Mese: Maggio 2013

  • Mercatino di San Frumenzio: scambio di libri per beneficenza

    Mercatino di San Frumenzio: scambio di libri per beneficenza

    LibroSabato 25 maggio la Biblioteca Berio ospita nel proprio giardino, per l’intera giornata, il Mercatino di San Frumenzio. Un progetto nato nel 2007 e che prevede l’esposizione dei libri donati periodicamente dai cittadini alla biblioteca: chiunque può portare libri in donazione o venirne a prendere, in cambio di un’offerta minima di 1 €: questa iniziativa benefica che ogni anno ha un differente destinatario.

    Il ricavato di oggi andrà all’Associazione San Marcellino, fondata nel 1945 dai Gesuiti di piazza Matteotti e che si occupa di ospitare persone senza fissa dimora.

    Alle 17, a conclusione della giornata, i partecipanti al laboratorio di poesia dell’Associazione leggeranno alcuni loro brani.

    Ingresso libero.

  • Quarto: accordo di programma per il futuro dell’ex manicomio

    Quarto: accordo di programma per il futuro dell’ex manicomio

    Manicomio di QuartoSvolta decisiva per il futuro dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto. Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 ed Arte Genova (Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) si preparano a siglare un Accordo di programma per definire la ridistribuzione degli spazi e le destinazioni d’uso all’interno del complesso, al fine di mantenere i servizi esistenti e potenziarli mediante la realizzazione della piastra sanitaria per il levante cittadino con il trasferimento a Quarto delle funzioni attualmente svolte in via Bainsizza 42. Inoltre, una porzione di area pubblica, sarà destinata a servizi di quartiere, funzioni culturali ed aree verdi.
    Per fare ciò si rende necessario un vorticoso giro di valzer che rimette in discussione tutti i beni immobiliari coinvolti nell’ultima “cartolarizzazione”, quella dell’autunno 2011, che aveva sancito la vendita ad Arte Genova della parte più antica del complesso: i padiglioni storici ospitanti i servizi sanitari per pazienti psichiatrici, disabili, anziani, con l’esclusione dei padiglioni 7, 8, 10 (l’unica piccola ala rimasta di proprietà dell’Asl 3).

    Il cambio di indirizzo politico – suscitato dal vasto movimento di opinione, promosso da singoli cittadini e realtà associative (riunitesi nel Coordinamento per Quarto), a tutela del valore sociale dell’ex ospedale psichiatrico – trova conferma nell’accordo di programma che ribalta la situazione, prevedendo i seguenti scambi. Da Arte Genova ad Asl 3: blocchi 1, 2 , 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23 e 24; da Asl 3 ad Arte Genova: blocchi 7, 8, 10; palazzina c ex amministrazione, edificio in uso al Servizio Strade della Provincia di Genova e diverse aree limitrofe a quest’ultimo.
    Dunque le funzioni pubbliche saranno preservate in gran parte dei padiglioni storici, in particolare la prima porzione, quella che limitatamente si affaccia sulla strada (via Giovanni Maggio), dove troveranno posto: la piastra sanitaria per il levante, funzioni culturali e servizi per il quartiere (di cui dovrebbe farsi carico l’amministrazione comunale). Il verde pubblico (qualcuno azzarda addirittura la definizione “parco pubblico”), invece, dovrebbe sorgere sul lato nord del complesso.
    Ai futuri acquirenti privati sarà destinato circa 1/3 dei padiglioni storici, gli edifici sopracitati (palazzina c, Servizio Strade della Provincia) e numerosi mq di terreni edificabili. Le funzioni caratterizzanti saranno residenza e alberghi.

    Il Municipio Levante, nella seduta consiliare del 16 maggio scorso, ha espresso parere favorevole (all’unanimità) alla bozza di Accordo di programma. In particolare, i consiglieri sottolineano di apprezzare «Il mantenimento nella struttura dei servizi esistenti e la futura apertura nella stessa di una piastra ambulatoriale».
    Rivendicano il ruolo svolto dal Municipio – concretizzatesi con tre mozioni (19-07-2012; 01-10-2012; 26-02-2013) – e chiedono che il presidente del Municipio sia inserito nel collegio di vigilanza quale rappresentante dei cittadini del territorio coinvolto nell’Accordo.

    «Sono indubbiamente soddisfatto perché finalmente stiamo andando nella direzione giusta – commenta il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti), uno dei primi a sollevare il tema della scellerata gestione del patrimonio immobiliare di Quarto (insieme ad Era Superba), già nell’autunno 2011 – La parte che rimarrà pubblica è più ampia ed è prevista una migliore organizzazione degli spazi. Il progetto precedente, invece, non aveva alcuna logica, visto che l’area pubblica sarebbe rimasta incastonata nel bel mezzo delle aree private. Insomma, meglio tardi che mai – continua Pellerano – ma questi ragionamenti si dovevano fare già diverso tempo fa».

    Restano comunque alcuni punti critici che destano perplessità, come sottolinea il Municipio. In particolare «Le modalità e i tempi del trasferimento dei servizi sanitari dall’attuale sede di via Baninsizza 42 nell’ex ospedale psichiatrico, operazione non menzionata nell’accordo, al fine di evitare periodi di scopertura nell’offerta dei servizi di assistenza sanitaria sul territorio». Inoltre, non sono state individuate con chiarezza le aree a parcheggio pubblico di accosto alla piastra sanitaria, necessarie affinché i cittadini possano godere di un’ampia fruibilità degli spazi, sia sanitari sia di servizio al quartiere.

    Infine la criticità legata alla viabilità di accesso al complesso. L’area che si affaccia sulla strada (via Giovanni Maggio), insieme a 3 palazzine – casa delle infermiere, ex sedi del direttore e dell’economo – e allo storico corpo centrale, sono già proprietà di Valcomp II (società partecipata da Fintecna Immobiliare), in virtù della prima cartolarizzazione del 2008.
    Di conseguenza, per garantire un agevole accesso agli spazi pubblici – piastra ambulatoriale e servizi di quartiere – Asl 3 e Comune dovranno per forza di cose sedersi ad un tavolo e negoziare con l’attuale proprietario, ovvero Valcomp II.
    In altri termini, conclude il consigliere Pellerano «Quello che la Regione ha venduto alla società di Fintecna, dovrà essere riacquistato da un’altra istituzione pubblica». L’ennesimo giro di valzer di una vicenda che ha dell’incredibile.

     

    Matteo Quadrone

  • Music Line: la scuola di Gianni Martini compie 35 anni

    Music Line: la scuola di Gianni Martini compie 35 anni

    Gianni MartiniUn traguardo importante per Gianni Martini e la sua scuola, fondata nel 1978 insieme a Bruno Biggi e Piero Spinelli: Music Line festeggia i 35 anni di attività con un concerto – saggio finale, due giorni che vedranno alternarsi sul palco allievi ed ex allievi che in questi anni hanno frequentato i corsi di musica.

    L’appuntamento è mercoledì 5 e giovedì 6 giugno al Teatro Carignano, che per il terzo anno ospita l’evento finale della scuola. Come spiega Gianni Martini, «quest’anno il concerto ha per noi un valore particolare, dato che cade nel 35° anno di attività di Music Line. Abbiamo in programma due giornate con due programmi diversi, con esibizioni di gruppi genovesi di cui almeno un membro sia nostro allievo o ex allievo. Tra loro Gabriele Serpe con Andrea Giannini e Marco Topini, gli Edgar Cafè, Soul’s Machine, ma anche un gruppo “cult” degli anni Novanta come gli Stone Age».

    Il biglietto di ingresso costa 8 € a serata (ingresso ridotto per chi parteciperà a entrambe le serate) ed è possibile acquistarlo in prevendita anche presso Music Line, info 010 8392500.

    Prima ancora del concerto, Gianni Martini incontrerà il pubblico alla libreria Feltrinelli (venerdì 31 maggio, ore 18) per la presentazione del quarto volume di Tecnica chitarristica e studio dell’improvvisazione: «Il progetto è nato con la fondazione di Music Line: negli anni ho affinato le dispense e il materiale didattico per i miei allievi, e ho poi deciso di proporlo a un editore. Si è fatto avanti Ricordi e nel 1999 è stato pubblicato il primo di cinque volumi. Il progetto editoriale ricalca il percorso di studio della chitarra classica, che al Conservatorio è di dieci anni: ogni volume copre idealmente un periodo di due anni, così che con questo volume siamo arrivati all’ottavo. Il taglio, che a suo tempo piacque molto all’editore, riprende quello che uso abitualmente nelle mie lezioni: al percorso didattico è affiancato un approccio linguistico e sociologico alla musica, con un tono molto discorsivo accessibile anche agli autodidatti, a chi non ha alcuna formazione musicale e a chi si sta specializzando nello studio di altri strumenti».

    La presentazione –  a ingresso libero – avrà luogo con il contributo di due allievi di Music Line, che metteranno in pratica “in tempo reale” quanto illustrato nel manuale.

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    studio-televisivoFare un giro su Youtube di tanto in tanto regala sempre qualche sorpresa. E’ stato così che mi sono imbattuto in una puntata di “Punto e A Capo“, programma di approfondimento in onda su Class TV MSNBC (canale 27) condotto da Marco Gaiazzi. Il tema della trasmissione era l’euro. Si, lo so che non ne potete più di sentirmi parlare della moneta unica; ma in questo caso non mi interessa tanto il contenuto in sé, quanto la forma. In particolar modo vorrei sottolineare due aspetti che hanno attinenza con la qualità dell’informazione che riceviamo: cioè il modo in cui si sviluppa il dibattito televisivo e gli interlocutori che sono chiamati a prendervi parte.

    Cominciamo da questo secondo punto. Era ospite in trasmissione Michele Boldrin, padovano, professore di economia negli Stati Uniti, tra i fondatori di Fare con Oscar Giannino, già editorialista per il Fatto Quotidiano e volto piuttosto noto grazie anche alla frequente presenza in varie salotti televisivi, da Ballarò a Servizio Pubblico. Capisco che in base a questa descrizione il lettore possa essere indotto a fare una serie di equazioni di valore, come: “insegnare economia negli Stati Uniti = competenza e merito”; “partito nuovo = idee fresche”; “Fatto Quotidiano/Servizio Pubblico = area di sinistra”. Temo tuttavia che Boldrin debba essere inquadrato piuttosto come il classico provocatore, impegnato più o meno consapevolmente nella difesa d’ufficio di idee e interessi di parte. Avevo già fatto qualche velato accenno in vari articoli del passato alla possibilità che l’informazione potesse essere condizionata non solo dall’ignoranza degli addetti ai lavori (che è forse il problema principale), ma anche da precisi intenti distorsivi. Ecco: penso che questo sia il caso di Michele Boldrin.

    Quello che squalifica l’economista padovano, tanto per cominciare, non sono le cose che dice, quanto l’atteggiamento che tiene. In tutte le partecipazioni televisive si è sempre distinto per l’arroganza con cui tratta gli interlocutori, che vengono sistematicamente attaccati sul piano personale, incastrati in un’antipatica gara a “chi ce l’ha più lungo” (il curriculum scientifico) e accusati senza mezzi termini di ignoranza. Resta da capire come abbia fatto questo autentico genio dell’economia, che fatica ad abbassarsi al livello dei semplici professori associati, a dare credito ad Oscar Giannino, uno che difficilmente si poteva scambiare per un economista, anche prima che si scoprisse la nota vicenda del finto master.

    Al di là dei modi, tuttavia, anche sul piano teorico le tesi di Boldrin non sembrano molto convincenti. L’economista insiste molto sulle fantomatiche “riforme”, sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa, sul ridimensionamento dello Stato (il che giustifica l’accostamento con i movimenti della destra americana dei Tea Party) e sulla cessione del patrimonio pubblico. Le responsabilità delle banche ci sono, ma, secondo l’economista, dipendono sempre dallo Stato, che le controlla tramite i politici che siedono nelle fondazioni bancarie. Non una parola, invece, sugli squilibri di un sistema finanziario globale senza regole che ha prodotto la crisi dei mutui sub-prime e il crack Lehman Brothers. Allo stesso modo rimane un mistero la benevolenza con cui Boldrin guarda al sistema spagnolo, che pure, a prima vista, sembrerebbe messo peggio del nostro.

    Per inciso, uno così a proposito dell’euro cosa può dire? Ovviamente non può che difendere la moneta unica a spada tratta, replicando i soliti luoghi comuni (cosa che ha aperto spazio all’irrisione e ad una critica serrata da parte di qualche collega). Certo fin qui l’attività divulgativa del (non tanto) simpatico economista padovano potrebbe dipendere soltanto dalla difesa legittima di un’ideologia, che è poi quella della scuola di Chicago, dove Boldrin ha trascorso periodi di studio. Tuttavia, se a pensar male spesso ci si azzecca, qualche spiegazione in più potrebbe venire da ragioni più “prosaiche”. Come è già stato fatto notare, infatti, Boldrin è dentro FEDEA, che, per chi non la conoscesse, è – pensate un po’! – proprio una fondazione ed è sponsorizzata – indovinate un po’! – proprio da banche spagnole.

    Ecco che improvvisamente tutto sembrerebbe assumere un senso: o quantomeno gli inviti a sbarazzarsi in fretta dei cosiddetti “gioielli di famiglia”, se vengono da uno che rappresenta chi movimenta i capitali per comprarli, suonano improvvisamente un po’ più sospetti.

     

    LA QUALITA’ DEI DIBATTITI TELEVISIVI

    In ogni caso, venendo all’altro punto della questione (qualità dei dibattiti televisivi), bisogna dire che, comunque la si pensi su Boldrin, è evidente che se si fa la scelta di invitarlo in trasmissione, non si compie un’operazione neutrale: si definisce anzi un estremo del dibattito in oggetto e si finisce per riconoscere implicitamente a questa posizione una minima dignità e onestà intellettuale; ma soprattutto, una volta che si è fatta questa scelta, poi bisogna anche lasciare che le diverse posizioni siano liberamente dibattute dagli ospiti presenti in studio, perché si possa restituire al pubblico a casa, alla fine, una sintesi convincente.

    Ed invece no. La regola non scritta della televisione italiana è che i dibattiti non devono mai andare al di là della definizione delle due tesi contrapposte; non deve mai emergere un vincitore, perché se no la trasmissione diventa “di parte” e poi “sarà la gente a casa a farsi la sua opinione”; e guai ad approfondire, perché “non bisogna andare troppo sul tecnico”. Così anche il conduttore di punto a capo, il povero Marco Gaiazzi, non si sottrae a questo canovaccio.

    A un certo punto del programma è Claudio Borghi Aquilini ad entrare in polemica con Boldrin, ricordandogli i circa 45 miliardi che l’Italia ha già versato nel cosiddetto Fondo Salva Stati. Boldrin ribatte che le banche italiane rischiano di pagare ben di più in caso di fallimento dei paesi in crisi, perché sono esposte per il 3% su un totale di almeno 1000 miliardi di titoli di Stato europei a rischio. Ha ragione Borghi o ha ragione Boldrin? L’Italia, in quanto contributore netto, in Europa ci sta rimettendo, come vuole Borghi, o tutto sommato paga quello che è giusto che paghi, come vuole Boldrin? Mi sembra un punto interessante; un punto che dovrebbe essere deciso: perché o le cose stanno ad un modo, oppure stanno nell’altro. Tertium non datur.

    E invece Gaiazzi preferisce passare ad un altro ospite e lasciare la querelle in sospeso. Forse che gli spettatori di Class TV, che fa parte del gruppo editoriale di Milano Finanza, non sono interessati ai dati economici? O forse non sono capaci a fare le addizioni o le percentuali? Direi di no. In particolar modo direi che chiunque può capire che il 3% di 1000 è 30; ed è meno di 45. Quindi, ammesso che le cifre date dai due economisti siano giuste, apparentemente ha ragione Borghi. Eppure, stante tutto quello che ho scritto su Boldrin, non è da escludere che avesse altri elementi da aggiungere al dibattito: perché dunque non starlo a sentire? C’era il rischio che si andasse avanti all’infinito? Non mi pare. Allora perché non spendere qualche minuto in più per ascoltare ulteriori dettagli e poi dire: “caro Borghi/Boldrin, mi pare che la matematica smentisca le tue argomentazioni”? Nemmeno di fronte ai freddi numeri si riesce ad avere indipendenza e un briciolo di coraggio intellettuale? Ecco. Spero che da questo esempio appaia chiaro una volta per tutte come si sta comportando l’informazione, le responsabilità che ha, il modo in cui si fa castrare e poi, se serve, il modo in cui si castra anche da sola.

     

    Andrea Giannini

  • Federparchi: l’unificazione degli enti parco in Liguria non è necessaria

    Federparchi: l’unificazione degli enti parco in Liguria non è necessaria

    il verde, la natura,i fiori,l'ambiente,i parchiMentre prendono vita i lavori della commissione tecnica voluta dalla giunta regionale per evidenziare una serie di azioni condivise di razionalizzazione dell’attività dei Parchi liguri, il dibattito sulla ventilata ipotesi di accorpamento degli enti di gestione ha varcato i confini nazionali.

    Chiamata in causa all’inizio di aprile, l’assessore all’Ambiente, Renata Briano, aveva spiegato come la Regione Liguria fosse in attesa di una risposta da parte dei ministeri di Economia e Ambiente circa la necessità o meno di ricomprendere nei tagli imposti dalla spending review anche il sistema degli Enti Parco. Un’attesa che, anche a causa del cambio guardia romano, continua a prolungarsi ma che, a detta del presidente nazionale di Federparchi, Giampiero Sammuri, è del tutto ingiustificata: «La richiesta di un parere ministeriale circa l’obbligatorietà della comprensione del sistema degli Enti Parco all’interno delle norme previste dalla spending review è stata fatta solo dalla Regione Liguria. Al di là della mia opinione sulla forzatura di questa interpretazione del dettato normativo, il fatto che nessun altra Regione si sia mossa in questo senso dovrebbe far nascere quantomeno il sospetto che non sia necessario operare l’unificazione. Generalmente, infatti, Regioni ed enti locali cercano di interpretare le norme a proprio vantaggio: l’intervento nazionale, tutt’al più è un’azione successiva».

    Negli ultimi anni, in Italia, solo due realtà hanno operato nella direzione di un accorpamento degli Enti Parco esistenti sul proprio territorio. Si tratta di Piemonte ed Emilia Romagna che hanno attuato riduzioni di gran lunga meno significative rispetto all’unificazione deliberata dalla Regione Liguria, passando rispettivamente da 24 a 15 enti e da 14 a 8. Inoltre, entrambe le operazioni di parziale accorpamento sono avvenute ben prima dell’avvento della legge nazionale per la riduzione degli sprechi nella spesa pubblica e in maniera del tutto autonoma e indipendente da qualsiasi imposizione governativa.

    «Da quanto c’è la spending review – spiega Sammuri – nessuna Regione italiana ha attuato una riduzione degli Enti di gestione dei Parchi. Non metto in dubbio la necessità di ridurre le spese ma da qui ad annullare l’esistenza degli Enti Parco ne passa di strada». Un po’ come dire: se in Italia questo sistema di gestione è utilizzato ovunque, un motivo dovrà pure esserci.

    Il presidente di Federparchi entra anche nel merito più strettamente economico della questione: «I parchi funzionano bene quando c’è un presidio locale legato al territorio che parla con le amministrazioni e la popolazione residente, valutando i problemi e decidendo come intervenire. Il parco è conoscenza dei problemi, mediazione paziente e presenza sul territorio: bisogna mettere insieme cacciatori e ambientalisti, agricoltori, imprenditori e turisti. Ci vuole un lavoro paziente per fare tutto questo, un lavoro che si fa a costi molto modesti. Un eventuale accorpamento di questi servizi non produrrebbe altro che una sorta di diseconomia. Il presidente di un parco prende un’indennità simbolica: con lo stipendio di un consigliere regionale si pagherebbero tutti i presidenti dei parchi e avanzerebbero anche dei soldi. Un ufficio centrale a Genova sarebbe la soluzione più lontana da tutto questo e non avrebbe nessun effetto di risparmio reale».

    Secondo Sammuri, dunque, vi sono azioni e servizi tipici degli Enti Parco che non possono essere delocalizzati: parlare con le persone, con le categorie, con le associazioni deve restare una peculiarità decentrata e non può essere accorpata per nessuna ragione.

    «Quando si parla di risparmi – conclude il presidente di Federparchi – bisogna parlare di soldi e non fare solo un’operazione di immagine che vada a colpire un’unica realtà. Siamo disponibili a discutere con la Regione Liguria perché, al di là della situazione contingente critica, ovunque lo si possa fare è giusto pensare di poter risparmiare. Ci sono senza dubbio attività che possono essere razionalizzate, pervenendo a un certo risparmio: ad esempio, la gestione degli stipendi e del personale, la realizzazione di un centro unico di acquisto e, volendo, anche di ufficio stampa e promozione centralizzato. Ciò che non si può assolutamente accorpare, però, è la presenza e il confronto col territorio: com’è possibile pensare che il sopralluogo per verificare con mano i danni fatti dai cinghiali sia gestito da un ufficio centrale a Genova?».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Diego Arbore]

  • Lilith Festival 2013: incontro con le cantautrici a Nervi

    Lilith Festival 2013: incontro con le cantautrici a Nervi

    musica-live-cantanti-microfonoVenerdì 24 maggio 2013 (ore 17) presso la Biblioteca Brocchi di Genova Nervi si svolge una conferenza – concerto di presentazione del Lilith Festiva 2013, tre giorni di musica d’autore al femminile che si terranno in piazza De Ferrari dal 7 al 9 giugno.

    Ospiti della biblioteca le cantautrici genovesi Sabrina Napoleone, Valentina Amandolese, Cristina Nicoletta, Jess e Roberta Barabino: saranno presentati alcuni brani, a inframezzare le interviste a cura di Andrea Podestà, saggista e studioso di musica d’autore.

    Si parlerà dell’imminente Festival ma anche della scena musicale genovese e dei legami con i cantautori del passato, delle differenze e delle affinità fra gli stili e gli approcci delle artiste che compongono il nuovo panorama della musica ‘d’autrice’ a Genova.

    L’ingresso ad Aspettando Lilith… in biblioteca è libero e gratuito.

  • Varigotti Festival 2013: concorso musicale per cantautori

    Varigotti Festival 2013: concorso musicale per cantautori

    musica-concerti-chitarra-elettricaSono aperte fino a venerdì 31 maggio 2013 le iscrizioni per la terza edizione del Varigotti Festival, organizzato dall’Associazione Culturale E20 con il patrocino del Comune di Finale Ligure e di Radio Savona Sound.

    Il concorso è aperto a tutti gli autori e cantautori italiani, solisti o in gruppo, emergenti o con un contratto discografico. Scopo dell’iniziativa è valorizzare proposte eccellenti di musica d’autore, troppo spesso prive di visibilità.

    Per iscriversi è necessario inviare una canzone inedita e originale che non superi i 5 minuti di durata, che i partecipanti stessi dovranno interpretare e di cui devono essere autori o coautori. Il materiale, con dati anagrafici e recapiti, dovrà essere inviato tramite mail a varigottifestival@libero.it insieme alla ricevuta della quota di iscrizione (30 € per i singoli, 50 € per i gruppi).

    L’evento si svolgerà il 25 e 27 luglio 2013: saranno scelti entro quella data otto artisti finalisti che dovranno esibirsi dal vivo con il brano presentato.

    Una giuria selezionerà il vincitore, che avrà in premio un servizio fotografico, il videoclip professionale della sua esibizione e una promozione radiofonica.

    L’organizzazione si farà carico delle spese di pernottamento dei finalisti alla serata del 27 luglio, se provenienti da una distanza da Finale Ligure superiore a 200 km e previo accordo. Per i pasti è previsto un rinfresco a spese dell’organizzazione e la distribuzione di buoni pasto a prezzo convenzionato. Le spese di viaggio sono a carico degli artisti.

  • Olea Europea: produzione dell’olio e pianta per il terrazzo

    Olea Europea: produzione dell’olio e pianta per il terrazzo

    olivoQuesta settimana daremo qualche consiglio pratico per coltivare una pianta molto diffusa in Liguria ed in tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo: l’olivo. In realtà, esso proveniva originariamente dal Caucaso ma si è, al pari dell’arancio e di altre essenze vegetali ormai tipicamente locali, connaturato al paesaggio dell’Europa meridionale.
    Si vedono frequentemente sui terrazzi ed i balconi piante di olivo, questa pianta attira infatti molto spesso il favore dei botanici in erba ma i risultati non sono spesso scontati. Questo albero cresce al meglio nel pieno terreno ma può tuttavia garantire, con i dovuti accorgimenti e cure non troppo complesse, ottimi risultati anche in vaso.

    olivo 1La scelta di questa essenza ben si presta al clima ligure ed al contesto paesaggistico di questa regione. A mio avviso la pianta si inserisce al meglio in contesti più rustici ed agresti ma, utilizzata quale singola e potata in modo scultoreo, può ben adattarsi anche ad ambiti più formali, quali terrazze e balconi cittadini. In questo caso l’utilizzo del contenitore, sia per forma che per materiale, dovrà essere ben ponderato e contestualizzato all’area in cui si inserisce. Si potranno preferire acciaio o leghe di colori metallici per posizionare la pianta in contesti più moderni o razionalisti ed, invece, il cotto per ambiti più classici.

    olivo 3 Per ottenere i migliori risultati ed avere anche sul terrazzo un piccolo “raccolto” di olive, basterà seguire le seguenti, semplici regole.
    Innanzi tutto non sono richiesti contenitori di grandi dimensioni: una pianta di sessanta centimetri circa può crescere e svilupparsi all’interno di un vaso di venticinque o trenta centimetri di diametro. Se l’olivo supera il metro di altezza, sarà invece necessario un contenitore di almeno cinquanta centimetri di diametro. Generalmente ed al fine di migliorare l’aspetto estetico dell’insieme di piante presenti sul balcone o sul terrazzo sarà meglio optare per alberelli di medie dimensioni, in cui viene maggiormente valorizzata la particolare conformazione dei rami ed il colore delle foglie, della corteccia e del tronco. Come noto, il colore è grigio verdastro e spicca molto bene sia sullo sfondo delle pareti colorate delle case liguri che a contrasto con i verdi brillanti delle altre essenze.
    Come terreno sarà preferibile utilizzare del terriccio universale mescolato, per circa un quarto dell’intero, a sabbia (non però di mare o comunque priva di tracce di salino). Il drenaggio della pianta è fondamentale e dovrà essere garantito tramite l’impiego di numerosi cocci, pietre o palline di argilla, da collocare sul fondo del contenitore. Si potrà procedere all’annaffiatura ogniqualvolta il terreno si presenti asciutto: in generale ogni due o tre giorni, controllando attentamente che non vi sia alcun ristagno d’acqua tra vaso e sottovaso.

    olivo 4In merito alla posizione, sarà preferibile collocare la pianta in pieno sole ed in un luogo arieggiato e che non sia troppo freddo durante l’inverno. La pianta non gradisce che la temperatura scenda sotto i setto o otto gradi centigradi, tuttavia essa è comunque in grado di resistere, se debitamente protetta con paglia o meglio strati di c.d. “tessuto non tessuto”, anche a temperature piuttosto rigide.
    L’olivo richiede infine, per fruttificare al meglio ed abbondantemente, una potatura particolare, tale da richiedere specifiche conoscenze in materia e da garantire uno spazio aperto tra i rami. Ai fini, invece, della semplice coltivazione dell’olivo come arbusto ornamentale, sarà sufficiente rimuovere tutti i polloni, i rami che spuntano direttamente dalle radici, dal tronco della pianta, dal fusto e tutte quei rametti più giovani che compromettano la regolarità della conformazione della chioma.
    olivo 5In generale e da un punto di vista pratico, si suggerisce di attribuire alla pianta una conformazione ad alberello, in cui la parte apicale risulti rotondeggiante od ovaliforme. L’aspetto esteticamente caratterizzante la pianta è infatti principalmente rappresentato dai rami e dal tronco che reggono, corrugati ed intricati, la particolare chioma.
    Come noto, gli esemplari di olivo più antichi o secolari sono altamente ricercati, stante la loro valenza scultorea, per essere collocati in posizioni strategiche di parchi e giardini o per essere posizionati, isolati, in grandi contenitori sulle terrazze. Ai fini della loro valorizzazione, si utilizzerà in tali casi una luce radente e dal basso che esalti la forma del tronco e l’intricato ed elaborato insieme dei rami. Il risultato estetico è notevole ed indubbio anche se il prezzo pagato dall’ambiente è notevole. Antichi oliveti, specie pugliesi, sono infatti stati, negli ultimi anni “depredati”, per immettere sul mercato, a prezzi esorbitanti, olivi antichi e secolari. Questi ultimi sono talvolta però collocati in contesti inadatti o climaticamente incompatibili con le esigenze colturali delle piante (persino in Lombardia!) dove gli alberi, già stremati per l’espianto dal luogo di origine, hanno purtroppo assai breve vita.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • San Fruttuoso, il futuro di Villa Imperiale in una due giorni di incontri

    San Fruttuoso, il futuro di Villa Imperiale in una due giorni di incontri

    Villa Imperiale, GenovaCon il patronato del Municipio 3 Bassa Valbisagno si svolgerà nelle giornate di oggi e domani, giovedì 23 e venerdì 24 maggio 2013, nei locali di Villa Imperiale, a San Fruttuoso, il Convegno di Studio Cittadino sul tema “Il ruolo di Villa Imperiale di Terralba nello sviluppo culturale della città”.

    Presso la Sala Cambiaso della biblioteca civica Lercari, all’interno della Villa, sono previsti una serie di incontri aperti all’intera cittadinanza e alla presenza dei rappresentanti municipali (primo tra tutti, il Presidente Massimo Ferrante) e del Centro Terralba, con la presidente Marisa Romano. Due giorni di dialogo, tavole rotonde e visite guidate, per parlare dei problemi –soprattutto manutentivi- della Villa e del Parco, e per decidere del suo futuro.

    Questa mattina, gli appuntamenti sono stati aperti con i saluti del Presidente Ferrante e del Consigliere Comunale Alberto Pandolfo, in rappresentanza dell’amministrazione comunale e in rappresentanza del sindaco Doria, assente a causa di impegni istituzionali. Proprio Pandolfo commenta: «Essere qui oggi ad aprire questa due giorni di meeting ha un grande valore per me. Lo stesso era stato in occasione dell’inaugurazione del Museo Navale di Pegli, in cui ho avuto modo personalmente di constatare come quello che è un presidio culturale ha assunto altri significati sociali e formativi e si è confermato un elemento essenziale e vitale per la nostra città. Da parte nostra, è confermato l’impegno per rendere questi luoghi sempre più utilizzati e variamente sfruttati a beneficio della cittadinanza. Ben vengano questi convegni, per favorire l’interesse e l’attenzione per questo grande patrimonio di cui disponiamo e che spesso ignoriamo».

    Ai saluti è seguita la tavola rotonda a cura di Erminia Federico, con gli interventi dei professori Paolo Torsello, Raimondo Sirotti, Bruno Bruzzone, Teresita Totis, Ettore Zauli e dall’architetto Matteo Marino. Tra i temi affrontati, quello del restauro dell’edificio e dell’attuale mancanza di alcuni dipinti prima ospitati dalla Villa, ora conservati –intuilizzati- in qualche magazzino del Comune: un vuoto pesante, commenta Sirotti, per cui si deve fare di tutto per far tornare i dipinti al loro posto e permettere alla cittadinanza di goderne.

    Particolarmente accorato e ispirante l’intervento dell’architetto Matteo Marino. Consulente del Centro Culturale Terralba (tra le altre cose), Marino -espresso il rammarico per l’assenza delle istituzioni, che dovevano essere i veri recettori delle discussioni odierne, ed espresso l’auspicio per un intervento inserito in una strategia intelligente- parla della necessità di un lavoro di restauro oculato. Villa Imperiale va vista in un contesto più ampio e non solo architettonico: non è un problema murale, ma di comprensione della logica costruttiva di questa villa. L’edificio è stato pensato per perdurare nel tempo ed essere utilizzato dagli studenti e dai cittadini tutti. Per questo motivo è necessario sì un restauro, ma non nel senso della ricomposizione asettica: il salone di prima, in senso storico, non esiste più e la villa è da ripensare in termini funzionali e moderni.

    Quanta trascuratezza possiamo tollerare? Possiamo assumere la prospettiva anglosassone della “trascuratezza controllata”? «Sì, nel caso ad esempio delle arcate del ponte di Sant’Agata, da mantenere così com’è e da preservare dall’azione del tempo – commenta l’architetto Marino – No, nel caso del la villa, per cui è necessaria un’azione di manutenzione importante e articolata, che conservi la memoria storica e permetta al contempo un nuovo utilizzo produttivo». Non si deve assumere un’ottica ristretta e lasciare la villa come un quadro in una cornice abbandonata, valorizzando non solo la limitrofa Piazza Terralba, per esempio, o le situazioni a monte. «Dobbiamo difendere ogni pezzo di questa città – continua Marino – per dare senso di appartenenza anche alle ondate migratorie che hanno permesso a Genova di sopravvivere fino ad oggi. Dobbiamo elevare al qualità della città non spendendo soldi pubblici ma facendo agire le parti cittadine di concerto per migliorare la vivibilità. A Villa Imperiale, come ad esempio a Villa Donghi, in Salita della Noce: servono programmi e azioni concertistiche per combattere la trascuratezza. Io mi batto con spirito volontaristico e penso che ognuno possa fare molto per la proprio comunità, prendendo coscienza delle problematiche e facendo di Genova una città accogliente».

    Altro fattore importante e non trascurabile, il verde: il parco della Villa ha anch’esso un valore culturale e storico non trascurabile, che lo rendono patrimonio di tutta la cittadinanza. «A tale proposito, è stato prevista –racconta Bruzzone, del Comitato Amici di Villa Imperiale – l’adesione da parte di un gruppo di volontari (per esempio, persone agli arresti domiciliari o soggetti che affrontano percorsi di recupero) che danno aiuto per il mantenimento del parco in buono stato, coordinati da esperti.  A Genova ci sono varie associazioni volontaristiche per la cura dei parchi, ma manca un maggior coordinamento da parte di Comune e Regione, per gestire al meglio questa situazione».

    Interessante anche il progetto di Teresita Totis, di catalogazione delle piante del parco e di giardinaggio vero e proprio, che ha coinvolto in prima persona gli alunni delle scuole, con il duplice scopo di curare un bene pubblico e sensibilizzare i giovani verso oggetti, come le piante, che fanno parte del nostro arredo urbano. Interviene anche Ettore Zauli, ex direttore del Settore Servizio Giardini e Foreste del Comune di Genova, che offre la visione istituzionale-amministrativa sulla problematica, inserendo la villa nella catena di parchi storici e di patrimonio verde, di cui Genova è così ben fornita. «La gestione di un parco storico costa -commenta Zauli- le stime si aggirano attorno ai 6, 7 euro al metro quadrato e, su una superficie come quella della Villa di circa 22.700 mq, occorrerebbero cifre smisurate, che non possono essere sborsate. Nemmeno gli addetti al verde degli uffici comunali sanno quanto effettivamente venga speso per la manutenzione di tutti i parchi: scorporato l’ex-Servizio Giardini del Comune, una parte è oggi amministrata da ASTER, un’altra dai Municipi. Si sono perse così molte professionalità (fabbri, artigiani, restauratori) difficili da recuperare e si sono scorporate le attribuzioni, per cui oggi non è possibile capire quanto e come viene effettivamente speso per la manutenzione. Molti parchi, inoltre, come quello di Villa Imperiale, vive grazie al servizio dei volontari: se questo parco oggi è in queste condizioni lo dobbiamo al lavoro di queste persone».

    Così commenta questa prima mezza giornata di convegno il presidente del Municipio Massimo Ferrante:

    «Questo convegno è stato voluto fortemente da noi perché cerchiamo di promuovere una politica di rivalutazione della Villa, dal punto di vista storico, culturale e architettonico. Si tratta di un patrimonio importante per la nostra città: costruita nel XVI secolo, la villa ha ospitato varie personalità degne di nota, tra cui anche Luigi XIII.  Ancora oggi svolge un ruolo importante per la comunità genovese e in particolare per il quartiere di San Fruttuoso-San Martino, tanto che non da ultimo lo scorso 29 aprile si sono svolte qui le celebrazioni per la consegna del Grifo a Salvatore Settis, premiato alla presenza mia e del Sindaco Doria in considerazione del valore delle sue attività di archeologo e storico, e il suo impegno nella difesa del paesaggio e la tutela del territorio. Inoltre, anche la consegna del Grifo d’Argento a vari personaggi del mondo della cultura, sempre svolte da Municipio e Comune, in partnership con la Fondazione Palazzo Ducale. Per quanto riguarda queste due giornate, è soprattutto importante sottolineare la presenza del Centro Terralba, soggetto attivo e molto adatto a promuovere la rivalutazione architettonica del sito».

     

    Elettra Antognetti

  • Aspettando il Suq: lo sport a Genova per favorire l’integrazione

    Aspettando il Suq: lo sport a Genova per favorire l’integrazione

    footballNella giornata di ieri, mercoledi 22 maggio 2013, presso la Loggia della Mercanzia in piazza Banchi, si è tenuto il sesto e penultimo incontro del ciclo “Luoghi, spazi e persone” organizzato da “Aspettando il Suq”.

    Temi dell’ iniziativa sono stati gli spazi urbani, ufficiali o ricavati, che diventano teatro di manifestazioni sportive di vario genere e lo sport come strumento di socializzazione e integrazione.

    Relatori dell’incontro sono stati il professore di Antropologia dell’Università di Genova Bruno Barba e Fabrizio De Meo, di Uisp Genova, intervistati dalla giornalista Domenica Canchano.

    La prima domanda rivolta al prof. Barba ha riguardato la situazione generale dello sport nel nostro paese: «È un’occasione persa», ha risposto il professore, aggiungendo che è troppo spesso vissuto come un fastidio, un’attività da svolgere per fare contenti genitori o insegnanti. Secondo lui andrebbe invece valorizzato in quanto strumento di veicolazione della cultura: l’attenzione alla pratica sportiva è infatti specchio dei valori pregnanti di una società e contribuisce a costruire l’identità individuale.

    Da questo primo intervento si è sviluppata una discussione sull’importanza della pratica sportiva come elemento per contribuire all’integrazione in una società multiculturale: lo dimostra, come evidenziato da Barba, la nazionale francese di calcio di fine anni Novanta composta da giocatori provenienti sia dal territorio francese sia dalle aree ex coloniali oppure la nazionale tedesca di questo periodo in cui giocano parecchi tedeschi di seconda generazione, entrambe hanno contribuito a favorire il melting pot anche a livello sociale.

    Secondo Fabrizio De Meo di Uisp Genova bisogna però prestare attenzione agli aspetti che potrebbero marcare una differenza culturale tra persone e quindi provocare esclusione: gli impianti sportivi sono spesso strutturati in modo occidentale, senza tenere presenti le esigenze di persone di altre culture che hanno un rapporto differente dal nostro con la loro corporeità. Inoltre a suo parere nella progettazione degli spazi pubblici pensati per lo sport bisogna far in modo di non caratterizzarli ma di lasciare liberi gli individui di appropriarsene per svolgerci lo sport che preferiscono.

    De Meo ha poi osservato come vada cambiata l’impostazione culturale attuale dove vige un’iperattenzione per lo sport professionistico, anche nei suoi aspetti più insignificanti, e c’è un disinteresse diffuso per la pratica sportiva. Ha sottolineato inoltre come lo sport non possa essere un fenomeno accessorio nella società e vadano quindi pensati degli interventi mirati, poiché una città disegnata a misura di sportivo è più vivibile per tutti. Secondo lui i migliori progetti per la realizzazione di spazi pubblici riservati allo sport sarebbero quelli che tengono conto di una logica trasversale, ossia di cui tutti possono usufruire indipendentemente dalle loro capacità.

    Il dibattito ha riscosso una buona partecipazione di pubblico dimostrando come la tematica sia di generale interesse nella nostra città.

     

    Giorgio Doria

  • “Siamo vestiti da marinai, senza sapere dove andare”

    “Siamo vestiti da marinai, senza sapere dove andare”

    Lettere dalla LunaHa piovuto a lungo sulle nostre teste, le strade si sono lavate a dovere e il mare ha ingoiato a fatica litri e litri d’acqua sporca. Stroncato a più riprese il corso naturale delle fioriture, il paesaggio per settimane è andato in confusione, come se gli fosse giunto veloce sulla fronte un colpo secco di bastone, come l’alcol nelle tempie quando ti sbronzavi sul serio.

    Ora sembra tutto passato. Ora puoi uscire, senza paura, la mattina puoi liberare gli occhi dall’imbroglio delle croste e aspettarti il sole. Trovi gente lungo i marciapiedi e alle fermate degli autobus, un po’ più illuminata e un po’ meno vestita. Si prova tutti quanti un sottile piacere.

    Intorno continuano a scendere silenziose le serrande dei negozi, gli ampi locali sfitti diventano slot house o empori cinesi, quando si riesce box, altrimenti rimangono vuoti. I risparmi dei nonni tengono per il colletto un sistema in caduta libera, non c’è rivoluzione, non c’è apocalisse e a trent’anni il futuro è già un ospite assente, in ritardo, come la primavera.

    “È solo una fase di passaggio, torneremo a far guazzabuglio nel fango, a fare i maiali con la pancia piena, torneremo a lavorare, a produrre, a spendere”.

    Siamo stanchi, siamo spenti e stanchi. Il cielo è coperto, le nubi nascondono la stella polare.

    Siamo vestiti da marinai, senza sapere dove andare.

     

    Gabriele Serpe

  • Lidia Giusto: la fotografa genovese selezionata per il bando Creart

    Lidia Giusto: la fotografa genovese selezionata per il bando Creart

    lidia-giusto-creartCreArt è un progetto europeo rivolto a giovani artisti, approvato nel marzo 2012 dalla Commissione Europea e che prevede l’impegno di 12 città partner in tutta Europa (tra cui Genova) coordinate da Valladolid.

    Tra le varie iniziative in campo, è in programma una Mostra Itinerante Europea “Più reale del reale” che, percorrendo diverse città, mostrerà il lavoro di 17 artisti selezionati in rappresentanza del proprio Paese. Scopo del progetto è incentivare la mobilità degli artisti e la circolazione delle loro opere.

    Tra gli artisti scelti dalla curatrice del progetto Ilaria Bonacossa, due italiane: Annalisa Macagnino di Lecce e Lidia Giusto di Genova (più precisamente, di Cogoleto).

    La sua attività artistica, basata su immagini in bianco e nero con una forte ricerca del chiaroscuro, ha trovato da tempo sua primaria fonte di ispirazione – come lei stessa spiega a introduzione del suo portfolio – è il «tema degli abbandoni industriali, civili. Si è posto di fronte ai miei occhi un nuovo modo di vedere, filtrandolo attraverso l’obiettivo e cercando di trasmettere sensazioni. Fotografia dell’abbandono, archeologia industriale e urbana, è per me una ricerca di tracce di ciò che un tempo era e che oggi ancora è (anche se a volte profondamente mutato nella sua struttura originaria) e di solito non viene osservato con consapevolezza. Il percorso che ho intrapreso sulla tematica dell’abbandono è un progetto di divulgazione visiva, il cui scopo è quello di comprendere come sia possibile riscoprire emozioni in luoghi dimenticati, ma allo stesso tempo vivissimi, con il fardello di storia importante che tutto ha dietro di sé».

    Lidia ha partecipato con le sue opere fotografiche a diverse mostre in città, personali e collettive, e ha collaborato con numerosi progetti artistici genovesi tra cui Vanuart e la casa editrice Cani dall’inferno.

    Chiediamo a Lidia di spiegare come è nata e com’è nata e come si è evoluta la sua ricerca artistica: «Ho iniziato a fotografare da bambina, con una Nikon analogica di mio padre. Intorno ai sedici anni ho preso coscienza del fatto che la macchina fotografica poteva essere il mezzo per esprimere sensazioni che avevo dentro, che non riuscivo a tirare fuori con le parole. La macchina fotografica è perciò diventata un mezzo di comunicazione più “interiore”: evidentemente avevo bisogno di far uscire delle cose da dentro di me, tirarle fuori, anche per stare meglio. Nelle mie immagini è sempre presente una parte malinconica, triste e dolorosa, anche se io non mi ritengo una persona altrettanto malinconica. Da qui la scelta del bianco e nero: buio e scuro come il mio lato triste e malinconico, in contrasto con la luce forte che rappresenta la ricerca di un benessere, una speranza. I luoghi abbandonati mi servono per riflettere su quello che mi circonda e su me stessa».

    La prima tappa della mostra sarà a Valladolid dal 21 giugno 2013, a seguire sarà allestita a Lecce (settembre – ottobre) e ad Arad, Romania (novembre – dicembre).

    [foto di Lidia Giusto]

  • Berio Cafè: concorso letterario per riscoprire le cartoline

    Berio Cafè: concorso letterario per riscoprire le cartoline

    berio-cafeChi non ricorda i tempi in cui – durante le vacanze – si sceglieva, affrancava e spediva un gran numero di cartoline? Chi non ricorda i minuti passati a trovare un pensiero per un parente o un amico, abbastanza efficace pur nello spazio così contenuto? Una forma di comunicazione ormai un po’ “dimenticata”, che un concorso letterario sui generis cerca di riportare alla luce.

    Il bando è stato presentato durante la festa delle librerie indipendenti tenutasi ieri al Berio Cafè, che si è fatto promotore dell’iniziativa insieme alla Libreria Libro Più di Genova Pontedecimo e all’artista Mabi Col.

    Come funziona Estate 2013, è tempo di cartoline? È sufficiente comporre la propria cartolina (formato 10×15 cm) con qualsiasi tecnica o materiale e scrivere all’interno un pensiero, per poi inviarla tramite posta al Berio Cafè entro il 15 settembre 2013. Ogni autore potrà inviare più di una cartolina, purché proveniente da luoghi diversi. Il locale esporrà tutte le opere pervenute e offrirà un caffè a ogni partecipante per “rimborsare” la spesa del francobollo.

    Al termine del concorso, una giuria selezionerà le tre opere migliori, i cui autori avranno in premio un buono da 50 € da spendere nel locale.

  • Cockney Rhyming Slang, la parlata colorita dell’East End di Londra

    Cockney Rhyming Slang, la parlata colorita dell’East End di Londra

    londra-notte-bus-DIRecentemente mi è capitato di rivedere (o meglio rigustare) un film del 1998 del regista londinese Guy Ritchie, dal titolo Lock, Stock and Two Smoking Barrels, tradotto in italiano come “Lock & stock, pazzi scatenati”. Si tratta di una sorta di Pulp Fiction all’inglese, una commedia – tanto truce quanto ironica – ambientata nei bassifondi dell’East End londinese, la parte più a est della capitale e quindi più vicina all’estuario del Thames, il fiume Tamigi.

    Questa zona della metropoli inglese è considerata storicamente essere il covo della malavita londinese e l’area di chi, per tirare a campare, si arrangia come può. E’ il caso anche dei quattro protagonisti del film appena citato – nel quale appare anche Sting, seppur in un ruolo marginale – che vivono di trucchi, espedienti e piccole truffe. Nel momento in cui i quattro tentano il grande colpo per arricchirsi ai danni di un potente criminale locale, rimangono più o meno consapevolmente invischiati in un gioco molto più grande di loro, riuscendo tuttavia con poca abilità e molta – molta – fortuna a uscire salvi e quasi sani e a tenere i due fucili – barrel in inglese indica la canna di un’arma da fuoco attorno ai quali ruota tutta la vicenda del film.

    Oltre al ritmo incalzante del montaggio, sono principalmente i dialoghi a spingermi a rigustare Lock, Stock and Two Smoking Barrels, in particolare le espressioni colorite e divertenti del cosiddetto Cockney Rhyming Slang tipico dell’East End.

    Cockney Rhyming Slang: di che cosa stiamo parlando? Partiamo dalla spiegazione della parola Cockney, termine sia sociale sia geografico, che identifica la working class  londinese proveniente dalla zona orientale della città. Rhyming significa invece “in rima”, mentre slang indica l’uso circoscritto a determinati ambienti sociali e culturali di parole ed espressioni che normalmente non vengono utilizzate nella lingua standard.

    Sviluppatosi verosimilmente come risposta all’esigenza di ladruncoli, truffatori e malavitosi di vari livelli di non farsi comprendere dalla polizia, il Cockney Rhyming Slang si è nel tempo arricchito di un notevole numero di espressioni, quali China plate – letteralmente “piatto cinese” – in cui plate fa rima con la parola mate, “amico”. Se per qualche motivo avete delle amicizie nell’East End, non sorprendetevi se qualcuno vi saluta così: “Hi, old China”. Il vostro conoscente non vi ha associato ai viaggi in Oriente di Marco Polo, vi sta solo dando del: “Vecchio mio” o “Amico mio.”

    Analogamente, trouble and strife – letteralmente “problemi e conflitto” – fa rima con wife, cioè “moglie”. Con: “Use your loaf” si intende invece: “Usa il cervello,” in quanto loaf of bread – letteralmente “pagnotta” – sta per head, “testa”. Divertente anche Holy Grail – Sacro Graal – usato con il significato di “email”, per cui: “Send me a Holy” vuol dire in realtà: “Send me an email” ovvero “Mandami un’email.”

    La creatività con la quale gli esseri umani riescono a scomporre, ricomporre e modellare il linguaggio a seconda delle loro esigenze e delle circostanze, come dimostrato dall’esempio del Cockney Rhyming Slang, mi ha richiamato alla memoria un capoverso del libro “La scienza della vita” del grande saggista e fisico Fritjof Capra: “Una rete vivente – in questo caso la lingua vista come rete vivente, ndr – risponde agli stimoli dell’ambiente esterno attraverso cambiamenti strutturali scegliendo sia quali stimoli notare sia come rispondere.” See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Viaggio nelle Fiandre: lezione – concerto al Museo dell’Accademia

    Viaggio nelle Fiandre: lezione – concerto al Museo dell’Accademia

    Piazza de Ferrari accademia di belle artiGiovedì 23 maggio 2013 si svolge l’ultimo incontro del corso multidisciplinare Viaggio nelle Fiandre, pensato dall’associazione Amici dell’Accademia per far conoscere le attività del Museo e sostenerne le attività attraverso le donazioni del pubblico.

    L’appuntamento di oggi (inizio ore 18.30) è una lezione – concerto a cura di Fabio Rinaudo che mette a confronto dipinti fiamminghi del ‘500-‘600 e brani musicali della medesima epoca.

    Per partecipare è necessario contattare l’Associazione Amici dell’Accademia.

    [foto di Daniele Orlandi]