere molti di più – ovviamente devono rispondere ai requisiti necessari per soddisfare la caratteristica di “bottega storica” – e si potrebbero creare veri e propri percorsi enogastronomici. Dal punto di vista prettamente economico, purtroppo la situazione è quella che è, di certo non ci sono soldi da mettere a disposizione per salvare il singolo esercizio commerciale, e non sarebbe nemmeno giusto, ma auspichiamo l’integrazione di tutti gli esercizi nei Civ di quartiere, che sono uno strumento molto utile e importante, in grado di trattenere clientela».

    Sulla concorrenza spietata di grandi nomi come Eataly, Oddone si esprime così: «È vero, simili realtà fanno una concorrenza troppo forte al piccolo negozio, ma non si tratta solo di Eataly, possiamo citarne altri come Fiumara. Abbiamo anche visto però che nel lungo periodo questi grossi contenitori impoveriscono in qualche modo il quartiere, negando il rapporto di fiducia e conoscenza venditore-cliente, e comunque sono oggettivamente non fruibili da un certo tipo di pubblico, perché, facciamo un esempio, l’anziano che fa fatica a muoversi non parte certo dal centro storico per andare fino a Fiumara, preferisce scendere sotto casa dove conosce tutti e ha tutto a portata di mano. Vogliamo che non si aprano altri centri commerciali ma si valorizzi il tessuto commerciale già presente nei quartieri».

    Serafina

     

     

     

     

     

     

     

    Per “Serafina” i problemi grossi sono cominciati due anni fa, quando l’attività ha smesso di fare ricavi e ha cominciato ad andare in perdita: «Mi sono detta di tenere duro, che l’anno dopo sarebbe andata meglio, invece quest’anno è andata anche peggio. Io non ho capitali da parte, e quello che avevo mi è servito in questi due anni: ecco che mi ritrovo costretta a chiudere». La decisione definitiva un mese fa: «È una scelta dolorosa, io qui ho investito tutta la mia vita». Concetta infatti lavora qui fin dal 1979, inizialmente accanto alla prima proprietaria Serafina (da cui il nome del negozio) e successivamente rilevandone l’attività ma mantenendo il nome, nonché la qualità dei prodotti. Negli anni infatti l’emporio è comparso su pubblicazioni nazionali e internazionali tra cui Gambero Rosso, edizioni Slow Food e varie guide gastronomiche e turistiche italiane, inglesi, francesi e tedesche. Quello di Concetta è un lavoro certosino, che richiede passione e grande capacità: «Io sono un’artigiana iscritta all’Albo e alla C.N.A.. Questo non è un mestiere che si impara in un attimo, per diventare davvero bravi ci vogliono anni».

    In questi anni ha fatto appello alla C.N.A. (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) e ottenuto un finanziamento tramite la Coarge (Cooperativa Artigiana di Garanzia della Provincia di Genova), ma non è bastato: «Io non polemizzo su questo, ma mi arrabbio perché sembra che nessuno capisca che realmente siamo in crisi. Non ti vengono incontro in alcun modo, ovvio che poi si finisca per chiudere: ti arriva da pagare l’Inps, l’Iva, e devi pagare tutto e subito, se ritardi scatta la mora o la sanzione; se io dichiaro di aver guadagnato meno di ventimila euro in un anno partono i controlli fiscali, che vengano, io non ho soldi nascosti né capitali all’estero, vivo di quello che guadagno qui dentro, e se qui dentro non sto guadagnando, non posso fare altro che chiudere».

    All’amarezza per l’esperienza personale si aggiunge il timore di un futuro grigio per i vicoli in cui i negozi dovessero chiudere uno dietro l’altro causa crisi: «Forse la zona di Canneto non è ancora degradata come altre, ma se continuiamo così tempo un anno e vedrete».

    Questo novembre il negozio compie 35 anni, ma invece di esserci una festa o una promozione speciale per i clienti, tutto quello che rimane sono gli scaffali mezzi vuoti e un’insegna scritta a mano che annuncia a tutti l’imminente chiusura. Così entro Natale un pezzo di storia di Genova se ne va per sempre.

     

    Claudia Baghino
    [Foto di Diego Arbore]

     

  • Fegino, Centrale del latte: quale destino per i lavoratori?

    Fegino, Centrale del latte: quale destino per i lavoratori?

    Ormai è trascorso più di un mese dall’ultimo giorno di produzione della Centrale del latte di Fegino, era il 5 ottobre scorso, quando dalla storico stabilimento uscì l’ultima bottiglia di latte genovese. Da allora, dopo mesi di mobilitazioni, assemblee, cortei e sincera solidarietà ai lavoratori espressa da tutta la cittadinanza, è calato il silenzio.

    Venerdì scorso i 63 dipendenti in cassa integrazione straordinaria si sono riuniti in assemblea e chiedono alle istituzioni di essere informati: vogliono sapere se esiste un’alternativa concreta, rispetto all’ipotesi prospettata a suo tempo da Parmalat-Lactalis, che consenta il riutilizzo delle aree e la ricollocazione di lavoratori.

    La proprietà, per il sito di Fegino, ha proposto di trasformarlo nell’ennesimo centro commerciale ma Regione Liguria e Comune di Genova – contrari a questa tipologia di insediamento nella zona – sono alla ricerca di una soluzione differente.

    «Secondo l’accordo raggiunto al Ministero del Lavoro con l’azienda, entro il 30 novembre i lavoratori devono fare domanda di ricollocazione: 20 nella struttura logistica (un magazzino di smistamento nel Mercato Ortofrutticolo di Genova-Bolzaneto che la società ha promesso di mantenere) e 6 in altri stabilimenti Parmalt-Lactalis presenti in Italia – spiega Michele D’Agostino, segretario della Uila-Uil Genova – Prima di quella data, però, vogliamo sapere se ci sono altre proposte per Fegino. Le istituzioni locali hanno bocciato l’ipotesi del centro commerciale. Adesso aspettiamo che presentino un progetto alternativo. Si sono presi tempo fino a metà novembre. Ci dicano se esiste un’altra soluzione. Se il sito di Fegino sarà destinato a qualche attività produttiva vogliamo essere coinvolti».
    Se da parte di comune e regione entro il 20 novembre non arriverà una nuova convocazione della proprietà e dei sindacati per discutere le prospettive future del sito, sono pronte a partire nuove iniziative di protesta.

     

    Matteo Quadrone

  • Flessibilità del mercato del lavoro: il confronto fra Europa e Italia

    Flessibilità del mercato del lavoro: il confronto fra Europa e Italia

    Offerta di lavoroVi ricordate quando, alcuni mesi fa, il presidente del consiglio Monti ha pronunciato la frase “Che monotonia un posto fisso per tutta la vita!”? A seguito di questa affermazione vi sono state aspre polemiche e purtroppo non si è colta l’occasione di approfondire un tema cruciale per il futuro di questo paese: la flessibilità del mercato del lavoro. Non c’è da stupirsi se molti, soprattutto tra i più giovani, si mettano sulla difensiva quando si parla di questo argomento. E ne hanno ben donde: quella che in Italia è stata spacciata per flessibilità altro non è che precarietà e la riforma del lavoro del ministro Fornero, che prometteva di mettere fine alle storture di questo sistema, si è rivelata essere il classico compromesso all’italiana. Ma è davvero possibile riformare il mercato del lavoro rendendolo più flessibile senza renderci tutti precari? È possibile colmare il gap che ci separa dai paesi più avanzati d’Europa?

    Innanzitutto vediamo che differenze ci sono tra noi e il resto d’Europa. L’ordinamento italiano, soprattutto prima della riforma Fornero, è basato sulla cosiddetta property rule, cioè si tende a salvaguardare l’inamovibilità del lavoratore dal proprio posto di lavoro. Negli altri paesi europei, soprattutto in quelli più avanzati come quelli scandinavi, l’ordinamento prevalente è quello basato sulla cosiddetta liability rule: si tende a proteggere la sicurezza economica e professionale di chi deve cercare una nuova occupazione, ma non la sua inamovibilità. In poche parole in Italia è molto difficile licenziare ma, una volta perso il lavoro, si è poco tutelati, mentre in altri paesi è più facile licenziare ma, una volta senza occupazione, si può contare su una vasta serie di tutele da parte dello Stato. Questo modello che coniuga flessibilità e tutele per il lavoratore è chiamato flexicurity ed il paese che meglio ha interpretato questo modello è la Danimarca.

    In Danimarca, a chi perde il lavoro, lo Stato eroga un sussidio di disoccupazione che può arrivare fino al 90% dell’ultimo salario ma fino a un tetto massimo di circa duemila euro. La durata di questo sussidio fino ad oggi è stata di quattro anni, ma dal 2013 sarà di non più di 24 mesi. Le politiche attive del lavoro, cioè quelle che nel nostro paese dovrebbero essere svolte dai centri per l’impiego, giocano in Danimarca un ruolo fondamentale. I “centri per l’impiego” danesi svolgono veramente il ruolo di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Questo obiettivo viene perseguito aiutando chi cerca di entrare (o rientrare) nel mondo del lavoro tramite politiche di orientamento e corsi di formazione continua che hanno lo scopo di rendere la propria figura più appetibile sul mercato del lavoro. Un cittadino danese, nel corso della propria vita lavorativa, può cambiare azienda o settore anche sette o otto volte e la cosa più importante è che non esistono lavoratori di serie A e di serie B. Tutti sono garantiti allo stesso modo. In Danimarca il posto fisso è veramente monotono ma solo perché si è sicuri che perso un lavoro se ne troverà un altro in breve tempo.

    Un sistema del genere può funzionare solo sulla base di un’ enorme fiducia reciproca tra le parti sociali, cosa che sicuramente manca nel nostro paese. Dare la possibilità di licenziare più facilmente, se non gestita correttamente, potrebbe portare a situazioni ricattatorie ancora peggiori di quelle vissute oggigiorno dai lavoratori precari. Questa fiducia si costruisce con il tempo, infatti il modello danese affonda le sue radici nel cosiddetto “accordo di Settembre” siglato dalle parti sociali addirittura nel 1899.

    Recuperare più cento anni di ritardo non è certo un’impresa facile ma c’è chi, nonostante questo, sta cercando di portare avanti queste idee: sia il “contratto unico” proposto dagli economisti Boeri e Garibaldi sia il disegno di legge presentato dal senatore Ichino sono valide proposte che però sono state ignorate dall’attuale governo.

    Il “contratto unico” prevede che tutti i contratti di nuova stipulazione siano a tempo indeterminato caratterizzati da una fase di inserimento e una di stabilità. Durante la fase di inserimento che dura fino a tre anni il licenziamento può avvenire solo dietro compensazione monetaria e alla fine di essa le tutele relative al licenziamento sono quelle dell’articolo 18 (pre-riforma Fornero). Il disegno di legge del senatore Ichino, ispirato alla flexicurity danese, prevede anch’esso che tutti i nuovi contratti siano a tempo indeterminato ma con la possibilità di licenziare il lavoratore per motivazioni economiche risarcendolo con un indennizzo. Il trattamento di disoccupazione ammonterebbe a al 90% dell’ultima retribuzione (con il tetto di 3000 euro al mese); l’80% il secondo anno e il 70% il terzo. Parte di quest’indennizzo sarebbe pagato dall’azienda che sarebbe perciò incentivata ad attivare delle politiche efficaci di ricollocamento per consentire al lavoratore di trovare una nuova occupazione il più presto possibile.

    Troppo poco è stato fatto da questo governo riguardo a questi temi e questo non fa altro che alimentare il pregiudizio di chi non vuole neanche sentire la parola “flessibilità”. Fino a che esisterà l’apartheid nel mondo del lavoro tra precari e lavoratori a tempo indeterminato sarebbe meglio fare più attenzione prima di definire “monotono” qualcosa che per molti è purtroppo solo un miraggio.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Incontro su lavoro, impresa e territorio: come uscire dalla crisi

    Incontro su lavoro, impresa e territorio: come uscire dalla crisi

    Un’occasione per comprendere in quali modi è possibile reagire alla crisi economica mettendo al centro la forza lavoro, valorizzando i lavoratori e recuperando, nello stesso tempo, le imprese che operano sul territorio.

    È questo il senso dell’appuntamento – organizzato dal Centro delle Culture di Genova – previsto domani, Mercoledì 7 novembre, a partire dalle ore 14, presso la Camera di Commercio di Genova in via Garibaldi 4, nel Salone del Bergamasco.

    “Recuperare impresa come recupero del territorio: la centralità della forza lavoro per uscire dalla crisi”, questo il titolo dell’incontro in cui verranno presentati il caso delle imprese recuperate dai lavoratori in Argentina e le esperienze di recupero sul territorio locale come strumento di reazione alla crisi, di valorizzazione del lavoratore e dei vincoli con il territorio.

    Interverranno ricercatori, operatori, rappresentanti di Legacoop, Cgil, Cisl, COSPE, Associazione Libera coordinamento ligure, via internet da Buenos Aires rappresentanti di due imprese recuperate e per i saluti il vicesindaco ed Assessore all’urbanistica, Stefano Bernini.

    Modera Deborah Lucchetti di Fair.

    Sarà anche allestita la mostra fotografica della ong COSPE con le foto di Andras Calamandrei sul fenomeno delle imprese recuperate argentine.

     

  • Green economy: centomila posti di lavoro nelle campagne italiane

    Green economy: centomila posti di lavoro nelle campagne italiane

    Centomila posti di lavoro per i prossimi 3 anni nelle campagne italiane dove – per la prima volta da dieci anni a questa parte – si è verificata un’importante inversione di tendenza e sono aumentate del 4,2% le imprese guidate da under 30 nel secondo trimestre del 2012.

    È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti che ha collaborato alla redazione del rapporto 2012 di Greenitaly, presentato della fondazione Symbola proprio in occasione della divulgazione dei dati Istat sulle “Prospettive per l’economia italiana nel 2012-2013” che danno in peggioramento i dati della disoccupazione. Secondo l’indagine Coldiretti/Swg «La metà dei giovani italiani tra i 18 ed i 34 anni, a differenza delle generazioni che li hanno preceduti, preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che fare l’impiegato in banca (23%) o anche lavorare in una multinazionale (19%). Venute meno le garanzie del posto fisso che caratterizzavano queste occupazioni, sono emerse tutte le criticità di lavori che in molti considerano ripetitivi e poco gratificanti rispetto al lavoro in campagna».

    «Sono numerosi gli esempi di idee innovative nate con la green economy – continua la nota della Coldiretti – come il “sommelier della frutta”, una nuova figura professionale nata grazie ad Onafrut della Coldiretti, la prima associazione nazionale assaggiatori della frutta. I “sommelier della frutta” si propongono di insegnare alle nuove generazioni e non a riconoscere varietà, grado di maturazione, sapore, colore, origine e profumo di mele, pere, pesche e anche dei piccoli frutti».

    Le nuove professioni vanno dall’agrigelataio all’affinatore di formaggi, dal birraio a chilometri zero allo stagionatore di miele, ecc. Un fenomeno che ha favorito importanti opportunità occupazionali «con migliaia di nuovi posti di lavoro nei punti di vendita diretta della rete di campagna amica della quale fanno parte 4.739 aziende agricole, 877 agriturismi, 1.105 mercati, 178 botteghe ai quali si aggiungono 131 ristoranti e 109 orti urbani, per un totale di quasi settemila punti vendita», conclude Coldiretti.

  • Immigrazione, sanatoria 2012: un altro flop, boom di colf e badanti

    Immigrazione, sanatoria 2012: un altro flop, boom di colf e badanti

    La sanatoria 2012, come pronosticato da più parti, si è rivelata un flop.
    La procedura di emersione dal lavoro “nero” per gli immigrati irregolarmente presenti nel nostro Paese, destinata in realtà a condonare i datori di lavoro disonesti e – solo quale effetto collaterale – a regolarizzare con la concessione del permesso di soggiorno i lavoratori stranieri (come aveva spiegato alla perfezione ad Era Superba l’avvocato Alessandra Ballerini), si è conclusa il 15 ottobre scorso, dopo una finestra di apertura durata appena 30 giorni.

    I dati finali parlano chiaro: sono 116 mila le domande pervenute allo Sportello Unico per l’Immigrazione, a fronte di alcune stime dei sindacati che parlavano di circa mezzo milione di lavoratori stranieri irregolari potenzialmente interessati.
    Dunque le cifre sono state molto più basse, evidentemente perchè in Italia si continua a puntare sull’illegalità e le sanzioni non sembrano in grado di arginare il fenomeno del lavoro sommerso. A farne le spese, in misura maggiore, sono gli immigrati, sfruttati e sottoposti a rapporti lavorativi stagionali o comunque a termine, spesso e volentieri in “nero”.

    Inoltre, un altro dato salta all’occhio: l’assoluta predominanza dei moduli EM-DOM, ovvero le richieste d’emersione avanzate nei confronti di collaboratori domestici o famigliari. Su circa 116 mila richieste, infatti, oltre 101 mila riguardano il settore domestico.

    Quindi sarebbero solo circa 15 mila i lavoratori stranieri impiegati in tutti gli altri settori (industria, agricoltura, commercio, ecc.).

    Difficile immaginare che tali numeri possano fotografare la realtà, come spiega all’agenzia Dire, Giuseppe Casucci, responsabile nazionale del dipartimento immigrazione della Uil «La risposta è una sola: perchè il costo per una richiesta relativa a colf e badante non supera i 2 mila euro (tra una tantum e contributi previdenziali), mentre in settori come l’edilizia, il commercio e l’agricoltura il costo può essere tra 3 e 5 volte maggiore».

    Osservando con attenzione le domande presentate online, spuntano numerose sorprese «Il Marocco, tradizionalmente assente dal settore domestico, su un totale di 13.922 domande, ne ha inviate ben 11.368 per lavori di colf o badante  – continua Casucci – Lo stesso dicasi per il Bangladesh (12.629 su 13.752), l’Egitto (7.466 su 9.548), il Pakistan (8.667 su 9.604). Il trucco e’ piuttosto semplice: si fa domanda di regolarizzazione per lavoro domestico e una volta ottenuto il permesso di soggiorno si cambia datore di lavoro».

    La sanatoria dunque e’ stata un fallimento: considerando una stima attendibile di circa 500 mila stranieri irregolari, solo 1 su 5 ha potuto presentare domanda.

     

    Matteo Quadrone

  • Festival della Scienza, volantinaggio dei lavoratori Ericsson

    Festival della Scienza, volantinaggio dei lavoratori Ericsson

    La vertenza Ericsson – 94 posti di lavoro a rischio nella nostra città – piomba sul Festival della Scienza. Stamattina, infatti, in occasione dell’iniziativa “Immaginando Genova: l’identità della città tra Smart City e Scienza”, i lavoratori della multinazionale svedese saranno presenti all’evento con un volantinaggio, a partire dalle ore 10 davanti all’ingresso di Palazzo Rosso, in via Garibaldi.

    Con Smart City, Genova diventa “intelligente” ed intende affermarsi ancor di più quale città della scienza e della ricerca. Questo, in sintesi, il senso dell’incontro in cui interverranno, tra gli altri, Manuela Arata, presidente del Festival della Scienza, Paolo Pissarello, vice presidente dell’Associazione Genova Smart City, il sindaco Marco Doria, e gli assessori allo Sviluppo economico e alla Cultura, Francesco Oddone e Carla Sibilla.

    Ebbene, in un simile contesto, il nascente polo tecnologico degli Erzelli è partito con il piede sbagliato, ovvero la procedura di licenziamento collettivo per 94 dipendenti della Ericsson.

    Per continuare a coinvolgere ed informare la cittadinanza e gli enti locali su tale problematica, la rappresentanza sindacale unitaria e le Organizzazioni sindacali confederali di categoria hanno organizzato il volantinaggio di oggi.

    Resta alta la preoccupazione per il futuro dei posti di lavoro «Ericsson parla di Genova quale sito d’eccellenza ma quale futuro vuole un’azienda che licenzia? – si domandano i lavoratori – La multinazionale ha goduto di oltre 41 milioni di euro di finanziamenti pubblici ma nonostante ciò continua sulla sua strada».

    Foto di Daniele Orlandi

  • Fnac: Municipio Centro-Est in piazza per dire no alla chiusura

    Fnac: Municipio Centro-Est in piazza per dire no alla chiusura

    Cittadini, rappresentanti istituzionali ed operatori economici si incontrano in piazza per dire “No alla chiusura della Fnac”. È l’ultima iniziativa sorta in difesa dei posti di lavoro della catena francese, messi a repentaglio dalla riorganizzazione aziendale del gruppo PPR (proprietario di Fnac ed altri marchi come Gucci e Bottega Veneta).
    Ad un anno dall’alluvione che ha duramente colpito il punto vendita genovese – dando avvio alla cassa integrazione per i suoi dipendenti – Il Municipio Centro Est ha convocato un’assemblea pubblica martedì 30 ottobre alle ore 16.30 in via Cesarea, proprio davanti alla sede di Fnac.

    Fnac è una catena francese presente in Italia con circa 600 dipendenti dell’età media di 30-35 anni. Il 13 gennaio 2012 la sede centrale di Fnac annuncia: «In Italia non sussistono più le condizioni per un’attività in proprio, la Fnac vaglierà tutte le possibili opzioni e prenderà una decisione entro l’anno».
    Ad oggi i dipendenti di Fnac Italia non hanno ricevuto alcuna informazione sul loro destino e su quello dell’azienda.

    Solo a Genova il negozio di libri, dischi ed elettronica dà lavoro a circa 60 persone più alcuni addetti del cosiddetto indotto. Inoltre, una sua eventuale chiusura, impoverirebbe l’intero tessuto commerciale dell’area.
    «Non possiamo lasciare soli i lavoratori di Fnac – commenta Simone Leoncini, Presidente del Municipio Centro Est – abbiamo il dovere di difendere l’occupazione e tutelare l’economia del territorio, già pesantemente logorata dalla crisi. Invitiamo pertanto tutti a partecipare e a far sentire la loro solidarietà».

    All’assemblea pubblica parteciperanno Francesco Oddone (assessore al commercio e allo sviluppo del Comune di Genova), rappresentanti dei lavoratori, degli operatori commerciali e dei CIV. Ha inoltre annunciato la sua partecipazione il parlamentare europeo Sergio Cofferati, autore di un’interrogazione a Strasburgo sul futuro di Fnac.

     

     

    Matteo Quadrone

  • La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    Spighe al tramontoAlle contraddizioni del modello capitalistico cosa propone in alternativa la decrescita? È veramente possibile uscire dalla società dei consumi senza ritornare al Medioevo? Innanzitutto è opportuno chiarire che la parola “decrescita”, come affermato più volte dallo stesso Latouche, rappresenta uno slogan per indicare la necessità di un’inversione di tendenza rispetto al modello economico dominante basato sulla crescita e sull’accumulazione illimitata di ricchezza. La decrescita non deve essere confusa né con la crescita negativa né con lo sviluppo sostenibile.
    La prima è quella che stiamo vivendo in questa crisi, cioè una riduzione della crescita in una società ancora basata su di essa che, per definizione, non può funzionare se non crescendo all’infinito. Lo sviluppo sostenibile è  invece un modello economico che cerca di far coesistere crescita infinita e risorse finite. La decrescita propone un modello di società basata sulla frugalità volontaria e che ha come presupposto quello di lavorare meno per vivere meglio, di consumare meno ma meglio, di produrre meno rifiuti, di riciclare di più e, di conseguenza, avere un’impronta ecologica sostenibile.

    Per prima cosa occorre ripensare lo spazio urbano. Le odierne megalopoli, pensate e strutturate in funzione dell’automobile, con gli spazi segregati, le zone industriali e i quartieri residenziali senza vita non hanno più senso. Il quartiere e il comune devono ridiventare il microcosmo dove la gente lavora, abita, si riposa, si istruisce e vive la propria vita in comune. In Europa sono già stati realizzati diversi progetti che si ispirano a questa nuova visione della città. Gli esempi più noti sono quelli del quartiere di Vauban di Friburgo e del quartiere BedZED (Beddington zero energy development) nella città di Sutton, a sud di Londra. All’interno di un unico spazio sono state integrate abitazioni, luoghi di lavoro, negozi e centri per il tempo libero riducendo drasticamente la necessità di ricorrere all’automobile. Il trasporto privato è stato in gran parte sostituito dall’utilizzo di mezzi pubblici o dal car sharing. L’impronta ecologica delle abitazioni è stata ridotta grazie all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili (solare fotovoltaico, cogenerazione a bio-combustibile) e all’utilizzo di materiali isolanti che riducono i consumi per il riscaldamento. Infine, l’introduzione di orti urbani, oltre ad avere una funzione di aggregazione sociale, permette di produrre di produrre una parte del proprio cibo a chilometri zero.

    Corso Italia macchineUna volta riconquistato lo spazio dove viviamo è necessario riconquistare il nostro tempo. L’orario e i ritmi di lavoro a cui siamo sottoposti sono eccessivi e la nostra vita ne viene divorata. Le morti per eccesso di lavoro, indicate dalla parola giapponese Karōshi, e i numerosi suicidi di chi ha perso il proprio lavoro dovrebbero farci riflettere sull’assurdità di questo sistema. Per tutto ciò si propone una semplice soluzione: “Lavorare meno per lavorare tutti”. La drastica riduzione dell’orario di lavoro permetterebbe a tutti di avere di che vivere e, nel contempo, consentirebbe di avere più tempo da dedicare ad altre attività e uscire finalmente dalla gabbia dell’iperspecializzazione nella quale siamo stati rinchiusi per troppo tempo in nome dell’efficienza.

    Ritroveremmo il tempo per autoprodurre alcuni dei beni che consumiamo, riparare i nostri elettrodomestici e le nostre abitazioni, coltivare il nostro cibo e magari partecipare più attivamente e consapevolmente alla vita pubblica invece di delegare ogni cosa ad altri. Ritroveremmo il tempo per discorrere con i nostri figli, con nostri i genitori e riscopriremo il gusto degli altri. Avremmo finalmente la possibilità di coltivare tutte quelle attività che molta gente considera fonte delle più autentiche soddisfazioni: istruzione, arte, musica, letteratura, ecc.

    Per uscire dalla società dei consumi è necessario trovare nuove parole e, in particolare, dare un nuovo significato alla parola “sviluppo” che, nell’ideologia capitalistica, non è altro che l’espansione planetaria del sistema di mercato. Marco Aime, nella prefazione al libro “Il tempo della decrescita” di Serge Latouche sostiene che lo sviluppo non è un aspetto inevitabile della storia. Osservando il passato si possono riscontrare lunghissimi periodi quasi stazionari e probabilmente il particolare dinamismo della nostra era costituisce più un eccezione storica di quanto non rappresenti una norma dominante. L’idea che bisogna svilupparsi viene messa in crisi se si esce dal nostro guscio etnocentrico e ci si confronta con altre culture: presso molte società non esiste neppure un termine linguistico che definisca il concetto di sviluppo. Forse è il caso di cominciare a pensare che l’era dello sviluppo, così come è cominciata, potrebbe finire prima di quanto pensiamo.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Poste italiane: in Liguria a richio 250 posti di lavoro

    Poste italiane: in Liguria a richio 250 posti di lavoro

    In Liguria, se tutto va bene, la riorganizzazione di Poste Italiane mette a rischio circa 250 posti di lavoro. L’allarme lo ha lanciato ieri il sindacato Uil Poste durante un convegno promosso per discutere di un’altra delicata questione, vale a dire lo scorporo di Poste Italiane, con la prevista separazione dei servizi postali da quelli finanziari. La Uil ha sottolineato la propria contrarietà a quest’operazione che avrebbe inevitabili conseguenze anche sul piano occupazionale.

    Ma se quest’ultima è ancora una prospettiva lontana, sulla riorganizzazione a livello nazionale, invece, è già stata aperta una trattativa che toccherà a cascata anche i territori.

    La Liguria nel 2010 ha perso 160 zone di recapito, ovvero 160 posti di lavoro «Ma siamo riusciti ad evitare i licenziamenti – spiega Riccardo Somaglia, segretario regionale Uil Poste – una parte dei lavoratori è stata ricollocata in banco posta, gli altri sono stati “esodati” con incentivi. Se domani, però, venissero a mancare gli ammortizzatori sociali, sarebbe un disastro».

    Oggi a rischio sarebbe il centro meccanizzazione postale «Noi non abbiamo la cassa integrazione ma un fondo che deve essere ridefinito – conclude il segretario Uil Poste  – Speriamo ci dia la possibilità di gestire questa eccedenza. Ma soprattutto vorremmo che l’azienda investisse sullo sviluppo, ad esempio con l’e-commerce».

     

     

    Matteo Quadrone

  • Fincantieri, Sestri: il ribaltamento a mare e una chiatta da costruire

    Fincantieri, Sestri: il ribaltamento a mare e una chiatta da costruire

    IL PRECEDENTE

    Ottobre 2011: gli operai di Fincantieri e delle aziende che fanno da indotto al principale polo cantieristico di Genova occupavano a oltranza lo stabilimento di Sestri Ponente e scendevano in piazza per chiedere garanzie sul futuro dell’azienda. Due i temi al centro delle proteste: l’incertezza sull’assegnazione di nuove navi da costruire con una commessa in lavorazione che sarebbe scaduta a marzo 2012 e l’immobilità delle trattative con il Governo per lo stanziamento dei fondi per l’allargamento a mare dello stabilimento, un passaggio imprescindibile per avviare la costruzione del Terzo Valico.

    La situazione di Fincantieri è analoga a quella di molte altre aziende italiane (da Fiat a Ilva, per citare alcuni casi più noti), dove la strategia di chi detiene il comando punta a contenere i costi salvaguardando solo gli impianti a maggiore redditività.
    La situazione veniva illustrata così da Bruno Manganaro della Fiom-Cgil: «Abbiamo chiesto una cosa banalissima, una nuova commessa per poter lavorare ancora un po’ di mesi, che non risolverebbe il problema ma almeno ci permetterebbe di sederci ad un tavolo con l’azienda ed il Governo per parlare del futuro. Non ci possono chiedere di discutere mentre il cantiere è fermo, i lavoratori sono in cassa integrazione e i dipendenti delle ditte d’appalto vengono licenziati».

    Fincantieri ha consegnato a Maggio 2012 con poco più di un mese di ritardo Oceania Riviera, la nave dell’ultima commessa in lavorazione.
    L’unico lavoro in corso durante l’estate è stata la manutenzione ordinaria per la nave da Crociera Costa Allegra rimasta bloccata nell’Oceano Indiano a causa di un guasto ai motori.

    Luglio 2012: Fincantieri si aggiudica una commessa per la costruzione di un traghetto di ultima generazione destinato ad una compagnia canadese di crociera. Il contratto è del valore di 148 milioni di dollari canadesi.

    IL PRESENTE

    Ottobre 2012: Ad oggi non c’è ancora la certezza sul coinvolgimento del cantiere di Sestri per quanto riguarda la commessa canadese.
    Nel frattempo a mantenere attivo il cantiere sino alla primavera 2013 è una chiatta semi sommergibile, un megapontone che dovrà essere in grado di trasportare grandi blocchi da un cantiere all’altro per far fronte alle esigenze di Fincantieri (in particolare per le operazioni tecniche di varo e di consegna delle piccole imbarcazioni).
    La commessa occupa solo 330 lavoratori degli oltre 700 operai complessivi dello stabilimento genovese, ma tiene attivo il cantiere di Sestri sino alla primavera del 2013, in attesa di navi da costruire.

    In questi giorni arriva anche la notizia del via libera all’allargamento a mare di Sestri Ponente: il Ministero ha autorizzato lo stanziamento di 50 milioni di € (manca solo la firma della banca Monte dei Paschi di Siena, a formalizzare il versamento della quota), mentre i rimanenti 20 milioni saranno anticipati dall’Autorità Portuale di Genova.

    Continuano invece le proteste degli operai dei tre stabilimenti liguri – Sestri Ponente, Riva Trigoso e Spezia/Muggiano – che hanno manifestato in occasione dell’inaugurazione del Salone Nautico. Inoltre, per la prima volta, l’associazione di categoria dei costruttori navali Ucina non ha preso parte alla cerimonia del Salone in segno di protesta contro il Governo. La situazione di Fincantieri è molto critica anche negli altri poli italiani: in questi giorni si parla sempre più seriamente della chiusura di Castellamare di Stabia, mentre a Palermo la cassa integrazione è stata scongiurata solo perché il cantiere è stato scelto per riparare la nave Costa Concordia (operazione che in minima parte coinvolge anche Sestri), spiaggiata all’isola del Giglio lo scorso gennaio.

    Il prossimo 29 ottobre i vertici di Fincantieri parteciperanno a un incontro con il Ministro dello Sviluppo Economico per individuare nuove soluzioni per sostenere l’azienda nel suo complesso.

    Marta Traverso
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Downshifting, rinunciare a parte dello stipendio per lavorare meno

    Downshifting, rinunciare a parte dello stipendio per lavorare meno

    Ormai penso sia chiaro alla maggior parte di noi nati negli anni 80: tutte le promesse che ci erano state fatte non saranno mantenute. Abbiamo studiato, preso lauree, master e dottorati. Ci era stato assicurato che questo sarebbe bastato per aprirci tutte le porte del mondo. Tutto sembrava già scritto: posto fisso, carriera, famiglia, mutuo e vecchiaia trascorsa nella casetta in campagna.

    Purtroppo qualcosa è andato storto e, dopo anni di sacrifici, ci ritroviamo a doverci ritenere fortunati se ci viene concesso di fare uno stage a 250 euro al mese. E i pochi che invece ce l’hanno fatta? Sanno di essere dei privilegiati? Hanno almeno loro trovato la felicità? Apparentemente non tutti, visto che un numero sempre maggiore di persone sceglie volontariamente di rifiutare tutto questo per cambiare vita intraprendendo la strada del downshifting.

    Se cerchiamo su Wikipedia la parola downshifting (letteralmente: “scalare marcia”) troviamo: “la scelta da parte di diverse figure di lavoratori – particolarmente professionisti – di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero”. Questo fenomeno, nato negli anni 90 negli Stati Uniti e in Australia ha avuto enorme eco in Italia a partire dal 2009 grazie al libro di Simone Perotti “Adesso basta”.

    Perotti fa scoprire al pubblico italiano questo nuovo stile di vita descrivendo la propria esperienza di ex manager che ha deciso di mollare tutto per dedicarsi alla scrittura e alla navigazione. L’incredibile numero di testimonianze ricevute dallo stesso Perotti, in seguito alla pubblicazione del libro, ha messo in evidenza come vi fossero già da tempo numerose persone che avevano scelto di cambiare vita. Il fenomeno del downshifting era quindi già ampiamente diffuso anche nel nostro paese, probabilmente ancora prima che gli americani lo etichettassero con questo termine. Ma cosa implica questa scelta nella vita di tutti i giorni?

    State tranquilli, non vi sto per descrivere una moda per ricchi annoiati che giocano a fare i poveri, al contrario stiamo parlando di persone che, volendosi riappropriare del proprio tempo, compiono la scelta consapevole di rinunciare a una parte dei propri guadagni in cambio di una riduzione dell’orario di lavoro.
    Ci sono diverse tipologie di downshifters: quelli che rinunciano al proprio lavoro per uno meno remunerativo ma più stimolante, altri invece richiedono il part-time, altri ancora rinunciano a opportunità di avanzamento di carriera.

    Alla base di questa scelta c’è la volontà di ritrovare una dimensione più umana e non più basata esclusivamente sul paradigma del consumo sfrenato. Alla frenesia della nostra società si contrappone la ricerca della lentezza. All’accumulo di cose che si rivelano presto inutili si contrappone il vivere con l’essenziale. Lavorare meno, consumare meno e avere più tempo per sé stessi.
    Ridurre i consumi in una società basata sul consumismo sfrenato non è certo facile ma le soluzioni non mancano: acquistare prodotti tramite G.A.S. (Gruppi di Acquisto Solidale), auto-produrre alcuni cibi o almeno cercare di cucinare, cercare di ridurre lo shopping compulsivo e condividere alcuni beni (co-housing, car-sharing, swap party) sono solo alcune delle possibilità. Ma una volta ottenuto più tempo per sé stessi si pone un interrogativo fondamentale: cosa fare di tutto questo tempo?

    Molti di noi, abituati a uno stile di vita frenetico, si sentirebbero persi e, in poco tempo, sarebbero sopraffatti dalla noia. Ci siamo ormai assuefatti a considerare il coltivare le proprie passioni, l’inseguire i propri sogni e addirittura lo stare con la propria famiglia solo come piccole parentesi tra gli impegni lavorativi e perciò, non avendo nulla con cui riempirlo, lo spazio di libertà conquistato non avrebbe alcun valore. Magari ogni tanto, tra un impegno e l’altro, bisognerebbe staccare da tutto e fermarsi a pensare. “Pensare a cosa?” direte voi. Si hanno già così tanti pensieri e preoccupazioni nella vita che non ne abbiamo certo bisogno di ulteriori. Il fatto è che forse abbiamo perso il senso di ciò che è importante e ciò che non lo è.
    Siamo molto esigenti quando dobbiamo scegliere uno smartphone o un mega televisore, ma quando dobbiamo fare delle scelte che riguardano la nostra vita ci accontentiamo troppo facilmente di quei modelli che la società, in qualche modo, ci impone. Lavoriamo in uffici che sembrano un incrocio tra quelli di Fantozzi e quelli di Brazil di Terry Gilliam, facciamo orari assurdi, trascuriamo i nostri cari e noi stessi e cosa otteniamo in cambio? Beh, uno stipendio direte voi. È sicuramente vero, ma come spendiamo i soldi che, tanto faticosamente, ci guadagniamo ogni mese?
    Li spendiamo per andare in vacanza in posti esotici e poi rinchiuderci in resort uguali in ogni parte del mondo, per comprare automobili che usiamo per stare imbottigliati nel traffico o scarpe che costano un terzo del nostro stipendio. Lavoriamo per poterci permettere cose che servono a compensare lo stile di vita assurdo che conduciamo e di cui, alla fine, diventiamo schiavi.

    Se non dovessimo condensare il tempo dedicato a noi stessi in pochi attimi a fine giornata, pensereste davvero che avremmo bisogno di tutte queste cose? Quando siete in giro a fare shopping, prima di comprare qualcosa, chiedetevi: “Quanto tempo devo lavorare per potermelo permettere?”. Provateci. Potreste scoprire di essere dei potenziali downshifter.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]