Autore: Simone D’Ambrosio

  • Nervi, ex piscina “Mario Massa” diventa un campo da beach volley? Forse, ma solo temporaneamente

    Nervi, ex piscina “Mario Massa” diventa un campo da beach volley? Forse, ma solo temporaneamente

    piscina-massa-nerviAlla fine una quadra sulla vicenda della piscina “Mario Massa” di Genova Nervi, si sarebbe trovata: una mozione che prevede la soluzione temporanea d’utilizzo, dopo tutte le verifiche tecniche del caso e l’impegno della giunta a spronare la Regione Liguria nello sblocco di quei fondi europei che sarebbero serviti per rimetterla in sesto. Fin qui tutto bene ma, per capire a fondo la vicenda, bisogna fare un passo indietro.

    Lo scontro politico

    Per arrivare a questo risultato ci sono voluti tanti mal di pancia, abbastanza da lasciare l’amaro in bocca per parecchio tempo. Un accordo trovato dopo una commissione e una riunione capigruppo in Municipio IX Levante, di fuoco. Perché dietro all’inutilizzo della piscina, ormai chiusa da tempo, si è aperto lo scontro dal sapore politico tra Partito democratico e sinistra radicale. «Difficile pensare il contrario» aveva ammesso pochi giorni fa l’assessore municipale del Pd, Michele Raffaelli. Uno scenario che ricorda fin troppo bene quello della Sala rossa di Palazzo Tursi, dove il sindaco arancione, Marco Doria, spesso si trova tra i due fuochi. Lo stesso si può dire del presidente del Municipio, Nerio Farinelli, anche lui “arancione” e di cui, per questa vicenda, sono state addirittura chieste le dimissioni.

    La proposta del Municipio

    Dopo anni di chiusura e dopo tante proteste da parte dei residenti del quartiere, l’assessore Raffaelli aveva proposto di trasformare la Mario Massa in un campo da “beach volley” in attesa del via libera ai lavori di ristrutturazione da parte della Regione Liguria. Niente da fare: proposta bocciata, nonostante ci fosse il sostegno delle associazioni sportive, nonostante i 7 mila euro che il Municipio avrebbe potuto stanziare. A scrivere il necrologio del campo da beach volley, è stato lo stesso assessore, che ha affidato a Facebook e al gruppo di quartiere il proprio disappunto: «È con rammarico che comunico l’esito della commissione municipale odierna, dove si discuteva una mia proposta che riguardava un utilizzo temporaneo della Piscina Massa. La mia proposta prevedeva una partecipazione del Municipio con €. 7.000,00 alla cifra totale richiedendo al Comune l’impiego dei fondi relativi alla parte restante».

    Il fronte dei no

    Se per qualcuno il “no” è stato determinato da uno scontro politico, per altri non è affatto così. Lo scrive il consigliere Municipale Federico Bogliolo, di Progresso Ligure, che sui social spiega le sue ragioni: nessuna certezza che si tratti di una soluzione temporanea, con il timore di far sparire la pallanuoto da Nervi e i costi troppo elevati sia per realizzare il campo che per smaltire i rifiuti che al momento si trovano nella struttura. Bogliolo risponde anche a chi lo aveva accusato di essere contrario alla riapertura della piscina: «Sono nato a Nervi, sono cresciuto in quella vasca. Le prime ragazze che ti venivano a vedere durante gli allenamenti, i compagni di squadra, le serate ad allenarsi, i corsi nuoto quando non sapevo ancora nuotare, insomma, tutta la mia vita. Datevi delle risposte».

    Verso una soluzione?

    Anche la sinistra più radicale si è opposta al progetto già finanziato, accusando il Pd di non aver condiviso nulla. Dopo un paio di giorni di stallo, in cui si è gridato allo scandalo, la svolta: prima una visita al Matitone per alcune verifiche tecniche, poi una maggioranza in cui si era aperto uno spiraglio e, infine, la capigruppo durante la quale si è finalmente trovata la quadra con l’utilizzo temporaneo dell’area.

    Pace fatta per il bene del quartiere? Non esattamente, perché tra i corridoi del Municipio si dice che dietro alla mozione sulla destinazione temporanea d’uso si nasconderebbe ancora il campo da beach volley, non morto come un vampiro, e che la quadra l’abbia trovata solo il Pd. E, questa volta la mozione potrebbe passare, tra il malumore generale, perché non esistono altri progetti temporanei. D’altra parte, «piuttosto che vedere ancora la storica “Mario Massa” in quelle condizioni avrei preferito farla demolire», dice ancora l’assessore Raffaelli. Insomma, la lite sulla piscina di Nervi è di nuovo dietro le porte e sembra che per questa struttura non ci sia pace.
    E gli abitanti di Nervi? Alla fine sono proprio loro i più affezionati alla piscina e davvero non ne possono più di vederla ridotta a una vasca vuota, melmosa e maleodorante. Altro che antichi fasti. Per questa ragione è stato organizzato un presidio in costume per sabato 16 luglio: “NOI vogliamo questa piscina!”. Alla faccia di qualsiasi lite politica, resta l’amarezza per le promesse fatte in campagna elettorale e siamo già alle porte di quella per le Comunali 2017.


    Michela Serra

  • Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    mariaeugeniaesparragozaLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Eugenia Esparragoza. Nata in Venezuela, è arrivata in Italia a metà degli anni Novanta, con una ricca ed eterogenea esperienza nella comunicazione sociale, nel giornalismo, nel settore audiovisivo, in particolare nell’antropologia filmica, e nella docenza universitaria. A Genova è riuscita ad affermarsi professionalmente a prescindere dal riconoscimento dei titoli di studio precedenti, anche in settori diversi da quelli in cui aveva operato.
    Il concetto chiave che emerge dall’incontro con Maria Eugenia Esparragoza è l’importanza di promuovere uno sguardo diverso sui luoghi attraversati quotidianamente, sul centro storico, sulla città e svegliare l’interesse per l’ambiente e le persone che ci stanno intorno.

    I nuovi cittadini genovesi, persone di origine straniera ma profondamente radicate dal punto di vista personale, professionale e culturale, in Italia e a Genova, possono apportare un contributo fondamentale. Sono portatori di un punto di vista complesso, nel quale si compendia l’esperienza dello sradicamento e della migrazione con quella dei nuovi legami sociali e culturali con il territorio nel quale risiedono.
    Genova ha una peculiarità: la grande presenza di residenti di origine latinoamericana iniziata a crescere negli anni novanta a causa della crisi politica ed economica di alcuni paesi dell’America Meridionale e, poi, consolidata con i ricongiungimenti familiari e l’implementazione di catene migratorie con al centro la nostra città. Un percorso simile è avvenuto nelle regioni adriatiche e in alcune zone del Nord con l’immigrazione albanese, esplosa con la crisi dei regimi filosovietici e oggi generalmente integrata con successo nel tessuto sociale del paese. Ora iniziamo ad assistere, complice la crisi economica in Italia e Europa, al fenomeno della contravuelta, del rimpatrio assistito sostenuto dai governi dei paesi d’origine.
    Queste storie, al di là delle particolarità individuali di ognuna, ci spingono a interrogarci anche sui processi migratori attuali, originati come allora da una catena di crisi politiche ed economiche esplose nella fase delle cosiddette “Primavere Arabe”, e vissuti dai media e dall’opinione pubblica come emergenza permanente. Nel medio periodo non si può escludere che questi fenomeni migratori potrebbero consolidarsi e assumere caratteristiche simili a quelle degli anni Novanta, compresi i ricongiungimenti familiari e la contravuelta, pur riconoscendo che alcune delle questioni geopolitiche che li hanno aumentati siano di difficile risoluzione.

    L’incontro con Maria Eugenia è anche uno stimolo a interrogarsi su quanto di vero e quanto di stereotipico ci sia nella diffusa immagine che ritrae quello di Genova (città che come altre in Italia, e forse più lentamente e riottosamente, sta vivendo il lento abbandono dell’identità urbana di polo industriale) come un ambiente un po’ chiuso, tendenzialmente diffidente e ostile verso l’innovazione, le nuove idee e i nuovi punti di vista.

    Qual è stato il tuo percorso di studi e di lavoro prima di arrivare a Genova nel 1993?
    «In Venezuela, ho iniziato a scrivere a 14 anni su giornali e riviste, prima su un giornale regionale e poi sui media più importanti. Per me scrivere era un divertimento, non c’erano tutti i mezzi di oggi per farsi pubblicare. Avrei voluto studiare antropologia ma, in quel periodo, l’Università centrale è stata chiusa per più di anno a causa di moti studenteschi. Come tanti della mia generazione, ho ripiegato su un’università privata e mi sono laureata in Comunicazione sociale con specializzazione in audiovisivi. Dopo aver lavorato due anni all’Ufficio centrale dell’informazione, ho trovato modo di andare a Parigi a studiare antropologia filmica, collegandola così a quanto avevo studiato fino ad allora. In Venezuela ho anche insegnato 10 anni nella stessa università in cui avevo studiato.
    Il mio progetto era quello di realizzare un film che mettesse in relazione il continente sudamericano e quello africano. Grazie ad alcuni premi di progetti vinti dopo la tesi e varie collaborazioni, ho svolto ricerche socioantropologiche sul campo, in Congo, scoprendo che era proprio da quell’area che provenivano molti degli schiavi portati in Venezuela dal continente africano, mentre tutte le ricerche sugli afrodiscendenti si concentravano sulla costa occidentale.
    Il risultato di queste ricerche è stato il documentario Salto al Atlántico, il primo film a connettere due continenti che non si parlavano, in un periodo in cui non c’erano tutti i mezzi di oggi per connettere le persone attraverso i media. Salto al Atlántico negli anni successivi è stato proiettato in numerose occasioni e festival in Europa e in America Latina, vincendo anche alcuni premi. Nel 1992 il film, che era disponibile all’ambasciata venezuelana, è stato richiesto dall’organizzazione delle Colombiane ed è stato proiettato per la prima volta a Genova. Io sono arrivata in Italia l’anno successivo, ho conosciuto il Laboratorio Migrazioni del Comune che si era occupato della proiezione del film e, grazie anche al film, ho iniziato con loro un percorso di collaborazioni e consulenze». 

    La tua laurea in Comunicazione sociale è stata riconosciuta in Italia?
    «Non ho fatto riconoscere in Italia la mia laurea. Stavo per iniziare il percorso di convalida, quando mi si sono presentate opportunità di lavoro per docenze a contratto in lingua spagnola, per le quali non era richiesta, e dal 2000 svolgo collaborazioni in questo settore. Avevo già un titolo di studio europeo, il dottorato a Parigi.
    In Italia avrei voluto riprendere a occuparmi di giornalismo. Molti me lo hanno sconsigliato e mi hanno detto che il percorso era lungo e difficile. In Venezuela l’albo dei giornalisti accetta direttamente i laureati dell’Università, e può ammettere chi dimostra di aver lavorato nel settore senza essere laureato. Ho rinunciato: è rimasto un sogno nel cassetto. Ogni tanto scrivo qualcosa e lo metto lì dicendomi che almeno online dovrei pubblicare qualcosa prima o poi».

    Hai avuto ostacoli o difficoltà di affermazione professionale legati all’assenza o ai lunghi tempi richiesti per l’acquisizione della cittadinanza italiana?
    «Io ero sposata con un italiano ma all’inizio non ho voluto prendere la cittadinanza italiana per non perdere la mia, in quanto il Venezuela prima della rivoluzione di Chavez non accettava la doppia cittadinanza. Non mi sono precipitata nemmeno quando avrei potuto, vedevo i miei diritti abbastanza riconosciuti e ho perso la possibilità di accedere a un concorso per coordinare il Centro Scuole e Nuove Culture perché non ero italiana. Allora mi sono attivata, fra la richiesta e l’ottenimento sono passati 5 anni».

    Un sistema di accesso al mondo del giornalismo incentrato sul vincolo del titolo universitario, come in Venezuela, potrebbe essere utile a migliorare il livello di approfondimento e qualità nel trattare il tema delle migrazioni?
    «Potrebbe essere. Però io vedo che anche nei miei corsi non c’è un grande interesse a parlare in modo approfondito di migrazioni. Diventa molto difficile, anche per questo, farlo attraverso i media. Una preparazione specifica dei giornalisti che si occupano di migrazioni potrebbe migliorare la qualità linguistica del messaggio…lo strumento linguistico spesso è usato in maniera superficiale».

    Quando sei arrivata a Genova hai tentato di inserirti professionalmente nel settore dell’audiovisivo e dell’industria creativa?
    «Ho provato un paio d’anni ma, non vedendo a Genova grosse prospettive nell’audiovisivo e nell’industria filmica, ho deciso di dedicarmi ad altro. Non credo che ci siano grossi investimenti. Nel 2007 ho deciso di riprovarci e ho presentato il documentario Rifare i Bagagli al Genova Film Festival. Trattava il tema dell’impatto delle migrazioni sugli adolescenti. Mi piacerebbe riprendere in mano il tema e rifarlo ora, 10 anni dopo, e vedere che cosa è cambiato. Negli anni successivi sono entrata a far parte della giuria del Genova Film Festival».

    Ci sono spazi a Genova per l’affermazione professionale di cittadini stranieri con competenze audiovisive e filmiche? Ci sono giovani e persone della cosiddetta “seconda generazione” attivi nel settore?
    «Credo che per loro sia molto difficile, qua c’è un ambiente in generale piuttosto bloccato. Sono con il Genova Film Festival da quando è nato e di prodotti fatti da migranti, o figli di, ne ho visti veramente pochissimi. Non è che non ci siano, solo non vedono molti canali per esprimersi. La situazione in tutto il Nord e nell’Italia in generale non la vedo in grandissima espansione. Il settore è difficile per tutti, anche per gli italiani.
    A Genova ci sono personalità eccellenti nel settore cinematografico con collaborazioni a livello nazionale o internazionale, ma si tratta di profili specializzati in settori e riprese particolari. In generale per fare grandi cose devi andare almeno a Milano, Torino o Roma».

    La città di Genova, anche se relativamente propensa a una buona accoglienza verso i nuovi cittadini, è molto spesso dipinta come tendenzialmente conservatrice e poco propensa all’innovazione. Pensi che sia uno stereotipo o ci sono elementi di verità in questo punto di vista?
    «Mi sembra che la “piazza” sia difficile in generale. Da 2 anni assieme ad altre persone collaboro con il progetto Migrantour attivo anche in altre città italiane. Migrantour organizza passeggiate culturali per promuovere uno sguardo diverso sulla città e sul centro storico genovese: la città vecchia con gli occhi dei nuovi cittadini.
    E’ questo che io penso debba essere fatto: parlare a tutti! E’ come nel giornalismo: l’obiettivo non deve essere solo fare la stampa per i migranti, bisogna parlare a tutti, proporre un punto di vista diverso sui luoghi delle città, sui temi che interessano la cittadinanza. Svegliare l’interesse delle persone per quello che ci sta accanto.
    Con Migrantour abbiamo organizzato diverse passeggiate tematiche per interessare la cittadinanza su diversi temi: una sul caffé, una in occasione della giornata mondiale dell’acqua, una in occasione della Pasqua Ortodossa, un’altra sulle piante medicinali. Per quest’ultima, la persona si era preparata moltissimo e abbiamo dovuto rinunciare per mancanza di quorum. Se faccio un confronto con i numeri di Migrantour in altre città, mi chiedo se sia la piazza stessa a essere poco ricettiva. Ho partecipato a una di queste passeggiate a Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, e c’erano più di 150 persone. È vero che là i numeri sia degli stranieri residenti che della popolazione in generale sono superiori, ma credo che qua ci sia un problema di ricettività. Occupandomi da molti anni di migrazioni e intercultura, mi sono resa conto che in città le voci e le sensibilità che si muovono su certi temi sono sempre le stesse. Il punto è come fare per arrivare a parlare anche ad altri? Forse un impulso potrebbero darlo le istituzioni, ma la vedo difficile, viviamo un’epoca di restrizioni. Ho la sensazione che oggi molti degli spazi che si erano aperti 10/15 anni fa su questi temi si stiano chiudendo».

    Andrea Macciò

  • FuoriFormato: tra ricerca e sperimentazione, la rassegna si è conclusa con la finale del videocontest Stories We Dance

    FuoriFormato: tra ricerca e sperimentazione, la rassegna si è conclusa con la finale del videocontest Stories We Dance

    storieswedance-lucaalbertiTursi, ore 19.00. Guardare dal basso verso l’alto continua a essere una delle possibilità che la danza fuori dai teatri riesce a donare al pubblico. Alziamo lo sguardo e troviamo Francesca Guerra in cima alle scale del palazzo. Pare un direttore d’orchestra con l’archetto del violino pronto all’uso e, come se fossimo noi l’ensemble da guidare, pare dirigerci in un territorio musicale che progressivamente sarà il suo stesso corpo ad assecondare. Una sinfonia. Una Sinfonia per un corpo solo. Si muove con l’archetto in mano, quasi in un combattimento da scherma, poi raggiunge lo strumento che ha deciso di indossare, il violino. Le scale divengono scale musicali, ritmi che la porteranno a scendere fino al pubblico per intonare con la voce un canto tradizionale e ammaliatore. In conclusione sembra il suono di una nave che salpa, mentre risale quelle scale per scomparire lassù nel cortile. Breve, efficace, una storia. Che, toccando anche le nostre corde, lascia addosso il desiderio di un seguito.

    Sono le storie le protagoniste di questa serata. Storie che si appropriano degli elementi per tornare ad essere quello che si è dimenticato. Come in Ecce puer, titolo che rimanda a un enfant con un desiderio di purezza in un mondo banale (la vision de purité dans un monde banal così ben rappresentata nell’opera di Medardo Rosso). La versione di Nicola Marrapodi ha a che fare con la resilienza, con la capacità di assorbire un urto senza rompersi. Trasformandosi. Marrapodi si bagna di acqua, se ne cosparge, torna terra, torna sasso, sfiorando, come una radice, una condizione primordiale liquida e dinamica. Manca il fiato quando l’acqua ci arriva forte in volto. Si blocca il respiro. Eppure la danza continua.

    Un urlo muto. Siamo a Palazzo della Meridiana. Ribellarsi senza farsi sentire. Non ci si aspetta che si concluda così un lavoro che potrebbe avere la dolcezza come prima caratteristica. Ma lo zucchero non è sempre dolcezza e ciò che a prima vista appare decorazione non sempre evoca un canone scontato. BodyCaking®[Belladonna] è parte da un’idea perfettamente attuale: usare il cibo, così importante per ognuno, come un simbolo. Usare la pasticceria come una tavolozza e, al contempo, decontestualizzare lo zucchero dal suo ambiente naturale per farne materia e strumento nuovi, performativi. Davide Francesca e Marco Democratico creano con i loro materiali sul corpo della performer Olivia Giovannini, qualcosa che potrebbe avere a che fare con la femminilità, un abito da sposa quasi, un corpetto, un bustino XVI secolo. Ma quell’abito diviene gabbia ed è solo nella costrizione che si scopre l’animalità repressa. Nelle zampette che si liberano, nel leccarsi le ferite, dolci e non ancora incrostate, ancora fresche. Lasciandola sola. Ma bella. Una bella donna in un grido silenzioso.

    Siamo pronti per spostarci a Palazzo Ducale dove alle 21 in Sala del Munizioniere inizia la serata finale di Stories We Dance, il contest internazionale di videodanza promosso, organizzato e presentato da Augenblick. Davanti a un pubblico puntuale e da subito attento, alla presenza dei 5 membri della giuria presentati il giorno prima, inizia la proiezione integrale dei 14 dancefilm finalisti, selezionati tra i 98 lavori ricevuti da tutto il mondo. Sono pronte le menzioni e il premio in denaro al Miglior Film, che saranno assegnati al termine della serata. Ma anche il pubblico presente è chiamato a esprimere la propria personale preferenza, che porterà all’assegnazione di una menzione dedicata.

    I film scorrono senza interruzione, con una rapida pausa intermedia, in un silenzio da sala cinematografica. Situazione che pare paradossale e al tempo stesso felicemente sorprendente. Da una parte, infatti, una proposta di visione che non può che essere concentrata e eterogenea, per durate, tematiche, ambientazioni, soluzioni audiovisive: una varietà di percorsi che è stata posta in primo piano già in fase di preselezione, per offrire, del genere in questione, un’esperienza diversificata. Dall’altra, come si diceva, un’ottima risposta del folto pubblico presente, catturato dalle molteplici forme e modalità narrative della videodanza europea, americana, asiatica – in anteprima non solo genovese ma quasi sempre anche italiana, talvolta europea – e capace di partecipare fino al termine della proiezione con curiosità e talvolta stupore. Con il coinvolgimento emotivo che affiora vedendo un film atteso o che, inaspettatamente, cattura già dalle prime scene.

    Mentre si raccolgono i voti del pubblico è la volta di Echo, performance dal vivo di e con Luca Alberti (Compagnia DEOS) che, sempre in Sala del Munizioniere, presenta il proprio studio coreografico tratto da MM Microcosmo Mozart. Alberti è un vortice, il suo corpo, accompagnato da un montaggio musicale imprevedibile, raggiunge vette di ipnotica astrazione, la performance dura pochi minuti ma potrebbe continuare a lungo, incollando anche il pubblico non specialistico a un’immagine in continuo aggiornamento, dove ricerca e immediatezza di esecuzione si sovrappongono e confondono magneticamente.

    La serata è in chiusura e il pubblico si raccoglie intorno allo schermo per assistere all’assegnazione dei premi. Ogni membro della giuria legge le motivazioni delle scelte fatte, dimostrando il desiderio di dare ai verdetti una direzione forte, non convenzionale, aperta, come aperta dovrebbe essere la riflessione sulla videodanza. Molti gli ex aequo nelle menzioni, in dettaglio: la menzione al Miglior Concept è assegnata per voce di Emilia Marasco a Marine Girls di Megan Wright (USA) e a Disruptions di Felipe Frozza e Ulrike Flämig (Germania). Simone Magnani assegna la menzione al Miglior Performer sia al gruppo di bambini di Kid Birds For Camera di David Daurier e Eric Minh Cuong Castaing (Francia) sia, nuovamente, a Ulrike Flämig di Disruptions. Gaia Clotilde Chernetich è chiamata ad assegnare la menzione per la Miglior Coreografia, che va a Lay Me Low di Marlene Millar (Canada) e a Let’s Say di Fuk Pak Jim (Hong Kong). È la volta della Miglior Regia, assegnata da Gaia Formenti a Vecinas di Natalia Sardi (Belgio). Il pubblico scopre in tempo reale il proprio verdetto: a conteggi avvenuti, il Premio del Pubblico va a grande maggioranza a She / Her di Sonja Wyss (Olanda). E siamo al Primo Premio della Giuria, cui corrisponderà un riconoscimento in denaro, e che in questa prima edizione di Stories We Dance è assegnato, per voce di Lucia Carolina De Rienzo, a How are you today di Chiu Chih-Hua (Hong Kong).

    Molti gli applausi, palpabile la soddisfazione di Augenblick e di tutti gli organizzatori di FuoriFormato.

    Marina Giardina
    Fabio Poggi

  • FuoriFormato funziona. Il racconto della seconda serata tra videodanza e performance live

    FuoriFormato funziona. Il racconto della seconda serata tra videodanza e performance live

    fuoriformato-storieswedanceUna tavola rotonda nel tardo pomeriggio di una giornata calda di giugno, si sa, può essere un rischio in termini di affluenza. Ma alla presentazione di Stories We Dance, il contest internazionale di videodanza in programma stasera alle 21 nella Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, il pubblico presente ha ancora una volta dimostrato di essere il grande protagonista di FuoriFormato, con sensibilità e attenzione.

    Sala Liguria, Palazzo Ducale. Accanto alla mostra Danza con me, dedicata agli scatti di Serge Lido, si dialoga di videodanza toccando i grandi temi della creatività contemporanea, si respira un vivo desiderio di approfondimento verso questo genere in progressiva ascesa, di cui un assaggio dei 14 film finalisti al contest già restituisce le sfumature più varie e curiose. La videodanza è danza filmata? Quali storie può raccontare la videodanza? Quali storie vedremo nella serata finale, fra pochissimo?

    fuoriformato-storieswedanceUna storia deve permettere allo spettatore di immaginare. Una storia a volte accade fuori campo. Le storie che racconterà la videodanza sono quelle di domani. Queste alcune delle riflessioni su cui i 5 membri della giuria di Stories We Dance, Lucia Carolina De Rienzo, Emilia Marasco, Gaia Clotilde Chernetich, Gaia Formenti e Simone Magnani, ciascuno a partire dalla propria area di ricerca, hanno concentrato i loro puntuali e ricchi interventi, offrendo non solo un’introduzione al contest ma anche le basi per un dibattito sulla videodanza stessa, aperto al futuro. Aprire i film di danza al grande pubblico, rendere possibile un mercato, è l’augurio più forte per questa disciplina.

     

    A partire dalle 21, Palazzo Tursi diventa il palcoscenico del primo spettacolo di questa seconda serata. Cristiano Fabbri accoglie il pubblico sulle scalinate di ingresso. Su quegli stessi scalini da cui molti sono passati per andare a fare la propria promessa di matrimonio. Come un giullare, come un imbonitore. “Sono un punto caduto dal cielo”, ci dice, e ci invita a salire per mostrarci i suoi Tracciati, possibili piste di interpretazione per materiali dismessi, come una vecchia casa dopo che è stato portato tutto via e sono rimaste poche candele, una sedia e vecchi fogli di giornale, a significare un’assenza con cui confrontarsi. La presenza di un passato si materializza, infatti, nella splendida maschera di Marco Laganà, una donna anziana che, guida e consigliera di quella dimora, appare all’inizio e alla fine della performance. Delicatamente distesa a terra da Fabbri, forse attraversa gli ultimi suoi momenti di vita, ma prima di andarsene è protagonista di un toccante, piccolo valzer che stringe il pubblico intorno alla scena.

    Con lo sguardo lievemente commosso, ci si sposta nel giardino di Palazzo Bianco, dove gli spettatori trovano un’atmosfera fiabesca. È arrivato il buio. Una donna bambola è attaccata a un albero, forse vittima di un incantesimo. Inerme. Mamihlapinatapai, da cui prende il titolo il pezzo di Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso, parla la lingua sconosciuta dell’amore. Arrampicato sopra all’albero, accompagnato dal suono di un carillon, Alfonso tenta di attrarre a sé Bernardini. E lentamente ci riesce: la sveglia, gradualmente la anima, grazie a un filo invisibile e a un soffio le genera l’impulso ad alzarsi, ma rendendola libera la rende anche autonoma, e da quel percorso di fiori rossi la vedrà presto andare via.

    Il tema della solitudine condivisa, molto forte in questa seconda serata, ci conduce nuovamente nel cortile di Tursi, dove è in scena Soliloquio a due di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli. Il corpo nudo della Pedullà dialoga con le splendide fotografie anatomiche proiettate sullo sfondo, sale e scende i gradini di una scala, rende visibile la viva intensità di ogni tensione muscolare, evidenzia i punti di appoggio per un piede, dilata il tempo, sembra fermarlo, ancora una volta commuove per la precisione con cui si trasforma, si trasfigura. L’applauso finale abbraccia le autrici, ci si saluta per tornare a casa o andare a cena, con la forte sensazione che anche oggi, agli spettacoli dal vivo delle 19 e alla proiezione finale di Stories We Dance delle 21, il pubblico giocherà ancora la propria parte.

    Marina Giardina
    Marco Longo

  • Amiu, proroga del contratto di servizio? La Regione frena: “Non è come Spezia”

    Amiu, proroga del contratto di servizio? La Regione frena: “Non è come Spezia”

    rifiuti-amiuPer dare maggior peso alla quota pubblica di Amiu e un potere contrattuale più forte al Comune di Genova nel percorso di ingresso del partner privato (sempre più vicino il matrimonio con Iren), azienda e amministrazioni sono concordi nel sottolineare che sia imprescindibile una proroga del contratto di servizio in scadenza nel 2020. Il direttore generale di Amiu, Franco Giampaoletti, spiega che l’opzione potrebbe essere percorribile «utilizzando una norma della legge finanziaria del 2015, nel momento in cui siano previste operazioni straordinarie come un’aggregazione di aziende». La richiesta dovrebbe essere quella di una proroga fino al 2035 anche e soprattutto per garantire più tempo al nuovo privato per ammortizzare gli investimenti e fare anche un po’ di cassa.

    Il sindaco, Marco Doria, bussa alle porte della Regione: «Il nostro problema – dice il primo cittadino – è verificare la fattibilità e la sostenibilità giuridica di quanto seguito da altre parti. E, in questo, è fondamentale l’apporto della Regione Liguria che deve dimostrare, affrontando la situazione della Città metropolitana di Genova, la stessa premura dedicata alla provincia della Spezia». Esplicito il riferimento alla proroga concessa ad Acam.

    Ma, secondo quanto spiegato all’agenzia Dire dall’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, la situazione spezzina sarebbe molto diversa rispetto a quanto chiede il Comune di Genova. «Il contratto di servizio del Comune di Genova con Amiu per la raccolta dei rifiuti – spiega – non c’entra nulla con la concessione di un’eventuale proroga a garanzia dell’investimento di chi gestirà l’impianto, come ad esempio è stata concessa alla Spezia».

    Se, da un lato, il termine del 2020 è sancito dalla nuova legge regionale sulla gestione dei rifiuti, dall’altro l’assessore spiega che si tratta del recepimento di una norma nazionale che prevede la definizione dei bacini di raccolta e l’affidamento del servizio con gara entro il 2017. «Già l’inserimento del termine del 2020, fortemente voluto dal Cal (Consiglio delle autonomie locali, ndr) – dice Giampedrone – è di per sé una proroga rispetto alla legge nazionale ed è stato frutto di una serrata trattava con il ministero per evitare l’impugnazione della legge regionale da parte del governo».

    Per quanto riguarda la situazione genovese, l’assessore sostiene che «condizionare il piano futuro di gestione dei rifiuti al contratto di servizio Amiu è una cosa che sta poco in piedi ed è piuttosto allineata alla logica del non fare che è stata imperante negli ultimi anni. Capisco che per Genova sia una questione preminente ma non è una scelta che spetta alla Regione. A noi, che siamo ente di programmazione, non interessano gli affidamenti del contratto di servizio per la raccolta: le norme regionali a riguardo altro non sono che il recepimento di quelle nazionali». Per Giampedrone, invece, «le politiche di raccolta differenziata sono indipendenti da chi svolge il servizio di raccolta che non è detto debba essere lo stesso soggetto che gestisce gli impianti, su cui la legge, invece, non dà alcun limite».

    La Regione al Comune: “Presentataci un progetto”

    giampedrone-totiIl vero problema di Genova, attacca l’assessore, «è che chiede modifiche di una legge regionale, che sta rivoluzionando il campo della raccolta differenziata, senza avere un progetto in campo». Giampedrone, infatti, sostiene di non aver mai ricevuto ufficialmente il progetto del Conai su cui si basa la riorganizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti, incentrato sul porta a porta, né di aver avuto indicazioni precise sull’impiantistica inserita nel nuovo piano industriale di Amiu, indispensabile per far fare un salto di qualità a Genova.

    Perché Tursi non ha presentato il progetto alla Regione? «Perché – sostiene Giampedrone – non ha il coraggio di dire al proprio elettorato che è indispensabile aprirsi agli investimenti dei privati. E, invece, tutto potrebbe diventare più semplice se la smettessero di fare delle chiacchiere e mettessero in campo un progetto integrato di raccolta differenziata dei rifiuti e di investimenti sull’impiantistica, su cui lanciare un project financing come successo alla Spezia».

    Qualcosa non quadra. Da un lato, Doria sostiene che Amiu non riesca ad attuare con le proprie gambe il piano industriale e sancisce, di fatto, l’ingresso di un capitale privato, probabilmente Iren, con quote di maggioranza. Dall’altro, la Regione denuncia che questo percorso non sia mai stato presentato ufficialmente. E’ solo normale scontro politico tra due amministrazione di colore decisamente diverso o c’è dell’altro?

    Nel corso dell’ultima interlocuzione ufficiale avvenuta marterdì tra Regione, Comune di Genova e Amiu, l’assessore Giampedrone si sarebbe aspettato proprio la presentazione di questo piano e, invece, è arrivata nuovamente la richiesta della deroga. «Basta continuare a discutere la legge regionale senza fare progettualità facendo come Calimero – attacca il membro della giunta Toti – il Comune di Genova è come una squadra che gioca di tacco quando è sotto cinque a zero. La Regione non può certo stare ferma perché se no crea difficoltà a Genova: io devo muovermi perché siamo già ben oltre il tempo massimo e non credo neppure che il Comune di Genova, di cui la legge regionale ha riconosciuto la specificità inserendo obiettivi di raccolta differenzia più bassi rispetto alle altre realtà liguri, riuscirà a rispettare i limiti entro la fine del 2016».

    Nessuna speranza dunque di ottenere una proroga per Amiu? «La gestione della raccolta dei rifiuti di Genova è un problema di Genova – conclude Giampedrone – noi non dobbiamo concedere proprio nulla. Poi, se il Comune dovesse presentare un progetto e il governo – cosa che credo molto difficile – concedesse una proroga nell’ambito di un decreto ‘salva Genova’, io sono pronto a far approvare la richiesta il giorno dopo in Consiglio regionale».

  • Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Rifiuti«Il nostro obiettivo è avere entro la fine di luglio a nostra disposizione un’offerta vincolante» per la definizione del partner industriale di Amiu. Lo ha detto ieri mattina in Commissione comunale il direttore generale dell’azienda interamente partecipata dal Comune di Genova per la gestione del ciclo dei rifiuti, Franco Giampaoletti. Il primo passo di questo percorso sarà la pubblicazione «nel più breve tempo possibile» di un bando per la manifestazione di interesse all’ingresso di un nuovo partner «all’interno di un perimetro pubblico, con la definizione delle condizioni affinché l’offerta possa essere accettabile e con la totale sicurezza del Comune di mantenere la capacità di gestione della società in futuro». Nel caso arrivasse più di una manifestazione di interesse, dovrà iniziare un percorso di valutazione per scegliere il soggetto migliore; se, invece, l’offerta fosse solo una e fosse ritenuta coerente, si passerebbe direttamente alla negoziazione di dettaglio tra le parti per concludere l’accordo.

    Una risposta, certamente e celermente, arriverà da Iren con cui Giampaoletti non nasconde essere già iniziato un percorso di confronto «finalizzato all’analisi di elementi di sinergia nei rispettivi piani industriali». Tanto che il prossimo 4 luglio è previsto un incontro tra azienda e sindacati. Tra un mese, dunque, si dovrebbe finalmente celebrare il tanto chiacchierato matrimonio tra Iren e Amiu. D’altronde, anche l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, qualche settimana fa aveva risposto per iscritto a un’interrogazione di Antonio Bruno, capogruppo di Federazione della Sinistra, confermando che “il Comune di Genova ha dato mandato ad Amiu di avviare un dialogo con Iren su base tecnica finalizzato alla verifica di elementi di potenziale sinergia fra i rispettivi piani industriali. Conseguentemente Amiu ha attivato un tavolo tecnico con Iren nel quale sono tuttora in corso discussioni finalizzate ad un esame dei reciproci programmi di sviluppo”.

    Eppure, il sindaco Marco Doria prova, non senza imbarazzi piuttosto evidenti e con risultati poco convincenti, a smentire che tutto sia, di fatto, già scritto. «Dell’interesse di Iren sappiamo soprattutto dai giornali – sostiene il primo cittadino – ma noi dovremo andare a vedere chi risponderà alla manifestazione di interesse e procedere con una comparazione pubblica e trasparente: non c’è già un soggetto designato». Un percorso che per il sindaco deve essere compiuto rapidamente «per evitare situazioni disastrose per tutti come quella di Livorno in cui un’azienda totalmente comunale è in procedura pre-fallimentare». Doria sottolinea ancora una volta che il Comune «non può avere preferenze che influenzino la procedura in cui siamo chiamati a scegliere un soggetto qualificato, non il primo che capita, perché in questo settore le presenze inquietanti sono numerose». I soggetti interessati «dovranno dare piena attuazione al piano industriale che l’azienda ha elaborato, per dare all’azienda stessa e alla città impianti che oggi Amiu non ha e non è in condizioni di farsi da sola».

    Duro l’attacco proprio di Antonio Bruno che, un tempo, faceva parte di quella maggioranza che aveva portato all’elezione di Doria: «Rimane il forte sospetto di una possibile turbativa d’asta», tuona il capogruppo di Federazione della Sinistra.

    Verso una maggioranza privata

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaIl sindaco fissa poi i paletti di questa aggregazione pubblico-privato, affermando che «l’azienda dovrà continuare a chiamarsi Amiu, dovrà continuare a essere genovese, con il comune azionista e in grado di dire la propria sulle scelte essenziali della vita dell’impresa».

    Già, ma con quale percentuale il Comune di Genova resterà dentro Amiu? Il sindaco non si sbilancia, anche se dalle sue parole risulta ormai evidente che il nuovo socio privato rileverà la maggioranza dell’azienda, con buona pace di chi vorrebbe mantenere il controllo di pubblico di quella che attualmente è un’azienda di proprietà al 100% di Palazzo Tursi.

    Doria sostiene che la percentuale di ingresso di un partner privato in Amiu non possa essere predeterminata a tavolino e la nuova suddivisione delle quote tra pubblico e privato dipenderà dal valore di Amiu, in base all’eventuale prolungamento del contratto di servizio attualmente in scadenza nel 2020 e da quanto il soggetto privato, la cui manifestazione di interesse sarà ritenuta più convincente, sarà disposto a investire economicamente e in nuovi impianti per realizzare il piano industriale dell’azienda. Sarà «la combinazione di questi due fattori – ribadisce il primo cittadino – a dare il valore delle quote di chi entrerà e di quelle che resteranno al Comune. Ma, indipendentemente dalle quote, il Comune azionista dovrà rimanere in grado di dire la propria sulle scelte essenziali e strategiche della vita dell’azienda».
    Anche in questo caso la teoria del sindaco non appare del tutto convincente. Com’è possibile che sia il privato a decidere quanto capitale rilevare della società pubblica in base alle disponibilità di investimento? In base a questo criterio, iperbolicamente, Amiu potrebbe allora teoricamente anche essere venduta al 100%.

    Più sicuro, invece, il sindaco sulla tutela dei lavoratori in questo processo di aggregazione. «Non ci dovranno essere licenziamenti e dovrà essere garantita la piena occupazione» sottolinea Doria. Il tutto sarà suggellato da uno statuto che detterà le regole interne e assicurerà il mantenimento della “genovesità” dell’azienda.

  • Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    suq-compleannoUn grande successo anche quest’anno per il Suq Festival che ha ospitato, intrattenuto e deliziato con cibi etnici 70 mila visitatori. Il fascino del gran bazar, che mischia sotto un unico tendone molti aspetti di diverse culture, anche in questa edizione non si è smentito e ha attirato in soli dieci giorni, migliaia di visitatori. Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, ha raccontato a Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, la crescita dell’evento sottolineando che il successo più grande di questo 2016 è stato la rassegna teatrale. «Il nostro pubblico ha colto e apprezzato l’eccellenza degli spettacoli che abbiamo messo in scena in questa edizione. Una partecipazione del genere non c’è mai stata prima». A confermarlo, il tutto esaurito (660 spettatori e tante altri rimasti a bocca asciutta a causa del sold out) per tre sere consecutive dello spettacolo “Hagar la schiava” di Adonis, in scena dal 24 al 26 giugno nella Chiesa di San Pietro in Banchi. «Lo spettacolo, che ha rappresentato sul palco un tema profondo – aggiunge Carla Peirolero – ha avuto un grandissimo successo».

    I dibattiti, gli incontri, i dialoghi e i confronti che hanno portato sotto i tendoni del Suq tematiche impegnative, di attualità e del passato, come confermano i numeri, sono state seguite e apprezzate dal pubblico. «In ogni giornata di questa edizione – aggiunge Peirolero – abbiamo visto e percepito la voglia di stare insieme, il desiderio di confronto e la volontà da parte del pubblico di dialogare per cercare di costruire un futuro migliore. Un traguardo per noi molto importante».

    Il Suq, mantenendo sempre fede al tema di quest’anno, “Generazioni memoria e futuro”, ha rappresentato un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi, un modo per riflettere su quello che sarà il futuro e, magari, per costruirne uno migliore.

    Suq di partecipazione e condivisione

    Quella del 2016 è stata definita l’edizione all’insegna della condivisione e della partecipazione. «La condivisione è stata una costante che ha caratterizzato moltissimi aspetti dell’evento, i dibattiti, gli incontri, gli spettacoli. Ma non solo. La condivisione è avvenuta anche fuori dal Suq, nei social e nel web» dice Peirolero. Anche in questo caso, la testimonianza è data dai numeri: 69 mila persone raggiunte tramite Facebook e 70 mila tweet visualizzati nei giorni dell’evento.

    Il Suq, che come dice la parola stessa è un mercato che unisce diverse realtà, anche quest’anno ha saputo coinvolgere: «È stato un grande palcoscenico che ha dato spazio a tutti, al pubblico incluso – aggiunge Peirolero – questa edizione del Suq è stata come uno spettacolo in cui tutti sono stati i protagonisti». Una partecipazione e un coinvolgimento spontaneo che si è manifestato anche in tante serate improvvisate. Come quella di sabato 25 in cui il bazar si è trasformato in un grande concerto in cui si esibivano musicisti e pubblico, insieme. «Le feste improvvisate, nate tra le viuzze della kermesse – conclude – hanno tirato fuori convivialità, partecipazione, confronto e dialogo tra tutti, la vera anima Suq».

    Il silenzio delle istituzioni e la prossima edizione

    Nonostante il grande successo, le istituzioni locali non hanno ancora dato risposta su quello che sarà il destino del Suq. «Vorremmo avere più certezze per le prossime edizioni – dice Peirolero – il nostro è un grande evento da 240.000 euro, per il 75% coperto con le nostre forze, che ha ancora tanta voglia crescere. Stiamo già pensando al prossimo anno ma ci piacerebbe farlo con qualche sicurezza in più».

    Nella prossima edizione, che avrà come tema “Il viaggio e la sosta”, si parlerà di migrazione, radici e di quello che riserverà il futuro. «Speriamo che per il Suq non sia ancora arrivato il momento della sosta e che il viaggio continui» conclude la direttrice artistica del Suq Festival. Il Suq ha confermato di avere i numeri di un grande evento e ha dimostrato di aver raggiunto la maturità tipica di chi compie la maggiore età. Come tutti i diciottenni, però, ha bisogno ancora di qualche certezza per crescere e migliorare.

    Elisabetta Cantalini

  • Stories We Dance, giovedì 30 la premiazione a Palazzo Ducale. Special guest: Luca Alberti

    Stories We Dance, giovedì 30 la premiazione a Palazzo Ducale. Special guest: Luca Alberti

    odoredelleossa-danza-neve-montiContinua il viaggio alla scoperta dei 14 film finalisti di Stories We Dance, il contest di videodanza internazionale a cura di Augenblick Associazione Culturale in programma giovedì 30 giugno, ore 21.00, in Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, nell’ambito della rassegna FuoriFormato, di cui Era Superba è media partner. Un appuntamento da non perdere per conoscere più da vicino il linguaggio della videodanza che, come già abbiamo avuto modo di illustrare, possiede strumenti complessi e multipli per attraversare e abitare i territori dell’arte e, perché no, della vita. La videodanza, genere aperto e in continua ricerca, non si accontenta di narrare la realtà del corpo ma si spinge a prefigurare scenari sempre diversi, di superare il limite della pelle, di dilatare lo spazio in cui agisce il corpo e di creare, grazie alle tecniche audiovisive, finestre su altri mondi: specchi interiori e realtà immateriali ma allo stesso tempo concreti e in profonda connessione con il nostro tempo “reale”. È il caso dei film finalisti di Stories We Dance, in buona parte già esaminati nei precedenti articoli e degli ultimi quattro che qui andremo a descrivere, uniti dalla forte urgenza narrativa e compositiva.

    Caratterizzato da una vena intimista e poetica L’odore delle ossa (1’) diretto da KRÅK_collettivo onomatopeico nel 2015, è l’unico film italiano in concorso. Il film, originariamente nato come cortometraggio della durata di 19 minuti e qui presentato nella sua versione breve, è incentrato sul rapporto tra due donne attraverso il viaggio, emotivo e fisico, in una natura algida ed incontaminata. Gli scenari, incantati e imponenti, riverberano le geografie interiori delle due protagoniste come se non esistessero confini precisati tra dentro e fuori. La fotografia e la regia curata da Roberta Segata ha già fatto ricevere al film la menzione di Best Cinematography a Cinedans Filmfestival e la menzione speciale Team a La danza in 1 minuto.

    She/Her (11’ 04’’) è un film olandese diretto nel 2015 da Sonja Wyss che indaga il rapporto conflittuale tra una madre e una figlia. Già dalla scena iniziale rimaniamo catturati dalla temperatura emotiva di questa relazione: i ruoli sono evidentemente cristallizzati tanto nelle parole manipolatorie della madre quanto nella gestualità contrariata della figlia, dove il potere e la dipendenza rimbalzano in uno scontro vis à vis attorno al tavolo di un ristorante. La scrittura coreografica, perfettamente sintonizzata con lo sviluppo drammaturgico, svela l’importanza di un legame, possibile solo attraverso il contatto fisico.

    Il visionario Tango Brasileiro (3’), film anglo-brasiliano diretto da Gabriela Alcofra e Billy Cowie nel 2014, è una riflessione sul tempo e su come questo possa essere sedotto e fermato dalla voce di una bambina. Costruito in buona parte con materiali filmici d’archivio, il cortometraggio riesce ad evocare la danza attraverso i fermimmagini sugli abitanti del passato di Rio de Janeiro alternati alla voce fuori campo e all’espressività della performer.

    Ultimo film in programma: Vecinas (11’ 17’’) firmato nel 2015 dalla belga Natalia Sardi. Il nodo centrale della storia si sviluppa intorno a una particolare sensibilità del corpo: l’esperienza di due donne soggiogate dalle leggi del magnetismo. La tensione dei due corpi, separati dal muro di casa e sul quale si concentra la loro sorte, ben presto si trasforma nella consapevolezza di poter inventare e negoziare una nuova identità. Pluripremiato e selezionato in rilevanti festival internazionali, questo film in parte autobiografico, è la prova di come la danza possa elegantemente abbracciare il cinema.

    Al miglior film, al termine delle premiazioni previste sempre il 30 giugno, sarà consegnato un premio in denaro pari a 500 euro. Quattro le menzioni speciali: miglior regia, miglior coreografia, miglior performer e miglior concept. Anche gli spettatori saranno invitati a scegliere il loro film preferito con l’assegnazione del premio del pubblico.

    Echo-danza

    Altra nota di colore, durante la serata sarà la presentazione della performance dal vivo Echo di e con Luca Alberti, danzatore e membro della Compagnia DEOS diretta da Giovanni Di Cicco in residenza al Teatro Carlo Felice di Genova. Lo studio coreografico è tratto da MM Microcosmo Mozart, spettacolo di recente produzione della Compagnia DEOS che sarà rappresentato il 5 luglio nell’ambito del Festival Outside(R) Dance(R). Echo è il viaggio e la memoria di un suono, la frequenza irrisolta di un transito, che trova nell’anatomia di un corpo solo, la strada per ritornare a casa.

    Alessandra Elettra Badoino

  • Voltri, la frana di Arenzano peggiora la crisi del commercio. Idea secondo mercato

    Voltri, la frana di Arenzano peggiora la crisi del commercio. Idea secondo mercato

    voltriÈ un grido d’aiuto quello che si alza dall’estremo ponente voltrese, dove la frana di Arenzano ha messo in seria difficoltà gli affari di una zona che, già in condizioni “normali”, non naviga certo nell’oro. Aprire un’attività nell’ultima parte di Voltri, quella che precede la lunga via Rubens e che porta fino a Vesima, agli estremi confini ponentini del Comune di Genova, è affare da coraggiosi. Chi ci prova deve spesso chiudere i battenti dopo pochi mesi. Altri, tenacemente, resistono. Tra questi Fabio Boni che, assieme ad altri commercianti locali, si è fatto carico della situazione e ha avviato un dialogo con le istituzioni per provare a rimediare a una situazione divenuta insostenibile. «La frana – ci spiega – ha peggiorato di un 30-40% i fatturati di molte attività della zona».

    I già traballanti bilanci delle attività di quartiere si basavano sul transito continuo di persone lungo quella che è l’unica via (esclusa l’autostrada) per uscire da Genova. Da quando la Liguria è “tagliata in due” questo transito si è quasi del tutto perduto. «Per vie ufficiose ci è arrivato un dato allarmante – continua Boni – 2 milioni di macchine all’anno passano dall’Aurelia in questa zona. In questo momento sono, di fatto, 2 milioni e mezzo di euro che guadagna Autostrade. Noi, invece, siamo tagliati fuori dalla Liguria».

    Da quando i massi hanno bloccato la strada nella prima parte di Arenzano (ormai più di 3 mesi fa), l’autostrada è diventata infatti l’unica possibilità per spingersi a Ponente, oltre i confini del Comune di Genova. Un rimborso parziale è garantito solo a chi dimostra di doversi spostare per motivi di lavoro. «È assurdo che non si sia ancora trovata una soluzione, nemmeno parziale, come un senso unico alternato – afferma il consigliere municipale Matteo Frulio – l’autostrada non può essere l’unica via per spostarsi». Soprattutto in una città di anziani e di scooter.

    L’idea del secondo mercato

    voltriSe la questione della mobilità non dipende esclusivamente da Municipio, Comune e Regione, qualcosa di più si potrebbe fare per dare una mano quantomeno ai commercianti. E l’idea è già pronta, ovvero aprire un secondo mercato settimanale, il giovedì o il venerdì, nel parcheggio di piazza Caduti Partigiani. Non si tratta di una novità assoluta. Qualche anno fa si pensò di trasferire proprio in quella zona il mercato settimanale voltrese, che attualmente si svolge al martedì negli spazi di piazza Gaggero. La dichiarazione d’intenti bastò a scatenare la reazione dei negozianti della “zona centrale” voltrese e dell’Associazione Mercatali.

    Per questo, oggi, l’idea sarebbe quella di aggiungere, anziché sostituire, per non scontentare nessuna delle due metà della delegazione. La pensa così Matteo Frulio, che è anche presidente della commissione Urbanistica del Municipio 7 Ponente, che ha fatto da tramite tra le istanze dei negozianti e il Comune di Genova. «Da parte dei commercianti – spiega – è venuta la necessità di fare qualcosa di duraturo nel tempo, che non si limitasse al periodo dei lavori per la frana. Un primo punto, oltre a quello del mercato, è quello di cercare di attirare più manifestazioni possibili in quella zona di Voltri, in modo da tornare a ‘creare un giro’ di persone».

    La frana ha reso più urgenti le rivendicazioni dei negozianti ma ha solo acuito un problema già esistente, per questo il Comune potrebbe accogliere l’istanza dei commercianti della parte più estrema della delegazione. Secondo quanto emerso durante un incontro pubblico, l’assessore comunale allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza, si sarebbe reso disponibile ad attivarsi per trovare una soluzione, che non coincide necessariamente con la proposta dei “voltresi di ponente”.«Stiamo valutando la situazione con grande attenzione – conferma Piazza a Era Superba – ed entro luglio verrà deciso se quella del secondo mercato può essere una soluzione per sostenere una zona sicuramente penalizzata».

    Le sensazioni sono positive. «Piazza Caduti Partigiani è pronta da tempo – conclude Fabio Boni – siamo una delle poche delegazioni a non avere il secondo mercato settimanale».

    Luca Lottero

  • Teatro Akropolis, da progetto Maia a FuoriFormato: la danza come scambio poetico tra ricerca teatrale e sperimentazione

    Teatro Akropolis, da progetto Maia a FuoriFormato: la danza come scambio poetico tra ricerca teatrale e sperimentazione

    soggezione-fuoriformato-danza-donnaLa danza, in quanto occasione di confronto diretto con l’azione, il corpo e il suo potenziale espressivo, ha sempre occupato un posto di rilievo negli interessi di Teatro Akropolis, trovando ampio spazio nella programmazione del festival annuale Testimonianze ricerca azioni e un fertile terreno di confronto nell’ambito del network indipendente dedicato alla giovane danza d’autore italiana Anticorpi XL, di cui Teatro Akropolis è referente per la regione Liguria.

    Nel 2016 prende l’avvio a Teatro Akropolis il Progetto Maia, un progetto annuale finalizzato al sostegno della danza contemporanea indipendente del territorio ligure. Attraverso un tavolo di lavoro con i danzatori, Teatro Akropolis ha definito una serie di azioni – fra cui seminari, workshop e residenze artistiche – in grado di convogliare l’attenzione sui processi creativi e gli aspetti del lavoro che precedono la messa in scena, diventando occasione di autoformazione e scambio di poetiche per tutti i partecipanti e un concreto supporto al lavoro degli artisti. Le azioni della prima edizione del Progetto Maia sono state programmate all’interno della settima edizione di Testimonianze ricerca azioni, svolto fra marzo e maggio 2016.

    In occasione di FuoriFormato, Teatro Akropolis ha emanato una call pubblica per selezionare alcuni lavori da inserire nella programmazione della tre giorni di eventi. Due fra gli spettacoli selezionati, in particolare, provengono dal lavoro effettuato dai rispettivi artisti durante le residenze svolte nella prima edizione del Progetto Maia, segnando così un rapporto diretto tra FuoriFormato e Maia, e accogliendo entrambi i progetti sotto un’unica e più ampia prospettiva rivolta alla danza e alle arti performative.

    È questo il caso, fra gli altri, di Soggezione (30’), in programma il 28 giugno a partire dalle ore 21.00 a Palazzo Bianco. Prodotto da Once per la regia di Sara Due Torri, con coreografia a cura della stessa Due Torri e di Guendalina Di Marco, presente in scena insieme ad Alessandra Caviglia, il lavoro nasce proprio in seguito alla residenza artistica che il gruppo ha effettuato a Teatro Akropolis, e si presenta come un progetto sulle nostre “credenze” personali e su come queste siano determinanti nella costruzione delle singole identità.

    Slegato dal Progetto Maia è invece il lavoro selezionato di Cristiano Fabbri, Tracciati (40’), che verrà presentato durante la serata del 29 giugno a partire dalle ore 21.00 a Palazzo Tursi. Insieme all’incisore, scenografo, nonché attore Marco Laganà e in coproduzione con Associazione culturale Arbalete, i tracciati di cui si parla sono intesi come sedimenti coreografici, oggetti, costumi che al tempo stesso creano scenari e prospettive. Una struttura compositiva che avverrà sulla scena improvvisando con i ricordi del presente.

    Durante la serata del 30 giugno, a partire dalle ore 19.00 a Palazzo Tursi, verrà presentato il lavoro di Maria Francesca Guerra, anch’esso legato alla residenza effettuata a Teatro Akropolis per Maia. Un lavoro ritenuto un esempio di come la ricerca di un linguaggio ibrido in cui danza, musica e voce si influenzino reciprocamente, possa raccontare attraverso un solo corpo in scena un piccolo universo. In Sinfonia per un corpo solo (15’) Maria Francesca Guerra, suonando un violino dal vivo, farà diventare il proprio corpo un ulteriore strumento che risuona e vibra.

    Lavoro selezionato da parte della rete Danzacontempoligure, e comunque anche in questo caso presentato da artisti in residenza ad Akropolis grazie al Progetto Maia, è infine quello di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli, Soliloquio a due, in scena il 29 giugno a partire dalle 21.00. Di questo studio abbiamo parlato in occasione dei lavori presentati dalla Rete stessa.

    Fuoriformato e Progetto Maia, insieme, costituiscono per Teatro Akropolis un primo importante passo verso un maggiore sostegno alla danza indipendente del territorio e verso una definizione sempre più puntuale delle necessità di confronto e di apertura nel lavoro di ogni artista che, al di là di ogni determinazione di genere, sia esso danza o teatro, ha sempre il diritto di essere supportato quando spinto da urgenze creative e alimentato da una ricerca profonda.

  • Stories We Dance, non solo festival. Il 29 giugno tavola rotonda sulla videodanza

    Stories We Dance, non solo festival. Il 29 giugno tavola rotonda sulla videodanza

    laymelow-danza-fuoriformatoProsegue su Era Superba la descrizione dei 14 film finalisti che saranno proiettati giovedì 30 giugno, ore 21.00, alla Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale per Stories We Dance, il contest di videodanza internazionale a cura di Augenblick Associazione Culturale. L’evento, lo ricordiamo, fa parte del ricco programma di FuoriFormato, la rassegna sulla danza contemporanea che accompagnerà le giornate dal 28 al 30 giugno, tra Palazzo Ducale, Palazzo Bianco, Palazzo Tursi e Palazzo della Meridiana.

    Ricominciamo da How are you today (3’ 39’’): diretto nel 2015 da Chiu Chih-Hua, è uno dei due film provenienti dall’Estremo Oriente (Hong Kong). La scena che qui si apre è quotidiana e sussurrata, rievocando a tratti la delicatezza di toni del cinema orientale: un ragazzo e una ragazza si incontrano o reincontrano sul terrazzo deserto di una palazzina contornata da una serie di edifici di grande taglia, che prendono via via la forma muta di una quinta urbana. La loro danza si costruisce nel reciproco avvicinamento che, come suggerisce il titolo, ha il sapore di un saluto mattutino.

    Il film francese in concorso, Kid Birds For Camera (11’ 16’’), è stato diretto da David Daurier e Eric Minh Cuong Castaing nel 2015 e arriva a Genova dopo essere stato selezionato da importanti festival internazionali. Il punto di partenza di questo film è il determinante approccio coreografico di Merce Cunnigham. A fare esperienza di tale proposta gestuale e di movimento sono tuttavia dei bambini, verosimilmente seguiti e filmati all’interno di un’articolata attività laboratoriale di gruppo. Il tentativo è di documentare il movimento instabile e apparentemente non organico dei bambini stessi, anche grazie a interventi digitalizzati in motion capture, in linea con il suggerimento astratto cunninghamiano.

    Lay Me Low (7’ 50’’), della canadese Marlene Millar, è un film del 2015 pluripremiato e ben noto al pubblico internazionale della screendance. Nei quasi 8 minuti del film in bianco e nero, assistiamo al procedere lento e cadenzato di un gruppo eterogeneo di persone, formato da danzatori, musicisti, cantanti di differente età. La chiave di tutto il lavoro è rappresentata proprio dall’omonima melodia tradizionale Shaker (quacchera) Lay Me Low, imperniata sui temi della perdita e del lutto, che segue e guida fino alla fine il percorso ritmato dei performer. La coralità che emerge non è solo data dal cantato, ma anche da una proposta di movimento che rafforza le tonalità intime e condivise dell’intero film.

    Il secondo film orientale in selezione è Let’s say (8’), diretto nel 2014 a Hong Kong da Fuk Pak Jim. La comunicazione mutuata dalla tecnologia e le difficoltà delle relazioni interpersonali nel contesto contemporaneo sono i punti di avvio della proposta, che si articola in tre quadri differenti. Dapprima l’attenzione va sulle incomprensioni, gestuali e non, fra madre e figlio; in seguito la salita e discesa di una scala mobile diventano teatro per il “discorso amoroso” danzato di una giovane coppia; infine la camera si sposta su una surreale e animata tavola da Ultima cena, posizionata sul fondo di una piscina prosciugata. Il messaggio che scivola tra i quadri è esplicito nella sinossi: stop phubbing (basta isolarsi con gli smartphone, quando siamo con gli altri).

    Chiudiamo, ma solo per questo intervento, con Marine Girls (2’), firmato nel 2015 dall’americana Megan Wright. Si tratta di uno degli short film più brevi di Stories We Dance. Due ragazze su una spiaggia deserta, inquadratura fissa: una performer è quasi immobile mentre l’altra, al suo fianco, si avventura in un racconto fisico fatto di memorie e desideri, forse condivisi nel tempo dalla loro relazione. Qui, in modo chiaro, emerge quanto multiforme rimanga lo spazio interpretativo di chi approccia la videodanza, trovandosi di fronte a film che, per motivi legati a una breve durata, alla mancanza o quasi di parlato, a un linguaggio spiccatamente fisico, spesso nascono e restano “opere aperte”.

    Come già ricordato nei precedenti articoli, mercoledì 29 giugno sarà possibile avere un primo assaggio di tutti i film selezionati grazie alla tavola rotonda specificamente dedicata a Stories We Dance e a un approfondimento sulla videodanza in rapporto alla contemporaneità. L’incontro, aperto al pubblico, sarà ospitato da Palazzo Ducale, in Sala Liguria, dalle ore 18.00, sarà moderato da Augenblick e vedrà la presenza dei giurati di Stories We Dance (Lucia Carolina De Rienzo, Emilia Marasco, Gaia Clotilde Chernetich, Gaia Formenti, Simone Magnani). I membri della giuria del contest saranno via via chiamati, in virtù degli interessi e dei percorsi di ciascuno, a un confronto reciproco sui temi e sui differenti approcci al fare e al parlare di videodanza. Saranno possibili, e anzi auspicabili, interventi e domande da parte del pubblico.

    Fabio Poggi

  • Genocidio del popolo Armeno, anche Genova avrà una via dedicata alla strage

    Genocidio del popolo Armeno, anche Genova avrà una via dedicata alla strage

    armeniaMentre papa Francesco è in visita apostolica nella lontana Armenia, antica culla della civiltà cristiana, Genova decide di intitolare una via in memoria delle vittime del Genocidio del popolo Armeno. Anzi, il Consiglio comunale ha addirittura anticipato il viaggio del Santo Padre: la decisione, infatti, risale al 14 giugno scorso, quando in Sala Rossa, passava all’unanimità, ma con parere sfavorevole della giunta, la mozione che impegna l’amministrazione a trovare, entro sei mesi, una via o una piazza da intitolare a ricordo della strage dell’inizio del XX secolo.

    Il genocidio armeno

    armeniaCon questi termini si fa riferimento alle deportazioni ed uccisioni di massa perpetuate dall’esercito dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916 nei confronti della allora numerosa comunità armena presente in Anatolia. Il periodo è quello della Prima Guerra Mondiale. Tra i nemici del Sultano, in virtù della sua alleanza con la Germania, anche lo Zar, che tra i tanti territori che componevano il “puzzle” etnico e territoriale chiamato Russia, vedeva anche parte dell’Armenia storica.

    Per evitare, quindi, ogni sorta di possibile sabotaggio interno, Istanbul decise di deportare forzatamente milioni di armeni dai loro secolari villaggi, destinandoli a fatiscenti campi profughi in Siria, allora parte dell’impero “turco”. Tra massacri, uccisioni arbitrarie, processi sommari, rastrellamenti, stenti e fame morirono in pochi mesi circa un milione e mezzo di persone. Da qui il termine genocidio: un fatto storico, ad oggi mai ammesso come tale dalle autorità turche: negli anni, solo 29 paesi nel mondo, tra cui anche l’Italia (nel 2000), hanno riconosciuto l’entità di questa strage, paragonata alla Shoah del popolo ebraico. Lo scorso 2 giugno, il parlamento tedesco ha approvato una legge che riconosce “il Genocidio del Popolo Armeno”, scatenando le ire del presidente turco Erdogan, che ha subito richiamato in patria l’ambasciatore.

    Il ricordo di Genova

    armeniaQuella del Consiglio comunale è una decisione che assume un particolare valore in una città come Genova, fortemente legata dal punto di vista economico alla Turchia: il collegamento aereo diretto con Istanbul da parte della compagnia di bandiera di Ankara, la Turkish Airlines, assicura al capoluogo ligure un canale turistico importante, che negli anni si è dimostrato di successo e che proprio in questi giorni festeggia il primo lustro di servizio.
    Una partnership che, negli anni, ha avuto una ricaduta importante per tutta la città; la compagnia aerea, infatti, sta investendo moltissimo a Genova e sponsorizzando decine di eventi culturali, e non, organizzati nel capoluogo ligure: tra gli altri, il Premio Paganini, la Mezza Maratona di Genova, Palazzo Ducale, il Suq Festival.

    Una presenza attiva, con ricadute economiche di rilievo, che è lecito credere essere alla base del parere negativo espresso dalla giunta, per voce dell’assessore Elena Fiorini, che ha definito il tema “divisivo”. Sarà, ma la proposta è stata votato da tutti i partiti presenti in Consiglio Comunale, dal Movimento 5 Stelle alla Federazione della Sinistra, dal Pd a Forza Italia, dalla Lega Nord (che ha presentato la mozione) a Lista Doria.

    Proprio per questi motivi abbiamo chiesto un commento al Console onorario della Turchia presente a Genova, Giovanni Guicciardi, ma dal consolato è arrivato un cordiale “no comment”, motivato dall’inopportunità di esprimere pubblicamente un’eventuale opinione in merito da parte del diplomatico. Sicuramente una posizione prudente su un tema ancora molto scottante in patria: l’articolo 301 del codice penale turco, infatti, prevede il carcere da 6 mesi a due anni per chi parla pubblicamente di “Genocidio Armeno”. Una strage riconosciuta ufficialmente dalla Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu già nel 1985 e della quale anche il Comune di Genova, già alla fine degli anni novanta, aveva ufficializzato l’esistenza storica. Il passaggio di dedicare una via o una piazza a questo tristissimo episodio della Storia, quindi, dovrebbe essere una conseguenza logica, soprattutto per Genova, città dei Diritti. Ma gli affari sono sempre affari.


    Nicola Giordanella

  • Identità e differenza, Rete Danzacontempoligure a FuoriFormato

    Identità e differenza, Rete Danzacontempoligure a FuoriFormato

    eccepuer-fuoriformato-danzaRete Danzacontempoligure opera a Genova ormai da circa quindici anni, da quando cioè, in occasione di quelli che venivano chiamati i Caffè della Danza, gli artisti coinvolti sentirono la necessità di conversare prima di danzare, provando a unire le forze di ognuno per diventare un interlocutore unico di fronte alle istituzioni, attraverso la promozione e la diffusione della danza contemporanea. Fare rete. Un’azione politica oltre che artistica.

    I membri attualmente presenti all’interno di Rete Danzacontempoligure provengono quindi da formazioni differenti: danzatori, performer, insegnanti, promotori e operatori dello spettacolo. Un ventaglio di capacità eterogenee per dialogare con la propria città a partire dalla danza, un linguaggio contemporaneo proprio nella sua non piena adesione alla contemporaneità. Giorgio Agamben scrive che “è davvero contemporaneo chi non coincide perfettamente col suo tempo né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo”, e Rete Danzacontempoligure, con il suo operato negli anni, si potrebbe appunto inscrivere in questo afflato.

    Come già avvenne durante la manifestazione Rolly Days – Danza organizzata dal Comune di Genova nel 2013, in cui la danza contemporanea aveva incontrato l’arte antica dei palazzi nobiliari genovesi, l’occasione di FuoriFormato è per Rete Danzacontempoligure l’opportunità di presentare i linguaggi differenti degli artisti coinvolti. Progetti site-specific dove la danza e l’importanza del gesto coreografico rimangono elementi necessari per affermare la propria identità.

    È il caso di Koinè Genova, che durante la serata del 28 giugno, alle ore 21.00, presenterà il proprio lavoro Tra_passato_remoto (30′), con Serena Loprevite, Rocco Colonnetta e Alice Montagna. Avvicinarsi, allontanarsi, rincorrersi e afferrarsi, azioni danzate quelle di Koinè Genova che realizzano le proprie performance con una particolare attenzione alla poetica del gesto nel contesto urbano.

    La serata del 29 giugno, sempre a partire dalle ore 21.00, vede la presentazione del primo studio breve di MAMIHLAPINATAPAI, La marionetta – I fili visibili e quelli invisibili (15′) – un’indagine sulla relazione. Gli artisti Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso sono l’esempio di come fare rete significhi unire provenienze solo in apparenza lontane. Una danzatrice (Bernardini) e un attore (Alfonso) indagano su come lo spazio esterno possa intervenire sulla loro conversazione danzata.

    Nel corso della stessa serata, a seguire, Soliloquio a due – work in progress studio #1 (25’): il lavoro di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli è la prima tappa di una storia biografica, tra esperienze, organiche e individuali, di cura e pratica. Il corpo della Pedullà, danzatrice unica in scena, andrà a dialogare o coincidere con i disegni e i ritratti corporei della Marzagalli, docente di Anatomia artistica all’Accademia di Belle Arti di Genova. Lo spettacolo è realizzato con il supporto di Progetto Maia 2016, a cura di Teatro Akropolis, di cui torneremo a parlare nei prossimi appuntamenti dedicati a FuoriFormato.

    La serata conclusiva del 30 giugno, a partire dalle ore 19.00, propone il lavoro di Davide Francesca e Marco Democratico, BodyCaking®[Belladonna] (35′) per Red Carpet Cake Design®. Con l’installazione sonora di Luca Serra e il corpo di Olivia Giovannini, le decorazioni di zucchero, decontestualizzate dal mondo dei dolci da cerimonia, diventano vestito, fragile gabbia che il corpo prima accoglie e poi rifiuta, ribellandosi ad un canonico concetto di bellezza.

    Sempre durante l’ultima serata del 30 giugno viene presentata la performance di Nicola Marrapodi, Ecce Puer (30′). Appartenente a Rete Danzacontempoligure ma anche membro di DEOS – Danse Ensemble Opera Studio diretto da Giovanni Di Cicco, Marrapodi presenta il proprio lavoro in collaborazione con Roberto Orlacchio. Qui il corpo in scena dialoga in solitudine con l’elemento dell’acqua, come ritorno primordiale allo scorrere dei tempi della vita liquida.


    Marina Giardina

  • Stories We Dance: il corpo è un racconto ancora inesplorato

    Stories We Dance: il corpo è un racconto ancora inesplorato

    StMlOlaplay-fuoriformato-danzaLa videodanza non è un genere di recentissima costituzione e, tuttavia, è ad oggi una delle forme ibride più interessanti e discusse a livello internazionale: festival sparsi in tutto il mondo, studi e ricerche accademiche in pieno sviluppo, una rete di contatti e collaborazioni fondata sull’ideale comune di esplorare una forma creativa, quella della danza unita all’audiovisivo, al centro di una rapidissima evoluzione. Nell’ambito di FuoriFormato, la rassegna sulla danza contemporanea che a Genova sarà in scena dal 28 al 30 giugno prossimi, e di cui Era Superba è media partner, Augenblick Associazione Culturale ha curato una call internazionale che, dopo una lunga e ardua selezione a partire da 98 candidature, porterà a Palazzo Ducale 14 film, quasi tutti in anteprima italiana, ciascuno espressione delle tante possibili declinazioni di questo percorso.

    Il focus di Stories We Dance, questo il nome dato da Augenblick al contest, è la possibilità di fare della danza, o più estensivamente del corpo in movimento, una forma narrativa, a partire dalla quale non solo sia plausibile restituire le tappe di un racconto, ma indagare anche storie inedite, dove il primato della parola venga meno in favore della gestualità e della capacità che le tecniche audiovisive contemporanee hanno nel tempo accumulato per metterla in scena. I finalisti del contest – che saranno presentati a una tavola rotonda mercoledì 29 giugno alle 18.00 in Sala Liguria, a Palazzo Ducale, alla presenza della giuria incaricata di giudicarli, e saranno poi integralmente presentati al pubblico la sera del 30 giugno in Sala del Munizioniere, alle ore 21.00 – arrivano a Genova dopo una serie molto ricca di selezioni internazionali, che ne hanno già abbondantemente decretato qualità e originalità.

    Augenblick è in questo senso un attore consapevole all’interno dell’iniziativa: seppur nato nel settembre 2014, il collettivo di videodanza e performance ha realizzato un primo film di videodanza, Su misura, che nell’arco di un anno e mezzo ha partecipato a oltre 35 festival internazionali, collezionando 6 riconoscimenti che hanno incentivato i suoi membri (Alessandra Elettra Badoino, Marina Giardina, Fabio Poggi e Marco Longo) a differenziare il più possibile la propria attività, con percorsi creativi in costante ampliamento, performance cittadine dal vivo, collaborazioni legate alla didattica (a Genova con “Officina Letteraria” di Emilia Marasco) e, recentemente, l’adesione a FuoriFormato.

    Nel tentativo di predisporre il pubblico alla visione dei film selezionati, Era Superba esaminerà in tre puntate le opere finaliste, in rigoroso ordine alfabetico, partendo da approaching the puddle (8’ 33’’), un cortometraggio incentrato su una situazione molto semplice, la relazione tra una danzatrice con una pozzanghera, nello spazio di un parcheggio pubblico svuotato dalle auto, per esplorare qualcosa di molto complesso e stratificato come l’istintività del gioco e dell’infanzia. Una coreografia curata al millimetro e un gioco di effetti visivi semplicemente sorprendente fa del film di Sebastian Gimmel, prodotto nel 2014 in Germania, un’opera colorata e fantasiosa, che moltissimi festival in tutto il mondo hanno già selezionato e premiato.

    Su tutt’altro territorio si muove l’irlandese The Area (24’ 42’’), diretto nel 2014 da Ríonach Ní Néill e Joe Lee: la ricognizione di un sobborgo dublinese diviene l’occasione per esplorare, a tempo di danza, la memoria collettiva di una comunità intergenerazionale, tra rimpianti, emozioni perdute e una radicale rivendicazione di appartenenza ai propri luoghi e alle proprie storie. Commovente e ricco di continui cambi di location, The Area è un film che intreccia la fantasia al documentario, la realtà alla trasfigurazione poetica che la danza può donare a chi le resta fedele nel tempo.

    Filosofico e astratto, il cortissimo svedese Beware of Time (1’ 20’’), diretto da Cynthia Botello nel 2015, vede due donne danzare su un luogo di rovina e trasformazione, un cantiere aperto dove il lavorio incessante di una ruspa è metafora del tempo che scorre e rigenera la realtà. Virato in tinte seppia dove le stesse figure femminili coinvolte si spartiscono, negli abiti e nel colore della pelle, tonalità chiare e scure, il film rincorre la consapevolezza dell’istante più effimero, riconducendola a motivo della stessa performance.

    The Birch Grove (20’ 10’’), della statunitense Gabrielle Lansner, è un film del 2015 che, partendo da uno spunto letterario, mette in scena in forma romanzesca la relazione di due fratelli in aperto conflitto e il percorso che li potrebbe condurre a un’agognata riconciliazione. Un lavoro di ampio respiro scenografico, riconosciuto a livello mondiale, dove la danza dei corpi si intreccia alla voce narrante fuori campo restituendo l’epopea, ben nota anche al cinema, delle dinamiche familiari.

    Infine – ma la disamina delle opere finaliste a Stories We Dance continuerà nei prossimi giorni – il film tedesco di Filipe Frozza e Ulrike Flämig, Disruptions (4’ 55’’), prodotto nel 2015 e ricorrente in moltissime selezioni dell’ultimo anno: ambientato in Palestina davanti al muro che separa la regione dallo Stato di Israele, il film racconta la tentata performance di una danzatrice in un territorio dove la realtà è più forte di ogni possibile messinscena, e la videocamera deve accettare di abitare un conflittuale teatro dell’imprevisto: il film si può fare, o è destinato a interrompersi?

  • Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    diritto-difesaÈ in discussione in queste settimane al Consiglio regionale una nuova legge, mutuata da interventi normativi simili in altre regioni come la Lombardia, il cui impatto sulla vita civile potrebbe non essere insignificante. Si tratta di un testo breve, il cui obiettivo (come specificato nella relazione che accompagna il disegno di legge 30) è “fornire assistenza e aiuto alle vittime dei reati della criminalità”. E, in effetti, al primo comma dell’articolo 1 è previsto che la Regione Liguria assista i familiari di vittime della criminalità, fornendo contributi economici per il danno causato dalla perdita del proprio parente. Un intendimento chiaro e generalmente encomiabile: si tratta di una norma di welfare tesa al sostegno di famiglie colpite da un grave lutto, in una condizione di difficoltà economica (oltre che naturalmente emotiva), venendo a mancare uno stipendio in casa e contando che non sempre i criminali hanno le risorse finanziarie necessarie a rifondere i danni economici che hanno causato.

    I dubbi sulla priorità agli anziani

    Qualche dubbio in più arriva quando si analizza il principio-guida per l’assistenza economica che indica la priorità alle persone di età superiore ai sessantacinque anni. Come evidenzia il professor Paolo Pisa, docente di Diritto penale alla già facoltà di Giurisprudenza di Genova nonché uno dei giuristi sentiti in commissione regionale per un parere su questa legge, il rischio è che «la vedova al di sotto dei sessantacinque anni e i figli finiscano per essere indebitamente superati dal genitore ultrasessantacinquenne della vittima». Inoltre, il parametro dell’età fa riferimento anche ai successivi privilegi (che tra poco analizzeremo) garantiti dalla legge, rispetto ai quali sono dunque poste in condizione di subordine altre categorie di cittadini esposti a più rischi della media, come ad esempio le donne. Ragiona in questi termini l’avvocato Sara Garaventa dello studio Ispodamia, presidente della sezione genovese delle “Donne giuriste italiane”: «Mi chiedevo se potesse essere uno spunto di riflessione non limitare questo eventuale aiuto solo ai soggetti over sessantacinque ma anche a tutte le donne che vivono da sole, anche giovani, e che sono comunque soggetti deboli, possono essere prese di mira ad esempio nel classico furto notturno in appartamento».

    I dubbi sull’eccesso di legittima difesa

    forte-begato-vandali-telecamereIn effetti, la seconda parte dell’articolo 1 del ddl si rivolge a chi subisce “un delitto contro il patrimonio o la persona” e reagisce. L’obiettivo della legge, nei fatti, è quello di aiutare chi subisce un processo per eccesso di legittima difesa. In particolare, al secondo comma è previsto che vengano pagate dalla Regione le spese legali (avvocati, consulenti tecnici che curino gli interessi della parte nella raccolta delle prove, etc.) per quei cittadini che, vittime di un reato diretto contro di loro o contro le loro ricchezze, siano “indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa.

    Proviamo a “tradurre” dal giuridichese. La seconda parte si riferisce a chi commette un reato, viene posto sotto processo ed è poi assolto perché ha agito nei limiti della legittima difesa. Una scelta politica con cui si vuole dare un sostegno a chi ha tenuto un comportamento considerabile lecito (e tale ritenuto dopo gli accertamenti di un processo) per salvaguardare i propri diritti.

    I dubbi arrivano con la prima parte che, in sostanza, riguarda chi è indagato per aver reagito oltre i limiti della legittima difesa (ad esempio, sparare a un ladro disarmato) in maniera colposa, ossia commettendo un errore di valutazione, non per precisa volontà di tenere quel tipo di condotta.
    Per il nostro sistema penale, questo errore è comunque un reato e va pagato. Il disegno di legge regionale, però, offre aiuto a chi lo commette, almeno nella fase delle indagini (preliminare al processo vero e proprio), a prescindere che poi la persona venga assolta o condannata. Tutti i tecnici da noi intervistati si sono espressi univocamente contro questa norma. Il professor Franco Della Casa, docente di diritto processuale penale all’ex facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, ha evidenziato come sia umanamente concepibile la vicinanza a chi commette un reato perché provocato da un fattore esterno (l’essere vittima di un crimine), ma, come ben sa chiunque studia il diritto, «le leggi vanno al di là delle buone intenzioni». Questa previsione è «l’unico esempio di tutela giudiziaria di un soggetto che viene riconosciuto pienamente colpevole di un reato colposo», sottolinea il professor Pisa. «È legittimo – prosegue – che per una categoria di soggetti che vengono riconosciuti responsabili per colpa di un reato scatti una tutela giudiziaria a spese della collettività?». Già, perché il fondo regionale, che per il primo anno verrebbe coperto con l’esiguo stanziamento di 20 mila euro, è costituito con soldi pubblici, i soldi delle nostre tasse per intenderci. Se è umanamente comprensibile provare un senso di vicinanza verso chi delinque in un momento di panico perché si sente sotto minaccia, è decisamente discutibile dare un simile messaggio di legittimazione della condotta: richiamando le parole dell’avvocato Garaventa, «un conto è aiutare chi è poi assolto e quindi esiste una scriminante, viene meno l’antigiuridicità del fatto, un conto invece è quasi legittimare dei comportamenti che non sono leciti, che vanno al di là dei limiti concessi per difendersi; è un reato colposo, esiste la colpa nel nostro ordinamento». Il rischio è una legge regionale che contrasti con i principi dell’ordinamento: decisamente un controsenso, oltreché un provvedimento facilmente impugnabile.

    Le risposte della vicepresidente della Regione

    A tutti questi dubbi e critiche prova a rispondere direttamente la promotrice di questa legge, la vicepresidente e assessore regionale alla Sicurezza, Sonia Viale, in quota Lega Nord. «Questa legge chiaramente non va a incidere sulla prerogativa dello Stato in materia di diritto e procedura penale, va a incidere sul welfare della sicurezza e delle politiche sociali. Ritengo che una persona vittima di un reato contro il patrimonio o la persona viva un momento di fragilità o di bisogno e quando reagisce in eccesso di legittima difesa, se lo stesso ordinamento giuridico lo individua come colposo, penso a come fare per aiutare questa persona, lo sostengo in un momento di sconforto per affrontare le spese legali».

    Ha dichiarato, come riportato dal sito della regione, che è un “gesto di civiltà tutelare chi si difende da un reato”: anche se facendolo commette a sua volta un reato? Facendo un esempio, se un ladruncolo entra in una villa disarmato per impadronirsi di qualche argenteria e il padrone di casa, armato, seppur non assolutamente in pericolo di vita ma che erroneamente ritiene di esserlo, lo crivella di colpi, nella fase delle indagini le sue spese legali sarebbero a spese della Regione, anche se poi venisse condannato…
    «Ritorniamo a quanto detto prima, se il giudice ravvisa un dolo, la Regione non interviene, se uno entra di notte in un’abitazione e il padrone di casa ha la moglie e il figlio e reagisce con un eccesso di legittima difesa ritengo che sia un momento di fragilità, di panico, quindi il sostegno viene in un momento di grande difficoltà, anche se sconterà la sua pena, avrà il risarcimento del danno da pagare, e via dicendo».

    Il fondo annuo messo a disposizione è di 20.000 euro; per tutti i buoni propositi di questa legge (assistenza economica alle famiglie delle vittime e a indagati e assolti) non le sembrano pochi?
    «Intanto è un inizio, non ci risulta ci siano stati casi eclatanti o di richiesta, la procedura di richiesta sarà stabilita con una delibera di giunta che prevedrà un regolamento con delle priorità ma, intanto, una volta che sarà legge, siamo già stati contattati da avvocati che hanno dato la loro disponibilità per un’assistenza legale gratuita. È un segnale politico, di politica legislativa, che avrà anche il conforto del mondo dei professionisti».

    L’impressione è che sia più una mossa politica per portare avanti la battaglia cara alla Lega di tutela della legittima difesa in ambito domestico, più che una risposta a un’effettiva esigenza urgente…
    «Anzitutto la formulazione di questo disegno di legge non ha rallentato in alcun modo l’iter degli altri lavori della Regione. Poi, ormai questo paese sembra sia dalla parte di Caino e mai di Abele, il cittadino si sente indifeso, c’è un dibattito anche a livello parlamentare su questo tema. La Lega ha presentato anche delle proposte di legge, ci deve essere una presunzione: se uno entra in casa per rubare è il cittadino che deve dimostrare di aver agito con proporzione, se uno entra in casa di notte rompendo una finestra è lo Stato che deve dimostrare che il cittadino ha esagerato. È un momento di panico. Non dico che faccia bene, dico che un welfare deve tenerne conto prendendo spunto dall’aumento di furti in abitazione in Liguria. Lo Stato su questo tema non fa abbastanza, c’è un vulnus per la persona e lo Stato non è in grado di agire su questo».

    Tutti i dubbi che restano

    A questo punto, la vicepresidente è stata richiamata dai suoi impegni e non ha avuto il tempo di rispondere ad altre domande che sorgono spontanee, come i dubbi sopra riportati circa l’effettiva opportunità di destinare questo intervento prima di tutto agli ultrasessantacinquenni trascurando altri criteri-guida influenti come il reddito. Avremmo anche voluto capire la reale necessità di una legge così controversa se casi di questo genere, per parole della stessa Viale, non sono poi così diffusi nella Regione. Ci sarebbero poi altre questioni più prettamente tecniche, come il dubbio sollevato dal professor Pisa circa il fatto che sia stata trascurata la fattispecie della supposizione erronea colposa, i cui effetti sarebbero gli stessi dell’eccesso di legittima difesa eppure non vi sarebbe supporto economico per questi casi.

    In definitiva, allineandoci anche al parere dei tre professionisti che ci hanno aiutato ad analizzare questo disegno di legge, sicuramente è un passo avanti la previsione dell’assistenza economica alle vittime, ma altrettanto indubbi sono i profili criticabili della parte in cui si pagherebbe con soldi pubblici la difesa di chi, a conti fatti, è indagato per aver commesso un reato. Su questo punto la sensazione è che ci sia molto di politico e poco di giuridicamente e tecnicamente ragionato.
    La legge è stata più volte posta all’ordine del giorno delle sedute del Consiglio regionale ma non ancora completamente discussa e votata, complice l’ostruzionismo delle opposizioni. Resta, dunque, ancora aperta la porta a eventuali emendamenti ma l’approvazione, salvo clamorosi colpi di scena, non dovrebbe essere messa in discussa. Certo, come accennato dalla stessa Viale, bisognerà poi anche attendere il regolamento attuativo che verrà redatto in seguito dalla giunta per capire quanto questa legge sarà in grado di corrispondere a concrete esigenze dei cittadini o rimarrà una dichiarazione di intenti di facile presa sulla “pancia” ma non realmente in grado di apportare migliorie significative alla nostra Regione.


    Alessandro Magrassi