Tag: sanità

  • 32 anni fa moriva Franco Basaglia: il suo impegno continua

    32 anni fa moriva Franco Basaglia: il suo impegno continua

    Trentadue anni fa, il 29 agosto 1980, moriva lo psichiatra Franco Basaglia. Chiudendo i manicomi aveva affermato «Abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile».

    La legge 180, sbocco e mediazione politica dell’azione di Basaglia, cancellando l’impostazione repressiva della psichiatria, ha dato un contributo fondamentale per lo sviluppo della democrazia e delle libertà nel nostro Paese. Ha posto fine a secoli di abusi nei confronti di migliaia di persone obbligate all’internamento nei manicomi, restituendo loro libertà e dignità. Proprio qui sta il valore centrale della legge 180: nella sua spinta liberatrice e nell’idea di società che include, che accoglie, che soccorre, in cui ogni essere umano ha piena cittadinanza – scrive Stefano Cecconi, Responsabile Politiche della Salute CGIL nazionale – E’ importante ricordare che il lavoro di Basaglia è stato “lavoro di gruppo”, e che prosegue: ancora oggi moltissimi operatori, associazioni di cittadini utenti e familiari sono impegnati per affermare il diritto alla salute mentale e a trattamenti sanitari sempre rispettosi della dignità della persona, come afferma la nostra Costituzione. Basti pensare alla campagna stopOPG per l‘abolizione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

    Per quanto riguarda Genova, la gestione dell’assistenza psichiatrica appare sclerotica, tra dismissioni di importanti strutture per fare cassa – vedi gli ex manicomi di Quarto e Pratozanino – ed aste al massimo ribasso per l’affidamento dei pazienti.

    Sappiamo bene che la riforma Basaglia è positiva e ricca di successi ma non è ancora stata pienamente applicata: il diritto alla salute mentale non è garantito ancora su tutto il territorio nazionale. Si sono riaperte strutture residenziali molto simili ai vecchi ospedali psichiatrici e spesso sono i farmaci l’unica risposta al bisogno di cura. Questa situazione di abbandono di chi soffre e delle loro famiglie offre pretesti ai “nostalgici” del manicomio. Basta pensare ai disegni di legge contro la legge 180 presentati anche quest’anno in parlamento – continua Cecconi –  Certo i tagli al Servizio sanitario e al welfare aggravano la situazione, indeboliscono per primi i servizi territoriali: dai Dipartimenti di Salute Mentale ai servizi sociali, e producono nuove esclusioni e disagi. Per questo insistiamo con Governo e Regioni: bisogna investire per la salute mentale, garantire 24 ore su 24 la “presa in carico” delle persone e dei loro familiari nei servizi territoriali, con Centri di Salute Mentale accoglienti, servizi domiciliari e residenziali e per l’inclusione lavorativa, abitativa e sociale. Questo serve, non smantellare la 180 e tornare al manicomio, sarebbe un’incivile scorciatoia, che nega dignità e diritti a chi soffre di disagio mentale, e limita la libertà per tutti. Siamo convinti che il modo più giusto per ricordare Franco Basaglia sia continuare l’impegno per dimostrare ancora che “l’impossibile può diventare possibile”.

     

  • Ex manicomio Pratozanino: una gestione fallimentare dell’assistenza psichiatrica

    Ex manicomio Pratozanino: una gestione fallimentare dell’assistenza psichiatrica

    La questione dell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino, frazione che sorge alle spalle di Cogoleto, è tornata alla ribalta alcuni giorni fa a causa di un incendio divampato il 25 luglio scorso all’interno dell’area dell’antico manicomio, la cui fondazione risale al 1907 e dove ancora si conservano alcuni beni di interesse culturale. Il fondo di una palazzina, il cosiddetto edificio 10 che ancora accoglie alcuni malati, è stato danneggiato e una quindicina di ospiti sono stati evacuati e trasferiti in altre strutture.

    Il drammatico evento, che fortunatamente non ha provocato feriti o intossicati, è stato l’occasione per ricordare le difficili condizioni in cui sono costretti a vivere circa una ventina di pazienti psichiatrici, i quali si apprestano a passare la quinta estate all’interno di moduli prefabbricati, in attesa che vengano ultimati i lavori di ristrutturazione dei due edifici a loro destinati, i padiglioni 7 e 9.
    Quella dell’ex manicomio di Cogoleto è una storia che parte da lontano, apparsa ciclicamente sui giornali come simbolo di una gestione scellerata dell’assistenza psichiatrica a Genova ed in Liguria. Una vicenda strettamente legata a quella dell’ex manicomio di Quarto ed insieme ad essa un esempio emblematico di sperpero di denaro pubblico, probabilmente senza eguali.
    Il complesso di Pratozanino rientra tra i beni immobiliari dismessi dalla Regione Liguria tramite la prima operazione di “cartolarizzazione”, lanciata nel 2007 e concretizzatasi nel 2008, al fine di ripianare il pesante disavanzo economico della sanità. All’epoca finirono all’asta 390 cespiti, 134 mila metri quadrati coperti, 2,6 milioni di terreni e soprattutto i due storici manicomi liguri: Quarto, una delle zone residenziali più ambite di Genova e l’ospedale psichiatrico di Cogoleto. La gara se l’aggiudicò Fintecna Immobiliare con un’offerta di 203 milioni. In pratica per risanare la sanità pubblica i beni della Regione furono ceduti a una società del Tesoro. Successivamente gli immobili vennero trasferiti ad una società interamente controllata da Fintecna immobiliare, ovvero Valcomp due. Per quanto riguarda Pratozanino l’intero complesso è oggi proprietà di Valcomp due, come dimostrano le recinzioni poste intorno agli immensi spazi verdi e agli storici edifici, ma l’accordo raggiunto prevede che la Regione mantenga in comodato d’uso gratuito per 20 anni i padiglioni 7 e 9 che saranno ristrutturati a sue spese.

    «Nell’ex manicomio di Cogoleto, venduto alla Valcomp due, la Regione oggi sta facendo lavori per 4, 3 milioni di euro per immobili che avrà in comodato d’uso ancora per pochi anni – denuncia Lorenzo Pellerano, consigliere regionale della Lista Biasotti, impegnato da tempo su questa vicenda come su quella di Quarto – Nel frattempo i pazienti di Pratozanino sono stati trasferiti “provvisoriamente” (e dopo cinque anni sono ancora lì!) in strutture prefabbricate per le quali fino a dicembre 2011 sono stati spesi 679 mila euro di affitto. Per dei malati vivere in queste condizioni ha degli effetti negativi sulla salute, senza dimenticare che andrebbe garantita la dignità delle persone. Inoltre dopo che un incendio si è sviluppato all’interno di una struttura sanitaria è logico domandarsi se esistevano ed esistono i dovuti dispositivi e sistemi di sicurezza».

    Ma andiamo con ordine e vediamo da dove siamo partiti. Nella primavera 2007 l’Asl 3 manifesta l’intenzione di trasferire le funzioni sanitarie fino ad allora svolte nell’edificio 28 denominato “Ospitalità” e nell’edificio 10 gestito dalla cooperativa Giansoldi, in un altro immobile del complesso di Pratozanino. Il 27 novembre 2007 con deliberazione n. 1336 l’Asl 3 approva il progetto preliminare di ristrutturazione dei padiglioni 7 e 9.
    Il problema è trovare uno spazio che ospiterà “provvisoriamente” – parola che oggi risulta beffarda – una ventina di pazienti dell’Ospitalità. Il 31 gennaio 2008 l’Asl 3 indice la gara per l’affidamento del servizio noleggio di moduli abitativi per la ricollocazione dei pazienti. Nell’aprile 2008 la gara viene vinta dalla ditta Faeterni/Tecnifor che presenta un’offerta di 288 mila euro per un periodo di noleggio di 18 mesi prorogabili di altri 6. La struttura è composta da 2 prefabbricati più grandi ed uno più piccolo, per una superficie totale di circa 726 metri quadrati. La data ipotetica di inizio noleggio era fissata per il 1 luglio 2008 ed i pazienti sarebbero dovuti rimanere in queste strutture fino all’ultimazione dei lavori nei padiglioni 7 e 9.

    Quanto costano alla Regione Liguria gli interventi di ristrutturazione dei due immobili concessi in comodato d’uso per vent’anni, di cui 4 già trascorsi?
    Il 24 marzo 2009 l’Asl 3 con deliberazione n. 340 approva per «Esigenze logistiche legate al trasferimento degli ospiti e alla riduzione dei disagi» il progetto di ristrutturazione del solo padiglione 9 per una spesa di 2.064.044,00 euro. La Regione sottoscrive quanto stabilito dalla delibera Asl 3 con decreto del dirigente n. 2793 del 19 ottobre 2010.
    Il 26 febbraio 2010 l’Asl 3 approva la deliberazione del progetto esecutivo di ristrutturazione del padiglione 7 per una spesa di 2.272.746,11 euro. La Regione dà il suo benestare con decreto del dirigente n. 1960 del 19 luglio 2010. A conti fatti la spesa per la ristrutturazione di entrambi i padiglioni raggiunge la considerevole cifra di 4, 3 milioni di euro.

    Mentre per quanto riguarda l’affitto, di proroga in proroga, come evidenziano i documenti aziendali, il noleggio dei moduli abitativi viene a costare, fino al 31 dicembre 2011, 679.200,00 euro. A causa dei ritardi nella conclusione dei lavori la spesa aumenta: per il periodo dal 1 gennaio fino al 30 giugno 2012 sono necessari altri 75.867,00 euro. Infine, con la delibera dell’Asl 3 n. 722 del 25 luglio 2012, il noleggio fino al 31 dicembre 2012 comporta un’ulteriore spesa di 72.832,32 euro. Alla fine dei conti l’esborso totale supererà i 900 mila euro.

    Il nodo cruciale è comprendere qual è lo status dei lavori di ristrutturazione dei due padiglioni, considerando che nel corso degli anni, innumerevoli ritardi e continui slittamenti della data di conclusione della ristrutturazione, hanno condotto alla difficile situazione attuale. Per farlo il consigliere Lorenzo Pellerano il 3 agosto ha organizzato un sopralluogo a Pratozanino ed in questo modo abbiamo potuto vedere il cantiere con i nostri occhi. Il padiglione 9, secondo gli iniziali programmi, doveva essere ultimato addirittura nel febbraio 2011, in pratica 1 anno e mezzo fa, mentre il cantiere per il padiglione 7 è partito nel marzo 2011 e secondo contratto, doveva concludersi nell’aprile 2012.
    La nuova data prevista di conclusione dei lavori per il padiglione 9 è ottobre 2012 ed in effetti, visto che esternamente appare in buone condizioni, a questo punto dovrebbe essere rispettata. Per quanto concerne il padiglione 7, invece, saranno necessari almeno altri 6 mesi, se tutto filerà per il verso giusto.
    «I lavori sono stati eseguiti da due diverse ditte – spiega il dott. Marco Vaggi, direttore della Struttura Complessa Salute Mentale Distretto 8 – I problemi hanno riguardato soprattutto il padiglione 9. La direzione della Asl 3 ha dovuto rivedere il progetto, questa è la causa principale dei ritardi».
    Sembra incredibile che nessuno se ne sia accorto prima ma l’azienda impegnata nella ristrutturazione ha dovuto confrontarsi con inconvenienti tecnici di non poco conto, ad esempio l’assenza delle fondamenta. Inoltre all’interno della struttura erano presenti dei recipienti contenenti amianto che hanno ulteriormente complicato l’esecuzione dei lavori. Tutte problematiche saltate fuori successivamente, ma chi aveva la responsabilità di controllare in quali condizioni versava un immobile affidato in comodato d’uso, colpevolmente non l’ha fatto.
    Senza dimenticare che ancora oggi è assente l’allacciamento all’acquedotto comunale. Circa 200 metri di collegamento che dovranno essere realizzati entro ottobre, quando si presume che il padiglione 7 sia completato.

    «I prefabbricati accolgono i pazienti dell’Ospitalità ed in tutti questi anni il loro numero si è mantenuto intorno alla ventina – spiega il dott. Vaggi – Il padiglione 9 è destinato ad ospitare questi pazienti. Il 9 diventerà una Rsa sulle 24 ore. Organizzato in vari alloggi che garantiranno 28 posti letto. Il padiglione 7, invece, accoglierà i malati che ancora si trovano nell’edificio della Giansoldi. Il 7 diventerà una residenza protetta. Organizzato come un reparto, quindi con stanze ma anche con spazi comuni (palestra, laboratori, luoghi per attività di gruppo) per un totale di 20 posti letto».
    Dopo l’incendio che il 25 luglio scorso ha danneggiato l’edificio della Giansoldi alcuni malati sono stati spostati nei prefabbricati, mentre altri sono stati trasferiti in strutture esterne.
    «Il progetto prevede che tutti i pazienti trovino posto nei nuovi padiglioni, senza farli rientrare nell’edificio della Giansoldi, visto che ormai da anni è stata decisa la loro ricollocazione – sottolinea Vaggi – l’edificio 10 è molto vecchio e, già prima dell’evento del 25 luglio, aveva diversi problemi. L’incendio consentirà di accelerare i tempi. La popolazione dei pazienti di Pratozanino è eterogenea – continua il dott. Vaggi – Ci sono persone anziane che da lungo tempo vivono qui e persone ancora in giovane età che presentano patologie psichiatriche più attive. L’obiettivo è ricollocare i malati attraverso criteri adeguati, a seconda dell’intensità di cura necessaria. Gli anziani saranno trasferiti in strutture residenziali idonee per le loro condizioni, i giovani rimarranno nei nuovi padiglioni. Tra i due immobili ci saranno spazi verdi ed aree comuni per offrire maggiore possibilità di movimento ai pazienti. L’ideale sarebbe riuscire a creare un’apertura verso l’esterno, rompendo l’obsoleto concetto di chiusura che caratterizzava gli antichi manicomi».
    Il dott. Vaggi, anche senza volersi sbilanciare troppo, mostra perplessità in merito alle scelte compiute da Regione ed azienda sanitaria «Ovviamente tutto sarebbe stato più facile se i padiglioni fossero rimasti di proprietà dell’Asl 3 e non in comodato d’uso. D’altra parte lo stesso Comune di Cogoleto ha sempre dimostrato un forte impegno affinché a Pratozanino fossero conservate delle strutture per pazienti psichiatrici».
    Oggi davanti ai padiglioni in via di ristrutturazione corre una strada, proprietà di Valcomp due, che conduce alle aree acquistate dalla società parastatale. Quest’ultima non ha ancora reso noto che cosa intende realizzare, nel prossimo futuro, presso gli immensi spazi di Pratozanino «Avere una struttura per pazienti psichiatrici inserita in un’area viva potrebbe essere una cosa positiva – spiega Vaggi – Ad esempio se sorgessero servizi pubblici o al limite attività commerciali, non sarebbe un fatto così negativo. Alcuni pazienti avrebbero l’opportunità di muoversi, confrontandosi così con la realtà esterna. In caso contrario, se Valcomp due decidesse di costruire un quartiere di seconde case, i nuovi padiglioni rimarrebbero un’enclave in mezzo al nulla».

    Secondo Lorenzo Pellerano, in merito alla disastrosa gestione dell’assistenza psichiatrica, le responsabilità dell’ente guidato da Claudio Burlando, sono enormi «Negli ultimi anni la Regione Liguria ha sprecato quasi 7 milioni di euro. Ai 4,3 milioni di euro per i due padiglioni di Pratozanino si aggiungono i 2 milioni di euro spesi per la Casa Michelini: la residenza per i pazienti psichiatrici di Quarto è stata consegnata alla Regione meno di un anno fa e venduta dopo pochi mesi per fare cassa. Esiste qualche privato che avrebbe fatto un’operazione del genere? – si domanda retoricamente il consigliere regionale – Qualcuno dovrebbe pagare, non solo i pazienti e le loro famiglie. Questi milioni di euro potevano essere utilizzati per migliorare l’assistenza, realizzando strutture pubbliche e migliorando l’integrazione con le realtà convenzionate. La Regione dovrebbe promuovere una politica di ampio respiro, non è più concepibile andare avanti con iniziative estemporanee, slegate fra di loro e che comportano costi significativi. Per quanto riguarda Pratozanino occorre riaprire la trattativa con Valcomp due – conclude Pellerano – non ha senso realizzare un progetto che tra 15 anni rischia di essere smantellato».

     

    Matteo Quadrone
    Foto e video di Daniele Orlandi

  • Liguria, cannabis terapeutica: la proposta di legge arriva in consiglio regionale

    Liguria, cannabis terapeutica: la proposta di legge arriva in consiglio regionale

    Oggi in consiglio regionale sarà discussa la proposta di legge n. 125 “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, presentata dai consiglieri Matteo Rossi (Sinistra Ecologia e Libertà), Alessandro Benzi e Giacomo Conti (Federazione della Sinistra), già approvata in Commissione Sanità lo scorso 23 luglio.
    Parliamo della legge regionale sulla cannabis terapeutica, tassello fondamentale in via di approvazione in altre regioni italiane affinché l’uso medico dei farmaci cannabinoidi possa finalmente diventare una pratica consueta anche in Italia.
    Come abbiamo scritto la scorsa settimana l’attuale proposta di legge presenta degli evidenti limiti sottolineati dalle associazioni dei pazienti che si battono per il diritto alla cura, per altro non adeguatamente coinvolte nel processo che ha portato alla stesura finale del documento.

    La discussione di oggi è l’ultima occasione per fare chiarezza ed approvare una legge all’avanguardia, capace davvero di imprimere una svolta in merito ad una modalità di cura, consentita dalla legge ma nella realtà dei fatti quasi inaccessibile per i malati.
    Sel e Fds, dopo le pressioni delle associazioni dei pazienti, presenteranno un emendamento che, se sarà approvato, migliorerà l’impianto della legge.
    «Ci auguriamo che i nostri suggerimenti  vengano accolti dal consiglio regionale – spiega il presidente di Pazienti Impazienti Cannabis, Alessandra Viazzi – In caso contrario chiediamo a Sel e Fds di votare contro perché la legge da loro proposta, nonostante i buoni propositi, rischia di essere un passo indietro».

    Il principale nodo critico presente nella prima versione del documento approvato dalla Commissione Sanità è l’articolo 2 in cui si stabilisce che i derivati della Cannabis, sotto forma di specialità medicinali o di preparati galenici magistrali, possono essere prescritti dai medici di medicina generale previa prescrizione di specialisti in anestesia e rianimazione, oncologia, neurologia e medici in attività di centri e servizi di cure palliative, restando a carico del servizio sanitario regionale.

    In realtà già da alcuni anni i farmaci cannabinoidi possono essere prescritti dal medico di base, senza dover passare preliminarmente dalla prescrizione di uno specialista, ma in questo caso sono a carico del paziente. L’unico accesso gratuito ai farmaci avviene se prescritti in ambito ospedaliero, non solo ospedalizzati ma anche pazienti soggetti a day-hospital, ad un percorso ambulatoriale o in regime di assistenza domiciliare integrata.
    L’emendamento migliorativo prevede che «I farmaci a base di cannabis sono a carico del servizio sanitario anche quando sono prescritti dai medici di medicina generale, previa indicazione terapeutica formulata dai medici specialisti ospedalieri».

    «In questo modo creiamo una continuità tra struttura ospedaliera e medico di base, garantendo gratuitamente l’accesso alla cura per tutto il percorso terapeutico – spiega Viazzi –  Inoltre, cancellando l’indicazione dei medici specialisti a cui è consentito prescrivere i farmaci cannabinoidi, eliminiamo una forte limitazione che impedisce ad una moltitudine di malati il diritto a curarsi con la cannabis».

    La discussione della legge arriva nel bel mezzo delle polemiche suscitate dalle nuove “raccomandazioni” del Dipartimento Politiche Antidroga (Dpa), guidato dal dott. Giovanni Serpelloni, pubblicate in forma di “Statement” ufficiale il 16 luglio e intitolato “Cannabis e suoi derivati: alcuni elementi di chiarezza su danni alla salute, l’uso medico dei farmaci a base di THC, la coltivazione domestica e l’uso voluttuario”.
    «Attendiamo che il Capo del Dipartimento Politiche Antidroga risponda con chiarezza alle legittime richieste di trasparenza dei malati, citando con completezza le fonti legislative alla base delle sue affermazioni – scrive l’associazione Pazienti Impazienti Cannabis in un contro documento http://www.pazienticannabis.org/richiesta-al-dott.-Serpelloni-di-chiarimenti-sullo-Statement-Cannabis.htm – Ci auguriamo che non saremo i soli ad esigerlo. In caso contrario, se non lo facesse, si esporrà alla inevitabile accusa di diffusione, tramite documento ufficiale con intestazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di notizie falsificate riguardo più aspetti della prescrivibilità dei farmaci cannabinoidi, punto di particolare importanza per l’indebito danno causato con continuità in questi anni ai malati ed ai loro medici, non trattandosi di un episodio isolato».

    Ma vediamo quali indicazioni fornisce il Dipartimento Politiche Antidroga per quanto concerne l’uso terapeutico della cannabis e le contro osservazioni di Pazienti Impazienti Cannabis.

    «I farmaci a base di THC sono disponibili anche nel nostro Paese e il loro impiego è disciplinato da specifiche leggi che ne regolamentano giustamente il campo di applicazione clinica, la prescrizione e l’uso esclusivamente per finalità mediche», si legge nello Statement del 16 luglio.
    «Se “sono disponibili” significasse la possibilità del malato di andare presso un ospedale e trovare il farmaco disponibile sarebbe corretto, ma in quasi tutte le Asl il tempo eventualmente richiesto sono mesi, e quasi sempre sono non disponibili a priori, nonostante la legge ne preveda la reperibilità – contesta Pazienti Impazienti Cannabis –  Sulla prescrizione ed uso medico dei farmaci siamo tutti d’accordo, ma potrebbe cortesemente indicarci quali sono queste “specifiche leggi che ne regolamentano il campo di applicazione”, dott. Serpelloni?»

    «Va sottolineato che questi farmaci trovano corretta applicazione solo sulla base di una precisa diagnosi e prescrizione medica specialistica», afferma il dott. Serpelloni.
    «In altre parole, secondo il Dpa un medico generico non è in grado di diagnosticare la nausea da chemioterapia e la sindrome debilitante di un malato di AIDS, o lo stato di sofferenza di un malato di glaucoma o epilessia o di Sclerosi multipla: tutte patologie per cui vi è evidenza di efficacia per i farmaci a base di cannabinoidi», sottolinea l’associazione dei pazienti.

    Inoltre «Non vi è alcuna disposizione normativa riguardo la necessità che siano esclusivamente medici specialisti ad effettuare le prescrizioni – continuano i pazienti – Al contrario, già anni addietro, un’interrogazione parlamentare in proposito aveva ottenuto dal Ministero della Sanità la risposta “bastano i medici generici” a smentita di tale voce senza fondamento, che purtroppo circola ancora, diffusa anche da chi si trova a rivestire ruoli di primo piano e teoricamente dovrebbe contribuire a chiarire questi aspetti normativi».

    «Tutti i pazienti che potrebbero beneficiare di questi farmaci su giudizio del medico specialista e per le patologie previste ed autorizzate, dovrebbero poterne avere accesso e, sulla base delle singole programmazioni e decisioni regionali (competenti della spesa sanitaria) e della sostenibilità finanziaria, poterne disporre gratuitamente al pari di altri farmaci analoghi», spiega il Dpa.
    Ma secondo Pazienti Impazienti Cannabis, il Dipartimento Politiche Antidroga deve chiarire «Quale legge o decreto nazionale stabilisca le patologie “previste e autorizzate”. Se mai avvenisse una simile interferenza, al medico verrebbe concesso di curare i suoi pazienti sulla base di “autorizzazioni” dei politici».

    Il dott. Serpelloni aggiunge «I farmaci a base di cannabinoidi sono per lo più farmaci di seconda scelta, di solito proposti come terapia complementare a quella fondata su farmaci di efficacia comprovata in studi clinici controllati e il cui profilo di tollerabilità è ampiamente definito nell’uso corrente».
    «Non esistono farmaci bollati come di seconda scelta “in linea di principio”, al di là ovviamente di ogni pregiudizio politico religioso o ideologico che, secondo la Carta di Vienna, è da tenere rigorosamente fuori dalla porta in quanto estraneo ai principi della ricerca – precisa l’associazione dei pazienti – La seconda affermazione farebbe nuovamente dedurre che gli studi clinici effettuati per i farmaci a base di cannabinoidi non siano adeguatamente suffragati da trial clinici, accusa non di poco conto di cui il Capo del Dpa si assume in prima persona tutte la responsabilità».

    Infine il Dipartimento Politiche Antidroga si rivolge a organizzazioni sanitarie e medici, raccomandando loro «Estrema prudenza ed attenzione nell’utilizzo di questi farmaci anche relativamente al non creare false aspettative di cura o false credenze su analoghi effetti benefici ottenibili anche dall’uso delle “droghe di strada” a base di THC».

    «Tradotto significa che se tuttora non si utilizzano questi farmaci (benché ciò sia possibile fin dal 1997!) è stato per assecondare le campagne contro la cannabis “di strada”? – conclude Pazienti Impazienti Cannabis – Abbiamo capito bene? Possiamo solo far notare che, anche a causa di tale chiusura, la maggior parte dei pazienti hanno scoperto l’efficacia terapeutica dei cannabinoidi proprio partendo dalla cannabis “di strada” ed autocoltivata».

    «Se in Liguria fosse approvata la proposta di legge senza le nostre correzioni, in pratica passerebbe la linea del dott. Serpelloni – conclude Alessandra Viazzi – Il Dipartimento Politiche Antidroga non è contrario alla cannabis terapeutica ma a determinate condizioni. Il dott. Serpelloni pretende che siano i medici specialisti a prescrivere i farmaci cannabinoidi. Queste indicazioni però, a livello legislativo, non sono presenti da nessuna parte».
    L’associazione Pazienti Impazienti Cannabis si augura che questa volta i consiglieri regionali comprendano l’importanza delle modifiche da apportare alla proposta di legge, in caso contrario il rischio è quello di approvare una norma che non sarà in grado di garantire il diritto alla cura  di migliaia di persone sofferenti.

     

    Aggiornamento 01/08/2012

    Come volevasi dimostrare, ieri il consiglio regionale ha approvato all’unanimità la proposta di legge senza apportare le modifiche richieste dalle associazioni dei pazienti. Resta l’indicazione dei medici specialisti (in anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia, medici operanti nei centri di cure palliative pubblici e convenzionati ) a cui è consentito prescrivere i farmaci cannabinoidi. L’unica novità è l’inserimento di un’ulteriore disciplina specialistica, l’oculistica, probabilmente perchè il consiglio regionale si è accorto che, in caso contrario, i malati di glaucoma – una delle malattie per cui è conclamata l’utilità della cannabis terapeutica – sarebbero stati esclusi dall’accesso alla cura.

    «La legge regionale approvata in Liguria ha senz’altro alcuni meriti specifici, rispetto a come sono andate le cose sino ad oggi – spiega in un comunicato l’associazione Pazienti Impazienti Cannabis –  il medico di base potrà, con l’avallo iniziale di un medico ospedaliero, far ottenere i farmaci a base di cannabinoidi senza spese al suo paziente, tramite la farmacia della Asl».

    La legge (D.M. 11-2-97), infatti, stabilisce che qualunque farmaco estero possa venir erogato a carico del servizio sanitario solo nel caso di “ambito ospedaliero” «I margini di manovra su questo punto sono dunque ristretti», sottolinea l’associazione.

    Nel documento approvato dal consiglio regionale però «Non si citano  le modalità ed il percorso per le preparazioni galeniche, per le quali non è richiesto alcun ambito specifico essendo già disponibili in Italia senza doverle importare e già prescrivibili sin da quando nel 2007 il Ministero si è espresso riguardo il THC ed il suo utilizzo come terapia inserendolo nella tabella II B – ricordano i pazienti – Questa sostanza, per la legge italiana da ben 5 anni può essere prescritta da un medico sul proprio ricettario semplice».

    «Del resto, neanche i rappresentanti di Solmag-Artha (del gruppo Fidia, distributori alle farmacie italiane delle infiorescenze olandesi titolate per le preparazioni galeniche) e della Sifap (Società Farmacisti Preparatori), da noi per tempo segnalati per la convocazione, erano stati ascoltati in fase di audizioni in commissione sanità, per un grosso problema di comunicazione che ha di fatto parimenti escluso le nostre 3 associazioni (Pazienti Impazienti Cannabis, Associazione Cannabis Terapeutica, Associazione Luca Coscioni) dalle fasi finali del dibattito in quella sede –  si legge nel comunicato  – I molteplici aspetti di queste terapie, anche e soprattutto quelli normativi, prescrittivi, e medico-legali, sono pressochè sconosciuti perfino agli addetti ed alla gran parte dei malati, motivo cui attribuiamo la carenza di risultati dopo le audizioni, ed anzi la modifica stessa in senso limitativo del testo originale».

    Per quanto riguarda invece i farmaci esteri «L’aspetto della legge che non condividiamo è quello relativo alla creazione di un “elenco” di medici specialisti che verrebbero “autorizzati” per via politica a prescrivere questi farmaci, escludendo tutti gli altri specialisti – sottolinea l’associazione – Sono valutazioni che andrebbero lasciate al medico sulla base di evidenze che vanno via via accumulandosi e della conoscenza clinica del proprio paziente, e non imposte loro per legge. Specie se il fine della L. 125 è quello di aiutare i malati ad avere accesso a quei farmaci su prescrizione del loro medico».

    La legge richiede solo che vengano prescritti da un medico ospedaliero e ciò solo per essere forniti senza spese, nient’altro.

    «Grazie alla mediazione dei firmatari della legge e del presidente della Commissione Sanità, abbiamo concordato la seguente opzione: chiedere di essere finalmente ascoltati dalla commissione, insieme a Solmag e Sifap, per esporre le nostre considerazioni e richieste di aggiustamenti – conclude l’associazione – Dopo di ciò, il Consiglio Regionale potrebbe essere chiamato a votare su di un emendamento che modifica il punto che ci sta particolarmente a cuore, indicato sopra, ed eventualmente altri. Ogni legge approvata in una Regione fungerà da modello per le successive, ecco perché in Liguria non possiamo tirarci indietro, neanche a legge approvata: è necessario per tutti i pazienti italiani».

     

    Matteo Quadrone

     

  • Sampierdarena: rischi per la salute dei lavoratori del Sert

    Sampierdarena: rischi per la salute dei lavoratori del Sert

    I lavoratori del servizio tossicodipendenze – Ser.T Ponente (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali) denunciano la grave situazione ambientale in cui si trovano ad operare e con una lettera datata 17 luglio chiedono alla dirigenza dell’Asl 3 di eseguire tempestivamente un sopralluogo.

    «Il nostro servizio Ser.T Ponente ubicato in via Sampierdarena n. 2 ed è di proprietà dell’Autorità Portuale – scrivono – è una vecchia palazzina stile liberty che nel tempo è stata sede di vari servizi Asl». Parliamo di un edificio fatiscente «All’esterno da almeno 10 anni sono presenti impalcature mai rimosse che facevano sperare in una ristrutturazione mai avvenuta – continuano gli operatori del Sert – questo comporta l’impossibilità di poter aprire le persiane in alcuni locali poiché anche questa semplice operazione rischierebbe di far cadere le persone in strada».
    Inoltre, sul piano della sicurezza i lavoratori fanno presente che «Le finestre del piano terra sono tutte provviste di inferriate e l’unica uscita di sicurezza si apre su un distributore di benzina – continua la missiva – All’interno della palazzina negli ultimi tre anni, grazie agli sforzi del nuovo responsabile, il dott. Giorgio Schiappacasse, sono state effettuate delle migliorie che hanno riguardato la pulizia dei locali, la tinteggiatura delle pareti e l’illuminazione. Ma purtroppo tali interventi non sono sufficienti a rendere vivibile gli ambienti sia per gli operatori, che si alternano per 12 ore giornaliere, sia per gli utenti del servizio».

    Durante la stagione invernale «Gli infissi oltre ad essere pericolanti non si chiudono, lasciando passare aria ed acqua e di conseguenza alcuni locali si allagano ed il riscaldamento è insufficiente. Gli operatori, soprattutto all’ultimo piano sono costretti a lavorare con giacche e cappotti». D’estate invece «Non avendo i condizionatori si è costretti a lasciare le finestre aperte e questo comporta l’entrata di polvere di carbone provenienti dai depositi vicini all’edificio. Tali polveri depositano costantemente uno strato di carbone su scrivanie, fascicoli, documenti, computer, telefoni e peggio ancora sui nostri vestiti, sulla cute causando a molti di noi prurito sulla pelle. Nel corso della giornata siamo costretti a pulirci le mani più volte poiché nere di carbone. Molti operatori lamentano bruciori agli occhi (congiuntivite) e infiammazione alle vie respiratorie (rinite, faringite, bronchite). Inoltre non ultimo in ordine di gravità, sul tetto sono presenti strati di amianto visibili ad occhio nudo».

    Per tutti questi motivi «Segnalati a più riprese negli incontri che la Asl 3 ha organizzato sulla sicurezza ma anche per iscritto, oggi ci troviamo a lavorare in una situazione malsana e pericolosa per noi e gli utenti – concludono i lavoratori del Sert Ponente – Chiediamo che tempestivamente venga eseguito un sopralluogo e che vengano mesi in atto interventi risolutivi e in caso di impossibilità non escludendo una diversa collocazione del servizio».

    I rilievi evidenziati trovano pieno riscontro nelle informazioni in possesso del sindacato autonomo Fials «La situazione si protrae da anni nella condizione descritta con conseguenti peggioramenti strutturali dettati da usura e da omessi interventi manutentivi – spiega il segretario della Fials, Mario Iannuzzi – e ripetutamente, in passato, sono state inoltrate segnalazioni analoghe senza ottenere alcun riscontro».

    Per questo il sindacato – considerando gli obblighi del datore di lavoro in materia di sicurezza degli ambienti di lavoro e degli ambienti aperti al pubblico, igiene degli ambienti, decoro degli ambienti di lavoro e degli ambienti aperti al pubblico – chiede all’azienda e al competente Servizio Prevenzione e Protezione di «Fornire copia della mappa di rischio inerente il locale in questione, ovvero di consentirne la visione come da normative vigenti; di fornire ogni utile riscontro in merito ad eventuali prescrizioni rilasciate dalle competenti autorità (UO PSAL sopralluoghi svolti come da nostra richiesta); di rendersi disponibile per un sopraluogo urgente nei locali unitamente ai nostri rappresentanti sindacali».

     

    Matteo Quadrone

  • Liguria, cannabis terapeutica: quando la disinformazione la fa da padrona

    Liguria, cannabis terapeutica: quando la disinformazione la fa da padrona

    Oggi su tutti gli organi di informazione di qualsiasi natura essi siano (carta stampata, media online, tv e quant’altro) sono usciti roboanti articoli in merito all’approvazione in Commissione Sanità della proposta di legge regionale (che peraltro giaceva dimenticata da un anno e mezzo in qualche cassetto) sulla cannabis terapeutica “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, presentata dai consiglieri di Sel e Fds.
    Ebbene, trattandosi di una materia assai spinosa che chiama in causa leggi nazionali e relative leggi regionali (chi vuole approfondire è invitato a leggere l’approfondimento di Era Superba), in via di approvazione in tutta Italia grazie alla spinta decisiva delle associazione di pazienti che da anni si battono per il diritto alla cura con la cannabis, la confusione regna sovrana. A questo punto è necessario fare un po’ di chiarezza perché non è possibile giocare irresponsabilmente sulla pelle dei malati.

    Innanzitutto la proposta di legge è stata approvata all’unanimità in III Commissione ma dovrà essere discussa, nel mese di agosto (salvo probabili slittamenti perché sappiamo bene quanto i nostri politici tengano alle ferie,ndr), in Consiglio regionale. Inoltre ieri, contestualmente alla proposta di legge, è stato approvato anche un relativo emendamento che, secondo i consiglieri, migliora l’impianto complessivo della legge.
    Premesso che finché non sarà possibile leggere integralmente l’emendamento è difficile farsi un’idea sufficientemente chiara delle presunte novità introdotte, alcune incongruenze saltano immediatamente agli occhi.
    «La proposta di legge prevede di inserire i farmaci a base di cannabonidi all’interno del servizio regionale sanitario e renderli così, accessibili economicamente a tutti i pazienti che ne necessitano», scrive Sel in un comunicato stampa diffuso ieri. «Con questa legge si daranno importanti risposte sia dal punto di vista della salute dei malati perché la cura è all’avanguardia, sia dal punto di vista economico perché riduciamo le spese ai pazienti», aggiunge il consigliere di Sel, Matteo Rossi.
    «L’emendamento migliorativo prevede che i farmaci a base di cannabis possano essere prescritti da medici di medicina generale previa prescrizione di specialisti in oncologia, anestesia, rianimazione, neurologia e medici in attività di centri e servizi di cure palliative, restando a carico delle servizio sanitario regionale», spiega il comunicato.

    Titoloni di giornale annunciano che da oggi la cannabis terapeutica potrà essere prescritta anche dai medici di base, ma in realtà già da alcuni anni esiste questa opportunità, tra l’altro senza dover passare preliminarmente dalla prescrizione di uno specialista. Il problema semmai è trovare medici disponibili a prescrivere medicinali derivati dalla cannabis perché tutto dipende dall’esclusiva valutazione discrezionale del professionista in questione ed inoltre lo stesso Ordine dei medici non incentiva questa pratica.
    Attualmente simili prodotti non sono disponibili nelle farmacie del nostro Paese ed i medici che ritengono di dover sottoporre i propri pazienti a terapia farmacologica con derivati della cannabis devono richiederne l’importazione dall’estero all’Ufficio Centrale Stupefacenti del Ministero della Salute. La normativa nazionale di riferimento è il Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all‘importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico, per utilizzo in ambito ospedaliero ed extra-ospedaliero.
    Inoltre dal 2007 si è aperta anche una seconda opportunità per i pazienti. I medicinali a base di cannabinoidi possono infatti essere commercializzati come preparazioni galeniche magistrali. Qualunque medico può prescrivere su semplice ricetta bianca non ripetibile tali preparazioni e qualsiasi farmacia – dotata di un laboratorio galenico – può richiederli ad una ditta di Milano, la Solmag-Artha, che nel 2009 ha chiesto ed ottenuto l’autorizzazione per importare i derivati naturali, ovvero le cosiddette infiorescenze femminili, dall’Olanda.
    Oggi i farmaci a base di cannabis sono a carico del paziente se prescritti dal medico di base, a carico del servizio sanitario se prescritti in ambito ospedaliero, non solo ospedalizzati ma anche pazienti soggetti a day-hospital, ad un percorso ambulatoriale o in regime di assistenza domiciliare integrata.
    «Se la presunta novità consiste nella possibilità, dopo aver ottenuto la prescrizione di uno specialista, di poter continuare la terapia ottenendo i farmaci gratuitamente su prescrizione del medico di base, questo sarebbe un fatto positivo spiega Alessandra Viazzi, presidente dell’associazione Pazienti Impazienti Cannabis – al contrario, se l’accesso gratuito ai derivati della cannabis è consentito esclusivamente grazie alla prescrizione di un medico specialista, si tratta di un passo indietro. Inoltre l’aver limitato le specialità (oncologia, anestesia, rianimazione, neurologia e medici in attività in centri e servizi di cure palliative) è un errore perché in questo modo si limita l’accesso alla cura ad una moltitudine di malati».
    Il presidente della commissione Sanità, Stefano Quaini, prova a spiegare meglio le novità introdotte «Facendo riferimento alla legge n.38/2010, che disciplina le cure palliative e la cura del dolore in Italia, ho proposto alcuni emendamenti che sono stati recepiti e che danno la possibilità di prescrizione ai medici specialisti di anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia, oltre ai medici operanti nei centri e servizi di cure palliative, tenendo fermo il principio secondo cui l’approvvigionamento del farmaco in questione debba effettuarsi presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, mentre ad oggi l’unica possibilità era quella di fare riferimento a livello sovranazionale».
    L’associazione Pazienti Impazienti Cannabis contesta con forza queste affermazioni «Il riferimento alla legge n. 38/2010 è negativo perché così passa un messaggio errato – spiega Viazzi – viene messa in evidenza l’utilità di questi farmaci esclusivamente per quanto concerne le cure palliative del dolore, ad esempio nei casi di malati di Aids o per malati sottoposto a cicli di chemioterapia. Ma questa è solo una delle indicazioni e non certamente la principale, come abbiamo sottolineato più volte. In questa maniera vengono esclusi numerosi pazienti affetti da patologie che nulla hanno a che vedere con le cure palliative. Inoltre lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze è solo l’ultimo tassello di un processo che prevede, prima l’indicazione di un ente produttore di cannabis a fini terapeutici e successivamente, tramite un bando della regione, l’individuazione di una struttura dove realizzare la preparazione dei farmaci. Oggi, infatti, è possibile rivolgersi alle farmacie dotate di un laboratorio galenico che però sono costrette ad importare il prodotto dall’Olanda, con i conseguenti notevoli costi per i pazienti».

    Ma l’aspetto più grave rimane l’aver escluso le associazioni dei pazienti – la cui esperienza è stata fondamentale nella fase di preparazione della proposta di legge – dalle recenti audizioni della Commissione Sanità, nonostante i consiglieri sbandierino ai quattro venti il loro coinvolgimento «E’ stato condotto un ciclo di audizioni esaustivo e molto utile che ha dato la possibilità ai commissari di essere edotti al meglio sulla materia, peraltro molto complessa e non priva di tecnicismi – afferma Quaini – La Liguria sarebbe la seconda regione italiana, dopo la Toscana, a dotarsi di una legge ad hoc su un tema così spinoso e spesso trattato in maniera superficiale e pregiudiziale, mentre i consiglieri della nostra Regione hanno dimostrato una notevole maturità e l’interesse fattivo nel voler offrire risposte concrete a malati sofferenti di patologie croniche molto insidiose».
    «Noi non siamo stati ascoltati dalla Commissione – conferma il presidente di Pazienti Impazienti Cannabis – Per quanto ne sappiamo i  consiglieri regionali hanno incontrato in audizione l’associazione Gigi Ghirotti, presieduta dal professor Franco Henriquet ed il primario di medicina d’urgenza del San Martino. Eppure senza il nostro contributo la proposta di legge non sarebbe mai stata realizzata».

    Pazienti Impazienti Cannabis, Associazione Luca Coscioni e Associazione per la Cannabis Terapeutica, infatti, erano stati convocati per l’11 giugno, poi l’incontro è stato rinviato al 18 giugno. «In vista di questo importante appuntamento abbiamo coinvolto anche la Società Italiana Farmacisti Preparatori, i rappresentanti della Solmag-Artha che si occupa dell’importazione dei derivati naturali dell’Olanda ed il medico che ormai da molti anni segue 4 pazienti genovesi e conosce molto bene le attuali procedure – conclude Viazzi – sarebbe stato utile ascoltare le nostre istanze invece l’audizione è slittata nuovamente, questa volta al 25 giugno. Noi abbiamo comunicato che quel giorno non saremmo riusciti ad essere presenti, causa altri impegni, ma nonostante le nostre richieste di fissare un nuovo appuntamento, non siamo più stati convocati. Con grande sorpresa ieri sera sono venuta a conoscenza dell’approvazione della proposta di legge. Prima di dare un giudizio definitivo sulla legge vogliamo studiarla approfonditamente con i relativi emendamenti».
    Certamente l’aver diffuso entusiastici comunicati stampa sull’approvazione di una proposta di legge che ancora deve essere discussa dal consiglio regionale e, senza ombra di dubbio, necessita di opportuni aggiustamenti, resta una leggerezza incomprensibile su una materia assai delicata che chiama in causa il diritto alla cura di migliaia di malati.

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto: aderisci al coordinamento in difesa dell’area dell’ex manicomio

    Quarto: aderisci al coordinamento in difesa dell’area dell’ex manicomio

    Da giugno si è costituito il “Coordinamento per Quarto” al quale hanno già aderito molte persone e associazioni. Chi vuole sottoscrivere il documento e schierarsi in difesa dell’area dell’ex manicomio di Genova Quarto può farlo inviando una mail a Dorina Monaco al seguente indirizzo: dorina50@hotmail.it

    Di seguito riportiamo il testo integrale del “Coordinamento per Quarto”:

    L’ex manicomio di Quarto è stato costruito nel 1894 sul luogo in cui sorgeva Villa Isola, di proprietà della Famiglia Spinola, e andava a sostituire il precedente ospedale per infermi di mente. Dopo la chiusura è stato destinato ad altri usi, fra cui uffici ed ambulatori della locale ASL.
    Un luogo storico, ricco di memoria, ma ricco di grandi potenzialità, teatro di rivoluzioni nel campo della Salute Mentale, che ancora oggi ospita 80 pazienti e diversi presidi socio-sanitari, inoltre accoglie una importante Biblioteca per la Salute Mentale, l’Istituto Museo delle Forme Inconsapevoli, il Centro Basaglia, il Centro Diurno Il Girasole, il Centro Diurno Disabili, la Scuola Elementare e Media Barrili, il Centro per l’Alzheimer, il Centro per i Disturbi alimentari e tante altre attività. Dal punto di vista architettonico-urbanistico è preziosa isola verde con enormi spazi ancora da utilizzare.
    Guardiamo questi palazzi sognando quello che potrebbero accogliere, un luogo dove portare la bellezza, unica vera cura possibile contro la sofferenza che ormai appartiene a noi tutti. Le potenzialità di questo posto sono enormi. Facciamolo rinascere! Potrebbe diventare una cittadella per la salute, la socialità, il lavoro, per l’arte e la cultura, essere luogo di ricerca, punto d’incontro e condivisione di realtà differenti che ora più che mai hanno bisogno di lavorare vicine e di avere un loro luogo per crescere.

    Sull’intero complesso incombe, invece, la vendita con la conseguente dismissione di tutte le attività, compreso l’allontanamento imposto alle ottanta persone che vivono ormai lì anche da più di trent’anni. Con tutta probabilità è prevista l’edificazione di residenze private o l’ennesimo centro commerciale. Spazi rivolti all’interesse remunerativo del singolo, non-luoghi che aumentano l’alienazione e la compulsione della collettività.
    Al contrario è importante che i pazienti continuino a vivere dove hanno ormai radicato i loro riferimenti; alcuni vivono a Quarto da più di trent’anni e spostarli attraverso una gara o un atto amministrativo vuole dire tradire queste persone nei loro diritti e rimettere in crisi la loro salute; diamo valore alla prospettiva riabilitativa della salute mentale, nella dimensione del bene comune, nella dimensione del servizio pubblico; la Biblioteca Psichiatrica e L’Istituto delle Forme Inconsapevoli con il Mueseoattivo, devono rimanere dove sono, a testimoniare e a rinnovare la memoria, il lavoro e la cultura relativa alla storia che ha permesso di trasformare la “collina dei matti”.

    La cessione del patrimonio pubblico dell’ex OP di Quarto cancellerebbe la memoria di questi luoghi. Per questo vorremmo conoscere le ragioni che rendono tale ipotesi economicamente vantaggiosa per la collettività. C’è bisogno di andare oltre alla sola prospettiva economica, dobbiamo imparare a progettare i beni comuni attraverso la loro complessità, attraverso la ricchezza che tale complessità comporta.

    Per questo proponiamo di guardare oltre le mura dell’OP di Quarto, alle altre proprietà pubbliche contenitori di servizi alla persona. E’ possibile immaginare il trasferimento all’interno del complesso di Quarto dei diversi presidi socio-sanitari, oggi collocati sul territorio del Levante, in contesti difficilmente accessibili? Pensiamo ad esempio a Via Bainsizza e a via Torricelli, che liberandosi potrebbero essere messe facilmente sul mercato. In questo modo Quarto potrebbe diventare un modello di gestione efficace delle risorse, e nel contempo sarebbero salvaguardate le effettive necessità di bilancio da destinare alla salute di tutti i Cittadini.
    Difendiamo questa realtà, punto di riferimento per il territorio del Levante e per l’intera città.

     

    Foto di Daniele Orlandi

  • Val Polcevera: il Municipio si schiera contro i tagli ai servizi sanitari

    Val Polcevera: il Municipio si schiera contro i tagli ai servizi sanitari

    Tre mozioni che ribadiscono alcuni punti fermi per il Municipio Val Polcevera sono state discusse ed approvate all’unanimità nella seduta del 18 luglio scorso. Parliamo di tre iniziative consiliari su temi attuali e particolarmente sentiti nella delegazione: in primis la situazione della sanità, poi il proliferare di sale giochi/scommesse ed infine la difesa della storica Centrale del Latte di Fegino.
    La mozione più significativa è quella relativa alle strutture sanitarie della vallata che, prendendo spunto dalla recente chiusura, per il periodo estivo, del punto Cup di via Canepari a Certosa, evidenzia efficacemente le carenze generate da una gestione deficitaria del comparto sanitario a livello locale.

    «Premesso che sono ritenuti due punti irrinunciabili la prossima realizzazione del famoso ospedale di Ponente a Villa Bombrini e della Casa della Salute a Teglia nell’area ex Miralanza, prima che queste opere siano effettivamente presenti e funzionanti, occorre continuare a mantenere i presidi attualmente esistenti sul territorio – sottolinea il presidente del Municipio Val Polcevera, Iole Murruni – Sappiamo di trovarci nel quadro di pesanti quanto inevitabili tagli al comparto sanitario ma riteniamo che negli anni scorsi la vallata abbia già subito notevoli ridimensionamenti per quanto riguarda i servizi sanitari».
    Il punto Cup di Certosa è stato chiuso senza preavviso a partire dalla prima metà di giugno, spostando i servizi di prenotazione presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo e lasciando così scoperta una zona alquanto popolosa. «Siamo riusciti ad impostare una trattativa con la Asl 3 e l’azienda ha dichiarato la propria disponibilità a tenere aperto il Cup di via Canepari per una volta a settimana, il mercoledì mattina – sottolinea Murruni – Decisione che apprezziamo ma che risulta comunque insufficiente a coprire le esigenze della popolazione. Inoltre abbiamo preso contatti con le farmacie di quartiere: una di queste ha mostrato il suo interessamento e a partire da settembre garantirà il servizio di prenotazione».
    I locali di via Canepari non sono di proprietà dell’Asl 3 che è costretta a pagare un ingente affitto e nei mesi scorsi, proprio a causa del costo eccessivo a carico dell’azienda, è stata paventata la possibilità di una chiusura definitiva del punto Cup. Per scongiurare questo rischio il Municipio Val Polcevera intende collaborare attivamente nell’individuazione di spazi idonei alternativi, al fine di mantenere l’erogazione del servizio sul territorio.
    Gli ambulatori di via Canepari – secondo il consiglio municipale – dovranno continuare a coesistere con la piastra attualmente presente presso l’ex ospedale Celesia vista l’entità numerica della popolazione presente sull’intero territorio di Rivarolo. Ma purtroppo l’orientamento dell’azienda sembra essere un altro. Il 3 luglio scorso si è svolto un incontro con l’assessore alla Salute della Regione Liguria, Claudio Montaldo e la dirigenza dell’Asl 3 alla presenza della giunta municipale della Val Polcevera ma anche dei sindaci dei comuni limitrofi (Sant’Olcese, Ceranesi, Serra Riccò, Mignanego, Campomorone). In questa sede è stato comunicato che all’interno dell’ex ospedale Celesia (sottoposto in questi mesi ad importanti lavori di riqualificazione per la trasformazione del padiglione a valle in residenzialità, ndr) verranno trasferiti servizi non alla persona e non verranno ulteriormente integrati i servizi ambulatoriali a fronte della chiusura del Cup di Certosa; gli ambulatori di via Canepari verranno trasferiti presso la palazzina della salute di via Bonghi a Bolzaneto; la radiologia del Celesia, sottoutilizzata a causa della carenza di domanda dell’utenza, verrà dismessa e trasferita, insieme al personale medico e tecnico, presso l’ospedale Gallino di Pontedecimo per potenziarne i turni offrendo un servizio più ampio nell’arco delle 12 ore.
    «Le scelte finora adottate non tengono conto della particolarità territoriale della Val Polcevera – ribadisce la mozione – e rendono deficitari i servizi ambulatoriali e Cup nella zona di Rivarolo».
    Infine, per quanto riguarda l’ospedale Gallino di Pontedecimo «Siamo preoccupati perchè, considerando il taglio dei posti letti deciso dalla spending review del Governo Monti, questo potrebbe essere il primo presidio ad essere colpito – spiega Iole Murruni – L’assessore Montaldo si è impegnato a conservare la struttura di Pontedecimo. Noi monitoreremo la situazione affinché l’ospedale lavori al 100%».
    «L’orientamento è specializzare il Gallino su interventi di media bassa intensità – continua Murruni – però vogliamo che siano garantite tutte le specialità in modo tale che l’ospedale funzioni a pieno regime». Data la nuove vocazione «Il primo soccorso dovrà essere strategico nello sgravio della mole di accessi al pronto soccorso del Villa Scassi – si legge nella mozione – sia nelle operazioni preliminari di triage e diagnosi, sia nella cura, accompagnata da prestazioni ortopediche e chirurgiche di bassa complessità che, se organizzzate a dovere, l’ospedale può certamente svolgere efficacemente. In generale il Gallino dovrà essere un polo dove si svolgono attività multidisciplinari e dove tuttte le sale operatorie sono utilizzate pienamente per fornire un servizio efficace e di qualità».
    In conclusione «Secondo noi è necessaria un’attenta pianificazione del sistema saniario locale e delle risorse disponibili con il pieno coinvolgimento di tutte le istituzioni della Val Polcevera (municipio e comuni limitrofi) e della Valle Scrivia», conclude Murruni. Il documento impegna il Presidente e la Giunta affinché «Nel municipio di competenza e più in generale nella zona che accoglie il bacino di utenza, si vigili per far sì che il livello assistenziale numerico e qualitativo non sia solo mantenuto ma ottimizzato e ampliato per quello che le strutture attuali forniscono».

    Il secondo documento punta il dito contro l’eccessiva presenza di sale giochi/scommesse sul territorio cittadino. Secondo l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), a Genova, dal 2011 sono presenti oltre 2000 esercizi con new slot e 56 sale con video lottery.
    La mozione ricorda che «Il Municipio Val Polcevera è stato tra i primi ad attivarsi per contrastare il dilagare del fenomeno delle sale da gioco e della ludopatia organizzando un’assemblea pubblica sul tema alla presenza della sindaco Marta Vincenzi, ascoltando i consigli e i pareri della cittadinanza, oltre ai funzionari della Questura e del Comune incaricati del monitoraggio del fenomeno, denunciandone gli effetti dannosi diretti e indiretti e attivandosi quale portavoce delle esigenze e delle volontà del territorio della Val Polcevera in data 8 Marzo 2012 presso la Presidenza della Repubblica, la Camera dei Deputati, il Senato della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Regione Liguria». Inoltre sul territorio «Si sono attivate numerose iniziative di carattere popolare sotto forma di raccolta di firme che nell’ultimo periodo sono state fatte per denunciare la volontà dei cittadini di contrastare il sorgere ed il produrre di tali attività».
    Le istituzioni locali – per quanto possibile considerando le proprie competenze – hanno provato a fornire risposte su questo fronte: la delibera n° 00013/2012, approvata dal Consiglio comunale di Genova, istituisce e disciplina la Consulta permanente sul gioco con premi in denaro e pone in evidenza le linee di indirizzo per la prevenzione della ludopatia. Mentre la Legge Regionale n° 17 del 30 Aprile 2012 pone limiti all’esercizio delle attività delle sale da gioco, vieta la pubblicizzazione delle vincite, la pubblicizzazione dell’apertura o dell’esercizio di sale da gioco, e istituisce sanzioni amministrative per i trasgressori di quanto sancito negli articoli 1 e 2 della detta legge.
    La mozione approvata all’unanimità impegna Presidente e Giunta «A farsi portavoce presso il Comune di Genova affinché venga attivata la Consulta Permanente sui Giochi con premi in denaro, così come stabilisce la deliberazione consigliare del 28 Febbraio 2012; a farsi portavoce presso il Comune di Genova affinché, in detta Consulta, sia presente di diritto un delegato per ogni Consiglio Municipale di Genova; a continuare l’azione di sostegno del Municipio alla Fondazione Antiusura, alla Caritas, all’ARCI, alle ACLI, a Libera, e a tutte le associazioni che similmente si occupino di contrastare il fenomeno del gioco d’azzardo, della ludopatia, e dell’usura; a sostenere ogni iniziativa lecita, quali ad esempio raccolte firme per petizioni o iniziative di legge, volta a modificare la legislazione nazionale in modo da contrastare il fenomeno in oggetto, sia in riferimento ai pericolosi effetti della ludopatia sia, soprattutto, in merito alla possibilità di limitare o impedire l’apertura di nuove sale gioco e di scommessa; a sollecitare gli enti preposti per una completa e piena applicazione della legge Regionale 17 del 30 Aprile 2012».
    Infine un focus particolare è posto sulla nuova attività, aperta da pochi mesi a meno di dieci metri in linea d’aria dal complesso scolastico di piazza Pallavicini a Rivarolo, per cui occorre «Verificare con gli enti preposti l’iter procedurale e giudiziario della diffida in essere a carico della sala slot di Via Vezzani 1».

    La mozione sulla Centrale del Latte di Fegino, invece, ribadisce la difesa di un sito produttivo attivo da 75 anni, oggi a rischio chiusura a causa delle scelte della proprietà. «Il Municipio si oppone con decisione alla scelta preannunciata da Parmalat-Lactalis di voler chiudere la Centrale del Latte, esprimendo forte solidarietà verso tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici di questa storica azienda polceverasca – sottolinea il documento approvato all’unanimità – il pericolo maggiore è quello di perdere dei posti di lavoro sia in maniera diretta con i dipendenti (75 lavoratori) sia di tutto l’indotto (circa 200 operatori tra allevatori, trasportatori e cooperative dell’alta Valpolcevera)».
    L’azienda ha comunicato che manterrà un magazzino di smistamento nel Mercato Ortofrutticolo di Genova-Bolzaneto, ma come precisa la mozione «Non si hanno alcune garanzie circa il numero degli occupati in questa nuova attività e sul tipo di contratto che sarà stipulato».
    Il piano industriale presentato attualmente da Lactalis «Si configura come un piano di dismissioni, rappresentando l’ennesimo schiaffo delle grandi multinazionali alle produzioni locali, anche se valide ed efficienti, oltre che una presa in giro per i consumatori genovesi che continueranno ad acquistare Latte Oro pensando che sia prodotto e provenga da Genova ed invece non sarà più così».
    Secondo il Municipio Val Polcevera «Il rilancio e lo sviluppo della Centrale del Latte di Genova potrebbe essere al centro di un polo agroalimentare ligure (eventualmente in un nuovo sito produttivo) a salvaguardia degli attuali livelli occupazionali».
    Il documento impegna il Presidente e la Giunta ad «Attivarsi presso il Comune di Genova e la Regione Liguria per la difesa delle prospettive produttive e dei livelli occupazionali della Centrale del Latte di Genova e del suo indotto, mettendo a disposizione le strutture del Municipio per facilitare incontri tra le parti; a verificare le ricadute della cessata produzione della Centrale di Fegino sulla lavorazione e confezionamento di prodotti caseari utilizzati anche per prodotti con marchio IGP (tipo “focaccia di Recco”); a verificare la compatibilità e le criticità che un magazzino di distribuzione di latticini può creare all’interno della struttura del Mercato Ortofrutticolo di Bolzaneto».

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex manicomio: il Municipio Levante chiede garanzie sul futuro dell’area

    Quarto, ex manicomio: il Municipio Levante chiede garanzie sul futuro dell’area

    Manicomio di QuartoMercoledì 19 luglio il consiglio del Municipio Levante ha approvato all’unanimità un documento, contenente alcune integrazioni proposte dai consiglieri di minoranza, in cui si chiedono garanzie sul futuro dei servizi e delle aree dell’ex ospedale psichiatrico di Quartoun complesso che la Regione Liguria ha messo in vendita, insieme ad altri cespiti immobiliari, per coprire il profondo rosso della sanità ligure  – nonché l’attivazione di un tavolo di confronto che veda la partecipazione del Distretto Socio-Sanitario, di Asl 3, Regione, Provincia, Comune, Municipio, Arte e del Coordinamento di Quarto.

    «Si tratta di un’iniziativa importante che tutti i gruppi all’opposizione hanno voluto fortemente sostenere – spiega Walter Vassallo, presidente della I Commissione, competente in materia di pari opportunità – Un esempio tangibile, dove il buon senso è stato trasversale a qualsiasi posizione individualistica. Siamo tutti in perfetta sintonia con il testo, approvato all’unanimità dal consiglio, che include le integrazioni portate avanti da tutti i gruppi della minoranza. Alcune di queste integrazioni sono frutto delle osservazioni fornite dall’Associazione famiglie pazienti psichiatrici Alfapp, che ringrazio, e hanno l’obiettivo di scongiurare scenari di emarginazione per i pazienti e garantire che non si presentino casi di disorientamento per paventati trasferimenti verso altre strutture».

    Lorenzo Pellerano, consigliere regionale della Lista Biasotti, che da mesi si sta occupando della questione riguardante la cessione degli immobili dell’Asl 3, ha assistito ai lavori del consiglio municipale e sostiene la richiesta del Municipio Levante «Ritengo molto significativa la presa di posizione unitaria del Municipio: si chiede a Regione, Arte (agenzia regionale territoriale per l’edilizia, oggi proprietaria degli immobili compresi nell’ultima cartolarizzazione del 2011, ndr) e ad Asl di discutere insieme il futuro delle aree di Quarto, dei pazienti e dell’offerta sanitaria nel Levante cittadino. Mi auguro che questa richiesta, assolutamente ragionevole, venga accolta al più presto. C’è poco tempo per risolvere un grande pasticcio, ma il quartiere e i pazienti hanno diritto di dire la loro su un’operazione che porterà molti milioni di euro nelle casse pubbliche».

    La mozione del consiglio municipale sottolinea quanto sia necessario – considerando che il Levante  è stato progressivamente depauperato di servizi sanitari – disporre di una piastra socio-sanitaria a conforto dei residenti. Inoltre il mantenimento o il cambio di destinazione d’uso delle aree già vendute a Valcomp due e delle aree recentemente vendute ad Arte, potrebbero costituire un fattore determinante per la salvaguardia dell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico – un patrimonio del Levante genovese e di tutta la città – nelle sue valenze architettoniche, storiche, sociali, sanitarie, ambientali.

    Regione e Comune, infatti, dovranno concordare il cambio di destinazione d’uso per le aree dell’ex manicomio di Quarto, in modo tale da consentire ad Arte la valorizzazione degli immobili acquisiti. «Non vorrei che questo momento arrivasse proprio nel periodo estivo, quando l’attenzione di tutti è più scarsa – sottolinea Pellerano – Il Comune avrà un breve margine temporale per poter presentare la sua proposta di cambio di destinazione d’uso. Nel qual caso non si esprimesse la Regione può sostituirlo. Secondo me è opportuno, prima di fare qualsiasi scelta, prendersi il tempo necessario per ragionare. E confrontarsi con le esigenze del quartiere».

    I principali obiettivi da raggiungere in sede di tavolo di confronto sono: la sospensione dei trasferimenti dei pazienti, un accordo per continuare a garantire i servizi sanitari alla struttura del Levante genovese cercando di costituire una Casa della salute ed il mantenimento, almeno parziale, della funzione pubblica delle aree di Quarto.

     

    Matteo Quadrone
    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Pontedecimo, ospedale Gallino: il rischio chiusura non è svanito

    Pontedecimo, ospedale Gallino: il rischio chiusura non è svanito

    SanitàSono passati ormai alcuni mesi, era l’autunno scorso, quando l’ospedale Gallino di Pontedecimo fu al centro delle polemiche per il paventato rischio dismissione del nosocomio, l’ultimo presidio ospedaliero superstite nell’area della Val Polcevera.
    La mobilitazione di cittadini e lavoratori evidenziò la fondamentale importanza dell’ospedale, mentre l’Asl 3 si affrettò a spiegare che si trattava solo di mere illazioni giornalistiche prive di fondamento.

    «È un ospedale che mantiene le sue funzioni di basespiegava ad Era superba, nell’aprile scorso, il direttore amministrativo dell’Asl 3, l’avvocato Piero Giuseppe Reinaudo – ed in questo momento non esiste nessuna ipotesi di chiusura e neppure di ridimensionamento». Si tratta invece di una revisione delle attività «In ragione di alcune evidenze cliniche alcune funzioni verranno riviste all’interno di uno schema complessivo».
    «Il Gallino comunque rimarrà aperto – precisava alcuni mesi fa Reinaudo – sia per quanto riguarda la chirurgia sia per quel che concerne la cardiologia».
    Ma il piano di riorganizzazione aziendale dell’azienda sanitaria locale genovese – è scritto nero su bianco nella delibera del 20 febbraio scorsoprevede una sola struttura complessa di chirurgia generale in luogo delle 4 presenti oggi.
    In pratica un drastico ridimensionamento delle chirurgie che, secondo i sindacati, significherà per i cittadini della vallata ma anche di tutto il ponente, poter contare solo sull’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    Oggi la preoccupazione per una possibile progressiva chiusura del Gallino, non è svanita: l’11 luglio scorso il sindacato autonomo Fials ha organizzato un’assemblea con i lavoratori per fare il punto della situazione. Inoltre «Abbiamo incontrato il comitato di cittadini sorto per difendere l’ospedale di Pontedecimo, alla presenza del presidente del Municipio Val Polcevera, Iole Murruni – spiega Mario Iannuzzi, segretario Fials Genova – L’obiettivo è non farsi trovare impreparati nel malaugurato caso l’azienda decidesse di accelerare i tempi e chiudere la struttura».

    Il sindacato Fials ha scritto una lettera indirizzata alla dirigenza dell’Asl 3 per chiedere chiarimenti in merito alla futura organizzazione del Gallino.
    «Vogliamo conoscere i piani di lavoro ed il “crono programma” relativi agli interventi in corso presso la struttura complessa di Chirurgia del Gallino – spiega Iannuzzi – Per quello che ci è dato a sapere dalla lettura degli atti aziendali, gli interventi in corso dovrebbero essere finalizzati alla realizzazione della sciagurata decisione Regionale e Aziendale di dismettere la Struttura Complessa Chirurgica per “sostituirla” con altra struttura».

    Ma di questa presunta “nuova struttura chirurgica”, sottolinea Iannuzzi «Non c’è alcuna traccia certa negli atti di questa Direzione Aziendale che non ha mai definito la natura del “nuovo servizio”. Abbiamo sentito parlare e letto sui giornali, di svariati progetti quali: Day Surgery chirurgico, ovvero “multidisciplinare”, ovvero ortopedico” e anche di un non meglio definito Day Hospital. L’Asl 3 non ha ancora chiarito quali specialità verranno mantenute in loco».
    Probabilmente il reparto verrà riorganizzato in funzione di day surgery, la cosiddetta “chirurgia in un giorno”, ovvero una divisione ospedaliera dedicata agli interventi di medio-bassa complessità con dimissione il giorno stesso dell’intervento.

    «Ribadiamo la nostra completa contrarietà a tale decisione che comporta, unitamente ad altri atti, un fortissimo ridimensionamento dell’offerta Chirurgica per i cittadini del Ponente Genovese e della Valpolcevera – ribadisce Iannuzzi – con inevitabile spostamento di risorse e di competenze sugli ospedali del Centro città, al punto da farci ritenere che sia in corso una precisa scelta di concentrare altrove l’intera offerta chirurgica di questa città penalizzando fortemente la popolazione interessata».
    La Fials sottolinea che l’intervento in corso di chiusura della struttura complessa di Chirurgia del Gallino «Coinvolge anche altri servizi – continua Iannuzzi – sale operatorie, ambulatori dell’area chirurgica, ecc. In tal senso è necessaria una chiara e precisa informativa sui programmi di attività che l’Asl 3 ha in mente per l’area coinvolta: sollecitiamo l’azienda a fornire, nel più breve tempo possibile, le informazioni richieste».

    Senza dimenticare che, sul futuro dei servizi sanitari, pende la spada di damocle rappresentata dalla spending review approvata recentemente dal Governo Monti che prevede il taglio di 18 mila posti letto in tutta Italia, circa 800 solo a Genova.

    «Il timore maggiore è suscitato dalle scelte che, Giunta regionale e Asl 3, dovranno inevitabilmente fare, quando il decreto legge diventerà esecutivo», conclude Iannuzzi.

     

    Matteo Quadrone

  • Pegli, ex ospedale Martinez: la piastra poliambulatoriale è necessaria

    Pegli, ex ospedale Martinez: la piastra poliambulatoriale è necessaria

    La piastra poliambulatoriale prevista nell’area adiacente all’ex Ospedale Martinez di Pegli, dopo mesi di animate discussioni all’interno del consiglio regionale, torna al centro dell’attenzione grazie ad un’interpellanza, presentata dai consiglieri Paolo Gozzi (Pd) e Antonio Bruno (Fds), che sarà discussa oggi a Palazzo Tursi.
    «Abbiamo deciso di chiedere al Sindaco ed alla Giunta una presa di posizione, decisa, in favore di un’opera che era già finanziata e che riteniamo imprescindibile ed essenziale per il nostro territorio», spiegano i due promotori. Parliamo di un progetto presentato pubblicamente e dato per certo, di cui era già stato diffuso il disegno definitivo e addirittura il cronoprogramma dei lavori.

    «In più occasioni pubbliche, ed in particolar modo durante diverse sedute del Consiglio di Municipio Ponente, l’Assessore regionale alla Salute Claudio Montaldo ed i Direttori dell’Asl3 Genovese avevano sempre dichiarato che i fondi ex art. 71 per la realizzazione della Piastra del Martinez erano vincolati a tale finalità e che ogni eventuale modifica avrebbe dovuto essere autorizzata dal Ministero della Sanità – spiega Paolo Gozzi – Inoltre, l’Assessore Montaldo aveva affermato più volte che l’edificio dell’ex Ospedale Martinez non sarebbe stato “cartolarizzato” e venduto se non dopo aver consegnato, alla popolazione locale, la Piastra Poliambulatoriale del Martinez operante nel pieno dello proprie funzionalità».
    Ma nel febbraio scorso Regione Liguria e Comune di Genova hanno firmato un protocollo d’intesa che individua il sito di Villa Bombrini a Cornigliano quale area sulla quale sarà realizzato l’ospedale unico del Ponente e, contestualmente, stabilisce quali sono e quali saranno le Piastre Poliambulatoriali site sul territorio genovese. Le piastre sanitarie citate sono quella di Voltri (area ex Coproma-Tecsaldo), di Teglia (area ex Mira Lanza), di S.Fruttuoso–Corso Sardegna (area ex Mercato Ortofrutticolo) e di Quarto (nell’ambito del processo di riorganizzazione dell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico).
    Mentre non viene per nulla menzionata la Piastra di Pegli, scatenando così le giustificabili preoccupazioni della popolazione pegliese in merito all’intenzione della Regione Liguria di escludere dal piano di costruzione delle piastre poliambulatoriali sul territorio genovese quella prevista nell’area adiacente all’ex Ospedale Martinez.

    «Il progetto per la realizzazione della Piastra Poliambulatoriale del Martinez è stato da tempo completato e sottoposto all’approvazione del Consiglio Comunale il 31 gennaio 2012 – scrivono Gozzi e Bruno nell’interpellanza – Lo stesso giorno il Consiglio Comunale di Genova ha approvato e portato a compimento definitivo il percorso circa le opere afferenti la Piastra Poliambualtoriale del Martinez anche dal punto di vista urbanistico, definendo opportunamente che tale area è dedicata alla destinazione d’uso di tipo socio- sanitario per potervi realizzare le opere afferenti il progetto a suo tempo approvato dal Municipio. Tali lavori avrebbero dovuto prendere avvio entro la fine dell’anno 2011 e concludersi entro il 2013».
    L’assessore regionale alla Salute Claudio Montaldo, invitato presso il Consiglio del Municipio Ponente alla seduta del 16 marzo 2012 «Ha confermato il differimento, a data da definirsi, della realizzazione dell’opera, come del resto già comunicato in sede di Consiglio Regionale, fornendo anche comunicazione circa l’utilizzo dei fondi per altri interventi e l’avvenuta cessione ad ARTE dell’edificio già Ospedale Martinez, in vista di un’alienazione – continua l’interpellanza – Nella stessa sede l’Assessore ha fornito la disponibilità ad individuare soluzioni di carattere precipuamente finanziario che consentano di ritornare su tale decisione, già adottata in sede di Giunta Regionale e ribadita nella convenzione stipulata con il Comune di Genova».
    Nonostante questo impegno non si è registrato alcun ripensamento da parte regionale ed anzi «È stato approvato, con deliberazione ASL, un cronoprogramma di dismissione ed alienazione dell’immobile dell’ex Ospedale Martinez da effettuarsi entro il 2014 – precisano i consiglieri – Nel medesimo documento, peraltro, la stessa ASL evidenzia le criticità “connesse alla necessità di acquisire e/o realizzare spazi alternativi in cui trasferire le attività dell’ASL ivi ubicate”».

    «Nella seduta di lunedì 13 febbraio il Consiglio del Municipio VII Ponente ha assunto una posizione unanime di forte critica nei confronti della decisione, evidenziando le forti ricadute negative che la stessa avrà sul territorio del Ponente», sottolinea Gozzi.
    «La popolazione pegliese assomma a circa 33.000 abitanti ai quali vanno aggiunti altri 8mila residenti praesi che insistono sullo stesso potenziale bacino di utenza territoriale – spiega Gozzi – Ciò costituisce un ragguardevole e consistente nucleo di cittadini che giustifica ampiamente la realizzazione di una piastra poliambulatoriale di facile e comodo utilizzo».
    Non realizzarla, secondo il consigliere Pd, equivale ad una scelta politica inaccettabile «La Piastra di Pegli si inserisce in un disegno complessivo di equilibrio territoriale e di equità, in cui era stato deciso che, sul territorio del Ponente, si sarebbero affiancate alla Piastra di Villa de Mari in Prà-Palmaro, le altre due strutture di Voltri e di Pegli. Il venir meno di quest’ultima determinerebbe un pesante squilibrio territoriale di un servizio essenziale quale è quello sanitario». Oggi, infatti, la piastra sanitaria di Villa de Mari, posta lungo l’Aurelia in posizione logistica oggettivamente critica e carente di spazi per posteggi, spesso risulta sovraffollata e subissata dalle richieste di prestazioni sanitarie territoriali degli abitanti dell’intera zona di Prà.

    «Con alterne vicende, una prima parte di stanziamenti ex art. 71, erano stati utilizzati per la realizzazione degli attuali ambulatori inseriti ai piani terra dell’edificio con accesso da via Pegli – sottolinea l’interpellanza – in questo contesto, assume particolare gravità la cessione dell’edificio ex Ospedale Martinez, ove al momento sono svolti alcuni servizi propri di una piastra ambulatoriale, senza che sia contemplata la costruzione della nuova struttura poliambulatoriale prevista nell’area adiacente l’ex Ospedale stesso».
    Per i motivi sopra citati, i Consiglieri Paolo Gozzi (Pd) ed Antonio Bruno (Fds) «Chiedono l’impegno al Sindaco e alla Giunta ad attivarsi affinché la piastra poliambulatoriale dell’ex Ospedale Martinez venga ricompresa nel piano sanitario della Regione Liguria».

    Il consiglio comunale ha approvato all’unanimità l’interpellanza.

     

    Matteo Quadrone

  • Villa Scassi: quasi concluso il padiglione 9 bis, nuovi spazi per l’ospedale

    Villa Scassi: quasi concluso il padiglione 9 bis, nuovi spazi per l’ospedale

    In tempo di tagli e chiusure di servizi, la conferma della prossima apertura di un nuovo spazio per la sanità genovese è sicuramente una buona notizia. Parliamo dell’ormai noto padiglione 9 bis dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena che – in attesa del futuro ospedale del Ponente – rimane il principale presidio ospedaliero per tutto il ponente genovese, considerando la progressiva dismissione del nosocomio di Sestri Ponente, ma risulta fondamentale anche per la Val Polcevera, visto il tentativo di depotenziamento del Gallino di Pontedecimo.

    Il padiglione 9 bis del Villa Scassi ha avuto una storia assai travagliata: la sua progettazione e l’avvio del cantiere risalgono addirittura al 2004 – ma tra il fallimento di due ditte ed una lunga sospensione dei lavori – solo oggi il progetto esecutivo è in via di attuazione e si prevede che la struttura sia ultimata entro fine 2012, per essere pienamente funzionale ad inizio 2013.
    Nel 2007 era già stata eseguita la parte principale dell’edificio ma sul finire dell’anno la prima impresa capogruppo, la Toscanelli, entrò in crisi e cedette il ramo d’azienda esecutore dei lavori, alla Cogesto. Nel 2008 la Cogesto iniziò il suo travaglio che coincise con lo stop del cantiere, fino al fallimento definitivo del 2010. Nel frattempo, per quasi tre anni, tutto è rimasto immobile. Fino ad inizio 2011 quando è stata ricostituita un’associazione temporanea, con l’assenso della Asl 3 e delle due imprese mandanti, al fine di completare l’appalto. L’impresa individuata come capogruppo è la Gam di Paini Giuseppe che, insieme alle due imprese superstiti, Crocco srl e Isir spa, sta concludendo i lavori.

    Un cantiere indubbiamente sfortunato, nel contempo divenuto un fulgido esempio di sperpero di denaro pubblico. L’impegno economico, infatti, è aumentato nel corso del tempo. I primi anni di lavoro sono costati 6 milioni di euro che, sommati ai 4 milioni necessari per realizzare gli ultimi interventi, ha portato ad un costo finale dell’opera pari a circa 10 milioni. La spesa doveva essere coperta da un finanziamento pubblico Stato-Regione di oltre 7 milioni di euro ma evidentemente queste risorse non sono state sufficienti soprattutto per colpa dei ritardi accumulati.
    «Quando il progetto è partito esisteva ancora l’azienda ospedaliera Villa Scassi – spiega Emilio De Luca, delegato Uil – La copertura economica prevedeva anche la ristrutturazione del vecchio padiglione 9. Per realizzarla si attendeva che il padiglione fosse parzialmente svuotato grazie al nuovo 9 bis, ma purtroppo ciò non è mai avvenuto. Dopo la sospensione dei lavori per quasi 3 anni è stata lanciata una nuova gara d’appalto con conseguenti ulteriori spese. Il progetto è stato parzialmente modificato a causa delle nuove norme più stringenti sulla sicurezza, quindi i costi, inevitabilmente, sono aumentati».

    Il padiglione 9 bis conterrà 114 posti letto ordinari e 26 posti letto dedicati alla terapia dialitica. Parliamo di una struttura sviluppata su 6 piani che, secondo le intenzioni di Regione ed Asl 3, consentirà di fare l’auspicato salto di qualità all’ospedale Villa Scassi. «Recuperiamo oltre un centinaio di nuovi posti letto che serviranno a consolidare il dipartimento di emergenza, mettendo in moto una serie di spostamenti per dar più spazio al Pronto soccorso ed alle attività collegate», ha dichiarato recentemente l’assessore alla sanità della Regione Liguria, Claudio Montaldo.
    «In realtà non sappiamo con certezza quali funzioni sono destinate a trovare spazio nel padiglione 9 bis – racconta De Luca – Sicuramente i reparti di medicina, che attualmente sono ospitati nel vecchio padiglione 9, andranno a confluire nel nuovo 9 bis. Probabilmente anche neurologia e centro ictus. E poi si parla di nefrologia e dialisi».
    «L’assessore Montaldo ha annunciato con enfasi di aver recuperato oltre 100 posti letto – continua il rappresentante sindacale della Uil – Ma allo stesso tempo l’azienda sanitaria locale dovrà rivalutare i suoi piani alla luce della spending review del Governo Monti: in particolare proprio per quanto riguarda i tagli dei posti letto che dovranno passare da 4 ogni mille abitanti a 3,7. In pratica per la città di Genova parliamo di 800 posti in meno per acuti». Un’impresa difficile, considerando che appena due anni fa la Regione Liguria ha riorganizzato l’offerta sanitaria predisponendo già una pesante sforbiciata dei posti letto per pazienti acuti.
    Comunque resta un fatto positivo «L’aver trovato un’ubicazione moderna e funzionale per il reparto di medicina», sottolinea De Luca.

    Secondo le notizie che filtrano dall’Asl3, l’organizzazione del nuovo padiglione 9 bis seguirà le seguenti linee. Il piano 1 sarà destinato ai servizi interni, con la presenza di un magazzino per i materiali d’uso della dialisi, un locale tecnico per le apparecchiature di depurazione acque del reparto dialisi e lo spogliatoio del personale. Il secondo piano sarà interamente dedicato ad ospitare il reparto di degenza di Nefrologia ed il servizio di dialisi e metterà a disposizione 13 letti di degenza ordinaria di Nefrologia e 26 posti letto attrezzati dedicati al Servizio Dialisi.
    In ogni piano, inoltre, dovranno esserci tutti gli spazi di servizio previsti dalla normativa vigente per l’accreditamento della struttura: locali visita, locale lavoro infermieri, studio medici, studio Direttore struttura, magazzino pulito e magazzino sporco, area attesa, area soggiorno.
    Il terzo ed il quarto piano, invece, ospiteranno il reparto di degenza di Medicina Interna con 26 posti letto ciascuno, dedicati alla degenza ordinaria. Mentre al piano 5 saranno ubicati il reparto di degenza di Neurologia ed il Centro Ictus con la disponibilità di 17 posti letto per la degenza ordinaria e 8 posti letto per il Centro Ictus. Infine all’ultimo piano troverà posto il reparto di degenza di Pneumologia con 24 posti letto dedicati alla degenza ordinaria.

    Ma in definitiva, questa nuova struttura, servirà davvero a risolvere le criticità che affliggono l’ospedale di Sampierdarena?
    «Il principale problema del Villa Scassi è il Pronto soccorso sempre intasato – spiega De Luca – L’ostacolo è la logistica: ormai il Ps è troppo piccolo. Quando fu realizzato gli altri presidi territoriali funzionavano a pieno regime, pensiamo agli ospedali di Voltri, di Rivarolo, ecc. Allo stato attuale, avendo ridotto l’offerta sanitaria sul territorio, le dimensioni del nostro pronto soccorso sono ridotte rispetto alle esigenze a cui dobbiamo far fronte».
    «Ben vengano 100 posti letto in più ma purtroppo non saranno sufficienti a cambiare lo stato delle cose – conclude De Luca – Ad esempio, per i pazienti tenuti in osservazione breve, abbiamo a disposizione solo 10 posti letto. Quando tutti sono occupati siamo costretti a mettere i malati sulle barelle. Fortunatamente l’azienda ha preso una decisione importante ricavando altri 34 posti letto per la medicina d’urgenza. Oltre alla carenza di spazi non vanno dimenticati i disagi legati ai lunghi tempi d’attesa. Diretta conseguenza dei numerosi accessi al Ps del Villa Scassi. Forse troppi, sicuramente più del dovuto, per situazioni che in molti casi potrebbero essere risolte grazie ai presidi territoriali. Oggi, al contrario, assistiamo alla continua dismissione di servizi sanitari su tutto il territorio».

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex ospedale psichiatrico: pazienti disabili trasferiti, il no dei familiari

    Quarto, ex ospedale psichiatrico: pazienti disabili trasferiti, il no dei familiari

    Manicomio di QuartoTrenta persone, disabili psico-fisici ospitati in un reparto speciale dell’Asl 3 all’interno dell’area dell’ex manicomio di Quarto, a breve saranno costretti ad andarsene. Dopo gli 80 pazienti psichiatrici, dunque, suddivisi in 4 lotti ed inseriti nel bando di gara d’appalto bandita dall’Asl 3 per destinarli in strutture in grado di accoglierli al prezzo più basso possibile – gara su cui pende un ricorso al Tar presentato da Fenascop (federazione che rappresenta le imprese delle comunità terapeutiche), mentre le famiglie dei pazienti si sono rivolte ai difensori civici di Comune e Regione  – questa è la volta dei diversamente abili.

    Un’ulteriore ed inevitabile conseguenza dell‘operazione di “cartolarizzazione” degli immobili dell’ex manicomio di Quarto, messa in atto negli ultimi anni dall’azienda sanitaria locale su impulso della Regione Liguria, allo scopo di fare cassa grazie alla vendita del patrimonio immobiliare.

    E la polemica non si fa attendere perchè, secondo le intenzioni dell’Asl 3, i trenta pazienti saranno trasferiti nell’ormai ex ospedale di Recco. La struttura del Sant’Antonio però, come sottolineano i familiari dei malati, è troppo lontana dalla città e nelle vicinanze non è presente alcun punto di Pronto soccorso. Al loro fianco si schiera la Consulta per l’handicap che contesta a gran voce una scelta ritenuta svantaggiosa per diversi motivi. Innanzitutto la difficoltà di spostamento perchè raggiungere Recco è tutt’altro che facile per chi abita a Genova, anche con un mezzo privato, per non parlare del trasporto pubblico. E ancora il problema degli spazi, considerando che a Quarto sono disponibili ampi giardini, mentre al Sant’Antonio solo un piccolo cortile. Infine l’aspetto forse più importante, ovvero l’assenza di un Pronto soccorso di riferimento per fronteggiare eventuali emergenze, i più vicini, infatti, sono quelli di Lavagna e del San Martino di Genova.

    «Nelle pieghe del piano di cartolarizzazione è previsto che alcuni lotti non vengano venduti – spiega la Consulta per l’handicap – Allora noi ci chiediamo: non si può mantenere questo servizio, che finora ha funzionato bene, all’interno dell’area di Quarto, proprio per la sua specificità?».

    «I nostri cari sono seguiti da persone eccezionali che non vogliono perdere – aggiungono i familiari – Crediamo che un servizio delicato come questo debba essere trattato con la necessaria attenzione».

    Invece, a quanto par di capire, anche questa volta la decisione è stata presa senza alcuna concertazione con gli interessati. Ma il trasferimento a Recco dei trenta pazienti non è comunque una scelta obbligatoria: pazienti e famiglie potranno decidere se spostarsi verso la riviera oppure optare per una struttura privata convenzionata con l’Asl 3 che permetterebbe la continuità assistenziale, senza spese a carico dei cittadini. Tuttavia per familiari e pazienti la soluzione migliore sarebbe rimanere dove sono oggi, scongiurando l’ipotesi di dividere persone che ormai da molti anni condividono i medesimi spazi e percorsi comuni.

    L’azienda sanitaria locale difende con fermezza la sua posizione, sostenendo di aver preso le adeguate precauzioni «Presso l’ex ospedale Sant’Antonio verranno trasferiti tutti gli operatori e verrà garantito lo stesso livello di servizio – sottolinea l’Asl 3 – Data la delicatezza della questione abbiamo evitato di esternalizzare il servizio, come invece è avvenuto in altri casi, mantenendolo in mano pubblica in una struttura idonea, con tutti i suoi servizi. La distanza dal pronto soccorso è colmata dalla presenza del primo intervento in loco, cosa che non accade a Quarto e dalla presenza della guardia medica».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Servizi e trasporti sanitari: la Consulta per l’Handicap scrive al Ministro della Salute

    Servizi e trasporti sanitari: la Consulta per l’Handicap scrive al Ministro della Salute

    SanitàUna lettera indirizzata al Ministro della Salute, Renato Balduzzi, all’Assessore alla salute della Regione Liguria, Claudio Montaldo, a Direttore Generale e Direttore Sanitario dell’ASL 3 e al Difensore Civico. Questa l’iniziativa assunta dalla Consulta Regionale per l’Handicap con l’obiettivo di focalizzare l’attenzione su due criticità che afflligono il sistema sanitario genovese, ovvero la dislocazione dei servizi pubblici sanitari sul territorio ed il trasporto sanitario tramite il servizio delle Pubbliche Assistenze.

    «La scrivente Consulta ha avuto dei colloqui con la Direzione Sanitaria dell’ASL 3 e il referente del distretto sanitario della Val Polcevera, Dott. Iozzia, in merito allo spostamento di servizi territoriali presso l’Ospedale Celesia (ormai da alcuni anni ex ospedale, ndr), trasferimento non condiviso dalla scrivente».

    Oggi a disposizione degli abitanti dei quartieri Certosa e Rivarolo ci sono alcuni ambulatori presso il punto Cup di via Canepari attualmente chiuso per i tre mesi estivi con inevitabili disagi, ma l’intenzione dell’Asl 3 è quella di chiuderlo definitivamente – ed altre strutture ambulatoriali pressoil Celesia, sottoposto a lavori di ristrutturazione per la realizzazione di un ulteriore nucleo di Rsa per 25 pazienti. Ma probabilmente, in prospettiva futura, è ipotizzabile che l’azienda sanitaria locale intenda sfruttare al meglio una struttura in buone condizioni, qual è quella dell’ex ospedale Celesia.

    «E’ assurdo che centinaia di utenti anziani e disabili debbano raggiungere tale struttura che non è servita da mezzi idonei ed è ubicata sule alture del quartiere – sottolinea la Consulta –  E’ impossibile accettare soluzioni che vanno contro una fascia di utenti molto compromessi sia per l’età sia per la disabilità, motoria, psichica, sensoriale, e che ha necessità di visite specialistiche, ritiro aghi per diabetici, CUP ecc».

    «Non vogliamo sottacere che la Regione con propria delibera ha stabilito chiusure di servizi sanitari in varie aree territoriali (Ospedali Gallino di Pontedecimo, Ospedale di Busalla, Ospedale di Sampierdarena, Ospedale Celesia, Ospedale di Recco, ecc.), ma finanziamenti per nuove aree sanitarie non ne esistono – scrive Giacomo Piombo, Consulta Regionale per l’Handicap – Dove vanno gli utenti?»

    L’altro aspetto discusso, ma senza nessuna soluzione «È quello del trasporto di persone gravemente compromesse attraverso le pubbliche assistenze –  denuncia Piombo – Da informazioni ricevute si chiedono anche 100 euro per il trasporto degli utenti in centri di riabilitazione, dializzati, visite specialistiche, ecc.».

    «Il voler colpire le persone che hanno subito dei traumi enormi che gli stessi servizi territoriali inviano in strutture riabilitative, anche fuori Genova, dove gli utenti non sono in grado di andare per le spese enormi a cui non riescono a far fronte, è mancanza di serietà da parte delle strutture sanitarie e delle istituzione pubbliche – sottolinea Piombo – Riteniamo vergognoso che persone gravemente colpite da varie patologie debbano subire ingiustizie di questa portata che conducono alla disperazione».

    «Nella speranza che siate coscienti della responsabilità che vi assumete, siamo certi che farete in modo di concedere a quanti sono in gravi condizioni di salute, servizi, strutture e trasporti che la nostra Repubblica garantisce nella Carta Costituzionale», conclude la Consulta Regionale per l’Handicap.

     

    Matteo Quadrone

  • Sanità: il centro trapianti di Genova rischia la chiusura definitiva

    Sanità: il centro trapianti di Genova rischia la chiusura definitiva

    SanitàAlcuni mesi fa ci eravamo già occupati del Centro trapianti dell’Ospedale San Martino – un punto di eccellenza per il capoluogo e per tutta la Liguria – e del rischio di un suo progressivo smantellamento deciso dal piano di riorganizzazione dell’azienda San Martino-Irccs e appoggiato dalla Regione liguria. In base ad un documento votato in consiglio regionale, infatti, quella che ancora oggi è un’isola autonoma e funzionale all’interno dell’ospedale, dovrebbe trasformarsi in due unità semplici per i trapianti, annesse alle relative specialità (rene e fegato) e dunque più snelle e meno costose rispetto ad una unità operativa che deve mantenere standard per le alte complessità, di conseguenza più dispendiosi.

    Oggi il centro di Genova è sotto esame del Ministero della Salute e la lunga sospensione dell’attività – ormai perdurante da 14 mesi – gioca indubbiamente a suo sfavore e lascia pensare che la struttura sarà una delle vittime illustri della “spending review” avviata dal Ministro Renato Balduzzi.

    «Nel momento in cui si avanza l’ipotesi di introdurre nuove imposte sulle prestazioni sanitarie e sulla salute, credo sia necessario avviare una riflessione sulle strutture esistenti, che potrebbero essere utilmente razionalizzate». Così ha affermato il senatore Pd Ignazio Marino, presidente della Commissione sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale, a margine di un convegno sui trapianti tenutosi a Milano.
    Secondo Marino «La situazione del sistema italiano dei trapianti, in particolare, andrebbe profondamente rivista. Le attività legate alle donazioni dopo una crescita costante dal 1990 al 2004 ora si sono stabilizzate. E i centri sono troppo numerosi per essere efficienti».

    «Circa il 35% delle strutture italiane non raggiunge il numero minimo di interventi l’anno (25 per il trapianto di fegato e 30 per il trapianto di rene)aggiunge Marino – soglia che garantisce i migliori risultati clinici per i pazienti e la migliore efficienza economica per il Paese».

    In effetti, considerando esclusivamente le cifre, quelle del centro trapianti di Genova riferite al 2011 lasciano immaginare una fine ingloriosa per l’unità operativa genovese. Nel 2011, infatti, vista la sospensione dell’attività sul fegato a partire da maggio, i trapianti di fegato sono stati solo 11. Mentre i trapianti di rene, sempre nel 2011, sono stati 55.

    Eppure, fino al 2010, l’attività del centro trapianti è stata perfettamente in regola: nell’arco di tempo tra il 1995 e l’anno scorso i trapianti di rene si sono mantenuti tra i 40 ed i 60 all’anno; i trapianti di fegato hanno cominciato ad aumentare dal 1998, quando sono stati 45, mentre in precedenza erano stati tra i 24 ed i 28 all’anno. Successivamente hanno oscillato tra i 30 ed i 50 all’anno.

    In difesa del centro genovese, oltre agli stessi pazienti, si sono schierati alcuni consiglieri regionali e la discussione è arrivata anche in consiglio comunale, creando non poche spaccature all’interno dei partiti.

    Circa un mese fa, il Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando ha affermato «È vero che nel 2011 i numeri sono stati bassi ma penso che Genova debba mantenere questa attività. Occorre capire quali obiettivi è possibile raggiungere e poi investire».

    La pensa diversamente Ignazio Marino che sottolinea «Allo stato attuale, l’attività complessiva di trapianto è eccessivamente frammentata e non è possibile giustificare i 114 centri trapianti presenti in Italia. Basta pensare che a Torino, in un solo centro, sono stati eseguiti 137 trapianti di fegato, mentre a Roma l’attività complessiva di ben 5 centri si è fermata a 98 interventi nell’intero 2011».

    «È evidente che è necessario un processo di razionalizzazioneconclude  Marino – per questo credo che chi ha responsabilità nelle politiche sanitarie del paese dovrebbe riflettere sulle nostre strutture più impegnative economicamente come il sistema trapianti, prima di immaginare nuove imposte a carico del cittadino su prestazioni di base come il pronto soccorso, i medicinali, o accertamenti diagnostici».

     

    Matteo Quadrone

  • Istituto Brignole: la gara per la ricerca dei privati è stata un fallimento

    Istituto Brignole: la gara per la ricerca dei privati è stata un fallimento

    Albergo dei PoveriLa situazione dell’istituto per anziani Emanuele Brignole di Genova – dopo che la gara bandita per costituire una società mista, con la cessione del 49% delle quote a un socio privato, è andata deserta – diventa complicata e sul futuro dell’antico Albergo dei poveri pesano diverse incognite.

    I lavoratori, terminata un’occupazione durata alcuni mesi, continuano lo stato di agitazione perchè la gestione scellerata dell’azienda di servizi alla persona ha procurato inevitabili disagi, oltre ai dipendenti, anche a 400 anziani e 700 famiglie che «Sono al nostro fianco e condividono le ragioni della protesta», spiega Donatella Rizzo, segreteria Cgil Funzione pubblica. L’Istituto Brignole, come è noto, si trova in una pesante crisi finanziaria con un debito stratosferico di circa 45 milioni di euro.

    Tutte le sigle sindacali in questi mesi si sono battute per contrastare le politiche della Regione Liguria in materia di assistenza sanitaria e socio-assistenziale, in particolare contro la decisione, presa unilateralmente, di non mantenere il contratto attualmente in essere per i lavoratori, e privatizzare, attraverso gara, il 49% dell’azienda, di fatto svendendola.

    «Evidentemente, l’aver voluto tutelare molto l’azienda, la parte pubblica, nella stesura del bando, ha ridotto l’appeal dei privati, in un momento di grave crisi economica», ha detto l’assessore al Welfare della Regione Liguria Lorena Rambaudi. Per l’assessore, inoltre, il fatto di avere i dipendenti in agitazione a causa del mancato accordo sindacale, non ha facilitato lo sbocco della gara.

    Non è dello stesso avviso la Cgil «Regione Liguria e Comune di Genova hanno sostenuto che tecnicamente era impossibile inserire nei capitolati di gara una pregiudiziale che consentisse di garantire gli attuali contratti dei dipendenti – spiega Rizzo – Invece, secondo i nostri legali, non è così e ci sono diverse sentenze in questo senso. A questo punto noi pensiamo ci fosse una precisa volontà politica nel voler privatizzare l’azienda grazie all’abbassamento del costo del lavoro. Il tentativo però è fallito e si tratta di un’evidente sconfitta della politica».

    D’altra parte, ricordano i sindacati, ben 5 piani aziendali non sono stati in grado di invertire la rotta  perchè è arduo ripianare un simile deficit «Se non vengono sfiorate minimamente le responsabilità principali del disastro finanziario – spiega Rizzo – dirigenti che si sono dimostrati incompetenti generando un buco milionario». E proprio in merito allo sperpero di denaro pubblico i sindacati annunciano che a breve presenteranno un esposto alla Procura.

    Inoltre, precisa Rizzo «In un contesto difficile come quello del Brignole era immaginabile che dei seri imprenditori non avrebbero partecipato alla gara. Manca, infatti, un altrettanto serio interlocutore, che si assuma le proprie responsabilità, ma finora le istituzioni pubbliche hanno preferito nascondere la testa sotto terra invece di impegnarsi a fondo per risolvere i problemi».

    Ma dunque qual è il futuro dell’istituto Brignole, dei suoi 300 dipendenti e dei numerosi ospiti?

    I possibili scenari sono due. Un nuovo bando di gara più articolato e con parametri più flessibili, soluzione improponibile per la Cgil «Perchè si dovrebbero diminuire ulteriormente i costi del lavoro e a pagare sarebbero sempre i dipendenti». Oppure non è da esludere la soluzione più drastica, ovvero la chiusura definitiva dell’esperienza Brignole.

    La situazione per i lavoratori resta molto tesa «Vogliamo capire ora cosa succederà – conclude Rizzo – Abbiamo chiesto di aprire un tavolo con Comune e Regione. Speriamo nella nuova giunta di Marco Doria e soprattutto il nostro auspicio è che la Regione abbandoni le sue posizioni ideologiche e sia disponibile a confrontarsi con i lavoratori».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]