Autore: Simone D’Ambrosio

  • FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    fuoriformato-logo-quadratoUltimi preparativi per FuoriFormato, la rassegna di danza, videodanza e performance in programma tra il 28 e il 30 giugno prossimi a Palazzo Ducale, Palazzo Bianco e Palazzo Tursi, nell’ambito del festival Genova Outside(R) Dance(R), già avviato da alcune settimane con appuntamenti in tutta la città. Organizzato da Comune di Genova, in collaborazione con Teatro Akropolis, Rete Danzacontempoligure, Augenblick Associazione Culturale e Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, FuoriFormato si propone come una tre giorni di approfondimento e ricerca interamente focalizzata sulla danza contemporanea, con un ricco ventaglio di eventi, tra ricerca e sperimentazione, che mettano in dialogo la proposta locale con una sempre crescente curiosità verso quanto accade su scala internazionale. L’ingresso alla rassegna sarà gratuito e aperto a tutta la cittadinanza ed Era Superba, media partner ufficiale della rassegna, accompagnerà questi giorni di attesa con curiosità e approfondimenti sugli eventi in calendario.

    La danza è un oggetto duttile, al centro di una verifica incessante che passa attraverso linguaggi e generi differenti. La sezione dal vivo di FuoriFormato, diretta da Teatro Akropolis e Rete Danzacontempoligure, vedrà il costituirsi di un programma di spettacoli con oltre trenta artisti coinvolti, un grande contenitore dove troveranno spazio e sintesi alcune delle più interessanti realtà nel campo della danza contemporanea ligure. L’occasione è unica per assistere, in forma organica, ai risultati delle ricerche dei danzatori più importanti attivi sul territorio, nel tentativo di rispondere alla domanda sul senso e le prospettive della danza oggi, a Genova, in Italia e non solo. La selezione degli artisti coinvolti evidenzia immediatamente la pluralità delle proposte e delle visioni che animano la comunità artistica della nostra regione, declinandosi secondo stili, percorsi e anche generazioni differenti, accomunati dal confronto con le tendenze nazionali e internazionali. Se nel merito dei singoli spettacoli potremo certamente tornare nel corso dei prossimi giorni, i nomi delle realtà coinvolte parlano già chiaro: alla danza urbana di KoinéGenova (Tra_Passato_Remoto) si affiancheranno l’assolo di Roberto Orlacchio (Un canto costante), le ricerche di Once Danzateatro (Soggezione), di Cristiano Fabbri (Tracciati), di Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso (Mamihlapinatapai – Un’indagine sulla relazione), il work in progress di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli (Soliloqui a due #1), le performance di Maria Francesca Guerra (Sinfonia per corpo solo), Davide Francesca e Olivia Giovannini (BodyCaking®[Belladonna]) e Nicola Marrapodi (Ecce puer).

    Alla sezione dal vivo si affiancherà – novità pressoché assoluta per Genova – il contest di videodanza internazionale Stories We Dance, a cura di Augenblick Associazione Culturale. Inseguendo un principio di trasversalità dei linguaggi, il focus sulla videodanza, genere al centro di una sempre più fertile discussione ed evoluzione nel panorama contemporaneo, ha portato al lancio di una call internazionale, cui hanno aderito 98 candidature da tutto il mondo. Tra queste, solo 14 e quasi tutti in anteprima italiana sono stati i film selezionati per la serata di proiezione finale, giovedì 30 giugno a partire dalle ore 21 a Palazzo Ducale. Alla proiezione dei film seguirà il giudizio di una giuria di esperti, composta da Lucia Carolina De Rienzo, project manager di COORPI – Coordinamento Danza Piemonte, Emilia Marasco, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e scrittrice, Gaia Clotilde Chernetich, critica e studiosa di danza e teatro, Gaia Formenti, scrittrice, sceneggiatrice e filmmaker, e Simone Magnani, danzatore, coreografo e insegnante. A loro spetterà l’assegnazione di un primo premio in denaro (500 Euro) e delle menzioni alla miglior regia, alla miglior coreografia, al miglior performer e al miglior story-concept. Anche il pubblico presente alla serata finale sarà chiamato a esprimere la propria preferenza, determinando il film vincitore di un premio ad hoc. Ad anticipare la serata finale, una tavola rotonda – mercoledì 29 giugno alle 18 a Palazzo Ducale – composta da Augenblick e dagli stessi membri della giuria, il cui obiettivo sarà un confronto sui diversi approcci alla videodanza attraverso gli sguardi eterogenei di chi programma i festival, di chi fa critica, di chi studia e lavora con il linguaggio e la comunicazione legata agli audiovisivi. Una tappa importante nella discussione attorno a un’arte in contatto con il proprio tempo, della quale Genova potrà conoscere alcuni dei risultati più sorprendenti nel panorama internazionale contemporaneo.

    Marco Longo

  • Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    home-restaurant-therese-theodorL’incontro con la nuova genovese di oggi, Thérèse Theodor, nata ad Haiti e residente in Italia dal 1978, ci porta nel mondo dell’home restaurant. Per home restaurant si intende un servizio di ristorazione svolto all’interno della propria abitazione, una pratica nata nel 2006 a New York, estesa negli anni successivi in Europa e che grazie alle possibilità offerte dal web e dai social network si è estesa negli ultimi anni anche in Italia.
    L’home restaurant ha permesso a molte persone appassionate di arti culinarie di trasformare la propria cucina in un ristorante aperto occasionalmente alle altre persone, non solo amici e conoscenti, ma anche turisti e viaggiatori che possono così sperimentare la cucina originale dei luoghi visitati e ricette frutto dell’inventiva personale o delle tradizioni familiari.
    Al centro del nostro incontro con Thérèse Theodor c’è la cucina haitiana, non molto conosciuta nel nostro paese: scopriremo le affinità tra la cucina haitiana e molte tradizioni regionali e che oggi in Italia si può cucinare “haitiano” usando prodotti locali italiani.
    La ricchezza e la varietà delle tradizioni regionali in cucina, d’altra parte, è il piacevole risultato di secoli di contaminazioni e incroci culinari, che ci hanno regalato delle tradizioni naturalmente fusion, come la cucina siciliana della quale ci parlerà Thérèse.

    Attualmente in Italia l’home restaurant non ha ancora una propria disciplina specifica e viene esercitato come attività occasionale. Ci sono due proposte di legge in Parlamento, una del 2014 e una del 2015, per disciplinare lo svolgimento di questa attività, non ancora discusse e approvate. Può essere di sicuro una grande opportunità per tutte le persone con ottime abilità culinarie frenate nell’esprimere la propria creatività dai costi richiesti per l’apertura di un’attività di ristorazione tradizionale.
    Per i nuovi cittadini abili nel cucinare c’è un’opportunità in più: rovesciare il punto di vista del senso comune “ospitando chi li ospita”, come afferma Thérèse, e contribuire a diffondere la conoscenza reciproca e ad abbattere stereotipi. Quella culinaria resta un’area di diffidenza “interculturale”; una delle prime cose che si pensano rispetto a un paese che si conosce poco è: ma là, che cosa mangeranno?

    L’home restaurant fa parte di tutta quella serie di attività definite sharing economy, un nuovo stile di fare impresa basato sulla condivisione sociale e sull’incontro fra produttore e consumatore attraverso i servizi offerti dalla rete e dai social network, diffuso soprattutto nella gastronomia, nel turismo e nei trasporti. La sharing economy è un interessante ibrido fra l’esperienza gratuita della condivisione sociale e l’attività economica.

    La relazione fra il passeggero dei servizi di trasporto e il guidatore, ad uno sguardo immediato, ha le caratteristiche del passaggio gratuito fra amici e conoscenti pur configurando una transazione economica formalizzata. Qualcosa di simile accade nell’home restaurant: un’esperienza che fonde le caratteristiche dell’invito a cena in casa e del mangiare fuori, al ristorante.
    La convivenza con i servizi tradizionali di trasporti, ristorazione e turismo è piuttosto difficile per la concorrenza che si è creata a fronte di diversi inquadramenti legali e fiscali: per questo, molti auspicano una più precisa regolamentazione legale dell’home restaurant e di altre attività di sharing economy.
    Il vantaggio sarebbe una maggiore chiarezza e la possibilità di lavorare in modo non occasionale; c’è però il rischio che un’eccessiva regolamentazione possa ridurre l’aura di informalità che contribuisce ad accrescerne il fascino rendendo l’offerta della sharing economy sempre più simile a quella tradizionale. La discussione è aperta.

    home-restaurant-therese-theodorCome definiresti il tuo rapporto con la cucina?
    «La cucina è una passione che ho avuto fin da bambina. Una passione che ho cercato a volte di soffocare per fare altro….ma che, alla fine, si è sempre ripresentata!
    Io sono una persona molto curiosa, non mi piace solo la mia cucina, mi piace “la” cucina. Quella italiana è così diversa da regione a regione!
    Quando sento qualcuno che deve andare ad Haiti, la prima cosa che si chiede è: cosa mangeranno? Ognuno mangia più o meno quello che produce, non ci si può portare dietro tutto il bagaglio! C’è però un trait d’union tra la cucina haitiana e molti piatti regionali italiani. Alcune ricette siciliane, molto saporite, sono simili alle nostre; in Liguria, come ad Haiti, si usa molto lo stoccafisso, dalle frittelle all’accomodato e il pandolce genovese ricorda alcuni dolci haitiani; in Abruzzo, ci sono fagiolane simili alle nostre cucinate in modo quasi uguale; in Lombardia c’è la cassoeula che è molto simile ad un piatto haitiano che si serve proprio con la polenta! Quello che trovo sbagliato è che un francese vada a cercare all’estero piatti francesi, o un italiano la pasta o la pizza. Quando si viaggia è bello provare ad assaggiare ciò che non si conosce.
    Ad Haiti ho iniziato a lavorare nel catering a casa. Si lavorava soprattutto nei giorni di festa, o si preparavano matrimoni, cresime, comunioni in casa, e la persona veniva a ritirare l’ordinazione quando era pronta.
    A me piaceva soprattutto preparare le cose salate. Ho sempre pensato che ci sono tre cose che si condividono molto volentieri con gli altri: il cibo, la musica e lo sport. Davanti a una partita di pallone, non c’è colore della pelle che tenga! Il cibo, uguale! La musica, uguale!».

    Dopo il tuo arrivo in Italia, hai subito iniziato a lavorare nel settore della ristorazione?
    «In Italia sono arrivata nel 1978, con un contratto internazionale, quando gli italiani non sapevano neanche cosa fosse l’immigrazione. Per tre anni ho lavorato sempre in cucina in una casa privata, poi non mi trovavo bene e sono andata via. Ho abitato per un periodo a Torino, ho preso il diploma di parrucchiera ed estetista, mi sono fatta un famiglia; alla fine ho preferito tornare a lavorare nelle case.
    Da molti anni lavoro nella stessa, e cucinando anche per ospiti e amici, ora a Genova grazie al passaparola sono abbastanza conosciuta e mi sono chiesta: perché non inserire anche qualche piatto haitiano?
    Dentro una parte del mio cuore, c’è sempre stato il desiderio di esprimermi culinariamente. Così, dal gennaio del 2016, ho iniziato una mia attività di home restaurant».

    Ti piacerebbe che l’home restaurant diventasse la tua professione principale?
    «Vorrei che fosse cosi, forse presto lo sarà. E’ un sogno che vorrei portare avanti. Per ora è un’attività di tipo occasionale e per me ancora molto sporadica. Ora faccio home restaurant due volte alla settimana, e solo su ordinazione. Se dovesse concretizzarsi, diventerà la mia posizione professionale, e allora mi occuperò solo delle mie padelle, dei miei commensali».

    Attraverso quali canali i clienti sono venuti a conoscenza della tua attività?
    «Arrivano col passaparola. Il primo grande impatto è stato grazie ai media, ho anche cucinato in diretta tv per il Festival Suq. Molte persone si sono avvicinate alla mia attività dicendomi, ti ho visto sul giornale, ti ho visto in tv. Un gruppo è tornato di nuovo, e ha portato altre persone.
    Per essere a Genova è una cosa che stupisce, ma che non mi stupisce. So che il genovese si conquista col contagocce, ma una volta che ti conosce, diventi un’amica per la pelle. Qua mi sento accolta, e poi c’è il mare che mi aiuta a vivere!
    A tutti quelli che vengono al mio home restaurant chiedo di scrivere un pensiero, che sia una critica, che sia una lode, per vedere se posso migliorare, se ci sono dei cambiamenti da fare. Le persone che sono venute, almeno le prime, non le conoscevo nemmeno, credo che fossero di un livello sociale abbastanza alto, perché, quando gli ho chiesto di valutare con un prezzo menù, servizio, cortesia, hanno indicato un prezzo molto alto, non tutti possono permettersi di spendere così tanto per andare a mangiare fuori. Come età sono tutti dai 20 anni in su, ho avuto anche bambini accompagnati dai genitori».

    home-restaurant-therese-theodorChi ti contatta per una cena concorda già prima il prezzo e il menù o viene definito nel corso della serata?
    «Il prezzo è già definito, vieni e sai già quanto spendi! Il menù invece no, è al buio! L’unica cosa che chiedo è se ci sono intolleranze e allergie. Nella mia clientela ci sono anche diversi vegetariani e vegani. Non è vero che se uno non mangia carne, non mangia bene, il segreto è saper abbinare i piatti. Tutto quello che è stato creato di commestibile può essere piacevole al palato e allo spirito, basta solo saperlo cucinare».

    Negli ultimi anni, le cosiddette“cucine etniche” sono diventate piuttosto di moda in Italia. L’home restaurant può essere un’opportunità in più rispetto alla ristorazione tradizionale per far conoscere e condividere altre tradizioni e specialità culinarie e le culture che le accompagnano?
    «Per me è una grande opportunità. Tramite il cibo, tramite l’accoglienza casalinga, tu, ospite di un paese, ospiti chi ti ospita. Chi vede il tuo vissuto, chi varca la porta di casa tua, se aveva un’opinione negativa di te, si rende conto che era sbagliata. Avvicinarsi a una persona nel suo ambiente casalingo ti permette di capire che tipo di persona è, quali sono i suoi sentimenti, che cosa pensa. Per ogni immigrato sarebbe un’opportunità ospitare qualcuno a casa e avere la possibilità di parlargli di quello che ama!
    L’approccio casalingo, per me nato ad Haiti, in Europa e in America c’è già da molti anni. In Italia arriviamo sempre in ritardo, e quasi sempre si comincia da Milano e Roma. A Genova tanti hanno iniziato, non so quanti abbiano continuato. Io mi sono detta: voglio vedere se Haiti riesce a dire: ci sono, venite, ritornate».


    Andrea Macciò

  • Referendum costituzionale, ecco per cosa si vota a ottobre. Folla al confronto organizzato da Libera

    Referendum costituzionale, ecco per cosa si vota a ottobre. Folla al confronto organizzato da Libera

    Nonostante all’appuntamento manchino ancora 4 mesi, la campagna elettorale per il referendum confermativo della riforma costituzionale varata dal governo Renzi riempie quotidianamente pagine di giornali e ore di talk show televisivi. In un confronto molto duro tra governo e opposizioni, a volte a perdersi è il contenuto stesso della riforma, che andrà a incidere in modo significativo sul testo costituzionale. E’ proprio per provare a recuperare i contenuti che Libera Liguria ha organizzato giovedì pomeriggio un incontro pubblico per mettere a confronto le ragioni del Sì con quelle del No al referendum.

    I genovesi hanno risposto all’appello anche oltre le aspettative, tanto che la sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale non è stata sufficiente a ospitare tutti, costringendo gli organizzatori a sportare tutto nella più spaziosa, e alla fine comunque riempita, sala del Maggior Consiglio. «Non ci aspettavamo questo successo – ammette il referente di Libera Liguria, Stefano Busi – ma questo è un segnale che c’è bisogno di un incontro come questo e siamo felici della nostra intuizione».

    A confrontarsi sul palco gli ex sindaci di Genova, Adriano Sansa (portavoce genovese per il No) e Stefano Pericu (schierato invece per il Sì) insieme con la docente di diritto costituzionale dell’Università di Genova Lara Trucco, il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile (Sì) e il deputato ligure di Sel, Stefano Quaranta (No). Assente per motivi di salute la professoressa Lorenza Carlassare, dell’Università di Padova. A moderare l’incontro l’ex magistrato Carlo Brusco.

    La riforma costituzionale

    Il prossimo ottobre saremo chiamati a votare per il referendum confermativo della legge n. 88/2016, ovvero la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi e approvata a maggioranza assoluta dal Senato, lo scorso 20 gennaio, e dalla Camera lo scorso 12 aprile.

    Punto centrale del testo è la riforma del Senato, che da organo eletto direttamente dai cittadini con funzioni identiche a quelle della Camera, diventerebbe un organo rappresentativo delle realtà territoriali. A comporre il nuovo Senato, infatti, sarebbero 95 rappresentanti eletti con metodo proporzionale dai Consigli regionali, che scelgono tra i membri stessi del Consiglio e i sindaci del territorio di riferimento (uno per ogni regione).

    La riforma, tra le altre cose, andrebbe anche a modificare il rapporto tra lo Stato e le Regioni nella direzione di un maggior accentramento di poteri e funzioni nelle mani di Roma, abolirebbe il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e introdurrebbe nuovi meccanismi per l’elezione del presidente della Repubblica.

    Se a ottobre vincerà il “Sì”, il testo sarà confermato, mentre se vincerà il “No” la riforma verrà annullata.

    Il primo, vero dibattito genovese

    referendum-costituzionale-dibattito-liberaAd aprire il confronto è stata la professoressa Trucco. «La riforma interviene su aspetti che vanno sicuramente modificati – ha esordito – come il superamento del bicameralismo perfetto, la modifica alla riforma del Titolo V del 2001 e le modifiche alla modalità di elezione del presidente della Repubblica, per evitare situazioni di difficoltà come quella del 2013 (quando Napolitano venne eletto per la seconda volta, ndr)». La professoressa ha però dato il là alla danze aggiungendo che «in combinazione con la legge elettorale Italicum, questa riforma tende a diminuire il controllo degli elettori sul Parlamento, spostando ‘verso l’alto’ gli equilibri di potere».

    Una prospettiva rifiutata dall’ex sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, sostenitore del Sì. «L’Italicum non c’entra niente – ha detto con chiarezza – e poi se si fosse voluto davvero dare più potere al governo non sarebbe servita una riforma costituzionale, sarebbe bastato applicare l’Italicum anche al Senato, senza modificare nulla». L’Italicum è il nome con cui è nota la nuova legge elettorale, approvata nel maggio del 2015, e attualmente al vaglio della Corte Costituzionale. La legge prevede un forte premio di maggioranza (alla Camera) per la lista che raggiunge il 40% dei voti. Chi raggiunge quella soglia avrà una maggioranza del 54%. Nel caso nessuna lista raggiungesse il 40%, si procederebbe a un ballottaggio tra le 2 liste più votate. Obiettivo dichiarato della legge è garantire la maggioranza a chi vince, ma molti temono un eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del governo.

    «Non bisogna pensare all’Italicum – ha, invece, suggerito Pericu nel suo intervento – né al governo Renzi. Non bisogna votare sulla Costituzione in base alla simpatia o meno verso il governo attuale». Pericu ha poi motivato il suo “Si” dicendo che, nel 1948, quando l’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale scrisse la Costituzione nella forma in cui la conosciamo oggi, «l’ambiente culturale, politico e sociale era molto diverso da oggi».

    Di parere opposto il suo predecessore al vertice di Palazzo Tursi, Adriano Sansa: «La Costituzione attuale non impedisce di affrontare i problemi – ha affermato – questa riforma sembra piuttosto una fuga dalle reali problematiche del nostro paese, quali il fisco e i servizi offerti ai cittadini».

    «Per una riforma così importante sarebbe servito un maggior consenso e un maggior dibattito – ha aggiunto Sansa – e non ritengo sia giusto che un parlamento eletto con una legge elettorale fortemente maggioritaria e definita incostituzionale dalla Corte (il cosiddetto Porcellum, ndr) faccia da assemblea costituente. Inoltre, la Costituzione dev’essere facilmente leggibile, questo testo è stato scritto come un cattivo regolamento condominiale». L’intervento di Sansa è stato più volte interrotto dagli applausi, e l’applauso finale del pubblico è stato decisamente più convinto di quello riservato a Pericu.

    Dai politici di ieri a quelli di oggi. Se per Alessandro Terrile la riforma renderà «più efficiente il processo legislativo», Stefano Quaranta sostiene che quelle che sembrano modifiche “tecniche” andrebbero in realtà a incidere anche sui diritti fondamentali, quelli formalmente non toccati dalla riforma. «Se ai cittadini non verrà più consentito di votare per il Senato – ha detto il deputato – di fatto si va a limitare il principio della sovranità popolare contenuto nell’articolo 1». Secondo Quaranta, che ha lavorato a lungo in Commissione Affari Costituzionali, ci sarebbero state delle alternative migliori di fatto ignorate dal governo, mentre la riforma in questione non semplificherebbe né accelererebbe il processo legislativo.

    Come ormai accade sempre più di rado, il confronto è stato sereno e si è lontano dai toni della polemica politica che spesso sta caratterizzando questo argomento. «Non possiamo ricondurre tutto a un referendum sul presidente del Consiglio o sul governo – sostiene Stefano Busi – e comunque Libera non prenderà posizione, per rispettare le sensibilità di tutti, perché siamo una rete ampia e plurale. Il nostro impegno ha come principale obiettivo la lotta alla mafia e la corruzione, ma don Ciotti (presidente di Libera, ndr) dice spesso che la Costituzione è il primo testo antimafia della storia della Repubblica».


    Luca Lottero

  • Quelle strane crociate dei Genovesi

    Quelle strane crociate dei Genovesi

    genova-crociata-bambiniIl legame tra Genova e le crociate è, in certo qual modo, strutturale. Caffaro, il decano dell’annalistica genovese, non esita a coniugare il sorgere della “compagna” – e, cioè, di quell’organismo dai labili tratti pattizi e istituzionali dal quale sarebbe scaturito il comune di Genova – alla partecipazione dei propri concittadini alla prima crociata, consumatasi nel decennio a cavallo tra XI e XII secolo. La crociata – si può dire – fu un fatto nuovo e per molti versi totalizzante, che avrebbe impregnato la mentalità collettiva per secoli. E di ciò i Genovesi sarebbero stati testimoni e partecipi. La stessa storiografia genovese avrebbe fondato sulla crociata la rappresentazione dei propri concittadini, affatto tratteggiati nelle vesti di mercanti – con buona pace della nota equivalenza Ianuensis ergo mercator – bensì di combattenti, anzi, di milites Christi, a dimostrazione di quanto quell’esperienza fosse penetrata nel profondo.

    Ciò nonostante, grande fu lo stupore, a Genova, quando, nel 1212, giunse in città una nutrita massa di pellegrini – giovani, poveri, vagabondi e senza radici, o più semplicemente esclusi –, che diede vita a quella che è passata alle cronache come la “crociata dei fanciulli”. L’episodio – su cui si è scritto molto, spesso a sproposito – si inserisce nel quadro delle cosiddette “crociate popolari”: movimenti spontanei di uomini e donne, talvolta armati, speso usi alla violenza (in alcuni casi si parla perfino di cannibalismo, come nel caso dei Tafur della prima crociata), pienamente rientranti nel contesto più generale del movimento crociato, essendone sostanzialmente una delle variabili possibili e storicamente realizzate.

    A incidere sull’immaginario dei cosiddetti pueri – i semplici – del 1212 furono le aspettative di rinnovamento della chiesa e le inquietudini mistico-religiose del tempo, corroborate dall’inizio delle campagne di predicazione volte a contrastare manu militari (ma col sostegno della croce) gli albigesi della Linguadoca – meglio conosciuti come catarie i saraceni della penisola iberica, il cui messaggio conteneva pressanti appelli alla semplicità apostolica e alla penitenza. La volontà di liberare il Santo Sepolcro senza armi – vista anche l’ingloriosa fine della spedizione del 1202-1204, che era giunta a conquistare nientemeno che Costantinopoli – guidava quella turba di disperati, parte della quale, partita dai Paesi Bassi, dalla Renania e dalla Francia settentrionale tra la primavera e l’estate, era giunta a valicare le Alpi, alla ricerca di un modo per recarsi nel levante.

    L’arrivo di un gruppo consistente di pellegrini a Genova è testimoniato dall’annalistica locale, che costituisce, a tutti gli effetti, una delle poche fonti riguardanti l’episodio. Secondo l’annalista Ogerio Pane, nel corso dell’estate giunsero in città, guidati da un certo Nicola – che sappiamo da altre fonti essere originario dei dintorni di Colonia – circa settemila persone tra uomini, donne e bambini:

    [quote]Nel mese di agosto, di sabato, otto giorni prima delle calende di settembre, un certo fanciullo tedesco di nome Nicola entrò nella città di Genova, poiché era in pellegrinaggio, e con lui un’enorme moltitudine di pellegrini che portavano croci, bordoni e scarselle, oltre settemila tra uomini, donne, fanciulli e fanciulle, a giudizio di un uomo di senno. E la domenica seguente uscirono dalla città; ma molti uomini, donne, fanciulli e fanciulle di quella schiera rimasero a Genova.[/quote]

    La turba, dunque, avrebbe sostato per qualche tempo in città, o, più verosimilmente, al di fuori delle mura, probabilmente nei pressi della commenda ospitaliera di San Giovanni di Pré, che segnava allora il limite occidentale dell’abitato.

    Qualche particolare è aggiunto da Iacopo da Varagine nella sua Chronica civitatis Ianuensis, composta alla fine del secolo (nonostante egli collochi erroneamente l’episodio nel 1222). A quanto pare, Nicola aveva promesso ai propri seguaci l’apertura del mare e l’agevole accesso alla Terrasanta. Ma, sfortuna volle, che il miracolo tardasse a manifestarsi. Ciò deluse le speranze collettive, sì che, dopo qualche tempo, la maggior parte dei presenti decise di abbandonare l’impresa e di fare ritorno alle proprie case. Iacopo, anzi, afferma che i Genovesi avrebbero insistito perché i pellegrini se ne andassero, sia perché diffidavano della loro giovane guida, sia perché avevano paura che il gran numero di persone presenti in città provocasse una carestia o, più in generale, problemi di natura igienica, sia, infine, per motivi di natura politica: il giovane Federico II Hohenstaufem aveva abbandonato la città da poco tempo, il 25 luglio; la presenza di una gran massa di tedeschi, ancorché pellegrini, avrebbe potuto dare adito a fraintendimenti, visti i contrasti in corso tra il sovrano e Ottone di Brunswick per il controllo della corona imperiale. L’impegno crociato dei pueri tedeschi, dunque, pareva del tutto fuori luogo.

    La crociata delle donne

    genova-crociata-donneQualche decennio dopo, in pieno 1300, un altro episodio avrebbe fatto parlare di sé. In quell’anno, i mongoli, provenienti dalle steppe, calarono in Siria, sconfiggendo alcune armate mamelucche che controllavano la regione. La notizia – squisitamente falsa – della riconquista di Gerusalemme, contribuì a risvegliare gli animi, afflitti da quando, nel 1291, con la caduta di Acri, tutta la Terrasanta era stata perduta. Nell’estate del 1301, un francescano savonese, un certo Filippo Busserio, si fece latore presso papa Bonifacio VIII dei voleri di alcune nobildonne genovesi, appartenenti a famiglie dai nomi altisonanti – per citarne alcune: Carmadino, Ghizolfi, Grimaldi, Doria, Spinola, Cibo… –, le quali, «mente viros in corpore fragili», desideravano vestire lorica e corazza e partire alla riconquista dei Luoghi Santi. Inizialmente, Bonifacio accolse con soddisfazione i loro propositi, tanto più che a guidare la spedizione (definita significativamente «passagium quasi particolare» e, cioè, non proprio una crociata ma qualcosa di simile) sarebbe stato Benedetto Zaccaria, l’ammiraglio genovese che aveva trionfato sui Pisani alla Meloria nel 1284.

    Il 9 agosto, il papa diramò alcune lettere nelle quali esaltava l’ardimento delle donne genovesi e denigrava l’atteggiamento di principi e dei potenti nei confronti della Terrasanta:

    [quote]O miracoli, o prodigi! Le donne prevengono gli uomini nel soccorso della Terrasanta![/quote]

    Al contempo, ordinava al frate minore Porchetto Spinola, amministratore dell’arcivescovado genovese, di predicare la croce in città, ingiungendo ai membri dell’ordine francescano di accompagnare la spedizione. Bonifacio si spinse sino a chiedere allo Zaccaria d’informarlo dei piani d’azione. Tuttavia, poco dopo, tornò sui propri passi, vietando alle dame genovesi di partire.

    Perché? Difficile dirlo. Il sospetto è che il problema fosse rappresentato dallo stesso Zaccaria – un personaggio scaltro e facoltoso, dalla biografia degna d’un romanzo – che desiderava probabilmente ritagliarsi un dominio personale lungo la costa siro-palestinese. Il tutto, dunque, finì in una bolla di sapone.

    E di quelle ardite femmine non si seppe più nulla.

    Antonio Musarra

  • Piscine a ponente, per la Mameli c’è il progetto. Ma la Nico Sapio è ancora ferma al palo

    Piscine a ponente, per la Mameli c’è il progetto. Ma la Nico Sapio è ancora ferma al palo

    Piscina Mameli, VoltriDestini paralleli, quelli della piscina comunale di Voltri e della Nico Sapio di Multedo. Entrambe con una gloriosa storia alle spalle, entrambe chiuse negli ultimi anni, travolte da una crisi che ha reso insostenibili i costi di gestione degli impianti. La chiusura della Sapio prima (2011) e della Mameli poi (2012) ha lasciato un vuoto importante nel ponente genovese, solo parzialmente colmato dall’impianto all’avanguardia di Pra’.

    Oggi, per entrambe le piscine si parla di possibilità di riapertura, anche se con aspettative sui tempi molto diverse. Se, infatti, per la piscina di Voltri c’è già un progetto definitivo, per quella di Multedo ancora si attendono offerte concrete oltre alle semplici dichiarazioni d’interesse.

    Piscina di Voltri: Regione e Comune ci mettono i soldi, la Mameli il progetto

    A far tornare l’impianto di Voltri agli antichi splendori potrebbe essere la storica società Nicola Mameli, entrata a far parte del consorzio Utri Mare. Della Mameli (che ha già vissuto in prima persona la chiusura dell’impianto nel 2012) è, infatti, il progetto definitivo per la rimessa in moto della struttura, pesantemente compromessa. Già al momento della chiusura, infatti, erano stati rinvenuti livelli di amianto oltre i limiti consentiti. Gli anni di inattività hanno peggiorato la situazione. «La piscina – avverte il vicesindaco del Comune di Genova, con delega agli impianti sportivi, Stefano Bernini – in questo momento è persino pericolosa, vista anche la vicinanza con la passeggiata a mare». Per questo, il progetto presentato da Mameli e Utri Mare è diviso in due lotti: il primo prevede la messa in sicurezza della struttura, il secondo la ristrutturazione degli spogliatoi e alcuni acquisti necessari come il pallone invernale.

    Il costo totale dell’intervento sarà di circa 1,5 milioni di euro
    , frutto di un cofinanziamento tra Regione Liguria e Comune di Genova. «Il ruolo maggiore è quello della Regione – ammette Bernini – che ha stanziato i soldi nel corso della precedente amministrazione». Palazzo Tursi, dal canto suo, ha previsto circa 500 mila euro, già inseriti nel piano triennale dei lavori pubblici. «Inoltre – aggiunge il vicesindaco – abbiamo presentato un progetto preliminare al Coni che ha ricevuto dal governo un fondo di 100 milioni di euro per gli impianti sportivi nelle periferie».

    Per quel che riguarda il futuro dell’impianto, l’agonismo continuerà a rivestire un ruolo importante: «A Voltri c’è un’importante tradizione pallanuotistica – afferma Bernini – senz’altro ci sarà spazio per gli allenamenti, ma anche per attività più ‘classiche’ come l’accoglienza delle scuole o la libera balneazione».

    Per la Nico Sapio si attendono offerte concrete

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-2Più lunga, invece, sembra essere la strada per la riapertura della “Nico Sapio” di Multedo, come riconosce il presidente del Municipio VII – Ponente, Mauro Avvenente: «Circa 2 anni fa – ricorda – i Nuotatori Rivolesi Genovesi vinsero il bando per il concorso ma poi si sono ritirati». Come allora testimoniato da “Era Superba”, intorno all’impianto si sono spese tante parole, ipotesi e proposte. Ma, nonostante il gran fermento della cittadinanza, ad oggi pochi passi avanti sembrano essere stati fatti. «Il vicesindaco Bernini ha chiesto risorse per seguire un progetto al riguardo – spiega ancora Avvenente – ma, ad oggi, da parte di soggetti privati non si è andati oltre le dichiarazioni d’interesse».

    Tra le ipotesi in campo, nell’ottica di una maggior “sostenibilità” dell’investimento, quella di ridurre la dimensione della vasca e aggiungere un centro di riabilitazione sportiva. Ma nell’area dei giardini Lennon non c’è solo la fatiscente piscina. Il Comune spera, infatti, che qualcuno si faccia avanti anche per gestione dei campetti da tennis e calcetto: «Siamo in attesa di un’offerta ampia» chiosa, stringato, Bernini.

    Luca Lottero

  • Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    carcere-marassiAbbiamo già affrontato, qualche settimana fa, il delicato tema della rieducazione dei detenuti parlando del concordato recente per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità da parte dei detenuti “messi alla prova” in uffici del Comune. Mi è capitato, successivamente, di venire a conoscenza di un’iniziativa particolarmente interessante, anche e soprattutto perché è nata principalmente per la buona volontà di un privato. In questo caso si tratta del professor Roberto Maccarini, docente di Storia contemporanea alla Scuola di Scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Genova, che tiene ormai da alcuni anni lezioni ai detenuti del casa circondariale di Marassi, puramente a titolo volontariato.

    Dunque professore, da quant’è che conduce questa attività e che cosa l’ha spinta a iniziare?
    «Sono circa tre anni ed è nata come un’azione volontaria, personale sorta in conseguenza di un impegno istituzionale, cioè la necessità di fornire i comuni strumenti didattici a una persona detenuta. Avevo chiesto di poter avere accesso alla persona direttamente e, di conseguenza, sono stato ammesso a vedere questo studente nel carcere di Marassi. Al primo incontro ne sono seguiti altri quattro o cinque, sempre di circa un’oretta, in modo tale da verificare che questo detenuto-studente riuscisse a seguire le indicazioni che gli avevo dato la prima volta e le volte successive e, conseguentemente, di valutare il suo stato di preparazione, per considerare anche se era in grado di sostenere l’esame. Questo, in effetti, è poi avvenuto e il detenuto-studente ha sostenuto con profitto l’esame della disciplina, riportando per altro una buona votazione del tutto meritata, senza che ci siano state inclinazioni a buonismi legati alla sua condizione. In quella circostanza, con l’educatrice con la quale mi interfacciavo che era stata il trait d’union tra lo studente e l’università, abbiamo scambiato qualche chiacchiera e ho dato la mia disponibilità a svolgere una qualsiasi tipo di attività interna alla struttura. Successivamente è stata valutata insieme alle autorità carcerarie e agli educatori la possibilità di intraprendere qualche iniziativa in tal senso e così si è dato il via a questo progetto».

    Che cosa insegna ai detenuti?
    «Insegno storia contemporanea con la cadenza di un’ora a settimana, corsi molto generali ma anche molto vari: si passa da una storia politica a una storia economica o economica del turismo, storia del continente americano, nordamericano in particolare, degli Stati Uniti ancora più nel dettaglio. Insomma, molti ambiti molto estesi, un ampio spettro di possibili categorie e insegnamenti storici».

    Chi frequenta le sue lezioni?
    «Solitamente dalle dieci alle quindici persone. Quando non sono sorte difficoltà specifiche (come il trasferimento dei detenuti a un’altra struttura) le frequenze sono state abbastanza costanti in quasi tutte le sezioni in cui sono stato mandato».

    Che differenza c’è tra una sua lezione universitaria e una a Marassi?
    «Le lezioni sono molto diverse perché quelle in carcere sono molto più generiche, condotte molto più a braccio per non appesantire troppo il dialogo con persone che hanno un grado di istruzione molto differenziato. Io espongo, racconto dei fatti storici e spero che questi stimolino delle riflessioni nelle persone che mi ascoltano per accrescerne il senso critico. Questo era lo scopo: creare un rapporto con persone che, indubbiamente, se sono lì ci sarà un motivo ma che, nello stesso tempo, vivono talvolta situazioni personali di difficoltà (oltre ovviamente alla condizione di privazione della libertà), hanno rapporti molto rarefatti con l’esterno e relazionarsi con una persona del tutto diversa dal loro ambito famigliare, dalle loro circostanze di provenienza, può essere un qualcosa che rompe la quotidianità e permette loro di fare considerazioni e ragionamenti ulteriori, anche se non avvezzi specificatamente allo studio delle discipline storiche. Io ho sempre cercato di essere molto semplice nell’esposizione, aperto ai loro interventi, anche a quelli più devianti rispetto al focus della lezione. Ho sempre cercato di essere una persona che ascoltava e con la quale ci si poteva aprire in maniera diversa rispetto l’ordinamento, la gerarchia, le abitudini di quell’universo in cui vivono; un’ora di libertà di pensiero. Ecco, invece che avere un’ora di libertà del cortile io cerco di dare un’ora di libertà di pensiero. 

    Secondo lei, per quale motivo i detenuti scelgono di partecipare alle sue lezioni? È solo una strategia per fare bella figura col magistrato di sorveglianza o c’è di più?
    «Per quanto posso aver in questi anni percepito, i detenuti tendono a provare il maggior numero di attività che vengono proposte, che rompono la routine della vita carceraria. Ovviamente, la frequentazione a questo tipo di incontri è legata all’interesse che stimoli in loro: se riesci a cogliere un po’ del loro interesse e a creare un rapporto di do ut des, di input e output, allora riesci nell’obiettivo che ti eri preposto. È poi la persistenza, la regolarità di frequenza che testimonia o meno il loro interesse; che, comunque, è legato soprattutto al fatto di avere un rapporto con un estraneo al di fuori di quelli che sono gli ambiti familiari o quelli più strettamente giuridici, legali o di sorveglianza della struttura carceraria stessa».

    Per i detenuti è solamente uno svago o qualcosa che davvero potrà aiutarli a cambiare la “prospettiva”?
    «La funzione in questo caso non è tanto di svago. Per “svago” si intende un qualche cosa posto in essere per non pensare alla propria situazione; questo secondo me vale in una misura minore perché è troppo breve il tempo in cui si svolge l’attività. Contemporaneamente, non ho la pretesa di poter cambiare la loro forma mentis, di nuovo perché è troppo ridotto il tempo con cui sto a contatto con persone tra loro molto eterogenee. Penso che la finalità sia quella di capire che non c’è solo il mondo che immaginano, fuori, ma c’è qualcuno che prova a entrare e a confrontarsi con loro; rafforza un po’ un senso di identità personale. Ecco, se si arriva a quello, è già tanto. Si vuole sviluppare un po’ di più un senso critico di fronte a riflessioni totalmente lontane, come circostanze e come tempi, rispetto a quello che può esser successo loro; una riflessione che magari stimoli anche l’autocritica ma, nello stesso tempo, un senso di identità». 

    Consiglierebbe ai suoi colleghi, storici o professori di altre materie, di partecipare a un’iniziativa simile?
    «Sì, perché ciascuno per le proprie competenze può fare quello che io faccio con le discipline che conosco. Sicuramente sarebbe più variegata l’offerta e si riuscirebbe a intercettare meglio le singole personalità. Io posso incontrarne alcune con sensibilità vicine a quello che è l’ambito di mia conoscenza ma tralasciarne altre che sono un po’ più distanti».

    Lei ai carcerati dà la sua conoscenza, possiamo dire; loro a lei danno qualcosa?
    «Questa è una domanda molto importante. Io dico sempre, quando inizio le mie lezioni, che sono più loro che danno a me di quanto io dia a loro, perché mi hanno permesso in questi anni di incontrare una realtà che conoscevo solo per interposta persona. Il contatto con un’umanità così variegata e così diversa non può che arricchire umanamente anche chi va lì con la modestia di insegnare davvero qualche cosa. Che, tra l’altro, è un contatto molto rispettoso delle regole del carcere, un contatto di grande coerenza di queste persone: mi era stato raccomandato, ed è un impegno che ho anche firmato con la struttura carceraria, di non far assolutamente mai da ponte a qualsivoglia tipo di richiesta di un carcerato; ecco questo è un aspetto importante perché ormai in tre anni nessuno mi ha mai detto nemmeno di portare loro un nichelino, una fotografia, c’è stata da parte loro una correttezza ai regolamenti davvero notevole. Le uniche richieste sono state al limite di qualche approfondimento delle cose che ho spiegato e, quando ho potuto, ho portato qualche libro, ma in tutti questi anni non c’è mai stato nemmeno un caso di una richiesta personale».

    Un’ultima domanda, più che altro una curiosità: com’è lo studente detenuto rispetto allo studente universitario “classico”?
    «Beh [ride…], se si può parlare di studenti, non hanno il patema di dover sostenere l’esame, e non avendo questo pensiero secondo me sono molto più aperti nell’interconnessione col docente, nell’interscambio di opinioni sono molto più liberi per il fatto che manca quello che è il…

    …timore reverenziale?
    Esatto…manca quello che poi è l’obiettivo che vuole raggiungere uno studente, ossia il superamento dell’esame, per cui ci si concentra su quello che dico io per poi riuscire a rispondere in sede di esame. Mancando questo riscontro, in queste circostanze il contatto è molto più libero, molto più aperto».

    Se non un apprezzamento all’iniziativa del professor Maccarini e la speranza che altri seguano il suo esempio, c’è ben poco da aggiungere. Forse basta ricondurre l’attenzione alla frase più emblematica di questa intervista, “un’ora di libertà di pensiero”: qualcosa a cui anche noi “liberi” dovremmo davvero fare attenzione, perché non ci sono solo prigioni di mattoni e ferro.

    Alessandro Magrassi

  • Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    edith-ferrariIn molte libere professioni l’ostacolo per l’affermazione professionale dei cittadini stranieri è rappresentato dal riconoscimento dei titoli accademici conseguiti nel paese di origine. La storia di Edith Ferrari, psicologa e psicoterapeuta residente a Genova dal 1991, nata in Perù da padre di origine italiana, e attualmente presidente del Colidolat (Coordinamento ligure donne latinoamericane), ci parla di un percorso a ostacoli costellato da studi universitari che è stata costretta a riprendere quasi da capo, dalla necessità di spostarsi per lezioni ed esami in una città diversa da quella di residenza e dalla difficoltà di trovare gli impieghi temporanei necessari per sostenere i costi del percorso di studi.
    Ora ha raggiunto il suo obiettivo professionale e opera nella nostra città come psicologa/psicoterapeuta libera professionista, collabora con la Casa circondariale di Pontedecimo e con l’ospedale Galliera nell’ambito del progetto SOSstegno Donna, dedicato alla cura e all’assistenza delle persone vittime di maltrattamento relazionale che accedono al pronto soccorso. In passato si è occupata dell’inclusione scolastica degli alunni di origine straniera.

    Grazie alla sua esperienza, in questa seconda puntata di “Nuovi genovesi” ci soffermeremo sul tema del contrasto alla violenza relazionale e, in particolare, alla intimate partner violence (violenza sulle donne ad opera del partner). Un fenomeno strutturalmente e storicamente sommerso, spesso confinato tra il segreto di mura private, tanto che correntemente viene utilizzata l’espressione “violenza domestica”, e che solo recentemente sta iniziando a emergere in maniera più significativa.
    Ribaltando un radicato stereotipo che rappresenta l’aggressore come lo sconosciuto per eccellenza, la stragrande maggioranza degli autori di violenza relazionale sono mariti o ex mariti, conviventi (o ex), fidanzati (o ex). Il senso comune (e molte analisi superficiali o strumentali) correlano la violenza di genere all’origine geografica, alla confessione religiosa, al disagio economico-sociale o a un mix di questi fattori; non è infrequente chi lega direttamente l’apparente aumento delle violenze sulle donne (che potrebbe essere dovuto invece a una maggiore emersione) all’accresciuta presenza di immigrati e residenti di origine straniera.
    La testimonianza di Edith ci racconta una realtà diversa, una realtà assolutamente trasversale.
    Non esistono rilevanti differenze di origine geografica, istruzione e posizione sociale fra gli aggressori e simile è la tipologia delle violenze inflitte; solo, in alcuni contesti o culture, le donne possono tendere a sopportare di più la violenza relazionale.
    La presenza di una professionista di origine straniera e bilingue, che ha vissuto personalmente l’esperienza migratoria e che può comunicare in maniera immediata con donne della comunità linguistica ispanofona, la più diffusa a Genova, si è dimostrata un valore aggiunto per aumentare la consapevolezza delle donne immigrate rispetto al fenomeno della violenza relazionale e a renderla sempre meno tollerata e sopportata dalle donne stesse e dalla sensibilità pubblica.

    Quando sei arrivata in Italia eri già in possesso di una laurea. Che percorso hai dovuto fare per vedere riconosciuto il tuo e l’esercizio della professione di psicologa?
    «Mi sono laureata in Psicologia clinica in Perù nel 1990 e abito in Italia dal 1991. Mi sono re-iscritta a psicologia nel 1992 e mi sono laureata in un’università italiana nel 1995! I miei studi precedenti sono stati riconosciuti solo parzialmente, ho dovuto reiscrivermi all’Università e frequentare il terzo, quarto e quinto anno. Mi sono dovuta spostare a Torino, perché allora a Genova non esisteva il corso di laurea in Psicologia. In seguito ho conseguito la specializzazione in psicoterapia ad indirizzo lacaniano all’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma e un master in Criminologia all’Università di Genova nel 2012. Ci sono stati molti sacrifici: spostarsi in altre città, non tornare per molti anni in Perù, conciliare studi e vari lavori temporanei per sostenere le spese della laurea. Sono riuscita a farli perché sapevo che lo facevo per prendere la laurea, che non ero condannata a fare quel lavoro per sempre. Ora ho la fortuna di fare il mio mestiere, quello che ho scelto, di lavorare in quello che è mio! Il problema è che qui in Italia studiare costa molto. Io ho avuto una famiglia e un marito che mi hanno appoggiato, ma come potrebbe riuscire a laurearsi una persona sola e che deve mandare soldi alla famiglia? Laurearsi costa molto, in molti esami c’erano i libri scritti dai professori da comprare e gli ostacoli burocratici mettono a dura prova la voglia di farlo! Io ci sono riuscita perché lavoravo poche ore al giorno, avevo un marito, non avevo figli in Perù e i miei genitori non erano soli, non essendo l’unica figlia. E poi c’è tutta la vita degli affetti che per un immigrato è molto complicata, ed è una cosa che raramente il cittadino medio pensa. Se i miei genitori, o i miei figli, sono in Perù, non è che posso prendere il treno e andare a trovarli nel fine settimana».

    Per quanto riguarda l’iscrizione all’Ordine Professionale o la partecipazione a concorsi, hai avuto personalmente o sei a conoscenza di limitazioni di accesso legate al possesso della cittadinanza italiana?
    «Personalmente ho la cittadinanza per famiglia, perché l’Italia riconosce l’ascendenza familiare fino alla terza generazione. Come cittadina italiana, ho partecipato a concorsi per incarichi a tempo determinato e a progetto, nei quali era richiesto essere residenti, regolarmente soggiornanti in Italia e a posto coi documenti, ma non mi risulta che ci fosse il requisito della cittadinanza.
    Nel mio caso il problema ha riguardato non l’iscrizione all’ordine professionale, ma il riconoscimento degli studi e della laurea. Gli Stati Uniti, che riconoscono le lauree acquisite all’estero senza problemi, sono più furbi…si trovano molti professionisti qualificati sul territorio senza dover fare grossi investimenti».

    Le statistiche sulla violenza domestica vedono la Liguria fra le regioni italiane con un maggior tasso di ”vittimizzazione” per violenza fisica. Ci illustri brevemente la tua esperienza e le caratteristiche del tuo lavoro presso l’ospedale Galliera?
    «Qua arrivano le vittime di violenza domestica, fisica, psicologica ed economica. A volte in modo spontaneo, a volte accompagnate dalle Forze dell’Ordine. A tutte le donne che arrivano, noi offriamo un ciclo di incontri gratuiti e dopo dobbiamo passare i casi ai centri territoriali.
    E’ molto importante il lavoro degli infermieri del triage perché sono molti i casi di violenza mascherata, le classiche donne che affermano di essere “cadute”, le persone che arrivano con stati di ansia o panico, appelli che la persona fa perché non riesce a comunicare diversamente.
    Il nostro scopo è accompagnare queste persone alla consapevolezza, a mettere fine a una relazione mortifera che contribuiscono a tenere in piedi, quello che noi chiamiamo rettifica soggettiva.
    La denuncia, che è solo l’inizio, è destinata a decadere se non è accompagnata dalla ferrea consapevolezza della donna. Noi dobbiamo farle capire perché va ad incontrare sempre lo stesso tipo di persona. Nell’anamnesi di queste persone ricorrono gli incontri con uomini che le maltrattano; possono cambiare partner, ma è come se si innamorassero sempre della stessa persona. Se tu puoi dire di no, o dire di sì, perché dici sì? È questo che dobbiamo farle comprendere. In questa vita tutto ha un limite, ma per alcune donne questo limite non esiste».

    Qual è l’incidenza percentuale delle donne straniere rispetto agli accessi al pronto soccorso?
    «Il 60% dell’utenza femminile è composta da italiane e il 40% da straniere. La maggioranza è di origine sudamericana, la comunità a Genova più numerosa. Nella tipologia di maltrattamenti, non ci sono grandi differenze tra straniere e italiane, non prevale in un gruppo la violenza fisica piuttosto che quella psicologica. Per alcuni versi, la donna immigrata è più vulnerabile per tutte le questioni legate al soggiorno e ai documenti».

    La violenza domestica e sulle donne nelle sue diverse forme è trasversale o ci sono picchi specifici legati alle differenze culturali o al disagio sociale ed economico?
    «La violenza è un fenomeno assolutamente trasversale. Qua arrivano donne italiane e straniere, arrivano donne laureate, con un lavoro, economicamente autonome che potrebbero cavarsela da sole. Noi vediamo una gamma completa di posizioni socioculturali ed economiche, sia tra le straniere che tra le italiane. Nella maggioranza dei casi, i maltrattamenti durano da anni, sono pochissime le persone che vengono al pronto soccorso la prima volta che il partner le ha picchiate. In questi anni molte donne provenienti da culture nelle quali il fenomeno della violenza è più sopportato cominciano a prendere coscienza che tutto ha un limite, e questo è un fatto per noi assolutamente positivo».

    La presenza di una psicologa di origine straniera e bilingue può essere utile per incoraggiare le donne straniere a ricorrere a questo servizio e intraprendere un percorso di consapevolezza e emancipazione dalla violenza?
    «Sì, certamente è un valore aggiunto. L’ospedale Galliera è in questo momento l’unico a offrire un servizio del genere e l’unico a contare su una psicologa e psicoterapeuta bilingue. Non ce ne sono molte in Liguria e in generale in Italia. Personalmente mi è stato utilissimo il corso di mediazione culturale attivato a Genova nel 1995, uno dei primi in Italia. Per certi tipi di quadri clinici è importante non solo la laurea, la formazione, l’esperienza, ma soprattutto il lavoro su se stessi. Chi lavora con sex offenders, donne maltrattate, rifugiati e richiedenti asilo che venendo qua hanno perso tutto e spesso subito violenza fisica e psicologica (fra di loro ci sono molte donne che sono state violentate) si confronta con sofferenze molto profonde. Puoi avere tutte le lauree di questo mondo ma, se non hai fatto un lavoro su te stesso, rischi il burnout. Essere psicologa e straniera ha implicato investimento sulla mia formazione e un lavoro su me stessa non da poco».

     Hai lavorato per molti anni come psicologa in progetti nel mondo della scuola: come valuti l’evoluzione del rapporto fra la scuola italiana e le giovani generazioni di origine straniera nell’ultimo decennio?
    «I figli degli stranieri nati in Italia o arrivati nell’età della materna sono più agevolati, strutturati mentalmente e capiscono benissimo la logica italiana. Chi è arrivato a 9/10 anni o in età adolescenziale, ha più problemi e su di loro c’è attenzione insufficiente; molti hanno anche smesso di studiare. Si rischia di avere una generazione semi-analfabeta nella propria lingua madre, ma anche in italiano, perché non leggono. Questo non è un danno solo per lo straniero, può essere un boomerang per quel paese che lo consente, un danno per tutta la società.
    Con la crisi, molte famiglie, soprattutto sudamericane, con figli adolescenti arrivati qua a 6 o 7 anni, sono state costrette dalla perdita di lavoro e della casa a tornare nel paese d’origine. E’ stata una generazione molto provata da tutti questi cambi di colori, di odori, di clima, che possono essere molto destabilizzanti per una ragazzina o un ragazzino.
    In un passato recente, molte scuole di “barriera” erano attive con iniziative e progetti, avevano a disposizione un budget in più per attivare laboratori e attività dedicate, molti progetti erano coordinati dal Centro risorse alunni stranieri, io stessa ho lavorato come psicologa in sportelli pagati direttamente dalle scuole, tramite fondi canalizzati. Negli ultimi anni, ho notato un’evoluzione in senso regressivo e uno scarso riconoscimento, non solo economico, del lavoro degli insegnanti.
    Nel mio lavoro ho conosciuto molti docenti che avevano l’umanità, l’elasticità mentale di mettersi in gioco, di capire che se il modo in cui ho insegnato finora mi serviva, ora non mi serve più, perché il target è cambiato. È molto più facile dire: è lui che non capisce che chiedersi “come posso fare io per farmi capire?”».


    Andrea Macciò

  • Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    migranti-ventimiglia-campo-improvvisatoDopo l’attuazione del piano Alfano, non potendo più dormire in spiaggia, un centinaio di migranti ha trovato riparo sotto al ponte dell’autostrada, lungo il fiume Roya, a Ventimiglia; meno di una decina di tende, un accampamento piccolo, ma destinato a crescere, stando alle previsioni per la prossima estate. Un posto che solo il rispetto nei confronti di queste persone, che lottano perché la loro dignità di esseri umani sia riconosciuta, impedisce di definire squallido. Mentre nei palazzi si discute sul come gestire l’emergenza migranti, Era Superba è andata a verificare e documentare quello che sta succedendo in uno dei tanti luoghi di confine fra legalità e clandestinità che stanno sorgendo nel nostro Paese.

    I migranti, per paura di possibili ripercussioni, lasciano malvolentieri l’accampamento. Mangiano una volta al giorno il pasto della Caritas e dormono per terra, sui sassi, perché le tende non bastano per tutti. Alcuni abitanti del quartiere si fermano a osservare dalla strada, ma non si avvicinano. Ci sono alcuni solidali che cercano di aiutare, organizzando distribuzioni di cibo, di vestiti e di coperte, e accompagnando chi ha bisogno al Pronto Soccorso. Fra i pochi italiani che incontriamo, un giovane medico di Torino, che ha deciso di trascorrere una giornata all’accampamento per visitare chi ha bisogno di cure: si tratta per lo più di ragazzi con disturbi poco gravi, problemi gastrici legati alla cattiva alimentazione o influenze e raffreddori dovuti al clima freddo. C’è anche qualcuno che lamenta dolori alle articolazioni, raccontando di percosse subite da alcuni agenti di polizia.

    Anche il dottor Antonio Curotto e la dottoressa Amelia Chiara Trombetta, della Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM), hanno visitato l’accampamento. Anche se in Italia gli stranieri hanno diritto all’assistenza del Servizio Sanitario Nazionale, chi non ha presentato la richiesta d’asilo ha solo una tessera per straniero temporaneamente residente (Tsp), che dà diritto alle cure e all’assistenza a malattie croniche. La dottoressa ci spiega anche che la SIMM si batte perché gli stranieri in transito abbiano gli stessi servizi di tutte e altre categorie, anche perché il “transito” di queste persone copre un periodo di tempo lungo e il viaggio da cui sono reduci è traumatico. In Italia non esiste un regolamento che affronti questa emergenza: la situazione è variegata e solo alcuni ospedali si sono dotati di Uffici per stranieri, gestiti da volontari. «I medici del pronto soccorso – afferma la dottoressa – non possono rifiutarsi di curare gli stranieri. Qualche anno fa era stato paventato da parte del governo l’obbligo di denuncia degli irregolari, provvedimento osteggiato dai vari ordini nazionali di categoria: la norma non venne successivamente approvata ma provocò comunque un crollo di accessi al Pronto Soccorso». Tuttavia, il servizio di pronto soccorso non risulta essere adeguato a una situazione del genere: la Asl locale dovrebbe farsi carico di quella che Trombetta definisce come una «piccola emergenza sanitaria: le persone vivono in situazioni precarie, esposte all’umidità del luogo e alle intemperie, non possono cambiarsi i vestiti, cosa grave nel caso in cui si diffondessero infezioni. Sono molto probabili le infezioni semplici, per esempio alle vie urinarie, per l’assenza di bagni, e l’eventuale contagio di altre già in atto e derivanti dal viaggio. Ci sono ragazzi, madri, bambini a cui noi impediamo il movimento e non garantiamo il diritto alla prevenzione e alla protezione della salute, che è garantito e tutelato non solo dalle leggi nazionali, ma dalle normative comunitarie e dall’ONU. Le istituzioni europee parlano della salute come di un diritto fondamentale, i parametri determinanti il livello di salute sono l’abitazione, l’acqua, l’accesso alle cure e alle infrastrutture: queste persone non hanno, o quasi, accesso a nessuna di queste cose».

    I migranti che si trovano all’accampamento sono per lo più uomini, si contano meno di una decina di donne e due bambini piccoli. Tra loro sono presenti due famiglie: un papà e una mamma eritrei, con un piccolo di 9 mesi, e tre sorelle, una delle quali incinta, accompagnate dal marito di una di loro e dalla loro bambina di un mese. Si tratta in prevalenza di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana: per attraversare il deserto, raccontano, hanno dovuto pagare dei passeur e dopo una settimana, o più, di viaggio in jeep, sono arrivati in Libia, dove li attendeva la prigione. Clandestini e senza documenti, vengono trattenuti in carcere per un anno: raccontano di percosse e maltrattamenti dei secondini locali. Una volta fuori, ricominciano il viaggio: ancora passeur e ancora denaro per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Italia.

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Tra le storie più commoventi, quella di R. un ragazzo pakistano di 30 anni: partito per la prima volta dalla regione di Sialkot nel 2007 e sbarcato a Lampedusa. Dopo il suo trasferimento a Crotone e il respingimento della domanda di asilo, ha ricevuto il foglio di via ed è stato rimpatriato. Ma non si è arreso: nel 2015 è partito di nuovo per andare in Libia e, da lì, con un barcone, in Sardegna. Dopo un altro diniego di asilo, è stato incarcerato a Oristano: 6 mesi e 15 giorni di cui non ha voluto raccontare nulla, se non che in carcere non gli era concesso telefonare e che lavorava 4 ore al giorno, 6 giorni alla settimana per 212,12 euro mensili. Ci ha mostrato una foto, fatta in occasione della prima identificazione: sulla fototessera, si vede un ragazzo giovane, con i capelli folti, lo sguardo fiero. L’uomo che ci siamo trovati davanti è dieci anni più vecchio e soprattutto stanco, triste e spaventato.

    La gestione sanitaria in essere, o meglio, questa “non gestione” da parte delle istituzioni che abbiamo documentato, nell’immediato futuro potrebbe portare a conseguenze gravi, soprattutto se le previsioni numeriche dei flussi migratori dell’estate oramai alle porte si concretizzassero. L’assenza delle istituzioni mette centinaia di persone a serio rischio, negando di fatto il diritto alla salute; in questi accampamenti, e in tutta l’enorme questione dei migranti, sempre meno si riesce a riconoscere quell’Europa dei diritti di cui crediamo di fare parte.


    Ilaria Bucca

  • Comune, il voto sul bilancio tiene a galla Doria. Ma c’è qualcuno che lo vuole veramente mandare a casa?

    Comune, il voto sul bilancio tiene a galla Doria. Ma c’è qualcuno che lo vuole veramente mandare a casa?

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaPuò tirare un sospiro di sollievo il sindaco Marco Doria. Il bilancio previsionale 2016 del Comune di Genova, da cui sostanzialmente dipendeva la sua permanenza a Palazzo Tursi, è stato approvato in Consiglio comunale con 19 voti favorevoli (Pd, Rete a Sinistra, Stefano Anzalone del gruppo misto e Guido Grillo, Forza Italia), 15 contrari (2 Lista Musso, 4 Movimento 5 Stelle, 3 Pdl, Alfonso Gioia – Udc, 1 Lega, 2 Federazione della Sinistra, Franco De Benedictis – fittiano del gruppo misto, e Gozzi – Percorso comune ed ex Pd) e 2 astenuti (Salvatore Caratozzolo e Gianni Vassallo di Percorso Comune). Evitato il commissarimento, fosse solo per il bilancio o per tutto l’ultimo, lungo anno di amministrazione che ci separa dalle elezioni del 2017. Sospiro di sollievo, si diceva ma non certo bottiglie di spumante da stappare. D’altronde, è lo stesso Doria a dire, pochi minuti dopo la votazione, che non «c’è nessun tono trionfalistico ma la soddisfazione di aver portato a casa un bilancio delicato e l’impressione che questa giunta, secondo larga parte del Consiglio comunale, deve continuare a governare la città. La voglia di metterci sotto scacco è probabilmente il desiderio solo di qualche consigliere comunale, minoritario e inconciliabile con noi».

    Tutti i soccorsi a Doria

    I motivi sono molteplici. Intanto perché, nonostante le smentite del caso, negli ultimi giorni i corridoi di Tursi erano molto più simili alle strette vie di un suq che alla sede del municipio. Forse, come mai prima d’ora, quello che in molti hanno definito “il mercato delle vacche” è il tema che ha tenuto più banco nell’agenda politica del Comune nelle ultime ore. E il sindaco, suo malgrado, ha dovuto trasformarsi in abile mercante per portare a casa le astensioni di Vassallo e Caratozzolo ma, soprattutto, il sì di Stefano Anzalone che potrebbe garantire un prezioso sostegno anche per il futuro della giunta Doria. Un sostegno non proprio gratuito. Dopo un sostanzioso emendamento sugli impianti sportivi accolto la scorsa settimana con l’approvazione del Piano triennale dei lavori pubblici, infatti, sono sempre più insistenti le voci che vedrebbero promessa (e restituita) all’ex membro della giunta Vincenzi, la delega allo Sport, da sottrarre all’assessore Pino Boero. Niente rimpasto di giunta, però. Boero resterebbe al proprio posto per quanto riguarda la gestione delle scuole e delle politiche giovanili, mentre Anzalone verrebbe promosso sul campo a consigliere delegato.

    Certo ad aiutare la giunta, non si sa quanto solamente in maniera causale, sono state anche e soprattutto le 5 assenze dell’opposizione che si sarebbero facilmente potute tradurre in altrettanti, e questa volta sì decisivi, voti contrari: Mauro Muscarà (Movimento 5 Stelle), Mario Baroni (gruppo misto, ex Pd e vicepresidente del Consiglio), Pietro Salemi (capogruppo Lista Musso), Salvatore Mazzei (gruppo misto in “quota Fitto”), Paolo Repetto (Udc).

    musso-malatestaNel corso della giornata che ha portato alla votazione conclusiva del bilancio, per un momento, è sembrato che addirittura un aiuto impensabile a Doria sarebbe potuto arrivare anche dall’ex rivale di campagna elettorale, Enrico Musso. La giunta, infatti, oltre a 9 emendamenti della maggioranza (7 Pd e 2 Lista Doria) e 1 di M5S, ne ha accolti ben 8 del già senatore. Ma il “salto della quaglia” non c’è stato. Anche se lo stesso Musso ha sottolineato di aver «accolto con favore e sorpresa questa apertura della giunta» e ha dato atto «pubblicamente al sindaco che questo accoglimento non è stato frutto di alcun tentativo di captatio benevolentiae». Il professore persino ha anche aggiunto di sperare che «in qualche modo, le manovre di questi giorni siano servite al sindaco per rinforzare la maggioranza: non è un controsenso, perché ho davvero a cuore l’interesse della città che non passa certo per un commisariamento».

    Un tema ripreso anche dallo stesso Doria. «Non ci sono stati scambi politici – ha detto, dopo il voto, il primo cittadino – ma un rapporto trasparente e un confronto serio e aperto con consiglieri comunali che non hanno un atteggiamento pregiudizialmente contrario alla nostra maggioranza». Il sindaco ha ribadito, poi, che non intende farsi «mettere sotto scacco da nessuno. Ci sono cose che una giunta ha il dovere di accettare in un confronto trasparente con il Consiglio, discutendo interventi puntuali che possano riguardare investimenti o stanziamenti di parte corrente compatibili con la mia idea di città».

    L’incredibile appoggio di Guido Grillo

    Nei fatti non ha aiutato Doria, perché i numeri lo hanno reso ininfluente, ma ha destato sicuramente grande scalpore, il voto favorevole del decano del Consiglio comunale, ovvero Guido Grillo, Pdl in quota Forza Italia, che si è anche visto accogliere dalla giunta 62 ordini del giorno. Benché i colleghi di partito non abbiano grande interesse a privarsi della collaborazione di un instancabile produttore di documenti per il Consiglio comunale, nessuno ha preso bene il “tradimento”. La sua capogruppo, Lilli Lauro, pochi minuti dopo la votazione si è detta «molto arrabbiata» e ha annunciato anche la possibilità della convocazione di un coordinamento metropolitano del partito per valutare persino l’espulsione di Grillo. «Il voto positivo di Grillo – ha detto ancora la Lauro – significa sostanzialmente che apprezza il bilancio e si adegua alla linea di centrosinistra, andando contro alle idee dell’opposizione e a quello che sta facendo la Regione con la giunta Toti. Votare un bilancio, vuol dire mettersi nell’ottica di seguire una linea politica e, allora, approviamo la scelta di dove mette i soldi Doria? Io no di certo. Non si fa così, fosse solo per rispetto dei colleghi di partito e degli elettori».

    Dal canto suo, Guido Grillo non fa un passo indietro e, all’agenzia Dire, attacca duramente proprio la sua capogruppo: «La Lauro non credo che possa emettere giudizi o sentenze: per farlo avrebbe dovuto partecipare ai lavori delle Commissioni, approfondire il bilancio, preparare documenti da sottoporre alla votazione del Consiglio e valutare se fossero stati approvati o meno». Così ha fatto il consigliere Grillo e, dopo essersi visto approvare 62 ordini del giorno sui 65 presentati (con i 3 restanti dichiarati inammissibili dalla segreteria generale), ha deciso di sostenere il bilancio. «Mi sono ritenuto soddisfatto – prosegue il consigliere – in quanto il mio contributo è stato recepito. Ora si tratta di gestire e verificare l’attuazione di questi documenti, ma i miei prevedono tutti un controllo entro l’annualità del bilancio». Grillo ricorda anche che «non approvare un bilancio a fine maggio, significherebbe che l’ente non sarebbe in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini, soprattutto dei ceti più deboli e più bisognosi delle politiche di welfare». Inoltre, c’è un aspetto politico che il consigliere non vuole sminuire: «Provocare le dimissioni di Doria – sostiene – sarebbe un grande regalo al Pd che ha già dimostrato più volte di mal sopportare il personaggio sindaco e ha tutto l’interesse che questi se ne vada, evitando di ritrovarselo candidato per il prossimo mandato, con le conseguenti spaccature, con o senza primarie. E, io, regali al Pd non ne voglio fare». Per Grillo «se, secondo il Pd, il sindaco opera male e non affronta i problemi, deve avere il coraggio di sfiduciarlo o votare contro delibere importanti come quella del bilancio» ma, soprattutto, «non può utilizzarlo per far passare privatizzazioni di servizi pubblici come Amiu o Amt che, invece, a settimane voteremo in Consiglio comunale».

    Alzi la mano chi vuole mandare Doria a casa

    consiglio-comunale-sala-rossaInsomma, è in quello che dalle nostre parti definiremmo “grande bailamme” che il sindaco si appresta ad affrontare il suo ultimo anno di mandato. Nessuno sembra veramente intenzionato a mandarlo a casa anticipatamente: intanto perché un commissariamento (non ci sarebbero i tempi tecnici per andare alle urne prima della scadenza regolare del mandato) difficilmente farebbe il bene della città; e, poi, perché nessuno, in fin dei conti, sarebbe già pronto ad affrontare una campagna elettorale. Il Pd perché non sa ancora (e, almeno fino al referendum costituzionale di ottobre, difficilmente lo saprà) da che parte è girato; la sinistra perché, come da tradizione, è sempre più divisa tra maggioranza, opposizione e contrasti tra reti comunali e regionali; l’Udc che in Regione si è ormai definitivamente riunita con il centrodestra ma a Tursi ha più volte lanciato una ciambella di soccorso alla giunta Doria; il centrodestra stesso che sta cercando di riorganizzarsi seguendo il grande appeal del governatore Toti ma che deve fare i conti con le divisioni nazionali che potrebbero compromettere definitivamente il rapporto con la Lega; e, last but not least, il Movimento 5 Stelle, alle prese con i contrasti tra “cittadini” del Comune, della Regione e del Parlamento che, peraltro, in caso di nuove elezione, al momento non pare potrebbero ricandidarsi.

    D’altronde, lo ha giustamente sottolineato la capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, ieri chi voleva mandare a casa Doria ha perso una grande occasione. «Non possono mancare 5 consiglieri di opposizione sulla delibera più importante dell’anno. Si poteva dare un segnale forte alla città mandando a casa il sindaco. Chi vuole fare opposizione deve stare saldato sulla sedia». Già, ma chi voleva veramente mandarlo a casa?

    Una domanda che molto presto potrà trovare una nuova riposta. Con il reintegro di Anzalone, la maggioranza potrebbe tornare a contare su 18 voti dei 41 totali: ancora troppo pochi per poter guardare con tranquillità al futuro. Ecco, allora, che sulle delibere più delicate, quindi, saranno sempre decisive assenze e astensioni di chi, opposizione o ex maggioranza, in fin dei conti, non vorrà porre fine anticipatamente a questo ciclo amministrativo. D’altronde, l’ha chiarito ancora una volta il sindaco che per portare a casa le prossime delibere delicate su Amiu e sull’attuazione del Blue Print «c’è bisogno di un confronto serrato con il Consiglio comunale, trovando anche un consenso più ampio di quello raggiunto oggi». La consapevolezza è un buon punto di partenza ma, a circa un anno da nuove elezioni, rischia di essere anche un punto di arrivo.


    Simone D’Ambrosio

  • Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Milano, Triennale, Renata FerriNata a Roma, milanese d’adozione, Renata Ferri è cresciuta assieme al giornalismo e all’editoria. Un percorso che da subito
    è stato accompagnato dalla fotografia. Oggi è tra i più importanti e influenti photo editor del nostro paese: un ruolo spesso sconosciuto ai non addetti ai lavori ma che “decide” il linguaggio fotografico di ciò in cui siamo immersi quotidianamente. Il quarto appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”, quindi, sarà l’occasione per allargare il discorso a tutto ciò che viene prima e dopo lo scatto, alla fase di studio, di
    scelta, di valutazione estetica. Era Superba, media partner della rassegna, anticipa in esclusiva i temi dell’incontro di mercoledì 18 maggio, parlandone direttamente con la protagonista.

    La professione del photo editor, sebbene cruciale per i meccanismi dell’editoria e dell’informazione, è spesso poco conosciuta tra i non addetti ai lavori: come spiegherebbe questo ruolo e la sua importanza?
    «Nel nostro Paese è una professione relativamente giovane. Solo nell’ultimo decennio i periodici italiani si sono preoccupati di avere il photo editor mentre i nostri quotidiani nazionali ancora non ne sentono l’esigenza. Siamo in ritardo rispetto agli altri paesi. Come giustamente afferma nella domanda, è un ruolo cruciale nella produzione dei giornali poiché dalle immagini passano oggi moltissimi contenuti che generano informazione. La capacità di produrre e selezionare storie o singole fotografie è frutto di studio ed esperienza e, oggi, di fronte al flusso continuo delle immagini che provengono dalla rete e dai social, ancora più necessario per evitare di cadere nelle trappole digitali e nella facile estetica».

    Partiamo dalle origini della sua carriera: quali sono stati i passaggi che l’hanno portata a intraprendere la strada del giornalismo e della fotografia?
    «Penso che il giornalismo sia nel mio dna. Conoscere il mondo, indagarlo, essere ovunque contemporaneamente e una passione politica, se mi consente l’utilizzo di un termine desueto o mal interpretato, hanno animato tutta la mia carriera. La fotografia è stata un incontro del tutto casuale, col tempo è sbocciata la passione e oggi posso tranquillamente dire che è una lunga e corrisposta storia d’amore».

    La fotografia è uno dei pochi “mestieri” che possono essere imparati e affinati fino a livelli altissimi anche totalmente da autodidatti: secondo lei esiste una relazione tra questo e l’evoluzione della “società dell’immagine” in cui siamo immersi?
    «Esiste poiché siamo “immersi” nelle informazioni visive, avvolti dalle immagini del mondo reale e di quello costruito. Possiamo essere autodidatti fenomenali. Senza dimenticare però che senza passione e senza studio non c’è mestiere che s’impari».

    Qualità e quantità: durante i precedenti incontri della “Settimanale di fotografia” si è molto dibattuto sulla necessità di una “educazione all’immagine”; il suo punto di vista è sicuramente privilegiato, che cosa pensa della questione, se esiste?
    «Non abbiamo una cultura d’immagine. Non si studia la storia dell’arte e tantomeno della fotografia. Pochissimi i corsi universitari peraltro nati solo recentemente. Abbiamo un gap di decenni. Non ci sono finanziamenti pubblici e non c’è la cultura delle donazioni per fotografia e conoscere attraverso essa. Il risultato è che chi lavora nell’ambito fotografico spesso s’improvvisa ma alle spalle non ha una preparazione solida. Sta cambiando ma dobbiamo iniziare a pensare ai bambini. Da lì si deve partire. Le immagini sono il loro patrimonio più importante e immediato. Devono conoscerle, utilizzarle per il loro sapere».

    Lavorando in riviste di settore, in cui il lato estetico è spesso collegabile ai trend e alla diffusione di brand, secondo lei esiste una soglia, una questione “etica” sulla progettazione, realizzazione e successiva post-produzione delle foto?
    «Penso che l’etica oggi riguardi più i fotografi che non le testate».

    Fotogiornalismo. In una recente intervista parlava di fine del “colonialismo fotografico”: da che cosa dipende? È solo una questione di diffusione di strumenti tecnologici o esiste un cambiamento più profondo?
    «Esiste una maggiore consapevolezza e una migliore istruzione per le persone che abitano il pianeta. Oggi sono in grado di guardarsi intorno e di raccontare le loro tragedie e le loro meraviglie».

    Torniamo alla quantità. Secondo la sua esperienza, esiste il problema dell’assuefazione a determinati contenuti fotografici che mettono a rischio la qualità e la preziosità dell’informazione che veicolano?
    «Se passo un’ora su Instagram o su Facebook o se cerco qualcosa in Google il rischio di assuefarmi e nausearmi è altissimo e dunque anche la voglia di uscirne».

    La sua esperienza è vastissima e spazia praticamente a 360°; esiste però un progetto particolare che non è ancora riuscita a realizzare e vorrebbe assolutamente farlo?
    «Penso di aver fatto pochissimo e francamente nulla di rilevante, se non grandi avventure umane. Oggi cerco di fare il più possibile perché temo di non avere abbastanza tempo per fare e vedere tutto ciò che vorrei. Le cose migliori però, sono certa, non le ho ancora fatte».

    Per chiudere, che cosa “porterà” a Genova per l’appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”? Di che cosa parleremo?
    «Non ne ho la più pallida idea. Mi hanno detto che si sarebbe trattato di un’intervista e così mi sono immaginata quelle brutte cose “una contro tutti”. La notte ho faticato a prendere sonno. Porterò a Genova me stessa con le poche certezze e la voglia di condividere con il pubblico i dubbi e la confusione di questo nostro tempo e, nello scambio, magari impareremo tutti qualcosa».


    Nicola Giordanella

  • Scalinata Borghese, l’odissea continua: progetto al palo e struttura in perenne abbandono

    Scalinata Borghese, l’odissea continua: progetto al palo e struttura in perenne abbandono

    Scalinata BorgheseScalinata Borghese, quando partono i lavori? Questo si chiedono gli abitanti del quartiere di Albaro quando pensano alla palazzina in stile liberty che occupa la terrazza più alta della gradinata costruita a inizio Novecento in piazza Tommaseo. Già da diversi anni la struttura dovrebbe essere oggetto di un’operazione di restauro e messa in sicurezza ma, ad oggi, nulla sembra muoversi.

    Per anni zona di spaccio di stupefacenti e ricovero di fortuna per i senza tetto, Scalinata Borghese è ritornata sotto gli occhi dei riflettori grazie alle azioni di diversi comitati di quartiere e dell’associazione “Riprendiamoci Genova” che hanno realizzato alcuni eventi con lo scopo di attirare l’attenzione di cittadini e istituzioni sull’ennesimo vuoto urbano.

    Queste iniziative hanno fatto sì che l’area, ormai poco frequentata dagli abitanti di Albaro per questioni legate alla sicurezza, come la scarsa illuminazione e il decadimento delle strutture, tornasse a far parlare di sé e della sua situazione sospesa nel limbo degli interventi di manutenzione, “imminenti” ormai da troppi anni per essere ritenuti tali e credibili.

    Sulle pagine di Era Superba abbiamo denunciato questa situazione già nel 2014 ma, in questi due anni, nulla sembra essersi mosso.

    Dal progetto allo stallo

    scalinata-borghese-d5Ufficialmente l’inizio della rivalutazione del manufatto risale al 2004, anno in cui la Progetti e Costruzioni s.p.a., società di proprietà del gruppo Viziano, presentò un progetto di recupero e riqualificazione attraverso lo strumento del project financing.

    I lavori, che prevedevano la costruzione di un ristorante con terrazza, sale per eventi e piccoli congressi, non hanno mai preso il via. La crisi economica e gli iter burocratici intrapresi per avere il nulla osta della Sopraintendenza ai Beni Culturali, sono gli elementi che, stando alle parole dell’ingegner Davide Viziano, hanno fatto sì che la situazione di Scalinata Borghese restasse immobile per oltre un decennio.

    Il canale utilizzato per ottenere la concessione dell’immobile, come detto, è stato quello del project financing, una forma di finanziamento, tramite cui le pubbliche amministrazioni possono ricorrere a capitali privati per la realizzazione di progetti e infrastrutture ad uso della collettività. Il funzionamento di questo strumento è semplice: i soggetti promotori propongono alla Pubblica amministrazione la proposta di finanziare, eseguire e gestire un’opera pubblica, il cui progetto è stato già approvato, o sarà approvato, in cambio degli utili che deriveranno dai flussi di cassa generati da un’efficiente gestione dell’opera stessa. L’impostazione classica di questo strumento prevede un’equa ripartizione del rischio tra il soggetto promotore (la cosiddetta “quota di equity” o “capitale di rischio”) e le banche (prestito obbligazionario) ma, sulla carta, il rischio viene prevalentemente assunto dal soggetto promotore.

    La società di Viziano ha assunto il ruolo di sviluppatore (soggetto promotore), prendendo in gestione la struttura e manlevando di fatto il Comune dagli interventi di manutenzione, con l’intento di trovare un gestore in grado di far fronte alle spese per la realizzazione del progetto e in grado di versare il capitale di rischio. Un gestore che a quanto pare è difficile da trovare visto il lungo periodo di stallo del progetto.

    Per mantenere il ruolo di soggetto promotore il gruppo dell’imprenditore edile versa al Comune di Genova 1.000 all’anno e nel contempo resta in attesa di trovare un gestore: questo si concretizza nel fatto che l’area resti inutilizzata. Mancando il gestore, i lavori non si muovono. La Progetti Costruzioni non ha interesse a utilizzare la struttura direttamente bensì quello di trovare un terzo a cui affidarla e per cui probabilmente realizzare i lavori di ripristino. Tali interventi, ad oggi, avrebbero un costo di circa 2 milioni di euro. Questi elementi inducono a pensare che per la Progetti e Costruzioni Scalinata Borghese sia più un investimento a costo minimo dal quale ricavare un grosso guadagno in futuro. Il Comune, dal canto suo, sembra non avere fretta di chiudere la pratica per non riprendersi nelle mani la cosiddetta “patata bollente”.

    Il rinnovo del progetto e le ipotesi di utilizzo

    scalinata-borghese-d4«Quest’anno non c’è stato alcun rinnovo – spiega l’ing. Davide Viziano – dopo tanti anni ci è stato rilasciato dalla Sopraintendenza dei Beni Culturali il permesso di costruire e di mettere mano alla struttura. Nel frattempo, però, le cose sono cambiate e la crisi, da cui il Paese stenta ad uscire, ha fatto allontanare molti soggetti che erano interessati all’operazione. Oggi i ristoratori sono molto più cauti nel fare investimenti così onerosi». La situazione sembra così tornare a un punto morto, anche se Viziano, come d’altronde succedeva due anni, continua a dirsi fiducioso: «Le cose si stanno muovendo, vedo più ottimismo giro attorno; nonostante la città sia ancora in affanno, due gruppi di ristorazione sembrano essere interessati al progetto. La nostra priorità resta comunque quella di trovare soggetti affidabili che siano in grado di rispettare gli impegni in modo da poter dar via all’operazione il prima possibile».

    Stando alle parole del costruttore, inoltre, esisterebbe anche la possibilità che ad occupare gli spazi della struttura liberty siano gli studenti del Conservatorio Paganini, attualmente “costretti” in pochi spazi per provare ed esibirsi. «In città non esiste una sala da concerto che possa contare su due o trecento posti – precisa Viziano – abbiamo quindi preso contatti con il Miur per trovare un accordo e tramutare gli spazi interni della palazzina in un auditorium per musica da camera».

    Ma dal Conservatorio non sembrano arrivare conferme alle dichiarazioni dell’ingegnere. Il direttore del Paganini, Roberto Iovino, ci informa di non avere particolari dettagli a riguardo: «Il Conservatorio da anni è alla ricerca di spazi aggiuntivi. In passato si era richiesto l’utilizzo della struttura di Scalinata Borghese e a tutt’oggi quell’edificio è di nostro interesse. Ma oltre a questo non esiste nulla di concreto se non, ripeto, un nostro interesse più volte espresso dai miei predecessori e anche, recentemente, dal sottoscritto».

    A quando una proposta concreta?

    scalinata-borghese-d6Come risulta evidente, a mancare non sono i buoni propositi ma le azioni concrete, la cui assenza sta tramutando la questione della scalinata in un’odissea dai connotati grotteschi. Nelle prossime settimane, la Costruzioni S.p.a dovrebbe consegnare nuovamente la documentazione, rivista e aggiornata, del project financing con la speranza che si presenti un soggetto gestore solido a cui affidare la struttura.
    Così non fosse, secondo i comitati di quartiere e anche secondo il presidente del Municipio Medio Levante, Alessandro Morgante, sarebbe auspicabile che il Comune riprendesse in carico la struttura interrompendo questo percorso per mettersi alla ricerca di un altro soggetto a cui affidare lo sviluppo di un progetto. Nel contempo, sarebbe importante portare avanti alcuni piccoli interventi di manutenzione di cui la zona necessita, come l’aumento dell’illuminazione notturna e la cura periodica degli spazi esterni alla struttura liberty.

    Ma, almeno per il momento, l’assessore ai Lavori Pubblici e Manutenzioni, Gianni Crivello, sembra voler lasciare la palla a Viziano: «Non si possono più prorogare i tempi. Siamo in attesa delle documentazioni dell’ingegner Viziano, imprenditore che riteniamo serio ed affidabile. La crisi l’abbiamo sentita tutti e anche per questo i tempi si sono allungati, ma contiamo di trovare un accordo entro le prossime settimane. Scalinata Borghese deve ritornare a essere un’area di pregio per la città». Una rinascita auspicata anche dagli abitanti di Albaro e non solo. Per il momento, però, la realtà parla di una Scalinata Borghese terra di confine tetra ed isolata.


    Andrea Carozzi

  • Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    catino-genovaLa si attendeva da tempo. La mostra sul Medioevo genovese, recentemente inaugurata presso il Museo di Sant’Agostino, è quel che si suol dire “un lieto evento”, soprattutto per un città che di quel Medioevo conserva ancora molto, anzi, moltissimo. Certo, sarebbe stato meglio rendere il percorso espositivo più lineare perché chi entra nella chiesa di Sant’Agostino si trova un po’ in balìa di se stesso; qualche pannello, inoltre, riflette schemi storiografici piuttosto compassati, senza contare che, a dispetto del titolo – Genova nel Medioevo. Una capitale del Mediterraneo al tempo degli Embriaci – di Embriaci si parla, in fin dei conti, poco. Ma, in fondo, si tratta di sensazioni personali: nel complesso, si può dire che il lavoro effettuato sia, comunque, eccellente. Chiunque desideri conoscere i punti salienti della storia medievale genovese ha tutti gli strumenti a disposizione; soprattutto, ha di fronte a sé tutto ciò che serve per farsene, in certo qual modo, un’idea chiara: tessuti, oreficerie, marmi, monete, e poi quel Catino, solitamente conservato nel museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, che non manca d’attirare su di sé lo sguardo del visitatore, anche di quello più distratto. Nell’inaugurare questa mia piccola rubrica mensile, mi sono detto: perché non trattare brevemente di qualcosa che raccolga in se la “genovesità medievale” nel più ampio significato del termine? Ebbene: come si vedrà, il Catino fa esattamente al caso nostro.

    Memorie dannunziane

    Garneray-genova-800Sarebbe troppo lungo elencare tutti coloro che hanno tratto spunto dal Catino per trattare di un’epoca nella quale, per così dire, Genova iniziava a “insuperbirsi”. Mi riferisco a quel medioevo centrale, compreso grossomodo tra i secoli X e XIII, che vide i Genovesi dare abbrivio alla propria espansione sui mari. Tra tutti, ho scelto il mio preferito: quel D’Annunzio che tanta parte ha avuto nel raccogliere e rielaborare i caratteri di quel “medievalismo risorgimentalistico” (o, se si vuole, di quel “risorgimento medievalistico”), che aveva fatto del Comune medievale e della sua “sacra espansione” sui mari una delle proprie fonti d’ispirazione. Ebbene: nel corso della guerra italo-turca, egli unì la propria vena medievistica, d’ascendenza prettamente carducciana e, dunque, profondamente, civica, con i più ampi orizzonti mediterranei, producendo autentici capolavori quali la Canzone d’Oltremare, la Canzone del Sacramento o la Canzone del Sangue, contenute in Merope, ritenuto il quarto libro delle Laudi. Nella Canzone del Sangue, una copia della quale fu donata dal poeta stesso, nel 1911, al Consorzio autonomo del porto di Genova, D’Annunzio prende spunto dal Catino per cantare la potenza genovese nel Mediterraneo:

    In Cristo Re o Genova, t’invoco.
    Avvampi. Odo il tuo Cìntraco, nel caldo
    vento, gridarti che tu guardi il fuoco.

    Non Spinola né Fiesco né Grimaldo
    trae con la stipa. Il sangue del Signore
    bulica nella tazza di smeraldo.

    S’invermiglia a miracolo d’ardore
    il tuo bel San Lorenzo, come quando
    tornò di Cesarèa l’espugnatore.

    Tornò Guglielmo Embrìaco recando
    ai consoli giurati, in sul cuscino,
    tra la sesta e il bastone di comando,

    tra la coltella e il regolo, il catino
    ove Giuseppe e Nicodemo accolto
    aveano il sangue dell’Amor divino.

    Era desso, l’Embrìaco, figliuolto,
    quei che fece al Buglione il battifredo
    onde il vóto santissimo fu sciolto.

    Con le mani che diedero a Goffredo
    la scala invitta, sopra il popol misto
    levò la tazza. E il popol disse: “Credo”.

    E ribolliva il sangue ad ogni acquisto
    di Terrasanta; e n’eri tutta rossa,
    il popolo gridando: “Cristo, Cristo!

    Cristo ne preste grazia che si possa
    andar di bene in meglio”. E la Compagna
    incastellava cocca e galèa grossa.

    Quel Catino che merita una visita

    Come si vede, il Catino possiede un’intrinseca simbolicità. Ma di che si tratta? Che cosa sappiamo di questo piatto dalla forma esagonale e dal colore tanto particolare? In realtà, Caffaro, il primo cronista genovese, autore di un opuscolo espressamente dedicato alla partecipazione dei propri concittadini alla crociata, non ne parla affatto. È Guglielmo di Tiro, vissuto in pieno XII secolo, a citarlo per primo, riportando verosimilmente quanto circolava su di esso. A suo dire, i Genovesi erano soliti mostrarlo ai visitatori più illustri, sostenendone il carattere smeraldino, attestato, in realtà, soltanto dal colore. Verso la metà del Trecento, Francesco Petrarca lo dirà comunque meritevole di visita, e ciò a prescindere dal materiale di cui era fatto. E, certamente, il Catino merita d’essere visto, e studiato, anche solo per scoprire che è probabilmente di fattura islamica, databile al IX-X secolo. Ciò che colpisce il visitatore, a ogni modo (quantomeno quello più attento e preparato) è la connessione tra l’oggetto e le vicende graaliche. Intendiamoci: non è affatto certo che i Genovesi, o, quantomeno, che l’élite colta cittadina, credessero di possedere davvero il piatto utilizzato da Gesù nel corso dell’Ultima Cena (o da Nicodemo per raccogliere il sangue del Signore crocifisso); solo che era comodo farlo. Tali connessioni, sviluppatesi nel corso della seconda metà del Duecento, erano sfruttate per impressionare, per mostrare a prelati, diplomatici e ambasciatori in visita a Genova (sempre che questi si lasciassero impressionare) la gloria e la potenza della città. Nell’agosto del 1287, ad esempio, il Catino fu mostrato al vescovo nestoriano Rabban Bar Ṣaumā, proveniente dall’Oriente, che lo descrive come “un bacile di smeraldo a sei facce” nel quale “Nostro Signore aveva mangiato la Pasqua con i suoi discepoli e che era stato portato lì al tempo della presa di Gerusalemme”. Lo stesso Iacopo da Varagine, arcivescovo di Genova tra il 1292 e il 1298, lascia trasparire, tuttavia, nella sua Chronica civitatis Ianuensis, la sua incredulità al riguardo, preferendo discorrere della sua mirabile fattura: un oggetto tanto perfetto non poteva essere frutto dell’ingegno umano; ciò lo rendeva senz’altro degno di venerazione.

    Il Catino non è una reliquia

    Il Catino, del resto, non fu mai al centro di un culto specifico: mai fu utilizzato, ad esempio, nella liturgia del Giovedì Santo o nella solennità del Corpus Domini (anche se permangano tracce di un suo utilizzo al principio della Quaresima); mai assurse al ruolo di reliquia, tantomeno di reliquia cristica. Non fu mai, ad esempio, fomite di miracoli, né meta di pellegrinaggio; e ciò, nonostante, le possibilità offerte dalla cosiddetta “materia di Bretagna” (per intenderci: tutto ciò che concerne santi graal, belle dame e cavalieri seduti attorno a un tavolo. Rotondo, naturalmente). Nel 1319, anzi, il Comune giunse perfino a impegnarlo al cardinale Luca Fieschi, come garanzia per un prestito di 9.500 lire, necessario per difendere la città contro l’assedio della coalizione ghibellina. Si trattava, a detta dei più, di un oggetto di valore (che fosse di smeraldo o meno poco importava): di una sorta di tesoro, testimone d’un epoca gloriosa per il Comune genovese, che aveva visto la cittadinanza fuoriuscire da un periodo di lotte civili e riunirsi sotto l’egida della croce. Un raro momento di concordia cittadina da serbare nella memoria.

    Un oggetto di valore

    genova-nel-medioevoIl Catino, dunque, possedeva un altissimo valore simbolico; e ciò ne aumentava l’appetibilità. Non a caso, nel 1409, l’arcivescovo di Genova, Pileo De Marini, avrebbe accusato il governatore francese della città di volerlo rubare. E non sarebbe stato l’unico: nel 1518, Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, si diceva preoccupato che l’oggetto – “il Sangradalo o il Catino dove mangiò Christo con li discipuli” – fosse sottratto e sostituito da una copia. Secondo Agostino Giustiniani, attento compulsatore delle memorie cittadine, nel corso del sacco di Genova del 1522 da parte delle truppe di Carlo V,

    [quote]il preciosissimo Catino con tutta la sacristia di San Lorenzo furono in gran pericolo di essere saccheggiati, perché un capitano Georgio Fereexperte, alamanno, tentò romper le porte et il muro di essa sacristia, ma i preti i quali erano serrati in quella fecero gran resistenza et i Padri del Comune, con riscatto di mille ducati, ottennero che il capitano alamanno si levassi dall’impresa.[/quote]

    Da quel momento in poi, il Catino fu mostrato poche volte. Ciò avrebbe alimentato le leggende, oltre che le descrizioni contrastanti. Pare, anzi, che ne fosse fatta una copia, di diversa misura, da tenere in bella mostra, serbando in un luogo segreto l’originale. Tali misure, a ogni modo, non impedirono a Napoleone di portarlo a Parigi. Era il 24 aprile del 1806. L’imperatore lo fece esaminare da alcuni esperti, che lo dichiararono di vetro. Tuttavia, le sue misure differivano da quelle rilevate, nel 1726, da uno dei suoi più illustri studiosi, il religioso Gaetano di Santa Teresa, che lo aveva detto alto 16 cm contro i suoi 9 cm attuali. Il Catino, a ogni modo, sarebbe stato restituito, anche se soltanto dieci anni dopo; per giunta rotto in undici pezzi, di cui uno mancante. Ed è così che è possibile ammirarlo, assieme al suo carico di rappresentazioni e, perché no, al dubbio che si tratti effettivamente dell’originale, esposto in bella mostra, nella chiesa di Sant’Agostino.


    Antonio Musarra

  • Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Bourbon Argos Rescue August 2015Giovedì 12 maggio, 50 stranieri irregolari, bloccati a Ventimiglia, sono stati trasportati in pullman a Genova, dove li ha attesi un volo charter, un aereo delle Poste, per il trasferimento coatto verso altri centri di identificazione. L’aeroporto è stato blindato per ore dalle forze dell’ordine. Sabato scorso il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, aveva visitato il comune ligure, annunciando la chiusura del centro di accoglienza della Croce Rossa di piazza Cesare Battisti e il trasferimento forzato degli stranieri che vivono nella città frontaliera. Il piano del ministro si è concretizzato nel dispiegamento di 60 uomini della polizia e altrettanti dell’esercito, che si sono aggiunti alle forze dell’ordine già presenti sul territorio. La soluzione per risolvere l’emergenza che Alfano ha annunciato è già, quindi, in atto: nei giorni scorsi, i controlli della polizia si sono intensificati e, stando alle testimonianze di alcuni attivisti, anche i maltrattamenti. Un deciso colpo di spugna per cercare di risolvere la “questione migranti”: l’allontanamento coatto permette, forse, di nascondere il problema ma, di certo, non lo risolve. Ancora una volta a pagarne le conseguenze sono i migranti. Si moltiplicano i tentativi disperati di passare il confine: martedì pomeriggio scorso, 40 persone hanno bloccato la ferrovia nei pressi del confine con la Francia, tentando di attraversarla in pieno giorno. Mercoledì mattina, gli agenti si sono recati sulla spiaggia di Ventimiglia per “sgomberare” un gruppo di stranieri che si era spontaneamente ritrovato sull’arenile per condividere qualche coperta e trovare riparo dal freddo notturno; secondo alcuni testimoni questo episodio avrebbe generato violenze: pare addirittura che un ragazzo eritreo, dopo aver subito percosse, abbia tentato di suicidarsi impiccandosi a un cavo elettrico. Secondo il ministro Alfano, questa è la fine dell’emergenza. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo sembra l’inizio di una tragedia ancora più grande.

    L’ordinanza Ioculano

    I fatti di questi giorni si inseriscono in un contesto che va avanti da mesi, complicato da un quadro normativo locale che non ha precedenti: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, già nel luglio scorso aveva vietato ai cittadini la distribuzione di cibo ai migranti. L’ordinanza 120/2015, “Divieto di somministrazione cibi nelle aree pubbliche ospitanti i migranti da parte di persone non autorizzate”, in vigore dal 2 luglio 2015, prevede che le persone non autorizzate, e quindi non in possesso dei requisiti igienico-sanitari, non possono dare da mangiare ai clandestini. Il provvedimento sottolinea che è la Croce Rossa ad essere incaricata della distribuzione di alimenti e considera anche che le alte temperature estive potrebbero danneggiare i cibi.

    Abbiamo cercato di capire il funzionamento e la reale applicazione dell’ordinanza andando direttamente in loco. Alcuni giorni fa, abbiamo assistito a Ventimiglia a una distribuzione di cibo, organizzata da alcuni cittadini della zona che, senza striscioni né forme di presidio permanente, stavano portando un po’ di riso bollito, verdure e cous cous ai migranti sulla spiaggia. L’intervento delle forze dell’ordine non si è fatto attendere e si è concretizzato con l’identificazione dei presenti. Due agenti hanno provato a illustrare la ratio della norma: si tratta, dicevano, di un problema igienico-sanitario che ha a che fare con il pericolo botulino, derivante dalla possibile mal conservazione degli alimenti. I poliziotti si sono appuntati i nomi di tutti i presenti (anche il nostro) e, successivamente, hanno trasmesso i dati alla centrale per un controllo. Gli identificati erano abitanti del Comune di Ventimiglia o di paesi limitrofi che portano, quando riescono, qualche pasto caldo o qualche alimento preconfezionato alle persone in spiaggia o alla stazione. Non temono la multa, perché, di fatto, è impossibile prenderla. L’ordinanza sindacale è fatta rispettare “solo” attraverso i controlli e le identificazioni da parte delle forze dell’ordine. È stato proprio uno dei due agenti a rimarcare il fatto quando gli veniva chiesto il perché non fossero state elevate sanzioni amministrative: «Noi non facciamo le multe, facciamo i fogli di via». In realtà, le misure sono più blande e si limitano, appunto, alle identificazioni, anche ripetute: uno degli attivisti presenti, infatti, era la sesta volta che finiva nella lista dei “cattivi”.

    Niente impronte, niente cibo

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceL’ordinanza è entrata in vigore l’estate scorsa, quando sulla spiaggia di Ventimiglia sorgeva ancora il presidio spontaneo nato dall’occupazione degli scogli da parte dei migranti, simbolo delle manifestazioni “No Borders”. All’epoca, questo provvedimento impediva agli attivisti di distribuire alimenti ai clandestini accampati sulla spiaggia, con il chiaro intento di arginare il fenomeno dell’occupazione e limitare i contatti fra la popolazione italiana e gli stranieri. L’ordinanza oggi rischia di ridurre alla fame le decine di persone che non ricevono i pasti dalla Croce Rossa ma solo un parco rancio della Caritas che, fino a qualche giorno fa, consisteva in quattro biscotti, una mela e una scatoletta di tonno, decisamente insufficienti a soddisfare le esigenze nutritive giornaliere di un adulto. La Croce Rossa, infatti, distribuisce i viveri solo ai migranti che sono stati già identificati. Chi si trova in strada, invece, rifiuta di fornire le proprie generalità, altrimenti non potrebbe più lasciare l’Italia. Lo dice il regolamento di Dublino, in vigore dal luglio del 2013, che impone agli immigrati di rimanere nel paese in cui vengono identificati: in altre parole, una volta forniti i propri dati, si deve attendere in Italia il giudizio della Commissione che si pronuncia sul permesso di soggiorno o sull’eventuale richiesta d’asilo. Ma l’obiettivo di molti, come è noto, è oltrepassare il confine con la Francia e, in alcuni casi, di andare in Inghilterra. Inoltre, non sono pochi i “clandestini” che dicono di non voler rimanere in un paese, il nostro, che potrebbe offrire loro un’accoglienza solo sommaria, in attesa di ricevere i documenti regolari che non sempre arriveranno. Peraltro, se tutti i migranti fossero identificati, il sistema di accoglienza italiano collasserebbe, come testimonia la ricerca di Medici Senza Frontiere, presentata pochi giorni fa a Genova.

    Solidarietà e attivismo come via d’uscita

    «L’attivismo è la soluzione». Questa è stata la conclusione di Giuseppe De Mola, il civil society officer di Medici Senza Frontiere, che sabato 7 maggio ha presentato a Palazzo Ducale “Fuori Campo”, il dossier sugli accampamenti informali che, in Italia, ospitano circa 10 mila immigrati rimasti fuori dal sistema di accoglienza. Secondo le stime di Msf, stando così le cose, nel corso della prossima estate sarà possibile sfamare e accogliere queste persone solo con l’aiuto di cittadini e associazioni di volontari. Le previsioni della ong sono state estese a Ventimiglia, dove, sempre secondo De Mola, si dovrà far fronte all’arrivo di un numero massiccio di migranti: un appello alla cittadinanza per nulla velato.

    Nonostante l’opinione espressa dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, la situazione, quindi, appare sempre più come un’emergenza umanitaria destinata a peggiorare nelle prossime settimane. Nella cittadina ligure, a pochi chilometri dal confine francese, arrivano profughi africani e asiatici: sono sudanesi, senegalesi, nigeriani, siriani, pakistani e non solo, intenzionati a passare la frontiera a ogni costo. Ci provano in treno o in auto, o con l’aiuto, pagato caro, dei passeur; ma anche a piedi, di notte, lungo la ferrovia. Sono uomini, donne (alcune anche incinte) e bambini disperati e affamati, che in testa hanno solo la fuga. E, negli occhi, la paura.

    Ilaria Bucca

  • Voltri, entro fine estate riapre la biblioteca Benzi. Pronto il progetto definitivo, ecco le novità

    Voltri, entro fine estate riapre la biblioteca Benzi. Pronto il progetto definitivo, ecco le novità

    biblioteca-benzi-voltriSulla porta d’ingresso della biblioteca Rosanna Benzi di Voltri ci sono le sbarre. E un cartello che avvisa laconicamente “la biblioteca è ancora in manutenzione”, scusandosi per il disagio. I lavori sono in corso dal 14 marzo del 2015, quando la biblioteca venne chiusa pochi giorni dopo un’inaugurazione che aveva suscitato molto entusiasmo, ma che, col senno di poi, suona come un’ulteriore beffa per i cittadini del ponente genovese. A parte quella breve parentesi, Voltri attende la propria biblioteca ormai dal novembre del 2013, quando pesanti infiltrazioni dal soffitto ne resero inevitabile la chiusura.

    La biblioteca voltrese si affaccia su piazza Odicini, dove i bambini giocano sugli scivoli e gli anziani passano interi pomeriggi a chiacchierare seduti sulle panchine. Assieme al Teatro Cargo e alla Banda musicale voltrese costituisce il “cuore culturale” della delegazione, esempio positivo di riqualificazione dei capannoni ex-Ansaldo, che nei loro ampi spazi ospitano anche società sportive di pallavolo, bocce e tennis e un circolo Anpi. Proprio la longevità della struttura (costruita nel 1860) è stata causa di una situazione che, a fine 2013, è diventata insostenibile. Per qualche tempo la biblioteca ha tenuto aperto nei giorni di sole e chiuso in quelli di pioggia, ma era chiaro che non si sarebbe potuto andare avanti così a lungo.

    «C’erano pesanti infiltrazioni d’acqua dal soffitto – ci ricorda il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente – per questo si è reso necessario un investimento da parte del Comune di 350 mila euro». I lavori coinvolsero architetti, dipendenti Aster, cassintegrati dell’Ilva e alcuni profughi coordinati dal Municipio per circa un anno e mezzo. Nel marzo del 2015, la biblioteca venne reinaugurata in pompa magna, con alcune novità come il punto allattamento per le mamme e spazi “morbidi” completamente dedicati ai più piccoli. Come abbiamo visto, però, la seconda vita della biblioteca Rosanna Benzi durò solo pochi giorni.

    Il blocco immediato dopo la riapertura

    biblioteca-benzi-voltri-cargoLa biblioteca era infatti stata appena riaperta, quando i Vigili del Fuoco segnalarono che i lavori non rispettavano una norma antincendio approvata 4 anni prima, il dpr 151 del 2011. Tra le altre cose, la relativamente nuova regolamentazione impone una maggiore omogeneità strutturale per strutture presenti nello stesso edificio.

    Si rese allora necessario un intervento di non poco conto sull’adiacente Teatro del Ponente gestito dalla compagnia Cargo. I lavori di ristrutturazione sono costati ulteriori 500 mila euro circa. Anche il teatro è rimasto forzatamente chiuso da novembre del 2015 al 24 aprile 2016, giusto in tempo per il tradizionale concerto dedicato alla Resistenza della Banda Musicale “Città di Voltri”.

    Sommando i soldi spesi per riparare il tetto della biblioteca e quelli per il teatro, si arriva a circa 850 mila euro. Una cifra non indifferente, in tempi di bilanci ristretti e di vacche magre per le casse degli enti locali. «Devo dire che il Comune ci ha dato una grossa mano – riconosce Avvenente – non è sempre scontato ricevere così tanti soldi per il territorio. C’è stata un’ottima sinergia tra le istituzioni». Certo, una maggiore attenzione e prevenzione negli anni passati avrebbe forse potuto risparmiare una spesa così pesante per le casse di Palazzo Tursi, chiamate a mettere una pezza su una situazione ampiamente compromessa. Ma, oggi, quello che interessa ai cittadini è soprattutto sapere quando potranno tornare a leggere e studiare nella loro biblioteca.

    «In due o tre mesi contiamo di riaprire dopodiché, avremo l’edificio più certificato della Liguria», chiosa con un punta di sarcasmo il presidente del Municipio. La previsione sulla riapertura è condivisa anche dall’architetto del Comune di Genova Roberto Tedeschi, direttore del Patrimonio e del Demanio, che ha avuto un ruolo importante nei lavori: «La settimana prossima – anticipa a “Era Superba” – contiamo di presentare il progetto definitivo».

    Le novità dopo la riapertura

    IMG_0755Quando riaprirà i battenti, la biblioteca dedicata alla scrittrice Rosanna Benzi, si presenterà con alcune significative novità. «Ci saranno dei miglioramenti – spiega la responsabile Sabina Carlini – il taglio della biblioteca sarà più tecnologico». Per la verità, la struttura voltrese è sempre stata all’avanguardia in termini di tecnologia. Come già scrivevamo 2 anni fa su queste pagine, la “Benzi” è stata la prima biblioteca comunale con un sistema di prestiti completamente automatizzato. La chiusura forzata non ha smorzato questa vocazione. «Abbiamo lavorato a un nuovo sistema anti-taccheggio, migliorato il sistema di prestiti e il back office – aggiunge la responsabile del personale del Municipio, Rosanna Garassino – inoltre, i sei dipendenti hanno fatto formazione sul mestiere del bibliotecario».

    Ancore poche settimane di attesa, dunque, e i voltresi potranno riabbracciare il proprio polo culturale. «La biblioteca ha un’utenza molto eterogenea – conclude la responsabile Carlini – dai bambini delle elementari e persino della materna che vengono a fare percorsi di lettura, a quelli delle medie, superiori e anche universitari che vengono qui a studiare, senza considerare gli avventori di tutte le età, specialmente anziani».

    Luca Lottero